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Autore: Nicola Rabbi

4. A scuola di diversità

a cura di Luca Baldassarre

Intervista a Claudio Imprudente, ideatore del Progetto Calamaio e coautore del libro omonimo.

Raccontami quando e dove è nato il Progetto Calamaio.
Se dovessi spiegare in, una parola la nascita del Progetto Calamaio direi: “fiducia”.

Perché proprio fiducia?
Beh, perché sono cresciuto in un contesto che aveva fiducia nelle mie possibilità, mi offriva cioè una chance. È proprio, questo il punto, offrire una chance. Per un disabile questa opportunità non è scontata, anzi talvolta l’ambiente che lo circonda non solo non gliela offre, ma spesso contribuisce a creare di lui una immagine distorta, per non dire sbagliata. Dimostrare che sia sbagliata non è, almeno secondo il mio punto di vista, difficile. Provate a pensare ai termini che vengono associati ad una persona in situazione di handicap; sfiducia, sfortuna, sofferenza, … e mi fermo qui per non annoiarvi. Ci si sente cioè etichettati e vi assicuro che non è nient’affatto facile tirarsi via questa specie di francobollo. Toglierselo vuol dire riconoscere di essere diversi, accettare quegli: “sguardi”, quei “poveretto”, quei “come va, tutto bene?”. Non sempre se ne ha voglia, e poi perché se ne dovrebbe avere voglia? Sa qual è il paradosso? Prima che nascesse il Calamaio venivo trattato come un inabile-incapace. Ora sono diventato un personaggio, eppure sono sempre lo stesso: leggevo prima e leggo adesso, adoravo il Milan quando c’era Rocco, figuriamoci adesso con Capello e Tabarez. Curioso no?

Si hai ragione …È curioso. Tornando alla nascita del Calamaio….
Mi ricordo che nel 1981 insieme ad alcuni amici disabili e non decidemmo di fondare nella nostra città Bologna, un Centro di Documentazione sull’Handicap, che poi risultò essere il primo in Italia…

Secondo te perché un’idea cosi è nata proprio a Bologna?
Senza voler azzardare delle analisi sociologiche, direi che probabilmente dipende dal fatto che Bologna è sempre stata attenta alle fasce di emarginazione, quindi c’erano tutte le condizioni affinché un progetto come questo avesse successo.

Torniamo alla domanda precedente…
Si, allora, come dicevo poc’anzi, l’intenzione era quella di creare un posto dove potersi incontrare e discutere, non necessariamente solo di handicap, ma anche di politica, di sport, insomma un luogo di “cultura” nel senso nobile del termine. Oggi il CDH, come lo chiamiamo noi, è un’associazione autonoma, mentre per molti anni abbiamo fatto parte dell’Aias (Associazione italiana per l’assistenza agli spastici) di Bologna. Ha diversi dipendenti, possiede diecimila volumi sull’handicap, archivia più di trecento riviste del sociale, pubblica una rivista bimestrale a diffusione nazionale (HP.Accaparlante), che proprio l’anno scorso (nel ’95) ha vinto il premio della FIVOL (Federazione italiana del volontariato) come migliore rivista del settore; un bollettino provinciale (Metropoli) che è una sorta di osservatorio sulle fasce di emarginazione cittadine. Inoltre gestisce corsi di formazione per insegnanti, educatori, e operatori sociali, sui temi: sessualità ed handicap, la relazione d’aiuto, l’adolescenza, rapporto operatore-famiglia e la prima informazione (l’informazione che viene data ai genitori quando nasce un bambino con deficit). Tutto questo avvalendosi della collaborazione di uno staff di giornalisti, psicologi e pedagogisti. Offre la possibilità di documentarsi su molti argomenti come: AIDS, alcoolismo, anziani, extracomunitari (solo per fare alcuni esempi), per mezzo della raccolta e dell’archiviazione di articoli tratti da riviste e quotidiani nazionali. E infine promuove attività di animazione e sensibilizzazione con il Calamaio.

Che cos’è il Progetto Calamaio e perché si chiama così?
Grazie per questa domanda; come tutti sanno il calamaio è un contenitore per l’inchiostro. A noi piaceva l’idea di poter disporre di una riserva d’inchiostro che ci consentisse di esprimerci per molti anni a venire. Ad ogni modo il Calamaio è come le dicevo nella risposta precedente, un progetto di sensibilizzazione all’handicap e alla diversità attraverso attività di animazione e corsi di formazione.

Quali sono gli obiettivi che intendete perseguire?
Favorire l’integrazione delle persone disabili valorizzando la propria e quindi altrui diversità, cercando cioè di coglierne gli aspetti positivi. La finalità è quella di creare una “cultura” basata sull’accettazione della diversità, che io ho ribattezzato “Nuova Cultura dell’Handicap” che si antepone ad una “vecchia” fondata invece sul rifiuto o anche sulla negazione di tali diversità, accrescendo l’indifferenza e fomentando il sospetto e gli stereotipi. Sono convinto che questa operazione passi innanzitutto da una informazione corretta, che ha il pregio di smascherare i luoghi comuni ed incoraggiare la conoscenza. In una parola contribuisce a ridurre le distanze. Anche perché, molto spesso, queste barriere pregiudiziali si erigono per difendersi; in particolare nei rapporti sociali. Per spiegarmi meglio voglio farti un esempio, raccontandoti un episodio della mia vita che potremmo definire ” esemplare”. L’altro giorno sono entrato in un bar, sapete quei bar con centinaia tra sacchetti di patatine e pacchetti di caramelle accatastati sugli espositori… Accompagnato da un mia collega mi siedo ad un tavolino. Dopo qualche minuto arriva il barista, un signore di mezza età con camicia bianca e gilet a fiori d’ordinanza, si avvicina e chiede cordialmente: “Che cosa prende?”. Rivolgendosi al mio accompagnatore. Dopo aver riportato sul suo taccuino l’ordinazione aggiunge: “E il suo amico?”. A scanso di equivoci voglio subito dire che questo banale episodio di vita quotidiana non vuole  e non deve essere letto con significati polemici, vuole invece soffermarsi sulla relazione intercorsa tra me ed il barista, anzi per meglio dire la non-relazione. Nella. normale vita sociale il disabile è spesso “protagonista” di questo genere di relazione. Mi sembra inutile sottolineare che da questo tipo di rapporti si possa trarre ben poco, pur riconoscendo loro una logica ed una funzione nelle relazioni interpersonali. Ad ogni modo è da queste semplici considerazioni che si può intuire l’utilità e anche la controtendenza di un progetto come il Calamaio, che di fatto “costringe” a rapportarsi con la diversità. Vedi, se tu vuoi comunicare con me è necessario che prendi in mano la tavoletta trasparente e che mi guardi negli occhi. È a questo punto che l’handicap, la diversità acquista valore, diventando occasione di crescita attraverso il confronto. Questo mi pare possa essere definito un obiettivo specifico.

Me ne indichi alcuni generali?
Sicuramente educare alle diversità vuol dire educare al rispetto dell’altro, non necessariamente disabile, ma anche di diversa cultura, o appartenenza politica o religiosa. Si arriva così a parlare di educazione alla tolleranza e alla multietnicità. Altro importante obiettivo del Progetto Calamaio è legato alla. formazione di gruppi come il nostro, che possano portare, avanti i nostri stessi obiettivi, magari con metodologie diverse. E’ proprio quello che è successo a Parma grazie soprattutto al Comune che ha incoraggiato e appoggiato la nostra iniziativa. Se mi concedi due righe mi piacerebbe citare una frase di Martin Luther King che mi ha sempre colpito. In un famoso discorso lui ha detto: “I have a dream”. Io credo che ciascuno di noi dovrebbe recuperare questa capacità di sognare, non so se l’ho esercitata più di altri, però io un sogno ce l’ho: vorrei che nascessero, in tutte le città del mondo progetti come il Calamaio.

A chi vi rivolgete?
Con il tempo la, nostra area d’intervento si è allargata molto. Quando siamo partiti lavoravamo soltanto nelle scuole, oggi invece pur avendo scelto di riservare alla scuola un posto privilegiato, abbiamo una vasta utenza che ci contatta: gruppi di volontariato, gruppi di genitori, operatori del settore, scuole per terapisti, infermieri ed altro. A queste vanno aggiunte le richieste di collaborazioni sul territorio, gli inviti ai convegni nazionali ed internazionali, che per noi rappresentano un importante occasione di interscambio. Vorrei aggiungere due parole sulla scelta della scuola come settore privilegiato d’intervento. Tu sai che la. scuola è, dopo la famiglia, l’agenzia educativa più importante. Va da sé che un progetto che fa cultura in senso ampio, possa e debba intervenire in quest’ambito. Quindi se vogliamo la scelta è stata obbligata.

Come lavorate alla preparazione degli incontri?
Nel nostro caso l’esperienza del lavoro di gruppo è stata ed è fondamentale. Il Progetto Calamaio si articola in due distinti gruppi di lavoro: uno si occupa delle materne ed elementari, l’altro delle medie inferiori e superiori.
Il percorso per ogni ordine scolastico prevede, oltre alle attività di animazione con gli alunni, incontri di programmazione e verifica con gli insegnanti, indispensabili per calarsi nella realtà della classe che incontreremo. Prima di andare oltre, mi pare sia importante farti un esempio sulle diverse modalità delle relazioni che intercorrono tra noi e gli studenti nei vari ordini scolastici. Nel corso di dieci anni di attività abbiamo potuto elaborare una vera e propria casistica sul loro comportamento. Nelle scuole superiori solitamente c’è molto più imbarazzo e diffidenza che nelle elementari o nelle materne. Risulta infatti chiaro che in un bambino il pregiudizio è meno radicato che in un adolescente. Di conseguenza è più facile che domande come: “Ma tu perché sei così?” ci siano rivolte da un bambino di quattro anni che da un ragazzo di quindici. Comunque questo non vuol dire che con gli studenti più adulti non si ottengano risultati, ma semplicemente che occorre, un po’ più tempo per rompere il ghiaccio. Per farti capire meglio: quando entriamo in queste classi di solito c’è quel brusio classico delle aule studentesche. Nel momento in cui varchiamo la soglia dell’aula subentra un silenzio assoluto, quasi irreale. Noi l’abbiamo ribattezzato “effetto Calamaio”.

Prima parlavi di formazione di altri gruppi come il vostro. Siete a conoscenza dell’esistenza sul territorio nazionale di gruppi come il Calamaio? Se esistono c’è collaborazione tra di voi?
Attualmente esistono solo due esperienze in Italia simili al Calamaio e si tratta comunque di esperienze che hanno preso spunto dalla nostra. L’uno è un progetto attivato a Roma, con il quale però abbiamo avuto contatti soltanto all’epoca della sua nascita. L’altro è naturalmente quello di Parma che fa capo al Consorzio delle Cooperative con il quale abbiamo collaborato in modo proficuo per diversi anni come testimonia questa pubblicazione. Oltre a queste, abbiamo creato una rete di relazioni e collaborazioni esterne al fine di evitare il rischio di autoconfinarsi in una realtà importante ma pur sempre parziale come quella dell’handicap. In quest’ottica vanno lette le collaborazioni con il gruppo Exodus e Libera. Come saprai Exodus, il cui ideatore è Don Antonio Mazzi, è un progetto per il recupero dei tossicodipendenti attraverso il soggiorno in comunità terapeutiche. Siamo stati invitati presso una delle comunità per tenere alcune lezioni ad ex-tossicodipendenti divenuti poi operatori sociali. E’ stata l’occasione per confrontarci sui temi della difficoltà e dell’accettazione di sé partendo dalle nostre esperienze che, seppur diverse, presentano interessanti analogie.

12. Corpi in scena

a cura di R. D. S.

Dalla parola al corpo/ Che cos’è lo psicodramma di Moreno e perchè viene così utilzzato in ambito comunitario. L’ostilità iniziale della psicoanalisi verso questa forma di psicoterapia di gruppo che privilegia l’uso del corpo. Intervista ad Alfredo Rapaggi psicoterapeuta, direttore della Scuola di Psicodramma di Bologna, direttore del Centro Studi Mosaico Psicologie.

Dove è nato lo Psicodramma?
Lo psicodramma è stata la prima forma di psicoterapia di gruppo, in Italia è arrivato tardi rispetto ad atri Paesi, ma bisogna pensare che tutte le altre psicoterapie di gruppo derivano o hanno seguito lo Psicodramma. È nato da J.Levi Moreno, che prima a Vienna all’inizio del secolo e successivamente in America ha avuto l’idea di portare il pubblico, parte del pubblico e in particolare un soggetto sulla scena a rappresentare le proprie esperienze, in modo particolare le proprie le fantasie.
Dobbiamo pensare che, in quel periodo l’altra psicoterapia, unica, che si stava diffondendo era la psicoanalisi, quindi lo psicodramma,  ha seguito a ruota la psicoanalisi e il giudizio che Freud ha dato dello psicodramma non è stato assolutamente positivo. Allora Freud praticava la psicoanalisi al segreto di uno studio. All’inizio Freud faceva le sedute direttamente a casa dei pazienti, poi proprio per arrivare in un ambiente protetto il più possibile aveva portato i pazienti nello studio.
Lo Psicodramma è stato a lungo nascosto; in Italia negli anni 70 sono arrivate le prime forme di psicoterapie di gruppo Gestalt, Rogersiani, bioenergetica, tutto quelle che erano le esperienze americane di  Palo Alto. I gruppi venivano chiamati psicoanalisi di gruppo e non di gruppo, come se il gruppo fosse qualcosa di casuale, dove rimane l’individuo l’elemento principale. In Italia le prime esperienze di Psicodramma  furono dei francesi, ma la psicoanalisi non le gradiva, Salomon Resnik, ad esempio fu allontanato dalla società di psicoanalisi perché ritenuto ribelle.
Lo psicodramma nella forma analitica, come mezzo di analisi del profondo, è abbastanza recente perché viene dalle Scuole Lacaniane, da Lemoinie, che ha cercato per primo di fare questo incontro fra psicoanalisi e lo psicodramma, ma lo psicodramma non è una forma di analisi, non pretendeva di essere una psicoanalisi, Moreno diceva che era una forma di psicoterapia. Il soggetto che viene sulla scena gioca “qui e ora” i suoi sentimenti, “qui e ora” le sue emozioni, le sue difficoltà, i suoi personaggi, qui, nel presente non nel passato. Il concetto del qui e ora  è stato poi ripreso insistentemente dalla Gestalt, che è più’ giovane come nascita ed ha preso molto dallo psicodramma.

Come si svolge lo psicodramma e quali sono gli elementi che lo compongono?
Il mio modo risente della mia formazione, di altre psicoterapie come la bioenergetica e le tecniche attive reichiane e quindi ho introdotto il corpo. Il corpo c’è con i suoi cinque sensi, questa è una grossa differenza perché’ nella psicoanalisi,  il corpo è una proiezione fantasmatica. Nello psicodramma il corpo c’è e di conseguenza il corpo non è solo visibile, ma reagisce, con le emozioni e stati d’animo tocca ed è toccato.
Gli elementi sono: il palco, il pubblico, il protagonista  cioè colui che è impegnato  a esplorare con l’azione il proprio mondo psichico,  a cui viene richiesto di rappresentare il proprio mondo cioè se stesso sul palcoscenico; nello psicodramma la persona entra nella parte e rappresenta se stesso non recita, il conduttore che è responsabile di tutto quello che avviene sul palcoscenico, protegge il protagonista, interviene nella scena.

Lo psicodramma è molto utilizzato in ambiti comunitari  che ne pensi?
Lo psicodramma, può essere utilizzato in molti campi, ma ha delle regole e quindi i conduttori devono essere preparati non solo dal punto di vista tecnico, ma personalmente, devono essere persone solide e stabili che conoscono i confini di quello che stanno facendo. Ho visto fare, purtroppo, lo psicodramma, in modo assurdo, senza la giusta preparazione del conduttore, confuso con le recite teatrali, questo è il pericolo. Nelle comunità può essere molto efficace perché c’è un lavoro comune, di gruppo, che è anche divertente. Nello psicodramma si usano molti materiali, quindi  si possono unire le persone e farle lavorare per un progetto,  ad esempio le luci, le musiche, i vestiti … è un intervento bellissimo, ma ci vogliono operatori preparati, con un training personale. L’efficacia c’è in quando il conduttore sa  a quale obiettivo vuole arrivare.

5. Formare tutti gli insegnanti

Recentemente alcuni rappresentanti dell’équipe del Progetto Calamaio, del centro Documentazione Handicap di Bologna, sono stati convocati a Roma dalla Commissione Cultura e Istruzione della Camera per essere ascoltati in merito ad una inchiesta che è stata attivata dalla stessa Commissione per verificare l’attuazione della legge sull’integrazione scolastica. L’équipe del Progetto Calamaio, formata anche da animatori ed educatori disabili, da più di dieci anni  lavora nelle scuole per educare i bambini e formare gli insegnanti proprio sui temi dell’integrazione e di una nuova cultura dell’handicap, e ha avuto modo di farsi un’idea di quali siano i principali ostacoli all’integrazione anche a livello scolastico. Il testo che riportiamo è lo stesso che abbiamo letto all’udienza presso la Commissione Cultura: “La nostra decennale esperienza di animazione e formazione nelle scuole ci porta ad affermare che l’integrazione scolastica degli alunni portatori di deficit è un processo che si sta realizzando molto faticosamente e si presenta in modo molto differenziato nelle scuole del territorio italiano.
Abbiamo tre considerazioni generali da fare che corrispondono a tre aspetti dell’integrazione scolastica che ancora, nella concretezza della quotidiana vita scolastica, non sono di fatto accettati e di conseguenza realizzati.
a) Il bambino handicappato mette necessariamente in crisi la scuola, che trova una maggiore difficoltà ad accogliere la sua diversità. La nostra esperienza ci insegna che il “problema” non è tanto del bambino disabile in quanto tale ma di una scuola che è handicappata ed handicappante: handicappata (ovvero in difficoltà) perché non sa trasformarsi ed adattarsi alle esigenze diverse degli alunni, handicappante perché ovviamente determina una situazione nella quale i primi a pagare sono proprio gli alunni con deficit psichico o fisico.
b) La scuola non è solo un luogo dove si acquisiscono competenze ma un luogo dove si fanno esperienze significative per la vita. Qui la persona disabile può diventare una risorsa per il gruppo-classe perché la sua presenza può rivelarsi uno stimolo insostituibile ed efficace per affrontare aspetti fondamentali di una maturazione personale (accettazione di se’ e degli altri, superamento delle difficoltà con un approccio creativo, sperimentazione di nuovi codici comunicativi, ecc…). Nel nostro lavoro constatiamo che nelle classi dove è presente un alunno disabile il grado di integrazione di questo alunno influenza proporzionalmente anche i suoi compagni, in termini di maturità e di arricchimento per tutte le intelligenze (non solo quella sociale ma anche per la logica o la linguistica).
c) La scuola deve misurarsi con gli alunni difficili, non con quelli già bravi. Gli alunni con disabilità o più in generale in situazione di difficoltà costituiscono la cartina tornasole di un buon funzionamento della scuola, sono la vera sfida per il lavoro dell’insegnante, sono i veri destinatari del suo lavoro proprio perché sono coloro che ne hanno maggior bisogno.
Se l’integrazione scolastica di alunni disabili stenta a decollare, questo è un dato preoccupante perché significa che è la scuola nel suo complesso a non funzionare. Se la scuola fallisce con gli alunni disabili, cioè proprio con quelli che hanno maggior bisogno di lei, è evidente che la scuola non è in grado di garantire una piena educazione nemmeno per gli alunni normodotati.
In particolare notiamo una certa difficoltà ad integrare soggetti cosiddetti “gravi”, dove in realtà grave a nostro avviso è la situazione per cui la scuola non riesce ad attingere a tutte le risorse previste dalla legge per permettere l’integrazione anche di questi soggetti (attraverso ad esempio progetti integrati con altre strutture educative del territorio). Una dimostrazione di quanto soggetti gravi possano risultare risorsa per la scuola è proprio data dal nostro Progetto Calamaio, nel quale operano disabili cosiddetti “gravi” nel ruolo di animatori ed educatori.
Per promuovere una integrazione scolastica nello spirito della legislazione attuale a nostro avviso va potenziata la formazione non solo di insegnanti di sostegno ma anche e soprattutto degli insegnanti curricolari sui temi legati all’handicap, partendo dalla prospettiva che l’handicap è soprattutto un problema di tipo culturale. Ultimamente stiamo verificando che i corsi di formazione su temi legati all’handicap trovano interesse anche presso insegnanti curricolari. Questa è una constatazione che ci fa molto piacere perché significa che l’alunno disabile, da “problema” dell’insegnante di sostegno, viene visto come alunno della classe e la sua integrazione viene vissuta anche dagli insegnanti curricolari come un obiettivo fondamentale da raggiungere. Il vero problema non è tanto l’handicap specifico di un alunno disabile, che va affrontato con una competenza specifica da parte appunto di un insegnante specializzato, ma l’insieme degli handicap derivanti da una mancata integrazione tra l’alunno con deficit e gli altri soggetti scolastici  (il gruppo classe, gli insegnanti, i genitori ecc…). Con una adeguata formazione (purtroppo constatiamo che questo aspetto è piuttosto lasciato troppo alla buona volontà personale) l’insegnante curricolare può affrontare questi handicap, ad esempio sradicando i pregiudizi, propri e dei propri alunni, nei confronti dell’alunno con deficit, coinvolgendo maggiormente l’alunno con deficit e valorizzando la sua presenza nei percorsi educativi insieme agli altri compagni di classe. Certo questo è un lavoro difficile, perché ogni disabile è diverso dall’altro e tutta la creatività dell’insegnante viene messa a dura prova ma è proprio questo che qualifica il suo lavoro, è questa la sfida della scuola, sfida alla quale non può rinunciare pena la contraddizione del decadimento da scuola di tutti a scuola per chi in realtà non ha bisogno della scuola.
A nostro avviso l’integrazione scolastica non è qualcosa che si realizza unicamente tramite una legge ma la legge deve fare di tutto per promuovere le condizioni affinché questa integrazione sia possibile. C’è infatti una differenza fondamentale tra legge e giustizia, tra legge ed educazione alla legalità, tra legge e onestà interiore.
L’integrazione è infatti una sfida sia per il sistema-scuola sia per le singole persone che ne fanno parte. Si deve pretendere che la legge venga attuata soprattutto nella scuola in quanto sistema: abbattimento delle barriere architettoniche, valorizzazione della collegialità dei docenti e di conseguenza della collaborazione tra insegnanti specializzati e insegnanti curricolari, raccordo tra la scuola ed altre agenzie educative, sinergia tra vari Enti attraverso accordi di programma ecc…Ma esiste una sfida e una conquista a livello personale corrispondente ad una acquisizione a livello culturale di alcuni concetti guida: presa di coscienza e valorizzazione delle diversità degli altri, costruzione di una nuova cultura dell’handicap che veda nel disabile un soggetto attivo di cultura e non un oggetto passivo di assistenza e cure.
Per concludere, affermiamo che in dieci anni di  lavoro nelle scuole abbiamo visto dei piccoli ma significativi passi in avanti nel processo di integrazione di alunni con deficit, soprattutto nella consapevolezza degli insegnanti di come costruire una scuola sempre più a misura d’uomo. La strada ancora è molto lunga ma siamo convinti che sia percorribile, sia perché siamo confortati dalla nostra esperienza in cui abbiamo riconosciuto l’integrazione, sia perché constatiamo parallelamente un aumento della qualità della scuola in quanto tale.”

4. Una situazione di emergenza

Il Comitato tecnico dell’Osservatorio permanente per l’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap ha dato alcune indicazioni metodologiche, didattiche e organizzative per rendere il più possibile efficaci questi corsi. Nel documento, di cui riportiamo la seconda parte, si legge: “Il Comitato tecnico nel prendere atto della situazione di emergenza sull’utilizzo dei docenti in esubero…ritiene che i corsi brevi e intensivi non possano diventare il nuovo modello per la specializzazione degli insegnanti di sostegno”.

“Corsi intensivi”, indicazioni metodologiche, didattiche e organizzative
Premessa

  1. I partecipanti ai corsi intensivi sono docenti di ruolo ed hanno già esperienza di insegnamento: questa esperienza va adeguatamente valorizzata come risorsa caratterizzante il corso intensivo.
  2. I contenuti e le modalità di realizzazione dei corsi devono orientarsi allo sviluppo di competenze direttamente legate alla piena integrazione dell’alunno in situazione di handicap nelle attività ordinarie della classe.
  3. L’insegnante che frequenta il corso intensivo dovrà ricevere una formazione adeguata a diventare una risorsa fondamentale e corresponsabile per il gruppo d’insegnamento (team docente, consiglio di classe, ecc.) nel lavoro collegiale di individualizzazione della didattica e dell’intervento educativo.
  4. Nel corso intensivo dovrà essere dato spazio anche a quelle condizioni di difficoltà riconducibili ai disturbi specifici dell’apprendimento e alle minorazioni sensoriali.

Premesse metodologiche generali
Criteri per le verifiche in itinere. E’ indispensabile procedere ad una definizione operazionale dei contenuti più rilevanti di ogni area e disciplina trasformandoli in obiettivi verificabili come abilità, competenze e conoscenze da dover acquisire e poi dimostrare al termine degli insegnamenti attraverso modalità oggettive di valutazione, quali verifiche a scena  multipla, lavoro su simulazione, ecc.
Lavori di gruppo. Riguardo alla realizzazione concreta delle attività didattiche va dato rilievo particolare alle modalità dell’Apprendimento cooperativo e del Tutoring (anche e soprattutto come modo di organizzare i lavori di gruppo tra i corsisti, che dovranno essere realizzati secondo questa modalità per almeno il 50% delle ore) nell’ottica di far loro acquisire, anche in modo esperienziale, le competenze per valorizzare la risorsa alunni-compagni di classe nell’integrazione (Area disciplinare 3).

Indicazioni specifiche
A. Area disciplinare. 1) il Quadro e 2) il Soggetto

In queste aree all’interno dei contenuti del DM. 16/6/97 andranno realizzati con priorità percorsi di apprendimento specifico finalizzati all’acquisizione delle seguenti competenze:

  1. Conoscenza dei vari sistemi internazionali di classificazione delle disabilità, con particolare approfondimento del DSM-IV eICD 10-H (per un minimo di sei ore).
  2. Lettura pedagogica di una diagnosi funzionale (nell’ambito della necessità di trattare la diagnosi funzionale, è indispensabile mettere in grado i corsisti di farne una lettura in chiave pedagogico/didattica, a tale scopo andranno realizzati momenti di lavoro interdisciplinare: sanitario, educativo e didattico per in numero di 12 ore).

B. Area disciplinare. 4) i Linguaggi e 5) la Professionalità.

In questa area si deve valorizzare l’esperienza di percorsi d’insegnamento individualizzati e integrati con quelli della classe, percorsi ottenuti con varie modalità di adattamento, semplificazione e scomposizione dei contenuti delle discipline nei loro “nuclei fondanti”, di collegamento interdisciplinare tra saperi e di sviluppo di competenze trasversali (ad esempio comprensione di un testo e adattamenti funzionali degli apprendimenti). Sulla ricerca di questo “punto di incontro” tra bisogno dell’ alunno in difficoltà e percorso della classe va orientata anche gran parte dell’ attività di rielaborazione dell’esperienza personale e professionale prevista nell’area 5, (per almeno il 50% delle ore a disposizione).

C. Inoltre, sarà necessario attivare altri percorsi di apprendimento o seminari/laboratori su:

  1. Conoscenza sulle risorse informatiche e tecnologiche di sussidio all’apprendimento e all’integrazione (hardware e software) (min. 10 ore).
  2.  Conoscenza e utilizzazione di sistemi di osservazione e di strategie di intervento sui disturbi specifici di apprendimento (disturbi della lettura, scrittura, calcolo e soluzione dei problemi, attenzione, impulsività e iperattività) (min. 12 ore).
  3. Conoscenza delle metodologie specifiche per l’integrazione degli alunni con deficit sensoriali (min. 40 ore).
  4. Realizzazione di percorsi formativi per l’acquisizione di crediti formativi per l’integrazione lavorativa (10 ore) (integrazione scuola/lavoro).
  5. Valutazione dei risultati degli interventi eseguiti per l’integrazione e valutazione dei risultati in rapporto alle risorse impiegate (nel breve e lungo periodo) (6 ore).

3. Lo sdegno del sostegno

Dopo l’istituzione di corsi accelerati per riciclare nel sostegno gli insegnanti “in esubero”, l’AIDI (Associazione Italiana Insegnanti di Sostegno) ha indetto uno sciopero e ha scritto una lettera di denuncia al ministro delle Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer che pubblichiamo di seguito.

“Onorevole Sig. Ministro,
con la presente desideriamo comunicarLe quanto segue, chiedendoLe gentilmente di voler finalmente conferire con una nostra delegazione.
Gli ultimi provvedimenti legislativi hanno confermato le nostre preoccupazioni. I sospetti che sia in atto un processo di ridimensionamento della spesa sul sostegno, a scapito della qualità del servizio e senza nessuno scrupolo nel promuovere norme vessatorie nei confronti  dei docenti specializzati assunti a tempo determinato – specializzazioni  con sostanziali sconti di formazione dedicate agli esuberi, specializzazioni abilitanti ai futuri specializzati DPR 470 e 471 – , sono diventate una certezza leggendo il testo della finanziaria ’98 in discussione, come pure i previsti tagli di diverse migliaia di docenti specializzati. Tutto questo a fronte di un aumento percentuale di alunni in situazione di handicap. A ciò si aggiunga la Sua indisponibilità ad incontrare,  nonostante i numerosi tentativi ed appelli, i rappresentanti del nostro movimento. Le attuali norme che regolano il nostro accesso ai ruoli non garantiscono alcuna successiva qualità dell’offerta educativo-didattica, in quanto gli operatori del  sostegno dovranno  ancora dimostrare la loro competenza sostenendo prove in materie che, con il delicato servizio da svolgere, possono avere soltanto  remote relazioni. Nessuna  prospettiva di stabilità per il personale specializzato che in questi anni  ha consentito l’integrazione nella scuola, operando con motivazione e competenza, i docenti di sostegno sono gli insegnanti ai quali viene richiesto un iter professionalizzante  notevolmente superiore rispetto a  quello richiesto ai colleghi curricolari. Questi operatori rischiano ora di vedersi corrisposta  la prospettiva della disoccupazione. “Bisogna riutilizzare gli esuberi”, ci sentiamo dire, Perché proprio sul sostegno? Certamente bisogna dare una risposta alla carenza di docenti di sostegno, ma allora, innanzi tutto, stabilizziamo il personale già specializzato che da anni è chiamato ad occupare posti vacanti e contribuisce concretamente a realizzare l’integrazione scolastica. Per coprire poi ulteriori carenze di personale, formiamo adeguatamente i docenti mediante corsi biennali. Perché non si procede in questo modo, l’unico apparso a noi ragionevole, non solo per rispondere alle legittime aspettative dei docenti specializzati precari ma, ovviamente, per perseguire la qualità del servizio a favore dell ’utenza ?  “Per ragioni economiche”, ci è stato detto in occasione dello sciopero dell’11 aprile scorso al Ministero. E adesso saltano fuori, dalla finanziaria, centinaia di miliardi per le Scuole private, che non hanno l’obbligo di accogliere alunni in situazione di handicap! In nessun altro comparto, se non nella scuola, si  avrebbe il coraggio di buttare  via  risorse umane con tale facilità. Altro che valorizzazione delle professionalità esistenti ! Pensi ad un criterio analogo adottato nel campo della sanità pubblica! La invitiamo a soffermarsi, Ministro Berlinguer, sul fatto che trattasi di personale laureato, specializzato con anni di esperienza quello che si troverà a pagare il prezzo delle future ristrutturazioni; docenti che hanno investito tanto nella loro professione, operatori  che hanno iniziato a lavorare  quasi a 30 anni; Lei ora chiede loro di comprendere una politica che si giustifica soltanto con mere esigenze di risparmio? Ma quale risparmio ? E’ questa l'”anima” della Sua prospettiva innovatrice? Dove sono i valori della qualità dell’istruzione, la “valorizzazione delle risorse umane intese come prerequisiti per procedere verso qualsiasi rinnovamento del sistema scolastico e formativo? ”
“La preoccupazione fondamentale del Governo è quella della piena integrazione degli alunni portatori di handicap, non solo nel senso garantistico di cui alla legge n. 104 del 1992, ma anche attraverso l’uso di strumenti tecnologicamente più avanzati ed efficaci”; queste le Sue parole del 23 ottobre in Commissione al Senato: quale risorsa tecnologicamente avanzata potrà mai sostituire personale motivato, culturalmente preparato, con esperienza professionale accumulata in anni di lavoro, con una capacità di lavorare acquisita sul campo e che nessuna “Azienda”, che si preoccupi dei risultati attesi, si sognerebbe mai di disperdere? Quale integrazione per i portatori di handicap senza la possibilità di costruire nella scuola relazioni positive, basate sull’accoglienza e la partecipazione umana, senza la comprensione, da parte degli operatori, delle difficoltà enormi che stanno di fronte alla realizzazione del processo di integrazione, senza la consapevolezza che tali ostacoli si possono vincere se c’è la volontà di farlo, se tutti sono messi nelle condizioni di svolgere il proprio dovere al meglio! E il diritto dell’utenza ad un servizio continuo e di qualità, dov’è rintracciabile in questa politica? Come si può promettere  continuità educativa e qualità dell’istruzione se contemporaneamente si immettepersonale a bassa professionalizzazione, senza precedenti esperienze sul sostegno, e si indica la porta a personale specializzato – o plurispecializzato -, con lunga esperienza pregressa? Lei sa benissimo che l’efficacia dell’azione pedagogica, specialmente nel campo dell’educazione speciale, dipende molto dall’utilizzo di strumenti il cui apprendimento e la cui sperimentazione passano necessariamente attraverso la valorizzazione e la sedimentazione della propria memoria operativa. La professionalità raggiunta costituisce un traguardo quotidiano faticoso e fondamentale per poter  essere produttivi nel difficile  e delicato campo dell’handicap. Non vogliamo nella scuola italiana l'”integrazione all’europea”, il ritorno alle scuole speciali!! Poco, a questo proposito ci possono essere maestri i nostri partner commerciali europei.”

A.I.D.I.
associazione italiana
docenti per l’integrazione
TELEFAX  010/355698 – 0338/7355400 – 06/9399617
via Matteotti 57/1 –  38014 TRENTO
e-mail freeweb0975@aspide.it

1. Handicapati e finanziaria 98

di Gianni Selleri

Barriere architettoniche  (Art. 1)
Nel quadro generale delle disposizioni tributarie per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, sono previste facilitazioni tributarie anche per il caso specifico delle opere degli interventi relativi all’eliminazione delle barriere architettoniche: dall’imposta lorda sul reddito sarà possibile detrarre un importo pari al 41% delle spese sostenute (comprese quelle di progettazione);
la detrazione è consentita per spese, effettivamente rimaste a carico, fino ad importo massimo  di lire 150 milioni;
la detrazione è ripartita, in quote costanti, nell’anno in cui sono state sostenute le spese e nei 4 periodi d’imposta successivi (oppure è consentito di ripartire la detrazione in 10 quote annuali costanti);
gli interventi possono riguardare sia le parti comuni, sia quelle delle singole unità immobiliari;
entro 30 giorni il Ministro delle Finanze  stabilirà con decreto le modalità di attuazione  e le procedure di controllo.
Si ricorda che per l’eliminazione delle barriere dell’edilizia privata sono già vigenti disposizioni che prevedono contributi (L. 13/1989) e l’I.V.a. ridotta al 4% per prestazioni e servizi da contratti di appalto (L. 427/1993), restano escluse le spese per l’acquisto dei materiali.

Agevolazioni tributarie  (Art. 8)
Detrazioni d’imposta

Le spese per l’acquisto dei mezzi necessari all’accompagnamento, alla deambulazione, alla locomozione e al sollevamento nonché i sussidi informatici e tecnici rivolti a facilitare l’autosufficienza e l’integrazione degli handicappati, si detraggono dall’imposta lorda nella misura del 19% integralmente (è abolita la franchigia di lire 500 mila).
Fra i mezzi necessari alla locomozione  sono comprese: le automobili di cilindrata fino a 2000 cc, se con motore benzina, e fino a 2500 cc, se con motore diesel, anche se prodotte in serie, adattate a disabili con ridotte o impedite capacità motorie permanenti;
le automobili dotate di solo cambio automatico, purché prescritto dalla Commissione medica locale;
le motocarrozzette a tre ruote, i motoveicoli a tre ruote destinate al trasporto di persone e cose, gli autoveicoli attrezzati, le autovetture destinate al trasporto di persone col massimo di nove posti, ecc.
La detrazione per l’acquisto degli automezzi e veicoli adattati, spetta una sola volta ogni quattro anni e per un solo veicolo nel limite della spesa di lire 35 milioni; è consentito alternativamente di ripartire la detrazione in quattro quote annuali costanti.
Il periodo di quattro anni può essere ridotto nel caso che il veicolo risulti cancellato al Pubblico Registro Automobilistico per distruzione o sia stato rubato e non ritrovato (dalla detrazione viene dedotto l’eventuale rimborso assicurativo).
Per i disabili sprovvisti di reddito la detrazione spetta al possessore di reddito di cui risultano a carico.

Riduzione IVA
Per l’acquisto di tutti gli ausili e in particolare dei motoveicoli e degli autoveicoli  necessari alla locomozione, si applica l’aliquota IVA del 4% che viene estesa a tutte le persone handicappate indipendentemente dalla titolarità di patenti speciali o, alternativamente, ai familiari di cui essi  sono fiscalmente a carico;
il regime agevolato dell’I.V.a. al 4% riguarda anche le prestazioni per adattare i veicoli rese  dalle officine e le cessioni di strumenti e accessori, gli adattamenti e le modifiche devono risultare dalla carta di circolazione.

Esenzioni
Gli atti di natura traslativa o dichiarativa (passaggio di proprietà e imposte di trascrizione) aventi per oggetto i motoveicoli e gli autoveicoli, necessari alla deambulazione o adattati, sono esenti dal pagamento di ogni imposta.
Per i medesimi veicoli non è dovuto il pagamento della tassa automobilistica erariale e regionale (bollo auto).
Le norme integrano ed estendono agevolazioni tributarie riguardo la detraibilità e l’applicazione del regime agevolato IVA a tutte le tipologie di ausili necessari per l’autonomia e l’integrazione dei disabili. In particolare mentre prima le facilitazioni relative agli autoveicoli erano limitate ai soggetti “con limitazioni permanenti delle capacità motorie” e i titolari di patente, adesso si applicano a tutte le persone “che presentano una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione…” (art. 3 legge 104/92) oppure ai loro familiari; vengono inseriti nella nuova normativa anche i motoveicoli a tre ruote (tipo sulky), gli autoveicoli dotati di solo cambio automatico, gli adattamenti e gli strumenti necessari alla guida o al trasporto.
L’esenzione permanente dal pagamento delle tasse auto per i disabili sarà regolamentata per le modalità applicative dal ministero delle Finanze (entro gennaio).
In questo articolo vi sono poi due disposizioni “eterogenee” e contingenti: la prima è la salvaguardia delle forniture di protesi ai disabili e la revisione del nomenclatore tariffario degli ausili (scaduto da oltre un anno) entro tre mesi; la seconda stabilisce che le Regioni e le ASL provvedano prioritariamente al pagamento delle prestazioni che riguardano i disabili.

Insegnanti di sostegno  (Art. 40)
È assicurata l’integrazione scolastica degli alunni handicappati con interventi adeguati al tipo e alla gravità dell’handicap, mediante il ricorso alla flessibilità organizzativa e funzionale delle classi (legge 59/97) e la possibilità di assumere, a tempo determinato, insegnanti in presenza di disabili in situazione di gravità.
In particolare si dispone: la dotazione organica di insegnanti di sostegno per l’integrazione degli alunni handicappati è fissata nella misura di un insegnante per ogni gruppo di 138 alunni complessivamente frequentanti gli istituti scolastici statali della provincia, assicurando, comunque, il graduale consolidamento, in misura non superiore all’80%,  della dotazione di posti di organico e di fatto esistenti nell’anno scolastico 1997-98;
i criteri di ripartizione degli insegnanti di sostegno tra i diversi gradi di scuole ed eventualmente tra le aree disciplinari dell’istruzione secondaria, nonché di assegnazione ai singoli istituti scolastici, sono stabilite con le ordinanze del Ministero della Pubblica Istruzione, assicurando la continuità educativa degli insegnanti di sostegno in ciascun grado di scuola;
progetti volti a sperimentare modelli efficaci di integrazione, nelle classi ordinarie, e ad assicurare il successo formativo di alunni con particolari forme di handicap sono approvati dai Provveditori agli studi, che possono disporre l’assegnazione delle risorse umane necessarie e dei mezzi finanziari per l’acquisizione di strumenti tecnici e ausili didattici funzionali allo sviluppo delle potenzialità esistenti nei medesimi alunni nonché per l’aggiornamento del personale.
Si tratta di una razionalizzazione circa l’impiego degli insegnanti di sostegno, in un contesto di riduzione della spesa.
La dotazione organica degli insegnanti  di sostegno (che era prima fissata in un insegnante ogni 4 disabili presenti) viene ora stabilita secondo uno standard fisso, da molti considerato inadeguato; in deroga viene tuttavia prevista la possibilità di assumere a tempo determinato insegnanti di sostegno in caso che vi siano alunni in situazione di gravità: la disposizione è sostanzialmente discrezionale.

Verifiche invalidità civile  (Art. 52)
Dal 1 giugno 1998 al 31 marzo 1999 è programmato un piano straordinario di circa 100 mila accertamenti di verifica nei confronti prioritariamente  dei titolari di benefici economici di invalidità civile che non hanno presentato l’autocertificazione (novembre 1996) sui requisiti sanitari;
l’eventuale accertamento della insussistenza dei requisiti sanitari, antecedente  alla visita, comporta la revoca della provvidenza dalla data “indicata dal verbale di verifica” (cioè la data in cui si presume che non vi fossero i requisiti) nonché l’avvio delle procedure di recupero (Codice Civile artt.2033 e 2946);
la verifica sulle condizioni reddituali, autocertificazione del 30 giugno (stabilita con Decreto del Ministero del Tesoro 20/7/1989 e Decreto Ministero Interno 31 ottobre), viene sostituita dai controlli del Ministero del Tesoro attraverso le banche dati centrali; se viene accertata qualche incompatibilità, la Direzione del Tesoro ne dà comunicazione alla competente Prefettura per i procedimenti di sospensione o di revoca;
i procedimenti di verifica della sussistenza dei requisiti avviati dal ministero del Tesoro anteriormente all’agosto 1996 (Legge 8/8/1996 n.425) devono essere conclusi entro 120 giorni dall’approvazione della legge finanziaria; in mancanza i benefici si intendono confermati;
le Commissioni mediche periferiche possono richiedere accertamenti specialistici alle Aziende USL o altri Enti.
Dopo le 150 mila verifiche sanitarie effettuate in base alla L.425/1996, si stabilisce un nuovo piano straordinario di 100 mila visite, questa volta mirate a tutti gli handicappati civili “che non hanno presentato l’autocertificazione” nel novembre 1996 (era quella in cui si chiedeva agli interessati di dichiarare se erano guariti o no e che molti non hanno prodotto per carenze di informazione).
Circa l’accertamento dei requisiti reddituali ci si affida alle banche dati centrali (viene perciò abolita l’autocertificazione di giugno alla Prefettura). Si osserva che come al solito la “presunzione di colpevolezza” riguarda esclusivamente gli invalidi civili  e che si insiste con la centralizzazione dei controlli amministrativi.
Un altro articolo della legge (n. 60) prevede che gli invalidi civili titolari dell’assegno mensile che non hanno ottemperato all’autocertificazione del 30 novembre 1997 ma che hanno provveduto entro il 31 ottobre 1997 sono esclusi dal recupero delle prestazioni indebitamente percepite: la norma fa riferimento ad una disposizione della finanziaria 1997 riguardante prestazioni previdenziali, quindi risulta inapplicabile e non pertinente.

Norme generali 
Le misure di carattere specifico riguardanti gli handicappati sono sostanzialmente positive, le disposizioni generali in materia di sanità e in particolare di assistenza e servizi sociali agevolati suscitano invece gravi perplessità sia dal punto di vista applicativo, sia sotto il profilo culturale e sistematico.

Partecipazione alla spesa sanitaria  (Art. 59, comma 50)

Al fine di assicurare una maggiore equità del sistema  di partecipazione alla spesa sanitaria e delle relative esenzioni  si stabilisce che: il servizio sanitario nazionale garantisce la tutela della salute e l’accesso ai servizi alla totalità dei cittadini;
verranno individuate le prestazioni la cui fruizione è subordinata al pagamento di una quota di spesa;
sono esclusi dalla partecipazione i trattamenti in regime di ricovero, quelli per particolari patologie croniche e invalidanti e quelli rientranti in programmi di prevenzione e diagnosi precoce, nonché di medicina di base e di pediatria;
l’esenzione dalla partecipazione deriva dalle condizioni economiche dell’utente e dai suoi bisogni;
il diritto all’esenzione è definito in riferimento al nucleo familiare, tenuto conto di elementi di reddito e di patrimonio;
le Regioni assumono la responsabilità finanziaria nella gestione del sistema di partecipazione e del regime delle esenzioni il cui strumento di verifica e di controllo è costituito dalla “tessera sanitaria” (!).
Le norme descritte (la cui attuazione è delegata al Governo entro il 31 luglio 1998) introducono più rigorosi accertamenti sulla condizione economica e nuove modalità di controllo, sia per il reddito sia per il bisogno delle prestazioni: siamo in un contesto di razionalizzazione per evitare l’utilizzazione impropria dei diversi regimi di erogazione sanitaria. Restano salvi i principi e le garanzie di un sistema di welfare  a carattere universalistico.  Per quanto riguarda gli handicappati, anche se non è esplicitamente affermato, si può ritenere che sarà conservato l’attuale sistema di esenzioni dal ticket per le prestazioni farmaceutiche, specialistiche e riabilitative sia pure con qualche correttivo.

Istituzione del Fondo sociale  (Art. 59, commi 44-46)
In attesa della legge generale di riforma dell’assistenza viene istituito il Fondo per le politiche sociali. Il Fondo, costituito dall’accorpamento di finanziamenti e risorse provenienti da leggi vigenti, ha i seguenti scopi: realizzazione di standard essenziali ed uniformi di prestazioni su tutto il territorio nazionale (per l’infanzia, gli anziani, gli handicappati, le famiglie, i tossicodipendenti, gli extra comunitari, ecc.);
sostegno alle famiglie;
promozione di azioni finanziate dal Fondo sociale europeo;
sperimentazione di misure contro le povertà;
sviluppo delle attività di enti e associazioni del volontariato e del terzo settore;
Il Ministro per la Solidarietà Sociale ripartisce con proprio decreto, le complessive risorse finanziarie derivanti dagli stanziamenti disposti per le seguenti leggi: Contributi per le attività delle associazioni di promozione sociale e combattentistiche; Legge quadro sul volontariato; Legge quadro sull’handicap; Disposizioni per la prevenzione della cecità e per l’integrazione sociale e lavorativa dei ciechi pluriminorati; Promozione dei diritti e delle opportunità per l’infanzia e l’adolescenza; T.U. delle leggi in materia di cura e di riabilitazione dei tossicodipendenti (circa 800 miliardi).

Reddito minimo d’inserimento  (Art. 59, comma 47-48)
In attesa della revisione degli istituti sui trasferimenti di reddito alle persone e nell’ambito del Fondo Sociale, è introdotto l’istituto del reddito minimo di inserimento a favore di “soggetti” privi di reddito o impossibilitati, per cause fisiche, psichiche o sociali, al mantenimento proprio e dei figli.
Il reddito minimo d’inserimento, la cui attuazione sarà disciplinata da un decreto legislativo: avrà la durata sperimentale non superiore ai due anni;
sarà attribuito con riferimento ad una “determinata soglia di povertà”;
il suo ammontare non deve essere superiore al 60% del reddito medio procapite nazionale;
sono previsti accertamenti, controlli, revisioni e revoche;
la titolarità della sperimentazione è affidata ai Comuni.
Le due novità (Fondo Sociale e RMI), già previste dal Documento di programmazione economico-finanziario e definite nel corso della trattativa sullo stato sociale, contengono molte attese, molti rinvii, qualche anticipazione della riforma (testo unificato Signorino e disegno di legge Turco),  ma sostanzialmente nessuno si fa male perché non ci sono variazioni di bilancio e le modificazioni di trasferimento di reddito sono sperimentali.  Per il Fondo sociale è prevista una dotazione di lire 28 miliardi per il 1998,  di lire 115 miliardi per il 1999 e di lire 143 miliardi per l’anno 2000 (che si aggiunge ai finanziamenti delle varie leggi prima elencate).

Prestazioni sociali agevolate  (Art. 59 comma 51-52)
Se col Fondo Sociale si prefigura un fantasma di riforma dell’assistenza, con le disposizioni sulle prestazioni sociali si definisce invece una vera e propria controriforma, mediante l’introduzione di criteri di selettività basati essenzialmente sul reddito. Si tratta dell’iniziativa più dura di revisione  dello stato sociale contenuta nella Finanziaria 1998, secondo una prospettiva decisamente neo liberista e di attenuazione non solo dell’universalismo, ma della stessa solidarietà sociale.
Le “prestazioni sociali agevolate” (in questa definizione, con riferimento ai disabili e agli handicappati, possono essere compresi tutti i servizi per la sopravvivenza, per l’autonomia, per la vita indipendente, per la riabilitazione, per l’integrazione sociale) sono subordinate ad informazioni, accertamenti e adempimenti che umiliano la dignità personale e sociale del richiedente.
Il Governo è delegato ad emanare  uno o più decreti legislativi per: determinare la situazione economica del “soggetto” che chiede la prestazione in base alla sua condizione reddituale e patrimoniale e di coloro con i quali convive;
obbligare il richiedente ad una autocertificazione preventiva sulla propria situazione economica, nonché “altri dati e notizie rilevanti per i controlli”;
obbligare le amministrazioni pubbliche che erogano i servizi a controlli sulla veridicità della situazione familiare dichiarata “confrontando i dati reddituali e patrimoniali dichiarati dai soggetti … con i dati in possesso del ministero delle Finanze”;
includere nei programmi annuali della Guardia di Finanza il controllo dei soggetti beneficiari di prestazioni agevolate “prevedendo anche l’effettuazione di indagini bancarie e presso gli intermediari finanziari”;
con decreto legislativo (da emanare entro giugno 98) gli enti erogatori individuano le condizioni economiche richieste per l’accesso alle prestazioni assistenziali, sanitarie e sociali agevolate con possibilità di prevedere criteri differenziati in base alle condizioni economiche e alla composizione della famiglia.
Per questo complesso di disposizioni i servizi socio-assistenziali (perché di questo si tratta) verrebbero nuovamente subordinati alla “ situazione di povertà”, anziché a quella del bisogno personale, e quindi trasferiti da un contesto di diritto soggettivo e costituzionale a quello esclusivo del disagio economico o dell’insufficienza di reddito.
Sembra riemergere la figura del “povero inabile” descritta  dagli arcaici ordinamenti dell’assistenza e beneficenza pubblica: la valutazione della situazione economica costituisce il criterio decisivo per l’erogazione dei servizi;
si ripristina  l’istituto dei “familiari di soccorso”;
si obbligano gli enti locali a tenere “l’elenco dei poveri” e ad istituire un apposito servizio di accertamento;
si incarica la Guardia di Finanza di effettuare indagini annuali per individuare “falsi poveri e falsi invalidi” e si riafferma una sorta di centralismo inquisitorio dello Stato.
In ogni caso i bisogni e le difficoltà derivanti dalla disabilità e dall’handicap non  possono essere considerati come oggetto di “prestazioni agevolate” e tanto meno essere soddisfatti sulla base esclusiva di parametri reddituali. Del fatto che il bisogno deriva sia dalla mancanza di reddito sia da esigenze assistenziali per le quali anche un reddito medio alto non è sufficiente, occorrerà tenere conto nei decreti attuativi.

(Legge 27 dicembre 1997 n. 449, “Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica”)

 

8. Le esperienze

Il processo di consapevolezza rispetto al momento della prima informazione attiva  dei percorsi di cambiamento. Essere accanto ai genitori nel momento dell’impatto con una nascita difficile può significare anche ripensare alla propria professionalità di medico o di infermiere e a come l’intera équipe ospedaliera può facilitare un avvicinamento fra il piccolo nato e la coppia genitoriale.
In questa sezione presentiamo due contributi che raccontano un cambiamento possibile nell’organizzazione di un reparto ospedaliero che accoglie e cura bambini gravemente prematuri ed illuminano in modo centrale il rapporto fra i referenti sanitari e la famiglia.
Il primo pezzo ci introduce in un’esperienza storica per la realtà italiana, quella di Treviglio Caravaggio condotta dal 1976 in poi in una sezione di Patologia Neonatale da Romana Negri. Fin dall’inizio del suo lavoro di consulente neuropsichiatra infantile Romana Negri ha predisposto un intervento su due aree complementari. Da una parte il sostegno ai genitori per permettere loro di riuscire a stare accanto al proprio figlio, così diverso da come lo si era immaginato, sin dai primi momenti del ricovero in terapia intensiva. Tale avvicinamento, ci ricorda R. Negri, “infatti non è significativo solamente per lo stato emotivo dei genitori e in particolare per quella funzione di attaccamento che ha occupato gran parte della letteratura, ma sembra anche importante per le condizioni psicofisiche del bambino”. Accanto a questo nasce la necessità di avviare incontri di discussione con il personale medico e paramedico all’interno del reparto. Questi incontri, specialmente se guidati da una figura esterna, sembrano in grado di produrre una rielaborazione dei propri vissuti (emozioni, tensioni, ansie), passaggio che diventa fondamentale per un significativo avvio di un processo di comprensione dell’esperienza vissuta dai genitori.
Il secondo contributo fa riferimento all’esperienza della sezione di Pediatria del Policlinico Universitario di Modena. Peculiare dell’esperienza modenese è stato il tentativo di coniugare le iniziative volte specificamente al neonato con quelle rivolte al supporto dei genitori; collateralmente a queste iniziative è stato approntato un cammino di coinvolgimento del personale. Un ulteriore aspetto che preme sottolineare è quello legato alla presenza di “vecchi” genitori di bambini prematuri che, costituiti in associazione, sono disponibili ad incontrare chi vive per la prima volta questa situazione e a dare loro consigli e sostegno. Anche questa integrazione fra pubblico e privato sembra diventare un’indicazione utile per sostenere tutte quelle iniziative che si “prefiggono un miglioramento e un’umanizzazione dell’assistenza ai neonati e alle loro famiglie”.
I pezzi scelti fanno parte di contributi più ampi ed approfonditi che, per la loro qualità scientifica e completezza, meritano una lettura integrale. In questo senso l’invito è allora ad accedere direttamente alle fonti segnalate

5. Le testimonianze

Essere genitori di un bambino disabile è un’esperienza comunque traumatica; bisogna evitare che la coppia si trovi da sola ad affrontare questa prova come invece spesso accade per mancanza di cultura e di professionalità da parte del mondo medico e assistenziale in generale. Una grande risorsa può provenire dalle associazioni di genitori che già sono passati attraverso questa esperienza. Le due testimonianze raccolte passano attraverso tutte queste fasi, lo sgomento, il rifiuto, la solitudine per poi approdare infine ad una visione più serena del fatto e a nuove e più profonde ragioni di vita.

Chi è Will Eisner

di Andrea Piazzi

William Erwin Eisner (per tutti, Will) nasce a New York nel marzo del 1917. Sarà universalmente riconosciuto come uno dei più grandi Maestri dell’arte del Fumetto, che deve in gran parte ad Eisner la sua forma moderna.
In questo numero della rivista vi presentiamo alcune tavole tratte dal volume Gente invisibile, dove Will Eisner analizza i meccanismi di quella che egli chiama “invisibilità sociale”, una forma di anonimato a volte ricercato, a volte imposto e a volte del tutto casuale che colpisce soprattutto i soggetti socialmente esposti in ambienti metropolitani. A dicembre il volume sarà pubblicato dalla casa editrice Punto Zero (051/624.11.73, fax 051/624.62.31).
Iscrittosi alla New York Art Student’s League, nel 1936 Eisner pubblica il suo primo lavoro sul periodico Wow. Con il collega Jerry Iger e un altro gruppo di giovani disegnatori, negli anni seguenti apre uno studio con cui realizza molte tra le prime storie per gli allora nascenti comic books, che – anticipando i moderni “service” – confeziona e consegna agli editori “chiavi in mano”.
I temi trattati sono quelli classici della narrativa d’intrattenimento: poliziesco, spionaggio, pirateria, avventure in terre esotiche. Eisner si firma con pseudonimi come Neer, Willis Rensie, Carl Heck, Will Ervin. Nel 1940 nasce la serie The Spirit, il capolavoro di Eisner: un fumetto pionieristico e sicuramente una delle serie migliori e più innovative di tutti i tempi, in cui Eisner – che lo scrive e lo disegna fino al 1952 – mette in mostra un talento eccezionale. L’impostazione della tavola (su più strisce, con o senza bordi, con o senza sfondi, “al vivo”, etc…), e con essa le modalità narrative del moderno albo a fumetti, nascono in gran parte con i lavori di Eisner degli anni Trenta e Quaranta e da allora sono patrimonio acquisito di chiunque utilizzi questo medium espressivo (in precedenza, i fumetti erano pensati unicamente su striscia o su speciali tavole “domenicali” prodotte per i grandi quotidiani e non apparivano su albi o riviste appositi).
A partire dagli anni Cinquanta, Eisner – persona di sensibilità e spessore culturale assolutamente unici in un ambiente che concepisce il proprio lavoro in chiave esclusivamente commerciale e dal punto di vista dell’“artigiano” del tavolo da disegno – inizia a precisare la propria indagine intorno ai meccanismi consci e inconsci messi in atto dall’autore di fumetti e si dedica quasi esclusivamente all’insegnamento presso scuole di Visual Art. L’insegnamento e la stesura di volumi didattici (pubblicati recentemente anche in Italia) sono ancora oggi tra le sue attività principali.
Dopo una lunga parentesi lavorativa nel campo della grafica e del fumetto didattico, a metà degli anni Settanta, con la riscoperta di The Spirit da parte della casa editrice Kitchen Sink, Eisner torna al fumetto vero e proprio con una serie di graphic novels o “romanzi grafici” (genere e formato ancora una volta praticamente da lui inventato) che prosegue tutt’ora e che conferma l’ennesima primavera creativa del grande autore.
Il primo è Un contratto con Dio (A Contract with God, 1978) una raccolta di racconti ambientati nel Bronx degli anni Trenta. Il racconto che dà il titolo al volume è un impressionante ritratto di cultura e vita ebraica filtrato dall’occhio laico e analitico di un Eisner indagatore e curioso scopritore delle proprie radici. È considerato un classico della narrativa ebraica contemporanea ed è valso ad Eisner l’appellativo di “I. B. Singer a fumetti”. Il ventennale del libro verrà celebrato quest’anno da un seminario presso l’Università del Massachusetts e da una ristampa apposita.
Tra gli altri, seguono Signal from Space (1981), una curiosa analisi sociopolitica delle possibili conseguenze di un ipotetico contatto con forme di vita non terrestri; A Life Force (1983), un romanzo a tema sugli anni anni della Grande Depressione e sulle dinamiche sociali dell’epoca (uno dei preferiti da Robert Crumb, storico guru dell’underground statunitense e uno dei tanti “allievi putativi” di Eisner); The Building (1987); Verso la tempesta (To the Heart of the Storm, 1991), un’imponente epopea generazionale di ampio respiro, da molti considerato il suo capolavoro; Gente invisibile (Invisible People, 1993); Dropsie Avenue (1995), studio sull’evoluzione nel tempo di una strada e dei suoi abitanti; Affari di Famiglia (A Family Matter, 1998), un dramma famigliare a forti tinte con cui Eisner riporta la sua analisi dalle grandi saghe a sfondo storico alle pulsioni e alle tragedie dei singoli.
Ha appena terminato il racconto Last Day in Vietnam ed è attualmente al lavoro sul suo prossimo romanzo, dal titolo The Name of the Game.
Will Eisner è stato più volte in Italia, paese che ama e che considera la sua seconda patria professionale: è infatti dall’Italia, verso la metà degli anni Sessanta, che è iniziata la sua riscoperta europea, con la pubblicazione delle strisce di The Spirit sulla rivista Eureka, diretta da Luciano Secchi.

2. Uffici stampa del sociale

di Antonella Patete

Che l’informazione dimostri spesso superficialità e scarsa capacità di analisi rispetto alla sfera del cosiddetto sociale è cosa che il mondo del non profit va ormai ripetendo da tempo. E analisi più o meno lucide hanno messo più volte in luce tutti i peccati e le carenze di un mondo mass-mediatico, perennemente condizionato dal problema dell’audience. È stato detto che, sebbene giornali e TV non dedichino nei fatti poco spazio al sociale, guardano soprattutto a quegli aspetti che fanno gridare allo scandalo o che fanno commuovere, oscillando continuamente tra la cronaca nera e la cronaca rosa. Ed è stato più volte messo in evidenza con quanta facilità vengano disattese le carte di autoregolamentazione dell’ordine giornalistico. Il tutto documentato sempre con grande abbondanza di esempi.
Ma negli ultimi tempi a questo dibattito se ne sta sostituendo un altro di segno diametralmente opposto. E il non profit – con le sue organizzazioni, cooperative, associazioni – ha cominciato a fare autocoscienza e ad interrogarsi sempre più spesso sul proprio ruolo e sulle proprie responsabilità nei confronti dell’informazione. Non tanto per fare un mea culpa, quanto piuttosto per promuovere e diffondere al proprio interno una cultura della comunicazione. Così che lo scorso 2 luglio è stato costituito un Coordinamento nazionale degli addetti stampa del Terzo settore.

Il non profit e la comunicazione
Il Coordinamento è nato nel corso di un seminario dal titolo «Il non profit italiano e la comunicazione», promosso a Roma dagli addetti stampa di alcune organizzazioni che – come Acli, Anpas, Arci, Auser, Cnca, Cosis, Emmanuel, Fivol, Forum del III settore e Movi – possono vantare una lunga esperienza in questo campo. Non si tratta di un’associazione formalmente strutturata, ma di un gruppo di persone che – grazie ai mezzi telematici – intendono creare una sorta di network per mantenersi in contatto, scambiandosi informazioni, diffondendo i materiali delle proprie organizzazioni e, soprattutto, concertando azioni e strategie comuni.
Durante l’incontro, al quale hanno preso parte i rappresentanti di più di quaranta realtà nazionali, è chiaramente emersa l’esigenza di superare la mentalità del campanile e di individuare un percorso comune, che vada al di là delle singole idealità di appartenenza. Cosa che, all’atto pratico, significa innanzitutto una maggiore comunicazione tra le singole organizzazioni, alle quali si chiede di trasmettere non solo notizie ma anche strumenti e saperi. E in quest’ottica – come ha chiarito Giorgio Bonelli delle Acli –, le organizzazioni che hanno sviluppato una maggiore sensibilità verso il mondo dell’informazione dovrebbero imparare a lavorare in squadra e, all’occasione, fare da supporto alle associazioni che non possono usufruire di un ufficio stampa. Ma maturare una cultura della comunicazione significa anche prestare maggiore attenzione alla questione della formazione. A questo proposito, nella relazione introduttiva, Stefano Trasatti del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) ha detto che il non profit – che spesso risulta affetto da una certa soggezione nei confronti dei giornalisti – dovrebbe dotarsi di strumenti professionali e investire più tempo, persone e risorse nello studio dell’informazione e dei suoi meccanismi. Ma dovrebbe preoccuparsi anche di attivare quanti più momenti possibile per il confronto con i giornalisti. Infatti proprio il Cnca organizza da ormai qualche anno Redattore sociale, un seminario di formazione per i giornalisti sul tema del disagio e della marginalità.

Un diverso rapporto con i giornalisti
E proprio il rapporto con i giornalisti va rivisto. Perché, per il non profit, i giornalisti quando non sono amici sono nemici. E fanno presto a trasformarsi in demoniaci manipolatori dell’informazione. Ma affinché questo rapporto cambi – dice Maria Teresa Rosito, responsabile delle Relazioni esterne della Fivol (Fondazione Italiana per il volontariato) – è necessario un radicale mutamento di mentalità. Perfino coloro che lavorano nei grandi uffici stampa del Terzo settore devono rendersi conto che la cosa più importante non è andare in prima pagina. Certo, nessuno può dimenticare la promozione dell’organizzazione per la quale lavora, ma chi opera nel non profit deve sempre ricordare che opera a servizio del sociale. Sociale che non va inteso come una casella a sé, una sotto-categoria della cronaca, ma piuttosto come una lettura trasversale del mondo che abbraccia tutto ciò che resta: la politica, l’economia, lo sport, e così via.
In questa prospettiva il rapporto con i giornalisti non può limitarsi a una perpetua richiesta di pubblicare i comunicati. Deve diventare piuttosto uno scambio costruttivo. Per questa ragione gli uffici stampa del non profit devono trasformarsi in una fonte autorevole, non solo divulgando il patrimonio culturale e conoscitivo delle associazioni di appartenenza, ma anche organizzando sistematicamente i propri saperi, in maniera da diventare una guida affidabile per i giornalisti che hanno bisogno di informazioni sul mondo dell’associazionismo e, più in generale, del sociale.
Sicché tra gli obiettivi più ambiziosi del Coordinamento nazionale degli uffici stampa vi è anche quello di creare un’Agenzia dell’informazione sociale senza fini di lucro, che nasca da dentro il non profit (includendo in questa definizione le realtà laiche del volontariato puro, del privato sociale, dell’ambientalismo, della difesa dei consumatori, del pacifismo, della cooperazione sociale, della cooperazione internazionale, ecc.). Mentre ad un Osservatorio sull’informazione sarebbe affidato il compito di monitorare la qualità della produzione informativa, con una speciale attenzione alle cosiddette tematiche sociali.
Intanto chi lavora già nel campo della comunicazione sa bene che perché le cose possano davvero cambiare c’è bisogno che il cambiamento si realizzi a tutti i livelli. Non solo tra addetti stampa e giornalisti, ma anche tra presidenti e direttori. Per questo motivo, il prossimo appuntamento in programma è proprio un incontro con i presidenti e i responsabili delle organizzazioni del Terzo settore.

Millesima visione

di Davide Rambaldi

Ho visto in successione Festen di Vinterberg e Idioti di Lars Von Triers.
Viene da chiedersi come sono messi i danesi.
Il vecchio Steve, che di cinema davvero non se ne intende, li ha definiti “Film catena”. Catena lenta, ovviamente. Intraducibile ma assolutamente centrato.
Meglio Festen. Se non altro per il senso di liberazione che la vendetta sui genitori produce su tutti noi. Mica perchè ce l’abbiamo con i nostri cari. E’ solo una questione di conti in sospeso. Al di là dell’ingiustizia che questo sentimento esprime. Però è lì, rimosso o forse no, però c’è. Se no non si spiegherebbe perchè Festen è piaciuto tanto in giro. E’ un film catena, lento, per lunghi tratti non si vede una sega perchè il regista non utilizza le luci di scena, un uso ipercinetico della macchina da presa, rigorosamente a spalla come affermazione stilistica di un cinema verità che ha avuto ben altri maestri, che è fine a se stesso, manieristico, irritante, da giovane intellettuale che “ha visto un bel mondo” come direbbe mio padre. Che palle. Però quella vendetta è liberatoria, importante, sancisce la riparazione da un’ingiustizia arcana e culturale e che riguarda il potere dispotico di tanti adulti su tanti bambini, di tanti genitori su tanti figli. Quello che aspettiamo è anche il contrario: la liberazione frutto del riscatto di tanti genitori vittime dei propri figli. Così almeno, nel piano della sublimazione artistica, tutti possono avere voce e rappresentare parti di tutti noi. Siamo per l’eguaglianza.
Di Idioti invece non si salva nulla. Il sentimento più nobile che mi ha suscitato è il desiderio di veder lavorare il regista in miniera per qualche tempo. Così potrebbe raccontare storie di vita vissuta di qualche significato.
Cosa voleva dirci questo enfant prodige del cinema triste danese rappresentando un gruppo di adulti che fanno finta di essere idioti per emarginarsi dal mondo della normalità e per prendersi gioco della normalità? Che è impossibile fare gli idioti quando non lo si è? Che il disagio della normalità è tale che alcuni normali preferiscono psicotizzarsi?
Lo sa Lars Von Triers il dolore che c’è dietro la follia e l’emarginazione? Lo sa che uno dei doveri dei normali è quello della tutela dei diritti delle persone emarginate e cioè di una azione etica e politica nella comunità?
Comunque sia, non me ne può fregare di meno della visione che Von Triers ha dell’uomo (danese) e della sua presunta alienazione e individualismo, un uomo così dolente, cattivo e a-politico da non riuscire più a costruire legami significativi con la sua comunità e tra l’adeguamento alla normalità e la rivolta la sua risposta è l’autismo. Non c’è speranza nelle pieghe del film e c’è disprezzo, per l’uomo e la comunità degli uomini; e per la normalità, che è un bene prezioso anche se controverso, come sa bene chi dalla normalità è escluso.
Mi avesse fatto meno arrabbiare, avrei auspicato a Von Triers di andare a scuola di cinema e di rispetto da Emir Kusturiza (e invece: in miniera!). Il suo film non vale tre fotogrammi di Gatto bianco Gattonero. Lì vi è un uso funzionale della forma al servizio della storia, e il film è un gioco magico e delirante, un inno alla vita, all’amore, alla fantasia, al divertimento, all’ironia. E se non raggiunge le vette di Underground, pazienza, sempre di capolavoro si tratta. Uno dei pochi, se non l’unico nel desolante panorama cinematografico di fine millennio.

Il lato peggiore del muro

a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista

Ma la Grande Muraglia era solo la punta dell’iceberg, il simbolo della Cina, lo stemma di un paese che per millenni era stato la terra delle muraglie. La Grande Muraglia delimitava i confini settentrionali dell’impero, ma esistevano muraglie anche tra regni in guerra, tra regioni e provincie.  Difendevano le città e le campagne, i valichi e i ponti. Proteggevano i palazzi, le sedi del governo, i templi e i mercati. Le caserme, i posti di polizia e le prigioni. Attorno alle case private c’erano mura che separavano vicino da vicino e famiglia da famiglia. Calcolando quindi  che i cinesi abbiano costruito mura per centinaia e migliaia di anni e considerata la numerosità della popolazione, il senso del sacrificio, l’esemplare disciplina e la laboriosità da formiche che li contraddistingue, otterremo centinaia di migliaia di ore dedicate alla costruzione di mura, ore che in un paese povero come questo avrebbero potuto essere dedicate all’apprendimento della lettura o di un mestiere, alla coltivazione di sempre nuovi  campi e all’allevamento di un sano bestiame.
E invece l’energia del mondo va a finire nelle muraglie.
Che irrazionalità. Che spreco.
Perché la Grande Muraglia, questo super-muro, questa super-fortezza distesa per migliaia di chilometri tra deserti e montagne inabitate, e che, oltre che fonte d’orgoglio, è anche una delle meraviglie del mondo, è anche il sintomo dell’aberrazione umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacità di questo popolo di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo.
[…]
Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi, osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia.
Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da u muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore stia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché l’abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica”.
(Ryszard Kapúsciński, In viaggio con Erodoto)

Con il suo sguardo disincantato e partecipe, Kapúsciński ci offre un’inedita prospettiva da cui guardare una delle opere più affascinanti che mano d’uomo abbia costruito, che porta con sé il senso del passato e dell’esotismo di culture lontane. Eppure anche la Grande Muraglia non è altro che un muro e come tutti i muri il senso del suo esistere sta proprio nella sua funzione che è quella di separare, chiudere fuori e insieme proteggere e chiudere dentro. Chi è fuori e chi è dentro? Dove sono i confini? Chi decide quale linea seguire nel mettere i mattoni uno sull’altro? Chi stabilisce se non sia meglio costruire un ponte?
I muri contano ben di più dei ponti: in tutte le guerre combattute, sempre, ponti sono stati abbattuti e mura sono state erette a difesa.
Nell’ansia di separare sani da malati, cattivi da buoni, muri altissimi e ben protetti hanno impedito che lo sguardo passasse e hanno nascosto diversità che non si volevano vedere e conoscere.
Muri invisibili impediscono di vedere davvero chi ci cammina di fianco e magari solo per un breve tratto incrocia la nostra strada.

Introduzione: Il magico Alvermann: perché la letteratura?

di Giovanna Di Pasquale

La strada letteraria è stata, fin dall’inizio dell’esperienza della rivista “HP-Accaparlante”, assai frequentata per affrontare e approfondire la tematica delle diversità.
Tanto frequentata da aver portato alla realizzazione di una rubrica, “Il magico Alvermann”,  il cui titolo richiama direttamente una vecchia serie televisiva della TV dei ragazzi trasmessa negli anni ‘70  ma porta con un sé un errore di trascrizione, una “n” finale in più rispetto all’originale, errore questo che non abbiamo mai voluto correggere: alla redazione piaceva troppo avere una rubrica con un titolo “diversamente corretto”…
“Il magico Alvermann”, in trent’anni di vita di “HP-Accaparlante”, ha ospitato una serie di brani letterari o di altre forme espressive che, come il cinema e la canzone, si nutrono di storie e narrazioni non tecniche scelti da diversi curatori che si sono alternati nel tempo.
A ognuno di loro, persone con professionalità e provenienza eterogenee, è stato chiesto, infatti, di scegliere in modo del tutto libero e personale un pezzo di letteratura che contenesse richiami e collegamenti con l’idea di diversità, almeno agli occhi di chi   lo proponeva. Questa scelta è stata  accompagnata da un commento sul senso e le motivazioni e sui percorsi di lettura possibili. Numero dopo numero i brani proposti, accostati gli uni  agli altri, hanno composto un “catalogo” di immagini sulla e della diversità intesa nell’accezione più ampia possibile.
Ed è una ricca rappresentanza di questo catalogo che, in un ordine che rispecchia quello della pubblicazione originale, viene riproposta ora in questo libro, non solo a testimonianza di un percorso, ma come segno di un’attenzione sempre presente nel nostro gruppo di lavoro alla letteratura, ai libri, alle storie come strumenti potenti di aiuto alla riflessione e alla consapevolezza sulla convivenza con le nostre e le altrui diversità, nodo cruciale per ogni comunità e organizzazione sociale.
La letteratura offre l’occasione di straordinari incontri con le narrazioni, può consentire la rivisitazione delle storie della vita quotidiana e una possibile riappropriazione.
Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon c’è differenza tra la vita e la storia. La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza.
È la vita a scrivere le storie, e la letteratura rappresenta lenti potenti per mettere a fuoco queste storie.
Sono lenti particolari capaci di avvicinare a forme di comprensione nell’esperienza degli altri, anche quando quest’ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità.§
La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell’oblio.
Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta, e che ritroviamo così forte in quel legame saldo e inconsueto che si forma tra un autore amato e il suo lettore.
C’è nelle storie, anche in quelle più incredibili e mirabolanti, una sorta di prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevoli e poco inquadrabili vicende umane.
Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione.
Ed è in questa ambiguità non risolvibile, un’ambiguità preziosa al vivere, in questo incrocio di destini, che risiede il richiamo perenne delle storie, perché , in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull’incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.

Quale idea di diversità
Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti e i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni. Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti. C’è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dai personaggi mitologici; c’è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta e osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine; c’è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto.
C’è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all’unicità che ogni essere umano porta con sé, ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura, ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane. Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell’impegno di diventare grandi. Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, a volte feroci e violenti. Ci sono i bambini che hanno subito violenza, vissuto l’esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri. Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.

Il percorso attraverso il ponte
Il ponte. È un’altra parole che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento (tra chi educa e chi è educato, tra me e l’altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo….) che deve essere però attraversata.
L’immagine del ponte implica una scelta da fare e un percorso da compiere.
Sì, si può raggiungere l’altra sponda, qualche volta anche a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire; sì, ci si può guardare intorno godendo di quell’essere ancora per un poco lungo il cammino, “tra” il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
C’è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo e anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente e accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura che aiuta a rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente e ad avvicinarsi e far avvicinare all’incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.

Catturare un pesce arcobaleno

a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista

A tratti si sorprendeva un’espressione umana sul viso di Tilly o di Lorna o delle altre, ma non c’era verso di catturarla; si aveva l’impressione di essere un pescatore con la lenza che scorge l’increspatura creata da un pesce arcobaleno che morirà sicuramente se resta nell’acqua inquinata. Come catturarlo senza fargli del male? Ma l’increspatura di umanità può assumere forma di protesta, depressione, ilarità, violenza; è più facile stordire il bellissimo pesce con una scarica elettrica che maneggiarlo con cura e trasferirlo in uno stagno dove possa prosperare. E prendere all’amo l’identità umana può richiedere molte ore o anni, stando seduti sulla propria barca sicura al centro dello specchio d’acqua stagnante e tentando di non farsi prendere dal panico quando l’increspatura tanto attesa rischia di rovesciare la barca.
[…]
Il pensiero dell’operazione divenne un incubo. Ogni mattina quando mi svegliavo immaginavo: “Oggi verranno a prendermi, mi raderanno la testa, mi addormenteranno, mi manderanno all’ospedale in città, e quando aprirò gli occhi avrò una benda sulla testa e una cicatrice su ogni tempia oppure una curva, come un’aureola, sulla sommità della testa dove i ladri, portando i guanti e muniti di autorizzazione e con delicatezza, sono entrati e hanno saccheggiato educatamente il magazzino e se ne sono andati calmi e imperturbabili come addetti alla lettura dei contatori, facchini dei traslochi, o imbianchini mandati a ritappezzare una stanza al piano di sopra.
E la mia “vecchia” identità? Avendo ricevuto l’annuncio della sua prossima morte sarebbe sgattaiolata via come un animale per morire in privato? O si sarebbe rovesciata da qualche parte come una macchia invisibile? Oppure, scartata, sarebbe rimasta in agguato ad aspettarmi nel futuro, chiedendo vendetta? Qual è la sua essenza? Forse i ladri che sembrano addetti alla lettura del contatore senza saperlo portano via una scheda bianca, e i facchini dei traslochi sudano convinti sotto il peso di mobili immaginari?
Mi sveglierò e non avrò il controllo di me stessa. Ho visto gli altri, come bagnano il letto, come i loro volti sono vaghi e sperduti, con una riserva di sorrisi irreali per i quali non esiste richiesta. Sarò “riadattata”, è quella la parola che si usa per i casi di lobotomia. Riabilitata. Adattata, con la mente tagliata e cucita per adeguarla agli usi del mondo. Le infermiere mi porteranno a passeggio in giardino e io indosserò un foulard sulla testa, con un  fiocco in alto, come se non nascondessi niente di più importante dei bigodini, eppure nessuno, meno di tutti io stessa, si lascerà ingannare: sarà un foulard da lobotomia – ne hanno una riserva – il festoso annuncio della personalità cambiata. E tutti proveranno interesse per me, mi rivolgeranno la parola, e per un certo tempo avranno pazienza con me come un prototipo sul quale potranno esprimere o imprimere una piccola parte di sé, finché non saranno assaliti dalla frustrazione che provano i bambini quando non riescono a trasferire tutto di se stessi in giocattoli così limitati, o gli adulti quando un bambino che consideravano un giocattolo si trasforma nella realtà pericolosa di un essere autonomo, come un pianoforte in miniatura che iniziasse a suonare da solo.
Ben presto si sentiranno irritati con me, esasperati; perché gran parte della vita consiste nel tentativo di difendersi annettendo e occupando gli altri. Scopriranno che non possono riversare la loro idea della nuova me stessa dentro di me come liquido nello stampo in attesa, perché certamente niente avrà cambiato lo stampo.
(Janet Frame, Dentro il muro)

Anche se Janet Frame considerava questo libro un’opera di fantasia, è comunque nato dall’esperienza diretta dell’autrice che passa lunghi periodi della sua giovinezza in ospedale psichiatrico. Siamo in Nuova Zelanda negli anni ’40, quando bastava essere particolarmente timide e schive per essere considerate diverse e ricoverate in strutture che ben poco avevano di umano in cui l’unica cura possibile era l’elettroshock o, nei casi più gravi, la lobotomia. Niente poi di così diverso da quello che succedeva in Italia prima che Basaglia aprisse i manicomi.
Molto di più di un’autobiografia, questo romanzo è un’intensa riflessione sull’identità e il rispetto, sulla dignità di ciascuno e sul diritto a non essere calpestato.
Ed è cosa che ci riguarda tutti, nelle mille relazioni quotidiane, nei rapporti di lavoro, negli incontri casuali al supermercato o lungo la strada. Mettersi nei panni degli altri, osservare e ascoltare, accogliere tutto quello che ci distingue l’uno dall’altro e rende così preziosa l’unicità di ciascuno. Proprio qui sta la difficoltà: riuscire a catturare il pesce arcobaleno per renderlo simile ai mille pesci rossi della fontana nella piazza, oppure prenderlo delicatamente e con ogni cura accompagnarlo nell’acqua pulita di un piccolo stagno?
Crescere un figlio, accudire un genitore anziano e malato, educare bambini e ragazzi, formare nuovi lavoratori, svolgere professioni che hanno a che fare con la cura dell’altro… Ognuno di noi, lungo la strada, ricopre qualcuno di questi ruoli e cammina lungo la linea sottile che separa la percezione di sé da quella dell’altro. E sempre deve prestare attenzione al cammino, in ogni momento deve ricordarsi chi è e chi sono quelli che affianca.
Perché ci si possa guardare allo specchio e riconoscersi ma non sovrapporsi l’uno all’altro.
Perché, come ci ricorda Janet Frame, è certamente possibile pensare l’altro come lo vorremmo e cercare di plasmarlo per renderlo il più simile a noi e all’idea che abbiamo di lui, ma non potremo mai cambiare lo stampo, se non distruggendolo.

Il “dopo di noi” di madame Verloc

a cura di Nicola Rabbi, giornalista

Un pallido rossore colorì il volto spettrale e immobile della signora Verloc. Sbarazzatosi delle visioni del passato, aveva non soltanto udito ma compreso le parole di suo marito. E, per il loro assoluto disaccordo con lo stato della sua mente, queste parole esercitarono su di lei un effetto
quasi soffocante. Lo stato mentale della signora Verloc aveva il merito della semplicità; ma non era sano. Troppo lo dominava un’idea fissa. Ogni angolo del suo cervello era occupato dal pensiero che quell’uomo, con il quale era vissuta senza disgusto sette anni, le aveva portato via il
“povero ragazzo” per ucciderlo; l’uomo al quale si era a poco a poco abituata nel corpo e nella mente, l’uomo nel quale aveva avuto fiducia, le aveva strappato il ragazzo per ucciderlo! Nella forma, nella sostanza, nell’effetto, ch’era universale e cambiava perfino l’aspetto delle cose
inanimate, era un pensiero da rimanere li seduti a sbigottirne per sempre. La signora Verloc rimase seduta. E, attraverso i suoi pensieri, la figura del signor Verloc andava e veniva, familiarmente in cappello e soprabito, calpestandole il cervello con gli stivali. Probabilmente
parlava, anche; ma i pensieri della signora Verloc coprivano quasi la voce”.
(Joseph Conrad, L’agente segreto)

Il signor Verloc è un agente segreto, al servizio di una potenza straniera (la Russia?), che vive nell’Inghilterra di fine Ottocento. Con la sua mediocrità, la sua scarsa prestanza fisica, Verloc è lontanissimo dall’immagine comune che abbiamo di un agente segreto.
Winnie, sua moglie, è una donna riservata e bella che non conosce la reale attività del marito; anzi appositamente si ferma alla superficie della realtà, non volendo comprendere il mondo che la circonda. A lei sta cuore soprattutto una cosa, l’esistenza di Steve, il fratello disabile psichico di cui fin da bambina ha la custodia. Anche il marito che si è scelto, non bello e un tantino insulso, è in funzione di questo suo progetto, dato che può offrire sicurezza a lei e al fratello. Steve è un ragazzo semplice e in un romanzo dove tutti i protagonisti sono mossi da impulsi egoistici prima ancora che dai loro ideali politici e umanitari, appare un angelo indifeso. Ma non è lui la figura più interessante del libro, l’eroina tragica è Winnie che vede il suo progetto di dopo di noi per Steve venire improvvisamente sconvolto.
Il signor Verloc messo sotto pressione dai suoi capi deve inscenare un attentato dinamitardo e usa l’inconsapevole cognato come esecutore: Steve alla fine si farà esplodere inciampando nelle radici di un albero.
L’incontro in cui il signor Verloc racconta alla moglie la tragica fine del fratello, è un esempio di totale mancanza di comprensione dell’altro. Verloc è dispiaciuto dell’incidente, ma tratta Steve come una persona di poco conto, la cui morte è un piccolo incidente di percorso e da per scontato che la pena per Winnie sarà solo passeggera, come può essere per la morte di un cagnolino. Verloc pagherà cara questa valutazione errata. Per sua moglie Steve è una profonda ragione di esistenza, almeno di tutta l’esistenza che si era costruita fino ad ora. Prima decide di non voler vedere più il marito, poi, in un processo mentale sempre più spasmodico, lo ucciderà con un trincia carne.