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Autore: Nicola Rabbi

5. Perché a scuola. L’esperienza di un maestro

di Alex Corlazzoli, maestro e giornalista

Nessuno mi ha mai fatto un corso sull’autismo: non c’è dirigente che mi abbia mai fatto avere la Legge approvata il 18 agosto del 2015. Nessuno mi ha mai spiegato come affrontare dal punto di vista didattico un dislessico, un discalculico o un disgrafico. So solo che li chiamano DSA: non so quanti siano, non c’è occasione in cui con i colleghi abbiamo letto insieme, in un collegio docenti, la Legge 170 dell’8 ottobre 2010.
Quando sono sbarcato sul pianeta scuola mi è persino capitato di essere catapultato a fare l’insegnante di sostegno senza avere le specifiche competenze: l’importante era coprire un buco, sorvegliare. Non c’è preside che mi abbia mai chiesto: “Maestro ma lei ha mai fatto un’esperienza, anche di volontariato, con i disabili?”. Ecco, l’handicap più grande ce l’ha la Scuola. Sono io il menomato, quello che parte in svantaggio nella realizzazione di quell’inclusione garantita, in teoria, sin dal 1977 dalla Legge 517 e poi dalla Legge 104 del 1992 che puntò poi a una piena integrazione della persona disabile.
Per anni siamo andati fieri della nostra educazione integrata e della lotta all’emarginazione nata con la chiusura degli istituti speciali per disabili e l’inserimento dei ragazzi con disabilità all’interno delle scuole comuni.
Ma non siamo più negli anni Settanta e da quarant’anni la Scuola, i maestri, non si pongono una domanda in maniera schietta, netta e sincera: “Che inclusione stiamo realizzando? Basta avere i ragazzi tra i banchi per poterci vantare della loro integrazione?”.
A farmi riflettere più di ogni altro è stato Mattia, un mio ex alunno con il quale ho scritto il libro Sai maestro che da grande voglio fare il premier (A. Corlazzoli, M. Costa, ADD Editore, 2015): “I nostri insegnanti non aiutano a realizzare davvero un’integrazione. Anzi sembra che si vedano le differenze. Spesso c’è qualche professore che in classe dice: “I DSA che hanno la fotocopia alzino la mano. Se fossi in loro mi vergognerei, mi sentirei etichettato”.
Basta questa frase per comprendere quanta strada dobbiamo ancora fare affinché ogni insegnante sia in grado di entrare in classe e garantire una scuola “aperta a tutti” come cita la Costituzione.
Ma la scuola dell’inclusione è troppo preoccupata e paralizzata dal fare verbali, relazioni, carta su carta per dire che per quel bambino è stato fatto tutto il possibile, dimenticando poi la vita quotidiana.
Una realtà fatta da un’inclusione fasulla, dalla mancanza di insegnanti di sostegno sostituiti da assistenti ad personam pagati otto euro lordi all’ora da cooperative sociali che sfruttano la manodopera di giovani precari neolaureati.
La continuità nel rapporto docente di sostegno–alunno con disabilità è importante non solo nel corso dell’anno scolastico ma anche per l’intero ciclo, eppure secondo l’Istat il 10,8% degli alunni diversamente abili della scuola primaria ha cambiato maestra a lezioni già avviate, così l’8,8% alla secondaria di primo grado.
Ancor più grave notare che il 44,1% dei bambini disabili e il 39,8% dei ragazzi delle medie, a settembre è costretto a conoscere un insegnante di sostegno diverso da quello che ha lasciato a giugno. Certo quest’ultimi sono aumentati ma anche i ragazzi: oggi si contano 110mila docenti per 210.909 alunni con disabilità, uno ogni due allievi in media, nonostante le differenze territoriali siano molto marcate.
Il problema che conoscono molto bene le famiglie delle persone disabili resta quello delle ore dedicate ai loro figli: nel Mezzogiorno si registrano 15,4 ore medie settimanali alle elementari (su 24) e 12,1 ore medie nella scuola secondaria, una cifra che scende rispettivamente a 13,3 e 10,0 al Centro e addirittura a 11,5 e 9,5 al Nord.
Un dramma per mamma e papà: dalle rilevazioni dell’Istat è emerso che il 10% delle famiglie della primaria e il 7% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni ha presentato ricorso al Tar per ottenere un aumento delle ore.
L’inclusione passa prima di tutto dall’abbattimento di ogni tipo di barriera: mentale, culturale ma anche fisica. Per capire quanto sia falsa la nostra in Italia provate a pensare ai servizi igienici: i ragazzi che non hanno difficoltà hanno i bagni separati a seconda del sesso. Fin dalla scuola materna i maschi hanno i loro servizi igienici e le femmine pure.
Sfido chiunque a segnalarmi un bagno per disabili distinto per genere: questa mancanza è un fattore di ulteriore disagio considerato che in tutte le scuole questa distinzione per gli alunni cosiddetti normodotati esiste da sempre. Che inclusione ci può essere in una scuola che, secondo i dati dell’ultimo rapporto di “Cittadinanza attiva” ha il 18% delle segreterie con le barriere architettoniche? Ostacoli che si trovano anche in sala professori. Così per quanto riguarda le palestre, i laboratori e gli altri spazi, siamo di fronte a una scuola inaccessibile: le aule degli studenti hanno barriere architettoniche nel 29% delle scuole.
 Ma la prima barriera alla reale inclusione è l’ignoranza. La lezione più bella l’ho avuta da una competente terapista che seguiva un ragazzo gravemente autistico che frequentava una scuola dove ho insegnato in passato. Mi propose di fare una serie di lezioni alla classe per spiegare loro cosa aveva il loro compagno. Venne a scuola non tanto per visionare il bambino autistico ma per osservare i compagni. Spiegò loro le risorse, i limiti, le capacità, le competenze del loro compagno. Diede ai ragazzi, ma anche al maestro, la possibilità di sapere, di conoscere, di non ignorare ma di comprendere in maniera quasi scientifica che cos’è l’autismo. Questa è la strada da percorrere. Non ci sarà Decreto delegato utile se prima non faremo un passo in questa direzione.

4. Un’idea forte

di Luca Baldassarre, ex animatore e formatore del Progetto Calamaio

Gli oltre vent’anni passati al CDH sono stati più di un’esperienza professionale, ma un vero percorso di vita che ha accompagnato e scompaginato la mia crescita umana e personale. È stata una fortuna poter condividere ideali forti e grande sintonia con un bel gruppo di lavoro che ha avuto voglia di stare assieme e migliorare. Non a caso siamo riusciti a focalizzare e concretizzare obiettivi importanti. Credo che parte del merito vada riconosciuto a un contesto territoriale favorevole, con una comunità attenta e una rete di servizi sociali davvero all’avanguardia e di prim’ordine, che per parecchi anni ha potuto contare su competenze, idee innovative e risorse economiche importanti.
Venendo a me, dell’esperienza nel Calamaio conservo tutto: le facce e le vite delle persone, la dimensione del gruppo, le soddisfazioni, la fatica e le pesantezze e le tante tantissime risate spensierate. Nel Calamaio sono stato bene. Negli anni in cui ne ho fatto parte ho sentito il fermento creativo e ho visto partorire tanti spunti interessanti che sono diventati anche progetti reali.
Se dovessi scegliere, penso che l’idea forte del Calamaio, la più innovativa e creativa, sia stata quella di proporre le persone con disabilità come educatori e formatori, quando la loro immagine sociale li relegava a un ruolo da utenti di servizi, definendoli “non collocabili al lavoro”. Per me, anche il passaggio da un’associazione di promozione sociale a una cooperativa sociale di produzione lavoro scommetteva su questo. Sul concetto che le persone con disabilità potessero essere parte attiva e partecipata della società, nei limiti e nel rispetto delle proprie difficoltà ma con un protagonismo competente e una funzione da educatori riconosciuta e apprezzata. Il passaggio successivo è stato quello di trovare una mediazione tra questa istanza, di proporsi in un mercato libero con prodotti culturali, e un quadro generale di sostenibilità dell’impresa cooperativa alla luce anche dei bisogni del territorio, dei servizi sociali e delle esigenze delle famiglie.
Pur dentro un mercato protetto, è stato chiaro da subito che la sostenibilità della cooperativa non poteva prescindere dall’affiancare a prodotti culturali a mercato, servizi di natura socio-assistenziale, pagati dalle aziende sanitarie locali o di servizi alla persona, che fornissero risposte alle famiglie. Di qui, la scelta logica di associarsi ad altri enti cooperativi proponendosi come soggetto gestore di servizi educativi, socio riabilitativi e di inserimento lavorativo, rivolti a persone con disabilità.
Non so se questa impostazione sia il giusto compimento alle grandi ispirazioni iniziali ma forse era e resta l’unica strada percorribile…

3. Il nostro Calamaio. Dialogo tra due animatori vecchia data

di Floriana De Nigris e Roberto Ghezzo, ex educatori e formatori del Progetto Calamaio

FLORIANA
Quando Sandra Negri ci ha chiesto di scrivere un articolo sui primi anni del Calamaio ho pensato che sarebbe stato bello intitolarlo così: “Il nostro Calamaio”, un po’ seguendo le orme de “La mia Africa” della Blixen.

ROBERTO
Perché no? Il Calamaio è sempre stato qualcosa di molto personale, inscindibile dalle persone in carne e ossa che lo compongono. Il Calamaio è una dimensione dell’Io e del Noi, del mio e del nostro: abbiamo vissuto un grande senso di appartenenza a questo lavoro. Un Progetto sempre uguale nella ispirazione di fondo e sempre diverso a seconda delle persone che lo compongono. Parlare di come era nei suoi primi anni e parlare di noi stessi è la stessa cosa. Inizia tu.

FLORIANA
Mi chiamo Floriana De Nigris, sono nata a Bologna nel maggio del 1963, ho fatto studi sociopedagogici e avevo già fatto un corso di specializzazione come Tecnico della riabilitazione settore handicap e avevo lavorato per l’AIAS in un servizio di sostegno scolastico nelle scuole elementari prima di entrare nella sede del CDH, la prima sede, quella di via Alamandini: due stanze, credo, o tre… piccole, insomma un buco, sede della rivista “Accaparlante”. Tutte le mattine si faceva una riunione per impostare il lavoro e relazionarsi col resto del gruppo. Talvolta durava più la riunione del lavoro stesso.
C’era un bel fermento: tutti i progetti che dopo sono diventati famosi, e chi conosce il CDH sa di che parlo, erano agli esordi, germogli rivestiti di entusiasmo e forti idea- li. Persone giovani che affiancavano persone giovani con disabilità, tutti sullo stesso piano, fianco a fianco a costruire un mondo nuovo, quella che chiamavamo una nuova cultura dell’handicap. Che bell’aria si respirava! Era la Bologna della cultura e della solidarietà!

ROBERTO
È vero! Anche io, che sono arrivato qualche anno dopo, mi sentivo nel posto giusto proprio per l’atmosfera che tutto poteva essere possibile, tutto si poteva costruire, con un sano ottimismo, realistico, e anche divertimento. Il lavoro con persone con disabilità si trasformava: da noioso, ripetitivo, assistenziale, a qualcosa di coinvolgente, sorprendente, un’avventura. Il Calamaio era un nuovo lavoro che ci trasformava, nei ruoli, nella relazione tra chi era con disabilità e chi non lo era.

 FLORIANA
Infatti, inizialmente ero lì per una borsa lavoro con una ragazza affetta da tetraparesi spastica. Il suo compito era inserire i dati degli abbonati per stampare le etichette per la spedizione della rivista “Accaparlante”. Io ero al controllo perché il lavoro venisse eseguito bene, trainer motivazionale e assi- stente alla toilette naturalmente; è lì che ci ho rimesso la schiena: L1, L2, L3, L4… Era pesantino sollevarla di peso, busto compreso. Ma ero giovane, le volevo bene, era il mio lavoro e pensavo di essere invincibile. Eh sì, perché Stefania era deliziosa e lo è tuttora che ha già tutti i capelli bianchi e qualche rughetta attorno agli occhi: aveva occhi grandi e nocciola, espressivi, con il di- to indice un po’ curvo puntato verso l’alto quando asseriva delle cose inarcando la schiena, con il capo riccioluto all’insù per far uscire fuori meglio la voce. Era dolcissima e lo è tuttora, insisto col concetto!
Naturalmente il lavoro, inserire dati, era noiosissimo: qualche volta sbagliavamo entrambe la dicitura delle etichette (lei a scriverle e io a controllarle: complici?). Apparentemente intente a guardare lo schermo, origliavamo in realtà ciò che avve- niva alle nostre spalle: incontri nelle scuole, handicap come tesoro… tesoro? Quale tesoro? Contatti con le scuole… interessante, altro che abbonati!
Idea geniale: e se anche Stefania cominciasse a collaborare e la borsa lavoro si veicolasse su questo progetto? Detto, fatto! L’idea all’ASL piacque. Ci ritrovammo coinvolte in riunioni, programmazioni, incontri istituzionali e io mi trasformai in animatrice, promotrice, ideatrice di percorsi didattici. Stefania è diventata col passare del tempo una bravissima animatrice nelle scuole, un lavoro molto più gratificante e creativo che inserire dati!
Mi venne in mente che ogni incontro doveva essere pagato. All’inizio chiedemmo un contributo forfettario e negli incontri iniziali, quelli più importanti (io non avevo ancora esperienza) ci aiutò Andrea Pancaldi, il coordinatore storico del CDH. Una volta preso il coraggio, certi del significato e dell’importanza di ciò che si proponeva, stabilimmo un giusto tariffario e non fu cosa da poco, perché ogni progetto deve avere un proprio sostentamento, una base solida.

ROBERTO
Questa è stata un’idea fondamentale, l’essere pagati per un lavoro professionale svolto da persone con disabilità nel ruolo di animatori protagonisti. È qualcosa che ha cambiato qualitativamente tutto, lasciandosi definitivamente alle spalle una certa mentalità pietistica e instradando il gruppo del Calamaio verso una consapevolezza più alta, una maggiore autostima, direi.

FLORIANA
Se ci pensi sono passati 30 anni e il progetto esiste ancora e conta 20 persone al suo attivo. Se non ci fosse stata una base solida sarebbe stata una bellissima e brevissima meteora (e, nel sociale, quante se ne vedono in giro). Iniziammo a differenziare gli interventi per gli ordini di scuola e contattammo Regione, Provincia, Comune, Provveditorato, Assessori Scuola e Cultura, Direttori, Presidi, Associazioni: quante porte bussate!
Toc, Toc… Toc, Toc… Lunetta Gamberini: siamo ora nella nuova sede. Riunione con Imprudente, il suo obiettore Luigi Burzi, Stefani Baiesi, io… Toc, Toc… È Fazzioli, un handy che gioca a calcetto in carrozzina, collabora al CDH da un sacco di tempo, questa mattina col suo nuovo operatore: Roberto Ghezzo!

ROBERTO
Eccomi qua. Il mio Calamaio è iniziato per puro caso: l’allora responsabile degli educatori dell’AIAS di Bologna, Rita Serra, mi aveva chiesto di fare l’assistente domiciliare di Alberto Fazzioli, un ragazzo con tetraparesi spastica. Dovevo prelevarlo da casa e portarlo al CDH, in via degli Orti 60. 16 ore settimanali. A tempo determinato.
Era il mio primo lavoro vero (mi ero laureato in Filosofia a Venezia e durante il periodo di obiezione di coscienza mi ero interessato alla disabilità): un’amica, con la quale avevo fatto il volontario in una vacanza a Fano organizzata dall’ANFFAS, mi aveva detto che cercavano persone all’AIAS.
Ho iniziato così, portando Alberto al CDH che allora era vicino a casa mia: il CDH era una piccola struttura piacevole inserita in un bel parco, tutto piano terra senza barriere, vicino a un centro anziani. Alberto si occupava della società sportiva S.P.Q.R., Sportivi a Quattro Ruote, che aveva inventato il calcetto in carrozzina. Dentro al CDH era tutto un ribollire di idee e attività: la rivista HP, la biblioteca e ovviamente il Progetto Calamaio. Mi colpivano le persone, alcune decisamente intellettuali, altre più creative, l’ambiente era allegro, sereno, fuori dagli schemi per essere un luogo di lavoro. Mi aspettavo di trovarmi di fronte a un centro riabilitativo o qualcosa del genere, e invece l’attenzione non era centrata sulla disabilità delle persone, ma sulla loro creatività, sulla loro voglia di costruire una “nuova cultura dell’handicap”, allora la chiamavamo così.
La giornata iniziava invariabilmente attorno a un tavolo per la riunione quotidiana e poi ci si metteva a lavorare in maniera individuale. È stato a quel tavolo che una volta, trovandomi da solo e un po’ spaesato, ho provato a comunicare con Claudio Imprudente, che era lì che mi fissava, attendendo il momento in cui avrei avuto voglia di prendere in mano la lavagnetta trasparente che gli permette di comunicare. Pensare a quante cose abbiamo fatto da allora con quel primo gruppo di persone mi riempie di orgoglio.
La formazione base era costituita dai disabili Claudio, Stefania, Cinzia e Alberto, con gli operatori Floriana, Roberto e Luca, che aveva iniziato come obiettore a Maranàtha e poi si era trasformato in operatore di Claudio. Ma la distinzione disabili-operatori era più per l’esterno, per i rapporti formali. In realtà ci sentivamo parte di un unico gruppo di persone che aveva in mente un ideale: ridurre l’handicap a livello culturale, con tutta la creatività e immaginazione che avevamo.
1992. Mi ricordo i primi incontri in una scuola materna, a Borgo Panigale: gli incontri del Calamaio di Claudio funzionavano alla grande, sia alle elementari che alle medie e ancor meglio alle superiori. Ma la materna è stata un’incognita… Come parlare di disabilità con bambini di 4-5 anni? Mi ricordo con affetto e gratitudine Andrea Canevaro, il nostro nume tutelare, che alla riunione con i genitori e le maestre ci aiutava a spiegare le ragioni del Calamaio, dell’integrazione possibile.

 FLORIANA
E da allora, Roberto, il mio Calamaio è diventato anche il tuo Calamaio perché tu non ti sei solo incuriosito, ti sei appassionato e hai sposato la causa: tanto che io nel 1995 andrò via e tu invece ti fermerai ancora 10 anni. Finalmente non ero più sola. Qualcuno potrebbe protestare: gli obiettori con i quali ho lavorato prima di te, e ne ho contati diversi, andavano e venivano, ogni anno dovevo rispiegare tutto. Certo a ognuno di loro devo tanto, ma in primis devo tanto a Claudio Imprudente, il disabile che per primo ha costruito l’idea coniandola sulla propria persona, come un bel vestito cucito su misura, l’idea del Progetto Calamaio. Carta e penna, parole e sguardi, inchiostro e incontri, parliamo della disabilità ma con una piccola-grande rivoluzione copernicana: protagonista è la persona con disabilità che parla di sé. Il motto era: non più sull’handicap, ma con l’handicap. Idea geniale, frutto di Claudio Imprudente e del suo collaboratore dei primi anni, Triche (Marco Tibaldi).

ROBERTO
È vero Flò, il Calamaio è soprattutto fatto di incontri, a tu per tu, a tu per noi, a noi per voi… Sempre incontri, inviti a pranzo, contatti per vedersi all’ora x nel posto y per incontrare bambini, famiglie, insegnanti, in tutta Italia. Quando ti muove un sogno, una causa importante, alla fine incontri persone che credono in quello che credi anche tu. Si fa contatto: in modo naturale, sembra di averli conosciuti da sempre, ci si incontra ma è quasi come fosse un rincontrarsi. Ho in mente un sacco di volti amici, persone che ci hanno voluto bene e a cui noi abbiamo voluto bene, con le quali ci siamo fatti un sacco di risate o abbiamo condiviso un’emozione.

FLORIANA
E cresci… cresci personalmente, cresci professionalmente, cresci senza accorgertene, cresci senza sforzo, come una pianta che non può fare a meno di crescere, partendo dal germoglio che con forza prorompente spacca l’involucro, contrasta la forza di gravità e sale facendosi spazio in quella terra fredda e nuda di Carducci per uscire allo scoperto e guardare il cielo. È stata dura, in fase iniziale, per il Calamaio rompere il germoglio. Ma non avevamo detto senza sforzo? Sì ma non da subito. Il primo germoglio da rompere eravamo noi stessi, il nostro pregiudizio. Col tempo siamo anche diventati consapevoli che poteva essere un limite contare troppo su un’immagine di disabilità vincente. Tetraparesi sì, con tanto di carrozzina: ma quanta intelligenza però, quanta sensibilità… e che arguzia… fanno pure le battute spiritose. Ci rendevamo conto che agli occhi degli altri si poteva passare per fenomeni, per l’eccezione che conferma la regola, passando dall’immagine perdente e pietistica verso un’altra immagine altrettanto costruita e perdente, saltando a piè pari la normalità.
L’autoconsapevolezza, costruita giorno per giorno attraverso il dialogo tra di noi, cresceva unita a tanto entusiasmo e ottimismo per i risultati raggiunti, grazie agli incontri e al dialogo con persone che ci aiutavano a crescere. Tutta questa positività in parte guadagnata con le fatiche di una vita, in parte costruita come una riserva per i periodi di vacche magre, andava di tanto in tanto scaricata per costruire altre certezze, altre possibilità: non è forse vero che bisogna levare l’attracco e prendere il mare aperto per trovare nuovi porti, nuovi paesi e genti?

ROBERTO
Il Calamaio è stato un lavoro continuo che ci ha trasformato. Io all’inizio, agli incontri di animazione soprattutto con i più piccoli, ero un po’, come dire, di legno, piuttosto cerebrale: poi imparando da te mi sono lasciato contagiare dalla magia dell’animazione, del divertirsi imparando. Credo che la specificità del Calamaio, che poi non ho sperimentato in nessun altro luogo di lavoro, stia nel coniugare l’attenzione alle persone (i loro ritmi, le loro capacità, i loro talenti, le loro difficoltà) con la ricerca dell’efficacia, del risultato di qualità, sempre perseguiti attraverso il benessere di un lavoro creativo, che coinvolge tanti aspetti di noi. La piccola comunità del Calamaio, inserita nella piccola comunità del CDH, è la riprova che se le persone stanno bene, vengono riconosciute, allora riescono a comunicare agli altri benessere. Tutte le persone che abbiamo incontrato (in particolar modo, secondo me, i genitori di persone con disabilità) ci hanno riconosciuto una capacità di vivere la disabilità non in modo passivo ma attivo, consapevole (talora imprudente e incosciente!), insomma vivo e creativo. Questo è l’aspetto filosofico che mi ha entusiasmato e tuttora, adesso che faccio l’insegnante di sostegno, mi entusiasma, mi acchiappa, mi sorprende: la disabilità non tanto come oggetto di cura, di assistenza, di conoscenza specialistica, ma come punto di vista sul mondo, come prospettiva che tiene conto del limite e delle risorse di tutti, uscendo dalla logica della riserva, degli addetti ai lavori, per farsi patrimonio di bellezza e creatività di un contesto, di una comunità. Il nostro Calamaio fa parte della nostra storia, ci ha aiutato a trasformarci in quello che siamo diventati e tu, cara Flò, sei diventata naturopata.

FLORIANA
Eri di legno, ma di legno buono, di quel legno che se lo metti nel camino, il fuoco dura e si spande un gradevole profumo. Ma bisogna bruciarlo quel legno perché questo avvenga e tu hai accettato di ardere. Di legno, mica poi tanto… Suonavi, scaricavi carrozzine, materiali, e poi suonavi ancora le note delle nostre canzoncine che cantavamo assieme ai bimbi e io ho creduto persino di essere intonata mentre cantavo a squarciagola “Sveglia il mattino e guardalo con gioia”, nel pratone della scuola materna di Borgo Panigale di fronte a centinaia di persone fra bambini, nonne, genitori, insegnanti. Tutti insieme a guardare con gioia i due orsi, Alberto Fazzioli e Stefania Baiesi, che hanno rischiato più volte di morire di caldo nel loro travestimento di pelliccia (le feste di fine anno naturalmente si fanno a fine maggio) e tutti i piccoli nei loro vestitini, animaletti, fiori, farfalle, attorno, a quei due handicappati che anziché essere utenti erano animatori.
In effetti, a ripensarci, sembravamo una famiglia. Mi è sempre piaciuto creare dei varchi, sperimentare e nello steso tempo fare casa. Lavorare e fare casa curando i rapporti nella quotidianità in un clima familiare, di impegno ma anche di divertimento.
Quando andavamo in trasferta con Claudio, la Baiesi, il Fazzioli, Toschi, la Cinzia, guai a non divertirsi! Il clima buono e festaiolo era uno degli elementi indicatori che le cose stavano procedendo bene e fu questo stare bene insieme a essere il segreto del nostro successo.
Eravamo come un virus, contagiavamo: i bambini, i ragazzi, i genitori e pure gli insegnanti e anche gli assessori che, contagiati, riuscivano a trovare con mille escamotages i finanziamenti, spulciando i comma di leggi e leggine per investire su di noi, sulla buona scuola, quella buona davvero, quella che fa stare bene.
Ma stare bene secondo quale tipo di concezione? Si può parlare di benessere e disabilità? Questa è una buona domanda. È un ossimoro o realtà vivibile e fattibile?
Facciamoci aiutare dalle immagini, linguaggio di antichi archetipi. Quando diciamo benessere subito pensiamo ai centri con terme e beauty farm, candele accese e orchidee, vapori e mani sapienti che decontraggono anche l’impossibile… e poi suggestioni di aromi che attivano e disattivano, fragranze che dialogano con l’infinito.
E la disabilità, come si colloca al mondo delle fragranze? Il contatto con la disabilità avrà un effetto de-stressante? Un buon incontro con la disabilità crea un’essenza? Il Progetto Calamaio nelle scuole, una presenza qualitativamente gradevole ed efficace, non continua forse tutt’oggi a creare quella scenografia olfattiva la cui fragranza dipende dalla presenza di ognuno (disabili e non)? E allora qualcosa di antico, di profondo, di arcaico, viene risvegliato. Da cosa? Dal torpore dei consumi, dell’omologazione, del sempre uguale, del “non si può fare perché è inutile”, dal torpore della morte che non muore mai e non morendo ti logora, ti consuma, ti spegne ciò che non ha mai acceso, senza che tu lo sappia, che tu te ne accorga, così non fai in tempo neppure a reagire.
Ma c’è un ricordo che qualcuno ha risvegliato…c’è un profumo che persiste, come se fosse un primo ricordo, che risale all’infanzia. Cos’è questo odore che mi fa star male, che se lo prendo anche in dose massiccia mi fa star bene?
Allora abbondiamo, senza misura, dove non c’è misura, dove ci si apre al crescendo e il troppo non dà disgusto. Chi l’ha mai detto che la via giusta è quella che sta nel mezzo?
Il mezzo non sa di niente, non sta né da una parte né dall’altra, il mezzo è mezzo mica è uno! E io voglio l’uno, io sono l’uno.
Il Calamaio: tanti uni ma per fare gli uni e gli altri. Come fanno gli altri a stare senza gli uni? Noi, uno+uno+uno, noi uni del Calamaio, volevamo essere uni per incontrare altri uni, quelli interi, mica mezzi, mica pressappoco.
E mentre cercavamo questo, si spandeva quell’odore strano, quell’odore che riguarda me, che riguarda te, che ci fa riconoscere, quell’odore che fa rima con amore, dolore, sapore, migliore, valore… Un odore che è come un colore, quello del cuore.

2. I Fab Four

Le origini del Calamaio secondo Claudio Imprudente.

In principio furono i Fab Four. Io, Michele Morritti, Andrea Tinti e Alberto Fazzioli, tutti e quattro persone con disabilità, con cui ci incontravamo a casa mia tre mattine a settimana, a Bologna in zona Corticella. Insieme ad Alberto c’era anche Andrea Pancaldi, un ragazzo che all’epoca faceva l’obiettore di coscienza all’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), venti mesi in tutto.
Prima però riavvolgo il nastro e vi riporto alle origini dell’antefatto.
Era il 1968, anni di contestazione a Bologna e nel mondo, anni di apertura, di ricerca di una cultura e di un’educazione nuove, anni di uomini grandi come il sindaco Giuseppe Dozza che aveva appena terminato il suo mandato insieme al cardinale Lercaro, anni in cui imperversavano gli hippies, le minigonne e i Beatles cambiavano la storia del rock.
Un panorama pieno di vita insomma in cui i quattro di Liverpool non erano certo i soli giovani scarafaggi irrequieti. Ogni scarrafone d’altronde è bell’a mamma soja ed è sulle note di “Imagine” che quattro ragazzetti senza molti peli sulla lingua cominciavano a muovere i loro primi passi nella città delle due Torri.
Ovviamente sto parlando di me, Michele, Andrea e Alberto, un’amicizia di lunga data, la nostra, condivisa sui banchi di scuola, a cominciare dalle elementari alla Scuola Beltrame, all’epoca delle scuole speciali, tutti e tre nella stessa classe. Quando è arrivata la legge sull’integrazione scolastica, nel ’77, alle scuole medie “Irma Bandiera” ci siamo divisi, stessa scuola ma classi diverse, eccetto io e Alberto, per il quale rappresentavo un riferimento importante e che la nostra insegnante ha cercato di inserire con me. Non per questo mancavano gli incontri con Michele e Andrea nei corridoi, parlando di calcio, giochi e fughini.
Alle superiori c’è stata la diaspora, io ho fatto lo scientifico, Alberto le magistrali, Andrea il classico e Michele ragioneria. Il pomeriggio però ci si ritrovava tutti al cosiddetto Centro Bernardi, il Centro Riabilitazione Spastici di Bologna, in via Bernardi per l’appunto, dove, tra un esercizio e l’altro, ci si scambiava opinioni e ci si confrontava.
Sullo sfondo, ad accompagnare i nostri passaggi di vita e le battaglie per l’integrazione c’era sempre l’AIAS, a cui avevamo aderito già alle medie, quando a scuola, inviavano gli obiettori di coscienza ad affiancarci e si creavano subito forti legami. Ovviamente dietro c’erano anche le famiglie, famiglie rivoluzionarie, che non avevano paura di in- ventare soluzioni prima ancora di cercarle. Così, una volta terminate le superiori, ci siamo guardati intorno e insieme a tutto questo gruppo di persone ci siamo chiesti: “E adesso? Che cosa combiniamo? Chi ce lo trova un lavoro? E soprattutto quale?”.
Io, Michele, Andrea e Alberto cominciammo allora a incontrarci più spesso, per stare insieme ma anche con l’idea di cominciare un’ipotetica attività. Da lì è nato il primo nucleo del CDH, il Centro Documentazione Handicap che oggi conoscete, costituito quindi da Imprudente, Morritti, Tinti, Fazzioli e il giovane Pancaldi, che citavo all’inizio, a cui si è poi aggiunto Mauro Sarti, oggi noto giornalista, che ha cominciato a fare l’obiettore di coscienza affiancando Andrea e insieme abbiamo continuato il lavoro, prima dell’82. Successivamente abbiamo trovato una sede per il CDH, all’interno dell’AIAS.
Là in via Alamandini, nei pressi di via Mirasole a Porta San Mamolo, sempre a Bologna, è proseguito il tutto.
Il Professor Andrea Canevaro, allora pedagogista e ricercatore presso l’Università di Bologna, che già bazzicava la nostra realtà, ci ha poi donato 100 libri per cominciare così a concretizzare la nostra idea, quella cioè che per rendere visibile la disabilità bisognasse cominciare a parlarne, da lì l’idea di fare documentazione e soprattutto la nascita di una domanda fondamentale: “Che cosa può fare un disabile grave per la società e non viceversa?”.
Prima di documentare ci siamo infatti resi conto che era anche importante informare e soprattutto pensare a come fare un’informazione che mettesse al centro la faccia e il ruolo delle persone con disabilità, che fossero presenti, visibili e riconosciute con un’immagine corrispondente alla realtà, che superasse il pietismo, la paura e i pregiudizi, proprio come cantava Lennon in “Imagine”.
Cominciammo a farlo con un giornalino fotocopiato in bianco e nero, il primo numero di “HP-Accaparlante”, allora solo “Accaparlante”, che fece subito discutere, dalla scelta del nome che pretendeva di dare voce a una lettera muta, contrapponendosi provocatoriamente a una rivista allora in voga e dedicata alla disabilità chiamata proprio “H muta”.
Dopodiché da cosa nasce cosa ed essendosi sparsa la voce che era nato il Centro Documentazione Handicap la gente chiamava Andrea per avere delle informazioni su quello che il Centro offriva e sui nostri progetti. Un bel giorno ci ha telefonato una scuola di Finale Emilia, chiedendoci di parlare di diversità ai loro bambini.
Andrea mi ha detto: “Aoh, Claudio, io da solo non me la sento, se vuoi proviamo insieme”. E io ho accettato. L’incontro ha avuto un gran successo e da lì è cominciata un’altra storia. Io usavo ancora la tavoletta di legno e una cosa del genere rappresentava per me una grossa novità oltre che una grande sfida. Come posso fare a raccontare ai bambini cos’è la diversità in maniera diretta e accattivante? Parlando il loro linguaggio, questa fu la mia risposta di allora, e fu così che nacque la favola di Re 33 che gettò le basi di quello che poi nel 1986 sarebbe diventato il Progetto Calamaio, un contenitore e un gruppo di persone disabili e non (e non più solo io) che con il suo passaggio ha cominciato a macchiare la realtà della scuola, lasciando il segno dell’inclusione e della creatività.
Grazie a Re 33, infatti, la voce che c’erano persone con disabilità e non che insieme raccontavano ai bambini la diversità con il gioco e l’ironia è diventata insistente e insieme a lei le richieste di incontri e laboratori, che si sono poi sviluppati molto lentamente in fieri, mentre ruotavano obiettori di coscienza, operatori, volontari e si inserivano nuove persone con disabilità inviata dall’AIAS, che piano piano hanno accresciuto e modificato la storia del gruppo. Tra i molti che sono passati ricordo con affetto Lorenzo Fanti, un caro amico che abitava nel mio quartiere, a Corticella, e che stava praticamente tutto il giorno con me, ventiquattro ore su ventiquattro.
Persone, informazione e educazione, queste sono state le parole che hanno cominciato a scrivere la storia del CDH e parallelamente del Progetto Calamaio, una storia che cambia di anno in anno, così come cambiano le persone con disabilità, oggi con molti più diritti ma non ancora completamente incluse, così come cambiano le politiche, i confini, il mondo del lavoro, della comunicazione, i giovani e i nuovi cittadini in fuga con cui sempre più ci troviamo a confronto.
Fare memoria di questo percorso vuol dire oggi prendere in mano le nostre origini per non smettere di scrivere la storia, la nostra storia. Lo scenario che ora si apre è infatti molto più ampio di quello dei primi anni Settanta e non si limita più al semplice tessuto sociale.
Ora siamo chiamati a mescolarci. Mescolarci nella cultura, nella politica, nello sport, nell’arte e nel tempo libero, creare una cultura di pace che abbia nella diversi- tà il suo valore. Sporcarsi le mani per un mondo più pulito.
Perché la storia siamo noi, cantava Francesco De Gregori, anche lui, insieme ai Beatles uno dei preferiti dei Fab Four di Corticella.

E poi la gente [Perché è la gente che fa la storia]
Quando si tratta di scegliere e di andare
Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti
Che sanno benissimo cosa fare:
Quelli
che hanno letto milioni di libri
E quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia i brividi,
Perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
Siamo noi, bella ciao, che partiamo
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi
Siamo noi questo piatto di grano.

1. Sostenere il cielo

Come racconta Renato Kizito Sesana, in Occhi per l’Africa (Editrice Emi, 1999) c’è un guerriero masai nel pieno del suo vigore giovanile, armato di lancia e scudo e il corpo pitturato con una cera rossa: mentre passeggia vede per terra un passerotto con le zampe rivolte al cielo. Lo crede morto ma poi osservandolo s’accorge che non lo è. “Perché stai in quella posizione?” – gli domanda e il passerotto risponde – “Ho sentito dire che il cielo sta per cadere e io mi sto preparando per sostenerlo!”. Quando sente queste parole il guerriero masai si butta per terra a ridere, si rotola addirittura preso da un’ilarità incontenibile. “Come puoi sperare di sostenerlo tu con quelle zampette che sembrano degli stecchetti di paglia?… Sostenere il cielo!”. Il passerotto non cambia posizione ma risponde: “Io faccio del mio meglio, e tu cosa fai?”.
Questa storia africana descrive perfettamente il senso di un lavoro lungo trent’anni. Il Progetto Calamaio è come quel piccolo passerotto che, senza pensarci due volte, di fronte alla sfida dell’inclusione, della valorizzazione delle diversità, della partecipazione attiva delle persone con disabilità alla vita sociale e culturale, oggi come trent’anni fa, si mette in gioco facendo del suo meglio.
Non recriminando, non lamentandosi, non chiedendo a qualcuno di fare, bensì sporcandosi le mani e mostrando un cammino, una possibile direzione.
Per questo oggi festeggiamo, non solo per ricordare il tempo passato ma soprattutto per rinnovare la sfida, l’entusiasmo, il valore di un progetto che ha ancora il compito di affermare che la diversità è un valore se è messa al centro dell’organizzazione dei nostri contesti.

Ritratti sensibili

a cura di Lucia Cominoli

Lenz Fondazione, nata nel 2015 a Parma dall’unione tra le Associazioni Culturali Lenz Rifrazioni e Natura Dèi Teatri, raccoglie l’eredità del gruppo fondato nel 1986 da Maria Federica Maestri e Francesco Pititto. Rivolto anche ad attori con disabilità psichica, intellettiva e sensoriale, il lavoro del gruppo si è contraddistinto negli anni per il forte segno pittorico e contemporaneo.
Dal 1996 il gruppo cura la direzione artistica del festival Natura Dèi Teatri, dedicato alle performing arts nazionali e internazionali.
Un organismo complesso, quello di Lenz e dei suoi “attori sensibili”, che spazia tra i classici, architetture massive e dispositivi tecnologici sofisticati, utilizzando spesso spazi non convenzionali a favore del coinvolgimento dei pubblici.
Ne abbiamo discusso con la drammaturga e regista Maria Federica Maestri.

Lenz Fondazione compie trent’anni e si definisce oggi come uno spazio di creazione performativa contemporanea, una definizione che quindi non include come identificativa la presenza al proprio interno di attori con disabilità psichica e intellettiva. La maggior parte degli attori di Lenz, tuttavia, ne seguono da tempo il percorso artistico parallelamente a uno più personale di autoconsapevolezza e espressione creativa. Quali sono le origini di questo incrocio che ha portato a sovvertire i confini imposti dalle etichette e a costituirvi invece davvero come gruppo eterogeneo?
Il percorso, come io penso poi valga per ogni formazione artistica, era scritto all’origine, nel senso che il primo lavoro che tra l’altro ci battezza nel 1986 è stato proprio Lenz, tratto dalla novella di Karl Georg Büchner, una delle opere più intense dedicate al poeta e intellettuale Jakob Michael Reinhold Lenz, la cui indentità è palesemente sensibile… Lenz, pazzo, che vaga per le vie della città…
Questa dedica iniziale, importante e identitaria, è stata una premessa e anche una nostra sensibilità che non si manifestava direttamente con la presenza dell’attore “sensibile” ma che lo conteneva, l’identità poetica conteneva insomma in sé l’idea del contagio e della contaminazione psichica con le persone differenti. L’incontro vero e proprio avviene più avanti, alla fine degli anni ’90, precisamente nel ’98 ed è un incontro illuminante che non si esaurisce nella meraviglia e nello stupore di quella che è la fenomenologia e l’evidenza della sensibilità ma è un incontro che si trasforma in una lunga presentazione e trasformazione artistica, un lungo matrimonio che matura ogni anno dal punto di vista esperienziale nostro e del linguaggio.
Questo incontro folgorante dal punto di vista emotivo e intellettuale si è trasformato nella costruzione di una lingua comune che viene interpretata e ristrutturata dal nostro attore sensibile.

La tua è stata definita una “drammaturgia della materia”, che attinge ai classici, alla poesia, che non rifiuta la parola, amplificandola piuttosto nel corpo e nello spazio. Come accompagnare o forse non accompagnare una persona con disabilità intellettiva nella creazione collettiva di un organismo così complesso? È possibile parlare di scambio oltre che di improvvisazione? Quanto contano in questo il ruolo dell’immagine e dei nuovi linguaggi?
Credo che sia inevitabile e non sostituibile la dimensione del tempo. Avere un tempo sufficiente però non significa solo avere un tempo lungo ma conoscere profondamente la persona con cui lavori, l’artista con cui lavori, perché di questo parliamo e trovare il tempo di quell’artista. Penso anche alle nostre esperienze più complesse e radicali dal punto di vista spaziale, l’ultima in senso immaginifico è stata in un padiglione dell’Ospedale Maggiore di Parma, un luogo complesso dal punto di vista architettonico che ci ha permesso di lavorare in stanze, con una compresenza assoluta di tutti gli elementi. Un altro grande allestimento è stato quello di Amleto nel 2012 all’interno del Teatro Farnese o altri spettacoli alla Galleria Nazionale. Come sono entrati gli attori? Che tempo abbiamo utilizzato per far sì che non fosse un’esperienza imposta in cui l’attore semplicemente prendeva posto ma renderla un’esperienza condivisa e coabitata? Ecco per quanto riguarda l’Amleto la differenza direi che sono stati i quattro anni precedenti di studio e di lavoro, quindi un percorso lunghissimo che ha portato a una pratica della drammaturgia shakespeariana profonda anche se poi è stata restituita in un percorso relativamente breve di circa un mese all’interno di uno spazio per l’appunto complesso. Per Il Furioso i tempi sono stati brevissimi, c’è una furia drammatica insita al testo che ha creato le condizioni per un tempo brevissimo ma è stato un progetto a cadenza biennale, per cui sono comunque due anni che noi siamo all’interno della materia con il nostro gruppo di attori. E poi, non dimentichiamoci, ci sono sedici anni di lavoro alle spalle, sedici anni di forte aderenza reciproca, di un forte colloquio dove la lingua che trattiamo è una lingua che si fa in comune. Non solo strumenti decorativi di un’installazione dunque ma con i nostri e i loro tempi abbiamo ottenuto un’assoluta partecipazione coerente, poi a livello intellettivo le risposte sono ovviamente diverse a seconda dell’attore.

Il vostro è un teatro sospeso, basato sulla lentezza e il tempo dilatato, un teatro che arriva alle radici animali pur toccando riferimenti colti e sofisticati, un’esplorazione del corpo complessa che può arrivare a giocare su strumenti e ausili più strettamente legati alla disabilità. Penso per esempio allo spettacolo Daphne dove sulla scena ci sono anche gli zoccoli ortopedici. Un richiamo così diretto alla difficoltà più quotidiana come viene percepito dal pubblico?
L’uso drammaturgico sempre coerente dei linguaggi e dei dispositivi tecnologici contemporanei è fondamentale per rafforzare il potenziale enorme che hanno i nostri attori e dare a volte luce e suono all’oscurità espressiva, dall’amplificazione delle voci o alla registrazione o a dare luce all’espressività nascosta. La luce crea la dilatazione della figura e della figurazione. Penso alla ritrattistica drammaturgica di Francesco Pititto che ha portato proprio luce nell’espressività, potenziando già quella che è la loro straordinaria bellezza, la loro straordinaria intensità.
Questi mezzi sono dunque degli amplificatori che fanno maturare la presenza anche rispetto alla fruizione dello spettatore. Questo dal punto di vista dell’esito spettacolare.
Dal punto di vista invece dell’organizzazione costruttiva del lavoro, io ho impostato nel tempo una forma che non prescinde mai da alcuni elementi che sono le scritture orali stimolate in maniera molto diretta e tematica che vengono registrate e ritradotte e poi riportate all’attenzione per essere nuovamente ritrascritte dal drammaturgo. Ci sono una serie di stratificazioni fondamentali insomma alla base di tecnologie che su entrambi i lati, quello dell’attore e quello dello spettatore, fanno maturare l’esperienza scenica.
Per quanto riguarda l’uso degli oggetti, si uniscono a più “campi oggettuali”, non si tratta cioè di attrezzi, li considero di più sotto un codice estetico e insieme prolungamenti corporei e visivi della personalità dell’attore e della sua sensibilità.
Ogni elemento nel suo minimalismo o nel suo essere massivo dipende di volta in volta dagli allestimenti ed è in relazione determinata con l’attore, è sempre molto forte l’interscambio personale.

Nel 2016 avete dato vita a cinque nuove produzioni particolarmente ambiziose, come Il Furioso, una creazione “installativa” a episodi, in luoghi non specificatamente teatrali. Perché proporre a una città come Parma questa sfida?
La forma di dialogo con il pubblico si è estremamente rafforzata da quando creiamo opere site-specific, dove andiamo davvero con la nostra identità specifica a trasformare i luoghi che ci ospitano e questa trasformazione è un nutrimento per chi è parte della città ma anche per chi si sottrae ai propri luoghi di riferimento, a volte necessariamente nascosti, a volte per mancanza di stimolazione. Quello che in questo senso stiamo perseguendo è un po’ quello che oggi fanno tutti i musei internazionali, rendiamo quei luoghi vitali, non solo perché dentro c’è uno spettacolo ma perché crei una sommatoria di segni che rende quel luogo contemporaneo. Sentiamo forte la continuità, più che con un pubblico generico, con i nostri spettatori che sono parte integrante nei lavori che anche a livello spaziale ti chiedono una presa di posizione diversa rispetto all’altro, al performer, una dislocazione. Penso ai Promessi Sposi, nella grande sala questa volta di Lenz Teatro, in quello spettacolo non c’era più direzione nello sguardo, era davvero una sorta di grande romanzo dove ogni spettatore guardava e leggeva la propria pagina.
Anche se Parma è una piccola città, resta una città che negli anni è stata ricca di stimoli e che negli anni ha percepito la nostra lezione come importante e necessaria.

Sempre all’interno di una cornice contemporanea, Lenz non rinuncia mai all’utilizzo dei classici, classici che ci parlano della storia di ieri e di quella attuale. Come vivono questa dimensione gli attori di Lenz?
È una domanda interessante e senza dubbio complessa. Credo che la risposta debba essere intesa coralmente. Ogni soggetto sensibile ha chiaramente una propria visione del mondo, del tempo e dello spazio, questa è forse la policromia psichica del gruppo, formato da una decina di attori.
È chiaro che in alcuni di essi, come nel caso di Barbara Voghera, un’attrice con Sindrome di Down che lavora con noi dal 1998, c’è una consapevolezza diversa.
Al Tempio della Cremazione di Valera, un luogo molto austero, la sua percezione di essere in una lingua contemporanea è stata più forte di un altro attore sensibile che ha anche un’alfabetizzazione di altro tipo.
Abbiamo però per tutti una resa dei conti finale, tutto dipende da quanto ne parlano dopo, a fine spettacolo e percorso, da quanto è rimasto. Più se ne riparla, più si conferma la loro presenza in una dimensione assolutamente innovativa.

Di cosa si è occupata l’ultima edizione del festival Natura Dèi Teatri?
Mentre noi portavamo lo spettacolo Punto Cieco c’è stato il passaggio da Il Furioso agli spazi del Tempio di Valera e l’intervallarsi di presenze tra danza e musica di artisti internazionali. Uno dei punti più alti è stato Autodafé all’interno del Festival Verdi, una grande installazione complessa ma a cui teniamo molto, maneggiare il materiale verdiano è diventata una delle funzioni del nostro percorso. Il festival ha previsto molti appuntamenti da Simon Mayer, che ha rimaneggiato Il Furioso dal punto di vista di un austriaco e Tim Fuhrer, un artista poliforme che lavorerà sul nostro Macbeth, il nostro ultimo lavoro dedicato ai quattrocento anni di Shakespeare con gli attori ex detenuti dell’ospedale psichiatrico giudiziario, un altro tassello molto forte e grosso della nostra storia che ci ha messo in fascinazione e tensione profonda.

 

 

Jonas Burgert: ciò che potrebbe essere

di Roberto Parmeggiani

Un artista contemporaneo che dipinge, che dipinge grandi tele a olio e che riflette sul rapporto tra illusione e fisicità non poteva essere cresciuto se non a Berlino, tra il prima e il dopo che vede nella caduta del muro il suo spartiacque. Un artista in bilico, quindi, continuamente in trattativa tra ciò che vediamo da una parte del muro e ciò che inventiamo che ci sia dall’altra; tra ciò che posso toccare e ciò che posso sentire, sia esso reale o inventato.
La riflessione che sta alla base dell’opera artistica di Jonas Burgert prende spunto da tutto ciò e in particolare dall’indagare quel desiderio dell’umanità di trovare un significato alla vita al di là della fisicità. Da sempre questo bisogno ha portato l’uomo a percorre il limite tra reale e immaginario, tra quello che è visibile e quello che invece non si vede ma che è altrettanto reale, almeno nella nostra mente.
“Le mie illustrazioni esprimono ciò che potrebbe essere”, dice. Un reale possibile, quindi, non fisicamente percepibile ma che influenza il nostro essere e le nostre scelte in modo talvolta vincolante. La creazione di eroi, dei, figure mitiche, religioni sono il desiderio di andare oltre, di spiegare o di trovare un senso a quella parte di esperienza umana ancora misteriosa, nel modo più ampio possibile e che conviva pacificamente con il razionale che crede vero solo ciò che vede.
Ecco allora che trovano senso i colori fosforescenti al fianco di creature mitologiche o fiabesche rappresentati come dipinti classici, grandi raffigurazioni quattrocentesche. I riferimenti alla pittura rinascimentale e fiamminga sono espliciti come la relazione con le teorie psicoanalitiche di Freud che si mischiano con riferimenti diretti alla cultura pop contemporanea.
Uno degli aspetti più interessanti delle opere di Burgert è il fatto che, a un primo e veloce sguardo, allo spettatore pare di riconoscere quelle scene. Ha la sensazione di avere tutto sotto controllo. Questo, probabilmente, è la risposta inconscia che abbiamo di fronte a qualcosa che armonizza uno stile del passato con una finzione tipica del contemporaneo; un’immagine realizzata secondo canoni estetici ormai interiorizzati insieme a una comunicazione mediatica. È in fondo una rappresentazione di ciò che ci succede quotidianamente, come se nella immensa quantità di stimoli che riceviamo ogni giorno e che ci restituiscono una confusione apparentemente ordinata, le immagini del pittore tedesco ci rassicurassero perché, pur nella loro ricchezza di particolari, non ci appaiono estranee pur essendolo.
È un grande racconto dell’umano, in cui vengono rappresentate le infinite sfaccettature dell’essere. Le opere di Burgert restituiscono alla nostra coscienza quello che il nostro inconscio vuole celare, svelano alla nostra mente quello che la nostra stessa mente tende a definire onirico. Se dovessi fare un parallelo letterario, penserei alla Divina Commedia di Dante, capace di raccontare la società civile e la struttura umana del suo tempo attraverso immagini allegoriche ma con un linguaggio che potremmo definire pop, contemporaneo e accessibile alla maggior parte della popolazione.
Come Dante, anche il pittore berlinese, interpreta un sentimento, il proprio personale punto di vista che grazie al mezzo artistico diventa universale. La presentazione di una visione molto personale, altrimenti falsa, che deve essere rappresentativa però della situazione del genere umano, un ponte, potremmo dire, tra l’individuale e l’universale.
“L’atto del dipingere è estremamente intimo. È come se presentassi la tua anima su un vassoio”. Ecco che l’intimità e l’onestà della proposta sono parti essenziali dell’opera del pittore berlinese che, non avendo paura di rendersi vulnerabile, riesce a rappresentare le fragilità umane: come in uno spettacolo teatrale ricco di colori e forme, tra fantasia e sogno ci conduce in un viaggio dentro e fuori, qui e oltre, tra certezze e desideri. C’è infine un altro paradosso interessante nei dipinti di Jonas Burgert e ha a che fare ancora con l’apparenza. Le pitture, infatti, a un primo sguardo appaiono molto decorate, ricche di orpelli, di abbellimenti. Questi elementi distraggono lo spettatore dal contenuto reale dell’opera e dalla tragedia spesso raccontata. Appare tutto piacevole anche quando, andando un po’ oltre, di piacevole c’è ben poco. Ma non è forse questo ciò che succede anche nella vita reale? Ci ritroviamo accerchiati da inutili decori che non fanno altro che intrattenerci, distraendoci dal contenuto, nascondendo le domande essenziali dell’esistere. Peccato o per fortuna, le questioni fondamentali rimangono e, quando abbassiamo le difese, riemergono, nel buio della notte, portate per mano dal dolore, nel mondo libero dei sogni o, chissà, di fronte a un dipinto.
La ricchezza artistica di Jonas Burgert, forte e coraggioso a tal punto da esporre le sue insicurezze per avviare un dialogo con lo spettatore, è nella sua capacità di interpretare l’odierno restituendoci un’immagine di noi attraverso la quale fare un passo di coscienza. L’arte è lì per essere consumata dalla società. E se ci provocherà un’indigestione avrà comunque svolto il suo compito.

Una questione di sguardi

di Stefano Toschi 

L’estate 2016 è stata particolarmente intensa per quanto riguarda le notizie che hanno visto protagonista la disabilitàyh  in molte delle sue forme. È stata, prima di tutto, l’estate delle Olimpiadi e, insieme, delle Paralimpiadi. Gli atleti paralimpici, in particolare gli italiani Alex Zanardi e Bebe Vio, sono stati modelli positivi per tutti, non solo per i diversamente abili. Partiti in sordina per la stampa e i telegiornali italiani, i giochi paralimpici si sono poi rivelati forieri di grandi soddisfazioni per tutti. Insomma, non è che parlare di disabilità modifichi la condizione di disagio di chi la vive, tuttavia, anche soltanto far conoscere ciò che di positivo si nasconde (a volte molto bene) dietro una carrozzina o un cromosoma in più, diminuisce quell’ignoranza generalizzata che è uno dei principali problemi con cui la persona con handicap si trova a fare i conti nella vita.
Sempre quest’estate, infatti, la cronaca ci ha regalato un caso emblematico della suddetta, disarmante ignoranza. “Per i miei figli non è un bello spettacolo vedere dalla mattina alla sera persone che soffrono su una carrozzina”. È il commento che un ospite del villaggio turistico Lido d’Abruzzo (Cico33, questo lo pseudonimo con cui firma la nota datata 1 giugno 2016) ha diffuso tramite la piattaforma web TripAdvisor, lamentandosi con i responsabili della struttura ricettiva rosetana di non averlo avvisato che, nello stesso periodo in cui sarebbe andato in vacanza con la sua famiglia, nel villaggio ci sarebbero stati anche numerosi giovani disabili. Si trattava degli ospiti giunti da tutta Italia al Rotary campus, una manifestazione in cui i club Rotary abruzzesi e molisani ospitano per una settimana di vacanza un folto gruppo di disabili con i rispettivi accompagnatori, facendosi carico di tutte le spese.
“Premetto, non per discriminare ci mancherebbe”, si legge ancora nel messaggio di Cico33, “sono persone cui purtroppo la vita ha riservato grandi sofferenze. Sarebbe bastato che la direzione mi avesse avvisato e avrei spostato la vacanza in altra data”. Al termine della nota la ciliegina finale. “Sto valutando”, si chiude il messaggio, “di intraprendere una via legale per eventuali risarcimenti”. Inevitabili le reazioni, giunte anche attraverso la stessa piattaforma web. La blogger Selvaggia Lucarelli lo ha apostrofato così dalle pagine digitali del suo sito: “Il gentile signore (anonimo, che eroe!), poverino, ha intenzione di denunciare la struttura perché c’erano troppi disabili. E poverini, i figli sono rimasti impressionati. Mica da un padre così, no, da due carrozzine”.
Nascondere ai propri figli la disabilità non può essere un messaggio positivo. Oggi, i genitori sono sempre più spesso portati a crescere i figli in un mondo tanto dorato quanto falso e superficiale: non si portano ai funerali per non traumatizzarli, non gli si mostrano certe immagini per non turbarli, non si iscrivono a quella scuola se in classe c’è un bambino disabile, gli si nasconde la vista della malattia, della vecchiaia, della povertà per non turbare la loro infanzia. Il problema è che, così facendo, si stanno crescendo adulti turbati.
La vita, inevitabilmente, non solo ci rende testimoni di queste cose, ma, purtroppo, più spesso di quanto si possa pensare, ci rende protagonisti di tali situazioni. Per questo motivo adolescenti, ragazzini, giovani adulti non sono in grado di affrontare la vita. Crescono i casi di suicidi, di disagi, di malattie nervose e psichiatriche, proprio perché la vita, a un certo punto, accade. Accade che la povertà, la malattia, la vecchiaia – che si sono sempre evitate – poi vengano a cercarti loro. Chi ha gli strumenti per tirare fuori tutta la propria forza d’animo e positività dagli eventi saprà sempre rialzarsi. Chi è cresciuto in una falsa idea di mondo non saprà affrontare la vita vera. Io metterei l’obbligo scolastico di passare alcune ore al mese con un anziano o un disabile: il volontariato, sia ben chiaro, sarebbe da parte dell’anziano o del disabile! Questo allenamento aiuterebbe i ragazzi a capire quali sono i veri valori che contano nella vita e, anche, perché no, ad apprezzare tutto ciò che possiedono, anche se non hanno il jeans firmato che desideravano tanto. Imparerebbero ad apprezzare di avere la salute, la vista, la giovinezza, tanti amici, una famiglia, delle possibilità economiche. Capirebbero che, anche in mancanza di alcune di queste cose, possono ugualmente cercare di rendere la loro vita un capolavoro.
Forse quei ragazzi disabili del villaggio turistico avrebbero potuto insegnare ai figli di Cico33 molto di più di quanto possa fare il padre. Sarebbe consolatorio pensare che Cico33 sia un caso isolato: purtroppo, invece, il suo post su TripAdvisor, in un solo giorno, ha ottenuto 1400 like, a dimostrazione che si tratta di sensazioni diffuse, in un mondo permeato di modelli estremamente negativi per i giovani, orientati esclusivamente al mito della ricchezza ottenuta senza sforzo, della perfezione fisica, della fama da 15 minuti (non importa in che modo la si raggiunge), del divertimento a tutti i costi, delle esperienze estreme, del lusso. Naturalmente il fenomeno è esteso a livello mondiale. Basti pensare che in Giappone uno squilibrato, uccidendo tantissime persone disabili, ha dichiarato che tutto è stato fatto per “liberare il mondo dai disabili”. Come si dice, uccide più la penna che la spada: il senso del post, ovvero “se non ci fossero stati i turisti disabili al Lido di Roseto, la famiglia avrebbe trascorso una magnifica vacanza”, può generare altrettanta violenza. L’unica risposta possibile a questa forma di ignoranza è costituita dall’azione, dai fatti.
Occorre dimostrare, non spiegare a parole, quanto di positivo può esserci in una persona con deficit. Diventa necessario alzare il livello, applicare l’empowerment, perché è solo a partire dalla consapevolezza della discriminazione e dell’oppressione causate dall’inadeguata organizzazione della società, che le persone con disabilità possono iniziare un percorso (individuale o sociale) di emancipazione. È necessario costruire una società che faccia capire come la diversità sia una ricchezza inestimabile della collettività. Occorre investire sulla cultura dell’inclusione, non solo su un welfare emergenziale e caritativo. Occorre che il welfare diventi generativo, che i soggetti disabili non siano concepiti solo come fruitori di un servizio, ma come portatori di benefici alla società.
Una mamma di una bambina con trisomia 21 – e una serie di patologie correlate – raccontava di come una conoscente avesse, a mo’ di battuta, sollevato la questione costi sociali della piccola: “Pensa, solo un anno e già le paghiamo la pensione!” – riferendosi a quella di invalidità.
Come spiegare a questa signora che la piccola, un giorno, le pagherà la pensione – le auguriamo che la sua non sia di invalidità? Come monetizziamo i sorrisi, gli abbracci, i progressi, le piccole conquiste che farà la bambina nella sua vita? Il bene che farà alle persone che la incontreranno? Come spieghiamo alla signora che anche la sua visita dall’oculista o dal cardiologo, le sue medicine per l’influenza, l’istruzione sua e dei suoi figli, tutto viene pagato anche dalla piccola invalida?
L’handicap in quanto svantaggio o sfortuna sta più nello sguardo di chi osserva da fuori che nel corpo del soggetto disabile: se quei clienti dell’hotel avessero visto Alex Zanardi o Bebe Vio chissà come avrebbero reagito? Magari avrebbero chiesto l’autografo o di fare un selfie con loro, perché “loro sono famosi”. Sarebbero stati onorati di essere capitati al ristorante con una celebrità, un campione paralimpico con la foto su tutti i giornali, perché questi sono i valori che permeano il modello educativo di Cico33.
La bella testimonianza di Bebe Vio conferma che l’handicap è tutto nel pregiudizio di chi non ha un deficit: anche lei, prima della meningite che l’ha colpita, ignorava totalmente il mondo della disabilità, pensava che fosse un mondo di disgraziati, poi, quando ci si è trovata dentro, ha cambiato completamente idea e addirittura adesso è felice della sua condizione. Naturalmente, non importa diventare campioni paralimpici per essere felici: anche nella disabilità occorre soltanto avere una vita serena e trovare soddisfazione nelle cose in cui la troverebbe chiunque, come una famiglia solida alle spalle, interessi, relazioni sociali, diverse abilità, conquiste e uno scopo da raggiungere davanti. Forse è un po’ questo il segreto della felicità, che vale per tutti, anche per quelli che guardano con tristezza i disabili: forse riflettono nei disabili la loro infelicità di fondo.

La contraddizione del particolare

a cura di Valeria Alpi

Allora, tesoro, ti è piaciuta la storia?
Non era male.
La stavo tenendo da parte, questa storia. Ho aspettato che fossi grande.
Vuol dire che sono grande?
Be’, a otto anni non si è proprio grandi grandi. Solo… più grandi di sei, ecco. Perché non ti è piaciuta?Non lo sopporto quando mi fai questa domanda. Ho detto che non era male.
D’accordo. Mettiamola in maniera un po’ diversa. Che cosa non ti è piaciuto della storia?
Posso andare?
Un minuto solo. Prima rispondi alla domanda, per favore?
A Trevor questa storia non l’hai letta. Trevor è fuori a giocare a pallone.
Volevo leggerla soltanto a te. Cosa non ti è piaciuto?
E va bene. Perché il soldatino aveva una gamba sola?
Perché al giocattolaio era finito il piombo.
Mi sembra stupido. E lo stesso il soldatino che si innamora della ballerina perché pensa che abbia una gamba sola pure lei.
Ne vedeva una sola, l’altra era sollevata.
Ma come faceva a non saperlo? Non l’aveva mai vista una ballerina?
Magari no. O magari era il desiderio che fosse così. Se tu avessi una gamba sola, non vorresti conoscere altre persone come te?
Non ha senso. Che cosa?
Il soldatino cade dalla finestra, due ragazzacci lo mettono in una barchetta fatta con la carta di giornale e la barchetta viene trascinata via dal rigagnolo.
A me sembra che il senso ce l’abbia.
Poi però viene inghiottito da un pesce, il pesce viene comprato dalla cuoca della stessa famiglia di prima e quando lo apre ci trova dentro il soldatino.
Perché non ti è piaciuto questo?
Eh, forse perché è una stupidaggine? Parla del destino. Lo sai che significa “destino”?
Sì.
Era impossibile che il soldatino di stagno e la ballerina restassero lontani l’uno dall’altra. Questo è il destino.
Lo so che significa. È una stupidaggine lo stesso.
Forse potremmo pensare a un’altra parola…
Poi il bambino che butta il soldatino nella stufa. Senza motivo. Dopo che il soldatino è tornato, nella pancia del pesce. Il bambino lo butta tra le fiamme.
Un troll aveva lanciato un incantesimo su di lui.
I troll non esistono.
Giusto. Va bene, diciamo che non gli piaceva che il soldatino fosse particolare.
Tu dici sempre “particolare” quando qualcuno non è normale.
“Non è normale” non mi fa impazzire come espressione.
E ancora. Sai che cos’è veramente stupido? Che anche la ballerina voli dentro la stufa.
Possiamo parlare di quello che significa davvero “destino”?
La ballerina aveva tutte e due le gambe. La ballerina se ne stava tranquilla su una mensola. La ballerina non era “particolare”.
Ma amava qualcuno che lo era.
E che sarà mai, essere particolare? Da come parli sembra una specie di premio.
(Michael Cunningham, Un cigno selvatico, La nave di Teseo, Milano, 2016)

Finalmente è successo… Finalmente ne Il magico Alvermann, la rubrica che ha accompagnato la storia della rivista per oltre trent’anni, posso inserire il mio scrittore preferito. E non perché ho deciso di inserirlo ad ogni costo, ma semplicemente è successo. Quello che sta dietro alla logica dei magici Alvermann, infatti, è che si è lì tranquilli a leggere sul divano, o in treno, o su un autobus, o in un prato, un libro di qualunque natura e genere e… zac! All’improvviso arriva una folgorazione, all’improvviso si legge una frase o più frasi, o una poesia, e istantaneamente si pensa all’idea di disabilità e/o diversità.
Il brano proposto questa volta fa parte del nuovo libro di Michael Cunningham, Un cigno selvatico, dove lo scrittore Premio Pulitzer rielabora dieci favole della tradizione, aggiungendo toni dark, ma soprattutto adattando i protagonisti alle esperienze della contemporaneità. Trasformando così i personaggi di terre molto molto lontane – le figure mitiche della nostra infanzia che tanto ci hanno incantato – in protagonisti che rivelano molto del nostro presente.
In questa storia, in particolare, due giovani si conoscono a una festa universitaria, lei ha bevuto troppo e deve dimenticare un amore finito male e decide di passare una notte con lui che è molto bello e appare molto spavaldo. Segue una bellissima scena dove viene svelata la disabilità di lui, la sua protesi per una gamba monca, ma soprattutto segue la naturalezza di questa accettazione del momento imbarazzante da parte di entrambi. Subito la mente va a quel soldatino di stagno con una gamba sola che faceva parte delle nostre storie dell’infanzia. E infatti, a un certo punto della storia, quel soldatino viene proprio fuori, nella favola raccontata alla figlia Beth. Eh sì, perché i due, dopo il college, si sposano e hanno dei figli. “A volte – scrive Cunningham – il tessuto che ci separa si strappa quel tanto che basta a far passare la luce dell’amore. A volte lo strappo è sorprendentemente piccolo.
Lei sposa non solo un uomo, ma una contraddizione; si innamora dello iato tra il suo fisico e la sua sofferenza. Lui sposa la prima ragazza che non ha trattato la sua menomazione come se fosse un nonnulla; la prima che non ha bisogno di eludere il suo dolore e la sua rabbia o, peggio, cercare di lenirli con le parole”.
Come tutte le storie della contemporaneità, e non delle favole, i due vivono momenti felici e altri molto tristi, scoprono cose dell’uno e dell’altro fastidiose e insopportabili, si amano un po’ di meno per via di comunissimi particolari che appartengono a tutte le coppie e che non hanno nulla a che fare con la disabilità.
Hanno due figli, Trevor e Beth, che sentono le difficoltà dei genitori a continuare a stare insieme ma avvertono anche i momenti in cui i due protagonisti sanno ritrovarsi e ripartire come coppia, fino alla vecchiaia. Circondati da una domestica semplicità e da tanti piccoli lieto fine quotidiani. Ma è la figlia Beth che mi trasporta immediatamente dentro la cultura della disabilità, con quella sua frase quando la mamma le ha letto la favola del soldatino di stagno: “E che sarà mai, essere particolare?”.
Si pensa spesso che i bambini vedono la realtà a modo loro, ma tante volte vedono semplicemente la realtà, senza fronzoli, senza condizionamenti, senza gli orpelli di giudizi e pregiudizi. Vedono semplicemente che una cosa è: e non è strana, orribile, bizzarra, paurosa, difficile da accettare, ma è normale. Talmente normale che non è necessario porvi sempre l’accento sopra né lodarsi per avere fatto qualcosa di particolare, o potremmo dire speciale. Il padre non è particolare o speciale per via della sua gamba che non c’è, è un papà come tutti e un marito come tutti, con i pregi e difetti, con le cose che sa portare avanti bene e con quelle in cui fallisce. La gamba non lo rende così superiore o inferiore agli altri, ma neppure così diverso nella sua natura di uomo, padre, sposo. Né la madre è così superiore o inferiore alle altre donne per avere sposato un uomo danneggiato.
Attenzione, non si sta negando il limite, che nella disabilità c’è e di cui bisogna avere cura. Ma occorre anche vedere le persone con disabilità come tutti, senza quella caratteristica di specialità che le fa sempre essere un po’ distanti dagli altri. La distanza non aiuta.

Il verde per tutti (se non è al verde). Esperienze di aree naturali accessibili in Europa

di Massimiliano Rubbi 

L’iniziativa “EDEN European Destinations of Excellence”, che dal 2006 promuove modelli di sviluppo del turismo sostenibile nell’Unione Europea, ogni due anni raccoglie un tema individuato dalla Commissione Europea in base al quale ogni Paese partecipante seleziona, tra mete turistiche poco note ed emergenti, una propria “destinazione di eccellenza”. Nel 2013, il tema individuato è stato il “turismo accessibile”, in termini di assenza di barriere all’accesso ma anche di attività a cui tutti possano partecipare e di accessibilità delle informazioni e dei sistemi di prenotazione. Tra le 19 destinazioni premiate (elenco e breve descrizione disponibili in https://goo.gl/ EEznrl), non ci sono città o regioni urbanizzate, bensì parchi o riserve naturali, contesti nei quali più complessa appare la sfida dell’accessibilità fisica e ancor più dell’organizzazione di attività escursionistiche o sportive aperte a tutti. A distanza di qualche anno, può essere interessante approfondire in che modo, e con quali limiti, un’area naturale può emergere come “destinazione turistica di eccellenza per tutti” (e rimanerlo).

Accessibilità in movimento
Le destinazioni naturali premiate da EDEN nel 2013 sono alquanto variegate, sia per il tipo di contesto, dai ghiacciai alpini di Kaunertal in Austria alla foresta sotto il livello del mare di Horsterwold e Hulkestein nei Paesi Bassi, sia per la storia del loro impegno a favore dell’accessibilità: se a Kaunertal una strada consente di arrivare a 2.750 metri di altezza a chi è in carrozzina sin dalla fine degli anni ’70, il Parco Naturale della Sierra e dei Canyon di Guara, nella regione spagnola dell’Aragona, ha avviato l’adattamento dei propri miradores nel 2008.
Gli esempi citati dagli operatori delle destinazioni turistiche sono in larga parte centrati sull’accessibilità a chi ha disabilità motorie.
Hans Breeveld, referente per Horsterwold dell’ufficio statale che gestisce le riserve naturali olandesi, sottolinea che “è uno dei compiti del servizio forestale statale rendere le aree il più accessibili possibile per il pubblico”, e questo si traduce in concreto nell’“assicurarsi che i sentieri siano abbastanza solidi e ampi per le carrozzine”. Negli spazi più ampi di Guara, alle auto delle persone con disabilità motorie viene invece garantito l’accesso alle strade e piste interne vietate al pubblico (salvo che ai titolari di proprietà o aziende nelle rispettive zone protette): come riferisce Fernando J. Risueño Neila, ingegnere presso il Governo di Aragona, “gli accessi a veicoli di persone con disabilità sono controllati mediante i contrassegni identificativi (come con i parcheggi riservati nelle città), e i permessi per piste ad accesso ristretto sono stati necessari solo in un caso (la pista della Confederazione Idrografica dell’Ebro per l’accesso all’osservatorio ornitologico di Nueno e per il punto panoramico del Salto di Roldán), e sono stati ottenuti mediante un’autorizzazione della Confederazione al Parco Naturale”.
Il parco di Guara ha attuato importanti interventi per l’accessibilità anche a turisti ciechi o ipovedenti: pannelli in Braille sono presenti sia nei Centri visite di Bierge e di Argüis (in cui le sale audiovisivi dispongono anche di un impianto di amplificazione a induzione per chi ha protesi uditive), che all’attacco dei sentieri che conducono a diverse terrazze panoramiche del parco, sentieri a loro volta adattati a chi ha deficit visivi tramite cordoli rialzati.
Una visione ancor più ampia rispetto alla semplice percorribilità su ruote caratterizza anche il Parco Naturale Regionale di Morvan, nel Massiccio Centrale in Borgogna (Francia): sulla “Roccia del Cane”, due vie di arrampicata sono equipaggiate con un sistema innovativo denominato “No Eyes Climbing”, che indica i punti per una presa di mano o piede con un segnale sonoro emesso dai braccialetti portati a polsi e caviglie dallo scalatore.
In generale, Morvan spicca per la disponibilità di attività en plein air adattate a tutti: come spiega Marielle Bonnet, responsabile di turismo e sviluppo per il parco, “la maggior parte sono attività che esistevano già, e che hanno messo in atto una prestazione adattata a questa clientela”.
Tra esse, di particolare rilievo il “DREAM – Défi Raid Ensemble l’Aventure en Morvan”, promosso dall’omonima associazione, che dal 2002 organizza a inizio autunno una giornata intera di attività “avventurose” nel parco, come rafting, paintball o arrampicata sugli alberi, in una forma che consenta la partecipazione a tutti e in squadre che vedono fianco a fianco persone disabili e normodotate.
L’idea è “che persone senza e con disabilità, qualunque sia il loro handicap, possano vivere insieme un’avventura. Se il raid comporta una serie di attività sportive, si distingue dalle prove sportive di questo tipo per i suoi valori: la solidarietà, la conoscenza e l’incontro dell’altro, l’autonomia della squadra basata sul coinvolgimento di ogni persona”. Il successo dell’iniziativa ha portato negli anni a un numero crescente di prove, e a una edizione aggiuntiva del raid riservata a bambini e ragazzi, che si svolge in giugno.
Per parchi la cui vocazione è il turismo residenziale, è naturalmente necessario che l’impegno per l’accessibilità sia condiviso anche dalle strutture ricettive.
Per questo Morvan, all’interno delle azioni di comunicazione, ha svolto campagne di “sensibilizzazione di albergatori e ristoratori per l’accoglienza dei pubblici in situazione di handicap” e si propone il miglioramento dell’offerta di sistemazioni e servizi. Nell’esperienza di più lunga durata di Kaunertal, questa sensibilità sembra essersi sviluppata in maniera più spontanea, come spiega Karl Hafele, storico gestore dell’Hotel Weisseespitze e riconosciuto come uno degli operatori più importanti per lo sviluppo dell’area: grazie al fatto che la strada arriva fino al cuore dell’area sciistica, “non c’era bisogno di un cambiamento ulteriore per rendere la natura più accessibile, ciò era già dato. Il turismo a Kaunertal ha costruito il suo indotto su questo.
L’Hotel Weisseespitze è stato un pioniere, con le sue camere accessibili; più tardi anche negozi, ristoranti e caffè si sono uniti alla causa, perché hanno visto che è qualcosa di buono che può anche essere modificato facilmente.
Così Kaunertal ha assunto questa visione dei nuovi progetti sin dall’inizio”.
Una progettualità costante rimane decisiva in tutte queste aree naturali per migliorare l’offerta di infrastrutture e attività accessibili ed estenderla a nuove opportunità turistiche.
Se ad esempio a Kaunertal la recentissima ristrutturazione della piscina/sauna Quellalpin l’ha resa più accessibile, e l’attenzione si sposta ora su parchi gioco per bambini e percorsi escursionistici tematici, a Guara c’è un impegno più ampio (seppure, come vedremo, non incondizionato) a che “tutte le nuove infrastrutture di uso pubblico che si realizzano nel Parco Naturale tengano in conto i criteri di accessibilità”.

Costi e benefici
Sarebbe legittimo attendersi che, rispetto a quanto avviene in contesti urbani o urbanizzati, la sfida dell’accessibilità sia più complessa nelle aree deputate alla conservazione della natura, dove ogni intervento va valutato con attenzione per il suo impatto visivo e ambientale; ebbene, nessuno degli interlocutori ritiene significativo il problema in rapporto alla propria esperienza. L’impatto viene comunque valutato e, come spiega Risueño Neila, a Guara “gli interventi si sono sempre realizzati su infrastrutture già esistenti o in zone nelle quali il terreno medesimo aveva vocazione di belvedere naturale”. A volte bastano accorgimenti semplici per un inserimento equilibrato nel contesto naturale, come indica Hafele a proposito del paesaggio alpino: “il centro è stato anche prendere risorse naturali per la costruzione, quindi usare pietra o terra per i percorsi, così che sia facile e naturale. Un grande esempio è la piattaforma panoramica di nuova costruzione Adlerblick. Non è stato un grande cambiamento per la natura costruirla più accessibile, ma lo è stato per anziani, disabili e famiglie”.
Il problema sollevato dalle realtà interpellate, come ugualmente prevedibile, sono i soldi. A Horsterwold, secondo Hans Breeveld, la costruzione di sentieri accessibili alle carrozzine “dipende dalla disponibilità di denaro”, e “quando nuove strutture verranno costruite ci sarà attenzione per le persone con disabilità. Quando i finanziamenti saranno presenti potremo fare di più”. Risueño Neila è ancor più esplicito parlando delle prospettive sui progetti per l’accessibilità del parco di Guara: “evidentemente occorre tenere in conto che quando si è iniziato questo cammino il bilancio assegnato a questo spazio naturale era praticamente il doppio di quello attuale. La crisi economica ci obbliga a suddividere il bilancio in modo equo per tutti quelli coinvolti nel territorio, ferma restando la salvaguardia dell’ambiente naturale”. In via più indiretta, la carenza di risorse induce anche a concentrare gli sforzi sul modello del turista con disabilità autonomo, più che su forme di visita guidata/assistita, rispetto a cui pure molti parchi dichiarano in linea di principio il proprio impegno. Bonnet, a proposito di Morvan (che mette a disposizione dei visitatori un variegato catalogo di ausili per muoversi su ruote, e anche un Oxoon, una piccola barca elettrica guidabile con una sola mano), esplicita invece che “le azioni condotte dal Parco tendono a rendere il visitatore autonomo. Non abbiamo le risorse umane per assicurare un accompagnamento più specifico”.
C’è un collegamento forse non ovvio tra la carenza di fondi e il fatto che i parchi non siano, per ora, in grado di documentare gli effetti indotti nelle persone con disabilità dalla visita ai loro territori e dalla partecipazione alle loro attività.
Questi effetti sono certo attestati informalmente come positivi (secondo Hafele, “certamente c’è stato un forte effetto positivo per le persone con disabilità, perché per un lungo periodo di tempo non è stato loro possibile visitare l’area intorno alle Alpi così facilmente, il che era davvero un peccato”) o almeno non negativi (“i commenti che riceviamo sono in generale positivi, certo non è possibile accontentare tutti” rileva Breeveld). Come ammette Risueño Neila, però, al di là dei molti segni di gradimento ricevuti dal personale sul campo o nei centri di Guara, “non si dispone di dati sulle persone con disabilità che accedono alle infrastrutture del Parco, per cui non si è potuto fare nessuno studio dell’accoglienza delle stesse”. Del resto, al di là di studi limitati sugli effetti della outdoor education su bambini e ragazzi con disabilità e di raccolte di storie personali (come la pubblicazione A sense of freedom curata nel 2007 dall’organizzazione governativa “Natural England”, con le esperienze di frequentazione di ambienti naturali di 14 persone con diverse disabilità), il campo di studio sui benefici che vengono alle persone con disabilità dallo svolgimento di attività turistico-ricreative all’aria aperta risulta ancora in larga parte da esplorare.
Il rischio, come avviene in molti altri ambiti, è che i costi (integrali o aggiuntivi) degli adattamenti necessari per una fruizione degli spazi naturali aperta a tutti siano quantificabili assai più facilmente dei vantaggi che derivano dall’aprirsi di questa fruizione, tanto alla persona con disabilità quanto al contesto che la accoglie. Anche a voler prescindere da una valutazione dell’accesso come diritto della persona, l’analisi costibenefici in base a cui si sceglie di tracciare un sentiero percorribile con carrozzine, o di creare un nuovo appuntamento sportivo accessibile anche a chi ha deficit sensoriali, dovrebbe essere condotta in base a elementi completi.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Un intellettuale del nostro tempo, forse l’ultimo intellettuale del nostro tempo. È così che descriverei il professore Alain Goussot, di origine belga, docente di Pedagogia Speciale all’Università di Bologna, scomparso lo scorso marzo.
Un caro amico, oltre che un collega, che vale la pena ricordare con le debite parole e senza reticenze. Perché Alain, nel suo campo, quello dell’Educazione e della Pedagogia ma anche della Psicologia e dell’Antropologia ha lasciato il segno. Il segno del sapere, gettando importanti basi per nuove ricerche e il segno della persona, attenta, anzi di più, curiosa, anche su quello che non condivideva del tutto. Ateo convinto, Alain non ha infatti mai smesso di interessarsi alla religione, o meglio, alle religioni, e le ha messe in pratica tutte, capace di mettersi in gioco nel profondo e ponendosi sempre dalla parte dei più deboli.
La diversità, a partire da ciò che anche per lui si palesava come alieno e distante, è sempre stata una sfida, l’occasione per andare oltre e destrutturare i meccanismi incorporati nella società e nelle nostre percezioni umane fino a ribaltarle in una nuova dimensione etico-politica.
Attivo tra i ricercatori dei cosiddetti Disabilty Studies Alain si è dunque occupato da vicino della disabilità, concentrando la sua riflessione in particolare sugli aspetti legati all’adultità, al rapporto tra la disabilità e le altre discipline in un’ottica transculturale fino a sottolineare, negli ultimi anni, come il passaggio tra i termini integrazione e inclusione nella Scuola si è negativamente autoridotto nelle stigmatizzazioni dei BES (Bisogni Educativi Speciali). “Sulla questione dell’inclusione – scrive Alain su un articolo uscito su La letteratura e noi – occorre confrontarsi e chiarire meglio di cosa stiamo parlando. Per anni si è parlato di integrazione, in particolare in riferimento all’integrazione scolastica e sociale degli alunni con disabilità.
Si diceva che fosse importante creare delle opportunità e delle situazioni educative e formative in grado di rimuovere barriere e ostacoli. Poi da alcuni anni si è cominciato a parlare d’inclusione, precisando che si voleva sottolineare che il cambiamento non poteva essere a senso unico ma reciproco (soggetto e ambiente). Ma sorge un dubbio: se il concetto d’inclusione è strettamente connesso agli indirizzi proposti sui cosiddetti BES, e si muove nella direzione del differenzialismo, allora cosa vuol dire includere?”.
Difficile, se non impossibile, non aprire un dibattito dopo una domanda di Alain o leggendo le sue numerose pubblicazioni.
Tra queste ce n’è una che mi è particolarmente cara, Il disabile adulto [Maggioli editore, 2009], in cui Alain sottolinea come l’entrata nella società della persona con disabilità dopo l’uscita dal contesto scolastico porti con sé una rivoluzione sociale intrinseca che chiama in causa l’altro ma anche una responsabilità del singolo perché “vivere è l’adattamento passivo di chi rinuncia a esistere, mentre esistere implica la scelta e va nel senso di una integrazione attiva nella realtà”.
È accaduto lo stesso con altri temi, che sempre hanno preso voce a partire da un vero e proprio chiodo fisso del Professore: l’ideologia della diversità.
L’idea cioè che si debba sempre “cercare la diversità dell’altro anche in termini positivi”. Tornare all’uguaglianza, questo chiedeva Alain, vedere l’altro come altro io ma diverso da me. Partendo dalle similitudini accettare le differenze.
Perché le differenze stanno insieme, e insieme, in quanto tali, non creano più né separazione né scissione.
In questa rubrica ho il piacere di condividere con voi alcuni stralci di una corrispondenza avuta con suo figlio Enrico.

Carissimo Claudio,
mi chiamo Enrico e sono il figlio di Alain. Volevo ringraziarti per le parole che hai usato per omaggiare mio padre, il tuo amico e compagno di tante battaglie. Sto rimanendo colpito da tutti i messaggi che ancora oggi, a distanza di quasi sei mesi, sto ricevendo dai suoi studenti e dai suoi colleghi. Sono stato malissimo a seguito della sua morte, un evento dirompente, improvviso e traumatico che ha squarciato la nostra vita familiare.
Non riesco ancora a realizzare che lui se ne sia andato, tante e troppe cose sono rimaste in sospeso da quella notte tanto oscura quando lo abbiamo trovato per terra senza vita. Spesso me lo vedo sbucare dal suo studio di casa ma poi mi accorgo che la sua scrivania oramai è vuota perché lui se n’è andato davvero.
È stato un papà straordinario, mi ricordo che da ateo ci accompagnava al catechismo. Ci ha lasciati liberi di intraprendere ciascuno la propria strada. Ricordo bene il giorno in cui mio fratello gemello gli ha detto di voler entrare in seminario e lui con gioia gli ha semplicemente risposto di essere contento.
Ultimamente forse si stava ponendo tante domande sul senso della vita, l’ultima cosa che ha fatto prima di morire è stata guardare la via crucis di Papa Francesco. Con questo ha salutato il mondo.
Sono certo che nel tragitto dalla sua camera alla cucina, dove è morto, ha fatto un incontro speciale, ha visto Dio.
Come professore non era un accademico ordinario, aveva qualcosa che lo rendeva unico e speciale. Non ho mai incontrato nella mia vita una persona con la sete di cultura che aveva il Babbo.
Cercherò di portare in ogni dove il suo pensiero e spero che anche a livello accademico non venga dimenticato, perché lo merita.
Io farò di tutto perché ciò non avvenga. Ti abbraccio forte e ti ringrazio di cuore.
Fraternamente
Enrico

Caro Enrico,
innanzitutto grazie a te per aver trovato le parole per scrivermi, sono sincero: non credo che noi due ci siamo mai incontrati e la perdita del tuo papà ritenevo che fosse prima di tutto un evento da vivere tra voi familiari e poi mi dicevo “forse un giorno avremo modi di vederci”… invece mi hai scritto tu per primo. Grazie!
In questi giorni ripensavo a trovare le parole per scriverti, a un segno con il quale vorrei assicurarti che non potrò dimenticare mai una persona come Alain, così come vorrei anch’io che a livello accademico rimanesse sempre traccia di tutto quel gran lavoro che è stato fatto da tuo padre… Invece vorrei raccontarti alcuni piccoli particolari che mi tornano in mente quando penso ad Alain come uomo, oltre che come professore, ai pranzi consumati insieme in un bar davanti alla Facoltà di Cesena mentre si discuteva e lui aveva sempre un mare di idee, mi chiedevo spesso chi era intorno a lui come facesse a seguirlo in tutto, o come non ricordare il suo accento, era inconfondibile al telefono come in una sala conferenze!
Sono rimasto molto colpito dalla lettera che hai scritto in occasione di una giornata alla Facoltà di Scienze della Formazione, l’8 aprile a cui non hai potuto partecipare, in cui ti rivolgevi a tutti gli studenti che avrebbero dovuto sostenere l’esame di Alain.
Ti ringrazio ancora e ti auguro Buona Vita, a presto.
Claudio

Carissimo Claudio,
il Babbo ha sempre parlato molto di te, io ti conosco grazie ai suoi racconti. Gli si illuminavano sempre gli occhi!
Vorrei poterlo avere ancora qui, è andato via troppo presto, io ho ancora bisogno di lui!
Ma nella fede cerco di vivere questa attesa di rivederlo, consapevole di non poter cogliere ora il mistero della morte.
Ti abbraccio tanto fraternamente e spero che un giorno ci possiamo incontrare dal vivo perché vorrei abbracciarti.
A presto
Enrico

Scorrendo ancora una volta le riflessioni di Enrico penso a come la radice della parola cultura sia tutt’uno con quella del verbo latino còlere, “coltivare”. Alain è stato un grande coltivatore, di intelligenze ma soprattutto di punti di vista. Lui, che il Cristianesimo l’ha messo in pratica pur conservando la sua laicità, ha lasciato che l’espressione dei suoi figli potesse dirsi libera. Un esempio di inclusione agita e non solo teorizzata, preziosa e indimenticabile per tutti noi.
Beh, che dire Enrico, spero veramente di conoscerti personalmente il prima possibile.

 

15. Il libro delle passeggiate: l’esperienza di un Centro Diurno

di Paola Panaro, educatrice

L’idea de Il Libro delle Passeggiate nasce dal desiderio di mettere al servizio degli altri il frutto delle esperienze che in tre anni hanno avuto come protagonisti un gruppo di utenti e operatori del Centro Diurno “Graziella Fava” gestito dalla cooperativa sociale CADIAI, che si è cimentato, con sudore e fatica, lungo i sentieri e lungo i diversi percorsi che intendono rappresentare il senso e il valore di una lunga esperienza di gruppo. Nell’ambito delle attività programmate con i ragazzi del Centro Fava, da sempre le uscite rappresentano le occasioni più gradite, perché variano sensibilmente le loro esperienze di vita. In particolare, includere passeggiate ed escursioni nella programmazione settimanale deriva dalla volontà di coniugare varie esigenze, per esempio quella dei famigliari, che da sempre desiderano che il centro diurno offra uno stimolo motorio ai loro figli, ma anche quella degli utenti stessi che, in quanto persone adulte, sentono l’esigenza di vivere esperienze che difficilmente soddisferebbero nell’ambito familiare.

Camminare insieme e stare bene
Come operatrice di questo Servizio ho ritenuto che una possibile risposta a tali richieste potesse tradursi concretamente attraverso un’attività incentrata sull’esperienza di camminare in gruppo. Infatti, grazie al mio percorso nello scoutismo, ho appreso che il vivere in prima persona sensazioni difficilmente ritrovabili in altri contesti, quali la fatica e la soddisfazione di raggiungere una meta lontana, rappresenti per chiunque una preziosa opportunità. Questo deriva sostanzialmente dal misurarsi con le proprie potenzialità, come la forza fisica e quella interiore, come quando si devono superare alcune paure rispetto alla consapevolezza dei propri limiti. Ma è altresì arricchente il confrontarsi sia con i compagni che con gli operatori, in un contesto in cui necessariamente le condizioni dell’escursione creano gruppo, quel gruppo che facilita la relazione con gli altri, un’attenzione particolare agli altri, la sensibilità verso i bisogni degli altri e, al contempo, il bisogno di affidarsi agli altri.
L’attività ha previsto sempre la partecipazione di due operatori che, nella scelta d’itinerari isolati, talvolta impervi, hanno garantito che le passeggiate si svolgessero nel rispetto di ogni misura di sicurezza. Particolare attenzione è stata dedicata alla scelta delle attrezzature adeguate per affrontare le escursioni, per scongiurare ogni rischio e pericolo (scarpe adatte al trekking, cartine con il percorso segnalato, pronto soccorso…). Le passeggiate, talvolta particolarmente lunghe, per sentieri non sempre facili, sicuramente in ambienti paesaggistici piacevoli e inusuali, ma spesso con un suolo accidentato che rendeva precario il passo e imponeva a tutti i presenti di concentrare la massima attenzione nel cammino, hanno permesso agli operatori di osservare realmente come, nelle difficoltà, i ragazzi hanno saputo tirar fuori le proprie risorse e la propria capacità di adattamento alle novità.

La realizzazione di una guida per tutti
Il trovarsi assieme e fare qualcosa d’importante porta alla luce ciò che veramente è la persona, ciò che sa fare, ciò che le piace, le sue potenzialità, pur nel rispetto dell’esistenza di un limite, che ciascuno ovviamente ha. Il valore aggiunto di quest’attività è stato quello di aver permesso di conoscere percorsi possibili, accessibili a tutto il gruppo dei ragazzi, compresi coloro le cui abilità motorie sono maggiormente compromesse. Grazie a ciò, sono state realizzate in seguito gite allargate all’intero gruppo dei ragazzi, che hanno così beneficiato dell’importante lavoro di raccolta d’itinerari possibili a tutti. Questo quaderno dunque si propone di fungere da guida turistica con itinerari che spaziano da Bologna città ai nostri più lontani Appennini; i percorsi individuati sono di diverse difficoltà, ma comunque proponibili a tutti, bambini compresi. L’attività di passeggiate è stata condotta, a partire dal 2003, a cadenza settimanale e ha visto il gruppo impegnato in escursioni lungo sentieri CAI, percorsi vita, piste ciclabili, parchi, percorsi cittadini… ovvero tutti quei contesti che favoriscono l’attività motoria.
L’obiettivo finale era quello di dare visibilità all’attività di passeggiate dei nostri ragazzi, mettendo a disposizione delle persone, normalmente non coinvolte nelle attività e nella vita del Centro, le conoscenze alle quali eravamo pervenuti, attraverso la creazione di una guida turistica. Convinti dell’utilità di questa guida anche a famiglie con bambini o a persone con difficoltà più o meno temporanee, volevamo che alcune, delle tante attività svolte presso il nostro Centro, avessero un riscontro esterno e che altri potessero, come noi avevamo fatto, cimentarsi in percorsi con differenti gradi di difficoltà, immersi nella natura.

14. Benvenuti alla fine del mondo

di Valeria Alpi, giornalista e viaggiatrice con disabilità

“Luogo d’eccezione che attira ogni anno un gran numero di visitatori, la Pointe du Raz è la punta più occidentale di Francia, tra ripide scogliere e mare di smeraldo. […] Bella e selvaggia, classificata come Grand site national di Francia, la Pointe du Raz s’innalza a circa 70 metri di altezza. Scolpita dal mare, battuta dai venti, per la sua magnificenza la Pointe vale da sola una visita alla regione. Di fronte ad essa si staglia il faro quadrato dell’Île de la Vieille. Acceso nel 1887, il faro fu automatizzato nel 1995; fino ad allora, intrepidi guardiani si succedevano in condizioni climatiche spesso difficili.

Benvenuti alla fine del mondo
Questo sito, un tempo temuto dai marinai, richiama oggi escursionisti e surfisti, invitando sia all’attività sportiva che alla contemplazione. I primi apprezzeranno il sentiero segnato e messo in sicurezza che costeggia il bordo delle falesie. Per i secondi, appuntamento alla Baie des Trépassés (baia dei trapassati) per scivolare sulle onde. I curiosi e i temerari potranno spingersi fino al versante Nord all’Enfer de Plogoff (inferno di Plogoff), dove, secondo la leggenda, la principessa Dahut si sbarazzava dei suoi amanti. Uno stretto sperone di roccia che domina le onde. Attenzione alle emozioni forti!”.
Con queste parole mi accoglieva il sito Tourisme Bretagne, il sito ufficiale del turismo in Bretagna, una regione a Nord-Ovest della Francia, mentre programmavo il mio viaggio da sola in Normandia e Bretagna e cercavo informazioni sulla Pointe du Raz. V’invito a cercare su Google questo nome, per vedere quanto impervia può apparire la zona dalle immagini presenti sul web. Le parole di Tourisme Bretagne confermavano che non si trattava di una passeggiata molto accessibile … “ripide scogliere”… “intrepidi guardiani”… “fine del mondo”… “trapassati”… “inferno”…
Era il mio primo viaggio vero da sola; fino a quel momento ero andata da sola nelle mie amate Dolomiti, dove avevo affrontato sentieri facili che conoscevo da anni dopo esserci andata tante volte con mia madre; oppure ero stata in grandi città come Berlino e Parigi, e girare una città può avere per me gli stessi problemi o non problemi di quando mi muovo per lavoro o per piacere a Bologna, dove abito.
Per la prima volta, invece, avevo deciso di addentrarmi da sola in un viaggio nella natura, tra le scogliere di alabastro dei pittori impressionisti a Étretat, in Normandia, le spiagge dello sbarco, sempre in Normandia, il Mont Saint-Michel, la costa di granito della Bretagna, il Finistère…
La differenza con le Dolomiti era che in queste località francesi non ci ero mai stata, dunque non avevo assolutamente idea di quanto sarei riuscita effettivamente a vedere. A essere sincera pensavo poco o niente. Al limite pensavo: “Quella costa la vedrò da lontano”. Adoro fotografare la natura, ma ero quasi certa che non sarei riuscita a portarmi a casa le stesse inquadrature che vedevo da internet. Il problema è che affrontare la natura con una disabilità motoria, come nel mio caso, può volere dire rinunciare a tanti panorami.
E invece…
Le scogliere di Étretat, da un lato, sono anche accessibili con l’auto e non solo tramite scalinate di centinaia di gradini. Quando si arriva su c’è un bel parcheggio in uno spiazzo di prato, e poi c’è questo enorme prato che copre tutte le scogliere: a quel punto si è sopra, a oltre cento metri d’altezza, a strapiombo sul mare, in un comodo prato battuto (perché ormai le tante persone che ogni giorno ci vanno hanno scavato un sentiero), senza dislivelli perché le scogliere sono tutte alla stessa altezza e creano chilometri di percorso praticamente in piano. Ovvio, c’è una parte raggiungibile solo con la scalinata, ed è anche un’inquadratura di un quadro di Monet. Però tutte le altre, e dico tutte, inquadrature sono fruibili anche da chi ha problemi di mobilità. Certo forse in questo caso la natura ha aiutato. Ma negli altri siti naturalistici famosi del Nord della Francia è l’uomo che ha attivato delle soluzioni per rendere i percorsi accessibili a tutti. In particolare sono rimasta davvero colpita dalla Pointe du Raz, perché davvero era l’unico posto in cui avevo deciso di provare ad avvicinarmi senza nessuna sicurezza di successo. “Vado lì e se me la vedo male torno indietro”. Non avevo informazioni, a parte le righe del sito. Non c’erano sezioni dedicate ai disabili, come ad esempio per il Mont Saint-Michel dove avevo trovato già sul web, prima di partire, tutte le indicazioni utili, dal parcheggio alla navetta per disabili. Per la Pointe du Raz avevo letto solo che il sito naturalistico è protetto e vietato alle auto, quindi non avevo neppure idea di dove avrei potuto parcheggiare e quanta distanza ci sarebbe stata dall’auto alle scogliere.
Arrivata alla Pointe du Raz mi accorgo subito che il parcheggio è parecchio lontano persino dal punto informazioni da dove sarebbe partito il sentiero… Ma gli addetti al parcheggio, appena accortisi del contrassegno disabili sulla mia auto, mi spiegano che il mio posto è attaccato al punto informazioni. Agli addetti alle informazioni chiedo come è il sentiero, per capire se posso farlo. Mi spiegano che da lì parte un sentiero asfaltato ma molto in salita lungo più di 800 metri, che porta al punto in cui inizia davvero il sentiero roccioso. Mi dicono che chi ha problemi di mobilità può prendere una navetta elettrica completamente accessibile ed evitarsi intanto i primi 800 metri. Poi mi mostrano una mappa con due sentieri paralleli, e mi spiegano che una volta scesa dalla navetta, prendendo il sentiero a sinistra avrei trovato tutte rocce, mentre a destra un sentiero battuto che mi avrebbe portata fino all’estremo punto panoramico possibile – possibile nel senso naturalistico del termine. Oltre quel punto le rocce continuano per altri 20 o 30 metri, e chi vuole può inerpicarsi fino all’ultimo sasso a strapiombo sul mare, ma se anche ci si ferma prima, dove finisce il sentiero battuto, si gode dello stesso identico panorama di chi arriva fino in fondo. Si vedono lo stesso tutti i fari e tutti gli speroni, e si provano le stesse “emozioni forti” che indica il sito.
Ancora oggi, che sono passati quattro anni, riguardo le foto di quella giornata e mi sembra incredibile di essere arrivata fino lì. In una maniera accessibile, senza rovinare la natura, e senza rovinare l’aspetto così selvaggio. So bene che in molti posti non è possibile arrivare per chi ha problemi motori, e che non si possono trovare soluzioni a tutto. Le famose Due Torri della mia città rimarranno per sempre inaccessibili per me, e d’altronde non mi aspetto che in torri così antiche, strette e storte venga messo un ascensore! Né mi aspetto di trovare sentieri accessibili in Perù o in Tibet, o di vedere colate di cemento sui sentieri dolomitici. Però certe volte la natura permette degli aggiustamenti, e tra il rispetto dell’ambiente e l’immaginazione umana si possono raggiungere pezzi di mondo e pezzi di se stessi. E per la cronaca, quel giorno, complice il forte vento bretone, il sentiero a speroni di sinistra era davvero poco frequentato, mentre quello comodo di destra era affollato da tutti i tipi di diversità umana.

13. Ma i parchi dell’Emilia sono già accessibili naturalmente?

Intervista a Massimo Rossi direttore dell’Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia Orientale.

Come avete affrontato il tema dell’accessibilità dei parchi regionali della provincia di Bologna?
Ci siamo posti il problema dell’accessibilità dei parchi alle persone con disabilità alcuni anni fa, quando ancora non esisteva questo ente, ma questi parchi erano organizzati e governati ognuno da un proprio consorzio tra enti locali, e in funzione di una spinta che ci venne in particolare dalla ex provincia di Bologna furono fatti alcuni progetti dedicati alla fruizione di queste aree protette. A Monte Sole fu fatto un percorso per i non vedenti, al parco del Corno fu fatto un percorso per disabili motori presso uno dei nostri centri visita e così via.
Abbiamo un po’ lavorato sul territorio, cercando di renderlo fruibile a chi fa più fatica a viverlo, sentendo ovviamente prima le associazioni che raggruppano queste persone. In verità non abbiamo trovato fin dall’inizio grande interesse e questo ci ha un po’ stupito perché pensavamo che questo potesse essere un settore da colmare. In realtà questi percorsi non servono, e in primis non servono a coloro i quali sembravano essere più indirizzati. Questo non significa che nessuno di loro li utilizzi, accade, ma non di frequente. Chi è soggetto a una disabilità, e per fortuna non è lasciato solo nella nostra società, quando si avvicina ai parchi, li affronta per ciò che può e nel farlo si comporta come facciamo tutti noi. Le persone che hanno una disabilità fanno della loro disabilità una forza e un elemento per capire quali sono i propri limiti, si adeguano e trovano comunque soddisfazioni all’interno dei parchi paragonabili alle loro possibilità.

Ma devono esistere comunque dei requisiti minimi perché le persone svantaggiate possano vivere questi spazi…
Non penso servano requisiti minimi, al di là del parcheggio ovviamente. Non penso che servano, perché rappresenta aggiungere un limite a chi ha già un limite. Cioè è confermare e sottolineare un limite. Dopo di che c’è la possibilità di mettere a disposizione di queste persone una serie di strumenti basilari, elementari, attraverso i quali poter fruire minimamente di qualsiasi oggetto, dall’area protetta al portico del Pavaglione o di San Luca [zone turistiche di Bologna ndr.]. Quindi ci sono dei requisiti minimi, il problema è: definire qual è il limite del minimo. Perché il limite del minimo, per persone con disabilità diverse, è diverso. Quindi se il disabile non vedente comunque riesce a muoversi anche su terreni un minimo accidentati per raggiungere magari una bacheca in Braille, questo requisito minimo non è già più sufficiente per il disabile motorio. Il superamento del requisito minimo per tutti sta nel rapporto tra le persone, non sta nel pannello o nella rampa. Un disabile di qualsiasi tipo sia o anche un non disabile, come può essere un bambino di cinque anni che non sa leggere però sa camminare, se accompagnato da altri, quindi dotato di relazioni interpersonali, può fruire anche delle aree protette. Poi per tutti, me compreso, ci saranno comunque dei luoghi che non saranno mai accessibili.

E a proposito di rapporto con le persone, i vostri accompagnatori forniscono particolari servizi?
In passato noi accompagnavamo dei bambini non vedenti ad ascoltare il bramito dei cervi. È un suono gutturale molto profondo, con tonalità e frequenze molto basse, e se una persona li ascolta da vicino sente vibrare anche il terreno sotto i piedi. Per un bambino non vedente che però ascolta e sente, essere lì è un’esperienza unica. È stata un’esperienza che a me nel passato ha dato grande soddisfazione, poi si è persa nel tempo e non si è più fatta, evidentemente era più soddisfacente per noi che non per i genitori dei bambini, non tanto per i bambini stessi.
In altre occasioni ci è capitato di accompagnare qualcuno che ha una disabilità motoria e che per ragioni particolari debba recarsi in alcune zone dove l’accesso è vietato a tutti. Con un fuoristrada, in sporadici casi, accompagniamo persone con una disabilità motoria, questo è quello che riusciamo a fare nei confronti di un’utenza chiaramente diversa dalle altre.

Avete altri progetti per il futuro?
Non abbiamo progetti in futuro e non mi aspetto neanche che siano le associazioni a farsi avanti con delle proposte. Forse sbaglio, anche perché la disabilità – tua o degli altri, di chi ti è vicino – la conosci davvero solo se la vivi, però io sono più portato a riconoscere al disabile le stesse potenzialità che abbiamo tutti noi, nel momento ovviamente in cui c’è qualcuno che lo accompagna e gli dà una mano.
Non mi aspetto che siano enti o associazioni a immaginare nuovi percorsi, nuovi progetti di fruizione in un ambito che non è quello urbano, dove invece la persona disabile deve quotidianamente potersi muovere e sappiamo bene con quanta fatica.

Quindi la natura è accessibile fino ad un certo punto?
La naturalità è per tutti. Ma non tutta la naturalità: pensi ad esempio a una grotta. Noi siamo i gestori delle grotte più importanti della nostra regione, quelle del Parco dei Gessi bolognesi, le più conosciute sono la grotta della Spippola e la grotta del Farneto; ecco l’accesso a una di queste grotte è chiaramente impossibile per persone con disabilità motoria, non è nemmeno pensabile. Vi sono luoghi dove tanti normodotati non possono accedere, il limite sta nel luogo che si vuol raggiungere e nei propri limiti, ognuno ha i suoi, ed è bene che lo sappia e ne sia cosciente. Dopo di che ci sono le guide che ti accompagnano fino a un certo punto, oltre il quale nemmeno le guide ti accompagnano più, anche se sai fare i salti mortali. È questo quello che deve sapere chi vuole venire a visitare i parchi: i parchi sono molto vasti, ci sono tante opzioni di visita molto semplici e tranquille che con una persona che accompagna sono perfettamente fruibili per chi ha disabilità motorie, mentre i non vedenti possono andare dappertutto o quasi. Difficilmente un non vedente andrà sulla cima di Monte Sole perché ci sono dei gradini. Però può andare a Casaglia, al suo cimitero, alla sua chiesa. Ci sono insomma tante possibilità di fruizione delle aree protette, ognuna a misura di chi intende fruirla.

12. Una gita come le altre. L’esperienza di Trekking Italia di Bologna

di Jean Marie Bouroche e Piero Vetturini, Trekking Italia Sezione Emilia Romagna

Nello statuto di Trekking Italia è previsto lo sviluppo di attività con persone disabili di tutti i tipi, il nostro obiettivo è di fondere la disciplina fisica con gli aspetti culturali e sociali. Anche se lo statuto è comune, c’è una grande autonomia tra le varie sedi regionali. La sede di Bologna da alcuni anni sta portando avanti iniziative che coinvolgono le persone con disabilità; alcune non sono riuscite a proseguire, altre invece hanno trovato il modo per farlo.

Non sempre è facile coinvolgere gruppi misti
Ci aveva contattati un liceo perché avevano una ragazza con disabilità motoria e ci avevano chiesto di fare un trekking considerando anche un percorso adatto per le carrozzine. Però la scuola ci ha messo molti paletti: partire e tornare in orario scolastico, andare con mezzi pubblici. Per cui li abbiamo portati in un’area naturale situata poco fuori Bologna. Si chiama area del torrente Dosolo, un triangolo fatto da due torrenti, che è stato rinaturalizzato con due zone umide e un macero. Non lo conosce nessuno, ma è interessante anche se molto piccolo. All’interno di questo spazio c’è un percorso che si può fare per osservare le zone umide, c’è un macero e ci sono delle chiuse che gestiscono questo equilibrio. C’è anche un museo tematico sulla bonifica dell’acqua organizzato molto bene. La ragazza in carrozzina si è divertita moltissimo, mentre tutti gli altri hanno detestato l’attività. Del resto per portare in giro ragazzi in carrozzina servono o strade asfaltate con poco traffico o strade bianche forestali non sconnesse, tenute bene. Da noi sono pochissimi gli itinerari, per cui questa cosa è finita subito. È successo cinque o sei anni fa e dopo quell’esperienza di carrozzine non ci siamo più occupati.
Abbiamo fatto delle uscite con ragazzi non udenti dell’Istituto Gualandi. L’iniziativa era stata chiesta da due operatrici che volevano fare delle attività con ragazzi adolescenti, sordi e non, mescolandoli, e avevano identificato il trekking come un’attività che favorisse questa integrazione. Abbiamo fatto due o tre uscite, poi siccome venivano solo ragazzi non udenti e non veniva nessun altro, anche questa esperienza è finita. È finita perché non sono riusciti a coinvolgere degli adolescenti udenti e a fare un gruppo misto.
Altre esperienze però sono riuscite bene. L’associazione “Volhand” di Crespellano ci ha chiesto di portare fuori delle persone con deficit intellettivi di varia entità. Programmavamo un giro non troppo lungo, 3 ore di cammino e con poco dislivello. Poi loro lanciavano l’iniziativa e i ragazzi si iscrivevano. A seconda del numero e del tipo di ragazzi che si iscrivevano, avevamo gli accompagnatori, a volte con rapporto 1 a 1, a volte meno se c’erano ragazzi più gestibili.
Quest’esperienza è durata più a lungo, più di un anno. Facevamo 1 giro ogni 2 o 3 mesi, abbiamo fatto 4-5 giri complessivamente. Andavamo a Monteveglio, in val Samoggia, Tolè, Vedegheto, in genere nelle zone collinari bolognesi.
La maggior parte dei ragazzi che venivano all’escursione erano molto ubbidienti, poi ce n’era qualcuno che non aveva tanto il senso dello spazio, cioè da soli andavano fuori sentiero e bisognava riacchiapparli, bisognava stare molto attenti.

Un omone grande e grosso e la sua mamma
L’esperienza che ci è parsa molto interessante è stata però un’altra. Ci ha contattato il servizio handicap adulto dell’ASL per coinvolgere nelle nostre attività persone che avevano ampie autonomie. Il principale problema di queste persone è il tempo libero: le vacanze, le ferie, per loro sono una cosa terribile. Le loro patologie peggiorano quando sono in ferie. L’urgenza era organizzare il tempo libero.
Abbiamo deciso di provare a inserire nel gruppo un paio di queste persone con il loro accompagnatore, e abbiamo fatto un’escursione insieme ai nostri soci. Non sapevamo come avrebbero reagito i nostri soci o se i nuovi inserimenti avrebbero creato problemi durante l’escursione. In quell’occasione è venuta solo una persona con sua madre: era un omone grande e grosso con la madre piccola piccola. Questa esperienza, seppure limitata, è andata molto bene, nessuno dei soci si è lamentato ed è stata un’escursione inserita nella normale programmazione. Nessuno degli altri miei colleghi accompagnatori di Trekking Italia se l’è sentita di ripeterla. A me piacerebbe far partire un gruppo di famiglie con persone con deficit intellettivi ma bisogna capire come organizzarsi. L’esperienza migliore è non fare gruppi separati, ma provare un inserimento.