Una delle obiezioni più sovente opposte alle proposte di tagli al welfare è che la spesa sociale non è “improduttiva”, come spesso gli economisti neoliberisti hanno affermato, bensì un “investimento” nella capacità produttiva del futuro, per la quale sono imprescindibili qualità del capitale umano e coesione sociale. Questa argomentazione, a volte utilizzata come semplice “tattica dialettica”, è la base di un’articolata e consolidata elaborazione teorica sul futuro del welfare, l’approccio dell’“investimento sociale” – che prospetta però una rete di protezione sociale piuttosto differente da quella costruita sinora da molte società occidentali.
Di “investimento sociale” – o anche, in una prima fase, di “sviluppo sociale” in senso welfaristico – si comincia a discutere negli anni ’90 del XX secolo, con l’intento fondamentale di riconciliare gli obiettivi di protezione sociale e sviluppo economico, che il pensiero neoliberista vede invece in un rapporto di trade-off (perseguire l’uno impone di rinunciare all’altro). Come sottolinea James Midgley nel 1999, “i critici del welfare sociale sostengono che le risorse trasferite dall’economia produttiva alle spese sociali improduttive sono nemiche della prosperità economica. Essi asseriscono che tagli sostanziali nelle spese sociali sono necessari se bisogna sostenere la crescita economica” (“Growth, Redistribution, and Welfare: Toward Social Investment”, in Social Service Review, n. 73-1/1999, p. 3-4). L’approccio dell’investimento sociale, al contrario, propugna l’esistenza di una correlazione positiva tra spesa sociale e sviluppo economico: “la caratteristica più distintiva dello sviluppo sociale è il suo tentativo di collegare gli sforzi per lo sviluppo sociale ed economico. Lo sviluppo sociale cerca esplicitamente di integrare processi sociali ed economici, vedendo entrambi gli elementi come sfaccettature integrali di un processo dinamico di sviluppo” (J. Midgley, Social Development. The Developmental Perspective in Social Welfare, London, Sage, 1995, p. 23).
I sistemi di protezione sociale esistenti devono però essere ripensati alla luce di una prospettiva di “investimento”, rendendo centrale la produttività economica della spesa sociale, e superando dunque il welfare beveridgiano per massimizzare, in un contesto molto più mobile che in passato, la partecipazione al mercato del lavoro e la formazione del capitale umano e sociale. Come riassumono Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, “l’attenzione è su politiche pubbliche che ‘preparino’ individui, famiglie e società ad adattarsi a varie trasformazioni […] piuttosto che semplicemente generare risposte mirate a ‘riparare’ qualunque danno causato da fallimenti del mercato, sventura sociale, scarsa salute o inadeguatezza delle politiche prevalenti” (“The EU Needs a Social Investment Pact”, OSE Paper Series, Opinion paper No. 5, maggio 2011, p. 5). La traduzione pratica di questi indirizzi, in estrema sintesi, rende imperativo lavorare più a lungo e vincolare i sussidi di disoccupazione a una efficiente riqualificazione professionale; i risparmi nella spesa pensionistica e sociale che ne conseguono andranno destinati soprattutto ai servizi all’infanzia, in modo da promuovere la conciliazione tra vita e lavoro delle famiglie e favorire l’occupazione delle donne, e alla formazione, tanto scolastica quanto continua. Si avrà così domani una base produttiva più ampia (per la crescita demografica così agevolata) e più efficiente (per le competenze migliori e continuamente aggiornate garantite dal sistema formativo), che garantirà la sostenibilità del sistema di welfare stesso nel tempo. Nella medesima prospettiva si colloca la promozione, rivolta in particolare ai Paesi in via di sviluppo ma applicabile anche alle economie avanzate, di un risparmio privato che possa generare investimenti locali e della nascita di microimprese capaci di affrancare dalla dipendenza le popolazioni più povere. Tutte queste opzioni presuppongono che il sistema di welfare privilegi l’erogazione di servizi (e la loro continua evoluzione) alla mera erogazione di risorse: un richiamo al modello di spesa sociale dei Paesi scandinavi, che quasi sempre i sostenitori dell’investimento sociale prendono a esempio della compatibilità tra alta protezione sociale e alta competitività economica.
A proposito di persone con gravi disabilità, Martha Nussbaum asserisce che “se anche concedessimo al sostenitore della causa della disabilità che i lavoratori con menomazioni al di fuori del ‘normale’ possano essere altamente produttivi, è improbabile che qualcuno possa dimostrare che, in generale, la loro produttività economica riesca a compensare i costi di una loro piena inclusione” (Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 137). Cosa succede a queste e alle altre persone l’investimento sociale sulle quali si mostra, già in partenza, non abbastanza redditizio? Lo stato sociale tradizionale risponde(va) alle loro esigenze soprattutto tramite la redistribuzione economica alimentata dalla fiscalità: e proprio su questo tema pare emergere una divergenza tra i sostenitori dell’investimento sociale, che vede da un lato una scuola angloamericana più legata alla “Terza Via”, proposta da Anthony Giddens e adottata da Bill Clinton e Tony Blair, e dall’altro una corrente ispirata alla nozione di “modello sociale europeo”. La prima concezione si definisce in contrapposizione più netta al welfare passivo e redistributivo: secondo Midgley, “lo sviluppo sociale cerca specificamente […] di formulare una concezione della politica sociale come produttivista e orientata all’investimento, piuttosto che redistributiva e orientata al consumo” (“Growth, Redistribution, and Welfare” cit., p. 8). La persona non produttiva diventa un caso residuale, quando anzi è davvero tale: “sebbene [i sostenitori dell’investimento sociale] riconoscano che alcuni clienti del welfare sociale non saranno mai economicamente attivi, essi credono che molti di coloro che sono attualmente dipendenti dai sussidi sociali possano essere portati nell’economia produttiva attraverso interventi appropriati” (ibidem, p. 8). Nel pensiero “europeo” il welfare passivo, e dunque la redistribuzione, rimane invece una componente essenziale delle nuove politiche: secondo Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, “l’investimento sociale non è un sostituto per la protezione sociale. Un’adeguata protezione di reddito minimo è una precondizione critica per un’efficace strategia di investimento sociale. In altri termini, ‘protezione sociale’ e ‘promozione sociale’ dovrebbero essere intese come gli indispensabili pilastri gemelli complementari del nuovo edificio del welfare di investimento sociale” (“The EU Needs a Social Investment Pact” cit., p. 6-7).
La distinzione fra queste due concezioni aiuta anche, sebbene solo in parte, a chiarire come l’approccio dell’investimento sociale sia “passato” nelle politiche sociali degli ultimi due decenni. La “Terza Via” abbracciata negli anni ’90 dalle politiche statunitensi e britanniche sembra frutto di un compromesso più profondo con le idee neoliberiste, mentre nelle politiche dell’Unione Europea la prospettiva dell’investimento sociale è stata adottata nel 2000, con la strategia di Lisbona, come obiettivo di lungo termine cui le scelte nazionali in materia di politiche sociali hanno aderito solo in parte, lasciando in vita ampie sezioni di welfare passivo o del tutto assistenziale e non producendo una rilevante convergenza tra i tre modelli “classici” di protezione sociale scandinavo, continentale e mediterraneo. Diventa perciò difficile capire in quale misura gli attuali assetti della spesa sociale nei diversi Paesi occidentali siano frutto dell’adesione all’approccio dell’investimento sociale, e quanto risentano ancora del “minimalismo” neoliberista – il quale, come dimostrano l’orientamento delle recenti revisioni e la nozione stessa di “Patto di Stabilità e Crescita” UE, è tutt’altro che un residuo del passato.
Reinquadrare come investimento a lungo termine la spesa sociale presuppone dunque una sua consistente ridefinizione (un aspetto da non dimenticare quando si usa questo argomento per difenderla dai tagli), e al contempo tale ridefinizione non è esente da contraddizioni e possibili obiezioni. È sulle più rilevanti tra esse che cerca di concentrarsi l’intervista che segue.

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