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Autore: Nicola Rabbi

Che stress essere piccoli!

di Rosa Masciopinto, attrice, insegna improvvisazione teatrale all’Accademia nazionale d’arte drammatica “S. D’Amico” di Roma

C’era una volta  un povero contadino, che una sera stava seduto presso il focolare e attizzava il fuoco, mentre sua moglie filava. Disse: come è triste non aver bambini! È così silenziosa casa nostra! È dagli altri c’è tanto baccano e tanta allegria.
Sì, rispose la donna sospirando, anche se fosse uno solo, sia pur piccolissimo, non più grosso di un pollice sarei già contenta; e gli vorremmo un gran bene. Ora avvenne che la donna cominciò a star male, e dopo sette mesi diede alla luce un bambino, perfettamente formato ma non più alto di un pollice.
Dissero: È tale quale ce lo siamo augurato e sarà il nostro caro figlioletto;e, dalla statura, lo chiamarono Pollicino. Non gli lesinarono il cibo, ma il bimbo non crebbe, rimase quel che era stato fin dal primo momento; ma aveva uno sguardo intelligente e ben presto si dimostrò un cosino svelto e giudizioso, che riusciva in tutto quel che intraprendeva.
(Jacob e Wilhelm Grimm,  “Pollicino”)

Quando è  passata la legge che obbliga all’uso delle cinture durante la guida per me è stato un giorno triste: sono alta un metro e mezzo e, se sono al volante, la cintura diventa uno strumento di tortura. Stringe esattamente sotto la giugulare e, soprattutto d’estate, quando il collo è più libero dai vestiti, finisce per arrossarsi e farmi male. Sono di carnagione delicata e quel segno rosso rimane a lungo e c’è sempre qualcuno che mi chiede se mi sono fatta male, quando non fa battute che alludono a gusti sessuali un po’ particolari.
Inoltre, appartenendo al genere femminile, sono dotata di seni, zona sensibile, soprattutto in alcuni periodi, quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali: se fossi più alta forse quella stringa nera riuscirebbe a passarci in mezzo. E invece no: la cintura schiaccia inesorabilmente il mio seno destro, procurandomi disagio, fastidio, insofferenza, dolore. Ultima cosa da sottolineare è che abito in una metropoli, sono una libera professionista e mi muovo molto, con i tempi serratissimi di una grande città che non offre una gran comodità di mezzi pubblici. Mi trovo a passare molto tempo nella mia auto: la cintura schiaccia, stringe, tira e io sbuffo, mi agito e, in alcuni periodi, soprattutto in quelli decisi dalla natura e dai suoi cicli ormonali, la mia volontà, intelligenza e capacità di tolleranza non bastano a mantenermi civile cittadina del mondo.
La cintura è uno strumento meccanico, basato su un principio di scivolamento intorno a una sorta di carrucola di plastica: una volta agganciato il suo gancio dovrebbe rimanere lì, lunga quanto la distanza tra i suoi due attacchi. E invece no: lei è viva, si assesta piano piano e piano piano, impercettibilmente, tira indietro, sempre di più, fino a soffocarmi. D’altronde non fa altro che rispondere alla sua funzione: quella di proteggere il busto di un essere umano dai contraccolpi violenti dovuti alle frenate brusche, evitando di spaccare il parabrezza con la fronte. La cintura è programmata per proteggere e lo fa sempre, anche quando non ce n’è bisogno: sembra che ti abbracci, invece ti stringe, ti opprime come una mamma ansiosa o un amante geloso, categorie umane alquanto pericolose!
Ho provato a comprare un aggeggio di plastica che, applicato alla carrucola di scorrimento, dovrebbe allentare un po’ quell’abbraccio morboso, ma non solo il maledetto nastro non scorreva più bene, ma, quando lo sganciavo, rifiutava di riarrotolarsi: con aria patetica rimaneva abbandonato sul sedile. Nel periodo del suddetto esperimento, spesso, quando tornavo alla mia auto, lo vedevo ciondolare per terra, fuori dall’auto, schiacciato dallo sportello chiuso, con un’aria come per dire: “Guarda cosa mi hai fatto, crudele!”. Io? Sei tu che mi costringi, in tutti i sensi, tu e la legge, quella che mi obbliga a usarti!
Lo so, potrei chiedere l’esonero, pare che possano ricorrervi tutti quelli alti meno di un metro e mezzo e tutti quelli più alti di un metro e ottanta, pare che abbiano pensato anche a noi! E non sto qui a fingere di aver sprecato del tempo nel cercare l’ufficio dove si fa una cosa del genere, né a descrivere la fila davanti a uno sportello dei vigili urbani e i lunghi moduli da riempire, no. Non l’ho ancora fatto, non ci ho ancora provato, quindi non so nemmeno se si può fare veramente o se questo esonero è solo una leggenda metropolitana. Potrei elencare una serie di motivi che mi hanno impedito un ennesimo viaggio nella burocrazia, ma mi rendo conto che l’ostacolo più grosso alla mia ricerca di libertà è che non mi va di darmi da fare per dimostrare che non rientro nei parametri decisi dalla legge, che non rientro nella norma, insomma…
Ho passato tutta la vita a cercare di sentirmi normale: non sono bassa, sono piccola! Non sono sotto la media, sono minuta e “in picciol vaso prezioso unguento”! Mi vesto nei negozi per bambini perché gli stilisti per bambini hanno gusti eccellenti e mi piace uno stile sportivo! E le scarpe basse non le scelgo perché non trovo il trentaquattro con i tacchi, ma perché adoro questo tipo di calzature, sono comode! E non è vero che, a tavola, mi siedo sempre allo stesso posto perché ho segato le gambe della sedia, potendo così finalmente appoggiare i piedi comodamente per terra, ma perché sono semplicemente un’abitudinaria! E ho studiato per anni arti orientali e training autogeno per trovare un equilibrio nel mondo, non per evitare crisi di claustrofobia quando mi trovo nella folla attorniata da gente altissima!
Insomma non ho mai preteso che le norme si adattassero a me, ho cercato sempre un modo creativo per sentirmi normale.
Lo decisi a 11 anni di sentirmi normale, in prima media.
Prima di quell’età si è tutti piccoli e io mi sentivo come gli altri.
Poi ci fu lo sciopero!
Le scuole medie erano nello stesso edificio del liceo classico e gli studenti avevano deciso di aderire a una protesta nazionale, ma io non ne sapevo nulla, né dell’iniziativa, né delle motivazioni di quella decisione.
Non è che avessi una coscienza politica a quei tempi, sapevo solo che quel giorno c’era compito in classe e io avevo studiato molto.
Quella mattina, davanti alla scuola, c’era un cordone di studenti che urlavano e che impedivano a chiunque di passare.
Cercai di attirare l’attenzione di qualcuno, ma gli sguardi degli altri mi passavano sopra la testa, provai a rivolgermi a un ragazzone dall’aria arrabbiata, ma c’era troppo rumore e non mi sentiva.
La campanella doveva essere suonata da un pezzo: decisi di passare lo stesso e cercai di farmi largo tra le anche di quel ragazzone e quelle del suo vicino e, solo a quel punto, lui mi notò: mi acchiappò per la collottola sollevandomi da terra come uno straccetto.
– Dove hai intenzione di andare ?
– A scuola, ho compito in classe.
– Vai via, nana!
E mi scaraventò lontano.
Se mi avesse spiegato qualcosa, se avesse cercato di convincermi che quello sciopero era per difendere anche i miei diritti, forse, mi dico, sarei rimasta lì con loro. Ma non lo fece, non ci provò nemmeno.
Ricordo il pizzicore delle lacrime negli occhi anche se non sapevo ancora che quello che stavo provando si chiamasse umiliazione, sapevo solo che quello che sentivo nel petto era come un dolore e che quel dolore stava bussando a una porta di un sentimento nuovo che, col tempo, avrei definito “orgoglio”. So solo che, quando quella porta si è aperta, ne è uscita la rabbia: ma cosa se ne fa una bambina della rabbia? Soprattutto quando la persona che l’ha provocata è enorme, cattiva e indifferente?
Quella botta di adrenalina aveva richiamato più ossigeno al mio cervello e il mio obiettivo ora non era più un semplice compito in classe: ora io avevo bisogno di esistere.
Sto raccontando di tempi in cui i ragazzini ancora potevano giocare per strada e, anche se il paese era piccolo, io lo conoscevo bene: se la strada principale era bloccata, c’erano i vicoli! Feci un giro larghissimo, lunghissimo, ma alla fine raggiunsi il portone della scuola e, prima di attraversarlo, mi girai a guardare quelle schiene urlanti e prepotenti e mi sentii felice: solo che quella sensazione durò poco.
La scuola era deserta, quando entrai nella classe vuota mi resi conto di quanto era grande. Ce l’avevo fatta, ero riuscita a raggiungere il mio scopo, ma a cosa serviva, adesso? Ero lì, sola, svuotata. Col mio inutile vocabolario sul banco. Ma evidentemente quello era il giorno in cui la vita aveva deciso di farmi alcune rivelazioni e così mi spinse a superare  l’annichilimento suggerendomi di aprire quel libro che da allora preferisco a qualsiasi altro: cercai sul dizionario quella parola sconosciuta che urlavano tutti, che era scritta su tanti cartelli.
Sciopero: cessazione del lavoro di operai, collettivamente, allo scopo di imporre ai padroni patti diversi da quelli stabiliti… astensione… per protesta… fatto per ragioni politiche… incrociando le braccia… per appoggiare nella lotta altre categorie di lavoratori…ostruzionismo… crumiro! Chi è il crumiro? Crumiro: di popolazioni berbere… operaio che lavora  durante uno sciopero. Io ero una crumira!
La mia azione individuale di protesta a una protesta che forse era giusta non era servita a niente e a nessuno se non a farmi sentire inutile: per non sentirmi diversa, avevo finito per esserlo davvero. La cosa positiva era che cominciavo a esserne consapevole: tutto sarebbe stato meglio di quella solitudine, di quell’amarezza, di quello sperdimento provati in quell’aula vuota. Stavo diventando grande insomma, e avevo voglia finalmente di far parte del mondo, di non esserne buttata fuori e di non tagliarmene fuori.
Certo l’intelligenza e la fantasia si possono allenare, si può tener viva la curiosità, nutrire la voglia di esserci e di andare avanti, oggi come oggi si può addirittura essere anche più belli, ma quando ti siedi al posto di guida della tua auto e il tuo corpo non rientra nei parametri standard, quella maledetta cintura  continuerà a strozzarti.
E allora? Allora forse è tempo di chiedere quel benedetto esonero, senza viverlo come un’umiliazione, ma anzi considerandolo un’opportunità: mi costerà del tempo e sicuramente non sarà facile, ma vuoi mettere guidare senza quello strumento di tortura?
Certo, se la polizia mi fermerà, dovrò ogni volta dimostrare di essere esonerata e ogni volta penserò: che stress essere piccoli!

2. Tutto quello che mi serve sapere

di Robert Fulghum

La massima parte di ciò che veramente mi serve sapere su come vivere, cosa fare e in che modo comportarmi l’ho imparata all’asilo*. La saggezza non si trova al vertice della montagna degli studi superiori, bensì nei castelli di sabbia del giardino dell’infanzia. Queste sono le cose che ho appreso:
-Dividere tutto con gli altri.
-Giocare correttamente.
-Non fare male alla gente.
-Rimettere le cose al loro posto.
-Sistemare il disordine.
-Non prendere ciò che non è mio.
-Dire che mi dispiace quando faccio del male a qualcuno.
-Lavarmi le mani prima di mangiare.
-I biscotti caldi e il latte freddo fanno bene.
-Condurre una vita equilibrata: imparare qualcosa, pensare un po’ e disegnare, dipingere, cantare, ballare, suonare e lavorare un tanto al giorno.
-Fare un riposino ogni pomeriggio.
-Nel mondo, badare al traffico, tenere per mano e stare vicino agli altri.
-Essere consapevole del meraviglioso.
-Ricordare il seme nel vaso: le radici scendono, la pianta sale e nessuno sa veramente come e perché, ma tutti noi siamo così. I pesci rossi, i criceti, i topolini bianchi e persino il seme nel suo recipiente: tutti muoiono e noi pure.
-Non dimenticare, infine, la prima parola che ho imparato, la più importante di tutte: GUARDARE.

Tutto quello che mi serve sapere sta lì, da qualche parte: le regole Auree, l’amore, l’igiene alimentare, l’ecologia, la politica e il vivere assennatamente.
Basta scegliere uno qualsiasi tra questi precetti, elaborarlo in termini adulti e sofisticati e applicarlo alla famiglia, al lavoro, al governo, o al mondo in generale, e si dimostrerà vero, chiaro e incrollabile.
Pensate a come il mondo sarebbe migliore se noi tutti, l’intera umanità prendessimo latte e biscotti ogni pomeriggio alle tre e ci mettessimo poi sotto le coperte per un pisolino, o se tutti i governi si attenessero al principio basilare di rimettere ogni cosa dove l’hanno trovata e di ripulire il proprio disordine.
Rimane sempre vero, a qualsiasi età, che quando si esce nel mondo è meglio tenersi per mano e rimanere uniti. 

*L’utilizzo che Fulghum fa del termine “asilo” è oggi riportabile a tutte le strutture educative che accolgono i bambini da piccolissimi fino all’ingresso nella scuola elementare (la cosiddetta fascia 0-6 anni). In questo senso le sue riflessioni pedagogiche “in forma di pensieri poetici” si riferiscono egualmente all’esperienza dell’asilo nido e a quella della scuola dell’infanzia.

1. Introduzione

A cura di Giovanna Di Pasquale

Aprire le porte di casa, uscire nel mondo. Essere accolti all’asilo nido, frequentare la scuola dell’infanzia: per i bambini sono occasioni uniche per imparare, con gradualità e attraverso un accompagnamento, a incontrare gli altri e a condividere i modi e i tempi del vivere insieme. Per i bambini che hanno anche un deficit o che vivono una situazione di difficoltà, questo passaggio dalle mura di casa alle realtà dei luoghi educativi è, per molti versi, ancora più delicato e prezioso. Le strutture educative sono i contesti dei primi appuntamenti sulla scena sociale per i bambini in difficoltà e le loro famiglie: appuntamenti vissuti con ansia e preoccupazione, ma anche con speranza e aspettativa di un supporto e di uno sguardo incoraggiante. L’asilo nido, la scuola dell’infanzia sono, quindi, uno snodo estremamente importante nel percorso verso un’identità che riconosca e valorizzi le possibilità, anche le più incerte e meno evidenti, in un contesto sociale dove l’incontro con gli altri, adulti e bambini, è fonte di apprendimento reciproco. L’integrazione di un bambino o di una bambina con un deficit non è solo un’opportunità di crescita e di acquisizione di competenze per quella singola persona, ma costruzione di relazioni e situazioni di lavoro che producono un apprendimento più ampio. Apprendimento che apre al cambiamento e al riconoscimento di connessioni e differenze fra “io” e “mondo”, fra modi originali di essere, agire, comunicare. L’apprendimento è anche costruzione sociale: le tante case nel mondo costituite dagli asili per i piccolissimi e dalle scuole d’infanzia sono uno fra i terreni più fertili per fare crescere il senso di comune appartenenza alla comunità di donne e uomini, per imparare insieme, come scrive Fulghum, le cose che servono davvero.

 La comunità: un progetto di vita?

di Francesca Campomori, moglie di Luca Crisafulli e mamma di Ruth. Sono una delle ultime famiglie entrate a far parte della Comunità Maranà-tha

Vent’anni fa un gruppo di persone, dopo aver fatto una scoperta importante per la propria vita, diede corpo a un sogno. La scoperta era la buona notizia di Gesù di Nazareth, che ci fa conoscere un Padre accogliente, davanti al quale siamo preziosi, degni di stima e amati; la buona notizia dell’amore incondizionato e gratuito del Signore che per primo ci mette al centro della sua vita. Il sogno da incarnare era quello di una vita in cui l’aver toccato con mano il Signore che accoglie si traducesse in uno slancio verso l’accoglienza di persone in difficoltà. Si trattava anche di creare maggiore unità tra la dimensione del servizio e la vita “normale”: di far cioè convergere le due dimensioni per poterle vivere in armonia. Da qui è nata Maranà-tha, una comunità di famiglie aperta all’accoglienza di minori (attraverso l’affido), di donne sole con figli, di persone in crisi o in ricerca.
La comunità è allora un progetto di vita “allargato”? Forse si potrebbe meglio dire che scegliere di vivere a Maranà-tha stabilmente è un modo specifico per realizzare un progetto di vita più ampio che è il voler seguire Gesù e, contemporaneamente, il sentire di non poter essere autosufficienti in questa impresa, ma di aver bisogno della condivisione e del sostegno dei fratelli. È una scelta che nasce anche da una certa inquietudine esistenziale, dalla ricerca di un “di più” (magis) rispetto allo scenario di vita di famiglia che ognuno si poteva prospettare, al di fuori della comunità. Certo, molti di noi all’inizio coltivavano un progetto di servizio agli altri, sottolineando l’aspetto dell’accoglienza verso l’esterno; i primi tempi di vita insieme delle famiglie fondatrici hanno chiarito come il primo, e fondamentale passo, fosse l’accoglienza del fratello più vicino, quello che ti vive accanto e che ha “concordato” con te il progetto, non l’“accolto”, in quanto povero, di cui prendersi cura. Un passaggio particolarmente significativo. La vita concreta e quotidiana di comunità si è rivelata quindi “purificatrice” rispetto al semplice entusiasmo umano del “fare qualcosa di buono” senza mettersi in discussione in prima persona. La diversità e la specificità di ciascuno è una ricchezza, ma anche inevitabilmente una fatica da affrontare a occhi aperti, senza illudersi di cambiare l’altro, né che sia necessario un cambiamento dell’altro per poter stare bene insieme. Senza questo passaggio sarebbe molto difficile accettare che la propria vita, le proprie decisioni lavorative, o di educazione dei figli, siano condizionate dai fratelli di comunità, accettare di mettere insieme il denaro facendo cassa comune e sentire in tutto ciò non un vincolo a cui sottostare, ma uno strumento di maggiore libertà personale. Nelle fatiche relazionali della vita comunitaria ognuno si conosce, e conosce l’altro, per quello che è: imparare ad accogliersi fino ad affermare “è possibile vivere insieme” è la realizzazione, mai compiuta in maniera definitiva, del nocciolo del progetto di vita che Maranà-tha incarna.
Poi ci sono i cosiddetti “accolti”, le persone che non formano la comunità stabile, ma che la abitano per un periodo più o meno lungo, spinti il più delle volte da una situazione di necessità. Per queste persone, penso soprattutto agli adulti accolti, la comunità non è un progetto di vita, quanto piuttosto, almeno inizialmente, un’áncora di salvezza in un momento di tempesta della propria vita: un ambito in cui sentirsi protetti e sostenuti per poter rimarginare ferite profonde, fino ad avere le forze per ricominciare, o cominciare per la prima volta, a progettare e scegliere una propria vita. Come interagisce l’elemento comunità, vita comunitaria, nella costruzione di un progetto di vita per chi è accolto? Si tratta certamente di un’interazione diversa rispetto a chi ha scelto di vivere a Maranà-tha come risposta a una “vocazione”; c’è comunque un elemento comune a chi accoglie e a chi è accolto, un elemento quasi terapeutico per entrambi i gruppi: le relazioni.  Le relazioni costituiscono il quotidiano della vita comunitaria e sono una palestra in cui sperimentare la fiducia nell’altro, il sollievo nel condividere sofferenze pesanti, la scoperta dei propri limiti e di quelli degli altri e la possibilità di guardarli senza più angoscia ma con tenerezza. Si gode della vita relazionale nella misura in cui ci si gioca e ci si sbilancia verso l’altro. Il “successo” delle accoglienze dipende molto dalla disponibilità delle persone a entrare in relazione: una relazione attiva e dinamica, che è per molti versi relazione di aiuto, ma che non può risolversi in un semplice ricevere aiuto. La comunità allora diventa progetto di vita nella misura in cui si sceglie di utilizzare questo strumento e le occasioni che offre, soprattutto relazionali, in modo creativo e costruttivo, non limitandosi a esserne passivi consumatori. Non ci sono automatismi: abitare a Maranà-tha aiuta le persone accolte a costruire più consapevolmente il proprio progetto di vita solo se, alla base, si sceglie di “impastarsi” nella vita comunitaria, per viverla non come semplici spettatori.
E per un diversabile, uno come Claudio Imprudente, tra i fondatori della comunità, in che modo quest’ultima può collaborare alla costruzione del suo progetto di vita? Anche in questo caso è improprio ricorrere a categorie troppo ingessate; non credo ci sia una specificità precisa per una persona diversabile, per quanto riguarda la costruzione di un progetto di vita. Credo però che alcuni elementi siano accentuati: scegliere di vivere in comunità significa fare un investimento importante su legami che non sono di sangue, che non riguardano quindi la sfera più tradizionale del prendersi cura l’uno dell’altro. Questo è vero anche per i “normodotati”, ma è visibile e sperimentabile in misura decisamente più intensa in una persona diversabile, soprattutto quando i legami di sangue non possono più garantire un aiuto concreto e magari, a loro volta i genitori hanno necessità di essere presi in carico totalmente, come è accaduto alla mamma di Claudio.
Nell’ultima lettera di Natale della comunità, Margherita, una di noi, scriveva a proposito della malattia della mamma di Claudio: “Il trovarci a dover affrontare una malattia così impegnativa e drammatica che ha mandato in tilt tutti gli ambiti, da quello relazionale a quello delle autonomie, ci ha immesso in una situazione di forte interazione tra noi, ognuno di noi ha necessariamente tirato fuori dal suo zaino tutti i moschettoni e le corde che aveva, per affrontare questa impervia salita. Salita infattibile e pericolosa per uno, due… ma possibile se affrontata in cordata”. Al di là della situazione della malattia, credo che questa cordata, in cui ognuno tira fuori le proprie risorse, sia, da una parte, il senso della vita di comunità e, dall’altra, il modo in cui un diversabile sperimenta che il proprio progetto di vita, per quanto necessariamente meno autonomo dei normodotati, non è strettamente legato alle relazioni parentali e di sangue. Può essere anche altro, molto altro.

Informazioni sulla comunità
Maranà-tha, che significa “Vieni Signore” in aramaico, è una comunità di famiglie nata nel 1985. Attualmente cinque famiglie abitano insieme in una grande casa dalla quale si sono ricavati, oltre agli appartamenti per le famiglie stesse, degli spazi per le accoglienze, una cucina e un salone comuni per condividere i pranzi durante la settimana, una cappella e altri spazi per stare insieme.
Maranà-tha accoglie bambini attraverso l’affidamento familiare, donne sole con bambini, nuclei familiari in difficoltà, persone con disagi psichici e sociali, persone in discernimento vocazionale. È anche un centro operativo della Caritas di Bologna dove poter svolgere il Servizio Civile Nazionale. Nel 1999 Maranà-tha si è costituita in associazione di volontariato e i beni immobiliari della struttura sono di proprietà dell’associazione. Nel 2002 la comunità è stata riconosciuta come opera dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.
www.maranacom.it.

La country house: una casa per viaggiare

di Francesco “Ghighi” Di Paola

Il viaggio, la vacanza e i suoi diversi modi di realizzarla, rappresentano per tutti uno stacco dalla quotidianità che può aprirsi a occasioni di conoscenza di altri luoghi e stili di vita. “Turismo accessibile” è informazioni utili, ma anche progetti dedicati, perché visitare un luogo vuol dire fare conoscenza non solo con gli spazi fisici – mura, pietre, monumenti, paesaggio – ma anche con le persone e le idee che animano quei luoghi.
È questo un modo meno scontato per entrare in sintonia con il clima culturale e sociale di un posto. 

Una casa per viaggiare
Come base di partenza nell’esplorazione fra alcuni dei luoghi più belli d’Italia, vi suggerisco di partire dal cuore dell’Umbria e più precisamente da una “casa”, la country house “La città del sole”, una struttura che nasce dall’intento di coniugare l’utilizzo turistico del territorio con un progetto più complessivo di accoglienza, attento ai legami fra le persone e rispettoso delle differenti situazioni di vita.
Per chi vuole prendersi una pausa godendo della cura del cibo, della bellezza dei dintorni, dei piccoli paesi e delle bellissime cittadine che l’Umbria offre, partecipando nello stesso tempo a un progetto che permette di vivere dal di dentro la vacanza, “La città del sole” mi sembra il posto adatto.

Il progetto “turismo per tutti”
La Fondazione “La città del sole – Onlus”, nata nel 1998 sulla base di consolidate esperienze nel campo della salute mentale e dell’associazionismo, cura gli aspetti di integrazione della country house, e in particolare il progetto “Turismo per tutti”, che offre una concreta risposta a un bisogno sociale a oggi sostanzialmente inevaso, qual è quello di strutture per il tempo libero e le vacanze in grado di accogliere persone con disagio fisico, psichico e sensoriale, sia singolarmente che con i loro gruppi di riferimento (associazioni, case-famiglia, ecc.) e/o le loro famiglie.
Sperimentare spazi e attività separati, anche se soltanto per i pochi giorni di una vacanza, può permettere di vivere l’autonomia non come un momento di perdita ma di arricchimento, di aggiungere all’istanza di svago e di riposo, necessario a tutti ma essenziale per chi ha maggiori difficoltà nell’organizzazione autonoma, un elemento “formativo” originale che tornerà utile come esperienza su cui riflettere anche dopo il ritorno alla vita quotidiana.
Vacanza come possibilità di vivere momenti di salute globali per la persona e per la sua famiglia, con ricadute potenzialmente positive sul benessere complessivo del singolo e della famiglia.
Vacanza come occasione per favorire un’esperienza di reale integrazione per le persone disabili e con disagio psichico e di arricchimento umano per tutti.
La competenza della Fondazione “La città del sole” nel campo della salute mentale rende il progetto particolarmente attento ai bisogni delle persone con disagio psichico, per le quali minore o minima, su e giù per l’Italia,  è la risposta al bisogno di vacanza. 

La struttura
“La città del sole”, situata a pochi chilometri da San Venanzo, è uno splendido complesso rurale immerso in una delle zone più verdi e incontaminate dell’Umbria, un’ampia area alle pendici del monte Peglia ma non fuori dal mondo: Todi e Orvieto distano 30 chilometri, Perugia 45, Assisi 60, mentre Roma e Firenze, facilmente raggiungibili via A1-E45, distano 130 e 160 chilometri.
La country house, formata da due casali in pietra, è dotata di 5 appartamenti, formati da due o tre camere con uno o due bagni. Gli appartamenti possono essere altresì utilizzati affittando separatamente le varie stanze (a 2 o 3 letti), nel qual caso la struttura può offrire: 9 camere (di cui due specificamente attrezzata per disabili fisici) e 4 soggiorni abitabili, per un totale di circa 30 posti letto. Inoltre piscina, una sala ristorante per 70 coperti, una sala comune per attività del tempo libero, ampio parcheggio, impianto hi-fi, videoregistratore, telefono e fax, collegamento internet.

Cosa offre
Il gruppo di lavoro della country house ha la possibilità di coinvolgere le persone con deficit in attività legate al funzionamento della country house stessa, attività che li aiutino a rafforzare o a sviluppare nuove autonomie (fare la spesa, aiutare in cucina, apparecchiare e sparecchiare i tavoli della sala, lavorare nell’orto, dar da mangiare agli animali da cortile, collaborare alla reception nell’accoglienza di altri clienti), oppure in attività di tempo libero (cavallo, piscina, circolo giovanile del paese limitrofo), in grado di stimolare la socializzazione con altri ospiti.
È possibile anche prevedere momenti di gruppo (escursioni, gite in città d’arte, attività teatrali, serate musicali, ecc.) dove i nuclei familiari potranno ritrovarsi ma in un contesto di socializzazione e di svago più ampio – che coinvolge tutti gli ospiti della struttura – così da rendere lo stare insieme non più una necessità subita ma una scelta per tutti piacevole.
Nel caso si tratti di persone con problemi o famiglie orientate a fare questa esperienza da strutture pubbliche o associazioni private, sarà possibile concordare assieme a loro – a partire dal “menù” di offerte turistiche e culturali che “La città del sole” può mettere in campo e coordinare – un programma mirato alle specifiche caratteristiche del gruppo.

Country house “La Città del sole”
Vocabolo Casavecchia 27, Località San Vito di Monte – San Venanzo (TR)
Tel. 075/870.82.06 – Fax 075/870.82.35
e-mail: cittadelsole@hotmail.com

Bianco su nero

a cura di Gianfranco Caramella e Luca Malvicini, formatori

BIANCO SU NERO
Solo le lettere, lettere sul soffitto lettere bianche che strisciano lente su uno sfondo nero.
Cominciarono ad apparirmi la notte, dopo uno dei miei soliti attacchi di cuore.
Potevo spostarle lungo il soffitto, quelle lettere, allinearle a formare parole e frasi. E al mattino non restava altro che annotarle nella memoria del computer…

LA FORZA E LA BONTA’
Scrivo della forza. Della forza fisica e spirituale.
Della forza che è in ciascuno di noi.
Della forza che supera qualunque barriera e vince…
I protagonisti di questo libro sono persone forti, molto forti.
Capita spesso che si debba essere forti. E buoni.
Non tutti possono permettersi di essere buoni, non tutti sono capaci d’oltrepassare le barriere dell’incomprensione generale. Troppo spesso la bontà passa per debolezza. Ed è una cosa triste.
Essere uomini è difficile, difficilissimo, ma assolutamente possibile…

L’EROE
Sono un eroe. È facile essere un eroe.
Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto.
Se non hai i genitori, fa’ affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe.
Se non hai né le braccia né le gambe e hai pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato a essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare.
Io sono un eroe. Non ho altra scelta…

LA BAIONETTA
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta quasi nulla? Perchè vive? Non lo sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo sui tasti del computer, una lettera dopo l’altra…

IL RITARDATO
Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto…
Tra i miei primi ricordi di bambino c’è una conversazione fra adulti.
“Dici che è intelligente? Ma se non può neanche camminare!”
Non è cambiato niente da allora. Da che vivo, il mio handicap è sempre stato visto come la possibilità o meno di compiere azioni meccaniche…
Essere un ritardato non è poi così difficile.
Lo sguardo della gente ti scivola accanto senza notarti.
Non sei un uomo, sei il nulla.
Capita, però, che per bontà innata o per dovere professionale, l’interlocutore noti che dentro sei come tutti gli altri.
E in questo attimo l’indifferenza cede il posto all’ammirazione, e l’ammirazione a un’angoscia sorda per la realtà delle cose…

NERO
Come sempre nella vita, a un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni.
Tutto cambia e deve cambiare. Così deve essere, così va il mondo.
Lo so, non ho nulla in contrario, non mi resta altro che sperare.
Sperare in un miracolo. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco.
Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche.
È il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco arriverò finalmente al mio capolinea, alla personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto le lettere dell’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere sul fondo bianco.  Lo spero.
(Brano tratto dal romanzo Bianco su nero di  Rubén Gallego)

Questa storia prende avvio nel ’68. Il mondo occidentale è attraversato da un impetuoso movimento di messa in discussione di ogni forma di potere e d’autorità costituita. In Unione Sovietica, paese “investito” della missione di costruire l’“uomo nuovo”, nasce Ruben Gallego autore e protagonista di  Bianco su nero.
Ruben è il nipote del Segretario del Partito Comunista Spagnolo in esilio.
Sua figlia Aurora, giornalista a Mosca, dopo una relazione con un compagno venezuelano, dà alla luce due gemelli. Uno muore, l’altro, Ruben, colpito da paralisi cerebrale infantile, muove solo due dita della mano sinistra.
In un paese dove “tutti” dovevano essere felici, questo “figlio imperfetto” viene internato in un orfanotrofio.
Nascosto agli occhi del mondo, trascorre la vita tra un istituto e l’altro, conoscendo gli orrori di un universo concentrazionario presente e attivo, malgrado i presupposti, anche nella società sovietica.
Solo durante la Perestrojca riesce rocambolescamente a sfuggire alla sua fine in un ospizio.
Si ricongiunge alla madre, studia, si sposa e ha due figlie.
Comincia a scrivere in russo, sua lingua madre, e in Russia nel 2003 il suo Bianco su nero vince il prestigioso premio letterario “Booker Prize”.
Sarebbe riduttivo e fuorviante considerare questa opera prima come una sorta di documento politico che svela i retroscena di un regime.
Sarebbe abusato, consolatorio, inutile pensare a freaks che danno lezioni d’umanità ai “normali”.
Non ci troviamo davanti un libro di denuncia, un vittimistico atto d’accusa.
Siamo di fronte alla lotta di un uomo, mai domo, contro le circostanze. Una lotta che avrebbe potuto essere combattuta ovunque, che ci riguarda direttamente ed è quanto mai attuale.
Quarant’anni dopo, viviamo in un tempo dominato dal paradosso della “libertà obbligatoria”, in un mondo “lacerato” dall’ingiustizia sociale, paralizzato dall’ossessione per la sicurezza e il controllo, sterilizzato dalla spettacolarizzazione delle emozioni, “condannati” all’euforia perpetua!
È sempre più di vitale importanza impegnarsi in un attento e quotidiano lavoro di umanizzazione delle relazioni  e di resistenza ai processi di omologazione.
Superate le secche dell’ideologia e del moralismo, evitate le cadute in uno sterile e superficiale vitalismo, questa lettura offre tracce di vita che possono orientare la nostra azione per il futuro.
Metter nero su bianco, lo scrivere, non è solo memoria! È un rivedersi, è lo sviluppo di un rullino fotografico. L’aver fissato un momento, un’emozione e poi, nella camera oscura, ritoccare contrasti e luminosità perché l’emozione “arrivi” a chi guarderà quella foto.
Fermare attimi, elaborare sentimenti, vissuti, sogni, suggestioni.
Trasformare momenti e pensieri di sé in patrimonio collettivo, condivisibile, riconoscibile.
È un qualcosa di estremamente personale, individuale, ove “gli altri” si possono riconoscere.
Lo scrivere e il leggere permettono osmosi, le parole prendono corpo.
Le narrazioni diventano azioni vissute. Gli spazi raccontati si vedono, si toccano.
Si sentono gli odori, le emozioni si impregnano nel corpo e diventano proprie.
Il raccontare e il raccontarsi si collegano intimamente all’ascoltare/ascoltarsi…
Oggi si sente forte il bisogno che le parole, le frasi, i concetti letti, detti, pensati siano espressioni del corpo singolo immerso nell’insieme del corpo sociale, non mere espressioni razionali. Dare corpo alle parole, investire di multisenso le espressioni, superare le stereotipie comunicazionali e caricare di valore “le presenze”.
L’essere presente, l’esserci “nel proprio modo” risulta più che mai condizione fondamentale di speranza, di “ sviluppo” inteso come capacità di andare “oltre”, di cambiare, di immaginarsi ”dopo”, di sentirsi autori e protagonisti del/nel dopo.
Raccontare e raccontarsi, dare l’opportunità e il permesso anche ad “altri” di raccontare di noi, è  rappresentarsi, è essere accettato, è  potersi esprimere anche solo con gesti, posture, suoni disarticolati… È esserci con il proprio modo di esprimersi.
È non confinare a priori nell’inconsapevolezza le “Diverse” capacità d’espressione attraverso molteplici forme artistiche.
È non fermarsi alla condizione bensì aprire/aprirsi alla comunicazione, alla vita.
Vita, un soffio leggero che ci spinge a sostenere sforzi, fatiche, sacrifici; che ci ricarica nel momento in cui ci disponiamo a ricevere le storie e i punti di vista degli Altri, ad ascoltarli contaminandoci, ad accettarli.
Ascoltare e ascoltarsi talvolta non è sufficiente… Il soffio è continuo! Occorre prepararsi a sentirlo, percepirlo, inseguirlo, capirlo. E non solo raccoglierlo, ma anche indirizzarlo, moltiplicarlo…
Gallego ci aiuta ricordandoci, attraverso una sorta di semplice e provocatoria enfasi dei contrasti, l’importanza delle sfumature, l’attenzione ai particolari, l’indispensabilità dei gesti.
All’azione  ben fatta non contrappone ma predilige l’azione a buon fine con un indiretto invito all’attenzione e all’auspicio di una relazione ove il corpo “anche incompleto” risulta denominatore comune di universalità e nel contempo di personalizzazione.

RaiSport: SportAbilia

di Lorenzo Roata, giornalista di RaiSport, ideatore e curatore della rubrica televisiva “SportAbilia”. Inviato a Sydney 2000, Salt Lake City 2002, Atene 2004

La testimonianza che porto è legata all’esperienza di giornalista/telecronista maturata negli anni in materia di sport per disabili dentro RaiSport, testata televisiva del Servizio Pubblico. Lo sport per disabili è sicuramente materia specifica, a ben considerare ancora più esposta al rischio del pregiudizio corrente, o peggio, a quello di un approccio compassionevole – atteggiamenti entrambi da eludere in partenza se si punta a una corretta comunicazione di fatti e notizie. “Deve essere difficile parlare di sport disabili! Ci vuole proprio un bel coraggio! Non sarà mica sport…”, sono solo alcune delle frasi che spesso si sono sentiti rivolgere quei giornalisti quotidianamente impegnati nel dare a questi argomenti l’opportuna considerazione. Di sicuro discorsi crudi; eppure all’interno del nostro stesso ambiente, fino a pochi anni fa, erano i più diffusi; discredito generalizzato che hanno vissuto sulla loro pelle anche autorevoli personaggi del settore. Lo stesso Phill Craven, presidente mondiale del Comitato Paraolimpico Internazionale, a suo tempo colonna della Nazionale britannica di basket in carrozzina, nella qualità di massimo grado IPC, si è sempre occupato in prima persona della vendita del “prodotto Paralimpiadi” ai network televisivi di tutto il mondo. In un’intervista ai Giochi invernali di Salt Lake City, egli mi raccontò che i primi a vivere nel pregiudizio, solo una decina di anni fa, erano gli stessi direttori delle televisioni. Costoro, nella maggior parte, rispondevano “no” cortesi ma senz’appello riguardo alla possibilità che lo sport per disabili fosse trasmesso in tv, asserendo che lo spettacolo offerto ai telespettatori sarebbe stato troppo duro all’occhio, finanche cruento, visione insopportabile.
Erano altri tempi; oggi per fortuna si registra una radicale inversione di tendenza cominciata con le Paralimpiadi di Seul (1988) in cui si tenne anche a battesimo la nuova bandiera paralimpica con le tre gocce coreane in campo bianco a significare spirito, mente e corpo in ideale parallelo con i cinque cerchi olimpici; un progresso che finalmente ha sancito la tanta auspicata pari dignità fra Olimpiadi e Paralimpiadi, fra CIO e IPC, parità addirittura conclamata a partire dalle ultime due edizioni dei Giochi: Sydney 2000 (trionfo del supremo concetto di paralimpismo per sensibilità tutta australiana) e Salt Lake City 2002.
È indubbio che la sinergia IPC/CIO (insieme al mastodontico piano di promozione e divulgazione attuato nei decenni dai capi del movimento paralimpico, fino all’ultimo degli organizzatori in ambito locale) ha contribuito non poco verso una maggiore visibilità dello sport per disabili; prime quelle nazioni che, per storia e tradizione delle politiche sociali, da sempre vantano un grado di coscienza civica altissima sulla generale questione della disabilità fisica e mentale. Il riferimento è soprattutto ai Paesi anglosassoni e, sempre in Europa, a quelli scandinavi (prima la Svezia), Spagna, Germania e Francia a ruota. Tutte comunità che, con medesima sentita partecipazione e con eguale risalto mediatico, hanno altrettanto compreso e affrontato la specifica questione della disabilità nello sport.
Nuova sensibilità, allora, e nuova soglia di attenzione che negli ultimi anni, in pari misura, hanno proficuamente percorso il nostro paese, al tempo stesso “obbligando” all’intervento i mass media nazionali, la Rai in particolare a partire dalle Paralimpiadi australiane.
Proprio in questo percorso, il palinsesto RaiSport apre nei notiziari e nelle rubriche spazi “ad hoc”, fino a produrre, nei giorni dell’evento, una trasmissione quotidiana di mezz’ora. Fin da subito esperimento felice, preziosa cassa di risonanza per le imprese e i risultati degli atleti azzurri nel segno dell’antagonismo più accattivante, compreso l’esplicito gradimento dei telespettatori: “semplicemente” si trattò di raccontare fatti e storie nella gioia della vittoria o nel dolore della sconfitta, quintessenza dello sport.
Alla luce della positiva esperienza, due anni dopo, Rai e RaiSport hanno ribadito il progetto di una trasmissione quotidiana in occasione delle Paralimpiadi invernali di Salt Lake City, un format che, sempre in coincidenza con i luminosi successi degli atleti italiani, ha di nuovo incontrato il gradimento del pubblico; nella successiva convinzione che l’effettivo ritorno riscontrato sull’utenza, in futuro, avrebbe potuto attirare anche sponsor e inserzionisti sulla falsariga di quanto già avveniva, e avviene tuttora, in altri paesi.
Una prima conferma in questa direzione (lo sport per disabili come potenziale veicolo pubblicitario) si è avuta nel 2003 con la  partenza di “SportAbilia”, un nuovo programma di RaiSport, una rubrica quindicinale prodotta dalla sede Rai di Milano:  si è trattato in partenza di un ciclo  sperimentale di quattro puntate in onda su Rai 2 alla domenica in seconda serata, dopo la “Domenica Sportiva”,  con dati di ascolto e di gradimento ben oltre le aspettative.
Anche in virtù di questi positivi riscontri, “SportAbilia” oggi, in edizione ordinaria,  è un  appuntamento consolidato nel palinsesto di RaiSport: rubrica quindicinale d’informazione al secondo anno in onda “in chiaro” nel Pomeriggio Sportivo del sabato. Agli inizi del 2004, al termine dell’Anno Europeo delle Persone con Disabilità, la trasmissione ha ottenuto il patrocinio del Segretariato Sociale Rai e,  progetto pilota , è stata ufficialmente presentata al Prix Italia (rassegna internazionale dei prodotti televisivi). In edizione straordinaria, “SportAbilia”, poi, è diventato appuntamento quotidiano durante le Paralimpiadi di Atene mentre, quest’anno, è in onda su Rai3 dal 15 gennaio, nel modo ormai consolidato del format quindicinale.

I gruppi Calamaio in rete

a cura della redazione

Il 2 ottobre 2004 è stata una data storica. Per il prima volta, dopo tanti anni, il Progetto Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna ha riunito molti gruppi, rappresentanti di associazioni, di centri di documentazione, insomma una cinquantina di persone interessate all’educazione alla diversità nelle scuole. È stato un momento molto importante perché per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di conoscerci tutti, condividere le nostre esperienze e i nostri progetti. Abbiamo potuto con piacere constatare come la “filosofia calamaio”, ovvero un certo stile autoironico, allegro e che rifiuta la schematizzazione disabile = oggetto di assistenza, sia stata percepita da ciascuno di noi come l’elemento che ci lega, pur provenendo tutti da esperienze e campi educativi molto diversi (chi dalla scuola, chi dall’esperienza delle famiglie, chi da un lavoro di documentazione e informazione, ecc.).
Questo nostro primo incontro ha generato due proposte: la prima è quella di creare una vera e propria Rete di Gruppi Calamaio; la seconda intende costituire un’Associazione di Associazioni, il cui principale obiettivo è promuovere l’educazione alla diversità, a partire proprio da quei soggetti che in altri contesti sono definiti svantaggiati.
Siamo consapevoli della complessità di quest’ultima proposta, ma crediamo sia importante far in modo che esperienze valide e innovative vengano conosciute e messe in rete all’interno di un comune orizzonte educativo.
Per cominciare, abbiamo creato una mailing list, alla quale preghiamo di iscriversi tutti coloro che sono interessati a entrare a far parte di questa Associazione di Associazioni.
La nostra lista vuol essere uno spazio di condivisione e discussione sui seguenti argomenti:
– aggiornamenti relativi alle attività del Calamaio ed eventuali nuove proposte;
– considerazioni inerenti il tema dell’integrazione sociale delle diverse abilità;
– comunicazioni, progetti e idee provenienti da tutti i gruppi e le associazioni che si occupano dell’integrazione in ambito socio-educativo di persone diversamente abili.
Per iscriversi alla mailing list, mandare un’e-mail a sympa@liste.retelilliput.org, indicando nell’oggetto “subscribe progetto_calamaio”.

 I diritti oltre le barricate. L’Intergruppo per la Disabilità

di Massimiliano Rubbi

Forse i più “schierati” tra noi possono ritenere che solo una parte politica (la propria) sappia realmente occuparsi dei problemi delle persone con disabilità, per garantire loro un dignitoso presente e un futuro migliore. Una probabile smentita a questa convinzione arriva dall’Intergruppo della Disabilità presso il Parlamento Europeo, un’istituzione informale tanto importante quanto sconosciuta al pubblico, anche di settore. L’Intergruppo è stato costituito nel lontano 1980, ed è stato mantenuto, con volti ovviamente sempre nuovi, in tutte le legislature europee di lì in poi. La caratteristica più importante di questo gruppo sta nel suo essere “inter-”: in esso collaborano parlamentari europei di ogni nazionalità e di ogni appartenenza politica, attraversando le barriere che solitamente caratterizzano (e talora bloccano) l’attività dell’istituzione parlamentare di Strasburgo.
Le recenti elezioni del giugno 2004, come ricorderete, sono state le prime in cui sono stati chiamati a votare i cittadini dei 10 nuovi Paesi dell’Est Europa. Il Parlamento Europeo è stato pertanto allargato dai precedenti 626 membri a 732. L’interesse per l’Intergruppo sembra essere cresciuto in maniera più che proporzionale: se nella legislatura 1999-2004 i parlamentari attivi erano circa 40, a oggi hanno manifestato il proprio interesse a partecipare ai lavori ben 111 deputati – senza contare il circolo più ampio dei membri che si interessano alle attività pur senza prendervi parte attiva.

La guerra dei pullman
Il dubbio che può cogliere i lettori è che un gruppo del genere possa limitarsi a esprimere prese di posizione di scarsa consistenza, e comunque che incida ben poco sull’attività politica comunitaria. È difficile valutare la fondatezza di queste perplessità, anche perché occorre considerare i limiti nel processo decisionale comunitario del Parlamento Europeo (che solo la nuova Costituzione firmata nell’ottobre scorso, dopo aspre discussioni, e ancora da ratificare, sembra rendere un’assemblea legislativa vera e propria).
Con queste precisazioni, comunque, si può ricordare almeno un nitido successo dell’Intergruppo. Il 14 febbraio 2001 era in discussione la proposta di direttiva relativa ad autobus e pullman, che definiva ed estendeva i requisiti di accessibilità necessari all’omologazione dei mezzi. Il presidente dell’Intergruppo, il britannico Richard Howitt (confermato nel 2004), propose un emendamento che, contraddicendo la proposta del Consiglio dell’Unione formato dai ministri nazionali competenti, imponeva agli autobus di classe I (quelli utilizzati in ambito urbano) non solo un sistema di “inginocchiamento” con pianale ribassato, ma anche un sistema di elevatore o di rampa, per consentire una piena accessibilità anche da terra a persone in carrozzina. L’emendamento fu approvato, nonostante forti pressioni contrarie che minacciavano di far saltare l’intera direttiva, con 296 voti contro 224. A testimoniare quanto la direttiva fosse controversa, ci fu bisogno di un ulteriore incontro di conciliazione tra le diverse istituzioni europee per giungere alla definitiva approvazione il 20 novembre 2001. La direttiva doveva essere recepita e attuata a livello nazionale entro il 13 agosto 2003, e il recepimento in Italia è avvenuto nei tempi prescritti, ma probabilmente se andate a prendere un qualunque bus urbano oggi non vi accorgerete di quanto l’Intergruppo, e le associazioni di disabili, abbiano lavorato per voi. Ciononostante, la legittima speranza che tra qualche anno l’azienda di trasporti della vostra città, costretta a rottamare gli “scassoni” comperati magari negli anni ’70, ponga in circolazione mezzi accessibili è diretta conseguenza di quel sofferto voto di Strasburgo.

Come funziona l’Intergruppo
Ma come funziona l’Intergruppo per la disabilità? Si tratta innanzitutto di una struttura relativamente leggera: esiste una segreteria, che non ha però sede a Strasburgo bensì presso l’European Disability Forum a Bruxelles, mentre il supporto logistico (sale riunioni, interpreti) è fornito dai diversi gruppi parlamentari.
Già da questo assetto organizzativo si può cogliere come gli Intergruppi in generale, e quello sulla disabilità in particolare, si trovino sospesi tra due differenti dimensioni. Da un lato, c’è una forte connessione con le associazioni rappresentative dei cittadini interessati: come rileva l’On. Antonio De Poli (Gruppo PPE), “gli Intergruppi sono ‘l’interfaccia’ con le istanze di vari settori della società civile. Infatti, non sono solo i Deputati a farne parte, ma vengono chiamati rappresentanti di organizzazioni e associazioni pertinenti al tema”. In questo caso, un ruolo dominante ha l’EDF, e tramite essa le associazioni nazionali più rappresentative dei cittadini con disabilità.
D’altro canto, si tratta di un intergruppo parlamentare, e risulta decisivo il rapporto con i gruppi politici di appartenenza per ottenere un appoggio effettivo alle proposte maturate in sede di intergruppo. Infatti, ricorda De Poli, “non essendo organo ufficiale del Parlamento, l’Intergruppo ovviamente non ha voce in capitolo come soggetto autonomo, ad esempio durante una votazione plenaria”. Ci si potrebbe chiedere se in una sede così “trasversale” emergano le tensioni che separano i differenti gruppi politici, e le diverse appartenenze nazionali, all’interno dell’Europarlamento. Anche qui De Poli fornisce un rassicurante sguardo dall’interno: “A differenza delle commissioni parlamentari, ove ogni Deputato rappresenta il Gruppo politico al quale appartiene, l’Intergruppo opera in un clima più ‘disteso’, poiché tutti i Deputati aderenti agiscono per il bene degli scopi comuni stabiliti”.
L’azione dell’Intergruppo, insomma, consiste soprattutto nella traduzione delle istanze dei cittadini con disabilità in proposte legislative sostenibili, sulle quali cercare un consenso parlamentare e politico più vasto. Sintetizza l’On. Marta Vincenzi (Gruppo PSE): “I parlamentari che hanno aderito  hanno tutti una spiccata sensibilità in relazione alle tematiche della disabilità. Potranno avere peso decisionale sulle decisioni dell’Unione solo se riusciranno a promuovere azioni incisive di coinvolgimento dei rispettivi gruppi politici di appartenenza”.

Grandi speranze
Il programma operativo per la legislatura 2004-2009, approvato nell’ottobre scorso, prevede alcuni temi-chiave sui quali l’Intergruppo si impegna a operare. Tra questi, sembra di particolare interesse la campagna per una direttiva “orizzontale” contro la discriminazione, che copra tutte le aree di interesse pubblico in cui la persona con disabilità possa subire esclusione sociale. Una simile direttiva specifica per la disabilità, e contemporaneamente onnicomprensiva rispetto alla frammentazione degli ambiti in cui si è svolta finora l’azione di lobbying, potrebbe costituire una vera svolta per l’integrazione sociale dei cittadini in situazione di handicap. I governi tedesco, austriaco e spagnolo, e anche il Ministro Maroni per quello italiano, hanno espresso il loro sostegno alla proposta nel corso dell’Anno Europeo 2003; dalle parole ai fatti, però, il passo è e sarà molto lungo, nonostante una bozza di direttiva sia stata presentata dall’EDF all’Intergruppo già il 12 marzo 2004.
Nel programma di lavoro non mancano comunque proposte più circoscritte, e la cui attuazione è di più breve respiro. Tra esse, riferimenti più vincolanti nel regolamento sul Fondo Sociale Europeo per gli interventi a favore delle persone con disabilità; l’inclusione delle persone con disabilità tra gli obiettivi-chiave dell’Agenda della politica sociale che la Commissione adotterà per il periodo 2006-2010; il rafforzamento delle previsioni di accessibilità nella revisione della Direttiva sulle comunicazioni elettroniche, prevista per il 2005.
Inoltre, ci sono alcune richieste specifiche per la direttiva sul trasporto aereo delle persone a mobilità ridotta, come la gratuità dell’assistenza necessaria e la garanzia di supporto continuo, dall’imbarco iniziale allo sbarco finale. Proprio a proposito dei trasporti, l’On. Vincenzi focalizza il proprio impegno affinché “la liberalizzazione dei trasporti non avvenga a scapito della qualità sociale”: nel quadro delle politiche di deregulation che l’UE sta attuando in quasi tutti gli ambiti, questa pressione dell’Intergruppo per un mercato solidale e attento anche ai bisogni minoritari appare la vera cifra possibile della sua attività.

La parola e l’ascolto
Anche se, come si è visto, il rapporto dell’Intergruppo con la società civile avviene principalmente per il tramite dell’EDF e di rappresentanze organizzate, stimoli diretti da parte degli eurocittadini possono risultare molto utili per definire l’agenda e le soluzioni possibili in materia di disabilità. Come afferma De Poli, “noi Deputati Europei siamo stati eletti per essere la voce dei cittadini in Europa. Ma per essere voce dobbiamo prima essere orecchio attento all’ascolto” (e in questo senso va la sua proposta di creare un gruppo di lavoro sul volontariato europeo). Per queste ragioni riportiamo i recapiti dell’Intergruppo, nonché, su loro richiesta, dei due europarlamentari che abbiamo interpellato, nella speranza che questo contribuisca a un dialogo più intenso e produttivo tra i cittadini e l’Intergruppo.

Disability Intergroup
Secretariat: Sophie Beaumont, c/o European Disability Forum
Rue du Commerce 39-41, B-1000 Bruxelles, Belgio
Tel. 0032-2-2824602
Fax 0032-2-2824609
E-mail: ep@edf-feph.org 

On. Marta Vincenzi
Parlamento europeo – Bât. Altiero Spinelli 15G169
Rue Wiertz 60, B-1047 Bruxelles, Belgio
Tel. 0032-2-2845331
Fax 0032-2-2849331
E-mail: mvincenzi@europarl.eu.int

On. Antonio De Poli
Parlamento europeo – Bât. Altiero Spinelli 09E209
Rue Wiertz 60, B-1047 Bruxelles, Belgio
Tel. 0032-2-2847489
Fax 0032-2-2849489
E-mail: adepoli@europarl.eu.int

21. Bibliografia

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Gulmanelli Stefano, PopWar – il Netattivismo contro l’Ordine Costituito, Milano, Apogeo, 2003
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Pulcini Enrico, Scrivere, linkare, comunicare per il web, Milano, Angeli, 2001
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Riviste
“Problemi dell’informazione”, Bologna, Il Mulino
“Internet News”, Milano, Pratiche
“HP-Accaparlante”, Trento, Erickson 

20. Il problema del copyright

Il fatto è capitato nel 2003, l’esponente radicale Paolo Pietrosanti, non vedente, ha messo on line  il romanzo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” per permettere anche a chi non vede di poter ascoltare (tramite uno screen reader e un sintetizzatore vocale) il libro della Rowling. Chi lo voleva leggere doveva pagare solamente la somma spettante per il diritto d’autore, circa il 20% del prezzo di copertina. L’iniziativa non è passata inosservata e Pietrosanti ha dovuto retrocedere perché è stato citato dall’editore Salani dinanzi al Tribunale civile di Milano.
Questo esempio ci illustra come le nuove tecnologie possano garantire ai disabili quei diritti che non vengono rispettati (in questo caso l’accessibilità a un’opera letteraria). Questa possibilità di fatto è stata negata per una questione di copyright; in questo articolo vogliamo parlare proprio del diritto d’autore, dei cambiamenti cui esso va incontro con l’avvento dei nuovi strumenti di comunicazione digitale e di come la normativa si stia modificando e spesso non nella direzione dell’interesse del singolo cittadino (abile o disabile che sia).

Il diritto d’autore al tempo di internet
Il mezzo digitale permette una riproducibilità di qualunque opera (testuale, sonora, visiva), una riproducibilità veloce, dove le copie sono identiche all’originale e la distribuzione è immediata. Questa situazione permette, come mai è stato possibile in passato, la condivisione delle conoscenze, ovvero la possibilità di dare a chiunque (chiunque sia collegato alla rete beninteso) degli strumenti adeguati per comprendere e agire nel mondo che lo circonda. Questa idea di condivisione dei dati e di cooperazione senza fini di lucro è, d’altronde, uno dei tratti costitutivi della rete telematica. Fin dai suoi esordi, internet (ma allora non si chiamava così) si è caratterizzata proprio per lo spirito di condivisione delle risorse e del libero scambio di informazioni e dati; la rete è stata sviluppata e popolata da ricercatori che credevano nella cooperazione al di là degli interessi privati.
Ma la rete allora ha mantenuto le sue iniziali promesse di condivisione di beni immateriali per tutti? No, non è proprio così: esiste un problema, anzi un diritto a essere precisi, ed è il diritto d’autore, il copyright, ovvero la legittima aspettativa dell’autore di un brano musicale o di un testo di vedere un riconoscimento economico del proprio prodotto intellettuale. A dire il vero a farsi sentire di più non sono tanto gli autori, ma i detentori di quei diritti, ovvero l’editore, la casa discografica, ecc. Dato che il rispetto del copyright non riguarda la singola nazione, ma oramai si pone in un ambito planetario (globale), esiste una tendenza normativa a proposito; dice Franco Carlini, giornalista, nel suo libro Divergenze digitali (Roma, Manifestolibri, 2002): “Negli ultimi 20 anni le protezioni si sono fatte molto più robuste, con la tendenza a diventare eterne e impenetrabili, e non già a vantaggio del pubblico e nemmeno dei creativi artisti, ma a esclusivo beneficio degli editori dei nuovi e vecchi media”.

Il file sharing
I casi di cronaca più eclatanti a proposito di rispetto del copyright nel tempo di internet riguardano la musica e il sistema di file sharing. I programmi di file sharing sono quelle applicazioni che permettono di condividere delle risorse di ogni tipo (dati audio, video, animazioni, testi). Quando le si installa nel proprio computer richiedono quale parte della memoria della tua macchina vuoi condividere; in quella parte metteremo tutti quei dati che noi “doniamo” agli altri, e quella parte, solo quella, sarà la parte visibile della memoria del nostro computer ogni volta che noi ci colleghiamo alla rete. Così vale per ogni utilizzatore di questi programmi, ciascuno ha una parte della memoria della sua macchina che “offre” all’esterno e in quella parte mette le cose che probabilmente più gli piacciono. Le risorse offerte si sommano in un’immensa banca dati e, quando gli utenti diventano milioni, noi abbiamo milioni di sezioni di memoria in cui ricercare i brani musicali, i video o i testi che desideriamo.

Che fare?
Ho usato il verbo cercare perché questi programmi sono una specie particolare di motori di ricerca (come quelli che troviamo sul web), ma più specializzati e anche più efficaci.
Questo sistema è stato duramente attaccato da editori, case di produzione musicali, ecc., ma al di là del diritto legittimo del copyright, è venuto il momento di rendere più elastico questo diritto in un panorama dove le nuove tecnologie di comunicazione hanno cambiato le carte in tavola. Bisognerebbe inventare una normativa che oltre a preservare questo diritto, non ostacoli la condivisione delle conoscenze, ma anzi la promuova.
Torniamo all’esempio dei disabili o di quelle persone che lavorano nell’ambito non profit (insegnanti che fanno cd-rom con gli studenti, prodotti multimediali di associazioni o cooperative sociali…): non sarebbe il caso di pensare a forme di pagamento più leggere o addirittura a forme gratuite di utilizzo? Anche in questo caso, le motivazioni riguardanti l’interesse economico privato non possono essere l’elemento centrale da cui partire ma solo un aspetto da affiancare a quello, altrettanto importante, dei diritti umani e dei diritti dei cittadini (abili e disabili, del nord e del sud del mondo).

19. Il diritto alla privacy

Quando utilizziamo internet siamo “esposti” verso l’esterno. Tutto ciò che facciamo, come chattare, spedire e-mail, registrarsi in alcuni siti o servirsi di vari servizi, viene in qualche modo registrato, ne rimane una traccia insomma. Questo comporta un problema di privacy, ovvero il nostro diritto (sacrosanto) di tenere segreti i nostri dati personali per non essere invasi da pubblicità o da proposte commerciali che non abbiamo richiesto e nemmeno ci interessano. Ma è anche un nostro diritto quello di non essere spiati e controllati da nessuno, nemmeno dalle autorità pubbliche. Possiamo accettare questo controllo solo in determinate circostanze che riguardano l’ordine pubblico e la sicurezza, ma anche in questo caso devono essere fissate delle regole e dei confini.

Un nuovo diritto digitale
È il diritto all’anonimato e quindi di conseguenza alla privacy di chi utilizza internet o le altre tecnologie di comunicazione. Tutti noi dovremmo impegnarci per difendere questo diritto, da cui dipende parte della libertà che potremo avere come cittadini nei confronti dello Stato negli anni a venire. E non è cosa di poco conto.
Fra tutti i diritti digitali questo, come sottolinea Stefano Gulmanelli nel suo bel libro Popwar, il Netattivismo contro l’ordine costituito (Milano, Apogeo, 2003), è il più difficile da conseguire perché, dopo i fatti tragici dell’11 settembre, gli apparati statali occidentali si sono mossi verso una sorveglianza più stretta di ciò che accade in rete. A dare man forte a questo atteggiamento contribuiscono molti i mass media che danno un’immagine di internet come un luogo pericoloso dove terroristi, pedofili e altri maniaci scorrazzano indisturbati (teniamo presente che internet è anche un temibile concorrente per ciascuno di loro, siano essi quotidiani o televisioni).

La privacy in rete
In realtà è molto più sicuro per un terrorista infilare una lettera nella buchetta che usare un’e-mail; infatti di tutto ciò che facciamo in rete rimane una traccia (anche se non per sempre) che può essere individuata e utilizzata per tracciare un nostro profilo. “A me cosa interessa? Io non ho niente da nascondere”, potrebbe commentare un lettore. Ed è proprio questo il punto debole dei tentativi che vengono fatti dai vari attivisti per garantire questo diritto alla propria privacy; la stragrande maggioranza dei cittadini non ritiene importante questo diritto, se non quando si viene invasi dallo spamming. Purtroppo non è così; anche uno stato democratico (come è il nostro) se ha questi poteri di controllo (di sorveglianza) del cittadino diventa potenzialmente pericoloso.
Si è sorvegliati in rete come nelle strade dalle telecamere sempre accese. Scrive Stefano Rodotà, garante della privacy su “la Repubblica” del 23 giugno 2003 (citato anche da Gulmanelli nel suo libro): “Ogni forma di accesso alle comunicazioni scambiate fra cittadini viene ritenuta legittima […] la sorveglianza si trasferisce dall’eccezionale al quotidiano, dalle classi pericolose alla generalità delle persone”.
Un decreto del 2003 del Governo obbliga tutti i gestori telefonici e gli Internet Provider a conservare i “dati di traffico” dei loro clienti degli ultimi 5 anni. Questo significa che tutto ciò che abbiamo fatto su internet negli ultimi 5 anni può essere ricostruito da un magistrato che ne faccia richiesta. “Ma io non faccio niente di male” viene da dire a questo punto, e questo è vero per quasi tutti, così come è importante che un magistrato possa attingere a certe informazioni per i casi che riguardano i fatti di terrorismo, mafia, rapimenti… Ma se il meccanismo si incrina, se avvengono delle distorsioni, dove può rifugiarsi “chi non ha fatto niente”? Dove trova il suo angolo di libertà, dove non arriva l’occhio del “Grande Fratello”? Ma non è tutto.

Echelon, Carnivore e i mostri che verranno
Si sviluppano su internet continuamente nuovi sistemi di controllo come Echelon e Carnivore; il primo è un sistema satellitare statunitense capace di intercettare qualsiasi comunicazione sia essa via fibra ottica, via satellite, via onde radio, via cellulari; gli europei hanno accusato gli Stati Uniti di avere usato Echelon per motivi commerciali e tra breve lanceranno in un orbita circolare 30 satelliti che avranno la medesima funzione (il sistema Galileo). Carnivore invece è un sistema, assai usato dall’FBI, per controllare la navigazione su internet e lo scambio di e-mail. Ma chi controlla i controllori?

14. Siti web e disabili

Come sono organizzati i siti web che si occupano di disabilità in lingua italiana? Che tipo di informazione danno e quanto sono utili? Nel 1997 ho cercato di rispondere a queste domande pubblicando un libro (assieme a Carlo Giacobini) intitolato “L’handicap in rete”, dove, attraverso l’intervista a una ventina di gestori di siti e l’analisi indiretta di un altro centinaio, avevamo descritto come il mondo dell’associazionismo dedicato al tema della disabilità usava i nuovi strumenti del comunicare. In realtà nel libro avevamo fatto di più; avevamo illustrato il funzionamento delle mailing list e dei newsgroup tematici e avevamo realizzato una storia della telematica sociale. La telematica non si è subito identificata con internet ma è qualcosa che inizia ben prima dell’avvento della grande rete, e questa è una storia poco conosciuta. Per chi volesse leggere il testo, che è costantemente aggiornato e ancora attuale in alcune parti, lo può trovare online. Il lavoro era stato realizzato nel ’97 in un periodo in cui gli utenti internet in Italia erano poche centinaia di migliaia e non i milioni di oggi. Le pagine web in lingua italiana non contenevano animazioni, file audio o video, ma offrivano per lo più testi e immagini. 

Una nuova ricerca
Recentemente la IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) di Milano ha prodotto una ricerca proprio sull’argomento, utilizzando una metodologia più rigorosa, e questa novità ci offre l’occasione per avere un quadro dei siti web che oggi in Italia si occupano di disabilità. Il sito, che raccoglie i risultati dell’indagine, lo potete trovare.
Sono 177 i siti delle associazioni analizzati, alcuni direttamente (indagine sul campo), altri visitando semplicemente il sito (indagine sul desk).
Dall’analisi risulta che è cambiata la consapevolezza  nei confronti del mezzo; da un uso del sito come un depliant o una semplice vetrina, si è passati alla realizzazione di strumenti di comunicazione interna (rivolta agli associati) e per la visibilità esterna, fino ad arrivare all’idea di fornire dei servizi. Il web oggi è utilizzato dal mondo dell’associazionismo per informare, creare degli archivi, far circolare le “buone prassi”, e si cerca anche di offrire della consulenza e della formazione on line. Dall’indagine svolta sul campo si nota che la posta elettronica è molto utilizzata, mentre la frequenza con cui vengono aggiornate le pagine web è ancora molto scarsa (solo la metà dei siti esaminati direttamente viene aggiornata settimanalmente o mensilmente).
L’indagine sul desk punta invece a mettere in rilievo altri fattori; la maggior parte dei siti ha un buon livello di usabilità (intendendo con questo termine “la proprietà di un servizio digitale che lo rende ‘facile’ da navigare e usare”). Più carente invece è l’usabilità dei contenuti, ovvero vengono scritte pagine con testi troppo lunghi, che si presentano graficamente male (per non parlare dell’uso di immagini troppo pesanti da scaricare) e con dei link poco chiari. La mancanza di risorse ad hoc è il motivo, sostengono i curatori della ricerca, di queste carenze professionali.

Le community e i servizi on line: un’utopia ancora lontana?
Dalla ricerca emerge la scarsa diffusione degli strumenti di community, ovvero la mancanza di mailing list, forum, chat, proprio quegli strumenti che permettono una partecipazione più attiva degli utenti (associati) che nel caso della disabilità sono le voci, importantissime, dei disabili, dei genitori, degli operatori sociali.
Anche i servizi online sono offerti solo da una minoranza dei siti esaminati e quei pochi riguardano soprattutto la consulenza medica e psicologica.
Fermiamoci ora un attimo sull’utilità dei servizi on line con alcune considerazioni. La loro efficacia dipende molto da che cosa si vuole offrire, avendo ben presenti i limiti che il mezzo ancora presenta. Uno sportello on line non può sostituire certo il servizio offerto da uno sportello reale o anche da un semplice sportello telefonico, dato che la presenza dell’operatore permette uno scambio insuperabile (nemmeno da una chat). Servizi on line efficaci, con la tecnologia di oggi, sono quelli che offrono dei prodotti molto definiti, che rispondono a domande precise (l’offerta di documenti scaricabili, la presenza delle FAQ, banche dati relativi a indirizzari di associazioni, volontari…).

Quanti utenti?
Stranamente la ricerca non dice nulla sul numero di visitatori di questi siti. Eppure questo è un dato importante; sapere se giornalmente l’home page viene letta da 500 persone o da 50 significa che il sito, grazie alle informazioni interessanti che offre o alla community particolarmente brillante, attira degli utenti e che questi ritornano perché hanno trovato in un angolo della rete un posto veramente utile e importante per loro.
Un ultimo dato quantitativo per concludere: le regioni con più siti che si occupano di disabili  (e che sono stati recensiti nella ricerca) sono la Lombardia (47), il Lazio (35) e l’Emilia-Romagna (17). Seguono il Veneto (13), la Toscana (12) e il Piemonte (10).

13. Leggi e governi

Come hanno affrontato gli ultimi due governi (rispettivamente di centrosinistra e di centrodestra) il tema dell’accessibilità del web? Facciamo una breve carrellata degli eventi più significativi.
Il passato governo di centro-sinistra aveva promulgato la circolare 6 settembre 2001 (n. AIPA/CR/32), intitolata “Criteri e strumenti per migliorare l’accessibilità dei siti web e delle applicazioni informatiche a persone disabili”. In questa circolare vengono “specificati i criteri da rispettare nella progettazione e manutenzione dei sistemi informatici pubblici, per favorire l’accessibilità ai siti web che mettono a disposizione di cittadini e imprese informazioni e servizi interattivi mediante tecnologie e protocolli internet e alle applicazioni informatiche utilizzate dal personale della pubblica amministrazione e da cittadini e imprese per i servizi resi così fruibili”.
Questi criteri sono quelli suggeriti nella guida del WAI (Web content accessibility – guidelines 1.0) del consorzio W3C (www.w3.org).
Nel mondo virtuale capita più spesso che in quello reale, dato che i siti della pubblica amministrazione stanno cercando di essere conformi alle linee guida del WAI (Web Accessibility Iniziative). In Italia esiste l’AIPA (Autorità Informatica della Pubblica Amministrazione) che ha costituito nel luglio 2000 il gruppo di lavoro “Accessibilità e Tecnologie informatiche nella PA”, “finalizzato al superamento delle barriere tecnologiche che oggi limitano i disabili nella fruizione dei servizi in rete”. Ricordiamo tre siti per chi voglia approfondire l’argomento: www.pubbliaccesso.it e www.webxtutti.it/index.htm e www.webimpossibile.net.

Cosa fa questo Governo
Nel 2003 è stato pubblicato il Libro Bianco, intitolato “Tecnologie per la disabilità”, che si prefiggeva di dare indicazioni su un disegno di legge e suggerire le azioni necessarie a promuovere l’inserimento dei disabili in una società tutta basata sull’informazione. Il libro è stato scritto dalla “Commissione interministeriale sullo sviluppo e l’impiego delle tecnologie dell’informazione per le categorie deboli”, una struttura istituita nel 2002 dal Ministro per l’Innovazione assieme ai Ministri della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali.
La pubblicazione, che ha visto la collaborazione di associazioni, operatori dell’industria ICT e amministrazioni, ha messo in evidenza le seguenti mancanze:

  • molti siti web, anche quelli delle pubbliche amministrazioni, non sono accessibili ai disabili;
  • se un individuo cerca delle risposte ai suoi bisogni nelle nuove tecnologie, non riesce a trovare informazioni utili e aggiornate;
  • nemmeno la Sanità Pubblica conosce pienamente le potenzialità offerte dalle tecnologie;
  • manca anche la conoscenza e la sensibilità dell’opinione pubblica e degli operatori dell’ICT;
  • non esistono dati affidabili sull’uso delle tecnologie da parte dei disabili.

Nel 2004 la grande novità è stata l’approvazione della cosiddetta “legge Stanca” (l. n. 4 del 9.1.04, “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”).
L’elemento di maggiore rilievo è il fatto che le amministrazioni pubbliche non potranno stipulare contratti per la realizzazione o la modifica di siti internet se gli stessi non rispetteranno i requisiti di accessibilità. La legge diventerà pienamente operativa agli inizi del 2005; il Consiglio di Stato, infatti, ha dato parere favorevole allo schema di Regolamento di attuazione approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso luglio.
La “legge Stanca”, che è una delle prime normative al mondo in materia di accessibilità delle risorse informatiche e dei servizi della pubblica amministrazione, è stata criticata da alcune associazioni di disabili per il fatto che l’accessibilità di un sito viene valutata solo in base a delle regole tecniche, mentre la verifica degli utenti (validazione umana) non è obbligatoria.

7. Biglietti on line per il tempo libero

Internet permette di risparmiare tempo offrendo la possibilità di compiere azioni direttamente da casa propria attraverso il computer. Se decidiamo, nel corso della settimana, di andare a teatro, invece di uscire per prendere in anticipo un biglietto per quello spettacolo, a volte possiamo farlo tramite alcune semplici operazioni al computer, risparmiando il tempo che occorre per immergersi nel traffico urbano per raggiungere il botteghino ed evitando l’eventuale  coda (risparmieremo solo tempo e non denaro, come vedremo più avanti).
Questo vantaggio diventa ancora più significativo nel caso di persone che hanno difficoltà nel muoversi; per una persona con un deficit motorio ogni spostamento richiede una certa programmazione che permetta di superare le barriere architettoniche che si incontrano ogni volta (e di imprevisti ce ne sono sempre tanti); poter acquistare da casa propria un biglietto semplifica un po’ la vita.

Come si fa
Di solito la procedura per acquistare un biglietto on line è molto simile in tutti i siti sul web che offrono questo servizio. Le prime volte però si possono incontrare delle difficoltà, specie se il sito non è ben progettato, rendendo la vita difficile ai propri utenti.
Prendiamo come esempio il più noto dei siti in questione. TicketOne (www.ticketone.it) presenta direttamente in home page la serie di eventi più in rilievo e nel bordo in alto una suddivisione degli eventi (concerti, mostre, teatro…); in alto a sinistra, proprio sotto il logo, è posto il motore di ricerca interno dove è possibile selezionare gli eventi per data, luogo, nome. Una volta che abbiamo scelto lo spettacolo, basta cliccare sopra con il mouse e ci appare una schermata che offre una serie di servizi: la descrizione dell’evento, le indicazioni su come raggiungerlo (se si è fortunati vi sono anche delle indicazioni sulla presenza di barriere architettoniche)  e finalmente le modalità di acquisto del biglietto. Le opzioni di solito sono l’acquisto on line (buy on line), oppure l’utilizzo del servizio “Pronto pagine gialle”, oppure tramite dei punti vendita locali. Non sempre sono presenti tutte queste opzioni.
Ma procediamo nell’operazione: scegliendo la modalità buy on line, l’interfaccia che ci si presenta offre altre possibilità di scelta (il numero del posto o del settore); una volta fatta la nostra scelta (che avviene selezionando una casella tramite un colpo di mouse) possiamo decidere se vogliamo ritirare il biglietto appena acquistato al botteghino (di solito si deve andare un’ora prima) o farcelo pervenire direttamente a casa tramite un corriere espresso. Scegliendo il pulsante avanti si procede nell’operazione finché non si arriva al momento del pagamento che può avvenire in modi diversi (carta di credito, bonifico bancario). Esistono, naturalmente, delle spese aggiuntive che riguardano i costi di commissione e i diritti di prevendita (ma sono cifre nell’ordine di pochi euro). Molto spesso, come è il caso di TicketOne, prima di acquistare il biglietto occorre registrarsi presso il sito. Questa operazione non richiede molto tempo ed è facile da completare.

Ma è una cosa sicura?
Gli italiani fanno fatica a usare la carta di credito online, un po’ perché è un metodo di pagamento non pienamente diffuso, e un po’ perché si ha il timore delle frodi via internet. Bisogna dire però, al di là di molto allarmismo che circola sui mass media, che i siti che fanno vendita on line hanno dei sistemi di sicurezza che proteggono i dati inviati dall’utente (indirizzo, numero di carta di credito…); e i siti più affermati dispongono anche di una sorta di certificazione che garantisce la sicurezza nelle operazioni che si fanno tramite loro. 

Altri siti
Per terminare questa prima parte dedicata all’acquisto dei biglietti online, ecco alcuni indirizzi di altri siti molto noti in rete: Charta (www.charta.it) che offre  la possibilità di vedere, tramite una piantina, il teatro dove si vuole andare e scegliere i posti ancora liberi (e sapere quali sono e dove, è una possibilità decisamente utile a una persone disabile); TicketWeb specializzato nell’area milanese (ma vende biglietti anche per l’Arena di Verona); Boxol (www.boxol.it); BoxTicket.