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Autore: Nicola Rabbi

6. Una pista di lavoro

Una definizione di tempo libero che ci può aiutare a concludere la nostra riflessione ci viene offerta da Maria Carmen Belloni: “Il tempo libero è quella quota di tempo che gli individui tendono a riempire con attività scelte liberamente, non soggette a vincoli imposti dall’esterno, non finalizzate a lucro, e ritenute fonte di piacere e/o di riposo. In questa definizione si evidenziano le caratteristiche di autodeterminazione, libertà ed edonismo che fanno del tempo libero, nelle società moderne, un tempo socialmente costruito e un insieme di attività che si contrappongono al tempo lavorativo” (Enciclopedia delle Scienze Sociali, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1998).
In conclusione di questa monografia vorremmo tentare di definire una pista di lavoro che metta in luce gli aspetti più importanti per costruire percorsi e progetti di tempo libero innovativi, realmente inclusivi e che tengano insieme la possibilità di scegliere liberamente, senza vincoli posti dall’esterno, con l’obiettivo di vivere esperienze di piacere e benessere.
Quali sono gli elementi irrinunciabili nella strutturazione di un progetto di tempo libero per persone con disabilità?

La presenza di volontari
Un progetto di tempo libero che si pone l’obiettivo di favorire relazioni alla pari, amicali potremmo dire, deve prevedere e valorizzare la partecipazione di volontari, possibilmente coetanei delle persone con disabilità coinvolte. La relazione con persone non legate a lavori di cura è essenziale anche per il processo di autodeterminazione necessario alla crescita di tutti. Ciò detto, la strutturazione di un progetto a lunga durata necessita anche di un coordinamento che può di certo essere affidato a un operatore.

La libera scelta dei partecipanti
Chi partecipa a un progetto di tempo libero deve essere messo nelle condizioni di poter scegliere liberamente sia l’attività da svolgere, che le persone con cui svolgerle. Questi sono due elementi molto importanti e spesso non valorizzati. Viene data precedenza all’operatività del fare qualcosa, del riempire il tempo mentre ognuno di noi, secondo la propria esperienza, sa bene che il contenuto di ciò che facciamo e con chi lo facciamo è altrettanto, se non più importante, del fare in sé.

In gruppo o da soli
Troppo spesso, per necessità organizzative o di risparmio economico, si creano gruppi eterogenei che non tengono conto dei singoli bisogni ma che hanno l’obiettivo di dare una risposta generalizzata. Diversamente, pur nel rispetto della sostenibilità organizzativa, tutti abbiamo il diritto di poter partecipare alla vita sociale scegliendo se prendere parte ad attività di gruppo in cui incontrare tante persone diverse magari attorno a un interesse comune oppure uscire da soli, con un volontario ovviamente, non essendo vincolati quindi alla dimensione gruppale, a scelte per forza condivise e alla presenza di un numero alto di persone.

Incontro tra proposta e risposta
Esistono attività adatte o meno per il tempo libero delle persone con disabilità? Noi crediamo di no. Pensiamo che ognuno debba essere sostenuto nella possibilità di frequentare i luoghi e le esperienze preferite. Per fare questo, un progetto di tempo libero deve favorire l’incontro tra la proposta – che venga dalle persone con disabilità oppure dai volontari – con la risposta basata sulla condivisione dello stesso interesse e, quindi, del raggiungimento di un piacere e un benessere che sia di tutti.
Inoltre, in questo modo, si evita un altro problema, quello della poca varietà delle proposte, spesso omologate e suggerite dall’alto. La condivisone dell’interesse permette poi di trovare soluzioni non previste, condivise e il più diversificate possibile proprio perché frutto di un incontro unico.

5. Riflessioni attorno ad alcune esperienze

Le proposte e le esperienze di tempo libero cambiano a seconda del territorio in cui si realizzano, dell’utenza a cui si rivolgono, degli obiettivi che ci si pone ma anche degli alleati che si possono trovare nei contesti in cui si realizzano. Ciò non è sempre ovvio e, anzi, sarebbe auspicabile che ogni progetto potesse trovare il proprio personale modo di esprimersi, adattandosi ai bisogni dei partecipanti, in relazione al contesto nel quale si svolge il progetto.
In questo capitolo abbiamo raccolto alcune esperienze, con caratteristiche abbastanza differenti, che ci permettono di mettere in luce alcuni aspetti che riteniamo interessanti nel momento in cui si pensa all’organizzazione di un progetto di tempo libero.

5.1. Vado al museo
di Paola Bartoli, Fondazione Dopo di Noi di Bologna

L’esperienza proposta dalla Fondazione Dopo di Noi di Bologna mette in luce come la relazione con le agenzie culturali del territorio possa diventare una risorsa sia da un punto di vista di diversificazione delle possibili attività, sia per ciò che riguarda la possibilità di vivere i luoghi della città come tutti, con l’obiettivo cioè di poter godere della loro bellezza.
Nell’affrontare la complessa tematica del “dopo di noi”, grande attenzione viene riservata a progetti che intendono stimolare e potenziare le autonomie abitative e relazionali delle persone con disabilità, al fine di avviare percorsi per la vita indipendente, al di fuori del contesto familiare.
In questi percorsi di sviluppo delle autonomie, la gestione del tempo libero ha una grande importanza perché va a colmare vuoti che generano discriminazioni ed esclusioni rispetto alla possibilità di frequentare i luoghi e di partecipare alla vita sociale. Il progetto Vado al Museo intende quindi offrire un incoraggiamento all’acquisizione di autonomie e un loro consolidamento, proponendo alle persone con disabilità un ambito di esplorazione solitamente precluso perché ritenuto troppo complesso e che mette in moto competenze, creatività, aggregazione e inclusione. Come terreno per sviluppare questa sfida si sono scelti alcuni musei del Sistema Museale di Ateneo della città di Bologna, che i ragazzi con disabilità sono andati a visitare in seguito a incontri preparatori. L’obiettivo era quello di conquistare e affascinare un potenziale nuovo pubblico, messo nelle condizioni non solo di pianificare un’uscita, ma di confrontarsi con un contesto stimolante anche se a volte ostico.
Non, quindi, fruitori passivi, ma protagonisti del proprio incontro con nuovi luoghi e conoscenze. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa dieci persone con disabilità intellettiva che hanno visitato cinque musei, una volta al mese.
Gli incontri preparatori alla visita sono stati ospitati nelle aule didattiche dei diversi Musei e sono stati condotti dagli insegnati che il sistema museale ha messo gratuitamente a disposizione del progetto. Durante gli incontri, sono state fornite ai ragazzi alcune informazioni sul luogo che avrebbero visitato e sulla collezione ospitata. A carattere divulgativo, questi appuntamenti erano orientati ad appagare le più ricorrenti curiosità e gli interrogativi più profondi, lasciando spazio allo stupore che anche la scienza che si vuole rigorosa e razionale non manca di destare. Per le visite, invece, si è ritenuto di lasciare i ragazzi liberi di percorrere gli spazi museali senza una guida per consentire al loro sguardo di stupirsi ed emozionarsi, soffermandosi su ciò che avrebbero ritenuto meritevole di interesse.
A conclusione del percorso, si è pensato di organizzare alcuni incontri con i partecipanti insieme a un gruppo di lavoro coordinato dall’Associazione Culturale Mirada per elaborare racconti a fumetti relativi alle visite effettuate. Disegnatori e sceneggiatori professionisti lavoreranno quindi a fianco delle persone con disabilità che saranno protagoniste delle storie realizzate.
Ogni museo visitato sarà quindi raccontato attraverso una storia a fumetti che sarà poi divulgata sui siti internet dei partner del progetto e su altre piattaforme digitali.

5.2. Effetti collaterali
di Stefano Truccolo e Gennaro Spina, educatori

Ciò che raccontano i due educatori, dipendenti pubblici, mostra il valore di quella che possiamo chiamare contaminazione degli spazi. Il successo di un progetto di tempo libero, infatti, si misura anche dalla sua capacità di perpetuarsi o riprodursi indipendentemente dall’intervento di un mediatore.

Il progetto per cui lavoriamo non si occupa di tempo libero. Non è tra le premesse operative né tra gli obiettivi attesi. Le conseguenze sul piano dell’uso del tempo libero della nostra attività sono dunque da considerarsi “effetti collaterali”.
Per capire meglio di cosa parliamo sarà necessario dare un minimo di informazione sulla natura del progetto che stiamo conducendo. Il primo dato riguarda il nostro status: operiamo in un servizio a gestione diretta (quindi pubblico, non appaltato al terzo settore) rivolto alla disabilità adulta. Quattro anni fa il responsabile del servizio per cui lavoriamo si presentò nelle strutture (centri diurni) con il mandato di abbandonare le stesse per “territorializzare” la nostra azione. Ovviamente nessuno capì nulla. Il primo anno trascorse tentando di dare un significato pratico alle parole d’ordine che ci erano state impartite. Le linee guida erano sintetizzate in tre obiettivi generali: incrementare le autonomie delle persone coinvolte; rendersi “attraenti” offrendo prestazioni alla comunità; perseguire la presa in carico comunitaria (progressiva scomparsa dell’operatore in favore di una gestione totalmente indipendente – o a bassissima soglia di protezione – della relazione tra utente e tessuto sociale di appartenenza).
Bisognava uscire dal sistema dei centri diurni in cui avevamo operato fino a quel momento, cercare luoghi attrezzati per ospitare una comunità indipendente, capace di autosufficienza per quanto concerne trasporto, alimentazione e igiene. Il luogo, preferibilmente non un appartamento, doveva essere frequentato da un pubblico eterogeneo e occasione di confronto, relazione e scambio di utilità, secondo il presupposto che il disabile sarebbe stato preso in carico dalla comunità solo se capace di offrire una contropartita.
Gli operatori destinati al progetto, le cosiddette risorse umane, sono stati quantificati nel numero di due. Gli utenti da sei a nove (alcuni su cinque giorni, altri presenti una o più giornate), reduci dall’esaurimento del percorso nel Servizio di Integrazione Lavorativa oppure usciti dal sistema scolastico senza prospettive di immediata occupazione.
La risposta alla domanda è venuta tre anni or sono dall’ASD Rugby Pordenone, società che conta circa quattrocento iscritti e una prima squadra che milita nel campionato nazionale di serie C. Come si conviene la squadra dispone di una Club House, luogo aperto alla frequentazione degli associati e dei simpatizzanti e sede deputata a giocare il “terzo tempo” (nel rugby i tempi di gioco sono tre: due sul campo e uno a tavola fraternizzando dopo la battaglia condotta sul campo). La Club House, che dispone di cucina, bar e sala da pranzo, oltre agli spazi destinati alle funzioni organizzative (segreteria, presidenza…), era il luogo ideale, e a portata di mano, per sperimentare processi di autonomia e integrazione. L’azienda sanitaria locale (AA- S5) e la ASD hanno così sottoscritto una convenzione che prevede che la UET (Unità Educativa Territoriale) venga ospitata a titolo gratuito in cambio di una collaborazione che prevede l’espletamento di semplici mansioni (parte delle pulizie e del riordino, parte della manutenzione del verde e delle strutture…).
L’aspetto saliente di questa esperienza però non si è caratterizzato in questo scambio ospitalità/lavoro, che pure si è prodotto e continua a generare reciproca utilità. L’aspetto più rilevante si è rivelato essere quello su cui meno si potevano accampare pretese o aspettative. Ciò che sopra ogni altra cosa ha determinato il valore di questa esperienza è stata la possibilità concretizzata di generare relazioni positive e naturali, non forzate, non indotte ma spontanee. Così spontanee da non necessitare della mediazione degli operatori per mantenersi vitali. Una delle conseguenze, forse la più inattesa per quanto auspicata, è stata l’estensione della frequentazione ben oltre i limiti dell’orario di operatività del servizio. Una frequentazione spontanea, dettata dal reciproco piacere dell’incontro, che è andata a occupare quello spazio definito tempo libero. Senza entrare nello specifico delle singole situazioni va detto che il fenomeno della gestione spontanea del tempo libero non riguarda tutte le persone a vario titolo coinvolte nel progetto: abbiamo individui che si muovono autonomamente nel territorio utilizzando il trasporto pubblico, altri che vengono impediti dal farlo dalla famiglia, livelli di funzionalità eterogenei, età, esperienze e interessi diversi. Tutte circostanze che determinano ovviamente risposte non omogenee. Le persone più indipendenti, con maggiore propensione all’iniziativa, hanno però avviato relazioni, non dipendenti dal progetto e non mediate dagli operatori, con gli attori non istituzionali (gestori della Club House e collaboratori della ASD) entrati a far parte della loro quotidianità. Così ormai da qualche anno sugli spalti del campo di gioco a fare il tifo per la squadra di casa ci sono le persone con cui lavoriamo, lì allo stesso titolo di tutti gli altri tifosi e con lo stesso scopo: godersi qualche ora di sport la domenica pomeriggio.
Se dovessimo assumerci il rischio di sintetizzare la richiesta che ci viene fatta dall’utenza, alla luce dell’esperienza in cui abbiamo investito tutte le nostre energie negli ultimi tre anni, potremmo esprimerla in una parola ambigua, temuta, spesso evitata da chi lavora in questo ambito: normalità. Quello che ci viene chiesto, e quello che insieme abbiamo generato, è una normale esperienza di vita e di relazione, dove ogni componente si sente finalmente libero di esprimere gusti, inclinazioni, interessi, affetti… come dovrebbe accadere in qualsiasi mondo ideale.

5.3. Voglio uscire!
di Rita Bagnoli, Cooperativa Solaris di Carate Brianza

Al centro di questa esperienza due elementi interessanti: i volontari come primi interlocutori per l’attivazione di relazioni non educative e il più possibile aperte; il protagonismo della persona disabile che ha la possibilità di avanzare proposte attorno alle quali aggregare l’interesse di altri.
Il Servizio Valore Volontario nasce come risposta alle esigenze di tempo libero per le persone con disabilità giovani e adulte che presentano la richiesta, anche attraverso i loro genitori (sollievo familiare), di poter fare qualcosa durante il proprio tempo libero.
Una richiesta che si trasforma nel perno della filosofia del servizio, la risposta a una banale esigenza spesso negata: “Voglio uscire!”.
Fin da subito è stata necessaria una segreteria in grado di raccogliere le richieste delle persone disabili e rendere possibile la loro trasformazione in un atto concreto: l’incontro tra un volontario e una persona disabile che vede il realizzarsi di un piccolo sogno.
Il Servizio Valore Volontario intende configurarsi come servizio sociale e non come semplice agenzia di tempo libero. La sua struttura è modellata in modo da poter accogliere le richieste di aiuto da parte di persone in situazione di disagio, analizzarne i bisogni, adoperarsi per dare una risposta e adeguarsi alle diverse nuove necessità.
Le proposte che il Servizio effettua sono attività inserite nel contesto sociale presso le normali agenzie di tempo libero (pizzerie, discoteche, birrerie, ecc.) e quest’ultimo aspetto è il segno distintivo dell’idea alla base dell’organizzazione. Non vengono organizzate attività presso la sede delle associazioni appartenenti, che vengono utilizzate esclusivamente come un ufficio organizzativo, ma ci si rivolge esclusivamente, salvo rare eccezioni, alle offerte che il territorio e la città mettono a disposizione.
Il Servizio, insomma, vuole riproporre e avvicinarsi il più possibile alla normalità sociale.

I principi cardine su cui poggia tutta l’attività sono:

  • il tempo libero è un “diritto” fondamentale: negare questo significa togliere alla persona uno spazio importante di vita, di crescita e di espressione di sé. Stabilire che il tempo libero sia un diritto sgombra il campo da parole come “possibilità” o “opportunità” e fissa un principio che sancisce l’importanza e l’inviolabilità dello spazio di tempo libero per le persone con disabilità;
  • la persona disabile è una persona sotto tutti gli aspetti: portatrice di sentimenti, desideri e bisogni, è titolare di diritti e di doveri. Proprio per questo bisogna riconoscere, nella diversità che caratterizza tutte le persone, lo stesso diritto a soddisfare bisogni e interessi anche legati alla voglia di svagarsi e divertirsi. È un principio importante perché ha permesso di intraprendere iniziative per la promozione del diritto al tempo libero e alla libera circolazione e fruizione degli spazi cittadini e non;
  • il rispetto dell’individuo: è il valore necessario e fondamentale per riconoscere e valorizzare la diversità, l’originalità e la soggettività. Questo concetto deve essere applicato tanto ai soggetti con disabilità, quanto ai volontari. Spesso il volontario, infatti, in nome di una sorta di identificazione come persona sana, buona e fortunata, è portato ad aiutare l’altro dimenticando se stesso, le proprie esigenze e i propri limiti cercando di esaudire tutte le richieste.

In una relazione con una persona disabile questo atteggiamento, tutt’altro che equilibrato ed equo, non fa che confermare il disequilibrio della relazione, la disparità delle condizioni dove il sano è colui che aiuta, accontenta l’altro e, a volte, addirittura si sostituisce a lui mentre il disabile è colui che deve essere aiutato, in continua condizione di dipendenza e che non può fare altro che adeguarsi a questo ruolo, pena la perdita del ruolo del volontario.

Un equilibrio delicato
Uno degli aspetti più controversi e pieno di contraddizioni è quello del diritto al tempo libero in relazione con l’aspetto delicato e importante dell’incontro tra la persona disabile e il volontario, senza il quale crollerebbe l’impianto del Servizio.
La figura del volontario rappresenta indubbiamente l’elemento di primaria importanza sia per la possibilità di effettuare le attività che per l’originalità della sua figura.
Attraverso un’uscita si realizza la possibilità di allontanarsi dal contesto familiare permettendo la crescita, favorendo il normale passaggio all’adultità e la concretizzazione di quello spazio di confronto con persone non guidate da un’intenzionalità educativa, con cui potersi misurare e dove poter esercitare finalmente piccole o grandi scelte.
Durante quell’uscita il volontario è un compagno di serata, una persona che decide di condividere del tempo insieme ad altre per un interesse comune. Quello che succede tra queste persone dipende direttamente dalle persone coinvolte.
Si allaccia, a questo punto, un’altra considerazione, centrale per il Servizio: il tempo libero diventa un ambito di vita, il più possibile vicino alla realtà di tutti i giorni, di conseguenza non può essere troppo protetto o filtrato.
Riassumendo possiamo definire la proposta del Servizio come quello spazio dentro il quale avviene la cosa più importante, cioè la relazione tra la persona con disabilità e il volontario. Questo incontro può esaurirsi nello spazio della serata o può svilupparsi nel tempo e quindi acquisire un valore non predefinito.
Un’altra riflessione riguarda lo strumento principale che il Servizio ha identificato come facilitatore dell’incontro tra volontario e utente: il divertimento.
Elemento costruttivo del tempo libero, il divertimento avvicina in maniera più soft, ma a volte più efficace le persone tra loro. Avere la possibilità di conoscere la persona con disabilità come capace di divertirsi e far divertire ci permette – e lo permette anche alla persona disabile stessa – di cambiare la percezione stereotipata.
La persona con disabilità è generalmente abituata a rapportarsi con persone “specializzate” (medici, fisioterapisti, educatori, psicologi, ecc.), in relazioni finalizzate alla cura e spesso fatica a impegnarsi in un rapporto diverso dove è chiamato a farsi conoscere e apprezzare per come è e per come è capace di essere.
Compiere queste azioni o avere la consapevolezza che si potrebbero compiere e ri- cercare come compierle, è un fattore altamente educativo per la nostra utenza, oltre a favorire la conquista di autonomia.

Organizzazione e operatività del Servizio
È estremamente importante iniziare la descrizione dell’operatività del servizio dai suoi utenti. Le proposte, infatti, nascono e si evolvono partendo dalle caratteristiche specifiche degli utenti che ne fanno richiesta, il tutto in una data situazione culturale e territoriale.
L’utenza del servizio è molto eterogenea per il tipo di disabilità, per la sua gravità e per i percorsi istituzionali effettuati.
L’età minima di ammissione degli utenti è diciotto anni mentre non è prevista una età limite. Questo per due fondamentali motivi: è necessario che la persona disabile sia maggiorenne e quindi abbia la capacità e possa assumersi la responsabilità di prendere decisioni mentre la non esistenza di un limite massimo è dovuto al fatto che crediamo che se una persona vuole e può divertirsi, l’età non debba essere un fattore discriminante. Per scelta dello staff operativo il Servizio è aperto a utenti del nostro territorio, cominciando da chi è già conosciuto all’interno dei nostri servizi.
I modi e le strade per arrivare al Servizio possono essere diverse:

  • attraverso una segnalazione da parte dell’operatore del servizio di appartenenza, il quale valutando l’idoneità della persona, segnala la possibilità di accedere al nuovo servizio e nel caso in cui la persona disabile sia interessata, si procede con l’incontro con gli operatori di Valore Volontario;
  • attraverso il passa parola, alcune persone contattano direttamente il servizio dicendosi interessate;
  • altri, invece, arrivano dopo lunghe ricerche presso uffici e sportelli informativi.

Per accedere al Servizio è necessario sostenere alcuni colloqui con gli operatori durante i quali, dopo aver valutato l’idoneità, si traccia un profilo dell’interessato arrivando a formulare una proposta di inserimento adeguata alle caratteristiche e alle preferenze della persona stessa. Inoltre vengono spiegate le modalità di utilizzo, le diverse possibilità, le regole.
Il Servizio, per ovvi motivi di sicurezza e organizzazione, limita l’ingresso ad alcune tipologie di persone disabili e questo perché realizzando attività in locali pubblici e in situazioni di grande contatto con persone è necessario salvaguardare la sicurezza e la tranquillità durante le uscite. Ricordiamo che la serata viene gestita solamente dai volontari (e non da educatori) che potrebbero non essere sufficientemente preparati alla gestione di casi gravi.
Per quanto riguarda le attività possiamo distinguere tre diversi filoni:

  • le uscite serali su richiesta: sono tutte le domande di uscita che le persone iscritte al Servizio rivolgono agli operatori. Per poter accedere a questa possibilità è necessario che la persona con disabilità contatti (personalmente, per telefono o con la posta elettronica), la segreteria effettuando la richiesta (che può essere più o meno specifica). La domanda accolta dalla segreteria, diventa la proposta di uscita per i volontari che hanno dato la loro disponibilità e che possono accettare o meno a seconda dei propri gusti e interessi. Le uscite possono essere singole o di gruppo. Sono le richieste degli utenti a essere i motori del servizio, generalmente si tendono a creare piccoli gruppi di 5 persone (1 auto) o una decina di persone in tutto (2 auto), salvo casi eccezionali come feste o compleanni;
  • i gruppi fissi: si tratta sempre attività di uscita serale, ma si distinguono in quanto sono veri e propri gruppi composti sempre dagli stessi volontari e dagli stessi utenti. Non hanno quindi una storia limitata a una uscita, ma diventano un punto di riferimento stabile almeno per l’arco dell’anno;
  • gli appuntamenti: al contrario delle uscite su richiesta, in questo caso si tratta di attività proposte dal Servizio e alle quali sia i volontari sia gli utenti possono aderire liberamente. Comprendono uscite pomeridiane, uscite serali speciali, gite, weekend, vacanze e feste. Sono spazi che si mantengono per diversificare il tipo di attività proposte e il loro contenuto.

Ormai da qualche anno il progetto prevede anche l’offerta di vacanze o weekend per tutti gli iscritti che ne fanno richiesta. Si cercano di soddisfare tutte le esigenze e di formare piccoli gruppi (7/8 persone al massimo) con un educatore e alcuni volontari.

Gestione del Servizio
Il Servizio Valore Volontario è gestito, attualmente, da due educatori professionali che si occupano essenzialmente della programmazione.
Operativamente i due educatori fanno riferimento a due ambiti diversi: Carate Brianza per Cooperativa Solaris e Lissone per Associazione Stefania. Gli operatori svolgono la regia per l’organizzazione dell’uscita e permettono così l’incontro che consentirà alle persone, disabili e non, di vivere esperienze di tempo libero. Per un operatore è necessario e importante acquisire conoscenze su tutte le persone pre- senti nel Servizio. Alcuni volontari, oltre alle normali attività, si rendono disponibili come supporto alla parte organizzativa.
La funzione dell’educatore nel Servizio Tempo Libero non si risolve solo nella progettualità, ma si sviluppa nella gestione delle richieste, nella formazione dei volontari, nell’incontro con le famiglie, nel continuo monitorare l’andamento del progetto rispetto alle proprie finalità e in tutte le attenzioni che una struttura complessa come questa necessita.
È inoltre l’operatore che, monitorando le possibili offerte, elabora progetti e ricerca i finanziamenti necessari alla copertura delle attività, progetta e realizza gli eventi di formazione, cura le campagne di ricerca volontari e il progetto delle vacanze a cui partecipa.
I volontari rappresentano indubbiamente la principale risorsa e paradossalmente, pur trattandosi di un servizio destinato e rivolto alle persone con disabilità, sono anche le figure che richiedono un maggiore investimento da parte degli operatori.
Rappresentano l’anima stessa del servizio e il fondamento della metodologia basata sulla relazione spontanea tra persone.
I volontari sono i primi realizzatori dell’integrazione delle persone disabili nel tempo libero, sono coloro con i quali gli utenti sperimentano relazioni spontanee e paritarie.
Al volontario vengono sottoposte mensilmente le proposte delle persone con disabilità (cinema, pizzeria, discoteche, concerti, ecc.) e ognuno, sulla base dei propri interessi, aderisce o meno. In pratica al volontario viene chiesto un impegno per un solo incontro mensile, con richiesta di fare cose normali e abituali e di provare a condividerle con le persone con disabilità.
Al centro di tutto rimane la relazione intesa come possibilità e opportunità d’incontro tra persone.
Come già evidenziato più volte, la formazione riveste particolare importanza nella gestione dei volontari. Pur ribadendo l’assenza di finalità educative e la non intenzionalità, la formazione consente la trasmissione di nozioni e modi di pensiero oltre che conoscenze pratiche utili durante le attività. Obbligatorio pertanto, per chi volesse fare il volontario, la partecipazione a un corso annuale e a serate di approfondimento.

5.4. Sperimentarsi nel quotidiano
di Leila Rumiato, Cooperativa Itaca di Pordenone

Una buona prassi è quella dei territori, intesi come reti di soggetti che collaborano su diversi livelli offrendo servizi spesso alle stesse persone, e che sollecitano le realtà della cooperazione sociale (che ovviamente di quei territori sono parte) perché immaginano risposte il più specifiche possibili. Ecco due esempi di progetti rivolti a persone con disabilità medio-grave.
Nati dalla sollecitazione dei servizi territoriali, delle famiglie e degli utenti di alcuni servizi alla disabilità adulta, si sono concretizzate due progettualità di tempo libero (Progetto Durante Dopo Noi e Gruppo Tempo Libero) il cui obiettivo principe è la socializzazione in ottica di contrasto della solitudine e dell’emarginazione, la partecipazione alla vita della propria comunità locale e allargata, attraverso il riconoscimento e il lavoro in gruppo di pari così da qualificare il tempo libero delle persone con disabilità, favorendo contesti aperti e destrutturati (diversamente da quanto avviene durante la settimana, nel corso della quale le persone con disabilità si trovano inserite in un contesto di centro diurno).
Entrambe le progettualità sono inserite entro una più ampia cornice progettuale in rete, orientata alla creazione di azioni di Cittadinanza attiva, attraverso la co- progettazione tra Enti Pubblici del Pordenonese (Ambito socio-assistenziale 6.4, Azienda Aas5, Comune di Maniago, Comune di Sequals) e Terzo Settore (Cooperati- va Itaca Pordenone), in collaborazione stretta con altri servizi territoriali quali la Comunità alloggio casa Carli1, Gruppo appartamento Il Girasole2, progetto UET So- limbergo3 e altri Servizi educativi territoriali.

Perché progetti di “tempo libero”?
Frequentemente il tempo libero della persona disabile rischia di essere vissuto, percepito, concepito come “tempo vuoto” rispetto ad altre “attività” occupazionali di vario ordine e grado; inoltre le persone con disabilità cognitiva, quand’anche lieve, si trovano nella difficoltà di poter mantenere la loro partecipazione a un gruppo di pari che spesso risultano “troppo veloci”, “troppo impegnati”, “poco disponibili” rispetto alle reali esigenze della persona con disabilità.
E ci si dimentica che, prima di essere disabili, esse sono persone con abilità e risorse importanti, attuali e attualizzabili, che troppo poco hanno la possibilità di potersi sperimentare nel quotidiano in situazione di pariteticità.

Quali gli obiettivi?
Nella progettazione dei due percorsi (DDN e GTL), è stato chiaro da subito che gli obiettivi di servizio si intersecavano con gli obiettivi personali e individuali.
Possiamo sintetizzare gli obiettivi di lavoro in linea generale, in tre dimensioni:

  • individuali, per lo sviluppo del benessere emozionale, del benessere fisico, l’incremento delle risorse personali, potenziamento dell’empowerment soggettivo, ampliamento dell’autonomia personale;
  • di gruppo, quali la promozione e/o mantenimento delle abilità/competenze relazionali, promozione delle competenze comunicative e di ascolto attivo, inclusione sociale, aggregazione;
  • trasversali, come prosocialità, cittadinanza attiva, attività e partecipazione.

Naturalmente tali obiettivi sono stati diversamente calati sulla realtà di gruppo (due gruppi molto differenti) che abbiamo incontrato.

Progetto Durante Dopo Noi (DDN)

Il progetto è rivolto a persone adulte, con disabilità grave (cognitiva e fisica), che durante la settimana frequentano attività di centro diurno o occupazionali. L’idea progettuale che ha guidato il gruppo di lavoro è quella di consentire, pur nella “gravità” della disabilità, alla persona il diritto/dovere di essere soggetto attivo, impegnato in un proprio percorso di abilitazione che ne valorizzi al meglio tutte le potenzialità di sviluppo, inclusione, interdipendenza con la rete comunitaria e sociale in cui vive, superando la prospettiva infantilizzante – che vede il disabile, specie se grave, come l’eterno bambino da accudire e proteggere – per lasciare spazio a una visione volta all’adultità-possibile, promuovendo la valorizzazione della persona in quanto tale, offrendole un sostegno all’autonomia e arricchendo le sue opportunità di sperimentarsi.
Data la compromissione dovuta al grado di disabilità, si è scelto di organizzare due piccoli gruppi di 4/5 persone con tre operatori di diverse professionalità (1 educatore e 2 addetti all’assistenza), in modo che potessero trovare risposta sia le esigenze più socializzanti che quelle relative alla cura della persona in ottica di massimo rispetto della dignità.
Il gruppo, che si incontra nelle giornate di sabato e domenica (a weekend alterni) presso uno spazio messo a disposizione dal Comune di Maniago, vive e si sperimenta in una dimensione puramente ludica e relazionale, in uno spazio “fuori casa” che diventa il paese in cui essi risiedono e tutta la zona limitrofa, spingendosi anche fino al luogo di provincia più vicino; parole d’ordine “viversi il proprio tempo libero!”.
E così, iniziando da una colazione al bar tutti insieme, il gruppo stabilisce di volta in volta degli itinerari e/o delle attività che consenta loro di potersi vivere pienamente una giornata in compagnia, leggerezza e divertimento, “essendo paese”, “facendo paese”, ma anche svolgendo in gruppo quelle “normali attività” quali una chiacchierata al centro commerciale, un picnic nel parco o un buon pranzo a una sagra, escursioni sul territorio o ancora godersi un bel film al cinema… insomma, “niente di speciale…” e tuttavia tutta quella speciale normalità troppo spesso negata alle persone con disabilità grave. Il progetto ha altresì consentito ai famigliari delle persone inserite, di riappropriarsi di spazi propri, nella sicurezza e nella gioia di poter sapere il proprio figlio/familiare viversi la propria “normale-possibile-adultità”.
Gli operatori coinvolti sono chiamati a riconoscere la complessità dell’azione inclusiva e ad agire il proprio ruolo in un processo più ampio e globale, con un’attenzione a cogliere e rimuovere gli ostacoli che frenano o impediscono i processi inclusivi. In questo senso, l’operatore viene chiamato a favorire progettualità che si adattino alle persone rimettendo al centro le relazioni tra esse e la comunità di appartenenza, per favorire opportunità di esperienza sociale il più aderenti possibile al progetto di vita della persona stessa. Per raggiungere tale obiettivo, è fondamentale dapprima analizzare i bisogni, le aspettative e i desideri di ciascuno, manifesti o meno, e provare a individuare risposte che, oltre ad essere individuali e personalizzate, risultino anche flessibili.

Gruppo Tempo Libero (GTL)
Il progetto GTL è rivolto a persone adulte, con disabilità lieve e funzionalità medio- alta (con ritardo cognitivo), che durante la settimana sono impegnate in attività lavorative (Borsa lavoro) o in attività occupazionali diurne. L’esigenza di incontrarsi per “fare gruppo” è nata da richiesta diretta di coloro che ne sono diventati i partecipanti in seguito, e che segnalavano di vivere un senso di solitudine e isolamento che li faceva molto soffrire. I tentativi di aggregarsi a gruppi di coetanei erano per lo più falliti e per la maggior parte di loro si era strutturato un vissuto di esclusione e un senso importante di inefficacia e incapacità relazionale. Dalle osservazioni raccolte nei luoghi di lavoro o occupazionali, emergeva altresì una reale incompetenza o scarsa competenza relazionale, che probabilmente li aveva nel passato posti in situazioni di disagio.
Si è pertanto deciso di avviare il gruppo con la presenza di due operatori qualificati (una psicologa e un educatore) con il compito di facilitatori sia della comunicazione, che di eventuali pianificazioni e programmazioni si fossero resi necessari. Una delle maggiori difficoltà riscontrate nei componenti del gruppo era infatti risultata proprio la capacità di pianificare e/o programmare in maniera autonoma ed efficace, una qualunque uscita o attività di gruppo.
Al fine di rendere tutti i partecipanti responsabili della propria crescita e del proprio tempo, si è proceduto inizialmente con incontri individuali così da raccogliere e concordare con ciascuna persona gli obiettivi di lavoro e di crescita nel gruppo, e per i quali il gruppo avrebbe rappresentato uno strumento e uno spazio/occasione di sperimentazione. Durante tali incontri, ciascuna persona è stata guidata a individuare una propria risorsa da mettere a disposizione del gruppo. Successivamente, in gruppo sono state definite le regole di partecipazione e gli obiettivi comunitari.
Parola chiave “autodeterminarsi e crescere insieme” .
Durante i primi incontri sono emerse immediatamente diverse tematiche “calde”, che il gruppo ha voluto condividere proprio con l’intento di imparare a conoscersi (nel duplice significato e senso di conoscere se stesso e di conoscere gli altri componenti del gruppo): sofferenza comune per un passato di frequente bullismo subito; interesse alla dimensione affettiva e di sessualità; desiderio di sperimentarsi in uscite di gruppo di vario grado.
La scelta degli operatori è stata quella di orientarsi verso il cooperative learning, affinché il gruppo potesse diventare risorsa per il singolo e il singolo rappresentare risorsa per il gruppo. Tale scelta metodologica punta a incentivare i partecipanti ad agire “da adulti”, rendendoli sempre più protagonisti della propria vita. Per questo nei primi mesi si è scelto di lavorare su quelli che sono i principali compiti di sviluppo della persona verso l’adultità ma che risultavano compromessi nella maggioranza se non totalità delle persone coinvolte: fiducia di base, ovvero acquisizione e interiorizzazione di una “base sicura” da cui poter partire ed esplorare l’ambiente e sperimentarsi in nuove relazioni (in questo senso il gruppo poteva rappresentare una nuova base da cui partire); appartenenza ovvero il sentirsi accettato e sviluppare il senso di “far parte di…”; accettazione di sé intesa come capacità di darsi valore all’interno delle relazioni. Durante tutto il percorso iniziale (che si è definito più lungo di quanto al principio ipotizzato), i partecipanti sono stati coinvolti sia in attività ludiche (“aperitivi insieme”) che di riflessioni personali e interpersonali, sempre con l’obiettivo di crescita e condivisione. Importante è stato costruire un rapporto di fiducia tra i partecipanti in modo che potessero tutti sentirsi accolti e non giudicati per quello che dicono e fanno, avendo la possibilità di dare libera voce ai propri bisogni e desideri, diversamente da quanto spesso accade nel contesto lavorativo e familiare.
Dopo qualche mese, è stato possibile assistere ad attività di gruppo “autogestite” (seppur spesso supervisionata nella parte programmatoria dagli operatori) sempre più spontanee, frequenti e sempre più adeguate. Tuttavia il gruppo, su specifica richiesta dei partecipanti, ha voluto fortemente mantenere anche la parte dialogica, per confrontarsi su tematiche sempre più “di spessore”. Ne è nato così un percorso che a partire dall’approfondimento delle esperienze di bullismo subìto, ha affrontato tematiche sulle emozioni, sulle relazioni amicali, personali, fino a tematiche più propriamente legate alla sessualità. Il tutto condito da momenti ludici per lo più promossi dagli stessi partecipanti (caffè, aperitivi, pizze, balli insieme, ecc.) fino alla volontà di sperimentarsi, come gruppo in attività di ballo caraibico o programmare una “lista uscite” per tutto l’anno, che prevedessero sia uscite in autonomia (ad esempio sagre o escursioni sul territorio) che viaggi maggiormente impegnativi che richiedono il supporto di un operatore presente.
L’intervento educativo richiesto ai facilitatori in questo percorso (a differenza del DDN) si attua, in questo senso, attraverso l’instaurarsi di una relazione basata sulla fiducia, sulla confidenza, sull’empatia nonché sull’accettazione della personalità altrui, aiuto a reagire in maniera positiva alle sollecitazioni e ai cambiamenti e stimolo all’autovalutazione. Essenziale la disponibilità all’ascolto e all’accoglienza, in una posizione di “provocatore di pensiero”, ma nell’attenzione a “non sostituirsi” mai all’altro: l’operatore può aiutare la persona a raggiungere la piena autodeterminazione non solo realizzando percorsi in cui insegni a saper fare, ma anche creando opportunità di crescita emotiva e di supporto/promozione/sperimentazione delle proprie competenze relazionali.
In prospettiva futura si prevede di promuovere la massima autonomia nella gestione del proprio tempo libero e dare maggior spazio nell’affrontare tematiche di rilievo e/o di sofferenza e/o di crescita personale e/o di ruolo sociale su argomenti specifici. Si è inoltre costruita l’opportunità di collaborare con la scuola per progettare un percorso di prevenzione al bullismo in cui i partecipanti al GTL possano sperimentarsi come peer educator con i ragazzi delle scuole elementari e medie, raccontando i propri vissuti e le proprie esperienze, anche al fine di esorcizzare la posizione di “vittima” vissuta e sperimentata per molto tempo.

5.5. F.I.E.S.T.A.
di Roberto Parmeggiani

Quest’ultima esperienza mette al centro un aspetto abbastanza innovativo: la collaborazione di diverse associazioni impegnate sul medesimo territorio. Questo aspetto, a volte critico per la fatica di uscire dal proprio contesto di riferimento, ha però permesso di mettere in rete energie e progettualità nuove che individualmente sarebbe più difficile realizzare.
Il progetto F.I.E.S.T.A. (Fare Inclusione E Socializzazione Tramite Autodeterminazione per essere davvero liberi nel tempo libero) nasce all’interno del Comitato di progettazione integrata per la disabilità (COPID) organismo nato a Bologna allo sco- po di aprire un tavolo permanente di confronto tra i servizi sociali e sanitari e le associazioni di disabili e/o dei loro famigliari “finalizzato alla co-progettazione e alla condivisione di interventi innovativi su bisogni specifici del disabile”. Più in generale, obiettivo del COPID è quello di “contribuire allo sviluppo di una società solidale – si può leggere nel regolamento – in cui i diritti siano esigibili, in cui sia rafforzata quella coesione sociale che da sempre caratterizza la comunità locale e che rappresenta una risposta unitaria ai bisogni delle persone con disabilità e delle loro famiglie”.
Le funzioni principali del comitato sono quelle di stimolare e rafforzare una cultura di inclusione sui temi della disabilità, favorire la sperimentazione di buone prassi, promuovere la co-progettazione di rete e facilitare l’integrazione tra diversi servizi. In particolare, svolgerà il suo ruolo soprattutto attraverso azioni di progettualità, attiva e concreta, sviluppata in modo partecipato e integrato.
Le associazioni, oltre trenta, inizialmente coordinate dalla direzione Sociosanitaria del Distretto, hanno individuato alcune aree di intervento – area benessere, area sostegno, area autonomia, area formazione, area tempo libero – a partire dalle quali, divise in sottogruppi, hanno co-progettato interventi che potessero rispondere ai bisogni delle persone con disabilità in generale.
Quelle che si sono occupate in particolare di tempo libero – Aias onlus; Anffas; Centro Documentazione Handicap; Comunità dell’Arca – Arcobaleno, Passopasso; Agfa; Gli amici di Luca Onlus; DiDi ad Astra; Fondazione Gualandi a favore dei Sordi; Associazione Noi Insieme a Sherazad – dopo un percorso in cui hanno condiviso i bisogni legati al tema individuando come prevalenti quelli relativi all’occupazione del fine settimana, hanno sviluppato un percorso laboratoriale cercando di differenziare l’offerta in modo da raccogliere il maggiore interesse possibile. Oltre a quattro laboratori e a un servizio di sovra titolazione di spettacoli teatrali, sono stati preventivati alcuni eventi pubblici che avevano l’obiettivo di coinvolgere persone del territorio favorendo così inclusione e socializzazione.
Le diverse proposte, che hanno visto la partecipazione di circa trenta persone adulte con disabilità, di età variabile, si sono svolte il sabato pomeriggio alternandosi in modo da consentire a chi interessato di partecipare anche a più attività.
Il laboratorio teatrale e quello di danza aveva l’obiettivo di utilizzare l’espressione artistica come strumento espressivo capace di sviluppare nei partecipanti diverse competenze cognitive e comunicative, facilitando la socializzazione tra i membri del gruppo e la capacità di porsi in maniera creativa verso se stessi e gli altri.
Il laboratorio comunicare-cucinando, attraverso un vero e proprio corso di cucina e l’uso della scrittura in simboli per tradurre e rendere più accessibili le ricette, ave- va l’obiettivo di sviluppare abilità manuali, competenze cognitive e comunicative favorendo la relazione in un contesto piacevole e rilassato.
Nel gruppo Network i partecipanti hanno avuto l’occasione di migliorare le competenze di utilizzo dei social network con l’obiettivo di documentare, presentare e divulgare le esperienze dei diversi laboratori.
Il servizio di sovra titolazione, infine, ha permesso di rendere più accessibili alcuni spettacoli teatrali realizzati presso il teatro Arena del Sole di Bologna.
Il COPID, nato come sperimentazione per l’anno 2016/2017, continuerà la sua attività, anche in relazione con il Distretto Sociosanitario pur mantenendo la propria autonomia per ciò che riguarda la scelta delle aree di intervento e delle azioni attraverso le quali rispondere ai bisogni espressi.

4. Asso piglia tutto

di Mario Fulgaro, animatore del Progetto Calamaio

Molto spesso non occorre, necessariamente e con urgenza, ricercare spazi di libertà dove agire; a volte basta guardarsi attorno e scoprire che sotto alla goccia del naso già è possibile respirare un piccolo antro di libertà. Si abbassa lo sguardo, si asciuga la goccia, si inala una boccata d’aria e in quel momento si sollevano gli occhi verso il mondo. Si scopre così un mini universo da incontrare e abbracciare. L’importante è spingersi in avanti, mettersi in gioco verso un naturale e spontaneo connubio con tutto ciò che la vita ci offre lietamente e gratuitamente. Se si entra in questa ottica, è facile individuare e scegliere gli anfratti più lieti e piacevoli da incontrare: “Mi piace tanto il riso e, se questo è abbinato a un ottimo sushi, la libidine raggiunge il suo ottetto, la sua configurazione più stabile, l’acme”. Non me ne privo e inizio anche a invitare gli amici a uscire, sotto lo slogan: “chi mi ama mi segua, altrimenti mi segua lo stesso”.
Il sasso è lanciato nell’immaginario lago “Sushi”; adesso occorre solo aspettare i tanti rivoli di risposta da parte di chi ha voglia di ricoprirsi di salsa di soia oppure di quella agrodolce, da cospargere per riempire il palato di insaziabile desiderio di sperimentare. “Ma sai che anche a me piace degustare le pietanze culinarie giapponesi!”. Giulia ne è coinvolta di già. Qualcosa di nuovo e piacevole sta per nascere, forse un “guscio di divagazioni”, pronto a esplodere e raggiungere ogni anfratto o vicolo o spiazzo di libertà. Non c’è tempo da perdere, il conto alla rovescia è partito e con esso anche la decisione di scegliere il luogo ideale da raggiungere, ribattezzato “Pancia mia fatti capanna!”. Google sciorina un elenco abbastanza ricco di ristoranti da conquistare e, quando si ha voglia di evadere, il successo è garantito a prescindere. Il motore della macchina rulla i suoi tamburi e, al grido di “Tanto abbiamo il pass disabili!”, ci si può sentire padroni della città. Ogni parcheggio per disabile, vicino al locale, può essere nostro, con sospiro di satisfaction.
Superato il primo potenziale ostacolo del parcheggio, non resta altro che riuscire a trattenere la grande voglia di mangiare, mettersi comodamente sulla carrozzina, sospingerla con cautela e fare la grande entrata nel ristorante. Gli occhi brillano di curiosità: “C’è posto per noi due?” si chiede quasi con inchino samurai. La scelta del posto a sedere dà il via a un vero e proprio rito religioso-culinario, dove il sacro si sposa alla perfezione col profano e la degustazione si spera sia lenta per non farla fi- nire subito. Si compie il mitico e grandioso passaggio dalla sedia a rotelle alla sedia offerta dal ristorante, come uno dei tanti avventori del locale, dopodiché si lascia in disparte, in castigo e a dieta la carrozzina. Si appoggiano i gomiti sul tavolo per prendere e dispiegare il menù: “In questo ristorante ci sono anche le foto, oltre ai nomi dei vari tipi di sushi che ti portano” mi dice Giulia, risollevandomi da ogni tipo di imbarazzo; dopotutto, anche l’occhio vuole la sua parte e, in questo frangente specifico, orienterà ogni mia scelta da compiere.
Sul menù leggo: Sushi Nigiri, Temaki, Hosomaki, Uramaki, Sushi Sushimi Chirashi eccetera eccetera…, con tanto di foto invitanti: “Ti impressionerò di sicuro per quanto mangerò!” dico a Giulia, quasi a voler legittimare la mia incontenibile fame stile Sol Levante. “Non preoccuparti Mario, io mangio almeno quattro piatti al giapponese!” questa è la risposta che suona come sfida a mangiare ad libitum: “e che all you can it sia, evvai!” penso, con la certezza di riempire all’inverosimile il mio stomaco d’ogni varietà di sushi.
Si parte, dunque, con una sfilza di abbondanti antipasti, alcuni dei quali bissati perché troppo buoni. Non temo più di fare figuracce, anzi, la mia insaziabile voglia di sushi, ricoperto da delizioso riso, mi spinge a compiere un altro rito. Quando vivo attimi incantevoli di libertà, infatti, mi piace immortalarli nella memoria, guardandomi attorno e respirando lentamente anche il più nascosto atomo di ossigeno, da lasciare in asfissia chi mi sta accanto. Per fortuna Giulia mi sta di fronte e ha sufficiente aria per sopravvivere; ne sorrido compiaciuto e intanto continuo a sospirare di contentezza. In questi momenti, vorrei tanto espandere tutta la mia felicità negli animi altrui, per condividerla in un giro armonico e infinito, in grado di toccare nel profondo le corde del cuore. Grande sospiro allora e sguardo verso il basso, a fissare ogni pietanza che scorre sotto il mento, per poi solleticare e stimolare l’olfatto e il palato in segno, adesso, di intimazione alla Alberto Sordi: “Sushi, m’hai provocato?… e io me te magno!”.
Il giorno dopo, io e Giulia condividiamo la nostra esperienza culinaria con colleghi e amici, suscitando un discreto “successo” e voglia di reiterare con altri nuove esperienze “mangerecce”. Tutti iniziano a proporre un luogo da raggiungere entro i confini di Bologna, fisicamente, ed entro i confini mondiali, “esoticamente” parlando: “Si potrebbe andare al ristorante greco!” dice qualcuno, “No, no, meglio l’indiano!” controbatte qualcun altro, “E che ne dite del thailandese?” chiede timidamente qualche coraggioso, ma su tutti domina la proposta di tigelle e crescentine, oltre che di tipica cucina bolognese a Montecapra. “Bologna la Grassa vince sempre su tutto!” penso, sorridendo sotto i baffi. So benissimo che si gioca in casa di Balanzone, tipica maschera bolognese “saccente e presuntuosa”, quindi non obietto, anzi mi lascio trascinare dalle voglie gastronomiche altrui, in fondo a me interessa uscire dalle quattro pareti di casa e assaporare ottime pietanze in compagnia.
Il giorno designato per la nostra sortita a Montecapra sembra promettere bene sin dal mattino. Infatti, il sole di inizio luglio ha deciso di rallegrare, con i suoi caldi raggi, finanche ogni cantuccio assopito e distratto dell’animo e di tutta la natura attorno. Si leva lo sguardo al cielo, quasi a voler scoprire nell’immenso degli spazi definiti dove far esplodere i desideri più segreti, in un gioco pirotecnico di emozioni e sensazioni intense: “L’estate esercita sempre un fascino particolare e ammaliante su di me, rendendomi tanto felice da toccare punte di autentica euforia!” affermo a chi mi sta accanto. La mia macchina è pronta a far vibrare, con forza e decisione, le corde dei suoi cilindri. C’è solo da attendere un autista esperto e dotato di patente. Giulia sembra fare al caso: “Per fortuna la mia macchina è una Dacia come la tua e riesco a capire alcuni suoi particolari meccanismi!” conferma l’autista prescelta. Si parte, quindi, con baldanza.
Le strade di Bologna, agli occhi inesperti di chi, come me, è sprovvisto di patente, appaiono tutte uguali e senza una definizione ben precisa. Mi lascio condurre, convinto di raggiungere la località prescelta, entro i tempi necessari a trovare le varie “pappatorie” ancora fumanti. I confini bolognesi, a un certo punto, cedono il passo a una lunga e tortuosa strada in salita, ma il desiderio irrefrenabile di tigelle, piadine e crescentine sprona ad andare avanti. In fondo, anche il più refrattario e indolente pigrone del mondo sarebbe spronato ad avanzare senza indugi. Si sa che la fame e la gola sono in grado di sconfiggere ogni barriera insormontabile, quindi una semplice stradina di provincia finisce con l’assumere le sembianze invitanti di un trampolino di lancio verso una sicura abbuffata: “Non riesco a trattenere l’acquolina in bocca!” penso con voracità.
Il bello di viaggiare con un’autista abile e attenta è trovarsi in una situazione come quella appena descritta, infatti prima di ogni curva è quasi d’obbligo avvisare, con un colpo di claxon, potenziali automobilisti provenienti dal verso opposto. Sembra di essere stati invitati a un sontuoso matrimonio e più si “strombazza”, più il matrimonio diventa, simbolicamente, principesco. Se ne sorride allegramente.
Il ristorante spalanca le sue braccia, invitando i suoi avventori a parcheggiare nello spiazzo antistante: “Finalmente siamo arrivati, à nìn potèv piò!” (trad. non ne potevo più!) esclamo in bolo-pugliese. Gli altri colleghi e amici salutano, sbracciandosi e sorridendo: “Uèèèhhh, siamo tutti qui! Entriamo?” parole sante, che risuonano al mio udito come invito a ingozzarmi.
Il tavolo a quattro posti sembra proprio fatto apposta per noi: io, Giulia, Patrizia e Tommaso. L’appetito reclama il suo quinto posto, in primo rilievo rispetto agli altri, tanto da spronare la ricerca immediata della cameriera, per ordinare tutte le pietanze tanto agognate. Lo stomaco borbotta di sano appetito. Oltre alle già citate tigelle, piadine, crescentine, si aggiungono sottoli e sottaceti e un coraggioso ordine di primo piatto da parte di Tommaso. Come sempre accade, la cena assume la valenza di un patto a quattro, come il patto atlantico, dove si dividono equamente i piatti da divorare. Lo spirito di gruppo sprona ognuno ad andare oltre la cena e ricercare, anche con la forza del pensiero e della mente, legami di vario tipo. Così tra una spiritosaggine e l’altra, si finisce con il condividere esperienze personali di vita, dal chiacchiericcio da pianerottolo ai discorsi più consistenti di lavoro, genitorialità e religione. Proprio quest’ultimo tema funge da pretesto a Tommaso, dalle origini italo-giapponesi, per erudire la sparuta platea di amici su argomenti filosofico-religiosi circa il Buddismo e il Karma. La cosa si fa interessante e incuriosisce tutti.
A fine cena, attraverso un giro turistico in macchina, per luoghi caratteristici della zona, si sente la necessità di smaltire i chili di troppo acquisiti e tutti i sensi di colpa a essi collegati. I sorrisi di ognuno legano, ancor di più, gli spiriti, tanto da rendere irrisoria la mia osservazione: “La mia badante vorrebbe che io rientrassi presto stasera, ma mi sa che…” e all’unisono si conclude “…resterà delusa!”. Proprio in quel momento, un grande cancello ostacola l’accesso a un ampio spiazzo, antistante una sorta di abbazia. Si cerca invano un ingresso laterale o, più ancora, posteriore: “Non sarà mica la vendetta della badante a impedirci di entrare? Se fosse davvero così, sarebbe lo spunto per un film horror!” penso, sentendomi, per un attimo, un regista alla Dario Argento. “A cosa stai pensando, Mario… alla badante?” con questa domanda, accompagnata dai risolini di tutti, comprendo che sta rafforzandosi uno spirito di gruppo, equiparabile al migliore dei legami di amicizia.
La voglia di vivere fino in fondo la serata, spinge a divagare sui possibili prossimi appuntamenti: “Il 18 è il mio compleanno, che ne dite di organizzare qualcosa?” domando con discrezione, trovando la piena approvazione degli altri. “Si potrebbe andare all’indiano, è da un po’ che ne parliamo!”. Il gruppo non perde occasione per ricompattarsi su proposte di svago e divertimento, proprio come un “asso piglia tutto”, non si priva di nulla. Ecco il nome da dare al neogruppo di anici: Asso Piglia Tutto!
Festeggiare il mio compleanno in un ristorante indiano è davvero un’ottima idea, da riempire i pensieri di felicità. Giulia è puntuale come un orologio svizzero e io, altrettanto preciso, ho già la chiave della Dacia e il contrassegno per disabili in mano. Una spruzzatina di profumo sotto le orecchie, giusto per dare l’impressione di essere quello che non sono, cioè un fighetto dell’Orsa Maggiore, una “aggiustatina” all’immancabile marsupio poggiato sull’addome e via si parte in direzione della Nuova Delhi di via S. Felice. “Mio fratello mi ha detto che la cucina indiana è molto piccante!” dico a Giulia con espressione del viso poco rincuorante, “Non è detto, basta fare attenzione e scegliere bene!” la risposta sicura spazza via ogni potenziale perplessità.
Il traffico scorrerebbe spedito e veloce se non fosse interrotto dai tanti semafori rossi. La fame, però, non reclama alcuna fretta, anzi lascia che lo scorrere del tempo faccia lievitare i desideri culinari più curiosi. “Alla fine anche Andrea ha deciso di venire. Bisognerà raggiungerlo in Piazza dei Martiri, dove ha la fermata l’autobus proveniente da Minerbio! Ti dispiace se poi andiamo a prenderlo?” la bella notizia di Giulia mi riempie di gioia: “Nessun problema! Sono arcifelice che anche Don Calogero sia dei nostri stasera!”. Il duo pseudo-malavitoso del “Gruppo Calamaio”, costituito da me, alias Don Vituzzo, e Andrea, per l’appunto Don Calogero, può rimanere cristallinamente compatto.
Il parcheggio, riservato ai disabili, è subito occupato dalla mia Dacia, a poca distanza dal ristorante. Giulia prende la carrozzina dal portabagagli, la apre per bene e con cura, la posiziona davanti ai miei piedi instabili e aspetta che io compia il “prodigioso saltello” dal sedile dell’auto alla sedia a rotelle. Nonostante questo piccolo o grande sbattimento, a seconda dei punti di vista, si respira una gran voglia di vita e di libertà: “La vita è nostra!” ribadisco per l’ennesima volta a Giulia che, con aria compassata, risponde “Cerchiamo di raggiungere Andrea a Piazza dei Martiri adesso!” ne sorridiamo. Anche questa serata promette bene.
D’altronde penso sia nella natura umana ricercare condivisioni rilassanti e serene. Il “guscio di divagazioni” sta imparando a esplodere, pronto a coinvolgere, di contagiosa allegria, quanti nutrano anche un piccolo bisogno di aprirsi al mondo.
Peccato che l’ora si sia fatta tarda e il sonno post-cena, inversamente proporzionato, si affacci sempre più con prepotenza; è segno che l’ora del desio è ormai giunta! Libertà. Tempo libero. Probabilmente ognuno di noi ne darebbe un’interpretazione diversa. Parliamo della possibilità di scegliere, consapevolmente, come riempire gli spazi di libertà personale. Ma chi può dire di essere davvero padrone del proprio tempo?

3. Libero da cosa?

di Sandra Negri

“A vivere nell’incertezza, senza sicurezze, senza programmi mete, lasciandomi trasportare come un uccello sospinto dalla brezza, ecco cosa ho imparato nei miei pellegrinaggi. Ti stupisce che a sessantadue anni possa partire di nuovo all’improvviso per vagare senza itinerario né bagaglio, come un ragazzo in autostop, che me ne vada per un tempo imprecisato e non ti chiami ti scriva e che al ritorno non ti possa dire dove sono stato. Non c’è nessun segreto, Alma. Cammino, tutto qui. Per sopravvivere ho bisogno di pochissimo, quasi nulla. Ah, la libertà!”.
(Isabel Allende, L’amante giapponese)

Tempo libero: libero da cosa? Arriveremo forse a una risposta solo dopo avere raccolto e messo al centro i pensieri e le idee dei protagonisti di questa nostra riflessione: le persone con disabilità che usufruiscono dei servizi di tempo libero o che vorrebbero usufruirne ma per varie ragioni non possono, o che scelgono di uscire da alcuni servizi perché non si identificano nelle loro proposte…
“Il tempo libero è quando puoi fare delle cose in autonomia, quando non hai delle regole, delle cose che altri ti obbligano a fare”. Francesca
“Per me il tempo libero non c’è senza aiuto; o meglio, c’è un pochino”. Diego “Uscire fuori con gli amici. Ultimamente sono andato a cena con i miei compagni di classe che non vedevo da 30 anni. Siamo andati in un ristorante in collina. Uno di loro è venuto a prendermi in macchina a casa e abbiamo passato una bella serata in compagnia. Mi sono divertito un casino! E lo rifarei! Mi brillano gli occhi se ci penso!”. Ermanno
“Mi piace fare teatro, ma non lo considero tempo libero perché è impegnativo”. Diego

Subito, dalle prime risposte che abbiamo ricevuto, abbiamo sentito il bisogno di cambiare il punto di vista. Stavamo parlando sì di tempo libero, ma non secondo la logica della maggior parte delle persone, non secondo modalità e meccanismi della balotta del sabato sera. Era chiaro che stavamo parlando di qualcosa di molto più complesso, molto più articolato e, soprattutto, molto meno facile di come lo possiamo percepire nella nostra consuetudine. Ma quindi si tratta di un’altra cosa? Dobbiamo dargli un altro nome? Dipende… forse, a volte, sì.

Per me Tempo Libero è…
Tempo per me.
Uscire.
Spazio per coccolarsi.
Divertimento.
Tempo in cui non ho niente da fare e posso gironzolare. Fare le cose che mi piacciono.
Fare ciò che ho voglia di fare al di fuori del lavoro.
Quando sto in casa da sola perché non ho i miei genitori e posso fare quello che mi pare.
Difficile.
Ecco… se fino alla penultima risposta si poteva pensare a qualcosa di comune a tutti noi, l’ultima ci porta su un altro livello, ci mette di fronte a un aspetto che non prendiamo spontaneamente in considerazione, che conosciamo e, allo stesso tempo, ci spiazza. Proseguiamo con l’intervista.

In che cosa il tempo libero è difficile?
Organizzazione: orari dei volontari, distanza km dell’evento, quante persone, orari di rientro.
Tempo necessario per progettare. Trovare volontari.
Trasporti.
Costi.
La famiglia: potrebbe ostacolare.

Pare abbastanza chiaro che le persone con disabilità hanno una lunga serie di ostacoli da superare prima di raggiungere il risultato “tempo libero”. Mi ricordano un po’ le Dodici Fatiche che Ercole dovette affrontare per espiare il fatto di essersi reso colpevole della morte della sua famiglia. E quali colpe dovrà mai espiare il nostro “eroe” per essere obbligato ad affrontare tutte queste prove?

Tempo libero: da chi, da che cosa?
Dal lavoro.
Dalla famiglia.
Dalla quotidianità.
Dai vincoli, programmi, impegni, orari. Da ciò che decidono gli educatori per me.
Da quando è cambiata la coordinatrice del gruppo appartamento, decido io.

Ancora una volta le prime risposte ci illudono di trovarci in un terreno comune, fino a quando non arriva l’ultima che parla di decisioni prese da altri. E troviamo una grande contraddizione: tempo libero nel quale non sono libero di decidere come spenderlo. Mmmm… l’analisi si fa complicata.

Chi decide il vostro tempo libero?
Gli altri. A volte sono obbligata. Provo fastidio e non mi diverto.
La mia famiglia. Senza la loro approvazione io non posso organizzarmi in autonomia.
I servizi socio educativi, che mi hanno proposto un gruppo con un programma già definito.
Gli educatori del mio centro. Non è possibile pensare a proposte diversificate per tutti. Siamo in troppi.
Lo decido io. Questo mi fa sentire più libera, più tranquilla, più contenta, più soddisfatta, più grinta, più adulta, più responsabile.

Questa volta l’ultima risposta ci stupisce in modo positivo. Ci riporta a una dimensione conosciuta: quando siamo in grado di prendere decisioni che ci riguardano, di qualunque genere siano, stiamo bene, ci sentiamo a nostro agio, padroni della nostra vita e delle nostre scelte. Siamo motivati a metterci in gioco, a rischiare situazioni nuove. Ha un senso crescere.

Se tu fossi un/una referente del servizio socio educativo cosa faresti?
Organizzerei dei gruppi misti.
Darei alle persone la possibilità di decidere se fare o no le attività proposte. Proporrei sia attività fisse che sporadiche: alcune potrebbero essere fisse, altre si potrebbero decidere di volta in volta.
Ascolterei i desideri delle persone con disabilità e farei in modo che possano fare ciò che desiderano.
Organizzerei dei fine settimana di vacanza.
Verificherei se le strutture sono attrezzate e accessibili. Farei fare esperienze a contatto con animali e con la natura.

Che ruolo hanno le persone con disabilità nell’organizzazione di servizi e progetti per il tempo libero? Quanto vengono coinvolte nella progettazione? Secondo la nostra esperienza, questo accade di rado, nonostante abbiano le idee molto chiare su ciò che desiderano, ciò che a ognuno di loro piace o non piace. Se io entro in un’agenzia di viaggio, la prima cosa che mi viene chiesta è quando e dove voglio andare. Se questo avvenisse anche all’interno dei servizi per il tempo libero nascerebbero idee nuove, originali e adeguate alle persone a cui questi servizi sono rivolti.

Questo avrebbe un senso, sia per le persone interpellate rispetto alle loro scelte, ma probabilmente anche per chi, a quelle scelte, dovrebbe dare risposte. Questo richiederebbe certamente un cambio di prospettiva, uscire da schemi consolidati e entrare in un’organizzazione flessibile e creativa. Una fatica iniziale che verrebbe ripagata da un sistema maggiormente gratificante, a misura delle persone che vi lavorano e che usufruiscono di quel lavoro, che potrebbero diventare parte attiva di quel sistema, esserne uno degli ingranaggi.

Quando hai del tempo libero cosa fai?
Vado a cavallo.
Faccio fisioterapia.
Vado al ristorante con il volontario. Vado nel cortile del centro che mi ospita. Chiacchiero con amici.
Vado a vedere concerti con il gruppo del tempo libero. Gioco con il papà.
Sto da sola.
Organizzo il lavoro.
Coloro.
Faccio shopping con mamma. Faccio foto.
Esco con gli amici.
Guardo la tv.
Ascolto la musica.
Faccio passeggiate.
Cucino.
Attività organizzate dal gruppo. Faccio le parole crociate.
Guardo video e foto di quando ero piccola.

A questo punto della chiacchierata emerge un altro aspetto molto importante e che rappresenta un nodo complesso: le relazioni. Le risposte a questa domanda mettono in evidenza come il tempo libero, il riposo, il divertimento, siano spesso associati o alla solitudine oppure alla condivisione “forzata” del tempo e delle attività in contesti quali la famiglia e realtà strutturate come il gruppo educativo, quello del tempo libero o dei volontari. Il vuoto delle amicizie spontanee, scelte e gestite fuori da organizzazioni di altri, affonda le sue radici nel lungo e difficile percorso verso la vera inclusione delle persone con disabilità. Con tale termine intendiamo una reale autonomia per muoversi e spostarsi, per frequentare contesti non necessariamente afferenti alla disabilità; una efficace rete di servizi accessibili a tutti; un processo culturale al cui interno la collettività, le famiglie, il mondo del lavoro, le persone con disabilità stesse sentano sempre di più familiarità e confidenza con l’amalgama delle tante differenze che vivono le nostre città e i nostri contesti di vita.

L’inclusione può avvenire anche tramite il tempo libero?
Sì, ti permette di non stare tra le quattro mura e scappare dalla quotidianità e dalla monotonia.
No, se si tratta di un’uscita con disabili, sempre vincolata ai contesti della disabilità, dove si segue il gruppo in modo obbligato e senza possibilità di scelta.
Sì, se ci sono anche i volontari, altre persone con cui posso parlare d’altro e con cui posso confrontarmi ed esprimere i miei gusti e le mie preferenze.
Sì, perché i luoghi per tutti, come i teatri, facilitano l’incontro fra le persone.

Una questione di libertà
“Per me tempo libero è quando puoi fare delle cose in autonomia, quando non hai delle regole, delle cose che sei obbligato a fare. Non lo considero libero quando sono gli altri a dire quello che devo fare. Quando sono io a organizzare delle cose che mi fanno stare bene, tipo: una cena con gli amici. Possono essere delle cose che mi vengono spontaneamente, tipo: disegnare. Fare delle passeggiate per me è tempo libero, fermarmi a guardare un tramonto, andare al cinema e scegliere io quello che voglio vedere. Una cosa che mi piacerebbe, ma che purtroppo non riesco tanto perché nessuno mi accompagna è andare a teatro. In estate mi diletto a scrivere testi di film e poi in famiglia li rappresentiamo, scegliendo anche le colonne sonore. Quando vado nella casa di campagna mi piace nuotare in piscina e mi rilasso, è un modo di alleggerire le mie tensioni. Mi piace fotografare, mi organizzo con qualcuno della mia famiglia, scelgo i posti. Questo capita spesso in viaggio, uso una macchina fotografica piccolina che mi lego al braccio. Passo del tempo libero con il mio fidanzato, guardando film al computer, giochiamo a carte, andiamo a cena fuori, andiamo in biblioteca, a fare shopping”. Francesca
“Tempo libero è fare delle cose piacevoli, tipo andare al mare sia con i miei genitori che con un gruppo organizzato. Andare a visitare i musei. Esco spesso con mio pa- dre e andiamo nei pub, in discoteca, a prendere un gelato. Sono cose che propongo io e lui mi aiuta ad attuarle. Viaggiare per me è tempo libero”. Diego
“Felicità, passare del tempo con la mamma, andiamo a mangiare un gelato, a fare shopping”. Federica
“Un tempo per distrarsi. Uscire fuori con gli amici. Per me la vacanza è un tempo libero. Quando vado in soggiorno mi diverto e sto bene in compagnia degli educatori. Il venerdì pomeriggio con l’educatore vado in Montagnola, in sala borsa, al cinema, ai Giardini Margherita, a mangiare un gelato, a fare la spesa. Passo del tempo libero anche con mio fratello Davide che è l’unico disponibile della famiglia. Andiamo in campeggio, a mangiare una pizza o la piadina ci divertiamo”. Ermanno
“Intendo Tempo Libero quando esco con il mio gruppo appartamento perché spesso posso scegliere cosa fare. Quando gli educatori sono pochi e non si riesce a uscire è tempo stracciaballe. Io non sono dell’idea che le persone disabili non abbiano tempo libero. Sono dell’idea che bisogna anche crearselo. Per esempio, tempo libero è anche uscire senza la mamma, con chi considero amico”. Tiziana
Molte delle persone con cui abbiamo parlato sottolineano l’aspetto della libertà legata alla possibilità di scelta. Il tempo è libero se e quando posso scegliere cosa, dove, come, quando e con chi. La libertà è uno dei beni fondamentali di ogni uomo. Ma la possibilità di esprimersi, di determinare autonomamente le proprie scelte, di agire senza costrizioni non è poi così scontata. Anche scelte meno impegnative, come quelle legate al tempo libero, non sono per molti soggetti sinonimo di gioia, allegria, ma di costrizioni, impedimento, impossibilità.
Il pedagogista americano Wehmeyer definisce l’autodeterminazione come “l’agire come agente causale primario nella propria vita e compiere delle scelte e prendere decisioni riguardanti la propria qualità di vita, libere da indebite influenze esterne o da interferenze”. Fra le quattro caratteristiche essenziali del comportamento autodeterminato, egli individua l’autonomia comportamentale, che riguarda l’individuazione, il prendersi cura di sé, l’agire in accordo con le proprie preferenze, con i propri interessi, con le proprie abilità, l’agire in maniera autonoma, liberi da indebite influenze nelle diverse attività che si effettuano e nei diversi contesti di vita (casa, tempo libero, lavoro, attività sociali).
Le attività che svolgiamo nel nostro tempo libero ci coinvolgono in maniera globale, influendo sulla nostra vita non solo ricreativa ma pure sociale, culturale, intima.
Avere la libertà di… significa vivere in maniera gratificante, contribuendo alla piena realizzazione personale. Gli incontri, le amicizie, il prendersi cura, sono spesso le maglie più gratificanti della rete di relazioni che ci costruiamo. Non agevolare o reprimere tali possibilità, crea invece occasione di esclusione, emarginazione e solitudine.
Il tempo libero è ancora troppo spesso un problema e questo è un segnale tangibile del fatto che il percorso verso l’inclusione sociale della persona con disabilità è ancora lungo e ricco di ostacoli da affrontare e superare. Il salto di qualità che le persone con disabilità desiderano è quello di un tempo libero dove davvero siano liberi di…, fuori dalla famiglia e con un’ampia gamma di possibilità. Chiedono di poter frequentare le persone con cui stanno bene, negli ambienti “di tutti”, durante le normali attività che chiunque svolge per divertirsi e rilassarsi. In queste condizioni riescono a rapportarsi con gli altri al pari, sentendosi non più “diversi”, ma persone che, nello scambio, danno e ricevono. Pur essendoci grosse difficoltà strutturali (ad esempio le barriere architettoniche) e ancora parecchie problematiche culturali, la persona con disabilità può avere oggi maggiori opportunità e maggiore capacità di “far sentire la propria voce”, anche nelle scelte legate al tempo libero. Accanto alle esperienze “ghettizzanti” rivolte solo a persone specifiche, in alcune realtà territoriali, si iniziano finalmente a promuovere esperienze di tempo libero integrato. Un tempo libero, non solo possibile ma soprattutto preferibile, non creato ad hoc per il soggetto disabile, ma dove egli abbia la possibilità di essere libero di scegliere e partecipare a qualsiasi attività, insieme ai propri amici, disabili e non.
Essere liberi di divertirsi, socializzare, interagire, amare, non far nulla, sbagliare, sognare… è vivere.

2. Persone con disabilità e i propri tempi: tempo occupato, libero, vuoto, perso

di Mario Paolini, pedagogista

Ho avuto modo, tempo fa, di scrivere delle riflessioni sul tempo per un contributo chiestomi da “La Bottega del Possibile” di Pinerolo; il tempo è una dimensione spesso sottovalutata da chi lavora in servizi dedicati a persone con disabilità (intellettive prevalentemente), lo si osserva sia nella, a volte sconcertante, rappresentazione mentale delle persone come eterni “ragazzi”, sia nell’errata convinzione che più il tempo delle persone con disabilità è riempito di cose da fare e meglio è. Sull’ansia del fare degli educatori molto è stato detto, spesso i centri diurni per persone con disabilità esibiscono dei palinsesti ricchissimi di attività; mi capita sempre quando faccio formazione di riflettere sul fatto che se un servizio si limita al proporre lunedì piscina, martedì teatro, mercoledì cavallo, giovedì musica, venerdì festa (c’è sempre qualche compleanno da festeggiare) questo più che un progetto educativo o un progetto di vita assomiglia alla settimana della Costacrociere, e se poi ad ogni attività aggiungiamo la parola “terapia” diventando nuototerapia teatroterapia ippoterapia musicoterapia ludoterapia, il senso cambierebbe ancora. Non mi permetto in poche righe di giudicare il lavoro di altri, ma forse è utile riflettere che le attività sono un mezzo e non un fine, e chiedersi se dietro il fare tante attività c’è alle volte la paura del vuoto, colmata con mille proposte; comprendere e accogliere quelle dei genitori è importante perché forse può offrire valide proposte per affrontare qualcosa che riguarda molti bambini che non hanno disabilità ma che vivono in contesti dove è evidente l’ansia crescente di “genitori sperduti” che comprano tempo pieno per i propri figli illudendosi così di colmare il vuoto della loro assenza.
Per parlare di altri è interessante inserire nell’osservazione lo sguardo di chi guarda, tenere conto dunque non solo delle persone con disabilità e dei loro tempi ma anche di come una maggiore attenzione al tempo e ai tempi può essere un valore aggiunto che restituisce, allo stesso tempo, senso e valore al lavoro di chi dedica il proprio tempo ai tempi di altri.
Il tempo occupato è quello del lavoro, la normalità della condizione adulta, e se manca o finisce viene meno qualcosa di importante nella struttura identitaria del sé. Enrico Montobbio e Carlo Lepri ben ne hanno scritto in tante pagine, indicando quanto importante sia il lavoro, tempo occupato, nella costruzione di un’identità adulta per le persone con disabilità. È quello che gli autori indicano con “l’imparare a lavorare”, che richiede una maturazione affettiva, relazionale, che passa anche attraverso l’incontro con i limiti, con l’accettazione di se stesso non in una visione rinunciataria ma di consapevolezza della propria normalità. Credo di poter dire, in base alla mia esperienza che ormai ha superato da un po’ i trent’anni in questo campo, che questa maturazione verso l’adultità è possibile anche in persone con importanti condizioni di disabilità anche intellettiva e che tale processo è favorito, o compromesso, dalla qualità degli interventi sviluppati dalla rete della comunità educante che ruota attorno alla persona. Questione che ci riporta alla centralità del tema della rappresentazione mentale delle disabilità, ma non è di questo che ci occupiamo ora. Il tempo occupato non è solo quello del lavoro tradizionalmente inquadrato, ma riguarda qualsiasi azione che produce effetti su altri da me, in cui è richiesta cura, attenzione, competenza. Fare del volontariato stando mezz’ora a fare compagnia a qualcuno è diverso da stare mezz’ora in compagnia con un amico.
Il tempo libero è quello della regressione, quello dove sia possibile, per usare le parole di Francesca, giovane donna marchigiana con disabilità intervistata da una brava educatrice, Gloria Gagliardini, del Gruppo Solidarietà di Moie (AN), “prendermi tutto il tempo per me, non dover pensare se non che a me; magari ho voglia di fare un disegno. Senza la gente che ti dica devi fare questo, devi fare quell’altro. A volte vorrei avere un mio spazio e tempo libero, senza essere interrotta”. Tempo per me, significa che devo poter scegliere e decidere, autodeterminarsi è anche questo: non è qualcun altro che sceglie o decide, seppur in buona fede. Ci sono persone che per poter accedere al proprio tempo libero hanno bisogno di altri (e del loro tempo occupato), linee sottili che si intrecciano e che non devono ingarbugliarsi. Tempo libero come spazio di libertà, che io educatore dovrei tutelare impedendo, a me per primo, il giudizio: difficile, a volte non ci si riesce. Oggi il mercato ha invaso ogni spazio immaginabile per vendere qualcosa che riguardi il tempo libero e le stupidaggini o le truffe sono davvero tante, quindi insegnare a qualcuno a prendersi tutto il tempo per sé non è banale, la conoscenza e la cultura anche in questo campo servono a rendere libere le persone e non schiave/clienti.
Vorrei prendere in considerazione una terza dimensione, quella del tempo vuoto, il tempo dei pensieri e del pensare, del leggere un libro aprendosi a nuovi mondi, dell’ascoltare una musica lasciandosi portare in una dimensione che non consente altro perché sei totalmente rapito da ciò che accade. Il tempo per gli antichi greci era Kronos, il tempo che scorre attimo dopo attimo, ma anche Kairos, quell’attimo in cui qualcosa accade e resta, segna, cambia altri attimi, dilatandoli o accelerandoli, mutandone la direzione perché in fin dei conti il tempo della vita si contamina delle direzioni, dello spazio che gli incontri e le esperienze, le scelte ed anche la casualità, definiscono. Tutti noi, non solo alcune categorie di persone, abbiamo bisogno di altri per conoscere e vivere su di noi questa dimensione, di una comunità educante dove potersi reciprocamente incontrare, conoscere, contaminare.
Nella costruzione di un sé autentico tutte queste dimensioni del tempo sono necessarie ma non sono spesso accessibili per le persone con disabilità, poiché questi tempi dipendono spesso dal tempo occupato di qualcun altro e non è semplice pensare che il proprio lavoro deve offrire tempo libero e spazi di libertà a qualcun altro. Un primo ostacolo è a mio avviso il perdurare di una rappresentazione infantilizzante delle persone con disabilità, un imprinting difficile da modificare anche in tanti educatori, insegnanti, operatori; se la costruzione identitaria è data dal rispecchiamento che gli altri ci offrono è evidente cosa può accadere. Partendo dall’esempio di Francesca prima citato, potrebbe accadere che il disegno di cui lei parla sia orientato da qualcuno che sceglie il supporto: un foglio A4 magari riciclato non è la stessa cosa di una carta bella, dei pennarelli scoloriti non sono la stessa cosa di bei colori a tempera o a olio. Ma se chi offre il materiale pensa che la persona debba solo passare del tempo a colorare e che ciò che farà sarà, a prescindere, poco interessante, si potrebbe riflettere che quel tempo non è in realtà tempo libero ma tempo perso, qualcosa in cui le persone con disabilità sono molto esperte.
Dunque un ambiente interessante e accessibile, un ambiente inclusivo capace di fare la fatica di accogliere le differenze. Sull’accessibilità ci sarebbe molto da dire, ci sono ambienti che lo sono e altri meno, altri che proprio non lo sono, e non si deve essere distratti. Penso per esempio che ogni impianto sportivo realizzato con denaro pubblico non dovrebbe essere affidato a organizzazioni (associazioni sportive o altro) che non garantiscano l’accessibilità a tutti; barriere che si vedono e altre che si nascondono dentro le persone, amministrazioni senza soldi che trascurano un po’ di più i marciapiedi usurati e i soliti maleducati che ci posteggiano sopra (rovinandoli per giunta, una doppia multa non guasterebbe). Una cosa importante che si deve continuare a fare è rendere visibile quel che c’è e che funziona bene: mi capita spesso di incontrare persone, famiglie o anche persone impegnate nei servizi che non conoscono cosa offre il proprio territorio ed è davvero una stupidaggine a pensarci, che fa fare a tutti più fatica e rallenta la costruzione di un modello inclusivo.
Tornando all’esempio di prima, se un impianto sportivo spende dei soldi per avere degli ausili efficienti, un equo ritorno da questo investimento è direttamente proporzionale al numero di persone che vi accedono e per farlo devono anche sapere che c’è questa opportunità. Le tecniche del marketing a sostegno del bene comune sono proprio un bell’investimento.
Joey Deacon (1920-1981) è stato una persona con disabilità che ci ha lasciato qualcosa di importante per riflettere sul tempo. Nato con un parto difficile, era spastico e non poteva parlare; in casa i familiari, la mamma in particolare, riuscivano a capirlo ma quando lei morì e la famiglia fu costretta a mettere Joey in un istituto, per molti anni egli crebbe senza avere voce. Il Kairos fu l’incontro con un’altra persona disabile che, inspiegabilmente, lo capiva. Quell’incontro, quell’attimo, cambiò la vita di entrambi. Un film, Joey di Bryan Gibson del 1974, racconta la sua storia, e lo fa a partire da un libro che lo stesso Joey Deacon aveva appena finito di scrivere in collaborazione con il suo amico-interprete e altri. Il libro, Lingua legata: cinquant’anni di amicizia in una istituzione chiusa, fu tradotto in molte lingue, in Italia uscì nel 1978 per la Nuova Italia di Firenze (recensito nel 2006 da questa rivista). Che tempo era quello? Occupato, occupatissimo se per scriverlo riuscivano a procedere di tre righe al giorno ma lavorandoci chissà quante ore, ma anche profondamente libero, denso di libertà. Elogio della lentezza, della necessaria capacità di darsi tempo e dare tempo perché le cose accadano. Molte persone con disabilità richiedono più tempo per fare le cose, l’orologio viaggia con velocità diverse e non è facile ricordarsene, specie se il tempo libero deve sempre andare in conflitto con altri tempi, diventando tempo rubato.
C’è però un’altra dimensione di cui bisogna parlare, forse la più importante. Quella delle relazioni amicali, dell’avere amici e sentirsi appartenere a un gruppo, identificarsi in un gruppo, di pari. Non è certo questione che riguardi solo le persone con disabilità ma per loro spesso è molto più rilevante e difficile da ottenere e mantenere nel tempo. Un genitore di un ragazzo con disabilità sa bene quanta sofferenza sente quando vede il proprio figlio sempre a casa, nessuno che ti viene a prendere per mangiare una pizza o andare al cinema. Un genitore così si danna l’anima per cercare di supplire in ogni modo ma sa anche che non è quello che quel figlio vorrebbe e neppure lui lo vorrebbe, forse anche lui avrebbe voglia di starsene in pace e recuperare tempo per sé, fosse anche tempo perso ma per sé. In questi giorni sto tenendo un corso all’università di Pisa per la formazione degli insegnanti per il sostegno e il focus è il gruppo classe, ovvero come un buon progetto educativo (per tutti) deve favorire buone dinamiche relazionali tra pari e come la classe può essere un ambiente che favorisce, con buoni insegnanti, o annichilisce, con insegnanti che pensino che tutto sommato non è previsto dal programma, la costruzione di legami indispensabili nella strutturazione identitaria di un sé autentico. Ciò significa anche nell’incontro con i propri limiti, con le proprie differenze, accanto a quelle degli altri. Torno a citare l’intervista di Gloria Gagliardini a Francesca, perché a questo riguardo lei aveva detto di pensare che per lei inclusione è “vivere la vita insieme agli altri, con le difficoltà ma insieme agli altri”. L’intervistatrice le aveva chiesto allora “e agli altri cosa diresti?” e la risposta di Francesca in poche parole riassume lunghi discorsi: “di non aver paura della disabilità”. E aggiunge “la gente ha paura perché non ci conosce, ma se tu gli permetti di conoscerci la paura va via”. Conoscenza e cultura, per sconfiggere ignoranza e paura.
Ecco che in una riflessione sul tempo, su un tempo veramente libero, riappare la necessità di un lavoro fatto insieme da più persone e da più punti di vista per alimentare un’autentica cultura dell’inclusione, che non è buonismo ma è civismo, che non è attratta dal mercato e dalla cultura dell’io ma dalle relazioni e dalla cultura del noi, di ciò che è di tutti, come l’aria, l’acqua e le amicizie. Tra queste persone ci devono essere gli educatori ma forse è necessario recuperare un’identità smarrita o dispersa in molti ambiti non più dialoganti tra loro. Per fare questo non c’è più molto tempo: wake up.

1. Sei fuori?Il tempo libero delle persone con disabilità tra diritto e possibilità

a cura di Sandra Negri, educatrice, e Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

“Sei fuori” è un’espressione gergale che si utilizza per apostrofare una persona che si comporta in modo strano, uscendo un po’ dall’agire che definiamo normale oppure per mettere in discussione ciò che qualcuno sta cercando di farci credere, magari esagerando un racconto. Sei fuori, d’altro canto, indica lo stare in uno spazio aperto, visibile e non nascosto. Ecco, è da questi significati che prende il titolo la monografia che vi presentiamo.
Ci siamo chiesti molte volte cosa si dovesse intendere con l’espressione tempo libero per le persone con disabilità. È un diritto che va garantito? È uno spazio personale che va, al massimo, sostenuto? Si tratta di qualcosa di superfluo rispetto a ciò che è necessario come il lavoro o l’assistenza sanitaria? È un compito che spetta alle amministrazioni, alle famiglie, ai dipartimenti socio-educativi e/o al mondo cooperativo e associativo?
Attraverso i contributi raccolti abbiamo cercato di trovare alcune risposte a queste domande dando largo spazio al racconto di esperienze, personali e di gruppo, mettendo al centro il tentativo di delineare un’ipotesi progettuale. Perché è attraverso la messa in pratica di azioni concrete che si può produrre un progresso reale, inteso come la maggior crescita possibile di inclusione a partire dal benessere di tutti. Un ambiente inclusivo, infatti, è migliore per tutti.
Sei fuori, quindi, come un invito alla scoperta di nuovi spazi, fisici e relazionali, in cui potersi sperimentare il più liberamente possibile.
Sei fuori, come rischio da correre per colorare i contesti anche con immagini non consuete, con modalità di azione e relazione, inizialmente destabilizzanti, ma piene di possibili sorprese.
Sei fuori, a dimostrazione che solo certe cose è possibile realizzarle quando si pensa in grande e non ci si ferma di fronte agli sguardi dubbiosi di chi pensa che non ce la si farà mai.
Sei fuori? Sì, sono fuori e ci sto benissimo!

 Uno sparo alla “G”!

a cura di Tristano Redeghieri e Giulia Maccaferri

A febbraio abbiamo condotto un percorso di formazione per gli studenti dell’istituto D’Arzo di Montecchio Emilia (RE) che aveva come argomento sport, disabilità e volontariato. Questa attività si chiamava “Sport and roles. Sport e ruoli” e aveva lo scopo di far trovare agli studenti strategie nuove per includere il più possibile i disabili nel contesto sportivo. La formazione comprendeva due incontri pratici in palestra e una plenaria con due atleti paralimpici, Massimo Croci e Giovanni Bertani, specialità tiro a segno. È stata una chiacchierata molto interessante e, per questo, voglio condividere con voi alcuni passaggi dove si è parlato di impegno, dedizione, fatica e percorsi…

Come vi siete avvicinati al tiro a segno?
GIOVANNI: Pratico il tiro a segno dal 2008, cinque anni dopo aver fatto un incidente stradale. All’epoca mi ero chiuso in casa, non avevo voglia di uscire e non avevo più stimoli. Tramite un progetto sportivo che mi era stato proposto da vari personaggi, mi è stato offerto di fare attività per ridare nuova linfa e stimolo e creare così un nuovo incentivo alla mia vita. Una volta provato a sparare mi è piaciuto ed è iniziata la mia carriera sportiva. Questo mi ha permesso di mettermi in gioco nuovamente, di ritirare fuori delle caratteristiche, tipo l’agonismo, che a causa dell’incidente avevo represso. Grazie a questo, se prima ero chiuso in casa, ora sono sempre fuori. Il messaggio è che bisogna guardare avanti, provare e sperimentarsi; e, se si trova qualcosa che piace, bisogna metterci passione e impegno. I risultati poi arrivano.
MASSIMO: La vita è una ruota, non sai quello che ti capiterà giorno dopo giorno. Sono caduto in moto e la conseguenza è stata la paralisi alle gambe. Prima dell’incidente avevo una vita sregolata e quando mi sono trovato sdraiato su un letto di ospedale, dove se mi andava una mosca sul naso non potevo farci niente, i miei pensieri hanno iniziato a vagare.
Tutti i miei amici mi dicevano che avrei vissuto poco, non per la lesione ma perché sapevano che prima avevo una vita vivace e in quelle condizioni non potevo più averla. E non gli davo torto. Il mio pensiero era “E adesso cosa faccio?”.       Non sono più capace di fare niente, cosa sto qua a fare? Poi quel pensiero è svanito. In clinica ho visto persone messe peggio di me che riuscivano a fare delle cose e allora mi sono detto “Beh, e io mi lamento!?”. Il pensiero di mollare non c’è più stato. All’ospedale Montecatone mi hanno fatto fare molto sport e lì ho iniziato a fare tiro a segno.

Dove vi allenate?
MASSIMO: Andiamo a Reggio Emilia, Bologna, Modena, San Marino, Milano… E calcolate che ci alleniamo da due a quattro volte a settimana. Andiamo in quei poligoni dove, oltre all’assenza di barriere architettoniche, ci siano banconi adatti, non troppo alti.
GIOVANNI: Dobbiamo anche tenere a mente la disponibilità del commissario che ci fa da assistente. Non abbiamo la possibilità di allenarci da soli come fanno i normodotati. Dobbiamo sempre girare in coppia per darci una mano a vicenda, anche solo per metterci o toglierci la giacca.

Dopo l’incidente, come avete reagito alle difficoltà e anche ai risultati positivi?
GIOVANNI: Quando ho avuto l’incidente sono sempre rimasto cosciente e il primo pensiero mentre cadevo è stato “è andata!”. Poi ho pensato alla mia famiglia e mi sono detto “non può finire così”, e subito dopo ho realizzato che ero ancora vivo. Per me andava già bene così, anche se avevo perso una gamba. Invece, quando sono tornato a casa e mi sono scontrato con la quotidianità, i miei figli mi chiedevano dove era finita la gamba e mi mettevano i giochi sparsi per terra per vedere se inciampavo. Allora lì ho capito che non era più come prima. Mi ero chiuso: era più facile sedersi, evitare il problema, stare lì fermo nel comfort di casa. Chi mi era vicino, istituzioni e associazioni, ha visto che così non andava bene e mi ha proposto di fare sport. Il tiro a segno è stato il primo che ho provato e mi è piaciuto subito. Questo mi ha dato nuovi stimoli e da lì ho iniziato un nuovo percorso. Mi sono rimesso in gioco. Tutte quelle difficoltà che avevo nella quotidianità con lo sport sono sparite. Per le gare mi spostavo in areo, dormivo perfino in pulmino (se mi avessero chiesto di farlo per soldi non avrei accettato!). Ma quan- do c’è lo stimolo fai tutto. Quando abbiamo lo stimolo giusto non abbiamo difficoltà e non abbiamo barriere che ci frenano. Il segreto è crearsi lo stimolo per non fermarsi, per avere sempre un obiettivo da raggiungere. E lo sport mi ha fatto capire questo, che poi va trasferito in tutte le altre cose della quotidianità.
MASSIMO: Il primo pensiero che mi è venuto è stato “coraggio, qui ci vuole più coraggio”. Quando mi hanno dimesso dalla clinica avevo vergogna a uscire di casa in carrozzina, il giudizio degli altri mi dava fastidio. Ci sono stati quattro o cinque mesi in cui facevo al massimo duecento metri. Poi ho ripreso la patente e ora di chilometri ne faccio. Non mi sono mai arrabbiato per quello che mi è capitato, direi un’eresia se ammettessi che era meglio prima di adesso, perché ora ho acquisito delle cose che prima non avevo, non vedevo, non pensavo. Ora le sto vivendo. La mia paura più grande era non aver delle relazioni con gli altri, amici, una fidanzata. Invece, dopo, ti accorgi che non è cambiato nulla perché con la voglia di vivere si riesce a fare tutto. Sono più rilassato oggi che prima dell’incidente.

Perché vi piace tanto questo sport? Quali nuove possibilità vi ha dato?
GIOVANNI: Perché mi ha dato di nuovo la possibilità di competere, di dimostrare qualcosa, di raggiungere dei risultati. Mi ha dato la possibilità di sviluppare abilità fisiche e mentali, di metterle in pratica, di sfruttare strategie per migliorare applicandosi sempre al massimo. Se riesco a essere competitivo con me stesso posso esserlo anche con gli altri. E poi ho potuto girare tutta l’Europa.
MASSIMO: A me piaceva sparare anche prima, quindi ho seguito una mia passione. Una mia paura in questo sport è vincere, perché dopo sei obbligato a vincere sempre e a rimanere sulla cresta dell’onda. Il tiro a segno mi ha insegnato a conoscere i miei limiti e a migliorarmi sempre.

Nel vostro sport i disabili e i normodotati gareggiano e si allenano insieme?
MASSIMO e GIOVANNI: Nel nostro sport ci sono già delle discipline divise per categorie, che vanno in base all’età e al genere. A livello di federazione i disabili maschi e femmine sparano insieme e ci sono anche categorie miste. Tra disabili e normodotati le differenze non ci sono e si potrebbe benissimo sparare insieme ma questo non avviene.

Volevamo condividere con voi due cose che ci sono venute in mente mentre sbobinavamo e scrivevamo sul foglio le parole di Giovanni e Massimo.
Primo: la “sfiga” diventa una “sfida”. Il contesto dato dallo sport e dall’ambiente circostante ci permette di cambiare, grazie a nuovi percorsi, di sostituire la “G” con la “D”. Secondo: come mai non ci possono essere gare miste tra disabili e normodotati, con classifiche uniche?
Non capiamo il perché. Si dice tanto che lo sport è integrazione, inclusione, ma se i disabili gareggiano da soli, così come i normodotati, dov’è questa inclusione?
Secondo noi il percorso è a metà; spariamo veramente alla “G” facendola diventare una “D”, non solo per i disabili, ma anche per chi è a capo delle federazioni e che magari ha paura del confronto per l’ansia del risultato. Dalle parole dei due campioni noi abbiamo capito che è fondamentale prima di tutto competere con se stessi, trovare nuovi stimoli per migliorarsi sempre, per non mollare. Solo grazie al confronto, affrontando le difficoltà, parlandone insieme, capendo i pro e i contro. Poi magari non ci si riesce ma se non ci si prova vincerà sempre la “sfiga”… Quindi impugniamo i fucili e… Uno sparo alla “G”!

L’autenticità di “Sarabanda Postcomunista”

a cura di Emanuela Marasca

Irida Gjergji, attrice e violista classica albanese, immigrata in Italia da più di dieci anni, ci racconta la sua personale storia di migrante e artista, culminata nell’incontro con il gruppo jazz Hora Quartet e il drammaturgo Andrea Cosentino, con il quale ha dato vita allo spettacolo di teatro-concerto “Sarabanda Post-comunista”. Una polifonia di linguaggi, un viaggio dai ritmi forti e delicati, un’improvvisazione jazz sul tema delle radici e del ricordo, alla ricerca della propria identità.

Cos’è per te la musica?
La musica è una cattedrale. È un mezzo per accogliere il divino, l’ultraterreno, l’universo tutto, Mozart.

Che posto occupa nella tua vita?
Nelle sue infinite variazioni e forme ha da tempo immemore plasmato la mia vita.

Che percorso musicale hai seguito?
Un percorso accademico. È stato fondamentale per me. La viola è uno strumento in cui non ci si può improvvisare. Bisogna avere la tecnica per essere liberi e bisogna apprenderla a tal punto da poterla poi dimenticare.

È stato difficile nel tuo paese, sotto il regime comunista, seguire la tua vocazione artistica?
La mia famiglia è stata perseguitata dal regime comunista. Sicuramente se il regime non fosse caduto, non mi sarebbe stato permesso di frequentare il Conservatorio di Musica e di studiare all’estero. Avevo sei anni alla caduta del regime e frequentavo già la scuola di musica della mia città. Ricordo la felicità dei miei genitori allora: era una felicità astratta, che ho capito tardi. Stavano cominciando a esistere in quel momento e a immaginare la libertà del domani dei loro figli.

Parlaci un po’ della tua scelta di immigrare in Italia: sogni, speranze, mancanze, difficoltà, integrazione…*
Sono arrivata in Italia per Venezia, il Colosseo e Bellini. Il linguaggio dei sogni è differente dal linguaggio della realtà. Ovviamente, come tutti gli immigranti, ho avuto dei traumi da transculturazione. Ho sublimato questo vissuto scrivendo il testo autobiografico a cui ho successivamente dato voce e musica nello spettacolo “Sarabanda Postcomunista”.

A cosa pensi quando si parla di “diversità”?
La diversità è una qualità. Incontrare ciò che è lontano da me, incappare in un proverbio sconosciuto, sentire uno strumento nuovo, una parola diversa dalla mia per dire “meraviglia” è un guadagno.

Come è nato il vostro progetto e il vostro gruppo “Hora Quartet”?
Avevo scritto da poco “Sarabanda Post-comunista”, una biografia traslata sul tema delle radici, da cui ha successivamente ha preso nome l’omonimo spettacolo. Una riflessione sulla condizione di emigrare/immigrare e l’incertezza di questo doppio passo. Non volevo rinunciare alla musica e immaginavo di comporre lo spettacolo di brani, suoni e ritmi della tradizione popolare albanese rivisitandoli. Per questo ho proposto la collaborazione a tre musicisti di estrazione jazzistica, Giacomo Salario al pianoforte, Emanuele Di Teodoro al contrabbasso e Walter Caratelli alla batteria. In questo progetto abbiamo deciso di unire le nostri doti musicali e autoriali muovendoci in entrambi i casi a nostro agio, tanto all’interno dei canoni della musica balcanica, quanto nella composizione di brani originali, in linea comunicativa diretta e immediata con le atmosfere del testo.
Terreno comune è stato il tentativo di intrecciare il suono alla parola e di farla fluire naturalmente in aneddoti di stupore e danze animate. La complessità di fondo del testo si è avvalsa della consulenza drammaturgica di Andrea Cosentino, uno dei più noti attori e autori della scena teatrale contemporanea di cui non potrei mai dimenticare i consigli sul senso dello stare in scena, reinventandolo ogni volta con giocosità. Consigli jazz, i suoi.

Come si sono intrecciati i vostri percorsi? Non c’è una propensione artistica che ne annulli altre nonostante il mio percorso musicale sia diverso dai musicisti con i quali collaboro. Il tema caldo che ci unisce come artisti di questo progetto è un valido motivo di rieseguire i brani. “Sarabanda Postcomunista” è un viaggio dai ritmi forti e delicati. È l’ossessione di esplorare mondi sonori noti a me ma sconosciuti ai miei compagni. È la loro fatica di avere avuto nel periodo delle prove una musicista classica ma anche una custode della musica della sua terra e di averle immerse entrambe completamente nel jazz… A volte ne uscivo spaesata ma era lì che il testo e la musica cominciavano a funzionare.

Quali obiettivi ti/vi siete dati? Sono stati raggiunti?
L’obiettivo principale raggiunto è la leggerezza profonda che ho in scena quando suono e quando recito. La paura dell’errore, che eredito dalla musica classica, con loro diventa terreno di ricerca per nuove esplorazioni. Il jazz è un modo, per me, di fare finalmente teatro vivo, musica viva. L’obiettivo che mi sono data è di approfondire lo studio dell’armonia jazz e di esplorare l’improvvisazione con la viola.

Quali sono i tuoi/vostri punti di riferimento musicali?
Non sono monomaniaca della musica classica e sto maturando un gusto per il jazz, godendo di buoni ascolti e concerti suggeriti dai miei colleghi. Il nostro è uno spirito nomade che ci porta ovunque, dalla lirica alle avanguardie elettroniche. Cerchiamo di filtrare con il nostro gusto, provando alla nostra maniera, nel nostro suono.

Qual è lo spirito del vostro gruppo?
Sentire l’urgenza al contempo di creare e il rispetto della tradizione. Hora, dal quale prende nome il nostro quartetto, significa il luogo di appartenenza, il ritorno in casa. Nel nostro caso vorrei che fosse il palco, il locale, il teatro dove stiamo suonando o il battere semplicemente il piede a ritmo della musica, il nostro spirito, la nostra casa.

Quali, a tuo parere, sono gli aspetti positivi di questa esperienza?
Far riaffiorare le mie radici, far ritornare la musica ascoltata nell’infanzia in una nuova forma, condividendola con tutti, è stata un’esperienza catartica.
Ogni volta che vedo in tv le navi piene di immigrati africani, mi viene in mente la mia amica Maria Adele, che lavora in un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: dopo aver visto il mio spettacolo, mi disse di sperare che anche i ragazzi di cui si è presa cura, un giorno, possano parlare attraverso la musica e il teatro del loro percorso migratorio, contribuendo ad arricchire e meticciare la società come “Sarabanda Postcomunista” sta facendo. Il suo feedback mi ha particolarmente commosso e toccato perché mi ha indotto a pensare a un parallelismo tra il mio vissuto e quello della mia gente con la situazione contemporanea.

Un concerto, una tournée alle porte, l’attenzione dei media. Tutto questo cosa rappresenta per te?
Spesso la creazione è un processo lungo e sofferto, fatto di frustrazioni e scoraggiamenti. La risposta positiva del pubblico ha solidificato la nostra unione e reso prezioso il tempo investito.

Cosa vorresti/e raccontare e/o trasmettere al pubblico? Cosa vorresti/e che arrivasse al pubblico durante le tue/vostre esibizioni?
L’Albania della mia infanzia, quella del regime comunista ma anche quella post-comunista appunto. L’Italia immaginata e quella vissuta. I sogni dell’arte che si intrecciano con le difficoltà dell’essere immigrante ma senza mai perdere l’ironia e la leggerezza che è la caratteristica principale del testo. Lo scorrere fluido e sincopato del jazz, i tempi dispari, quasi imprevedibili delle danze balcaniche che colorano le atmosfere ora nostalgiche, ora divertenti del monologo.
La polifonia dei linguaggi, l’autenticità che è un caposaldo di questo lavoro.

Raccontaci in breve le esperienze più interessanti che hai/avete vissuto nella tua carriera musicale.
Abbiamo conosciuto tante persone con questo concerto-spettacolo, sono nate nuove collaborazioni, abbiamo inaugurato mostre e festival. Ho amici nuovi che ho conosciuto grazie a questo spettacolo e ne sono davvero felice.

Quali sono i tuoi/vostri progetti per il futuro?
La sfida è la volontà e la tenacia di promuovere “Sarabanda Postcomunista”. Non deve avere la sfortuna di tanti pro- getti che finiscono nello stesso giorno del debutto, per dare un senso a tutti i sacrifici fatti da me e i miei compagni e guardare con fiducia verso nuovi progetti futuri.

Ad ognuno il suo mestiere

di Stefano Toschi

In questi anni abbiamo più volte trattato l’argomento del lavoro in molte sue sfaccettature. Quando si accostano i temi disabilità e lavoro, vengono subito in mente alcuni ammortizzatori sociali quali il collocamento mirato e altri provvedimenti volti a favorire l’integrazione, anche in ambito professionale, delle persone con deficit. In realtà, il più delle volte si cade in binomi non proprio in linea con il principio della realizzazione personale, del lavoro nobilitante e caratterizzante l’individuo. Si pensi al ragazzo non vedente messo a rispondere al centralino, anche quando questi è un ingegnere laureato con lode: è il caso concreto di un mio giovane amico. D’altra parte, in tempo di crisi, per “portare a casa la pagnotta” tanti giovani brillanti e normodotati si accontentano di professioni di ripiego, essendo sempre di più quelli del tutto senza lavoro e senza reddito: figuriamoci i giovani che partono da una condizione di svantaggio fisico. Il mercato del lavoro è sempre più competitivo, richiede caratteristiche psicofisiche e di resistenza alla fatica e allo stress che non sono alla portata di tutti. Eppure, il lavoro è un diritto individuale fondamentale, e sarebbe un diritto la realizzazione di sé tramite esso. Nella condizione di gravità del mio handicap non ho mai sperato di poter trovare un’occupazione adatta a me. O meglio, dopo la laurea in filosofia, conseguita grazie al supporto di mia mamma, di alcuni colleghi e alla comprensione dei docenti, avrei ambito all’insegnamento, ma le mie difficoltà di espressione avrebbero reso molto difficile, se non impossibile, la comunicazione con gli studenti. Per molto tempo il fatto di non poter lavorare mi ha posto di fronte ai miei limiti fisici con prepotenza: ritenevo di avere qualcosa da dare al prossimo, ma non trovavo il modo per esprimerlo e per sentirmi inserito in un contesto sociale che, troppo spesso, misura il valore di un individuo proprio in base alla produttività. Poi sono arrivati gli inviti ai convegni in qualità di relatore, la pubblicazione dei libri, gli articoli: ho trovato, così, il modo per comunicare quello che avevo a mia volta appreso negli anni, sia sui libri di testo, sia tramite tante esperienze di vita vissuta. Dopo alcuni anni ho avuto l’occasione di tenere un seminario all’istituto di scienze religiose Santi Vitale e Agricola, realizzando, così, l’ambizione dell’insegnamento. Ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che, mentre a scuola, da studente, avevo potuto usufruire di un sostegno (seppur limitato), avevo potuto frequentare scuole ad hoc e godere di ausili, una volta passato dall’altra parte della cattedra la scuola pubblica non avrebbe mai previsto altrettante forme di supporto all’insegnamento, quante ne prevede per l’apprendimento. Leggevo di recente alcune statistiche sulle assenze dal luogo di lavoro delle cosiddette “categorie protette”: ritengo che esse potrebbero essere alquanto arginate se i datori di lavoro tenessero conto delle particolari esigenze di questa categoria di lavoratori. Ogni deficit è differente, perché lo è ogni individuo: a volte basterebbero correttivi minimi per limitare la necessità di tali lavoratori di assentarsi dalla propria mansione. Ad esempio, a me sarebbe bastato un supporto alla comunicazione, una sorta di “traduttore”, visto che non tutti comprendono quello che dico. Ho faticato a farlo accettare persino dove insegno, figuriamoci in una scuola statale: ho fatto ricorso al volontariato, è vero, ma dovrebbe essere un mio diritto esattamente come altri ausili fisici per altre forme di deficit. Purtroppo, facciamo i conti con risorse sempre più limitate e il fatto che la legge imponga l’assunzione di lavoratori svantaggiati, ma, poi, preveda solo un’ammenda amministrativa per chi non rispetta l’obbligo, fa sì che le aziende preferiscano pagare la multa piuttosto che farsi carico di un lavoratore con deficit, visto come un peso, invece che come una risorsa professionale. Ho posto alcune domande a un insegnante di una scuola pubblica bolognese, un istituto superiore. Federico Cinti ha un grave deficit visivo. Eppure, insegna lettere ed è molto amato dagli studenti, perfettamente integrato sia sul lavoro, sia nella società civile (è consigliere comunale di un piccolo Comune dell’hinterland bolognese, dirigente delle Acli, poeta e scrittore). Lasciamo parlare Federico: “Mi sono trovato a insegnare al liceo, come amo ripetere, un po’ per caso, perché altre erano le mie aspirazioni e diversi i miei progetti. Gli studenti sanno che non ci vedo, ma io so anche come sono gli studenti. Non mi pare, quindi, di essere trattato in modo diverso da loro rispetto agli altri per il deficit visivo; anzi, se mai hanno più accortezze per questo. Ricordo che una collega mi disse che aveva conosciuto una mamma che le aveva parlato di me: la cosa che aveva stupito la madre era che la figlia non le avesse detto che il suo professore di italiano e latino era cieco. Sì, insomma, la ragazza glielo aveva detto molti giorni dopo, perché preferiva – spero in quanto ammaliata dal mio fascino didattico – raccontarle le cose che le spiegavo. Il giudizio degli studenti è inflessibile e gioca su due parametri: essere preparati ed essere giusti. Questo è il motivo per cui voglio essere solo in classe, solo intendo dire con i ragazzi. Ho provato ad avere qualcuno, un assistente, ma cambiavano le dinamiche di gruppo e allora ho desistito. Unico apparente strappo a questa ferrea regola si consuma durante i compiti in classe: di solito faccio venire un mio ex-studente in qualità di guardiano, perché non copino. A proposito di ausili, cui accennavo prima, posso ammettere che non sempre gli strumenti a disposizione sono accessibili o pienamente accessibili, e mi riferisco al registro elettronico, alle lavagne multimediali, ai libri di testo. Esiste una specifica legislazione, ma l’applicazione della norma stenta un po’ a divenire prassi consolidata ed è per lo più disattesa. Di ciò ci sarebbe di che lamentarsi e parecchio. Col tempo ho trasformato l’inaccessibilità del registro elettronico in responsabilità degli studenti e oggi sono loro che compilano di giorno in giorno la burocrazia quotidiana, inseriscono voti e compiono tutti quei gesti di cui, in fondo, sono e devono essere responsabili. Mia resta, ovvia- mente, la supervisione, con l’aiuto di familiari, colleghi o amici che si prestano a questa sorta di volontariato improvvisato. Lo stesso discorso l’ho esteso ai libri di testo: siccome non tutte le case editrici mi forniscono i testi accessibili, molto spesso mi trovo a dover dare materiale che ho selezionato, magari alternativo a quello che hanno a disposizione. La consegna avviene nel modo più svariato, attraverso una semplice e-mail, ma ultimamente sempre più spesso attraverso i social quali WhatsApp o Facebook o sistemi di cloud come dropbox. Sono infine convinto che la scuola sia come la città: o è per tutti o si creano situazioni di svantaggio, di ghettizzazione. La scuola dovrebbe essere un laboratorio di inclusione, ma non a parole, non sulla carta, ma reale. Il mondo degli adulti è strano, non posso non ammetterlo, e spegne la creatività e la naturale propensione a confrontarsi con gli altri. Alle volte ho avuto la sensazione che il giudizio sulla buona riuscita del mio insegnamento da parte dei colleghi nascesse da questo: Federico, pur disabile, pur non vedente, è riuscito a ottenere il risultato come noi. Insomma, non valevo mai per quello che ero, ma per quello che non ero. Con i colleghi di corso non ho mai avuto problemi, probabilmente perché mi hanno visto all’opera da vicino, hanno notato i risultati in fieri, hanno avuto la cosiddetta prova provata di quel che valgo indipendentemente dalla disabilità. Oggi ho un rapporto cordiale coi colleghi, magari non con tutti, dato che pure io ho giustamente le mie preferenze e le mie simpatie. Con alcuni sono nate vere e proprie amicizie, come del resto con alcuni ex-studenti. Del resto, vi è una normalità anche nella disabilità”.

Simpaticamente contagiati dalla “viaggite”

di Mario Fulgaro, animatore del Progetto Calamaio

In occasione della nona edizione di I.TA.CÀ, il Festival del Turismo Responsabile, il Progetto Calamaio ha incontrato Fabrizio Marta, viaggiatore con disabilità e autore del blog “Rotellando” su Vanity Fair. Ascoltare i suoi racconti è stata davvero un’iniezione di coraggio e di bellezza, un vero e proprio contagio che ci ha subito fatto venire voglia di preparare le valigie! Qui un ritratto di Fabrizio direttamente estratto dal nostro diario di bordo.
Ipotizziamo che l’idea di viaggiare da soli o, per meglio dire, in compagnia solamente dei propri bagagli a mano, possa balenare periodicamente nella mente di ognuno; ipotizziamo sempre che questo “ognuno” sia un disabile in carrozzina e, giacché ci troviamo, ipotizziamo pure che questa voglia di evadere e sperimentarsi si spinga fino a toccare mete transnazionali, per raggiungere paesi oltreoceano. Una televenditrice sciorinerebbe a tal proposito un elenco schizofrenico di luoghi lontani e allettanti da raggiungere, così da propinare al nostro viaggiatore con disabilità un pacco regalo già bello e pronto, in pieno stile “No Alpitur”.
C’è qualcuno tuttavia che ha immaginato una possibilità diversa, pensando per esempio, di programmarsi un viaggio da sé e di personalizzarlo di volta in volta a seconda delle proprie esigenze, gusti, abilità, deficit e risorse. Un’idea assai allettante per tutti ma spesso, lo sappiamo, irta di talmente tanti intoppi e di difficoltà da rendere il sogno della partenza estremamente lento e faticoso. Un bell’esempio però ci arriva da Fabrizio Marta, giornalista e disabile in carrozzina che, vuoi per lavoro vuoi per vocazione, si è sempre sentito interpellato in prima persona su questi temi e, per questo motivo, altrettanto pronto a partire per qualsiasi tipo di“avventura itinerante”.
“Ci vuole tanta voglia di sperimentarsi e un po’ di coraggio!” è l’insegnamento che emerge direttamente e indirettamente dal semplice dialogo con Fabrizio, nato durante la partecipazione del Progetto Calamaio alla nona edizione di I.TA.C.À, il primo Festival del Turismo Responsabile in Italia, ormai divenuto un appuntamento fisso del nostro maggio bolognese.
Ad ascoltarlo viene spontaneo scavare nella propria coscienza per scoprire ogni volta quanto illusori siano tutti i timori e le perplessità sulle proprie capacità organizzative. L’autostima ne guadagna istantaneamente e così scopriamo che dalla Sicilia alle Alpi il territorio nazionale è sempre più mappato da “eccitanti” viaggi, si iniziano a scoprire le diverse usanze delle regioni italiane.
Osserviamo le immagini proposte, i video, le cartoline di viaggio. Una volta esplorato il Belpaese l’ipotesi iniziale di un viaggio oltreconfine si concretizza sempre più e l’Italia da sola inizia a non bastare. Per contenere appieno tutto il desiderio di evasione, occorre spingersi oltre, mettendo alla prova tutte le proprie energie. Non c’è disabilità che impedisca a questo punto!
La prima scelta potrebbe benissimo cadere su un paese lontano, ma dalla cultura quanto più simile, se non identica, alla nostra. Gli Stati Uniti sembrerebbero fare al caso nostro. Il passaporto assume sempre più il valore di un badge, per schiudere ogni porta e dare pieno sfogo alla “viaggite”, così come Fabrizio chiama questa sua incontenibile “smania” di viaggio, di sperimentazione, di curiosità tesa a conoscere il mondo, paragonando il tutto a una sorta di sindrome. Non se ne può che sorridere e, di quello sguardo, sentirsi complici. Gli Stati Uniti iniziano a non apparire più insormontabili nella loro tendenza alla magnificenza e grandezza, anzi, visti da vicino, diventano più umani e non solo sovraumani, come vorrebbe una certa iconografia hollywoodiana. Suscettibile anche di qualche giudizio valutativo, New York, agli occhi del nostro visitatore, inizia sempre più ad apparire come una mela da sgranocchiare con cautela e accortezza.
Infatti, rispetto all’Europa, dove l’atteggiamento della gente verso i disabili è più di premurosa attenzione, a volte anche asfissiante, negli USA il comportamento delle persone è più di consueto distacco: “Gli statunitensi presuppongono che ognuno sappia provvedere a se stesso, senza bisogno di aiuto da parte di qualcun’altro” afferma Fabrizio con nonchalance. Come nei vasi comunicanti, se da una parte la Grande Mela perde un po’ di austera grandezza, dall’altra parte crescono la sicurezza e l’autostima di chi è in viaggio, sprezzante di ogni eventuale infortunio.
Durante un viaggio, lo abbiamo già sperimentato insieme, si avverte quasi sempre l’urgenza di immortalare, con delle foto o, più ancora, con qualche filmato, i ritagli migliori della propria esperienza, da condividere in un secondo momento, una volta ritornati alla “casa base” in Italia, con amici e conoscenti. Così, anche Fabrizio ci spiega perché ha cominciato a filmare e a fotografare i luoghi o monumenti, i frangenti salienti dei suoi spazi vitali di libertà. Chi lo ascolta, percepisce tutto questo e, come una scintilla che si accende nell’animo, ne è compiaciuto.
I viaggi continuano con crescente entusiasmo, affinando sempre più le strategie di scelta sulle mete da raggiungere: “Ovviamente – spiega il reporter – prima di partire mi documento sui luoghi da raggiungere, per capire se sono adatti ad accogliermi!”.
Il materiale fotografico, multimediale e conoscitivo inizia a cumularsi. Si sente, a questo punto, l’esigenza di non tenere tutto contenuto nell’ormai stretta cerchia di conoscenze di tutti i giorni. È più che plausibile allargare anche i propri confini esplorativi a 360 gradi e, se possibile, an- che qualcosa in più. Ed è così che nasce il blog “Rotellando” che dal 2012 Fabrizio cura su Vanity Fair, dove, curiosando tra i diversi archivi, è possibile imbattersi piacevolmente in qualche filmato di viaggio. L’avventura a Copenaghen, per citarne una, riprende il nostro protagonista, con fare tranquillo e sicuro, tra le strade e i posti più caratteristici. Il filmato dà ulteriore testimonianza di quanto affascinanti siano i suoi racconti, conditi sempre di considerazioni e insegnamenti: “Ho potuto constatare che nelle città dei paesi nordici ci sono meno barriere architettoniche!”.
Rientrati dalla Danimarca e dalle sue meraviglie il nostro incontro volge al termine ma resta in noi la scia di ricordi, fotografie di paesaggi vissuti e desideri, esplorazioni da condividere, il senso di un futuro privo di condizionamenti. Parlando con Fabrizio, il tempo finisce con il vibrare sulle lancette emozionali del cuore. Si concretizza sempre più la convinzione di trovarsi di fronte a un esempio vivente di contagiosa voglia di vivere.
Non ci resta allora che ringraziarti, caro viaggiatore di Domodossola, mentre ti osserviamo guizzare via veloce sulla tua carrozzella verso la stazione di Bologna…
E noi ricordiamo sempre che, se si hanno ancora delle esitazioni a partire, l’unica soluzione sta in una trasfusione, anche di poche gocce, di “viaggite”.

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Gentilissimo signor Claudio,
sono una studentessa di Scienze dell’Educazione di Torino, ho 26 anni e sono non vedente dalla nascita.
Le scrivo ora perché sto facendo una tesi di laurea sulla disabilità, in particolare sull’inserimento lavorativo dei non vedenti. Mentre guardavo il materiale con la mia tutor mi è capitato di leggere anche il suo libro Una vita imprudente e un’intervista che lei aveva fatto nel 2003 sul libro Diversabilità a cura di Andrea Canevaro e Dario Ianes, proprio quando il 2003 divenne l’anno europeo della “diversabilità”, così come un tempo amava definirla lei.
Leggendo questo materiale sono rimasta molto affascinata da quello che lei dice, infatti mi ha dato un grande insegnamento di vita, così come hanno fatto i miei genitori. Io provengo da una famiglia piuttosto aperta a questi temi, mio padre è professore delle medie e mia mamma, ora pensionata, era insegnante di scuola dell’infanzia, è lei che oggi mi aiuta a studiare per gli esami, leggendomi ad alta voce i libri, dal momento che con la sintesi vocale sarebbe troppo noioso.
Devo molto ai miei genitori perché, fin da quando sono nata, hanno fatto in modo che la mia disabilità non fosse un problema né per me né per gli altri, anche se in questa società è difficile che gli altri accettino i nostri deficit, ma lei questo lo saprà meglio di me. L’esperienza mi ha comunque fatto capire che nella vita ci sono cose peggiori che essere non vedenti e questo l’ho imparato attraversando dei momenti difficili che non avevano strettamente a che fare con la disabilità ma piuttosto con le mie emozioni, gli incontri e i passaggi di crescita intrapresi dopo.
Mi riconosco molto sulle cose che lei dice e mi trovo d’accordo anche riguardo alle proposte che in passato lei ha fatto rispetto ai termini da usare quando parliamo di disabilità, anche a me piace l’idea di usare il termine “diversabilità” e non disabilità, credo che racchiuda in sé più significati.
Le ho scritto quindi ora non solo per chiederle consiglio rispetto alla mia tesi ma per dirle quanto apprezzo il suo lavoro e per ringraziarla per tutto quello che mi sta insegnando anche se non ci conosciamo.
Per adesso le invio cordiali saluti.
Vanessa Topa

Cara Vanessa
Che bello ricevere questa tua lettera! Solo una cosa: non mi dare del “lei”, mi fa sentire un po’ anziano.
Scherzi a parte è sempre un piacere, per me, sapere che le cose che scrivo sono utili per la cultura dell’inclusività, nel senso pratico e quotidiano, per la vita delle persone.
Il lavoro chiaramente è una parte molto importante di essa, non solo perché occupa la maggior parte del nostro tempo ma anche e soprattutto perché contribuisce alla formazione della nostra identità, all’aumento dell’autostima, al riconoscimento dei nostri limiti e alla valorizzazione delle nostre risorse. Il concetto di lavoro è senza dubbio cambiato e in futuro, com’è naturale che sia, continuerà a farlo, i mestieri di un tempo verranno sostituiti da altri oppure ne verranno immaginati di nuovi che ora ci sembrerebbero inconcepibili.
Così come i mestieri anche i vocaboli, probabilmente, cambieranno forma e significato e anche ciò che chiamavamo “lavoro”, forse, verrà chiamato o inteso in un altro modo.
In parte, a pensarci bene, accade anche oggi. Disabilità e lavoro, per esempio, non sono due parole gemelle? Di solito, si sa, si fa fatica ad accostare questi due termini, la persona con disabilità è spesso ancora associata all’inattività, all’improduttività, di base è qualcuno che non può fare o essere qualcuno.
Stando così le cose se ora facessi un gioco e dovessi disegnare su un foglio bianco una rappresentazione di tutte queste caratteristiche probabilmente disegnerei una lattina di birra vuota, solitaria e a terra. Un rifiuto insomma, uno scarto, non di certo una persona.
Non è una bella immagine, è chiaro. Eppure c’è qualcuno che l’ha presa alla lettera e ne ha fatto addirittura un mestiere inclusivo. È successo vicino a casa mia, con il gruppo de “La città verde”, una cooperativa gestita da persone con disabilità con sede a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, che si occupa per l’appunto di inserimento lavorativo per persone con deficit, impiegandole nell’ambito del riciclo rifiuti e della cura del verde. Interessante. A me piace soprattutto la parte della gestione e del recupero dei rifiuti perché la ritengo una metafora sensazionale parlando del ruolo attivo delle persone con disabilità nella società e, di conseguenza, anche nel mondo degli impieghi professionali.
Le persone con disabilità sono state storicamente scartate, rifiutate e messe ai margini specie in un mondo competitivo come quello del lavoro. Quelle stesse persone rifiutate e scartate ora lavorano per le nostre comunità andando proprio a trasformare questi rifiuti in altri elementi, differenziandoli, riciclandoli.
Includere e nello stesso tempo evitare di sprecare, di scartare, evitando di foraggiare quella “cultura dello scarto” tanto cara a Papa Francesco.
Che dire, cara Vanessa, spero di averti dato qualche spunto.
Tu continua così e fammi sapere come andrà la tua vita!
Grazie, a presto!
Claudio Imprudente

12. Un “viaggio gentile” di successi in affari

di Massimiliano Rubbi

Se avete in mente di cercare lavoro per trasferirvi in Australia e dintorni, una visita al sito web di Successful Resumes, www.successfulresume.com.au, potrebbe esservi di aiuto per avere un curriculum vitae più efficace e un primo contatto con le aziende del luogo. Dal sito non potreste però desumere la storia di John Little, l’imprenditore con disabilità che ha fondato questo servizio nel 1991 e lo ha gestito fino al 2016, una storia di grande interesse nella sua apparente “normalità”.
Nel 1989 John Little aveva già alle spalle una lunga carriera, di fotografo prima e poi di pubblicitario, e decise di vendere al suo socio in affari l’agenzia pubblicitaria che nel 1982 aveva avviato da zero, per trasferirsi con la famiglia da Sydney nel Queensland, a mille chilometri di distanza, e godersi la pensione. Le entrate però non bastavano: “per caso sono stato introdotto alla scrittura di curricula per persone che volevano un lavoro. Ho deciso che quello che si faceva al tempo non andava molto bene, e ciò che dovevo davvero fare era utilizzare le mie competenze in pubblicità e marketing per migliorare la presentazione, lo stile e l’efficacia dei curricula. Così ho portato un aspetto nuovo a vedersi nella scrittura dei curricula, e non con mia sorpresa, ma certamente con mia gioia, le persone venivano e volevano sapere quel che facevo, e volevano curricula come quelli che facevo io. E così, all’improvviso, ho scoperto di essere molto impegnato”.
A 16 anni di età Little aveva ricevuto una diagnosi di distrofia muscolare, e quando nel 1991 iniziò l’attività di scrittura di curricula sentiva di essere prossimo all’essere costretto su una carrozzina: “avevo vissuto la maggior parte della mia vita con l’idea che la mia disabilità mi avrebbe portato un giorno a quel punto, ma ho anche pensato ‘se non ce la faccio, se non posso scrivere curricula da casa, in carrozzina, possono farlo anche altri’, così ho guardato come avrei potuto formare le persone a fare quel che facevo io”. Vivere in una piccola città che era soprattutto un luogo di vacanze non lo aiutava nel cercare partner e clienti, e quindi decise di tornare a Sydney, una metropoli di 4 milioni e mezzo di abitanti, per una singolare ricerca di mercato: “a Sydney c’erano già molti scrittori di curricula, e ho telefonato a tutti, come se fossi un cliente, per sapere che cosa offrivano, come si presentavano e quali sarebbero stati i costi, e con mio piacere non erano molto bravi, e ho pensato ‘bene, posso fare meglio di voi’”. Trasferitosi di nuovo a Sydney con la moglie, avviò la sua impresa, e per farla crescere dopo un buon successo iniziale si unì a due amici con competenze imprenditoriali per costituire il franchising “Successful Resumes Australia”, da vendere come “pacchetto” ad altri licenziatari. “Come è poi saltato fuori, senza puntare in modo particolare in quella direzione, non pochi dei miei licenziatari in franchising avevano questo o quel tipo di disabilità – e perché non avrebbero dovuto, dal momento che il 20% circa della popolazione ha una disabilità”. Oggi l’impresa ha 35 sedi in franchising – la maggior parte in Australia, ma anche 6 in Nuova Zelanda e una a Singapore e Hong Kong, mentre quelle aperte in Gran Bretagna e Stati Uniti sono state chiuse per le difficoltà incontrate e perché “avevamo un sacco di lavoro da fare anche solo con quelle nella nostra parte del mondo”.
Nel 2016, a 71 anni di età e con una disabilità che continua ad aggravarsi, Little ha ceduto la gestione di “Successful Resumes” alla moglie e alla figlia; preferisce però parlare di “rallentamento” piuttosto che di “pensionamento”, anche perché non ha abbandonato la sua seconda attività. Dodici anni fa fondò infatti, con un socio in affari, un’impresa di noleggio carrozzine e scooter per persone disabili, soprattutto turisti con disabilità che sbarcano a Sydney da una crociera. “E tutto è partito semplicemente da una cosa: avevo una carrozzina che avevo aggiornato con una nuova, cercai di vendere quella che mi era avanzata e nessuno voleva comprarla, così pensai: ‘beh, cosa posso fare, penso di poterla probabilmente dare a noleggio’; misi su un piccolo sito web, e le persone iniziarono a telefonare da tutto il mondo, con l’intento di noleggiare carrozzine, e io ne avevo solo una! Così mi sono procurato un socio in affari, che guida il taxi, abbiamo acquistato alcune carrozzine manuali ed elettriche e alcuni scooter, e d’improvviso eravamo in affari”. Oggi “Wheelchairs To Go” (www.wheelchairstogo.com.au) lavora molto, soprattutto nei sei mesi estivi in cui più frequenti sono le crociere, accompagnando clienti da tutto il mondo dall’aeroporto alla nave da crociera e ritorno, o in giro per la città e i suoi dintorni con un “maxi-taxi” dotato di una rampa idraulica sul retro. “Mentre parlo, sto guardando tra due edifici locali giù al porto, e c’è una nave che fa manovra in uscita dal terminal, pronta per andare in crociera – probabilmente ci sono tante nostre carrozzine sopra”.

Consigli di amministrazione
La vicenda di un capitano d’impresa di successo con una malattia degenerativa potrebbe facilmente prestarsi a una narrazione “epica”, incentrata sulla doppia sfida con i rivali in affari e la malattia, e magari su un momento di difficoltà in cui si è a un passo dall’abbandonare tutto, per poi rialzarsi e tornare a vincere… E invece: “Sì, abbiamo avuto singoli clienti che sono stati difficili, ma immagino che è questo che accada nelle imprese centrate sul cliente. Non ho mai pensato di abbandonare”. Ripensando alla vacanza a Singapore durante la quale ha deciso di cedere ai familiari “Successful Resumes”, Little si limita a notare che “avevo già affrontato nel corso degli anni le mie difficili circostanze legate alla disabilità, non perché gli affari non stessero procedendo in modo ‘liscio’, bensì perché io non stavo procedendo in modo ‘liscio’ – il mio corpo stava iniziando a diventare goffo e a non fare ciò che avrebbe dovuto”. Il rapporto con la disabilità è stato vissuto negli anni in modo consapevole e non drammatico, facendo appello alle “abilità residue” in maniera tutt’altro che nominale: “Non è una storia triste, è solo che va così. Non sono come una persona che è stata in forma e attiva, che improvvisamente diventa paraplegica o quadriplegica per un evento catastrofico, così è davvero dura per loro. Ho avuto un gentile viaggio attraverso tutta la mia vita, sapendo che un giorno sarei stato in carrozzina, per cui per me non è stata una sorpresa, e ogni volta che c’era un deterioramento nella mia condizione ho sviluppato un modo di eluderlo, e l’ho chiamato la mia ‘nuo- va normalità’, e ho avuto ‘nuove normalità’ per tutta la vita, moltissime volte. Lo spirito e il cervello umano sono una buona cosa, si allenano a fare le cose con una nuova normalità”.
Accanto a questa grande duttilità, e non sarebbe inopportuno sostenere proprio grazie ad essa, Little mostra un notevole “fiuto per gli affari”. La sua capacità di trasformare una carrozzina in disuso in un noleggio di carrozzine viene descritta una volta di più con un certo understatement: “È stata solo una grande opportunità, buona sorte, chiamatela come volete, imprenditorialità – non ne ho idea, ma stiamo andando avanti da 12 anni”. Nel notare che molte delle migliori carrozzine sul mercato sono disegnate e prodotte da imprese condotte da persone con disabilità, l’imprenditore rileva come questa conoscenza diretta della condizione abbia anche per lui riflessi personali e commerciali: “Quando parlo con i clienti del noleggio di carrozzine, si sentono più fiduciosi a parlare con me perché li informo del fatto che sono in carrozzina, e possono farmi domande sull’accessibilità, sui problemi che potrebbero affrontare su una nave, o in una città in cui non sono mai stati prima. Posso dare loro, e mi offro di impiegare tempo in questo, consigli e informazioni che toglieranno l’inevitabile ansietà che le persone che viaggiano per la prima volta, o che non hanno grande esperienza, affrontano” quando hanno una disabilità motoria, sensoriale o intellettiva. “Si sentono molto meglio a parlare con qualcuno che ha una disabilità, possono credergli – e a me fa molto piacere”.
Senza sentirsi un esempio particolare, Little si è sempre reso disponibile a dare consigli ad altre persone, con disabilità o meno, che vogliano mettere in piedi la propria attività: “Certamente sono felice di fare da mentore alle persone: non lo faccio di professione, non metto una tariffa per farlo, ma negli anni ho dato consigli e parlato con persone che volevano entrare in affari”. Per un certo periodo, questa attività ha assunto anche una forma più strutturata: tra il 2009 e il 2010 John fondò insieme a Rob Crawford, un altro imprenditore con disabilità incontrato in rete che vive e lavora in Arizona, il “GNED – Global Network for Entrepreneurs with Disabilities” , una rete composta da persone con disabilità titolari di azienda con nodi anche tra Canada, Regno Unito e Pakistan, per fornire consigli a imprenditori con disabilità consolidati e potenziali e stabilire relazioni di affari. Questa rete oggi appare però in stand-by, come afferma Little: “Non ci ho più molto a che fare, ma per alcuni anni è stato un sito web molto efficace, e abbiamo incoraggiato le persone più che potevamo a diventare imprenditori, a seguire le proprie idee”. Anche Rob Crawford ha di fatto abbandonato l’attività nel GNED nel momento in cui da rete informale stava evolvendosi in un’organizzazione basata su iscrizioni a pagamento (un’evoluzione che non si è poi completata), e ha preferito dedicarsi, accanto alla sua attività professionale nel settore educativo con il Life Development Institute all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità attraverso il miglioramento della loro impiegabilità individuale e la costruzione di relazioni con potenziali datori di lavoro. Anche la moglie di John Little, Suzanne Colbert, è da anni attiva in questo ambito: nel 2000, per migliorare l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità (il 45% delle quali in Australia vive ancora in stato di povertà), ha fondato con il marito l’AND – Australian Network on Disability (www.and.org.au), contattando e coinvolgendo grandi datori di lavoro per fornire loro strumenti finalizzati all’inserimento di lavoratori e al servizio a clienti con disabilità. Per le attività di questa organizzazione, di cui è tuttora amministratrice delegata, Colbert ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti di carattere nazionale in Australia. Little ricorda: “ero nel consiglio di amministrazione, all’inizio, e aiuto ancora a farla funzionare. Lei diceva: ‘c’è una persona e mezza che lavora in questa attività, e tu sei la mezza’, indicando me. Facevo lavoro amministrativo, la gestivamo da casa nostra, il nostro tavolo di cucina era la nostra scrivania, e ora è una organizzazione molto grande, non gigante, ma di grande successo”. Un esempio di inserimento lavorativo promosso da AND e citato da Little è quello di “un ragazzo con un QI di 80 che un giorno lavorava in un laboratorio protetto, e guadagnava 5 dollari al giorno svolgendo noiosi compiti manuali, impacchettando cose, e il giorno dopo iniziò a lavorare con una compagnia di elettronica, che era un’impresa molto hi-tech, e ci è rimasto per 15 anni come uno dei lavoratori-chiave, svolgendo i lavori più complessi su apparecchiature altamente tecniche. Non doveva quindi essere in un laboratorio protetto, poteva fare un lavoro veramente significativo, ed essere pagato in modo appropriato”.
Come si è detto, la condizione di deterioramento progressivo delle capacità funzionali ha consentito a John Little di adattarsi alle diverse fasi della propria vita, a differenza di un evento traumatico. D’altro canto, quando Little afferma che “la disabilità mi è stata intorno per tutto il tempo”, mette sul piatto, così senza parere, quella che per tanti altri è una ragione di scoramento di vita irreversibile. Il successo negli affari non è, né può strutturalmente essere, appannaggio di tutti; il pensiero di “andare avanti e ingrandirsi” che Little ha messo costantemente nella propria attività di imprenditore, il “provarci”, senza vantarsi di doti eroiche ma sapendo che “così va il mondo”, è invece uno spirito il cui valore si estende ben oltre l’ambito dell’attività di impresa.

Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso “forse un altro non ci sarebbe riuscito”.
(Primo Levi, La chiave a stella)

11. Porta i tessuti maya su Instagram (e a Londra)

di Massimiliano Rubbi

Non è certo facile entrare a soli 20 anni nella lista delle 100 donne più influenti del mondo compilata ogni anno dalla BBC. Ma nel 2016 Isabella Springmuhl Tejada, una disegnatrice di moda guatemalteca con sindrome di Down, ci è riuscita. E tutto è cominciato con un “no” ricevuto all’Università…
Da sempre Isabella ha avuto una passione per gli abiti, e quando nel 2013 si è diplomata ha chiesto di iscriversi alla Universidad del Istmo per studiare disegno di moda, ma ha ricevuto un diniego a causa della sua condizione. Come lei stessa ci rac- conta, “quando mi hanno respinto all’Università, ho capito che disegnare era quello che volevo di più”. Isabella si è messa in azione e ha iniziato a prendere lezioni di disegno di moda, cucito e maglia in maniera indipendente. Nel frattempo, però, Isabella stava constatando la carenza di vestiti adatti alle persone con sindrome di Down: “è difficile per noi trovare abiti che ci stiano bene, perché abbiamo tipi di corpo diversi, tendiamo ad avere un torso corto, braccia e gambe corte, oppure siamo troppo magri…”.
La madre di Isabella ha sostenuto completamente la sua idea di disegnare abiti pensati per persone Down, che si inserisce in una tradizione familiare: “mia nonna era una famosa stilista in Guatemala 32 anni fa, perciò ho deciso di denominare il mio marchio ‘Down to Xjabelle’ – ‘Down’ perché ho la sindrome di Down e ‘Xjabelle’ perché era il nome dell’atelier di mia nonna”. Isabella ha creato le sue prime e più caratteristiche borse, le “Mashtates”, che sono andate vendute con incredibile rapidità; forte di questo incitamento, “con l’aiuto di mia madre ho assunto una sarta e ho iniziato a disegnare e realizzare vestiti… sono stati un successo, ho iniziato a fare soldi con le vendite e mia madre ha trasformato il suo studio d’arte in un atelier di moda”, atelier in cui da allora sono state create tre collezioni.
La svolta per “Down to Xjabelle” arriva quando nel febbraio 2016, insieme ad altri stilisti dal Guatemala, Isabella viene chiamata a partecipare alla sezione internazionale della “London Fashion Week”: “ero la prima stilista emergente con bisogni speciali invitata. Da allora, mi capitano solo cose buone, interviste e inviti da tutto il mondo… tutto!”. Nell’ottobre 2016, Isabella è a Roma per il progetto “Sogni – Del tamaño de tu sueños así serán tus logros” (“della dimensione dei tuoi sogni saranno i tuoi successi”) del Gruppo Artistico “Guatemala es Guatemala”. Un mese dopo, come detto, la BBC la cita tra le 100 donne più influenti del mondo, accanto a celebrità come Alicia Keys e alla donna politica francese Rachida Dati: “mi sono sentita così fiera di me stessa, ho lavorato duro, e sono così felice per me e per tutte le persone con sindrome di Down. Ora, le persone possono vedere che siamo capaci di raggiungere tanti obiettivi”.
“Down to Xjabelle”, con le sue collezioni pensate per tutti (non solo per le persone con sindrome di Down) e affidate alla produzione di 4 sarte, mescola consapevolmente tradizione e modernità. Da un lato, gli abiti e gli accessori realizzati dai disegni di Isabella si ispirano a colori e materiali della ricca cultura tessile tradizionale Maya in Guatemala: “continuo a disegnare quello che mi piace, usando tessuti guatemaltechi. Sono colorati e pieni di motivi, tutto è tessuto a mano e ogni pezzo è unico nei suoi modelli e nella storia che racconta. Mi ispiro agli huipiles (tuniche tradizionali delle donne centroamericane) di diversi gruppi di donne nell’altopiano del Guatemala”. Da quanto detto emerge inoltre la bella e forte relazione familiare di Isabella con la nonna Blanqui e la madre Isabel Tejada, che nel 1998, dopo la nascita di Isabella, ha creato insieme ad altre donne la Fondazione Margarita Tejada per l’inclusione lavorativa di persone con sindrome di Down, specie se in situazione di povertà.
Allo stesso tempo, “Down to Xjabelle” fa un uso avanzato delle nuove tecnologie, promuovendo e vendendo online le sue collezioni sul suo sito e sviluppando una comunità tramite i suoi account nei social media – Down to Xjabelle su Facebook e in particolare @downtoxjabelle su Instagram, dove oltre 7.000 followers commentano con entusiasmo le immagini di abiti e accessori, unici per i colori luminosi e i modelli vivaci prima che per le caratteristiche di chi li ha ideati.
Nel marzo 2017 Isabella ha partecipato alla sfilata di moda inclusiva “Runway Together, Everybody Fits In” dell’Università di Anahuac in Messico, con la sua collezione “Cornucopia”, e sempre in Messico, all’interno della settimana Intermoda di Guadalajara, è stata in luglio invitata a presentare la sua ultima collezione. “Down to Xjabelle” sta ricevendo attenzione, ordini e inviti per eventi a livello internazionale, realizzando uno dei sogni di Isabella: “Voglio aprire una boutique ed esportare i miei vestiti in tutto il mondo! Mi piacerebbe partecipare a progetti di moda. Adoro viaggiare”. E ci confessa un legame particolare con l’Italia, non solo come capitale della moda: “Mi piace soprattutto disegnare, ma ho molti interessi e hobbies. Uno di essi è cantare. Sono un mezzosoprano lirico, ho già fatto due recital, e mi piace moltissimo l’opera. Adoro Andrea Bocelli, Placido Domingo e Pavarotti. Quando ero bambina i miei genitori mi portarono a un concerto dei Tre Tenori… li adoro, come adoro Il Volo e Il Divo”.
Il successo ha cambiato Isabella? “Non penso di essere cambiata, continuo a fare quello che facevo e a disegnare. Ora ricevo aiuto nel cucire i vestiti, ma mi sento molto felice e fiera di me stessa”. Al contempo, Isabella sa di costituire un esempio per altre persone con sindrome di Down o altre difficoltà, che spesso vengono respinte anche dall’università della vita – e tuttavia l’Universidad del Istmo, la stessa che l’aveva rifiutata, di recente ha invitato Isabella a un forum sull’inclusione e ha espresso l’impegno a iniziare ad accettare studenti con bisogni speciali, dando così un riconoscimento alla forza delle parole di Isabella: “Voglio ispirare persone come me, voglio dire loro di seguire i loro sogni, di non accettare un no, di continuare a lottare per ciò che vogliono fare!”.

10. Unire le forze per essere liberi

di Massimiliano Rubbi

Valter Mahnic, nato nel 1982 a Trieste e da alcuni anni paraplegico in seguito a un’ischemia midollare, ha trasformato la necessità di utilizzare in maniera più libera e sicura i bagni pubblici, per garantirsi un’effettiva libertà di movimento nella vita quotidiana, in un ausilio brevettato, FLY, che tiene aperti pantaloni e abbigliamento, consentendo di avere le mani libere e quindi autonomia nella funzione anche con capacità degli arti superiori ridotte. FLY è prodotto dall’impresa TIK.AM., che Mahnic stesso ha fondato nel 2013, e che ha vinto il Premio Solidarietà 2015 della Regione Friuli-Venezia Giulia per la capacità di “migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, inventando e progettando prodotti semplici ed innovativi”.
Per passare da un’esigenza, legata alla condizione di disabilità acquisita, alla produzione diretta e professionale della sua idea per soddisfarla, Mahnic ha avuto bisogno della propria determinazione e competenza, ma anche di tornare a studiare e di mettersi in relazione con altri.

Da quali esperienze e idee è nata la scelta di costituire un’impresa come TIK.AM? TIK.AM. Srl è una start up innovativa, che nasce dalla volontà dei due soci fondatori, io e Salvatore Oggiano, e si costituisce per poter offrire a chi ne ha bisogno soluzioni tecniche d’avanguardia per l’autonomia e il benessere in presenza di condizioni fisico-motorie difficili o delicate. L’idea che accomuna la fondazione è FLY, un di- spositivo precedentemente brevettato da me, che facilita e velocizza il cateterismo intermittente maschile. La mission di TIK.AM. è indirizzata a fornire soluzioni innovative, semplici e sicure per agevolare la vita delle persone colpite da disabilità motorie.

Quali difficoltà avete affrontato e superato per creare TIK.AM, in termini di capitale di avvio, registrazione brevetti…?
Le prime difficoltà sono state di formazione, in quanto non ero in possesso di studi superiori né tecnici. Ho sentito quindi la necessità di integrare tale formazione seguendo alcuni corsi in “Area Science Park”, un centro di sviluppo di tecnologie innovative e formazione a Trieste. Proprio in quella occasione ho incontrato il mio attuale socio, che era lì in veste di docente. Dopo aver valutato le potenzialità del progetto, lo scoglio immediatamente successivo è stato naturalmente reperire il capitale necessario, e nonostante la presenza di vari bandi, per velocizzare, abbiamo investito di tasca nostra.

In quale momento ha percepito di essere a un “punto di svolta” nello sviluppo dell’impresa, ovvero che TIK.AM poteva effettivamente reggersi come azienda sul mercato?
Il punto di svolta nello sviluppo dell’impresa è un pensiero ardito, soprattutto per una start up innovativa. Semplificherei così: siamo riusciti a industrializzare il prodotto a renderlo performante, abbiamo iscritto l’azienda al MePA, mercato elettronico di fornitura per le pubbliche amministrazioni, tutto questo non come “punto di svolta” ma come “buon inizio”.

Nella produzione di ausili per disabili, quale valore aggiunto viene portato dal loro essere ideati da, e non solo per, persone con disabilità?
Il valore aggiunto di lavorare per le persone disabili conoscendo la disabilità da dentro ritengo si manifesti in due aspetti importanti. Il primo è quello di poter riconoscere e dedicare attenzione anche a tutte le caratteristiche secondarie di ogni ausilio, e fare in modo che anch’esse siano in linea con tutte quelle necessità non facilmente comprensibili della vita delle persone disabili. Tali necessità, scontate per la persona disabile, sono proprio per questo raramente espresse e dunque difficilmente percepite dai produttori standard. Il secondo è che “parlando la stessa lingua” di chi utilizza i nostri ausili siamo in grado di comprendere meglio le loro necessità e offrire un servizio migliore, oltre che avere una più immediata e completa comprensione dei feedback che l’utilizzatore ci dà. Ciò ci permette di migliorare costantemente prodotti e servizi.

In che modo il successo di TIK.AM ha cambiato il modo in cui percepisce se stesso e la sua condizione personale?
TIK.AM. nasce da pure energie positive; oggi sono imprenditore e intraprendo grazie alle mie idee, ma il resto della mia vita prosegue come prima di fondare questa impresa.

Pensa che il suo esempio possa essere di ispirazione per le scelte lavorative e personali di altre persone con disabilità, e se sì perché?
Penso che qualsiasi esperienza come quella di TIK.AM. possa essere un grande esempio, e l’ho comunicato in vari articoli e interviste precedenti, in quanto TIK.AM non nasce per dimostrare qualcosa, ma trasmette al contempo l’idea che dandosi da fare e lavorando con buone intenzioni che non siano incentrate solo sul profitto le possibilità di realizzarsi ci sono sempre. Questo che si sia disabili o meno – anche se, naturalmente, con le energie più limitate caratteristiche della disabilità si fa un po’ più di fatica.
Inoltre, per sua natura TIK.AM. rappresenta, tramite i suoi due soci fondatori, l’integrazione ideale tra una persona normodotata e una disabile, che uniscono le energie per realizzare insieme qualcosa di bello e positivo, e si trova quindi ad anni luce di distanza da quelle visioni che integrano a forza “perché è giusto”, “perché si deve”, e con ciò trasmettono comunque ancora una visione della disabilità come peso sociale da gestire.

Quali sono i progetti di sviluppo per TIK.AM nel prossimo futuro?
In TIK.AM. abbiamo come obiettivi attuali e futuri innanzitutto mantenere costante la qualità e l’innovatività che ci contraddistinguono, sia nell’affinamento degli ausili attuali – in vendita sul sito– che nello sviluppo dei prodotti innovativi ai quali stiamo lavorando. Oltre a ciò, l’ulteriore consolidamento del mercato nazionale e, quando saremo pronti, l’apertura verso l’estero.

9. La pasta di Capezzaia: quando la produzione è “diversa”

di Valeria Alpi

“La pasta di Capezzaia è una pasta che sa unire bontà, etica e solidarietà”: con questo slogan si presenta il pastificio di Roma, la cui pasta prende il nome dalla “capezzaia”, cioè il margine inutilizzato del campo, a simboleggiare che quella parte di società messa ai margini può invece rendere fertile qualcosa che prima non era. Per saperne di più abbiamo contattato Gianluca Rossi, responsabile di produzione.

Raccontaci un po’ come è nato il progetto.
Il progetto è nato da un piccolo laboratorio sociale a Roma, alla Comunità di Capodarco. Qui esiste un centro riabilitativo, con una quarantina di ragazzi con handicap grave, suddivisi in due turni, a produrre pasta non destinata alla vendita ma regalata alle mense della Caritas o alla mensa di Capodarco. Da lì, da quel piccolo progetto sociale sponsorizzato dal Comune di Roma, è nata l’idea di costruire qualcosa di più grande a livello industriale. Per cui nel 2007 abbiamo partecipato a un bando di gara messo a disposizione dalla Coop e l’abbiamo vinto: grazie ai contributi del ristorno dei soci Coop abbiamo avuto a disposizione circa 170 mila euro per avviare il progetto sociale della pasta di Capezzaia e cominciare questa avventura. Abbiamo comprato i macchinari, scelto la location e abbiamo iniziato a produrre. Sulla base delle ricette che ci ha dato Coop e sui prezzi cui Coop avrebbe comprato la nostra pasta per rivenderla nei propri punti vendita.
Oggi noi lavoriamo quasi e solo esclusivamente per la Coop.
Stiamo cercando di allargare la distribuzione, cercando nuovi partner per espanderci e per assumere nuovi ragazzi. E poi stiamo mettendo in campo l’idea della pasta surgelata perché per ora produciamo solo pasta fresca.
Al momento il 99,9% dei dipendenti ha una disabilità: al pastificio lavorano cinque persone disabili, tutte assunte a tempo indeterminato, e l’unico normodotato sono io. Se a fine anno parte il discorso del surgelato potrebbero aumentare i dipendenti disabili.

Quanto è importante avere un lavoro vero, essere produttivi, essere cittadini a tutti gli effetti portando nella società sia valore sociale che valore economico?
Data la mia esperienza nell’ambito della Comunità di Capodarco, vedo che tutti i disabili che trovano un’occupazione acquisiscono una loro autonomia. Quelli che lavorano per me sono soddisfatti, vengono a lavorare con la voglia di farlo, e soprattutto riescono a far quadrare il loro bilancio mensile: c’è chi si sposa o ha in progetto di sposarsi, chi si è comprato la macchina, chi ha in progetto di ristrutturare casa o di comprarla. Vivono la loro esperienza in maniera normalissima come chiunque altro.

Cosa significa produrre in un’azienda etica?
Io provengo da un altro mondo, non dal mondo della disabilità, ma da un mondo dove l’unica cosa che contava era produrre, produrre, produrre. È stato abbastanza complicato per me riuscire a entrare nell’ottica di questi ragazzi, di quello che volevano, di quello che potevano esprimere, e soprattutto ero io a dovermi calare nel loro mondo e non loro nel mio. All’inizio ho fatto fatica, sono sincero. Ero abituato ad avere alle mie dipendenze venti persone, ed eravamo come venti galline nel pollaio che dovevano solo fare l’uovo, la cosa importante era fare l’uovo. Oggi mi rendo conto che le cose importanti sono altre e non è solo la produzione. È stare dietro ai ragazzi, vedere le loro difficoltà, vedere le loro gioie quando le superano. Devo dire la verità, mi sto trovando bene e loro mi stanno insegnando che la vita non è solo denaro e produzione.

Però producono, realizzano un profitto, la parte economica c’è.
Come no, certo! Però si fa in una maniera diversa: prima c’era l’affanno della produzione, oggi non abbiamo l’affanno, abbiamo una produzione che deve essere sicuramente realizzata però non ci sono quelle aspettative di un datore di lavoro che alla base di tutto mette solamente il profitto. È ovvio che abbiamo in mente il profitto, altrimenti nemmeno esisteremmo. Il disabile che non produce e che non può entrare nel mondo economico di una società è un concetto totalmente sbagliato. Magari lo pensa chi non conosce questo mondo ma chi c’è dentro capisce che il disabile può fare ciò che può fare un normodotato e deve avere le stesse opportunità.

Avete dei riscontri dai clienti?
Abbiamo un contatto diretto coi nostri clienti tramite la nostra pagina Facebook. Tutti quelli che mangiano la nostra pasta rimangono soddisfatti. C’è anche chi critica, ma alla fine serve perché la critica fa crescere.

Beh almeno non c’è retorica, i commenti non sono solo positivi perché la pasta è prodotta da persone disabili.
È vero, ma è anche vero che se il consumatore finale non apprezzasse la nostra pasta non la comprerebbe, perché quando la acquista è nel pieno anonimato, non la deve comprare davanti a noi. Se la compra, noi la vendiamo e la produciamo, e se sono 10 anni che stiamo sul mercato evidentemente i nostri clienti la apprezzano. I numeri ci danno ragione, perché negli anni, anche se poco e anche con questa crisi che è spaventosa, siamo cresciuti e continuiamo a crescere.

Per saperne di più:
Facebook: Pasta di Capezzaia