Anton Hemerijck è vicerettore della Facoltà di Scienze Sociali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, e tra il 2011 e il 2009 ha diretto il Consiglio Scientifico olandese per la Politica di Governo (WRR). È uno dei più importanti studiosi di politica sociale comparata, e sostenitore della prospettiva dell’investimento sociale. Tra le sue pubblicazioni, Why We Need a New Welfare State con Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie e John Myles (Oxford University Press, 2002); il suo nuovo libro Changing Welfare States sarà pubblicato nel 2012.

Come definirebbe oggi l’approccio dell’investimento sociale? E in particolare, dopo la crisi economica iniziata nel 2007, quali differenze sottolineerebbe con la sua formulazione originaria negli anni ‘90, quando questa prospettiva fu elaborata in stretta connessione con la prospettiva politica della Terza Via, illustrata da Anthony Giddens e “portata al potere” da Bill Clinton e Tony Blair?

L’investimento sociale suggerisce di guardare alla politica sociale come a un “fattore produttivo”. Mentre la dottrina neoliberista esigeva uno scambio tra efficienza ed equità, il paradigma dell’investimento sociale vede l’efficienza economica andare mano nella mano con la giustizia. Ci sono molti aspetti della politica sociale che consentono alle persone di tornare nel mercato del lavoro con migliori abilità, aiutano a crescere bambini sani e ben addestrati, rendono le famiglie capaci di riconciliare lavoro e vita familiare, servono a ritardare il pensionamento attraverso l’invecchiamento attivo, e così via.

Ci sono sempre state differenze importanti con la Terza Via. Anzitutto, i pensatori della Terza Via come Tony Giddens credevano che con uno spostamento da politiche di welfare passive ad attive avremmo creato un trampolino per tutti. Nel mio lavoro con Esping-Andersen e altri (Why we Need a New Welfare State, 2002) abbiamo sostenuto che una protezione passiva di reddito (minimo) – una rete di sicurezza dal tessuto stretto – restasse necessaria. Abbiamo optato per una combinazione di brevi ma alti sussidi di disoccupazione accoppiati con politiche attive del mercato del lavoro. È molto importante guardare alle “strutture sottili” dei mix della politica pubblica di “buone prassi” che promuovono un’occupazione più alta e una produttività migliorata per la competizione ottimale del settore privato. 

In secondo luogo, Giddens non era affatto interessato alla redistribuzione. Penso che la crisi abbia mostrato che gli attuali livelli di disuguaglianza di reddito sono altamente improduttivi. Le innovazioni finanziarie sono state in primo luogo dedicate a nuovi modi per generare guadagni speculativi. C’è anche da fare una discussione sul fatto che gli attuali livelli di disuguaglianza abbiano depresso la domanda globale relativa e la crescita.

È possibile, e come, riportare questa prospettiva all’attenzione pubblica in un contesto politico occidentale completamente differente, e dopo il sostanziale fallimento dell’Agenda di Lisbona, il suo programma più ambizioso?

Questo è certamente un problema serio. Se però andiamo indietro alla recessione dei tardi anni ’70 e primi anni ’80, anche allora il panorama politico era altamente volatile. Praticamente ogni governo al potere nel 1979 non era più in carica nel 1982. Lo stesso sta avvenendo oggi. La mia aspettativa è che ci sarà di nuovo uno spostamento verso il centro-sinistra nel giro di un paio d’anni. La questione è se allora la sinistra salterà fuori con risposte sostenibili. La strategia di Lisbona è stata un fallimento, ma non in termini di occupazione. Lo spostamento nella definizione del problema dal “combattere la disoccupazione” (attraverso l’uscita precoce) all’incrementare l’occupazione ha avuto in realtà grande successo, più che negli USA.

Il problema di Lisbona era che le idee di investimento sociale sono rimaste completamente divorziate dal pensiero mainstream del mercato unico e dell’Unione Monetaria Europea, e dalle questioni della diseguaglianza crescente. Ora noi osserviamo “ex negativo” la prova a favore dell’investimento sociale. Grecia e Italia dall’ingresso nell’Unione Monetaria Europea hanno ottenuto bassi tassi di interesse, e di conseguenza hanno smesso di modernizzare i loro sistemi di welfare. Il risultato è stato una perdita di competitività e una grave divergenza negli attuali conti. Al contempo, i Paesi scandinavi dell’investimento sociale diventavano più produttivi, Grecia e Italia lo diventavano meno. Si vede da qui il bisogno di riequilibrare la politica economica (di breve termine) e l’investimento sociale a lungo termine, specie nelle politiche mediterranee.

I sostenitori dell’investimento sociale spesso evidenziano la distanza del proprio modello da quello tradizionale di welfare “redistributivo”. Come si concilia questo con la significativa crescita della disuguaglianza che le società occidentali hanno vissuto negli ultimi 2/3 decenni?

La questione è se più alti livelli di disuguaglianza siano il (sotto)prodotto di una politica di investimento sociale. Io credo di no. È vero che il centro di offerta dell’investimento sociale è maggiore occupazione, maggiore produttività e alta fertilità. Ma il diavolo è nei dettagli. In Svezia molte madri lavoratrici fanno uso di servizi di cura per i bambini che, in termini di redistribuzione, sono piuttosto progressivi. In Belgio la cura per i bambini è utilizzata solo dalle classi medie, il che suggerisce che l’investimento sociale sia regressivo. Il problema è che le madri hanno maggiori difficoltà a entrare nel mercato del lavoro in Belgio che non in Svezia: niente a che fare con i servizi di cura per i bambini di per sé, quanto con le rigidità del mercato del lavoro.

La disuguaglianza crescente, inoltre, ha molto a che fare con l’omogamia. Le persone altamente qualificate si accoppiano a partner altamente qualificati. Altamente problematica è la polarizzazione tra famiglie lavoratrici ricche e povere. Ecco perché è così importante rendere il welfare state in grado di fornire competenze, specialmente nella parte bassa della scala di stratificazione. Il welfare passivo da solo rinforza soltanto le disuguaglianze esistenti. È indispensabile attuare l’investimento sociale abbinato a una protezione (che renda attivi) di reddito minimo. Bassi livelli di produttività significano meno gruppi benestanti e diminuzione dell’introito fiscale. Inoltre, la fornitura da parte del mercato di servizi familiari e educazione è cronicamente insufficiente, a detrimento delle famiglie povere.

Lei afferma: “Massimizzare l’occupazione è la chiave per assicurarsi welfare states efficaci, sostenibili ed equi” (A. Hemerijck, “The political economy of social investment”, in pubblicazione). Che cosa resta per le persone che non saranno presumibilmente redditizie nei termini di qualunque investimento sulla loro occupabilità, come persone con gravi disabilità, o la quota crescente di anziani che le aziende cercano di espellere dal mercato del lavoro a causa della loro produttività declinante, e che hanno di fronte un periodo di necessità di cure più lungo che in passato?

Centrale per la nozione di investimento sociale è che la sostenibilità economica del welfare state, inclusa la cura per chi è davvero vulnerabile, dipende dal numero e la produttività e perfino la fertilità dei futuri contribuenti. Più alta è l’occupazione, più persone pagano le tasse e più c’è un fondo per la solidarietà con le persone con gravi disabilità. Un vero problema c’è con il mercato del lavoro per i più anziani: di solito sono ben pagati, ma se si diventa disoccupati dopo i 55 anni, c’è scarsa probabilità di tornare nel mercato del lavoro. Penso che il mercato del lavoro per i lavoratori più anziani avrà bisogno di essere riformato. La buona notizia è che i cinquantenni di oggi sono molto meglio formati di quelli di 10 anni fa. Con l’invecchiamento ci saranno scarsità nel mercato del lavoro. C’è un certo bisogno di “retrocessione”, ma davvero le competenze e l’invecchiamento attivo sono le risposte. È anche vero che sebbene si viva più a lungo, le malattie croniche cominciano prima. Questo implica che anche nella cura della salute abbiamo bisogno di diventare più orientati all’investimento sociale.

In una visione di welfare come “fattore produttivo”, come evitare il rischio di ridurre la complessità delle persone (e degli interventi sociali necessari per il loro benessere) alla loro dimensione produttiva – il che finirebbe per confermare la “egemonia del mercato” promossa dal neoliberismo?

L’obiettivo normativo al cuore del paradigma dell’investimento sociale è l’impegno a che i cittadini abbiano “vite rigogliose” (Sen), il che segnala uno spostamento dalla libertà dal bisogno alla libertà di agire. Per questo hanno bisogno di “capacità”, alcune delle quali devono essere fornite attraverso l’intermediazione pubblica. Normativamente, credo nel massimizzare le opportunità di vita dei cittadini. Come tattica politica, sostengo che l’investimento sociale è un ottimo paretiano. Se i politici di destra vogliono la crescita, dovrebbero volgersi all’investimento sociale, perché ha un curriculum migliore del neoliberismo ortodosso. Se sostengono una maggiore disuguaglianza alle spese dei poveri, non stanno scommettendo sulla crescita ma sugli interessi acquisiti e i privilegi dei loro elettori. La giustizia redistributiva da sola nel clima attuale non è abbastanza come biglietto per la vittoria elettorale. L’investimento sociale dovrebbe fare appello a un popolo più ampio, perché innalza il potenziale di crescita dell’economia mentre continua a sostenere le capacità dei poveri, ma anche delle famiglie a doppio reddito della classe media, molto meglio delle scariche alternative neoliberiste.

Il giudizio sulla validità di un investimento sociale, se dobbiamo mantenere un paragone con il significato economico del termine, è apparentemente neutrale e matematico. Quale spazio rimane quindi per la politica sociale come questione di scelta tra differenti priorità?

L’investimento sociale è un’alternativa politica reale, specialmente perché molte persone non sanno (o non vogliono) vedere i suoi più ampi benefici economici, sociali e politici! Ma il test di Litmus, senza dubbio, di qualunque welfare state sostenibile oggi sta nella sua abilità di mantenere alti livelli di occupazione, perché questo serve a ridurre la pressione finanziaria sul governo, dovuta, in particolare, a strutture della famiglia e del mercato del lavoro più instabili, e così mitigare i (nuovi) rischi sociali di individui e famiglie. Il ruolo dello Stato nel fornire sussidi sociali sarà circoscritto dalla dura conseguenza fiscale della nuova recessione. D’altro canto, le politiche pubbliche rimangono molto importanti per consentire agli individui di aumentare il proprio capitale umano, trovare occupazione di qualità, ed equilibrare le loro responsabilità lavorative con l’allevamento dei figli e più in generale la cura informale. Ecco perché è così importante tenere in equilibrio giudiziosamente il consolidamento fiscale a breve termine con l’investimento sociale a lungo termine.

Lo stato attuale della crisi economica, specialmente in Europa, prefigura una lunga stagione di tagli alla spesa pubblica. Come possono i bilanci del welfare sociale resistere a questo ridimensionamento, e anzi essere il volano economico per un nuovo periodo di investimenti sociali?

Nel mio articolo di politica con Frank Vandenbroucke, The EU Need a Social Investment Pact, sollevo il bisogno di riconciliare il consolidamento fiscale a breve termine con l’investimento sociale a lungo termine. L’austerità aggraverà e prolungherà soltanto l’attuale recessione e, ancor peggio, distruggerà il potenziale produttivo a lungo termine dell’investimento sociale. Pertanto, per ragioni economiche, sociali e politiche, l’Europa ha bisogno di un “patto di investimento sociale”, ancorato a una politica di bilancio pro-crescita e alla regolazione finanziaria. 

In un continente che invecchia, è in definitiva la qualità del capitale umano che importa di più per la sopravvivenza del welfare state. È importante in maniera cruciale non gettare il bambino con l’acqua sporca. Ristabilire la competitività attraverso salari in caduta e licenziamenti di massa è una scelta controproducente, nel senso che servirebbe soltanto ad aumentare il fardello del debito, con conseguenze disastrose in termini di mobilitazione politica xenofoba. Per prevenire questo scenario traumatico, l’eurozona dovrà offrire un qualche finanziamento per l’investimento sociale. In altri termini, la regolazione verso l’investimento sociale richiede tempo: riforme dei mercati del lavoro e delle pensioni e investimenti in nuove attività e capacità istituzionali rilevanti devono avvenire insieme. Per Spagna, Italia e Portogallo questo è cruciale – la Grecia è una storia totalmente diversa. Entro l’attuale camicia di forza del recente patto di austerità fiscale, sembra esservi poco spazio per un tale patto di investimento sociale, con un contraccambio equilibrato tra investimento sociale a lungo termine e consolidamento fiscale a breve termine. Il suo carattere intergovernativo lo rende istituzionalmente debole. Sugli eurobond condizionati a investimenti sociali è stato posto il veto, e il fondo di salvataggio è stato a malapena espanso per essere all’altezza dell’imperativo di salvare l’eurozona. Questo finirà tragicamente per prolungare la crisi europea.

Molto probabilmente la recessione in arrivo sarà profonda. Possiamo solo sperare che questo inneschi un momento profondo di apprendimento politico. Se, indovina un po’, appare esserci una correzione politica verso il centro-sinistra (che è assai più positivo sugli eurobond), un patto europeo di investimento sociale può essere lanciato, benché con eccessivo ritardo. La diagnosi intrinseca sbagliata della crisi è che sia una crisi dello Stato e di promiscuità fiscale. Questo è stato vero solo per la Grecia, non per Spagna e Irlanda. È politicamente molto difficile cambiare la concezione neoliberista degli “Stati falliti” verso una comprensione dello Stato come un fornitore importante di servizi sociali pro-mercato e di regolazione finanziaria elementare.

Il periodo dopo la crisi metterà a durissima prova il welfare state, ma questo potrebbe anche generare conseguenze positive. Le persone si rendono conto una volta di più di quanto siano importanti le istituzioni pubbliche per la sicurezza sociale. Inoltre, condizioni economiche disastrose non renderanno opportuno per i politici abbandonare facilmente gli impegni sul welfare. In questo senso, la recessione europea in arrivo potrebbe rinforzare, spero, piuttosto che minarlo, il presagio dell’investimento sociale nel periodo dopo la crisi finanziaria globale.

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