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Autore: Nicola Rabbi

8. PizzAut: nutriamo l’inclusione

di Valeria Alpi

Avviare uno spazio di inclusione, un luogo “lento” per trovarsi e ritrovarsi, con prodotti di buona qualità conditi da integrazione e relazione. È PizzAut, il progetto di aprire una pizzeria gestita da persone con autismo. Ne abbiamo parlato con Nico Acampora, ideatore dell’iniziativa.
Nasce da un papà l’idea di creare PizzAut, la prima pizzeria gestita da ragazzi autistici. Nico Acampora è un papà milanese di un bimbo di otto anni affetto da una grave forma di autismo. Insieme a un gruppo di genitori “come lui” ha deciso di avviare un crowdfunding per raccogliere fondi per dare il via a PizzAut: “L’idea è nata perché se sei autistico, in Italia, appena compi 18 anni, smetti di esserlo. Tutte le attenzioni riservate, insomma, spariscono, con la conseguenza che spesso gli autistici si ritrovano a essere adulti dimenticati dalla nostra società, ed esclusi dal mondo del lavoro e delle relazioni sociali. Per realizzare questo progetto abbiamo stimato la necessità di raccogliere circa 60 mila euro, ipotizzando di integrare questa raccolta con fondi propri provenienti dalle famiglie che sostengono il progetto. I fondi serviranno per lo start up, ossia l’acquisto di tutti gli arredi, dei macchinari e delle attrezzature necessarie, i percorsi di formazione destinati ai ragazzi per l’acquisizione delle competenze necessarie, l’eventuale affitto della struttura e il costo del personale almeno nella fase di avvio”.
Il crowdfunding andava a rilento fino all’intervento di personaggi noti: il primo è stato Kekko, il cantante dei Modà, che ha pubblicato un video per esprimere vicinanza al progetto. Il video è stato visto anche dall’ex premier Matteo Renzi, che ha parlato di PizzAut come di un buon progetto. “Siamo arrivati in breve tempo a un terzo del budget preventivato: il crowdfunding non ha scadenza anche se speriamo di raggiungere l’obiettivo entro aprile/maggio del prossimo anno, quindi in 12 mesi dal suo avvio”.
I ragazzi inseriti nel progetto faranno un percorso di formazione gestito dalla cooperativa La cascina bianca. Con la psicologa Simona Ravera, esperta di autismo, i genitori hanno individuato le mansioni che si possono affidare loro in una pizzeria. Possono preparare l’impasto, condire le pizze, magari riuscire a infornare e accogliere in sala.
“Il progetto vuole avviare un laboratorio di inclusione sociale attraverso la realizzazione di un locale gestito da ragazzi con autismo affiancati da professionisti della ristorazione e della riabilitazione. I ragazzi saranno avviati a una prima fase di formazione che consentirà di studiare insieme a psicologi ed educatori la mansione più adeguata per ciascun ragazzo inserito nello staff di PizzAut e soprattutto le modali- tà attraverso le quali farlo sentire auto-efficace e in equilibrio con il mondo che in quel momento sta attraversando”.
L’idea di Nico e degli altri genitori è quella di creare un luogo apposito, in continuo contatto con il mondo. Un posto dove i ragazzi autistici siano il più possibile indipendenti. Un luogo slow, per rispettare la tranquillità di chi mangia e i tempi di chi ci lavora. “Vogliamo creare un locale per la famiglia ma anche per i giovani, un luogo dove stare bene e divertirsi con prodotti ricercati, un locale dai tempi lenti dove non bisogna andare a mangiare una pizza quando si hanno cinque minuti e poi si corre via… Ma un locale dove trovarsi e ritrovarsi in una dimensione temporale e di relazione fuori dalle frenesie che mettono in difficoltà chi è affetto da autismo ma che fanno male anche ai cosiddetti normali. Un luogo lento dicevamo, con prodotti biologici e di altissima qualità serviti con altrettanta qualità”.
Come si legge nel loro sito, la vera sfida è realizzare un luogo di grande valore sociale ma anche un posto dove non bisogna andare solo perché si fa del bene ma perché si sta bene. “Sul valore sociale del lavoro con le persone con disabilità si sono scritte e dette molte cose… Attraverso queste progettualità si generano relazioni che, da un lato, aprono spazi relazionali ed esperienziali decisivi e inclusivi per la qualità della vita delle persone con disabilità, e dall’altro, incrementano il capitale sociale dei territori. Il nostro è un progetto sociale che vuole fare un passaggio ulteriore, o almeno provarci, componendosi di tanti micro progetti individualizzati che si caratterizzano e si calano su ciascuna delle persone con disabilità, pensandole però all’interno di uno staff di lavoro, coinvolgendole attraverso una ‘transizione al lavoro’ che si compone di una personalizzazione dell’intervento: dall’analisi professionale delle capacità/potenzialità dell’individuo, alla formazione sul campo, tenendo presente caratteristiche e propensioni fino all’accompagnamento costante al lavoro e durante il lavoro, in modo da non creare una dicotomia fra il valore sociale del lavoro con la persona disabile e il valore economico di questo lavoro. O comunque ridurre al minimo questa distanza”.
Per tutti coloro che contribuiranno a sostenere PizzAut, verrà creato il “muro dei mattoni”, per ringraziare i donatori che consentiranno di posizionare concretamente mattoni solidi per sostenere il progetto: “in fin dei conti per credere in un luogo lento e gestito da persone autistiche bisogna essere dei ‘grandi matti’ e quindi il muro dei ‘mattoni’ ospiterà i nominativi o le frasi di questi importanti donatori”.
PizzAut, oltre al crowdfunding online, sta anche organizzando gli “assaggi di PizzAut”, eventi sul territorio per promuovere il progetto e far parlare di autismo anche lontano dal 2 aprile, la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Io le foto della pizza che stanno facendo assaggiare le ho viste su Facebook, e posso dire che ha veramente un aspetto invitante!

Facebook: PizzAut nutriamo

7. Il sale e il lievito

di Massimiliano Rubbi

La genuinità dei prodotti alimentari che riflette quella di lavoratrici e lavoratori che li preparano, in un gruppo composto per la maggior parte da persone con disabilità cognitiva inserite a pieno titolo nelle attività e nella responsabilità per l’andamento dell’impresa. Da questa impostazione della cooperativa sociale Via Libera, in cui la proporzione minima del 30% di lavoratori svantaggiati risulta ribaltata in un 30% circa di lavoratori non svantaggiati, e dell’associazione L’Impronta ONLUS che alla cooperativa sociale ha dato vita, sono nati a Milano prima il ristorante Gustop nel 2012, e poi il panificio Gustolab nel 2014.
Abbiamo intervistato Silvia, 22 anni, e Giovanni, 24 anni, due giovani membri con disabilità della “squadra”.

Da quanto tempo lavorate presso Gustolab/Gustop? Avete avuto altre esperienze lavorative in precedenza?
GIOVANNI: Io sono assunto da due anni, e lavoro a Gustolab la mattina dalle 9.30-10.00 alle 11.00, e a Gustop dal martedì al giovedì dalle 12.30 alle 15.00. Prima ho avuto un’esperienza di un anno nel panificio di un’altra cooperativa, in cui facevo un po’ di tutto, ma non mi hanno rinnovato il contratto, e mi hanno proposto di andare a lavorare a Gustop per fare più esperienza nel settore; qui sono molto più contento. A Gustop mi occupo di stare in sala e portare i “rifornimenti”, quello che manca nel locale, stando a contatto con i clienti, oppure sto “dietro” a dare una mano, svuotare i carrelli o pulire la cucina. A Gustolab do una mano ai panificatori, soprattutto per smaltire gli ordini grossi – ad esempio, se c’è da preparare un impasto di 30 chili per il giorno dopo, lo prepariamo subito in due e lo mettiamo per il giorno dopo in “ferma-lievita”, una macchina che consente di accelerare o rallentare la lievitazione, e che ci permette di non iniziare troppo presto il turno di lavoro la mattina.
SILVIA: Io lavoro a Gustolab da più o meno tre anni. Mi hanno inserito tramite l’Afol, il centro per l’impiego, con l’aiuto di un tutor, prima con un tirocinio in laboratorio a panificare; e poi, quando due anni fa si è deciso di aprire il negozio al pomeriggio, mi sono spostata direttamente alla vendita, dove mi occupo da sola direttamente anche delle pulizie e della chiusura dalle 16.00 alle 19.00. Il sabato facciamo tutta la giornata a turni alternati, e se c’è bisogno, per sostituzione di altri che sono assenti, per necessità in spazi aziendali temporanei o per “sovrapproduzioni” che richiedono ore in più, ci sono sempre. Non ho avuto nessuna esperienza lavorativa prima di Gustolab, sono stata a casa due anni cercando lavoro e mandando i curricula ma non trovavo niente.

Come vi trovate al lavoro, sia per le mansioni che svolgete sia per il rapporto che avete con i colleghi?
SILVIA: Mi trovo bene in tutti i sensi, i miei colleghi mi mettono a mio agio, se c’è bisogno ci aiutiamo a vicenda. Il lavoro mi piace anche perché è una responsabilità nei miei confronti, alla fine ho in mano il negozio tutto il pomeriggio, e sono orgoglio- sa che abbiano deciso di assegnarmi questo compito.
GIOVANNI: Anch’io mi trovo molto bene, con i miei colleghi scherziamo sempre, ma se c’è qualche problema ci aiutiamo tra di noi per risolverlo subito. Sono sempre stato gentile e accogliente con le persone, per farle sentire come a casa quando vengono al ristorante.

In che misura vi sentite responsabili e protagonisti nell’azienda in cui lavorate?
GIOVANNI: Ti faccio un esempio relativo a un prodotto che facciamo in panificio, il “focaccione” con sale grosso e rosmarino: quando sono entrato non c’era, ho chiesto di fare una prova e l’ho fatto assaggiare, è piaciuto anche ai clienti e ora lo produciamo tutte le mattine. In questa cosa mi sono sentito molto protagonista, perché ho portato un nuovo tipo di ricetta che prima non avevamo.
SILVIA: Condividiamo tutti insieme in équipe, in incontri mensili operativi (separati dalle assemblee generali della cooperativa), le difficoltà e le esigenze.

Questo vostro lavoro ha cambiato il modo in cui vedete voi stessi e gli altri?
GIOVANNI: No, questo ambito mi è sempre piaciuto e ho fatto una scuola per farlo da grande, per impegnarmi fino in fondo e regalare delle soddisfazioni ai clienti. Il lavorare qui mi consente di vedere molte più persone soddisfatte del nostro prodotto. Sono sempre stata una persona molto aperta e attenta a risolvere i problemi, e qui ho la possibilità di farlo.
SILVIA: A me ha cambiato la vita, perché adesso ho la mia libertà, posso uscire o comprare qualcosa con i miei soldi senza chiedere ai miei genitori. Se prima ero un po’ più timida, stando a contatto con il pubblico sono stata spronata ad aprirmi anche fuori dal lavoro.

Avete degli aneddoti significativi sulla vostra esperienza di lavoro?
SILVIA: La cosa più simpatica che succede è quando i clienti ordinano qualcosa al telefono e poi non passano, o si dimenticano, e alla sera non sai se aspettarli o meno. Abbiamo molti clienti anziani, che fanno ordini piccoli ma poi si “perdono”. In genere abbiamo una clientela che viene tutti i giorni, il lunedì c’è un po’ più affluenza perché c’è il mercato di fronte, ma gli altri giorni i clienti sono quelli “affezionati”.
GIOVANNI: A volte è capitato che venissero a fare un servizio televisivo presso il panificio, e io mi sorprendevo che un panificio così piccolo fosse stato scelto dalla TV per mostrare i suoi prodotti e la lavorazione in cui mettiamo tanta passione.

Quanto pensate che conti l’aspetto sociale di Gustolab e Gustop nella scelta dei clienti di venire da voi rispetto alla qualità della vostra proposta?
GIOVANNI: A Gustop si mangia bene e con ottimi prezzi – con un menu da 10 Euro e 50 prendi un primo, un secondo, un contorno, la frutta o il dolce, l’acqua e il pane.
Sia al ristorante che al panificio andiamo molto incontro al cliente, che è quello su cui si sostengono entrambi e che spesso si affeziona a noi e ritorna. Giusto oggi al ristorante abbiamo avuto molti più clienti, perché oltre a quelli abituali è arrivata la squadra Giovanissimi del Milan, che ha organizzato per venire a mangiare anche nei prossimi giorni, e per me è una soddisfazione enorme.
SILVIA: Il pane è buono, biologico e delle diverse varietà che possono piacere ai clienti, e c’è un passaparola tra di loro. I clienti vengono però anche perché li accogliamo sempre con l’umore giusto, e chi lavora riceve una formazione anche su questa accoglienza, pur se sempre di tipo commerciale. Questo abbinare il prodotto al servizio, più che il nostro essere “sociale” che non sbandieriamo, riteniamo sia la nostra prerogativa.

Che consigli dareste a un nuovo collega appena assunto?
SILVIA: Di stare tranquillo, che lo faremo sentire a suo agio e che per qualsiasi problema o difficoltà può contare su di noi.
GIOVANNI: Come Silvia, se avrà difficoltà verrò subito a dare una mano.

Che progetti avete per il futuro? Gustolab e Gustop sono per voi un punto di arrivo o di partenza?
GIOVANNI: Per me è tutto un progetto nel futuro. Qui mi trovo bene, ci sono dei colleghi fantastici e se mi rinnovano il contratto a tempo determinato a ottobre non me la sento di andarmene. Però, un mio sogno è di aprire un bel panificio con bar e pasticceria, e in futuro voglio mettere l’esperienza che ho accumulato in comune con altri.
SILVIA: Io invece ho un contratto fisso da circa un anno, e credo di proseguire questo lavoro perché mi piace e mi trovo a mio agio.

A conclusione dell’intervista, Andrea Miotti, presidente di L’Impronta ONLUS, ricorda che per garantire il lavoro nel tempo è fondamentale che le attività funzionino da un punto di vista commerciale, e che quindi un “mantra” condiviso dal gruppo è quello dell’impegno nel lavoro, per “starci dentro” e aprire nuove opportunità ad altri.
Questo approccio sembra riuscire a battere la crisi: oltre a progetti di espansione interni alle attività esistenti, come il potenziamento del catering per Gustop e delle attività di pasticceria per Gustolab, per completare la filiera a monte si sta definendo una nuova attività di orticoltura biologica e sociale, tramite una cooperativa agricola sociale, Agrivis, fondata nel 2016 dallo stesso gruppo di lavoro e che coltiverà terreni nella campagna a sud di Milano.
Andrea pare molto contento che Giovanni voglia aprire in futuro una sua panetteria – gli chiede solo di farlo in una zona diversa di Milano!

Per saperne di più:
www.panificiogustolab.it
www.gustop.it

6. Competenze in bottiglia: Vecchia Orsa, il retrogusto sociale della birra

di Valeria Alpi

Chiacchierata con Michele Clementel, presidente della cooperativa sociale FattoriaAbilità che ha dato vita al Birrificio Vecchia Orsa.
Si chiama “Utopia”, perché è un po’ “la birra che non c’è”, frutto di tante mescolanze di spezie che nel tempo si sono modificate nelle quantità e nelle scelte; un’altra si chiama “Magnitudo blonde”, nata dopo il sisma del 2012 che colpì l’Emilia e la vecchia sede del birrificio di Crevalcore; un’altra ancora si chiama “Rye Charles”, una birra nera che nel nome indica uno degli ingredienti, la segale (rye, in inglese), ma nella pronuncia è un omaggio al grande pianista cieco.
Sono solo alcune delle birre prodotte dal Birrificio Vecchia Orsa di San Giovanni in Persiceto, alle porte di Bologna. Le birre col retrogusto sociale, come si legge nel loro sito.
Tutto nacque nel 2008 dal desiderio di una cooperativa sociale, FattoriaAbilità, di creare un laboratorio per lavoratori disabili. Nel disegno iniziale c’era una fattoria didattica, ma il progetto non riusciva a partire. Poi l’incontro con due Mastri birrai, e la prima sede, una sorta di casa messa a disposizione dalla cooperativa: la cucina era la sala per la “cotta” e il soggiorno la zona imbottigliamento – oltre a uno sgabuzzino che fungeva, in pratica, da cella calda dove rifermentava la birra. Si trovava nel podere Orsetta Vecchia in via degli Orsi di Beni Comunali di Crevalcore, da cui fu tratto il nome Vecchia Orsa.
“Nella vecchia sede di Crevalcore la produzione aveva un elevato sapore di artigianalità: l’impianto era di piccole dimensioni, l’imbottigliamento e l’etichettatura venivano effettuate manualmente, tutti i lavoratori, disabili e non, attorno al tavolo.
Queste operazioni, apparentemente semplici, erano momenti di forte integrazione e di consapevolezza di essere veramente parte importante delle fasi produttive. La produzione artigianale si sposava indissolubilmente con l’attenzione alla persona e da subito è stato possibile far partire le prime borse lavoro e gli stage di lavoratori svantaggiati”.
Il terremoto del 2012 in Emilia, invece, segnò l’inizio della seconda vita di Vecchia Orsa, che nel 2013 inaugurò il nuovo impianto a San Giovanni in Persiceto, un nuovo impianto molto più grande e con la capacità di inserire più persone con disabilità come reale elemento produttivo all’interno del contesto lavorativo.
“Oggi dialoghiamo con la Asl, il Servizio handicap adulto di San Giovanni in Persicito e il Fomal, che è un ente di formazione. Loro ci propongono delle persone che ri- tengono adatte per l’inserimento lavorativo in Vecchia Orsa, dopodiché si fa un breve periodo di prova, in stage o in borsa lavoro. Prima di affidare un lavoro, cerchiamo le peculiarità delle persone e facciamo di tutto per assecondare le loro personalità. Dopodiché li inseriamo in una lavorazione specifica che gli si addice”.
L’obiettivo però non è fermarsi allo stage o alla borsa lavoro, ma offrire un “lavoro vero”, con contratto a tempo indeterminato: ad oggi su sette persone che lavorano al birrificio, tre sono dipendenti con disabilità. “Il nostro è un lavoro vero, non è un laboratorio protetto, se noi abbiamo lo stipendio a fine mese è perché la nostra birra è buona, ne produciamo molta e la vendiamo. I lavoratori disabili partecipano a tutto il processo produttivo e devono essere-compatibilmente con le loro possibilità – produttivi per l’appunto.
Nella nuova sede abbiamo tre fermentatori da 30 hl e un maturatore della stessa capacità, che ci impongono ritmi diversi: è stato possibile aumentare notevolmente la capacità produttiva, ma abbiamo deciso di dedicare particolare attenzione alla scelta di macchinari che privilegiassero il lavoro manuale rispetto all’estrema meccanizzazione con l’obiettivo di assumere nuovi lavoratori. Partiamo dalla persona e non dal prodotto, ad esempio abbiamo acquistato un’etichettatrice automatica solo dopo esserci assicurati del fatto che presumesse comunque la presenza di più persone. Abbiamo puntato molto sulle mani e sulla manualità, ogni bottiglia viene maneggiata dalla nostra squadra almeno 6-7 volte. L’artigianalità deve implicare anche una certa manualità. Certo, scegliere di non meccanizzare la produzione proprio per offrire lavoro a persone con disabilità porta a costi maggiori e far tornare i conti è un’impresa! A volte dobbiamo scendere a compromessi sulle ore di lavoro, sugli stipendi, sulle necessità lavorative, ma quello che conta è il coinvolgimento dei lavoratori, sia disabili che ‘normodotati’, in un progetto comune di appartenenza, un progetto concreto e produttivo e non creato ad hoc su uno svantaggio”.
Vecchia Orsa ha ormai un grande successo di pubblico (nella “Guida alle Birre D’Italia 2017” la Rye Charles ha ottenuto il riconoscimento di “Grande birra”) e la richiesta aumenta, al punto che si sta valutando un ampliamento del birrificio, più assunzioni di personale disabile, e una modifica al ciclo di lavaggio per ridurre lo spreco di acqua puntando sempre più su energia da fonti rinnovabili. “Tutto ciò dimostra che anche nel sociale ci può essere l’eccellenza”.
La sede di San Giovanni in Persiceto ha anche una zona degustazione e di vendita al pubblico, e se seguirete la pagina Facebook potrete trovare tutti gli appuntamenti di sagre e manifestazioni dove Vecchia Orsa sarà presente con i propri prodotti e i propri lavoratori: “partecipare ad eventi insieme ai lavoratori diventa un’occasione privilegiata per trasmettere un messaggio di equità e integrazione sociale sinergico al- la qualità del prodotto. Per i lavoratori diventa il momento per poter toccare con mano l’importanza del loro lavoro. Chi ama la nostra birra è interessato non solo alla birra artigianale ma anche a come viene fatta. Noi diciamo ‘il retrogusto sociale della birra’, ed è il messaggio che vogliamo dare”.

Per saperne di più:
www.fattoriabilita.it
Facebook: Birrificio Vecchia Orsa

5. La Casa di Toti, biografia di un sogno

Di Valeria Alpi

C’è un albergo etico in corso di costruzione a Modica, in provincia di Ragusa, nei luoghi (per gli appassionati) del Montalbano televisivo. Un grande progetto imprenditoriale, un’attività che sarà gestita da sette o otto persone con disabilità. Una forma di cohousing, anche, e un investimento per il “dopo di noi”. Ne abbiamo parlato con Muni Sigona, ideatrice del progetto, e sognatrice, come si definirebbe lei.

Ci racconta come è nato il progetto e cosa è esattamente “La Casa di Toti”?
Io sono la mamma di Toti, che è un ragazzo autistico ad alto funzionamento. La sua problematica tocca anche la psicosi, quindi a volte ha delle crisi. Lui parla, va in moto, va in bici, ma è difficile da gestire perché ha sempre bisogno del rapporto 1 a 1 con un’altra persona. Siccome abbiamo una villa del ’700 con parco e piscina che da 25 anni è casa vacanze, ho sognato – soprattutto per pensare al futuro di Toti – di avviare una impresa nel sociale, un albergo etico, cioè un albergo gestito da ragazzi “speciali” assistiti da tutor. Quindi non sarà un albergo per disabili ma un albergo gestito da disabili, non autistici solamente, ma con varie tipologie di disabilità, con dei lievi disturbi a livello cognitivo, e ovviamente dovranno lavorare nell’impresa, dovranno pulire le camere, preparare la colazione, pensare al giardino, fare i check-in e i check-out, eccetera.
Quello che stiamo costruendo è anche una casa dove potranno vivere, perché sarà in qualche modo anche un “centro residenziale”, ma non lo voglio chiamare centro residenziale o comunità perché sarà la loro casa, in forma di cohousing. Sette o otto ragazzi “speciali” che già stiamo selezionando, dai 18 ai 25 anni, vivranno insieme e lavoreranno insieme. Vogliamo che abbiano anche una fascia di età comune perché poi dovranno crescere insieme. Intorno a questo progetto ho creato anche una Onlus, l’associazione “La Casa di Toti” e sono attorniata da genitori che condividono la nostra vita, seguono il progetto e sanno cosa significa essere genitori di ragazzi con disabilità: questo per noi è un modo per organizzarci per il “durante noi” e il “dopo di noi”.

A che punto è il progetto?
A latere della villa stiamo costruendo la Casa di Toti su 300 mq tutta su un piano; avrà solo una grande cantina al piano di sotto dove faremo una palestra e dei laboratori di meccanica perché sia a Toti che ai suoi amici piace la meccanica. In realtà l’idea è creare vari laboratori occupazionali diversificati. Avremo tre camere da letto, ognuna con bagno privato per disabili e una grande hall con tetto di vetro: stiamo facendo molta attenzione anche ai materiali e ai colori, per un discorso sensoriale di questi ragazzi. Ci sarà anche un refettorio, una cucina e una infermeria dove il tutor dormirà di notte.
Attualmente abbiamo fatto tutta l’opera in cemento armato e il tetto, siamo arrivati alle tegole. Il 26 novembre del 2016 abbiamo posato la prima pietra, e ad oggi in pochi mesi abbiamo fatto tanto, grazie soprattutto al fundraising e al crowdfunding.
L’albergo già c’è, abbiamo 16 posti letto. Certo sarà da migliorare un po’ ma contiamo di essere pronti in autunno 2018. In villa sto cercando di abbattere le barriere architettoniche e mi sto facendo consigliare da chi vive i problemi motori per migliorare la viabilità in villa, inoltre tra i ragazzi ci saranno anche una o due persone con disabilità motoria.

Ho visto che state organizzando anche tanti eventi sul territorio, per raccogliere fondi e per promuovere il progetto.
Sto cercando di diversificare le varie raccolte fondi. Quindi organizziamo eventi, soprattutto grazie alla Fondazione “I bambini delle fate” di Franco Antonello che ci sostiene. I supermercati Conad di Calabria e Sicilia hanno messo nel catalogo della raccolta punti la possibilità di contribuire alla Casa di Toti. Di recente ci siamo ag- giudicati la possibilità di avviare un crowdfunding tramite la Tim: il progetto l’abbiamo chiamato “Digitalizziamo la nostra opera nel sociale”, perché servirà per acquistare tutto quello che serve per l’informatica, il wi-fi, eccetera. È una raccolta fondi a livello nazionale e non solo al Sud e quindi per noi molto importante
Dal sito della Casa di Toti inoltre, si può acquistare la maglietta disegnata da Toti: lui ha la passione per la pittura. Oppure il mio libro Biografia di un Sogno, dove racconto il sogno del mio progetto e faccio un excursus anche di tutti gli alberghi etici esistenti al mondo. In Europa ad esempio ce ne sono già sei, di cui uno ad Asti, che però è un po’ diverso perché è gestito da ragazzi con sindrome di Down che alla sera tornano a casa, invece il nostro vuole essere un vero e proprio “dopo di noi”, dove i ragazzi vivranno e lavoreranno.
Un altro modo per sostenerci è il 5 per mille. Siamo partiti tre anni fa che non ci conosceva nessuno e quest’anno invece con il 5 per mille abbiamo guadagnato 11 mila euro, segno che il progetto circola tra sempre più persone. Anche il Presidente della Repubblica ci ha gratificati con un premio per un evento che abbiamo organizzato a Catania. La Casa di Toti sta avendo una risonanza bella, nazionale, perché è una famiglia che si sta rimboccando le maniche per il futuro del figlio e di altri ragazzi come lui.

Collaborate con l’ASL o con altri servizi del territorio?
Attualmente il centro che vogliamo costruire è privato e le persone che vivranno e lavoreranno lì le scegliamo noi, non sono inviate dai servizi sociali. Un domani chiederemo sicuramente una convenzione con l’ASL, anche per aiutare le famiglie, perché le famiglie dovranno comunque pagare un mensile. Abbiamo anche preso già dei contatti con i Sindaci dei Comuni limitrofi, perché esistono dei plafond per il sociale cui speriamo di potere accedere.

Valore sociale delle persone con disabilità, ma anche valore economico, cioè la persona disabile come cittadino capace di lavorare e di produrre: ci può fare un commento su questo aspetto spesso sottovalutato?
L’inserimento delle persone disabili nei posti di lavoro è una cosa molto importante. Noi, a parte la costruzione della Casa di Toti, abbiamo anche avviato degli stage presso le aziende che ci supportano. Tra i ragazzi che entreranno a far parte della Casa di Toti, già quattro sono stati selezionati per questi stage, quindi stanno lavorando in bar, pasticcerie, supermercati… li stiamo già abilitando al lavoro. Al momento, certo, come stage, ma la mia idea è non solo di farli rimanere a lavorare nell’albergo ma di farli entrare in queste aziende con una loro gratifica, un contratto e uno stipendio vero. Quando ci sono forme di autismo, lavorare nello stesso posto può diventare monotono, quindi mi immagino che queste persone oltre all’albergo possano gestire anche altre attività.
Mi rendo sempre più conto, però, che è vero che ci sono le leggi per l’inserimento lavorativo, ma poi la società fa ben poco.

Sogni per il futuro?
La soddisfazione più bella è che tante famiglie mi chiamano e mi chiedono come sto facendo, ed è bello dare consigli. La Casa di Toti sta diventando un progetto contagioso, e io mi auguro che non sarà solo un albergo etico ma che potranno nascere ad esempio una panetteria etica o un parrucchiere etico… Mi auguro che nasceranno altre esperienze in Italia, magari dettate da un’esigenza di una famiglia, e che potranno essere d’aiuto a questi ragazzi, perché noi genitori non siamo eterni.

Per saperne di più:
www.facebook.com/lacasaditoti.org

4. Un Bar Senza Nome

di Valeria Alpi

È nato nel 2012 il Bar Senza Nome, un locale del centro storico di Bologna, gestito da persone sorde. Un luogo che nel tempo è diventato molto apprezzato dai cittadini, con anche tanti eventi organizzati e occasioni di incontro tra non udenti e udenti. Ne abbiamo parlato con Alfonso Marrazzo e Sara Longhi, i due gestori.
Alfonso e Sara si sono incontrati quasi per caso, tramite amici comuni legati al “Gruppo Camaleonte”, associazione che promuove l’attività di artisti sordi. Il loro sogno era quello di organizzare eventi teatrali. “Per anni abbiamo organizzato eventi culturali per non udenti, ma non è affatto facile – racconta Sara. Per mettere in piedi uno spettacolo teatrale c’è bisogno di molto spazio, e non tutti i posti sono adatti, per non parlare dell’affitto, una spesa non indifferente”. Come trovare quindi i fondi per realizzare i loro progetti? “L’idea iniziale era quella di aprire un negozio con i proventi del quale finanziare le attività culturali che intendevamo creare –spiega Alfonso. Poi abbiamo capito che aprendo il bar avremmo potuto fare entrambe le cose. Abbiamo pensato che questo fosse uno spazio per fare diverse attività, per cercare appunto un luogo che avesse l’obiettivo di integrare sordi e udenti.
Un’attività lavorativa, ma anche culturale, per fare in modo che mondi diversi, situazioni diverse si incontrassero, diversi punti di vista si confrontassero, e quindi gli udenti potessero conoscere il mondo dei sordi e viceversa insomma. L’intento, infatti, era quello di far interagire i sordi con gli udenti, di metterli in qualche modo allo stesso piano in un luogo in cui l’interazione è davvero possibile”.
Difficoltà incontrate? “Siamo nell’era di Internet – dice Alfonso – quindi molti dei problemi che avremmo incontrato qualche anno fa come, ad esempio, il rapporto coi fornitori, adesso non si presentano neanche. In realtà, molte cose sono venute praticamente da sole. Le uniche difficoltà che abbiamo incontrato sono a livello istituzionale. Specialmente all’inizio avevamo bisogno sia di contributi economici, sia di sug- gerimenti pratici e di gestione, che nessuno ci ha fornito. In Italia non esistono leggi speciali per chi, affetto da disabilità, vuole aprire una sua attività”. “Un’altra difficoltà – aggiunge Sara – era per esempio come chiamarci da un punto all’altro del bancone e ci siamo inventati di muovere il lampadario quando uno di noi è di spalle e possa così comprendere che lo stanno chiamando. Questo significa che si possono creare, inventare, delle forme di comunicazione diverse. È anche stimolante e divertente. Gli udenti hanno scoperto che ci si può sforzare di diventare ‘sordi’ e noi viceversa. All’inizio chiaramente avevamo molti dubbi su come fare, quando abbiamo aperto il bar, i primi due mesi, pensavamo che gli udenti non sarebbero entrati, che si sarebbero spaventati, che avrebbero pensato che noi non li avremmo capiti, che ci sarebbe stata una forma di vergogna a bloccare la comunicazione. E invece col passare del tempo molti si sono affezionati, si sono appassionati al mondo dei sordi, e quindi ora abbiamo azzerato ogni preoccupazione”.
E quando serve c’è anche l’interprete, per le questioni commerciali e aziendali del bar stesso, ma anche soprattutto per gli eventi che organizzano. Il Senza Nome, infatti, promuove e organizza diverse iniziative culturali, come mostre, concerti, dj-set, presentazioni di libri, proiezioni di film e documentari, corsi di yoga o shiatsu, in collaborazione con Nunzia Vannuccini dell’associazione culturale Farm, che ne cura la programmazione artistica. Farm è anche l’associazione che ha dato vita a un altro bar inclusivo a Bologna, L’Altro Spazio, dove tutto è accessibile ai vari tipi di disabilità, sia motoria che sensoriale, e dove ci lavorano persone con disabilità (www.laltrospazio.com).
Noi ci siamo stati al Bar Senza Nome e vi raccontiamo come è andata.

Un pomeriggio al Bar Senza Nome
“Come si dirà mojito in lingua dei segni?” ci siamo chieste io e una mia collega all’apertura del Bar Senza Nome. Incuriosite siamo andate a provare lo spazio, e la prima impressione è stata che è davvero uno spazio da vivere. Si entra e ci si sente come a casa propria. Si può scegliere la zona preferita, tra tavolini di diverse altezze, materiali e forme, tra divani, un cortiletto interno, una sala al primo piano. Noi avevamo il pc portatile, e si può usufruire del wi-fi gratuito e occupare lo spazio per il tempo che si vuole, al costo di un caffè.
Ma è l’atmosfera che colpisce. Il bar è frequentato sia da udenti che da non udenti, per cui le forme di comunicazione convivono a volte separatamente, a volte si mescolano, a volte si integrano. Suono e silenzio vanno avanti alternati. I clienti udenti conversano fra di loro come in un qualunque locale, i non udenti conversano con la lingua dei segni; non udenti e udenti conversano fra di loro sia parlando coi segni (per chi conosce la lingua) sia parlando a voce, sia leggendo le labbra. Anche per ordinare si può scegliere la forma di comunicazione preferita, o quella con cui ci si sente maggiormente ad agio. Appesi all’ingresso ci sono tanti bigliettini con tutti i cibi e le bevande che si possono ordinare. Basta scegliere il bigliettino corrispondente a ciò che si desidera e consegnarlo al bancone. Ma è molto più bello andare direttamente al bancone e ordinare, guardando la persona dritta in faccia in modo che possa leggere le labbra. Noi abbiamo avuto fortuna: accanto al nostro tavolo c’era un insegnante di lingua dei segni che teneva una lezione privata a uno studente. Entrambi udenti. Così ne abbiamo approfittato e ci siamo fatte insegnare come ordinare un cappuccino e un caffè d’orzo con i segni giusti, e già che eravamo sedute accanto abbiamo imparato anche tante altre parole ed espressioni. Anzi, ci siamo rese conto che la lingua dei segni è molto più complessa di quanto pensano comunemente gli udenti. Non basta avere a disposizione dei segni che sostituiscono le parole.
Concordare aggettivi e sostantivi, concordare i verbi e le sequenze temporali richiede delle gestualità molto complicate e non è sufficiente conoscere la gestualità delle singole parole.
Arrivate alla cassa, abbiamo ottenuto uno sconto sul prezzo perché avevamo ordinato in lingua dei segni. Poi mi sono accorta che al piano di sopra c’era una mostra. Ho chiesto se si poteva visitare, ma il gestore mi ha risposto che stavano tenendo un corso di shiatsu e non si poteva disturbare. Al che ho esclamato: “Ma allora finora abbiamo disturbato!”. E lui: “Perché?”. E io: “Perché stavamo parlando forte [cosa di cui lui non si poteva ovviamente accorgere]”. E lui: “Ma sta andando la musica in sottofondo? Perché se sta andando non avete disturbato, la musica copre le chiacchiere”. Abbiamo riso insieme di questo dialogo un po’ surreale, è stato bello potere comunicare in maniera così spontanea le proprie reciproche difficoltà a sentire, a non sentire. Non ci sono filtri al Bar Senza Nome, non è necessario essere politically correct e trattare la disabilità in maniera retorica o pietistica.
Ho chiesto come mai hanno deciso di chiamarlo “Senza Nome”: la risposta è stata che in questo modo non ci sono barriere quando si arriva davanti alla porta, il bar non è caratterizzato dall’esterno come un bar di persone sorde.
Purtroppo però le barriere ci sono, quelle architettoniche: all’entrata il gradino è alto quasi il doppio di un gradino normale, come in molti locali del centro storico. I gestori dicono che non hanno avuto i permessi per abbattere le barriere esterne per mancanza degli spazi giusti. Peccato perché è davvero un ambiente accessibile e accogliente sotto tutti gli altri punti di vista, ed è stato molto piacevole sperimentare anche la dimensione del silenzio.

Per saperne di più:
Bar Senza Nome
via Belvedere 11/B, Bologna
Facebook: Senza Nome

3. Un indice puntato verso l’inclusione

di Massimiliano Rubbi

Parafrasando Giulio Andreotti, “non basta (saper) fare un buon prodotto: bisogna avere anche qualcuno che te lo compri”. Per questo diventano cruciali le relazioni di affari, uno dei benefit più rilevanti promessi dai programmi di certificazione proposti negli USA dal “DSDP – Disability Supplier Diversity Program”. Il programma è gestito dall’USBLN – Business Leadership Network, una non-profit che affilia oltre 5.000 imprese negli USA con l’obiettivo di “influenzare l’inclusione della disabilità sui luoghi di lavoro, nella catena di distribuzione e nel mercato”, e si rivolge tanto alle “DOBEs – Disability-Owned Business Enterprises”, le aziende il cui possesso è almeno al 51% in mano a una o più persone con disabilità, quanto ad altre imprese in cerca di “diversificazione della catena di distribuzione”: mentre le prime sono oggetto del processo di certificazione, le seconde vengono messe in contatto con esse per stabilire appunto relazioni di affari proficue (oltre, come si dirà, a essere oggetto di un diverso ordine di “valutazione”). Alle DOBEs vengono inoltre forniti seminari di formazione e tutoraggio formale in aree come accesso ai capitali, redazione di business plan, strategie di sviluppo e gestione della catena di distribuzione – e, in aggiunta, la possibilità di partecipare alla conferenza annuale USBLN, la cui 20° edizione, nell’agosto 2017, ha visto la presenza di circa 1.200 persone, tra cui oltre 500 dirigenti di impresa e settore pubblico.
Le DOBEs certificate al momento sono un centinaio, presenti in quasi la metà degli Stati USA, tra grandi aree metropolitane e zone rurali. Contro una facile aspettativa, circa un quarto di esse hanno una dimensione di mercato internazionale, in alcuni casi con fatturati nell’ordine dei milioni di dollari. Come sottolinea Philip DeVliegher, che collabora con l’USBLN come fondatore della società di consulenza pDe- vl, “la maggior parte sono o di proprietari unici, o, se sono una società, la maggioranza è di una o due persone con disabilità, su magari 2 o 3 proprietari di imprese ancorché grandi – non certifichiamo aziende quotate in Borsa”. Quanto ai vantaggi offerti dalla certificazione, secondo DeVliegher non possono essere citati singoli casi di imprese di successo perché “ne abbiamo di innumerevoli. Immagino che dipenda da come si definisce il successo, ma penso che molti direbbero di essere di successo. Molte, se non tutte le multinazionali che acquistano da queste imprese richiedono che esse siano certificate DOBEs, entro robusti programmi di diversificazione dei fornitori che includono imprese a proprietà femminile, di minoranze, e altre classificazioni certificate per proprietari di impresa che sono considerati svantaggiati negli Stati Uniti”.
L’adozione di sistemi di acquisto diversificati e orientati a categorie svantaggiate è una scelta volontaria ma consolidata delle grandi imprese, che in questo appaiono avere una posizione molto più avanzata del public procurement. Su 50 Stati federali, Massachusetts e Pennsylvania appaiono infatti gli unici due ad aver adottato (e solo dal 2015) impegni verso le imprese di persone con disabilità, estendendo a questo ambito i loro programmi rivolti alla valorizzazione di “piccole imprese diverse” gestite da minoranze o persone svantaggiate (donne, veterani, persone LGBT). Nel riconoscimento delle imprese di persone con disabilità, identificate sulla base della certificazione DOBE, ai due Stati si stanno affiancando nell’estate 2017 lo Stato del New Jersey e la città di New York. Come racconta Elaine Kubik, responsabile dei rapporti con i media per USBLN: “sono stata di recente a un evento tenuto dal responsabile del controllo di gestione della città di New York; hanno già un programma, vogliono diversificare il denaro speso dalla città per assicurarsi che vada a minoranze e donne in affari, e questo recente evento era per includere imprese possedute da proprietari LGBTQ e con disabilità. Stiamo vedendo questa sorta di ‘effetto domino’ in altre città; penso che in generale le città vogliano avere opportunità per diverse minoranze a tutto campo, per cui quando iniziano con le donne in affari, allora c’è una pressione per dire ‘OK, ma allora che facciamo di queste altre minoranze?’, e si inizia a espanderle”. Questa espansione, apparentemente tutta concentrata nelle “tredici colonie” lungo la East Coast, porterebbe le DOBE ad “aggredire” budget di spesa complessivi nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, senza però prevedere, almeno fino a oggi, quote a loro riservate entro la spesa pubblica diretta o indiretta (tramite obblighi di sub-approvvigionamento imposti ai fornitori).
In base alla “Section 503” della normativa USA sull’handicap, solo le imprese che hanno contratti con gli organismi federali sono tenute ad assumere direttamente quote di dipendenti con disabilità – un obbligo stabilito solo nel 2014 e meno stringente di quello in vigore in molti Stati europei. Sarebbe auspicabile perseguire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità non tramite più assunzioni dirette, ma con obblighi più estesi e vincolanti di inserire DOBEs tra i propri fornitori?
La risposta di DeVliegher è negativa: “Penso che sarebbe un problema, non risolverebbe la questione. Sappiamo che le persone con disabilità hanno un tasso di disoccupazione molto più alto, per cui lo scopo di questa normativa era di includere più persone con disabilità nella prassi dell’assunzione. Assumere persone con disabilità e includerle nella propria catena di distribuzione sono due cose differenti, per cui non penso che questo sarebbe efficace”. DeVliegher segnala anche che l’USBLN non ha mai rilevato se le DOBEs certificate abbiano o meno una politica di assunzioni più orientata a includere persone con disabilità nella propria forza lavoro rispetto alle altre aziende, e sta iniziando ora a raccogliere dati su questo.

Valori di mercato
Per le aziende a proprietà diffusa, o comunque non possedute da persone con disabilità, che mette in contatto con le DOBEs, l’USBLN, insieme alla AAPD – American Association of People with Disabilities, ha creato dal 2012 un processo di certificazione relativo alla disability-friendliness. Il “DEI – Disability Equality Index” si presenta come “uno strumento di benchmarking nazionale, trasparente e annuale che offre alle imprese l’opportunità di ricevere un punteggio oggettivo, su una scala da 0 a 100, sulle proprie politiche e pratiche di inclusione della disabilità”. L’indice si compone di valutazioni su diverse aree, per la maggior parte legate alla cultura e alle politiche adottate dall’impresa al proprio interno, e si basa su un’autodichiarazione dell’impresa richiedente, soggetta poi a verifica; solo le aziende che ottengono un punteggio minimo di 80 vengono rese note, e promosse come “DEI Best Places to Work” (nel 2016 sono state 69, tra cui giganti come Walmart, Axa e UPS). La diffusione pubblica di un buon punteggio nel DEI è rivolta ai clienti, in una logica di responsabilità sociale di impresa, ma anche e ancor più agli investitori effettivi e potenziali, come spiega Kubik: “negli Stati Uniti, quando società o individui hanno intenzione di investire in un’impresa, spesso guardano al risultato finanziario, ma sempre più guardano all’ESG – Environmental, Social and Governance Rating, che ne attesta la sostenibilità ambientale, sociale e delle pratiche di governo. Ci sono diversi strumenti di rating in giro, ma stiamo vedendo che i nostri partner aziendali usano davvero il DEI per integrare il rating ESG, perché vedono che la valutazione arriva solo fino a un certo punto, e quando hai un alto indice di qualità sulla disabilità, questo mostra una cultura aziendale migliorata, il mantenimento e la soddisfazione dei dipendenti, il che gioca un altro ruolo chiave nella performance di lungo termine dell’azienda. Funziona sempre più nelle due direzioni: i partner aziendali che ottengono un punteggio alto continuano a raccontarlo agli investitori, e anche gli investitori cercano da soli di vedere se le aziende hanno questo punteggio addizionale”. Non si tratta quindi tanto di far leva sul senso etico del pubblico per vendere di più, quanto di accreditare la propria capacità di creare valore nel tempo.
I consigli che l’USBLN darebbe a una persona con disabilità che voglia mettersi in proprio si riassumono in una analisi completa e coerente del contesto di mercato in cui ci si vuole inserire, e nell’“assicurarsi che il proprio prodotto/servizio a valore aggiunto soddisfi un reale bisogno e possa competere con successo sul mercato”: gli stessi che si darebbero a qualunque imprenditore in fase di avvio, senza alcuna specificità legata alla situazione individuale di handicap. Le certificazioni DOBEs, del resto, attestano la proprietà dell’impresa, non la sua capacità di creare effettivamente valore. Questo ci porta a uno storico nodo di fondo delle politiche di “azione positiva”: perché rivolgersi in modo preferenziale a imprenditori con disabilità, quando essi devono essere in grado di competere con e come tutti gli altri? La spiegazione di DeVliegher fa riferimento a un aspetto storico, più che etico in senso assoluto, e distingue tra “essere” e “stare” sul mercato: “da un punto di vista degli affari, un punto di vista del prodotto o del servizio, sì, dovremmo trattare tutti allo stesso modo. Ma quando si tratta di gruppi di persone storicamente svantaggiati, dobbiamo seriamente riconoscere che coloro che sono stati esclusi dalle opportunità nel procurement nel passato hanno bisogno di essere inclusi. Noi guardiamo quegli svantaggi, e rendiamo chiaro che vogliamo includere coloro che hanno quegli svantaggi. Quindi, uno dei nostri scopi è assicurarci che tutti siano in grado di sedersi a tavola e fare affari; questo non vuol dire che essi si procurino affari ‘alla fine della fiera’”.
La filosofia dell’USBLN e gli strumenti usati per tradurla in azioni concrete non ci risultano avere un analogo nel resto del mondo. È forse anche per questo che l’associazione statunitense ha recentemente deciso di “diventare globale” creando un registro aperto alle imprese esterne agli USA, cui è possibile autoiscriversi online alle stesse condizioni previste per le DOBEs, e tramite cui si può entrare in contatto con lo stesso sistema di aziende partner come loro “venditori potenziali”. Il registro è per USBLN un “primo passo naturale” verso una strategia di crescita globale per le certificazioni e gli indicatori di cui abbiamo parlato, ed è per gli imprenditori con disabilità un’opportunità in più per la penetrazione nel mercato statunitense e internazionale, rispetto a cui le aziende italiane, per ragioni dimensionali e storiche, hanno sempre incontrato non poche difficoltà.

2. Fare impresa? Un’impresa…

di Michela Trigari, giornalista

La fatica di fare impresa. Per molti, ma non per tutti, o almeno non per chi lavora nel settore della mobilità accessibile. All Mobility è una cooperativa sociale di Reggio Emilia – con circa 400.000 euro di fatturato l’anno – nata nel 2004 in seguito al- la necessità constatata personalmente dai due fondatori, Maurizio Cassinadri e Gerardo Malangone (entrambi in carrozzina per via di un incidente), del bisogno di soluzioni per l’ auto, lo sport e il tempo libero delle persone con disabilità. Stanchi di lavorare alle dipendenze di due ortopedie, hanno deciso di mettersi in proprio per dare loro risposte più complete. All’inizio erano soltanto un centro Fiat Autonomy con simulatore di guida e pista di prova, poi si sono ingranditi ed è arrivata anche la commercializzazione di ausili e la partnership con il centro di riabilitazione “Cardinal Ferrari” di Fontanellato (Parma). Oltre ai due soci titolari, responsabili della consulenza, in All Mobility lavorano anche Marco Roncato (capo officina, anch’egli disabile) e altre quattro persone. Gianni Conte, invece, è un imprenditore marchigiano diventato paraplegico per via di una caduta dalla moto durante una gara di enduro. È l’ideatore di Triride, un propulsore elettrico per carrozzine made in Italy: una sorta di ruotino anteriore con il manubrio, facile da agganciare e sganciare, leggero, che garantisce un’autonomia di circa 50 chilometri su percorso pianeggiante. La sua è un’azienda giovane: nata nel 2013, ora ha partner-importatori in nove Paesi europei e a marzo Triride è stato selezionato come finalista del concorso per prodotti innovativi alla Fiera Naidex di Birmingham (nel Regno Unito). Poi c’è il designer torinese Danilo Ragona, che non cammina più a causa di un incidente, e la sua nuovissima Fixed, una carrozzina in vari colori e ruote intercambiabili per ogni terreno, realizzata sulla scia della precedente B-Free Multifunction dalla sua Able to Enjoy srl. Prima di loro c’è stata l’intuizione di Paolo Badano, imprenditore di Savona che da oltre vent’anni convive con la carrozzina per colpa della strada. Nel 2009 la sua attenzione viene rapita dal Segway, quel mezzo auto-bilanciante a due ruote con cui ci si sposta stando in piedi. Decide così di adattarlo al “popolo dei seduti” (come lui spesso definisce la disabilità motoria) e dopo due anni nasce Genny. Daniele Regolo, invece, un deficit uditivo grave, si occupa di tutt’altro: lui ha fondato Jobmetoo.com, un’agenzia per il lavoro online autorizzata dal Ministero del Welfare per la ricerca e la selezione di personale appartenente alle categorie protette, il cui team è composto da persone con e senza disabilità.
Queste sono tutte storie di successo. Ma la realtà è diversa o, perlomeno, multi- sfaccettata. Per quasi due anni, fino a dicembre 2016, ho curato la rubrica mensile “Che impresa” su Superabile Inail, il magazine per la disabilità dell’Istituto naziona- le per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Il tema più ricorrente? La difficoltà di stare sul mercato soprattutto per le cooperative sociali di tipo B (quelle che si occupano di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, tra cui anche i disabili), molto poche al Sud. Spesso infatti sono emanazione di un’associazione, hanno necessità di partecipare ai bandi sostenuti dal Fondo sociale europeo, di adottare contratti part-time per contenere i costi, di diversificare l’offerta di prodotti o servizi per arginare la concorrenza e di instaurare convenzioni con gli enti locali – i “clienti” migliori – per riuscire a sopravvivere (quasi la metà delle entrate di queste cooperative provengono infatti dall’amministrazione pubblica). Secondo il rapporto 2016 “L’impatto sociale delle attività di inclusione lavorativa in Italia”, realizzato dall’Osservatorio sull’impresa sociale di Isnet, sono 44.545 le persone disabili (per invalidità fisica, psichica e sensoriale) occupate nelle cooperative sociali di tipo B – che contano quasi 6.400 realtà iscritte all’Albo del Ministero dello Sviluppo economico – per un valore netto di oltre 103 milioni 650mila euro e con un ritorno sociale di 1,89, il che significa che per ogni euro investito per l’inserimento lavorativo di un soggetto disabile sono stati ottenuti risultati pari a quasi il doppio. Servizi ambientali e manutenzione del verde, artigianato, lavorazione per conto terzi, agricoltura, pulizie, logistica, ristorazione, grafica, informatica, call center e turismo accessibile sono i settori che vanno per la maggiore. “Ma se l’impatto sociale sul territorio mo- stra un lavoro molto positivo da parte delle cooperative di tipo B e una buona reattività rispetto alla crisi economica, ciò non vuol dire che siano tutte altamente performanti – commenta Laura Bongiovanni, presidente di Isnet e responsabile dell’Osservatorio –. Stentano a decollare soprattutto le convenzioni ex art. 14 della legge 276/03 (che prevedono il conferimento di commesse di lavoro alle cooperative sociali da parte delle aziende come parziale assolvimento degli obblighi di assunzione di lavoratori disabili) e la gestione del welfare aziendale, diffusi solo al Nord e in basse percentuali. Per restare a galla, però, occorre intercettare le trasformazio- ni, cogliere le opportunità e saper raccontare, narrare o comunque comunicare la cooperazione”. Nell’orizzonte delle imprese sociali che si occupano di inserimento lavorativo delle persone disabili o svantaggiate, infine, “ci sono anche innovazione e start up”, aggiunge Laura Bongiovanni.
La strada dell’imprenditoria, anche individuale, diventa dunque una via alternativa da percorrere. Anche perché, in tempo di crisi e di scarsità di lavoro, se si ha “soltanto” una disabilità fisica a volte conviene giocare la carta della propria professionalità in modo autonomo. I casi citati all’inizio ne sono un esempio. La stessa legge n. 104/92 per l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili prevede che le Regioni possano disciplinare agevolazioni per sostenere l’autoimprenditorialità e l’autoimpiego dei singoli. Nulla vieta, poi, di richiedere incentivi tralasciando la propria disabilità e puntando magari sull’appartenenza ad altre categorie: giovani, donne e disoccupati sono le più gettonate. Non soltanto a livello locale, ma anche nazionale (Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione di investimenti e lo sviluppo d’impresa di proprietà del Ministero dell’Economia, è l’organismo di riferimento). L’art. 8 del decreto legislativo n. 22/2015, emanato in attuazione del Jobs Act, inoltre, prevede l’erogazione anticipata e in un’unica soluzione della Naspi (la Nuova assicurazione sociale per l’impiego che ha sostituito l’indennità di disoccupazione) a titolo di incentivo per l’avvio di un’attività lavorativa autonoma o di impresa individuale o per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa nella quale il rapporto mutualistico abbia per oggetto la prestazione di lavoro da parte del socio.
Per finire, altre due buone notizie: il decreto sull’impresa sociale varato a fine giugno, in attuazione della riforma del Terzo settore, che prevede anche la parziale possibilità di distribuzione degli utili tra i soci e agevolazioni fiscali per gli investimenti di capitale, e il Fondo rotativo di garanzia e per il credito agevolato di 200 milioni di euro stanziato dal governo a sostegno di questo tipo di imprese, cooperative sociali comprese. L’obiettivo? Dare impulso e sostenibilità a nuovi e vecchi bisogni, anche a quelli delle persone disabili che lavorano al di fuori del collocamento mirato.

1. Introduzione

di Massimiliano Rubbi

I principali sindacati confederali italiani hanno tutti un ufficio dedicato a studiare ed elaborare politiche per l’handicap (cui spesso corrisponde un’articolazione in sportelli di contatto a livello locale); a quanto ci risulta, nessuna delle organizzazioni datoriali (Confindustria, ma anche CNA e Confapi) ha un ufficio analogo, oppure prevede servizi anche solo sperimentali dedicati a imprenditori con disabilità. Basterebbe questa constatazione a delineare la concezione dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità nel nostro Paese, tutta concentrata sul lavoro subordinato (soprattutto tramite le “quote” entro le imprese medio-grandi, che però sono minoranza nel nostro tessuto economico) o sulle cooperative sociali (anche qui in qualità di “quota” minima e minoritaria). L’idea che una persona con disabilità abbia l’intento di fondare un’impresa, anche individuale, e abbia bisogno di un aiuto in ragione delle proprie specificità, rimane fuori dall’orizzonte – forse anche perché la nozione di lavoratore “autonomo” appare in contraddizione con la limitazione delle “autonomie” che il deficit porta con sé.
Eppure, questa contraddizione non sta granché in piedi. I dati dell’European Community Household Panel, riferiti al periodo 1995-2001, mostrano che il tasso di occupazione autonoma sul totale degli occupati era spesso più alto per lavoratrici e lavoratori con disabilità di quanto non fosse per normodotate e normodotati, e ciò tanto nei Paesi in cui l’autoimpiego è più diffuso (Grecia, Italia, Portogallo) quanto in quelli in cui lo è meno (Germania, Francia, Austria). A conclusioni analoghe arrivano le analisi relative agli USA e al periodo fino al 2009. Certo, il tasso di occupazione complessivo rimane molto più basso per le persone con disabilità: si può concludere che per guadagnarsi da vivere queste ultime trovano nell’autoimprenditorialità una opzione più praticabile dell’impiego alle dipendenze. Se da un lato ciò può essere frutto di un respingimento subito da parte del mercato del lavoro (“non mi hanno voluto e ho preferito fare da solo/a”), dall’altro, per un numero di persone limitato ma non marginale, un’idea di impresa riesce semplicemente a diventare un’attività che “funziona”.
Nelle esperienze che abbiamo cercato di descrivere in questo numero, è significativamente assente ciò che una parola inglese brutale ma efficace definisce creeploitation: lo sfruttamento della condizione di disabilità per stimolare acquisti che altrimenti non avverrebbero. Dalle michette agli abiti, dalle birre ai curricula vitae, tutto si vende in ragione del rapporto qualità/prezzo e non di meccanismi pietistici. Al contempo, in diversi casi le risorse necessarie a far nascere o crescere un’azienda derivano da sistemi di crowdfunding, che rimandano a caratteristiche “speciali” della realtà che si va a sostenere, e non da un “tradizionale” e oneroso accesso al credito – un esempio ulteriore e significativo è quello dei biscotti Collettey’s (www.colletteys.com), prodotti da un’impresa fondata nel 2011 a Boston da Collette, una ragazza con sindrome di Down, che raccoglie stabilmente donazioni finalizzate a “creare posti di lavoro per persone con disabilità e far crescere l’azienda”.
Inoltre, non di rado il successo dell’impresa scatta nel momento in cui i media generalisti puntano i propri riflettori su un’esperienza il cui interesse risiede proprio nella disabilità delle persone coinvolte (nel caso di Collette, “la mia storia è stata raccolta dalla CBS locale di Boston, e trasmessa come storia ‘per stare bene’ durante le vacanze. Beh, è diventata più di questo! In 10 giorni, avevo oltre 9.500 visualizzazioni su Facebook e più di 50.000 biscotti ordinati”). Nell’intreccio tra ricerca del profitto e finalità solidale si mostra quindi una contraddizione in diverse imprese che per il resto, nel loro quotidiano, appaiono capaci di “stare sul mercato” e riescono a “battere la crisi” meglio di tante altre.
Dalle storie che abbiamo raccolto emergono due elementi che, nella citata assenza di supporti specifici alla creazione di impresa, possono risultare utili a una persona con disabilità che voglia mettersi in proprio. Innanzitutto, il motto “niente per noi senza di noi”, ideato in relazione alle istanze sociali, può applicarsi anche a quelle commerciali: una persona con disabilità in cerca di un prodotto o un servizio rivolto alle sue esigenze specifiche (un ausilio, una progettazione…) tenderà a fidarsi di più di chi glielo propone a partire da una medesima condizione vissuta personalmente – e questo apre di per sé possibili spazi di mercato preferenziali.
In secondo luogo, e in modo ancor più importante, è probabilmente tempo di superare una retorica del self-made-man che dagli anni ’80 in poi non ci ha mai lasciati, invitandoci a cercare il successo massimizzando le nostre capacità individuali (un successo così precluso in partenza a chi se le ritrova limitate da una condizione di deficit) e sulla base di relazioni improntate a una spietata competizione. Dalla rilettura delle vicende di molte delle aziende che abbiamo avuto l’opportunità di conoscere, emerge piuttosto la convinzione che “nessuno ce la fa da solo”: a porre le basi per il successo è la cooperazione con gli altri, che si tratti dei soci in affari con cui si rivela necessario fondare un’impresa, delle reti di fornitori e clienti stabilite nel corso della sua attività, degli altri soci-lavoratori sui quali si deve fare affidamento per il buon andamento di una cooperativa. È forse in questo snodo tra competizione e cooperazione nel mercato, di cui quello citato sopra come contraddittorio appare per alcuni versi un riflesso, che sta la lezione più importante da trarre dalle esperienze che ci sono state raccontate.

Quando le persone disabili fanno impresa

a cura di Valeria Alpi e Massimiliano Rubbi, giornalisti

Mio padre voleva chiamarmi libero perché voleva che io fossi libero. Non è che avesse delle idee politiche, lui di politica aveva solo l’idea di non fare la guerra perché aveva provato; per lui libero voleva dire di non lavorare sotto padrone. Magari dodici ore al giorno in un’officina tutta nera di caligine e col ghiaccio d’inverno come la sua, magari da emigrante o su e giù col carrettino come gli zingari, ma non sotto padrone, non nella fabbrica, non a fare tutta la vita gli stessi gesti attaccato al convogliatore fino a che uno non è più buono a fare altro e gli danno la liquidazione e la pensione e si siede sulle panchine.
(Primo Levi, La chiave a stella)

Vic Chesnutt, il cantautore vagabondo e stanziale

di Ghighi Di Paola

 Vic Chesnutt è stato un personaggio insolito.
La libera enciclopedia della rete lo descrive così: nato a Jacksonville il 12 novembre 1964 e morto ad Athens il 25 dicembre 2009, è stato un cantautore statunitense, tra i più significativi degli anni novanta. Era paraplegico.
Dunque dalle prime righe si evince che: era un musicista, è morto giovane, a 45 anni, il giorno di Natale, si muoveva sulla sedia a rotelle.
Più difficile scorgere la sua poetica, scura, ironica, a tratti surrealista.
Perché, a quanto si deduce dalla cronaca della sua vita, scritta da lui stesso in terza persona e pubblicata in rete sulle ormai dimenticate pagine di Myspace, la sua vera passione, oltre alla musica, era la poesia.
Un amore disperato e delicato che nei testi delle sue canzoni si trasformava in poesia feroce, concreta, un modo per raccontare la sua seconda vita, per scacciare i fantasmi di una realtà da condividere con farmaci e improbabili – oltre che costosissime – cure.
Una seconda vita che inizia nei primi anni Ottanta. Vic non ha ancora 20 anni, sembra sia ubriaco quando si mette alla guida e rimane coinvolto nell’incidente in cui perde l’uso delle gambe: questo momento cruciale della sua esistenza – rimane parzialmente paralizzato – sarà anche lo spartiacque definitivo per la sua visione musicale.
Un paio d’anni dopo, nel 1985, Vic si trasferisce ad Athens per studiare letteratura all’Università e nella cittadina della Georgia trova un ambiente artistico in grande fermento che coinvolge musicisti, poeti, pittori, sfaccendati e artisti in genere in un unico grande inquieto contesto culturale.
D’altronde nel 1976 è partita da qui l’avventura musicale dei B-52’s e nel 1980 nella stessa Università si sono formati i R.E.M.
Questo caos creativo ha in serbo per Vic un incontro determinante: Michael Stipe, il celebre cantante dei R.E.M., assiste a un suo piccolo set dal vivo e rimane totalmente affascinato da questo sgangherato cantastorie.
Nasce così il primo album di Vic Chesnutt, Little, pubblicato nel 1990 proprio grazie all’aiuto del suo celebre collega, che lo guida con discrezione.
Anima tormentata anche nella prima adolescenza, quella di Chesnutt è una poetica dolorosa, arrabbiata, un folk scuro, che in questo debutto non può non essere che dolente, introspettivo, un viaggio personale nel proprio passato, incastonato tra quello che poteva essere e lo sguardo rivolto verso quello che sarà.
Inaspettato e imprevisto l’incontro con Micheal Stipe cambia, e in qualche modo stravolge, completamente la vita di Vic. L’esordio musicale è stilisticamente grezzo ma si intravede già la nascita di un nuovo, pungente, cantautore americano.
La scena folk nordamericana si arricchisce così di una figura atipica di cantastorie, che si agita nel sottobosco del panorama della forma canzone, che senza stravolgimenti specifici contribuisce però in maniera importante a ridefinire i confini della tradizione americana.
Procede così questa storia bella e tragica fatta di musica e canzoni, di solitudine e grandi attestati di stima, con una produzione discografica notevole. Quindici album in quasi vent’anni di carriera, sino alle ultime, prestigiosissime collaborazioni con la Constellation, l’etichetta discografica indipendente canadese, vero e proprio punto di riferimento del nuovo rock alternativo.
I suoi testi sono spunti drammatici, disperati, profondamente autobiografici con una nostalgia di fondo sempre presente.
Il suo modo di cantare invece è trascinato, sembra procedere a fatica.
Piano piano si delinea una figura di esistenzialista triste, mai rinunciatario però, dotato di grandissima dignità e, qualche volta, di ironia sottile, amara, di certo non banale.
Vic Chesnutt fa una fatica tremenda a confrontarsi con l’alcolismo e il suo stare in sedia a rotelle, il suo essere paraplegico incontra droghe e medicine.
È fragile, incostante e incline alla depressione e fa riferimento sempre più spesso al suicidio.
Per il suo terzo album decide di fare tutto da solo e in pochi giorni registra un sacco di brani in uno stato di costante ubriachezza.
Il risultato è decisamente nervoso, elettrico, la tensione rock schizza alle stelle. E poi c’è una parentesi curiosa nella sua produzione discografica indipendente: la Capitol, una major, lo mette sotto contratto e pubblica il suo quinto lavoro, About to Coke, è il 1996 e la copertina lo ritrae sfuocato, magrissimo, allungato sulla carrozzina e avvolto in una luce spettrale.
Vic però è in una fase di grande vivacità creativa, esce dall’anonimato e – nonostante i dirigenti della Capitol, non capacitandosi di aver dato spazio a un personaggio brutto, introverso, difficile e in sedia a rotelle, se ne sbarazzino alla prima occasione – si circonda di amici veri, che lo stimano, lo aiutano a sfornare dischi, canzoni e concerti, e ad affrontare le tantissime spese mediche.
Fondamentale l’album dove grandissime star, da Madonna a Kristin Hersh, dai R.E.M. agli Smashing Pumpkins, registrano cover delle sue canzoni, con i ricavi delle vendite che arrivano interamente al cantautore attraverso Swet Relief, organizzazione fondata per dare sostegno ai musicisti non coperti da assicurazione sanitaria.
E la sua carriera procede per anni, tra alti e bassi, tra metafore e sincerità, con le sue canzoni che a volte sono piene di grazia a volte crudeli e irrequiete.
Il 2009 arriva troppo presto, Vic Chesnutt si agita in più direzioni. È protagonista di Empires Of Tin, straordinario documentario concerto di Jem Cohen, poi esce anche un altro bellissimo disco realizzato con i musicisti canadesi che ruotano intorno alla Constellation: At The Cut, lavoro scarno, silenzioso, dal canto traballante, una colonna sonora disadorna ma folgorante.
A posteriori si potrebbe intravedere l’intento tragico, si riaffacciano i demoni della sua esistenza, il profilo del suicidio, l’evocazione della morte come compagna di una vita, il brano Flirted With You All My Life è di una schiettezza crudele e intensa.
Il 25 dicembre 2009, all’età di 45 anni, Chesnutt muore per un’overdose di medicine, pare fossero rilassanti muscolari…
Vic Chesnutt con la sua umanità ha cantato se stesso, le canzoni erano la sua vita e viceversa, una simbiosi assoluta tra il racconto e il narratore, tra l’artista e la persona.
Un’ultima annotazione, prima di lasciarvi andare a cercare e ad ascoltare la sua musica: nelle sue incertezze c’è stata una costante assoluta, le confezioni dei suoi cd, tutti venduti in versione cartonata, niente plastica. Una sua fissazione, odiava la plastica e non la voleva usare perché si rompe troppo facilmente e… “io ne so qualcosa di cosa significhi essere rotti’.

Una noia (non) mortale

di Stefano Toschi

Recentemente è comparsa sul sito “Superabile” la notizia di una ragazza canadese, diciassettenne, che, essendo stata per sei mesi costretta a letto dopo il trapianto di un rene, si è inventata una “valigetta anti-noia”, che ha poi messo in produzione e venduto. Questa notizia mi ha incuriosito e mi ha fatto riflettere.
La noia – o meglio, la paura di annoiarsi – è, a mio avviso, una delle più gravi malattie del nostro tempo, almeno nel mondo occidentale. La noia – o la paura di essa – porta soprattutto i ragazzi, ma non solo, a commettere gesti assurdi, che comportano il rischio di morire, come è capitato a un ragazzino che, per un gioco stupido, per cui voleva fare un selfie con un treno in corsa, è finito per esserne travolto e ucciso. Oppure quelli che, “per noia”, rapinano o massacrano persone deboli.
La paura di annoiarsi può spingere persino al suicidio. Quando ho letto la notizia della valigetta, erano passati pochi giorni dal suicidio di dj Fabo e mi è venuto spontaneo collegare i due fatti.
A mio parere dj Fabo ha deciso di togliersi la vita non tanto per il dolore fisico, quanto perché, dopo due anni e mezzo di immobilità e cecità, non poteva più sopportare una vita così vuota: come cantava Franco Califano, per lui “tutto il resto è noia, no non ho detto gioia, ma noia, noia, noia”. Per lui il cambiamento era stato radicale e non è stato aiutato ad accettarlo e ad accettarsi per come era diventato. Nella sua intervista al programma televisivo “Le Iene”, dj Fabo sosteneva che per lui il dolore causato dalle contrazioni era insopportabile, tanto da spingerlo a desiderare la morte: io capisco che, per una persona non abituata al dolore, il dolore stesso può risultare insopportabile. Per me, che è da una vita che convivo con le contrazioni, esse fanno parte del mio vissuto. Quando ho le contrazioni chiedo al mio operatore di cambiarmi la posizione, non di togliermi la vita.
Ma la cosa che mi ha colpito di più, quando ho visto l’intervista, è stata la camera di dj Fabo tappezzata di foto della sua vita prima dell’incidente – e la sua compagna che spiegava che per lui la vita si è fermata in quel momento, come se in quasi tre anni non avesse più avuto nessun altro interesse vitale che potesse riportarlo ad aver voglia di vivere. Sembra quasi che non sia stato aiutato a cercare nuovi interessi che potessero sostituire quelli che non poteva più avere.
Questa mia impressione è stata rafforzata dalla lettura di un altro articolo apparso online su “Il Foglio” del primo marzo, in cui si dice che dj Fabo, dopo l’incidente, nonostante fosse stimolato a uscire di casa e a intraprendere nuove attività compatibili con la sua situazione, si era sempre rifiutato.
Io sono stato educato ad avere molti interessi, sia a livello intellettuale, sia a livello di socializzazione e posso garantire che la vita di una persona disabile non è affatto noiosa, anzi: proprio i problemi inevitabilmente connessi alle varie forme di disabilità, le sfide, le gioie e le soddisfazioni che ogni giorno incontro non mi permettono di annoiarmi. Mia madre diceva con ironia: “in questa casa non ci si annoia mai”. Come aveva ragione!
Il punto è che un po’ di noia può anche fare bene, perché è proprio nei momenti di vuoto che possiamo trovare l’ispirazione per risolvere i nostri problemi. In una vita troppo piena, con scadenze serrate e non prorogabili, non c’è il tempo per fermarsi a riflettere, per fare il punto della situazione e capire dove si vuole andare. La noia serve a liberare la mente, stimolando attenzione e creatività. I momenti di noia ci spingono a prendere in considerazione tutto ciò che abbiamo a portata di mano, per poi scegliere a cosa dedicarci. Nei periodi in cui crediamo di essere annoiati, il nostro cervello rielabora i pensieri inconsci per poi portarli all’attenzione della coscienza.
Sono diversi i pedagogisti che rivendicano per i bambini il “diritto alla noia”: in questi momenti, il bambino può essere se stesso e libero di sperimentare nuovi percorsi. Già per gli antichi, l’otium produceva l’arte e la letteratura ed era un momento essenziale di creatività nella vita delle persone di cultura. Il problema della “noia imposta” da circostanze esterne, dunque, non dovrebbe essere percepito – o fatto percepire – come un limite, ma come un’opportunità. Riempire vuoti a tutti i costi produce, spesso, un effetto contrario, un senso di solitudine e di abbandono.
La Noia di Moravia, così come La Nausea di Sartre, due capisaldi dell’esistenzialismo, ci spiegano l’inadeguatezza dei protagonisti di fronte ai cambiamenti della società, che fa perdere loro il rapporto con la propria identità. Come diceva una professoressa di Filosofia del liceo, la noia è sempre “colpa nostra”: il filosofo non può annoiarsi, perché basta a se stesso.
Certo, non è possibile che ognuno raggiunga un grado così alto di autoconsapevolezza. Tuttavia, siamo di fronte a un esercizio che tutti dovremmo praticare. Non a caso, i due romanzi citati sono figli di quell’esistenzialismo frutto di una perdita di fiducia in tutti i valori e che tenta, senza riuscirvi, di andare oltre il disperato nichilismo che ne deriva.
Ai giorni nostri, le cose non sono molto differenti. I giovani hanno tutto, eppure non hanno niente. Non sono in grado di superare quella noia tipica di chi non ha o non ha mai avuto ambizioni, aspirazioni, sogni, motivi per cui lottare. Per questo motivo, sperimentano spesso sostanze psicotrope, per evadere da una realtà cui non riescono ad appassionarsi. Genitori lasciati a se stessi nel loro difficile compito educativo, privi di reti familiari e sociali, pensano di compensare la noia dei figli riempiendoli di attività o, dove le finanze lo permettono, di regali, per sopperire a ben altre carenze affettive e relazionali. Quando tutto è lecito, consentito, ottenibile, tutto è noioso, facile, inutile. La sfida dell’esistenza non dovrebbe permettere la noia, soprattutto oggi, che le occasioni non mancano di certo.
Uno dei grandi “peccati capitali” del nostro tempo, che è l’accidia, deriva proprio dalla noia. Restiamo immobili di fronte al male, anche quando non lo compiamo direttamente, perché svuotati nell’incapacità di agire. Per questo, ognuno di noi dovrebbe sentirsi responsabile di quanto di male e di terribile accade oggi nel mondo: non per esserne artefice diretto, ma perché, nel nostro piccolo, non facciamo nulla per cambiare le cose. Basterebbe cominciare dalla nostra famiglia, dagli amici, dal vicinato: è più semplice, invece, nascondere la testa sotto la sabbia.
Questa è una conseguenza diretta della noia esistenziale che ci troviamo a combattere ogni giorno, che ci fa perdere di vista valori fondamentali della nostra humanitas, ci causa indifferenza verso i valori e verso la vita stessa, tanto da provare la “noia di vivere”, così tante volte analizzata dai filosofi. Come diceva Bergson, la noia è una forma di misura del tempo. Nella nostra cultura, sempre più legata al “qui ed ora” al “cogliere l’attimo”, il rigetto della noia è sempre più legato a una dimensione limitata e modesta di esistenze mediocri, bruciate prima possibile, senza prospettive. Per questo, vorrei essere d’esempio a tanti giovani annoiati dalla vita, a tanti disabili stanchi della propria condizione: la noia è una condizione che dipende solo da noi.
Non lasciamo sole queste persone annoiate della vita: diamo loro un motivo per sentirsi parte di un disegno più grande di loro, regaliamo loro la consapevolezza che ciascuno è importante.

Sul grande schermo: Il body building che rafforza lo spirito

di Mario Fulgaro e Giulia Maccaferri

“La libertà, se l’ha dimenticato,
è il diritto dell’anima di respirare, e se
essa non può farlo le leggi sono cinte
troppo strette.
Senza libertà l’uomo è una sincope”. (Will)

Boston, un gruppo di ragazzi scapestrati, tante birre e la matematica. È questa la ricetta di Will Hunting Genio ribelle, film uscito nel 1997 diretto dallo statunitense Gus Van Sant. 126 minuti di navigazione nell’universo di Will, il protagonista un po’ sbandato che finisce spesso nei guai con la legge. Solito film sul disagio giovanile? No. E qui entra in gioco il MIT, l’Università americana più prestigiosa nel campo delle scienze, dove Will lavora come tuttofare e dove ogni tanto si diverte a risolvere problemi matematici complicatissimi. In una di queste occasioni la sua genialità viene notata dal professore di matematica dell’Università, che – seppure incredulo – è deciso a non farsi scappare un simile talento. Ma dopo una nottata di eccessi (birre e alcool a gogò), Will viene arrestato e assegnato ai servizi sociali: per riscattare la pena deve seguire una terapia con uno psicologo che, su pressione del professor Lambeau, cercherà di aiutarlo a cambiare totalmente la sua vita. Tra alti e bassi, Will sembra non avere la tenacia e la determinazione di credere nel suo potenziale: ciò che lo aspetta nel futuro lo spaventa e si ostina a rifiutare l’aiuto di chi gli sta accanto. Nel corso del film, tuttavia, lo psicologo (interpretato da uno spettacolare Robin Williams) riesce a fargli cambiare idea, apre una breccia nella sua corazza e ne conquista la fiducia. Questa occasione, e la scelta di coglierla, porterà una svolta nella sua vita, facendogli capire che chiunque, a prescindere dal passato, merita una seconda opportunità.
Proprio il rapporto tra Will e lo psicologo è al centro di questa riflessione. In che modo ognuno dei protagonisti si è aperto all’altro? Lo psicologo, per primo, ha parlato di sé, del suo passato, del proprio vissuto, per scoprire legami in comune su cui imbastire un dialogo con Will. Uno degli aspetti salienti della vicenda è, infatti, il sapersi mettere a nudo di fronte agli altri.
“Io andavo spesso dallo psicologo e, nei vari incontri, ho provato a mettermi a nudo, ma non è stato facile perché aprirsi con persone sconosciute su problemi personali non è scontato”, racconta una nostra collega dopo la visione del film. “Anche io sono andato dalla psicologa ma non siamo mai riusciti ad avere fiducia l’uno nell’altra; eravamo molto distanti tra noi e non ci prendevamo bene”, un altro commento di chi ha osservato il film.
Una voce in controtendenza, invece, dichiarava che “nel film piace vedere come entrambi abbiano raggiunto il proprio obiettivo; nello psicologo c’è stata prima un’analisi introspettiva, in relazione allo studente, per poi cercare di instaurare un dialogo con quest’ultimo. Nello studente, invece, il processo è stato inverso; Will è stato prima protagonista di un inatteso incontro con lo psicologo, per poi cercare di metabolizzare tutto ciò che stava per lui emergendo involontariamente”.
I due diversi approcci possono essere presenti anche in un singolo soggetto che, a seconda delle circostanze, può vivere la propria condizione in modo introverso o estroverso, da osservatore passivo o incuriosito o, più ancora, critico e analitico. La cosa più importante non è stabilire previamente un iter cronologico di strategie da poter utilizzare per affrontare il mondo, perché tutto emerge in modo spontaneo e naturale. È sbagliato recriminare sulle scelte passate in base al proprio vissuto presente, poiché le scelte compiute hanno trovato la loro esatta collocazione in quel dato momento storico della propria esperienza di vita. Infatti, tutto ciò che sperimenta Will rispecchia, in modo diverso ma sostanzialmente uguale, le vicende di chiunque. La chiave di successo sta nel riuscire a mettersi in gioco e ad aprirsi quanto più possibile a 360 gradi, per abbracciare la vita in ogni suo minimo aspetto. Solo così si riesce a sentirsi parte integrante di un tutto “insieme” che ci circonda. Il mondo, la vita non devono apparire co- me altro da sé, motivo per sentirsi anche vittime sacrificali, ma parte integrante del proprio sentire e vivere. Sappiamo tutti che non è assolutamente facile raggiungere l’obiettivo di stare in pace con se stessi, e di conseguenza con gli altri, ma ci si può impegnare giorno dopo giorno per il conseguimento di questo obiettivo. È anche una questione di esercizio o di allenamento; il body building che rafforza lo spirito è attivo ogni giorno, in ogni istante.
Infine, per chi ama la musica ma anche per tutti gli altri, vi consigliamo di ascoltare un’artista che ha fatto di questa filosofia il leitmotiv di tutta la propria esistenza, Eddie Vedder, leader storico della band statunitense Pearl Jam. Buon ascolto!

 Sul piano dei diritti. Progetti e azioni dell’Intergruppo Disabilità al Parlamento Europeo

di Massimiliano Rubbi

Nel gennaio scorso, l’European Disability Forum ha avviato i festeggiamenti per il suo ventesimo anniversario, che ricorre nel 2017, con un incontro con l’Intergruppo Disabilità al Parlamento Europeo per discutere le priorità di azione per il futuro. I “20 anni di lotta per diritti umani, inclusione e partecipazione” delle persone con disabilità che l’EDF celebra saranno portati alla pubblica attenzione da una campagna il cui motto è “Niente su di noi, senza di noi. Visibilità dei diritti per la disabilità ovunque”.
L’incontro di gennaio è stato l’occasione per condividere e discutere i temi al centro del programma di lavoro che l’Intergruppo Disabilità si è dato per il periodo 2017-2019 (ovvero fino alla fine della legislatura europea), tra cui l’impatto della crisi economica sulle persone con disabilità e il dialogo tra il movimento legato alla disabilità e i membri del Parlamento Europeo. L’agevolazione di questo dialogo è funzione cruciale dell’Intergruppo Disabilità, svolta in cooperazione particolarmente stretta con l’EDF, che cura anche la segreteria dell’Intergruppo. La forma del raggruppamento trasversale alle nazionalità e alle famiglie politiche, di cui l’Intergruppo Disabilità si presenta come uno degli esempi più longevi e numerosi (è nato nel 1980 e riunisce 109 europarlamentari sui 751 totali), ha consentito negli anni di portare nella legislazione europea elementi di miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità che probabilmente sarebbero stati raggiunti con maggiori difficoltà e ritardi senza la sua azione. Come rileva Brando Benifei, tra i parlamentari europei più giovani (31 anni) e vicepresidente dell’Intergruppo sin dall’inizio della legislatura, “da una parte, l’appartenenza a una ‘comunità’ permette di lavorare nella propria Commissione parlamentare in sinergia coi Deputati membri dell’Intergruppo appartenenti ad altre Commissioni parlamentari, coordinando l’impegno speso e rafforzando l’incisività del messaggio che vogliamo portare avanti. Dall’altra parte, proprio in virtù delle differenti affiliazioni politiche che abbiamo, l’Intergruppo più efficacemente riesce a sensibilizzare altri Deputati e a ottenerne il sostegno, allargando la condivisione dei nostri valori”.

Diritti non scontati
Secondo Michela Giuffrida, europarlamentare recentemente nominata vice-presidente dell’Intergruppo, obiettivo del programma di lavoro 2017-2019 dell’Intergruppo Disabilità è “prima di tutto favorire la partecipazione alla vita politica delle persone con disabilità; tutti devono essere in grado di poter fare una scelta consapevole alle prossime elezioni europee del 2019. In troppi Paesi, purtroppo, la disabilità coincide con una riduzione del diritto di voto”. Per quanto ciò possa sembrare incredibile, infatti, il pieno godimento dei diritti politici da parte delle persone con disabilità riguarda solo una minoranza degli Stati UE: 15 Stati membri privano automaticamente del diritto di voto le persone con disabilità sotto tutela, e per altri 6 Paesi una valutazione medica può condurre alla stessa esclusione dal voto. A questa barriera legale si aggiungono le barriere fisiche ai seggi e la frequente inaccessibilità di programmi elettorali e dibattiti politici. Dal momento che non esiste un diritto di voto per il Parlamento Europeo fondato su principi comuni, e le modalità di voto sono affidate per una parte significativa a scelte nazionali, si può concordare con Giuffrida sul fatto che l’Intergruppo abbia “un programma di lavoro molto ambizioso”.
L’Intergruppo inserisce tra le proprie priorità lo svolgimento del 4° Parlamento Europeo delle persone con disabilità, conferenza tra delegati delle organizzazioni di rappresentanza e autorità europee previsto per novembre/dicembre 2017, e la considerazione dei diritti delle donne con disabilità nelle politiche comunitarie per l’uguaglianza di genere.
Un obiettivo particolarmente delicato riguarda rifugiati e migranti con disabilità, delle cui precarie condizioni nei mesi di apertura della rotta balcanica si è già scritto in queste pagine: spicca l’intento per cui “ogni finanziamento UE ai suoi Stati membri e ai Paesi vicini, inclusa la Turchia, dovrebbe prioritariamente fornire sostegno ai minori e alle persone con disabilità, e alle loro famiglie in movimento, in particolare donne e bambini con disabilità”. Un altro riferimento importante è quello ai 17 “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, adottati nel settembre 2015 da tutti i Paesi membri ONU, e a cui le politiche UE dovrebbero conformarsi per “raggiungere l’obiettivo di non lasciare nessuno indietro”.
Un approccio basato sui diritti umani, definito nel contesto delle Nazioni Unite, è ugualmente alla base della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, la cui attuazione figura come primo punto e perno generale del programma di lavoro dell’Intergruppo (“cuore di ogni nostra attività e iniziativa”, sintetizza Giuffrida). La UE è stata il primo organismo sovranazionale ad aver ratificato la Convenzione nel 2010, e per prima è stata esaminata dal comitato delle Nazioni Unite che sorveglia sulla sua attuazione; le preoccupazioni e raccomandazioni all’Unione Europea contenute nelle “osservazioni conclusive” adottate dal comitato nel settembre 2015 delineano di per se stesse una traccia di lavoro fino alla prossima revisione nel 2021. La possibile idea che norme così generali abbiano limitato impatto concreto nella vita delle persone con disabilità è respinta da Benifei: “le ricadute pratiche sono infinite. Perché la Convenzione è un Trattato di Diritti Umani, e i diritti sono qualcosa di estremamente concreto. Parliamo di inclusione attiva, educazione inclusiva, accesso al mercato del lavoro, accessibilità dei trasporti e promozione della mobilità, deistituzionalizzazione, salvaguardia dei diritti politici, diritto all’autodeterminazione e accesso alla giustizia, portabilità intraeuropea dei diritti, accesso al diritto alla salute, solo per citare alcuni temi”. Di importanza almeno pari è però il carattere complessivo della protezione istituita: “la Convenzione è un trattato a tutto tondo, e copre ogni aspetto della vita di un individuo.
Tesse una ‘trama’ fitta, impenetrabile: non si può tutelare un diritto a scapito di un altro. Per questo, come Deputati, non solo ne chiediamo piena attuazione, ma la prendiamo a riferimento anche come metodo, o approccio”.
L’Intergruppo lascia tuttavia intuire nel suo stesso programma che la Convenzione si è rivelata in questi anni il “vaso di coccio” rispetto ad altre linee guida delle politiche europee: “la crisi economica, e le conseguenti continuate misure di austerità, hanno avuto un impatto negativo sulle condizioni di vita delle persone con disabilità e sul loro godimento dei diritti umani in molti Stati membri UE”. Di qui la necessità di integrare la Convenzione nel nuovo “Pilastro europeo dei diritti sociali” annunciato per la prima volta dal Presidente Juncker nel settembre 2015, e su cui l’Europarlamento ha votato una risoluzione il 19 gennaio 2017.
Giuffrida, citando la risoluzione, indica che nel pilastro sociale “devono essere inclusi almeno il diritto a un lavoro dignitoso e privo di barriere architettoniche in ambienti e mercati del lavoro pienamente inclusivi, aperti e accessibili, servizi e la sicurezza di un reddito di base adeguati alle specifiche esigenze individuali, in modo da consentire un livello di vita dignitoso e l’inclusione sociale, la garanzia della libera circolazione e della trasferibilità delle prestazioni tra Stati membri dell’UE, istruzione e formazione inclusive, comprese le disposizioni per un’adeguata alfabetizzazione digitale, e disposizioni specifiche sulla protezione dallo sfruttamento e dal lavoro forzato delle persone con disabilità, in particolare le persone con disabilità intellettive o psicosociali o le persone prive di capacità giuridica”. Come spiega Benifei, “l’obiettivo dichiarato del pilastro sociale è quello di rafforzare la dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria europea attraverso il coordinamento delle politiche sociali e occupazionali dei paesi membri. Si tratta di un’iniziativa importante, perché dopo anni di politiche di austerità ripropone per la prima volta come necessità improrogabile maggiori tutele per la riduzione delle disuguaglianze, e ridà centralità al lavoro come strumento di emancipazione economica, sociale, politica”. Occorrerà tuttavia valutare quanto risulteranno vincolanti per gli Stati e per la UE stessa le disposizioni del pilastro, quando esso sarà effettivamente operativo, e anche quale peso rispettivo avranno i due aggettivi di una delle tre categorie nello schema preliminare su cui nel 2016 è stata svolta una consultazione pubblica, quella che propone una protezione sociale “adeguata e sostenibile”.

La battaglia dell’accessibilità
Giuffrida non nasconde che l’Intergruppo esercita un “potere di ‘lobby’, inteso come capacità di fare pressione e portare avanti degli interessi collettivi”, ciò che presuppone l’esistenza di altri interessi collettivi contrapposti a quelli delle persone con disabilità nella definizione delle politiche europee. Questa contrapposizione emerge con inusuale chiarezza a proposito dell’“Accessibility Act”, la direttiva sull’accessibilità di una vasta gamma di prodotti e servizi in discussione a inizio 2017. Ricordando le energie profuse per anni dall’Intergruppo per arrivare a un provvedimento su questo tema e di questa portata, Benifei fa presente che “attualmente non vi è alcuna specifica normativa UE in materia di accessibilità per le persone con disabilità. Tale legislazione è tuttavia necessaria, perché troppi prodotti e servizi in Europa sono ancora inaccessibili: pensiamo in particolare a smartphone, tablet e computer, biglietterie automatiche, sportelli bancomat, applicazioni mobili e siti web per lo shopping online, libri elettronici”.
La proposta di direttiva della Commissione Europea è stata presentata, dopo lunga attesa, nel dicembre 2015; i parlamentari dell’Intergruppo, secondo Benifei, l’hanno “salutata con entusiasmo”, e anche EDF, pur criticandone alcuni aspetti, ha valutato in modo positivo il testo di una normativa sull’accessibilità la cui necessità aveva sostenuto da anni. Ben diverso è il giudizio sulla bozza di relazione che la Commissione parlamentare per il mercato interno e la protezione dei consumatori ha proposto nei primi giorni del 2017 per la discussione al Parlamento Europeo: secondo EDF la relazione, attraverso i suoi 163 emendamenti, “sta annacquando la proposta di legge a tal punto che parti di fondamentale importanza della legge potrebbero essere perdute”. Tra i punti contestati, l’eliminazione del requisito di accessibilità dell’ambiente costruttivo (con possibili effetti paradossali, come sportelli bancomat accessibili in posizioni non accessibili), l’esenzione totale per le microimprese, l’assunto che gli attuali requisiti di accessibilità nel campo dei trasporti siano sufficienti (punti citati anche da Giuffrida, secondo cui “la relazione del Parlamento è piuttosto debole rispetto anche alla proposta della Commissione”). Contro questa diluizione dei vincoli, che va nella direzione opposta a un “Atto Europeo sull’Accessibilità forte e ambizioso”, il 6 marzo l’EDF, in un’azione senza precedenti, ha portato la sua protesta di fronte al Parlamento Europeo, con la manifestazione “Accessibility? Act!” (“Accessibilità? Agisci!”) in Place du Luxembourg a Bruxelles.
Secondo Benifei, a fronte di “un testo di base già di buon livello” della Commissione Europea, su cui si stava lavorando per ulteriori miglioramenti, “alcuni altri colleghi all’Europarlamento si sono mostrati molto sensibili – troppo – alle richieste dei grossi gruppi industriali, insofferenti alle proposte di regolamentazione che vivono come un ostacolo allo sviluppo”. Anche limitandosi a valutazioni economiche, tuttavia, “nel contesto della rivoluzione digitale in atto, sarebbe davvero una posizione antistorica quella di non indirizzare le nuove tecnologie e le innovazioni verso un mercato inclusivo e alla portata di tutti”, tagliando così fuori la capacità di spesa di 80 milioni di europei con disabilità. Benifei è comunque ottimista sull’esito del negoziato parlamentare, così come Giuffrida: “il procedimento è nella sua fase iniziale, ci sono dei margini di miglioramento molto ampi”. EDF ha lanciato la sua campagna sulla libertà di movimento, di cui l’Accessibility Act era uno dei due principali esiti attesi, nell’ormai lontano 2011; c’è da augurarsi che il negoziato, oltre che proficuo, si riveli tempestivo.

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Ciao Claudio,
sono una mamma e moglie felice. Quando aspettavo il mio primogenito, Lorenzo, affetto da gravissima malformazione, e ho deciso con mio marito di portare avanti la gravidanza, ho incontrato tante resistenze, soprattutto da chi mi diceva: condanni un figlio all’infelicità. Lorenzo è morto subito dopo la nascita, ma mi ha insegnato a vivere, ad accettare i figli come dono e non come diritto acquisito, mi ha insegnato la bellezza della vita malgrado la sofferenza. Ma ora sono sconvolta. Sono rimasta veramente turbata dalla scelta di dj Fabo di porre fine a una vita che riteneva non degna di essere vissuta. Tu cosa ne pensi? Dall’alto della mia salute e della bellezza dei figli che mi sono arrivati dopo Lorenzo, è fin troppo facile dire che la vita è meravigliosa e comunque degna di essere vissuta, ma ora mi viene il dubbio: Lorenzo sarebbe stato felice di essere vivo? Gli sarebbe bastato il nostro amore per vivere felice?
Con tanto amore da chi ti potrebbe essere madre.
Isabella

Cara Isabella,
grazie innanzitutto per la tua bella lettera, profonda e intensa. Immagino che per te non sia stato facile scrivere queste parole così come per me non è stato immediato leggerle e provare a risponderti.
Per cominciare mi sento di dire con grande umiltà che non ho ricette a riguardo e, quando mi trovo di fronte a questi casi, mi chiedo sempre: chi sono io per giudicare? Prima azione da compiere, quindi, sospendere ogni giudizio. Potrà sembrare un modo per ovviare al problema ma non lo è, è il contrario. La società contemporanea, la società del televoto, del dentro e fuori, dei reality e della comunicazione ci porta sempre di più a commentare gli accadimenti più che a dare spazio ai fatti e al racconto in quanto tali, a esprimere cioè la nostra opinione a prescindere anche quando o non siamo realmente preparati sull’argomento o si tratta, come nel caso di dj Fabo, di tematiche fortemente personali, delicate e complesse. Seconda azione: accettarsi confusi. Credo che ogni educatore e ogni genitore debba concedersi lo spazio e il tempo per sentirsi e dichiararsi confuso e spiazzato di fronte a una questione molto più grande di lui. Accettare questo, lo sappiamo, è faticoso e difficile, una figura educativa infatti di solito si sente chiamata in causa per risolvere i problemi, pensa di dover avere sempre tutto sotto controllo ma non è così, bisogna accettarlo ed essere confusi è un passaggio necessario. Terza azione: imparare a convivere con la sensazione di non avere risposte. Non tutto è immediatamente comprensibile al primo sguardo, ci vuole tempo, conoscenza e a volte anche questo si rivela un in più. È una cosa su cui ho riflettuto spesso e mi sono detto che, forse, è proprio il fatto di non avere risposte che mi ha permesso di resistere e di farlo con entusiasmo ed energia, forse, mi sono anche detto, se avessi avuto la presunzione di averle avrei agito diversamente. Una bella sfida vinta a mio parere, ma per chi si occupa di educazione venire a patti con questi aspetti significa venire a patti prima con se stessi che con gli altri, si pensa spesso infatti che se non hai una risposta pronta per ogni occasione tu non possa definirti davvero un bravo educatore. Niente di più sbagliato. Accettare i propri limiti è il primo passo per aprirsi a quelli degli altri. Detto ciò, cara Isabella, spero proprio di “non aver risposto” alle tue domande, tenendo presente che ogni scelta va rispettata così come il tuo grande coraggio. Un abbraccio.

Caro Claudio,
ho dedicato la vita all’educazione dei giovani e quando Franca Falcucci ha operato la “rivoluzione del 1977”, ero vicino a Lei perché operavamo nella stessa associazione cattolica. Poi, qualche anno dopo, sono diventato ispettore tecnico del MIUR e ho lavorato con Lei per lungo tempo. Ora, forse non lo sapevi, è già stata chiamata alla casa del Padre. Con Franca cominciammo (il plurale non è maiestatico ma secondo verità) un percorso di apertura e cambiamento verso un’autentica integrazione. Dopo i provvedimenti del 1977 (L.517 e L.348) maturò quel tentativo di accogliere sempre di più e sempre meglio oltre ai disabili anche gli svantaggiati, gli sfortunati, i soli (perché è solo un bambino che vede la madre uscire alle 7 e rientrare alle 20). Fu definito il tempo prolungato poi quello “pieno” per non lasciare per strada proprio i più deboli. Mancò però un’autentica penetrazione nella mentalità soprattutto dei dirigenti scolastici, legati ancora a orari di comodo. Oggi le cose sono cambiate, provo grande tristezza perché molti insegnanti hanno perso l’anima, scambiata in nome delle nuove aride tecnologie, che qualcuno ritiene sostitutive dei veri legali con i genitori, i fratelli, i nonni.
Sinceri auguri e cari saluti. Franco Martignon

Caro Franco,
ti ringrazio molto per la tua lettera e le tue osservazioni.
Mi ha fatto piacere ricevere le tue riflessioni, che condivido pienamente. Con il gruppo di lavoro del Centro Documentazione Handicap lavoriamo quotidianamente per una cultura dell’inclusione di tutte le persone svantaggiate all’interno della scuola e della collettività, consapevoli che quel percorso avviato dal basso a cui tu fai riferimento, richiede ancora il contributo e la presa in carico di tutti. Sono trascorsi ormai 40 anni dall’approvazione della L.570, e torneremo sicuramente ad affrontare il tema pubblicamente. Come scrivi, dai tempi di Franca è cambiato molto, sono migliorate le tecnologie e le classi si sono fatte sempre più inclusive ma ciò non ha escluso la nascita di altre problematiche come l’eccessiva classificazione, dai BES a chi più ne ha più ne metta, oppure le difficoltà negli insegnanti, soprattutto quelli di sostegno, a trovare uno spazio e un ruolo all’interno degli Istituti. Se negli anni ’70 fu fondamentale apportare delle modifiche oggi lo è tornare allo spirito rivoluzionario di allora, rivoluzionario perché capace di portare cambiamenti. Un caro saluto e buona vita,
Claudio Imprudente

1. Il necessario e il necessario

Il diritto di leggere: biblioteche come avamposto d’inclusione
a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista e Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

“Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose”.
Il titolo della monografia che vi apprestate a leggere prende spunto proprio da questa frase pronunciata dall’attivista Rose Schneiderman durante un discorso nel quale rivendicava il diritto di voto femminile di fronte a una platea di suffragette benestanti negli Stati Uniti.
Un diritto che, come dice lei, non è solo quello di esistere ma anche quello di vivere. Di poter godere, cioè, sia di ciò che consideriamo necessario e sia di ciò che, secondo una visione classista, consideriamo superfluo e quindi meno importante.
Anche i libri, e le altre forme della cultura in generale, sono da molti considerati superflui, un orpello, una bella esperienza ma non di certo fondamentali per la vita delle persone.
Ecco, l’idea che sta alla base della riflessione che vi proponiamo è quella di tentare di superare questa contrapposizione. Non più una visione, quindi, che separa il necessario dal superfluo, ma la possibilità di considerare tutto necessario, ogni esperienza secondo il proprio valore.
Attraverso la presentazione di esperienze, luoghi, idee, progetti abbiamo cercato di delineare una mappa immaginaria che ci indichi un orizzonte possibile verso cui muoverci per raggiungere insieme un luogo in cui la relazione con l’alterità sia la norma; che ci aiuti a riscoprire che alimentare con la bellezza e la conoscenza il nostro spirito non è meno utile di alimentare con il cibo il nostro corpo; che ci permetta di ritrovare una visione profetica quando dimentichiamo (più o meno deliberatamente) che, come diceva Marguerite Yourcenar “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l’inverno dello spiri- to che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.
Noi che con e per i libri lavoriamo è per il pane che lottiamo, ma anche per le rose!