di Francesco Campione, psicologo e tanatologo – Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna

La difficoltà nel parlare al bambino della morte è quella di riuscire a stare sempre al suo livello, a raccontargli le storie giuste con le parole giuste, in modo che il bambino non si ritrovi ad avere una storia per un’altra età, una storia che non può capire. 

Una premessa importante è che il vero tabù del rapporto con la morte nel mondo moderno non è la morte violenta, ma la morte naturale. Quello di cui non si vuole parlare, infatti, è la morte che tocca tutti. La morte violenta ce la sbattono tutti i giorni davanti agli occhi al telegiornale mentre mangiamo; la morte naturale no, è quella che viene rimossa. Per questo non è vero che è la più semplice, anzi è la più complessa perché prima o dopo tocca a tutti e questo ci mette in difficoltà.

Quali sono le grandi alternative quando bisogna educare un bambino alla morte?

La prima, quella dominante nella nostra cultura, è l’alternativa della distrazione: la morte non è cosa da bambini. La maggior parte di noi, quando un bambino fa delle domande sulla morte, cerca di svicolare perché si pensa che il bambino non debba toccarla. In realtà i bambini, la morte, la toccano continuamente e si fanno le loro teorie, spesso molto poetiche e complicate.

Una seconda alternativa è quella del racconto fiabesco. Quella che viene raccontata in questo caso, però, non è la morte, ma è appunto una fiaba, un racconto. E così non educhi i bambini alla morte reale, concreta, vera. Non solo la letteratura ma anche la religione lavora su questo ambito. Per esempio, la religione riflette sulle narrazioni dell’eternità, tutti i racconti religiosi sono narrazioni dell’eternità. Questa seconda alternativa, validissima ma fiabesca, non soddisfa coloro che auspicano un’educazione laica e razionale.

C’è poi l’alternativa degli psicologi che consiste nel sostenere che ai bambini bisogna raccontare la verità: si deve aiutare il bambino a crescere in modo tale che, durante il processo di crescita, impari a elaborare la morte in un modo adulto arrivando, quindi, a concepire la morte come la concepisce un adulto, cioè come qualcosa di naturale, di irreversibile ma con cui in definitiva si può convivere. La morte naturale serve, ci vuole; se nessuno mai fosse morto la specie si sarebbe già estinta perché la vita della specie si basa sull’equilibrio fra nascita e morte.

Tutte queste alternative hanno vantaggi e svantaggi. 

Per esempio, la distrazione in certi momenti può non riuscire, non è possibile distogliere l’attenzione da certi eventi. Che fai allora? Puoi scegliere una delle altre alternative.

Se gli racconti una favola, per esempio, hai il vantaggio che il bambino può padroneggiare la morte attraverso la sua fantasia, la sua immaginazione. Ma quante favole possiamo raccontare? Ogni genitore, ogni poeta può raccontare una favola. Le favole che noi raccontiamo sono scelte che noi facciamo e riflettono ciò in cui crediamo.

Cosa non funziona per esempio quando gli raccontiamo la favola che i morti vanno in cielo? Non funziona il fatto che la maggior parte di noi a quella favola non crede più. 

Questo è il problema delle favole. Bisogna che prima uno ci creda. Questa è una delle ragioni per cui l’educazione fiabesca alla morte è in una crisi spaventosa, i bambini non sono più soddisfatti dei racconti che gli facciamo, sono troppo critici, il mondo attorno gli ha già dato troppe informazioni e alle favole non credono più (proprio come gli adulti). Raccontare favole ai bambini oggi è diventato difficilissimo perché sanno che non sono vere.

Io non ho alcun tipo di ostilità nei confronti della favola, è una delle alternative umane, è l’alternativa della bellezza, è il tentativo di risolvere i problemi creando altri mondi attraverso l’arte. Però viviamo in un mondo in cui quell’alternativa è in una profonda crisi così come è in profonda crisi l’alternativa della distrazione anche se continua a prevalere.

La terza alternativa, quella di raccontare al bambino le cose in modo realistico e aiutarlo a guardare i fatti per quello che sono, permette di sviluppare la mente ed è questo sviluppo che gli consente di elaborare la tematica della morte. Questa è l’idea moderna che deriva dalla scienza ma che a sua volta ha vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è che quando gli raccontiamo che la morte è decomposizione e trasformazione, quindi che si muore ma che questo serve a far rientrare il cadavere nel ciclo della vita, lo possiamo dimostrare con molti documenti. Ma questa è una morte anonima, non risponde all’esigenza cui risponde la fede nell’aldilà oppure la fiaba, l’esigenza cioè che in qualche modo si contrasti l’idea che la morte corrisponda a un annullamento di sé. Biologicamente è vero che morendo non ti annulli, ti trasformi, ma ti trasformi in qualcosa di anonimo.

Un primo passo per affrontare le difficoltà legate a queste alternative è quello di riflettere sulla direzione che vogliamo dare all’educazione: a quale tipo di morte vogliamo educare i nostri bambini? Purtroppo su questo c’è un silenzio assordante e un grande disaccordo, ognuno ha la sua opinione personale.

Se ci pensate, nel corso dei secoli, la cultura religiosa convinceva tutti, veniva anche riprodotta nell’arte e ha sempre funzionato perché quella cultura aveva scelto che la via educativa prevedeva di educare tutti a pensare alla morte come qualcosa di reversibile, un passaggio a un’altra vita. Oggi non ci riusciamo più, una delle cose più in crisi è proprio la fede nell’aldilà.

Noi oggi avremmo bisogno di un’altra alternativa. La via che si intuisce è quella di chi sostiene che ai bambini dovremmo insegnare che non si sa che cos’è la morte, cioè che non è del tutto vero che la morte è una trasformazione biologica, né che la morte è tutto quello che vogliamo inventare attraverso la fantasia, né che la morte è il fatto che si passa dalla vita a un’altra vita. Dire che la morte in fondo non si sa che cos’è significa lasciare spazio alla ricerca, al mistero, al desiderio di saperlo.

Educare un bambino alla morte, educarlo nella lunga prospettiva, vuol dire dirgli che c’è diversità di pensiero. Noi (adulti e bambini) insieme facciamo un percorso per arrivare a pensare la morte, però in questo percorso non ci sono certezze. La morte è l’unica cosa di cui non si può fare esperienza perché se ne fai esperienza non ci sei più. Come lo dici al bambino?

Educare alla morte come educare al limite della conoscenza. 

Questa è la linea che si intravede: quella di non avere fretta di rispondere al bambino né con le favole né con la spiegazione scientifica. Queste due alternative si equivalgono, vanno benissimo ma ciascuna è solo una faccia della verità. 

L’idea è che l’educazione del bambino alla morte passi attraverso l’uso di tutti i mezzi: le favole, la narrazione religiosa, l’informazione scientifica, e che tutti i mezzi convergano verso un punto centrale, cioè che non bisogna avere paura di dire ai bambini che non sai come si risponde a quella domanda e che, forse, non è possibile nemmeno formularla (che cos’è la morte?). 

Di fronte a fatti come quelli accaduti il 13 novembre scorso a Parigi, non ci si può chiedere, come qualcuno ha suggerito, “Torneremo a essere sicuri?”. Se hai insegnato al bambino che prima eravamo sicuri, è lì che non gli hai detto la verità: non eravamo sicuri prima e adesso, di certo, siamo più insicuri perché c’è qualcuno che ce lo fa vedere più da vicino. Devi dire al bambino che c’è il rischio della morte e lo devi aiutare a gestirsi quel rischio senza cercare sicurezze impossibili facendogli credere che nessun nemico arriverà; sennò poi, quando arrivano i nemici, non sai cosa dirgli. La nostra difficoltà in questo momento sta nel fatto che noi abbiamo illuso i bambini dicendo “a te non succederà niente” oppure “da noi non verranno”. Piuttosto dovremmo riuscire a dirgli che speriamo che non vengano e che faremo di tutto perché non vengano. 

E qual è il rimedio da proporre ai nostri figli? 

Invece di dedicarci a scannarci uno con l’altro, dedichiamoci a combattere i mali che sono mali di tutti. Il rimedio nei confronti delle malattie, ad esempio, non è fuggire nella fantasia ma spendere tutte le risorse nella ricerca scientifica per poterle guarire e nella ricerca di una saggezza che ci consenta di reggere quando non è possibile guarirle. 

Oggi si guarda all’educazione dei bambini con un occhio solo, cioè solo con l’occhio di chi li vuole rassicurare, di chi dice che sono bambini e quindi bisogna trattarli in base all’età che hanno. Questo è giusto, ma è la visione di un occhio solo. L’altro occhio dice: loro sono bambini ma tu che cosa hai da offrirgli sulla morte? Qual è la risposta della cultura? I bambini si aspettano che gli adulti abbiano delle risposte. Questo è l’altro occhio, mentre oggi, invece, quando si parla con i bambini della morte si pensa soltanto a farli stare meglio, cioè si pensa a qualcosa di immediato che gli dà solo un’illusione di sicurezza.

Nel momento in cui succede una cosa che ci fa perdere la sicurezza, non basta trovare rassicurazioni ma bisogna crescere partendo da ciò che è accaduto, bisogna cioè approfittarne per imparare un nuovo modo di affrontare le situazioni. Altrimenti, quando è finito tutto ed è passato lo spavento del trauma, i bambini (e anche gli adulti), si convincono che tanto non succederà più, si rassicurano a buon mercato, ma solo fino alla prossima volta quando invece succederà di nuovo. 

Il problema è guardare sia all’immediato che al futuro, al dopo. Per aiutare qualcuno che ha subìto un trauma lo devi aiutare a trasformarsi, a trasformare il mondo nel quale vive, i rapporti con quel mondo, ma non c’è una ricetta immediata. Le rassicurazioni vere non sono mai a buon mercato, hanno un prezzo; noi dobbiamo rassicurare i bambini ma aiutandoli a pagare quel prezzo. Dobbiamo insegnare ai bambini che questa Società, questa Cultura, a prescindere dal terrorismo, è una Cultura del rischio. La nostra Cultura tra cinquant’anni potrebbe non esistere più non perché ci sono i terroristi (che sono solo i perdenti che continuano la loro guerra per far sentire impotenti anche i vincitori) ma perché le emissioni di CO2 nell’atmosfera ci uccideranno; il pericolo non viene da una parte sola.

La paura di traumatizzare fa parte della preoccupazione per le persone a cui vuoi bene ma quando quella paura è eccessiva e scegli di non traumatizzarle mai, tu gli fai un male tremendo. Stai dicendo che non possono sopportare niente. Bisogna imparare a bilanciare traumi e rassicurazione. La nostra educazione ha finito per essere un’educazione senza traumi ma senza traumi non si cresce. Si cresce attraverso i traumi, ci si trasforma attraverso i traumi. Il problema è (educativamente parlando) la somministrazione graduale del trauma, non l’esclusione del trauma. 

“La morte è il mistero più grande della vita. A volte mi chiedo come le sacche d’acqua salata dei perforatori abbiano influenzato la loro visione del mondo. Non do molto credito a chi sostiene che la maggior parte delle persone cerchi di non pensare alla morte inevitabile che le attende. Non penso affatto che sia vero. Non ero certo solo quando, a otto o nove anni, per alcuni periodi pensavo quasi ogni giorno alla morte che mi aspettava da qualche parte oltre l’orizzonte. Lo facevano e lo fanno tutti i bambini.

Mi preoccupa, invece, che oggi in Svezia si possa vivere una vita intera senza vedere una persona deceduta se non sullo schermo di un televisore o di un cinema. Se si dimentica il momento della morte, la vita finisce per diventare incomprensibile. Non che secondo me si debbano portare in gita all’obitorio i bambini della scuola materna. Ma come si possono indurre i giovani a rispettare la vita se la morte è relegata agli ospedali e alle agenzie di pompe funebri? Il fatto che in un Paese come la Svezia la morte sia scomparsa è una grande sconfitta culturale che non lascia presagire nulla di buono per il futuro”.

Henning Mankell, Sabbie mobili, Marsilio, Venezia, 2015 (p. 228)

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