Le esperienze e le elaborazioni descritte sin qui confermano un elemento proposto già in premessa: la lentezza e la gradualità con cui il welfare state è in grado di modificarsi per fare fronte a mutate condizioni economiche e nuovi bisogni sociali. E ciò, secondo Castles, è una ragione essenziale del prolungarsi dello “stato di maturità” del welfare occidentale: “L’implicazione dell’analisi della ‘corsa al ribasso’ è che le nazioni possano rapidamente adattare i propri livelli di spesa sociale in direzione discendente, ma l’immaginario prevalente della letteratura sul cambiamento politico è di una traiettoria di riforma delle politiche sociali fortemente modellata da un’inerzia e un’irreversibilità derivanti da una logica di ‘guadagni crescenti’ e di sviluppo istituzionale ‘dipendente dal percorso’. Nella bella similitudine di Karl Hinrichs, i sistemi di sicurezza sociale sono come ‘elefanti in marcia’. Quando sono giovani, possono precipitarsi in avanti; ma quando sono maturi, in genere si muovono in avanti piuttosto lentamente. A prescindere dall’età, farli girare all’indietro richiede molta energia e non meno potere persuasivo” (The Future of the Welfare State. Crisis Myths and Crisis Realities, Oxford University Press, 2004, p. 22). Pierson rileva che “La prima e principale protezione per i programmi sociali deriva dalle caratteristiche generalmente conservatrici delle istituzioni politiche democratiche. Il welfare state oggi rappresenta lo status quo, con tutti i vantaggi politici che questo status conferisce. Le non-decisioni in genere favoriscono il welfare state. […] Una seconda e cruciale fonte della forza politica del welfare state viene dagli alti costi elettorali generalmente associati con le iniziative di riduzione di spesa […] I beneficiari dei sussidi sociali sono relativamente concentrati e sono in genere ben organizzati. È anche più probabile che puniscano i politici per i tagli di quanto i contribuenti li possano premiare per costi più bassi” (“The New Politics of the Welfare State”, in World Politics, n. 48-2/1996, p. 174).
A quali condizioni può allora “girarsi l’elefante”, ovvero che cosa può attivare il cambiamento radicale richiesto per la riduzione delle politiche sociali? La risposta arriva sempre da Pierson, seppure con alcuni distinguo: “momenti di crisi finanziaria possono aprire opportunità per la riforma. I sostenitori della riduzione della spesa cercheranno di sfruttare tali momenti per presentare le riforme come uno sforzo per salvare il welfare state piuttosto che distruggerlo. Inquadrare la questione in questa maniera può consentire ai governi di evitare il biasimo diffuso per i tagli ai programmi” (ibidem, p. 177). E anche secondo Castles “la globalizzazione, o la crescita economica declinante, o qualunque causa attualmente ipotizzata di crisi fornisce una cappa di legittimità a coloro che cercano di avanzare piani per tagliare tasse e spese. Una volta che hanno convinto i decisori politici che ‘non ci sono alternative’ e che lo Stato non ha la capacità di resistere alle forze economiche schierate contro di esso, hanno vinto metà della battaglia” (The Future of the Welfare State cit., p. 45-46). Difficile non collegare queste previsioni, formulate in tempi non sospetti, all’attuale scenario di austerità dovuto alla crisi dei debiti sovrani, di fronte a cui “non ci possiamo più permettere” le forme di protezione sociale garantite fino a ieri, e dunque se ne impone lo smantellamento o almeno la drastica riduzione. Chi si opponesse a tali politiche di disimpegno si troverebbe del resto a sfidare il “giudizio dei mercati”, entità che Manuel Castells ha pertanto buon gioco a definire “un potere supremo e misterioso che dev’essere placato con dei sacrifici umani: i tagli alla spesa sociale colpiscono la sanità, l’istruzione e le pensioni. In altre parole, la vita” (“La Spagna vende la democrazia al mercato”, in Internazionale, n. 915/2011).
Se, come in diversi sostengono, l’attuale situazione dell’Europa riecheggia quella del secondo dopoguerra, può essere utile rifarsi al cinema neorealista, probabilmente la migliore rappresentazione delle oscurità di quell’epoca, e in particolare a Germania anno zero di Roberto Rossellini. In una Berlino ancora in macerie, il dodicenne Edmund avvelena il padre invalido, giudicandolo un “peso” per la sua famiglia, che vive di espedienti, e per la società. La scelta deriva dall’influsso esercitato su Edmund dalle teorie di ispirazione nazista del suo vecchio professore, che poi rifuggirà con orrore le conseguenze pratiche delle proprie parole, contribuendo a indurre Edmund al suicidio. Quel che si dimentica spesso del film è che anche i coinquilini forzati della famiglia di Edmund ritengono che il padre, costretto a letto dalla malattia, conduca un’esistenza inutile e dannosa, sulla base di una ragion pratica (una bocca in più da sfamare e le medicine da procurarsi, in una situazione economica più che precaria) e non politica. A condurre di fatto verso la soppressione del padre di Edmund è quindi tanto il darwinismo sociale del professore quanto il calcolo economico razionale che il padrone di casa sintetizza in questo lamento: “cinque famiglie devono soffrire per colpa di un vecchio inutile”. Eppure, al conseguimento di una soluzione “raziocinante” con l’eliminazione fisica del peso del padre (contemporaneo a un altro gesto di razionale superamento della paura, la consegna del fratello di Edmund alle autorità occupanti che gli vale il diritto alla tessera di razionamento) non corrisponderà il benessere della famiglia, bensì la sua distruzione, con il suicidio di Edmund.
La durissima lezione dell’umanesimo di Rossellini è che il trionfo del calcolo economico ai danni dell’impulso morale conduce a un esito di morte. Lo “zero” dell’equilibrio economico ottimale e della “legge di mercato” corrisponde a un equilibrio sociale sub-ottimale e distruttivo, in cui per qualcuno non rimane più posto nel mondo. Al contrario, un sistema sociale rispettoso della dignità di tutti richiede di imporre alla logica dell’ottimizzazione economica un “plus assiologico” che ne sposti il punto di equilibrio, un granello di sabbia che, nell’inceppare i meccanismi di mercato votati all’efficienza a ogni costo, impedirà alle persone meno produttive di rimanere schiacciate dai loro ingranaggi (osservazione che si può estendere dal complesso del corpo sociale alle sue componenti, come i contesti aziendali, improntati alla ricerca del massimo rendimento con il minimo mezzo). Per molti versi, non si tratta certo di un’intuizione innovativa: è da essa che, sin da Bismarck, deriva il meccanismo del prelievo fiscale e contributivo e la destinazione delle risorse da esso generate alla protezione sociale. Tuttavia, solo l’incorporazione vincolante di questo “plus” nelle singole poste di spesa sociale può consentire di superare l’impostazione per cui possono sussistere solo i servizi “che ci si può permettere” e la necessità di scegliere tra lo smantellamento dei servizi e la loro fornitura a condizioni sempre peggiori (ciò che ha generato in questi anni un “sottoproletariato del lavoro sociale”). E al contempo, a livello macroeconomico, appare in questa luce tutt’altro che “aurea” la regola del pareggio strutturale di bilancio che la UE prescrive alle carte fondamentali dei suoi Paesi membri, giacché essa presuppone che i tessuti sociali lacerati dalla carenza di intervento durante la recessione possano essere riportati all’integrità precedente non appena la crescita garantirà di nuovo risorse adeguate – come un mandriano che lasciasse morire di fame il suo bestiame nel periodo di carestia, e pretendesse di rianimarne i cadaveri ricoprendoli di biada al ritorno dell’abbondanza.
A meno di inattesi rivolgimenti politici, la prospettiva per i bilanci pubblici dei prossimi anni in Europa resta comunque quella dell’austerità. Anche in questo difficile quadro, non bisogna disperare sulla conservazione di servizi sociali universali e di qualità, ad esempio attraverso una riallocazione delle risorse a favore del livello operativo e di quello di ricerca e documentazione sulla base di una riduzione di costi e complessità amministrative (le quali rischiano seriamente di rimanere l’unica voce di spesa anche quando nulla resterà da gestire), nonché privilegiando i servizi di continuità e di prossimità rispetto a quelli inseriti in un apparato di progettazione a volte orientato più a specchiarsi in se stesso che a generare attività sostenibili sul medio-lungo periodo. Appare inoltre positiva la preferenza dei sostenitori dell’investimento sociale per i servizi rispetto alle erogazioni economiche, specie se con un’ottica che dall’ambito ristretto dell’assistenza sappia estendersi verso il ripensamento dell’intera società: come rileva Martha Nussbaum, “non ha importanza quanto denaro destiniamo a una persona in sedia a rotelle, poiché essa continuerà a non avere accesso in maniera adeguata allo spazio pubblico finché esso non sarà riprogettato. […] La domanda rilevante che ci si deve porre non è quanto denaro abbiano gli individui con menomazioni, ma cosa siano realmente in grado di fare e di essere; quindi, una volta accertato questo, bisognerà chiedersi quali siano gli ostacoli da superare, affinché essi possano esercitare le loro abilità fino al livello di soglia appropriato” (Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 185).
Questo sforzo di riorganizzazione sarà però inutile se il paradigma delle “risorse decrescenti” per la spesa sociale rimarrà un dato acquisito, e non diverrà un presupposto da mettere in discussione – e in questo l’approccio dell’investimento sociale è solo parte della soluzione, in quanto un suo ancoramento rigido all’obiettivo dell’ottimizzazione economica (seppure ricollocato in una prospettiva di medio-lungo periodo), pur dotato di buon appeal politico-elettorale in un clima segnato dai dogmi neoliberisti, finirebbe per marginalizzare proprio i bisogni più gravi, la risposta ai quali richiede quel “costo in più” di umanità incompatibile con la razionalizzazione totale.
In altre congiunture storiche si è giustificata la spesa pubblica in deficit asserendo che il riequilibrio economico avrebbe prodotto un “disavanzo occulto” consistente nella mancata risposta alla domanda sociale della collettività. L’attuale “messa in sicurezza dei conti pubblici” su base strettamente matematica rischia allora di aprire voragini nella struttura sociale. Ecco perché nei prossimi anni, in assenza di una correzione che inglobi nei bilanci il costo della dignità sociale, potremmo trovarci come Edmund a vagare tra le macerie del sistema di protezione sociale del passato, con più di un senso di colpa da espiare.

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