Riccardo Iacona è autore e conduttore di Presadiretta, programma di inchiesta giornalistica di Rai 3 che dal 2009 ha più volte puntato i riflettori sulle difficoltà della popolazione di fronte alla disoccupazione, alla precarietà del lavoro, ai tagli del bilancio pubblico e alla riduzione dei servizi sociali.

Nella puntata “Arrangiatevi” di Presadiretta (20 febbraio 2011) avete trattato diversi casi di servizi sociali a rischio a causa dei tagli. Da quello che avete percepito, è probabile che questi tagli, e i prossimi che si annunciano, producano sommovimenti sociali, o anche vere e proprie rivolte come in Grecia, o alla fine le persone finiranno appunto per “arrangiarsi”?

Come dimostrano ormai tanti studi statistici sulla perdita di reddito delle famiglie, si stanno riducendo le risorse grazie alle quali noi ci siamo sempre arrangiati per rispondere a questa crisi, stringendo i consumi da una parte e mettendo le mani su risparmi e pensioni dei familiari dall’altra.

I tagli al welfare sono particolarmente odiosi perché colpiscono una fascia che è già debole e fuori dal circuito produttivo. Io non a caso ho fatto il pezzo a Napoli, forse la più grande città d’Italia che abbia centinaia di migliaia di persone che possiamo chiamare “il popolo”: persone che hanno pochissime risorse per vivere, non hanno un lavoro vero ma lavorano solo a nero – e stiamo parlando appunto di problemi che coinvolgono pezzi interi di una città, e che richiederebbero una bonifica. A me non preoccupa tanto la protesta, perché stiamo parlando di una povertà endemica, quanto il fatto che queste persone non entrano nel circolo produttivo e non possono contribuire alla crescita del Paese. Se c’è il 30% di abbandono scolastico, abbiamo un sacco di ragazzi che non hanno gli strumenti per capire quello che gli succede attorno. Quando tu tagli il welfare, tagli quelle cooperative che invece accoglievano questi ragazzi difficili e gli facevano prendere almeno la licenza media.

Io sono quindi preoccupato che i tagli al welfare siano un altro pezzo dell’arretramento economico del Paese, e che ci riducano la possibilità di vincere la crisi e uscirne a testa alta, con un Paese diverso.

Rispetto a un contesto così difficile, il welfare può certo alleviare determinate situazioni, ma l’esclusione dal circuito produttivo non è più legata alla mancanza di investimenti, e alla criminalità organizzata che li ostacola?

A maggior ragione, la risposta dello Stato dovrebbe essere più forte. Proprio sui temi sociali ed economici del lavoro, c’è ormai una letteratura molto interessante – un professore di nome Isaia Sales ha scritto dei libri bellissimi, in cui dimostra concretamente come alla chiusura delle fabbriche avanzava la camorra. Lì, la questione vera è il lavoro, e nel lavoro c’è tutto: il welfare, la formazione, la creazione di investimenti.

Ma se tu rispondi solo militarmente, non fai altro che riprodurre l’ambiente in degrado, anzi ottieni l’opposto: i quartieri si polverizzano, diventano un tutt’uno con la minoranza di violenti che li comanda, e oltre al confino sociale si aggiunge il confino di polizia. Noi abbiamo già un problema enorme come le carceri sovraffollate; se pensiamo di risolvere i problemi della società senza curare e senza medicare, ma solo reprimendo, non otterremo mai un risultato degno di questo nome, e soprattutto non terremo la porta socchiusa verso il futuro.

Come giornalisti, nel raccontare la riduzione del welfare, un fenomeno con cause complesse ed effetti di difficile visibilità, quali difficoltà avete incontrato?

Diciamo pure nessuna. Noi siamo abituati a raccontare la realtà, la realtà si offre, le persone che incontriamo sanno raccontarsi, c’è un Paese intero che si vuole raccontare. Il problema è che sono pochi i mezzi della televisione generalista che si esercitano in questa attività. Abbiamo assistito a un arretramento da parte della RAI sul racconto libero della realtà e sull’autonomia editoriale, tutti passaggi che ben conoscete. Ma non c’è nessuna difficoltà ad andare sul territorio: basta andarci.

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