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Autore: Nicola Rabbi

11. Dal fare rete al fare sistema

A cura di Cinzia Tafuro, La Carovana Onlus e Caterina Pozzi, Open Group

Oggi nel mondo del lavoro si utilizza frequentemente la parola innovazione per indicare forse un bisogno di ideare e tracciare percorsi nuovi in grado di fornire risposte diversificate. Spesso però si parla di innovazione di prodotto legando questo passaggio al mondo delle tecnologie e alla loro introduzione nelle varie fasi lavorative e questo fa pensare che l’ambito del sociale ne sia escluso, vuoi per una disabitudine a identificarsi con un prodotto vuoi per preservare la centralità che, nel lavoro in questo settore, rivestono la “persona” e la “comunità”, destinatari principali degli interventi.
Ma innovazione non corrisponde solo a tecnologia. La parola innovare, se utilizzata in ambito socio-educativo, acquista un significato ampio che ne evoca l’imprescindibilità e ne richiama il carattere di sfida che tutta la cooperazione sociale dovrebbe saper cogliere.
La storia di oggi ci impone un’innovazione di sistema intendendo l’insieme di attori che a vario titolo contribuiscono al lavoro sociale e le interrelazioni che tra questi si stabiliscono. Innovare non è solo fare rete ma raccontarsi e agire una visione sistemica di ciò che vogliamo che sia sociale.
Per approdare a questa tappa occorre osare un cambio di paradigma … dal fare rete al fare sistema; un sistema a titolarità pubblica dove le parole committente e gestore si tramutano in responsabile e co-responsabile e il processo dell’accordarsi si basa su una visione comune realmente co-progettata che conduce verso la qualificazione dell’offerta di servizi e non solo. E’ necessario che la cooperazione sociale si chieda cosa significa innovazione di processo in ambito sociale e quali possono essere i modelli di governance da utilizzare sui territori. In che prospettiva la riforma del terzo settore spinge verso l’innovazione? Costruire innovazione significa anche saper essere imprenditivi? Quali sono i bisogni formativi per le realtà sociali? “Quando si parla di innovazione sociale si parla di comunità che si attivano per lavorare sui processi sociali in modo nuovo e innovativo. Poche realtà si stanno muovendo verso questo traguardo, la maggior parte sono ancora all’anno zero – dice Benedetto Linguerri, presidente di Local to YOU – Per poter incidere su una reale innovazione di processo è necessario assumere persone competenti, che abbiano atteggiamenti innovativi e posseggano competenze non solo tecniche ma trasversali, le cosiddette soft skills. Le persone da coinvolgere in questo processo devono possedere una forte capacità di adattamento, avere creatività, essere aperte al cambiamento.
Altrettanto fondamentale è saper utilizzare il digitale in modo preponderante: pervade ogni modello di business e per questa ragione è importante avere un approccio digitale verso la risoluzione dei problemi, basti pensare all’interfaccia con i clienti o all’ambito della promozione”.
“Quello di cui ha bisogno la cooperazione sociale che opera nei vari contesti del disagio, della salute e dell’educazione – sottolinea Tullio Maccarrone, presidente di Anastasis – non è tanto l’innovazione tecnologica tout court (cosa peraltro già in qualche modo praticata), ma la possibilità di disporre di nuovi e sperimentati modelli d’uso delle suddette tecnologie abilitanti, attraverso appositi piani di ricerca e di capitale umano in grado applicare tutto ciò nella propria realtà lavorativa, elevando in maniera significativa la qualità della presa in carico e sfuggendo dalle logiche del massimo ribasso in cui spesso è costretta ad operare”.
“Ci si chiede – prosegue Linguerri – quale formazione può aiutare e sostenere questo processo, ma prima della formazione occorre affrontare il tema del ricambio generazionale nella direzione della cooperazione sociale. Oggi è fondamentale lavorare sulle connessioni, ricavarsi del tempo per approfondire, per poter agire il cambiamento e assumersi la responsabilità del rischio.
La cooperazione crea valore ma la scommessa diventa sapere anche distribuire valore per non rischiare di essere solo semplici erogatori di servizi. Questa è una sfida epocale per tutta la cooperazione sociale e per realizzare questa sfida occorre avere una capacità di investimento molto elevata.
Se pensiamo alle reti da attivare e alle connessioni importanti tra soggetti del territorio, occorre mantenere una matrice cooperativa con una governance che renda snello e chiaro il processo decisionale”.

10. Ripensare un nuovo modello di welfare. Le clausole sociali e l’esperienza del Comune di Bologna

di Francesco Errani, consigliere comunale

L’inserimento delle clausole sociali negli appalti pubblici
Gli enti locali sono chiamati a promuovere la responsabilità sociale d’impresa delle aziende del territorio ma anche ad agire in modo diretto, dando un chiaro indirizzo sociale alla spesa pubblica, attraverso la stipula di convenzioni con associazioni e cooperative di tipo B e l’inserimento di clausole sociali negli appalti per favorire l’inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio. Si tratta di un intervento strategico di politica attiva del lavoro, che consente di adottare misure di sostegno a carattere non assistenziale, senza aumentare la spesa pubblica.
La creazione di opportunità occupazionali mediante lo strumento degli appalti è partita a Bologna nel 2013, con l’approvazione da parte del Consiglio comunale del Regolamento delle procedure contrattuali per l’inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio. Le ragioni del provvedimento vengono individuate nell’interesse pubblico all’acquisizione di beni o servizi mediante l’appalto e al corrispondente interesse che tale acquisizione avvenga mediante l’inserimento lavorativo di cittadini in condizione di svantaggio. In questo contesto, le clausole sociali sono da considerarsi come un ulteriore obiettivo, esplicitato nel bando di gara, teso a tutelare il principio della libera concorrenza, il mantenimento dei posti di lavoro e l’inserimento lavorativo di persone in situazione di svantaggio.
L’approvazione del Regolamento comunale sull’inserimento delle clausole sociali nelle procedure pubbliche d’appalto ha come obiettivo l’integrazione tra aspetti sociali e condizioni contrattuali, attraverso una politica di appalti pubblici socialmente responsabili. Di fondamentale importanza è una disposizione del Regolamento che prevede di “destinare alla spesa per i contratti di cui all’art. 3 […] una percentuale almeno pari al 5% dell’importo complessivo annuo degli affidamenti” operati dall’amministrazione e che obbliga dunque il Comune di Bologna a destinare tale quota minima, pari al 5% della spesa annua per appalti per le forniture di beni e di servizi, all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Per alcune tipologie di affidamenti, il Comune di Bologna può valutare di inserire un obbligo in capo all’impresa affidataria di eseguire le prestazioni richieste con una percentuale prescritta di lavoratori in situazione di svantaggio sociale. Le imprese potranno fare proposte migliorative e dovranno comunque presentare all’interno della propria offerta anche il piano degli inserimenti lavorativi. Per i contratti di piccolo importo, che non richiedono l’effettuazione di gare, il Comune di Bologna può stipulare convenzioni con cooperative sociali di tipo B che hanno come finalità l’impiego di persone socialmente svantaggiate.

L’esperienza della manutenzione del verde pubblico del Comune di Bologna
La prima applicazione del Regolamento comunale per l’inserimento di soggetti svantaggiati è avvenuta ad aprile 2014, con il bando quinquennale per la manutenzione del verde pubblico, per un valore di circa 33 milioni di euro, che prevedeva l’obbligo, in carico al soggetto affidatario, di impiegare stabilmente persone svantaggiate in numero non inferiore al 10% del numero complessivo dei lavoratori utilizzati per l’esecuzione dei servizi.
L’aggiudicazione definitiva è andata a favore di un raggruppamento temporaneo di impresa (RTI) formato da una grande impresa multiservizi operante sul territorio nazionale con competenza nella fornitura e nella gestione di servizi integrati (ciclo dei rifiuti e altri servizi per l’ambiente, pulizie, parcheggi e trasporti), in collaborazione con cooperative sociali di tipo B che operano nel settore del verde, specializzate nell’inserimento nel mercato del lavoro di persone svantaggiate. L’Appaltatore ha presentato uno specifico programma che riguarda i lavoratori svantaggiati già in organico e i lavoratori di cui si prevede l’inserimento in caso di aggiudicazione dell’appalto. Grazie all’inserimento delle clausole sociali, fra aprile 2014 e dicembre 2017, sono stati impegnati 125 lavoratori in situazione di svantaggio.

La cura del patrimonio pubblico: valorizzare competenze e ridurre pregiudizi
Sempre grazie all’applicazione del nuovo Regolamento comunale di Bologna, che consente di stipulare convenzioni con cooperative sociali di tipo B, è stata fatta la scelta di non selezionare ditte specializzate ma di coinvolgere tre cooperative sociali della città, che da anni lavorano sul territorio anche in ambito edile, per la pulizia da scritte e “graffiti” degli edifici pubblici.
Per l’anno 2014, sono stati resi disponibili 265.000 euro, grazie ad un accordo sul Fondo Anticrisi del luglio 2013, con l’obiettivo di creare occupazione riqualificando il patrimonio monumentale cittadino ed è stato attivato il primo cantiere per la rimozione dei graffiti con interventi su diversi edifici pubblici fra cui l’Archiginnasio e al Teatro Comunale. Nel primo cantiere di ripulitura sono state inserite al lavoro undici persone in situazione di svantaggio.

Nuovo modello di welfare per una città e contesti di vita più inclusivi
Le manutenzioni si sono rivelate una sorprendente occasione per valorizzare tante competenze professionali inutilizzate e per rendere più sicuri e accoglienti i nostri ambienti di vita. Le esperienze descritte, partendo dalla possibilità di dare un indirizzo sociale alla spesa pubblica, coinvolgendo le imprese sociali, i servizi e i lavoratori svantaggiati, suggeriscono esempi di un nuovo modello di sviluppo possibile che supera la logica assistenzialistica.
Il rapporto sull’applicazione del Regolamento conferma finora la positività dei principali indicatori, l’ingresso di nuovi operatori economici, il mutamento delle categorie di svantaggio, la riorganizzazione degli appalti, la differente modalità di applicare la clausola (appalto quinquennale per la manutenzione del verde pubblico e affidamento di pulizia del patrimonio cittadino a cooperative sociali di tipo B).
Viene confermata l’efficacia della scelta del Comune di Bologna che ha favorito l’effettivo inserimento lavorativo di cittadini svantaggiati, a parità di costo: gli appalti con clausola sociale non sono infatti più onerosi di quelli ordinari e non richiedono un aumento della spesa pubblica. L’ampliamento dei beneficiari a tutti i tipi di svantaggio previsti dalle norme nazionali e comunitarie ha consentito l’accesso al mercato del lavoro ad una vasta area del disagio, soprattutto a quella non tutelata da alcuna protezione normativa specifica.

Quali sono le resistenze ancora presenti?
È sicuramente necessario contrastare il pregiudizio sulla presunta scarsa qualità delle prestazioni di tali lavoratori che può andare dal più pragmatico “non sono produttivi” fino al considerarli come un vero e proprio problema. Il pregiudizio ha un ruolo molto forte, afferente al rischio di calo della produttività e al potenziale “disordine” generato dall’inserimento.
Diventa quindi necessaria una attività di mediazione da svolgere all’interno del sistema dei servizi per coniugare i criteri di efficacia ed efficienza nell’erogazione del servizio e della sua specifica missione sociale.
Il nuovo Regolamento comunale deve comportare anche una profonda ristrutturazione del sistema, con affidamenti di maggiore importo e durata e, quindi, migliore stabilità lavorativa, con l’ingresso d’imprese profit e di cooperative sociali di tipo B che possono offrire alle grandi imprese il loro know how per l’inserimento lavorativo. Oggi la maggior parte dei bandi del Comune di Bologna continua ad accordare una preferenza al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, con il rischio di premiare il “prezzo più basso”, mentre l’aspetto economico non dovrebbe più essere un fattore determinante per l’assegnazione dei contratti. Per promuovere la qualità e l’innovazione negli appalti pubblici bisognerebbe includere gli aspetti ambientali e sociali(a favore della tutela dell’occupazione e delle condizioni di lavoro nonché a favore dei soggetti svantaggiati), anche per garantire una maggiore professionalizzazione e aumentare la partecipazione delle piccole e medie imprese, incluse le imprese sociali. Inoltre, le attività a maggior contenuto professionale devono comportare la qualificazione dei lavoratori svantaggiati, con la conseguente prospettiva di ampliamento a nuove tipologie di appalti.
I punti di debolezza riguardano anche le difficoltà di bilancio degli enti locali e la difficoltà da parte del mondo profit di attuare i progetti sociali.

Ma i vantaggi sono solo sociali o anche economici?
Può essere sicuramente importante valutare l’impatto economico degli inserimenti lavorativi, provando a quantificare il valore dell’inclusione sociale dei lavoratori.
La clausola sociale genera un valore aggiunto per la comunità, non essendo strumento assistenziale ma mettendo le persone a rischio di esclusione sociale nelle condizioni di diventare produttori di reddito e contribuenti del sistema di welfare. Si tratta di indagare proprio il valore economico dell’attività di inserimento lavorativo, per poter dimostrare con dati oggettivi la ricaduta positiva di questi interventi sull’intera comunità.
L’aspetto economico non può essere ovviamente l’unica chiave di lettura per promuovere l’inserimento lavorativo, altrimenti si corre il rischio di assumere solo un’ottica imprenditoriale che non renderebbe giustizia del lavoro svolto e della funzione sociale di questa politica.
La misurazione del valore economico è comunque opportuna anche per le Pubbliche Amministrazioni, per la valutazione dei programmi e la conseguente allocazione delle risorse nei differenti progetti di sostegno economico per il settore sociale. Un “bilancio sociale di comunità” potrebbe registrare sia il vantaggio economico per ciascun lavoratore svantaggiato inserito che un progetto in grado di misurare la coesione sociale di un territorio.

Per concludere
La politica di un Comune non può limitarsi ad amministrare l’esistente ma deve proporsi come punto di riferimento per orientare la comunità che rappresenta verso scelte e comportamenti di cura delle persone e dei contesti di vita. Vanno ricercate strategie, strumenti e mezzi per mettere tutti e ciascuno su un piano di uguaglianza delle opportunità nella formazione e nella realizzazione professionale. Un modello di società che ha come obiettivo di consentire ai propri cittadini di soddisfare i propri bisogni, valorizzandone le capacità.
Le esperienze documentate provano che le realizzazioni professionali e sociali inclusive costituiscono un vantaggio per tutti. Ciò le fa uscire dal ghetto dell’assistenzialismo e consente loro di proporsi come riferimento per una economia e una società più giusta. Testimoniano la possibilità di vivere come comunità, realizzare concrete occasioni per sperimentare una responsabilità diffusa, basata sulla sussidiarietà, una scelta che contraddice chi teorizza la necessità dell’abdicazione da parte delle Amministrazioni Pubbliche a farsi carico della qualità della vita dei cittadini, attraverso processi di privatizzazione strisciante, finalizzati a risparmi che fanno scivolare verso l’esclusione chi vive già nella difficoltà. Dimostrano infine che fra i servizi territoriali, le imprese profit, a partire da quelle eticamente orientate, le cooperative sociali, l’associazionismo e il volontariato si possono tessere rapporti di collaborazione, generativi di opportunità inclusive. Una Città inclusiva è realizzabile grazie a una rete di soggetti che intrecciano relazioni di condivisione della responsabilità nella reciprocità e coltivano aspirazioni di promozione di una società più giusta. E’ una città che non rinuncia ad essere presidio pubblico dei livelli essenziali di vita e che si fa garante, soprattutto nei confronti dei più deboli, del rischio di iniquità sociale, promuovendo una sussidiarietà che si sviluppa grazie all’apporto delle organizzazioni intermedie della società civile. In quest’ottica, gli Enti locali e i servizi del territorio, realizzando la propria responsabilità politica ed istituzionale, si propongono come cabina di regia di un welfare di comunità, assegnando priorità di spesa e di cura a chi ne ha più bisogno e che vive il rischio di una indigenza umiliante e l’offesa dell’esclusione.
La previsione nei capitolati di appalto di clausole sociali si sta dimostrando un riferimento inclusivo fondamentale che consente di valorizzare le persone, relegate nell’inattività e umiliate dalla mancanza di riconoscimento, collegandone la promozione delle competenze alla valorizzazione di beni comuni (ambientali, culturali e architettonici).

9. Al Binèri, l’esperienza di un ristorante etico

A cura di Nicola Rabbi, Bandiera Gialla

Al Binèri è un ristorante estivo gestito dalla cooperativa sociale Arca di Noè di Cadriano (BO) che vede coinvolti all’interno dello staff 5 richiedenti asilo ospiti nelle strutture Sprar della Città Metropolitana.
Il ristorante si definisce etico principalmente per due motivi: perché da un lato rivolge particolare attenzione all’inserimento lavorativo di persone che sono accolte nello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e dall’altro perché le materie prime utilizzate in cucina sono a km 0 e sono biologiche. Per conoscere meglio gli sviluppi di questo progetto abbiamo intervistato Valentina Iadarola, responsabile dell’Area Progettazione della cooperativa Arca di Noè.

Come è nato questo progetto?
La  nostra  cooperativa  è  stata  coinvolta  nelle  attività  del  ristorante  già  nel 2016, anno durante il quale ci siamo occupati principalmente dell’inserimento lavorativo di alcuni ospiti di centri di accoglienza del territorio, oltre all’organizzazione e realizzazione di eventi culturali e di sensibilizzazione riguardanti tematiche sociali e di integrazione sul territorio di Bologna. L’Arca di Noè nasce infatti nel 2001 con l’intento di attivare percorsi di inserimento lavorativo e inclusione sociale per categorie svantaggiate. Le nostre attività si rivolgono a persone che vivono ai margini della società e a migranti forzati titolari di protezione internazionale.
Il nostro obiettivo è inserirle in percorsi di formazione e avviamento al lavoro. I nostri progetti di accoglienza hanno lo scopo di fornire gli strumenti volti all’autonomia e all’indipendenza delle persone.
Per questo svolgiamo attività di affiancamento, orientamento e supporto legale, orientamento all’inserimento lavorativo e insegnamento dell’italiano. Il ristorante è stato per noi un’occasione di gestione integrata di un’attività commerciale che unisse la nostra mission alla sfida di offrire un servizio innovativo e di qualità. Il ristorante, che funziona solo da giugno a settembre, è collocato all’interno del parco del Dopolavoro Ferroviario di Bologna dove si svolgono numerose attività ricreative e sportive.

Da un punto di vista economico il ristorante ha funzionato?
L’attività è aperta per il solo periodo estivo (4 mesi) e richiede un’organizzazione puntuale, basata sull’approccio imprenditoriale e su un format ad hoc strategicamente definito. Abbiamo avuto una media 40-50 coperti a sera circa, potremmo arrivare anche fino a 60, anche se questo richiederebbe probabilmente interventi strutturali per modernizzare le attrezzature della cucina. Questo può rappresentare un limite in termini di ampliamento dell’attività.

Come avete organizzato l’inserimento lavorativo dei richiedenti asilo?
Lo staff è composto da personale italiano e da cinque richiedenti asilo che svolgono compiti di diverso genere: aiuto cuoco, lavapiatti, camerieri, tutti inseriti con tirocini lavorativi di 38 ore. Sono persone ospiti di centri Sprar presenti sul territorio. Abbiamo selezionato sia persone con un minimo di esperienza che persone alle prime armi, per permettere loro di acquisire competenze specifiche nell’ambito della ristorazione e fornire occasioni di lavoro di gruppo e di contatto con la cittadinanza. Io penso che sia stata un’esperienza formativa molto importante. C’è chi è entrato come lavapiatti e ne è uscito aiuto cuoco, come un ragazzo di 19 anni alla sua prima esperienza lavorativa. Queste persone, prima dell’avvio dell’attività, hanno partecipato a un breve corso che prevedeva la formazione HACCP- sull’igiene alimentare – una parte teorica generale sul lavoro di ristorazione e una maggiormente personalizzata.

Che tipo di problemi avete incontrato in questa esperienza?
L’aspetto  relazionale  è  stata  la  parte  più  difficile.  Abbiamo pensato questa esperienza come un percorso di formazione e avviamento al mondo del lavoro, che unisse la parte di acquisizione di competenze specifiche e tecniche e la parte di capacità relazionali e di lavoro di gruppo. Il tutto ovviamente con la finalità di offrire ai clienti del ristorante un servizio di qualità e di livello. Questo tipo di approccio ha certamente richiesto uno sforzo ulteriore allo staff del ristorante per riuscire a integrare la parte formativa con i ritmi rapidi di un ristorante. È stata inoltre un’esperienza nuova per i richiedenti asilo che hanno potuto mettersi in gioco e sperimentare occasioni di scambio con la cittadinanza, oltre che per i clienti del ristorante che hanno avuto la possibilità di conoscere alcune delle persone ospiti dei centri.

E per quanto riguarda gli alimenti?
I nostri prodotti sono per la maggior parte biologici e locali, la cooperativa Arca di Noè è infatti tra i soci fondatori dell’azienda “Local to You”, maggior fornitore del ristorante. Facciamo una cucina mediterranea e nel nostro menù abbiamo alcuni piatti fissi, mentre altri sono piatti “del giorno”, così da garantire al cliente la freschezza dei prodotti e delle materie prime. Come cooperativa abbiamo inoltre acquisito il birrificio “Vecchia Orsa”, produttore di birra artigianale realizzata da persone con disabilità.

Che progetti avete per il futuro?
Il sogno sarebbe che questa struttura fosse funzionante anche d’inverno, non solo come ristorante, ma anche come un luogo dove fare corsi di formazione, eventi, catering. Questo ci permetterebbe di formare personale con competenze specifiche nell’ambito della ristorazione, offrendo quindi maggiori occasioni di inserimento lavorativo. Il settore della ristorazione a Bologna negli ultimi anni ha visto un grande aumento in termini di offerta e quindi potrebbe essere interessante trovare proposte strategiche di sviluppi futuri.
Anche la collocazione del ristorante è molto interessante, essendo la Bolognina un quartiere estremamente vivo e variegato, dove il Comune sta sviluppando numerosi progetti di riqualificazione. La cooperativa persegue il medesimo obiettivo di recupero degli spazi del Parco del Dopolavoro Ferroviario, per ridare nuova vita a un’area verde unica per collocazione e caratteristiche.

8. Un’esperienza di accoglienza diffusa

di Giovanni e Roberta Vai, Pictor Coop. Sociale

Il crescente arrivo di migranti sulle coste italiane, le numerose morti in mare, vere e proprie tragedie del nostro tempo, hanno sollevato in noi e nella nostra famiglia numerosi interrogativi e riflessioni, che ci hanno portato ad aderire al progetto della Caritas Italiana “Protetto: un rifugiato a casa mia”.
Questa iniziativa, lanciata dopo l’appello di Papa Francesco del settembre 2015, ci ha permesso, a partire dal febbraio 2016, di entrare in una bellissima esperienza di accoglienza diffusa, esperienza che continua ancora oggi e che ha segnato questi 30 mesi della nostra vita di famiglia, che ci ha aiutato a riflettere su quanto ci circonda e a toccare con mano quanto è importante la conoscenza e la vicinanza per abbattere muri e diffidenze.
Nella nostra esperienza abbiamo incontrato giovani uomini, di età compresa tra i 21 e i 28 anni, usciti dal sistema di accoglienza nazionale, in quanto già in possesso di un permesso di soggiorno, che necessitavano di un periodo in cui poter ritrovare le forze e le motivazioni per andar avanti nel percorso di autonomia, nella ricerca di un lavoro e di un alloggio, per ritornare protagonisti della propria vita, decidendo quale direzione prendere e quali obiettivi raggiungere.
In questo periodo ci sembra che possiamo dire di aver accompagnato questi giovani per un pezzo della loro vita, consapevoli che non siamo esperti del settore né professionisti del sociale, ma semplici cittadini, semplici persone che si pongono al loro fianco, per fare insieme un pezzo di strada e per vivere insieme un pezzo di vita, senza avere la presunzione di risolvere tutti i loro problemi, ma cercando di sostenerli, stando loro vicino per non farli sentire soli.
Il centro di questa esperienza è la relazione, la possibilità di incontrare un volto, un nome, una storia, i sogni di un ragazzo ventenne che cerca un futuro migliore.
Per una persona che si trova a vivere una nuova realtà, distante dalla propria cultura e dai propri usi, il poter avere un luogo ricco di relazioni è importante per consentirgli di ripartire e riprogettare la propria vita, al di là di quello che si potrà realmente concretizzare realmente nel periodo dell’accoglienza, facendolo così sentire nuovamente soggetto attivo e protagonista della propria vita e questo pensiamo possa essere veramente davvero importante!
L’accoglienza diffusa permette a nostro avviso una vera integrazione che nasce dal quotidiano, dallo scambio di ricette, dal condividere abitudini e usi, dal parlare dei propri Paesi, delle famiglie di origine.
Nella nostra esperienza anche la diversa religione non ha rappresentato un ostacolo, in quanto abbiamo capito che si può convivere nel rispetto reciproco, sottolineando non le differenze, bensì i punti di contatto. Credevamo infatti che essere di religione musulmana fosse l’elemento più difficile da accettare ed invece abbiamo scoperto che l’essere di colore diverso, anche nel nostro territorio, è fonte di diffidenza e limita le possibilità di incontro, di trovare un lavoro e una casa, anche quando se ne hanno i requisiti. Il colore della pelle rappresenta ancora un ostacolo per un pieno inserimento sociale e lavorativo!
L’esperienza ci ha insegnato che quando le persone sono disponibili ad incontrarsi, abbandonandosi alla relazione, tutto risulta più semplice e i rapporti si fanno autentici e normali.
E in questa normalità di relazione che a volte bisogna anche accettare la scelta dell’altro, che ha priorità e uno stile di vita che non sempre riusciamo a capire fino in fondo, ma che dobbiamo imparare ad accettare. Significa allora accettare che non ci raccontino la loro storia, il loro viaggio, perché magari le ferite fanno ancora male e sono aperte e sanguinanti.
E’ anche questa la normalità di una relazione: conoscersi scoprendo pregi e difetti di ognuno, ma sempre avendo bene in mente il rispetto reciproco, senza avere atteggiamenti di superiorità, ma cercando di parlarsi e di ascoltarsi, per vivere pienamente il tempo e l’esperienza che si sta facendo.
Pensiamo che la bellezza e l’importanza di promuovere l’accoglienza diffusa non sia raggiungere grandi numeri, ma piuttosto diffondere una cultura dell’incontro, della relazione, della normalità di una integrazione fatta di volti, storie e sogni.

7. Rifondare la motivazione: alcuni spunti per continuare a riflettere

di Amelia Frascaroli, consigliera comunale

Uno sguardo al mondo della cooperazione sociale e a quanto si sta muovendo in questi ultimi anni mette in evidenza la necessità di rifondare la motivazione e il senso di appartenenza dei singoli soci, delle singole persone ma anche delle cooperative nel loro complesso. Va ritrovata una pratica di formazione e di ri-motivazione permanente e va fatto un grosso investimento sulle singole persone. Il rischio è quello di perdere nel tempo sia la storia che l’identità di appartenenza e ritrovarsi dentro contaminazioni, confusioni operative che non permettono più di essere quello che si era. Ritrovare questa forte motivazione, calarla nelle scelte, non dimenticarla, significa trovare una capacità di praticare dei condizionamenti rispetto alla domanda che l’Ente Pubblico pone. La cooperazione sociale può modificare la domanda e non subirla. La rappresentazione che spesso l’Ente Pubblico ha della cooperazione, e come questa rappresentazione si potrebbe modificare spostando anche la domanda, dipendono moltissimo da un’identità forte che si sappia spendere con proposte molto concrete. Il mio lavoro in Caritas e i cinque anni di lavoro in Comune come assessore mi hanno permesso di vedere da vicino alcune esperienze che sono riuscite a mantenere un’identità propria e che quindi si sono imposte dal punto di vista dell’innovazione e della capacità progettuale e hanno modificato la domanda dell’Ente Pubblico. Riflettere sulla storia della Legge 381 significa riflettere sulle modifiche avvenute rispetto alla configurazione iniziale della cooperazione, dalla caratterizzazione della mutualità interna di produzione lavoro e via via fino alla creazione di un modello solidaristico rivolto all’esterno, alle fragilità. È sempre più evidente che ci sono alcune fragilità socialmente accettate (disabilità, psichiatria, tossicodipendenze, disagio sociale ampiamente inteso) da parte della Pubblica Amministrazione; la cooperazione sociale che lavora su questo è vista come una risorsa, si occupa di fasce della popolazione che fino a qualche decina di anni fa non avevano attenzioni particolari. Per quanto riguarda invece l’immigrazione, la percezione collettiva è profondamente diversa. C’è una grande responsabilità culturale e pre-politica rispetto alle esperienze di accoglienza che si mettono in campo nei territori e alla qualità della loro gestione, una qualità che superi, produca oltre la domanda, non si appiattisca solo su quello che la Pubblica Amministrazione chiede. Il tema è quello della responsabilità, di una produzione e di una rappresentazione culturale diversa. Un altro tema su cui riflettere è quello dei consorzi che possono rappresentare una grossa risorsa e possibilità. In questi anni, spesso le cooperative sociali hanno scelto di unirsi in consorzio. Ma quanta “amicizia” c’è fra le cooperative e quanto invece emergono sospetti, antagonismo, bisogno di controllo reciproco? Quanto si condivide di identità, sintonia, idee di fondo, visione, metodo? Quanto il consorzio è un’identità viva fondata su amicizie intese come sintonie profonde e rinforzi reciproci e quanto invece rischia di perdere un po’ l’anima del consorzio stesso e delle singole realtà? È da qui che bisogna ricominciare, in caso contrario si rischia di fare operazioni strumentali, funzionali al momento, alla specifica gara che costringono a rispondere alla contingenza e questi sono meccanismi che possono travolgere.

6. La prospettiva dell’innovazione sociale partecipata. Il valore delle esperienze sostenute da AILeS

di Walther Orsi, comitato scientifico AILeS

Le ragioni che richiedono un cambiamento
La crisi del welfare, legata a motivazioni economiche, alle difficoltà di garantire equità, universalismo ed efficacia dei servizi, è ormai evidente ai cittadini. Le difficoltà della politica e delle istituzioni nel rispondere a questa crisi spesso sono state gestite attraverso processi di esternalizzazione dei servizi, da parte del pubblico verso il terzo settore. Questo processo ha contribuito a esportare, ma a volte a ‘mimetizzare’, molte contraddizioni e problemi legati a tale crisi. Nel contesto dell’Emilia Romagna, il terzo settore ed in particolare la cooperazione sociale, hanno fornito un contributo molto importante nell’ambito del sistema del welfare, attraverso la gestione di servizi particolarmente complessi e con utenti multiproblematici, in una situazione caratterizzata da risorse limitate e da bisogni sociali crescenti.
La crisi del sistema di welfare è stata gestita soprattutto grazie al prezioso contributo del terzo settore e degli operatori che spesso però ne hanno subito le conseguenze in termini di perdita di motivazione, passione e senso dell’attività professionale.
Nella situazione odierna, in cui alcune forze politiche non sembrano consapevoli del ruolo importante svolto in questi anni dal terzo settore, che anzi viene demonizzato (in particolare le onlus), è fondamentale reagire, riflettendo con la massima onestà e trasparenza sulle ragioni di tale crisi, innanzitutto per comprendere il disagio di chi opera nei servizi, ma anche per sviluppare, insieme agli operatori e ai cittadini, un percorso teso a salvare e a rinnovare il sistema di welfare.
E’ venuto il tempo della consapevolezza del rischio di un progressivo smantellamento del patto fra cittadini-welfare-istituzioni, ma anche del grande patrimonio di motivazioni, valori, risorse umane e sociali su cui si reggono i servizi, il terzo settore ed in particolare la cooperazione sociale.
Questa situazione di crisi può rappresentare però anche l’occasione per un profondo cambiamento dei paradigmi di riferimento. Infatti è entrato in crisi non solo il ruolo del welfare, ma soprattutto il sistema delle relazioni fra sviluppo e welfare, perché non è più credibile che quest’ultimo possa rispondere a tutti gli effetti perversi del sistema economico.
Si rende necessario un nuovo modello che faccia riferimento a: benessere, salute, inclusione sociale. Questi indicatori non possono essere di esclusiva competenza del sistema dei servizi, ma si determinano solo attraverso nuove sinergie e collaborazioni fra un “welfare di comunità” e un ”altro sviluppo”, inteso a livello economico, ma anche sociale, culturale ed etico. Inoltre la costruzione del bene comune e della qualità della vita in un territorio richiede una cittadinanza attiva e una responsabilizzazione dei cittadini nel loro ruolo di imprenditori di welfare.
Il motore del nuovo modello è rappresentato da un’innovazione sociale partecipata, in grado di valorizzare il capitale diffuso di creatività e di invenzione sociale dei cittadini e degli operatori, di promuovere nuove imprenditorialità, di generare lavoro a partire dai bisogni sociali delle persone e delle comunità. Tale modello è centrato sulla necessità di nuove collaborazioni fra istituzioni, imprese profit, terzo settore, per connettere e conciliare le rispettive logiche di riferimento (redistribuzione, scambio, reciprocità).
Questa prospettiva di cambiamento assegna un ruolo chiave al terzo settore perché è in quel contesto che, da sempre, si sperimentano azioni sinergiche fra attori sociali orientati da molteplici logiche di riferimento. In particolare la cooperazione sociale si propone di conciliare la logica dello scambio, propria di un’impresa, con quella redistributiva, propria di chi eroga servizi di welfare, ma anche con quella della reciprocità che si fonda sulla partecipazione, sulla mutualità, sulle relazioni.

Alcune prospettive di lavoro per l’innovazione sociale partecipata
Le criticità che si evidenziano in alcune esperienze sostenute da Ailes non possono nascondere la grande rilevanza di tali progetti che si fondano su un’ampia collaborazione fra gli attori del pubblico, del privato sociale e del profit. Rappresentano una vera e propria esperienza innovativa emblematica che non ha ancora esplicitato e rappresentato tutte le sue potenzialità. Può essere utile riprendere, sinteticamente e per parole chiave, i principali nodi che frenano il processo innovativo: la complessità del sistema delle relazioni fra gli attori coinvolti, la burocratizzazione eccessiva delle procedure che allungano i tempi delle varie fasi dei percorsi di inserimento sociale e lavorativo, l’autoreferenzialità di ciascun attore che lo imprigiona nella propria logica di riferimento, il sistema di valutazione dei risultati, centrato prevalentemente sull’indicatore dell’inserimento lavorativo, che non è in grado di misurare la ricchezza dell’impatto sociale di tutte le azioni sviluppate nell’ambito del progetto.
Per dare ulteriore valore al progetto e alle proposte del partenariato di Bologna, si individuano alcune prospettive di lavoro non solo tese ad affrontare i nodi problematici, ma anche a sviluppare tutte le potenzialità che possono emergere facendo riferimento al modello dell’innovazione sociale partecipata. In tale ottica diventa fondamentale: dare voce ed ascolto agli operatori e ai cittadini, cogliendo tutta la ricchezza del loro ruolo, per valorizzare il loro capitale di creatività, progettualità e invenzione sociale; valorizzare le buone pratiche sociali di cittadinanza attiva; migliorare la comunicazione fra i diversi attori sociali anche per ridurre i condizionamenti della burocratizzazione eccessiva; andare oltre le opportunità lavorative esistenti, per promuovere nuove imprenditorialità, per generare lavoro a partire dai bisogni sociali delle persone, e delle comunità; connettere e conciliare le diverse logiche di riferimento delle istituzioni, delle imprese profit e del terzo settore.
Si elencano, qui di seguito e in forma sintetica, alcune prospettive di lavoro esemplificative che vengono definite anche attraverso l’esplicitazione dei risultati attesi. E’ evidente che per dare maggiore concretezza ai percorsi operativi sarà necessario un ampio coinvolgimento degli attori sociali impegnati nel progetto, per cogliere le priorità, per scegliere quelli da sperimentare, per implementarli in relazione alle risorse disponibili e soprattutto per costruire una co-progettazione condivisa.

Verso una più efficace comunicazione, integrazione istituzionale e condivisione di senso
Principali risultati attesi:

  • condivisione del senso di alcune parole chiave, degli orientamenti per migliorare il lavoro di rete, degli indicatori di efficacia, efficienza e qualità;
  • semplificazione dei processi e riduzione degli adempimenti burocratici;
  • sviluppo di nuove strategie di comunicazione dei risultati ottenuti e del valore del lavoro sociale svolto dagli operatori

Costruzione di un sistema di valutazione dell’impatto sociale degli interventi
Principali risultati attesi:

  • poiché la mission del terzo settore, previsto dalla Riforma, non è solo di produzione di servizi, ma anche di promozione di cittadinanza attiva, inclusione e protezione sociale, partecipazione, è fondamentale dare evidenza ad una valutazione che vada oltre la misurazione dell’input, dell’output, dell’outcome, per misurare l’impatto sociale dell’attività svolta dalla cooperazione sociale;
  • superamento dei sistemi di valutazione derivati dalla cultura delle organizzazioni profit, per la costruzione di uno specifico sistema di valutazione multidimensionale che verifichi il valore aggiunto dell’intervento della cooperazione sociale a livello sociale, culturale, economico, istituzionale, etico;
  • elaborazione di un impianto, di metodologie, strumenti ed esperienze emblematiche di misurazione dell’impatto sociale dell’attività svolta nell’ambito dell’operazione Regione Emilia Romagna FSE Inclusione.

Sviluppo di un percorso condiviso di rilevazione della domanda e delle risorse per nuove attività imprenditoriali e di lavoro. Il ruolo strategico della cooperazione sociale
Principali risultati attesi:

  • valorizzazione e rappresentazione del patrimonio di informazioni, conoscenze, competenze degli operatori delle istituzioni, dei servizi di welfare, del terzo settore, in merito ai nuovi bisogni sociali dei cittadini, in termini di benessere e qualità della vita del territorio, ma anche delle idee, proposte, ipotesi di progetti per sviluppare nuove attività imprenditoriali e lavorative tese a rispondere a tali bisogni;
  • organizzazione di eventi ed occasioni di confronto, approfondimento, condivisione, che prevedano la partecipazione di rappresentanti del mondo produttivo profit, delle istituzioni, del terzo settore, in merito all’individuazione di nuove attività imprenditoriali e lavorative nel territorio. La cooperazione sociale e gli attori che fanno affidamento sul sostegno di AILeS hanno una preziosa esperienza al riguardo che va valorizzata ed implementata;
  • attivazione sperimentale di nuovi percorsi imprenditoriali e lavorativi che prevedano la collaborazione e l’integrazione di istituzioni, imprese profit e terzo settore.

Il lavoro di comunità orientato alla promozione di buone pratiche sociali di cittadinanza attiva
Principali risultati attesi:

  • organizzazione (in collaborazione con il Comune di Bologna, i Quartieri, l’associazionismo e il volontariato), in alcuni contesti territoriali, di incontri aperti alla popolazione sui problemi di maggiore rilevanza sociale. Individuazione dei cittadini che si rendono disponibili per qualche forma di impegno per la cura del bene comune e il miglioramento della qualità della vita;
  • organizzazione di incontri di approfondimento, per area problematica, aperti alla partecipazione dei cittadini che si sono resi disponibili per l’elaborazione di proposte di intervento, idee progettuali e attività tese a fornire risposte concrete e partecipate ai nodi emergenti in ciascuna area, ma anche all’inclusione sociale di persone fragili;
  • coinvolgimento dell’associazionismo e del volontariato per promuovere insieme incontri e seminari di informazione e formazione dei cittadini disponibili in merito a come si sviluppa una buona pratica sociale, come si elabora, gestisce e valuta un progetto di cittadinanza attiva, un patto di collaborazione con il Comune di Bologna ed i Quartieri, come si può prevedere la partecipazione di persone vulnerabili e a rischio di esclusione sociale.

Il valore delle esperienze sostenute da AILeS
Le esperienze sostenute da AILeS, nel territorio bolognese, hanno dimostrato come sia possibile sviluppare sinergie positive fra il contesto delle istituzioni e dei servizi di welfare, le imprese profit e il terzo settore, anche se in presenza di alcuni nodi problematici, da non sottovalutare.
Una breve descrizione di tali più recenti esperienze può consentire di comprendere il valore delle stesse, ma anche le proposte di miglioramento su cui puntare per l’attivazione di un processo di innovazione sociale partecipata.
Dal 2015 sul territorio della Città Metropolitana di Bologna (ex provincia) le azioni inclusive in favore delle persone svantaggiate, finanziate dalla Regione Emilia Romagna con il Fondo Sociale Europeo, nell’ambito della Programmazione 2014- 20, sono state gestite tramite ampi partenariati con la supervisione del Comitato Scientifico di AILeS. Nel biennio 2015-16 si è formato un partenariato con titolarità CSAPSA ricomprendente, oltre alle Associate di AILeS, CEIS Formazione, Demetra, Fondazione Aldini Valeriani, Irecoop, Lavoropiu, Oficina, Rupe Formazione, Consorzio SIC, Consorzio Winner, per la gestione di una Operazione rivolta a 390 persone di nazionalità italiana, o immigrati a rischio di esclusione, tramite attività di accoglienza, orientamento, formazione professionale e inserimento lavorativo con tirocini.
La logica della rete collaborante, estesa anche a organizzazioni di supporto del non profit (ad es.: Caritas, Padre Marella) e l’ottima collaborazione con il Comune di Bologna, lo Sportello Lavoro allo scopo attivato, i Servizi pubblici di welfare e di Politica Attiva del Lavoro dei 7 Distretti Socio Sanitari metropolitani, hanno consentito il raggiungimento di buoni risultati per il miglioramento dell’occupabilità delle persone svantaggiate coinvolte, con il 23% di assunzioni al termine dei percorsi svolti.
Non è mancata la collaborazione, oltre alle cooperative sociali aderenti a Legacoop e a Confcooperative già nel partenariato, delle imprese profit, in particolare PMI, che hanno dato la propria disponibilità ad accogliere tirocinanti, contattate tramite la funzione di scouting svolta dagli enti gestori e dai Centri Risorse Territoriali (CRT) della sezione B di CSAPSA.
I CRT sono composti da persone svantaggiate, appositamente formate e assunte per la ricerca tramite contatto telefonico e tracciamento, in un apposito data base informatizzato, delle disponibilità aziendali per stage/tirocini con possibili sbocchi occupazionali, e hanno svolto un compito prezioso per consolidare il rapporto di collaborazione con il mondo del lavoro ordinario.
Alle aziende presso le quali si sono svolti i tirocini è stata offerta la possibilità di essere ricomprese nell’Albo Metropolitano delle Aziende Inclusive, come riconoscimento del merito distintivo dimostrato sul versante delle buone prassi di responsabilità sociale di impresa.
Gli elementi che hanno deputato a favore del buon andamento e degli esiti qualitativi dell’operazione sono riconducibili, in particolare, alla costruzione di percorsi personalizzati che hanno integrato per ogni persona l’accoglienza orientativa, la formazione professionale in piccoli gruppi di 4/5/6 partecipanti e il tirocinio individuale, con un forte supporto di accompagnamento da parte di personale specializzato e tramite la rete di sostegno degli enti del non profit metropolitano.
Tali condizioni di efficacia sono purtroppo venute meno nella successiva edizione relativa al biennio 2017-18, tuttora in corso, a seguito dell’entrata in vigore delle disposizioni contenute nella LR 14/2015. Essa fa riferimento a finalità del tutto condivisibili (programmazione a livello di distretto, integrazione dei servizi sociali, sanitari, del lavoro nella profilatura delle persone, personalizzazione dei percorsi, coinvolgimento del terzo settore, ecc…), ma ha richiesto un eccesso di procedure e adempimenti. Ne è scaturita una condizione non voluta di “burocratizzazione digitale” che logora le migliori energie profuse da tutti: responsabili e operatori delle istituzioni pubbliche coinvolte, dei servizi territoriali, degli enti gestori e delle imprese collaboranti. Gli stessi partenariati di gestione, formati nei vari distretti socio-sanitari, risultano inibiti e depotenziati nella loro capacità di azione.
Servirebbe una migliore comunicazione e una più stretta condivisione, tra equipe segnalanti e enti gestori, delle informazioni relative alle persone da accogliere e alla configurazione dei progetti personalizzati, oltre ad una maggiore valorizzazione della formazione professionale rispetto alla predominanza dei tirocini.
Questi ultimi strumenti di transizione rischiano di convertirsi da misure attive a meramente passive di politica del lavoro, se non sono adeguatamente preceduti da una buona conoscenza di ogni soggetto, se non vengono integrati con moduli propedeutici, o in alternanza di formazione e da azioni di consistente accompagnamento-sostegno nei contesti aziendali e, parallelamente, nei contesti di vita, nelle reti comunitarie e di prossimità.
Tra le proposte contenute in documenti redatti dal partenariato di Bologna, con la supervisione del Comitato Scientifico di AILeS, si sostiene infatti che: “… alla luce di precedenti esperienze di gestione di azioni inclusive, non ultima l’operazione del biennio 2015/16 sopra richiamata, per favorire una maggiore efficacia dei processi di apprendimento e di possibile esito assuntivo, siano più utili percorsi inclusivi integrati che prevedano, a seguito di almeno 2/meglio 4 ore di accoglienza

  • orientamento individuale, moduli di entità oraria significativa (40-60 ore in gruppi da 6) di formazione permanente, propedeutici, o in alternanza alla realizzazione di tirocini di 3 o 4 mesi, con sostegno nei contesti rafforzato (fino a 4 ore settimanali, rispetto alle 2 di solito previste nei Piani Integrati Territoriali)”.

5. Una sfida tra centauri. Elementi dialettici nella relazione tra Ente Pubblico e Cooperazione Sociale

di Carlo Francesco Salmaso, Piazza Grande Coop Sociale

L’antica Atene ha rappresentato il modello democratico per eccellenza, il suo monumento simbolo è il Partenone sul quale è stata scolpita, non a caso, la battaglia tra Lapiti e Centauri nel momento in cui si svolge. L’obiettivo è quello di mostrare che la democrazia è dialettica tra idee con pari dignità. Abbiamo provato a verificare quali sono le idee che circolano nel rapporto con le Pubbliche Amministrazioni e su cui non siamo d’accordo e le abbiamo sfidate in una competizione dialettica, proprio come se fosse un combattimento fra centauri.

Assegnazione degli appalti
Si pensa che l’alternanza nell’assegnazione degli appalti sia garanzia di qualità: il miglioramento sarebbe possibile se non è sempre lo stesso soggetto che fa le cose. Un nuovo gestore può portare aria nuova, idee migliori e prezzi più bassi, in definitiva maggiore qualità.
Mentre si fa una cosa si acquisisce un sapere che è anche un sapere relazionale. La continuità di un servizio ha elementi di qualità che vanno considerati e che sono misurabili con criteri oggettivi come la conoscenza acquisita con l’esperienza in quel particolare tipo di servizio, le buone relazioni già presenti sul territorio ecc.. Sono un capitale di saperi territoriali che hanno un valore e che può essere utile considerare. Esplorare nuovi esecutori e ricominciare da zero nella relazione richiede più energia che mantenere o rivedere una struttura funzionante. Sono necessari nuovi bandi, nuove riunioni, si rischiano nuovi fraintendimenti. Occorre valutare bene cosa vale la pena fare. Se qualcosa non va a casa tua, non è che ogni volta la demolisci e la ricostruisci. E’ il motivo per cui non cambi panettiere ogni volta, ma quando ne trovi uno che ti piace ci torni.
L’alternanza in certi casi può portare maggiore qualità, in altri casi può essere un dispendio di risorse. Di sicuro cambiare è sempre un costo in termini di energia, un aspetto di cui bisogna essere consapevoli.

Gara d’appalto
Bisogna anche considerare la modalità con cui avviene questo cambiamento: la gara d’appalto. Da più parti si ritiene che mettere i servizi a gara sia garanzia di non collusione e di trasparenza mentre scegliere un interlocutore con cui ci si è trovati bene in passato sia fare dei favoritismi. Ma i favoritismi si fanno se non c’è nessun elemento di valutazione.
Quando si parla di persone svantaggiate o servizi socio-educativi siamo in un ambito molto delicato che riguarda persone fragili. Occorre prudenza perché in alcuni servizi la qualità della relazione, la fiducia reciproca e la capacità di lavorare insieme è fondamentale. La fiducia si crea col tempo ed è un patrimonio prezioso mentre i rischi vanno corsi se ne vale la pena. E’ come col medico di famiglia: non andiamo ogni volta da quello che costa meno o lo cambiamo così, per provare.
La logica del bando obbliga le imprese non profit a recepire modalità tipiche di un vecchio profit che non vengono più utilizzate. Mettere i servizi a gara è rischio quasi certo di mancanza di conoscenza, di relazione, che invece è un patrimonio prezioso e necessario.
Fare bandi è una prassi sicura, perché correre rischi usando altre modalità, aprendo altre strade? In fondo, la responsabilità e il rischio ricade sui tecnici/politici della Pubblica Amministrazione.
Ma per fare cose nuove occorre rischiare. La creatività è più piacevole della routine. Le cooperative sono espressione di un territorio che sceglie la propria amministrazione, interrompere il dialogo col proprio territorio, rifiutarsi di ascoltare cosa si può fare di nuovo, indebolisce e per un’amministrazione può essere più dannoso che trovare delle soluzioni nuove andando oltre le prassi consolidate.
Ricordiamoci che un prezzo più basso non è garanzia di maggior qualità ma di prodotti più scadenti, la qualità costa.

Innovazione e qualità
Si ritiene che le cooperative sociali servano se sanno fare nuovi inserimenti lavorativi, nuove assunzioni, nuovi posti in strutture, valorizzando esclusivamente ciò che si riesce a creare in più ma riducendo i costi. Si vuol vedere che si avanza e ci si innova. Ma anche lo stato attuale ha dei costi di mantenimento, c’è e va bene così. Nel presente ci sono dei servizi di ottima qualità, che come ogni cosa hanno bisogno di manutenzione per continuare a funzionare così bene. Non è una scelta, ma una necessità se non vogliamo mandare in rovina anni di sforzi.
Per aumentare il capitale sociale occorre certo fare nuove conquiste ma bisogna anche non compromettere i buoni risultati passati.
Si dice anche che le cooperative sociali di tipo B devono garantire la stessa qualità delle aziende profit perché se non sanno competere non sono aziende sane. Hanno già abbastanza sgravi fiscali ad aiutarle.
Ma come si misura la qualità delle cooperative di tipo B? La qualità è fatta anche di condizioni di lavoro adeguate per le persone svantaggiate e non, e la comparazione deve tenere conto di questi aspetti. Le cooperative di tipo B creano posti di lavoro a misura di persona e promuovono lo sviluppo umano.
Bisogna fare attenzione a non incentivare la creazione di posti di lavoro altamente stressanti, con turni e organizzazioni disumane, che escludono le persone meno prestanti e non investono nella loro formazione, generando esclusione sociale o lavoratori poveri che creano nella comunità più problemi di quanti non ne risolvano. Se le aziende profit respingono questo tipo di persone, allora sono proprio le aziende profit che devono garantire la stessa qualità delle cooperative di tipo B e non viceversa.

Creare occupazione
Si sostiene che le cooperative, e non l’ente pubblico, devono creare posti di lavoro e se non lo sanno fare non sono bravi imprenditori. L’ente pubblico deve selezionare gli imprenditori migliori e non sostenere aziende clinicamente morte.
Questa è una scelta meritocratica che seleziona l’individuo e dà il merito di creare nuovi posti di lavoro all’imprenditore. Il contesto emiliano romagnolo ha dimostrato proprio il contrario. L’interesse di creare occupazione è della comunità, effetto di uno sforzo territoriale, di un’intelligenza diffusa sul territorio, di un ecosistema in cui ogni elemento lavora per l’obiettivo comune. Le cooperative di tipo B sono nate perché tutta la comunità desiderava che avvenisse questo cambiamento. Ci deve essere un cambio di prospettiva che metta il fuoco su un territorio vitale e ricco, frutto dell’alleanza tra cooperative e ente pubblico, entrambi soggetti impegnati nello sviluppo della comunità, nella garanzia di posti di lavoro che sono una responsabilità politica e obiettivo statutario delle cooperative di tipo B ma che devono essere obiettivi anche dell’Ente Pubblico.

Co-progettazione
Attualmente, quando si vuole co-progettare vengono invitati tutti gli attori del territorio. Si dice che questo avviene per non fare favoritismi, per non avere la responsabilità di scegliere.
Ma invitare tutti è un modo per far fallire i processi, perché c’è troppa diversità ai tavoli e si finisce per non capirsi. Lo sforzo per arrivare ad un punto comune è colossale. Nelle co-progettazioni occorre creare un gruppo che può lavorare bene insieme. Ciascuno di noi, e in particolare l’ente pubblico, ha la responsabilità di scegliere in modo trasparente chi ritiene più adatto a lavorare. La garanzia la danno i risultati di quel lavoro.
Si dice che con le cooperative B non si co-progetta ma il rapporto è cliente-fornitore. È la concorrenza tra fornitori che garantisce l’offerta migliore, co-progettare significa inquinare il mercato e la concorrenza.
Però le cooperative di tipo B non sono supermercati, ma artigiani che producono vestiti su misura. È fondamentale conoscere i bisogni del cliente e del territorio, il cui benessere dev’essere l’obiettivo sia della Pubblica Amministrazione sia delle cooperative di tipo B. Come con una giacca sartoriale occorre prendere le misure delle azioni possibili, confrontarsi più volte sulla scelta dei colori e adattarsi a improvvisi aumenti /diminuzioni di peso.
Co-progettare è garanzia di qualità e costruzione di servizi su misura, espressione di un territorio attento.

4. Il valore e il senso di appartenenza cooperativo oggi

A cura di Annalisa Brunelli, Giovanna Di Pasquale, Accaparlante Coop. Sociale

Qual è oggi il valore che attribuiamo come cooperatori sociali al senso di appartenenza cooperativo? Trovare oggi una risposta a questa domanda di fondo, implica prendere in considerazione tutte le dimensioni che strutturano valori e identità della cooperazione sociale. Da quella associativa a quella più prettamente aziendale fino alla valenza comunitaria, che va considerata una matrice originaria tra le maggiori anche se spesso latente.
Serve, ora più che mai, un’analisi e riflessione sulla situazione attuale e sul ruolo culturale-politico che la cooperazione, alla luce della propria storia, può svolgere per generare lavoro quanto l’attuale grave disoccupazione richiede e per promuovere e tutelare diritti, ancora e sempre esposti a indebolimento e minacce (basti pensare ai migranti e alle persone più fragili).
Una riflessione che si orienti verso la necessità di fare riemergere e manifestare in modi visibili i caratteri mutualistici e di reciproco appoggio che sono alla base della storia cooperativa, per non spezzare il filo che lega la cooperazione ai suoi valori di fondo, ancor più importanti oggi nell’evitare il rischio di involuzioni, di una mutazione genetica.
E’ un processo riflessivo che va innescato o potenziato, un processo che provi a tenere insieme l’assetto interno con un orizzonte esterno.
Questo significa chiedersi in modo esplicito quanto il senso profondo di appartenenza e le dimensioni relazionali e motivazionali siano presenti nell’esperienza della cooperazione sociale, sia nelle realtà più contenute per dimensione che nei gruppi di lavoro interni delle organizzazioni cooperative più grandi.
E ancora, implica riguardare al patto di coerenza che deve esserci tra la forte coesione fra i soci secondo valori solidali, di reciprocità e mutuo soccorso anche nelle situazioni di difficoltà, e la mission esterna, di sostegno alle persone maggiormente in difficoltà, inclusiva, non speculativa, senza deviazioni strumentali.

Attualizzare le radici
C’è un filo rosso che collega le esperienze cooperative bracciantili di inizio secolo che hanno generato occupazione e maggiori tutele per lavoratori poveri altrimenti sfruttati, con il nascere e lo svilupparsi della cooperazione sociale dagli anni 70, che si è fatta portatrice anch’essa di lavoro per i giovani, con una forte carica propulsiva e di promozione di sé. E questo attraverso la sperimentazione e la proposta di soluzioni nuove e non solo la gestione esternalizzata di molti dei servizi che hanno costruito il nostro sistema di welfare.
Lavorare nella cooperazione sociale è stata, in quel periodo, una scelta di valore culturale, finanche politica, per quanto anche allora, come oggi, ha rappresentato innanzitutto una opportunità di impiego e di un diverso modo di lavorare, pur a condizioni retributive non sempre soddisfacenti.
La cooperazione sociale nel suo percorso storico ha incontrato il tema dell’aziendalizzazione del modello di protezione socio-sanitaria che ha comportato scelte organizzative secondo razionalità aziendale, collocandola spesso nella stretta tra richiesta di servizi, a condizioni economiche progressivamente restrittive, e la necessità di non disperdere il valore professionale e qualitativo del lavoro svolto e dei servizi resi.
Offrire servizi realizzati nel modo migliore possibile ad un costo minore, accessibile, ha certamente comportato un assottigliamento della qualità soggettivamente percepita del lavoro svolto e anche una erosione del senso, del significato dell’impegno reso da tanti co-operatori.
Vi è consapevolezza diffusa tra i lavoratori di questo settore del senso di precarietà e del livello di retribuzione inadeguata legati alla discontinuità delle commesse e alle condizioni spesso penalizzanti dei bandi di gara. Paiono, a questo riguardo, ingenerosi e paradossali i giudizi che vengono espressi nei confronti delle cooperative sociali dalle aree del dissenso sociale, una sorta di pregiudizio che le vede collegate con trattamento privilegiato alle pubbliche amministrazioni e al potere politico, rispetto ad altre espressioni più o meno organizzate dell’associazionismo di base o ad altri soggetti.
Evitare di subire il condizionamento a volte troppo forte delle istituzioni, significa anche non contribuire a creare una nuova categoria di poveri costituita proprio dai lavoratori delle cooperative. Questo stato dei fatti è immediatamente percepibile quando ci sono situazioni di convivenza nei medesimi servizi a parità di professionalità e funzioni svolte di lavoratori del pubblico impiego e di lavoratori delle cooperative a regimi contrattuali e retributivi esageratamente dissimili.
La condizione di fragilità professionale e valoriale è ancora più accentuata e può spezzare quando si assiste:

  • ad un uso indiscriminato dei tirocini, sostitutivi di personale regolarmente assunto;
  • alla stabilizzazione contrattuale di operatori di sesso maschile, contro la reiterazione di contratti a tempo determinato di operatrici, con evidente discriminazione di genere;
  • alla cautela nel partecipare a manifestazioni indette per garantire diritti (di operatori e utenti) per compiacere la pubblica amministrazione di riferimento, dalla quale dipendono le commesse;
  • alla sottovalutazione delle competenze progettuali delle cooperative sociali, consegnate ad un ruolo di semplici fornitori di servizi;

E’ necessario allora uno sforzo della cooperazione sociale per riaffermare la propria identità, il proprio valore, le proprie peculiarità nei confronti delle istituzioni preposte e nei confronti delle aggregazioni ed espressioni di società civile, puntando ad una forma di identità aperta, inclusiva, non chiusa, riattivando energie e motivazioni che consentano di riprendere il motto “si può fare”, anche di fronte a sfide difficili.
Il ruolo della cooperazione non può essere subalterno alla pubblica amministrazione; occorre andare oltre all’identificazione come semplice fornitore di prestazioni, per attivare reali coinvolgimenti partecipativi nella progettazione dei servizi, quando invece ci sono le competenze per condividere partenariati con le istituzioni preposte ai servizi di welfare e delle politiche attive del lavoro, assieme alle altre realtà del terzo settore e del profit più socialmente responsabile, in un determinato territorio. Bisogna quindi riaffermare anche il ruolo politico della cooperazione sociale, aprendosi a contaminazioni positive e meticciamenti con le altre espressioni organizzate animate da analoghi valori di riferimento e intendimenti, per dare voce, risposta ai bisogni e ricostruire nelle comunità il tessuto sociale di una convivenza solidale. Il ruolo culturale e politico della cooperazione sociale per un welfare comunitario, interconnesso, di prossimità, comunque vicino e non distante, né burocratico, per chi ha più bisogno.
Ancora, bisogna disporsi ad una progettualità innovativa, e per progettare innovando, bisogna ritrovare o rigenerare il sostrato motivazionale che assieme a contesti cooperativi essi stessi inclusivi, per i co-operatori, possano offrire coesione, appartenenza, identità.
Con una identità forte di cooperatori motivati, che condividono con gli altri membri della compagine associativa un altrettanto forte senso di appartenenza si rendono disponibili le migliori condizioni per confrontarsi anche con compiti gravosi, quasi impossibili e con l’incertezza che è il segno del nostro tempo e della nostra società liquida, senza paura di perdersi.
Si evita cosi, il rischio di essere attratti da falsi miti del profit, diventandone la brutta copia e perdendo il senso del lavoro cooperativo e il suo valore aggiunto, fondamentale quando si opera per e soprattutto con le persone. Offrire una alternativa ad un mondo conformato del lavoro che spesso non valorizza le persone, i lavoratori, in nome del profitto, è ancora un compito importante della cooperazione in generale e di quella sociale in particolare. Anche e soprattutto per i giovani che si avvicinano al nostro mondo abbiamo il dovere di offrire un contenitore con dei valori da condividere, per i quali impegnarsi e realizzarsi.
Su questi aspetti torna evidente la correlazione tra condizioni interne che riguarda il benessere dei co-operatori e la mission solidale in favore dei fruitori esterni.

 Quale “carretto” vogliamo avere dietro nel nostro muoverci?
Se si vuole riuscire a reggere la sfida di conciliare l’esigenza di essere sul mercato con l’intento mutualistico e solidale della cooperazione sociale occorre tenere insieme la dimensione della qualità gestionale con quella progettuale e relazionale rendendo espliciti una serie di indicatori di qualità e soddisfazione misurabili e leggibili sia all’interno delle cooperative che dall’esterno.
La ricerca di questi indicatori tiene conto del fatto che la cooperazione sociale ha radici e storia alle spalle ma questo non deve diventare un peso nell’affrontare lo scenario contemporaneo ma una possibilità di rinnovamento e rigenerazione.
La ricerca di questi indicatori ruota attorno ad alcune parole chiave che costituiscono il perimetro delle questioni cruciali intorno a cui si gioca la differenza fra una cooperazione di qualità rispettosa e coerente con i suoi valori fondati ma capace di rigiocarli e rilanciarli per il futuro.
Il rispetto: è il valore essenziale e fondante di ogni possibile modo di declinare e interpretare il lavoro cooperativo.
L’investimento personale e motivazionale: quando il livello dell’investimento personale e motivazionale è carente produce una visione del lavoro cooperativo normalizzata e assimilabile a tanti altri contesti professionali.
La dimensione e il senso di appartenenza: la dimensione è un variabile importante per costruire il senso di appartenenza. La dimensione ridotta rafforza la conoscenza personale e definisce un gruppo investito affettivamente. Quando la dimensione aumenta diventa indispensabile trovare forme di organizzazione per gruppi più piccoli dove si possano recuperare vicinanza e investimento relazionale.
La variabile del tempo: quando le modalità di lavoro interno e/o i rapporti con committenza e clienti impongono tempi troppo scadenzati, pianificati, esiti già predisposti, la ricerca di qualità si affatica e “soffre”.
La selezione del personale: chi viene oggi a lavorare in cooperativa lo fa tenendo conto del fatto che si tratta di un lavoro che deve tenere alto il livello di guardia rispetto alla connotazione umana, relazionale oltre che tecnica. Per mantenere alta la qualità delle azioni occorrono professionalità trasversali, complementari e un giusto mix di mescolanza di profili.
La forte intenzionalità imprenditoriale: significa innanzitutto che la cooperativa sociale deve avere intenzione e consapevolezza del suo essere impresa.
La chiarezza della mission: tenere strettamente unito il “bene” economico con l’etica delle scelte e la cura delle relazioni.
Un bilancio sano: positivo, chiaro, trasparente è indicatore essenziale per la qualità del nostro lavoro.
La tangibilità dei buoni risultati economici: il riscontro è dato dal restituire ai soci lavoratori in modo tangibile e concreto i buoni risultati economici, ovviamente quando ci sono.
Il valore sociale dato dalle persone: è centrale e deve restare tale, la consapevolezza che il nostro valore sociale sono le persone e che per trasmettere il benessere fuori occorre agire per il benessere all’interno.
L’autonomia nelle scelte: è questa autonomia, non contrapposta all’inserimento in reti e accordi, che permette indipendenza di giudizio e celerità nelle scelte.
La curiosità: un indicatore di qualità importante è dato dalla curiosità di fare cose nuove, sperimentarsi in modalità ed ambiti non tradizionali, spezzare gli automatismi e la routinizzazione degli interventi.
L’investimento nella formazione continua: per mantenere e rafforzare un atteggiamento esplorativo, curioso, aperto, l’investimento nella formazione continua si pone come un altro indicatore di qualità del nostro lavoro che deve essere presente.
Il riconoscimento sociale: questo indicatore è sia in indicatore della nostra capacità di essere riconosciuti come “portatori” di qualità che uno degli obiettivi che ci prefiggiamo. Per fare questo è indispensabile sia attivarsi verso l’esterno portando le nostre Cooperative fuori dalle nostre sedi e dai servizi che essere credibili dal punto di vista della proposta culturale che ci caratterizza.

3. Il patrimonio della cooperazione sociale e la sfida del presente

di Flavia Franzoni, comitato scientifico AILeS

Le trasformazioni del nostro sistema di servizi alla persona (sociali, sanitari ed educativi) e le crescenti difficoltà di un mondo cooperativo diventato bersaglio di molte critiche (per colpa di alcuni abusi e non pochi errori) possono mettere a rischio il patrimonio di esperienze e di valori accumulato dalla cooperazione sociale. Per questo AILeS, insieme ad alcuni dei tanti protagonisti del welfare bolognese, ha avviato una riflessione tesa a delineare una sorta di mappatura di problemi e opportunità con cui ci si dovrà confrontare in futuro. Un impegno che può aiutare a rispondere a un interrogativo che tutti si pongono all’interno e all’esterno del mondo cooperativo: “Quanto i giovani si ritrovano oggi nei valori della cooperazione sociale?”. I punti che seguono danno conto dei contenuti dei primi incontri. In essi è emersa la convinzione che soltanto esaminando problemi come la dimensione associativa e il senso di appartenenza dei soci delle cooperative sociali si può arrivare a parlare di qualità del lavoro, di modalità efficaci del rapporto di collaborazione tra cooperazione e pubblica amministrazione così come della capacità di innovare.

Dimensione associativa e senso di appartenenza alla propria cooperativa e al mondo cooperativo
Per affrontare il tema della dimensione associativa della cooperazione sociale è importante collocarsi all’interno del dibattito sulla cooperazione in generale, una esperienza storica lunga e di grande successo, che ha costituito un importante baluardo di difesa dell’occupazione anche durante la più recente crisi economica (salvo le tragedie del settore edilizio). Nel tempo tuttavia le imprese cooperative, in modo “strisciante” e non sempre consapevole, si stanno trasformando. Le cooperative di produzione e lavoro e di servizi così come le cooperative di consumatori, costrette a confrontarsi con l’internazionalizzazione dei mercati, diventano sempre più grandi e via via rischiano di perdere contatti con i valori fondanti della cooperazione. Trasformazioni  analoghe,  seppure  di  minor  misura,  stanno  avvenendo nelle cooperative sociali. È perciò particolarmente urgente vedere in cosa consiste oggi l’aggiunta della parola “sociale” alla parola “cooperazione”. In questo ci può aiutare un po’ di “storia” delle diverse tipologie di cooperative sociali, prima e dopo la legge quadro 381/1991, “Disciplina delle cooperative sociali”, che codificò due tipologie di cooperative: di tipo A e di tipo B. Ricordo  il  dibattito  precedente  all’approvazione  della  legge  proprio centrato  sulla  ricerca  di  una  tipologizzazione  delle  cooperative  operanti nel settore dei servizi sociali che tenesse conto delle diverse esperienze che si erano andate sviluppando a partire dai primi anni ’70, derivanti dalle   diverse motivazioni che muovevano i soci a fondare le cooperative.
In un primo tempo si ipotizzò che la legge facesse proprio il linguaggio utilizzato correntemente fino a quel momento, che distingueva tra “cooperative di servizi sociali”, “cooperative di solidarietà sociale” e “cooperative integrate”. In Emilia Romagna fu il grande sviluppo del movimento cooperativo l’elemento favorente la nascita di cooperative sociali. In primo luogo nacquero infatti “cooperative di lavoro” tradizionali, operanti nel settore dei servizi alla persona con la finalità prevalente di creare occupazione per i soci. Un primo esempio in Italia fu certamente la cooperativa CADIAI (Cooperativa assistenza domiciliare infermi anziani infanzia), istituita a Bologna nel 1974 per iniziativa di ventisette soci, tutte donne, provenienti dal lavoro domestico o da precari lavori di assistenza. L’iniziativa venne stimolata da una particolare circostanza: a seguito di un rapporto di collaborazione dell’Ospedale Ortopedico Rizzoli con la Libia, che prevedeva una serie di interventi chirurgici a cittadini libici, fu necessario regolamentare il rapporto di lavoro di alcune “badanti” che aiutavano i malati nelle loro lunghe degenze. Nel successivo sviluppo delle attività i clienti furono inizialmente privati, e solo in un secondo tempo la cooperativa iniziò la collaborazione con Enti pubblici indirizzati a una progressiva esternalizzazione dei servizi. Al di là della contingenza che sollecitò la nascita della cooperativa, gli elementi qualificanti del “mettersi a lavorare insieme” in forma cooperativa furono la conquista della garanzia di una maggiore tutela del lavoro, e soprattutto un maggior riconoscimento della professionalità dei soci. Altre cooperative nacquero invece per iniziativa di gruppi di professionisti, laureati o diplomati (medici, educatori, psicologi, assistenti sociali, ecc.) che si proponevano di sperimentare nuove modalità di organizzazione dei servizi e di rapporto con la committenza. In tutti i casi sopra descritti si trattava perciò di “cooperative di servizi sociali” (in questo modo erano appunto definite nel dibattito corrente), la cui attività consisteva nel produrre servizi, ma il cui scopo primario era quello di garantire il lavoro ai soci secondo il principio della mutualità interna. In altri territori prevalsero diverse motivazioni.
Molte cooperative sociali di operatori derivarono anche dallo sviluppo e dalla trasformazione di gruppi di volontariato che avevano trovato nella cooperazione una formula giuridica idonea per la propria organizzazione e per stabilire correttamente rapporti di collaborazione con gli Enti pubblici. La finalità principale era quella di offrire aiuto alle persone in difficoltà (mutualità esterna). I soci erano prevalentemente volontari, ma venivano inclusi anche alcuni operatori retribuiti per consentire una migliore organizzazione ed efficacia degli interventi, soprattutto quando questi riguardavano problematiche gravi e complesse. È per questo tipo di cooperative che si utilizzava la definizione di “cooperative di solidarietà sociale”. Tuttavia nel tempo, e su sollecitazione degli stessi Enti locali che via via andavano richiedendo nuove collaborazioni, anche in queste cooperative andò crescendo il numero dei soci-lavoratori retribuiti, tanto da renderle progressivamente abbastanza simili a quelle precedentemente descritte. Completamente diversa fu l’esperienza delle cosiddette “cooperative integrate” che, operando nei più diversi settori produttivi (artigianale, industriale, agricolo), erano finalizzate all’inserimento lavorativo di persone in difficoltà. Esse nacquero per iniziativa di famigliari di persone con disabilità, malati di mente, tossicodipendenti, ecc. o di operatori per garantire il diritto al lavoro alle persone più svantaggiate, nella convinzione che l’esperienza lavorativa facilitasse l’integrazione sociale e il rispetto di sé. Il legislatore scelse invece di distinguere e utilizzare soltanto due tipologie. Le cooperative di tipo A, i cui soci sono operatori che si occupano della gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi e che possono comprendere soci volontari (raggruppando sostanzialmente le prime due tipologie sopra indicate, cioè le cooperative di servizi sociali e le cooperative di solidarietà sociale); e le cooperative di tipo B che, attraverso lo svolgimento di attività diverse, sono finalizzate all’inserimento lavorativo di persone “svantaggiate”. Fu giusto unire le esperienze delle “cooperative di servizi sociali” e di “cooperative di solidarietà sociale” in una unica tipologia (identificata dalla legge come “cooperative di tipo A): i confini non erano infatti più poi così chiari perché le cooperative di solidarietà cominciarono a ingrandirsi e ad avere tanti soci lavoratori. Queste diverse origini hanno tuttavia segnato l’evoluzione delle singole cooperative e comunque segnalano diversità nei riferimenti valoriali e culturali rintracciabili anche oggi. In passato c’è stata forse più attenzione a questa progressiva diversificazione delle caratteristiche delle singole cooperative sociali; una diversificazione che è stata anche una ricchezza. Ricordo una ricerca svolta nel 1997 da Iress/Bologna a Reggio Emilia in cui distinguemmo cooperative con diverse caratterizzazioni:

  • “cooperative agenzie sociali di territorio” (in molti casi di tipo A/B) perché capaci di fertilizzare il territorio rispetto alle tematiche degli “ultimi”, perché  capaci  di  fare  una  lettura  precoce  dei  nuovi  bisogni  del  territorio;
  • “cooperative imprenditoriali a rilevanza sociale”, le più grandi a forte caratterizzazione imprenditoriale che gestivano soprattutto servizi per anziani;
  • “cooperative bracci operativi del pubblico/co-attori di una politica sociale specifica” come ad esempio le cooperative di tipo B, nate dalle iniziative di operatori anche pubblici legati alla nuova psichiatria che inserivano al lavoro pazienti psichiatrici.

Dopo  tanti  anni  di  ulteriori  trasformazioni  il  mondo  così  diversificato della cooperazione sociale dovrebbe essere analizzato con cura. I richiami storici  ci  servono  per  capire  la  derivazione  dei  problemi  che  ancora oggi devono essere affrontati riguardo alle dimensioni e ai modelli organizzativi delle cooperative che consentano la fedeltà ai valori fondativi. Un panorama interessante delle diverse tipologie di cooperative sociali è contenuto nel testo Cooperazione sociale oltre la crisi. La cooperazione sociale Legacoop Emilia Romagna dal 2008 al 2016 in cui sono illustrati i diversi aspetti della nuova cooperazione sociale: cooperative piccole grandi, più o meno specializzate, più orientate a una mutualità interna o a una mutualità esterna, cooperative risultato di fusioni di più cooperative che consentono la costruzione di vere e proprie filiere produttive, cooperative grandi che diventano soci sovventori di cooperative piccole, cooperative che operano sui mercati locali o sul mercato nazionale, ma anche sui mercati internazionali, ecc. Diversità che vanno individuate e su cui è necessario avviare una riflessione. Alcune cooperative di grandissime dimensioni sia in termini di soci e dipendenti che di fatturato di cui non si può negare l’utilità e la dignità, si potrebbero tuttavia definire semplicemente “cooperative di lavoro”, in cui prevale una necessaria cultura aziendalistica (relativa alle relazioni di lavoro, retribuzioni della dirigenza, ecc.) che non sempre facilita il coinvolgimento dei soci nella vita dell’azienda. A volte si aggiunge anche il problema di un sempre maggior numero di lavoratori che non sono soci. Sarebbe interessante analizzare quali modelli organizzativi (e quali dimensioni) sono più adatti ai diversi settori di intervento. Le cooperative di tipo A che operano nel settore dei servizi residenziali e semiresidenziali per anziani non autosufficienti, si trovano ad esempio sempre più spesso in concorrenza con grandi aziende del privato profit e questo le costringe ad aumentare le dimensioni e ad adottare modelli di gestione sempre più capaci di efficienza. Alle cooperative di tipo B sono richiesti nuovi comportamenti aziendali: esse devono strutturarsi a volte crescendo di dimensione attraverso fusioni, e attrezzarsi per essere capaci di partecipare alle gare di appalto bandite dal pubblico che sempre più rinuncia ad attivare la procedura degli affidamenti diretti anche per valori sotto la soglia prevista dalla legislazione europea. Anche per le cooperative sociali così come per la cooperazione in generale andrebbe tuttavia verificata l’efficacia della nuova tendenza “grande è bello” che sta orientando sempre più le scelte istituzionali e aziendali di tutti i settori produttivi alla ricerca di maggior efficienza e che sollecita fusioni e crescite accelerate anche nel settore della cooperazione sociale. Si dovrebbe distinguere e riconoscere tutti questi diversi modi di essere cooperazione nella loro diversa caratteristica “sociale” e i diversi dosaggi della dimensione valoriale in essa contenuti. Una comune cultura cooperativa dovrebbe anche sollecitare collaborazioni tra le diverse componenti del mondo cooperativo, soprattutto con quelle “confinanti”: penso, ad esempio, alle cooperative abitative, in primo luogo quelle a proprietà indivisa, che allargano le risorse abitative a disposizione di fasce di popolazione che non riuscirebbero ad accedere alle case popolari, ma che devono però essere sostenute economicamente nell’accesso alla casa. Tali cooperative potrebbero collaborare e avvalersi della competenza di altre cooperative che hanno sostenuto sperimentazioni di co-housing. Più in generale si dovrebbero promuovere collaborazioni tra le cooperative sociali che si occupano di inserimenti lavorativi di persone fragili con le altre aziende cooperative. In questa cornice le riflessioni del gruppo che ha lavorato sul valore che si attribuisce oggi all’appartenenza cooperativa hanno individuato i fenomeni che possono spezzare il filo di comunicazione con i valori di fondo della cooperazione, legandosi ai “falsi miti del profit”, ma anche a un distorto rapporto “ancillare” con il committente pubblico (tema affrontato anche in un altro gruppo di lavoro).

Garantire un lavoro di qualità e soddisfacente
La cooperazione è certamente un diverso modo di possedere, ma deve essere anche un diverso modo di lavorare. Il gruppo che si è occupato delle condizioni che permettono ai cooperatori sociali di svolgere un lavoro di qualità e di soddisfazione ha elencato diversi indicatori di qualità, dal senso di appartenenza e dal rispetto, al riconoscimento sociale alla chiarezza della mission, alla necessità di una formazione continua. Ha ovviamente toccato il problema delle retribuzioni (sempre troppo basse) degli operatori che tradiscono un non riconoscimento sociale della loro quotidiana azione. Ciò si ricollega però anche alla crisi delle professioni sociali a sua volta collegabile al fatto che il sociale non è più al centro dell’attenzione della politica come era stato negli anni fondativi del nostro sistema di welfare. Gli operatori allora si sentivano agenti del cambiamento. Oggi gli operatori sociali, soprattutto quelli dell’ambito pubblico, sono un po’ ”insofferenti“ alle richieste di adattare il loro modo di lavorare alle continue trasformazioni organizzative e istituzionali attivate nel tentativo di risparmiare risorse, ma anche “sofferenti” perché vedono messe in discussione le finalità stesse del proprio lavoro quando, nello stesso tempo, è invece richiesto loro un maggior impegno. In alcuni casi devono mettere in campo nuove competenze in relazione a nuovi e complessi bisogni delle persone seguite. Non solo gli operatori pubblici ma anche gli operatori delle cooperative sono ad esempio impegnati in processi di accompagnamento complessi e di sostegno all’empowerment delle persone che devono fronteggiare l’impoverimento e il lento scivolare nel disagio. Sono ruoli di mediatore e facilitatore che richiedono competenze nuove. Ho fatto questi pochi cenni al travaglio delle professioni sociali, per evidenziare come sarebbe necessario che la cooperazione sociale, sostenuta dal pubblico, potesse  costantemente  offrire  ai  propri  lavoratori  occasioni  di  formazione e di sostegno alle loro abilità, in particolare alle abilità relazionali. Ciò nella consapevolezza che l’investimento formativo mal si concilia con il lavoro precario.

Come creare innovazione ed innovare
Il gruppo di lavoro che si è occupato di innovazione ha identificato un’innovazione legata a nuovi clienti (welfare aziendale) e a nuovi ambiti di collaborazione (welfare abitativo), così come un’innovazione societaria (relativa  alle  nuove  prospettive  aperte  dalla  legge  sul  non  profit). La prospettiva di poter rivolgersi a un mercato di privati (attivato dal welfare aziendale ma anche dalle crescenti esigenze di famiglie che devono far fronte alla non-autosufficienza di persone anziane) ha comunque portato a chiamare innovazione la possibilità di liberarsi dal rapporto esclusivo con la Pubblica Amministrazione per aprirsi al “mercato “dei beni e servizi più preziosi, cioè quelli di interesse generale; fino a pensare a trasformazioni dell’impresa cooperativa. La concorrenza dovrebbe garantire alle nuove “imprese sociali” autonomia e creatività. Ciò richiede dei soggetti imprenditoriali capaci di investire sulla valorizzazione delle risorse della comunità e capaci di “contagiare” e “ibridare” le società di riferimento e l’intero mondo produttivo. Si è dibattuto sulla proposta di “imprese ibride composte da filiere di soggetti pubblici e privati capaci di riconoscere e generare i beni comuni”. Si fa riferimento alle imprese sociali, alle società benefit, alle cooperative di comunità, all’economia di comunione, ecc. Tutto questo richiede tuttavia un quadro concettuale nuovo che dovrebbe comporre esperienze diverse dalla finanza etica al social business promosso da Yunus. Tutte “parole magiche” su cui si sta ragionando soprattutto in alcuni contesti stranieri diversi dai nostri. Si è posta anche l’attenzione sull’innovazione nel pensare e organizzare i servizi singoli e/o destinati ai nuovi bisogni. A questo proposito è stato osservato che si dovrebbero evidenziare maggiormente le eccellenze realizzate, anche se di piccole dimensioni. Un ambito in cui è necessario sviluppare innovazioni è quello dell’accoglienza agli immigrati. E non soltanto perché si devono riscattare alcuni comportamenti addirittura perseguibili penalmente oltre che sciatterie e affarismo, ma perché questa è la sfida che ci porteremo con noi in un lungo futuro. Una sfida che richiede di essere “scomposta” rispetto ai tanti e diversi problemi che riguardano gli immigrati derivanti dall’appartenere a etnie diverse, dall’avere raggiunto nei loro paesi diversi livelli di istruzione scolastica, dall’età, ecc. In questa fase è essenziale distinguere le diverse modalità di intervento richieste dai centri di prima accoglienza, dai CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e dagli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Piccole esperienze positive che hanno comportato anche inserimenti lavorativi sono già state realizzate (e descritte nei vari gruppi di lavoro) ma ci aspetta un percorso capace di portare queste esperienze ad affrontare i grandi numeri. Questa nuova sfida richiede tuttavia un ampliamento della mai facile collaborazione con le imprese che possono offrire tirocini e inserimenti lavorativi. Così come si dovrà ricorrere a nuovi strumenti per mobilitare risorse private (finanza etica, ecc.).

Rapporto tra cooperazione e pubblica amministrazione
Il  tema  dei  rapporti  tra  cooperazione  sociale  e  pubblica  amministrazione è sempre stato oggetto di confronti e di valutazioni. Confronti che hanno portato  recentemente  la  Regione  Emilia-Romagna a emanare nuove Linee guida regionali sull’affidamento dei servizi alle cooperative sociali. Il gruppo di lavoro che si è occupato del tema ha soprattutto evidenziato elementi dialettici relativi a stereotipi che, facendo proprio un approccio liberista e aziendalista, forzano la relazione tra meccanismi dei bandi ed esiti in termini non solo di efficienza ma di qualità. Traslando meccanismi concorrenziali adatti al settore dei beni di consumo nel settore dei servizi alla persona, là dove il “consumatore” è una persona fragile di cui si devono tutelare i diritti. E non chiarendo se la concorrenza deve tutelare i consumatori o (cosa non illegittima) la prospettiva di lavoro di più imprese. In generale il gruppo ha sottolineato la necessità di stabilire rapporti di partenariato e perciò di co-progettazione piuttosto che di sub-fornitura. Co-progettazione che viene complicata dal fatto che sempre più la pubblica amministrazione chiede alle cooperative sociali di lavorare esse stesse in partenariato con molte altre imprese e organizzazioni (soprattutto con gli Enti di formazione professionale). Nel corso di una precedente iniziativa promossa da AILeS, Ugo De Ambrogio distinse tra co-progettazione istituzionale, progettuale, gestionale/operativa e finanziaria, sollecitando tuttavia a non soffermarsi troppo sugli aspetti amministrativi. Nel nostro territorio vi sono tuttavia alcune esperienze che hanno tentato di individuare procedimenti amministrativi adeguati alla co-progettazione. Un esempio può essere il percorso proposto da ASP Città di Bologna per l’istituzione dello SPRAR. ASP ha emesso un bando che, pur superando il rapporto tradizionale committenza/fornitore, ha tenuto conto di tutte le normative del codice degli appalti e delle Linee guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione così come delle Linee Guida regionali per l’affidamento dei servizi alle cooperative sociali. Il fine era proprio quello di realizzare una co-progettazione ampia per la realizzazione dello SPRAR che è di competenza del Comune. Una procedura complessa e abbastanza nuova per realizzare, in una prima fase 1350 posti di accoglienza ordinaria e 350 per minori non accompagnati. È stato emesso un primo bando a cui i partecipanti dovevano presentare progetti relativi ai vari “pezzi” dell’intervento, sia per quanto riguarda i posti di accoglienza che per attività trasversali (come la mediazione linguistica e culturale, l’accompagnamento legale, ecc.). I giudicati idonei (da una prima commissione) dovevano partecipare a un tavolo di co-progettazione. Conclusa questa fase si doveva presentare un’offerta vincolante poi giudicata da un’altra commissione diversamente composta. Ciò ha consentito di redigere una graduatoria a scorrimento per i tre anni previsti dal Ministero che arriverà a provvedere all’enorme numero di posti che abbiamo indicato. Tale processo ha comportato non poche difficoltà per i partecipanti anche per la quantità di tempo impiegato, ma ha consentito di sperimentare una collaborazione effettiva fin dalla progettazione degli interventi che dovrebbe facilitare le collaborazioni successive, necessarie per l’adeguatezza dell’intervento complessivo. Ho  provato  a  raccogliere  i  tanti  elementi  emersi  dalla  iniziativa  di AILeS. Una riflessione che ha consentito di far più volte emergere l’interrogativo  sulle  identità:  ”Chi  siamo  noi  cooperative  sociali?”. I temi trattati, cioè l’appartenenza associativa, la qualità del lavoro, la capacità di innovare e le modalità dei rapporti con la Pubblica Amministrazione presentano infatti aspetti diversi in relazione alle diverse tipologie di cooperative. Conseguentemente l’aggettivo “sociale” può assumere significati diversi e indicare diversi risultati. Un buon punto d’avvio per il riconoscimento dei diversi modi in cui si può essere cooperativa sociale (a cui corrispondono diverse mission e perciò dovrebbero corrispondere diversi riconoscimenti da parte della normativa) è quello di tentare di individuare strumenti per misurare l’impatto sociale delle diverse tipologie di cooperative. Il cammino di riflessione di AILeS potrebbe continuare in questa direzione.

2. Cooperazione sociale, accoglienza e inclusione degli ultimi: un percorso di riflessione

di Leonardo Callegari, presidente AILeS

La cornice del presente
Negli ultimi 10 anni la crisi economica e occupazionale, con la pesante contrazione di risorse destinate al nostro welfare, da un lato e il fenomeno migratorio, che ha registrato fino al 2017 un crescente afflusso di richiedenti asilo sulle nostre coste, dall’altro lato, hanno interpellato fortemente la cooperazione sociale assieme ad altre organizzazioni del terzo settore, non ultime le ONG operanti nel salvataggio in mare di migranti, sulle risposte da dare alla moltitudine di persone in condizioni di estremo bisogno, fragili, vulnerabili, a rischio di esclusione ed abbandono. Le difficoltà nell’affrontare adeguatamente tali movimenti da parte della politica e delle istituzioni preposte, sia a livello nazionale che locale, pur con le debite distinzioni di merito, sono risultate evidenti. Si è resa palese l’importanza della collaborazione tra gli attori del pubblico, del privato sociale e del profit più socialmente responsabile per confrontarsi con dinamiche estremamente complesse, non regolabili e men che meno risolvibili da singoli attori o incentivando la competizione tra gli stessi
Per uscire da logiche emergenziali, quando è stato possibile, ha pagato la cooperazione tra le parti, la programmazione e la progettazione condivisa delle azioni da porre in essere, con forte radicamento sui territori e nelle comunità locali, tramite il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i soggetti, collettivi e singoli cittadini. Crediamo che la cooperazione in generale, e quella sociale in particolare, abbia fatto la propria parte, anche in controtendenza nell’erigere una barriera alla crisi economica e occupazionale che tuttora ci attraversa, conservando posti di lavoro, incrementandoli, quando molte imprese profit hanno chiuso e/o licenziato.
Certo, non sono mancati casi di distorsione delle finalità solidali proprie della cooperazione sociale, fino agli estremi illegali di Mafia Capitale nella gestione speculativa dei migranti, che hanno prodotto danni incalcolabili alla reputazione delle tantissime realtà imprenditoriali e associative di utilità sociale che hanno profuso e continuano a rendere il loro onesto impegno quotidiano, silenzioso, altruistico in aiuto di chi, nostro connazionale o straniero, ha più bisogno.
Purtroppo, nello strabismo di una certa politica securitaria, oggi imperante e nel crescente allarme creato in una opinione pubblica impaurita dallo spettro della disoccupazione, della povertà e da tutti i “pericolosi disperati che dall’Africa ci invadono”, hanno facile presa le soluzioni demiurgiche e la criminalizzazione non solo degli ultimi, vissuti come minaccia, ma anche di chi cerca di aiutare le stesse persone a rischio di esclusione.
In questo tempo ingrato di inversione dei valori, dove viene scambiata la soluzione con la causa del problema, non è più scontato che chi pratica la solidarietà sia giudicato positivamente. Anzi si deve difendere da giudizi ingenerosi, quando non apertamente da minacce e intimidazioni, che annunciano la messa al bando di intere organizzazioni, tagli di finanziamenti pubblici e la “fine della festa” per coloro che pubblicamente vengono accusati di avvantaggiarsi dei migranti.

Nodi su cui fermarsi
Come realtà del no profit, in particolare come cooperative sociali, ci siamo chiesti non tanto se le semplificazioni e banalità richiamate rispondessero a verità, bensì:

  • quanto le motivazioni originarie dei cooperatori sociali fossero ancora pregnanti nella vita delle rispettive imprese di lavoro associato (la cosiddetta dimensione comunitaria, relazionale, motivazionale interna, non riconducibile o riducibile alle sole, pure essenziali, dimensioni associativa e imprenditoriale);
  • quali finalità e funzioni caratterizzano le cooperative sociali nella nostra realtà metropolitana bolognese e come diversamente si vengono a connotare rispetto a storia costitutiva, sviluppo organizzativo, ambiti prevalenti di impegno;
  • che capacità innovativa è in grado di esprimere la cooperazione sociale. Se dagli anni 60/70 ad oggi, la capacità imprenditoriale è ampiamente dimostrata e difficilmente controvertibile sul piano organizzativo, gestionale, realizzativo di servizi di welfare e di politica attiva del lavoro, come la valutiamo sul piano promozionale, innovativo, progettuale, indispensabile per affrontare sfide inedite e situazioni come quelle richiamate di estrema complessità?

Sappiamo che la cooperazione sociale si è connotata fin dalle sue origini secondo una fondamentale ambivalenza costitutiva e duplicità strutturale che ha posto molte realtà di lavoro associato su una sottile linea di confine tra l’essere organizzazioni democratiche, fondate sulla partecipazione dei membri, dedite a finalità solidali e contemporaneamente la necessità di strutturarsi come imprese in grado di operare con efficienza, oltre che con efficacia, sui “quasi mercati” dei servizi pubblici e sul mercato tout court per la fornitura di beni o servizi volti all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
Tale duplicità e ambivalenza agisce anche tra la dimensione mutualistica interna, ristretta al patto associativo per le migliori condizioni di lavoro tra i soci, e la dimensione mutualistica allargata, esterna, che accoglie le istanze della comunità di appartenenza e i bisogni delle persone che esprimono la propria richiesta di buona vita. Nel bilanciamento tra le varie anime connotative e dimensionali, oltre che tra i vari piani di azione funzionali, crediamo che la dimensione comunitaria, valoriale, motivazionale, relazionale interna, profonda, se si vuole pre associativa e pre imprenditoriale, delle cooperative sociali mantenga la sua importanza e ove si attenui vada ripresa e ri-alimentata, per preservare le stesse realtà cooperative da sempre possibili rischi involutivi, quali la progressiva istituzionalizzazione sistemica propria di enti gestori e l’assimilazione organizzativa delle regole di mercato senza distinzioni con il profit.
Senza escludere il pericolo della dissolvenza, se vengono meno capacità imprenditoriali, struttura organizzativa e vision strategica, in favore solo di solidarietà troppo corte e ripiegate su se stesse.
Per tenere assieme efficienza imprenditoriale, partecipazione democratica ed efficacia nella risposta da dare ai bisogni, la bussola di una navigazione difficile, soprattutto quando esposta ai marosi delle critiche e accuse infondate, con risorse economiche calanti, deve rimanere tarata sulla qualità delle relazioni, sulla coerenza di comportamenti organizzativi, sulle più estese collaborazioni da tessere in ampie reti e partenariati locali. A partire dal mutuo appoggio tra i membri di ogni compagine cooperativa l’agire eticamente orientato può disporsi all’accoglienza professionale, organizzata e soprattutto empatica, delle persone fragili, vulnerabili ed estendersi alla collaborazione tra tutti gli attori rilevanti per l’inclusione e la coesione sociale nella comunità territoriale di appartenenza, moltiplicando per questa via la propria incisività operativa senza perdere in umanità.
Il legame con il territorio, la relazione tra le persone, co-operatori, cittadini, rappresentanti di altri enti partner, rimane a nostro avviso fondamentale e cartina di tornasole per le verifiche di efficacia e di aderenza dei comportamenti alla mission solidale, che attesa nella stragrande maggioranza delle cooperative sociali, va ovviamente sempre testimoniata e dimostrata, caso per caso, secondo responsabilità circostanziata, con l’onere della prova.

Per forme più avanzate di co-progettazione
Per affrontare le situazioni particolarmente complesse richiamate (povertà, disoccupazione, migrazioni, ecc.), vogliamo ancora insistere sull’importanza di approntare modalità più avanzate di governance e di collaborazione tra le parti, secondo una sistematica condivisione progettuale il più possibile di co-progettazione. Un versante, questo, dove si può esprimere la parte migliore della cooperazione sociale: quella promozionale, progettuale, innovativa, di condivisione piena della responsabilità su andamento ed esiti delle realizzazioni compiute, in un rapporto di partnership meno asimmetrico con il pubblico, non solo gestionale ed esecutivo e certo non meramente di fornitura esternalizzata, come ai tempi delle gare al massimo ribasso e degli affidamenti occasionali, da superare.
Soprattutto quando la politica è afona di proposte che elevano il livello di civiltà del nostro modello di convivenza e le istituzioni non riescono, da sole, a fronteggiare dinamiche societarie imponenti, strutturali, rubricandole a contingenze da scansare, tutt’al più da arginare o respingere, sarebbe anacronistico aspettarsi che la cooperazione svolga un ruolo di controllo di tali emergenze al disciplinato servizio di un contesto in pesante arretramento culturale e valoriale (disoccupati e poveri, infondo, si dice, qualche colpa della loro condizione ce l’hanno e tutti questi migranti che islamizzano la nostra società, ci tolgono lavoro, case e servizi di welfare dovrebbero stare o tornare da dove sono venuti).
E’ invece proprio al cospetto di sfide importanti, di sistema, partendo tuttavia dallo sguardo di ogni persona disperata, senza reddito, casa, lavoro che ciascun cooperatore sociale, con la sua impresa sociale, può capire il bisogno, valorizzare le potenzialità individuali e individuare il sentiero personalizzato per accompagnare il singolo soggetto a ritrovare fiducia in se stesso e cercare di risalire la propria china esistenziale.
E’ accogliendo un migrante capendone il dramma, la sofferenza, le ingiustizie subite e i pericoli ai quali sarebbe esposto in caso di respingimento, senza ridurlo a un numero statistico da contenere, che chi si impegna in una ONG o in una cooperativa sociale può offrire la mano tesa, un rifugio sicuro e congiuntamente provare a costruire “con” quella persona un futuro migliore, anche per la nostra società.
Accogliere una persona in difficoltà incrociandone lo sguardo e cercare di costruire con la stessa una relazione significativa, per includerla senza abbandonarla e isolarla nel contesto comunitario, è quanto di più lontano dal pensare, miseramente, al budget di ricavo economico che quella persona rappresenta, con buona pace della vulgata che denuncia gli eccessivi 35 euro a migrante in tasca agli affaristi della cooperazione o che vengono sperperati da chi senza lavorare vive alle spalle di cittadini operosi, che tengono famiglia e hanno altro a cui pensare.
Il confronto di riflessione e approfondimento, di seguito documentato, che si è avviato tra i cooperatori sociali dell’area metropolitana bolognese, ha voluto riprendere temi, istanze, finalità tra quelli fin qui delineati che a volte l’operatività non consente adeguatamente di mettere a fuoco per misurare quanto ancora certi ideali mantengano la loro forza propositiva e a che grado di maturità e di affidamento è giunta la cooperazione sociale.
Al termine di questo percorso siamo più consapevoli che la “spinta propulsiva” della cooperazione sociale non si è esaurita nella stagione pioneristica degli anni 60/70, ma può, proprio adesso, al cospetto di complessità inedite, riattualizzare ruolo e funzioni promozionali, progettuali, generative di nuovi rapporti e di nuove forme di welfare comunitario; assieme ad altri, certamente, “con” il pubblico, per quanto non solo e, in primis, “con” le stesse persone in condizioni di bisogno: che non sono un problema, ma una risorsa, per tutti, in una società meno diseguale e più giusta.

1. Presentazione

a cura di AILeS, Associazione per l’Inclusione Lavorativa e Sociale delle persone svantaggiate

I contributi e le riflessioni sul senso e l’agire della cooperazione sociale prodotte dalle realtà aderenti ad AILeS-Associazione per l’Inclusione Lavorativa e Sociale delle persone svantaggiate- e raccolte nelle pagine di questo numero nascono in tempi non sospetti, fuori da una sovraesposizione mediatica che ha dilatato l’ombra di “casi” degenerati a tutto il settore e dato voce nel dibattito pubblico a posizioni punitive a prescindere.
La premessa che rinforza i ragionamenti presentati sta nella consapevolezza che la cooperazione è un bene costituzionale. Gli articoli 45 e 118 sanciscono la protezione di queste forme di auto-organizzazione libere e civili da parte dei cittadini.
E’ un patrimonio non solo di chi direttamente vi prende parte o ne fruisce ma di tutta la collettività, capace di fronteggiare meglio di altri la durezza della crisi economica. E’ un patrimonio storico che, dalla forza della propria tradizione, si confronta con le istanze del presente e le sfide del futuro. La cooperazione sociale deve essere capace di ripensarsi e rigenerarsi per poter contribuire a ridisegnare un orizzonte culturale dove trovi posto la dimensione dell’umano oltre che continuare ad essere una fonte di reddito e lavoro.
Per chi opera a contatto diretto con le persone maggiormente fragili e vulnerabili, tenere aperti spazi di riflessione e discussione continua sul proprio operato è esigenza vitale. Il lavoro sociale esprime la sua qualità nella misura in cui è capace di presidiare con costanza ciò che realizza. E questo presidio non si esercita solo con le necessarie funzioni di controllo interno ed esterno ma anche con la costruzione di contesti in cui le esperienze vengono riprese e diventano materia per un confronto schietto e profondo sugli indici di positività che sono capaci di esprimere e soprattutto sugli aspetti deboli, più critici che segnalano aree di standardizzazione e involuzione e quindi bisogno di cambiamento.
Per questi motivi, fin dall’inizio della sua costituzione AILeS ha fatto dell’incontro reciproco e dello scambio di idee e pratiche uno dei suoi tratti distintivi. Negli ultimi due anni in particolare, le realtà aderenti hanno realizzato un percorso di incontri periodici imperniato su alcuni dei nodi tematici ritenuti più utili ad inquadrare oggi l’essere cooperatori sociali, a partire dall’esperienza diretta dei soggetti coinvolti collocata e storicizzata in uno sfondo geografico e sociale come quello del territorio bolognese.
I contenuti su cui il confronto si è focalizzato possono essere collocati in quattro contenitori che rispettivamente hanno a che fare con: la dimensione associativa e senso di appartenenza alla propria cooperativa e al mondo cooperativo; le condizioni interne ed esterne per un lavoro soddisfacente e di qualità; la necessità e la capacità di innovare ed innovarsi; il rapporto fra la cooperazione e la Pubblica Amministrazione soprattutto nella possibilità di realizzare una co-progettazione reale.
Il mondo valoriale di riferimenti, i pezzi del proprio fare, le questioni che quotidianamente si è chiamati ad affrontare, le piste da percorrere: tutto questo si è intrecciato durante gli incontri del gruppo che ha potuto anche contare su voci autorevoli e vicine per dare al materiale trattato una valenza “universalistica” capace speriamo di suscitare un interesse più ampio.

L’arte di migliorarsi: lo studio “Creativity Explored” di San Francisco

di Massimiliano Rubbi

Per le persone con disabilità, l’attività di creazione artistica non è solo un’opportunità di realizzazione personale e relazione sociale, che migliora loro stesse, ma può dare origine a opere dal pieno valore estetico, che migliorano il mondo. Questo attestano i 35 anni di esperienza di“Creativity Explored”,uno studio/galleria d’arte di San Francisco in cui ogni giorno circa 85 artisti con disabilità dello sviluppo, in continua(ma non totale)rotazione, si mettono alla prova in diversi ambiti delle arti visive, utilizzando le risorse fornite da altri artisti-insegnanti, per creare opere che li rappresentino e possano costituire oggetto di interesse per gli appassionati. Abbiamo parlato di questa esperienza“dove l’arte cambia le vite”,con particolare successo, con Ann Kappes, responsabile per la concessione dei diritti d’autore, e Paul Moshammer, direttore dello studio di Creativity Explored.

Una comunità artistica
Creativity Explored è stata fondata nel 1983 da Florence Ludins-Katz and Elias Katz, una coppia newyorkese cui si deve la creazione di diverse esperienze pionieristiche nel campo del connubio arte/ disabilità, tra cui il Creative Growth di Oakland, sempre in California, fondato nel 1974 e probabilmente il più antico studio artistico dedicato a persone con disabilità. Kappes collega la nascita di Creativity Explored alla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità adottata in quegli stessi anni dallo Stato della California, con la conseguente emersione di molte persone che trovavano un posto nella società. Partito come piccolo studio in poco più di una stanza, Creativity Explored si è ampliato nel tempo con un secondo studio nel 1995 e poi, nel 2001, con l’aggiunta dell’attuale galleria aperta, in cui a un allestimento professionale delle opere si affianca per i visitatori la possibilità di vedere gli artisti al lavoro. Da un lato, le attività proposte sono “personalizzate per i singoli”, come sottolinea Moshammer: Creativity Explored fornisce infatti alle persone con disabilità i materiali, le attrezzature e l’insegnamento delle competenze per la- vorare in diversi ambiti, dalla pittura tradizionale alla scultura e alla computer art – ed è possibile cimentarsi con una di queste forme artistiche un giorno e con un’altra il giorno seguente. I programmi offerti dalla struttura, aperti a persone con disabilità dello sviluppo con ogni grado di competenza artistica (unico vincolo richiesto è la maggiore età), riflettono un’ampia varietà di opzioni temporali: si va dai “programmi di transizione”, che consentono ai nuovi interessati un primo contatto per un paio d’ore alla settimana, fino alla possibilità offerta ad alcuni di svolgere la propria attività artistica entro Creativity Explored per decenni (Moshammer precisa comunque che la maggior parte degli artisti richiede circa un anno per sviluppare e affinare il proprio stile personale).
D’altro canto, l’organizzazione non rispecchia l’idea della creazione artistica come processo individuale: un aspetto essenziale della valenza relazionale che Creativity Explored riveste per i suoi artisti sta nella possibilità di lavorare insieme, traendo spunti gli uni dagli altri, e anche nella presenza di visitatori che entrano in galleria, a cui gli artisti, “se sono in vena”, possono illustrare le proprie creazioni. Di qui anche la scelta di affiancare sempre più, al “classico” rapporto tra artisti insegnanti (reclutati dall’esterno) e studenti con disabilità, forme laboratoriali come la “classe del sabato”, in cui sono gli stessi artisti studenti a guidare gli altri partecipanti, avvalendosi dello staff interno come supporto meramente pratico.
Moshammer cita come esempio Andrew Li, artista specializzato in sculture di carta (“è in grado di creare bellissimi animali di carta in mezz’ora”), che ha avuto appunto modo di condurre laboratori per condividere con altri la propria peculiare tecnica.
La combinazione di libertà individuale e dimensione collettiva genera quello che Moshammer definisce “sentimento di famiglia, di comunità” tra gli artisti, che dona loro fiducia in se stessi anche in altri ambiti della vita personale, e in alcuni casi rende per loro Creativity Explored qualcosa di più che una fase determinata del proprio percorso formativo: si può citare l’esempio di Peter Cordova, che per cinque pomeriggi a settimana lavora in un supermercato della catena Safeway, ma che continua a passare tutte le mattine nello studio di Creativity Explored per creare disegni e sculture, per non perdere “la parte migliore della sua giornata”.

Fuori dalla nicchia
Accanto alla produzione artistica, Creativity Explored cura con particolare attenzione la distribuzione delle opere, ben al di là della propria galleria di San Francisco. Lavori realizzati dagli artisti sono stati esposti e venduti in altre gallerie della Bay Area, e in alcuni casi sono stati scelti per mostre personali e collettive in altre zone degli USA (soprattutto nella East Coast) e all’estero (Australia, Nuova Zelanda, Europa); alcune opere sono state realizzate su commissione diretta agli artisti, ad esempio da parte di studi di architettura come elementi di arredo di nuovi spazi pubblici o abitativi. In un ambiente competitivo e volubile come quello del mercato dell’arte contemporanea, è importante notare, come conferma Kappes, che le opere sono apprezzate per il proprio valore artistico, e non in virtù delle finalità solidali della loro origine, benché il successo commerciale produca certo effetti significativi sul percorso personale degli artisti – nelle parole di Moshammer, a volte “i genitori degli artisti entrano in galleria con entusiasmo, quando vedono gli assegni”.
Moshammer racconta come esempio la vicenda di Vincent Jackson, che ha frequentato Creativity Explored sin dai suoi inizi negli anni ’80, dopo un percorso scolastico in cui “non andava bene, gli insegnanti erano arroganti con lui e i compagni lo prendevano in giro”. La pratica artistica gli ha dato crescente fiducia in se stesso, e lo ha reso un “artista rinomato”, che da ben 34 anni continua a svolgere la sua attività nella galleria con buoni risultati commerciali; i suoi grandi ritratti a pastelli ad olio, che richiamano l’arte popolare dell’Oceania filtrata dalle esperienze avanguardistiche e pop del ’900, sono stati esposti in decine di mostre, soprattutto a San Francisco ma anche a New York, in Giappone e in Belgio, e hanno decorato scatole di cioccolatini, borse e vasi. Decisamente niente male, per una persona che a parere di Moshammer stesso “avrebbe fallito in gran parte degli altri lavori”.
Un elemento che contraddistingue il modello di business di Creativity Explored, e che è Kappes a seguire in particolare, è lo sviluppo del licensing, l’utilizzo delle riproduzioni di immagini per finalità commerciali. La promozione in questo senso presso disegnatori di moda e di oggettistica, attuata anche tramite una sezione dedicata del sito www.creativityexplored.org (e favorita da uno stile che in molti casi oscilla tra l’astrattismo e la pop art), ha portato l’arte visiva realizzata in galleria a essere riprodotta su stampe, calendari, cartoline, copertine di libri e CD e magliette, ma anche skateboard e perfino allestimenti per matrimoni, contribuendo in modo rilevante e crescente, accanto alla vendita delle opere originali, ai guadagni degli artisti e della stessa struttura (che garantisce comunque il 50% dei ricavi agli artisti stessi).
Le pratiche educative e commerciali di Creativity Explored hanno attirato l’attenzione di altre realtà analoghe in diverse parti del mondo. Nel settembre 2011, 26 associazioni e fondazioni di varie zone degli USA, dall’Australia e dalla Scozia si sono riunite a San Francisco per la prima “conferenza internazionale su arte e disabilità”, scambiandosi buone pratiche e sfide comuni. Secondo Kappes, anche se questo incontro non ha generato una rete strutturata di centri artistici per persone con disabilità intellettiva, “condividiamo costantemente idee tra noi”. Se in rari casi Creativity Explored, dall’alto di oltre trent’anni di attività, ha svolto il ruolo di modello per la nascita e lo sviluppo di altre esperienze (Moshammer cita un piccolo studio creato recentemente a Santa Cruz, in California), più spesso a risultare efficace è questo più libero scambio di idee, che rispetta le peculiarità di contesti molto di- versi quanto a mondo dell’arte (Kappes fa l’esempio di un recente contatto con l’Indonesia) e anche a caratteristiche personali degli artisti coinvolti – e appare del resto coerente, nel suo procedere per tentativi più che per regole prestabilite, con l’idea di una creatività non “sfruttata” bensì “esplorata”.

La redazione di HP-Accaparlante si è letteralmente innamorata delle opere prodotte entro Creativity Explored e consultabili sul suo sito web www.creativityexplored.org, al punto da volerne alcune che – per gentile concessione di Creativity Explored e degli artisti – accompagnano la monografia di questo numero.

Di paresi spastiche e tiri liberi

di Stefano Toschi

C’era una volta un principe che si sentiva un fenomeno: bello, ricco, potente. Soprattutto bello. Un giorno gli fa visita una vecchina, molto brutta: in realtà è una strega. La caccia fuori dal castello, sotto la tormenta e lei, per fargli capire cosa conta davvero nella vita, lo trasforma in una bestia orrenda: solo l’amore incondizionato di una fanciulla, che saprà andare oltre le apparenze, potrà salvarlo. La bella e la bestia continua a fare scuola, tanto che, ancora oggi, ci sono trame di pellicole cinematografiche che ne copiano diligentemente la storia. È il caso di Tiro libero, un film che, avevo letto, doveva essere incentrato sulle vicende di una squadra di basket in carrozzina. Invece, il protagonista è una sorta di principe-Bestia. Uscito a settembre 2017, distribuito in qualche sala, con un discreto cast di attori italiani, racconta di un ragazzotto belloccio e arrogante, ricco di famiglia che, a seguito di un incidente automobilistico in cui ferisce gravemente una ragazza, viene condannato a tre mesi di lavori socialmente utili.
Visto che è un bravo giocatore di basket, lo “condannano” ad allenare dei ragazzini in carrozzina, scoprendo a sua volta di essere malato di distrofia muscolare e finendo per trovare l’amore della vita in una volontaria che, insieme ai ragazzini, diventeranno per lui, da seccatura preannunciata, una fonte determinante di ispirazione, tenacia e forza d’animo, anche nella malattia. Insomma, senza grande fantasia, il copione è un po’ sempre quello: la disgrazia può capitare a chiunque e i disabili sono esempio di virtù. La verità è che, pur apprezzando lo sforzo di farci percepire come esseri superiori, non lo siamo affatto. Siamo poveri peccatori come chiunque, magari con meno possibilità di fare del male a chicchessia, il che non significa meno desiderosi di farlo. Non tutti, intendiamoci: annoveriamo buoni e cattivi in pari proporzione che in qualsiasi altra categoria, dai bancari, ai calciatori, ai malati di tumore.
Una differenza fondamentale è data dall’acquisizione o meno dell’handicap nel corso della vita: è chiaro che, per chi, come me, è nato così, è più semplice.
Qualsiasi cambiamento di vita destabilizza chiunque, figuriamoci la notizia di una disgrazia. Io, che a basket non ho mai giocato, non ne posso sentire la mancanza. Indubbiamente, la nostalgia di qualcosa è una forma più grave di disperazione rispetto all’impossibilità di provarla. Per questo io evito sempre l’atteggiamento del santo o del virtuoso, anzi, rivendico il mio diritto a essere un povero peccatore, come tutti. Eh, già: vale anche il pensiero! Scherzi a parte, sarebbe sciocco negare che, appunto, le disgrazie della vita in cui chiunque di noi può incappare siano amplificate da una condizione di partenza già di svantaggio. Ad esempio, ho letto di recente di un ex assessore di un ricco comune lombardo che, per una serie di vicissitudini, si è ritrovato a vivere per strada. Da imprenditore e amministratore locale per oltre un ventennio a clochard. Il suo senso della dignità personale, peraltro, gli ha impedito per lungo tempo di chiedere aiuto a parenti e amici, e le Istituzioni, alle quali invece si era rivolto subito, avendole servite per anni, gli hanno voltato le spalle. La porta gliel’hanno aperta solo la Caritas e altre realtà locali del Terzo Settore. Racconto questa storia perché, del protagonista, mi ha colpito soprattutto il fatto che, nella sua intervista, quasi marginalmente accennasse di essere affetto da emiparesi spastica dalla nascita, raccontando di come tale condizione deficitaria di partenza avesse amplificato le difficoltà della vita di strada.
Mi ha molto turbato leggere che una persona spastica (seppure, a quanto pare, non in forma grave) potesse essere costretta a vivere per strada, anche perché, come racconta il protagonista, deve assumere costantemente farmaci e integratori molto costosi. Perdendo la residenza anagrafica (molti comuni della ricca Lombardia non ne hanno una fittizia per i clochard, come avviene, invece, a Bologna) ha perso anche il diritto all’assistenza sanitaria pubblica. Un cittadino italiano, che ha servito per anni il proprio Comune di residenza, si è ritrovato ad essere senza diritti di cittadinanza. Queste due storie, una cinematografica, una vera, mi hanno indotto, negli ultimi tempi, a riflettere molto sulla mia condizione e, più in generale, sulla concezione della disabilità nel nostro Paese. A fronte di film e romanzi che raccontano un po’ il “mito del buon disabile”, al pari del rousseauiano mito del buon selvaggio, dal quale passa il riscatto morale dell’umanità corrotta dal materialismo, ecco che un disabile vero, in carne e ossa, finisce a vivere per strada. Mi fa riflettere il fatto che la disabilità prevede costi sociali che, di solito, costituiscono il primo “taglio” a qualsiasi forma di budget pubblico: il welfare non può essere considerato solo un appesantimento dei costi perché, senza di esso, le ricadute sociali sono ben più gravi.
Quando nego la residenza al disabile che finisce senza alloggio, non faccio che aggravare i costi sanitari e creare nuovi costi. Il Terzo Settore sopperisce a molte mancanze del welfare pubblico e lo fa a prezzi più contenuti: buona cosa in ottica sussidiaria, molto meno nell’ottica della civiltà di una Nazione. Anche perché non succede quasi mai che il Terzo Settore abbia, poi, i giusti riconoscimenti per la propria opera sociale. Se una persona viene sostenuta sin dalle sue prime difficoltà e nelle cose fondamentali, difficilmente, poi, la situazione peggiorerà e diventerà una multiproblematicità da affrontare. Anche nella disabilità, chi ha maggiori possibilità economiche ha una vita migliore e più lunga: una banalità, certo, ma questa sperequazione è più grave se, a farne le spese, sono persone cui la propria condizione nega del tutto possibilità di riscatto, grazie a qualche dote personale. Se due persone normodotate nascono, a parità di requisiti individuali di intelligenza e salute, ugualmente povere e socialmente disagiate, è possibile che una delle due, o entrambe, trovino la via del riscatto sociale. Per due disabili la cosa diventa oltremodo problematica: per dire, se mia mamma mi avesse abbandonato in una struttura, probabilmente nessuno si sarebbe reso conto che le mie difficoltà di comunicazione con l’sterno non corrispondono a un’intelligenza sotto la media. Allora, insomma, rivendico volentieri la mia possibilità di essere considerato una persona cattiva, a patto che mi vengano fornite pari condizioni di partenza di chiunque altro. Senza pretendere di fare cose al di sopra dei miei limiti oggettivi (no, non voglio correre la maratona di New York), ma con la possibilità di vedere valorizzati i miei talenti, anche se, per farlo, necessito di maggiore assistenza rispetto a chiunque altro. Se un disabile viene considerato solo un costo sociale, si perde di vista il valore intrinseco della persona.
Ho conosciuto molte persone con qualche handicap lieve che si sentono un peso per la famiglia e la comunità, perché l’ambiente circostante non è in grado di valorizzarne le diverse abilità. Per contro, conosco individui che cercano ogni modo per potersi approfittare dei benefici del welfare pubblico, anche forzandone le maglie del diritto e ricorrendo ad escamotage incredibili. Per questo ritengo più che mai necessaria una svolta culturale che non dipinga la persona con handicap come un “buono sempre e comunque”, ma nemmeno come un costo pubblico. Si potrebbe cominciare chiamando le persone per nome e non per categoria di deficit e garantendo il diritto all’uguaglianza e alla ricerca della felicità, parafrasando la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
come geranio non sei un granché. Come tifoso te la cavi meglio, ma questi sembrano non essere tempi per noi. Come professionista, ecco, qui si inizia a intravvedere la tua vera grandezza che, infine, esplode nella constatazione che sei una persona veramente straordinaria conoscendoti. Sei puntuale sulla notizia. Preciso nel commento. Profondo nell’osservazione. Acuto nella battuta.
Sei uno che sa comunicare. E che sa comunicare bene. Hai fatto un casino con quel “diversamente abile”, che adesso mi tocca rincorrere mezzo mondo per fargli capire che non si dice così. Ma per sollevare l’interesse che hai sollevato tu ci vuole credito. E non è il credito che viene concesso a tante, troppe, persone oggi.
Quelle che basta un’alzata di voce, una passata in televisione ed è subito successo. Tu hai credito perché te lo meriti.
Perché il linguaggio lo studi e lo conosci. E lo conosci sempre di più perché lo studi sempre di più. Tu fai il linguaggio. E infatti quel “diversamente abile” ora mi aiuti a far capire che va detto in un altro modo. Tutti siamo diversi, e meno male! In questa diversità alcuni eccellono nel fornire alla comunità i giusti strumenti per autoregolarsi. Tu fra questi. Tu fra i migliori di questi. Perché, sai, mica Claudio Imprudente lo nascono tutti. Imprudente si nasce. E un po’ si diventa. Imprudente meraviglioso tu sei. Tu amministri la parola con lo sguardo. Tutto è comunicazione in te. E per essere comunicazione, buona comunicazione, ci vuole abilità. Ci vuole che devi essere bravo. Di più, che devi essere bello. Perché la bellezza non è esclusivamente una questione estetica. Gran figo, amico mio, tu sei una bella persona perché il tuo modo di fare conferisce bellezza a questa collegialità che ha bisogno di riferimenti come te.
Grazie, mio caro, perché come geranio sei proprio brutto ma come persona pochi come te.
Un sorriso,
Antonio Malandrina

 Caro Antonio,
di fronte a queste tue parole, ricevute da un giornalista del tuo calibro per giunta, non so proprio che dire… Sono davvero lusingato! In realtà non è vero, cioè lusingato lo sono, ma qualcosa da dire ce l’ho.
Il Geranio di cui tu parli infatti non ha smesso di raccontarsi né di sperimentarsi nel suo lungo cammino pedagogico, durante il quale gli incontri, le esperienze e le relazioni che ne sono nate lo hanno reso resistente e presente a tutte le stagioni.
Dopo il fare e il comunicare, tuttavia, arriva un tempo e forse anche un periodo della vita in cui diventa necessario sedimentare, raccogliere i frutti raccolti e soprattutto rimetterli in ordine. Capire dove si è andati è fondamentale per capire dove si sta andando e dove si andrà. Lo è per tutti ma per un educatore, che ogni giorno maneggia il proprio percorso parallelamente a quello altrui, è un atto di responsabilità.
È chiaro che a questo punto sorge spontanea una domanda: “Come può un geranio diventare educatore?”. Ho tentato di dare la mia personale versione dei fatti all’interno di un libro in prossima uscita per la casa editrice Erickson di Trento. Il titolo, Da Geranio a Educatore. Frammenti di un percorso possibile, parla già chiaro.
Qui, insieme al mio collaboratore Enrico Papa, ho raccolto una serie di chicche, di piccole esperienze del passato e del presente, che hanno contribuito allo sviluppo del mio viaggio nei territori dell’educazione.
A fare la differenza, lo scoprirete, è sempre l’humus di partenza. L’humus che ha permesso la crescita del Geranio è lo stesso che ha favorito la nascita e lo sviluppo del “fantabosco” Centro Documentazione Handicap/Progetto Calamaio e delle piante e degli animali che lo popola- no e lo animano. Perché si sa, i gerani, oltre che allontanare le zanzare, abbelliscono i contesti!
Scrivere per qualcuno che possa sempre scrivere dopo, così come diceva il grande poeta Edoardo Sanguineti. È così che si fa, o no?
Che dire Antonio,
grazie ancora per la tua stima e il tuo affetto. Per Natale avrai qualcosa da leggere!
A presto,
Il Geranio

7. Note attorno al valore sociale della disabilità e al lavoro degli operatori

di Maurizio Colleoni, coordinatore scientifico della Rete Immaginabili Risorse

Vorrei esporre alcune riflessioni attorno al binomio disabilità e valore sociale e ad alcune ricadute operative che possono derivare dall’attenzione al valore sociale che la disabilità può portare con sé.
Per poter formulare questi pensieri ho contratto molti debiti, in senso metaforico, per fortuna.
Da un lato, sono debitore nei confronti del dibattito culturale che si è sviluppato di recente attorno alla tematica della libertà e della cittadinanza attiva e alla ricerca di forme più evolute di comprensione dei concetti di identità e di soggettività, in grado di superare le derive di tipo liberistico che si sono affermate nei decenni scorsi.
Su un altro piano, sono grato agli sforzi, alle sperimentazioni e agli approfondimenti che si sono sviluppati in questi quattro/cinque anni all’interno del movimento di Immaginabili Risorse.

Prima riflessione: la questione dell’identità
Il lavoro con la disabilità è rivolto a persone che hanno sviluppato una forma parti- colare di relazione con la realtà, e, di conseguenza, una forma particolare di identità.
La disabilità (così come la malattia mentale, l’immigrazione, e altre condizioni umane “al limite”) pone in maniera radicale la questione dell’identità, perché dimostra, “incarna” fisicamente, la variabilità, la diversificazione e l’imprevedibilità delle strade attraverso le quali si stabilisce un rapporto con la realtà.
Dove c’è rapporto con la realtà c’è una qualche forma di identità.
Anche se si esprime in maniera fortemente discordante dalle logiche preminenti in quel luogo e in quel tempo.
C’è una condizione umana che merita rispetto e chiede modalità di attenzione specifiche e mirate.
Una condizione umana che può evolvere nella sua capacità di conquista di una propria soggettività e che può sviluppare una relazione attiva e congruente con la realtà, con gli altri e, in generale, con l’esterno a sé.
Anche dentro una necessità di aiuto continuativo.
La condizione di dipendenza da altri non impedisce, necessariamente, l’espressione di una soggettività e di modi propri di relazionarsi con la realtà.
E non impedisce la possibilità ad accedere a diritti che fanno parte dello statuto di “persona” per come si è configurato fino ad ora (diritti alla salute, alla istruzione, alla affettività, alla mobilità, e così via).
In questa logica diventa decisiva la ricerca di modalità adeguate che sostengano e aiutino la persona in questione a evolvere, nei limiti del possibile, cioè a espandere la propria identità, ad arricchirla, ad articolarla, a sostanziarla; ad accrescere una relazione la più partecipe, attiva e congruente possibile con il reale.
È all’interno di questa cornice di senso generale che prende valore il riferimento a concetti come autodeterminazione, adultità, cittadinanza attiva. Concetti che si sono fatti strada di recente e che possono aiutare a portare l’azione socio educativa fuori dalle secche della infantilizzazione perenne delle persone con disabilità. Ed è sempre all’interno di questo orizzonte che diventa possibile porsi il problema del bilancio esistenziale delle persone con disabilità, e non solo della crescita delle loro performance, come indicatore generale di efficacia socio-pedagogica.
Le capacità performanti delle persone con disabilità (come le nostre, del resto) sono limitate; non è pensabile quindi immaginare una valutazione delle azioni compiute nei loro confronti esclusivamente in termini di crescita degli apprendimenti, delle capacità, delle abilità personali.
Diventa necessario chiedersi cosa se ne fanno delle capacità, come e dove le spendono; cioè, in termini più generali, come migliora la qualità della loro esistenza per il fatto che frequentano un servizio, una struttura, un progetto.
Occorre chiedersi perché devono venire a quel servizio, perché devono partecipare a quel progetto, cioè in cosa cresce la loro condizione umana, in cosa si arricchisce la loro identità.
Ciò pone questioni non semplici di revisione, ampliamento (e forse superamento) dei codici di tipo pedagogico e apre a possibilità di ricerca di indicatori diversi, ad esempio quelli delle cosiddette capability o delle cosiddette life skylls.

Seconda riflessione: la questione della relazione con gli altri
Un altro elemento che riguarda la disabilità è la particolarità della relazione con gli altri e ciò che ne consegue in termini di autonomia/dipendenza, di vincolo relazionale, legame interpersonale.
Le persone con disabilità psicofisica vivono relazioni in genere segnate (a volte in maniera molto significativa) dalla necessità di aiuto, dalla dipendenza (a volte continuativa) da altri (persone, ausili, luoghi, situazioni).
È una condizione che porta all’estremo una caratteristica della vita quotidiana di tutti noi: la necessità di poter contare sugli altri, e la possibilità che altri possano fare affidamento su di noi, cioè l’interdipendenza come chiave di volta della vita sociale, visto che nessuno di noi è completamente autosufficiente.
Tutto ciò ha una valenza di carattere generale e delle significative ricadute operative.
La questione di carattere generale riguarda il “contributo” della disabilità alla idea di normalità.
Darsi da fare per restituire dignità alle diverse forme di identità (comprese quelle segnate dalla dipendenza) significa dilatare e arricchire il concetto di normalità reintroducendo in questo campo simbolico la fragilità, il limite e la dipendenza stessa come elementi costitutivi della condizione umana, e quindi della normalità.
Viviamo una fase nella quale viene spesso propugnata un’idea di normalità piuttosto selettiva, una normalità intesa come prestazionalità, efficienza, forza, indipendenza.
Questa simbologia, di stampo giovanilistico, ha senza dubbio degli aspetti positivi: pensiamo alla spinta verso forme di vita più “sane”, alla ricerca di un proprio equilibrio, attente a prevenire l’insorgenza di malattie, attente a questioni come il cibo, la vita attiva, la regolazione dei ritmi lavoro-riposo, la necessità di svago e di tempo libero “intelligente”.
L’altra faccia della medaglia è la difficoltà a riconoscere “il difetto” come fattore intrinseco alla condizione umana, e quindi alla stessa normalità.
Reintrodurre la fragilità e il limite nella normalità significa lavorare per una società più umana.
Sul piano più pratico, questa tematica apre delle questioni delicate su almeno due fronti.
Un primo fronte riguarda la gestione della relazione con persone caratterizzate dal limite, e quindi l’interpretazione della asimmetria che attraversa queste relazioni. Ci sono sostanzialmente due modi per “abitare” una relazione dissimmetrica: la si può utilizzare per assoggettare l’altro, manipolarlo, ridurlo a oggetto o a protesi, e quindi producendo dei maltrattamenti identitari.
Oppure si può abitarla rispettando le istanze identitarie che comunque si manifestano e modulandola in relazione alle evoluzioni della condizione umana della persona in questione.
Vale a dire che è possibile anche una asimmetria evolutiva.
Il dibattito e le prassi concrete che si stanno sviluppando sulla questione della auto-determinazione mi pare siano un interessante terreno di ricerca attorno a questa tematica.
Un secondo fronte riguarda l’intensità e la varietà delle relazioni possibili, anche dentro l’asimmetria. Anche le persone con disabilità hanno bisogno di sperimentare la variabilità del reale che si può esprimere nella mutevolezza dei campi relazionali ai quali possono accedere.
Campi relazionali che possono essere segnati, a loro volta, da legami più o meno intensi.
Il problema, come sempre, è saper gestire i confini di queste relazioni, è regolare degli equilibri dotati di senso tra assenza di implicazione emotiva e confusione.
E anche in questo caso mi pare ci sia tutto un fermento progettuale interessante, pensiamo anche solo alle questioni di tipo relazionale, affettivo e sessuale, temi assenti dalle pratiche operative e dal dibattito anche solo dieci anni fa.
Terza riflessione: la questione della relazione con il contesto esterno
Un’ultima riflessione riguarda la relazione con la vita sociale e i contesti di territorio, e quindi la questione della cittadinanza e della responsabilità sociale, e, in fondo, l’idea stessa di libertà.
Le persone con disabilità sono (anche) cittadini, con diritti e con la possibilità di contribuire (entro i propri limiti) al miglioramento della convivenza sociale.
Anche nella disabilità è possibile concretizzare il concetto di cittadinanza attiva, ampliandone e arricchendone le sue declinazioni concrete.
Come nelle riflessioni precedenti, siamo di fronte a una sorta di frontiera, di confine. La disabilità, infatti, concretizza ed evidenzia il superamento di uno stereotipo sociale piuttosto diffuso: che si è liberi cittadini in quanto esenti da vincoli e da dipendenze esercitate da “forze” superiori (lo stato, la religione, i genitori, gli altri…) che inibiscono le possibilità di decisione e di azione autonoma del singolo.
È un’idea che ha avuto molto successo negli anni scorsi, ed è una deriva di un pensiero di tipo liberistico. Ma è anche un po’ una perversione illusoria, anche se, purtroppo, piuttosto radicata.
In realtà la libera cittadinanza si gioca entro la trama dei legami e delle reciprocità che costituiscono il tessuto sociale e che danno fondamento alle identità individuali. Senza reciprocità e interdipendenza non si dà tessuto sociale, e nemmeno identità, e tantomeno cittadinanza. Non solo: ampliando un po’ questo concetto, e radicalizzandolo, non si dà cittadinanza senza una qualche forma di responsabilità civile e sociale.
La cosa interessante è discutere di questo tema in relazione alla disabilità, cioè in rapporto con una identità “al limite”, come si diceva prima, e strutturalmente dipendente.
Una discussione che può essere formulata nei termini di un interrogativo: la disabilità infatti, “interroga” il contesto circa la sua capacità di accettare e fare spazio a manifestazioni di cittadinanza peculiari, difficilmente assimilabili alla “media”, ma non per questo insignificanti o inutili. Costituisce cioè un “invito” (anche un po’ una provocazione…) rivolto al contesto sociale ad ampliare la differenziazione interna, a reggere “il peso” della espansione delle diverse identità che lo abitano, e a cercare modalità più evolute di convivenza tra differenze identitarie.
È per questo che è così importante che servizi e progetti operanti in questo ambito si diano da fare anche per contribuire alla crescita della qualità della vita nel e del contesto circostante.
Perché così possono dimostrare di essere parti in causa nella costruzione di una società più solida e più aperta, e di rendere possibile l’espressione di una cittadinanza effettiva anche da parte di persone con disabilità. Possono rendere effettivamente più libere le persone con disabilità. Molte delle strutture, dei servizi, dei luoghi nati per gestire la disabilità adulta hanno attrezzature, spazi, competenze, reti esterne, hanno cioè un capitale di risorse potenzialmente molto significativo per il contesto esterno. Un capitale che può dar vita a delle circolarità di tipo mutualistico che migliorano le condizioni concrete dell’esterno e ne alimentano il capitale sociale.
Tutto ciò inoltre non ha solo una valenza “politica”, ma anche importanti ricadute concrete.
Infatti, almeno nelle esperienze che mi è capitato di incontrare, le azioni volte a migliorare l’esterno hanno reso disponibili possibilità educative e relazionali fertili e originali, impensabili dall’interno del laboratorio dedicato. E hanno consentito agli operatori di inoltrarsi su terreni progettuali interessanti, a volte davvero originali e creativi, contribuendo a “rigenerare” la capacità progettuale dei servizi e a contenere i rischi di burn-out degli operatori stessi.

Una conclusione
Vorrei concludere questo contributo con un pensiero che cerca di riassumere e rileggere trasversalmente quanto esposto fino ad ora.
Parlare di valore sociale della disabilità, sulla scorta di quanto affermato fino ad ora, significa porre la questione del legame possibile tra riconoscimento identitario delle persone (di tutte le persone, comprese quelle con disabilità psicofisica) e crescita della coesione sociale dei nostri contesti di territorio.
Tutto ciò che si è detto fino ad ora, infatti, mi pare arrivi a questa conclusione. Arriva cioè alla conclusione che il valore sociale della disabilità è, in estrema sintesi, il contributo che la disabilità e il “mondo” che si è organizzato attorno a questa condizione umana (i famigliari, gli operatori, i servizi, gli specialisti, eccetera) può offrire alla crescita delle compatibilità possibili tra identità diverse che coesistono nello stesso luogo.
È questa la questione di fondo.
In altri termini il valore sociale della disabilità è il rispetto delle diverse forme di rapporto con la realtà (e, quindi, di conquista dell’identità) e il rispetto reciproco tra le diverse identità.
Non mi pare niente di nuovo sotto il sole, ma mi sembra comunque una chiave di lavoro interessante nell’ambito della disabilità.
Stiamo parlando di affermazione delle soggettività e contribuzione alla coesione sociale.
Da un lato abbiamo delle persone che possono crescere nella ricerca di originali modi di stare al mondo e di sviluppare relazioni con gli altri.
Da un altro abbiamo un territorio che cresce nelle specificità identitarie che riesce ad accettare, nelle differenze relazionali, negli spazi vitali per tutti, nelle radici che ciascuno riesce a mettere, nei rami che riesce a gettare, nei reticoli fiduciari che si attivano.
Solo che questa prospettiva fa i conti, da un lato, con la spinta del gruppo sociale a incrementare la propria omeostasi interna come fattore di sicurezza; e, da un altro, con la spinta delle persone (comprese quelle con disabilità) a pensare che il mondo coincida con il proprio ombelico.
Da ciò deriva la consapevolezza che il valore sociale non scaturisce in maniera “spontanea” mettendo insieme persone diverse che abitano lo stesso microcosmo. Al contrario, è necessario un lavoro di cura delle relazioni possibili e sostenibili, da calibrare di volta in volta, in relazione alle caratteristiche specifiche dei diversi contesti implicati.
È a questo livello che entrano in gioco gli operatori.
Il lavoro degli operatori e dei servizi consiste in una funzione delicata e decisiva di messa a punto, costruzione, regolazione e cura delle compatibilità tra soggettività diverse, a livello individuale, di gruppo, di organizzazioni più complesse.
A partire, naturalmente, dalla domanda di riconoscimento identitario delle persone con disabilità.
È un lavoro creativo e trasformativo, dato che la compatibilità fa i conti con le trasformazioni che interessano l’arco vitale delle persone e con i cambiamenti richiesti alle persone e ai gruppi per riuscire a coesistere.
È un lavoro, pertanto, che riguarda la capacità di interpretare e gestire i conflitti. L’oggetto di lavoro, di conseguenza, sono le relazioni possibili e vivificanti, tra persone, gruppi, organizzazioni, non tanto le caratteristiche delle singole persone con disabilità.
È un oggetto che, però, diventa “prendibile” e “trattabile” a condizione che si abbia e si metta in gioco un’adeguata capacità di ricerca e conoscenza della condizione specifica delle diverse persone con disabilità.