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Autore: Nicola Rabbi

L’arte di migliorarsi: lo studio “Creativity Explored” di San Francisco

di Massimiliano Rubbi

Per le persone con disabilità, l’attività di creazione artistica non è solo un’opportunità di realizzazione personale e relazione sociale, che migliora loro stesse, ma può dare origine a opere dal pieno valore estetico, che migliorano il mondo. Questo attestano i 35 anni di esperienza di“Creativity Explored”,uno studio/galleria d’arte di San Francisco in cui ogni giorno circa 85 artisti con disabilità dello sviluppo, in continua(ma non totale)rotazione, si mettono alla prova in diversi ambiti delle arti visive, utilizzando le risorse fornite da altri artisti-insegnanti, per creare opere che li rappresentino e possano costituire oggetto di interesse per gli appassionati. Abbiamo parlato di questa esperienza“dove l’arte cambia le vite”,con particolare successo, con Ann Kappes, responsabile per la concessione dei diritti d’autore, e Paul Moshammer, direttore dello studio di Creativity Explored.

Una comunità artistica
Creativity Explored è stata fondata nel 1983 da Florence Ludins-Katz and Elias Katz, una coppia newyorkese cui si deve la creazione di diverse esperienze pionieristiche nel campo del connubio arte/ disabilità, tra cui il Creative Growth di Oakland, sempre in California, fondato nel 1974 e probabilmente il più antico studio artistico dedicato a persone con disabilità. Kappes collega la nascita di Creativity Explored alla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità adottata in quegli stessi anni dallo Stato della California, con la conseguente emersione di molte persone che trovavano un posto nella società. Partito come piccolo studio in poco più di una stanza, Creativity Explored si è ampliato nel tempo con un secondo studio nel 1995 e poi, nel 2001, con l’aggiunta dell’attuale galleria aperta, in cui a un allestimento professionale delle opere si affianca per i visitatori la possibilità di vedere gli artisti al lavoro. Da un lato, le attività proposte sono “personalizzate per i singoli”, come sottolinea Moshammer: Creativity Explored fornisce infatti alle persone con disabilità i materiali, le attrezzature e l’insegnamento delle competenze per la- vorare in diversi ambiti, dalla pittura tradizionale alla scultura e alla computer art – ed è possibile cimentarsi con una di queste forme artistiche un giorno e con un’altra il giorno seguente. I programmi offerti dalla struttura, aperti a persone con disabilità dello sviluppo con ogni grado di competenza artistica (unico vincolo richiesto è la maggiore età), riflettono un’ampia varietà di opzioni temporali: si va dai “programmi di transizione”, che consentono ai nuovi interessati un primo contatto per un paio d’ore alla settimana, fino alla possibilità offerta ad alcuni di svolgere la propria attività artistica entro Creativity Explored per decenni (Moshammer precisa comunque che la maggior parte degli artisti richiede circa un anno per sviluppare e affinare il proprio stile personale).
D’altro canto, l’organizzazione non rispecchia l’idea della creazione artistica come processo individuale: un aspetto essenziale della valenza relazionale che Creativity Explored riveste per i suoi artisti sta nella possibilità di lavorare insieme, traendo spunti gli uni dagli altri, e anche nella presenza di visitatori che entrano in galleria, a cui gli artisti, “se sono in vena”, possono illustrare le proprie creazioni. Di qui anche la scelta di affiancare sempre più, al “classico” rapporto tra artisti insegnanti (reclutati dall’esterno) e studenti con disabilità, forme laboratoriali come la “classe del sabato”, in cui sono gli stessi artisti studenti a guidare gli altri partecipanti, avvalendosi dello staff interno come supporto meramente pratico.
Moshammer cita come esempio Andrew Li, artista specializzato in sculture di carta (“è in grado di creare bellissimi animali di carta in mezz’ora”), che ha avuto appunto modo di condurre laboratori per condividere con altri la propria peculiare tecnica.
La combinazione di libertà individuale e dimensione collettiva genera quello che Moshammer definisce “sentimento di famiglia, di comunità” tra gli artisti, che dona loro fiducia in se stessi anche in altri ambiti della vita personale, e in alcuni casi rende per loro Creativity Explored qualcosa di più che una fase determinata del proprio percorso formativo: si può citare l’esempio di Peter Cordova, che per cinque pomeriggi a settimana lavora in un supermercato della catena Safeway, ma che continua a passare tutte le mattine nello studio di Creativity Explored per creare disegni e sculture, per non perdere “la parte migliore della sua giornata”.

Fuori dalla nicchia
Accanto alla produzione artistica, Creativity Explored cura con particolare attenzione la distribuzione delle opere, ben al di là della propria galleria di San Francisco. Lavori realizzati dagli artisti sono stati esposti e venduti in altre gallerie della Bay Area, e in alcuni casi sono stati scelti per mostre personali e collettive in altre zone degli USA (soprattutto nella East Coast) e all’estero (Australia, Nuova Zelanda, Europa); alcune opere sono state realizzate su commissione diretta agli artisti, ad esempio da parte di studi di architettura come elementi di arredo di nuovi spazi pubblici o abitativi. In un ambiente competitivo e volubile come quello del mercato dell’arte contemporanea, è importante notare, come conferma Kappes, che le opere sono apprezzate per il proprio valore artistico, e non in virtù delle finalità solidali della loro origine, benché il successo commerciale produca certo effetti significativi sul percorso personale degli artisti – nelle parole di Moshammer, a volte “i genitori degli artisti entrano in galleria con entusiasmo, quando vedono gli assegni”.
Moshammer racconta come esempio la vicenda di Vincent Jackson, che ha frequentato Creativity Explored sin dai suoi inizi negli anni ’80, dopo un percorso scolastico in cui “non andava bene, gli insegnanti erano arroganti con lui e i compagni lo prendevano in giro”. La pratica artistica gli ha dato crescente fiducia in se stesso, e lo ha reso un “artista rinomato”, che da ben 34 anni continua a svolgere la sua attività nella galleria con buoni risultati commerciali; i suoi grandi ritratti a pastelli ad olio, che richiamano l’arte popolare dell’Oceania filtrata dalle esperienze avanguardistiche e pop del ’900, sono stati esposti in decine di mostre, soprattutto a San Francisco ma anche a New York, in Giappone e in Belgio, e hanno decorato scatole di cioccolatini, borse e vasi. Decisamente niente male, per una persona che a parere di Moshammer stesso “avrebbe fallito in gran parte degli altri lavori”.
Un elemento che contraddistingue il modello di business di Creativity Explored, e che è Kappes a seguire in particolare, è lo sviluppo del licensing, l’utilizzo delle riproduzioni di immagini per finalità commerciali. La promozione in questo senso presso disegnatori di moda e di oggettistica, attuata anche tramite una sezione dedicata del sito www.creativityexplored.org (e favorita da uno stile che in molti casi oscilla tra l’astrattismo e la pop art), ha portato l’arte visiva realizzata in galleria a essere riprodotta su stampe, calendari, cartoline, copertine di libri e CD e magliette, ma anche skateboard e perfino allestimenti per matrimoni, contribuendo in modo rilevante e crescente, accanto alla vendita delle opere originali, ai guadagni degli artisti e della stessa struttura (che garantisce comunque il 50% dei ricavi agli artisti stessi).
Le pratiche educative e commerciali di Creativity Explored hanno attirato l’attenzione di altre realtà analoghe in diverse parti del mondo. Nel settembre 2011, 26 associazioni e fondazioni di varie zone degli USA, dall’Australia e dalla Scozia si sono riunite a San Francisco per la prima “conferenza internazionale su arte e disabilità”, scambiandosi buone pratiche e sfide comuni. Secondo Kappes, anche se questo incontro non ha generato una rete strutturata di centri artistici per persone con disabilità intellettiva, “condividiamo costantemente idee tra noi”. Se in rari casi Creativity Explored, dall’alto di oltre trent’anni di attività, ha svolto il ruolo di modello per la nascita e lo sviluppo di altre esperienze (Moshammer cita un piccolo studio creato recentemente a Santa Cruz, in California), più spesso a risultare efficace è questo più libero scambio di idee, che rispetta le peculiarità di contesti molto di- versi quanto a mondo dell’arte (Kappes fa l’esempio di un recente contatto con l’Indonesia) e anche a caratteristiche personali degli artisti coinvolti – e appare del resto coerente, nel suo procedere per tentativi più che per regole prestabilite, con l’idea di una creatività non “sfruttata” bensì “esplorata”.

La redazione di HP-Accaparlante si è letteralmente innamorata delle opere prodotte entro Creativity Explored e consultabili sul suo sito web www.creativityexplored.org, al punto da volerne alcune che – per gentile concessione di Creativity Explored e degli artisti – accompagnano la monografia di questo numero.

Di paresi spastiche e tiri liberi

di Stefano Toschi

C’era una volta un principe che si sentiva un fenomeno: bello, ricco, potente. Soprattutto bello. Un giorno gli fa visita una vecchina, molto brutta: in realtà è una strega. La caccia fuori dal castello, sotto la tormenta e lei, per fargli capire cosa conta davvero nella vita, lo trasforma in una bestia orrenda: solo l’amore incondizionato di una fanciulla, che saprà andare oltre le apparenze, potrà salvarlo. La bella e la bestia continua a fare scuola, tanto che, ancora oggi, ci sono trame di pellicole cinematografiche che ne copiano diligentemente la storia. È il caso di Tiro libero, un film che, avevo letto, doveva essere incentrato sulle vicende di una squadra di basket in carrozzina. Invece, il protagonista è una sorta di principe-Bestia. Uscito a settembre 2017, distribuito in qualche sala, con un discreto cast di attori italiani, racconta di un ragazzotto belloccio e arrogante, ricco di famiglia che, a seguito di un incidente automobilistico in cui ferisce gravemente una ragazza, viene condannato a tre mesi di lavori socialmente utili.
Visto che è un bravo giocatore di basket, lo “condannano” ad allenare dei ragazzini in carrozzina, scoprendo a sua volta di essere malato di distrofia muscolare e finendo per trovare l’amore della vita in una volontaria che, insieme ai ragazzini, diventeranno per lui, da seccatura preannunciata, una fonte determinante di ispirazione, tenacia e forza d’animo, anche nella malattia. Insomma, senza grande fantasia, il copione è un po’ sempre quello: la disgrazia può capitare a chiunque e i disabili sono esempio di virtù. La verità è che, pur apprezzando lo sforzo di farci percepire come esseri superiori, non lo siamo affatto. Siamo poveri peccatori come chiunque, magari con meno possibilità di fare del male a chicchessia, il che non significa meno desiderosi di farlo. Non tutti, intendiamoci: annoveriamo buoni e cattivi in pari proporzione che in qualsiasi altra categoria, dai bancari, ai calciatori, ai malati di tumore.
Una differenza fondamentale è data dall’acquisizione o meno dell’handicap nel corso della vita: è chiaro che, per chi, come me, è nato così, è più semplice.
Qualsiasi cambiamento di vita destabilizza chiunque, figuriamoci la notizia di una disgrazia. Io, che a basket non ho mai giocato, non ne posso sentire la mancanza. Indubbiamente, la nostalgia di qualcosa è una forma più grave di disperazione rispetto all’impossibilità di provarla. Per questo io evito sempre l’atteggiamento del santo o del virtuoso, anzi, rivendico il mio diritto a essere un povero peccatore, come tutti. Eh, già: vale anche il pensiero! Scherzi a parte, sarebbe sciocco negare che, appunto, le disgrazie della vita in cui chiunque di noi può incappare siano amplificate da una condizione di partenza già di svantaggio. Ad esempio, ho letto di recente di un ex assessore di un ricco comune lombardo che, per una serie di vicissitudini, si è ritrovato a vivere per strada. Da imprenditore e amministratore locale per oltre un ventennio a clochard. Il suo senso della dignità personale, peraltro, gli ha impedito per lungo tempo di chiedere aiuto a parenti e amici, e le Istituzioni, alle quali invece si era rivolto subito, avendole servite per anni, gli hanno voltato le spalle. La porta gliel’hanno aperta solo la Caritas e altre realtà locali del Terzo Settore. Racconto questa storia perché, del protagonista, mi ha colpito soprattutto il fatto che, nella sua intervista, quasi marginalmente accennasse di essere affetto da emiparesi spastica dalla nascita, raccontando di come tale condizione deficitaria di partenza avesse amplificato le difficoltà della vita di strada.
Mi ha molto turbato leggere che una persona spastica (seppure, a quanto pare, non in forma grave) potesse essere costretta a vivere per strada, anche perché, come racconta il protagonista, deve assumere costantemente farmaci e integratori molto costosi. Perdendo la residenza anagrafica (molti comuni della ricca Lombardia non ne hanno una fittizia per i clochard, come avviene, invece, a Bologna) ha perso anche il diritto all’assistenza sanitaria pubblica. Un cittadino italiano, che ha servito per anni il proprio Comune di residenza, si è ritrovato ad essere senza diritti di cittadinanza. Queste due storie, una cinematografica, una vera, mi hanno indotto, negli ultimi tempi, a riflettere molto sulla mia condizione e, più in generale, sulla concezione della disabilità nel nostro Paese. A fronte di film e romanzi che raccontano un po’ il “mito del buon disabile”, al pari del rousseauiano mito del buon selvaggio, dal quale passa il riscatto morale dell’umanità corrotta dal materialismo, ecco che un disabile vero, in carne e ossa, finisce a vivere per strada. Mi fa riflettere il fatto che la disabilità prevede costi sociali che, di solito, costituiscono il primo “taglio” a qualsiasi forma di budget pubblico: il welfare non può essere considerato solo un appesantimento dei costi perché, senza di esso, le ricadute sociali sono ben più gravi.
Quando nego la residenza al disabile che finisce senza alloggio, non faccio che aggravare i costi sanitari e creare nuovi costi. Il Terzo Settore sopperisce a molte mancanze del welfare pubblico e lo fa a prezzi più contenuti: buona cosa in ottica sussidiaria, molto meno nell’ottica della civiltà di una Nazione. Anche perché non succede quasi mai che il Terzo Settore abbia, poi, i giusti riconoscimenti per la propria opera sociale. Se una persona viene sostenuta sin dalle sue prime difficoltà e nelle cose fondamentali, difficilmente, poi, la situazione peggiorerà e diventerà una multiproblematicità da affrontare. Anche nella disabilità, chi ha maggiori possibilità economiche ha una vita migliore e più lunga: una banalità, certo, ma questa sperequazione è più grave se, a farne le spese, sono persone cui la propria condizione nega del tutto possibilità di riscatto, grazie a qualche dote personale. Se due persone normodotate nascono, a parità di requisiti individuali di intelligenza e salute, ugualmente povere e socialmente disagiate, è possibile che una delle due, o entrambe, trovino la via del riscatto sociale. Per due disabili la cosa diventa oltremodo problematica: per dire, se mia mamma mi avesse abbandonato in una struttura, probabilmente nessuno si sarebbe reso conto che le mie difficoltà di comunicazione con l’sterno non corrispondono a un’intelligenza sotto la media. Allora, insomma, rivendico volentieri la mia possibilità di essere considerato una persona cattiva, a patto che mi vengano fornite pari condizioni di partenza di chiunque altro. Senza pretendere di fare cose al di sopra dei miei limiti oggettivi (no, non voglio correre la maratona di New York), ma con la possibilità di vedere valorizzati i miei talenti, anche se, per farlo, necessito di maggiore assistenza rispetto a chiunque altro. Se un disabile viene considerato solo un costo sociale, si perde di vista il valore intrinseco della persona.
Ho conosciuto molte persone con qualche handicap lieve che si sentono un peso per la famiglia e la comunità, perché l’ambiente circostante non è in grado di valorizzarne le diverse abilità. Per contro, conosco individui che cercano ogni modo per potersi approfittare dei benefici del welfare pubblico, anche forzandone le maglie del diritto e ricorrendo ad escamotage incredibili. Per questo ritengo più che mai necessaria una svolta culturale che non dipinga la persona con handicap come un “buono sempre e comunque”, ma nemmeno come un costo pubblico. Si potrebbe cominciare chiamando le persone per nome e non per categoria di deficit e garantendo il diritto all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, parafrasando la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
come geranio non sei un granché. Come tifoso te la cavi meglio, ma questi sembrano non essere tempi per noi. Come professionista, ecco, qui si inizia a intravvedere la tua vera grandezza che, infine, esplode nella constatazione che sei una persona veramente straordinaria conoscendoti. Sei puntuale sulla notizia. Preciso nel commento. Profondo nell’osservazione. Acuto nella battuta.
Sei uno che sa comunicare. E che sa comunicare bene. Hai fatto un casino con quel “diversamente abile”, che adesso mi tocca rincorrere mezzo mondo per fargli capire che non si dice così. Ma per sollevare l’interesse che hai sollevato tu ci vuole credito. E non è il credito che viene concesso a tante, troppe, persone oggi.
Quelle che basta un’alzata di voce, una passata in televisione ed è subito successo. Tu hai credito perché te lo meriti.
Perché il linguaggio lo studi e lo conosci. E lo conosci sempre di più perché lo studi sempre di più. Tu fai il linguaggio. E infatti quel “diversamente abile” ora mi aiuti a far capire che va detto in un altro modo. Tutti siamo diversi, e meno male! In questa diversità alcuni eccellono nel fornire alla comunità i giusti strumenti per autoregolarsi. Tu fra questi. Tu fra i migliori di questi. Perché, sai, mica Claudio Imprudente lo nascono tutti. Imprudente si nasce. E un po’ si diventa. Imprudente meraviglioso tu sei. Tu amministri la parola con lo sguardo. Tutto è comunicazione in te. E per essere comunicazione, buona comunicazione, ci vuole abilità. Ci vuole che devi essere bravo. Di più, che devi essere bello. Perché la bellezza non è esclusivamente una questione estetica. Gran figo, amico mio, tu sei una bella persona perché il tuo modo di fare conferisce bellezza a questa collegialità che ha bisogno di riferimenti come te.
Grazie, mio caro, perché come geranio sei proprio brutto ma come persona pochi come te.
Un sorriso,
Antonio Malandrina

 Caro Antonio,
di fronte a queste tue parole, ricevute da un giornalista del tuo calibro per giunta, non so proprio che dire… Sono davvero lusingato! In realtà non è vero, cioè lusingato lo sono, ma qualcosa da dire ce l’ho.
Il Geranio di cui tu parli infatti non ha smesso di raccontarsi né di sperimentarsi nel suo lungo cammino pedagogico, durante il quale gli incontri, le esperienze e le relazioni che ne sono nate lo hanno reso resistente e presente a tutte le stagioni.
Dopo il fare e il comunicare, tuttavia, arriva un tempo e forse anche un periodo della vita in cui diventa necessario sedimentare, raccogliere i frutti raccolti e soprattutto rimetterli in ordine. Capire dove si è andati è fondamentale per capire dove si sta andando e dove si andrà. Lo è per tutti ma per un educatore, che ogni giorno maneggia il proprio percorso parallelamente a quello altrui, è un atto di responsabilità.
È chiaro che a questo punto sorge spontanea una domanda: “Come può un geranio diventare educatore?”. Ho tentato di dare la mia personale versione dei fatti all’interno di un libro in prossima uscita per la casa editrice Erickson di Trento. Il titolo, Da Geranio a Educatore. Frammenti di un percorso possibile, parla già chiaro.
Qui, insieme al mio collaboratore Enrico Papa, ho raccolto una serie di chicche, di piccole esperienze del passato e del presente, che hanno contribuito allo sviluppo del mio viaggio nei territori dell’educazione.
A fare la differenza, lo scoprirete, è sempre l’humus di partenza. L’humus che ha permesso la crescita del Geranio è lo stesso che ha favorito la nascita e lo sviluppo del “fantabosco” Centro Documentazione Handicap/Progetto Calamaio e delle piante e degli animali che lo popola- no e lo animano. Perché si sa, i gerani, oltre che allontanare le zanzare, abbelliscono i contesti!
Scrivere per qualcuno che possa sempre scrivere dopo, così come diceva il grande poeta Edoardo Sanguineti. È così che si fa, o no?
Che dire Antonio,
grazie ancora per la tua stima e il tuo affetto. Per Natale avrai qualcosa da leggere!
A presto,
Il Geranio

7. Note attorno al valore sociale della disabilità e al lavoro degli operatori

di Maurizio Colleoni, coordinatore scientifico della Rete Immaginabili Risorse

Vorrei esporre alcune riflessioni attorno al binomio disabilità e valore sociale e ad alcune ricadute operative che possono derivare dall’attenzione al valore sociale che la disabilità può portare con sé.
Per poter formulare questi pensieri ho contratto molti debiti, in senso metaforico, per fortuna.
Da un lato, sono debitore nei confronti del dibattito culturale che si è sviluppato di recente attorno alla tematica della libertà e della cittadinanza attiva e alla ricerca di forme più evolute di comprensione dei concetti di identità e di soggettività, in grado di superare le derive di tipo liberistico che si sono affermate nei decenni scorsi.
Su un altro piano, sono grato agli sforzi, alle sperimentazioni e agli approfondimenti che si sono sviluppati in questi quattro/cinque anni all’interno del movimento di Immaginabili Risorse.

Prima riflessione: la questione dell’identità
Il lavoro con la disabilità è rivolto a persone che hanno sviluppato una forma parti- colare di relazione con la realtà, e, di conseguenza, una forma particolare di identità.
La disabilità (così come la malattia mentale, l’immigrazione, e altre condizioni umane “al limite”) pone in maniera radicale la questione dell’identità, perché dimostra, “incarna” fisicamente, la variabilità, la diversificazione e l’imprevedibilità delle strade attraverso le quali si stabilisce un rapporto con la realtà.
Dove c’è rapporto con la realtà c’è una qualche forma di identità.
Anche se si esprime in maniera fortemente discordante dalle logiche preminenti in quel luogo e in quel tempo.
C’è una condizione umana che merita rispetto e chiede modalità di attenzione specifiche e mirate.
Una condizione umana che può evolvere nella sua capacità di conquista di una propria soggettività e che può sviluppare una relazione attiva e congruente con la realtà, con gli altri e, in generale, con l’esterno a sé.
Anche dentro una necessità di aiuto continuativo.
La condizione di dipendenza da altri non impedisce, necessariamente, l’espressione di una soggettività e di modi propri di relazionarsi con la realtà.
E non impedisce la possibilità ad accedere a diritti che fanno parte dello statuto di “persona” per come si è configurato fino ad ora (diritti alla salute, alla istruzione, alla affettività, alla mobilità, e così via).
In questa logica diventa decisiva la ricerca di modalità adeguate che sostengano e aiutino la persona in questione a evolvere, nei limiti del possibile, cioè a espandere la propria identità, ad arricchirla, ad articolarla, a sostanziarla; ad accrescere una relazione la più partecipe, attiva e congruente possibile con il reale.
È all’interno di questa cornice di senso generale che prende valore il riferimento a concetti come autodeterminazione, adultità, cittadinanza attiva. Concetti che si sono fatti strada di recente e che possono aiutare a portare l’azione socio educativa fuori dalle secche della infantilizzazione perenne delle persone con disabilità. Ed è sempre all’interno di questo orizzonte che diventa possibile porsi il problema del bilancio esistenziale delle persone con disabilità, e non solo della crescita delle loro performance, come indicatore generale di efficacia socio-pedagogica.
Le capacità performanti delle persone con disabilità (come le nostre, del resto) sono limitate; non è pensabile quindi immaginare una valutazione delle azioni compiute nei loro confronti esclusivamente in termini di crescita degli apprendimenti, delle capacità, delle abilità personali.
Diventa necessario chiedersi cosa se ne fanno delle capacità, come e dove le spendono; cioè, in termini più generali, come migliora la qualità della loro esistenza per il fatto che frequentano un servizio, una struttura, un progetto.
Occorre chiedersi perché devono venire a quel servizio, perché devono partecipare a quel progetto, cioè in cosa cresce la loro condizione umana, in cosa si arricchisce la loro identità.
Ciò pone questioni non semplici di revisione, ampliamento (e forse superamento) dei codici di tipo pedagogico e apre a possibilità di ricerca di indicatori diversi, ad esempio quelli delle cosiddette capability o delle cosiddette life skylls.

Seconda riflessione: la questione della relazione con gli altri
Un altro elemento che riguarda la disabilità è la particolarità della relazione con gli altri e ciò che ne consegue in termini di autonomia/dipendenza, di vincolo relazionale, legame interpersonale.
Le persone con disabilità psicofisica vivono relazioni in genere segnate (a volte in maniera molto significativa) dalla necessità di aiuto, dalla dipendenza (a volte continuativa) da altri (persone, ausili, luoghi, situazioni).
È una condizione che porta all’estremo una caratteristica della vita quotidiana di tutti noi: la necessità di poter contare sugli altri, e la possibilità che altri possano fare affidamento su di noi, cioè l’interdipendenza come chiave di volta della vita sociale, visto che nessuno di noi è completamente autosufficiente.
Tutto ciò ha una valenza di carattere generale e delle significative ricadute operative.
La questione di carattere generale riguarda il “contributo” della disabilità alla idea di normalità.
Darsi da fare per restituire dignità alle diverse forme di identità (comprese quelle segnate dalla dipendenza) significa dilatare e arricchire il concetto di normalità reintroducendo in questo campo simbolico la fragilità, il limite e la dipendenza stessa come elementi costitutivi della condizione umana, e quindi della normalità.
Viviamo una fase nella quale viene spesso propugnata un’idea di normalità piuttosto selettiva, una normalità intesa come prestazionalità, efficienza, forza, indipendenza.
Questa simbologia, di stampo giovanilistico, ha senza dubbio degli aspetti positivi: pensiamo alla spinta verso forme di vita più “sane”, alla ricerca di un proprio equilibrio, attente a prevenire l’insorgenza di malattie, attente a questioni come il cibo, la vita attiva, la regolazione dei ritmi lavoro-riposo, la necessità di svago e di tempo libero “intelligente”.
L’altra faccia della medaglia è la difficoltà a riconoscere “il difetto” come fattore intrinseco alla condizione umana, e quindi alla stessa normalità.
Reintrodurre la fragilità e il limite nella normalità significa lavorare per una società più umana.
Sul piano più pratico, questa tematica apre delle questioni delicate su almeno due fronti.
Un primo fronte riguarda la gestione della relazione con persone caratterizzate dal limite, e quindi l’interpretazione della asimmetria che attraversa queste relazioni. Ci sono sostanzialmente due modi per “abitare” una relazione dissimmetrica: la si può utilizzare per assoggettare l’altro, manipolarlo, ridurlo a oggetto o a protesi, e quindi producendo dei maltrattamenti identitari.
Oppure si può abitarla rispettando le istanze identitarie che comunque si manifestano e modulandola in relazione alle evoluzioni della condizione umana della persona in questione.
Vale a dire che è possibile anche una asimmetria evolutiva.
Il dibattito e le prassi concrete che si stanno sviluppando sulla questione della auto-determinazione mi pare siano un interessante terreno di ricerca attorno a questa tematica.
Un secondo fronte riguarda l’intensità e la varietà delle relazioni possibili, anche dentro l’asimmetria. Anche le persone con disabilità hanno bisogno di sperimentare la variabilità del reale che si può esprimere nella mutevolezza dei campi relazionali ai quali possono accedere.
Campi relazionali che possono essere segnati, a loro volta, da legami più o meno intensi.
Il problema, come sempre, è saper gestire i confini di queste relazioni, è regolare degli equilibri dotati di senso tra assenza di implicazione emotiva e confusione.
E anche in questo caso mi pare ci sia tutto un fermento progettuale interessante, pensiamo anche solo alle questioni di tipo relazionale, affettivo e sessuale, temi assenti dalle pratiche operative e dal dibattito anche solo dieci anni fa.
Terza riflessione: la questione della relazione con il contesto esterno
Un’ultima riflessione riguarda la relazione con la vita sociale e i contesti di territorio, e quindi la questione della cittadinanza e della responsabilità sociale, e, in fondo, l’idea stessa di libertà.
Le persone con disabilità sono (anche) cittadini, con diritti e con la possibilità di contribuire (entro i propri limiti) al miglioramento della convivenza sociale.
Anche nella disabilità è possibile concretizzare il concetto di cittadinanza attiva, ampliandone e arricchendone le sue declinazioni concrete.
Come nelle riflessioni precedenti, siamo di fronte a una sorta di frontiera, di confine. La disabilità, infatti, concretizza ed evidenzia il superamento di uno stereotipo sociale piuttosto diffuso: che si è liberi cittadini in quanto esenti da vincoli e da dipendenze esercitate da “forze” superiori (lo stato, la religione, i genitori, gli altri…) che inibiscono le possibilità di decisione e di azione autonoma del singolo.
È un’idea che ha avuto molto successo negli anni scorsi, ed è una deriva di un pensiero di tipo liberistico. Ma è anche un po’ una perversione illusoria, anche se, purtroppo, piuttosto radicata.
In realtà la libera cittadinanza si gioca entro la trama dei legami e delle reciprocità che costituiscono il tessuto sociale e che danno fondamento alle identità individuali. Senza reciprocità e interdipendenza non si dà tessuto sociale, e nemmeno identità, e tantomeno cittadinanza. Non solo: ampliando un po’ questo concetto, e radicalizzandolo, non si dà cittadinanza senza una qualche forma di responsabilità civile e sociale.
La cosa interessante è discutere di questo tema in relazione alla disabilità, cioè in rapporto con una identità “al limite”, come si diceva prima, e strutturalmente dipendente.
Una discussione che può essere formulata nei termini di un interrogativo: la disabilità infatti, “interroga” il contesto circa la sua capacità di accettare e fare spazio a manifestazioni di cittadinanza peculiari, difficilmente assimilabili alla “media”, ma non per questo insignificanti o inutili. Costituisce cioè un “invito” (anche un po’ una provocazione…) rivolto al contesto sociale ad ampliare la differenziazione interna, a reggere “il peso” della espansione delle diverse identità che lo abitano, e a cercare modalità più evolute di convivenza tra differenze identitarie.
È per questo che è così importante che servizi e progetti operanti in questo ambito si diano da fare anche per contribuire alla crescita della qualità della vita nel e del contesto circostante.
Perché così possono dimostrare di essere parti in causa nella costruzione di una società più solida e più aperta, e di rendere possibile l’espressione di una cittadinanza effettiva anche da parte di persone con disabilità. Possono rendere effettivamente più libere le persone con disabilità. Molte delle strutture, dei servizi, dei luoghi nati per gestire la disabilità adulta hanno attrezzature, spazi, competenze, reti esterne, hanno cioè un capitale di risorse potenzialmente molto significativo per il contesto esterno. Un capitale che può dar vita a delle circolarità di tipo mutualistico che migliorano le condizioni concrete dell’esterno e ne alimentano il capitale sociale.
Tutto ciò inoltre non ha solo una valenza “politica”, ma anche importanti ricadute concrete.
Infatti, almeno nelle esperienze che mi è capitato di incontrare, le azioni volte a migliorare l’esterno hanno reso disponibili possibilità educative e relazionali fertili e originali, impensabili dall’interno del laboratorio dedicato. E hanno consentito agli operatori di inoltrarsi su terreni progettuali interessanti, a volte davvero originali e creativi, contribuendo a “rigenerare” la capacità progettuale dei servizi e a contenere i rischi di burn-out degli operatori stessi.

Una conclusione
Vorrei concludere questo contributo con un pensiero che cerca di riassumere e rileggere trasversalmente quanto esposto fino ad ora.
Parlare di valore sociale della disabilità, sulla scorta di quanto affermato fino ad ora, significa porre la questione del legame possibile tra riconoscimento identitario delle persone (di tutte le persone, comprese quelle con disabilità psicofisica) e crescita della coesione sociale dei nostri contesti di territorio.
Tutto ciò che si è detto fino ad ora, infatti, mi pare arrivi a questa conclusione. Arriva cioè alla conclusione che il valore sociale della disabilità è, in estrema sintesi, il contributo che la disabilità e il “mondo” che si è organizzato attorno a questa condizione umana (i famigliari, gli operatori, i servizi, gli specialisti, eccetera) può offrire alla crescita delle compatibilità possibili tra identità diverse che coesistono nello stesso luogo.
È questa la questione di fondo.
In altri termini il valore sociale della disabilità è il rispetto delle diverse forme di rapporto con la realtà (e, quindi, di conquista dell’identità) e il rispetto reciproco tra le diverse identità.
Non mi pare niente di nuovo sotto il sole, ma mi sembra comunque una chiave di lavoro interessante nell’ambito della disabilità.
Stiamo parlando di affermazione delle soggettività e contribuzione alla coesione sociale.
Da un lato abbiamo delle persone che possono crescere nella ricerca di originali modi di stare al mondo e di sviluppare relazioni con gli altri.
Da un altro abbiamo un territorio che cresce nelle specificità identitarie che riesce ad accettare, nelle differenze relazionali, negli spazi vitali per tutti, nelle radici che ciascuno riesce a mettere, nei rami che riesce a gettare, nei reticoli fiduciari che si attivano.
Solo che questa prospettiva fa i conti, da un lato, con la spinta del gruppo sociale a incrementare la propria omeostasi interna come fattore di sicurezza; e, da un altro, con la spinta delle persone (comprese quelle con disabilità) a pensare che il mondo coincida con il proprio ombelico.
Da ciò deriva la consapevolezza che il valore sociale non scaturisce in maniera “spontanea” mettendo insieme persone diverse che abitano lo stesso microcosmo. Al contrario, è necessario un lavoro di cura delle relazioni possibili e sostenibili, da calibrare di volta in volta, in relazione alle caratteristiche specifiche dei diversi contesti implicati.
È a questo livello che entrano in gioco gli operatori.
Il lavoro degli operatori e dei servizi consiste in una funzione delicata e decisiva di messa a punto, costruzione, regolazione e cura delle compatibilità tra soggettività diverse, a livello individuale, di gruppo, di organizzazioni più complesse.
A partire, naturalmente, dalla domanda di riconoscimento identitario delle persone con disabilità.
È un lavoro creativo e trasformativo, dato che la compatibilità fa i conti con le trasformazioni che interessano l’arco vitale delle persone e con i cambiamenti richiesti alle persone e ai gruppi per riuscire a coesistere.
È un lavoro, pertanto, che riguarda la capacità di interpretare e gestire i conflitti. L’oggetto di lavoro, di conseguenza, sono le relazioni possibili e vivificanti, tra persone, gruppi, organizzazioni, non tanto le caratteristiche delle singole persone con disabilità.
È un oggetto che, però, diventa “prendibile” e “trattabile” a condizione che si abbia e si metta in gioco un’adeguata capacità di ricerca e conoscenza della condizione specifica delle diverse persone con disabilità.

6. La figura dell’educatore all’interno del Gruppo Calamaio

di Mario Fulgaro e Sandra Negri

Raccontare un gruppo educativo è sempre complicato. Lo è ancora di più quando il gruppo educativo in questione si pone l’obiettivo di ridefinire il rapporto tra utente ed educatore cercando di costruire un contesto in cui la collaborazione e la condivisione del percorso è centrale. Per questo abbiamo pensato di raccontare il Gruppo Calamaio dando voce ai due protagonisti della relazione educativa.

Dal punto di vista di Mario Fulgaro, animatore con disabilità
Uno dei segreti per vivere bene sta nel rapportarsi a se stessi in modo pacifico, così da confrontarsi con gli altri in modo altrettanto sereno. Occorre, infatti, tirare un sospiro di sollievo e sorridere sempre, sia di fronte alle innumerevoli circostanze che il mondo ci mette davanti, sia di fronte allo scambio di informazioni che si ha con chi ci sta accanto, anche se per un arco di tempo limitato. Questo accade sempre e in ogni ambito, sociale o politico o, in senso ampio oppure più “ristretto”, in campo educativo.
È indispensabile, dunque, fare riferimento a una qualche figura guida che ci aiuti a superare ogni tipo di impasse. Parafrasando l’alto pensiero contenuto nella Maieutica di Socrate, potremmo dire che “nessuno riesce ad agire da solo” e ognuno ha bisogno di qualcun altro che lo sproni a sviluppare le proprie abilità, nella giusta direzione. Ogni “tratto di strada” è compiuto, oltre che in circostanze idonee, anche e so- prattutto assieme a qualcun altro. Non siamo delle “cellule” autosufficienti in tutto e per tutto.
Quando si entra a far parte del Gruppo Calamaio, ognuno è carico del proprio bagaglio culturale ed esperienziale, utile e fondamentale per arricchire il gruppo lavorativo di nuove “nozioni relazionali”. Infatti, non c’è alcuna forzatura, tutto si lascia fluire con spontaneità e naturalezza. Poco alla volta, poi, sotto la guida degli educatori, ci si ritrova a contribuire, con il proprio “corredo di sapere”, al lavoro corale di tutti. Si entra subito in sintonia con gli educatori attraverso armi invincibili, quali l’ironia e lo spirito di gruppo.
Il ruolo principale dell’educatore, all’interno del Gruppo Calamaio, è quello di analizzare, guidare e indirizzare le potenzialità messe in campo da tutti.
La sorpresa, se non la meraviglia, che investe chi ha scoperto un proprio talento da poter sfruttare, si manifesta, di solito, in un largo sorriso di soddisfazione. Il clima di amicizia e allegria, che si viene a instaurare tra educatori e disabili, favorisce la nascita di forti legami di appartenenza. Così, lo spirito di gruppo che ne consegue, rafforza il bisogno di confrontarsi e scambiare informazioni di sé, con naturalezza e spontaneità: “Che ne dite di prendere un caffettino?”, “Sì sì, ma io prendo il caffè macchiato, tipo cappuccino!”.
Giorno per giorno si inizia a percorrere un pezzo di strada comune, ognuno in modo personale, perché le differenze, se coordinate bene tra loro, sono alla base di una crescita collettiva. Chi si smarrisce per un attimo, trova l’aiuto e la collaborazione dell’educatore che, con i suoi consigli e suggerimenti, agevola una più regolare gestione di tutte le dinamiche interne al gruppo di lavoro: “Aiuto! Chi può aiutarmi?”, “Vengo io, non ti agitare come al solito!”.
Il dialogo acquisisce un valore prioritario e, per consentire un suo svolgimento pacifico, il rapporto tra i membri del Gruppo Calamaio, educatori e disabili, è di tipo paritario. Si scambiano pareri e proposte tra colleghi di lavoro, sicché i possibili ammonimenti sono vissuti come “consigli educativi”. Inevitabilmente, differenze di ruolo possono emergere e, molto spesso, affiorano, ma solo come fattore volto a valorizzare il compito di ognuno, non come elemento discriminatorio. Il dialogo ha un potere risolutivo di grande rilevanza ed è quello che l’educatore utilizza, per dirigere le energie proprie e altrui, in vista di una soluzione condivisa. È facile, così, che si faciliti una condivisione di intenti da parte di tutti: “Quale colore va meglio sul nostro volantino, il rosso o il verde?”, “Direi il verde!”, “Allora metteremo il rosso!”, “Ok!”.
In un gruppo di lavoro così grande, è inevitabile che possano sorgere situazioni di malinteso o, addirittura, di stallo. In questi frangenti, gli educatori sanno bene che devono mettersi in discussione, per riuscire a superare ogni fase critica. Ogni volta, l’intero gruppo ne ha beneficiato in termini di compattezza, trovando, appunto, negli educatori i suoi punti di riferimento: “Io sto bene con loro. Io con io ed io con loro, senza alzate di testa!”.
Il rispetto dei tempi di ciascuno è strategia essenziale, sia per cercare di studiare il modo più idoneo per intervenire, sia per dare tempo all’altro di entrare in sintonia con il contesto creatosi attorno. La crescita di un gruppo sta nella sua dinamicità interna: “Se non ti senti in forma stamattina, puoi rilassarti un po’ sulla poltrona”, “Magari!”.
Condividendo anche aspetti del vivere quotidiano, quali pranzi, merende, feste, convegni…, sorgono, anche in queste occasioni, legami affettivi di amicizia e di condivisione di intenti e piaceri. Il veicolo, che è alla base di tutta questa evoluzione relazionale, è dato dal tipo di approccio ironico e autoironico. La leggerezza con cui si vivono tali eventi, non va a inficiare la distinzione di ruolo, del tutto naturale, che sussiste tra educatore e persona con disabilità. Infatti, durante le occasioni di svago, non mancano episodi educativi.
Può cambiare il contesto in cui si agisce, ma non lo spirito con il quale si affrontano le diverse situazioni. È proprio questa la chiave di successo dell’educatore: riuscire a creare le condizioni per colorare, macchiare, in modo allegro e contagioso, la realtà in cui si opera.

Dal punto di vista di Sandra Negri, coordinatrice educativa
Educare: dal latino educĕre «trarre fuori, allevare».
Essere educatori al Progetto Calamaio significa ciò che “essere educatori” significa in ogni contesto educativo. Ma mi spingo oltre: significa ciò che “essere in relazione” significa in ogni contesto di vita.
Ho cominciato la mia esperienza di educatrice all’interno del Centro Documentazione Handicap quando ero giovane e poco esperta di questa professione, ma soprattutto non avevo esperienza alcuna nelle relazioni con la disabilità. Mi sono ritrovata davanti a persone adulte, con deficit motori importanti e una grande consapevolezza di sé, di chi erano, di chi volevano essere, di ciò che sapevano, volevano e potevano fare in ambito lavorativo… e anche di ciò che non potevano, volevano e sapevano. Ecco, il primo impatto è stato da subito di una situazione ribaltata rispetto al mio immaginario. Io non sapevo nulla e i miei cosiddetti “utenti” sapevano tanto. La risposta più semplice era affidarmi, lasciarmi condurre, lasciarmi “allevare” in questa nuova veste che non sapevo ancora indossare.
È stata una bellissima iniziazione. E da allora – che il nostro gruppo di strada ne ha percorsa tanta – questo è ancora il punto centrale del nostro lavoro educativo. Gli educatori cercano sempre di affidarsi al sapere che la persona con disabilità porta in sé e all’occasione di crescita e di nuova conoscenza che rappresenta.
Attorno al riconoscimento dell’altro come parte attiva e indispensabile della relazione educativa, che è il punto centrale del nostro stile di lavoro, si snodano tanti altri aspetti, tutti fondanti e insostituibili del nostro accompagnare e accompagnarci reciprocamente nel percorso di miglioramento di noi stessi e del contesto in cui viviamo.

Relazione – conoscenza di sé e dell’altro – messa in gioco
Parlare di relazione non significa osservare semplicemente un elemento dell’educazione, ma affrontare l’essenza dell’educazione stessa come esperienza umana che accade tra le persone. Partendo da sé e dalla consapevolezza di chi siamo e di cosa mettiamo in gioco, attraverso la relazione avviene poi la conoscenza reciproca; quella vicinanza sensoriale e percettiva che fornisce informazioni e stimoli affinché l’altro possa rappresentare una risorsa e un’occasione di scambio, fino a diventare condivisione empatica sul piano personale e lavorativo. Si tratta di un lavoro lungo e complesso, di un percorso che richiede disponibilità a lasciarsi coinvolgere e cambiare. E quando diviene consuetudine e abilità stabile, il gruppo si fa luogo di crescita profonda per ognuno.

Creatività – apertura al nuovo – sperimentazione – improvvisazione
La disabilità ci obbliga a fare i conti con l’inatteso, l’ignoto. Ci costringe a reinventare la relazione e la collaborazione a ogni passo del nostro percorso e a ogni nuova strada che intraprendiamo. Impossibile prevedere, progettare, fare piani che verranno, con ampia probabilità, modificati. L’handicap, che è ostacolo, difficoltà, ci mette sempre davanti a un bivio: lasciarci frenare o inventare una nuova soluzione. Questo allenamento all’improvvisazione è materiale prezioso nel quotidiano per creare realtà, legami, progetti e idee nuove. La capacità appresa e allenata alla creatività è risorsa preziosa nel superamento delle criticità, nella ricerca delle risposte alle incognite che il lavoro educativo presenta e nell’incontro con l’altro, mai uguale a se stesso, sempre da conoscere e riconoscere.

Relazione alla pari – relazione di cura e di aiuto
Se la relazione è scambio, lo è anche quando si tratta di ruoli e competenze. La figura dell’educatore e quella dell’utente non sono mai definite in modo netto e chiaro. Questo è ancora più presente all’interno di una relazione che, per sua natura, è collaborazione e compartecipazione a un progetto e un’attività produttiva–la realizzazione di incontri rivolti alle scuole sui temi dell’inclusione di tutti dove l’animatore con disabilità ricopre il ruolo centrale. Nello stesso contesto e nello stesso momento, educatore e animatore con disabilità rivestono funzioni molteplici e sovrapposte dentro una relazione che è sia di condivisione che di cura. Si sperimenta contemporaneamente l’integrazione delle rispettive competenze nella conduzione dell’incontro e la rappresentazione della dinamica di aiuto laddove il deficit del collega con disabilità impedisca l’autonomia sul piano motorio o relazionale. Si realizza la piena espressione di ciò che è l’incontro e il rapporto umano fra gli individui, che sono necessariamente differenti, in cui sempre compaiono elementi quali lo scambio, l’aiuto, il sostegno, la mediazione e il piacere della comune adesione all’esperienza.

Piacere – benessere – divertimento – ironia
Ogni relazione si costruisce a partire da ciò che siamo, ciò che sentiamo. Quanto più investiamo nelle nostre relazioni, tanto più queste ci gratificano, ci danno soddisfazione e ci procurano piacere. Questo genera necessariamente un ciclo virtuoso per il quale, dalla soddisfazione e dal benessere si attiva il desiderio di entrare in una maggiore profondità relazionale che ci procurerà ancora il piacere e il gusto per quell’incontro. Il benessere inteso proprio come benessere e benestare è un tratto distintivo dei rapporti tra le persone all’interno del Progetto Calamaio. È un benessere dato dall’intensità, dalla passione, come anche dalla leggerezza e dall’allegria che ognuno porta nel gruppo. Un’alchimia fortunata che fonda da sempre le sue radici su un aspetto che, parlando di disabilità, è molto interessante: l’ironia. Ancora una volta è il rapporto alla pari che ci aiuta, che autorizza l’educatore, il “normodotato”, a toccare l’intimità dell’altro, e quindi anche la sua disabilità, con il rispetto, ma anche con la leggerezza che diventa gioco e complicità.

Uno spazio dove prendersi cura delle proprie fatiche: il gruppo educatori
Conoscenza, creatività, relazione alla pari e benessere sono alcuni degli elementi essenziali in ogni relazione, affinché sia tale. Riempiono di calore e colore un percorso di accompagnamento e di cura che porta in sé anche un grande carico di fatica perché ci fa continuamente toccare con mano le fragilità, nostre e degli altri. Per mantenere alta la qualità del lavoro e del benessere di tutti, noi educatori sentiamo il bisogno di uno spazio fisico e temporale dove prenderci cura delle nostre fatiche fisiche ed emotive. Lo abbiamo trovato nel modo in cui viviamo il gruppo educatori: un luogo indefinito, senza una connotazione precisa, dove ci stanno i rapporti personali, gli affetti di tanti anni condivisi, la complessità di tutte le nostre variegate personalità e i diversi approcci lavorativi. È uno spazio che abitiamo in ogni attimo della giornata lavorativa, ma che, in alcune occasioni, ha bisogno di mettere un confine tra sé e il resto. Sono le settimanali riunioni educatori, dove il confronto fra noi non ha interruzioni e risulta più “produttivo” e, da alcuni anni, alcune giornate nel periodo estivo dove, in una sede distaccata, accompagnati da ogni comfort, rileggiamo il lavoro svolto nell’anno lavorativo appena concluso e programmiamo quello che da lì a qualche mese ricomincerà. È una vera coccola. Un’occasione in cui ci guardiamo in faccia, esprimiamo e condividiamo come stiamo, cosa sentiamo per noi e per le persone con disabilità e sappiamo di trovare ascolto e comprensione incondizionati.

5. Il valore sociale

Con il contributo di:
Clara Colli, Coop. Soc. Solaris-Triuggio (MB)
David Scagliotti, Coop. Soc. Azione Solidale-Milano
Giovanni Vergani, Coop. Soc. Novo Millennio-Monza
Luca Gorlani, Coop. Soc. Il Vomere-Travagliato (BS)
Luciano Bedin, Coop. Soc. Primavera 85-Treviso
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale e psicologia di Comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 27 aprile 2017.

Quando usiamo l’espressione “valore sociale” ci riferiamo a qualcosa di utile agli altri. Produrre valore sociale significa produrre “beni comuni”, che possono essere condivisi da tutti, contribuendo così a rendere le nostre comunità più giuste e più vivibili. Produrre beni comuni ed esprimere valore sociale significa facilitare l’incontro tra le persone, fra diverse realtà sociali, che elaborano così le proprie parzialità e le proprie fragilità, come elemento di fertilità e crescita.
La relazione con l’altro è alla base del significato profondo del valore sociale, riconoscere dentro se stessi il bisogno di essere in relazione può produrre valore per la vita di ciascuno.
Questo orizzonte di pensiero ci porta a non ridurre il valore sociale a un mero rapporto con la comunità in termini utilitaristici. Il valore sociale pone al centro la questione di essere “nella” e “con la” comunità, qualcosa che certamente ha a che fare con il “fare per”, ma che più profondamente ha a che fare con un’appartenenza, con un “essere con”.
Parlare di valore sociale espresso dalla persona con disabilità riguarda il riconoscimento della sua capacità di giocarsi in un ruolo “vero” nella comunità. Riconoscere che la persona con disabilità non è il suo limite, ma che il suo valore si gioca nella sua esistenza, nella sua storia, in ciò che la abita profondamente e la fa diventare essere in relazione e in cerca di relazioni.
Il fatto che le persone con disabilità possano concorrere a generare valore sociale permette loro di porsi come risorse, di acquisire conoscenze che possono essere messe a disposizione di altri. Si attivano contesti e occasioni in cui la dimensione dell’“io” si connette alla capacità di vivere il “noi” e alla costruzione di esperienze di attenzione nella prossimità della quotidianità.
Le persone con disabilità sono cittadini con peculiari risorse e criticità all’interno di una comunità. In questo senso il loro valore è quello di rinforzare legami e senso di comunità e questo porta a una migliore convivenza, intesa come la capacità di conoscere e trattare la differenza, nonché di rintracciare negli altri le risorse di cui sono portatori.
L’appartenenza a un contesto è connessa alla costruzione di legami e rapporti che si mantengono nel tempo, mettendo ognuno in gioco qualcosa di importante per l’altro, creando così un “debito reciproco” in cui diventa possibile andare verso la logica del dono, verso forme di retribuzione e di ritorno differenti, perché la relazione porta sempre con sé una quota di gratuità. Il “debito” così inteso non viene perciò legato a un “dovere” verso l’altro, ma al desiderio di mantenere una relazione.
Per produrre valore sociale occorre consentire alla persona con disabilità di sentirsi appartenente alla comunità, riconoscendosi come attore attivo, ovvero sentire e riconoscere di essere valore per la comunità, potendo influenzarla ed essere portatore di cambiamento al suo interno.
L’attenzione al valore sociale è un invito a uscire dall’affidarsi alla sola logica dei “diritti”, che rischia di ridursi a una concessione prestazionale di qualcuno verso qualcun altro, per guadagnare quella dell’implicazione reciproca, attivando e affiancando dinamiche co-evolutive, di corresponsabilità della relazione.
Esprimere valore sociale diviene, quindi, occasione anche per le famiglie delle persone con disabilità di rivedere l’immagine e le modalità relazionali messe in atto nei confronti dei loro famigliari, uscendo dalla logica della sola rivendicazione dei diritti. Per un servizio, lavorare alla produzione di valore sociale significa intercettare una domanda esterna, diventare protagonisti attivi della vita del territorio, accompagnare le persone con disabilità nel contesto “esterno” perché si attivi con il “fuori” una relazione importante che risponda a un’autentica domanda di vita.
L’operatore sociale si trova a sviluppare in modo nuovo la sua funzione di costruttore di relazioni e legami, in un modo meno orientato alla gestione della persona all’interno dei servizi e maggiormente aperto alla dimensione di attivazione delle reti territoriali e facilitazione delle relazioni. Un ruolo capace di stimolare l’incontro, di portare verso il territorio, di sviluppare possibilità di legami, di accompagnare processi di appartenenza.
Come detto da Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale e psicologia di Comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse, “il lavoro dell’operatore non è in risposta al bisogno di un soggetto – il disabile e la sua famiglia – ma dell’intera comunità entro cui vive il soggetto disabile. Si tratta di diventare citizenprofessional. Essere citizenprofessional è prima di tutto identità: significa vedere se stessi come un cittadino con uno speciale expertise che lavora a fianco di altri cittadini con i loro speciali expertise al fine di risolvere i problemi della comunità che richiedono lo sforzo di tutti. Non si tratta semplicemente di un’immagine idealizzata, ma nasce da una radicata consapevolezza che i problemi realmente rilevanti nella cura della salute, nell’educazione e nel welfare non possono essere risolti dai professionisti da soli e nemmeno da un’azione da parte delle sole istituzioni. I citizenprofessionals sono in possesso di un corpus di conoscenze relativo alle interconnessioni tra la dimensione personale e pubblica della loro pratica professionale. Devono poter contare su una serie di competenze nel facilitare il dibattito pubblico e nel catalizzare l’azione collettiva. Nel contesto del loro normale lavoro di prestatori di servizi, essi devono essere capaci di intrecciare la dimensione individuale e pubblica rispetto alle tematiche che i loro pazienti si trovano ad affrontare e, quando i tempi sono maturi, sono in grado di coinvolgere altri cittadini nel dibattito pubblico e in progetti di azione locale che affrontino i problemi della comunità. L’operatore diviene dunque un catalizzatore di risorse, di reti, accompagnatore di processi che toccano solidarietà, impegno civico, costruzione di cittadinanza. Egli è un facilitatore di costruzione di beni relazionali, una categoria strettamente connessa alla reciprocità, alla fiducia, alla gratuità”.
Ciò conduce a uscire dal presupposto che il lavoro degli operatori sociali debba porre la sola “persona al centro”, ci accompagna dalla centralità delle risorse a quella delle relazioni, che sostanziano la qualità della vita delle persone. Al centro delle attenzioni degli operatori deve esserci la comunità nel suo intreccio di relazioni.
Tale traiettoria di lavoro è possibile solamente dentro una logica di forte sinergia che introduce in un processo di lavoro orientato verso un terzo, il territorio, uscendo dalla relazione duale con la persona con disabilità per aprirsi verso una comunità chiamata a prendersi cura di se stessa e della quale i servizi, gli operatori, le persone con disabilità e le loro famiglie fanno parte.
Il Servizio Pubblico assume la fondamentale funzione di garanzia. Non è chiamato a gestire direttamente i processi, ma a garantire un lavoro di tenuta nella rete dei soggetti del territorio evitando che si producano diseguaglianze.
Rimane aperto il tema della misurabilità dell’impatto sociale del valore sociale prodotto. La sua valutazione è necessaria per comprendere quanto le politiche sociali, le modalità di finanziamento e l’insieme dei sostegni allo sviluppo della cooperazione sociale siano stati efficaci ed efficienti rispetto agli obiettivi. Dal momento in cui si comincia ad applicare un approccio di tipo economico, diventa fondamentale porre l’accento sull’importanza della misurabilità, sapere quanto un’organizzazione è disposta a spendere e per quale risultato. Bisogna cominciare a parlare di valore aggiunto e di valore sociale prodotti, a fianco di un preciso valore economico generato. È fondamentale dimostrare che la cooperazione sociale è un soggetto economico che gestisce risorse in modo efficiente, e congiuntamente è un soggetto sociale che promuove inclusione e benessere in modo efficace.

 Centro Polivalente di utilità sociale “Atlantis”
Castelfranco Veneto (TV)
Direttrice dott.ssa Raffaella Munaretto
tel. 0423706704
r.munaretto@lincontro.it

Progetto
Seminar libri

Esperienza
“Libero scambio” di libri, all’interno di una “libera biblioteca”, presso il supermercato Coop del Centro Commerciale “Giorgione” di Castelfranco Veneto (TV). L’iniziativa ha permesso ai clienti della Coop e alla cittadinanza tutta di prendere in prestito uno o più libri in spazi di bookcrossing nei negozi Coop, senza alcuna registrazione, e di riportarli indietro dopo qualche tempo.
Il contributo delle persone con disabilità coinvolte a rotazione, affiancate da Oss ed educatori, si è concretizzato in: catalogare i libri, etichettandoli e riparandoli se rovinati; posizionarli sugli scaffali; relazionarsi con i fruitori della biblioteca. Il progetto si è sviluppato anche dopo l’orario di chiusura del nostro Centro, attraverso tre iniziative: laboratorio di letture animate per bambini; incontro di formazione sui prodotti certificati Fairtrade (prodotti equosolidali); cash mob ossia promozione dei prodotti Fairtrade tra i clienti del supermercato, azioni alle quali hanno partecipato pure le famiglie.

Elementi innovativi
Aver realizzato un’esperienza pre-lavorativa, non retribuita, dove le persone con disabilità hanno appreso il significato di impegno e di rispetto dei tempi e di esecuzione dei compiti assegnati; essersi sentiti parte di un territorio, nel riscoprirlo come opportunità, nell’“utilizzarlo” per co-costruire percorsi sociali, per generare relazioni, per sensibilizzare la cittadinanza, nell’ottica dell’inclusione; aver generato capitale sociale, valorizzando il capitale umano disponibile; aver creato l’occasione per un “laboratorio di Vita” e aver fornito una risposta di servizio alla domanda “chi viene oggi alla Coop?”.

 Cooperativa Piano Infinito – Montecchio Maggiore (VI)
Valentina Castagna, Luca Borinato
tel. 0444492415
cdpapicchio@pianoinfinitocoop.it

Progetto
Fermi tutti: siete circo…dati

Esperienza
Circo sociale adattato: laboratorio rivolto alle scuole primarie del territorio che coinvolge cinque persone con disabilità in qualità di insegnanti esperti di circo, supportati da due adulti. Le classi coinvolte sono state 12 per un totale di circa 200 alunni.

Elementi innovativi
Il circo adattato è uno strumento utile a favorire la comunicazione con gli altri, consente la riscoperta del corpo come strumento di relazione, migliora l’autostima e l’immagine di sé. Le persone coinvolte hanno perciò la possibilità di accedere a ruoli sociali ben definiti e hanno la possibilità di confrontarsi con ruoli autentici. In un contesto culturale dove la normalità è dominante e le differenze non sono riconosciute come valore, i bambini diventano parte attiva di un cambiamento e l’inclusione sociale della persona disabile diventa valore sociale.

4.La co-progettazione

Con il contributo di:
Guido Bodda, Coop. Soc. Il sogno di una cosa-Collegno (TO)
Paola Ricchiuti e Caterina Boria, Coop. Soc. Itaca-Pordenone
Lucia Cavallin, Coop. Soc. Solidarietà-Treviso
Roberto Guzzi, Coop. Soc. Il Germoglio-Cassina de’ Pecchi (MI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Gino Mazzoli, psicologo sociale, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 13 giugno 2017.

Co-progettare rende possibili processi di lavoro più efficaci rispetto alla persona con disabilità e alla sua relazione con il contesto.
La co-progettazione è un percorso e la cogestione il suo naturale proseguo. Il lavoro di co-progettazione consente lo sviluppo di azioni condivise che non dipendono solo da noi stessi.
Co-progettare e co-gestire significa superare la semplice offerta progettuale proposta in modo univoco, andando oltre il raggio di azione del singolo soggetto e alla logica della negoziazione spartitoria (come ad esempio accade nella dinamica degli appalti).
Si possono agire processi di co-progettazione e cogestione su tre livelli distinti:

  • con le persone con disabilità, nella logica dell’autodeterminazione e del riconoscimento dei “saperi” e dei “poteri”;
  • con il territorio (associazioni, enti, istituti scolastici, cittadini…), funzionale allo sviluppo di comunità;
  • tra istituzione pubbliche e Terzo Settore, con la finalità di una configurazione condivisa dell’architettura dei servizi.

I processi di co-progettazione e cogestione attivano dinamiche inclusive e generative in vari modi:

  • favoriscono la riconnessione delle risposte ai bisogni, attivando modelli che non si fondano unicamente su percorsi procedurali, bensì trovano il loro fondamento anche sulla fiducia e il riconoscimento dell’altro;
  • rompono il processo di delega ai Servizi nella gestione dei progetti di vita delle persone con disabilità. I nostri servizi finora hanno spesso generato dinamiche di autoreferenzialità, incastrando sempre più le persone con disabilità nel ruolo di dipendenza. Grazie a questi percorsi le persone con disabilità possono agire ruoli sociali reali, accrescere le proprie relazioni con i territori e la capacità di starci in autonomia;
  • permettono ai diversi soggetti coinvolti di crescere ed evolvere spingendoli ad affrontare domande insolite. Ogni organizzazione, infatti, tende al mantenimento della propria identità e omeostasi: l’altra faccia della medaglia di questo processo è la routine (abbiamo sempre fatto così perché dobbiamo cambiare?). La necessità del cambiamento diventa evidente nel momento in cui la co-progettazione permette alle realtà di intercettare energie potenziali interne ed esterne all’organizzazione;
  • forzano la logica dei titoli formali (ad esempio “famigliare”, “dirigente”, “operatore”…): nei processi di co-progettazione c’è maggior circolarità e simmetria nei ruoli. Possono essere portati più facilmente competenze e punti di vista diversi, arricchenti e preziosi al di là dei ruoli formali;
  • ci si attesta su un paradigma di Welfare Generativo, allontanandosi dalle logiche classiche del Welfare State e stimolando nelle persone fruitrici di servizi partecipazione e messa in campo di risorse proprie che possono essere “ridistribuite” a favore di tutta la Comunità.

Le principali difficoltà che possiamo incontrare nei processi di co-progettazione sono di diverso tipo:

  • la rinegoziazione dell’identità della persona con disabilità e di tutti i soggetti in gioco: il soggetto disabile non è più solo destinatario di cura, ma assume anche un ruolo attivo, avendo maggiore voce in capitolo;
  • una perdita del potere di tutti i soggetti che operano con la persona con disabilità e una sua redistribuzione più equa e dinamica;
  • tra i diversi soggetti ci sono differenze di linguaggi, di obiettivi, di approcci, di intenti e di significati per le quali è necessario un lavoro di sintesi e mediazione;
  • l’incertezza sugli esiti: il prodotto finale della co-progettazione è incerto e bisogna avere la capacità di accettare che il risultato sia qualcosa di inaspettato. Deve esserci una certa tolleranza dell’incertezza a fronte dell’assenza di risposte immediate;
  • la necessità di una metodologia efficace e di una leadership ibrida che mantenga la neutralità.

In questa logica per gli operatori è difficile:

  • rompere le routine, lasciare il primato delle competenze tecniche e uscire dai confini di un’identità professionale definita in modo statico;
  • aprirsi a variabili non controllabili e a relazioni che mettono nelle condizioni di reinventarsi con flessibilità, di prendere decisioni, di assumersi responsabilità e rischi lasciando la confort zone rappresentata dal servizio;
  • esporsi a maggiore visibilità rispetto al contesto: gli operatori sono molto più “visibili” poiché entrano in un campo di interazione con più e nuovi soggetti e si trovano a gestire più piani di lavoro contemporaneamente.

A fronte delle difficoltà a cui la logica della co-progettazione espone gli operatori, è utile nominare quali gli aspetti che possano, invece, motivarli.
La posizione classica dell’operatore è quella del custode della persona con disabilità. Questa posizione limita molto la possibilità di accorgersi che nei territori in cui i servizi vivono ci sono bisogni che generano domande a cui anche i servizi per le persone con disabilità possono contribuire a dare risposte. In una logica di co-progettazione i servizi per le persone con disabilità possono contribuire al processo di rilevazione del bisogno, di co-costruzione della domanda e di co-progettazione delle risposte al bisogno stesso. Questa dinamica è ostacolata dal fatto che servizi e operatori tendono a muoversi dietro alla spinta di un mandato, immaginandosi principalmente come esecutori. Con difficoltà ci si immagina parte attiva rispetto a una domanda del territorio.
Lavorare secondo una logica di co-progettazione significa anche aprirsi a un lavoro incrementale nel quale, come detto, in modo un po’ spiazzante, non si definisce tutto all’inizio. Questa caratteristica può implicare anche una certa instabilità dei progetti.
Attivare processi nella logica della co-progettazione significa cercare di essere percepiti come risorsa integrativa e non alternativa/oppositiva all’esistente. Per farlo, se i servizi vogliono essere risorsa per il territorio e creare inclusione sociale, devono attingere a competenze che vanno oltre la pedagogia. Occorrono saperi mirati in relazione all’area produttiva di cui ci si intende occupare. Ricercarli, coltivarli, può anche permettere di riscoprire e rivalutare le passioni degli operatori, spesso celate nel lavoro quotidiano.
Essere disponibile a confrontarsi, scontrarsi, scambiarsi, ad essere in moto verso l’altro è la condizione necessaria per poter usare la co-progettazione, uno strumento, un mezzo per creare valore e inclusione sociale.
Questo strumento può facilitare soggetti che hanno necessità, storie, esperienze, domande, bisogni, interessi diversi e che devono lavorare insieme per un unico obiettivo. Il tener vivo e chiaro l’obiettivo rende fattibile e costruttiva la co-progettazione. Soprattutto quando siamo di fronte a situazioni complesse e articolate.
Co-progettare significa trovarsi in situazione orizzontale e paritaria, quindi spostarsi dall’idea che vi sia un unico modello di funzionamento di tipo gerarchico o piramidale.
Per l’avvio di esperienze di co-progettazione occorrono setting in cui gli attori in gioco possano avviare delle trattative e nei quali la centralità sia sul fare. Occorre considerare la complessità delle organizzazioni, nelle quali la parte formale è sempre meno rilevante di quella informale. Il problema delle esperienze di co-progettazione non è la partenza, ma la loro tenuta nel tempo.
Utilizzare questo strumento per progettare mette nella condizione di “dover rinunciare a qualcosa”. Il risultato finale di un percorso di co-progettazione sarà sicuramente diverso dal pensiero iniziale di ogni soggetto.
Lo strumento della co-progettazione ha bisogno di cura, ascolto e delicatezza da parte di tutti i soggetti coinvolti, ma chiede anch’esso di essere curato; è necessario definire in modo esplicito la figura che si occupa di tessere le relazioni, di seguire i processi, di gestire le informazioni e le comunicazioni tra tutti i componenti. Questo lavoro di cura deve essere affidato in modo chiaro e concordato a un soggetto (facilitatore, network management) a cui è riconosciuta questa funzione, funzione che può anche essere gestita a turno.
I limiti diventano la parte del gioco da affrontare e superare con la partecipazione e con le differenti risorse dei soggetti coinvolti nella ricerca di soluzioni possibili.
La fiducia che può instaurarsi permette di raggiungere un grado di partecipazione e consapevolezza che porta a risultati non previsti.
Questo strumento può essere applicato a una problematica che un soggetto pone, ma anche a un percorso in cui l’insieme dei soggetti si trova per cercare un obiettivo comune, all’interno delle organizzazioni, tra organizzazioni paritarie, tra entità diverse e miste.
È uno strumento per creare partecipazione e legami con i contesti che ruotano attorno ai soggetti di una rete e che può muovere in modo attivo il territorio.
La co-progettazione può anche finire quando l’obiettivo è stato raggiunto.

3. Il partenariato con le famiglie

Con il contributo di:
Clara Colli, Coop. Soc. Solaris-Triuggio (MB)
Daniele Ferraresso, Associazione La Luna-Padova
Giovanna di Pasquale e Sandra Negri, Coop. Soc. Accaparlante-Bologna
Lisa Gollino, Azienda Assistenza Sanitaria 5 “Friuli Occidentale”-Pordenone
Luca Borinato, Coop. Soc. Piano Infinito-Montecchio Maggiore (VI)
Natalino Filippin, Paola Schiavetto e Lucia Mantesso della ULSS8 Asolo-Treviso
Roberta Geria e Costanza Rashmi, Coop. Soc. Domus Laetitia-Sagliano Micca (BI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Valter Tarchini, psicologo sociale dello Studio APS di Milano, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 14 settembre 2017.

La disabilità è un “viaggiatore inatteso, è sempre qualcosa di inaspettato per il suo presentarsi come rottura traumatica all’interno del viaggio esistenziale”, scrive Carlo Lepri in Viaggiatori inattesi: appunti sull’integrazione sociale delle persone disabili.
L’esperienza ci insegna che le persone adulte con disabilità adulte raramente escono dal nucleo familiare: crescono, diventano uomini e donne, ma la relazione che le contraddistingue le riporta sempre a un legame di dipendenza che le riposiziona in una dimensione senza età. L’impatto della disabilità può perturbare il ciclo vitale, congelandone spesso il naturale evolversi.
Costruire una storia familiare equilibrata, se è presente una disabilità, è difficile. Per renderlo possibile servono processi di accettazione profondi, dolorosi, lenti. Infatti, nella maggioranza dei casi, è più facile passare ad atteggiamenti di protezione eccessiva o di allontanamento, oppure a una specializzazione dei ruoli con la parte femminile che cura e la parte maschile che costruisce o rivendica.
Per molti anni la disabilità è stata gestita in proprio, nel cortile di casa, con le famiglie allargate e solo quando le famiglie “non ce la facevano più”, i genitori lasciavano i figli agli istituti.
C’è stata poi una fase in cui le famiglie si sono organizzate in associazioni, diventando gestori diretti, dando avvio a sperimentazioni che poi si sono trasformate in servizi stabili.
All’intensa fase di costruzione di servizi, di delega e specializzazione di questi è seguita una critica profonda delle famiglie. I servizi, cresciuti negli anni in quantità e in qualità, per molte famiglie non sembrano comunque essere mai sufficienti.
La strutturazione dei servizi ha dato libertà agli operatori di costruire, ha dato speranza e sollievo ai genitori, ma ha anche tenuto fuori i famigliari dai processi di cura e di scelta.
In questi ultimi anni assistiamo a una maggior partecipazione, competenza e capacità contrattuale da parte dei genitori che tendono a essere sempre meno dipendenti dai servizi.
Inoltre, il ridursi delle risorse pubbliche ha portato a un ulteriore periodo di ripensamento e riorganizzazione. Quindi i ruoli e le relazioni tra i tre grandi sistemi, famiglia, terzo settore e pubblico, stanno nuovamente cambiando.
Il cambiamento è all’insegna dell’inclusione e innesca processi che hanno bisogno dell’impegno di ciascuno e di una legittimazione reciproca. Tutte le parti in gioco hanno bisogno di essere confermate dalle altre.
La co-progettazione diventa quindi fondamentale.
“L’inclusione della disabilità è immaginabile come un percorso di reciproca interazione tra potenzialità e limiti, messi in campo tra persone e gruppi diversi tra loro che accrescono le proprie possibilità identitarie proprio grazie alla reciprocità che si genera e alle evoluzioni che questa condizione rende possibile”.
Sta emergendo il passaggio dalla cultura dei servizi che danno risposte ai bisogni, ai servizi che si basano sui desideri delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Occorre quindi formare gli operatori in maniera diversa. Siamo di fronte alla necessità di costruire modelli che aiutino le famiglie ad avere sempre più potere contrattuale, risorse e strumenti. In questo senso è interessante creare occasioni di incontro per le famiglie e di co-costruzione e co-progettazione tra operatori e famiglie: questo può portare, tra le altre cose, ad ampliare il range delle competenze disponibili nei gruppi di lavoro. Naturalmente è necessario un tempo interno ai servizi in cui si programma, ma lo è altrettanto un tempo in cui si dialoga sul senso delle cose tra operatori e famiglie.
Certo, non è possibile coinvolgere tutte le famiglie, poiché molte di esse non hanno i mezzi, non sono formate o pronte, hanno bisogno di essere accompagnate. È però certamente possibile coinvolgerne una parte, che potrà poi assumere una funzione di volano.
Le famiglie e le persone con disabilità vengono messe nella condizione di committenti che esprimono domande oppure di utenti che ricevono servizi, dimenticando che essi sono cittadini e persone.
È importante che il progetto di vita della persona con disabilità venga definito in un’ottica di mutualità e che si ingaggino le famiglie come persone e cittadini del territorio.
Le alleanze che si andranno a costruire saranno sofisticate e richiederanno da parte degli operatori la disponibilità ad assumersi il rischio di abbandonare i setting professionali classici, poiché i setting espellono gli elementi della qualità della vita e poiché la vita è più larga del setting: purtroppo persiste il pensiero che un dialogo diverso con la persona con disabilità, la sua famiglia e il contesto delegittimi l’operatore.
Quando parliamo di relazione dei servizi per persone con disabilità con le famiglie, ci muoviamo spesso fra poli opposti ovvero tra autonomia e dipendenza. Il concetto di autonomia è generalmente legato al “saper fare delle cose”, a un aspetto prettamente quantitativo, “più cose so fare, più sono autonomo”. Quello di dipendenza ci riporta al già evocato strettissimo rapporto di cura afferente al mondo familiare.
Quando si lavora con la disabilità sarebbe opportuno lavorare sull’interdipendenza. La progettualità non è mai per l’autonomia, ma per l’articolazione delle dipendenze, perché siano più ricche e qualificanti.
Lavorare sulle interdipendenze significa principalmente lavorare sul rapporto con il contesto, con l’esterno, perché è lì che esistono le risorse, le possibilità e le soggettività. La progettualità deve essere sulla relazione tra persone con disabilità e ambiente, persone con disabilità e famiglia, famiglia e contesto.
Nel coltivare e accrescere le interdipendenze gli operatori si trovano esposti allo sguardo dell’altro e devono imparare a reggerlo. Riuscire a guardare la persona nelle sue interdipendenze fa sì che il servizio non sia qualcosa di alternativo, ma di sostegno alle famiglie e al contesto.
Al fine di rendere l’interdipendenza qualitativa ed evolutiva è fondamentale conoscere la famiglia. L’altro, per diventare partner, ha bisogno di essere conosciuto e riconosciuto. L’ingaggio delle famiglie nella progettualità permette di restituire loro il ruolo di soggetti e risorse.
Spesso non c’è continuità nella conoscenza delle famiglie, che passano da un servizio all’altro seguendo la crescita del proprio figlio. È fondamentale conoscerle, invece, perché possano essere realmente partner nella progettazione del percorso di vita della persona con disabilità e possano diventare una risorsa, insieme agli operatori, per i propri congiunti e per il territorio. La conoscenza può permettere di creare un’alleanza con le famiglie per leggere e affrontare insieme le difficoltà e tentare di superarle.
Per favorire la costruzione delle alleanze tra operatori e famiglie alcuni strumenti utili possono essere:

  • la ricostruzione delle biografie e delle storie familiari;
  • il Manuale di vita: strumento che permette alla famiglia di raccogliere e condividere sia informazioni e aspetti importanti della biografia della persona con disabilità, sia informazioni più particolareggiate e apparentemente meno rilevanti, ma che possono essere molto utili nel momento della fuoriuscita dal nucleo familiare. Facilita un vero e proprio passaggio del testimone;
  • i gruppi trasversali con operatori e famigliari;
  • i gruppi di auto-mutuo-aiuto per famigliari delle persone con disabilità.

Lavorare sulle interdipendenze, sul loro accrescimento e sviluppo, permette di in- contrare e costruire relazioni dove l’altro può esprimere delle richieste a cui dare risposte e/o, cosa assai preziosa, produrre dei pensieri che generano delle domande, uscendo così dal tema del dialogo come domanda-risposta e producendo un meccanismo di pensiero che genera conoscenze e risorse.
Resta aperto il tema del potere: qual è il ruolo dell’ente pubblico, quale quello del terzo settore, come sostenere le famiglie?
Occorre tenere bene in considerazione, e non è per niente scontato farlo, che ogni attore all’interno delle relazioni di aiuto gioca delle ambivalenze dalle quali si può uscire trovando dei contesti dove si dia parola alle cose, dove l’ambivalenza possa essere riconosciuta diversamente, uscendo così dalla dicotomia potere/conflitto.
Le ambivalenze richiedono che nelle dinamiche gerarchiche tra operatori e utenti si esca dalla logica delle asimmetrie fisse e si accolga quella delle asimmetrie variabili per la quale, poiché si sanno cose diverse, il potere è distribuito più uniformemente tra i soggetti in relazione. Fintanto che la relazione si svolge intorno a una domanda specifica, è difficile aprirsi al dialogo e la tensione è verso la costruzione di ruoli definiti.
Adottando questo approccio si genera fiducia, che però non è data una volta per sempre. Diventa interessante riflettere su quale contenitore possa sostenerla. I due estremi sui quali possiamo muoverci sono quelli dell’istituzione e dell’impresa. Occorre ricercare un contenitore che abbia la dimensione della persistenza propria dell’istituzione e quella dell’innovazione propria dell’impresa.
Serve un lavoro continuo per creare legami di fiducia e mantenerli nel tempo attraverso la relazione. È necessario tendere a uno scambio di energie, di diverse letture dello stesso tema, a un continuo rimodulare, ri-immaginare, rimettere in discussione. Gli operatori se la sentono davvero di mettersi a progettare con le famiglie?
Famiglie, operatori e servizio pubblico sono chiamati in questa logica a cedere un po’ del proprio potere. Operatore e servizio pubblico non devono porsi come gli unici in grado di dare le risposte ai bisogni delle persone con disabilità in nome del fatto che hanno dalla loro parte la tecnica, la professionalità e le risorse economiche; la famiglia deve uscire dalla convinzione di essere la sola a saper gestire al meglio la persona con disabilità.
Solo se tutti cedono una parte del proprio potere si possono creare alleanze e pensare a un futuro assieme.

2. Costruire e regolare organizzazioni congruenti all’approccio inclusivo e generativo

Con il contributo di:
Eleonora Gastaldello e Francesca Dal Bosco, Coop. Soc. Giovani e Amici-Terrassa Padovana (PD)
Guido Bodda, Coop. Soc. Il sogno di una cosa-Collegno (TO)
Mauro Tommasini, Coop. Soc. La Rete-Trento
Roberta Geria e Costanza Rashmi, Coop. Soc. Domus Laetitia-Sagliano Micca (BI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Franca Olivetti Manoukian, psicologa sociale e fondatrice dello Studio APS, nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 19 ottobre 2017.

Per lavorare in un’ottica inclusiva, capace di generare valore sociale, è centrale considerare il contesto in cui si è inseriti. Conoscere e capire il contesto in cui si è immersi ci consente di promuovere e sviluppare un’organizzazione che si muova davvero come un sistema il più possibile in sintonia con esso.
È necessario delineare spazi d’azione e individuare interlocutori al di fuori dei servizi, nella comunità. Aprire lo sguardo avrà ricadute anche sulla cultura del lavoro nelle organizzazioni stesse. I tempi e le regole del lavoro si modificheranno poiché l’organizzazione diverrà partecipe e co-costruttrice di processi nel territorio.
La strutturazione interna dell’organizzazione, il suo clima e l’approccio nei confronti delle persone con disabilità e degli operatori stessi devono essere coerenti con la filosofia di valorizzazione delle diversità promossa all’esterno. Rispetto alla costruzione di organizzazioni congruenti all’approccio inclusivo e generativo, è di centrale importanza la coerenza tra la comunità che le organizzazioni vogliono costruire all’esterno e la comunità che vivono al loro interno, tra tutti coloro che la compongono.
Così come i servizi fungono da fattore di coesione tra il centro e le periferie delle nostre comunità, così, poiché spesso nella periferia delle organizzazioni stesse emergono stimoli interessanti, questi devono essere comunicati e condivisi con il centro. Spesso i servizi hanno un’elevata componente di artificialità, governati come sono dal bisogno di protezione nei confronti delle persone con disabilità. L’esigenza di aprirsi all’esterno per ricercare qualcosa di nuovo e di vero nella realtà nasce dalla necessità di disordinare i servizi, disordinare, cioè, qualcosa che non risponde più, o risponde solo in parte, alla realtà. Lo iato tra mondo interno ai servizi e domanda di vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie è una spinta potente al cambiamento delle organizzazioni. Un importante propellente per questo cambiamento può essere l’interazione tra i soggetti destinatari dei servizi e i soggetti promotori poiché in questa interazione si generano interessanti possibilità di sviluppo.
Aprirsi all’esterno significa anche lavorare per e con la comunità per costruire linguaggi comuni e condivisi tra servizi e cittadinanza affinché si possa percepire la disabilità come una risorsa.
Destrutturarsi creativamente, guardare al territorio andando oltre meccanismi organizzativi statici, disordinare, significa ragionare nell’ottica di azioni concrete parzialmente prevedibili e non completamente certe, significa andare verso una titolarità condivisa del processo tra istituito e istituente, significa che la tecnica apre spazi dove costruire cambiamenti e non diviene un fattore di irrigidimento delle relazioni, di segregazione motivata da esigenze di protezione, di ulteriore strutturazione di realtà artificiali.
Un irrigidimento delle organizzazioni non consente di vivere costruttivamente nella realtà, non permette naturalità e facilità nelle relazioni e un riconoscimento delle diverse competenze ovvero una valorizzazione delle differenze.
In questo processo di apertura e dinamizzazione, il ruolo della leadership nelle organizzazioni non scompare, anzi, diventa funzionale a far convergere l’organizzazione nel suo complesso verso un processo comune condiviso.
Si delinea un’organizzazione decentrata e policentrica la cui leadership ne coordina l’identità e ne diviene fattore coesivo.
Tutti gli attori coinvolti devono imparare ad assumere micro decisioni riconducibili a un senso comune del quale chi esercita la leadership è custode.
L’apertura al territorio pone le organizzazioni in una prospettiva di permanente Ricerca-Azione. Si tratta di un cambiamento importante rispetto alla logica della gestione e dell’erogazione di prestazioni. È però una prospettiva che richiede vigilanza di fronte ad alcuni rischi, primo fra tutti la percezione di essere gli unici detentori della conoscenza e per questo di sapere sempre quale sia la miglior risposta per le persone con disabilità.
Tra le maggiori difficoltà, da un punto di vista organizzativo, troviamo anche quelle connesse alla formazione degli operatori, che deve essere costante e porsi l’obiettivo di portare tutto il gruppo di lavoro a operare per raggiungere un’identità di azione condivisa.
Pensiamo impegnativo anche gestire i processi, che in un sistema di rete in movimento diventano molto dinamici e flessibili. Teniamo conto anche della varietà dei soggetti con cui ci si relaziona, dei vincoli normativi spesso in contrasto proprio con la progressiva dinamizzazione dell’azione e della necessità di individuare una domanda esterna che sia reale.
Dobbiamo, quindi, riuscire a cambiare il nostro linguaggio, imparare a percepirci come un gruppo in cammino, capace di creare reciprocità, mantenendo però la nostra identità poiché il primo obiettivo delle organizzazioni è e deve rimanere quello di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità.
In questa prospettiva il ruolo dell’operatore non può più essere quello di una mera figura educativa e le alleanze diventano centrali. Alleanze tra servizi e mondo profit, tra pubblico e privato, da cui possono nascere delle possibilità inattese, poiché la pluralità di approcci e visioni arricchisce e valorizza un’organizzazione.

Cooperativa Itaca Cooperativa Sociale Onlus – Pordenone
Caterina Boria Responsabile Area Disabilità
tel. 3482653567
c.boria@itaca.coopsoc.it

Progetto
“Casa Mander” – Comune di Sequals (PN)

Esperienza
La Cooperativa Itaca sostiene nel suo operato l’approccio di rete, collabora in co-progettazioni e co-gestioni di servizi alla Persona sia con enti pubblici sia con associazioni del privato sociale.
“Casa Mander” è nata dalla creazione di azioni di Sviluppo di Comunità e Cittadinanza Attiva attraverso la collaborazione con l’Ambito socio-assistenziale 6.4, Azienda Sanitaria, Comune e Terzo settore.
Il progetto, in alternativa al centro diurno, promuove un luogo/spazio fisico e relazionale dal quale si sviluppano azioni tese alla prosocialità, all’inclusione sociale, alla valutazione e valorizzazione delle competenze, all’aggregazione e all’autonomia anche abitativa. La cornice progettuale ha promosso lo sviluppo sociale dal punto di vista dell’accoglienza ma anche delle economie, connotandosi dunque come progetto orientato ad accrescere processi innovativi in una forma di presa in carico comunitaria, in cui la parte economica e il welfare si intrecciano in un’ottica generativa.

Elementi innovativi
Ulteriori peculiarità sono rappresentate dall’avvio, “a seguito di” e “a sostegno di” altre progettualità affini e complementari come:

  • Progetto Tempo Libero all’interno del quale un gruppo di persone con disabilità si incontra settimanalmente in maniera strutturata e guidata al fine di pianificare azioni a sostegno del proprio tempo libero.
  • Gruppo Appartamento: i partecipanti al Progetto “Casa Mander” possono sperimentare la gestione della quotidianità, delle relazioni, della cura del sé in un contesto abitativo a bassa soglia.
  • Aiuto alla Comunità: palestra di civismo dove il gruppo educatori/utenti si mette a disposizione dei cittadini o delle situazioni che richiedono un aiuto concreto.

Cooperativa Sociale Il Sogno di una Cosa Onlus – Collegno (TO)
Guido Bodda
tel. 3929639971
guidoele@hotmail.com

Progetto
Training delle tre A: Adultità, Autonomia, Autodeterminazione

Esperienza
L’idea di fondo è sviluppare un nuovo tipo di servizio, un servizio di sostegno e accompagnamento alla vita adulta, inserito nella filiera dei servizi per la disabilità (che prevede quindi step successivi), che sostenga e accompagni le persone con disabilità intellettiva nel percorso verso l’adultità, verso il massimo della autodeterminazione e indipendenza possibile in funzione del loro progetto di vita.

Elementi innovativi
Creazione di un servizio “leggero”, con una prospettiva di “accompagnamento” più che di presa in carico, un servizio in cui i giovani con disabilità sono inseriti per un periodo limitato, 2/3 anni. Strutturato in modo “integrato” rispetto ai diversi ambiti della vita adulta: occupazione, affettività/identità/relazione, autonomia abitativa.
Obbiettivi: garantire una migliore qualità della vita alle persone disabili stesse, in sintonia con la Convenzione Onu; promuovere la visione della disabilità come risorsa per tutti; favorire al contempo un risparmio nel medio lungo periodo.

Azienda per l’Assistenza Sanitaria 5 – Pordenone
Servizi territoriali residenziali e semiresidenziali
Pamela Franceschetto
tel. 0434369896
pamela.franceschetto@aas5.sanita.fvg.it
Lisa Gollino
tel. 0434369733
lisa.gollino@aas5.sanita.fvg.it

Progetto
Le Unità Educative Territoriali (UET) nell’area vasta pordenonese

Esperienza
Ogni UET, promuovendo relazioni con il territorio, ha costruito una sua area di interesse prevalente (es. cura del verde, sostegno alimentare alle persone economicamente fragili…), utile a favorire percorsi di integrazione, aumento del benessere e presa in carico comunitaria per la persona con disabilità.

Elementi innovativi
La specificità di questo servizio è la finalità ultima della presa in carico comunitaria, ovvero la costruzione di percorsi in cui la persona con disabilità diventa capace di agire all’interno di un contesto senza la presenza dell’operatore. Ciò diventa possibile grazie alla costruzione di legami inediti con i soggetti della comunità. Il servizio classicamente inteso, viene meno: le UET hanno per lo più sede presso realtà private del territorio (es. parrocchia, associazione sportiva, casa del volontariato, case civili…), al fine di favorire l’incontro con l’altro dal servizio e di contaminarsi con la vita e gli attori della comunità, laddove questi si trovano quotidianamente.

1. Le ragioni per una Rete: l’inclusione delle persone con disabilità come risorsa per la crescita dei contesti

Con il contributo di: Cristian Paindelli, Coop. Soc. Lambro-Monza
Giovanna di Pasquale e Sandra Negri, Coop. Soc. Accaparlante-Bologna
Giovanni Vergani, Coop. Soc. Novo Millennio-Monza
Laura Deviardi e Costanza Lanzanova della Coop. Soc. La Nuvola-Orzinuovi (BS)
Leonardo Peracchi della Coop. Soc. Animazione Valdocco-Torino
Luca Borinato, Coop. Soc. Piano Infinito-Montecchio Maggiore (VI)
Luca Gorlani, Coop. Soc. Il Vomere-Travagliato (BS)
Lucia Cavallin, Coop. Soc. Solidarietà-Treviso
Natalino Filippin, Paola Schiavetto e Lucia Mantesso della ULSS8 Asolo-Treviso
Nel paragrafo sono incluse le riflessioni tratte dai contributi di Marco Brunod, professore a contratto presso la facoltà di psicologia dell’Università di Milano Bicocca e Ivo Lizzola, professore di pedagogia sociale presso l’Università di Bergamo, condivise nell’ambito dei Laboratori Metodologici di Immaginabili Risorse rispettivamente del 12 dicembre 17 e del 14 marzo 17.

Immaginabili Risorse è una rete informale di soggetti di varia natura (enti pubblici, fondazioni, cooperative sociali, associazioni, persone con disabilità) che, sul territorio del centro-nord Italia, si sono connessi intorno all’idea di promuovere l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
Accomuna i soggetti della rete l’idea che, per promuovere tale obiettivo, sia necessario favorire in primo luogo un cambiamento culturale, centrato sulla modalità con la quale le nostre comunità si rapportano alle persone con disabilità e, per esteso, alla diversità in genere.
Quando parliamo di inclusione sociale e di progetti inclusivi che la promuovano, ci riferiamo alla relazione tra persona con disabilità e contesto nel quale vive.
La Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità afferma che la disabilità è il frutto della relazione tra persone con menomazioni e il loro contesto di vita. Per questo motivo ha senso parlare di lavoro con la disabilità se ci si rivolge anche alla comunità nella quale le persone con disabilità vivono: i progetti inclusivi non si limitano a prendersi cura delle persone con disabilità ma, in qualche misura, si rivolgono anche alle comunità nelle quali queste persone vivono. L’inclusione è necessaria per favorire un reale miglioramento della qualità della vita di questi cittadini e delle nostre comunità.
Il modo attraverso il quale questo dialogo tra comunità e persone con disabilità si sviluppa passa attraverso l’idea di reciprocità, ovvero una modalità di porsi in relazione nella quale il rapporto tra servizi, persone con disabilità e comunità non sia qualificato dal solo “prendere” dei primi. Non si tratta di progetti nei quali viene promosso un atteggiamento caritatevole (nel senso deteriore del termine) o progetti rivendicativi (nel senso dell’ottenimento di diritti). Si tratta, invece, di opportunità costruite per rivelare alla comunità il valore aggiunto rappresentato dalla presenza della diversità contenuta nella disabilità. Ciò è possibile se le persone con disabilità, grazie alla mediazione/facilitazione dei servizi, si dispongono ad assumersi responsabilità adeguate nei confronti della loro comunità.
Dunque l’inclusione sociale è promuovibile in un’ottica di reciprocità e la reciprocità è attivabile in una dimensione generativa nella quale i servizi producano valore sociale anche per le comunità nelle quali esistono.
I tre concetti di inclusione, reciprocità e generatività sono tra loro connessi, solo dal primo al terzo, in una logica progressiva: se c’è generatività ci sono reciprocità e inclusione, ma un’intenzionalità inclusiva non è detto si apra alla reciprocità e alla generatività.
La rete di Immaginabili Risorse ha dunque una funzione di aggregazione, connessione, diffusione di buone prassi. Una funzione di enzima che possa permettere alle comunità e ai servizi di assimilare il valore sociale contenuto nella diversità di cui sono portatrici le persone con disabilità, facilitando la relazione tra servizi e contesto e accompagnando il contesto a strutturare risposte adulte, non dominate dalla paura dell’esistenza delle persone con disabilità.
La rete di Immaginabili Risorse ha alcune caratteristiche peculiari che la rendono strettamente coerente con le idee che intende promuovere.
I soggetti interessati si aggregano alla rete sulla base della condivisione di alcune ipotesi di fondo.
Tra i membri della rete, quelli disponibili (anche in considerazione della vicinanza territoriale) partecipano a un gruppo di coordinamento che si confronta periodicamente e formula proposte alla rete allargata.
La scelta di mantenere una natura informale, pur con le evidenti difficoltà gestionali connesse, è una discreta garanzia a che il sistema non lavori per il proprio mantenimento e la propria autoconservazione.
La tenuta del coordinamento e della rete si regge su un gentlemen’s agreement, caratterizzato dal fatto che tutti coloro che sono parte della rete lo sono in forza della loro disponibilità a portare il loro contributo al suo funzionamento.
L’approccio di Immaginabili Risorse è centrato sull’idea di inclusione sociale e di generatività, ma noi ci domandiamo: è davvero necessario un nuovo approccio? C’è bisogno di Immaginabili Risorse? Il percorso che la rete ha intrapreso dal 2011 serve a qualcuno?
Riteniamo necessario puntualizzare che l’approccio che proponiamo è francamente discontinuo rispetto al quadro complessivo e prevalente nelle politiche sociali in generale e in particolare in quelle rivolte alle persone con disabilità.
Non abbiamo pretese di esaustività relativamente alle progettualità già esistenti e caratterizzate dall’attenzione all’inclusione e alla generatività, e non vogliamo risultare indirettamente squalificanti rispetto a tanti che quotidianamente si impegnano onestamente nel servizio alla vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie, ma riteniamo necessario suggerire un cambio di rotta indispensabile anche e proprio a vantaggio delle stesse persone con disabilità, delle loro famiglie e degli operatori impegnati nei servizi.
È chiaramente presente nei codici deontologici di assistenti sociali, psicologi ed educatori professionali, il richiamo al tema dell’autodeterminazione e dell’autonomia delle persone di cui sono chiamati a prendersi cura.
Eppure, nonostante questo presupposto sia fondante per queste professionalità così centrali nella costruzione dei progetti di vita delle persone con disabilità, è pur vero che il legislatore sente la necessità di richiamare continuamente nei dispositivi normativi (si pensi alla legge 328/2000 o, più recentemente, alla legge 112/2016) al rispetto dell’autonoma, all’individualizzazione dei progetti e all’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Questo suggerisce che esista, a fronte di una coerenza formale tra la cornice deontologica che racchiude l’operatività e il quadro normativo di riferimento, una incoerenza sostanziale.
Tale incoerenza sostanziale fa emergere la necessità di pensare a un cambio di rotta che riconduca a un effettivo rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Porre attenzione all’agire inclusivo significa dare rilievo alla relazionalità quale elemento centrale che orienta l’incontro con l’alterità. Costruire relazioni sane, costruire comunità e, in ultima analisi, salute, è il fine dell’operatore sociale; parlare di inclusione sociale nell’ambito dei servizi è però cosa impegnativa, perché esprimerne anche le sole premesse attiva reazioni difensive negli operatori. Il vero fine dell’operatore sociale mal si concilia con ciò che, in ossequio alla cultura prevalente nel mondo dei servizi, ci conduce verso l’erogazione di prestazioni definite dall’alto e non co-costruite con chi ne beneficia direttamente.
Pertanto, affermare che l’operatività si distanzia da questo approccio significa smascherare un sostanziale tradimento del mandato professionale che si è ricevuto come operatori.
Per questo tutti gli operatori affermano ovviamente di lavorare in modo inclusivo.
La scelta di imboccare la strada dell’inclusione sociale non è semplice né presa una volta per tutte. L’operatività, immersa nelle organizzazioni, ci richiama a scegliere e riscegliere quotidianamente lo sguardo inclusivo e ci rammenta quanto sia facile abbandonarlo.
Passare dal primato della prestazione a quello della relazione è possibile, determinante e decisivo. Costruire e lavorare in un servizio di taglio “relazionale” significa essere disposti a lavorare sul piano della prossimità. Osando, si può dire, dell’affetto.
In una prospettiva inclusiva la considerazione della complessità come paradigma fondante è di vitale importanza e si associa all’invito che emerge dalla rete di Immaginabili Risorse a orientarsi all’accettazione della dinamicità della persona, del servizio, del contesto. Si può osservare come, al contrario, l’inerzia della quotidianità del lavoro nei servizi prema per una staticizzazione, una cronicizzazione della visione della persona con disabilità, della sua famiglia, delle comunità e, non ultimo, delle stesse identità professionali degli operatori.
Per tenere vivo uno sguardo dinamizzante è necessario dotarsi di modalità partecipative e inclusive che favoriscano dei processi di emersione dei reali desideri, l’espressione delle potenzialità e l’attivazione delle risorse delle persone direttamente interessate e presenti nei territori di appartenenza.
Occorre, cioè, favorire processi partecipativi, in cui le persone con disabilità e i loro familiari, insieme agli operatori, possano co-progettare e co-costruire gli interventi e le proposte che li riguardano. Si intende in tal modo uscire dalla logica assistenziale per abbracciare una logica di sviluppo di comunità e progettazione partecipata degli interventi. La chiave di volta sta nel passare da un modello di intervento basato sulla mancanza, che spinge a creare attorno a questa una risposta preconfezionata, a modelli centrati sulla competenza (community developement) che considerino il territorio come fonte di soluzioni collettive autodeterminate, che aprano spazi a orizzonti creativi inaspettati.
L’ottica di riferimento è quella dei diritti di cittadinanza costituzionalmente riconosciuti, a cui corrispondono livelli uniformi ed essenziali di assistenza. Si fa riferimento anche alla valorizzazione della persona, della famiglia, delle formazioni sociali secondo il principio di sussidiarietà sociale o orizzontale. In base a tale principio lo Stato riconosce e sostiene l’iniziativa delle formazioni sociali e dei corpi intermedi nelle loro azioni finalizzate al bene comune, alla solidarietà, alla corresponsabilità in un’ottica di politiche sociali di community care.
La persona con disabilità richiede non solo cura, ma competenza e attitudine alla capacità di “prendersi cura”, contrastando ogni forma che tenda a concentrare l’attenzione sulla medicalizzazione e sulla sanitizzazione.

“Il soggetto pulsionale”
Pensare la persona nel cuore del sistema dei servizi significa che essa non è oggetto di prestazioni e risposte, ma è il “soggetto pulsionale” (cuore) che sceglie, decide e partecipa allo sviluppo del proprio progetto di vita e al processo di partecipazione sociale.
È certo che mettere al centro la persona complessifica le cose, espone l’operatore a un rischio maggiore, ma apre anche a possibilità inaspettate.
Esistono indubbiamente difficoltà e resistenze di vario tipo.
Resistenze culturali da parte degli stessi operatori, che sono invitati ad accettare la propria “decrescita”, il farsi da parte per lasciare uno spazio, con la consapevolezza che questo potrebbe anche restare “vuoto” e farli così percepire inefficienti; resistenze delle famiglie, resistenze della persona con disabilità al cambiamento, limiti e vincoli organizzativi.
È quindi necessario pensare a:

  1. un progetto di vita: non basta offrire “soluzioni” esterne organizzate che spesso risultano statiche, frammentate, limitate, chiuse. Bisogna cogliere i bisogni di una persona nel suo arco di vita (e quindi che si modificano) attraverso una lettura che parta dall’oggi, individuando prospettive per il domani e ricordando e valorizzando i percorsi già intrapresi ieri;
  2. una vita di relazione: spesso si è più attenti all’aspetto funzionale della collocazione delle persone con disabilità e degli stessi operatori nei servizi che non alla significatività della relazione e ai processi di partecipazione;
  3. luoghi e spazi di vita: bisogna promuovere la vivibilità del contesto nel quale la persona è inserita, vi è la necessità che il soggetto sviluppi processi di partecipazione e appartenenza che diano valore all’esistenza, bisogna porre attenzione agli spazi dei servizi al fine di dare dignità anche alla più grave disabilità;
  4. porre attenzione alle situazioni di vita in quanto nelle persone e nelle famiglie possono avvenire rapidi cambiamenti, dovuti all’evolversi della persona o a eventi familiari e sociali;
  5. uno spostamento di potere dall’operatore alla persona con disabilità che consenta a quest’ultima di prendersi delle responsabilità e cominciare a rispondere di quanto le è possibile;
  6. co-costruire un senso del progetto di vita che sia in continua evoluzione con la persona e con il suo personale e quotidiano percorso di crescita.

 La reciprocità è un concetto che richiama l’idea di scambio con il contesto, di osmosi tra servizi, persone con disabilità e comunità. Riferita al mondo della disabilità, essa suggerisce un cambiamento culturale importante, che invita a superare la concezione secondo la quale le persone con disabilità siano solo destinatarie di risorse e di cure. Perché si attivino dinamiche di reciprocità occorre che, a fronte di una situazione statica dove la collettività fornisce le risorse e i servizi si prendono cura delle persone con disabilità, i servizi, per il tramite degli operatori, si propongano quali produttori di valore sociale, si candidino cioè a restituire, ove possibile, alla collettività il valore connesso all’esistenza stessa delle persone con disabilità.
È necessario che l’operatore ponga se stesso insieme alla persona con disabilità in una condizione di rischio, di partecipazione e messa in gioco di sé in una dimensione più ampia e offra se stesso come accompagnatore di un’altra persona maggiormente (forse) fragile, in un terreno neutro, al servizio di un altro (la comunità) molteplice, sconosciuto e vasto. Bisogna, dunque, uscire dalla dinamica di dipendenza dell’approccio assistenziale e di potere, dalla relazione duale operatore-utente, per costruire un rapporto che conferisca potere e autodeterminazione alla persona con disabilità e ai suoi caregivers. Il ruolo dell’operatore diventa, quindi, quello di mediatore nei contesti di vita della persona, aiutando i contesti a maturare una visione, modalità e strumenti relazionali diversi e affiancando la persona con disabilità nell’interazione. In questa dinamica l’operatore lavora affinché la persona metta in campo le proprie competenze e abilità, affrontando e imparando a riconoscere e a gestire i propri limiti.
All’interno di questa dimensione si ridefiniscono e possono crescere relazioni di maggiore intensità, alimentate dal principio del piacere, dell’interesse, della curiosità, di un senso di utilità spendibile, di responsabilità.
Risulta fondamentale a tal fine l’esperienza del “gruppo educativo” come palestra di vita, come assaggio delle dinamiche di altri gruppi, come micro-comunità, dove operatori e persone con disabilità possano usare la prossimità come strumento di lavoro, cercando di aumentare le capacità di tutte le persone di esprimere una responsabilità sociale verso gli altri, cominciando da chi è parte del gruppo stesso.
Processi reali di crescita e cambiamento avvengono solo se accompagnati da analoghi processi di crescita e cambiamento a cui si dispone l’operatore stesso insieme alla persona con disabilità, dove potenzialità, fragilità e vulnerabilità vengono messe in gioco da parte di entrambi in un ambiente da scoprire e attraversare insieme.
In questo senso sapere di agire per migliorare il proprio territorio permette di scoprire che il lavoro può essere più gratificante, consentendo di fare delle cose piacevoli, mettendo in campo competenze trasversali, rompendo in questo modo alcuni pregiudizi che appesantiscono il lavoro quotidiano.
La destrutturazione, la disponibilità a correre il rischio della confusione, l’apertura al contesto, derivanti da un approccio inclusivo e generativo, sono una questione di stile, organizzativo e personale anche del singolo operatore.
Infatti, affinché si inneschino dinamiche di reciprocità, è utile considerare un aspetto forse troppo spesso trascurato, ovvero il benessere degli operatori. Gli operatori, co- me l’organizzazione, hanno bisogno di cure. Oltre a valorizzare le competenze nel contesto organizzativo è funzionale, cioè, creare occasioni di crescita degli operatori anche e proprio partendo dal loro benessere sul luogo di lavoro. La cura dell’operatore da parte delle organizzazioni diviene, quindi, un elemento interessante e funzionale alla costruzione di connessioni tra il servizio e quelle competenze degli operatori che difficilmente troverebbero punti di contatto con la vita lavorativa.
Affermare che lo stile organizzativo, il benessere dell’operatore e la sua cura da parte dell’organizzazione sono importanti al fine di facilitare l’avvio di dinamiche di reciprocità è anche un invito a prendere consapevolezza del fatto che quello che vogliamo per il fuori, per le nostre comunità, dobbiamo praticarlo anche per il dentro, per le nostre organizzazioni. È utile essere portatori di coerenza tra ciò che desideriamo costruire per la vita delle persone con disabilità e ciò che costruiamo nelle nostre organizzazioni.
Questa strada ci porta a immaginare un nuovo profilo di competenze, un nuovo senso professionale, che comprende anche elementi quali la spontaneità e la naturalezza, il piacere e il benessere. Un profilo che chiede flessibilità, capacità di mediare linguaggi nell’approccio alla disabilità, capacità di gestire e cedere il potere, capacità di comunicare e rendere appetibile ciò che si è e ciò che si fa, capacità progettuali e di management. Un profilo che chiede di uscire dall’autoreferenzialità e aprirsi ad altri ambiti di competenza non tradizionali, di imparare a lavorare in rete, a co-progettare e a co-costruire.
Provando a osare e delineando addirittura una nuova definizione di “operatore inclusivo”, lo potremmo denominare “enzima creattivo” oppure “attivatore appassionato di relazioni connesso al piacere di vivere” o, secondo la definizione di Andrea Marchesi, “addetto al generatore di energia sociale” (cf. “Animazione Sociale”, 9/ 2017).
In questa prospettiva l’operatore, più che occuparsi dei bisogni, è orientato a cogliere i desideri delle persone con disabilità. Solo partendo dai desideri è possibile accettare di percorrere insieme strade più rischiose. Se ci si occupa dei desideri è importante riuscire ad ascoltarli, accoglierli e rilanciarli all’inizio e durante i percorsi che vengono costruiti insieme. Ciò implica importanti responsabilità, ma è anche un’opportunità di maggior autenticità nelle relazioni.
Se, come detto, si palesa la necessità di un cambiamento di rotta dal punto di vista culturale, possiamo a questo punto definire le conseguenze organizzative di tale cambiamento e le implicazioni per l’operatore (ma non solo).

 Il Germoglio Cooperativa Sociale – Cassina de’ Pecchi (MI)
Roberto Guzzi amministrazione.germoglio@gmail.com

Progetto
Ti ospito a casa mia

Esperienza
Co-housing: progettazione, sistemazione e avvio di un appartamento a bassa protezione che accoglie tre persone con disabilità lieve.
L’appartamento è inserito in un condominio di circa dieci famiglie.

Elementi innovativi
Sperimentazione di una soluzione abitativa in cui una persona con disabilità proprietaria di un appartamento accoglie altre due persone con disabilità di pari o simile livello.
Le persone sono seguite da due assistenti familiari (dopo il rientro dal lavoro o dal centro diurno e durante i fine settimana) e da una coordinatrice per dieci ore settimanali.
L’idea è co-progettata tra Cooperativa, Amministrazione Comunale, un Comitato a cui partecipano gli Amministratori di Sostegno, i volontari e altri familiari della rete della Cooperativa.

Laluna Onlus Impresa Sociale – Casarsa della Delizia (PN)
Direttrice dott.ssa Erika Biasutti
tel. 3288179044
associazione.laluna@gmail.com
Coordinatore educativo Daniele Ferraresso
tel. 3288197522
daniele.cjasaluna@gmail.com

Progetto
Laluna Nuova 2.0

Esperienza
Progetti di Vita Indipendente e Progetti di Autonomia.

Le esperienze riguardano le persone con disabilità, anche con difficoltà, e mirano al recupero delle autonomie e a una ri-abilitazione sociale che miri a una inclusione reale.

Elementi innovativi
Progettazioni di partecipazione alla Vita Indipendente in forma di comunità, piccolo gruppo e co-housing. Le progettazioni si sostengono attraverso forme di convenzione con l’Azienda Sanitaria e la compartecipazione familiare. Le forme di indipendenza più avanzata prevedono una responsabilità di spesa che comprende tutto eccetto eventuali presenze educative. Le persone con disabilità sono supportate nei processi di svincolo dalla famiglia, favorendo il reinserimento sociale in tutti i suoi aspetti (tempo libero, amicizie, lavorativo…).
La sensibilizzazione del territorio mira alla costruzione di una rete che permetta la realizzazione delle progettazioni e la continuità delle stesse.
Il risultato mira a uno spostamento di potere educativo alla persona che diventa, nella misura in cui è possibile, responsabile della propria vita, esercitando la propria autodeterminazione.
Concorrono a questi risultati la persona che è la protagonista, la famiglia, i parenti significativi, gli amici, il territorio.

L’operatore sociale come Network Management
Nell’ambito di Immaginabili Risorse è sempre più presente e richiamata l’importanza di destrutturare i servizi, poiché la destrutturazione e la rottura della linearità aiutano a innescare dinamiche inclusive e generative.
Lo “spacchettamento” dei servizi può consentire di passare da una loro gestione tradizionale a una organizzazione per progetti rispondenti all’approccio inclusivo.
L’operatore sociale assume quindi, nei confronti della rete, la funzione di Network Management, che mette in evidenza l’importanza della gerarchia funzionale al fine di consentire alle reti di vivere.
Le reti sono strumenti sofisticati che non funzionano per inerzia, autoregolandosi, ma vanno manutenute continuamente. Il Network Management, particolarmente coerente con il posizionamento dell’operatore sociale nella logica di Immaginabili Risorse, assolve proprio a questa specifica attività funzionale.
Occorre specificare che, se si parla di Network Management si parla di una funzione e non di un ruolo. Le funzioni di Network Management sono dedicate a far funzionare la rete.
Parlando di network, parliamo di reti attivate per produrre qualcosa. Parlando di management ci riferiamo a un complesso di azioni gestionali, a un lavoro di cura dello spazio e delle relazioni che permette a un sistema complesso di funzionare. Prendersi cura di sistemi complessi, farlo con riguardo, attenzione, delicatezza, è un esercizio non legato al posizionamento di potere formale, ma all’assunzione di responsabilità funzionale. Tratteggia un agire diverso dal consueto. Le reti sono luoghi dove l’uso della gerarchia non è utile al funzionamento.
In un approccio tradizionale i servizi sono orientati a lavorare cercando di soddisfare i bisogni delle persone con disabilità.
Nella nuova prospettiva proposta da Immaginabili Risorse è strategico considerare, quale materia prima del lavoro delle reti, i problemi, intesi come i fenomeni percepiti con sofferenza dalla persona con disabilità.
Le reti sono, quindi, dedicate a trattare al meglio e trasformare problemi complessi. Si aggregano in funzione del problema da trattare e non in base a logiche di rappresentanza.
Nell’esercizio della funzione di Network Management occorre tenere presente che, nelle reti, esistono sempre due tensioni: quella cooperativa e quella competitiva. Occorre che ci sia qualcuno in grado di regolarle e favorire la coesione della rete in ragione della trasformazione del problema complesso per cui è nata.
Le funzioni di Network Management sono:

  • Facilitare comunicazioni e cooperazione.
  • Curare la ricomposizione e l’integrazione dei diversi contributi.
  • Gestire la cooperazione e agire la competitività in una logica negoziale evitando prevaricazioni di posizioni dominanti.
  • Rinforzare una metodologia di intervento multi-prospettica per incrementare la comprensione dei problemi e sviluppare azioni innovative.
  • Utilizzare strumenti che permettano di non disperdere dati e informazioni relativi alle attività svolte.
  • Valorizzare uno sguardo valutativo sui processi e sui risultati. Per valutazione si intende il rendere esplicito e condivisibile il processo di trasformazione fatto al fine di ri-orientare costantemente le azioni progettuali messe in atto.

Alla condivisione dei concetti cardine dell’approccio di Immaginabili Risorse seguirà la loro articolazione nelle dimensioni vitali per una loro concreta implementazione.

 Comune di Trento Servizio
Attività Sociali
tel. 0461884477

Progetto
I progetti personalizzati di sostegno all’abitare autonomo

Esperienza
Sostenere percorsi di autonomia abitativa e di vita a favore di persone con disabilità attraverso l’affiancamento di un’accogliente persona, anche richiedente protezione internazionale, capace di aiutare la persona disabile in alcune attività quotidiane.

Elementi innovativi
Il diritto della persona con disabilità a determinare la propria condizione alloggiativa, in un’ottica di autonomia e di inclusione, trova concretezza nella disponibilità empatica e resiliente di volontari/accoglienti che si affiancano e la sostengono in alcune attività quotidiane, nel trascorrere del tempo assieme, nel condividere una relazione autentica d’aiuto. L’accogliente può anche convivere con la persona con disabilità, è formato e sostenuto da una dedicata équipe di operatori sociali, non assume compiti né prettamente assistenziali né educativi.

 Azione Solidale società cooperativa sociale Onlus – Milano
David Scagliotti
tel. 0248304931
david.scagliotti@azionesolidale.com

Progetto
Azione Solidale in un Housing Sociale

Esperienza
Un CAD (Centro Aggregazione Disabili), uno SFA (Servizio Formazione all’Autonomia), un CSE (Centro Socio Educativo) e un appartamento di sperimentazione hanno sede nel progetto di Housing Sociale “Cenni di cambiamento” di Milano, con attività di utilità sociale rivolte ad abitanti, associazioni e commercianti dell’Housing Sociale e del quartiere.

Elementi innovativi
Lavorare in un tale contesto richiama all’esplorazione e alla costruzione di nuove competenze. Un lavoro quotidiano con l’imprevisto, con condizioni che possono cambiare repentinamente. L’imprevisto non riguarda più solo la relazione che connette l’educatore a utenti e famiglie, la rete si allarga nelle interazioni con i commercianti e gli abitanti, con maggiore flessibilità e creatività. Fare un passo indietro è un ulteriore apprendimento sperimentato: saper stare in silenzio, lasciare che le cose accadano e osservare le situazioni educative, permettere la sperimentazione di spazi di libertà e non solo di autonomia.

Immaginabili risorse: Le nuove sfide dell’operatore sociale

a cura di Riccardo Morelli, assistente sociale dell’UnitàZonale Disabilità dell’Ambito delPiano Sociale di Zona di Garbagnate Milanese

“La collaborazione è un modo speciale per lavorare insieme. Richiede tre distinti tipi di sforzo concertati: cooperazione (agire in modo finalizzato a un obiettivo comune), coordinazione (sincronizzazione degli sforzi e condivisione delle risorse) e co-creazione(produzione insieme di un nuovo risultato). Questo terzo elemento, la co-creazione, è quello che distingue la collaborazione da altre imprese collettive: è un atto fondamentalmente generativo. La collaborazione non ha a che fare con il raggiungimento di un obiettivo o con l’unione delle forze; è creare qualcosa insieme che sarebbe impossibile creare da soli”. Così scrive J. McGonigal nel suo libro La realtà in gioco (Casa Editrice Apogeo, 2011).
Leggerete il frutto della collaborazione tra un numero ampio di soggetti afferenti alla rete di Immaginabili Risorse. La bellezza delle pagine che seguono sta proprio nel fatto che da esse traspare la forza dell’incontro. Da esse emerge come il tutto non sia la semplice somma delle singole parti.
La complessità e l’ampiezza che la Rete ha assunto ci ha richiamato a fare uno sforzo di sintesi, che ha come obiettivo quello di sistematizzare e rendere maggiormente organico il pensiero attorno ai temi dell’inclusione sociale e della generatività.
Quanto segue è frutto del lavoro di molte persone e chi scrive ha avuto il solo compito di provare a tessere e cucire tra loro le parti di un discorso, cercando di renderlo il più organico e funzionale possibile allo sviluppo e alla comunicazione del pensiero della Rete.
Le pagine che verranno sono, in effetti, il prodotto del prezioso lavoro di un collettivo di operatori.
Si ringraziano per il prezioso supporto la dott.ssa Paola Bavagnoli della Scuola Maria Consolatrice S.c. sociale di Milano e la dott.ssa Donata Scannavini presidente dell’associazione AMALO-auto-mutuo-aiuto Lombardia di Milano.

Quando sul campo da calcio scendono gli Insuperabili

di Gabriele Scabbia, collaboratore Reset Academy

Insuperabili di nome e di fatto.
Sono i ragazzi con disabilità motorie, comportamentali e relazionali della Reset Academy, l’accademia dei giovani calciatori che può vantare testimonial del calibro di Marcello Lippi nelle vesti di presidente onorario.
Quando scendono in campo gli Insuperabili, che è anche il nome della Onlus e della Scuola calcio per atleti disabili dove giocano, non hanno eguali per la quantità di energie che investono su ogni centimetro d’erba, allenamento dopo allenamento, sempre con grande entusiasmo, sfidano se stessi e i propri limiti.
Per loro, prima ancora della vittoria o della sconfitta, quello che conta è mettere sudore e cuore in ogni pallone calciato, in ogni tiro parato, in ogni azione realizzata.
“La pratica dell’educazione fisica e dello sport è un diritto fondamentale per tutti.
Ogni essere umano ha il diritto fondamentale di accedere all’educazione fisica e allo sport, che sono indispensabili allo sviluppo della sua personalità” (Art. 1, Carta Internazionale per l’Educazione e lo Sport, UNESCO 22/11/1979). Attraverso il calcio il Progetto mira a garantire la crescita e l’integrazione di ragazzi con disabilità all’interno della società.
Offrendo un servizio alle famiglie presenti sul territorio, con l’obiettivo di ampliare sempre più il bacino di persone praticanti attività sportiva in Italia. Come indicato da Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), ad oggi ci sono “70.000 persone con disabilità che praticano sport a fronte di un potenziale di 700/800.000 ragazze e ragazzi che in Italia potrebbero farlo”.
In linea con quanto espresso nella “Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità (2007)” il progetto Insuperabili vuole offrire una risposta innovativa alle persone con disabilità per lo sviluppo di abilità e competenze sociali, passando così da una logica assistenziale di cura a una logica di promozione del benessere e della qualità della vita, che permette al soggetto disabile di porsi in una prospettiva di potenzialità.
I registi degli Insuperabili sono due giovani amici, Davide Leonardi e Ezio Grosso, capaci di mollare le sicurezze di un lavoro in banca e di realizzare un progetto all’avanguardia unico in Italia.
Infatti, nel 2012, studiano, importano e adottano il modello inglese di scuola calcio per disabili per soddisfare il desiderio sportivo di un’amica affetta da sindrome di Down. Al primo allenamento sono presenti solo 4 ragazzi. Da allora però il progetto è cresciuto e oggi i tesserati a Torino sono quasi 170 mentre sul territorio nazionale sono presenti con 13 Academy a Torino, Ivrea, Genova, Milano, Rovetta (Bergamo), Sant’Ambrogio di Valpollicella, Chioggia, Bologna, Roma (2 sedi), Real Casarea Napoli, Parabita (Lecce) e Siracusa.
Complessivamente quasi 420 atleti, di cui 30 ragazze, con un’età compresa fra i 5 e i 35 anni e due atleti sessantenni.
Ogni team di ragazzi, in base alle diverse necessità, è seguito da tecnici, educatori, psicologi, logopedisti e fisioterapisti. “L’approccio è multidisciplinare: c’è una parte tecnica e una educativa”, illustra Davide, “questi ragazzi hanno delle potenzialità enormi, il problema era capire come farle emergere. L’importante è non avere un atteggiamento pietistico nei loro confronti”.
Il progetto Insuperabili si prefigge di diffondere una metodologia di lavoro trasversale su tutto il territorio nazionale, basata su una programmazione per obiettivi annuali e mensili. A seguire gli atleti c’è un team multidisciplinare composto da differenti figure, un team tecnico e un tecnico psicoeducativo sia per gli allenamenti sul campo sia per l’attività di programmazione, di monitoraggio e di verifica.
Seguendo una metodologia trasversale su tutte le scuole calcio, ogni team di lavoro identifica gli obiettivi atletico sportivi e psicoeducativi su cui si focalizzerà il lavoro della squadra nell’arco dell’anno. Oltre agli obiettivi di gruppo vengono identificati degli obiettivi a breve, medio e lungo termine per ogni singolo atleta. A partire da questi obiettivi si pianificano e programmano gli allenamenti della stagione con cadenza mensile, che vengono monitorati attraverso delle riprese video e la compilazione di schede di valutazione sia sotto il profilo tecnico sportivo che sotto quello psicoeducativo, compilati ad ogni allenamento dal team di riferimento.
Il monitoraggio che affianca il lavoro sul campo è costante grazie a briefing a fine allenamento focalizzati sulla seduta di attività, riunioni di team con frequenza bimensile, riunioni con le famiglie e con i servizi di riferimento per un lavoro in rete.
Il progetto Insuperabili è completamente autofinanziato attraverso eventi benefici, sponsorizzazioni e crowdfunding. Un ruolo attivo, da protagonisti lo hanno anche i numerosi testimonial, che scendono in campo a fianco degli Insuperabili e sostengono il progetto, tra cui Giorgio Chiellini, con la fascia da capitano, Gianluigi Buffon e Emiliano Viviano, a difesa della porta, Paolo Cannavaro, Lorenzo De Silvestri, Daniele Baselli, Papu Gomez, Andrea Petagna e il giornalista Gianluca Di Marzio.
Ma gli Insuperabili non sono solo sport. Infatti, tra i principali obiettivi che la Onlus si prefigge, c’è quello dell’inserimento di persone disabili nel mondo del lavoro. A Torino quest’anno è stato inaugurato il primo “Insuperabili Shop”, un negozio di abbigliamento che occupa 4 atleti disabili.
E siccome le storie belle meritano di essere narrate, è nata l’idea di trasformare gli atleti Insuperabili e i loro testimonial in un “cartocampioni”, donando loro, così come per grandi eroi del calibro di Spiderman e Batman, l’immortalità.
La sceneggiatura è stata ideata e realizzata da due professionisti, Fabrizio Accatino, sceneggiatore di Dylan Dog, e Mattia Simeoni, fumettista.
È proprio nei cartoni che la vita viene semplificata e l’essenziale portato a livello dell’attenzione.
Come nel film Space Jam, solo che il gioco non è il basket, manca Michael Jordan e i principali protagonisti, anziché Bugs Bunny e gli altri cartoni animati della Warner Bros, sono ragazzi reali diversamente abili uniti dalla stessa passione per il calcio e per i campioni dello sport.
Le prime puntate del fumetto sono scaricabili gratuitamente dal sito internet www.insuperabili.eu.
Gran parte del successo degli Insuperabili deriva dall’aver imparato, nello sport come nella vita, a “non mollare mai”, a coltivare una passione con la grinta necessaria grazie all’intuizione di famiglia, amici e preparatori atletici.

 Il rap, la musica ribelle per eccellenza

di Tyrone Nigretti, critico musicale e scrittore

È proprio il caso di dire che le diverse espressioni artistiche si incontrano… In primavera Lucia, Tommaso ed io, Emanuela, partiamo per andare a presentare le poesie del nostro collega Mario, tra i protagonisti del Festival Internazionale della poesia di Milano. Mai ci saremmo immaginati di incontrare lì in mezzo anche un “critico musicale”, e che critico! Tyrone Nigretti, questo è il suo nome, un nome buffo, ma che incuriosisce: il suo significato è “terra di Eoghan”, una delle 32 contee di Irlanda.
Abbiamo scambiato qualche chiacchiera e dalla poesia siamo passati alla musica. “Vuoi vedere che è appassionato di musica celtica?” – mi sono detta.
Eh no, il nome non ha contagiato il suo alter ego.  È la musica rap la sua passione, quella che lui definisce la musica ribelle per eccellenza.
Ed ecco cosa ci racconta Tyrone sul rap.
Ogni genere musicale, volendo, potrebbe essere in grado di comunicare tanto ai propri ascoltatori, ma il rap è la musica ribelle per eccellenza, capace di abbattere muri e frontiere, capace di cambiare situazioni che necessitano una nuova prospettiva. Il rap è un microcosmo facente parte di una cultura più vasta: l’hip hop. L’hip hop nasce in America, dal Bronx, intorno agli anni ’70. Questa musica, e ancor di più questa cultura, non si impone di inventare nulla, bensì di reinventare; come spiega Grandmaster Caz in “The Art of Rap”. I beats hip hop (le basi su cui i rapper cantano) sono sempre frutto (o quasi) di hit già conclamate.
Ma non è solo questo ciò che fa del rap una musica che si reinventa sempre, ma è anche l’obbligo di rimanere sempre giovane, di essere aperto a nuovi suoni e nuove culture.
È un genere duro, che, purtroppo, in Italia, la massa accetta solo nella forma più docile e mansueta, rifiutandone la vera natura aggressiva e senza peli sulla lingua.
Solo nel 2006, il rapper Fabri Fibra, con l’album Tradimento, è riuscito a portare il rap a un livello più alto, a un pubblico più ampio, senza snaturarne la sana durezza. Ancora, le radio, nonostante dischi d’oro e di platino dei vari rapper, si rifiutano di passare il rap, almeno che non venga addolcito.
Avevo un desiderio: volevo fare il rapper, e non ci sono riuscito. Poi volevo fare il beatmaker (colui che produce la musica hip hop), ma non ce l’ho fatta… Insomma, volevo far parte della cultura hip hop; disabile dalla nascita, ero l’“emarginato” per eccellenza. Intuivo che quella musica e quella cultura così piene di rabbia (ma anche di voglia di riscatto) avrebbero potuto farmi bene.
Iniziai l’ascolto di alcune hit, una su tutte, appunto, fu proprio “Applausi per Fibra” (dell’album Tradimento). Percepivo il malessere dentro quella canzone, ma anche una forte voglia di riscatto sociale. Era la mia musica. Approfondii quell’interesse che oggi è divenuto una vera passione.
Prima YouTube, poi i dischi, e infine i live mi hanno permesso di conoscere persone, di dialogare, di confrontarmi, di scoprire la mia vera vocazione: la scrittura in prosa.
Cominciai, con scopo ludico, a recensire dischi e vari progetti rap italiani. Pubblicavo le recensioni su Facebook, giusto per farle leggere agli amici e ad altri fan del genere, e a loro piacquero. Ogni volta che mi trovavo un disco tra le mani dovevo recensirlo, era divertente. Fino a che le mie recensioni non arrivarono all’occhio attento di Paola Zukar (Big Picture Mngmnt), manager di Fabri Fibra, Marracash, Clementino e Tommy Kuti. Non è esagerato dire che: se oggi il rap è riuscito a conquistarsi una buona fetta del panorama musicale in Italia, oltre che agli artisti sopracitati, è grazie a lei. Ma in che modo questa donna c’entra con me?
Il mio malessere, durante l’adolescenza e poco dopo, diventava sempre più pressante e rischiava di lasciarmi interdetto, senza la voglia di reagire o sapere cosa fare.
Nel 2011 arrivò una vera e propria sveglia per la mia coscienza: Dietrologia – I Soldi Non Finiscono Mai, libro di Fabri Fibra.
Grazie a quel libro compresi che essere hip hop significa farcela con le proprie forze, fare un balzo in avanti, salire più in alto. Per questo mi misi a scrivere un libro, in prosa, come mi riusciva meglio e come mi piaceva di più.
Lo comunicai su Facebook, sempre agli amici, e la notizia piacque, ancora.
Paola mi comunicò il suo interesse di leggerlo, ed è grazie a lei, e ovviamente a Rizzoli editore, se nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro: Fattore H – Slalom di un disabile nella nostra società.
Credete sempre in ciò che vi appassiona, e non smettete mai, anche se avete tutti contro. Perché se riuscirete a credere in voi stessi, anche altri cominceranno a credere in voi.
Per saperne di più: www.facebook.com/tyrone.nigretti

 Violenza familiare di lungo termine. La sterilizzazione forzata delle donne con disabilità

di Massimiliano Rubbi

L’assemblea generale, svoltasi il 13-14 maggio 2017 a Madrid, dell’European Disability Forum (EDF), che riunisce a livello europeo le associazioni rappresentative delle persone con disabilità, ha presentato una bozza di rapporto intitolato “Mettere fine alla sterilizzazione forzata contro donne e ragazze con disabilità”; il rapporto definitivo, redatto insieme alla Fundación CERMI MUJERES con sede a Madrid e frutto di un lavoro avviato nel 2015 entro un piano per l’uguaglianza di genere, è stato pubblicato dall’EDF a fine novembre e presentato il 5 dicembre in un’udienza al Parlamento Europeo. La questione delle sterilizzazioni forzate era già stata toccata da un appello contro la violenza rivolta alle donne lanciato in occasione dell’8 marzo 2017 da una coalizione di 25 associazioni e ONG, tra cui la stessa EDF, Amnesty International e ENAR – Rete Europea contro il razzismo. L’appello ricorda come “le donne con disabilità sono soggette a essere vittime di violenza con una probabilità da 2 a 5 volte più alta rispetto alle donne non disabili, e sono soggette a sterilizzazione e aborto contro la loro volontà”, e invita pertanto l’Unione Europea a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne, approvata nel 2011 e già sottoscritta da 45 Stati.
An-Sofie Leenknecht, coordinatrice per i diritti umani dell’EDF, spiega la scelta di adottare un report e dedicare un’attenzione specifica al tema della sterilizzazione forzata delle donne con disabilità “perché è una pratica che purtroppo avviene ancora oggi, e che è poco nota e documentata. Volevamo aumentare la consapevolezza dei politici europei e nazionali su questa negazione dei diritti sessuali e riproduttivi, senza il consenso libero e informato della donna con disabilità”. Una pratica che, secondo quanto riportato da ricercatori e articoli di stampa, appare colpire oggi in particolare le donne appartenenti a minoranze vulnerabili, come quelle con disabilità mentale ma anche la comunità Rom, nei Paesi dell’Europa orientale in cui la sterilizzazione forzata era procedura diffusa durante il periodo comunista, ma su cui si dispone ancora di dati più che incompleti.

Il consenso come diritto
Il rapporto EDF definisce la “sterilizzazione” come “un processo o atto che rende un individuo permanentemente incapace di riproduzione sessuale”, sterilizzazione che è “forzata” quando “intrapresa senza conoscenza, consenso o autorizzazione della persona che è soggetta alla pratica, e quando ha luogo senza che vi sia una seria minaccia o rischio per la salute e la vita”. L’impostazione dichiarata del rapporto è quella di “un approccio alla disabilità basato sui diritti umani – che incorporano il diritto di prendere le proprie decisioni, i diritti riproduttivi e la capacità giuridica”; la sterilizzazione forzata è quindi “parte di un modello più ampio di negazione dei diritti umani delle donne e ragazze con disabilità”, collegata alla loro esclusione da una cura complessiva della salute riproduttiva e sessuale, alla cattiva gestione di gravidanza e parto e alla negazione del diritto alla genitorialità. La stretta connessione con la gravidanza e le sue conseguenze, ma anche con il vissuto personale delle mestruazioni, spiega perché la sterilizzazione forzata riguardi sì anche i maschi, ma su scala proporzionalmente molto più ridotta.
Il rapporto ricorda come la sterilizzazione forzata abbia un debutto storico, più che un precedente, nei programmi eugenetici della prima metà del Novecento, i quali, combinando un’impostazione ideologica alla sua asettica praticabilità tecnica, “miravano a garantire che solo gli ‘adatti’ e ‘produttivi’ fossero una parte della società, e gli altri non esistessero e/ o non si riproducessero”. Sarebbe però fuorviante pensare soltanto ai programmi ideati dai regimi totalitari, in particolare alla sterilizzazione forzata “contro le malattie ereditarie” che il nazismo adottò già nel luglio 1933, pochi mesi dopo il suo avvento al potere (e ben prima di passare nel 1939 all’eutanasia con la “Aktion T4”). Nel rapporto EDF si segnala come molti Stati USA e il Canada abbiano sterilizzato persone con disabilità intellettiva, insieme a “criminali” e “stupratori”, per tutta la prima metà del XX secolo; come la Svezia abbia messo in pratica, tra il 1934 e il 1976, un programma di sterilizzazione eugenetica che ha coinvolto oltre 20.000 persone; come la sterilizzazione forzata di persone con disabilità, specie se intellettiva, sia ancora una realtà (ancorché, come detto, difficile da quantifica- re) in Australia, dove non vigono leggi che la proibiscano, e in Spagna, in cui dati ufficiali per il periodo 2010-2013 parlano di “una media [annuale] di 96 sentenze di tribunale che autorizzano la sterilizzazione di persone con disabilità che sono state private della loro capacità giuridica”. Anche dopo la delegittimazione di una giustificazione eugenetica (almeno nella sua forma esplicita e istituzionale), si continuano quindi a praticare sterilizzazioni forzate. Perché? Il rapporto EDF individua con efficacia tre “miti”: “per il bene della società, della comunità o della famiglia”, inclusa la “spesa finanziaria extra dello Stato che deve fornire servizi sociali alle persone con disabilità”; perché “le donne con disabilità sono incapaci di essere madri”, a dispetto del fatto che “la ricerca non abbia mostrato una chiara relazione tra il livello di educazione o l’intelligenza di padri e madri e l’essere un buon padre o una buona madre”; “per il bene delle donne con disabilità”, come protezione da gravidanze indesiderate (rispetto a cui la sterilizzazione definitiva accresce però la vulnerabilità all’abuso sessuale) o dallo stress indotto dal ciclo mestruale in ragazze e donne con “autismo o severi disturbi di apprendimento” (uno stress ritenuto evidentemente più sopportabile della destabilizzazione fisica e mentale indotta dalla definitiva soppressione della capacità riproduttiva).
L’argomentazione fondamentale che l’EDF contrappone a queste giustificazioni verte sulla già citata piena capacità giuridica della persona con disabilità, e quindi sulla necessità del suo consenso informato per ogni trattamento sanitario. Un riferimento costante è la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), siglata nel 2006 e ratificata dalla UE nel 2010: “la CRPD sancisce un cambio di paradigma secondo cui le persone con disabilità sono titolari di diritti su una base di eguaglianza con gli altri. La CRPD pertanto riconosce che le persone con disabilità sono ‘persone davanti alla legge’ e hanno capacità giuridica su una base di eguaglianza con gli altri. Questo approccio implica un allontanamento dal ‘processo decisionale sostitutivo’ verso sistemi di sostegno più personalizzati. […] La CRPD si allontana dal modello della tutela e sottolinea il bisogno di un processo decisionale supportato, al fine di garantire il pieno godimento del diritto alla capacità giuridica per le persone con disabilità”. Di qui una sezione dedicata dal rapporto alle riforme giuridiche che stanno introducendo la “capacità giuridica assistita” in Irlanda, Svezia e Germania, così come, in altra parte del testo, i rilievi mossi ai singoli Stati dal Comitato ONU incaricato di vigilare sull’applicazione della CRPD, che spesso contestano la possibilità, mantenuta nelle giurisdizioni nazionali, di una decisione totalmente terza in merito alla sfera sessuale e riproduttiva dell’individuo. Sempre dall’impostazione legata alle convenzioni ONU discende, in modo coerente e significativo, la totale chiusura del rapporto EDF rispetto alla sterilizzazione di minorenni, affidate per definizione, in diverso grado, alla tutela dei genitori o soggetti esterni: “per prima cosa, la sterilizzazione non deve essere attuata su bambine.
Il ‘Comitato sui diritti dell’infanzia’ [che vigila sull’applicazione della corrispondente Convenzione ONU] ha identificato la sterilizzazione forzata di ragazze con disabilità come una forma di violenza e ha notato che ci si attende che gli Stati [aderenti alla Convenzione] proibiscano per legge la sterilizzazione forzata di bambine con disabilità.
Il Comitato ha inoltre spiegato che il principio dei ‘migliori interessi del bambino’ non può essere utilizzato ‘per giustificare pratiche che confliggano con la dignità umana e il diritto all’integrità fisica del bambino”. Tra le raccomandazioni finali, di conseguenza, troviamo che “si dovrebbe assicurare un’interdizione su qualunque sterilizzazione di persone sotto i 18 anni, a meno che sia attuata per salvare una vita o in un’emergenza medica”, oltre alla necessità di una ricerca sul “consenso informato” che includa il “controllare con urgenza i processi e le procedure utilizzati nella sterilizzazione di persone che sono state dichiarate ‘incapaci’ di concedere il proprio consenso informato”.
La questione non è comunque affidata al solo lavoro delle istituzioni: “solo quando capovolgeremo le convinzioni sociali prevalenti riguardanti il diritto delle donne e delle ragazze con disabilità a prendere le proprie decisioni sulle proprie vite, accorderemo loro il diritto di essere se stesse”.
A chiudere il rapporto EDF è il resoconto della testimonianza personale di una donna affetta da sordità, la quale, dopo aver sposato un uomo con lo stesso deficit e aver tentato invano di rimanere incinta, viene a sapere che i propri genitori (udenti) la avevano fatta sterilizzare anni prima, quando era già adulta, approfittando della sua limitata capacità di lettura e dell’assenza di un interprete in linguaggio dei segni. “La donna ha affrontato sua madre, che le ha detto che il dottore pensava che la sterilizzazione fosse la cosa migliore da fare per bloccare la trasmissione del gene della sordità alla generazione successiva della famiglia”. La donna ha successivamente adottato un bambino e ha “infelicemente accettato la propria situazione”.

Individuare il soggetto debole
Nel febbraio 2015, la “Corte di protezione” di Londra, titolare del giudizio su casi che implicano la “mancanza di capacità fondamentale”, è stata chiamata a prendere una decisione sul caso di DD, “una donna di 36 anni con disordine dello spettro autistico e un disturbo di apprendimento lieve/borderline con un QI di 70”, con un’esperienza di “abuso fisico e forse sessuale” nell’infanzia, una relazione stabile con BC, con disturbi di autismo e apprendimento più gravi di lei, e “una storia ostetrica straordinaria, tragica e complessa: ha avuto sei figli oggi di età tra 6 mesi e 12 anni, tutti allevati da assistenti sostitutivi permanenti, cinque di essi in famiglie adottive. DD non ha contatto continuo con alcuno dei suoi figli.
DD non ha mai dimostrato il desiderio o la capacità di impegnarsi nel livello di sostegno che è probabilmente richiesto per assicurare la sicurezza di un bambino nella sua cura”. Dopo una serie di 5 gravidanze ravvicinate (in 3 casi tenute nascoste fino alle 24 settimane previste per l’aborto volontario, e portate a termine in 4 casi con parto cesareo), per DD era “altamente probabile che il rischio di una futura gravidanza, specialmente se nascosta, l’avrebbe condotta alla morte” per complicazioni perinatali.
Data la “resistenza sempre più determinata di DD al consiglio e al sostegno medico e/o professionale”, la Corte è stata incaricata di valutare la sua capacità di decidere su una contraccezione di lungo termine o sulla sterilizzazione e, in assenza di tale capacità, di valutarne l’adozione forzata “nei migliori interessi di DD”.La sentenza della Corte ha decretato l’impossibilità per DD di prendere decisioni su se stessa e disposto la sua sterilizzazione terapeutica, e lo ha fatto sulla base di un’analisi articolata, tanto della storia del caso discusso quanto delle norme a esso applicabili, esplicitando la cicostanza che “questo caso non riguarda l’eugenetica” bensì la salvaguardia della vita dell’interessata, e la necessità di “tenere conto del modo meno restrittivo di conseguire l’obiettivo ultimo”. In diversi punti del dispositivo si fa riferimento alla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” (ECHR), un documento siglato nel 1950, seppure con successive modifiche, e dunque di impianto assai più antico della CRPD, ma tuttora vigente: in particolare, in uno dei passaggi iniziali della sentenza, la legittimità di intervento nel caso viene individuata nel fatto che “coloro che mancano di capacità hanno gli stessi diritti umani di tutti gli altri, e hanno il diritto di godere di tali diritti senza discriminazione in virtù della loro mancanza di capacità. L’ECHR riconosce tuttavia che in determinate circostanze può essere giustificabile interferire nella loro vita privata e privarli  anche della loro libertà”. A questo riferimento all’articolo 8 della Convenzione, in materia di rispetto della vita privata, si aggiunge poi una discussione sull’articolo 12, relativo al diritto di contrarre matrimonio e fondare una famiglia, mentre subito dopo la CRPD, ratificata dal Regno Unito ma non integrata nella sua legislazione, viene liquidata come non pertinente e comunque non giuridicamente applicabile al caso.
La ricostruzione della vicenda compiuta dalla sentenza porta a escludere che DD sia stata “abbandonata a se stessa”. Sono citate le testimonianze di decine di operatori sociali e sanitari che negli anni si sono occupati della coppia, riferite anche a episodi specifici, e si conclude che “DD e BC sono stati e sono fieramente resistenti al supporto medico e professionale”, con “livelli di cooperazione molto limitati da entrambi” e anzi “opposizione e rifiuto dell’aiuto”. In alcune interazioni con gli operatori, DD (che, come BC, non partecipa al processo) afferma di ritenersi “normale” e di voler essere trattata come tale, e rivendica “il mio corpo è mio” in base a una questione di “diritti umani”, respingendo quindi il coinvolgimento di professionisti socio-sanitari nella propria esistenza. DD, riportano le note mediche, ha ricevuto sia da adolescente che da adulta informazioni sulla contraccezione, e ne ha utilizzato diverse forme nel corso degli anni, ma in maniera non continuativa, e dunque inefficace, senza fornire spiegazioni ritenute ragionevoli.
Un elemento che viene citato quasi di passaggio, in quanto non pertinente al caso (il cui oggetto è come detto la tutela della salute di DD), assume nondimeno un rilievo particolare nel considerare la vicenda nel suo complesso. “Due bambini sono nati a casa sua, descritta come non igienica e invasa da animali domestici; un parto era stato apparentemente compiuto con mezzi pericolosamente poco ortodossi (c’erano prove, anche se lo si è negato, che BC avesse usato pinze per barbecue come forcipe); la possibilità limitata di DD e BC di prendersi cura di questi due neonati a casa (prima che intervenissero le autorità) è stata osservata essere notevolmente dannosa per i neonati”. Dopo Ladybird Ladybird di Ken Loach, è legittimo dubitare dei presupposti politici e quindi della correttezza della ricostruzione da parte del sistema di assistenza sociale britannico, ma il rifiuto di DD di comparire in giudizio (sulla base del rifiuto di interferenze sopra citato) non consente di valutare un eventuale contraddittorio.
Premettendo che “l’EDF non può giudicare, perché non siamo a conoscenza di tutti gli elementi e della storia del caso”, An-Sofie Leenknecht commenta la sentenza affermando che “gli standard di diritti umani e la CRPD non sono stati rispettati, dal momento che alla donna è stata negata la capacità giuridica, e pertanto la capacità di decidere lei stessa, con il necessario supporto, in merito alla sterilizzazione. Questo è uno dei diritti fondamentali in base alla CRPD (articolo 12 sul processo decisionale supportato) che non è stato rispettato dal sistema giudiziario britannico”. L’approccio centrato sui diritti umani presuppone la considerazione della donna con disabilità come soggetto vulnerabile, la cui capacità di decisione autonoma va supportata e al contempo protetta da interferenze e prevaricazioni esterne. E tuttavia, è difficile non osservare che i figli nati dalle gravidanze di DD, portate oltre il termine per l’aborto volontario, si pongono come ulteriore soggetto vulnerabile meritevole di tutela, rispetto a cui il diritto alla decisione autonoma della madre trova una possibile limitazione. Se il rapporto EDF ricorda che “per le donne con disabilità psicologiche dovrebbe essere menzionato il pregiudizio che potrebbero nuocere ai loro figli. La giustificazione ‘pericolosità’ viene utilizzata per limitare i loro diritti in molte aree della vita.
Questo nonostante le prove evidenti che sono più spesso le vittime, piuttosto che gli autori, della violenza”, non si può cadere nel pregiudizio opposto, ovvero ritenere che le condizioni di pericolo per i figli non possano mai sussistere. La scelta dell’affidamento dei neonati ad altri non viene né discussa dalla sentenza né, a quanto risulta da un giudizio precedente sulla stessa vicenda, contestata dai genitori; la Corte, peraltro, si propone di evitare che DD stessa si ponga in pericolo di vita, sulla base della scelta di affrontare un’ulteriore gravidanza – e rimane assai dubbio che l’opzione per una contraccezione non permanente e per l’eventuale aborto terapeutico in caso di gravidanza, implicando una sorveglianza stretta (e, come si è visto, rifiutata ed elusa dall’interessata) da parte dei professionisti socio-sanitari tenuti alla tutela di DD, sarebbe risultata meno invasiva e “paternalistica”. È la sentenza stessa a sostenere che “è molto più probabile che in questo contesto la sterilizzazione, in realtà, la liberi da ulteriori intrusioni nella sua ‘vita privata’ da parte di professionisti, mentre l’inserimento di una spirale (portando con sé un maggiore bi- sogno di monitoraggio e sostituzione/rimozione a tempo debito) non lo farebbe”: e il “contesto” in cui matura questo giudizio, in sé decisamente paradossale, è stato creato, con l’eccezionalità della sua storia ostetrica, proprio da un supporto più rispettoso dell’autonomia decisionale di DD e BC e della loro vita sessuale.
Queste considerazioni portano a ipotizzare che il tema della sterilizzazione forzata pertenga al campo “accidentato” della bioetica, sociale e basato sulla definizione di confini, non meno che a quello “lineare” del diritto umano, individuale e inalienabile. Come se ciò non bastasse, la questione mette in discussione proprio quel ruolo di rappresentanza nei con- fronti della società che generalmente viene accordato in modo incondizionato ai genitori delle persone con disabilità (come implicito, ad esempio, nella formulazione linguistica “dopo di noi”), e anzi traccia nette linee di frattura tra la loro valutazione dell’interesse dei figli e la stessa integrità psico-fisica di questi ultimi. Per fare un esempio in più: la stessa Corte di protezione britannica, nel febbraio 2013, ha respinto la sterilizzazione di una studentessa 21enne con sindrome Down richiesta dai suoi genitori, in una famiglia che la sentenza pur non manca di definire “amorevole, vicina, dedita e di supporto”. Le raccomandazioni finali del rapporto EDF sostengono, al contrario, che “ogni richiesta di sterilizzazione deve essere considerata una procedura che è attuata ‘sulla persona con disabilità’ e non ‘per la persona con disabilità’”. È quindi auspicabile che di sterilizzazione forzata, e più in generale di sessualità delle donne con disabilità, si discuta più spesso di quanto avviene oggi – senza paura di affrontare anche nodi che potrebbero risultare assai problematici e dolorosi.

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
l’altro giorno stavo riflettendo sulla parola “bellezza” e mentre ripetutamente la recitavo nella mia testa, mi accorsi che stavo pensando a voi del Progetto Calamaio.Etimologicamente parlando la parola bellezza significa: qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima, è da questo che si genera connessione tra l’idea di bello e quella di bene. Ecco, sta tutto lì… lì in quella connessione fra bello e bene. Non è forse vero che se proviamo del bene nei confronti di una persona a noi cara, automaticamente ai nostri occhi risulta bella? Mi viene da pensare a una mamma e un papà con il proprio bambino, a due ragazzi che si amano, a due genitori, agli amici. Quando il bene entra in gioco e sprigiona la sua forza è in grado di valicare ogni ostacolo, anche quello fisico.
Ebbene eccomi qui che scrivo a voi per ringraziarvi di tutto, perché quel bene di cui parlavo prima è subito entrato in azione e ha distrutto piano piano tutte quelle barriere che ci impediscono di vedere l’altro da un’altra prospettiva. Quel paio di occhiali che indossavo a una sola gradazione, piano piano hanno iniziato ad andare oltre, per prima cosa cambiando montatura, poi provando lenti differenti, infine sono andati in profondità, valicando le cornici del superfluo e del superficiale ed è proprio in questa profondità che ho scoperto voi: una grande équipe che mi ha accompagnata, che ha lasciato un segno, posizionandosi nel mio cuore nella sezione “ricordi più intimi e preziosi”.
Grazie perché ognuno di voi è stato importante in questo mio percorso e mi avete insegnato tanto, molto più di tutti i libri letti e studiati finora.
Volevo lasciarvi con queste righe scritte da un professore… righe illuminanti, che ho sempre riletto nei momenti difficili perché danno forza e speranza a tutti gli educatori un po’ addormentati o frustrati, a coloro che hanno perso la voglia di lottare e di mettersi in gioco, a chi si è fermato anche solo per un po’ e a chi per sempre.
L’“educatore dell’oltre” è in grado di coltivare il senso della propria “eccezionalità” e “irripetibilità”, evitando che esse vadano a discapito dei sentimenti e dei vissuti di eccezionalità e irripetibilità dei soggetti ai quali si rivolge. Egli sa cogliere il valore della propria differenza, senza spezzare i legami con il contesto sociale, consapevole che la persona può essere rispettata solo se, all’interno delle organizzazioni e dei contesti di cura, vige anche una cultura del rispetto reciproco che consenta agli operatori di concentrarsi realmente sui loro interlocutori, anziché piegarsi su di sé.
L’educatore dell’oltre è “incompiuto e connesso con il mondo”, sa mettersi in ascolto più che fungere da modello e, quand’anche i suoi modelli vengano veicolati e proposti con forza, egli sa che devono poter essere rifiutati. L’educatore dell’oltre educa e vive con lo sguardo rivolto oltre questi ripari, perché l’educazione sia anche rifugio, non solo rifugio, anche dipendenza, non solo dipendenza, anche errore, non solo errore: apertura a un mondo, nel quale la paradossalità possa essere sciolta, perché esso offre, finalmente, più di una via d’uscita.
Un abbraccio a tutti voi animatori… unici e irripetibili.
Vi voglio bene… Silvia

Cara Silvia,
che bellezza! Come diceva un noto comico “è bello ciò che è bello ma che bello, che bello, che bello!”.
Si scorge fin dalle tue prime parole che il Calamaio ha lasciato su di te la sua macchia indelebile, dove, come ci piace dire proprio quando incontriamo i giovani educatori di domani, la diversità diventa davvero la parola più contenta di spiegare al mondo intero la bellezza di un pensiero!
Mi vorrei ora soffermare però sull’ultima parte della tua lettera, in cui sottolinei il ruolo dell’educatore, qualcuno capace non solo di risolvere le situazioni e avanzare proposte ma anche qualcuno in grado di accettare e di confrontarsi con i propri limiti. Rispetto ai miei tempi, oggi le figure educative sono molte più di prima, più giovani e spesso molto più specializzate. La responsabilità che queste figure hanno però è la stessa di allora, ancora tanta, benché ultimamente messa in crisi dalle difficoltà nel mondo del lavoro.
In estate, di solito, ci sono per esempio gli educatori che si occupano dei cosiddetti “campi estivi”, dall’estate ragazzi, dai pomeriggi di gioco alle gite fuori porta. In questi contesti, educatori e operatori rappresentano per i ragazzi un’occasione di divertimento, riflessione ed evoluzione, che difficilmente ricapiterà, e sarà proprio il loro approccio a fare la differenza, così come emerge dalla tua esperienza. Educare in questi ambiti significa mettere costantemente alla prova la propria creatività, nell’offrire ai bambini e agli adolescenti qualcosa che sia sempre nuovo e calibrato rispetto ai loro limiti e risorse, oltre che nel fare uscire le potenzialità e i caratteri propri di ognuno. Per farlo bisogna essere pronti ad accettare anche le proprie difficoltà e sconfitte, trasmettendo l’idea che essere se stessi è il primo passo per conoscersi e entrare spontaneamente in relazione con gli altri. Voglio allora esortare i giovani educatori di domani a insegnare ai più piccoli a stare insieme, a impegnarsi per far scoccare in loro la scintilla, a offrire uno spunto che possa essere colto e coltivato durante l’anno, a mostrarsi sinceri perché anche le vacanze, così come ci suggerisce l’etimo della parola, possano essere l’occasione per renderci liberi e favorire l’autenticità.
Questa, a mio parere, la missione dell’educatore.
Grazie per il tuo passaggio Silvia e buona vita!
Claudio Imprudente