Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

9. Un discorso non concluso

“Abbiamo incontrato gli alieni e gli alieni siamo noi” suggerisce Paul Press nel romanzo (del 1984) Le porte dei cieli sulla scia di Fredric Brown. Ma questa consapevolezza purtroppo non appartiene a tutte/i neppure nei mondi delle fanta-scienze.
Restano aperte grandi questioni che qui non possono essere approfondite come meriterebbero. Soprattutto a partire dalla stessa definizione di “essere umano” – si vedano le provocazioni di Philip Dick – rispetto alla quale confrontarsi (o rifiutare, come i razzisti vorrebbero) l’incontro con l’alieno che a sua volta è difficile da definire.
Accenniamo ad alcuni fra i dubbi possibili filosofico-etici.
In primo luogo l’intreccio fra biologico e artificiale. Confrontiamoci ad esempio con  il concetto di “formutazione” elaborato da Charles Sheffield nel romanzo «Progetto Proteo» (del 1978). Così all’inizio del libro:
“Erano entrambi troppo giovani per ricordare i dibattiti sull’umanità. Che cos’è un essere umano? […] Un’entità può dirsi umana se, e solo se, è in grado di realizzare formutazioni intenzionali usando i sistemi di biorigenerazione”.
E poi, poco prima della fine:
“Se il confine tra mondo animato e inanimato è puramente teorico, la formutazione non ha limiti. Si può cominciare a concepire un essere pensante e cosciente grande quanto un pianeta o una stella […] Se i nostri test di umanità sono validi, ogni combinazione tra essere umano, o alieno, e macchina che coinvolga formutazioni intenzionali apparterrebbe di diritto al genere umano. Secondo me la questione è filosofica e non è così facile dare una risposta”.
Fu soprattutto lo sfrenato talento di Philip Dick a spalancare porte (dietro ognuna c’erano problemi in serie, come fossero scatole cinesi) sull’incerto confine fra naturale e artificiale, fra vita e non-vita. Siamo alla difficile – sempre più? – attribuzione di un senso alla nostra umanità.
Da romanziere, Dick si muoveva nei territori (disprezzati da certe elites) della letteratura “di genere”; eppure l’impressione per quel che scriveva fu tale che gli venne chiesto di tenere conferenze per approfondire la sua filosofia. Lasciamogli dunque la parola in questa veste insolita dove non perde in efficacia. Anzi.
“Il più grande cambiamento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione. […] Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide appena uscito da una fabbrica di creature artificiali della General Electrics: l’androide, con grande sorpresa dell’uomo, prenderà a sanguinare. L’androide sparerà, di rimando, e con grande sorpresa vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”.
Siamo ben oltre la metafora, anche perché dagli anni ’70 a oggi la commistione e/o confusione fra artificiale e biologico ha continuato a camminare. Come commenta Patricia Warrick: “L’analogia fra uomo e macchina è stata sfruttata sino in fondo. L’uomo è programmato dalla società perché funzioni come una macchina; l’uomo è un robot dall’aspetto umano che però si comporta come una macchina”. 

Forse tradire
Con ogni evidenza una conclusione è impossibile. Accettare l’alieno (quale che sia) venuto dall’esterno o scoperto dentro di noi è per molti tradimento. Del resto una definizione ristretta del concetto di umanità significa già, per molti, che riconoscere eguali diritti a “negri, froci e giudei” (tanto per citare il provocatorio titolo di un recente libro di Gian Antonio Stella), sorridere a chi viene definito turco, gay, islamico, handicappato… è tradire. Ma per altri il vero pericolo – se si vuole l’unico mostro – è uccidere gli alieni, le diversità fra noi e/o che ci portiamo dentro e/o gli extraterrestri, se mai li incontreremo.

Solo per caso
Così il mio piccolo suggerimento è guardare a qualsiasi alieno (presente e futuro, terrestre o extra) ripensando a una canzone – There But For Fortune – di Phil Ochs; eccola nella traduzione italiana di Riccardo Venturi:
“Fammi vedere una prigione, fammi vedere una galera,
Fammi vedere un prigioniero con la faccia impallidita
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.
Fammi vedere il vicolo, fammi vedere il treno,
Fammi vedere il vagabondo che dorme fuori, sotto la pioggia,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.
Fammi vedere le macchie di whisky sul pavimento,
Fammi vedere l’ubriaco che inciampa fuori dalla porta,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.
Fammi vedere la carestia, fammi vedere la debolezza,
Occhi senza futuro che mostrano i nostri fallimenti,
E io ti farò vedere dei bambini, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quei bambini non siamo io o te, io e te.
Fammi vedere il Paese dove son dovute cadere le bombe,
Fammi vedere le rovine degli edifici una volta tanto alti,
E io ti farò vedere un giovane Paese, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel Paese non siamo io o te, io e te”.
Evidentemente molte persone sono sconvolte da quest’idea che “solo per caso”… Ma invece c’è chi lo crede vero; chi lo sente dentro di sé anche senza conoscere Phil Ochs; chi vorrebbe che questo fosse l’atteggiamento per guardare il mondo, anzi i mondi. Philip Dick, nel presentare alcuni suoi racconti, scriveva così:
“La premessa fondamentale di tutte le mie storie è che se dovessi incontrare un essere intelligente extraterrestre (più comunemente definito ‘una creatura dello spazio esterno’) mi accorgerei di avere più cose da dire a lui che al mio vicino di casa”.
Solo per caso non siamo alieni. O più probabilmente in qualche modo lo siamo.

Ed ecco le tre righe finali di Sentinella
“Molti, con il passare del tempo, si erano abituati, non ci facevano più caso: ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”. 

Aspettando l’incontro ravvicinato
Se volete sapere a che punto sono i viaggi spaziali e/o avere notizie su Seti e altri programmi di ricerca sulle “intelligenze extraterrestri” dovete rivolgervi a libri o siti appositi. La situazione però non è molto mutata da quanto scriveva Asimov nella prefazione all’antologia, rivolta a ragazze/i dai 10 anni in su, Storie per giovani alieni che contiene almeno due storie bellissime con protagonisti:
“Esistono gli alieni? Non lo sappiamo. […] Per quanto riguarda il nostro sistema solare ogni ricerca in tal senso ci ha riservato solo delusioni. […] Ma il Sole non è altro che una singola stella in una galassia che ne contiene qualcosa come 200-300 miliardi: e la nostra galassia è solo una delle tante galassie che popolano l’universo, calcolate in circa 100 miliardi. […] Le stelle sono così lontane da noi che è virtualmente impossibile studiarle nei dettagli. […] Gli ottimisti ritengono che tutte, o quasi tutte, le stelle possiedano un proprio sistema planetario. […] Pertanto solo nella nostra galassia potrebbero esistere miliardi di pianeti portatori di vita. […] Gli astronomi ottimisti pensano che lo sviluppo dell’intelligenza sia un fatto inevitabile. […] Dal loro canto gli astronomi pessimisti contestano l’ipotesi di partenza: non sono affatto sicuri che ogni stella possieda un suo sistema planetario. […] Inoltre, aggiungono, per essere adatto alla vita, un pianeta deve possedere una così cospicua serie di proprietà e condizioni “giuste” che una tale eventualità appare altamente improbabile”.
Detto in 5 parole: per ora non lo sappiamo.

8. L’alienità totale (ovvero del pensare non accettato)

Come abbiamo visto la parola alienità si riferisce anche alle (vere o presunte) alterazioni della “salute” mentale. Dunque questo percorso si avventura in una doppia direzione: come la letteratura di fantascienza ha affrontato i nostri “matti” ma anche come noi terrestri potremmo essere “folli” per chi ha una logica davvero altra.
Per entrare in argomento tuffiamoci direttamente dentro una storia.
In ogni posto di lavoro, per strada o a casa, incontrate i sanity-meters ovvero gli “alienometri” prodotti dalla Cahill Thomas Manufacturing: li vedete intorno a voi, non troppo dissimili dai parchimetri ma funzionano senza monete o tessere. Misurano il disadattamento – “la pazzia” – di ogni cittadino. Se si supera la norma (fra 0 e 3) si è sottoposti a sorveglianza; quando si arriva al livello 10 obbligatoriamente si sottostà alla “correzione chirurgica” oppure si entra (per sempre o fino a guarigione?) nella misteriosa Accademia. E per l’appunto Accademia s’intitola un racconto-profezia scritto nel 1954 da Robert Sheckley.
Mi è capitato – nelle vesti di attore che ogni tanto, con sfacciataggine, indosso – di leggerne alcuni brani in una sede particolare come è quella dell’associazione dei familiari di degenti negli (ex, dopo la legge che tutti conoscono come “Basaglia”) ospedali psichiatrici e mi ha molto colpito il commento di alcune persone che più o meno suonava così: è fantascienza sino a un certo punto perché anche senza “alienometri” in questa società c’è chi (più o meno “autorizzato”) misura il nostro livello – da 1 a 10 – di “normalità”.
Ovviamente lo spunto iniziale di Sheckley è la tipica ossessione statunitense per “l’igiene” mentale e la conseguente diffidenza verso tutto ciò che si discosta da una presunta norma. Non abbiamo gli “alienometri” fra noi però negli ultimi anni il tentativo di psichiatrizzare tutto si è allargato dagli Usa al resto del mondo, trovando ostacoli ma anche vincendo battaglie importanti. Come sempre la buona science fiction ci può aiutare a muoverci nei sentieri del presente e dei possibili futuri prossimi.
Proviamo allora a tuffarci in uno dei mondi inventati dal già citato Dick. Nel complesso ed efficacissimo Follia per 7 clan ha addirittura disegnato un intero sistema sociale basato su diversi tipi di malattie mentali in “guerra” fra loro. C’è forse un solo “Norm” in mezzo ai “Mani” (la loro capitale è definita – notate la perfidia – “Grande Da Vinci”), ai “Para” (nella città di “Adolf-ville”), agli “Schizo”, ai “Poli” maniaci, agli “Eb” (i troppo buoni e dunque ebeti che si ritrovano – questa è ancora più provocatoria – in un luogo chiamato  “Gandhitown”), ai “Dep” (depressi, con ogni evidenza) e infine agli “Os-com” cioè gli ossessivi-compulsivi. Come sempre accade in Dick anche qui ci sono paraventi (tre almeno ma evidentemente questa non è la sede per approfondire) che nascondono altre verità.
Questa provocazione definitoria in Dick ha evidenti radici nel nostro mondo. La mania di classificare ogni minima “deviazione” continua a tradursi in statistiche che urlano vertiginosi aumenti di vecchie/nuove forme del malessere psichico. Di continuo i mass media rilanciano allarmi su “epidemie” che, lungi dall’essere indagate e/o verificate, servono invece a lanciare altri farmaci, cure, psicoterapie ma anche ad allargare il controllo sulla vita privata. Bambini compresi, che vengono curati in sostanza perché “troppo vivaci”. Istituti definiti autorevoli – e magari lo sono ma hanno finanziamenti assai loffi, cioè di chi poi venderà i rimedi contro le presunte sindromi – possono periodicamente e tranquillamente sostenere che in Occidente un bimbo su quattro si può classificare “malato di mente”. Persino l’Oms, cioè l’Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite, aveva annunciato – per il 2005 – mezzo miliardo di “picchiatelli” in circolazione sul pianeta: per la precisione (ma chi fa i conti?) 413 milioni nelle società sviluppate e 122 nei Paesi “pezzenti”. E se vivere in effetti è sempre più difficile appare improbabile che l’abuso di farmaci  risolva tutte le difficoltà esistenziali.
Ancora Dick ha previsto l’arrivo degli “psichiatri portatili” (ben prima di programmi computerizzati come Eliza). Vale aggiungere per coloro che hanno visto il (bruttino) Minority Report di Steven Spieberg – tratto dall’omonimo racconto di Philip Dick, sempre lui – che nel sistema giuridico statunitense esiste già la possibilità che sulla base di una “precognizione” (di uno psichiatra, guarda un po’) scatti condanna, persino la pena di morte.
Si potrebbe continuare ritornando a Sturgeon. Nel lontano 1956 Ultime notizie, un altro suo racconto, da una parte conduceva in un labirinto psichiatrico che (almeno per l’epoca) era dotto quanto sconvolgente ma dall’altra poneva una questione che sempre più risulta attuale e angosciosa: di fronte alla quantità di dolore, impotenza e rabbia che i mass media – le “ultime notizie” appunto – ci riversano addosso cosa possiamo fare per non soffrire? E se quando decidiamo di nasconderci (di “rimuovere” o “regredire” per usare termini tecnici) qualcuno ci viene a snidare… Ma senza offrire alcuna soluzione per quelle sofferenze, cosa potrebbe accaderci?
Due vicende esemplari hanno al centro – non per caso – donne. La prima è la protagonista di Sinthajoy dell’inglese David Compton sospesa tra le false vite dei “nastri” che le scorrono nel cervello e il puzzolente mondo reale dove scopre che “solo adesso che sono ‘ufficialmente’ psicotica posso fissare la gente senza provare imbarazzo”. L’altra donna è invece una chicana – cioè un’immigrata latina negli Usa – di mezza età, Connie Ramos, che viene classificata folle ma in realtà è solo un’emarginata: dalla sua “gabbia” Connie può però sintonizzarsi su un futuro (ahi-noi lontano) comunitario, ecologista, non sessista e libertario. C’è in questo romanzo di Marge Piercy, Sul filo del tempo una frase chiave che, mi scuserete la digressione personale, ho scelto come sottotitolo del mio blog: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo”.

In via degli Aceri o su Cephes 5
Bisogna sognare anche un’altra psichiatria (meglio: una non psichiatria) che neghi l’esistenza di due diversi universi per i “folli” e per i “sani”. La ricorrente idea di un controllo sociale totale ha già storicamente prodotto l’internamento psichiatrico dei dissidenti nell’ex Urss e la lobotomia di massa negli Usa. Altre tragedie porterà se dimenticheremo quel che aveva urlato Erasmo: “non è vero che ogni illusione o vaneggiamento debba chiamarsi follia”. Anzi. Sempre più in una società di orrenda e socialmente iniqua “normalità”, di pensiero unico e di guerra preventiva/permanente chi vaneggia può essere maggiormente saggio di quelli che pretendono essere questo il migliore dei mondi possibile. Forse la nostra follia è più saggia della nostra saggezza, ci hanno ammonito Erasmo e Montaigne. Ma, con ogni evidenza, qui bisogna interrompere il discorso che andrebbe ben oltre il senso di questa specifica ricerca.
Accennando però a un altro paio di storie. La prima è in un telefilm – che forse i meno giovani ricorderanno – Arrivano i mostri in via degli Aceri, esemplare racconto di paranoia collettiva: siamo all’interno della celebre serie Ai confini della realtà (dal 1959 al 1964) e sono significative le frasi di chiusura dell’episodio: “I pensieri, le opinioni, i pregiudizi possono essere armi, armi che esistono solo nella mente degli uomini […] I pregiudizi possono uccidere e il sospetto può distruggere, la ricerca di un capro espiatorio contamina, come l’Atomica, i figli già nati e i nascituri”. Gli alieni – di loro si parla nel telefilm – spingono gli umani a farsi guerra fra di loro.
“In cima alla collina due individui nascosti stavano accanto al portello di una nave spaziale e osservavano via degli Aceri.
[…] Lo schema è sempre lo stesso?
Sì, con poche variazioni. – fu la risposta – Scelgono il nemico più pericoloso che c’è e lo trovano in loro stessi”.
La seconda storia è Cephes 5, un racconto (del 1973) di Howard Fast.
A bordo della “grande nave interstellare” un ufficiale sente crescere il malessere mentale. Ne parla con “il Consigliere” dell’equipaggio che gli domanda se ha sentito parlare di “delitto” cioè di una “azione che sopprime una vita umana e che come idea ha origine in sentimenti anormali di odio e di aggressione”.
Lo stupefatto ufficiale quasi non capisce di cosa parli il Consigliere:
“Volete dire che c’è gente che ammazza altra gente?”.
Purtroppo sì, spiega il Consigliere: anche se accade in pochissimi dei “33.472 pianeti abitati della galassia”.
Cosa si fa con gli assassini?
“Li isoliamo” spiega il Consigliere “sul pianeta Cephes 5”. La nave interstellare è diretta lì: quel senso di malessere avvertito dall’ufficiale nasce dalle “cattive vibrazioni” dei 500 assassini “di tutte le razze della galassia”.
Il racconto è pieno di interrogativi ma uno – il più choccante – si scioglie nelle ultime righe.
“Noi chiamiamo questo pianeta Cephes 5 – disse l’ufficiale – ma tutti i pianeti hanno un loro nome, dato dagli abitanti. Come chiama quella gente il suo pianeta?
– Lo chiama Terra – rispose il vecchio Consigliere”.
E in sintonia con la provocazione di Fast, per questo segmento l’ultima parola si potrebbe dare a un esponente del “realismo magico” latino-americano, quel Manuel Scorza che nel romanzo La danza immobile (del 1983) ci illuminò: “Lenin aveva torto… non è l’imperialismo la fase suprema del capitalismo, è la schizofrenia di massa”.
Di alieni mentali ce ne sono parecchi in giro, anzi come diceva quella vecchia frase (che è anche su molte t-shirt) “visto da vicino nessuno è normale”. Che poi siano tutti pericolosi è tutto da dimostrare. Dipende, al solito, da chi ha il potere di guardare e decidere. Abitare in via degli Aceri e rendere migliore Cephes 5 come sempre almeno in parte dipende da noi.

7. Qualche accenno sull’alienità religiosa

Dallo spazio arrivano i protagonisti di Alieno in croce, del 1978, scritto a quattro mani da Lester Del Rey e Raymond Jones. Il “prete” ufficiale della spedizione è Toreg. In apparenza è feroce oppositore di ogni eresia ma dentro aveva: “come una ferita sanguinante […] la portava con sé, la nutriva, la combatteva e ne sopportava il dolore, perfino nelle lunghe preghiere che dedicava al Keelong a cui non credeva. Il peso restava; e cresceva la sua ferocia contro l’eresia. Nessuno sapeva che quella ferocia era diretta più contro se stesso che contro gli altri”.
I protagonisti di questo bel romanzo sono di color verde pallido a scaglie sottili ma quando arrivano sulla Terra nessuno s’impressiona: infatti il pianeta è stato distrutto da un’ultima, terribile guerra. Nessun superstite. Pochi resti e difficilmente decifrabili.
Però sotto le macerie Toreg trova “due pezzi di legno uniti fra loro a forma di croce  […] Non riuscì a trattenere un grido. Era la cosa più orribile che avesse visto in tutta la sua vita”. Il sacerdote alieno s’interroga sulla misteriosa figura “torturata”. Dopo lunghe ricerche, Toreg può dare un nome – Gesù di Nazareth – al crocefisso ma senza scoprire altro. Nel martirio di quell’“alieno in croce” sembra esserci più forza che nelle credenze Keelong. Potrebbe trattarsi solamente del fascino di una religione nuova e densa di misteri… o forse no. Il romanzo preferisce lasciarci nel dubbio. È un diverso – alieno appunto – sguardo sulla religione, sulla forza che potrebbe avere per diverse specie.
Si può provare a immaginare il rovescio di Toreg: come accoglieranno i non-umani il messaggio di redenzione dei terrestri? Ne ha scritto, fra gli altri, lo scrittore irlandese Clive Staples Lewis. Chiedendosi: “I nostri futuri missionari se incontrassero una razza senza peccato sarebbero in grado di comprenderla? […] Non potrebbero giudicare peccato quelle differenze di comportamento che la storia biologica e spirituale di creature diverse giustificherebbe pienamente? […] Dobbiamo fermamente opporci a ogni sfruttamento teologico”.
È un quesito che tornerà, con forza inaudita, soprattutto in un romanzo di James Blish che esamineremo fra poco.
Tradizionale nello schema post-catastrofe ma straordinario per invenzioni, ritmo, scrittura – e anche per offrirci un po’ di speranza rispetto agli alieni fra noi – è il romanzo I trasfigurati di John Wyndham del 1955. Siamo proiettati subito in una società post catastrofe atomica succube del fanatismo religioso e che riconosce nei mutanti i segni della persistente collera divina. Le parole para-bibliche “solo l’immagine di Dio è il vero uomo” servono a giustificare persino il rogo d’una bimba colpevole d’avere 6 dita in un piede. Gli squarci di intolleranza descritti da Wyndham si mescolano alla fiducia nell’umanità, all’idea che essa possa rinascere come una farfalla dal bruco (proprio Re-birth o The Chrysalids sono i titoli con cui il libro è circolato in altri Paesi) e che le mutazioni potrebbero rivelarsi anche uno sviluppo positivo o il disvelamento di potenzialità latenti. Forse ci sono alieni che stanno nascendo dietro di noi (non necessariamente a seguito di catastrofi o radiazioni) e comunque difficile credere a un dio che misura l’umanità come avrebbe potuto fare un Cesare Lombroso.
L’intreccio fra alienità e religione trova uno dei suoi apici in un romanzo che, pur scritto nel lontanissimo 1958, resta alla memoria: Guerra al grande nulla di James Blish.
Quattro scienziati terrestri, fra cui un gesuita peruviano, arrivano sul pianeta Lithia dove gli abitanti ignorano cosa sia il male. Se i lithiani non conoscono peccato e dunque mancano di Dio – si chiede il tormentato gesuita – essi sono forse un’utopia di Satana? A questo punto l’intreccio, anche teologico, si complica assai: Egtverchi, “l’unico rettile dell’universo con genitori mammiferi”, arrivato sulla Terra, mostra grande abilità nell’usare e/o scombussolare i mass media.
“Commentatore ormai di notizie alla tv, Egtverchi era il primo oratore televisivo che avesse un pubblico composto per metà di intellettuali disingannati e per metà di bambini entusiasti. Era un fenomeno senza precedenti”.
Il successo di Egtverchi è tale che può persino invitare il pubblico a “inviare lettere anonime ingiuriose alla ditta che paga le sue trasmissioni”. Forse accadrà il peggio se il gesuita non fermerà questo demonio/non demonio… Ma come si conclude la vicenda dovrete scoprirlo da soli, recuperando il libro in qualche biblioteca.
Altri alieni “religiosamente” inquietanti in Le guide del tramonto di Clarke, che hanno una piccola differenza biologica come si è accennato.
Il libro risente dell’età (uscì nel 1954) soprattutto nella seconda parte ma l’inizio e la studiata preparazione al colpo di scena alien-teologico restano godibilissimi anche oggi. In sintesi: stavolta i potentissimi alieni sono venuti in pace, portano una fruttuosa collaborazione. Ma allora perché trattano solo con le Nazioni Unite, perché non si mostrano? Passano gli anni: finiti i sospetti e congiure, i terrestri appariranno rassicurati: così i “buoni alieni” potranno comparire in pubblico… con le due corna sulla testa e la coda ma senza impressionare più di tanto. Tutte le calunnie venivano da una precedente visita troppo prematura, sostiene Clarke.
Abbandoniamo a malincuore il segmento dell’alienità religiosa e avviamoci verso le conclusioni.

6. Alienità sociale

Partiamo da un racconto di Leo Szilard che, per chi non lo sapesse è uno dei padri (involontari) della bomba atomica. In Rapporto sul Gran Central Terminal – nell’antologia di racconti La voce dei delfini – ci provoca così: “Immaginate che colpo fu per noi atterrare in quella grande città e trovarla deserta. Da dieci anni viaggiavamo attraverso lo spazio. […] Quando finalmente atterrammo scoprimmo che su quel pianeta la vita si era estinta. […] A quel punto Xram si ricordò che circa 5 anni prima erano stati osservati misteriosi bagliori, tutti nella stessa settimana. Gli venne in mente che quei bagliori potevano essere stati prodotti da esplosioni di uranio. […]  Ritenevamo che chi aveva costruito città così grande fosse dotato di razionalità per cui ci sembrava difficile che si fosse impegnato a trattare l’uranio per tanto tempo”.
Questo è il quadro di partenza: io ho un pochino barato tacendovi che il pianeta si chiama Terra mentre Szilard lo mette subito in chiaro. Quel che qui ci interessa – la difficoltà a decifrare un mondo alieno – però non riguarda l’energia atomica.
“Non sapendo da dove iniziare le ricerche, scegliemmo come primo oggetto di indagine uno degli edifici più grandi della città. Anche se non sapevamo cosa significasse Grand Central Terminal, non avevamo dubbi su quale fosse il suo utilizzo. Era parte di un primitivo sistema di trasporto basato su rozze macchine che correvano su rotaie tirandosi dietro vetture a ruote.
Per più di 10 giorni studiammo quell’edificio e scoprimmo dettagli interessanti e sconcertanti”.
Le scritte “fumatori” e “non fumatori” restano inspiegabili per gli scienziati alieni e certi dipinti che mostrano esseri con le ali confondono ancor più le idee.
“Nel grande spazio del Central Terminal trovammo stanze abbastanza piccole collocate a coppie e in posizioni abbastanza nascoste. Ciascuna di queste stanze (chiamate ‘Uomini’ e ‘Donne’) conteneva cabine che probabilmente potevano servire come riparo temporaneo per i terrestri mentre depositavano i loro escrementi”.
Ma restano molte domande irrisolte e… Szilard si diverte. Cosa significa la scritta “libero” all’ingresso di queste cabine? Perché si aprono solo con un gettone? E perché analoghi congegni nelle case non hanno il meccanismo apribile con un dischetto e la scritta “libero”? Cos’abbia a vedere la libertà con gli escrementi è un quesito che appassiona questi scienziati alieni. Così “saggi” da non credere che i terrestri possano essersi auto-distrutti con l’uranio.
Di paradossi e provocazioni simili (magari a ruoli rovesciati, cioè con i terrestri nella parte degli alieni che indagano) è piena la fantascienza. Chi è appassionato del genere ricorderà quantomeno il racconto Mai toccato da mani umane del caustico Robert Sheckley, il romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij (trasposto al cinema da Andrej Tarkovskij come Stalker) o lo sconcertante (soprattutto nel finale) Incontro con Rama dell’altro scienziato-scrittore Arthur C. Clarke.
Ma qui ci interessa l’alieno sociale che, anche nella metafora fantascientifica, a volte somiglia al nostro: questione di classe dunque.
Chi si rifà in qualche modo al pensiero di Marx già saprà che, per i borghesi, alieni sono i proletari e viceversa. E per quanto i rapporti (di potere) fra le classi cambino il capitalismo inevitabilmente fabbrica alieni. Nel 1982 Andrè Gorz ricorda – in Addio al proletariato – che già Adam Smith annotava che “molti padroni di fabbriche preferiscono impiegare operai ‘mezzi idioti’” e che poi Marx “descriverà il lavoro operaio, sia nelle manifatturiere che nelle cosiddette fabbriche automatiche, come una mutilazione delle facoltà intellettuali e corporali degli operai”. E Gorz riassume: “La fabbrica produce ‘mostri’”. Alieni. O umani mutanti direbbe qualche scrittore-scrittrice di science fiction.

Crumiro
Qui ci interessa la fantascienza che ha al suo centro l’alieno sociale dunque diverso, incomprensibile, “non umano” per ragioni di classe o per un particolare lavoro.
Un buon esempio è il racconto Crumiro (del 1957) di Isaac Asimov che vedremo in dettaglio.
Steven Lamorak è un sociologo terrestre che visita Altrovia, un planetoide terrestre, fuori dal sistema solare, con un diametro di un centinaio di miglia, patria di una colonia umana, formata da trentamila persone. Capiremo poi che qui si è sviluppato un rigido sistema di caste dove ogni lavoro è limitato a un particolare insieme di famiglie.
Il consigliere Blei spiega a Lamorak: “Dobbiamo rimettere tutto in circolo […] i rifiuti di ogni genere devono essere ritrasformati in materia prima”. Blei sembra imbarazzato e reticente però accetta di parlare del sistema di caste: “ogni uomo, donna o bambino sa qual è il suo posto”.
Dopo il colloquio e la promessa di poter visitare il giorno dopo il pianetino, Lamorak sfoglia il giornale locale. Nulla di interessante salvo un articolo che gli risulta incomprensibile. “Sotto il titolo ‘Richieste immutate’ si leggeva: ‘Non vi è stato alcun cambiamento nel suo atteggiamento di ieri. Il Consigliere Capo, dopo un secondo colloquio, ha annunciato che le sue richieste continuano a essere irragionevoli e che non possono essere soddisfatte per nessuna ragione al mondo’ […] Lamorak rilesse l’articolo tre volte: il ‘suo’ atteggiamento, le ‘sue richieste […]. Di chi? Dormì malissimo quella notte”.
Nei giorni successivi Lamorak costringe Blei a dirgli la verità. “Igor Ragusnik è l’uomo che si occupa dei processi industriali direttamente connessi ai rifiuti […] ma noi non possiamo parlare con lui”. E ora Ragusnik “pretende uguaglianza sociale. Vuole che i suoi figli si mescolino ai nostri”. E minaccia di scioperare.
Blei dice a Lamorak: “come terrestre immagino che lei non possa capire”. E lui risponde: “come sociologo penso di sì” e “pensa agli intoccabili dell’antica India, a coloro che maneggiavano i cadaveri, ai guardiani di porci nell’antica Giudea” ma anche ai tabù terrestri, altrettanto forti: “il cannibalismo, l’incesto, la bestemmia sulle labbra di un uomo devoto”.
Se Ragusnik continuerà lo sciopero, il sistema di smaltimento rifiuti si bloccherà e l’intera colonia morirà a causa delle malattie. Lamorak chiede di parlare con Ragusnik… per video-telefono; di persona non è possibile.
Il dialogo è difficile. Lamorak ha di fronte un uomo disperato: “perché dobbiamo vivere in isolamento come se fossimo mostri? […] Non mi arrenderò. Muoia pure d’infezione tutta Altrovia, compresi me e i miei figli ma non cederò”.
Lamorak capisce che nessuna delle due parti è disposta a cercare compromessi. E annuncia: “Lo sostituirò io” pur sapendo che sta “tradendo un uomo brutalmente sfruttato”.
Non dirò come finisce il racconto. Se volete leggerlo lo trovate, fra l’altro, nell’antologia di Asimov pubblicata (nel 1987 dalla Nord) con il titolo Le migliori opere di fantascienza. Nell’introdurre il racconto, Asimov scrive: “Credo che questo sia un racconto importante […] invece precipitò nella più totale indifferenza”. Beata ingenuità: il saggissimo Isaac sembra incapace di vedere che non si tratta solo di una metafora della condizione dei “negri” negli Stati Uniti di allora ma più in generale di svelare la rigida divisione in classi della società.
Molte altre suggestioni, visioni e metafore sociali dell’alienità sociale potrebbero essere raccontate. Non c’è qui lo spazio necessario. Chi deciderà di proseguire questo cammino si confronti soprattutto con James Ballard, John Brunner, Damon Knight, il tedesco Joachim Zelter (che in La scuola dei disoccupati ha immaginato una società-incubo che abbia come suo faro la costruzione del curriculum), di nuovo Le Guin e Sheckley e italiani: i due Vittorio (Catani e Curtoni), Valerio Evangelisti e magari Primo Levi che scrisse alcune storie di fantascienza che inizialmente il suo editore editò con uno pseudonimo con la curiosa giustificazione che uno scrittore così legato alla tragica realtà dei lager non avrebbe dovuto, con lo stesso nome, pubblicare storie di fantascienza.
Invece la buona fantascienza ha raccontato molto sulle oppressioni presenti e future aiutandoci a capire dove si annidano nuovi pericoli. Potremmo essere tutti alieni (alienati) in un certo tipo di mondo che si va costruendo. Ad affrontare questo tema – anzi a scardinarlo – è Frederik Pohl, uno degli autori fantascientifici più importanti, sin dagli anni ’50.

Incatenati al 15 giugno
Vediamo, in estrema sintesi, Il tunnel sotto il mondo, lungo racconto che Pohl scrisse nel 1954.
“La mattina del 15 giugno, Guy Burchardt si svegliò da un sogno. Gridava”.
Poco dopo Guy si rassicura: tutto è a posto, era solo un incubo. Per strada nota qualcosa di strano: una pubblicità più aggressiva del solito. Poca roba in fondo. È insolito che il suo capo non sia in ufficio visto che il 15 giugno “è il giorno della denuncia fiscale per il trimestre”. Guy potrebbe andare a cercarlo in fabbrica ma non gli garba perché in una precedente visita era rimasto abbastanza scosso: “non c’era un’anima, soltanto le macchine”.
Quel giorno continua ad andare in modo “sbagliato”: piccole cose fuori posto e, sulla strada del ritorno, altoparlanti minacciosi che urlano ossessivamente frasi del tipo: “Hai già un frigorifero. Puzza! Se non è un frigorifero Feckle, puzza. […] Sai chi ha i frigoriferi Ajax? Gli invertiti hanno i frigoriferi Ajax. Sai chi ha i frigoriferi Triplecod? I comunisti hanno i frigoriferi Triplecod. […] Vuoi mangiare cibo andato a male? O vuoi farti furbo e comperare un Feckle, Feckle, Feckle”.
Anche a casa sua Guy troverà stranezze, illogicità. Va a dormire perplesso. La mattina dopo apprende – dal giornale e dalla radio – con stupore che non è il previsto 16 giugno ma sempre il 15. Guy sta impazzendo?
Il racconto ha una svolta quando (con l’aiuto di un certo Swanson) il protagonista scopre che sotto la città corre un tunnel. Qualcuno sembra seguirli. “Russi? Marziani? Qualunque cosa fossero che cosa potevano sperare di guadagnare da quella pazzesca carnevalata?”.
La verità è a un passo: “Non sono russi e non sono marziani. Quella gente sono uomini della pubblicità. In qualche modo si sono impadroniti della città […] ci hanno catturato tutti, 20 o 30mila persone e ci tengono sotto il loro controllo”.
L’eterno 15 giugno è un grande esperimento sociale per testare nuovi prodotti. Il racconto di Pohl ha in serbo altre tremende sorprese ma, per il discorso che qui si va facendo, basta così. La dittatura di Pol Spot nel 1954 era di là da venire ma oggi è nelle pieghe del mondo reale. Guy è un uomo qualunque che si crede strano o impazzito (due varianti dell’alieno): in realtà è una marionetta. Non c’è forse peggiore alienità della impossibilità di gestire la propria vita.

E se sotto quei circuiti…
Anche i robot e gli androidi in molte storie fantascientifiche sono, con ogni evidenza, metafora del diverso – razziale o sociale – in cerca di integrazione. Se il termine androide vi lascia perplessi chiarisco subito: nella science fiction si intende una creatura artificiale che, a differenza del robot, è costituita di protoplasma e comunque non ha una prevalenza di parti meccaniche.
Anche se non c’è qui spazio per approfondire ulteriormente, qualche esempio di alieno “social-robotico” può aiutarci.
Uno dei romanzi più espliciti dove gli androidi sono a caccia dei “diritti civili” è il complesso romanzo (del 1951) Oltre l’invisibile di Clifford Simak.
Lo stesso Simak scava sul tema in alcuni racconti. Ora tocca a noi a esempio è la minuziosa cronaca del procedimento giudiziario nel quale i robot ottengono il diritto a “non essere più servi di nessuno”.
Con Il peggiore esempio Simak azzarda un’amara riflessione. Incontriamo Tobias, la disgrazia della città, vergogna pubblica, appunto “il peggior esempio, da non imitare mai”. Un giorno però Tobias dimentica di barcollare e sta per tradirsi.
“Lui doveva essere accettato come un umano […] Come vagabondo, ubriacone umano lui era uno scudo. Come robot, uno sporco robot ubriacone buono a nulla, non sarebbe contato nulla. Così nessuno sapeva”.
A sostenere l’inganno esiste persino una tassa (del quale tutti ignorano la vera destinazione) pagata alla Samru cioè “Società per l’Avanzamento e il Miglioramento della Razza Umana”. Il nome è con ogni evidenza simile a quello della Naacp (cioè National Association for the Advancement of Colored People) che nell’epoca in cui il racconto fu scritto si batteva – i risultati erano lontani da venire – per i diritti civili degli afroamericani.
Sarà poi Isaac Asimov a completare il discorso dei robot in cerca dei diritti civili nel famoso racconto (in realtà un romanzo breve) L’uomo bi-centenario. Chi non lo conoscesse ne trova una sintesi nel citato dossier che ho curato per “HP-Accaparlante” nel 2001.
A dar man forte all’ala più iconoclasta della fantascienza in quel periodo arriva, come si è già detto, Philip Dick. A proposito di creature artificiali e di metafore, nel racconto Impostore (del 1953) il protagonista viene accusato di essere un robot del nemico con una potente bomba incorporata. Lui fugge perché sa di essere innocente ed è con stupore pari al suo che, al termine del racconto, chi legge assisterà all’esplosione. Un tipico esempio del modo in cui Dick affronta la confusione fra vivente e meccanico, fra realtà e illusione, temi al centro di tutta la sua opera. Un tema sul quale torneremo più avanti.

5. Alienità dei corpi

Sull’handicap e dintorni nella fantascienza devo necessariamente rimandare al mio dossier Umano è che fu pubblicato nel 2001 su questa rivista “HP-Accaparlante” ma che si può leggere anche nel sito del Centro Documentazione Handicap . C’è chi allora si è stupito che la science fiction abbia dedicato tanta attenzione – e consapevolezza – a questo tema. Per me la ricerca fu solo una conferma di quanto questo “magazzino” sia vitale e spesso possa dire quello che censuriamo o auto-censuriamo nel nostro mondo reale (il quale era stato ribattezzato, con sarcasmo, da Isaac Asimov il “cosiddetto mondo reale”, a significare che forse negli altri mondi, quelli della fantascienza, c’era più verità).
Dunque al riguardo farò solo un brevissimo accenno storico prima di passare al paragrafo successivo.
Il ribaltamento iniziato da Brown con Sentinella tocca forse il suo apice con due romanzi di Theodore Sturgeon: Cristalli sognanti del 1950 e Nascita del superuomo (ma il titolo originale suonava Più che umano) del 1953 che, non a caso, hanno diviso – e tuttora dividono – gli appassionati di fantascienza in due schiere non riconciliate. Solo scavando dove gli uomini impauriti vedono qualcosa di incomprensibile e dunque orribile possiamo scoprire una nuova, diversa umanità. Se ci sentiamo una super-razza (o l’unica razza pensante o “il popolo eletto”) risulta impossibile accettare la sfida che Sturgeon ci propone. Se il preteso super-uomo possiede una super-scienza o super-armi in qualche modo possiamo fare i conti con lui (magari per arrenderci) ma se invece qualcosa di sovra-umano, magari qualche umano mutante, avesse una super-empatia, una super-solitudine o magari una superiore capacità di amare allora scatterebbe un antico meccanismo: la paura che prevale sul desiderio e dunque… io devo sopprimere quel che non capisco.
È curioso che anche un filosofo letto e osannato come Friedrich Nietzsche quando ha affrontato il tema del superuomo sia stato frainteso, se non addirittura arruolato (del tutto a torto) fra i precursori del nazismo. Invece basterebbe questa frase in Ecce Homo per farci riflettere: “L’uomo è una corda tesa fra l’animale e l’oltre-uomo, una corda sopra l’abisso”. E altrove – mi ricorda sempre il mio amico Fabrizio, “nicciano doc” – ha scritto: “Anche l’anima deve avere le sue determinate cloache nelle quali far defluire la sua immondizia; a ciò servono persone, relazioni, classi, o la patria oppure il mondo oppure infine – per quelli molto boriosi (voglio dire i nostri cari ‘pessimisti’ moderni) – il buon Dio”. Il superuomo nietzschiano è un “sentito dire” o un fraintendimento che venne incoraggiato dalla sorella Elisabeth, antisemita e sostenitrice del nazismo, nel risistemare gli scritti del fratello. Sarebbe interessante ragionare sui legami fra Nietzsche e i supereroi del fumetto statunitense ma sarà per un’altra volta.

4. L’alienità sessuale (e i suoi tabù)


“Tol studiò la faccia allegra dell’Allegon cercando di conciliarla con il concetto umano di mascolinità. Ma su quel pianeta, si disse, i ruoli sessuali come tali erano in gran parte inesistenti, il desiderio sessuale, secondo il testo di antropologia, era quasi interamente sotto controllo razionale. Il ‘matrimonio a tre’ era asessuale per natura e sanciva l’unione di un Allegon, un Gonnegon e un Berregon. Dopo la formazione della triade, ciascun adulto si accordava fuori dal matrimonio con qualcuno della sua specie per la concezione e la nascita di un figlio. Alla nascita, il figlio veniva affidato al genitore con cui ci si era accordati e l’altro, fosse padre o madre, rinunciava a ogni diritto su di lui. Successivamente, il piccolo Allegon, fosse maschio o femmina, cresceva educato a servire; il Gonnegon a comandare; il Berregon a produrre”. Se in questo scenario – il romanzo Un mondo da salvare di Sydney Van Scyoc (del 1973 ma tradotto in italiano nel 1986) – sono un po’ complicati per i nostri standard, quelli sociali sono purtroppo chiarissimi.
Un passo indietro perché il sesso – ci avevate fatto caso? – è argomento assai complicato. Combattuti fra una rilassante normalità (non meglio precisata) e il fascino indiscreto della diversità (l’esotico è erotico?) la nostra buffa razza continua da millenni a vivere in termini schizofrenici il rapporto con le differenze, oscillando fra attrazione e ripugnanza senza trovare punti di equilibrio. Particolarmente vero dalle parti dell’amore e del sesso.
C’è naturalmente chi la vede semplice; tanto per fare un esempio: l’uomo domina, la donna ubbidisce e via così. Cosa c’è da indagare?
Pregherei chi sta leggendo di dedicare un attimo di attenzione al disegno noto come “la moglie e la suocera di W. E. Hill”.
Cosa vedete? Se non lo conoscete, faticherete a mettere a fuoco contemporaneamente la vecchia e la giovane. Eppure le due figure ci sono e non bisogna girare il foglio o ricorrere a qualche trucco: se non riuscite a trovarle… fatevi aiutare. Una volta individuate entrambe vedrete che le ritroverete sempre.
Così dalle parti di amore-sesso. C’è chi vede (si ostina?) un solo modo, un’immutabile realtà e chi – guardando meglio – scopre complessità, ne prende atto.
Una battuta, vecchia forse come il mondo, proclama “una piccola differenza, viva la differenza”. Ma uno sguardo sul mondo e sulla storia invece dice che questa diversità inquieta al punto che nel pensiero religioso, filosofico, politico – come in quello “da bar” – uno dei due sessi (sapete bene quale) viene considerato inferiore e/o pericoloso.
E poi davvero sono solamente due, maschile e femminile, le caratterizzazioni? Non stiamo facendo confusione fra genere e sessualità? E le caratteristiche fisiche, mentali, psicologiche di M e F dipendono (come i ruoli) dalla genetica o anche dalla determinazione storica?
Oppure: quanto dall’una e quanto dall’altra?
Per capire le incomprensioni ma ancor più le falsificazioni intorno alla sessualità, bisognerebbe ripartire da Il secondo sesso (del 1949) e da altri scritti di Simone de Beauvoir ma anche dalla convinzione di Carl Gustav Jung che i maschi cercano dentro se stessi un archetipo femminile (in certo senso il mito platonico del centauro spezzato in due da un fulmine) appunto l’altro da sé.
In questo orizzonte bi-sessuali, transessuali o asessuati sono anomalie, mostruosità o solamente opzioni rare? Quanto al numeroso “gay people” insomma all’omosessualità… amare persone dello stesso sesso è – ancora lo proclamano i più accreditati esponenti delle tre maggiori religioni monoteiste – una offesa a dio (o come volete chiamarlo) e/o alla natura? O chi lo dice è solo uno spaventato, ignorante razzista?
Differenze sessuali: in definitiva chi invidia chi? E chi ha paura di chi? Dobbiamo accettare o rifiutare che in differenti periodi storici e/o sociali, sotto altre latitudini o magari solo per libera scelta vi siano modi assai variegati per esprimere amore e per cercare una felicità sessuale? O è roba da alieni?
Domande difficili. La fantascienza forse ci può aiutare. Mettendo a fuoco – come in un certo senso prevede il suo “statuto” – la ricerca di un punto di vista insolito o il semplice “e se invece accadesse?”. Proviamo a vedere se ci è riuscita, almeno un poco.

Siddo, il Veneto, il marito di Gil
L’esordiente Philip Josè Farmer nel 1951 suscitò reazioni scandalizzate e boicottaggi ma contrapposte grida di giubilo. Accadde con il racconto The lovers, in seguito allungato a romanzo e noto in Italia come Un amore a Siddo. Lo struggente rapporto, anche erotico, fra un umano (bianco e anglosassone) e un’aliena veramente diversa, per di più immaginato in uno scenario controllato da rigide strutture para-religiose, non poteva che scatenare – nel mondo detto reale – le ire di razzisti e bigotti, amplificate dalla vittoria di Farmer come “autore dell’anno” nel premio Hugo, il riconoscimento più importante della fantascienza. Altro che sesso inter-razziale, qui siamo all’accoppiamento fra specie biologicamente molto diverse. Signora mia dove andremo a finire? Non sembri una battuta: posso testimoniare per conoscenza diretta che pochi anni fa in un paesino del Veneto un padre picchiò la figlia (maggiorenne oltretutto) perché usciva con “il figlio della zoppa”; a gettare benzina sul “rogo”… il fatto che buona parte dei vicini si schierasse con il padre della ragazza. Signora mia, si comincia a uscire con il figlio della zoppa e si finisce con gli et.
Negli anni Cinquanta esordisce anche Dick, un autore importante e assai contraddittorio, con punte di forte misoginia altalenate a un’insolita sensibilità che forse potremmo definire femminile.
Uno dei suoi racconti più delicati è senza dubbio Umano è del 1955 e vale la pena ricordarlo perché ci parla di amore con alieni ma soprattutto ci ricorda che il concetto di umanità non è definito una volta per sempre.
Lester Merrick è un umano quanto meno odioso, indisponente e violento nei rapporti con la moglie, la mite Gil. Al ritorno da un viaggio spaziale, Gil scopre che il marito è profondamente mutato: attento, disponibile, tenero. Non ha quasi il tempo di essere felice che piombano da lei due agenti dell’onnipotente Sicurezza federale: sono certi che Merrick sia stato “invaso” da un parassita di quel lontano pianeta; sapremo più tardi che si tratta di una razza antichissima e in via di estinzione ma anche che “l’impossessamento” è avvenuto solo perché Lester era già morente. I super-sbirri chiedono alla donna di aiutarli a neutralizzare “il mostro”. La donna esita ma alla fine tradisce i suoi “simili”. Preferisce l’alieno, infinitamente migliore dell’arrogante, crudele maschio terrestre che prima aveva occupato quel corpo ora capace di dolcezza. E fugge con lui. Il racconto termina con questo dialogo.
“Stavo pensando – disse la donna all’essere non terrestre – che forse continuerò a chiamarti Lester, se non ti dispiace”.
E l’alieno risponde: “Tutto quello che vuoi purché possa farti felice”.
In una antologia, Dick lo ha commentato così: “Per me questa storia simboleggia ciò che un essere umano è. Non si tratta di avere un certo aspetto o di provenire da un certo pianeta ma di vedere sino a che punto si è gentili. La gentilezza ci differenzia dai sassi, dai pezzi di legno, dal metallo e così sarà sempre, qualsiasi forma assumiamo, dovunque andiamo, qualunque cosa diventiamo. Umano è è il mio credo e mi auguro che possa essere il vostro”.
Questo concetto era così importante per Dick che lo ha ripetuto spesso; a esempio nel romanzo I nostri amici di Frolix 8. Ascoltate: “La misura dell’uomo non è la sua intelligenza. Non consiste nell’altezza che può raggiungere in un sistema sbagliato. La misura dell’uomo è questa: con quale rapidità sa reagire ai bisogni di un’altra persona? E quanto può dare di sé?”.
Gentilezza, amore, empatia: passa da queste parti la strada giusta per uscire dalla terribile triade di violenza, potere, paura. E se non parliamo anche di questo allora ogni discorso sulla sessualità rimanda solo a una ginnastica vagamente solipsista. O almeno chi scrive la pensa così.

L’incerta definizione di umanità
Eppure definire un essere umano non è semplice. Lo stesso Dick in altre sue storie offre tutt’altri parametri. Per esempio nel racconto Le pre-persone la definizione legislativa di umanità è stringente: solo chi è in grado di risolvere un’equazione di secondo grado è un umano “completo”. A una certa età se qualcuna/o non supera quest’esame può (in quanto umano non completo) essere eliminato; o meglio “abortito” nella provocazione di Philip Dick.
Chiederei al riguardo un attimo di riflessione a chi sta leggendo, soprattutto se non ha mai amato le equazioni.
Questa rigidissima definizione non vi sembri assurda. I nazisti hanno legiferato, in nome della scienza, contro le “razze inferiori”. Tanto per fare un solo esempio che ci chiama in causa, un recente governo italiano ha chiesto ai medici – che in massa si sono rifiutati, per fortuna – di non riconoscere il diritto universale alle cure mediche per quelle persone che una apposita definizione di “non umanità” (la clandestinità è il suo ridicolo nome) aveva escluso dai diritti fondamentali.

Sturgeon
Torniamo all’alieno sessuale. In questo segmento l’uragano si chiama Sturgeon. E occorre dedicargli un ampio spazio perché anche oggi – dopo 60/70 anni – le sue opere dividono, inquietano, suscitano resistenze, aprono orizzonti.
Edward Hamilton Waldo, più noto come Theodore Sturgeon, a suo tempo venne presentato dagli editori italiani come “portatore di scandalo” quando andava bene o più spesso come “sgradevole, che fa nascere la sua poesia in mezzo ai rifiuti”. Ciò è lontano dalla verità: Sturgeon non vuole scandalizzare; con il suo inimitabile stile esplora alcuni mondi possibili di altre sessualità e affettività dove talora incontra storie che ad alcuni possono risultare sgradevoli o impossibili a capire. Se per “svegliare il mondo sull’orlo del possibile” Sturgeon ha dovuto pagare un alto prezzo di censure, insulti, mancate pubblicazioni, ghettizzazione ciò conferma solo la forza, la persistenza di intolleranze e pregiudizi che ha cercato di smontare.
Di sicuro il racconto che costò a Sturgeon il massimo di insulti e minacce fu Un mondo ben perduto del 1953. Dallo spazio arrivano fra noi “due bipedi implumi, abbastanza simili a noi”. Vengono da Dirbanu, pianeta lontano e rinchiuso in uno splendido isolamento. Della coppia di forestieri ben poco si sa ma sono disarmati, non rappresentano una minaccia. I due sono inseparabili e questo grande amore commuove i terrestri, anche quelli che di solito hanno “il cuore di pietra”. Poi arriva da Dirbanu un laconico messaggio: sono criminali, restituiteceli subito.
Ovviamente la “ragion di Stato” – cioè i buoni rapporti con un vicino che si sa essere potente – prevale e, seppure a malincuore, la Terra decide di rimpatriarli. A riportare “gli inseparabili” sul loro lontano pianeta è l’astronave Stramite-439 con i due piloti spaziali Rootes e Grunty. Nella tensione del lungo viaggio, Grunty scopre un sistema per comunicare con i due alieni: ora sa chi sono e in cosa consista il loro “crimine”. E decide di farli fuggire, all’insaputa di Rootes che, quando lo scopre, esige un chiarimento. A fatica Grunty gli fa capire qual è il problema: i due “inseparabili” sono dello stesso sesso. “Vuoi dire che abbiamo viaggiato per tutto questo tempo con una maledetta coppia di invertiti? Oh, se l’avessi saputo li avrei ammazzati” urla Rootes.
Ma Sturgeon ha in serbo una sorpresa che dà un’ulteriore chiave di lettura a un racconto già eccellente. Dopo il litigio, Rootes si è addormentato. Grunty lo guarda “con grande tenerezza e assoluta attenzione, come una madre farebbe con il suo bambino”. Poi, senza svegliarlo, tende la sua mano gigantesca e “con un tocco di piuma accarezza le labbra addormentate”.
L’incontro con gli stranieri di Dirbanu serve a Sturgeon per ricordarci che gli alieni sono già fra noi anche se molti fingono di non saperlo. Dove nasce questa paura? Lui risponde così: “L’homo sapiens crede, nella parte più buia del suo cuore, che tutto ciò che è diverso è pericoloso per definizione e che per questo deve essere sterminato”,  si legge in Venere più X (del 1960) uno dei pochi romanzi di Sturgeon. In questo caso gli alieni “sessuali” sono già fra noi e si nascondono, sono un sentiero parallelo dell’evoluzione oppure – il romanzo lascia un margine di dubbio – sono il nostro futuro?
Vale accennare la trama. Charlie Johns, un uomo qualsiasi, si trova scaraventato nella civiltà dei Ledom. Umani. Eppure incomprensibili: religione, bambini, valori, scienza… tutto è diverso da quel che Charlie conosce. Gli indecifrabili Ledom possono servirgli per una riflessione critica sul suo mondo. A impaurire Charlie è scoprire che i Ledom sono ermafroditi eppure prova egualmente a rivolgersi le domande proibite, a capire dove è nato l’orrore del diverso: “Quando gli uomini hanno cominciato a dichiarare impuri i flussi mensili e a praticare il rito noto come la vecchia purificazione post-parto? E chi ha iniziato a dire che le differenze fra uomo e donna erano maggiori delle somiglianze?”.
Una prima provvisoria risposta è: “Perché, dicono, l’uomo è superiore […] e non sei buono a far niente, allora l’unico modo per dimostrare che tu sei superiore è rendere inferiore qualcun altro”.
Ma i Ledom non gli hanno ancora detto tutto (né qui l’intera trama sarà rivelata: prendetelo come un invito a rintracciare il libro in qualche buona biblioteca) al punto che Charlie sconvolto dirà: “Oh, la distanza e la fusione tra la deità e una sconcia barzelletta”. Il mondo dei Ledom non è una felice utopia chiusa e rassicurante. Come dicono essi stessi: “Di tanto in tanto dobbiamo incontrarci con l’homo sapiens per vedere se è pronto a vivere, ad amare, ad adorare senza la gruccia di una bi-sessualità imposta […] Noi non siamo una utopia. Un’utopia è qualcosa di finito, di completo; noi siamo transienti: custodi […] o un ponte. Transienza è passaggio, è dinamismo, è movimento, è evoluzione, è mutamento, è vita”.
Le inquietudini “sessuali” – qui solo accennate – narrate da Sturgeon rappresentano un punto di vista insolito nella fantascienza maschile. Ma c’è anche (ed esplode in sincronia con il femminismo degli anni ’70) una science fiction femminile. Per quel che qui ci interessa, vedremo solo Naomi Mitchison, Alice Sheldon e Ursula K. Le Guin.

Naomi, Alice, Ursula e le altre
Le donne hanno maggiore predisposizione a capire le psicologie aliene? È uno dei quesiti che serpeggia nel romanzo Diario di una astronauta scritto nel 1962 dalla scozzese Naomi Mitchison, attivista politica per i diritti umani e occasionalmente (ma con eccellenti risultati) scrittrice. Qui gli alieni non sono creature artificiali ma animali che divengono alieni per come sono osservati; Mary – la protagonista – è una esperta in “eso-comunicazioni”. Mitchison spalanca un impressionante numero di porte (impossibile qui dettagliare) sulla fallibilità della scienza, sulle complicazioni della “civiltà” ma soprattutto sul meticciato, su maternità e maternage, sul sesso (varie razze aliene non posseggono generi sessuali) in definitiva sulla “alienità” dell’essere donne. Come notava Nicoletta Vallorani nella prefazione alla ristampa del romanzo c’è una “oscillazione costante di Mary dal suo ruolo privato di madre a quello pubblico di esperta in linguaggi alieni”.
Le donne invisibili di Alice Sheldon merita un sia pur breve riassunto.
Un gruppo di scienziati terrestri, uomini e donne, è al lavoro in un luogo sperduto quando incontra alieni tanto superiori quanto sprezzanti. Ed è dunque con stupore che i terrestri ricevono l’offerta di accompagnare questi misteriosi et nel loro viaggio fra le galassie. Non è chiaro se gli alieni vogliono compagni di viaggio in stile barboncini, allievi da educare o cosa. Si discute. Il sospetto e il fastidio (per l’arroganza sino ad allora dimostrata) sono tali che tutti declinano l’invito. Ma “tutti” appunto, cioè i maschi perché invece le donne accettano. E spiegano agli stupefatti colleghi una verità nascosta (o rimossa, fate voi): per male che vada, le donne non potranno essere trattate dagli alieni “peggio” di come già accade sulla Terra.
Come sa chi ha frequentato la fantascienza lo scandalo di Alice Sheldon è doppio: perché questo racconto (e molti altri simili per provocazione) erano firmati James Tiptre junior e solo all’ennesimo premio il celebre autore si rivelò… un’aliena dello “spazio interno”.
Chi ama questa serie ricorderà uno dei più riusciti episodi di Star Trek – The next generation. L’equipaggio dell’Enterprise D entra in contatto diplomatico con un pianeta alieno dove i suoi abitanti sono obbligati alla più completa asessualità e ogni sbilanciamento verso l’uno o l’altro sesso, viene punito con la rieducazione coatta ma uno di loro, dopo aver conosciuto il primo ufficiale Ryker, sente il bisogno di cambiare e sceglie di diventare donna. L’amore fra i due dura il tempo di un battito di ciglia, poiché l’aliena è prelevata e portata al centro di rieducazione. Ryker ha le mani legate: non può violare i precetti della Prima Direttiva, che impone la non interferenza con altri popoli.
Ed eccoci a Ursula K. Le Guin (nata Kroeber, sposata con il francese Le Guin) che è oggi un’arzilla vecchietta: ha abbandonato quasi del tutto i territori della fantascienza in senso stretto ma continua a muoversi, con gran bravura, dalle parti della letteratura fantastica.
Quando nel 1970 vinse i premi Hugo e Nebula con La mano sinistra delle tenebre la Le Guin non ebbe che plausi, nonostante il tema fosse considerato scabroso. Per la prima volta una donna otteneva quei riconoscimenti, i più importanti della fantascienza e per di più mettendo “sottosopra” i tabù sessuali; ma i tempi erano cambiati anche nella science fiction.
Il narratore, Genly Ai, viene ufficialmente inviato sul pianeta Inverno che attraversa una perenne era glaciale. È il primo vero contatto con una razza aliena potente ma sino ad allora chiusa in un indecifrabile isolamento. Gli abitanti di Inverno, i getheniani, sono asessuati con un periodo mensile di fertilità (il kemmer) durante il quale ognuna/o si trova un partner e, a causa delle secrezioni ormonali, può diventare maschio o femmina alternativamente. Non v’è traccia di rigidi dualismi e incancrenite differenziazioni come sulla Terra. Ecco come un rapporto racconta – a un “uditorio” eterosessuale – le implicazioni socioculturali di questa sorprendente fisiologia.
“Tenere presente: chiunque può dedicarsi a qualunque cosa. Sembra molto semplice, ma i suoi effetti psicologici sono incalcolabili. Il fatto che chiunque fra i diciassette e i trentacinque anni circa sia soggetto a diventare (come dice Nim) ‘vincolato alla gravidanza’ implica che qui nessuno è ‘vincolato’ come, in qualunque altro posto, lo sono le donne – psicologicamente o fisicamente. Responsabilità e privilegi vengono condivisi equamente: ognuno ha in egual misura rischi da correre o scelte da fare. Perciò qui nessuno è tanto libero quanto lo è un maschio libero in qualunque altro posto.
Tenere presente: l’umanità non è divisa in una metà forte e in una metà debole, in protettori e protetti, in dominatori e sottoposti, in proprietari e nullatenenti, in attivi e passivi. Infatti la tendenza al dualismo, che pervade il modo di pensare degli esseri umani, è qui mitigata o mutata.
Quanto segue deve essere riportato nelle mie “Istruzioni”: allorché si incontra un getheniano, non si può e non si deve fare ciò che fa di solito un individuo etero-sessuale, cioè costringerlo nel ruolo di Uomo o di Donna, adottando perciò verso di lui un atteggiamento che si basi su quelle che si prevede siano le interazioni prestabilite o possibili fra persone dello stesso sesso o del sesso opposto.
Un individuo qui viene rispettato e giudicato soltanto come essere umano. È una esperienza fantastica”.
L’incomprensione è reciproca. L’inviato “eterosessuale” non riesce a capire ma dall’altra parte incontra un’analoga chiusura.
Nessuno dei due mondi è superiore all’altro, una verità con la V maiuscola appare introvabile. Del resto persino l’utopia è ambigua come suggerisce la stessa Le Guin nel sottotitolo di I reietti dell’altro pianeta, l’altro suo romanzo più famoso. E la migliore science fiction sembra in sintonia con questo suggerimento di Eduardo Galeano che, si sa, non è scrittore di fantascienza.
“L’utopia è come l’orizzonte. Cammino due passi e lei si allontana due passi, cammino dieci passi e si allontana dieci passi. Per quanto io cammini, l’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo serve: per continuare a camminare”.
L’utopia evidentemente non è l’argomento di questo saggio. Invece per ulteriori approfondimenti su questo segmento dell’alienità rimando al capitolo “Sesso, amore e X” nel libro Di futuri ce n’è tanti che ho scritto, nel 1986, con Riccardo Mancini e anche alla home page di Giovanni Dell’Orto con uno specifico approfondimento sulla fantascienza con personaggi GLBT dove la sigla sta a indicare persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.

La fantascienza: cos’è, perché
Secondo Bradbury “la fantascienza migliore è quella scritta da chi, vedendo cose o fatti che gli riescono sgraditi nella nostra società, ha la capacità di demolirli, seduta stante… fantascienza è libertà”.
Per Sturgeon “lo scopo della fantascienza è svegliare il mondo sull’orlo dell’impossibile e quindi, nel bel mezzo della storia, studiare e cercare di scoprire qualcosa di nuovo, con la passione dello scienziato che esamina il suo esperimento o di un amante che guarda la donna amata”.

3. L’alienità “razziale” e le sue metafore

Perché razziale, qui sopra, è indicato fra virgolette? Perché se ci riferiamo ai terrestri il termine è insensato visto che le razze non esistono. Ma come il venerdì 17 (o 13 nei Paesi anglosassoni) porta “sfortuna” a chi ci crede, così la diffusa convinzione che sulla Terra esistano differenti razze causa guai. Non esiste insomma – come spesso si ripete – l’odio o il pregiudizio razziale ma l’odio razzista cioè un’ideologia, una bugia che immagina alcune razze migliori (più “umane”) di altre.
Ciò chiarito torniamo alla fantascienza.
Il periodo d’oro (almeno dal punto di vista della diffusione popolare) della science fiction coincide in gran parte con il periodo storico nel quale negli Usa erano negati agli afro-americani i diritti umani, dunque sino alla metà degli anni ’60 nel secolo scorso. Non c’è dunque da stupirsi che alcuni scrittori e scrittrici abbiano usato la metafora di “razze extraterrestri” per parlare – più o meno apertamente – dei pregiudizi e della segregazione allora dominante negli Stati Uniti (e, più a lungo, nel Sudafrica dell’apartheid).
Qualche esempio fra i tanti.
Nel romanzo breve Benedizione oscura (del 1951) di Walter Miller jr. un morbo spaziale contamina gran parte dell’umanità. È un’affezione benigna, anzi accresce i poteri sensoriali delle persone colpite. Ma… rende nero il colore della pelle e questo effetto collaterale scatena la violenza degli immuni che vedono concretizzarsi il loro peggiore incubo: i “neri” sono migliori di loro e dunque, a maggior ragione, vanno sterminati.
Su quanto l’arrivo dei marziani (o altri et) potrebbe influenzare il “comune sentire” dei terrestri verso gli alieni “casalinghi”, ci sono molte storie interessanti.
Ad esempio questa:
“Sai la novità?”.
“Quale?”.
“I negri… i negri”.
“E allora?”.
“Se ne vanno. Lasciano i loro paesi, le loro case, tutti insieme in massa”.
[…]
“E dove vogliono andare? In Africa?”.
“Su Marte”.
Ray Bradbury ambienta nel “profondo sud” degli Usa un racconto (del 1954) che fa parte delle sue celebri Cronache marziane. Quando la colonizzazione terrestre di Marte è consolidata, tutti i “negri” si organizzano segretamente per andarsene e si avviano in un’immensa fiumana verso le astronavi comperate coi loro risparmi. E qualcuno, lì intorno, commenta così: “Non capisco perché siano partiti proprio adesso. Ora che le cose si stavano aggiustando. Ogni giorno si faceva loro una nuova concessione, voglio dire. Insomma che volevano di più? Gli abbiamo appena tolto la tassa sul voto e parecchi Stati hanno votato leggi contro il linciaggio e hanno accordato loro parità di diritti. Che cosa vogliono di più? Guadagnano quasi come noi bianchi e se ne vanno…”.
Sembra di sentire il Campbell citato sopra.
Qualche anno dopo – nel 1963 – nella finzione narrativa capita il contrario di quanto immaginato da Bradbury. Nel racconto Gli emigranti dal volto azzurro di Henry Slesar pochi e pacifici extraterrestri (identici a noi ma con l’epidermide tendente al celeste) chiedono di essere accolti: il loro pianeta sta morendo e non sanno dove andare. Ufficialmente le accoglienze sono buone ma… cominciano gli omicidi. Alla fine le organizzazioni terroristiche costringono gli Azzurri a un nuovo, difficile esodo. Chi racconta questa storia è un loro discendente: sono passati ormai millenni e le guerre interne hanno distrutto la Terra. “Ho appreso – dice il narratore – che quel mondo meritava di morire”.
Nel 1964 tocca a una scrittrice, Leigh Brackett, tornare sulla metafora del colore con il racconto I negri verdi (era migliore il titolo originale: All the Colour of Rainbow): la guerra spaziale nascerà dalle discriminazioni alle quali i razzisti del Sud degli Usa sottopongono una coppia di turisti extraterrestri, giunti sulla Terra in crociera da un pianeta alleato, e colpevoli solamente di avere la pelle verdina.

Reincontrando i fratelli perduti
“Quante Terre esistono?”.
“Credevo ne esistesse una sola”.
“E una volta credevano che fosse piatta”.
Siamo all’interno di un dialogo, tipicamente alla Philip Dick, verso la metà di un bellissimo romanzo, del 1966, che in italiano è apparso sia con il titolo Vedere un altro orizzonte che come Svegliatevi dormienti. Ci sono gli ibernati cioè i disoccupati che si sono fatti congelare per attendere che passi la crisi economica; c’è il primo afroamericano alla presidenza Usa; e c’è – per quel che qui c’interessa – la scoperta di Terre parallele. È un cliché della science fiction ma anche (dal 1957) un’ipotesi scientifica: potrebbero esistere altre Terre (o universi) nascosti e/o nelle quali vigono leggi fisiche differenti dalle nostre oppure dove tutto è come sulla “Terra numero 1” però non esiste la specie umana. O ancora Terre dove, a un certo momento, la Storia si biforca, prende un altro sentiero perché la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale (nel romanzo dickiano noto come L’uomo nell’alto castello o come La svastica sul sole) o perché i cattolici hanno sconfitto i protestanti in tutt’Europa (in Pavana di Keith Roberts).
Ciò chiarito torniamo a Vedere un altro orizzonte: nella porta che d’improvviso si apre su un’altra Terra l’evoluzione ha preso uno sviluppo ben diverso: qui i Sinantropi “sono diventati la specie dominante” e “l’Homo sapiens non è apparso o per qualche motivo non ha vinto la lotta per la sopravvivenza”. Noi eredi dei Cro-magnon e questi altri, più vicini ai pitecantropi, riusciremo a comunicare? Ovviamente per molti gli inquilini di questa (imprevista) porta accanto sono solo scimmie. E uno dei protagonisti del romanzo pensa: “Ora sì che il Ku Klux Klan ha veramente un lavoro fatto su misura”. Alieni che vengono dal nostro stesso ceppo.
Questo tema dei nostri “fratelli perduti” (così simili eppure così alieni) in una delle svolte dell’evoluzione torna in una trilogia di Robert Sawyer, uno dei più interessanti scrittori di oggi. In italiano è stata pubblicata con i titoli (meno belli di quelli originali, più asciutti) La genesi della specie, Fuga dal pianeta degli umani per chiudere con Origine dell’ibrido. Tre lunghi, avventurosi romanzi con delitti sulla Terra e in qualche Altrove; infatti sono ambientati in due universi paralleli, che imprevedibilmente entrano in contatto e si confrontano lungo diversi assi evolutivi…. dato che in uno hanno vinto i “barast” (ovvero la specie Homo Neanderthalensis) mentre nell’altro abbiamo prevalso noi “gliksin” o come presuntuosamente ci definiamo la specie – la razza? – “Homo Sapiens”. Appare evidente che il canadese Sawyer oltre ad avere parecchie critiche da fare al suo vicino di casa (lo zio Sam ovviamente) è dubbioso che l’evoluzione su questa Terra sia andata nel modo migliore possibile. Eppure anche i cugini neanderthaliani – come ce li racconta – non sono “perfetti”. Così al termine della trilogia si è aperto un dibattito (su Internet e/o fra gli appassionati di fantascienza): potendo scegliere cosa terremmo del mondo gliksin e cosa invece dovremmo imitare dai barast?
È forse il caso di rammentare che il Neanderthaliano, vissuto circa 30.000 anni fa, appartiene a una razza parallela, non identica all’Homo Sapiens. Molto simile all’uomo attuale, con una mandibola pronunciata e volume celebrale superiore a quello del Sapiens Sapiens. Gli studi ipotizzano una ibridazione fra le due specie (Neanderthal e Sapiens) avvenuta circa 50.000 anni fa.
Il tema dei Neanderthal e/o di scimmie evolute si è intrecciato spesso con la science fiction. Dall’ingenuo romanzo Gorilla Sapiens (del 1944) di L. Sprague de Camp e Peter Schuyler Miller sino alla celebre serie de Il pianeta delle scimmie, all’origine (nel 1963) un romanzo di Pierre Broulle e poi una serie di film e telefilm, apertamente – seppure superficialmente – antirazzisti e simpatizzanti verso i “fratelli scimmioni”. 

Cornelius e Taylor
Un accenno al film, fra i più amari e tormentati di una certa produzione fantastica impegnata. Dopo un esperimento di viaggio a velocità iperluce, durante il quale l’equipaggio è ibernato, l’astronave atterra nel laghetto di un pianeta presunto alieno per scoprire che le scimmie si sono evolute e tengono gli uomini in stato di semi animalità, perfino incapaci di parlare. Il potere scimmiesco presenta alcune caratteristiche del peggior medioevo oscurantista: i sommi sacerdoti detengono i segreti della zona proibita, dove sarebbe nata la loro stirpe che avrebbe schiavizzato gli uomini. Cornelius, un “peloso” scienziato dissidente, porta il suo collega umano Taylor (un Charlton Heston in gran forma) nella zona, dove rinvengono manufatti umani. Dopo uno scontro con le scimmie ortodosse e la fuga di Taylor, la necropoli della zona proibita viene fatta saltare, per cancellare ogni traccia. Finale choccante: Taylor si imbatte nella parte superiore della Statua della Libertà, semisommersa dal mare. Gli uomini hanno distrutto la Terra in un conflitto atomico e le scimmie cercano – con qualche ragione? – che quella “civiltà” venga dimenticata.
Sono simili a scimpanzé e gorilla è la sprezzante accusa che si legge tuttora – in purtroppo tanti libri e siti razzisti – verso i “negri” o altri non bianchicci. In un certo senso l’affermazione è scientificamente fondata visto che noi (neri, gialli ma anche bianchi) abbiamo in comune con gli altri primati, insomma con le “scimmie” il 98 per cento del patrimonio genetico. Anzi, se vogliamo pignoleggiare, le percentuali sono state riviste al rialzo. Un articolo del 2005 sulla rivista “Nature”  http://www.nature.com/nature/journal/v437/n7055/full/nature04072.html – parla di somiglianza al 99% (98,8): dunque la specie Homo Sapiens Sapiens nel Dna differisce dai Pan Troglodytes (gli scimpanzé) dell’1,2%.
Ma solo i razzisti usano le somiglianze fra gli umani e i nostri cugini più pelosi per offendere. Affermazioni del genere oggi si leggono difficilmente in libri di science fiction. Pur se esistono – è triste ma doveroso ricordarlo – anche fantascienza e fantasy con evidenti simpatie naziste che girano in circuiti semiclandestini. Tanto per fare un nome di casa nostra, Gianluca Casseri, cioè il killer dei due senegalesi (a Firenze nel dicembre 2011) che era attivo in Casa Pound, aveva pubblicato La chiave del caos, vagamente fantascientifico, con la prefazione del ben più noto, Gianfranco De Turris, fascista anche lui ma “in guanti bianchi”.

Sawyer e c.
Morti Asimov, Bradbury e Clarke, che qualcuno definì a ragione “l’Abc della fantascienza” c’è chi sostiene che la fantascienza sia morta o comunque confluita in un calderone dove si miscelano tutti i generi. Se la seconda tesi non è priva di riscontri, la prima è del tutto destituita di fondamento perché ci sono in giro un mucchio di scrittori-scrittrici che continuano quell’utile “alfabeto”: dalla R di Robert Reed alla S di Lucius Shepard o del citato Robert Sawyer, dalla K di Nancy Kress per risalire alla C di Ted Chiang o alla M (Ken MacLeod, ad esempio) e per fare un paio di nomi italiani dalla E di Valerio Evangelisti alla F della giovane Clelia Farris.

2. Un rompicapo

Gli alieni potrebbero anche essere un rompicapo biologico, cioè forme di vita e di intelligenza del tutto differenti da come noi le abbiamo sinora concepite. Esiste persino un’apposita disciplina – la xenologia – che studia queste “complicazioni” e ipotizza il modo migliore per comunicare con creature in tutto diverse da noi.
La complicazione risulta evidente sapendo che il termine xenologia è variamente usato: a proposito di extraterrestri ma anche di migranti e persino di parassiti; una triade curiosa vero?
In ogni modo gli extraterrestri potrebbero essere a tal punto differenti da noi che non riusciremmo neppure ad accorgerci della loro esistenza. Un certo numero di sognatori (ma anche qualche scienziato) ipotizza che anche sulla Terra esistono alieni che noi non percepiamo come tali: alcune “scimmie” forse ma soprattutto i delfini – che pare abbiano un linguaggio molto strutturato – con i quali però non vi è stato mai un serio tentativo di comunicare (se non per usi militari; in sostanza per convincerli a “giocare” portando inconsapevolmente ordigni esplosivi nelle acque dei “nemici”).
Chi comunque volesse approfondire nella fantascienza l’intrigante tema di questi organismi viventi del tutto incomprensibili (e che magari abbracciano un intero pianeta) potrebbe utilmente partire da La nuvola nera di Fred Hoyle (un altro scienziato/scrittore) del 1957, dai romanzi di Stanislaw Lem – in particolare Solaris e L’invincibile – ma anche da Hal Clement (uno “specialista” di questo sotto-genere), dall’immaginario pianeta Covenant di Greg Egan oppure da Nemesis (del 1990) di Asimov.
Fra i libri più appassionanti sull’alienità totale c’è Ultima genesi (Dawn il titolo originale) di Octavia Butler, per inciso una delle rare afroamericane che abbia avuto spazio nella fantascienza. In Italia il libro, pubblicato nel 1987, praticamente passò inosservato. Peccato.

Xenogenesi?
Il tema del romanzo è la xenogenesi cioè la nascita di una nuova razza derivante dalla fusione dei terrestri con gli alieni che li hanno strappati – ormai pochi e moribondi – all’“inverno nucleare” dopo l’ultima, demenziale guerra fratricida. Protagonista è una donna, Lilith Iyapo, che un tempo – quando cioè esisteva la Terra – era una statunitense “di colore”. Lilith viene “svegliata” per l’ennesima volta (sono passati 250 anni ma lei al momento lo ignora) da invisibili, ma soprattutto incomprensibili, carcerieri. Quando decide di collaborare gli alieni si mostrano: vagamente umanoidi ma coperti ovunque di “peli” che, a distanza ravvicinata, si rivelano “organi sensori”… ma sembrano “tentacoli” e Lilith rabbrividisce.
Gli alieni Oankali spiegano a Lilith di essere affascinati dai terrestri ma turbati da “due caratteristiche incompatibili” della nostra razza: la prima è “l’intelligenza, la caratteristica più recente, quella che avrebbe potuto usare per salvarvi dalla guerra atomica”; mentre la seconda peculiarità è “una struttura gerarchica”, primitiva e pericolosa.
Per capire come si colloca Ultima genesi in questo quadro dovrò purtroppo (e me ne scuso) svelare alcuni colpi di scena. Gli Oankali non sono astratti studiosi, tantomeno benefattori: ciò che chiedono ai terrestri sopravvissuti è di prestarsi a uno scambio genetico, in sostanza un incrocio razziale. Gli umani ne ricaveranno indubbi vantaggi (non più tumori a esempio) ma le loro caratteristiche di specie spariranno nel tempo. Per Lilith – un nome simbolico che rimanda al mito della donna che precedette Eva – gli Oankali sono, di volta in volta, ammirevoli, incomprensibili, rigidi e poi flessibili, impauriti, straordinari per intuito e capaci anche di imparare da lei e dal suo bisogno di conservare la dignità.
È giusto “spartire il sesso” come viene chiesto a Lilith (anzi le viene “dolcemente” imposto) con questi alieni sensibili quasi fino alla telepatia?
Alla fine tutti, in qualche modo, sbaglieranno e Ultima genesi si conclude con un nuovo splendido inizio… che rimanda a due seguiti: lo sconvolgente Ritorno alla terra (che pure è stato pubblicato da Urania) e Imago, purtroppo mai tradotto in italiano.
Lasciando (a malincuore) la xenogenesi della Butler, torniamo al “rompicapo biologico” solo per rapidamente ricordare che uno scrittore irlandese, James White, ha costruito un’intera serie di romanzi e racconti sulle biologie aliene, ambientandole in una “Stazione ospedale” (nell’originale “Settore generale”) nello spazio: il taglio è dialogante e pacifista. White è ottimista: non nasconde i problemi ma insomma… ce la faremo.
Eppure ci possono essere minime differenze fisiche che risultano intollerabili a noi umani: le ali a esempio non dovrebbero impensierirci ma le corna e la coda sì (rimando soprattutto a Le guide del tramonto, scritto nel 1953 da Arthur C. Clarke). Altra gran bella – o brutta? – diversità potrebbe essere la telepatia: che sia un’evoluzione degli umani o la caratteristica di una razza aliena. Ma qui non c’è spazio per vedere come la fantascienza ha affrontato l’inquietante telepatia e, più in generale, il “rompicapo” biologico (o linguistico): il tema pur interessantissimo, ruberebbe spazio e ci porterebbe lontano da quelle altre “alienità” che sono vicine al nostro modo di vivere e che qui esamineremo soprattutto sotto tre specifici punti di vista.
Ma prima… 

Ursula suggerisce
Dimessi i panni della famosa romanziera, Ursula K. Le Guin ha indossato quelli della saggista per ragionare di science fiction. Alcuni suoi scritti sono stati tradotti in italiano sotto il titolo Il linguaggio della notte. C’è un passaggio (“La fantascienza americana e l’Altro”) che ci interessa particolarmente.
Parlando di socialismo e femminismo e “dell’infima condizione delle donne nella fantascienza” (almeno sino agli anni ’60 del secolo scorso) Le Guin scrive: “Il problema qui sollevato è il problema dell’Altro, dell’essere che è diverso da te stesso. Tale essere può differire da te nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di parlare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle; o nella quantità di gambe o di teste che ha. In altre parole esiste l’Alieno sessuale, l’Alieno sociale, l’Alieno culturale e infine l’Alieno razziale”.
Poco più avanti Le Guin aggiunge: “Se uno nega qualsiasi affinità con un’altra persona o genere di persona, se afferma che è completamente diversa da se stesso, come gli uomini hanno fatto con le donne, e le classi hanno fatto con le classi, e le nazioni hanno fatto con le nazioni, può odiare l’altra persona o deificarla; ma in ogni caso ha negato la sua eguaglianza spirituale e la sua realtà umana. L’ha trasformata in un oggetto con il quale un solo rapporto è possibile: un rapporto di potere. E così ha fatalmente impoverito la sua stessa realtà. Ha in effetti alienato se stesso”.
Ed è questo schema, un po’ ampliato, che ci servirà per andare avanti nell’esame della fantascienza alle prese con vari tipi di alieno.

1. Il primo contatto

Nella fantascienza il “primo contatto” con gli alieni (nel senso di et, extraterrestri) si traduce spesso in guerra. Gli umani del tipo sapiens sapiens  delegati allo storico incontro o che casualmente si imbattono in “creature pensanti dello spazio esterno” di solito sono stupidi, spaventati e magari anche militaristi ed espansionisti. A mio avviso le parole stupidi e spaventati si possono sintetizzare in una sola: razzisti. Nella fantascienza reazionaria invece è ovvio, e soprattutto giusto, che si spari subito: non esistono alternative: l’unico alieno buono è quello morto.
Se qualcuna/o si stupisce vuol dire che non ha ben presente la storia del nostro pianetucolo. Infatti, prima di incontrare gli eventuali “et”, i gruppi dominanti della Terra – da un bel po’ l’Occidente, recentemente con spruzzate di Giappone e Cina – hanno avuto un lungo tirocinio con gli “alieni” di casa. Ecco in ordine alfabetico un elenco neppure completo: albini, ebrei, gay, handicappati, musi gialli, pazzi, pellerossa, sporchi negri, streghe, zingari. C’è chi, con purtroppo documentate ragioni storiche, propone di sostituire a streghe la parola donne.
Vi sono poi sempre nuovi razzismi: grazie alla dittatura di Pol Spot (non è un cambogiano ma l’abbreviazione di Polimorfo Spot ovvero la pubblicità dai mille volti e dai centomila martelli) rischia discriminazioni pesanti chiunque sia brutto/a o grasso/a – secondo i canoni dettati appunto da persuasori occulti e palesi – e perfino non abbastanza “alla moda”.
Un disastro lungo millenni. E non ancora concluso.

Cosa intendiamo per alieni?
Per iniziare vediamo qualche definizione.
I vocabolari, per esempio Il grande dizionario Garzanti, di solito la mettono così: “aggettivo 1 contrario, avverso 2 (di registro letterario) che appartiene ad altri, estraneo – sostantivo: nel linguaggio della fantascienza chi appartiene ad altri mondi, extraterrestre”. Tutto qui.
Invece su Wikipedia si legge:
“La parola alieno (dal latino alienus col vario significato di: appartenente ad altri, altrui; straniero; estraneo; avverso”) assume diversi significati in funzione del contesto di riferimento. In generale indica una qualunque cosa o soggetto estraneo all’ambiente di riferimento.

  • Alieno (biologia), una specie alloctona ovvero che abita o colonizza un habitat diverso da quello originario
  • Forma di vita extraterrestre, una forma di vita non originaria del pianeta Terra
  • Extraterrestri nella fantascienza, personaggi delle opere di fantasia e della cultura popolare
  • Alienazione, espropriazione di un bene”. 

Se preferite possiamo fare un bel salto nel tempo, dalle parti del 150 avanti Cristo, e ragionarne con Publio Terenzio Afro: “Sono un uomo: nulla di umano può essermi alieno”. Che molti citino Terenzio o Publio Terenzio omettendo Afro è un caso? A ogni modo “Homo sum, humani a me nihil alienum puto” è esattamente l’opposto della scritta che campeggia sulle t-shirt degli attivisti di Forza Nuova (gruppo neonazista per chi non lo sapesse): “Difendi il tuo simile, distruggi il diverso”.
Anche nella fantascienza (o science fiction o sf, fate voi) le definizioni sono assai varie. In un libro italiano per la scuola – Franco Ferrini, La musa stupefatta o della fantascienza, 1974 – si azzardava questa definizione: “Alien è l’extraterrestre spesso ostile agli umani. L’idea di ostilità era già implicita nell’aggettivo latino alienus”. Diverso, nemico, perciò mostro: deduzioni rapide e conclusive. Elementare Watson.
Anticipiamo un più complesso punto di vista esaminando il ragionare di Guido Ferraro e di Isabella Brugo nel loro Comunque umani (sottotitolo: “Dietro le figure di mostri, alieni, orchi e vampiri”) in particolare nel capitolo quarto centrato proprio sugli alieni nel cinema e, in misura minore, nella letteratura fantastica: “L’alieno vale dunque come un modo tra gli altri – ma forse più forte ed estremo degli altri – per rappresentare il Male. Gli storici della cultura potranno notare che la tematica degli alieni si è sviluppata in concomitanza con il venir meno di altre figure di ‘estranei totali’ che si trattasse di figure metafisiche (i demoni), leggendarie (orchi, vampiri, ecc.) o razziali (i “selvaggi”). Se in tale prospettiva “malvagio” risulta essere chi è diverso da noi [il corsivo è nel testo – Ndr]  l’alieno può ben rappresentare il diverso totale, interamente e incondizionatamente negativo dal punto di vista morale, con un grado di assolutezza che in effetti difficilmente può essere riconosciuto ad altri protagonisti negativi. Se si può sempre entrare nel modo di pensare di un gangster o di un terrorista, la costruzione della figura standard dell’alieno implica proprio questa impossibilità: la definizione stessa del concetto di ‘alieno’ poggia sul fatto che esso non è semplicemente diverso e non umano, ma è del tutto estraneo e illeggibile”.
Verso la fine del libro Ferrario e Brugo ci ricorderanno che “la questione centrale non riguarda più ‘che cosa sono’ i mostri ma ‘come li creiamo’ e come gestiamo il nostro rapporto con loro”. Sostituite pure alieni a mostri; almeno in questo contesto sono intercambiabili.
Un ragionare analogo si trova verso la fine del saggio Mostri di Fabio Giovannini dove si esamina “l’inversione di rotta” al cinema: dall’alieno cattivo a quello buono sino “all’alieno dentro di noi”.
D’altro canto il filosofo Adorno ci aveva già messo in guardia scrivendo: “la cosa più inquietante è scoprire quanto i mostri ci assomiglino”.

Uffa gli Ufo
Per molte persone gli alieni restano però gli Ufo (i non anglomani preferiscono Onvi, Oggetti volanti non identificati). Per capire “come e perché sono giunti tra noi” e dilagati nell’immaginario collettivo proprio in quel particolare periodo storico (gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso) consiglio il piacevole quanto dotto Gli alieni di Tommaso Pincio che incrocia Enrico ed Elvis (ovvero Fermi e Presley), l’hula hop e l’atomica, la lascivia e Von Braun, il nazismo ed Epicuro, Voltaire e il complottismo, strane cose che si vedono nel cielo e Jung, Giordano Bruno e i dischi volanti. È bravo Pincio ad allargare un ben ristretto orizzonte – gli Usa della guerra fredda – e qui si tenterà di fare lo stesso con tutti gli altri alieni raccontati dalla fantascienza che è letteratura inquietante (o non compresa) dunque rimossa dalla “gente seria”.
Nel 1983 “Newton” – un bel “mensile di scienza, tecnica e fantasia” che ebbe purtroppo brevissima vita – lanciò un concorso (addirittura con “100 premi”) per chi avesse inventato un alieno o un mondo alieno. Interessantissima la motivazione: “un’ ottima base per un corso scolastico interdisciplinare e comunque un’interessante possibilità di imparare divertendosi anche per chi non va più a scuola”. Senza premi qui su “HP-Accaparlante” vi invitiamo a raccontarci i vostri alieni per il 2013. Qui intanto, prima di scavare a fondo nel tema, vediamo altre connessioni.

Alieni fuori e dentro
Nel presentare il romanzo Il segreto degli Asadi (scritto nel 1979) di Michael Bishop, osserva giustamente Piergiorgio Nicolazzini che “ciò che ci appare ‘alieno’ è forse il riflesso di qualcosa che è anche nostro, ma ormai dimenticato e sepolto”.
Alieni dentro di noi? “Eliminato l’impossibile, qualunque cosa rimanga per improbabile che sia deve essere la verità” raccomandava Sherlock Holmes ma gli si oppone Antony Boucher, buono scrittore di fantascienza (e altro) con puntate sull’ottimo: “Eliminato l’impossibile, se non rimane nulla una parte dell’impossibile deve essere la verità”. In questo caso l’impossibile (per molte persone) è che gli alieni sono da sempre fra noi, anzi possiamo cercarli – avremmo sempre potuto cercarli – anche dentro di noi.
Forse crescono dentro di noi e in questo caso nella fantascienza vengono indicati come “mutanti”; se ne accennerà più avanti. 

Tirar sassate agli sconosciuti
Negli ultimi tempi quasi nessuno in Italia si dice razzista salvo poi precisare: “però sugli ebrei (o sugli zingari) Hitler non aveva del tutto torto”. Già negli anni ’90 il “non sono razzista ma” imperversava e su “Cuore”, una rivista satirica ma spesso serissima, Enzo Costa riassumeva così questa visione del mondo: “Non sono un razzista ma quando sull’autobus un negro mi siede accanto io cambio posto. Non sono un razzista, sono un bianco”. Unendo ironia a rigore il genetista Guido Barbujani e il giornalista Pietro Cheli hanno scritto, nel 2008, Sono razzista ma sto cercando di smettere mentre, nel 2001, l’antropologa Genevieve Makaping aveva proposto in Traiettorie di sguardi l’istruttivo gioco del “io guardo come voi (bianchi) guardate me (nera)”. Solo due libri recenti sull’Italia d’oggi – che è multietnica ma fa finta di non saperlo – per pensarci su.
E torniamo subito alla science fiction e al suo modo di vedere gli stranieri. La dice lunga che perfino la fantascienza – una letteratura all’incrocio fra desideri e paure – abbia di solito invitato a “tirar sassate” agli sconosciuti senza neppure chiedere “chi va là?”.
Lo ha fatto perché storicamente in molte persone prevaleva inconsciamente il timore sul desiderio – un lungo discorso che qui non affronteremo – e ne derivava una precisa scelta di campo, culturale e politica: in particolare gli autori (maschi con qualche femmina di puro complemento e perlopiù celata da pseudonimi) della prima science fiction erano wasp – cioè bianchi, anglosassoni, protestanti – perciò gli alieni venuti dallo spazio non potevano che essere bem (bug eyed monster, cioè mostri dagli occhi d’insetto) dunque peggio delle “scimmie” negre e simili che circolano sulla Terra.

1818, l’anno zero
Bianchi, anglosassoni, protestanti… In realtà la fantascienza moderna pur anglo non era stata concepita maschia visto che il suo atto di nascita coincide con la pubblicazione – nel 1818 – del Frankenstein di Mary Shelley. Ma è nel passaggio fra ’800 e ’900 prima (con Verne, Welss più qualche comprimario) e poi nel pieno del XX secolo che, soprattutto grazie alle pubblicazioni popolari, diviene una letteratura di massa; in questo passaggio a scriverla – e a leggerla – sono inizialmente ometti del tipo babbuino aggressivo. Con qualche interessante eccezione.
Per fare qualche esempio della “regola” ecco uno dei padri – H. G. Wells – che per instillarci antipatia verso il cattivo di turno (L’uomo invisibile) ce lo descrive come albino. Presentando i marziani – in La guerra dei mondi – ne dà una visione talmente terrificante da concludere: “Sin da quel primo incontro fui sopraffatto dal disgusto e dall’orrore”. Combinazione: La guerra dei mondi è del 1897, stesso anno dell’inquietante Dracula. Torniamo a Wells: quando un normale finisce Nel paese dei ciechi constata che quei diversi sono stupidi e cattivi. E ancora lui nel suo libro più famoso, La macchina del tempo, prevede che i proletari si abbrutiranno, un’evoluzione a rovescia. Era un uomo del suo tempo: pur dicendosi sostenitore del pacifismo e del socialismo era al fondo piuttosto reazionario.
Se vi interessano altri esempi di fantascienza razzista consiglio Sei morto! (con due lunghi e intriganti sottotitoli: “Il secolo delle bombe” e “Labirinto con 22 ingressi e nessuna uscita”) di Sven Lindqvist che racconta benissimo i legami fra le guerre vere e quelle immaginarie.
A parte le solite interessanti eccezioni (quasi invisibili nel diffuso andazzo) occorrono decenni perché nella sf  inizi a essere ben visibile l’idea di un alieno che non è ostile e/o di una concezione del mondo (meglio: dei mondi) non bipedo-centrico. C’è qualche eccezione ovviamente (nel 1934 Odissea marziana di Stanley Winbaum o Il costruttore di mondi di Olaf Stapledon, nel 1937, tanto per citare due testi abbastanza famosi) ma la regola appunto è l’altra, ovvero l’alieno inevitabilmente resta il nemico nella science fiction di massa, quella cioè che conquista il pubblico poco dopo il 100 dF (dopo Frankenstein).
Prendiamo John Campbell, uno dei padri della science fiction moderna. Secondo lo scrittore Philip Farmer: “Alcuni suoi difensori sostengono oggi che Campbell non era razzista e che non considerava i neri africani come esseri umani inferiori; purtroppo i suoi scritti e le conversazioni private che ho avuto con lui dimostrano il contrario”. A conferma anche un suo editoriale sulla rivista “Analog” nell’agosto 1968 dopo l’assassinio di Martin Luther King. Da un lato Campbell esalta la figura di King come apostolo della non-violenza ma dall’altro offre una conclusione in linea con il dominio dei bianchi: “Naturalmente il Nero vuole risultati definitivi oggi, e magari ieri. Quest’impazienza è vecchia come l’uomo… e come i bambini. Purtroppo, non è possibile che le cose vadano così. Non si può fare così”. Siete troppo alieni, la colpa è vostra.
Anche altri scrittori che hanno giocato un ruolo importante nell’evoluzione della fantascienza – in particolare Robert Heinlein – hanno esaltato la superiorità del terrestre wasp su chiunque altro.
Lentamente alcuni scrittori (e solo dopo scrittrici perché all’epoca erano emarginate) pongono il dubbio: se sotto quella pelle strana – azzurra o verde, i colori che sulla Terra mancano nella gamma delle epidermidi – vi fosse un’intelligenza, persino un’anima? All’inizio vengono accettati alcuni Hilf (Humanoid intelligent life forms) talmente simili a noi da suggerire che sforzo di accettazione sia misurabile in decimi di millimetro. Poi ci si fa più audaci.

E se io fossi lui o lei?
Ovviamente assumere il punto di vista dello straniero (dell’alieno totale) fra noi può essere interessante, come già avevano dimostrato Le lettere persiane di Montesquieu e pochi anni dopo Micromégas (con gli extraterrestri al posto dei persiani) di Voltaire e, nel secolo scorso, Papalagi di Tuiavii di Tiavea. Prima che Fredric Brown re-inventasse questo genere per la fantascienza – lo vedremo fra poco – qualcuno (per citarne uno solo, l’allora quasi esordiente Isaac Asimov nel racconto Homo Sol del 1940) aveva già assunto il punto di vista degli et invece che dei terrestri; ma erano le classiche mosche bianche.
Nel 1954 arriva Fredric Brown con il breve, squassante racconto Sentinella che, anche se è abbastanza noto, vale riproporre per intero.
“Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia di anni quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super-armi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito: quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, con i denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo e il giorno era livido, spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni posizione era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportar a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire”.
Avviso per chi legge: Sentinella non è finito qui, mancano tre righe. Invito chi non lo conosce a cercare una soluzione.
Fermatevi un attimo a riflettere. Per non indurvi in tentazione (intendo a sbirciare) le tre righe finali sono alla fine del dossier.
Brown è tornato spesso, in forma più ironica, sul tema. Uno dei suoi racconti più famosi è Il vecchio, il mostro spaziale e l’asino del 1962. In uno sperduto paesino arriva un allampanato extraterrestre a dorso di un asino. Vagamente umanoide ma è alto quasi 3 metri, sottilissimo e ha la pelle che sembra scuoiata. Dichiara di essere venuto lì per verificare se i terrestri sono maturi per entrare nella Confederazione galattica. C’è un doppio colpo di scena che sarebbe un delitto rivelare. Purtroppo Brown fa intravedere come questa “maturità” sia ancora tutta da verificare visto che i terrestri giudicano in base alle apparenze fisiche.
Decisamente umoristico il suo romanzo Marziani, andate a casa del 1955. Per quel che qui ci interessa la storia di Brown concerne un’invasione pacifica ma assai seccante. Infatti gli alieni più che cattivi o incomprensibili sono… no, lasciamolo dire all’autore con tutte le precisazioni necessarie: “erano tutti insultanti, esasperanti, fastidiosi, sfacciati, brutali, insopportabili, caustici, sfrontati, odiosi, scortesi, esecrabili, diabolici, spudorati, irritanti, ostili, dispettosi, bruschi, insolenti, impudenti, ciarlieri, irridenti, guastafeste, maligni, pestiferi, malevoli, perfidi, nauseanti, perversi, stizzosi, litigiosi, sgarbati, maleducati, sarcastici, biliosi, bisbetici, infidi, truculenti, incivili, pungenti, xenofobi, sbraitanti e zelantissimi nel rendersi insopportabili e nel causare guai a tutti coloro con cui venivano a contatto”.
E non si può far nulla contro di loro; perché in un batter d’occhio spariscono (in gergo: si teletrasportano altrove). Anche in questa geniale presa in giro Brown infila discorsi seri. E comunque anche trasformare i “mostri” in discoli è già una bella provocazione.
Anche chi è digiuno di fantascienza ma ama il cinema (o il rock) avrà forse incrociato il film L’uomo che cadde sulla terra di Nicholas Roeg, del 1976, con un bravo David Bowie, tratto dal romanzo omonimo – ancor più inquietante e struggente della riduzione cinematografica – scritto nel 1963 da Walter Tevis. Come in Sentinella il narratore assume il punto di vista dell’alieno che è sulla Terra per cercare un aiuto da parte dell’umanità per la sua razza morente. L’alieno rimarrà bloccato fra indifferenza e sospetti. Impietrito nella sua maschera umana, incapace di staccarsi dalla Terra per lui aliena. Morirà per alcolismo. La scena finale mostra il suo pianeta ridotto a un cumulo di asteroidi vaganti. Qualche esperto di cinema ha notato che il punto di vista dell’alieno è rappresentato anche in uno stile e in un montaggio di tipo surrealista; per quanto sia strano alcuni passaggi del film ricordano L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, uno dei padri del cinema.

Futuro, filosofia e sensi di colpa
Visti i precedenti storici, qualche senso di colpa inevitabilmente affiora anche nella science fiction. Significativa la quarta di copertina del romanzo Chi è intelligente? (del 1972; il titolo originario era Conscience Interplanetary) di Joseph Green: “Il Corpo dei Filosofi Ambientali deve proteggere i mondi abitabili della Galassia dall’ingordigia umana e impedire che si ripetano a danno delle razze extraterrestri le violenze e le stragi patite dagli indios, dai pellirosse, dai negri”.
Perfetto sin qui, ecco però la trappola: “Ma ci sono moltissimi casi dubbi: certe strane foche tirano sassi contro gli scienziati di un osservatorio, certe farfalle di 40 chili sembrano telepatiche, certe piante di cristallo emettono voci nella notte, certe scimmiesche creature hanno forse modellato un dio di argilla. Come decidere dove finisce l’istinto e dove comincia l’intelligenza?”.
La domanda può essere dunque riformulata così: chi sono gli alieni e agli occhi di chi?
Rischiamo però di entrare in un corto circuito logico e/o filosofico. Possiamo capire un pensiero alieno? Ho un amico – Fabrizio Melodia – grande studioso di filosofia che leggendo la prima versione di questo saggio (o saggetto, chissà) mi ha suggerito qualche dotta citazione ad hoc. Per esempio questa: “La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche i suoi limiti. Non possiamo dunque dire nella logica: ‘Questo e quest’altro v’è nel mondo, quello no’. Ciò parrebbe infatti presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché altrimenti la logica dovrebbe trascendere i limiti del mondo; solo così potrebbe considerare questi limiti anche dall’altro lato. Ciò, che non possiamo pensare, non possiamo pensare; né dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare”: è il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein.
Al quale però provo – timidamente e con qualche consapevole forzatura – a contrapporre Eraclito: “Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché l’avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada”.
Nel senso che se tentiamo di capire l’incomprensibile forse ce la faremo.
Qualche annetto dopo Eraclito, irrompe sulla scena Albert Einstein e, dandoci speranze almeno sul versante più scientifico, aggiunge: “Tutti sanno che quella cosa è impossibile, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”.
Con queste due citazioni nel bagaglio proviamo a vedere se la fantascienza e il desiderio riescono a forzare la logica wittgensteiniana secondo la quale non arriveremo mai al “non pensabile”.
Tenendo anche conto che nel nostro immaginario lavorano – o meglio si confrontano e scontrano incessantemente – paure e desideri ben più profondi che nel conscio: così non è indifferente che la fiction di massa oggi proponga in bella vista uno Spock (sto parlando ovviamente della serie di Star Trek) cioè un alieno ben accetto piuttosto che i perfidi carciofoni marziani i quali, grazie allo strano duo Welles-Wells, in passato terrorizzarono lettori e soprattutto ingenui radioascoltatori.
Sulla strada della progressiva presa di coscienza della fantascienza si potrebbero riportare molti esempi. Nessuno forse è letterariamente efficace come il brevissimo Sentinella ma molti – e alcuni li vedremo nelle varie sezioni – restano efficaci e/o inquietanti ancor oggi.
Ovviamente ci sono almeno altrettanti romanzi o racconti che continuano a immaginare lo scontro fra i terrestri e “gli altri”. Vediamo brevemente uno dei più interessanti, Il gioco di Ender scritto nel 1985 da Orson Scott Card.
Per quel che qui ci interessa, è la storia di un ragazzino “speciale” che viene addestrato in una scuola militare a verificare strategie contro gli “Scorpioni”, cioè i nemici spaziali che sono una sorta di entità unica con un cervello collettivo. Ender va in crisi perché per vincere le battaglie deve identificarsi con il nemico al punto da amarlo, e in questo modo lavora a distruggere… chi ama; sull’altro piatto della bilancia (o della schizofrenia) però c’è l’obiettivo del suo addestramento: salvare la razza umana da un avversario che sembra molto più potente. Alla fine del romanzo, Ender si troverà a vincere nell’ennesimo difficile gioco ma scoprirà che è stato ingannato: non stava affatto “combattendo” contro un simulatore ma comandava una vera flotta. Ender ha distrutto il mondo di origine degli Scorpioni, sterminando per sempre la loro razza.
Fra i tanti temi sollevati da questo romanzo c’è anche quello del nemico invisibile; uccidere in un videogame (o nella sua versione montata a bordo di un aereo) crea una rassicurante distanza “psicologica”. Niente fastidiosi schizzi di sangue, niente volti delle vittime (soldati ma anche vecchi o neonati) dunque nessun dubbio. Per evitare che il soldato moderno cada nel vecchio difetto – così Brecht nella celebre poesia – ovvero pensare, oggi il nemico (o l’alieno) va reso immateriale.
Anche se la guerra con gli alieni in Il gioco di Ender si trasforma addirittura in xenocidio, comunque il romanzo di Scott Card è tutt’altro che manicheo: non ci racconta di “tutti noi buoni” contro i cattivi, i tempi sono cambiati. Anche se gli assassini di massa coprono d’oro i cantori delle “guerre umanitarie” ben pochi credono alle loro ragioni.
Ma torniamo al discorso principale o meglio a una delle sue diramazioni.

8. Per non concludere: imparare a disimparare

A dieci anni sognavo di diventare archeologa, a tredici di fare l’architetto, a diciotto la guardia forestale, ora sono abbondantemente dentro agli “enta”, e faccio l’educatrice alla Cooperativa Sociale Labirinto di Pesaro: chi l’avrebbe mai detto?
Credo, in parte, di aver realizzato i miei sogni precedenti, scavo in profondità nelle vite delle persone alla ricerca della loro storia, di come vogliono, vorrebbero, o dovrebbero vivere, decodifico stili comunicativi diversi e non convenzionali, curo, o almeno ci provo, la natura umana, nella sua fase di evoluzione e di involuzione.
Sono un’assistente sociale, ma ho lavorato sempre come educatrice nel settore della disabilità, per lo più con persone adulte, per lo più in strutture residenziali, preferibilmente case, progettandone non tanto la planimetria quanto il pensiero educativo.
Esperienza fondante del mio percorso professionale sono stati gli otto anni nella Comunità Socio Educativa Riabilitativa “Giona”, vi ho lavorato in qualità di educatrice e coordinatrice, ma soprattutto “Giona” ha lavorato in me, facendomi comprendere come concretamente persone diversabili adulte, con alle spalle decenni di istituto, potevano finalmente vivere in una casa, in pochi, in un clima familiare, integrati nel contesto cittadino e aspirare allo status di cittadini e non più di malati.
A “Giona” si cerca di creare un clima familiare e la possibilità che le persone si sentano come a casa loro, con stanze proprie, cucina interna, frequentata da amici, insomma il più possibile simile alla casa di ognuno di noi.
Questa è vita, ed è la vita di persone con nome, cognome e storia, che si intesse con quella di chi in quel luogo vi lavora, ed è il racconto di persone che non sono eterne e neanche immutabili, come alle volte ci piacerebbe pensare… E allora “Giona” non sperimenta solo la vita ma anche la vecchiaia, la malattia, la morte.
Ho scritto proprio perché sentivo che questa esperienza vissuta nella e dalla Comunità “Giona” potesse essere svilita, fraintesa, ingigantita o accantonata.
Avevo l’impressione che accompagnare nella fase terminale della loro vita Alberto e Lorentina, due persone che vi abitavano, potesse essere percepita dagli stessi educatori e da chi viene a contatto con questa realtà, come qualcosa di anomalo, fuori dal proprio lavoro, che si fa più per bontà d’animo o perché non si riesce a evitare.
Ho accompagnato Alberto in tutto il suo percorso, fino al rientro in famiglia per morire con gli affetti più cari; di Lorentina invece ho visto l’inizio del suo lento e inesorabile peggioramento, poi altri colleghi, che a differenza mia hanno continuato a lavorare a “Giona”, l’hanno accompagnata nelle fasi finali.
Ho chiesto chi di loro fosse disponibile a raccontarmi la propria esperienza, il fare, il sentire… Volevo recuperare il vissuto di chi era con Lorentina, cercavo analogie con quanto avevo sperimentato personalmente con Alberto, cercavo risposte, cercavo di razionalizzare le esperienze, cercavo e cerco di capire tutt’ora se da educatori sia possibile accompagnare una persona diversabile nell’invecchiamento, nella malattia e nella morte.
Ci compete? Con quale senso? Con quale modo?
Chi di voi non ha giocato, o continua a giocare, con il caleidoscopio?
Caleidoscopio: dal greco kalòs, bello, eîdos, figura, e skopèō, guardare.
Un tubo con tre specchietti in croce, meglio a triangolo, e qualche pezzetto di plastica colorata, basta metterlo controluce e ruotarlo per vedere figure magnifiche e sempre diverse.
Questo strumento mi ritornò alla mente qualche anno fa, quando nel mio lavoro di educatrice si presentò una sfida nuova, complessa, inaspettata.
Non potevo continuare a guardare le cose con gli stessi occhi, dovevo adottare punti di vista differenti, scoprire nuovi orizzonti del mio agire educativo cercando sempre e comunque il bello di questo lavoro.
La sfida in questione riguardava accompagnare Alberto durante la malattia e la morte.
Alberto proveniva da un grazioso borgo del Montefeltro e malgrado anni di peregrinazione istituzionalizzata per l’Italia aveva mantenuto il suo dialetto e la sua schiettezza, era un gran camminatore, amante dei bambini e da loro corrisposto, pigro nei doveri, celere nei piaceri.
Era capace di porti domande apparentemente banali e di facile soluzione: “Bela, la puzzla quanto appuzzisce?” (Bella, la puzzola quanto puzza?)
Difficile rispondergli immediatamente e con scioltezza, avresti voluto averla lì una puzzla per constatarne e misurarne l’odore insieme a lui. Chissà cosa avrebbero detto i colleghi.
Non era l’unico a occuparsi di natura, anche Lorentina, coinquilina di Alberto, esclamava: “Guarda quanto sono carini i girini, hanno gli occhi verdi!”. Anche questo andava appurato empiricamente.
Lorentina, nata in un arroccato paesino nella valle del Metauro, come Alberto è stata una pluridecennale frequentatrice di istituti, meritevoli, se non altro, di averle forgiato un bel caratterino da prima donna: decisa, risoluta, mai arrendevole, il colore preferito il rosso, era sempre all’attacco, era sempre ovunque, grazie al suo carattere raggiunse una bella autonomia.
Alberto e Lorentina, in salute e malattia, hanno trascorso gli ultimi anni della loro vita nella Comunità Socio Educativa Riabilitativa “Giona” a Pesaro, per gli amanti delle sigle CoSER., Comune PU.
“Giona” apre nel ’98, con l’intento di dare una casa a persone adulte con handicap psico-fisici medio-gravi fortemente istituzionalizzate, prive di un adeguato sostegno familiare, personale educativo a 360°, intento a superare la schizofrenica distinzione di ruoli tra infermieri, assistenti, educatori presente negli istituti, su concezione di malato-sano, sporco-pulito, animatore-educatore… la persona è una!
Progetto pilota per la Regione Marche, testa d’ariete per la residenzialità marchigiana e non solo, “Giona” per anni cresce in quel processo educativo teso a venir fuori, a trasformare, a rendersi visibile.
Una casa appunto, nel centro della città, con porte e finestre aperte, per condividere vita e regole: cucina interna che permette all’utenza di scegliere cosa mangiare confrontandosi con le diete alimentari, le capacità culinarie dell’educatore, la dispensa, i soldi disponibili;  invitare amici e parenti a pranzo o cena; fare la doccia con l’aiuto dell’educatore; dormire sotto lo stesso tetto; mangiare allo stesso tavolo; avere la propria stanza e i propri oggetti; andare a fare la spesa, al mare, in vacanza, dal dottore, a una mostra, al cinema, dalla parrucchiera…; prendere medicine; rifare i letti; stendere i panni; curarsi; arrabbiarsi; svegliarsi, dormire e ancora risvegliarsi, per un’altra giornata mai uguale alla precedente.
Emozionante vero? Semplicemente vita!
In tutto questo turbinio di casa e di cose, con continui scambi tra il dentro e il fuori della Comunità, gli anni passano, i giovani educatori crescono e gli adulti utenti invecchiano.
Quel processo di “uscita”, di venir fuori dal proprio bozzo per trasformarsi ed esprimere tutte le potenzialità delle persone e del progetto, sembra quasi arrestarsi o meglio ancora fare dietro front.
Malattia, vecchiaia, morte, non più handicap, diventano ora il limite per utente ed educatore.
La vita cambia, e a grandi linee incontri più spesso il dottore che gli amici, frequenti più policlinici che pizzerie, prendi più ambulanze che autobus.
Che fare?
Alberto e Lorentina sono stati i primi, con tempi e modalità diversi,  a interrogarci sul nostro ruolo e sulla nostra capacità di accompagnarli in questa fase della loro vita, non saranno gli ultimi…

Per saperne di più:
www.labirinto.com
Per altre letture sul tema:
www.accaparlante.it 

7. Fa.Di.Vi. e… oltre…

Fa.Di.Vi. e Oltre è un’Associazione Onlus di famiglie di persone disabili iscritta al Registro regionale del Volontariato della Regione Liguria nell’ambito socio-sanitario.
Azione e scopo dell’Associazione è quello di:
– ricercare le condizioni, le opportunità di un ottimale sistema extra famigliare nel “durante noi” – cioè con i famigliari ancora in vita – individuando le risposte ai bisogni primari socio- riabilitativi-assistenziali, alle aspettative, ai bisogni relazionali, alla massima autonomia;
– favorire il massimo possibile coinvolgimento e partecipazione alla vita e alle scelte del Centro, collaborando ai programmi, per favorire il superamento di eventuali riscontrate obiettive difficoltà, ponendo attenzione a non invadere e/o intralciare la gestione del Centro stesso;
– elaborare e proporre progetti, iniziative, sperimentazioni, destinati al miglioramento della qualità di vita, delle persone del Centro, incoraggiando la circolazione, lo scambio di informazioni, di esperienze e collaborazioni, attivando e sostenendo una rete di relazioni che sviluppi processi d’integrazione sociale, con le altre realtà del territorio;
– sostenere processi che portino alla determinazione di “un piano di vita individualizzato” che ricerchi anche l’identificazione di una futura “tutela personalizzata”;
– promuovere ogni forma di sostegno a favore delle persone disabili del Centro Residenziale Vidoni e possibilmente anche di altri Centri e, più in generale, nei confronti di chi si rivolge all’Associazione.

“Crediamo fermamente – sostengono i soci di Fa.Di.Vi. – che l’affermazione e la continua promozione di una cultura della solidarietà e del rispetto per la vita altra siano gli elementi  più significativi e  rappresentativi  per affrontare e superare i muri d’indifferenza che spesso delimitano  i luoghi  in cui vivono le persone con disabilità e quanti condividono la loro vita.
Questo non deve essere inteso solo come l’impegno etico di una singola associazione ma anche e soprattutto come sfida per  una società che vuole crescere.
Parafrasando Nelson Mandela: quella che abbiamo raccontato è la nostra storia… Dolce o amara  (giusta o sbagliata) che vi sia sembrata, qualcosa portatela con voi e qualcosa lasciate che torni a noi. Grazie”. 

Per contatti:
Fa.Di.Vi. e Oltre
Viale Teano 12
16147 Genova
Tel./fax 010/374.23.01
fadivieoltre@virgilio.it    

6. Documentazione

C. Lepri, Viaggiatori inattesi, Milano, FrancoAngeli, 2011

S. Korff-Sausse, Specchi infranti, Torino, Ananke, 2006

S. Korff-Sausse, Da Edipo a Frankenstein, Torino, Ananke, 2009

M. Zanobini, M.C. Usai (a cura di), Psicologia della disabilità e della riabilitazione, Milano, FrancoAngeli 2012

R. Caldin, F. Serra, Famiglie e bambini/e  con disabilità complessa, Padova, Fondazione Zancan  2011

A. Goussot, Il disabile adulto, Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 2009

A. Goussot, Le disabilità complesse, Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 2011

G.F. Ricci, D. Resico (a cura di), L’approccio integrato alla persona diversamente abile, Milano, FrancoAngeli, 2007

V. Mancuso, Il dolore innocente, Milano, Mondadori, 2002

M. Pavone  (a cura di), Famiglia e progetto di vita, Trento, Erickson, 2009

L. Formenti  (a cura di), Re-inventare la famiglia, Milano, Apogeo,  2012

F. Walsh, La resilienza familiare, Milano, Raffaello Cortina, 2008

E.F. Kittay, La cura dell’amore, Milano, Vita e Pensiero, 2010

B. Cyrulnik, Il dolore meraviglioso, Milano, Frassinelli 2000

B. Cyrulnik, I brutti anatroccoli, Milano, Frassinelli, 2002

AA.VV., La cura della vita nella disabilità e malattia cronica, Moie di Maiolati, Gruppo Solidarietà, 2008

G. Pontiggia, Nati due volte, Milano, Mondadori, 2002

I. Salomone, Con occhi di padre, Trento, Erickson, 2012

M. Verga, Zigulì, Milano, Mondadori, 2012

M. Ossola (a cura di), Mio figlio ha le ali, Trento, Erickson, 2007

M. Garaventa, La vera storia della principessa sul pisello, Genova, DeFerrari, 2007

R. Gallego, Bianco su nero, Milano, Adelphi, 2004

P. Tripodi, Vivere malgrado la vita, Roma, Derive Approdi, 2005

D. Rossi, Il mondo delle cose senza nome, Roma, Fazi, 2004

L. McIntyre, Il tempo di una vita, Roma, Contrasto, 2004

C. Voglino, Aiutami a non avere paura, Torino, EGA, 2008

M. Paolini, Chi sei tu per me?, Trento, Erickson, 2009

C. Palmieri, Rappresentazioni dell’handicap e processi formativi, Milano, CUEM,  2003

C. Palmieri, La cura educativa, Milano, FrancoAngeli, 2000

M. Schianchi, La terza nazione del Mondo, Milano, Feltrinelli, 2009

A. Dalponte, F. Olivetti Manoukian (a cura di), Lavorare con la cronicità, Roma, Carocci, 2004

5. Abitare la “giusta” distanza

Siamo un gruppo di operatori coeso e solidale. L’impegno quotidiano è rilevante e le aspettative del contesto così alte che in alcune circostanze possono arrivare a condizionare una serena disamina dei risultati conseguiti.
La compresenza di due servizi, diurno e residenziale, rende il lavoro estremamente articolato.
La disabilità complessa di molti ospiti inseriti nel residenziale richiede un grande impegno per l’assistenza primaria che cerchiamo di svolgere, in continuità con quella ricevuta in famiglia, attraverso una cura attenta alla personalizzazione delle relazioni.
In tal senso vengono preparati progetti educativi individualizzati con l’obiettivo di realizzare strategie capaci di rispondere ai bisogni e alle difficoltà dei ragazzi e poterne mantenere/sviluppare le potenzialità.
Fra gli elementi che caratterizzano la vita del Centro assume rilevanza la presenza e il ruolo dei genitori, dei familiari e più in generale dell’Associazione come risorsa che integra e sostiene il lavoro professionale.
Mancanza di fiducia? Volontà di controllo? L’intento non è questo!
Sappiamo che i genitori vogliono poter continuare a esercitare la loro responsabilità educativa anche nel momento in cui preparano il “dopo di noi”.
Nel farlo ricorrono comprensibilmente ai propri valori e al confronto con esperienze pregresse. Oltre a un grandissimo coinvolgimento emotivo, comune a ogni genitore che si trova nella condizione di affidare ad altri il proprio figlio, hanno alle spalle una vita di cure alle quali riferirsi.
Con i genitori dialoghiamo continuamente. Questa prossimità oltre a informazioni, idee, soluzioni e punti di vista comporta inevitabilmente anche dinamiche, vissuti, ansie.
In un servizio che prepara il “dopo di noi” l’ansia prodotta dai/nei processi di separazione è più che comprensibile ma è faticoso rinegoziare di continuo il da farsi, meglio sarebbe investire tutte le energie per progettare in modo elastico e flessibile le proposte d’intervento.
Sarebbe altresì di grande utilità confrontare, rielaborare e monitorare i concetti di urgenza, indispensabilità e improcrastinabilità sottesi alla lettura dei bisogni evitando di finire per attuare esclusivamente ognuno la propria idea.
Non solo noi abbiamo degli obiettivi, li hanno anche i genitori ma molte volte non riusciamo a scambiarceli perché le preoccupazioni insidiano la comunicazione.
Noi cerchiamo di avere attenzione per tutti allo stesso modo ma non sempre è possibile: nostro malgrado, possiamo sottovalutare elementi che per un genitore sono al contrario importanti finendo per generare incomprensioni che diventano controproducenti.
Un passaggio ulteriore è riuscire a contenere l’ansia pedagogica del “fare”, retaggio di un modo riduttivo d’intendere le attività di stimolazione; capire che anche i momenti della quotidianità non esplicitamente finalizzati come attività possono essere pensati nel quadro di una ricerca di rispetto dei tempi del singolo. Infatti conciliare l’attenzione per i singoli con quella per il gruppo è una cosa sulla quale abbiamo lavorato e dovremo ancora lavorare molto per giungere a risultati soddisfacenti.
La fiducia può incrinarsi fino a perdersi  ed è fondamentale saperla ritrovare reciprocamente senza cadere nel gioco della colpevolizzazione.
Talvolta si finisce anche per frammentare e personalizzare la relazione operatore/genitori determinando situazioni che travalicano la dimensione professionale dell’intervento.
Le visioni del Centro sono diverse: tutte comprensibili ma da rendere compatibili.
Per i genitori il “Centro è la Casa”, “la Casa è il Centro” voluto/a per i loro figli.
Noi ci inseriamo in questa dinamica come figure professionali con ruoli e approcci che sono diversi: per noi è un Servizio che deve saper/poter costantemente rinnovare gli elementi di continuità/rottura con la vita precedente e co-progettare il futuro.
Dopo tutto il lavoro che hanno fatto per giungere alla sua realizzazione, i genitori si sentono un po’ anche a casa loro e talvolta non si rendono conto che c’è bisogno di rispettare un delicato equilibrio organizzativo dettato non  tanto dalla regola quanto dall’intento di non aumentare la confusione e presentare il Centro come un luogo nel quale ci si muove indiscriminatamente.
Quello che si percepisce è che il desiderio di ri-creare un’atmosfera familiare può portare a credere che stiamo insieme perché “siamo amici”.
Senza voler mantenere distanze artificiose e/o escludere che nell’incontro possano nascere amicizia e confidenza va innanzitutto ricordato che, anche se questo non accade, in ogni caso va perseguito il principale/comune intento: collaborare per assicurare a chi “vive il Centro” una buona “Qualità della Vita”.
La formazione comune che ha preceduto l’apertura della struttura ha aiutato sia noi che i genitori.
Fino a qualche anno fa esistevano grossi scontri su chi conosceva meglio il ragazzo, se il genitore che l’aveva a casa o l’operatore che ogni giorno stava con lui; ora abbiamo capito che queste diatribe non portano da nessuna parte e non occorre mettersi sempre in competizione.
Quando abbiamo iniziato avevamo tutti l’enorme aspettativa del centro perfetto, lo spazio/tempo “Eden” dove tutto funzionava alla perfezione, senza fatica; il mondo prima della Torre di Babele dove tutti si parlava la stessa lingua e si aveva simultaneamente la medesima meta e il medesimo percorso, con la stessa velocità.
È trascorso circa un anno dall’apertura, il clima è buono e rispetto all’inizio le cose sono migliorate anche se qualche volta manca un po’ il quadro d’insieme perché durante gli incontri di coordinamento non sempre riusciamo a esserci tutti.
Ora condividiamo la vita quotidiana ed è fondamentale collaborare.
Sentiamo il bisogno di riprendere la formazione: la nostra e quella comune.
Fare formazione insieme è importante per continuare a conoscerci, poter dialogare e verificare che i diversi punti di vista sulle cose, se messi insieme, forniscono maggiori opportunità.
Bisogna continuare a lavorare per chiarire meglio qual è il ruolo di ognuno, soprattutto accettare l’idea che per umanizzare i servizi non basta riferirsi alle “buone pratiche” esistenti ma occorre “mettersi in gioco” per superare le diverse autoreferenzialità e l’incomunicabilità che s’insinuano nei contesti organizzativi e nell’agire professionale.
Dobbiamo imparare, tutti, a tenere lo sguardo aperto su “Presente” e “Possibile” fornendo possibili presenze e presenti possibili; abitare la “giusta” distanza; farci coinvolgere ma non travolgere da un contesto che per assunto  sappiamo essere psicofisicamente oneroso.
Il percorso è appena iniziato… Occorre definire, limare, dilatare i tempi… Ascoltarci!
Ci vorrà il tempo necessario ma raggiungeremo un equilibrio dinamico capace di renderci nella maggior parte del tempo “facilitatori e non barriere”.

4. L’anello di congiunzione

Abbiamo intervistato Marco Catania che si occupa della direzione tecnica-organizzativa della struttura e Sara Pignatelli che si occupa invece della direzione sanitaria.

Qual è il vostro ruolo, è chiaro a tutti?
MARCO: Il mio ruolo prevede sia gli aspetti amministrativi e organizzativi della struttura, sia la parte più legata alla relazione/mediazione tra l’associazione e il gruppo di lavoro. Questo Centro nasce da un progetto sperimentale sul territorio: il fatto che famiglie e privato sociale si trovino a interagire in modo forte rispetto alla quotidianità della struttura e alle sue attività rappresenta una “innovazione” per le nostre realtà. Tutto è centrato molto sulla trasparenza, dal progetto educativo di ogni ragazzo alla terapia; qualsiasi cosa è condivisa con la famiglia e con gli ospiti stessi laddove possibile in un rapporto di fiducia reciproca.
SARA: Il mio ruolo, oltre che di collaborazione per gli aspetti organizzativi, è legato principalmente alla gestione e al controllo di tutti gli aspetti sanitari, assistenziali e riabilitativi. La disabilità che caratterizza i nostri ospiti è di tipo complesso e molto eterogenea: ci sono persone con una grave compromissione neuromotoria ma buone risorse cognitive, altre invece con gradi elevati di ritardo mentale e alterazioni comportamentali ma buone competenze motorie, in altri casi invece la compromissione motoria e intellettiva è gravissima. Nel mio lavoro bisogna aver sempre presente tutti gli aspetti sanitari e la cura in senso ampio della persona, senza perdere di vista le esigenze riabilitative specifiche sulla base delle capacità presenti. La realtà sanitaria e assistenziale del Centro è importante e la famiglia viene sempre coinvolta. Questo tipo di impostazione fa parte della mia formazione di neuropsichiatra infantile, ma per alcuni questa apertura alla persona e alla famiglia può non essere sempre facile e immediata.  

Come siete venuti in contatto con questa esperienza, cosa vi aspettavate?
MARCO: Il mio percorso nell’area della disabilità è iniziato circa venticinque anni fa: storicamente, provenivo da realtà di Centri dove il rapporto con la famiglia era relativo e i contatti sporadici, l’organizzazione era proprio diversa. I miei primi contatti con l’associazione Fa.Di.Vi. risalgono a circa 8 anni fa e il mio ruolo rispetto a questo progetto è stato “costruito“ negli anni. Mi interessava molto questa nuova realtà, quindi ho seguito il progetto di residenzialità delle due strutture ora in attività (“La Magnolia” e “Nucci Novi Ceppellini”) già dalla fase embrionale. Ho poi iniziato con la Direzione nel Centro “La Magnolia” fino al febbraio 2011, quando è stata avviata l’attività del Centro “Nucci Novi Ceppellini”, di cui ho assunto la Direzione.
L’associazione ha scelto di affidare la gestione dei Centri a un consorzio di Cooperative Sociali, il C.Re.S.S. (Consorzio Regionale Servizi Sociali), che ha affidato l’incarico della gestione alla Cooperativa Co.Ser.Co di Genova. Il C.Re.S.S. ha sempre cercato di privilegiare strutture e centri residenziali con un piccolo numero di utenti per ricreare un clima quanto più familiare possibile. Questo tipo di impostazione ha favorito il dialogo con l’asociazione Fa.DiVi. e reso proficua la collaborazione tra l’associazionismo delle famiglie, la cooperazione sociale e gli enti pubblici istituzionali. Se gli aspetti positivi di questo pensiero sono, credo, abbastanza chiari, spesso si tende un po’ a dimenticare gli “oneri” che comporta l’organizzazione di piccoli Centri come il nostro. È necessario infatti mantenere un elevato rapporto operatori/utenti per offrire un servizio di alta qualità nell’ambito della disabilità complessa che va ben oltre i parametri che vengono imposti dalle Direttive Regionali sull’Accreditamento. Il mio compito prevede anche l’organizzazione della turnistica degli operatori, in modo tale che le risorse messe in campo diano risposte di qualità alle esigenze dei ragazzi e, quando possibile, anche alle richieste degli operatori e delle famiglie. In avvio di attività, devo dire che questo è stato facilitato anche dall’organizzazione del C.Re.S.S., che al suo interno dispone di diverse cooperative che gestiscono, tra le altre cose, i Centri Residenziali e Semiresidenziali dove erano accolti molti dei ragazzi che poi sono stati inseriti presso i “Centri Fa.DiVi.”; questo ha permesso un più agevole passaggio di informazioni e, in taluni casi, la possibilità di dare continuità assistenziale proprio rispetto al personale. Una buona parte degli operatori che lavoravano presso altri Centri ed erano interessati alla “novità” del Progetto Fa.Di.Vi., hanno potuto esprimere la loro disponibilità a essere inseriti all’interno del nuovo gruppo di lavoro e poter così “seguire” i ragazzi nella nuova dimensione abilitativa.
SARA: La mia storia è un po’ diversa, io conoscevo il progetto, però ho iniziato a lavorare con loro come Direttore Sanitario quattro anni fa, poco prima che aprisse la struttura di Cornigliano, poi mi hanno chiesto di prendere la direzione anche di questo Centro e ho accettato volentieri. Effettivamente è un modo di lavorare un po’ diverso da quello che si può trovare in altri contesti, anche se credo che molto dipenda da come si imposta il proprio lavoro. Io sono abbastanza portata a parlare con le famiglie e a cercarle; credo che non si possa prescindere dalla famiglia di appartenenza quando ci si prende cura di una persona. Non ho quindi incontrato grosse difficoltà a entrare a far parte del Progetto. Sicuramente richiede impegno e talvolta fatica: è un continuo costruire insieme un’alleanza che si basa sul cercare e dare fiducia. La presenza dei genitori, così importante e imponente nella vita del Centro, è una grossa risorsa; tuttavia a volte è necessario riuscire a leggere certi atteggiamenti, comprenderli e interpretarli per offrire una sorta di mediazione, specie nel rapporto tra le famiglie e gli operatori. Ci sono situazioni nelle quali un commento o un tipo di comportamento richiedono un intervento di mediazione, talvolta con forti argomentazioni mediche e/o pedagogiche, per far sì che la possibile osservazione o critica diventi una fattiva collaborazione e non un mero motivo di scontro e di barriera. 

Nella quotidianità quanto sono presenti i genitori? Quanto può incidere una presenza così forte, il fatto che abbiano qui la sede dell’associazione? Com’è stato questo primo anno in relazione a questo aspetto?
MARCO: In questi anni di esperienza lavorativa nel settore non ho mai visto strutture con queste caratteristiche e credo che anche per l’équipe di lavoro sia una esperienza nuova. L’apertura del Centro è stato un momento forte, in primis per le famiglie: gli ospiti provenivano da tante realtà diverse, alcuni addirittura da casa o da altri centri residenziali. Per molte famiglie è stata proprio una scelta importante, anche se in alcuni casi si sono verificate delle comprensibili resistenze: ci sono alcuni ragazzi molto giovani e i loro genitori forse non erano ancora del tutto “pronti” per questa scelta di residenzialità; diciamo che hanno sposato il progetto per la sua “bontà”, non perché avessero chiaro fino in fondo come poteva concretizzarsi. Mentre per molti l’inserimento, l’approccio, la relazione con la direzione e con gli operatori sono stati più facili, altri hanno fatto più fatica. Stessa cosa può dirsi per alcuni operatori che hanno avuto qualche difficoltà nella relazione con le famiglie: tuttavia questo ci sembra più che naturale in questo tipo di progetto.
All’inizio “non c’era limite” alla frequenza del Centro e la presenza dei famigliari era stata lasciata molto libera, anche se gestita chiaramente dal buon senso.  Adesso, a quasi un anno dall’apertura, i genitori hanno abbastanza chiaro quali sono gli orari in cui c’è bisogno di più tranquillità, di maggiore intimità del ragazzo stesso con l’operatore. Oggi i momenti in cui c’è maggiore frequenza/collaborazione tra i famigliari e gli operatori sono il momento del risveglio, quello del pasto e alcune attività. Nonostante questa presenza sia stata condivisa con la Direzione, a volte ci si è dovuti fermare a riflettere perché si sono verificate delle incomprensioni (ad esempio, la presenza di un numero troppo elevato di persone nel corso del pasto è stato elemento di “disturbo” proprio per i ragazzi). La maggior parte delle famiglie sembra aver ben compreso i tempi e i ritmi della vita del Centro; altri hanno ancora bisogno spesso del nostro intervento. Noi cerchiamo di dar supporto agli operatori con la supervisione, le riunioni plenarie e di gruppo, la programmazione generale e penso che anche per i genitori ci sia bisogno di un percorso di formazione e crescita. L’elemento che è emerso in modo significativo ed è tangibile da parte di tutti, è il benessere dei ragazzi: lo vedi proprio, lo tocchi con mano, quello che si nota quando si entra è che loro stanno bene. Questo è riconosciuto dagli stessi genitori. Ci sono però degli elementi di incomprensione che fanno parte del quotidiano e che portano a momenti di confronto, di discussione che cerchiamo di “incanalare” nel modo giusto: per scelta organizzativa, facciamo più o meno ogni mese e mezzo una riunione come Direzione solo con i famigliari e cerchiamo di focalizzare gli aspetti un po’ rugginosi e che creano ancora un po’ di attrito. Sicuramente il bilancio è positivo, soprattutto per quest’aspetto di novità legato alla stretta condivisione della quotidianità tra ospiti, operatori e famiglie.
SARA: Sono d’accordo con Marco. C’è poi, secondo me, un punto abbastanza importante che spesso può portare a delle criticità: un genitore, soprattutto così presente, vorrebbe che anche il personale avesse gli stessi suoi occhi nei confronti del figlio; chiaramente questo non è possibile. Per quanto gli operatori siano attenti, sensibili, empatici e ricerchino la collaborazione, instaurano un rapporto diverso con i ragazzi. Questo è un elemento importante sul quale ogni giorno bisogna lavorare, anche se è difficile: da un lato si rischia di farsi coinvolgere troppo e dall’altro si rischia di perdere di vista che quello dell’operatore è un lavoro che ha alle spalle un grosso apparato organizzativo e di mediazione.

Quali sono i punti qualificanti e le criticità rispetto alla situazione attuale?
MARCO: Tra i punti qualificanti c’è sicuramente l’aspetto delle famiglie, che portano una conoscenza importantissima rispetto alle proprie storie e vissuti. Portano però il loro punto di vista che va confrontato con il punto di vista degli operatori che passano la giornata con i loro figli. Altro punto di forza è la bellezza del posto e della struttura. Ho sempre detto alle famiglie che la stessa struttura collocata in un’altra posizione, senza il giardino, senza la tranquillità del posto, il piccolo parco che c’è davanti, la piscina che ci sarà un domani non avrebbe lo stesso peso. Secondo me è qualificante anche il fatto di avere la sede dell’associazione vicina: tutela molto avere il supporto di un’associazione che ti conforta anche nei momenti attuali, più difficili, che stiamo vivendo. La continuità di una parte degli operatori e l’inserimento di alcuni elementi nuovi ha permesso la costituzione di un gruppo di lavoro ben equilibrato: alcuni hanno più conoscenze rispetto ai ragazzi, mentre gli elementi nuovi portano vitalità, forza, motivazione. Bisogna tuttavia stare attenti: elementi qualificanti come il fatto che la famiglia sia presente e che l’associazione sia vicina potrebbero portare anche al rischio di una “chiusura” su se stessi. Crediamo invece fermamente che sia necessario essere aperti verso l’esterno: o portando dentro delle cose da fuori oppure andando noi all’esterno. Altro rischio da considerare è che le famiglie vivano questa come la loro casa e non come la casa dei loro figli. In alcuni c’è proprio la tendenza a riprodurre le dinamiche di casa propria. Questa però è una casa diversa, un po’ più ampia dove devi convivere con altri.
SARA: In quest’ottica, la presenza delle famiglie è un elemento di continuità con la “vita precedente” ma questa nuova casa non può esserne una riproduzione. Questo anche perché, per quanto possibile, per ogni ospite cerchiamo di sviluppare al massimo potenzialità, desideri e aspettative che, come succede in ogni famiglia, non sempre coincidono con quelle dei genitori. Anche questo, a volte, può essere un problema sul quale è necessario riflettere e collaborare per creare le basi di una seppur minima autonomia. 

L’allontanamento dalla famiglia ha creato maggior autonomia di pensiero, di desiderio? Questo è riconosciuto come positivo dalle famiglie?
SARA: Dipende, nel momento in cui si creano delle situazioni “conflittuali” tra l’ospite e la sua famiglia può esserci difficoltà a elaborarle, ad accettarle e quindi ad andare avanti. Si creano sicuramente dei momenti di criticità sui quali però pensiamo sia fondamentale lavorare insieme per creare una maggior accettazione delle spinte verso l’autonomia dei ragazzi.
MARCO: Soprattutto per coloro che hanno la capacità di rappresentarsi. Direi che le famiglie lo riconoscono, per quei ragazzi che possono farlo. Ma gli stessi elementi che possono essere positivi, qualificanti, possono al contempo creare dei problemi o portare a episodi di incomprensione e attrito. Il pericolo è proprio quello di creare un ambiente molto bello, molto familiare ma fine a se stesso.

Dicevate che una cosa che facilita il rapporto con le famiglie è questo incontro che fate una volta al mese e mezzo…
MARCO: Per noi è un momento importante, anche se per alcuni genitori la frequenza è eccessiva. Ci sono genitori che vivono in modo forte la quotidianità, che collaborano al momento del risveglio, del pasto, vengono spesso durante la settimana, ma ci sono anche le famiglie dei cinque ragazzi del Centro diurno che sono stati inseriti dopo e che frequentano dal lunedì al venerdì dalle 8,30 alle 16. Abbiamo condiviso il loro inserimento con la ASL, valutando quali potevano essere i ragazzi più idonei da inserire, sulla base di esigenze e potenzialità che potessero essere in qualche modo complementari agli altri. Anche per queste famiglie è comunque importante avere la possibilità di vedersi e confrontarsi. È un momento importante in cui la direzione può comunicare con le famiglie e condividere i progetti del Centro, le attività e le problematiche che possono riguardare tutti.
SARA: Da parte del genitore questo è un elemento molto positivo, anche nei momenti critici c’è un confronto, magari molto animato, ma sempre educato e teso alla soluzione dei problemi.  Questa è sempre la volontà da ambo le parti. Alle famiglie dobbiamo sicuramente riconoscere una buona propensione al dialogo, all’ascolto e al confronto che forse nasce anche dalla storia del progetto: è stato un percorso molto lungo nel quale i famigliari sono sempre stati abituati a vedersi tra di loro, hanno fatto parecchia formazione sulla gestione delle conflittualità e questo ha dato i suoi frutti. Poi sicuramente un conto è pensare una cosa, sognarla, e un conto è viverla. Certe cose non corrispondono a quello che avevi pensato, è normale.

Qual è la differenza fra quello che si era sognato e quello che si è realizzato? Quali aspetti si potrebbero rinforzare o cambiare dopo questo primo anno di sperimentazione?
MARCO: Non so se cambierei qualcosa, sicuramente si potrebbero potenziare e implementare varie aree. È giusto che certi problemi, se ci sono, vengano fuori, soprattutto in questa prima fase. È chiaro che tutti dobbiamo avere la capacità, la forza e la volontà di comprendere meglio i nostri ruoli, questo dà un risultato ancora più forte e incisivo rispetto al progetto. Anche se c’è questa volontà, è poi chiaro che la parte genitoriale, la parte educativa, la parte direzionale a volte prendono il sopravvento.
SARA: Rinforzerei gli aspetti legati alla collaborazione in tutti i suoi aspetti positivi: la disponibilità a svolgere insieme alcune attività, l’animazione in certi momenti della giornata in cui può esserci maggior “sofferenza organizzativa”, legata ad altre incombenze prioritarie, specie assistenziali. Sicuramente è necessario continuare a fare un lavoro di “limatura” da tutte le parti. Mi sarei aspettata dei momenti più critici da parte di alcune famiglie, invece si è riusciti a trovare sempre una mediazione. Certo, è tutto un po’ più difficile rispetto ad altri ambienti di lavoro: ogni decisione è condivisa con l’ospite, la sua famiglia e/o i suoi referenti socio-sanitari. La conoscenza e la cura di ogni ragazzo non può prescindere dalla sua storia (famigliare, sociale, medica, riabilitativa). Inoltre come responsabili del Centro siamo una sorta di filtro e anello di congiunzione tra i ragazzi, le loro famiglie, gli operatori. È proprio un lavoro di mediazione, di limatura, un continuo cercare di vedere e far vedere le cose sotto i vari punti di vista (quello dei ragazzi, dei professionisti, delle famiglie, ognuno con i propri bisogni, le proprie competenze e i propri vissuti). Tutto questo è stimolante perché in certi momenti l’eccessiva criticità da parte del genitore ti porta comunque a concentrarti su un eventuale problema che, se anche vissuto da parte del genitore in maniera un po’ amplificata, può essere oggetto di riflessione e revisione del proprio lavoro. E questo è positivo; è un continuo stimolo a ripensare e migliorare il proprio operato. 

3. L’orologiaio che regola le bussole: ovvero la formazione come strumento strategico per sostenere il percorso associativo

“Il futuro mi preoccupa
perché è il luogo
dove penso di passare
il resto della mia vita.”
(W. Allen)

La mission di Fa.Di.Vi. può essere ricompresa nella tensione a far sì che ogni soggetto da essa coinvolto si ri-appropri di una visione globale del “dopo di noi” in modo che in nessun caso possa essere ridotto esclusivamente a uno dei suoi principali aspetti: residenziale, patrimoniale, psicologico, culturale.
Tra gli elementi costitutivi dell’associazione hanno un ruolo determinante la costante ricerca di soluzioni volte al superamento dell’autoreferenzialità che connota le tipiche risposte istituzionali e l’impegno per valorizzare tutti i protagonisti della relazione di cura.
I genitori che le hanno dato vita, hanno compreso che perseguire questi obiettivi esige l’esercizio di un pensiero complesso, capace di contenere le implicazioni affettivo-emozionali che s’incontrano nelle difficoltà e di favorire connessioni funzionali tra attese, obiettivi, vincoli, risorse.
Il confronto con lo scenario determinato dalle accresciute attese di vita delle persone con disabilità, ha comportato la disponibilità a lasciarsi interrogare dalle esigenze poste dalle trasformazioni in atto.
La lotta per i diritti alla crescita e all’autodeterminazione di tutte le persone, a prescindere dalla loro condizione, ha reso evidente che era necessario saper individuare le modalità per distinguere e rappresentare, senza contrapposizioni, anche chi vive una disabilità complessa riuscendo a comunicare il senso e il valore universale del confronto con il tema della dipendenza e della sua inevitabilità nelle relazioni umane.

“Prima di scommettere sul futuro
forse qualcuno dovrà immaginarlo.”
(M. Bucchi)

Nella pratica quotidiana è emersa con chiarezza la stretta interdipendenza tra quanti sono coinvolti nei/dai processi di cura e con essa la necessità d’implementare alleanze, generare relazioni di fiducia, costruire saperi condivisi e ricercare/sperimentare azioni in grado di ridurre i carichi di lavoro che la cura continua determina per ciascuno.
Come preparare il “dopo di noi” nel “durante noi” ha richiesto ai genitori di concedersi un nuovo sguardo sulla vita col quale ritrovare il tempo ben oltre la sua ineluttabilità, tornare a riconoscerne lo scorrere e aprirsi al futuro per considerarlo nuovamente come occasione di progettualità.
Ha significato darsi la possibilità d’imparare ad agire non solo sulla base del passato; confrontarsi con l’adultità e l’invecchiamento intesi non più come mero dato biologico; assumersi la faticosa ma necessaria sfida insita nei processi di separazione.
In questi anni il continuo peggioramento del sistema economico-finanziario ha condizionato pesantemente il lavoro sociale e la vita dei/nei Servizi alimentando precarietà, demotivazione e rabbia a causa della reiterata iniquità delle politiche di contenimento della spesa sociale.
Nonostante ciò si è avvertita con determinazione l’importanza di non far prevalere la rinuncia e/o il vittimismo sulla volontà di rEsistere.
Si è così andati a caccia d’idee per costruire il “futuro del possibile” attraverso molteplici occasioni d’incontro, confronto e scambio a livello locale e nazionale.
Questi elementi hanno preceduto, accompagnato e connotato la costruzione fisica e psicologica di una struttura residenziale che all’impegno terapeutico-riabilitativo sapesse associare le qualità di una casa per il futuro delle persone che vi sarebbero andate a vivere: uno spazio/tempo nel quale realizzare un’innovativa esperienza di coprogettazione e partecipazione delle famiglie al lavoro professionale di cura. Un ambiente di vita inserito nel proprio contesto e caratterizzato dal rispetto per le diverse soggettività presenti; dalla costante ricerca d’apertura al territorio; dallo sviluppo e dall’accoglienza di esperienze di cittadinanza attiva; dall’offerta di proposte in grado di promuovere la cultura dell’incontro e dell’integrazione.

“Non ricerchi ora le risposte
che non possono esserle date…
Ora viva le domande.
Forse così, a poco a poco…
si troverà…
a vivere le risposte”.
(R.M. Rilke)

Per affrontare la pluridimensionalità di quest’impegno non era sufficiente appellarsi all’idealità, né contare sulle spinte dettate dal bisogno. Non ci si poteva permettere di cadere nell’improvvisazione, né di affidarsi alla rassicurante illusione di un’onnipotente programmazione.
I costi emotivi e l’energia impiegate per reperire le risorse economiche, tollerare i tempi della burocrazia senza cadere nello sconforto, sostenere il confronto con i  diversi aspetti tecnici del progetto, sono solo alcuni degli elementi che richiedevano“investimenti” in un lavoro di crescita individuale e collettiva che potenziasse l’ascolto attivo, le competenze relazionali, la capacità di comunicazione e quella di so-stare nell’incertezza.
In questo quadro la formazione si è rivelata uno strumento strategico per sostenere e alimentare un processo nel quale i genitori, i figli, gli operatori professionali, i familiari, i volontari, i servizi, le istituzioni, provassero a uscire da rigide e stereotipate rappresentazioni di ruolo/intervento per individuare opportunità di collaborazione, riflessione e progettazione.
Il compito che ci è stato affidato è stato quello di organizzare percorsi formativi ed eventi culturali che facilitassero l’incontro e la possibilità di trascendere le rispettive particolarità per diventare capaci di pensare i punti di vista dell’altro, costruire ipotesi per condividere il futuro e stare insieme nella diversità.
Abbiamo interpretato questo mandato partendo dall’idea che solo imparando a so-stare nelle relazioni ci si può ri-conoscere e scoprire come far nascere le “proprie” soluzioni.
In ogni circostanza abbiamo promosso un atteggiamento che suggeriva a ognuno di non andare all’inseguimento di risposte preconfezionate ma alla ricerca delle domande che emergono nelle/dalle relazioni, perché solo dalle domande possono scaturire innovazioni utili ad aprire nuove strade anche in situazioni considerate comunemente immodificabili.
Con ogni proposta abbiamo cercato di stressare le idee, le parole, per verificarne i limiti ed estenderne i confini affinché occuparsi di progetti di vita non diventi adempimento burocratico ma occasione per esercitare la creatività pedagogica e l’immaginazione sociale.
Durante gli incontri è stata utilizzata una metodologia attiva per favorire il coinvolgimento dei partecipanti e assumere il contributo di ciascuno come risorsa per l’apprendimento.
Attraverso diverse modalità sono stati attrezzati contesti esperienziali nei quali potersi mettere in gioco per favorire l’ascolto, gli scambi e la coesistenza di punti di vista plurimi.
Quest’approccio ha permesso a ognuno di potersi rispecchiare e confrontare con gli altri non solo attraverso i ruoli consueti ma come individui che hanno vissuto e vivono esperienze comuni che si possono raccontare per ri-conoscersi e sviluppare relazioni di fiducia.
Grazie a esso è stato possibile ascoltare ed essere ascoltati in un clima favorevole, nel quale non contava cercare/trovare soluzioni immediate ai problemi ma prioritariamente scoprire le proprie e altrui risorse per affrontarli positivaMente. La disponibilità a cambiare, a discutere/mettersi in discussione è diventata così occasione per incontrare rappresentazioni di Sé/ degli Altri/ delle situazioni ritenute fino a quel momento impensabili.

“La speranza non spera nulla.
La speranza crea restando sospesa
al di sopra della realtà, senza ignorarla
e fa emergere la realtà ancora inedita”
(M. Zambrano) 

I problemi non sono scomparsi di colpo, “miracolosamente”… Sono le persone che, aprendosi al cambiamento, si sono concesse di spostare la propria posizione esistenziale nei confronti dei problemi e nello spostamento hanno spesso ritrovato la forza e il coraggio di essere ancora propositive affrontando anche i contenuti più tecnici libere da preoccupazioni “scolastiche”.
Ecco una breve descrizione di alcune esperienze tra quelle ideate/realizzate in questi anni.
“Educare, Riabilitare, Curare senza perdere la tenerezza” ha favorito esperienze di ascolto e contatto attraverso il lavoro corporeo perché chi cura possa imparare a darsi il permesso di aver cura di sé e scoprire opportunità per sostenere il benEssere e la qualità della vita nelle situazioni di cronicità. “Previsioni per Tempo” ha proposto di ri-trovare il futuro attraverso temi quali gli strumenti di garanzia e promozione della dignità delle persone con disabilità quando diventano adulte/anziane; la ricerca di sinergie e articolazioni tra la pedagogia dei genitori e quella prodotta nei Servizi; l’individuazione/ riconoscimento delle figure in grado di “sostituire” i genitori alla loro scomparsa. “Immagini nel/del Tempo” ha promosso l’utilizzo degli strumenti audiovisivi per costruire memoria e documentazione delle persone coinvolte nei processi di cura; la raccolta e la produzione di una memoria dei loro tempi di vita; l’utilizzo di materiali audiovisivi come strumento di riflessione e crescita personale/professionale; la capacità di comunicare attraverso le immagini. “I.S.D.N. Immagini, Storie, Differenti Narrazioni” ha permesso di costruire un percorso di riflessione operativa sulle rappresentazioni mentali e sull’immagine della disabilità prodotta attraverso diverse forme espressive come cinema, musica, letteratura. “Gestione e mediazione dei conflitti” ha contribuito a fornire maggiori strumenti per saper riconoscere e gestire i conflitti; trasformare le rigidità comportamentali e le conflittualità in occasioni di dialogo; considerare la diversità un valore che stimola riflessione e genera confronto; facilitare il dibattito nel suo alternarsi tra passione e ragione; migliorare la capacità di ascolto e con essa una maggiore attenzione/rispetto delle differenti sensibilità.

“Il rimedio all’imprevedibilità della sorte,
nella caotica incertezza del futuro
è la facoltà di fare e mantenere le promesse.”
(H. Arendt)

L’interpretazione professionale che abbiamo fatto nostra considera la formazione un’esperienza evolutiva, uno strumento al servizio dell’elaborazione di strategie d’apprendimento consapevole e non una semplice trasmissione d’informazioni e/o tecniche.
In un mondo liquido, a “bassa configurazione”, persone e organizzazioni desiderano ricevere risposte definitive, certezze e capacità risolutive per affrontare i problemi.
Noi crediamo invece che non basti acquisire conoscenze ma occorra sviluppare competenze, la prima delle quali è apprendere ad apprendere.
In una realtà associativa come Fa.Di.Vi., che si occupa di cercare risposte al difficile, delicato, intimo tema esistenziale del “dopo di noi”, il primo obiettivo che ci siamo posti è stato quello di rendere esprimibile, nelle sue diverse forme, il vissuto di ciascuno di fronte all’incognita del futuro, all’ansia generata dall’attesa del momento in cui non si sarà più in grado di “prendersi cura”.
Abbiamo cercato di evitare che la formazione fosse caricata di eccesive aspettative precisando che gli oggetti che affrontavamo riguardano l’esistenza in tutte le sue dimensioni e che esistere richiede un apprendimento continuo che non può essere mai considerato concluso.
Quando tutto ciò si colloca poi in un contesto di ulteriore complessità come quello determinato dalla disabilità e dalla contemporanea condivisione di responsabilità educative con figure professionali, “aderire all’esistenza” significa una volta di più accettare di vivere nell’incertezza.
La situazione comunitaria richiede inoltre d’imparare a con-Vivere, condizione che implica il ri-conoscimento dei propri limiti e con essi l’accettazione delle ambivalenze, delle contraddizioni e dei conflitti che via via si presentano, senza la pretesa di poterli superare una volta per tutte.
In questi anni Fa.Di.Vi. ha raggiunto risultati strutturali eclatanti e ha prodotto uno sforzo culturale che si è tradotto in una significativa rete di relazioni istituzionali; tuttavia i successi ottenuti non diminuiscono la consapevolezza della quantità di lavoro ancora da compiere.
Gli aspetti più caldi/sensibili riguardano il tema della corresponsabilità educativa e, ad esso collegato, quello della costruzione/perdita dei legami di fiducia nelle relazioni di cura.
Rispetto a questi temi siamo ancora alle “prove generali” giacché condividere con altri, nella quotidianità, il progetto di vita dei propri figli e affrontare contemporaneamente la sfida della separazione implica un continuo impegno per passare dallo “s-fidarsi” al fidarsi, per dar vita a relazioni non più gravate dal “sospetto” bensì fondate sul reciproco rispetto.
Recuperare il valore educativo della cura; diventare risorse per il territorio; costruire prossimità; sviluppare il capitale sociale per incontrare il mondo e in esso sentirsi collocati nel quadro dei diritti di cui è in possesso ciascun cittadino, possono essere considerati un impegno consolidato, ma la fiducia e la cultura dell’integrazione non si possono affermare per decreto!
Entrambe hanno bisogno d’interpreti e non di anonimi esecutori, di persone che sappiano anche essere “agenti culturali” di cambiamento.
La formazione può offrire il contesto adeguato per provare a esercitare queste competenze.
Accettare di “mettersi in forma” rappresenta in ogni caso un passo importante per incontrare la nostra incompiutezza, comprendere il senso della nostra interdipendenza e non dimenticare mai che 

“Bisogna sentire molte volte le stesse cose per capirle finalmente per la prima volta…”.
(A. Desjardins)

Un posto per noi
Le nostre storie sono più o meno tutte uguali, quando si arriva al fondo sono tutte uguali.
La differenza può essere nell’età dei nostri figli, la mia ha 42 anni, e nel numero di tessera dell’associazione, la mia è la numero 2 dopo quella di Roberto perché la prima volta che l’ho incontrato ho aderito subito al progetto vedendo la persona che era.
Ho lasciato mia figlia per dieci anni a Osimo, l’unico posto allora dove riuscivano a lavorare con lei. A Genova a quei tempi un posto come quello lo sognavo.
Adesso lo abbiamo trovato un posto per noi.
Giuliano, papà di Susanna