di Nicoletta Gramantieri, biblioteca Sala Borsa ragazzi, Bologna

La letteratura per l’infanzia è crocevia di molte aspettative. In biblioteca i bambini si guardano attorno, scelgono i libri basandosi sul colore della copertina, sul formato, sulla consistenza della carta, sul consiglio dell’amico che li accompagna. Per gli adulti il discorso è diverso e di solito sono proprio loro che scelgono i libri per i piccoli.

Frequento una lista on line che viene utilizzata da bibliotecari, genitori, insegnanti, educatori per discutere attorno alla letteratura per l’infanzia. Scorrendola, in maniera del tutto casuale, mi sono appuntata alcune richieste. C’è chi chiede un libro che possa fungere da ponte nel passaggio dal nido alla materna e che affronti i temi della crescita, dell’autonomia, del viaggio. Una bibliotecaria deve rispondere alle richieste di insegnanti alla ricerca di libri da proporre a una bimba di due anni per affrontare la morte della mamma. Qualcuno cerca testi per un progetto sulla gentilezza, qualcun altro vuole trovare libri che educhino all’importanza di fare fatica, alcune insegnanti chiedono “un libro che tratti contemporaneamente le emozioni della rabbia, la paura e la vergogna”.

Credo che gli adulti si aspettino sempre troppo dai libri per bambini.

I libri sono cose piccole e oneste, se scritte onestamente, e non credo proprio che abbiano, se presi singolarmente, la possibilità di incidere significativamente sulle cose del mondo.

Il discorso mi sembra che riguardi il motivo per cui leggiamo o, più in generale, i motivi per cui amiamo le storie.

Jack Zipes in La fiaba irresistibile. Storia culturale e sociale di un genere tende un filo fra le parole preoccupazione e narrazione. Ci racconta, ad esempio, come nell’età della pietra succedesse che un cacciatore, sfuggito agli assalti di una belva feroce, sentisse la necessità di narrare la vicenda, per permettere agli altri di reagire allo stesso modo al presentarsi di una simile situazione. Zipes ci fa notare che “quello che era ed è cruciale per ogni narratore è modellare un racconto in modo tale che esso diventi vivo, efficace e utile”. Il cacciatore, di fatto, cercava di essere di aiuto a quanti lo ascoltavano. 

Zipes punta l’accento su due aspetti, da una parte il contenuto della narrazione, dall’altro la sua forma.

Oggi, se ci muoviamo un po’ fra i blog, le recensioni, i commenti che girano in rete o, fuori dalla rete, sulle riviste di settore, ci è facile verificare come, perlopiù, l’attenzione degli adulti si concentri sul contenuto, sui temi e sugli argomenti e non sulla forma.

Anche scorrendo le centinaia e centinaia di testi che valutiamo in biblioteca, ci accorgiamo di come l’editoria assecondi questa tensione degli adulti al contenuto: ci imbattiamo in libri che vogliono favorire l’abbandono del ciuccio, che narrano l’ospedalizzazione o la morte dei nonni, in libri che preparano al primo giorno di scuola o che permettono di affrontare i conflitti e la rabbia. Si tratta molto spesso di testi sciatti, poco curati nelle illustrazioni e nei testi, con strutture narrative piatte e nessuna cura per la lingua.

Concentrarsi solo sul contenuto è un po’ come approcciare la questione con un occhio chiuso.

C’è un libro bello e utile di un’antropologa francese che indaga le esperienze di trasmissione culturale. In Lire le monde: expériences de transmission culturelle aujourdhui, Michèle Petit sostanzialmente ci dice che, nel momento in cui veniamo alla luce, il mondo ci appare confuso e disordinato.  Compito degli adulti è dare un ordine al mondo affinché i piccoli lo possano percepire come abitabile. Scrive: “Grazie a dei canti, delle filastrocche, delle danze, delle leggende, delle narrazioni il mondo si ritrova ordinato, si può costruire un senso, rappresentarsi lo spazio e il tempo, mettere delle parole o dei gesti estetici condivisi su emozioni intense o avvenimenti sconosciuti, rappresentare dei conflitti, inscrivendo il tutto in una continuità”.

Anche la letteratura, continua, ha una funzione in questo. I libri, dice, sono come capanne e cita uno scrittore spagnolo, Gustavo Martin Gazò, che paragona la “casa della letteratura” alla capanna di Tarzan che è un luogo riparato in mezzo agli alberi, ma in cui entrano tutti gli odori e i rumori della foresta. Si tratta di un luogo che tiene insieme cose lontane: l’intimo e l’immenso. Leggere o farsi leggere ad alta voce serve per aprire questi spazi. 

Di nuovo il problema sta nell’occhio chiuso, in quello che non vede: la letteratura apre all’intimo e all’immenso, non il singolo libro.

I bambini hanno bisogno di avere tante storie. Tante storie e tanto variate, storie che diventino parte di loro e possano per loro farsi risorsa. 

Le storie, quelle belle, ce lo diciamo sempre in biblioteca e tanti studiosi lo affermano, trattano sempre grandi temi, temi universali: il conflitto, la vita, la morte, il cambiamento, l’amore, il potere.

Gli scaffali della biblioteca sono pieni di libri che narrano di vita, di morte, di cambiamento, di conflitto, di amore e di potere. Ne posso citare, come esempio, tre. 

Nel bosco è un albo illustrato del grande Anthony Browne ed è pubblicato in Italia da Kalandraka. Racconta, attraverso le immagini e un testo breve, la storia di un conflitto familiare. Lo fa, però, ricorrendo a un grande contenitore del nostro immaginario: le fiabe. Il protagonista cammina in un bosco per portare alla nonna malata una torta e il suo conforto. Il bosco è popolato di personaggi ed elementi tratti dalle fiabe più famose. Il testo non fa riferimento allo spaesamento che alberga nel bambino in seguito a una supposta frattura all’interno della famiglia. È il riferimento al fiabesco che suscita in noi la percezione di ciò che il protagonista prova. Come il bambino messo in scena da Browne, non sappiamo cosa sia successo di preciso fra i genitori, ma gli evidenti rimandi alle fiabe, i personaggi incontrati e gli oggetti celati nel folto bosco, ci rimandano a un senso di abbandono, di inadeguatezza, di timore, di cupezza. Questo espediente narrativo rende complessità alla narrazione, la rende universale traendola dalla specificità del quotidiano, rappresentato con colori e forme iperrealiste, che contrastano con le immagini in bianco e nero del bosco e del mondo straordinario che lo abita.

Lulù è un bell’albo di Grégoire Solotareff tradotto nel nostro paese da Rizzoli. Ha pagine di cartone spesse e un grande formato, illustrazioni fatte con colori saturi e forme che determinano e precisano. È uno dei pochi libri indirizzati ai piccoli che riesce a raccontare, in modo vivido e preciso, la morte. Anche in questo caso l’azione descritta, benché appartenga al nostro intimo e alla nostra quotidianità, è sottoposta a uno spostamento che la rende accessibile e accettabile ai lettori. Il protagonista, infatti, non è un bambino, ma un piccolo lupo. Il libro narra la storia di un’amicizia fra un lupetto e un coniglio. Racconta di come non sempre sia facile essere amici, delle paure, dei desideri, della morte e della speranza e lo fa, senza intenti morali, slanci didascalici o mistificazioni, semplicemente attraverso il racconto di eventi precisi in un’articolazione che apre alla complessità, alle domande e non alle soluzioni. 

C’é poi In mezzo alla fiaba, un libro di Silvia Vecchini, illustrato da Arianna Vairo e pubblicato da Topipittori che fa una cosa difficilissima: permette ai bambini di entrare nella poesia. Lo fa proponendo ai lettori una sorta di gioco: in ogni poesia la voce che narra appartiene a un personaggio fiabesco, sta a chi legge indovinare di quale fiaba si tratti e di quali personaggi. Succede così che, nel tentativo di concentrarci sulla prova, la poesia ci prenda, ci contagi con suono e ritmo, ci apra prospettive nuove non solo sulle fiabe, ma su aspetti del mondo, delle relazioni, della quotidianità, dei sentimenti. È proprio la forma poetica, in questo caso, che ci permette di avvicinare contenuti difficilmente affrontabili. Ancora una volta si tratta di un testo che problematizza e complica.

Brutta rogna /doversi guardare dal lupo/ un tipo senza rimorso/ né vergogna/ capace di cambiare/ voce e forma/ pur di riuscire a entrare/ di farsi aprire la porta./ Mai essere teneri coi lupi/ ma duri/ non farsi abbindolare/ essere pronti se serve/ a rendere/ male per male.

Ecco, se si aprono entrambi gli occhi si vedrà come in biblioteca gli scaffali siano pieni di libri che narrano di tutto, che problematizzano e non chiudono, che aprono prospettive: insomma di libri che, come diceva Tolkien, narrano di fulmini, non di lampadine.

Per tutto il resto, per spiegare ai piccoli le contingenze della vita, l’Isis, le guerre, la morte delle mamme, bisognerà, come suggerisce qualcuno nella lista che citavo prima, “prenderli in braccio e parlare con loro”.

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