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Autore: Nicola Rabbi

4. Sport ed handicap mentale

di Paolo Bertani

In questo articolo vogliamo soffermarci non tanto sugli effetti generali dell’attività sportiva nei soggetti praticanti, ormai conosciuti e studiati, ma analizzare più da vicino e proporre una riflessione sugli effetti specifici provocati in soggetti che soffrono di handicap mentale o comunque di disturbi nella sfera cognitiva o relazionale.
Premettendo, comunque, che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su persone cosiddette normali, lo sono vieppiù per persone più deboli o svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria difficile realtà.
Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative, ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia tendono ad una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere scale, prendere l’autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.

Movimento e sviluppo armonico
Quando parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport (scarico delle tensioni e dell’aggressività, produzione di endorfine, soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più o meno marcato, spesso costante nell’arco della giornata, e che più difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi per sé e per gli altri).
Una mancata esperienza di movimento produce nel disabile una condizione ancor più sfavorevole per l’esplicarsi delle connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti motori sia di quelli cognitivi. Per questo sarebbe ancor più fondamentale una pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo schema corporeo, cioè l’immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue possibilità d’azione. Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all’indietro, eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.
Quando ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento delle prassi acquisite o al più nell’apprendimento di movimenti semplici o basati su azioni già sperimentate.
Ma le abilità motorie non sono l’unico aspetto importante! È nell’ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci la “partita”; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e, soprattutto, di qualità.

Quale disciplina scegliere?
E qui anche la scelta della disciplina sportiva ha il suo significato. Tendenzialmente sarebbe meglio privilegiare i giochi di squadra, dove esiste una maggior quantità di possibilità relazionali, con i compagni di squadra, ma anche con gli “avversari”; e dove, dato da non trascurare, gli eventuali gap prestazionali tra uno e l’altro possono essere ovviati o superati proprio dal fatto di essere inseriti in un gruppo e nella distribuzione appropriata dei ruoli.
Non è da escludere, però, nemmeno la pratica di una disciplina individuale, in quei casi in cui abilità sufficienti e attitudine psicologica del soggetto lo permettano e lo consiglino. Tanto più se ci si rivolge a uno sport come l’equitazione, in cui il rapporto con l’animale offre ulteriori stimoli e implicazioni emotive particolari e non vi è un confronto diretto con gli “avversari”.
Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra sport di contatto e sport di confronto a distanza.
Nei primi si inquadrano quasi tutti gli sport di squadra (calcio, basket, pallamano, pallanuoto, ecc.) o discipline individuali quali ad esempio scherma, ciclismo, arti marziali, ecc.
Nei secondi si iscrivono la pallavolo (unico tra gli sport di squadra) o altri individuali come nuoto, tennis, bowling, sci, tennis tavolo, canottaggio, vela, solo per citarne alcuni.
In questo tipo di sport conta molto la motivazione del singolo, che deve essere piuttosto elevata, proprio per reggere al peso dell’impegno degli allenamenti e delle eventuali competizioni, che grava per lo più solo sul singolo atleta, supportato da un allenatore o da un altro compagno di allenamenti, quando presenti.
Rispetto a ciò gli sport di squadra sono più adatti a sostenere la motivazione e soprattutto consentono all’individuo di superare momenti di crisi, cioè, ad esempio, interruzioni dell’attività che, nel caso di disabili mentali, possono essere anche ripetute durante l’anno, a causa delle caratteristiche di instabilità e disagio proprie di alcune patologie.
Dopo un’interruzione, infatti, è sempre possibile reinserirsi in squadra, senza che vi siano state ripercussioni sull’attività, proprio grazie al numero di componenti, solitamente più che sufficiente.
Caratteristica fondamentale del gioco di squadra è il senso di collaborazione tra giocatori e il sentirsi parte di una catena in cui ogni anello è importante e porta il suo contributo.
Il rischio sarebbe quello di sentirsi un “anello debole”, nel caso di ragazzi meno abili di altri (non essendoci categorie su base di competenze, ci può essere una grossa differenziazione di capacità tra componenti della stessa squadra); questo solitamente non avviene perché nel disabile psichico gioca un ruolo molto più forte il senso di appartenenza al gruppo o a una squadra e il solo farne parte è motivo di enorme soddisfazione e orgoglio, indipendentemente dalle prestazioni fornite o dal minutaggio in partita. Un passaggio fatto bene, un tiro in porta, una parata sono esempi di obiettivi minimi, ma già motivo di soddisfazione e realizzazione.

Sentirsi vincenti
Ciò, ovviamente, non riguarda tutti i soggetti disabili; è più facilmente riscontrabile in soggetti con handicap più grave. In ragazzi meno danneggiati sembra prevalere il sentimento agonistico o l’ambito prestazionale, forse anche perché più in grado di fare confronti, di cogliere le differenze, e perché più sensibili al risultato positivo, nonché influenzati dalla cultura sportiva prevalente, cioè quella che emerge da giornali e televisioni, per cui conta chi vince.
Il significato della vittoria per un disabile mentale può assumere valenze particolari.
Nel corso della sua vita in quanti ambiti avrà potuto assaporare il gusto della vittoria, quali occasioni avrà avuto per sentirsi “vincente”? Un disabile non ha un vissuto di “sconfitte” praticamente costante nella sua vita? Pensiamo alla scuola, alle relazioni amicali, a quelle affettive o sessuali: in quante e quali di queste ha avuto rimandi positivi e riconoscimenti significativi, che potessero contribuire ad una strutturazione della stima di sé ed in cui rispecchiare un’immagine positiva di sé?
Pertanto lo sport può essere uno dei pochi, se non il primo ambito in cui provare queste sensazioni, in cui sentirsi realizzato e soddisfatto del raggiungimento di un obiettivo, e in una squadra, non dipendendo tutto dalle singole capacità ma dal collettivo, ciò è possibile anche per i soggetti più deboli, che altrimenti sarebbero penalizzati.
In un sistema psichico di collegamenti ciò può avere i suoi effetti benefici anche in altri campi, quali il lavoro o i rapporti familiari, o anche le relazioni amicali e affettive.

3. Quando è l’uomo a decidere di affrontare l’ostacolo

di Claudio Cantù

“L’handicap nello sport o lo sport nell’handicap”  era il sottotitolo del primo convegno organizzato nel 1996 dal Coordinamento Sport Handicap di Bologna. Questa frase doveva aprire ed evidenziare una serie di problematiche da affrontare in quella sede. Per molti ha avuto l’effetto di un sasso nell’acqua, provocando una reazione che ha condizionato il lavoro che in seguito è stato portato avanti.
Quella frase evidenziava una distanza ed una separatezza tra il mondo sportivo e la realtà dell’handicap, sollecitando la definizione di un rapporto anche se in chiave problematica. Quel convegno, nelle valutazioni fatte a posteriori, ha dimostrato la necessità di rivedere concezioni e luoghi comuni che condizionavano la presenza delle persone con deficit nelle realtà sportive. Apparentemente per molti la questione sottoposta non aveva soluzioni; troppo diverse le realtà e quindi non confrontabili. Da una parte la valorizzazione delle abilità dell’individuo per l’ottenimento di un benessere, di una gratificazione attraverso il confronto, l’applicazione di regole e parametri precisi. Dall’altra l’handicap che sfugge a definizioni e confini, un mondo popolato da persone che in quanto menomate sfuggono alle categorie precostituite e che vivono come unico riferimento la malattia. La diversità, l’anormalità, non si misura e diventa infinita, facendo saltare ogni suddivisione precostituita: le persone non sono né uomini, né donne, né intelligenti o stupide, né tantomeno atleti, sono handicappate.
Possiamo aggiungere a sostegno di questa visione alcune suggestioni dell’immaginario collettivo che vorrebbe l’atleta come emblema e sintesi della perfezione, della bellezza, dell’abilità, mentre invece l’handicap evocherebbe tutt’altre immagini.
Se scalfiamo anche solo leggermente la crosta che imprigiona l’intelligenza e che fissa queste definizioni, ci accorgiamo che non c’è nulla di più falso. È interessante comprendere che la vicinanza e le affinità tra il mondo dello sport e della disabilità non sono dettate da concezioni o impostazioni intellettuali, bensì dalla lettura e dalla conoscenza stessa dei due ambiti. L’unica capacità intellettiva richiesta per giungere a queste conclusioni è la disponibilità a rovesciare alcuni termini della questione, come avviene nella camera oscura di un apparecchio fotografico per restituire un’immagine fedele del soggetto inquadrato. Noi abbiamo due soggetti da inquadrare: il mondo sportivo e quello della disabilità. 

L’individuo, l’obiettivo e il contesto
Se tralasciamo l’immagine patinata e consumistica dei media, che vogliono le discipline sportive come passerelle per campioni in cui identificarsi, dobbiamo constatare che lo sportivo è alla ricerca di benessere attraverso l’utilizzo e lo sviluppo delle proprie abilità nel confronto con sé stesso e con gli altri. L’atleta si propone di superare continuamente barriere avvicinandosi ed imparando a conoscere e gestire i propri limiti. Che una disciplina venga praticata a livello agonistico o amatoriale o per diletto, i fattori da considerare sono grosso modo: l’individuo con la propria abilità e determinazione, l’obiettivo che si vuole raggiungere con i relativi ostacoli da superare, ed il contesto in cui si agisce fatto di regole e persone.
Stiamo cercando di mettere a fuoco l’immagine dell’attività motoria, sportiva e della realtà dell’handicap per capire che compatibilità c’è tra “disabile ed atleta”. Non è difficile accorgersi che, paradossalmente, dei tre fattori considerati per descrivere le due realtà almeno un paio possono essere interscambiabili.
Le due persone (il disabile e il non-disabile) che stiamo cercando di scoprire usano le stesse risorse, cioè le proprie abilità, facendo leva entrambi sulla determinazione personale: sono lo stesso individuo. Condividono anche un obiettivo che potrebbe essere lo stesso, perché è posto ai confini dei “propri” limiti raggiungibili attraverso il superamento di ostacoli. Verrebbe da dire a questo punto che è avvantaggiata la persona con deficit, in quanto per tutta la vita è abituata a sfruttare al massimo le proprie potenzialità, non deve scoprirle in allenamento! Per quanto riguarda gli ostacoli da superare, le barriere quotidiane sono sicuramente una “palestra” inevitabile.
I due mondi che inizialmente potevano apparire così distanti sono ora molto più vicini, anzi sembrerebbe addirittura superflua la domanda: deve essere lo sport a penetrare nel mondo dell’handicap o il contrario? Perché l’individuo, nel momento in cui svolge una determinata attività, in questo caso sportiva, deve potersi scrollare di dosso gli elementi di cui non si avvale. Lo sport di per sé concede questa possibilità, perché separa le dis-abilità valorizzando le abilità. La persona in tuta da ginnastica è un giocatore, un atleta, non un disabile, la carrozzina o l’ausilio utilizzato nella disciplina prescelta non è fattore discriminante riconducibile all’handicap, ma elemento proprio dello sport praticato. In palestra noi non vedremo mai dei disabili in carrozzina che giocano a basket, ma degli atleti che giocano a basket in carrozzina!
Si è accennato alla possibilità di disgiungere le dis-abilità; ovviamente questo può avvenire solo nel contesto sportivo, e deve essere chiara la differenza tra un’esperienza sportiva, anche se non necessariamente agonistica, ed un percorso terapeutico riabilitativo. La riabilitazione deve occuparsi della dis-abilità, lo sport delle abilità. Le competenze e le risorse da mettere in campo sono molto diverse, ed una demarcazione dei due ambiti è necessariamente il primo passo per avvicinare le persone con deficit alle potenzialità che l’attività motoria e sportiva offrono in termini anche di benessere psicofisico.
Dei tre fattori considerati; l’individuo, l’obiettivo ed il contesto, resta il terzo da analizzare per verificare l’assonanza tra sport e disabilità. Il contesto come insieme di regole, di organismi, di strutture che sovraintendono allo sport in generale rischia di apparire come anello debole della catena. Il contesto ambientale in cui si opera risente ancora troppe volte di un’impostazione arcaica, in cui la separatezza tra sport e handicap è incolmabile: discipline sportive non riconosciute ufficialmente, organismi competenti differenziati, impiantistica non accessibile (meglio: accessibile allo spettatore, ma non all’atleta), manifestazioni separate. 

Il vero spirito sportivo
Fortunatamente i segnali che registriamo ci indicano che la situazione si sta evolvendo positivamente. Non potrebbe essere diversamente, se si è disposti a finalizzare le regole all’inserimento anche del diverso o più semplicemente alla registrazione delle novità, delle nuove esperienze. Non si tratta di richiedere azioni “buoniste” di accoglienza nel mondo ufficiale dello sport; semplicemente di immaginare il contesto sportivo arricchito dalla presenza di nuove discipline e di nuove risorse umane. Perché nuove discipline? Perché le discipline sportive non vanno intese come rigide griglie attraverso le quali solo alcuni possono passare per avere accesso all’“Olimpo”. Ad ogni edizione dei Giochi, per esempio, vengono inserite addirittura nuove discipline, modificando o ridefinendo le norme che servono a definire le stesse. Allo stesso modo potrebbero avere diritto di cittadinanza le diverse attività adattate.
Uno degli argomenti che vengono frapposti allo sviluppo di queste riflessioni riguarda la presenza e la funzione degli ausili. Ancora una volta si cerca di introdurre un elemento di diversificazione: si cerca di evidenziare la differenza tra il gesto atletico compiuto dalla “macchina” umana e quello compiuto con il supporto di ausili. Un’argomentazione simile ci aiuta enormemente a comprendere che lo sport è una realtà dove la disabilità è addirittura quasi prevista e codificata, perché quando si richiede di utilizzare le abilità di una parte del corpo molte volte si limita e si disabilita l’uso di altre parti. Questa potrebbe sembrare una interpretazione forzata, mentre invece è sicuramente più lineare la comprensione della presenza degli ausili nello sport indipendentemente dalla presenza di handicap da superare. Sono gli ausili che caratterizzano le diverse discipline; ne troviamo di tutti i tipi. Non sono ausili ruote, bastoni o racchette che prolungano le capacità degli arti? Per eseguire il salto con l’asta non è indispensabile un ausilio?
Queste riflessioni o suggestioni probabilmente non risolvono le importanti problematiche che tutto il mondo dello sport ha di fronte per riuscire ad interpretare al meglio le esigenze e le domande degli strati sempre più ampi di popolazione che vi si avvicinano. Ci debbono comunque servire per scalfire vecchi luoghi comuni e false convinzioni che non avendo capito il vero spirito sportivo, la vera essenza dello sport, ne travisano le interpretazioni danneggiando non una categoria di persone, ma lo sport stesso. Le problematiche da affrontare sono sicuramente molto più vaste, ma noi sappiamo che nello sport è possibile a tutti confrontarsi, mettersi in discussione, soffrire e gioire, e ci vogliamo adoperare perché questo venga offerto con le stesse possibilità ad ognuno. Sappiamo, e lo sa chiunque abbia praticato una disciplina o si sia divertito in un campo da gioco anche per pochi momenti, che in quei momenti ci si spoglia di tutte le differenze, non si riconosce nell’altro un ceto sociale diverso, una professione o altro, ma semplicemente l’atleta che si sta impegnando. Questo forse non avviene ancora nei confronti dell’handicap.
La pratica sportiva, invece, è l’esperienza che per definizione elimina barriere costruite tra uomini, imponendo di confrontarsi tenendo unicamente conto delle regole sportive; questo ha permesso di anticipare il superamento, nella storia anche recente, di divisioni etniche, razziali, belliche, ecc. Se ancora ci accorgiamo che esiste una barriera costruita sulla confusione e sulla incapacità di misurare e comprendere la dis-abilità, vogliamo immaginare e partecipare all’abbattimento di questa ultima barriera. 

2. L’avviamento allo sport di una persona disabile

di Paolo Bertani

Per un disabile le modalità e i canali per avvicinarsi ad una qualche disciplina sportiva o praticare semplicemente un’attività motoria possono essere diversi, ma non sempre sono conosciuti o agevoli. Proviamo a fornire un quadro il più possibile esaustivo di questi canali, analizzando nel contempo le motivazioni personali e i vari approcci seguiti dalle proposte di sport che si possono trovare.
Nella panoramica delle possibilità che abbiamo registrato possiamo trovare motivazioni diverse in chi vuol praticare sport: dall’agonismo al divertimento, dallo stare insieme agli altri al professionismo; mentre dall’altra parte possiamo trovare proposte anche in chiave educativa o terapeutica, cioè agenzie educative o riabilitative legate ai Servizi socio-sanitari, che tra i loro interventi progettano gruppi di attività motoria o sportiva, con finalità educative o riabilitative, ma che a volte sono l’unica opportunità di movimento per un disabile.
Vista questa diversificazione, cerchiamo ora di fare chiarezza e di fornire alcune indicazioni utili per orientarsi nei percorsi di accesso alla pratica sportiva, intendendo col termine sport, per comodità di scrittura, qualunque forma di pratica motoria, dallo sport agonistico alla psicomotricità, dai gruppi socio-educativi alla riabilitazione e così via, riconoscendo ad ognuno di questi elementi la legittimità delle proprie caratteristiche.
Premesso che sarebbe opportuno che la pratica motoria si avviasse fin dall’infanzia, vi sono comunque possibilità di accesso allo sport a tutte le età, indipendentemente dal tipo di disabilità.
Generalmente i primi approcci al movimento di un bambino con una disabilità fisica sono legati al percorso riabilitativo all’interno delle strutture sanitarie; per l’handicap mentale si privilegiano, invece, le forme di psicomotricità; il mondo sportivo, inteso come società o associazioni sportive, solitamente non è preparato ad accogliere persone con disabilità fisica, e solo in alcuni casi, per la disponibilità dell’istruttore o allenatore, accetta bambini con handicap mentale all’interno delle proprie attività.
Anche nella scuola la via seguita è solitamente quella dell’esonero dall’educazione fisica. Negli ultimi tempi, col procedere anche di una nuova cultura e di una maggiore collaborazione tra le istituzioni pubbliche e private, si sono venute a realizzare iniziative rivolte anche a minori, tra cui segnaliamo i gruppi basket organizzati dal Coordinamento Sport handicap di Bologna, o alcuni gruppi educativi promossi dai Servizi per l’infanzia dell’Azienda Usl.
Con l’età adulta può divenire anche più difficile praticare sport: l’età migliore per gli apprendimenti motori è passata, le motivazioni calano anche a causa di una mancata “educazione” al movimento, le strutture e gli spazi scarseggiano, gli operatori sportivi non sono preparati ad affrontare la “disabilità”, le famiglie rimangono prigioniere delle proprie paure.
Tutto ciò comporta una mancata esperienza sportiva che possa essere anche formativa e occasione di crescita personale, ma che soprattutto impedisce di vivere in modo diverso e più completo la propria corporeità, di sperimentarsi, di “giocare” col corpo, di superare dei limiti, di divertirsi.
Questo vuoto è stato parzialmente colmato da alcune iniziative nel territorio bolognese, alcune delle quali sono descritte in questo numero.
In particolare citiamo l’esperienza del calcio in carrozzina dell’S.P.4.R., dell’hockey in carrozzina del C.S.I., del nuoto di UISP, CSI e altri, dell’equitazione di AIASPORT, del tiro a segno della Polisportiva Atletico-Borgo per quanto riguarda l’associazionismo privato, e del calcio a 6 del Settore Handicap Adulti dell’Azienda USL di Bologna (a cui vanno aggiunti, dello stesso, i gruppi palestra, piscina, basket, psicomotricità e pallavolo, nonché le attività di taglio più espressivo o terapeutico quali Flamenco, Biodanza, Danzaterapia) o della Psicomotricità e del Basket per adulti (Coordinamento Sport Handicap) tra le iniziative del Servizio Pubblico.
A tal proposito ricordiamo che a Bologna i Servizi per l’Handicap Adulto sono stati delegati dal Comune all’Azienda USL; pertanto, le iniziative in ambito motorio-sportivo sono gestite dai Servizi Socio-Sanitari, e nelle loro finalità ed obiettivi hanno un’impronta prettamente socio-educativa, che in parte ne connota e delimita l’aspetto meramente sportivo, ma che non elimina l’approccio e il vissuto dei partecipanti, nei quali si può riscontrare lo stesso entusiasmo ed impegno dei giovani che si dedicano allo sport.
Finora ci siamo riferiti ad attività sportive, agonistiche e non, gestite da agenzie al di fuori dell’egida del C.O.N.I., l’ente preposto al governo dello sport, organizzato in Federazioni.
Come è noto lo sport agonistico ufficiale per disabili è gestito dalla Federazione Italiana Sport Disabili, che cura l’organizzazione delle competizioni nazionali delle varie discipline sportive praticate dai disabili, nonché la partecipazione alle competizioni internazionali (Olimpiadi, Campionati del mondo, ecc.), anche se per quest’ultime le difficoltà di partecipazione degli atleti sono notevoli e questi non sono sempre adeguatamente supportati.
Pertanto chi desidera praticare sport ad un certo livello (anche professionista, quando possibile) può rivolgersi alle sezioni della FISD presenti nelle principali città, ad eccezione di alcune discipline, la cui parte agonistica è gestita in prevalenza da altri organismi, quali l’hockey in carrozzina (CSI/UILDM), il tennis (UISP), il calcio in carrozzina (gruppi autonomi).
A Bologna, accanto a queste iniziative, possiamo riportare anche l’esperienza maturata negli anni nel campo della riabilitazione in acqua dal Centro Bernardi e dalla Polisportiva Masi.
A proposito dell’associazionismo sportivo vogliamo sottolineare l’importanza di una sempre maggiore integrazione dei disabili nelle realtà sportive per tutti, in quanto fonte di ricchezza non solo per quelli, ma soprattutto per il mondo dei “normali”, che nel confronto con la diversità, o diversabilità, possono trovare un’occasione di crescita e di concreta condivisione, nonché di allargamento dei personali punti di vista e dei mondi possibili.
Su questo diventa determinante la preparazione e la formazione di tutto il personale che vive nel mondo dello sport; ci riferiamo a dirigenti, allenatori, atleti, insegnanti di educazione fisica, che dovrebbero essere pronti e preparati ad accogliere chiunque si rivolga a loro per praticare sport, indipendentemente dalle difficoltà, anzi da queste stimolati ad una ricerca e mossi da una curiosità conoscitiva, che non dovrebbe spegnersi mai.
Solo in questo modo lo sport diventerebbe un reale campo di applicazione dei diritti di cittadinanza e di uguaglianza, sanciti dalla nostra Costituzione a favore di tutti, nessuno escluso.
Questo vuole essere un invito al mondo dell’associazionismo sportivo a creare o usufruire di tutte le occasioni di formazione e confronto, che vanno costituendosi da più parti, al fine di dotare il proprio personale degli strumenti idonei ed efficaci all’accoglienza e al rapporto con chi è più in difficoltà, fonte di maturazione e crescita sociale ed individuale.
Rinviando alla guida, presente nel sito www.sporthandicap.com del Coordinamento Sport Handicap Città e Provincia di Bologna, in cui si segnalano tutti gli indirizzi a cui rivolgersi, concludiamo rimarcando la molteplicità e la legittimità di tutte le motivazioni che spingono una persona a fare sport, sia che si vogliano perseguire risultati agonistici di un certo livello sia che ci si voglia misurare con i propri limiti, che si miri ad una riabilitazione del proprio corpo o che ci si voglia divertire con gli amici; sapendo che ogni manifestazione del proprio essere e ogni esperienza sono motivo di crescita interiore, di una sempre maggiore conoscenza di se stessi, dei limiti (da provare a superare o anche da accettare) e delle capacità (da migliorare), l’occasione per ampliare i propri orizzonti, le relazioni sociali e amicali, per una migliore qualità della propria vita. E vogliamo, in ultimo, rivolgere un invito alle famiglie che vivono con persone disabili a superare tutte le resistenze, che inevitabilmente sorgono, a far svolgere al loro familiare una qualsiasi attività sportiva; siamo convinti che fare sport, oltre ad essere un diritto di tutti, ma proprio tutti, sia anche un’esperienza che arricchisce chi lo fa e anche chi gli sta intorno, che porta effetti positivi in tutti gli elementi coinvolti: dal fisico al carattere dell’“atleta”, dalla sua capacità di instaurare buone relazioni alla tranquillità del ménage familiare, dall’imparare regole di vita all’adeguatezza del comportamento nelle varie situazioni, per non parlare dell’acquisizione di autonomie personali, che possono anche inizialmente spaventare, ma che hanno un’enorme ricaduta positiva sull’intero ambiente familiare, a partire da un sempre minore bisogno di assistenza e accudimento.

1. Sportaccessibile

di Carla Ferrero

Spero che leggendo il titolo non vi aspettiate di trovare delle soluzioni, o meglio tutte le soluzioni. Si può affrontare il tema dei percorsi possibili, ma il primo scoglio è proprio insito nell’approccio generale, che si propone di considerare “ogni cittadino”. È un approccio sempre problematico, anche perché se fossero realmente attivi dei percorsi per ogni cittadino (cioè per tutti), avremmo già la soluzione al problema e nessuno di voi sarebbe interessato a quest’articolo.
Partiamo dal titolo: “sportaccessibile” porta inevitabilmente, come primo pensiero, a quella che viene tecnicamente definita accessibilità strutturale.

Dove posso andare a praticare sport?
L’Italia è stato il primo paese europeo a produrre una legge che prevedeva l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, promulgata nel lontano 1979. Fra varie deroghe e circolari applicative, venne dato come termine ultimo per l’adeguamento delle strutture pubbliche o aperte al pubblico l’anno 1996, inserendo nelle strutture pubbliche anche gli impianti sportivi.
La legge aveva però delle notevoli incongruenze: la prima, che non prevedeva nessuna multa o ammenda, di carattere economico e non, per chi non si fosse adeguato. Si sanciva l’obbligatorietà ma non…la pena.
La seconda grossa incongruenza era che la legge prevedeva come standard di accessibilità esclusivamente l’accessibilità per i disabili motori (in carrozzina), non prendendo in considerazione gli handicap sensoriali e gli handicap mentali che necessitano anche loro di accortezze sull’accessibilità (argomento il più delle volte obliato, non solo nell’ambito sportivo).
La terza, e qui prendiamo solo in riferimento quanto riguarda direttamente lo sport, prevedeva la fruizione dei grandi impianti sportivi da parte di persone con disabilità attraverso l’abbattimento di eventuali barriere architettoniche, la presenza di bagni attrezzati e l’obbligo di riservare una percentuale di posti definiti “protetti” per le persone disabili in carrozzina; percentuale stabilita nel 4% utilizzando i parametri della presenza di handicap motori nella popolazione.
Ottima cosa, anche se sancisce un diritto per alcuni ma non tutela ogni cittadino.
Il D.P.R. n° 503 del 24 luglio 1996 aggiorna in parte la legge per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici. In parte, perché oltre a non affrontare mai l’handicap mentale, tralascia un piccolo particolare: i disabili non sono solo spettatori, sono anche atleti. L’accessibilità degli stadi, dei palazzetti, non prevede nella maggior parte dei casi, sia a livello progettuale sia negli eventuali adattamenti, l’accessibilità al campo di gioco ed agli spogliatoi da parte di un atleta disabile, perché nessuno ha pensato che gli “handicappati” potessero essere anche degli sportivi, degli atleti. Questa è la barriera più grande che attualmente ci troviamo a dover abbattere, e non è previsto in merito nessun finanziamento o contributo legislativo.
È comunque diritto di qualsiasi persona disabile impossibilitata a fruire di un luogo pubblico denunciarlo alla pubblica autorità, che dovrebbe provvedere all’immediata chiusura. Una rivelazione statistica privata assicura che l’86% delle strutture pubbliche sono accessibili, ma con quale livello di accessibilità?

A chi mi devo rivolgere per poter praticare uno sport?
In Italia abbiamo nel panorama sportivo tre realtà: le federazioni sportive, gli enti di promozione e le attività amatoriali-ricreative.
Per quanto riguarda le federazioni sportive, il CONI non prevede l’inserimento di attività sportive svolte unicamente da atleti disabili nelle federazioni di categoria. Ultimamente è stata data la possibilità a qualche atleta disabile, dopo lunghe battaglie, di iscriversi a competizioni per atleti normodotati. Per l’organizzazione di campionati nazionali, partecipazioni alle Paraolimpiadi od altre manifestazioni internazionali, esiste la FISD – Federazione italiana sport disabili che gestisce gli sport ad alto livello agonistico suddivisi in categorie: handicap fisico, handicap sensoriale, handicap mentale.
Per chi non volesse immediatamente essere catapultato nell’agonismo puro, in Italia, unica realtà mondiale, esistono gli Enti di promozione sportiva, presenti a livello nazionale e locale, che hanno come obiettivo l’organizzazione e la promozione di attività sportive rivolte a tutti i cittadini.
Esistono poi realtà a livello locale come polisportive, società sportive o associazioni, che promuovono al loro interno sia attività rivolte a persone disabili sia il possibile inserimento, in particolare per l’handicap mentale lieve o medio-lieve, nelle loro iniziative.

Cosa mi serve per praticare uno sport?
Non tutti gli sport possono essere svolti dalle persone disabili senza accorgimenti tecnici, definiti ausili. A tal proposito da segnalare è la legge regionale E.R. 29/97 “Norme e provvedimenti per favorire le opportunità di vita autonoma e l’integrazione sociale delle persone disabili”, che all’art.10 prevede l’erogazione di contributi diretti alla persona disabile al fine di acquisire eventuali ausili o attrezzature idonee per migliorare l’autonomia.
Sempre nella stessa legge, integrativa regionale della legge quadro sull’handicap n° 104, all’art. 5 sui finanziamenti per il servizio di aiuto personale, lo sport viene inserito fra gli ambiti di indirizzo prevalente. È stato un passaggio molto importante, anche se solo a livello locale, sancire lo sport come attività non secondaria ma presente a pieno titolo nella vita di una persona.
Se avete trovato un impianto accessibile, all’interno del quale vengono proposte delle attività anche per persone disabili, e siete riusciti ad ottenere anche l’ausilio necessario, il gioco è fatto! Ed invece no! Rimane un piccolo scoglio, purtroppo a tutt’oggi irrisolto, o che perlomeno non ha una soluzione legislativa.

Chi mi rilascia il certificato medico
Qualsiasi persona che desidera praticare dello sport, anche solo a livello scolastico o amatoriale, deve essere in possesso del certificato di sana e robusta costituzione rilasciato dal medico generico, se l’attività non è agonistica; altrimenti, bisogna rivolgersi ad un medico sportivo presso un centro di medicina sportiva per il rilascio dell’autorizzazione alla pratica agonistica.
Ora, nei concetti comuni, una persona con una disabilità è tutt’altro che una persona di sana e robusta costituzione. Il concetto di sana e robusta costituzione andrebbe perciò completamente rivisto prevedendo la definizione: “la persona è idonea alla pratica sportiva generica” o, in caso di agonismo, “è idonea alla pratica sportiva del basket…”
Mentre è ovviabile il problema con un medico generico in quanto la sana e robusta costituzione è a sua discrezione (non esistono dei parametri stabiliti), per quanto riguarda la pratica agonistica, il certificato viene rilasciato previo superamento di alcune prove ben specifiche, “tecniche”.
La formazione, perché in questo caso non si può parlare altro che di formazione, dovrebbe riguardare i medici sportivi che non hanno inserito nel loro percorso di studi nulla che riguardi nello specifico l’handicap; si trovano a dover gestire una materia conosciuta solo dai loro colleghi fisiatri, che però non hanno a loro volta una formazione sportiva.

Io voglio fare sport!
L’ultimo sforzo o forse il primo.
Lo scoglio più grosso, ed in alcuni casi la paura, che si presenta per una persona disabile è …la pratica di quel determinato sport non fa bene, non è terapeutica, non è riabilitativa. Perché dovrebbe esserlo? Io voglio fare dello sport, io voglio fare solo dello sport, perché in quanto disabile qualsiasi movimento io faccia deve per forza farmi bene, riabilitarmi? Di solito a questa domanda vi viene risposto o con un silenzio o con un: non solo non ti aiuta a riabilitarti, ma ti può far male, rischi di farti male.
Certo uno sportivo rischia sempre di farsi male, sia che sia disabile, sia che non lo sia.
C’è fra i lettori uno sportivo o meglio un ex atleta che può dichiarare che lo sport non gli ha lasciato degli strascichi fisici?
Ironia a parte, nonostante le difficoltà evidenziate e grazie in parte anche alle piccole soluzioni descritte, le persone disabili che scelgono di essere atleti sono sempre di più, e contemporaneamente aumentano i percorsi possibili per far sì che finalmente lo sport sia sportaccessibile.

15. L’orgoglio delle proprie radici

di Robson Max De Oliveira Souza, educatore e fondatore Spazio Culturale Vila Esperança, Goias Velho – Brasile

Il Brasile non fu trovato o scoperto nel 1500, come nessuna terra lo fu. Prima vi erano già state centinaia di culture diverse. Ma con le Caravelle oltre alla schiavitù arrivò un’altra piaga: l’etnocentrismo. Determinati interessi economici, politici e religiosi, ci educarono a sputare contro la nostra immagine, a non trovare niente di bello in ciò che lo specchio rifletteva e, come dice Eduardo Galeano, a sputare contro lo specchio.
Nel 1991, un gruppo si incontrò in una comunità dell’interno del Brasile, nella regione centro-ovest, alla periferia di una città chiamata Goias, che è una città coloniale, e là creammo, insieme alla comunità, lo Spazio Culturale Vila Esperança. Cos’è? È una scuola, ma insegna qualcosa di più che a leggere e scrivere. È nata per costruire la dignità di un popolo. Noi crediamo che il diritto alla propria identità sia fondamentale, così come l’autostima e il rispetto di sé. La diversità, l’alterità sono basilari per la costruzione di un mondo diverso, quello che noi sogniamo: la società possibile. Nella Vila facciamo parte di una comunità periferica, ci prendiamo cura di un gruppo di 200 bambini, figli di 150 famiglie in tutto. Siamo collegati alla rete pubblica scolastica, al consiglio municipale e statale di salute. Siamo impegnati nelle questioni culturali, trattiamo il ruolo della donna nella società, ma non quello ereditato dalla cultura, bensì quello reale: quello della donna che sostiene la famiglia grazie alle economie informali. Trattiamo progetti politici e programmi religiosi. Lottiamo insomma affinché tutti abbiano uno spazio, affinché i bambini possano essere bambini, affinché l’anziano possa essere valorizzato con le sue esperienze accumulate, nella sua ricchezza di vita.

Le nostre radici, le nostre materie
Le nostre fonti di ispirazione sono la cosmovisione indigena, e quella africana. Abbiamo essenzialmente due forme di lavoro: la scuola e la ludoteca. Sono inserite in un calendario annuale che prevede un’interazione continua tra le varie attività. C’è il progetto Afoxé e Odelé, ovvero “la casa magica”. Afoxé e Odelé nasce con i bambini ed è aperto a tutta la città, è un’opportunità di lavorare con la pace e la giustizia, è collegato alla natura, agli elementi primordiali, fuoco, acqua, terra e aria, e ha una radice afro-brasiliana. Il secondo progetto è chiamato “Ancestralità”. In esso è elaborata la questione delle tecnologie popolari ancestrali, la medicina tradizionale, tutte le “capacità del fare” che si stanno perdendo con i nostri anziani.
Si guarda così all’anziano non come “persona inutile”, ma quale depositario della saggezza e la ricchezza della comunità. Il terzo è il progetto “Andereco”, che in lingua Guaranì significa il “nostro modo di essere”. Studiamo tutte le culture indigene, dal centro-ovest del Brasile all’America Latina fino al mondo intero. Ogni anno scegliamo due culture da approfondire. Un altro progetto, “Festa della terra”, è legato in Brasile al ciclo di giugno e luglio, perché in Brasile le feste “juninas” (di giugno) sono molto importanti. La festa della terra è la festa del fuoco e della raccolta, si celebra il valore dell’uomo che lavora la terra. Terra che ci sostenta, che ci accoglie tutti. C’è inoltre il programma ecologico “Chico Mendes” che affronta la questione dei conflitti per la terra, della preservazione ambientale. Chico Mendes era un «seringueiro» (estraeva il lattice da un tipo di albero che si chiama seringueira) ed un sindacalista. Fu assassinato perché difendeva i lavoratori della foresta amazzonica contro gli interessi economici e di depredazione dei gruppi economici. Noi, anche in sua memoria, facciamo concretamente riforestazione e viviamo nella parte interna dello Stato, in quello che resta delle foreste. Abbiamo anche il progetto OE, è il nostro programma di salute ed è legato un po’ a tutti gli altri. Parte dalle nostre radici afro-brasiliane, dalla razza Bantu, dalle culture di Angola, Congo, Mozambico, Togo, Ghana. Consiste nel coltivare erbe medicinali e nel riscoprire il nostro concetto di malattia e cura. Inoltre, riscoprendo le nostre radici “afro”, combattiamo il razzismo frutto di 500 anni di educazione colonialista e “bianchista”.

Il governo dei bambini
I bambini sono molto coinvolti ed hanno un loro governo chiamato Mirim.
Mirim in lingua Guaranì significa ciò che è piccolo. Il Mirim è organizzato così: il gruppo, formato da 25-30 bambini, elegge il suo deputato. Dai due progetti maggiori, Scuola e Ludoteca, vengono eletti i senatori. Dall’assemblea generale dei bambini e dei giovani del progetto Vila Esperança, alla quale noi prendiamo parte come sostegno, ausilio, consiglio, è scelto un presidente. Il secondo più votato automaticamente è il vicepresidente, e in seguito entrambi scelgono i loro ministri che sono divisi per area di interesse della Vila Esperança: salute, ambiente, cultura indigena, cultura afro-brasiliana, educazione, arte e gioco. I candidati, fin dal primo gruppo dei deputati, presentano le loro proposte di governo, ciò che vogliono fare, e come pensano di rappresentare il loro gruppo. Con Mirim i bambini imparano nella pratica come sono organizzate realmente le strutture politiche. Scoprono come è complessa la questione della gestione del potere; dall’attuazione fino ad arrivare alla corruzione (“se mi voti ti do delle caramelle”), passando per le promesse che non potranno essere mantenute.

Diodé, la caccia a te stesso
L’altra esperienza concreta è il Diodé.Il Diodè è il dio della caccia, ma stavolta cosa si caccia? Te stesso, la tua “brasilianità”. Noi abbiamo un villaggio, fatto con materiali di tecnologia tradizionale, molto semplice, che rappresenta la brasilianità.
Brasilianità che trovi nel canto, nel suono, nei tamburi, nella danza e nella simbologia del movimento. Il corpo racconta la storia, la ruota della filosofia, il racconto corporeo è poi discusso e rielaborato.
Insegniamo la tessitura, la pittura e le lingue come Urubà, Bantu e Guaranì. Facciamo molta attenzione alle lingue perché ogni lingua racchiude una filosofia di pensiero, una visione del mondo. Affrontiamo anche la cultura del cibo, della festa, del «terreiro» (luogo dove si realizzano celebrazioni del culto feticista afro-brasiliano: candomblé, macumba).
Con questa esperienza si cerca di dare un saggio della società trasformata e trasformatrice. Crediamo che il percorso si possa fare solo camminando, e che dal piccolo, dalla azione localizzata, si possa giungere ad un’azione globale. Attraverso l’educazione, l’arte, la cultura e l’identità arriviamo all’autostima, a dare la possibilità quindi di essere soggetti della propria vita. Lavoriamo con i bambini proprio per dare loro le opportunità che noi stessi non abbiamo avuto.

14. La Carta dei popoli per la salute

di Meera Shiva, Rappresentante dell’Assemblea dei popoli per la salute

La Carta di Alma Ata, nel 1978 affermava la salute come un diritto del cittadino, riconoscendo che un approccio meramente curativo, basato su farmaci, medici e dispensari, non poteva rispondere pienamente alle esigenze sanitarie dei popoli. Purtroppo il concetto generale di salute di base è stato distorto e ridotto a pochi aspetti selezionati, quali il monitoraggio della crescita, l’idratazione orale, l’allattamento al seno, l’immunizzazione, la pianificazione familiare, l’alfabetizzazione femminile e l’integrazione alimentare. Non solo, esso è stato ulteriormente falsato e “annacquato”, fino a comprendere un limitato numero di interventi contro malaria, tubercolosi e HIV-AIDS. Contemporaneamente, i sistemi di sanità pubblica si stanno sfasciando sotto i colpi dell’aggiustamento strutturale. Il modello biomedico occidentale diviene la base su cui diagnosticare i disturbi e cercare soluzioni sanitarie. Queste ultime, a loro volta, sostenute dal crescente complesso medico-industriale, danno vita ad un fenomeno senza precedenti di sanità commercializzata. In questo modo salute comunitaria, sanità pubblica e sanità di base vengono sistematicamente demolite in quanto costose; i trattamenti medici curativi sostituiscono la sanità e le cure mediche diventano causa principale di indebitamento. Il Rapporto Mondiale sulla Salute del 1985, riconoscendo le crescenti disuguaglianze all’interno e tra i paesi, ha introdotto una nuova Classificazione Internazionale delle Malattie, in cui compare la categoria della povertà estrema. Povertà che aumenta con la conseguenza della crescita delle malattie ad essa correlate. Numerosi studi hanno evidenziato che la ricomparsa di malattie trasmissibili e la mancata garanzia di cibo, risultato di programmi crudeli e menefreghisti di aggiustamento strutturale, hanno provocato la morte di milioni di esseri umani, soprattutto donne e bambini. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1999 ha affermato in modo chiaro che i regimi di mercato internazionale incrementano sia il divario economico che quello tecnologico. Così per difendere gli interessi del commercio e del mercato, si colpiscono i poveri, specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove scarsa o nulla è la previdenza sociale, dove i governi sono indebitati e dove la “tassa sui servizi”, prescritta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale (BM), rende i servizi sanitari inaccessibili. In aggiunta a quanto appena detto, non dimentichiamo l’introduzione di programmi “top-down”, verticali, centralizzati, non integrati e basati sui prestiti condizionati della Banca Mondiale, da restituire con gli interessi.
Sfortunatamente la BM ha strappato il ruolo di leadership all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sostenendo, insieme al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione Mondiale del Commercio, gli interessi capitalistici dei paesi sviluppati. Tuttavia bisogna sottolineare che in termini di risorse investite, la BM destina alle spese sanitarie quanto l’intero budget dell’OMS. Volete un esempio eclatante? Il settore marketing della compagnia farmaceutica americana Pfizer ha più personale di tutto l’OMS. Tremendo è il potere che la Banca Mondiale è in grado di esercitare su paesi indeboliti e indebitati, come sono i paesi in via di sviluppo, e su vari altri settori oltre a quello sanitario.

GATS: Accordo Generale sul Commercio e sui Servizi
Siamo seriamente preoccupati che l’accordo generale sul commercio e sui servizi sottometta i governi democratici di tutto il mondo a regole di mercato globale stabilite e rafforzate dall’OMC. Per oltre due decenni abbiamo lottato e lottiamo contro i TRIPs per l’accesso ai farmaci essenziali, ma in questo momento, con il GATS, ad essere seriamente minacciato è addirittura l’accesso pubblico ai servizi. Infatti, le restrizioni create dal GATS andrebbero ad interessare tutte le misure di governo relative al commercio e ai servizi, dalle leggi sul lavoro alla tutela del consumatore, includendo anche regolamentazioni, linee guida, sussidi, sovvenzioni e norme sulla concessione delle licenze per l’accesso ai mercati. Le regole del “Trattamento nazionale”, all’interno del GATS, permettono che le multinazionali di servizi con base all’estero possano accedere ai sussidi governativi e ai fondi nazionali destinati ai servizi pubblici. Il GATS costringe così i governi a concedere a fornitori stranieri di servizi l’accesso illimitato al mercato, senza tener conto dell’impatto che ciò può avere a livello ambientale e sociale. Alle corporazioni di servizi è garantito l’accesso ai mercati nazionali in tutti i settori, compresi sanità, istruzione e acqua. Ritengo che, quando ci si accorge che salute, istruzione e acqua hanno un valore di mercato, si comprende quanto sia urgente fare irruzione in queste politiche, senza tante discussioni e dibattiti, insieme a coloro che ne subiscono gli effetti sulla propria pelle.

E l’acqua divenne cara come il petrolio
La rivista americana Fortune ha affermato: “Oggi, compagnie come la francese Suez fanno a gara per privatizzare l’acqua, poiché hanno intuito che essa sarà per il XXI secolo ciò che il petrolio è stato per il XX”. Siamo molto preoccupati dalle richieste di completa liberalizzazione e deregolamentazione del settore idrico, siamo preoccupati dai cambiamenti per i quali il governo dovrebbe facilitare il mercato, il che significa più servizi nel settore privato, e dalle pressioni affinché vengano eliminati tutti i sussidi, che vengono accusati di “alterare” – cioè abbassare – i prezzi e il mercato. Siamo preoccupati nei confronti di chi difende i diritti di proprietà sull’acqua. L’acqua non è un diritto, ma un bisogno umano. Gli investitori che la vedono solo come diritto di proprietà stanno modificando difatti i diritti umani. Le proteste di massa del 1999 a Cochabamba, in Bolivia, dimostrano come le insurrezioni popolari saranno conseguenza inevitabile del raddoppio delle tariffe dell’acqua in comunità povere. Dopo le proteste in Bolivia, conseguenza del contratto tra la comunità locale e la multinazionale Bechtel (con base a San Francisco), le tariffe sono state ridotte, il contratto riconsiderato e annullato. Se pensiamo che il 75-80% dei problemi sanitari sono legati all’acqua, che il 40-50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, che il peso dell’approvvigionamento idrico grava soprattutto sulle donne, se consideriamo che il riscaldamento globale sta provocando terribili carestie e siccità e che in molti paesi i servizi sanitari sono allo sfascio, è evidente che dobbiamo combattere la privatizzazione dell’acqua con le unghie e con i denti.

Regole valide solo per i vincenti
I governi e i cittadini di tutto il mondo hanno dovuto prendere atto, come di un fatto compiuto, che a stabilire le regole del gioco sono, guarda caso, i maggiori beneficiari delle regole stesse. I potenziali vincenti spingono sui nuovi regimi globali, mentre i perdenti si oppongono, nonostante si tenti di rendere sempre più illegale il loro diritto di opposizione, come si è visto nelle proteste di Seattle, Praga, Melbourne e Genova. Non è strano se si pensa che più di 1/4 dei 4 miliardi e mezzo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo non gode neppure dei diritti umani di base. Inoltre, in molti paesi, più del 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà ed è costretta ad una vita priva di dignità. Allo stesso tempo, le fusioni transnazionali hanno avuto una crescita esplosiva, passando da 900 miliardi di dollari nel 1996 a 3400 miliardi di dollari nel 1999, mentre le acquisizioni USA sono salite da 12 miliardi di dollari nel 1974 a 330 miliardi di dollari nel 1998, fino a 1700 miliardi di dollari nel 1999. Le politiche nazionali sono state asservite ai regimi di mercato internazionale e le multinazionali hanno causato la chiusura di migliaia di imprese su piccola scala e di unità produttive locali. Tutto questo sposato al fatto che alle culture non occidentali, alle culture che mettono al primo posto le aspirazioni spirituali e non materiali degli individui, è negato ogni riconoscimento. Infine, per paradosso, le misure di austerità del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale sono pensate proprio per i poveri, non per i privilegiati.

Le vittime della globalizzazione: le donne
A subire le conseguenze di tutto questo, adesso più che mai, sono le donne. In molte parti del mondo hanno dovuto sopportare gli effetti negativi della globalizzazione: l’aumento di fenomeni quali disoccupazione, perdita dei mezzi di sostentamento, mancanza di terra, perdita di controllo sui beni e sulle scarse risorse, privazione, degrado ambientale e disastri (naturali e provocati). Tutto ciò ha reso molto più difficile la sopravvivenza per un gran numero di persone. In più le già scarse risorse nazionali vengono destinate all’acquisto di armi, mentre ai cittadini non sono garantiti neppure i bisogni vitali. Ci sono inoltre dati che attestano un aumento nella violenza fisica, mentale, sociale ed economica nei confronti delle donne. Violenza a volte palesi, spesso, invece, meno ovvia. Pensiamo alla contaminazione delle acque dei fiumi, al controllo sulle sementi e sull’agricoltura, esercitato dai nuovi e ingiusti regimi internazionali di mercato, al mercato di prodotti chimici tossici, alle scorie pericolose, alle tecnologie azzardate e ad un tipo di industria potenzialmente rischiosa. Politiche che toccano il mondo agricolo, da secoli “femminile”. Perché, ricordiamolo, se combattiamo le donne, combattiamo chi dà da sempre da mangiare al mondo.

Conoscenza e risorse indigene, un “esubero” per l’Occidente “pirata”
I cambiamenti nei regimi dei brevetti difendono i diritti delle corporazioni, facendole passare per “riproduttrici di piante”. Questo ruolo dà loro vari privilegi, tra cui quello di brevettare e commerciare i semi, mentre diventa illegale per i contadini conservare e scambiare i semi, come hanno fatto per secoli. La liberalizzazione del mercato sta dando vita ad una nuova classe di persone “in esubero” e sta compromettendo la sopravvivenza di un mondo di profughi senza terra, legati al settore agricolo, tra cui gli artigiani e i pescatori, i quali sono doppiamente colpiti dalla perdita dei loro mercati tradizionali. In India, la grande carestia del Bengala del 1942 (prima dell’indipendenza) uccise oltre 3 milioni di persone e fu in qualche modo conseguenza di un mercato alimentare ingiusto. Champaran Satyagraha, guidata da Gandhi a Bihar nel 1917, fu una protesta dei contadini di Champaran, costretti a produrre l’indaco naturale per le fabbriche di Manchester, pur non avendo di che nutrirsi. Satyagraha fu un esempio di disobbedienza civile: Gandhi aveva affermato che le leggi ingiuste sono fatte per essere infrante. Sempre guidata da lui fu la marcia di Dandi, il 2 marzo 1930, in cui migliaia di persone protestarono contro la legge coloniale britannica che negava loro il diritto di utilizzare e produrre il sale a livello locale. Furono picchiati a sangue ma continuarono ugualmente a marciare. Questi fatti avvennero durante il colonialismo inglese. Oggigiorno, come stati “liberi” con governi “democratici”, siamo costretti ad accettare regimi di mercato internazionale.

Undici bambini morti di fame in una settimana
Sta accadendo in Orissa, in India, flagellata dal ciclone nel 1999 e devastata quest’anno dalle alluvioni. Siccità e carestie si sono invece verificate in altre località. Tra il 27 luglio e il 28 agosto sono stati segnalati 20 casi di morte per fame nel distretto di Kashipur, nello stato di Orissa, dove la gente cercava di sopravvivere mangiando noccioli di mango. Ad Udaipur, nel Rajasthan, la siccità continuerà ancora per un altro anno: 800 bambini delle comunità tribali sono morti di fame, 11 in una sola settimana. Altri casi di morte per fame sono stati riscontrati, nello stato di Maharashtra, nei distretti di Dhule e Thane. Le scorte di riso sono passate da 13 a 22 tonnellate mentre quelle di grano da 872 a 2411. Nei depositi del governo è accumulato tre volte lo stock di riserva necessario alla sicurezza alimentare degli stati. Allo stesso tempo, le cifre di cui dispone il governo parlano di 50 milioni di persone, sempre in India, prostrate dalla fame, più del doppio rispetto a quelle che l’hanno sofferta durante la grande carestia del Bengala del 1942. Ogni anno 1 milione di tonnellate di cereali va perso nei depositi, mentre 325 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e 50 milioni rischiano la morte per fame. Contemporaneamente i sussidi alimentari vengono tagliati e la gente ricomincia a morire di fame, come durante la carestia in Bihar. Inoltre, come conseguenza dell’aumento dei costi di produzione alimentare – con l’introduzione di pesticidi e fertilizzanti da parte delle industrie – gli agricoltori sono costretti ad una condizione di indebitamento crescente. Nell’ultimo decennio i casi di suicidio tra gli agricoltori, fenomeno sconosciuto in passato, si contano a migliaia. A questo si è aggiunta la liberalizzazione delle importazioni seguita all’abolizione delle restrizioni quantitative. Ciò ha prodotto come risultato il crollo dei prezzi dei prodotti locali. Il tutto “condito” da politiche commerciali aggressive che hanno invaso il mercato con cibi costosi, qualitativamente scadenti e poveri a livello nutrizionale, modificando l’intera cultura alimentare. Sopra i negozi, lungo le strade principali e nei ristori “Dhaba’s” hanno fatto comparsa enormi cartelloni pubblicitari della Coca Cola e Pepsi Cola. Queste cole di proprietà multinazionale hanno soppiantato non soltanto le cole locali, ma anche le bibite e le bevande alla frutta sicuramente più dissetanti ma soprattutto legate a mezzi di sostentamento locale. Famosa è la risposta della regina Maria Antonietta a chi le faceva notare che la gente non aveva pane: “Se non hanno pane, date loro brioches”. Lo stesso fenomeno si sta ripetendo oggi per quanto riguarda l’accesso all’acqua: “Se non hanno acqua, date loro coca cola”.

Biopirateria: diritti d’autore anche sulle forme di vita
Oltre ai TRIPs, oggi viene concesso il diritto d’autore a farmaci vecchi con una nuova combinazione o un nuovo dosaggio, prolungando così l’esercizio del diritto. Preoccupante è il fatto che la medicina occidentale stia soppiantando la medicina tradizionale e che, isolando i principi attivi, si applichino i diritti d’autore alle conoscenze e alle risorse indigene. La legge americana sui diritti d’autore non riconosce infatti il sapere non occidentale. Gli USA considerano piante, animali, prodotti e processi non biologici e microbiologici come oggetti su cui applicare la legge. Le forme di vita andrebbero esentate dal diritto d’autore. Così come le conoscenze tradizionali e indigene. Andrebbe anche svelato e tutelato il paese di origine della fonte biologica e delle conoscenze associate. Peccato che gli USA affermano che chiedere a chi applica i brevetti di specificare l’origine del materiale genetico o delle conoscenze tradizionali risulterebbe poco pratico! Sostengono che “le comunità possono trattare con i detentori dei diritti d’autore”, ovvero: “vittime della biopirateria negoziate con i vostri potenti biopirati!”.(…)

L’Assemblea dei popoli per la salute
Negli ultimi vent’anni, molte reti di comunicazione si sono occupate con serietà e determinazione delle questioni legate all’equità sociale, economica, sanitaria e di genere. È nata così, dall’idea di un gruppo infervorato di attivisti e dei network a cui facevano riferimento, l’Assemblea dei popoli per la salute. Questi network, tra cui International People’s Health Council, Health Action International, Asian Community Health Action Network, Gonaswasthya Kendra Consumer International, Third World Network e Women’s Global Network for Reproductive Rights, costituivano il gruppo di coordinamento per l’organizzazione dell’Assemblea dei Popoli per la Salute e offrivano gratuitamente i propri servizi. Gonoshasthaya Kendra, Centro per la Salute dei Popoli a Savar (Bangladesh) ha ospitato le 1453 persone provenienti da 92 paesi che, dal 4 all’8 dicembre 2000, hanno preso parte all’Assemblea dei popoli per la salute. Mentre di giorno si tenevano laboratori e assemblee plenarie su temi quali l’accesso ai farmaci, TRIPs, sistemi di medicina tradizionale, violenza sulle donne, militarizzazione e impatto delle politiche della Banca Mondiale, di sera si svolgevano attività culturali. I partecipanti, provenienti da varie regioni e paesi del mondo, rallegravano il pubblico con spettacoli culturali, nell’ottica di un processo educativo che si propone la comprensione e il rispetto delle diversità. I pasti venivano serviti in più di 15 piccole capanne di bambù dove le donne del villaggio cucinavano e servivano ai partecipanti piatti genuini della cucina locale.

La Carta dei popoli per la salute: l’Assemblea dei popoli per la salute, Dhaka, 2000
La Carta dei popoli per la salute è sostanzialmente un’idea, un’affermazione, uno strumento che consente di riunire le persone attorno alla questione dei diritti sanitari, un riferimento per quanti credono fermamente che ogni essere umano abbia il diritto di essere rispettato e vivere con dignità. La Carta mette in discussione in modo deciso una visione del mondo secondo la quale una fetta della società sia in eccesso dal momento che non ha potere d’acquisto. La Carta sfida la proposta aggressiva di modelli di vita non sostenibili, consumo sfrenato, controllo esercitato dalle corporazioni e da una ristretta minoranza sulla maggioranza degli esseri umani. Ecco alcune delle questioni sollevate dalla Carta:
– Preoccupazione per la destabilizzazione dell’ambiente e dell’ecologia. I poveri sono accusati del degrado ambientale, quando un privilegiato 20% del mondo consuma l’80% delle risorse del pianeta.
– S’oppone al terrorismo occulto che sta trasformando migliaia di persone normali in poveracci, prostitute, rifugiati economici e popolo dei ghetti. Questo terrorismo si esercita nell’eliminazione dei loro già miseri mezzi di sostentamento, nella distruzione delle loro risorse e nelle politiche aggressive di espansione portate avanti dalle multinazionali e da quanti altri ricavano guadagni spropositati da queste politiche ingiuste.
– Combatte la crescente militarizzazione. Richiama alla necessità di considerare tutte le forme di terrore, tra cui l’incidenza inaccettabile e patologica di pochi paesi sul riscaldamento globale e sui cambiamenti climatici, un elemento che sta causando distruzione, cicloni, siccità, carestie, alluvioni, terremoti, frane e ondate di caldo.
– Si schiera contro quelle sanzioni commerciali illegali responsabili della morte di migliaia di bambini innocenti, come avviene in Iraq, dove sono gli innocenti a pagare per le azioni dei loro governanti. Il silenzio dell’OMS e delle autorità sanitarie a questo riguardo è assordante.
– Contesta l’adozione e l’uso arbitrari di qualunque tecnologia e chiede regolamentazione e responsabilità, in quanto l’uso improprio di certa tecnologia pericolosa, la negligenza e il trattenimento di informazioni vitali hanno causato migliaia di morti. Un esempio è la tragedia del gas a Bhopal, in cui la Union Carbide nascose le informazioni sul sodio tiosolfato, antidoto all’avvelenamento da cianuro, ma anche antidoto all’isocianuro metilico. Pensiamo allo scarico di scorie radioattive che provocano malformazioni congenite e “jelly babies”, come è accaduto in Papa Nuova Guinea in seguito al commercio non regolamentato di rifiuti tossici. Pensiamo a tutti gli esseri umani, soprattutto bambini, resi storpi e mutilati dall’Agente Arancio e da pericolosi pesticidi, ai test clinici su farmaci rischiosi effettuati senza informare sugli effetti collaterali (es. l’effetto teratogeno). Pensiamo ai malati di AIDS, malaria, tubercolosi, privati persino dei servizi sanitari di base, vuoi per colpa delle politiche di aggiustamento strutturale, dei TRIPs o del GATS.
– Individua una seria minaccia nell’offerta aggressiva da parte dei mercati di stili di vita, modelli ricreativi e alimentari insostenibili, insieme ad una brama insaziabile di avere sempre di più. Ogniqualvolta sono assicurati i bisogni primari, l’alfabetizzazione, i mezzi di sostentamento e i servizi sanitari che garantiscono la sopravvivenza dei bambini, le famiglie diventano automaticamente meno numerose. Ma a questo non si può arrivare con la coercizione o con gli imbrogli tecnologici. Non si può controllare l’inquinamento atmosferico con maschere facciali, né l’AIDS e le altre malattie sessualmente trasmissibili solo con i profilattici, né la demografia esclusivamente con i mezzi di contraccezione. È fondamentale, per la sostenibilità della società e del pianeta, un controllo volontario dei consumi.

Combattere in modo originale
Assistiamo allo smantellamento dei diritti più importanti: i diritti dei lavoratori, il diritto alla salute, al cibo, all’acqua, alla terra, ad un’esistenza dignitosa. Sacrificando questi si sacrificano anche le sicurezze. Forse il senso della nostra presenza qui ad Assisi è proprio ribadire gli impegni che ci siamo già presi con l’Assemblea dei Popoli per la Salute e la Carta dei Popoli per la Salute. È evidente che, per garantire la sopravvivenza e la salute dei più deboli bisognerà combattere battaglie politiche, intellettuali, psicologiche, e bisognerà farlo in modo originale. Occorre un sistema di comunicazione più stretto, veloce ed efficace tra quanti difendono le sicurezze e i diritti umani. Sono fermamente convinta che questo potere collettivo abbia una forza immensa. Altrettanto importante è l’esigenza di creare alternative. Le carte e gli accordi che difendono i diritti umani e sociali devono essere implementati. Mi riferisco, ad esempio, alla Carta di Alma Ata, alla dichiarazione sui principi e i diritti fondamentali del lavoro (ILO), al convegno sulla biodiversità, al protocollo sulla biosicurezza, alla dichiarazione dell’ONU sui diritti umani.
A scuola mi hanno insegnato che Gesù, giustamente arrabbiato, una volta cacciò i mercanti dal tempio di Dio. Anche noi possiamo essere giustamente arrabbiati per le sofferenze di altre persone, in un’epoca di vistose ingiustizie, in cui le forze che perseguono il profitto si alleano per realizzare uno sfruttamento ancora più violento. Daremo sfogo alla nostra preoccupazione e alla nostra rabbia in modi diversi, sia a voce che per iscritto.
L’opposizione e la protesta seguono la consapevolezza, da parte delle persone, di cosa stanno perdendo e di come lo stanno perdendo. Stanno perdendo ciò che a loro spetta di diritto. Opposizione è anche lo sforzo della collettività di prevenire la formulazione di leggi e politiche di mercato ingiuste. Anche prepararsi a violare leggi ingiuste è un aspetto importante della resistenza pacifica predicata da Mahatma Gandhi.
I milioni di persone private del diritto al cibo, all’istruzione, specialmente i bambini, alle cure sanitarie di base, insieme all’aumentare di malattie, epidemie e morte dei propri cari hanno già suscitato forme spontanee di protesta a livello locale. Noi che siamo qui ad Assisi ci siamo già schierati e siamo pronti a pagarne il prezzo. Che questo convegno ci dia la forza morale e il sostegno di cui abbiamo bisogno per affrontare il lavoro e le sfide che ci attendono.

9. Sotto il burqa

Deborah Ellis, Sotto il burqa, Fabbri, Milano, 2002
Questo libro è stato scritto circa un anno prima che l’attentato dell’11 settembre facesse conoscere a tutto il mondo la realtà della popolazione civile afgana. Delle donne e delle bambine, in particolare. E’ un romanzo ma nasce dai racconti, veri, di tante donne, tante bambine che si trovano nei campi profughi del Pakistan.
E così diventa viva e reale Parvana che ha 11 anni e vive a Kabul sotto l’incubo dei talebani e delle loro proibizioni. Parvana che si traveste da ragazzo e lavora per procurare un po’ di cibo alla sua famiglia costretta in casa. Parvana che non vuole dimenticare e dice all’amica: “Dovremo ricordarci di tutto questo. Quando le cose andranno meglio e saremo grandi, dovremo ricordarci che c’è stato un giorno, quando eravamo bambine, in cui avremmo dissotterrato ossa per poi venderle perché le nostre famiglie potessero mangiare” (p. 108). Parvana  che, nonostante le difficoltà, riesce ancora a guardare avanti e a sperare “…il futuro si stendeva sconosciuto davanti a lei….che cos’altro l’attendeva, Parvana non poteva dirlo. Qualunque cosa fosse, si sentiva pronta. Non vedeva l’ora di andargli incontro” (p. 160).

Leila Sebbar, La ragazza al balcone, Shorts, Mondadori, Milano, 1999
Una storia semplice e breve che parla di cose normali, scuola, adolescenti, amori e ribellioni ai genitori. Con una piccola differenza. Che la storia si svolge in Algeria dove una minoranza integralista tiene in pugno il paese. E così, insieme a Melissa, i lettori e le lettrici dovranno fare i conti con le mille difficoltà che si incontrano per condurre una vita “normale” e potranno conoscere la realtà tragica e poco nota di un paese martoriato da anni di guerra civile. Di un paese che vive nella paura, paura di fare cose del tutto normali come andare a scuola o al lavoro, a comprare il pane, a fare una gita. Di un paese dove fa paura innamorarsi, ridere, sentire musica o uscire a viso scoperto. Così potranno immedesimarsi (almeno un po’) nella ragazzina che si chiede. “Perché una donna musulmana non deve essere allegra e carina da vedere? Perché una donna, se ama Dio, deve essere triste e brutta?” (p. 47).

Xavier-Laurent Petit, L’oasi, Super Junior Mondadori, Milano, 1998
Un bellissimo romanzo che ci tuffa con forza nella realtà tragica di un paese, l’Algeria, in cui la guerra civile ha fatto in pochi anni decine di migliaia di vittime. Attraverso gli occhi del giovane protagonista vediamo come è nata questa guerra, sentiamo sulla nostra pelle la fatica di vivere, o forse sopravvivere, in un paese privato delle libertà più elementari.
Un libro appassionato che scuote le coscienze assopite e pronte a dimenticare. Un libro che può aiutare i ragazzi a capire, almeno un po’, quello che sta succedendo. E non sta succedendo solo in Afganistan.

STRUMENTI
Tahar Ben Jelloun, L’Islam spiegato ai nostri figli, Bompiani, Milano, 2001
Un libro per evitare confusioni, divisioni approssimative fra buoni e cattivi. Un libro per rispondere ad alcuni dei tanti perché che i bambini e i ragazzi si pongono di fronte ad avvenimenti tragici come l’attentato alle Twin Towers ma che si pongono anche osservando il compagno di banco di fede musulmana o di origine araba.
Dice Jelloun: “Questo libro non vuole essere né una predica né un’arringa. Non cerco di convincere nessuno, racconto il più oggettivamente possibile la storia di un uomo diventato profeta e anche la storia di una religione e di una cultura che tanto hanno dato all’umanità…ho cercato di restituire in poche pagine quindici secoli di storia, nella speranza di comprendere anche solo qualcosa di ciò che sta accadendo oggi” (p. 13-14).
Un libro dunque che ogni insegnante dovrebbe leggere con i suoi ragazzi per mettere le basi di una vera educazione interculturale.

Ghaleb Bencheikh, Che cos’è l’Islàm? Per Favore Rispondete, Mondadori, Milano, 2002
Conoscere le differenze e le uguaglianze, scoprire con sorpresa che non siamo poi così lontani e che si può convivere nel rispetto reciproco. A questo punta l’autore che risponde alle domande più comuni e cerca di spiegare ai ragazzi con semplicità e chiarezza che cos’è veramente l’islàm, sfatando luoghi comuni e pregiudizi e “traducendo” correttamente termini, come per esempio jihad e fatwa, entrati nell’uso comune senza che se ne conosca il reale significato.
Non inganni la semplicità del testo, Bencheikh  è una vera autorità in questo campo: è vice presidente della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, insegna e cura un programma per la televisione francese dal titolo emblematico “Conoscere l’islàm”.

8. Nera farfalla, un nemico invisibile e pericoloso: le mine

… E cosa hai sentito
figlio dagli occhi azzurri?
Cosa hai sentito
dolce mio figlio?
Ho sentito il fragore di un tuono
e il suo rombo era un avvertimento,
ho sentito il fragore di un’onda
che potrebbe sommergere tutto il mondo,
ho sentito cento tamburini
e le loro mani erano in fiamme…
(A hard rain’s gonna fall di Bob Dylan)  

Henning Mankell, Il segreto del fuoco, I Delfini, Fabbri, Milano, 2002
Esistono Paesi di cui sappiamo pochissimo, in cui la guerra fa ormai parte della vita quotidiana. Il Mozambico è uno di questi e proprio qui si svolge la storia di Sofia, una bambina che esiste realmente e che è dovuta fuggire dal suo villaggio devastato dai guerriglieri. Sofia, che trova, insieme alla madre e ai fratelli, una nuova casa. Sofia, che mette il piede sopra una mina mentre gioca con la sorella Maria, che muore. Sofia, a cui bisogna amputare entrambe le gambe. Sofia, che non si arrende e impara a cucire per poter lavorare e anche perché “…tutta la vita è fatta di cuciture. Sono le cuciture a tenere insieme ogni cosa. Tra le persone esistono cuciture invisibili. I nostri sogni cuciono per noi i ricordi con i pensieri che ci vengono in mente durante la veglia. Se si vuole diventare saggi e imparare ad apprezzare le persone, bisogna cucire. Si può ricamare la propria nostalgia o il proprio dolore su un pezzo di tela, e ci si accorge che tutto diventa più facile” (p. 139). Sofia, che non dimentica la sorella Maria. Sofia che “riceve dal sarto del villaggio una macchina per cucire  e comincia a lavorare per la clientela che lui le ha lasciato”.
La lasciamo così, ma lei non ci abbandona: pensiamo alle guerre, note e meno note, e vediamo nei servizi televisivi quante volte riappare Sofia, in Asia, in Africa, nell’America latina.
“… vediamo benissimo tante protesi molto più povere di quelle fabbricate per Sofia, scorgiamo brandelli di pesantissima vita lavorativa: eccoli, i bambini, a fabbricare mattoni, a trasportare verdura, a lavorare nelle miniere, in fornaci, in fabbriche.
Questo altro mondo pieno di guerre, di fame, di malattie, di ferite, di protesi, è nel nostro stesso pianeta; con gli aerei e con Internet siamo tutti vicini di casa. A noi manca una vecchia Muazena (un po’ strega, un po’ maga, un po’ fata protettrice) ma potremmo segretamente chiedere a Sofia come si fa a ottenerne una. Ci direbbe, allora, che occorre meritarsela: se, privi del padre, della sorella, delle gambe, avessimo ancora anche noi tanta intensa voglia di vivere, allora la vecchia Muazena verrebbe anche da noi.
(…) Sofia ricostruisce se stessa, la famiglia, un piccolo reddito, un avvenire. Cuce e carezza la sua macchina: non ha i segni dell’abbondanza, non nuota nel nostro consumismo, ma trattiene il suo destino con la forza catturante di una macchina da cucire” (dalla postfazione di Antonio Faeti).

Silvia Forzani, Nera farfalla, AER, Bolzano, 2001
E’ rivolto ai più piccoli, ma non sarebbe sbagliato che anche i più grandi lo sfogliassero, questo bellissimo libro dalle vivide illustrazioni che, accompagnate da poche ritmate parole, raccontano di Abu che gioca con una mina e, nell’esplosione, perde una gamba.
Non ha bisogno di commenti e le due pagine centrali che illustrano l’esplosione sono sufficienti  a mostrare tutto l’orrore di uno dei peggiori strumenti di morte che l’uomo abbia saputo inventare.

Reine-Marguerite Bayle, Un nemico nascosto per Prich e Zaida, EGA, Torino, 2002
Non è un romanzo questo libretto ma racconta le storie vere di due ragazzi la cui vita è cambiata completamente dopo che sono stai feriti dall’esplosione di una mina. Vivono in due dei paesi più poveri e più minati del mondo, la Cambogia (una mina per abitante, un cambogiano su 236 ferito dalle mine) e il Mozambico dove non si riesce neppure a stabilire quante sono le mine nascoste nel terreno tanto che nessuna zona dello stato è considerata sicura.
Di Prich e di Zaida leggiamo le semplici storie fatte di povertà e guerra, poche speranze per il futuro…ma è bene che leggiamo anche gli approfondimenti che ci raccontano cosa sono le mine, dove sono, quanto costano le operazioni di sminamento …. e ci ricordano che le mine sono prodotte anche in Italia. L’Italia che, fra i paesi firmatari del Trattato di interdizione totale delle mine antiuomo, ha il primato delle mine conservate dalle forze armate.

STRUMENTI
Per saperne di più sulle mine:
www.stopmine.it sito italiano di informazione sulle mine e la loro messa al bando
www.halotrust.org sito dell’organizzazione no profit Halo Trust che si occupa dello sminamento con quasi 4000 operatori in 10 nazioni
www.icbl.org sempre per l’abolizione delle mine (la sigla significa International Campaign to Ban Landmines)

3. Se vuoi essere mia amica: dalla fine della seconda guerra mondiale alla seconda Intifada 

“…i padri li osservavano orgogliosi, la folla li incitava
e a Ibrahim in quel momento venne da piangere,
vide quei bambini senza più scampo,
le idee che venivano ficcate nelle loro teste
a quella tenera età
non potevano avere più di sette, otto, nove anni,
dedicavano tutta la loro vita al loro popolo
dedicavano tutta la loro vita a odiare il nemico
e a combatterlo…”
(Randa Ghazi, Sognando Palestina)

Amos Oz, Una pantera in cantina, Delfini, Fabbri, Milano, 1999
Come si stava a Gerusalemme nel 1947? Dai libri di storia sappiamo che la città era ancora occupata dall’esercito inglese mentre altrove si stava progettando la creazione dello stato di Israele. Ma qui, attraverso gli occhi e soprattutto le parole del dodicenne Profi, abbiamo un quadro molto più vivido e concreto. Sappiamo come si sentivano i bambini “nell’ultima estate del mandato britannico (…) agli incroci delle strade passavano ogni tanto dei mezzi corazzati (…), all’alba alcuni giovani andavano ad appendere ai muri e sui pali della luce i comunicati della resistenza.” (p. 22). E i bambini, intanto, giocavano con molta serietà a progettare piani per cacciare l’esercito invasore.
Sappiamo come stavano i loro genitori, giunti nella Terra Promessa, con dolore e morti alle spalle. “I nostri genitori speravano che crescessimo come ebrei completamente nuovi, migliori, con le spalle larghe, il coraggio di lottare e la forza per lavorare la terra (…) per non lasciarci più condurre al macello come delle pecore. A volte però, loro tradivano un’immensa nostalgia per i luoghi da cui erano giunti qui a Gerusalemme, cantavano canzoni in lingue a noi sconosciute, traducendole alla bell’e meglio, perché sapessimo anche noi che c’erano una volta un fiume e un ruscello, boschi e campi, tetti di paglia spioventi e suoni di campane nella nebbia”. (p. 29-30)
Ed è un po’ meno difficile capire chi vive adesso nello stato di Israele.
Ascoltando i pensieri di Profi, anche noi riflettiamo e ci chiediamo chi è davvero il nemico? Chi è un traditore? Quando bisogna schierarsi? E con chi?
Un libro bellissimo, di uno dei maggiori scrittori di Israele, che, raccontando una storia semplice, le vicende di una sola estate, senza pedanteria, parla di rispetto, di amicizia e anche di perdono.

Nava Semel, Lezioni di volo, Shorts Mondadori, Milano, 1997
Ricorda tanto alcuni dipinti di Chagall questo bel racconto ambientato in un piccolo villaggio di Israele, subito dopo la fine della guerra, dove si coltivano le arance e vive una bambina, Hadara, che vorrebbe imparare a volare. Lì vive anche Maurice Havivel, un ciabattino sopravvissuto ai campi di sterminio, al quale Hadara confida il suo desiderio.
La storia è semplice, Hadara non volerà e il ciabattino se ne andrà per sempre ma lascerà nel cuore della bambina (e dei lettori) un segno indelebile: “…anche Monsieur Maurice aveva sognato di volare, proprio come me. E aveva fallito. Però saltando, si era spezzato il cuore, non una gamba. E non si può ingessare il cuore. Avevo detto che era un vigliacco, ma anche mio padre conosceva la paura, e io pure. Non era vero che Monsieur Maurice non mi avesse insegnato niente. Aveva cercato di insegnarmi a volare con tutti e due i piedi per terra.” (p.76)

Tamar Bergman, Il ragazzo di lassù, Delfini, Fabbri, Milano, 2002
E’ stato scritto quasi vent’anni fa questo bel romanzo che ci riporta in Palestina, al fianco dei primi coloni ebrei, dei primi kibbutz, prima ancora che venga proclamato lo stato di Israele. E mentre vediamo come crescevano i bambini che vennero poi chiamati “figli di un sogno”, scopriamo al loro fianco altri bambini, venuti da “lassù”. I sopravvissuti allo sterminio. Come Avramik, il piccolo protagonista.
Due storie diversissime si intrecciano in queste intense pagine,  quella di un popolo residente da tempo nella “terra promessa” e quella di tanti altri figli dello stesso popolo che arrivano, umiliati e distrutti, da altri paesi. Intanto vediamo il sogno andare in fumo, vediamo i primi segnali di una guerra troppo lunga di cui ancora non sappiamo immaginare una fine. Non a caso abbiamo sottolineato il fatto che il libro abbia quasi vent’anni e parli di un tempo ancora più lontano: molti di più dovrebbero essere i libri che ci aiutano a capire, che stendono fili, costruiscono ponti per aiutarci a colmare i vuoti di memoria e fare ancora più sforzi per cercare la pace.

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori, Milano, 2002
23 novembre 1950. Tel Aviv. Naftali Bamburgher, ebreo tedesco, rifugiatosi in Palestina per sfuggire alle persecuzioni, consulente finanziario di una grande banca, ruba una enorme somma di denaro per ridistribuirla nei campi di transito che circondano la città, dove aspettano un futuro migliaia di ebrei sfuggiti allo sterminio.
Un bellissimo libro, di non semplice lettura, che ci riporta alle origini di Israele, quando lo stato esistente sulla carta non era ancora nulla e il miraggio di una Terra Promessa si traduceva, per molti, in nuove miserie, lunghe attese e poche speranze.
Naftali spiega il suo gesto molto semplicemente: “Ci sono molte persone che hanno bisogno di denaro, ma il metodo tradizionale per ottenerlo non è molto efficace, e così non riescono ad avere nemmeno un primo aiuto. Centinaia di migliaia di persone vivono nelle tende e nelle baracche…noi siamo riusciti ad arrivare in Palestina, ma mio padre non è venuto. Persone simili ai miei genitori sono andate di città in città, hanno patito tormenti che non conosciamo. E poi ci sono stati i campi degli inglesi. Adesso sono qui, finalmente. Insieme a decine di migliaia di altri rifugiati che mangiano cibi dal gusto ignoto alle loro labbra e portano dentro di sé angosce spaventose. Cosa ne sappiamo della solitudine di chi fugge come un animale braccato…(p. 27)
Naftali dunque vuole risarcire, vuole assicurare un futuro, vuole vendicare “quello che hanno fatto a sua madre e che a lui era stato risparmiato” (p. 58). Nel disperato tentativo di trovare perdono al fatto di non essere stato con loro nei ghetti, nei lager, vicino ai camini.
E mentre lo accompagniamo nella sua impresa dolorosa vediamo crescere una nuova generazione, incarnata dall’ispettore Avidan che gli dà la caccia.
“Avidan era l’incarnazione dei sogni dei pionieri ebrei. Era nato in Palestina, e da lui ci si aspettava che fosse la creatura eccezionale chiamata “il nostro futuro” dalla generazione precedente, con una sfumatura di venerazione: la più grande rivincita della storia ebraica, la sua ricompensa. I pionieri abbandonavano le yeshivot, diventavano contadini, allevavano la nuova, spinosa generazione dei sabra, che in ebraico vuol dire cactus. Con nostalgia e fervido interesse la guardavano lavorare la terra, giocare a calcio, crescere sana con le spine all’esterno e uno spirito taciturno all’interno. Da Avidan, come da ogni sabra, ci si aspettava che fosse bello, alto, di poche parole, generoso, crudele se necessario, abile e fiero.
In realtà si trattava di creature molto più complesse: il sogno non aveva creato quel che tutti si aspettavano. Quel che restava era la convinzione di aver sempre ragione, il disprezzo per la meschinità e per le buone maniere, l’eccessiva franchezza, le frasi caustiche. Un buon soldato con scarsa immaginazione, ma esperto e astuto; un perfetto esecutore che teme i genitori e li venera oltre misura, privo di ogni legame con i loro misteriosi ricordi e capace di vedere coi propri occhi”. (p. 46-47)

Galit Fink, Mervet Akram Shaiban, Se vuoi essere mia amica, Ex Libris, E.Elle, Trieste, 1993
Mentre il conflitto fra Israele e Palestina va assumendo toni sempre più drammatici e diventa sempre più tenue la speranza di un futuro di pace, è bene che i ragazzi possano leggere libri come questo che, a dieci anni di distanza, mantiene intatta la sua carica e la sua freschezza.
Si tratta di lettere, autentiche, che si scambiano due ragazzine adolescenti: Galit, ebrea di Gerusalemme e Mervet, palestinese che vive nel campo profughi di Deisheh, vicino alla città santa. Così si apre la prima lettera di Galit da Gerusalemme, il 9 agosto 1988: “Mi chiamo Galit. Ho dodici anni. Sono israeliana. Provo una strana sensazione al pensiero di scrivere a una palestinese (…) Guardando sulla cartina ho scoperto che abiti soltanto a quindici chilometri da casa mia. Purtroppo, mi è impossibile venirti a trovare laggiù, perché dicono tutti che è troppo pericoloso. Scrivimi. Voglio sapere chi sei.”
E così le risponde Mervet dal campo di Deisheh, il 15 agosto: “ Non so come rivolgermi a te. Non so se vuoi essere mia amica (…) Mi chiamo Mervet (…) Non odio nessuno. Amo la gente. Ma più di ogni altra cosa, voglio vivere libera nel mio paese, come te.”
Ogni lettera è accompagnata da un breve resoconto di quello che succede nel paese, nel periodo corrispondente.
Litsa Boudalika ne cura la corrispondenza con la cocciuta speranza che solo la conoscenza reciproca e la ricerca di radici comuni possa vincere la spirale di odio e violenze, altrimenti inarrestabile. E così, sottolineando che la radice della parola bambino è identica nelle due lingue (in ebraico, yeled e in arabo walad) così come la parola pace, (shalom in ebraico e salem in arabo), ci lascia in compagnia di due bambine che, pur convinte entrambe delle ragioni del proprio popolo, riescono a parlarsi e finiranno anche per incontrarsi nei giorni dell’Intifada. Una lezione autentica proprio perché non teorica ma legata al cuore di due protagoniste reali di questa guerra sanguinosa, che dovrebbe far riflettere sulle strategie e le strade da battere per giungere ad una pace vera.

Ouzi Dekel, Sui muri di Jabalya, EGA, Torino, 2002
Dekel è un refusenik, un militare israeliano che, dopo una breve missione militare a Gaza, si è rifiutato di servire nei territori occupati e per la sua obiezione di coscienza è stato in carcere in Israele.
E’ proprio l’autore che ci racconta: “Sono stato soldato a Jabalya. Il 9 dicembre 1987, l’attacco della postazione militare nel cuore del campo ha segnato l’inizio dell’Intifada. Il racconto si svolge in quell’epoca che si è conclusa all’alba del 14 maggio 1994 quando le forze militari israeliane hanno abbandonato il campo”.
Un punto di vista particolare, quello di un israeliano in un campo di palestinesi; un israeliano però attento a non calpestare la dignità di altri uomini anche se diversi da lui.
Un racconto breve e intenso che aggiunge un altro tassello per aiutarci a conoscere meglio la storia di questi popoli, per aiutarci a capire.
Al racconto seguono diversi approfondimenti sulla storia della Palestina e sul movimento di obiezione di coscienza dei militari israeliani. 

Robet Gaillot, Momo Palestina, Jaca Book, Milano, 2002
E’ scritta in italiano e in arabo la storia di Momo che abitava in un villaggio, è finito in un campo profughi e, nel disperato tentativo di “tornare a casa”, si ritrova a lanciare sassi contro i carri armati.
Poche righe di testo e belle illustrazioni per un libro che ha il pregio di aprire anche per più piccoli una pagina di storia difficile e dolorosa ma che deve essere conosciuta.

Dalia B.Y. Cohen, Uri e Sami. Due culture, un’amicizia, Supergru, Giunti, Firenze, 2002
Un temporale improvviso e la notte che scende fanno incontrare due ragazzi in una grotta. Insieme trascorreranno alcuni bellissimi giorni, isolati dal mondo.
Sono tanti i racconti in cui, con quest’espediente narrativo, si fanno nascere nuove amicizie, amori e straordinarie alleanze.
Ma in questo caso i due ragazzi sono “speciali”: Uri, ebreo, vive ad Haifa e ha da poco perso il padre mentre tentava di salvare alcuni amici intrappolati in un carro armato in fiamme.
Sami è palestinese, la sua famiglia si è rifugiata in Libano mentre il fratello maggiore si è unito alle forze di resistenza.
L’autrice è un’educatrice israeliana impegnata da tempo a cercare strade che possano far rinascere la speranza e, con questo romanzo, indica una strada, forse l’unica possibile: è solo la conoscenza che può far sorgere ponti e non muri ed è proprio partendo dai più giovani che si può costruire un futuro.
Ricordate Mervet e Galit? La strada era già stata indicata. Forse vale davvero la pena di provare.

Randa Ghazi, Sognando Palestina, Contrasti, Fabbri, Milano, 2002
Forse è proprio vero che gli occhi dei bambini, gli occhi dei ragazzi vedono la verità, vedono quello che gli adulti non possono o non vogliono vedere. Questo libro ne è la dimostrazione. Attraverso le vicende di alcuni giovanissimi palestinesi, viviamo, siamo costretti a vivere, i giorni bui e senza speranza delle più recenti fasi del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto senza speranza né via d’uscita. Così come la storia che si dipana fra disperazione, amicizia, odio, barlumi di speranza destinati a morire nelle ultime, tragiche pagine che non lasciano spazio a nient’altro che alla disperazione.
E ci vuole una ragazzina per dirci che alla guerra non ci sarà mai fine perché l’odio, la morte, la distruzione traggono forza da se stessi e non si possono combattere reagendo con le stesse armi.
“A volte mi chiedo se usciremo mai da questa guerra, voglio dire, quant’è che combattiamo? I nostri padri e i nostri nonni e i nostri bisnonni non hanno fatto altro, e ora noi stiamo facendo lo stesso, e chi ci dice che non lo faranno i nostri figli e i nostri nipoti? Se un giorno smettessimo di combattere e di litigare coi soldati che capitano nei nostri villaggi? Se smettessimo di usare la violenza, cosa farebbero? Ci ucciderebbero lo stesso? Continuerebbero ad andare in giro coi carri armati e i mitra? Smetterebbero di occupare i nostri territori?”
“Gihad, sono tutte belle parole, ma loro non hanno intenzione di ritirarsi, e non pensare che a noi piaccia combattere e rischiare la vita ogni giorno, ma noi ci stiamo solo difendendo, Gihad, o perlomeno stiamo difendendo tutto quello che ci è rimasto, qualche striscia di terra, se smettessimo prenderebbero anche questo…non hanno mai rispettato gli accordi, mai, hanno sempre e solo cercato di occupare terre, le nostre e quelle del Libano, come nel ’78, vogliono prendere tutto quello che riescono, per creare la Grande Israele, l’utopia estrema…”
“Ma non possiamo arrenderci alla violenza! Io sono stufo di vedere la gente morire e di vivere in guerra da quando sono nato, ogni giorno della mia vita! Io voglio morire a casa mia, a novant’anni, nel sonno, non a vent’anni per un colpo di fucile!. Si sta così bene, in questi rari momenti di tranquillità. Si ha l’illusione che tutto sia finito.”

STRUMENTI
Ricordiamo che, a due anni dall’inizio della seconda Intifada (29/09/2000 – 20/10/2002), il bilancio è pesantissimo. Le vittime sono 2338 di cui 1758 palestinesi e 580 israeliani. Fra le vittime, oltre 300 bambini palestinesi e circa 70 bambini israeliani. A cui sappiamo di doverne aggiungere troppi, ancora.
Chi vuole avere maggiori informazioni può consultare i seguenti siti:
www.btselem.org è uno dei più importanti gruppi di monitoraggio e difesa dei diritti umani e pubblica i dati, costantemente aggiornati, sulle vittime dell’Intifada
www.gush-shalom.org/english/index.html il sito di uno dei più antichi e consistenti gruppi pacifisti israeliani

1. Ho avuto un figlio diversabile: ridefinire i progetti

di Claudio Imprudente

Come tutti sanno, ogni bambino che dovrà venire alla luce è immancabilmente oggetto-preda di un progetto più o meno definito che i genitori fanno su di lui. Ma cosa accade quando il figlio che nasce è diversabile? La menomazione del figlio provoca un brusco annullamento di tutti i progetti e di tutte le sicurezze createsi nei nove mesi di attesa, toglie ogni punto di riferimento a questo processo di identificazione in quanto i genitori si trovano improvvisamente messi a confronto con una immagine del bambino e di se stessi che non riescono ad accettare. E qui sta il punto: la sola possibilità di esser parte di quel loro prodotto porta i genitori, il più delle volte, ad un rifiuto del figlio diversabile. Tale rifiuto viene mascherato e trasformato in una forma di iperprotezione, ma ciò non riesce a nascondere il senso di colpa che comunque il genitore deve affrontare poiché, di fatto, si ritiene colpevole del­ deficit del figlio. Nella mia esperienza personale questi meccanismi si sono verificati tutti ma con una piccola differenza: i miei genitori seppero dei miei deficit solo due mesi dopo la mia nascita; e fu una doccia fredda sia perché di questi problemi loro non sapevano assolutamente  nulla – siamo nel l960 – sia perché ne furono informati da un medico che non spiegò loro nulla. Un medico, quello incontrato dai miei genitori, che, bontà sua, il meglio che seppe fare fu di indirizzarli ad uno specialista, affrettandosi comunque a sottolineare l’inutilità della cosa perché, secondo lui, quel bambino non avrebbe mai camminato né parlato, né condotto quello che si usa definire una “vita normale”. Natural­mente, ai miei come a tanti altri genitori accomunati da analoghi problemi, rimaneva una disperata speranza, quella di riuscire a portare il proprio bambino verso la normalità aiutati dalla medicina moderna, nel limiti del possibile. È proprio questa mentalità che crea nei genitori del diversabile, un atteggiamen­to sbagliato: si vede il figlio unicamente come un tipo partico­lare di persona da ricondurre alla normalità, un soggetto a cui manca la capacità di svolgere determinate funzioni. Nasce così, attorno al cosiddetto disabile, ma sarebbe meglio dire al non-abile normalmente, al non-normodotato, un clima assistenziale, che può solo portare a risultati negativi perché non aiuta né lui né gli altri. E poi, che cos’è la normalità? Chi la stabilisce? La nostra società ha costruito l’immagine dell’”essere umano tipo” – bello, intelligen­te, ricco…  alla quale tutti devono conformarsi per essere accettati. Naturalmente il diversabile non può assolvere del tutto a tale compito, quindi… o lo si na­sconde o lo si compatisce!

Crescere nel rispetto
Non si contano così le persone frustrate e infelici, sia tra i disabili che tra i loro genitori, e non solo tra loro! Io mi ritengo fortunato perché, fin da molto piccolo, sono stato trattato dai miei come un qualunque genitore tratta il figlio che ama. È stato fondamentale sentirmi stimato ed accettato per quello che ero e non per quello che avrei o non avrei potuto  diventare, il sentire che non facevano distinzioni tra ciò che ero fisicamente e ciò che ero interiormente. Per loro io sono sempre stato Claudio e basta. Ricordo che non si sono mai vergognati di portarmi fuori, in mezzo alla gente: ai giardini per giocare con gli altri bambini, a guardare le vetrine dei negozi del centro, al ristorante e, la domenica, a fare qualche giro in collina o al cinema; per le vacanze poi, si andava in montagna oppure al mare a prendere il sole e a fare il bagno.
I miei genitori parlavano con me in continuazione, facen­domi partecipe dei loro problemi e delle loro gioie. Quan­do si trattava di fare delle scelte, non decidevano mai per me. Questo io lo chiamo rispetto, rispetto assoluto, per la mia personalità! Fin dall’inizio, la mamma ha cercato di stimolare in me indipenden­za: ero l’unico responsabile delle mie azioni. Nelle situazioni critiche (litigi con i compagni, rimproveri da parte dei professori…) la famiglia non prendeva sempre le mie difese e, pur interessandosi a quello che succedeva fuori casa, lasciava che i “nodi” me li sbrogliassi da solo. È importante che i genitori, tutti i genitori, non prenda­no il posto dei figli affinché questi possano maturare re­sponsabilmente. Sono sempre stato metodicamente spinto ad uscire dalla piccola e rassicurante cerchia famigliare perché il contat­to con la scuola, gli amici e il mondo esterno in generale è importante per lo sviluppo sociale di un ragazzo: di tutto ciò i miei genitori capivano l’importanza. Anche per quanto riguardò il capitolo scuola fui lasciato nella più ampia autonomia.

Mamma Rosanna racconta…
Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli diversabili, come si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e in generale alla loro crescita.
Z: “Vorrei chiederle di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire sin dall’inizio”.
R: “Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale per spastici; c’erano solo spastici, non ce n’erano altri. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il mentale, c’era l’eccitato e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che, a scadenza quindicinale, era organizzato nella scuola. Loro dovevano andare con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno sono arrivata a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché non poteva comperare niente, si era dimenticata i soldi. Io volevo dare i soldi e stavo per darli ma l’assistente sociale mi ha detto: ‘No signora, perché allora non impara a starci dietro: si è dimenticata di chiederli alla mamma e vedrà che quest’altra volta non si dimentica’. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono, però ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe”.
Z: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e più bravi.
R: “Io in classe ho avuto un ragazzo spastico, quando ancora non si prendevano, e in banco vicino a lui è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non era mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: ‘Signora perché lo sgrida?’ e io ‘Perché lui è un ragazzo di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!’. Il ragazzo poi mi è venuto a dire: ‘Signora grazie!’.
Z:”Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…”.
R: “Gli è passata un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che alle medie si studia di più e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia. Per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene, i professori non lo interrogavano, avevano paura e quindi fatto il terzo anno, quando aveva già iniziato a fare filosofia dove andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: ‘Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa’; lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere. E così è rimasto a casa.”
Z: “Da tempo lavoriamo con i genitori perché crediamo nella valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi handicappati per necessità debbano essere dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il suo parere su questo e sul percorso con Claudio; ma soprattutto le cose importanti per cui Claudio è diventato quello che è.”
R: “I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non fare la differenza ‘Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…’ Io Claudio l’ho sgridato e continuo a sgridarlo. Per me lui è normale ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Anche loro come gli altri bambini devono stare fuori. Capiterà che si sporchino, che si facciano male, si graffino ma come tutti gli altri. Quindi bisogna dare fiducia, non tenerli chiusi in casa perché altrimenti non crescono, restano eterni bambini.”
Z: “Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della continua sollecitazione…”
R: “Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle responsabilità. Ricordo che io e mio marito avevamo l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però se i bambini giocano per terra dopo c’è da pulire per terra, lui giocava sul tavolo…
Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre molto, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, perché non si sa quello che succederà, eccetera. Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina.
Z: “Secondo lei che cosa frena le mamme di bimbi disabili a dare fiducia?”
R:” Due sono le cose, intanto si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver dato l’handicap al figlio.”
Z: “Ma chi glielo da questo senso di colpa?”
R: “ La gente perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata.” Questo senz’altro; la gente. E poi, non saprei…”
Z: “Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè danno delle diagnosi che sono delle pietre tombali: ‘Signora suo figlio non ce la farà mai!’
R: “A me è capitato questo, il bambino era molto sveglio quindi anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte che ha avuto le crisi fortissime, non mi ha detto che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio è nato in marzo e verso Natale, la dottoressa, con il marito medico dell’ospedale, mi dice: ‘Signora venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito’ e il marito sento che le dice: ‘Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente’. Ancora però non si capiva quello che si poteva fare o no ma non mi ha detto che cosa era capitato. Non ci pensavo a una cosa simile perché essendo piccolo non stava in piedi quindi era naturale che non stesse diritto. Poi dopo abbiamo capito che c’era qualcosa  e sono andata da uno specialista.
Questo duramente mi ha fatto i complimenti perché : ‘Signora lei ha capito subito che suo figlio non è normale…proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba – guardi ricordo anche questo – di un istituto che hanno aperto a Firenze, lo porti in istituto.’ Io sono andata a vedere questo istituto, ho parlato con il direttore che mi ha consigliato di trasferirmi a Firenze e mi dice: ‘Si prenda una cameretta così io faccio fare terapia a suo figlio. Io ho pensato che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla casa, dal padre, io fuori casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto’.
Z: “ Le volevo chiedere signora, in che modo Claudio l’ha fatta crescere come persona?”
R: “Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, con il mio lavoro di insegnante ero assieme ai ragazzi. Quando è nato lui e ho capito cosa aveva, lui aveva già più di un anno, mi sono sentita molto responsabile rispetto ai ragazzi. Potrà sembrare strano ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutato, mi ha dato maggior forza ”.
(Tratto dal libro “Una vita imprudente” di Claudio Imprudente, Trento, Erickson, 2003)

I telespettatori: I sottotitoli per non udenti nelle televisioni europee

di Massimiliano Rubbi

Il numero 777 è associato dalla maggioranza degli italiani al Televideo RAI, ed in particolare ai sottotitoli per non udenti. Un servizio che la concessionaria televisiva pubblica fornisce sin dal 1986 a una categoria di spettatori vasta come quella delle persone con difficoltà di udito, quando non totalmente sorde. Con modalità analoghe, ovvero con una pagina di teletext in aggiornamento contemporaneo allo scorrere delle immagini, tutte le televisioni europee consentono a chi è toccato da questo genere di deficit di “guardare la TV”. Se si esclude qualche eccezione, l’Europa sembra più unita che in altri campi: purtroppo, nell’emarginare un gruppo rilevante di propri telespettatori.

Armonizzare, ma non basta
Non esiste alcuna normativa europea riguardo la sottotitolazione di programmi televisivi. Se si pensa che l’accusa più frequente alle istituzioni comunitarie è quella di regolamentare burocraticamente ogni aspetto della nostra vita, fino alla leggendaria “curvatura delle banane”, questa mancanza non può che stupire. Perfino nella decisione del Consiglio Europeo che ha proclamato il 2003 Anno Europeo delle persone con disabilità c’è solo un brevissimo cenno al tema, nell’allegato operativo, che invita a cooperare con i media per rendere accessibili le informazioni sull’Anno stesso, “ad esempio [con] sottotitoli per le persone audiolese”.
Non sarebbe però corretto affermare che le istituzioni europee non abbiano mai toccato il problema. Il progetto europeo Voice, in particolare, seppure dedicato allo sviluppo delle applicazioni dei software di riconoscimento vocale in vari ambiti, dalla conversazione alla telefonia, ha finito per costituire il principale momento di analisi e proposta sulla sottotitolazione dei programmi televisivi. Nato nel 1996 entro il Joint Research Centre (JRC) di Ispra (VA) e finanziato da fondi europei nel periodo 1998-2000, Voice ha cercato di sensibilizzare le emittenti televisive europee sul tema, in particolare per quanto riguarda l’armonizzazione dei sottotitoli. L’importanza dell’argomento è emersa a tal punto che esso è divenuto un fulcro dell’attività del JRC negli ultimissimi anni, con effettivi riscontri da parte delle televisioni: dopo un workshop a Siviglia nel giugno 2002, il 20 giugno scorso si è tenuto a Ginevra un “seminario sui sottotitoli” presso l’European Broadcasting Union (EBU), l’associazione che riunisce le principali emittenti televisive europee.
L’armonizzazione è un aspetto rilevante, in un’Europa dove le pagine di teletext per non udenti variano dal 777 (Italia e Francia) all’888 (Spagna, Olanda, Regno Unito) al 150 (Germania), o in cui il simbolo visivo per indicare che il programma è sottotitolato, quando c’è, è diverso da Paese a Paese. Standard condivisi potrebbero consentire alle produzioni europee di essere dotate in partenza di sottotitoli in più lingue, sfruttabili anche simultaneamente al momento della trasmissione, fornendo a tutti un notevole contributo all’apprendimento delle lingue stesse. Occorre tener presente che negli USA, a tutt’oggi il grande fornitore di fiction per le TV europee, lo standard per i sottotitoli e per la loro incapsulazione nelle trasmissioni è sensibilmente diverso (non via teletext, ma con la cosiddetta “Linea 21” ricevuta direttamente dai televisori), ma parametri continentali comuni porterebbero indubbi vantaggi.
Va dato atto in particolare a Giuliano Pirelli, coordinatore di Voice e ricercatore presso il JRC di Ispra, di insistere da anni, presso direzioni televisive spesso sfuggenti, per un più serio coordinamento e una maggiore attenzione alle esigenze dei sordi. Tuttavia, nell’attuale contesto la mancata armonizzazione rischia di essere il “male minore”, dal momento che i programmi dotati di sottotitoli sono una ristretta minoranza delle decine di migliaia di ore trasmesse ogni anno dalle televisioni d’Europa.

Una persistente “disattenzione”
Stando ai dati forniti dal Deaf Broadcasting Council britannico, da fonte EBU, nel 2000 la percentuale di trasmissioni sottotitolate (da emittenti pubbliche) si aggirava in quasi tutti i Paesi europei tra il 15 e il 20%. Una più recente inchiesta della ÖGLB, l’Associazione nazionale dei sordi austriaci, condotta consultando le organizzazioni omologhe in 16 nazioni europee, indica nel maggio 2003 percentuali non dissimili. Va detto che in alcuni casi si riscontrano sensibili passi avanti: le reti di servizio pubblico francesi dichiarano incrementi annuali del 6,5% sul totale dei programmi nella sottotitolazione, e la ARD, il primo canale pubblico tedesco (nonché l’unica emittente ad avere risposto al nostro mini-sondaggio via mail), pur senza andare oltre il 10%, ha quasi raddoppiato le ore di sottotitoli negli ultimi 3 anni. Nel complesso, tuttavia, un po’ poco, come se si fosse costretti a disattivare l’audio TV per 4 ore su 5 – il che è tanto più grave se si concorda con Michel Chion sull’idea di televisione come “immagine in più”, ovvero come medium basato sul flusso delle parole e dei suoni, cui l’immagine si limita ad aggiungersi per “dare colore”.
La situazione tende ad essere leggermente migliore nei Paesi in cui l’abitudine al sottotitolo è più radicata, e peggiore laddove esiste la cultura del doppiaggio (soprattutto Italia e Germania). Nelle nazioni in cui i programmi esteri sono sottotitolati e non doppiati, comunque, chi ha difficoltà di udito può giovarsene, anche se ciò non garantisce un reale accesso: elementi fondamentali come il “chi parla” e i rumori d’ambiente, per chi non riesce a sentire i suoni della versione originale, devono essere evidenziati con colori diversi o con sottotitoli aggiuntivi.
Questa “disattenzione” da parte delle emittenti televisive verso alcuni loro utenti raggiunge il culmine quando si tratta di programmi dal vivo. Qui subentrano indubbie difficoltà tecniche, perché rendere accessibile una trasmissione in diretta richiede uno staff di stenotipisti che riversino i suoni in lettere, e si tende comunque a pre-sottotitolare tutto il possibile per limitare gli errori e le necessarie sintesi del parlato (nei TG, ad esempio, si preferisce pre-sottotitolare i servizi nei pochissimi minuti precedenti la messa in onda). Proprio per questo il progetto Voice intendeva sviluppare software di riconoscimento vocale capaci di effettuare queste operazioni in automatico; sul parlato comune non si è purtroppo ancora giunti a livelli di buona qualità. Il risultato è che solo pochissimi programmi in diretta, in genere telegiornali, vengono dotati di sottotitoli prodotti da stenotipisti, e che le didascalie da riconoscimento vocale sono ad uno stato poco più che sperimentale. Sembra comunque assodato che programmi in cui il parlato non sia frenetico né sovrapposto, come quelli di divulgazione scientifica, siano tecnicamente sottotitolabili in automatico, a patto che lo speaker riceva una formazione di dizione specifica (Voice ha riscontrato ottimi risultati nel contesto di conferenza). E in ogni caso, resta da stabilire se sia peggio per un non udente un sottotitolo sintetico o errato, piuttosto che nessun sottotitolo.
In un quadro così desolante, per fortuna, ci sono anche luci. Ad esempio, le reti pubbliche olandesi consentono, tra sottotitoli dedicati e generali, la fruizione del 65% circa delle proprie trasmissioni (ma nell’attiguo Belgio le associazioni di non udenti sono recentemente insorte per la cancellazione da parte dell’emittente francofona pubblica RTBF di un programma da loro realizzato). Le vere punte di eccellenza si raggiungono però in Gran Bretagna: da nessun’altra parte in Europa troverete l’80% dei programmi sottotitolati, nella BBC come nelle reti private, con l’obiettivo di coprire la totalità nei prossimi anni. Merito della lingua inglese, che essendo più semplice e più “breve” di molte altre agevola gli stenotipisti; merito degli stenotipisti stessi, generalmente riconosciuti come i migliori d’Europa; merito della legge, che sin dal 1990 vincola ad obiettivi precisi e di alto livello tutte le emittenti britanniche (in analogia a quanto avviene negli altri grandi Stati anglofoni, USA, Canada e Australia).
La differenza con il resto d’Europa è netta, come dimostra il curioso caso dell’Irlanda. La rete nazionale irlandese RTE ha infatti deciso di concentrare la sottotitolazione sull’orario di punta (tra le 18 e le 23), raggiungendo un’accessibilità di oltre il 70%, ma ha di conseguenza trascurato le altre fasce orarie. L’esito, afferma l’Irish Deaf Society nell’indagine austriaca prima citata, è che “la popolazione sorda qui è a volte più informata sulla politica britannica che su quella irlandese”.

Da concessione sociale a elemento tecnico
Diverse associazioni di persone con deficit uditivo insistono per una maggiore diffusione della lingua dei segni nel palinsesto televisivo. Questo genere di programmi è oggi di limitatissima diffusione in tutta Europa (perfino nel “paradiso inglese”, solo 2 ore alla settimana), ma anche sul piano astratto ha valenza ghettizzante di trasmissione per sordi. Inoltre, solo la parte più “integrata” della comunità può fruirne – ad esempio, difficilmente chi ha difficoltà uditive legate all’invecchiamento potrà capirci granché (per tacer del fatto che, data la natura nazionale e specialistica delle lingue dei segni, l’armonizzazione europea salta quasi del tutto). Si tratta dunque di programmi utili entro un “palinsesto sociale”, ma che non risolvono il problema di garantire la fruizione televisiva in sé a chi ha difficoltà di udito.
L’accessibilità dei programmi televisivi ai sordi è stata finora considerata in termini per l’appunto “sociali”, e quindi demandata ai contratti di servizio pubblico dell’emittente un po’ in tutta Europa. Con i risultati che abbiamo visto, e con il non piccolo inconveniente di lasciare l’accessibilità delle emittenti private al loro buon cuore. Del resto, imporre per legge livelli di sottotitolazione irraggiungibili non risolverebbe molto. Ecco perché mi pare determinante iniziare a considerare i sottotitoli un aspetto non più sociale, ma tecnico delle trasmissioni, al pari delle luci di scena o dei testi dell’intervista all’ospite internazionale. In altri termini, non più un’aggiunta al programma già confezionato, la cui responsabilità si scarica sulle spalle (deboli, in termini di budget) delle “anime pie” del Segretariato Sociale o suo omologo; un elemento costitutivo del programma stesso, invece, cui un direttore di produzione può anche rinunciare, ma per una propria scelta precisa e consapevole del fatto che in questo modo abdica a una fetta non irrilevante di pubblico. Solo così, a mio avviso, si potrà eliminare quel minimalismo che fa brillare per filantropia l’emittente che riesce a sottotitolare un telegiornale al giorno, senza porsi il problema di tutti quelli rimanenti e inaccessibili. Inoltre, in questo modo si supera la contrapposizione tra televisioni pubbliche e private, dal momento che rinunciare a priori a una quota di contatti pubblicitari è ben più grave, nella prospettiva di qualsiasi emittente, che escludere una “fascia debole”.
E per chi volesse iniziare a fare calcoli, si stima che le persone con difficoltà uditive nella UE siano circa 59 milioni, destinati a salire a 90 entro il 2015, con quote di maggioranza assoluta tra le fasce più anziane. Una massa decisamente rilevante, che finora è stata di “teleaspettatori”, uomini e donne in attesa che ci si accorgesse che guardare la TV senza capire cosa si dice spesso non dà un gran gusto. E che potrebbero divenire telespettatori se solo ci si rendesse conto di quanta audience viene sprecata, a costi infinitesimali rispetto a quelli di realizzazione o di acquisto di una trasmissione, soltanto perché la “variabile sottotitoli” non viene considerata dentro quella trasmissione, ma come costo esterno o di struttura. Speriamo che la Bella Addormentata dell’Emittenza si svegli presto…

4. Una folle cineterapia

di Emanuele Melli, laureato in Storia del Cinema al DAMS dell’Università di Bologna, che is occupa di cinema e Internet, e Sergio Palladini, ex operatore nel campo dei sofferenti di malattie mentali; socio del Cineclub Fratelli Marx, redattore di “Zero in Condotta”, è stato tra i fondatori della Bradipofilm di Bologna.

“Gli esseri umani, credo, vanno presi a piccole dosi”.
“Anche i film!”
Sembra non aver sentito, il Prof, impegnato com’è a ordinare gli appunti e ad accendere il registratore. Ma a me e al mio collega piace sempre sottolineare che siamo persone moderate e razionali.
“Sa, è come una cura omeopatica per gli esseri umani”, la butto lì.
“E per i film!”
Forse perché il mio collega ha la tendenza ad alzare un po’ la voce, ma stavolta il Prof sembra essersi accorto di noi. Solleva lo sguardo e ci osserva per qualche istante, mentre tira una boccata dalla sigaretta. Con quella sua voce confusa come un letto sfatto, nessuno direbbe che è il direttore di un centro di ricerca sulle malattie mentali. Sapendo della nostra passione cinefila, il Prof ha chiesto di incontrarci a porte chiuse per parlare di una nuova pratica psicoterapeutica.
Decido di rompere il ghiaccio. “A dire il vero, credo di non aver mai sentito parlare di questa cineterapia.”
“Io sì!”, interviene il mio collega. “Dovrebbe consistere nella cura della sofferenza mentale attraverso il cinema!”
Il Prof annuisce, controlla gli appunti e precisa che il concetto è nato negli Stati Uniti nel ’95, quando il dottor Gary Solomon pubblicò un libro in cui rivelava le proprietà terapeutiche di film che aveva prescritto ai suoi pazienti. La cineterapia ha poi ottenuto la consacrazione accademica all’Università di Pittsburgh, diventando una delle pratiche psicoterapeutiche più popolari in America.
“Vuole dire, forse, che solo ora hanno scoperto che il cinema influisce sullo stato d’animo?”
“È un po’ come scoprire adesso che l’auto rende liberi di andare dove si vuole!”, aggiunge il mio collega.
Il Prof sembra distratto, come se sentisse dei rumori al di là della porta chiusa. Solo dopo qualche istante ci chiede che tipo di film metteremmo in una rassegna di cineterapia.
“Delle commedie! La vita è meravigliosa, Blake Edwards, Totò… cose così, credo.”
“Ma sempre a piccole dosi!”, aggiunge il mio collega.
“Una specie di cura omeopatica”, come ho già detto, ma mi piace essere preciso, se posso.
“Una cineterapia omeopatica!”, specifica il mio collega.
“Che ti cura, forse, con brevi spezzoni di film”, dico io.
“Sì! Prima semplici inquadrature, poi singole scene e alla fine intere sequenze!”
“Se possibile, tutte prese da film sui malati mentali”, puntualizzo.
“Curare i malati mentali con film sui malati mentali”, il mio collega si ferma a soppesare le sue stesse parole, “Un’idea da malati mentali!”
Il Prof interviene dicendo che invece non è per niente un’idea malvagia, e che in realtà noi temiamo la follia perché spoglia il nostro immaginario di tutti gli stereotipi nei quali è calato. Difendersi dalla sofferenza mentale, secondo lui, equivale a ostinarsi a mantenere questi stereotipi. “In un certo senso”, conclude, “essere sani è uno stato psicofisico reazionario”.
“Ma mi sembra che uno stereotipo del pazzo esista davvero”, controbatto.
“E i film non fanno che esasperarlo!”, mi dà manforte il mio collega.
Visto che il Prof tace, continuiamo nel nostro ragionamento a due voci.
“Perché il cinema si rifà a decine di modelli di malattia mentale sovrapposti nel corso delle epoche storiche.”
“La pazzia violenta! Prendiamo la pazzia violenta!”
“Sì. È strutturata, credo, intorno a un sacco di raffigurazioni popolari, religiose e scientifiche del diverso!”
“Basta guardare La pazzia di re Giorgio di Nicholas Hytner per rendersene conto!”
“Perché condensa in un’ora e mezzo, penso, tutta la letteratura e le dicerie sugli squilibri mentali di Giorgio III. Che riuscì a convivere con la malattia, ma fu costretto ad abdicare, mi sembra, perché vittima di operazioni demagogiche.”
“Le stesse a cui è sempre stato esposto il cinema. Quante volte, ad esempio, i film hanno trattato la pazzia in modo superficiale?”
“Tante, credo. Mi vengono in mente i film di Dario Argento.”
“E quante volte l’hanno usata come semplice topos figurativo?”
“Altrettante. Ma questo non è un male, mi sembra. Basta pensare a generi come l’espressionismo tedesco e il noir americano.”
“O al tema sotterraneo delle opere di Lang, Bergman, Hitchcock e Powell!”
“Credo che tutte le scene di L’occhio che uccide, da sole, basterebbero per un’intera rassegna su cinema, follia, voyeurismo e pulsione necrofila. Ma alla fine, penso, si dovrebbe concludere che la guarigione è impossibile.”
Il Prof non è d’accordo con me e, dopo essersi accertato che il registratore continui a funzionare, tira fuori un libro intitolato Guarire dal male mentale, spiegandoci che l’autore, Ron Coleman, vi racconta il proprio percorso di guarigione dalla schizofrenia in un gruppo di uditori di voci. Il Prof mi invita a leggere alcune righe sottolineate: “Il sistema psichiatrico, lungi dall’essere un santuario e un sistema di cura, era per me un sistema di paura e di continuazione della malattia. Così come per tanti altri, la guarigione è un processo che non ho incontrato entro quel sistema. Posso dire onestamente che fu solo quando lasciai il sistema che il processo di guarigione prese davvero piede nella mia vita.”
“Guarda caso”, dice il Prof, “la guarigione di Coleman è dovuta anche alla visione di film duri e drammatici su sofferenti mentali nelle sue stesse condizioni”.
“Se lui è guarito così, allora tanto vale iniziare la nostra rassegna con una storia senza lieto fine!”, azzarda il mio compagno.
“La vicenda di qualcuno che non ce l’ha fatta?”, suggerisco.
“Sì. Tipo Frances, il film su quell’attrice degli anni ’30… Frances Farmer!”
“Magari, credo, la prima scena in cui viene lobotomizzata.”
“Ma è tutta in fuoricampo!”, si lamenta.
“Forse è meglio.”
“Allora potremmo metterci anche qualche scena di elettroshock tratta da Un angelo alla mia tavola della Campion!”
“Almeno qui la protagonista, Janet Frame, ha avuto la fortuna di uscire da quell’inferno, grazie al suo talento di scrittrice.”
“Ma dobbiamo prendere qualcosa anche da film più vecchi!”, mi ricorda il mio saggio collega.
“Tipo la scena di shock-terapia in La fossa dei serpenti di Litvak?”
“Sì! O Family Life di Loach!”
“Che non è poi tanto vecchio. Mi sembra che risalga a poco più di trent’anni fa. Più o meno, come Diario di una schizofrenica. Mi mancano tante cose, ma non la buona memoria!”
Il Prof continua a tacere.
“Di solito le opere italiane del genere sono pressappochiste e velleitarie. Ma non questo film di Nelo Risi!”
“Forse perché c’è lo zampino di un grande psicoanalista come Franco Fornari”, spiego al mio collega.
“Stesso discorso, allora, per Il grande cocomero, dove si percepisce l’impronta di Marco Lombardo Radice!”
“Infatti mi sembra che la Archibugi lo abbia tratto da uno scritto sulla sua esperienza di terapeuta in lotta contro gli schemi della psichiatria tradizionale.”
A questo punto il Prof si accende un’altra sigaretta e interviene spiegandoci che quella fra registi e psichiatri non è una collaborazione recente. Deve essere fatta risalire al 1916 quando, sulla scia delle teorie di Freud, lo psicologo Hugo Münsterberg scrisse The Photoplay: A Psychological study, in cui auspicava che gli psicologi ricoprissero un ruolo stabile nel cinema. La proposta non fu accolta subito, se è vero che Spellbound, il primo film che si servì di psichiatri come consulenti tecnici, risale al ’45. E comunque, casi simili sono sempre stati sporadici.
Il mio collega non sembra dispiaciuto della cosa. “Per fortuna! Pensate ai film di Bellocchio scritti insieme allo psicoanalista Massimo Fagioli!”
Rabbrividisco al solo pensiero. “Meglio tenerli fuori dal nostro ciclo di film. Anche pochi frammenti potrebbero essere letali, forse.”
“Come quelli di Cattiva!”
“Non ho presente.”
“È un film di Lizzani su una madre svizzera dei primi del ‘900 alla quale viene diagnosticata una forma di schizofrenia.”
Sento che ora bisogna rialzare il livello. “A proposito di schizofrenia, credo che La donna dai tre volti di Nunnally Johnson sia un buon film.”
“Una donna con tre volti?”
“Nel senso che in lei convivono tre personalità. Una grigia casalinga, una ragazza di dubbia moralità e una signora sofisticata. Ma il marito continua ad amarla per la donna che è.”
“O, sarebbe meglio dire, per le tre donne che è!”
La lucida osservazione del mio collega risveglia il Prof, il quale gli ricorda che in un ciclo come il nostro dovrebbe esserci anche qualche film ambientato in un manicomio.
“La fossa dei disperati di Franju è adatto. Pura poesia della rivolta e del dolore.”
“E Bedlam di Robson, dove c’è un direttore del manicomio davvero sadico”, aggiungo io.
“Per forza, è Boris Karloff!”
“Mai sadico, però, quanto lo stesso De Sade”, ribatto.
“Come si chiama quel film dove il Marchese mette in scena l’assassinio di Marat dirigendo i ricoverati del manicomio di Charenton?”
“Marat-Sade, regia di Peter Brook.”
“È vero.” Il mio collega è soddisfatto. “E direi che con questo film siamo a posto!”
Non sono d’accordo, e glielo dico. “Lasciamo fuori Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman?”
“Hai ragione! Non possiamo! Soprattutto le scene con l’inflessibile infermiera Louise Fletcher.”
Sento che manca ancora qualcosa. “Se siamo in tempo, allora, io aggiungerei alla lista anche il Mastroianni psichiatra in Per le antiche scale di Bolognini.”
“Giusto. Se non altro perché il film è stato tratto da un romanzo di Mario Tobino, che ha diretto a lungo il manicomio di Lucca.”
“E poi concluderei, forse, con La seconda ombra di Agosti.”
“Sì! Mi sembra una buona idea finire questa sezione con i primi anni di Basaglia come direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia.”
“Anche se, ti confesso, non credo che sia un film riuscito.”
Il Prof ha un sussulto e mi sgrida, dicendo che non posso formulare giudizi avventati. Secondo lui, non basta la sensibilità cinematografica per stabilire se un film sui diversamente folli è molto o poco interessante, se lo stile registico è fluido o no, se gli attori sono più o meno efficaci. Bisogna giudicare, piuttosto, quanto la storia è indicativa di una situazione reale e se il regista riesce a trasmettere un messaggio efficace.
“E gli attori? Perché vengono sempre premiati quando interpretano un sofferente psichico? Secondo me non è poi così difficile!”
Sono d’accordo con il mio collega. “Mi sembra che gli attori si limitino a liberare la naturale inclinazione verso certi comportamenti, repressa dall’educazione e dall’autocontrollo. E che viene fuori, appunto, facendo vivere Sweetie o Birdy.”
“O il giornalista di Il corridoio della paura di Fuller, che per vincere il Pulitzer recita la parte di un maniaco e riesce a farsi ricoverare in un manicomio, dove però rimane internato a vita!”
“O l’adolescente di Sangue nel sogno di Edgar Ulmer, che per smascherare un assassino, credo, si finge pazzo così bene da rischiare di impazzire davvero.”
“Tutti titoli adatti al nostro ciclo di cineterapia omeopatica!”, osserva il mio collega.
Mi viene un dubbio. “Stiamo attenti, perché da questi film si potrebbe dedurre che matti, forse, lo siamo anche noi. O no?”
“Gli Idioti di von Trier ti risponderebbero di sì”, mi dice il collega, “ma sono tanti i film in cui si finisce per intuire che il malato non è poi così malato.”
“O almeno, penso, non più del luogo in cui vive e delle persone che lo circondano.”
La mia osservazione suggerisce al collega un accostamento con un famoso documentario di Agosti, Bellocchio, Rulli e Petraglia. “Matti da slegare ti fa capire proprio questo. È un’opera che esce dagli schemi del documentario classico per entrare nella realtà psicologica e sociale del matto.”
“Ma se oggi si volesse ripetere quell’esperienza?”
Si dovrebbe estendere l’indagine all’intero territorio sociale, mi risponde il Prof, perché accanto alla follia organica è sempre più estesa quella indotta dalla società. Basta pensare a come il tempo della vita venga negato ai più, costretti a lavorare o a sognare di lavorare o a guarire dalle nevrosi provocate dal lavoro. O a come i sentimenti siano ingabbiati dalle istituzioni e dalle norme matrimoniali.
“Ha ragione. È proprio quello che Fassbinder fa capitare al protagonista di Perché il signor R. è diventato matto?”
“O Cassavetes a Gena Rowlands in Una moglie”, aggiungo io.
“O al protagonista di L’inquilino del terzo piano.”
“Siamo sulla buona strada”, ci dice il Prof, “perché il film di Polanski viene già proiettato in alcune scuole ospedaliere per mostrare i sintomi della schizofrenia.”
“Forse perché ci suggerisce che tutti coltiviamo alcuni elementi di follia”, ipotizza il collega.
“E che coltivarli ogni giorno, forse, fa bene alla nostra salute”, intervengo, “perché è come una cura omeopatica contro la vera follia.”
“In più, lo fa mostrando sempre empatia verso i suoi personaggi. Come tutti i film che abbiamo citato finora, del resto!”
Stavolta il Prof è d’accordo con noi. “Per rappresentare qualsiasi cosa”, dice, “ci vuole un rapporto d’amore con ciò che si filma. Sembra logico, ma non lo è. Perché il linguaggio del cinema, fatto di movimenti di macchina, stacchi di montaggio, dissolvenze e flashback, è un po’ come un sogno, e deforma la logica quotidiana. Il cinema scava con successo nell’animo umano solo quando raggiunge una piena aderenza tra le forme proprie del suo linguaggio e il contenuto della sofferenza.”
“Credo di capire cosa intende. Penso, ad esempio, al contrappunto di primi piani in Come in uno specchio di Bergman.”
“Quello dove la protagonista va in vacanza insieme al marito, al fratello e al padre scrittore?”, mi chiede il mio collega.
“Sì. Sono proprio quei primi piani così intensi a delineare la sua disgregazione schizofrenica.”
“Va bene. Se il Prof è d’accordo, lo inseriremo nella nostra rassegna di film omeopatici.”
“Insieme a Lilith di Rossen.”
“Non so come fanno a venirti in mente certi film.”
“Sto pensando al montaggio ellittico e alla geometrica fotografia in bianco e nero. Si adattano bene, mi sembra, alla storia d’amore tra la protagonista psicotica e il suo curante.”
“Proprio come le scene oniriche in Il corridoio della paura.”
Sono d’accordo con il mio collega. “Viste sul grande schermo fanno un grande effetto.”
“Perché sono le uniche in esterni e a colori in un film girato tutto in interni e in bianco e nero.”
“Lei che ne pensa, Prof?”
Ma il Prof non risponde, gli occhi fissi verso la porta.
“A ogni modo, direi che ormai abbiamo messo insieme abbastanza idee e film per una discreta rassegna.”
“Sì, speriamo di esserLe stati utili.”
Stoppiamo la registrazione e riavvolgiamo il nastro. Proprio in quel momento, un colpo secco attira la nostra attenzione verso la porta. Quando ci rigiriamo, il Prof è sparito. Non facciamo in tempo a chiederci dove possa essere finito, che la porta si apre e irrompe nella stanza un uomo vestito di bianco e con gli zoccoli. “Siete riusciti a chiudervi dentro anche oggi, eh?”, urla.
“Per caso, le ha appena chiesto informazioni un uomo con una voce confusa come un letto sfatto?”, gli chiedo senza perdere la mia moderazione.
“Un uomo cosa?”
“Ha dimenticato gli articoli che aveva con sé, il suo inseparabile pacchetto di sigarette e anche questo libro”, gli spiego mentre insieme al mio collega comincio a riascoltare il nastro della chiacchierata.
“Ma queste sono le Diana Blu che fumi tu! Riconosco il pacchetto che ti ho dato un’ora fa!”
Che queste siano le mie sigarette non prova niente. Ma non faccio in tempo a dirglielo.
“Ecco dov’era finito il libro sugli uditori di voci! È tutto il giorno che lo stiamo cercando!”
Mentre l’uomo in bianco e con gli zoccoli si riprende il libro, io e il mio collega ci accorgiamo che, per l’ennesima volta, nella registrazione manca la voce del Prof. Non fa niente, riproveremo domani.
L’uomo appena arrivato, pacchetto di sigarette in una mano e libro nell’altra, ci guarda perplesso. “Dopo tanti anni, continuo a non capire come fate a stare tutto il giorno qui a parlare di film! Siete davvero i più pazzi, qua dentro!”
Conosco bene questa osservazione. “Siamo pazzi veri. O finti pazzi. Chi lo sa… Lei conosce Pirandello?”
“Chi, l’utente della stanza 17?”
“È proprio vero. Gli esseri umani vanno presi a piccole dosi…”
“Gli altri non so. Voi due di sicuro.”

Riabilitazione su Base Comunitaria in Mongolia

a cura della redazione

La filosofia del progetto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si chiama Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è di estremo interesse per chi, come noi di “HP-Accaparlante”, pensa che le problematiche legate allo svantaggio non possano essere affrontate solo con un approccio medico o tecnico-riabilitativo, ma coinvolgendo la comunità ed esplorando altri linguaggi, non solo prettamente scientifici.
Le parole di Sunil Deepak, medico responsabile dei progetti dell’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), chiariscono bene la prospettiva da cui si muove la RBC:
“La filosofia della RBC si può riassumere nel vedere la persona nella sua globalità. Non si può separare ad esempio l’educazione dalla riabilitazione, non dobbiamo occuparci solamente di singoli ‘pezzi’ della persona, come fanno gli specialisti. Dal lavoro all’aspetto sanitario, dalla partecipazione alla vita quotidiana, allo sport, alla cultura: lo sforzo è di vedere tutte le cose insieme. Lo sviluppo della medicina occidentale ha influenzato la cultura dei paesi più poveri nel senso di dire: basta avere la tecnologia e gli esperti e si può fare tutto. Questo atteggiamento si basa su istituzioni e strutture costose. In realtà c’è poca attenzione alla continuità dei progetti, e l’ultima fase rischia di essere quella dell’arrangiarsi. Quando andiamo nei Paesi più poveri siamo abituati a guardare gli ospedali e a contare quanti sono i medici e terapisti, e quando non li vediamo diciamo che non esiste niente. La RBC, invece, dice che ci sono tantissime risorse (i genitori, gli amici, la comunità…) che vogliono fare qualcosa e che fanno quello che possono, come ad esempio andare dallo sciamano e fare sacrifici. Se tu dai loro la possibilità di acquisire qualche strumento in più, qualche conoscenza, loro sono pronti a fare qualcosa in più. Non puoi sostituire il ruolo dei professionisti, ma ci sono tanti aspetti cui i professionisti non possono dedicarsi: è, diciamo, una riabilitazione complementare.”

Ciò è tanto più vero quando consideriamo Paesi come la Mongolia, dove le distanze e il nomadismo di una parte della popolazione impediscono un approccio “europeo”. La Mongolia è divisa in 22 unità amministrative principali, comprese 21 unità territoriali (aimag) e la capitale Ulaanbaatar. Un aimag può arrivare ad avere fino a 27 unità territoriali (somons). In Mongolia ci sono 331 somons e 1550 unità territoriali più piccole (bags). La capitale Ulaanbaatar è suddivisa in 121 servizi distrettuali chiamati horoo. Ulaanbaatar non è solo la capitale del Paese, ma anche il centro economico, d’affari e culturale. Gli altri due centri urbani del Paese, Darhan e Erdenet, sorsero a metà del ’900 e sono diventati centri industriali (ad esempio per l’estrazione mineraria) e d’affari. In Mongolia, il centro aimag è la sede amministrativa del governo locale, e anche la sede delle istituzioni legali, dei teatri, degli ospedali, degli uffici d’affari, delle scuole e delle industrie. La maggior parte della popolazione aimag lavora nell’industria leggera, nei servizi e nelle piccole imprese d’affari. La popolazione locale (bag) tende a lavorare nell’agricoltura e nell’allevamento e principalmente conduce una vita nomade. I mongoli migrano con i loro greggi a seconda dei cambiamenti di stagione e delle condizioni meteorologiche. Tipicamente i loro accampamenti stagionali sono localizzati ai bordi dei loro somons e bags nonostante la siccità, gli zuds (forti nevicate) e altri disastri naturali, che possono spingerli in diversi posti. I loro spostamenti rendono più difficoltoso per loro l’accesso alle cure mediche e ad altri servizi.
Uno dei principali problemi che affrontò la Mongolia fu il passaggio da un mercato economico centralizzato a uno aperto, che ha generato nuove povertà. Nel 1998, l’Indagine sugli Standard di Vita della Popolazione ha scoperto che il 35,6% della popolazione era povera, di cui il 19,7% molto povera. Nel 2000 i dati riportavano un 38,3% della popolazione povera, di cui il 16,3% molto povera.
Attualmente la povertà è indubbiamente un problema molto sentito in Mongolia. Agli inizi degli anni ’90, mentre gli standard di vita si indebolivano, la popolazione riusciva ancora a preservare sufficientemente gli ambiti dell’educazione e della salute e ciò permetteva di sostenere un livello di vita decente. Con l’aumento della povertà la situazione sta peggiorando. Le principali cause di povertà sono: la disoccupazione, i disastri naturali così come la siccità e i temibili zuds, le forti nevicate che impediscono l’accesso ai prati destinati al pascolo degli animali. Oltre a ciò è in aumento la percentuale della popolazione disabile.

La strategia della RBC
Nel 2003 l’équipe nazionale di RBC ha focalizzato l’attenzione sull’identificazione delle disabilità e delle persone disabili. Già da alcuni anni il progetto di RBC effettuato in Mongolia stentava a decollare. Si è pensato quindi di organizzare un workshop sull’individuazione tempestiva della disabilità da parte dei membri del comitato RBC locale. Il workshop è stato organizzato regionalmente nelle aree che realizzano il progetto RBC. Un’indagine per campione è stata fatta in ogni area selezionata, dove tutti i membri addestrati del comitato RBC parteciparono. Il manuale Individuazione tempestiva dei bambini sotto i cinque anni fu tradotto nella lingua mongola e fu il principale libro utilizzato dai membri addestratori.
Fra gli altri progetti RBC realizzati da AIFO in Mongolia ne vogliamo ricordare uno in particolare, dedicato all’educazione dei bambini con difficoltà nello sviluppo. Lo scopo del progetto è dare l’opportunità ai bambini con disabilità di svilupparsi come gli altri bambini non disabili e in particolare di integrarli nelle scuole principali. Si è introdotto a tal fine un modulo in RBC nel curriculum di studi degli studenti laureandi presso l’Università di Pedagogia. Attualmente, in base ai loro desideri, otto studenti hanno creato un “Gruppo di Studenti” volontari che aiuteranno i bambini disabili. Quest’anno 280 studenti hanno dato un esame su Scienza dei deficit (Defectology, Pedagogia speciale). Un importante passo è stato la valutazione di 71 lezioni standard per i bambini con difficoltà visive, uditive o relative alla parola, ma anche con ritardo mentale, nelle scuole normali e speciali in collaborazione col Ministero dell’Educazione.
Un micro-progetto sull’inclusione dei bambini con disabilità è stato realizzato nella Scuola dell’Infanzia n. 17 del Distretto del Suhbaatar. Complessivamente sono stati coinvolti 17 bambini con difficoltà motorie e d’apprendimento. Tutti i bambini disabili sono stati visitati dal dottore della Scuola d’Infanzia n. 10, specializzato nelle paralisi cerebrali infantili e, in quel territorio, l’unico specialista per i bambini con difficoltà nel movimento. I bambini disabili hanno avuto aiuti ortopedici adatti ordinati dalla sezione di Ortopedia, anch’essa realizzata dall’AIFO nel 2000. Tutti gli insegnanti della scuola dell’infanzia e i genitori dei bambini disabili sono stati coinvolti in un seminario generale, organizzato dall’AIFO e dal gruppo di RBC nazionale. Come risultato, i genitori e gli insegnanti hanno iniziato un percorso di approfondimento delle tematiche relative alle disabilità e soprattutto hanno compreso l’importanza di integrare i loro bambini nelle scuole normali.
Rimangono molte difficoltà: non ci sono in Mongolia dati statistici adeguati relativi alla disabilità, persiste una mancanza di consapevolezza da parte della popolazione nei riguardi delle persone disabili, c’è un forte turn-over del personale della RBC (dottori, insegnanti e volontari).
Per risolvere queste difficoltà è necessario un lavoro di ricerca e coscientizzazione capillare. Ad esempio avere dei propri dati statistici relativi alla disabilità è un’attività essenziale per la RBC, come anche formare i membri del comitato locale di RBC sulla necessità di un metodo con cui fare le visite casa per casa. È necessario, infine, migliorare la partecipazione dei membri del comitato locale di RBC. Si potrebbe fare molto con una campagna di sensibilizzazione sulla disabilità, cercando di trasmettere un cambiamento degli atteggiamenti attraverso radio, TV e quotidiani.
Per finire, ancora le parole di Sunil Deepak: “Quando si lavora con le persone nei villaggi si fanno cose bellissime, ma purtroppo si coinvolgono solo poche persone. Bisogna cercare di coinvolgere i governi nazionali per costruire delle politiche per i disabili. Cerchiamo contatti con quanti più Ministeri possibili, Lavoro, Sanità, Educazione, Affari Sociali. Quando ci sono, bisogna rinforzare le strutture che già esistono. Ad esempio nei villaggi non c’è solo volontariato, ma ci sono anche gli insegnanti, che sono portatori di informazioni e non solo distributori di servizi, e possono andare nelle case, parlare con le persone. Le persone disabili e le loro famiglie devono uscire dall’isolamento, devono capire che insieme hanno più forza, possono cominciare a parlare come gruppo dei loro problemi e vedere quali soluzioni esistono. Agenzie esterne, che sia AIFO o il governo, possono arrivare fino a un certo punto. Solo quando le persone cominciano a reclamare i loro diritti, solo allora un cambiamento può avvenire.”

Per saperne di più:
www.aifo.it

CIP… CIP… CIP…

di Giovanni Preiti

Non è il verso di qualche uccellino, che svolazza sopra alla vostra testa, ma l’acronimo del nuovo Comitato Italiano Paraolimpico, che ha il compito di organizzare e gestire le attività sportive praticate dalle persone disabili in Italia. La nascita di questo comitato ha un enorme significato storico, perché finalmente si avrà un riferimento nazionale per tutti quegli enti, associazioni, federazioni, gruppi che fanno attività sportiva con le persone con deficit, sia intellettivo, sensoriale  fisico. Fino a oggi venivano riconosciute solo le federazioni sportive affiliate alla FISD (Federazione Italiana Sport Disabili), che con la nascita del CIP, scomparirà. Questo è un gran risultato per tutte quelle associazioni sportive, gruppi sportivi, enti che fino a oggi non venivano considerati dalla realtà dello sport ufficiale solo perché non tesserati alla FISD. Citando le parole dell’attuale presidente della FISD Luca Pancalli: “Con la costituzione del CIP, il Paese si dota di un ombrello sotto il quale tutte le varie organizzazioni sportive per i praticanti disabili trovano una propria casa, pur operando in piena autonomia. Per la prima volta, ci vengono riconosciuti compiti aggiuntivi che sottolineano il ruolo sociale dell’ente.”. Il problema dell’attività sportiva per le persone con deficit sembrerebbe così risolto, ma purtroppo la strada è appena all’inizio e si presenta tutt’altro che facile. Si può fare un parallelismo con l’evoluzione dello sport dei cosiddetti “normodotati” in Italia: attualmente la gestione dello sport, anche economica, è a carico del CONI, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che, come il nome stesso indica, doveva occuparsi solo della selezione, preparazione e gestione degli atleti da inviare alle Olimpiadi, ma che oggi è diventato  il vero e proprio “Ministero dello sport”. Il CONI, nato nel 1942 con la legge 426, via via assume un ruolo centrale nel panorama nazionale dello sport italiano, anche grazie al supporto economico fornito dal Totocalcio, gestito direttamente dal CONI, che diventa la sua fonte principale di finanziamento, tanto da renderlo autonomo. Il CONI è formato dall’insieme delle Federazioni sportive nate spesso autonomamente (con una parte ad autonomia privata e una parte pubblica gestita addirittura dallo stato anche tramite l’utilizzo di personale stesso del CONI) e poi da esso riconosciute; una federazione per ciascuna disciplina sportiva. Le finalità delle Federazioni sportive sono quasi esclusivamente indirizzate allo sport selettivo, rivolto alla performance, alle gare e ai campionati agonistici e non si occupano dello sport a livello promozionale, ludico, scolastico e tanto meno come strumento sociale o di mera fruizione nel tempo libero. Il CONI si è così evoluto negli anni sviluppando queste caratteristiche proprie delle federazioni che ne fanno parte, compresa la FISD. Nel frattempo, però, lo sport in Italia e in Europa e nel Mondo ha preso un’altra direzione, dando grande risalto allo sport per tutti inteso come strumento di aggregazione per tutti gli atleti, esaltandone le diverse capacità e non le prestazioni assolute che portano inevitabilmente all’esclusione degli atleti meno performanti. Questo non a discapito degli sportivi più forti, che anzi rimangono un’espressione di punta di un movimento che nasce da una base comune per arrivare al massimo livello, costituendo un forte stimolo ed esempio per tutti i componenti del movimento e non solo per i più dotati. Questi fini sociali dello sport per tutti sono stati riconosciuti fin dal 1975 dalla “Carta europea dello sport per tutti” alla quale hanno fatto seguito varie pubblicazioni e modifiche fino alle ultime del 2001, dove è stato definito il quadro delle norme da seguire nel campo delle politiche sportive che devono sottoscrivere tutti i paesi europei integrato e completato da un “Codice di Etica sportiva”.
Il Comitato per lo sviluppo dello sport (CDDS), creato nel 1977, che riunisce tutti i 48 Stati contraenti la Convenzione Culturale Europea, definisce e gestisce un programma di lavoro paneuropeo e predispone le Conferenze dei Ministri europei dello sport.
Cito alcuni articoli del Consiglio d’Europa:

Sport e democrazia
SPRINT programme (Sports Reform, Innovation and Training Programme). Il Consiglio d’Europa assiste i nuovi Stati membri in molti settori, tra cui la legislazione in materia sportiva, mediante il programma SPRINT (Programma per la riforma, l’innovazione e la formazione in materia sportiva). Tale programma è in attività dal 1991 e ha fornito consulenze ed esperienze tecniche a 23 paesi aiutandoli a riformare la loro politica e ad ammodernare le loro strutture amministrative sportive.
Il programma comprende degli aspetti quali la democratizzazione dello sport, la promozione dello sport nella politica generale del paese e la partecipazione di tutte le fasce della popolazione alle attività sportive (Sport per tutti). Sono stati organizzati dei seminari itineranti, dei convegni e un programma di scambi sull’amministrazione e la gestione dello sport.
Lo sviluppo della cooperazione tra le autorità pubbliche e le organizzazioni sportive non governative (ONG) in materia di promozione dello sport sta diventando una priorità nei nuovi paesi membri.

La coesione sociale e lo sport
È rilevante il ruolo svolto dallo sport a favore della coesione sociale: in questo settore il Consiglio d’Europa contribuisce al processo di democratizzazione, in special modo presso i giovani, in applicazione, tra l’altro, della Raccomandazione N.R (99) 9 sul ruolo dello sport a favore della promozione della coesione sociale, adottata dal Comitato dei Ministri.
È stata accordata un’attenzione particolare all’elaborazione di programmi sportivi per i gruppi minoritari, quali gli immigrati, i profughi, i disoccupati, i detenuti e i giovani delinquenti e le persone disabili. I programmi vengono realizzati in stretta collaborazione con le autorità centrali, regionali o locali, oppure vengono affidati all’associazionismo sportivo nei paesi interessati.
La coesione sociale mediante lo sport ha un ruolo particolare e di grande rilievo nel processo di ricostruzione e di riconciliazione nell’Europa del Sud-Est.

Da questi articoli traspaiono le linee guida che l’Europa intende dare alla politica dello sport nei diversi Stati. In Italia, secondo dati Istat (dati del 2000), le persone che praticano attività sportiva saltuariamente o costantemente sono il 28,4 % della popolazione, pari circa a 16 milioni di persone, di questi solo 3 milioni fanno capo al mondo dello sport promosso dalle Federazioni Sportive Nazionali. Non ha quindi senso che il governo dello sport italiano sia composto solo da membri di queste federazioni. Forse Luca Pancalli ha visto giusto nell’unificare lo sport per le persone con deficit sotto la grande casa del CIP, comprendendo tutte le attività sia promozionali che ludiche e scolastiche, auspicando un futuro di collaborazione e costruzione di un mondo dello sport disabili unificato, dando un esempio anche allo sport dei “normali”, che probabilmente dovrebbe prendere esempio dal Comitato Italiano Paraolimpico. Non ho ancora visto lo statuto del CIP (mentre scrivo la riunione per lo statuto non si è ancora verificata), ma auspico  che questa felice idea della FISD non faccia la fine del CONI, che per ora non rispecchia di certo la realtà sportiva del nostro paese e la crescita ed evoluzione dello sport in Italia, Europa e nel Mondo. Il 10 e 11 luglio la FISD si riunirà a Bagni di Tivoli (Roma) per approvare questo statuto; lì vi saranno tutti i membri delle Federazioni affiliate alla FISD: spero che il consiglio che si andrà a creare sarà anche in grado di accogliere e farsi da parte di fronte al sempre più forte sviluppo dello sport da performante a ruolo formativo e di crescita nella totalità della vita di ciascun cittadino, a quello di prevenzione sanitaria, inclusione e coesione sociale, educazione alla democrazia ed economia sociale che sempre più si delinea nella società moderna.  Dovrà quindi includere nella maggioranza i rappresentanti degli enti di promozione sportiva, delle associazioni, del mondo scolastico e collaborare strettamente con essi e, naturalmente, pensare che la maggior parte delle risorse pubbliche non andrà più a favore delle Federazioni, ma al movimento sportivo di base.

Come è andato l’Anno Europeo fuori dall’Italia? (II parte)

di Massimiliano Rubbi

Proseguiamo la rassegna su ciò che è successo nel 2003, Anno Europeo delle persone con disabilità, in alcuni paesi dell’Unione. Nel numero precedente di “HP-Accaparlante” avevamo parlato di Spagna e Gran Bretagna; ora ci muoviamo verso est.

Austria (moderatamente) Felix
Nel marzo 2004 la rivista “Monat” della ÖAR, organizzazione che raggruppa 73 associazioni di disabili austriache, ha pubblicato un editoriale non firmato in cui dell’Anno Europeo veniva tracciato un bilancio nazionale molto approfondito, che sfugge alla logica del “tutto bene – tutto male” dichiarando subito che la valutazione dei risultati è “un’impresa a molti strati”, e risultando pertanto particolarmente interessante. In primo luogo vengono prese in esame le politiche per le persone con disabilità, e qui si sottolinea con disappunto come l’unica rilevante misura proposta, ancora una volta la legge contro la discriminazione lavorativa, non sia stata ancora approvata, un po’ per il ritardo con cui le iniziative sono state avviate (all’inizio dell’estate 2003), ma soprattutto per la “titubanza” con cui il Governo ha ammesso di aver appoggiato il cammino di questo provvedimento.
Ben più positive sono le valutazioni sulle iniziative svolte: “a differenza dell’Anno ONU delle persone disabili 1981, in cui la politica organizzò alcune manifestazioni per le persone disabili, queste ultime sono state impegnate in quasi tutte le attività dell’iniziativa 2003, almeno nella fase di progettazione”. Purtroppo è ancora in progetto un’analisi del raggiungimento degli obiettivi da parte della miriade di eventi organizzati, ma si riscontra a livello generale “un ulteriore aumento di solidarietà e azioni comuni da parte delle persone disabili e delle loro associazioni”. E per quanto riguarda i media, si rileva una crescita di interesse al tema della disabilità, tanto che anche la ORF (la rete televisiva pubblica), storicamente disattenta alle esigenze dei sordi di sottotitoli e lingua dei segni, si è meritata encomi per alcuni servizi informativi, come la Coppa del Mondo di Sci per atleti disabili.
Quel che risulta più interessante è però la descrizione di alcuni esempi di ricadute del 2003 sul futuro. Una nota società di consulenza aziendale ha realizzato, in collaborazione con la ÖAR, un manualetto rivolto a chi si occupa di formazione e direzione del personale, con consigli e indicazioni per una gestione efficace dei lavoratori (o potenziali tali) con disabilità; i testi sono stati messi a disposizione delle aziende clienti, che si sono impegnati a rielaborarli graficamente e a inserirli nella propria documentazione interna. Una catena immobiliare ha stretto un accordo con la rete austriaca di consulenza per progetti senza barriere, per sfruttarne il know-how costruttivo, in cambio di una promozione della stessa rete attraverso i propri canali di pubbliche relazioni. I consiglieri di un distretto di Vienna hanno partecipato all’inizio di marzo del 2004 a una seduta di formazione tecnica all’Università sulle misure a favore delle persone con disabilità, in modo da poter rilevare e correggere le barriere e i pericoli che la loro attività in ambito di edilizia, traffico e appalti può creare o tollerare ingiustamente (cantieri mal delimitati, ostacoli sui marciapiedi…). Tutte queste iniziative non si chiudono con il momento di “festa” o di “sensibilizzazione” svoltosi nel 2003, ma hanno precisi obiettivi di lungo termine, e ciò le rende fonti di ispirazione anche per l’Italia, e anche per il 2004, il 2005…

Uno sguardo a est
La partecipazione all’Anno Europeo era aperta anche ai 10 Stati “candidati” all’ingresso nell’Unione, che dal 1° maggio 2004 sono divenuti pienamente parte di essa. Tutto sommato, l’occasione sembra quasi essere stata più sentita in questi paesi che in quelli già membri: soprattutto per il grado complessivamente più basso di integrazione sociale che caratterizza i disabili in queste nazioni, ma anche per la maggiore diffusione sociale dell’handicap (si calcola che negli Stati dell’allargamento le persone con disabilità siano 26 milioni, con un’incidenza del 25% sulla popolazione, contro il 10% degli Stati precedentemente membri).
Mária Orgonášová, dell’Alleanza delle organizzazioni delle persone disabili in Slovacchia, sottolinea come il 2003 sia stato vissuto dalle associazioni nazionali come la continuazione di una grande iniziativa svolta nel luglio 1999, quando la campagna “Slovacchia libera da barriere” vide molti giovani volontari girare il paese per sensibilizzare la popolazione e le istituzioni locali contro le barriere architettoniche, informative e psicologiche verso le persone con disabilità. Nel 2003 sono stati esaminati diversi progetti delle varie città slovacche per la competizione “Autogoverno e Slovacchia libera da barriere”, e sono state svolte diverse iniziative, come un happening anti-barriere nei supermercati rivolto ai bambini in giugno e un seminario sull’accessibilità all’informazione per i disabili visivi in ottobre. In particolare, viene sottolineato il crescente rapporto con l’EDF, ai cui documenti sulla condizione dei disabili in Europa si è cercato di dare risalto, e il fatto che nell’autunno 2002 una persona in sedia a rotelle, Peter Bódy, sia divenuta per la prima volta membro del Parlamento slovacco. Tutto ciò induce a considerare che “oggi abbiamo possibilità molto migliori di influenzare la creazione di nuova legislazione (su sostegno e previdenza sociale, servizi all’impiego, ecc.)”. Anche dall’ingresso nell’UE ci si attendono “più opportunità di scambiare l’esperienza reciproca e incidere sulla creazione di dichiarazioni e regole comuni nell’interesse di migliori condizioni di vita delle persone disabili”.
In Estonia, invece, l’Anno Europeo sembra essere stato soprattutto l’occasione per migliorare la cooperazione tra associazioni e istituzioni, specie a livello di singole regioni. Stando al resoconto di Meelis Joost, responsabile delle relazioni internazionali per Epikoda, la Camera delle Persone Disabili per l’Estonia, la “Campagna 2003” ha organizzato seminari nelle diverse zone del paese, con declinazioni specifiche a seconda delle problematiche locali. Tra gli esiti, una “cooperazione migliorata tra i membri [delle associazioni] che non avevano avuto un contatto stretto in precedenza” e una “nuova consapevolezza dell’importanza della rete – essere capaci di lavorare per un obiettivo comune”, ma anche, proprio come in Austria, un manuale per i datori di lavoro che intendono assumere persone disabili. Tuttavia, le iniziative di sensibilizzazione non intaccano troppo un “clima politico [che] non è a grande favore delle persone disabili”, soprattutto per la carenza di investimenti in politiche sociali, considerando che “durante il periodo della riacquistata indipendenza [dal 1991] la percentuale di spesa del PIL in campo sociale è diminuita, anche se la somma totale è in crescita”. Riassumendo, “l’Anno Europeo non può essere considerato un’opportunità mancata – ma molto di più avrebbe potuto essere fatto da parte di diversi attori”. Anche per questo, gli spin-off del 2003 vedono una minore concentrazione sulla sensibilizzazione e uno sforzo maggiore verso il miglioramento di legislazione e politiche. Inoltre, si cerca di rafforzare le sanzioni contro le violazioni alle leggi sui diritti delle persone disabili, attualmente oggetto di scarsa vigilanza, e di stabilizzare un ambiente di “lavoro di rete” tra le associazioni, per generare un reale movimento di società civile, imponendo ai legislatori nazionali ed europei un punto di vista ampio, dato che “ci sono aspetti in ogni campo della società che hanno a che fare con la disabilità”.

Conclusioni provvisorie
Cosa resterà del 2003? Forse qualcosa di più di quanto la ricorrente descrizione come “occasione mancata” possa far credere al pubblico italiano. Il 30 ottobre 2003 la Commissione Europea ha presentato un Piano d’Azione 2004-2010, in cui si propongono impegni per lo sviluppo e il rafforzamento degli esiti dell’Anno Europeo. Le quattro priorità individuate sono l’accesso e la permanenza all’impiego, la formazione continua per sostenere l’occupabilità, le nuove tecnologie per facilitare l’accesso all’impiego e l’accessibilità al pubblico degli edifici per migliorare l’integrazione sociale e la partecipazione nei luoghi di lavoro (è innegabile: quando le istituzioni europee parlano di disabilità, quella per il lavoro è una vera e propria ossessione!). Sono previsti rapporti a cadenza biennale sulla situazione delle persone disabili nell’Unione allargata, a partire dal 2005. La strada verso la piena cittadinanza per chi vive una disabilità è lunga ma tracciata; il 2003 ne è stata una pietra miliare (e non tombale), ma sarà necessario attingerne un’ulteriore spinta in avanti.