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Autore: Nicola Rabbi

La relazione movimento-linguaggio nello sviluppo del bambino

di Arianna Casali, psicologa presso la cooperativa sociale “Progetto Crescere” di Reggio Emilia e Simona Tagliazucchi, responsabile area trattamento, abilitazione, rieducazione presso la stessa cooperativa.

Quando si pensa alla mente, generalmente, ci si sofferma sulle percezioni e sulle idee, trascurando il movimento che tuttavia ha un ruolo centrale nei processi di rappresentazione mentale fin dalle prime fasi embrionali. I movimenti non sono un semplice atto meccanico, un mezzo per raggiungere qualcosa: le azioni motorie hanno una funzione importante per formazione della mente, condizionano l’apprendimento e sono alla base del linguaggio.
Se pensiamo allo sviluppo motorio del bambino, possiamo notare una correlazione tra motricità e linguaggio. La capacità di comprendere e di esprimere attraverso la parola viene acquisita in seguito ad altre funzioni, possiamo quindi descrivere vari precursori del linguaggio che riguardano il corpo. Il neonato all’inizio ha un ruolo prevalentemente passivo rispetto al suo ambiente circostante: nota una serie di movimenti e azioni dei genitori che, se benevoli, causano effetti positivi e benessere. Ben presto è però il neonato stesso che produce azioni che determinano modifiche nell’ambiente che lo circonda, e tale sviluppo della motricità è un processo graduale che avviene secondo tappe ben precise. Le azioni motorie del bambino diventano sempre più coordinate, selettive e sequenziali, divengono un susseguirsi di atti che il bambino utilizza per situazioni specifiche. In seguito queste sequenze si arricchiscono di sempre più complesse sequenze muscolari, finalizzate a imitare anche le espressioni facciali dell’adulto. Tali sequenze di atti (chiamate anche script) vengono memorizzate dal bambino e codificano sequenze di movimenti che vengono riproposti per rispondere a situazioni specifiche. Le memorie di atti motori vengono chiamate “procedurali” perché implicano una serie di procedure e non di significati, come avviene per le memorie “semantiche”, ed esse costituiscono il punto di partenza per il successivo apprendimento linguistico basato su sequenze motorie che non sono molto diverse da altri movimenti, come quello della mano, del braccio o della testa, ma che servono per produrre una serie coordinata di suoni significativi.
Non solo gli “script comunicativi” sono alla base del linguaggio, ma ci sono altri esempi di come lo sviluppo motorio si integri con il linguaggio e ne sia un suo precursore. Il bambino già dai primi mesi di vita ha la capacità di imitare con il volto le espressioni del viso di un adulto, così come possiede altri segni tipici di comunicazione non verbale. L’imitazione sembra essere uno dei precursori fondamentali per la comunicazione sociale e interpersonale. Fin dalla prima infanzia i bambini imitano i movimenti del corpo, le posture e le espressioni facciali di altre persone attraverso azioni sugli oggetti, imitano anche il comportamento vocale di chi li accudisce ed è proprio questo meccanismo che permette l’instaurarsi di una comunicazione sociale e di una sincronia sulle emozioni (Gopnik & Meltzoff, 1994). Più specificatamente, la cosiddetta “sincronia interattiva” dei neonati, basata soprattutto sul corpo, è uno dei primi segni di comunicazione. Se si osserva un neonato di qualche giorno di vita mentre gli si parla, si nota che il piccolo muove il corpo in risposta alle nostre parole. Il bambino compie una serie di micromovimenti in risposta al linguaggio umano, una specie di danza con il corpo che viene attivata dalla voce umana, dal ritmo della lingua (sincronia interattiva). Ciò ci fa capire come il linguaggio non sia solo un atto puramente mentale o astratto, ma coinvolga anche il corpo; tale affermazione si può notare anche successivamente negli adulti che accompagnano il proprio linguaggio con movimenti (gesti e mimica facciale) che lo rendono maggiormente significativo.
Un ulteriore aspetto da non tralasciare nella correlazione tra sviluppo motorio e linguaggio riguarda l’utilizzo dei gesti nei bambini piccoli. I primi gesti che compaiono tra i 9 e i 12 mesi vengono chiamati performativi o deittici: sono gesti utilizzati per mostrare, offrire, dare e per fare richieste ritualizzate (ad esempio estendere il braccio con la mano aperta e il palmo in su o in giù; aprire e chiudere il palmo della mano come un gesto di prensione a vuoto). Essi esprimono un’intenzione comunicativa e si riferiscono a un oggetto o evento esterno, che tuttavia si ricava esclusivamente osservando il contesto. A differenza delle azioni di tipo strumentale come l’afferrare, questi gesti sono inadeguati per raggiungere l’obiettivo in modo diretto, ma servono e sono adeguati per comunicare tale obiettivo a un’altra persona. I gesti deittici sono accompagnati dallo sguardo diretto al destinatario del gesto; in alcuni casi il bambino guarda alternativamente il destinatario e lìoggetto/referente del gesto. La natura di questi gesti è triadica (bambino-adulto-oggetto/evento): mentre il bambino compie il gesto non manca, infatti, il contatto visivo e l’alternanza dello sguardo fra bambino e interlocutore. I gesti deittici vengono utilizzati sia per chiedere l’intervento o l’aiuto dell’adulto (funzione di richiesta) sia per attirare l’attenzione e condividere con l’interlocutore l’interesse per un evento esterno (dichiarazione).
A partire dai 12 mesi circa, fanno la loro comparsa i gesti referenziali o rappresentativi, veri e propri precursori del linguaggio. Questi non soltanto esprimono un’intenzione comunicativa, ma rappresentano anche un referente specifico, il loro significato cioè non varia in conseguenza del variare del contesto (Caselli 1983; Acredolo e Goodwyn 1985). Si tratta di gesti usati in una molteplicità di situazioni per riferirsi a oggetti, eventi o azioni: ad esempio aprire e chiudere la mano per significare “ciao”. Questi gesti vengono appresi prevalentemente per imitazione e nascono per lo più all’interno di routine sociali o di giochi con l’adulto. In seguito essi si distaccano dai contesti originari per decontestualizzarsi sempre più, sono utilizzati sempre più per scopi comunicativi piuttosto che come schemi di azione o di gioco simbolico. I gesti referenziali hanno, appunto, un’origine sociale, ovvero non sono dati biologicamente, ma vengono appresi attraverso l’uso che gli altri ne fanno, hanno cioè un significato convenzionale e presentano una loro variabilità culturale. Da questo punto di vista essi rappresentano un ponte verso l’apprendimento del linguaggio, con cui condividono alcune proprietà (come la referenzialità), ma rispetto al quale sono carenti nella portata esplicativa delle interazioni comunicative, data la loro natura iconica e analogica. Nello stesso periodo, compaiono le prime parole, anch’esse molto legate al contesto e che solo man mano si decontestualizzano. Quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi e il vocabolario raggiunge le 50 parole, l’uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fin quasi a scomparire. Questa diminuzione spontanea dei gesti con l’arrivo del linguaggio verbale sottolinea ulteriormente l’importanza dei gesti, quando i bambini sono piccoli, per esprimere le loro intenzioni comunicative.
Si può concludere sostenendo che la motricità occupa una posizione molto rilevante nella nostra mente e nelle strategie cognitive che utilizziamo. Da ciò che si è scritto precedentemente, si nota come nel movimento, non giochi un ruolo centrale solo il soggetto in modo autonomo, ma sia fondamentale anche l’ambiente e le persone che circondano il bambino nei primi periodi di vita. Questa affermazione viene confermata da studi neurofisiologici recenti, in cui si è scoperto che il nostro cervello reagisce in modo inconscio anche ai movimenti compiuti dagli altri: noi non ce ne rendiamo conto, ma la corteccia cerebrale “fotocopia” i movimenti che vediamo compiere dalle persone intorno a noi attraverso i  mirror neurons (neuroni specchio), localizzati, appunto, nella corteccia premotoria. Tali neuroni sono un tipo particolare di cellule caratterizzati dalla capacità di “rispecchiare” i movimenti altrui. L’area motoria del nostro cervello è quindi implicata (almeno come innesco) nella comprensione delle azioni e delle percezioni che accadono intorno a noi. I neuroni specchio stabiliscono una sorte di “ponte” tra osservatore e attore, sono quindi al centro di comportamenti imitativi, che diventano fondamentali  nella fase infantile per l’apprendimento di schemi motori; tali neuroni tuttavia hanno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intelligenza linguistica.
Per quanto riguarda l’apprendimento motorio possiamo pensare a quando per la prima volta un bambino vede un movimento nuovo eseguito da un altro bambino: nel suo cervello si attivano in modo automatico i mirror, che elaborano lo schema del movimento (cioè le sequenze muscolari per compiere quel movimento) che fino a quel momento il bambino-osservatore non ha mai compiuto. In questo modo il bambino, prima ancora di compiere concretamente il movimento, ha già interiorizzato le sequenze motorie necessarie per farlo grazie ai mirror.. Questa stessa dinamica accade anche quando un bambino piccolo impara a imitare i suoni degli adulti, cioè a compiere quei movimenti delle labbra e del volto che lo porteranno a imitare, anche se con qualche sforzo, i movimenti che ha visto mettere in atto dagli adulti per comunicare tramite il linguaggio le sue intenzioni: la motricità e i mirror neurons ne facilitano quindi alcuni aspetti.
È quindi attraverso l’osservazione e l’azione motoria che un bambino compie una serie di apprendimenti concreti, che man mano, si trasformeranno in concetti astratti.
Ciò significa che la base del nostro apprendimento è di natura motoria e che la comprensione non viene gestita solo su base simbolica, in un’area di elaborazione elevata che non comunica con l’area motoria, ma che “il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende” (So quel che fai…Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). La comprensione e l’apprendimento di nuovi concetti non sarebbero solo dipendenti dalle “mappe mentali” individuali, ma dipenderebbero soprattutto da eventi collegati tra loro in uno stato di “sintonizzazione” tra pattern interni ed esterni. Quando si pensa alla mente e all’apprendimento si privilegia spesso una concezione logico-astratta, a scapito dell’aspetto più concreto e motorio dell’apprendimento, pur sapendo che azioni e movimenti hanno un ruolo centrale nei processi di formazione e rappresentazione mentale. La concretezza è un aspetto importante sia per l’apprendimento del linguaggio che per l’apprendimento in generale: i bambini hanno bisogno di esempi concreti e palpabili, di manipolare la realtà e di fare giochi attivi e di movimento, perché si comprende meglio da ciò che si vede e si trae più soddisfazione da ciò che si è realizzato.

Per saperne di più:
www.progettocrescere.re.it

Quando il mondo si fa fantastico. “La Mongolfiera” di Ermanno Morico

A cura di Mario Fulgaro

Ogni individuo, che sia maggiorenne o minorenne o adolescente o anziano, può spaziare con la propria mente in ogni luogo e tempo, arricchendo ulteriormente la propria esperienza di vita di fantastica presenza nel mondo. In un contagioso dialogo di fantasie con Ermanno Morico, animatore con disabilità del Progetto Calamaio, è facile trovarsi fisicamente dinanzi a una scrivania a Bologna e al contempo spaziare con la mente in luoghi europei e mondiali, imbattendosi in personaggi del tutto originali e simpatici.
I personaggi che crea Ermanno sono sì fantasiosi, ma in sé presentano caratteristiche del tutto comuni, con le loro particolarità uniche ma, al contempo, universali. Lo spirito di osservazione della realtà circostante è il perno di ogni nuova storia da inventare e sviluppare. È bastata, infatti, la foto di una mongolfiera incorniciata e affissa alla parete del Centro Documentazione Handicap per stimolare il nostro scrittore, facendolo catapultare in luoghi desiderati e lontani. È il vento della propria fantasia a scuotere ogni pensiero, solleticando la più accesa creatività per la descrizione di un viaggio onirico e sempre sognato.
Le correnti ascensionali dei propri desideri permettono di avere una visuale dall’alto che comprenda tutto il proprio vissuto, arricchendolo di immaginaria volontà, sì da sfidare e superare ogni difficoltà. I punti di riferimento diventano l’avventura, la libertà, il ritorno, laddove la mente è già stata e vuole ritornare con forza. A trionfare sempre su tutto c’è sempre l’amicizia che rende persino la nostalgia e i ricordi sprono per nuove avventure ancora da realizzare.

“La mattina seguente erano freschi, riposati e pronti per ripartire, questa volta puntarono verso la Norvegia, esattamente Oslo.

Oslo è una cittadina dove c’è un clima molto freddo e infatti nel mare ci sono i ghiacci, la sfida di Gigio e Tommy era proprio di atterrare su una lastra di ghiaccio, ma non era facile e dovevano prepararsi bene per l’atterraggio. Era parecchio freddo!
Gigio e Tommy cercano di atterrare lentamente senza colpi bruschi altrimenti la lastra si sarebbe potuta rompere. Ce la fecero! e non appena toccato il ghiaccio i due fuoriuscirono dal cesto di paglia e gridarono per la contentezza.
Si prepararono indossando la muta stagna e le bombole e con un coraggioso tuffo si immersero in mezzo ai ghiacciai dentro al mare della Norvegia, in mezzo  ai fondali, con la maschera da sub si poteva vedere un bellissimo panorama marino e osservare le sette meraviglie del mare di Norvegia, meraviglie di pesci diversi: pesce palla, aragoste, salmoni, meduse ecc…
Era stata un’ardua impresa ma molto soddisfacente!
Approfittando delle correnti ascensionali del vento favorevole ripartirono con la bussola si diressero in un altro paese caldo per poi ritornare in Italia.
Per via del vento favorevole e parecchi giorni di viaggio… finalmente in Italia… direzione Bologna…
Abbiamo una collina fuori Bologna, nel punto indicato e con la leva abbiamo iniziato la discesa verso terra. Pian piano che la mongolfiera scendeva ci saliva un velo di tristezza per aver lasciato dietro tutti quei bei posti e i meravigliosi ricordi.
Gigio e Tommy erano molto contenti di aver avuto un’avventura e di aver girato il mondo in mongolfiera. Si resero conto che la loro amicizia poteva superare tutte le difficoltà e arrivare a traguardi irraggiungibili con poche spese”.
(Ermanno Morico)

Vi è piaciuta la fiaba di Ermanno? Io mi sono rilassato moltissimo a immaginarmi lassù… Per questo non ho resistito e ho chiesto al mio caro collega di concedermi un breve scambio di battute. È così che ho scoperto come nasce il racconto di un viaggio fantastico…

Salve Ermanno! Come stai?
Sto così… in carrozzina! Ahimè!

Ho letto delle sue storie e mi sono piaciute molto… Ma come mai ha deciso di scrivere delle fiabe?
Perché ho lo stampino di mio nonno paterno Eliseo Morico, che era un poeta.

Da quanto tempo le scrive?
Da circa quattordici anni…

 Da dove prendi spunto?
Quando vedo gli spunti che mi piacciono, magari al cinema, oppure quello che vedo in giro prima immagino un racconto con un filo logico dall’inizio alla fine, poi materializzo inventando dei personaggi, tipo Joe Black… Un personaggio che ho preso in prestito al cinema, da un film che ho visto vicino alla Salaborsa, la Biblioteca di Bologna, quel cinema piccolino che si trova in via Indipendenza sulla sinistra, ho visto il film di Joe Black, dove c’era quel bel ragazzone di Brad Pitt, biondo… E lì ho colto l’occasione per creare il mio personaggio. A volte mi ispiro anche ai vicini di casa, come la signora Giustina, di 102 anni, che è diventata la protagonista della mia storia “L’isola del tesoro”.

Sappiamo che “La Mongolfiera” è la tua fiaba preferita, perché?
“La Mongolfiera”… Perché si viaggia, come Colombo, ma per aria… E in giro per il mondo, per visitare tutte le città… E poi io sono un avventuriero… Ho provato anche l’emozione del volo, con l’imbragatura trainato da un motoscafo era come essere al sesto piano di casa mia! Ero in compagnia di un educatore argentino… Da lì ho visto il mare… E vedevo anche il vuoto… Un’emozione inebriante… Con l’imbragatura mi sentivo al sicuro e tanto sotto c’era il mare… Avevo le gambe a penzoloni, nel vuoto… La prima cosa che ho pensato quando sono salito su è stata “Ma chissà cosa c’è sotto!”. E poi ho visto il mare dall’alto… Vasto e immenso, non si vedeva la fine… Infinito

L’uomo che allevava i gatti

A cura di Nicola Rabbi

La diversità è spesso un elemento nella narrazione che serve a fare luce su determinate situazioni sociali; così la persona con disabilità serve allo scrittore per far scattare certe dinamiche che portano alla luce contraddizioni sociali o psicologiche. È quello che capita nella serie di racconti dello scrittore cinese contemporaneo Mo Yan, pubblicati nel libro L’uomo che allevava i gatti.
Mo Yan, famoso in Italia per il romanzo Sorgo rosso, scrive questi testi negli anni ’80, in piena epoca denghiana dove iniziano e s’intensificano le aperture verso un’economia non più pianificata ma di libero mercato, sempre però sotto il rigido controllo di partito.
In questi racconti, protagonisti sono quasi sempre delle persone deboli o con delle tare, a volte sono semplicemente dei bambini, creature comunque completamente indifese di fronte a una società, quella cinese, che tratta con durezza chi è debole o malato; è la tipica durezza del mondo contadino arcaico che ritroviamo in tante altre letterature, un mondo che, di fronte alle necessità della pura sopravvivenza, non si può permettere di mostrarsi benigno verso chi è debole. Ma la mancanza, la disabilità è anche occasione di meraviglia per questa società, perché è anche l’occasione per riaffacciarsi a un mondo magico, ancestrale, dove sogni, leggende, superstizioni si rifanno vive anche nella materialistica società comunista cinese che impone con fermezza la politica del figlio unico per famiglia. È
Il protagonista del racconto Il cane e l’altalena è un figlio di contadini che è riuscito però a diventare un intellettuale di città; in visita al suo remoto villaggio incontra Nuan, la bella ragazzina compagna d’infanzia che per colpa sua, giocando sull’altalena, aveva perso un occhio, condannandola così a una vita di emarginazione. Quando comunica alla sua famiglia l’intenzione di andare trovare Nuan così gli risponde lo zio:

“È evidente che studiare non è una cosa buona, non solo per i malanni che colpiscono quelli che studiano, ma anche perché li rende un po’ bislacchi. Che bisogno hai di andarla a trovare? Diventerai lo zimbello del villaggio! Una è cieca e l’altro è muto. Ognuno deve stare al proprio posto, i pesci con i pesci, i gamberi coni gamberi, non bisogna abbassarsi a frequentare certe persone”.

Una famiglia, infatti, Nuan ha potuto farsela solo sposando una persona sorda, menomata come lei.

[…] fu un uomo agile e solido dalla barba color terra e dagli occhi marroni che uscì ad accogliermi Mi esaminò con aria ostile […] Sapevo da mio zio che il marito di Nuan era muto, ma il cuore mi si fece pesante nel vedere il suo aspetto da folle. Un’orba che sposa un muto: è come pretendere di tagliare le verdure in un recipiente concavo con un coltello storto! Nessuno ha motivo di prendersela con l’altro! Ma io non potevo provare che una pena profonda.

L’incontro tra i due uomini prima teso poi sfocia, attraverso la mediazione di Nuan, in un rapporto di grossolana amicizia. Ma dietro a questa situazione, dietro a tutta questa vicenda, c’è un piano, il piano di Nuan, che si rivela alla fine del racconto, quando, all’insaputa del marito rivede il protagonista in un campo di sorgo.

“Sono dieci anni che sei partito, pensavo che non ti avrei più rivisto. Non sei ancora sposato?No! […] Tu hai visto come è fatto mio marito, ama e odia al limite estremo […] Sospetta di qualsiasi uomo mi rivolga la parola. Mi legherebbe con una corda se potesse […] Sono rimasta incinta un anno dopo il matrimonio. Il mio ventre s’ingrossava come un pallone […] Ho messo al mondo tre figli, appena più grossi dei piccoli di una gatta. […] Sono stati due anni terribili, pensavo che non mi sarei mai più ripresa. Dal momento in cui vennero al mondo vissi nell’ansia. Signore, fa’ che parlino e non siano come il padre, mi auguravo. Quando ebbero circa otto mesi il cuore mi si gelò. Erano assenti, insensibili ai suoni e piangevano senza toni. Pregai il Cielo che me ne lasciasse almeno uno col quale parlare… ma non servì a niente, erano tutti e tre muti”.

Ecco allora che Nuan, distendendo un panno giallo nel campo, esclama:

“Allora… ora dovresti capire… Temendo di farti ribrezzo mi sono messa l’occhio di vetro. Sono in un periodo fecondo… voglio un figlio che parli!…”.

Nel racconto Musica polare, invece, l’emarginato ha un ruolo del tutto diverso.

“Solo quando arrivò lì davanti, scoprirono che quell’ombra era in effetti un uomo di corporatura gracile. Portava appese borse di tipi, forme e grandezze diverse, alcune lunghe e sottili, altre piatte […] Veniva spontaneo chiedersi cosa potessero contenere. Si appoggiava a un lungo bastone di bambù e portava sulla schiena un piccolo involto con il necessario per farsi un giaciglio.
San Xie accese un fiammifero e illuminò un viso pallido ed emaciato. E due enormi occhi spenti e senza luce”
.

Così entra in scena il cieco e si presenta a quattro commercianti agiati, tipica espressione della Cina che cambia dopo i rigori maoisti e che lascia spazio all’intraprendenza economica dei singoli. In questo remoto villaggio vive Hua Moli, una donna bella, alta, dal carattere duro che sa far affari; ha uno spirito indipendente che la porta perfino a divorziare da un alto funzionario di partito. Una donna ammirata e temuta in tutta la comunità locale. Hua ospita il cieco a casa sua perché ne prova pietà ma in breve ne rimane folgorata:
“Le fattezze non comuni del cieco colpirono Hua Moli nell’istante stesso in cui accese la luce. La fronte pallida e sporgente faceva risaltare la profondità e la serenità del suo sguardo senza vita. Le orecchie, straordinariamente grandi, erano animate da un’incredibile vitalità, sensibili e vigili, reagivano al minimo rumore”.
La comunità non riesce a capire le ragioni che possono legare una donna così forte a un reietto e spettegola, fa congetture, maligna, finché alla sera il mistero verrà in parte svelato:

“A un tratto dal cortile si levò un suono che la gente di Masang non sentiva da anni. Il giovane cieco stava suonando il flauto! Le prime note erano profonde e delicate come il sospiro di una fanciulla, poi si trasformarono in un pianto che scorreva dolce e tranquillo come l’acqua del fiume o le nuvole del cielo. Il suono si fece sempre più debole, come se annegasse in un mare infinito … poi all’improvviso la melodia riprese vigore, diventando sempre più forte e scatenandosi come onde agitate che trasportavano sulla loro cresta le emozioni della gente del villaggio sull’argine del fiume. Fang Liu, lo Zoppo, teneva gli occhi chiusi e il viso rivolto al cielo; Huang Yan respirava profondamente a testa bassa; Du Shuang si copriva il viso con le mani, e gli occhi di San Xie s’ingrandirono per la meraviglia. Gli accenti sempre più desolati sembravano trafiggere le nuvole e spezzare le rocce. La musica toccò le corde più sottili e morbide del cuore umano, avvolgendo i presenti in una sensazione estatica”.

Il giovane cieco comincia a suonare all’interno del ristorante di Hua Moli diventandone un’attrattiva e fonte di un enorme guadagno. I clienti mentre mangiano e ascoltano la musica delicata del cieco riescono a uscire dalla loro vita quotidiana:

“Le note scivolavano luminose ed evocatrici, come una dolce ebbrezza di primavera, che accarezza il viso allo sbocciar dei fiori. I giovani immaginarono le dolci profondità dell’amore, i vecchi ripensarono al passato che aveva la consistenza di un sogno, e una sensazione dolce avvolse i cuori degli astanti. Dimenticarono tutto: il cielo. La terra, le preoccupazioni e le angosce”.

Hua Moli però non è mossa dal successo economico ma dall’amore che prova per il cieco che però la rifiuta per poi ripartire:

“Vuoi dire che non sono degna di te? Ti ho forse fatto del male? Mio giovane cieco… tu non puoi vedermi, ma puoi toccarmi dalla testa ai piedi, non troverai la minima cicatrice o imperfezione…”.
“Sorella, lo so che sei molto bella, l’ho sentito dire dalla gente… ma io devo partire… devo assolutamente partire… e subito…”.

Lettere al direttore

Caro Claudio,
perdonami se ti dò del tu, ma leggendo i tuoi articoli, mi trovo sempre in perfetta sintonia con quello che scrivi e pensi. Siamo in una società, io credo, in cui non c’è, almeno nella realtà, un vero
rispetto per chi è diverso, che sia straniero, handicappato, omossessuale, o più semplicemente diversamente abile.
Nell’approccio quotidiano, in generale, ho l’impressione che ci sia quasi sempre un rapporto di compatimento, se non addirittura di diffidenza o paura nei confronti di queste persone.
Io penso, invece, che tutte le persone siano uniche e che ognuna sia portatrice di cose belle, ma anche di cose brutte o non necessariamente brutte ma meno belle, che sono le specchio del loro vissuto fino a quel momento.
L’inclusione o l’esclusione dipende unicamente da quello che pensiamo di queste persone, dal valore che noi diamo.
Per quanto mi riguarda tutte le persone hanno il sacrosanto diritto di vivere una vita dignitosa, dove nessuno si debba sentire diverso, ma facente parte a pieno titolo della società in cui vive.
Mi trovo molto d’accordo con te quando dici che l’inclusione la si vive nel quotidiano, nelle piccole cose di ogni giorno, nelle occasioni d’incontro, nei piccoli gesti quotidiani, un sorriso, una parola, un momento di condivisione.
Ho avuto diverse occasioni nella vita di relazionarmi con persone con difficoltà motorie molto gravi e ho sempre cercato di rapportarmi con loro in modo normale, non pensando di avere davanti una persona con handicap, ma esclusivamente una persona, con pregi ma anche difetti come tutti noi
abbiamo e che spesso non vogliamo riconoscere per orgoglio.
Sempre, nel relazionarmi con loro, penso di aver più ricevuto che dato.
Io lavoro in fabbrica e qui vengono assunti, per obbligo di legge, alcune persone con handicap, alle quali vengono affidate mansioni semplici, ripetitive e alla lunga alienanti.
Credo che questo non porti molto beneficio per loro, se non in minima parte.
Ognuno di noi ha il diritto di sentirsi utile e quindi valorizzato per ciò che fa o riesce a fare.
Vorrei che la nostra società facesse dell’inclusione una sua bandiera, molto più bella di quella della guerra, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della competizione, del consumismo, del denaro e dell’arrivismo.
Cambierei, provocatoriamente, il primo articolo della nostra Costituzione, “una Repubblica fondata sull’inclusione”, ecco forse allora avremo una società più giusta, meno frenetica e più sicuramente a misura d’uomo.
Cordialmente,
Berto Graziano

Berto caro,
sei forse il marito della Berta che filava la lana, come cantava il nostro Rino Gaetano?
Sempre per restare in tema comincio con il risponderti che, a proposito della tua proposta di modificare il primo articolo della Costituzione in “l’Italia è una Repubblica fondata sull’inclusione”, sono assolutamente d’accordo con te.
Sappi però, caro Berto, che negli anni Settanta, anni d’oro per me e per Rino Gaetano, c’era già molto movimento intorno al concetto di inclusione.
Erano gli anni della Legge sull’Integrazione Scolastica, anni in cui i dibattiti su scuole speciali e insegnanti preparati al sostegno erano effervescenti.
Io ero un giovane, quasi ventenne, osservatore giudicante e giudicato da figure addette al mio contesto inclusivo. Educatori, famiglia, insegnanti, pedagogisti e via dicendo, professionisti che hanno scelto un lavoro a contatto con quella che è una delle mie molteplici realtà: la disabilità.
A costellare questo contesto però non c’erano solo loro. C’era spazio anche per altre figure, meno di spicco, che contribuivano a rendere la vita altrettanto felice e interessante.
Parlo degli “inconsapevoli promotori di inclusività”, di tutte quelle figure cioè che riempiono la quotidianità delle nostre vite, dal giornalaio, al barbiere al taxista, che possono fare la differenza e migliorarne la qualità.
Non necessariamente le persone con disabilità devono essere circondate da psicologi, pedagogisti, educatori o volontari, anzi, sono spesso le persone come tante che ci permettono di sviluppare i nostri gusti e le nostre potenzialità, che contribuiscono a costruire la nostra ordinaria identità.
E ciò accade anche sul lavoro, uno dei contesti più critici, per tutti.
Tu lo sai bene, come scrivi lavori in fabbrica, dove, ormai, non mancano più nemmeno lì progetti di inserimento lavorativo per persone con disabilità. Posto che sono in linea con te, che non sempre un lavoro meccanico e ripetitivo sia la soluzione (ma questo in generale) credo anche che il modo in cui i tuoi colleghi vengono coinvolti nella loro attività lavorativa possa essere un discrimine importante. È un passaggio, come dice un mio amico, il professore Andrea Canevaro, “dal sistema del sostegno al sistema dei sostegni, attraverso incontri di prossimità”, scoprendo che chi si incontra per caso, magari anche un collega con cui scambiare una chiacchiera da una postazione all’altra,  può diventare una risorsa.
Hai pensato, caro Berto, prima di mettere mano alla Costituzione, all’atteggiamento e ai ruoli che tu e i tuoi compagni interpretate verso i tuoi colleghi con disabilità?
Dalle tue bellissime parole sembra di sì, continua così e anche la Costituzione si farà inclusiva.
Grazie e buona vita!

Gentile Signor Claudio,
sono la sorella di P., ospite da molti anni di una comunità per disabili psichici.
L’ambiente della psichiatria è diventato parte di me, sposata con tre figli, ma anche con profondo amore fraterno verso la pecora nera di mio fratello.
Ognuno con la propria esperienza e specificità può recitare un ruolo attivo e può dare e ricevere qualcosa dagli altri per combattere la cultura dello scarto con la cultura dell’inclusione.
Ci credo talmente tanto che ho voluto includere il periodo precedente, scritto da lei, in ciò che io sto scrivendo a lei.
Ci vorrà del tempo affinché la cultura del farsi prossimo diventi fattiva, ma penso che l’educazione della persona parta proprio dalla famiglia e soprattutto,  me lo conceda, da noi donne.
Chi educa una donna educa una persona, una famiglia, un popolo, una nazione.
Con queste semplici considerazioni Le volevo augurare un sereno anno e farle sapere che io la pecora nera nel mio presepe l’ho messa: ho invitato P. a casa mia il giorno di Natale (prima di leggere il suo articolo!); non succedeva per causa di forza maggiore da anni! Noi parenti di pecore nere siamo felici!
Con tanto affetto,
Laura Pegoraro

“Ancora una notte gelida nella campagna vicino Betlemme, d’altra parte siamo quasi a ottocento metri di altitudine. Per riscaldarci l’una con l’altra siamo costrette a rimanere vicinissime”. Iniziavo così un mio articolo per “Il Messaggero di Sant’Antonio” dove, giocando un po’ con le metafore, sottolineavo il ruolo che le cosiddette pecore nere possono recitare nella società.
Un ruolo attivo, un ruolo importante. Vediamo perché.
Per noi pecore nere le regole sono chiare e soggette alle norme di purità stabilite dalla legge ebraica. Non possiamo rientrare all’ovile. Siamo costrette a seguire ovunque i nostri pastori. Non è così per le pecore di lana bianca. Il loro gregge è considerato purissimo e possono tornare dopo il tramonto a dormire nell’ovile. L’altro gruppo, formato da pecore con lana in parte bianca e in parte nera, è più fortunato del nostro. Anche loro possono rientrare nell’ovile, ma fuori dal centro abitato di Betlemme, visto che la loro lana non testimonia un’assoluta purezza.
Vero, noi pecore siamo in parte diverse. Il nostro manto è completamente nero, non candido come desiderano gli uomini. Eppure anche noi mangiamo tanta erba, abbiamo una lana calda e morbida e siamo in grado di produrre latte. Proprio come le pecore bianche.
Quella notte di dicembre sembrava diversa da tutte le altre. Il cielo era particolarmente stellato. Al nostro gregge si avvicinò un angelo. Noi pecore nere e i nostri pastori all’inizio ci spaventammo finché l’angelo del Signore ci rassicurò e ci annunciò la nascita del Salvatore e di un bellissimo cambiamento epocale, soprattutto per i più deboli come noi pecore nere. Insieme ai nostri pastori, siamo state le prime a vedere e a sentire la Buona Notizia, proprio perché eravamo le uniche a essere fuori. Questa è la testimonianza in prima persona, unica e originale, di una pecora nera, prima che l’evangelista Luca ci narrasse la Nascita del Signore.
Ma chi sono queste pecore nere? Sono quella parte della società composta da emarginati ed esclusi. Persone con disabilità, poveri, prostitute, una parte della collettività che esiste ma viene poco considerata e tutelata. Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ afferma:“Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che […] ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti […] dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone”.
Dalla nostra storia impariamo che anche le pecore nere hanno molto da raccontare. Ognuno con la propria esperienza e specificità può recitare un ruolo attivo e può dare e ricevere qualcosa dagli altri, per combattere la cultura dello scarto con la cultura dell’inclusione.
“Inclusione” non significa fare in modo che tutte le pecore siano bianche, ma riuscire a dare un ruolo a tutti i tipi di ovini, rispettando e valorizzando le diversità e le abilità.
Non a caso al Gesù uomo piacerà molto relazionarsi con le pecore nere e vivere le periferie, proprio Lui ci testimonia quanto gli emarginati abbiano molto da offrire ai nostri contesti.
Che dire? Se volete rendere la vostra Betlemme più accogliente, mettete tutti gli anni  una pecora nera nel presepe.

Guardare una foto, incontrare il mondo e diventare responsabili del cambiamento

Di Roberto Parmeggiani

Il sale della terra.
La gente, le persone, l’umanità.
Una genesi ininterrotta, la memoria dell’origine troppo spesso dimenticata in questo presente smemorato.
Genesi come fonte generante, ancora capace di far sgorgare dal principio, la vita.
In queste parole potremmo raccogliere il senso del lavoro artistico e professionale del fotografo brasiliano Sebastião Salgado.
Il grande pubblico l’ha conosciuto grazie al film che Wim Wenders ha realizzato per rendere onore alla sua arte e, in particolare, all’ultima parte del suo percorso fotografico. Il sale della terra, appunto, racconta la storia del fotografo, del suo profondo desiderio di rappresentare la fragilità umana e la natura nel suo aspetto originario, per “ricongiungerci con il mondo com’era prima che l’uomo lo modificasse fino quasi a sfigurarlo”.
Nato ad Aimorés, nello stato di Mina Gerais nel 1944, cresce in Brasile per poi trasferirsi in Europa con la moglie per occuparsi di economia lavorando per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè.  A seguito di un viaggio in Africa che ebbe un forte impatto emotivo sulla sua percezione del mondo, decise di intraprendere la carriera di fotografo o meglio, decise che avrebbe voluto viaggiare per il mondo per documentare la vita nella sua complessità.
Le persone, in particolare, attirano la sua attenzione.
La condizione dell’uomo in relazione all’ambiente in cui vive.
Foto di grande qualità estetica capaci, allo stesso tempo, di raccontare l’esperienza umana nella sua varietà, sottolineando la drammaticità e, allo stesso tempo, la grande speranza che accomuna le condizioni dell’uomo a ogni latitudine.
Un’immersione tanto profonda nel mare della natura umana non può non avere conseguenze.

“In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai”.

Ammalatosi a tal punto da spingere i medici a suggerirgli di lasciare la fotografia, torna in Brasile, alle sue radici, tra le braccia della sua terra natìa, alla ricerca di un po’ di pace.
Anche lì, però, il suo interesse per l’origine della vita prende il sopravvento.
Ritornato nella regione in cui aveva vissuto da bambino si rende conto che quella terra che, una volta, era ricoperta da milioni di alberi, a causa dello sfruttamento selvaggio, ora era praticamente un deserto.
Che fare?
Di certo non era possibile rimanere indifferenti. Il bisogno di porre rimedio a quanto fanno negli anni precedenti prende il sopravvento su un’accettazione passiva della realtà.
Insieme alla moglie e alle sorelle decide di riforestare quel pezzo di terra, per dimostrare che un cambiamento è possibile e che alle parole e alle intenzioni è possibile far seguire le azioni.
Meno di dieci anni dopo, oltre due milioni e mezzo di nuovi alberi avevano ricoperto chilometri quadrati di deserto e oltre trecento specie di piante differenti erano state piantate per ricostruire l’ecosistema così com’era alle origini. Il tentativo, riuscito, di riportare alle origini quel pezzo di mondo, una nuova genesi della terra ma non solo.
È in quella esperienza, infatti, che affonda le radici il desiderio di un nuovo progetto, una rinnovata spinta a farsi testimone.
Qualcosa di nuovo e di diverso ma sempre legato alla stessa passione: quella di raccontare la vita dell’umanità. Nasce quindi il progetto Genesi.

“Lo scopo doveva essere vedere e cercare un modo nuovo di presentare il Pianeta Terra: questa volta non avrei puntato l’obiettivo sull’uomo e sulla sua lotta per la sopravvivenza, ma avrei mostrato piuttosto le meraviglie che rimangono nel nostro pianeta. Abbiamo deciso di cogliere con la macchina fotografica quella grande parte del pianeta che si presenta ecologicamente pura e, si potrebbe dire, ancora allo stato primordiale. Creare dunque una quantità d’immagini che fosse sufficiente a far capire al maggior numero possibile di persone che esiste una grande porzione del mondo ancora integra, allo stato della Genesi, e mostrare quanto proteggere questa parte sia fondamentale per tutti noi. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di ricostruire ciò che abbiamo distrutto”.

Ricostruire, quindi, riportare all’origine per darsi un’altra opportunità.
Lo sguardo con cui Salgado indaga la realtà non è polemico, non mira a giudicare, a puntare il dito e nemmeno punta a creare un catalogo antropologico. Lo sguardo del fotografo è quello del giornalista che, invece di usare le parole, racconta con uno scatto fissando sulla pellicola la realtà. Come un rinnovato neorealismo mette al centro il racconto del quotidiano, della normalità, della natura così com’è.
Certo, la visione delle sue foto ci affascina e ci colpisce per quel sapore a volte esotico, perché ci portano lontano. Eppure, se le osserviamo con attenzione noteremo che ritraggono situazioni estremamente semplici, comuni. Ciò che ci cattura, invece, è la forma estetica molto precisa, una scelta cosciente e voluta.

“Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito”.

L’interazione ovvero la relazione.
Guardare le foto di Salgado è, quindi, come incontrare.
Una persona, un contesto, una storia, un movimento.
Un incontro in cui avviene uno scambio, come se quella foto rispondesse a ogni sguardo in modo univoco, unico, personale proprio perché lo sguardo che ricevono è diverso ogni volta.
Una relazione viva che non lascia indifferenti, ma costringe a un cambiamento, sia emotivo che razionale, psichico ma anche fisico.
Tra le tante immagini di Salgado, c’è una foto in particolare che mi ha catturato.
Ritratto di una donna Tuareg, cieca.
Dallo sfondo nero appare una figura umana avvolta da un grande telo scuro.
È una donna, lo capisci dalle labbra e dagli occhi che, seppur privati della loro funzione primaria, non perdono la loro forza identitaria.
È una fotografia calma, desolata, commovente, forte.
È un ritratto in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, in cui è raccontata l’umanità. Perché, in fondo, la capacità che più ci affascina di Salgado è quella di non farti sentire estraneo in questo mondo e di farti percepire l’altro, anche quando questo altro è lontano geograficamente oppure quando a essere ritratti sono animali o perfino luoghi, come compagno di viaggio, come familiari.
Le sue foto ci ricordano quanto siamo fratelli, quanto siamo colpevoli per il mondo in cui viviamo e quanto, allo stesso tempo, potremmo essere i responsabili del cambiamento.

A come Accessibilità, App e Adesivi. Le proposte delle città premiate all’Access City Award 2016

di Massimiliano Rubbi

Poche settimane dopo la chiusura dell’Expo, la città di Milano è tornata alla ribalta internazionale l’8 dicembre 2015, aggiudicandosi a Bruxelles il primo posto nella competizione per l’Access City Award 2016. Il premio, promosso ogni anno dal 2010 dalla Commissione Europea, riservato alle città sopra i 50.000 abitanti e che ha visto oltre 250 partecipazioni in questi anni, “riconosce e celebra la volontà, la capacità e gli sforzi di una città per garantire l’accessibilità al fine di assicurare parità di accesso ai diritti fondamentali, migliorare la qualità della vita della sua popolazione e garantire che tutti – indipendentemente da età, mobilità o abilità – abbiano parità di accesso a tutte le risorse e i divertimenti che le città hanno da offrire”.
Milano si è imposta sulle altre città europee candidate per l’individuazione di linee guida nell’abbattimento delle barriere architettoniche, l’integrazione della prospettiva della disabilità nelle diverse politiche cittadine, gli sforzi per mappare e migliorare l’accessibilità dei trasporti pubblici, la promozione della vita indipendente (“ProgettaMI”) e l’impegno generale al “niente per noi senza di noi” in tutte le politiche con riflessi sulla situazione di handicap. Ma a Bruxelles sono state premiate altre quattro città: quali proposte hanno presentato, e sulla base di quali concezioni di accessibilità?

Movimenti in libertà per cittadini e turisti
Il secondo posto nell’Access City Award 2016 è stato conquistato da Wiesbaden, capitale del Land dell’Assia nella Germania centrale, che ha declinato in modo originale e appariscente la classica accessibilità fisica: i 226 edifici pubblici certificati come accessibili sono identificati da un adesivo all’ingresso con la scritta “Wir machen mit!”, ovvero “Ci stiamo!”. Curiosamente, questa idea tradizionale è stata successiva a quella di mettere a disposizione i dati sull’accessibilità tramite tecnologie più avanzate, come spiega Ulrich Wunderlich dell’ufficio municipale per i Servizi Sociali: “il primo passo è stato la costruzione di un database per informare i cittadini e i visitatori sull’accessibilità di diversi tipi di luoghi pubblici e negozi, così da assicurarci che le persone che vogliono visitare un museo o partecipare a un concerto sappiano che tipo di barriere esistono. Queste informazioni sono disponibili nella homepage del sito. Dopo la costruzione del database, abbiamo stabilito che queste informazioni avrebbero potuto essere utili per le persone che si trovano davanti all’edificio. Con l’adesivo ‘Wir machen mit’ le persone sono informate offline sull’accessibilità; la consapevolezza crescente a proposito dell’accessibilità è uno dei principali effetti collaterali di questi adesivi”. I dati sull’accessibilità, verificati periodicamente con sopralluoghi dall’ufficio municipale, sono inoltre consultabili tramite una app per smartphone, oltre che su una mappa cartacea, e si inseriscono in un impegno a migliorare ulteriormente l’accessibilità testimoniato anche dal video “Wiesbaden barrierefrei”, realizzato per promuovere la partecipazione all’Access City Award e disponibile (con sottotitoli in inglese) su Youtube.
Una cura particolare per il turismo traspare dagli sforzi di Kaposvár, nell’Ungheria sud-occidentale, che ha ricevuto dalla Commissione Europea una “menzione speciale per l’impegno al miglioramento”, in particolare per il programma ufficiale di politica urbana 2014-19, intitolato “Crediamo gli uni negli altri” e incentrato su sviluppo infrastrutturale e piani di sensibilizzazione. Mónika Osvalt, funzionaria per il turismo della città, esplicita che “il nostro obiettivo speciale è il turismo accessibile, cioè consentire ai disabili di scoprire Kaposvár e i suoi dintorni in autonomia. Di conseguenza, l’area pubblica del centro città è accessibile al 100%, gli autobus utilizzati nel trasporto locale sono accessibili al 100%, il 90% delle attrazioni turistiche e l’80% delle istituzioni culturali sono senza barriere. Ai turisti sono forniti mappe e volantini in Braille, un’audioguida e un film per utilizzatori di lingua dei segni, nel nostro Ufficio Informazioni Turistiche pienamente accessibile. I nostri ospiti ipovedenti possono fruire numerose statue pubbliche intorno a cui muoversi, e alcune attrazioni turistiche hanno plastici in miniatura sul luogo per esperienze tattili”. Il progetto di maggior impatto per il prossimo futuro della città magiara sarà secondo Osvalt “lo sviluppo del Centro di Trasporto di Kaposvár (implementazione pianificata per il 2016-2020) che integrerà il trasporto ferroviario e quello degli autobus locali e interurbani”, e che sarà pienamente accessibile. L’impegno alla fruibilità degli spazi e dei movimenti da parte di tutti si traduce comunque anche in attenzioni più minute (“dal 2014, le associazioni di disabili vengono informate dei lavori di costruzione e degli sviluppi pianificati a Kaposvár – specialmente quelli che coinvolgono marciapiedi e strade – per la pianificazione e ri-pianificazione degli itinerari”) e in piccole opere come il rinnovo degli spazi pubblici con pavimentazioni senza vuoti e dunque accessibili; è inoltre in programma la collocazione nella piazza principale di un diorama in bronzo del centro città.

L’intelligenza al lavoro
Intende caratterizzarsi fortemente come “Smart City” Tolosa, la cui area metropolitana con oltre 700.000 abitanti è la quarta di tutta la Francia, e che dall’Access City Award 2016 ha riportato, oltre al terzo posto generale, una menzione speciale appunto come “Smart City”, un’insegna che “riconosce l’uso crescente della tecnologia per arricchire le vite delle persone anziane e disabili”. Le nuove tecnologie si sono rivelate importanti per mettere in rete, in vista della partecipazione al premio europeo, i miglioramenti all’accessibilità realizzati autonomamente da diverse istituzioni, come sottolinea l’Assessore della città delegato all’handicap, Christophe Alvès: “Questo premio era l’occasione per fare conoscere le azioni condotte dall’Area Metropolitana e dalla città di Tolosa. Allo stesso tempo, la società di trasporti TISSEO aveva avviato un inventario dell’accessibilità all’interno dei propri servizi. La messa in comune di queste due iniziative ha permesso di constatare le numerose iniziative sviluppate da diversi servizi metropolitani (Comunicazione, Infrastrutture, Gestione reti di mobilità, Edilizia ed energia…) e municipali (Handicap, Anziani, Sviluppo culturale, Lettura pubblica e biblioteche) e di valorizzare le azioni realizzate e in programma intorno all’accessibilità”. Tra queste azioni per il futuro, spiccano i “15 cantieri emblematici” per una “Open Métropole”, che sebbene non direttamente rivolti a migliorare l’accessibilità per le persone con disabilità potranno avere evidente impatto su di essa: si parla infatti tra l’altro di piattaforme pubbliche Open Data in materia di viabilità e lavori pubblici, ristrutturazioni integrate e mirate di zone della città, percorsi culturali semplici e fluidi per i visitatori, e anche di “10 quartieri intergenerazionali pilota in 5 anni” in cui le persone più fragili possano godere di migliore mobilità e maggiore facilità nella creazione e nel mantenimento di legami sociali.
Nell’edizione 2016 dell’Access City Award è stata per la prima volta prevista una nuova menzione speciale per l’”Accesso al lavoro”, per riconoscere “gli sforzi intrapresi dalle città per garantire che i servizi pubblici all’impiego, così come le iniziative del settore privato, facilitino l’accesso al lavoro e rendano le informazioni sui posti di lavoro accessibili alle persone con disabilità”. Ad aggiudicarsi questa menzione speciale è stata la città universitaria di Vaasa, nella Finlandia occidentale, la più piccola tra quelle premiate con meno di 70.000 abitanti. Secondo Tiina Mäki, rappresentante e Ombudsman per la disabilità e l’accessibilità dell’istituzione locale, Vaasa lavora sin dall’inizio del millennio su questi temi perché “vuole essere una città energica che sia accessibile a tutti quando si tratta di muoversi in giro per la città e orientarsi nei servizi” –un impegno che include la stessa assunzione, a partire dal 2009, di una figura che lavori a tempo pieno sul tema. La Municipalità da un lato sta sforzandosi di garantire le migliori condizioni ai 16 propri lavoratori con disabilità (una quota peraltro limitata rispetto a circa 6.000 dipendenti totali), con ambienti di lavoro accessibili e allarmi antincendio dotati di luce per i non udenti, dall’altro ha partecipato nel 2015 al “Job Shadow Day” che in tutta Europa vede persone con disabilità affiancare per un giorno, “come un’ombra”, una persona sul suo luogo di lavoro. Con questa iniziativa, sostiene Mäki, “volevamo fornire a giovani che a causa di una disabilità non possono lavorare a tempo pieno, o in modo pieno, un’opportunità di passare un giorno nella vita lavorativa; oltre a queste azioni abbiamo condiviso informazioni sulle possibilità di formazione e occupazione”. Nello stesso senso va l‘impegno a trovare “lavoretti estivi”, a partire dal 2016, adatti a questa medesima fascia di giovani per cui il pieno inserimento lavorativo è impossibile. Inoltre, la città ha assunto un ruolo di certificazione delle imprese private che garantiscono ambienti di lavoro accessibili ai propri dipendenti con disabilità – come a Wiesbaden, attraverso un adesivo (a quanto pare, i membri della giuria dell’Access City Award da piccoli amavano giocare con le figurine): l’etichetta di “Vaasa accessibile”, che tiene conto delle condizioni strutturali ma anche della disponibilità dei colleghi a fornire aiuto, è stata distribuita alle prime 15 aziende nell’ottobre 2015, e altre imprese stanno lavorando per rientrare nei criteri richiesti. L’adesivo è stato realizzato da un giovane designer in carrozzina, Petri Kähtävä, e Mäki rileva con soddisfazione come “altre città si sono mostrate interessate al nostro adesivo e alcune hanno già chiesto il permesso di usarlo”.

L’importante è partecipare
Le esperienze premiate e promosse dall’Access City Award 2016 mostrano la stretta interconnessione tra diversi ambiti dell’accessibilità: spazi pubblici, trasporti, turismo, cultura, informazione, occupazione. Ugualmente rilevante è però un altro aspetto comune a queste buone pratiche: il loro sorgere e svilupparsi attraverso processi di partecipazione, in un rapporto costante con le persone con disabilità la cui vita si propongono di migliorare. Il lavoro congiunto tra istituzioni e associazioni di persone con disabilità è citato da tutti i referenti delle città premiate, e una sua forma concreta è descritta da Alvès per il caso di Tolosa: “lo schema di regia della ‘Open Métropole’ è stato elaborato in una costruzione congiunta cittadina intorno a 3 modi di consultazione: focus groups, tra cui quello che ha mobilitato le persone vulnerabili nei laboratori ‘Anziani e città di domani’; seminari tra imprese-partner e cittadini; una consultazione elettronica (sito internet e social network)”.
Se in questo senso la partecipazione delle persone con disabilità è fattore chiave di politiche efficaci per l’accessibilità (e non mancano esempi a contrario nella recente storia italiana), a mostrare qualche segno di debolezza è un’altra accezione di “partecipazione”: quella all’Access City Award stesso. A fronte di un numero di candidature che sfiorava o superava le 100 negli anni dal 2012 al 2014, le città partecipanti sono scese a 62 nel 2015 e a 49 nell’ultima edizione del 2016. La Direzione Generale per gli Affari Sociali della Commissione Europea anticipa che in vista della prossima edizione, lanciata nella primavera 2016 e i cui premi verranno assegnati a Bruxelles il prossimo 29-30 novembre, è in programma un’attività di sensibilizzazione a livello nazionale sulle opportunità offerte dalla candidatura al premio. Chi raccoglierà il titolo dalle mani di Milano?

Perché io non sono “Charlie”

Di Stefano Toschi

Giusto un anno fa ci siamo indignati per il vergognoso atto terroristico nei confronti della redazione di Charlie Hebdo, quando ancora molti di noi non sapevano nemmeno di cosa scrivesse questo giornale satirico. Pian piano, tutti abbiamo conosciuto qualche copertina di questa rivista e abbiamo capito (ovviamente non compreso) perché gli attentatori ce l’avessero tanto con i redattori. Da allora, si sono succedute vignette blasfeme che, in perfetta par condicio, colpivano un po’ tutte le religioni.
Da cristiano, confesso che anche io mi sono sentito offeso e mortificato da certe vignette di cui, tuttora, mi sfugge l’ironia. Ma una di quelle vignette, da persona con deficit, non posso proprio tollerarla. Perché, se già è offensivo colpire il credo di una persona, ancora peggio è colpire la persona in sé. Recentemente, a seguito di alcune affermazioni razziste fatte dalla politica francese Nadine Morano, la quale, storpiando De Gaulle, aveva dichiarato che la Francia è paese “giudaico-cristiano e di razza bianca”, è comparsa una copertina in cui essa veniva raffigurata come “la figlia Down di De Gaulle”. Per quanto deprecabili le sue affermazioni, non è certo una simile copertina che possa muovere indignazione nei suoi confronti da parte dell’opinione pubblica.
Questo è un modo distorto e profondamente sbagliato di concepire la satira e la laicità, che dovrebbe essere rispetto per tutti e non disprezzo. Il fatto è particolarmente grave non tanto per il modo in cui si è voluto colpire la Morano, quanto perché De Gaulle aveva veramente una figlia Down, morta ventenne e da lui adorata, mai nascosta agli occhi del mondo e sempre rimpianta.
La satira sulle persone con deficit è davvero il livello più basso di umanità, che ci mette al pari degli estremisti religiosi. Ricordo sempre che, alle scuole medie, un professore redarguì aspramente un compagno che aveva definito mongoloideun altro, probabilmente per pura ignoranza da dodicenni, senza alcun intento realmente offensivo né la consapevolezza della gravità dell’affermazione. Penso che quel ragazzino, come lo ricordo io, ricorderà bene il perché, rispetto a tante altre offese di cui il vocabolario adolescenziale è ricco, quella fosse di una particolare gravità. Se fin da piccoli non educhiamo i nostri figli alla conoscenza e, di conseguenza, al rispetto della diversità, vivremo inevitabilmente in una società in cui la diversità non è concepita come una ricchezza, ma come un peso assistenziale. Quando incontro bambini che mi osservano con un misto di perplessità e interesse e, poi, chiedono ai genitori cos’ho o perché sono in carrozzina, non mi imbarazzo e invito, anzi, i genitori a fare altrettanto e a spiegare senza problemi (ammesso che anche i genitori ci arrivino…) che ci sono persone che, come me, hanno questa caratteristica. Nel mio caso, ce l’ho dalla nascita, in altri casi la carrozzina può diventare un accessorio indispensabile a seguito di eventi traumatici. Mi piacerebbe, ogni volta che càpita, che i genitori non mi definissero malato con i bambini, perché non lo sono. Quindi tento sempre di rispondere io, come posso, alle loro curiosità, spiegando che, come loro sono biondi o castani, alti o bassi, magri o grassi, io sono fatto così. I figli dei miei amici, che spesso vengono a casa mia, dunque sono abituati fin da bambini alla mia diversità, si arrampicano e giocano con la mia carrozzina con grande naturalezza e sembrano non percepire nemmeno la differenza, ovvero non se ne curano, non la considerano una cosa strana.
Mi racconta sempre un’amica che, quando la figlia incontrò al ristorante un signore in carrozzina, lei, che aveva poco più di un anno, gli corse incontro e cercò, tutta sorridente, di arrampicarsi sulle sue ruote. Il signore, fra lo stupito e il divertito, si sentiva quasi preoccupato di non fare paura alla bimba e si interrogava sul perché di tanta, per lui inusuale, naturalezza. Non poteva sapere che la bimba era abituata alla mia presenza e che tentava di replicare col malcapitatoun’arrampicata più volte messa in atto su di me! Altro aneddoto sul genere, una volta avevo un appuntamento con una persona che non avevo mai visto per discutere di un intervento a un convegno. L’amica che ci aveva messi in contatto aveva lungamente parlato di me e dei miei articoli a costui, omettendo un piccolo dettaglio: il mio deficit. Dovendoci incontrare in un luogo pubblico e riconoscerci, la mia amica ci aveva reciprocamente descritti (non era ancora l’epoca degli smartphone, per cui avremmo agevolmente potuto scambiarci una foto!) con le rispettive caratteristiche fisiche: alto, basso, castano, con o senza barba e capelli… aveva completamente omesso il fatto che io giro su quattro ruote. Quando ci individuammo, notai che il mio interlocutore, sulle prime, era decisamente perplesso. Poi, la mia amica mi confessò che lui l’aveva chiamata e le aveva chiesto, come mai, di tutte le caratteristiche mie più evidenti, non aveva elencato la più lampante in assoluto. La mia amica, candidamente, ammise di non averci proprio pensato. Ecco, questa è la vera integrazione, non quella propugnata dalle Istituzioni e anche da molte associazioni, che sa spesso di forzatura: si tratta, invece, di un vero e proprio cambio di mentalità nell’approccio con la diversità.
Quando questa sarà davvero percepita solo come una caratteristica fisica e nulla più, allora avremo la vera svolta. Troppo spesso, ancora oggi, i genitori si sentono quasi obbligati a tenere nascosti i propri figli con handicap, quasi fosse una vergogna e, addirittura, una colpa. Troppo spesso queste madri sono state fatte sentire in difetto persino da qualche medico, come se l’handicap del figlio fosse conseguenza di una qualche azione o, peggio, di gravi peccati commessi dai genitori. Solo l’abitudine alla diversità potrà modificare questo modo di pensare. Fino ad allora, ci saranno tanti “Charlie” convinti di poter far ridere con… un cromosoma in più.

8. Per non perdere la rotta. Sitografia e consigli di lettura per i malati di viaggite di tutte le età

Link utili
www.accaparlante.it
www.aiasbo.it
www.concreteonlus.org
www.disabili.com
www.falacosagiusta.org
www.ilpost.it/antoniopascale/
www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g187870-d2524755-Reviews-Orient_Experience-Venice_Veneto.html
www.festivalitaca.net
www.festivaletteraturadiviaggio.it
www.rotellando.it
www.lospiritodistella.it
www.strabordo.it
www.stefanofaravelli.it
www.viaggiatorisidiventa.it
www.villageforall.net

Letture
Bocconi, Viaggiare e non partire, Guanda
Bottiroli, Questa è la mia casa, La Gru Edizioni
Capossela, Il paese dei coppoloni, Feltrinelli
Eco, Storia delle terre e dei luoghi leggendari, Bur
Mizielinska, D. Mizielinski, Mappe, Electa
Montiko, Walkabout. L’Italia, a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni, Edizioni dei Cammini
Pascale, Non è per cattiveria, Laterza
Pedro, J. M. Mateo, Migrar, Edizioni Tecolote
Place, Il re dei tre orienti, L’ippocampo
F. Sanders, Lost in translation, Marcos y Marcos
Wu Ming, Cantalamappa, Electa Kids

 

7. Dialogo nel buio

di Antonio Pascale, scrittore

Novembre 2005: sera, verso le 20. Un freddo vento di maestrale su Roma. Torno a casa in moto, ho mio figlio dietro. Non trovo nemmeno un posto per strada e metto la moto sul marciapiede.
– Papà? Ma la metti sul marciapiede?
Premessa. Qualche giorno prima ero andato a dialogo nel buio. Per un’ora diventi cieco. Ti danno un bastone e ti muovi – accompagnato da guide – al buio completo attraverso un percorso che ricostruisce vari paesaggi: la città, il parco, il bar, il porto, il mare. Un’esperienza sensoriale intensa. Bellissimo. Durante la passeggiata – mi stavo muovendo in un percorso cittadino, sentivo le macchine che sfrecciavano accanto e i clacson – sono sbattuto contro qualcosa.
– Cos’è?
– Una moto – rispose la mia guida – ecco cosa ci capita quando camminiamo sul marciapiede, sbattiamo contro le moto.
Porca miseria, pensai, ero venuto con la moto e l’avevo messa sul marciapiede. Da allora mai più, anzi dicevo sempre in famiglia: vedete quelle moto sul marciapiede? Sono tutte persone incivili, le parcheggiano lì, occupano uno spazio pubblico e poi un cieco finisce che ci sbatte e si fa male.
Per questo quando mio figlio mi chiede della moto sul marciapiede io rispondo:
– Un attimo amore, adesso andiamo a casa che fa freddo, poi papà scende e la sposta.
Ovviamente me ne guardo bene, c’era pure una cosa interessante in televisione, mi cambio, mi stendo sul divano, sento il vento che fa tintinnare i vetri. Nemmeno 15 minuti arriva mio figlio e mi chiede della moto.
– Amore a papà, non ti preoccupare tanto i ciechi a quest’ora non escono.
Cinque minuti ancora rieccolo:
– Ma se i ciechi vedono sempre buio, allora possono uscire anche di notte? Non cambia niente, no?Comincio a sudare, ho detto una cosa stupida, mia moglie mi guarda, ho l’impressione che pure i ciechi mi guardino.
– Amore a papà sì certo è così, però adesso è tardi, non c’è nessuno in strada con questo freddo poi… non ti preoccupare i ciechi se ne stanno a casa.
– Ma se un cieco deve fare un servizio? Deve prendere il latte, tu a volte scendi dopo cena per prendere il latte.
– Questi cazzo di ciechi a papà, non tengono niente da fare alle dieci di sera di novembre? Con questo freddo, ma perché non vai a dormire invece di pensare ai ciechi.
Sono sceso. E per le scale ho odiato i ciechi, poi per strada mi sono sentito uno stronzo, ho spostato la moto: che vento quella sera. Spazzava tutto. Sì, mi sono detto: è bello il marciapiede libero, libero da quelli come me, libero per tutti.

6. Fiere, festival e letterature. Occasioni di incontro e contenitori di sapere per esplorare il mondo

Il dolce racconto di Nicola Rabbi ci ha riportati all’inizio della nostra monografia, ovvero alla parte onirica e immaginifica del viaggio, ricordandoci che viaggiare significa sempre cambiare il punto di partenza, che sia il modo di guardare noi stessi, gli altri, o il paesaggio che abbiamo davanti. Tutti noi viviamo di mutamenti, mancanze, conquiste ed evoluzioni ed è per questo che la domanda e il desiderio di viaggiare non cesseranno mai.
C’è chi, lo abbiamo visto, necessita prima di partire di una preparazione accurata e chi invece preferisce lasciarsi andare all’imprevisto, lì dove risiede, secondo i viaggiatori più puri, la vera essenza del viaggio.
Quello che rimane una costante è che, in un modo o nell’altro, il viaggio necessita di essere sedimentato, capito e ridiscusso, è anche per questo se esistono i diari di viaggio ed è anche per questo che quando torniamo da un’avventura ben riuscita ne parliamo per giorni.
Ci abbiamo riflettuto molto e siamo arrivate alla conclusione che forse i festival, le fiere e più in generale tutti quei contenitori di informazione e di sapere che sempre più stanno sorgendo intorno al tema vogliano in parte rispondere anche a questa esigenza. Non solo occasioni promozionali, dunque, ma momenti per sedimentare ciò che già è accaduto e la consapevolezza di quello che vogliamo accada in futuro.
È da questo punto di vista che passiamo in carrellata tre importanti momenti di bivacco, per soffermaci sul viaggio che parte dall’informazione che precede la scoperta con il Move! di Vicenza, quello che diventa invece occasione di incontro, scambio e conoscenza come al Festival del Turismo responsabile IT.A.CÀ di Bologna e infine quello delle parole grazie al Festival della Letteratura di Viaggio di Roma.

“Move!” Salone Professionale del Turismo e dell’Ospitalità Universale
Nato dall’esperienza di Gitando.All, il Salone, ospitato nel 2015 alla Fiera di Vicenza, si è proposto in collaborazione con Village4All come il principale riferimento europeo sul turismo accessibile in tutte le sue declinazioni. Move! è stato infatti  il primo evento fieristico del settore che ha messo a confronto fornitori, progettisti, gestori di servizi, istituzioni, gruppi di acquisto e ha offerto al pubblico interessato nuove idee e le soluzioni pratiche per un turismo universale e senza barriere, rivolto a chiunque fosse in cerca della vacanza ideale: persone con disabilità e non, coppie e famiglie, anziani e bambini, amici e sportivi.
A partire dunque dalla scorta di Gitando.All, come ancora ci racconta il presidente di Village4All Roberto Vitali, “il tutto si è trasformato da fiera a livello poco più che regionale in una manifestazione internazionale dove tour operator che sono venuti dalla Russia e dalla Polonia, dall’Inghilterra, ma anche dall’America e il Brasile lo hanno fatto per venire ad acquistare turismo italiano. All’interno poi si è svolto il Mita, il Meeting del Turismo Accessibile, che ha visto una larga partecipazione per ascoltare le migliori buone pratiche internazionali, c’era anche Victor Calise il vicesindaco di New York, un uomo con disabilità che ci ha raccontato come si fa accessibilità a New York e abbiamo scoperto quanto il Veneto e New York siano vicini e possano lavorare assieme”.
In attesa dell’edizione 2016, rinviata a data da destinarsi, vi consigliamo di tenere pronte le agende per questo evento davvero importante che speriamo abbia intercettato l’attenzione anche della politica attuale.

Il Festival IT.A.CÀ, il Festival del Turismo Responsabile di Bologna e Emilia Romagna
Il Festival, che ha mosso i primi passi nel 2009, è promosso e organizzato dall’Associazione YODA, COSPE onlus, NEXUS Emilia Romagna, in collaborazione con AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile) e una rete di oltre 150 realtà attive nell’ambito turistico.
YODA, COSPE, NEXUS e ATIR sono tutte realtà che operano in direzione del Turismo Responsabile, una delle soluzioni individuate dalle Nazioni Unite per raggiungere gli “Obiettivi del Millennio”, una soluzione che si basa sul rispetto delle culture, dei popoli, dell’ambiente e della giustizia sociale ed economica.
Da sempre attento all’ambito della Cooperazione Internazionale, il festival ha indagato negli anni il complesso rapporto tra il turismo reale e quello derivato dai recenti flussi migratori, cercando di rendere palpabile la voce dei protagonisti che tutt’oggi vivono in città, con eventi, attività, dibattiti di ogni genere. Ad oggi la proposta di IT.A.CÀ è davvero molto ricca e offre un fittissimo calendario per tutti i gusti e tutte le età, spaziando tra il trekking, percorsi in bicicletta, film, presentazioni di libri, concerti, giochi per bambini, percorsi sensoriali, viaggi in treno, passeggiate narrative, esplorazione degli spazi verdi in città e sui colli, avvalendosi in più della bellissima cornice delle Serre dei Giardini Margherita all’interno degli omonimi giardini con il supporto di Associazione Kilowatt che ne gestisce gli spazi.
L’edizione 2016, come ci hanno anticipato gli organizzatori, presenterà due nuove occasioni d’incontro particolarmente interessanti, il primo sarà una visita guidata alla Bolognina, lo storico quartiere operaio di Bologna a opera dei ragazzi migranti di seconda generazione che ci condurranno nei luoghi da loro abitualmente frequentati e abitati, raccontandocene così la storia e forse anche la propria. Allo stesso modo, altro percorso decisamente innovativo, sarà la possibilità di visitare in bicicletta i luoghi di culto della città di Bologna, della cultura ebraica, islamica e buddhista.
Non mancherà inoltre uno spazio riservato al turismo accessibile, con l’apertura straordinaria del Museo Tolomeo e del Museo Anteros in collaborazione con l’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza onlus. Quel giorno ci saremo anche noi, a presentare il nostro laboratorio sul viaggio di cui, se vi siete dimenticati, potete ritornare a rileggere qualcosa nella prima parte della monografia, insieme agli animatori con disabilità di Progetto Calamaio – Cooperativa Accaparlante. Non mancheranno, sempre in nostra compagnia, i giochi per i più piccoli, con In viaggio sul Trenino Arturo, un laboratorio per bambini dai 6 ai 10 anni dove un buffo macchinista e i suoi imbranati scagnozzi vi accompagneranno in un viaggio alla scoperta di paesi fantastici e di incontri inaspettati, tra giochi, prove da superare e diari di viaggio tutti da creare, per trasformare il limite in risorsa e imparare insieme a conoscere che cos’è la diversità
Anche per questa edizione IT.A.CÀ sarà presente in altre città dell’Emilia Romagna: Ferrara, Forlì, Ravenna, Parma, Reggio Emilia e Rimini oltre al consueto appuntamento in Trentino. Le programmazioni delle altre città si svilupperanno da maggio fino a settembre 2016.

Il Festival della Letteratura di Viaggio di Roma
Quando abbiamo scoperto l’esistenza di questo festival non stavamo più nella pelle e abbiamo subito contatto il direttore, il giornalista e fotoreporter di National Geographic Antonio Politano, per saperne di più e anche per, diciamola tutta, farci dare il numero dello scrittore Antonio Pascale di cui siamo grandi fan.
Il festival, nato a Roma nel 2008, non offre solo il confronto con gli scrittori di viaggio di oggi e dei grandi del passato ma anche un bel programma di mostre, laboratori e escursioni dove largo spazio è lasciato anche a fotografia, cartografia, geografia, musica, antropologia, oltre che al disegno, al giornalismo, alla storia e al fumetto con la presenza di numerosi ospiti. A partire dal 2010 inoltre, ogni edizione viene poi accompagnata dall’uscita di un catalogo L’instantedito da Exorma, che raccoglie contenuti legati agli autori e ai temi protagonisti di ciascuna edizione. Approfondimenti sulle mostre, interviste, testi originali, brani dai grandi classici e dalla letteratura contemporanea, mappe e documenti dagli archivi di Società Geografica Italiana. Anche il catalogo porta la firma alla cura di Antonio Politano.
Il festival, che è stato segnalato come “Festival di particolare interesse per la vita culturale della Città di Roma 2014-2016”, si svolge in genere nelle prime settimane di settembre, noi speriamo proprio di esserci e vi lasciamo con le parole di uno scrittore, quelle di Antonio Pascale per l’appunto, autore di un libricino piccolo piccolo ma che ha accompagnato idealmente tutto il nostro tragitto. Un libricino, il suo Non è per cattiveria, che ci racconta il viaggio di un viaggiatore pigro, l’autore stesso, alle prese con una terra poco frequentata, il Molise, quella regione su cui gli italiani scherzano spesso, chiedendosi se davvero c’è o non c’è ma che vive di piccole piazze, di monti prossimi al mare e tranquillità, il luogo della pausa, come lo definisce Pascale. Anche perché lui, come a volte succede, è “un uomo da pausa, non da arrivo. È in quel momento che comprendo a fondo il senso del viaggio: girare attorno al traguardo, farsi trascinare da un istinto interiore, socializzare con persone che puoi incontrare solo nelle pause, cambiare obiettivo, sentire il territorio sotto i tuoi piedi”.
Il nostro viaggio finisce qui, grazie per averci accompagnato in tutte le nostre tappe. A voi, ora, il compito di raccontarci le vostre. Scrivete a lucia.cominoli@accaparlante.it e emanuela@accaparlante.it, non vediamo l’ora di inserirle nei nostri diario di viaggio!

5. Il tempo di una sosta per non dimenticare. Viaggio tra il cibo dei migranti all’Orient Experience di Hamed Ahmadi

A Venezia a Campo Santa Margherita accanto agli spritz, alle cichetterie e agli studenti in libera uscita aleggiano profumi speziati. Piove, ma li senti lo stesso. Cardamomo, cumino, curcuma e qualcosa che non avevi mai odorato e che non sapresti affatto come definire. È la curiosità di visualizzare quel profumo che ti spinge a fermarti dritto davanti a una piccola vetrata e alzare gli occhi verso una semplice insegna: “Orient Experience”. Dentro è un tripudio di colori, piccoli tavolini di legno e un bancone che trasuda abbondanza. Fai in tempo a inumidirti la bocca che ti accorgi di una lavagna dove a lato campeggia una scritta: “Menù sulla Via della Seta”.  Più sotto la scritta continua: “Pakistan, Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Italia, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina. Questa storia comincia a Tessera, o meglio a Kabul e racconta attraverso il cibo di tre continenti esperienze di migrazioni forzate e ibridazioni culturali e culinarie vissute da rifugiati e minori stranieri in fuga dalla guerra. Potete assaggiare e raccogliere saperi e sapori direttamente dai protagonisti”.
Migrazione e fuga. Due forme di viaggio costrette, che siamo abituati ad associare a paura, abbandono e dolore, il più delle volte a ragion veduta. Chi scappa approda in un paese che quasi mai ha scelto e nel quale la percezione del sentirsi e dell’essere diverso va di pari passo con ogni più piccolo tentennamento. Eppure qui il senso di disfatta che attorno il mondo sembra insistentemente ruotare non c’è. Non c’è nemmeno un generico senso di speranza. Sembra piuttosto che al problema sia stata data una risposta ovvia, qualcosa di semplice e sovversivo al tempo stesso, una risposta pratica, fatta di mani, persone e buon gusto cui nessuno prima aveva mai pensato.
Tutto è iniziato con Hamed Ahmadi, con lui Sarah Grimaldi, la sua ragazza, Mandana Nedimi, Alì Khan Qualandari, Hadi Nooi, Mohammad Dalas e Alì Rezai, i suoi soci. Ed ecco che, con la sua sciarpa a fiori e i nerissimi occhi scuri Hamed si avvicina divertito al nostro tavolo per spiegarci che cosa c’è sotto.

 Hamed, dove ci troviamo? Siamo ancora a Venezia?
Assolutamente sì, ed è proprio questo il bello. Quello che vedi è il frutto di una vicenda personale, la mia, cominciata dieci anni fa, nel 2006 quando da Kabul, la mia città dove facevo il regista, mi sono recato alla Mostra del Cinema per presentare un cortometraggio, Maama, Buddha, la ragazza e l’acqua di Mohammad Haidari, facevo parte del suo gruppo di lavoro. A Venezia sono stato costretto a rimanere come rifugiato perché il primo ministro afghano non poteva tollerare che un corto fosse presentato al Festival di Venezia. Sono stato tuttavia un rifugiato privilegiato, ho viaggiato in aereo, a differenza di tanti miei coetanei. In tutto ciò ho dovuto comunque chiedere l’asilo che mi è stato concesso passando, come succede a tutti, per il Boa, il centro di accoglienza per i rifugiati di Tessera, fuori Venezia. È lì che tutto è cominciato.

Cosa è accaduto al Boa?
Al Boa ci sono molti rifugiati Afghani, Pakistani, Iraniani e anche molti Africani. Non tutti conoscono l’inglese o altre lingue e c’erano molti ragazzi Afghani che parlavano solo la propria lingua. Mi sono ritrovato a fare da interprete, mi ci sono buttato, un po’ per cultura, un po’ per carattere.
È finita che quando sono uscito da lì mi hanno richiamato in veste di mediatore culturale, con la richiesta non solo di fare da tramite al momento dell’arrivo dei ragazzi, un momento per tutti molto difficile con l’ansia dei permessi, dei documenti e tutto il resto, ma anche di organizzare delle attività ricreative che potessero coinvolgere un buon numero di persone di diversa età, cultura di provenienza e estrazione.
Non era mica facile. Alla fine però ho capito che la cosa che poteva unirci tutti e che ci accumunava sullo stesso livello era il cibo, il ricordo del cibo di casa, dei propri paesi ma anche di quelli in cui si è temporaneamente soggiornato, magari perché erano finiti i soldi e non si poteva più proseguire, considerando che chi viaggia dall’Afghanistan può arrivare a spendere fino a 10 mila euro. Ho chiesto perciò loro di ritornare a quei ricordi, profumi, atmosfere e ricette per poi provare insieme a riproporle e, sì, a cucinarle. Ognuno ha portato un piatto e abbiamo costruito un intero menù. Un menù enorme a dire il vero, troppo grande, mi viene ancora da ridere se ci penso, con forse sessanta piatti diversi, che poi abbiamo ridotto e cominciato a testare tra di noi. Piano piano, poi, ci siamo affinati e abbiamo cominciato a costruire ricette meticce, a mischiare cioè i piatti d’origine con gli altri creandone dei nuovi, anche in base agli ingredienti che riuscivamo a trovare in Italia e al costo, molte volte per esempio all’agnello abbiamo sostituito il pollo e così via.
Da lì abbiamo aperto le porte del Boa alle cene aperte al pubblico, a cui hanno avuto accesso molti giovani italiani del territorio e la fama dei nostri piatti e delle nostre cene ha cominciato a diffondersi.

Poi siete arrivati in centro città…
Sì, oggi possiamo parlare di due Orient Experience all’attivo, uno a Fondamenta della Misericordia, uno in campo Santa Margherita e poi un nuovo locale a Calle Lunga San Barnaba. Il nuovo progetto è Africa Experience, sempre con lo stesso principio ma con più tavoli a sedere, i punti di partenza saranno il Ghana e la Somalia…

 Spiegaci meglio qual è il principio…
Come nel caso di Orient Experience l’idea è quella di ripercorrere i propri viaggi di migranti attraverso il ricordo dei cibi incontrati e riproporre questi viaggi al pubblico, è qualcosa che davvero accomuna tutti. Poi di idee alla base non ce ne è solo una, ce ne sono tante. Tra queste senza dubbio quella di creare per me e i miei soci un’occasione di lavoro per noi e per altri profughi in città. In questo senso offriamo formazione professionale ma anche un luogo dove confrontarci e aiutarci vicendevolmente, scambiarci informazioni utili e supporto per affrontare la vita qui in Italia.

 Com’è il rapporto con i veneziani?
Ottimo, nonostante tutti gli amici stranieri mi avessero messo in guardia. “Gli Italiani pensano di avere il cibo più buono del mondo! Non mangiano altre cose”, mi dicevano. Un pregiudizio all’inverso, forse. Il fatto è che da noi il cibo è buono, non costa tanto, l’atmosfera è accogliente, ti viene voglia di fermarti e chiacchierare, di sapere chi c’è dietro il bancone, anche perché la nostra lavagna ti spinge a farlo. E poi Venezia non è grande, non siamo nelle zone più turistiche ma in quelle più frequentate dalla gente del posto.

Dal passaparola all’integrazione spontanea insomma.
Esattamente.

Dall’altro lato del bancone, in cucina, invece, che aria tira?
I ragazzi che vengono qui a lavorare sono contenti perché si sentono valorizzati, non solo per quello che sanno fare e per tutto ciò che riguarda l’integrazione ma perché possono portare agli occhi di tutti anche le bellezze dei propri paesi che non sono rappresentati dalle guerre. Il viaggio che loro ripercorrono con il cibo è di rimessa in contatto con la propria identità, ricordi e percorsi, quello del pubblico è un viaggio in luoghi lontani e magnifici, come Venezia, gustando sapori che non conoscono e che li avvicinano alla presenza di altre culture semplicemente coesistenti.

 È per questo che avete intitolato il vostro menù alla Via della Seta?
Per quello e perché a Venezia il Milione di Marco Polo è ovviamente un’istituzione! Un viaggio che si compone di fuga ma anche di bellezza.

 I vostri locali sono accessibili a persone con disabilità?
Direi che lo sono in senso lato, proprio per l’accoglienza che offriamo a tutti.  Alcuni dei nostri tavoli sono troppo alti ma quelli di Africa Experience direi che sono alla portata di tutti!

 Viaggi in programma?
Colombia… Magari, chissà, potrebbe essere l’occasione per un Latin Experience! E poi c’è Bologna… una città dove ho molti cari amici e dove mi piacerebbe immaginare qualcosa di simile.

Bussola n. 4. Direzione Ovest
La Joelette
Un racconto di Nicola Rabbi, giornalista

La strana carrozzina gli stava di fronte. Una grande ruota centrale sormontata da un comodo e spazioso sedile imbottito e una struttura metallica di color giallo che iniziava da dietro con una sorta di manubrio per spingere e terminava davanti con due aste da tirare. Assomigliava a un calesse, anzi a un risciò, visto che i due volontari che dovevano portarlo fino al rifugio erano una ragazza e un ragazzo e non due cavalli.
Prima andava da solo in montagna; amava particolarmente andarci da solo perché così poteva stabilire lui il passo e la testa era libera di pensare a quello che voleva.
“Ciao mi chiamo Teresa lui invece è… siamo i due volontari dell’associazione ‘Su e giù senza barriere’ … quella che gestisce le Joelette, carrozzine da montagna…”.
Lo trasferirono senza difficoltà sul mezzo; lei gli sosteneva le gambe inerti mentre il ragazzo lo aveva preso per le ascelle.
Il sentiero iniziava in leggera salita ed era abbastanza battuto. Sentiva la ruota sobbalzare sui sassi e nelle buche della strada che era illuminata a macchie da un bel sole che filtrava tra i rami degli alberi. Filava veloce, o meglio, pensava, lo facevano andare veloce; sentiva addirittura l’aria accarezzargli la pelle, un’aria tiepida e profumata dalla resina degli abeti. Teresa camminava senza fatica tirando le due aste che sobbalzavano a ogni buca, disegnando dei tratti invisibili attorno al sedere e a parte del busto.
Guardava un po’ quel corpo lungo e insolitamente muscoloso per una ragazza e un po’ le foglie degli alberi da cui filtrava la luce, una luce frizzante.
Questa alternanza gli riempiva gli occhi di piacere.
Poi la strada cominciò a cambiare pendenza e anche il fondo si fece più discontinuo, così che i due spingitori dovettero diminuire la velocità. Presto gli alberi cominciarono a diradarsi e la luce del sole coprì ogni cosa: le pietre, i prati, le sue gambe inerti e le anche di Teresa.
La vista si fece più aperta. Poteva vedere oramai la valle dall’alto, le case minuscole come nei presepi, degli animali rosati che non capiva se fossero mucche o capre. Alzando lo sguardo invece poteva vedere i forti fianchi delle montagne cinte dai boschi verde scuro fino a una certa linea dopo la quale rimanevano solo l’erba brillante per la luce e i sassi colorati.
Le biglie colorate, pensò e ricordò l’illustrazione di quel castello che da bambino lo aveva tanto affascinato; un grande castello color sabbia addobbato di pietre verdi, rosse, azzurre… azzurri erano anche i bottoni dei jeans di Teresa posti nella parte alta delle natiche, erano tondi e gli sembrarono due occhi che lo guardavano con insistenza.
Spostò lo sguardo infastidito e percepì che qualcosa era cambiato, non capiva cosa. Se lo stava chiedendo quando un piede di Teresa urtò un sasso e il rumore del sasso che rotolava fece per alcuni battiti il rumore del suo cuore.
Qualcosa di cupo lo avvolse e guardò l’erba diventata scura e i sassi privi di colore; alzò gli occhi e vide delle pesanti nubi madreperlacee coprire il sole. Correvano veloci, più della sua Joelette, pensò. E pensò ancora che Joelette sembrava un nome di donna. Guardò Teresa e non la riconobbe. Riconobbe un’altra donna simile a lei, con la stessa pelle chiara, i capelli di un castano dorato. Da molti anni non la vedeva più, prima ancora del suo incidente, l’aveva mai saputo? Non aveva importanza. Ma era lei adesso che lo stava trascinando.
Guardò stupito la trasformazione, ma poi lo stupore cessò e tornò a guardare le nubi. Il cielo era nero e non c’era riparo attorno. L’aria era diventata pesante, ogni odore era scomparso. Ma dove stavano andando? Perché lei lo stava trasportando e quando aveva dato il cambio a Teresa? E poi perché questa fretta, questo correre sul ciglio della montagna?
Non aveva paura. Si ascoltò dentro e non sentì nessuna paura. E se fosse scivolato ora giù con la Joelette per il fianco della montagna? Trovava piacevole questa idea, cadere giù per la montagna, passando veloce sull’erba, superando le pietre colorate del castello, giù fino in fondo, un fondo senza fine però, nero, vuoto. Andare giù, sempre più velocemente, tanto da vedere i colori che sfumano in qualcosa di incerto, e poi ancora più in giù, un giù senza fine, nero, vuoto.
Un crepitio di sassi che battono lo riscosse e nello stesso momento la corsa di lei s’interruppe. Stava ferma, non si sentiva nemmeno il rumore del suo respiro. Le guardava le spalle, il capo, le braccia; voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa. O meglio un pensiero l’aveva ma rimaneva lì nella sua testa. Voleva dirle “Non fermarti, continua a correre, giù… fino in fondo”, ma non poteva dirlo.
Lei mosse leggermente la testa, si girò piano, poteva vedere ora meglio la guancia, la punta del naso… poi si fermò e non poté vederle gli occhi.
Il temporale era finito; era passato semplicemente sopra di loro, togliendo la luce, borbottando, caricando l’aria di umidità, ma poi era passato innocuo e una luce tiepida aveva ridato colore ai sassi, il verde brillante all’erba e l’aria profumava ancora più intensamente di resina e del lichene smeraldino.
La meta era stata raggiunta e oramai poteva tornare indietro. Scendeva allargando le braccia, come per occupare più posto in quello spazio benedetto e, camminando, i suoi piedi colpivano con forza il terreno sollevando lievi nuvolette di polvere d’oro.

4. La parola ai viaggiatori

I seguenti contributi nascono da due conversazioni con Andrea Stella e Fabrizio Marta, entrambi viaggiatori con disabilità. Il primo, in sedia a rotelle a seguito di un incidente, ha fatto della sua passione per il mare il trampolino di lancio per una nuova esperienza personale e professionale dando vita a Vicenza con l’Associazione Lo Spirito di Stella a viaggi in barca per tutti grazie al suo catamarano attrezzato. Il secondo, blogger di Vanity Fair di cui cura lo spazio Rotellando, utilizza invece la propria esperienza diretta di viaggiatore solitario per indagare i fenomeni e le avventure che incontra nei suoi spostamenti così da permettere a chi ha una disabilità di esplorare luoghi magnifici quanto di confrontarsi in maniera più diretta con eventuali difficoltà.
La traccia che abbiamo seguito nel nostro dialogo si è aperta sulla nascita delle loro passioni e sul come hanno trovato spazio d’azione, sulle difficoltà incontrate e le più grandi soddisfazioni, sui progetti in atto e quelli futuri per concludersi infine sui consigli che ad oggi darebbero a una persona con disabilità che desidera mettersi in viaggio per la prima volta.
Ecco che cosa ci hanno raccontato.

Per mare (ma anche montagna) con Andrea Stella
La passione per la vela è nata in me proprio legata alla mia idea di viaggio, perché per me la barca a vela non è agonismo ma un modo di viaggiare diverso, più lento rispetto, per esempio, al prendere un aereo e andare rapidamente da una parte all’altra. Viaggiare per mare è un modo per conoscere, oltre che per spostarmi, la barca per me è questo: viaggiare con dei tempi diversi da quelli cui siamo abituati sulla terraferma, un viaggio quindi dove tutto è importante, non solo la partenza e l’arrivo. La passione per il viaggio in senso generale poi, l’ho sempre avuta, il mio incidente è accaduto viaggiando e continuo a viaggiare perché per me resta veramente una grandissima passione, una grande fonte di ispirazione, di apprendimento, non solo una cosa ludica. Già prima dell’incidente andavo in barca. Poter viaggiare con una barca a vela con l’uso del vento, con le forze della natura in un ambiente come il mare o come l’Oceano, ti aiuta infatti a ricollegarti e a riconnetterti con quelle che sono un po’ le cose essenziali della vita e con i tuoi valori. Il mare ti spoglia di tante cose che sono superflue… Nella quotidianità abbiamo tutta una serie di bisogni, ma quando tu trascorri quindici giorni in Oceano ti rendi conto che i bisogni sono meno, sono più essenziali, e che sono veri, cose concrete, non più esigenze nate e create dal confronto con gli altri che poi non hanno un reale motivo di essere.
Il mio primo viaggio per mare dopo l’incidente è stato invece in Inghilterra dove avevo trovato un’associazione che aveva una barca piuttosto grande con la possibilità di salire con la sedia a rotelle e di andare in bagno, quindi abbastanza accessibile. Il mio primo viaggio è stato così da Portsmouth sulla costa inglese a Cowes sull’Isola di Wight, un’uscita giornaliera che però è bastata a farmi tornare la voglia di viaggiare per mare. Da lì è nata l’idea di costruire una barca, cioè il mio catamarano attuale, e sull’onda di quell’entusiasmo insieme ad altri amici e colleghi abbiamo creato il progetto “Spirito Libero” che ha permesso in nove anni a quasi cinquemila persone di trascorrere su “Lo Spirito di Stella” una giornata per mare in modo gratuito e libero in compagnia dell’equipaggio dell’omonima associazione.
Dal punto di vista tecnico poi la scelta del catamarano è nata proprio su esigenze di accessibilità, le barche a vela possono infatti essere a scafo unico, il monoscafo, o a più scafi come i catamarani o trimarani.
Una volta costruito il catamarano comunque sono voluto tornare sul luogo del mio incidente, nei pressi di Miami, un po’ perché attraversare l’Oceano credo che sia uno dei sogni di tutti i velisti, un po’ per chiudere il cerchio con il mio destino e un po’ per dimostrare che è paradossalmente più facile per un disabile attraversare l’Oceano in barca che girare per il centro di Milano o di Bari in autobus. Al rientro da Miami ho pensato che come la barca è stata utile a me potesse esserlo anche per altri. Da lì, per l’appunto, il progetto “Spirito Libero”, durato nove anni, durante i quali, ogni anno, facevamo ottanta giornate gratuite per persone disabili che venivano con i loro amici per vivere l’esperienza del mare.
Se devo pensare alle difficoltà che ho incontrato, direi che spesso le maggiori difficoltà sono quelle legate alla conoscenza. Non sai se in quel posto dove andrai troverai un albergo accessibile per una sedia a rotelle o un ristorante che lo è in ugual modo. A volte l’informazione scarseggia. In Italia per esempio ci sono molte cose accessibili, però magari sono mal segnalate. La metropolitana di New York ha 360 stazioni di cui solo 60 hanno l’ascensore. A Milano, invece, su 100 stazioni, 50 sono accessibili, però New York ha l’ascensore mentre l’Italia spesso ha il montascale. A New York poi qualsiasi mappa, qualsiasi pianta della metropolitana contiene ben segnalato il simbolo dell’ascensore, a Milano fino a qualche anno fa questo non esisteva. Quindi il primo problema cui rispondere è: se ci sono delle possibilità di accessibilità segnalatele e portatele all’attenzione di chi poi deve utilizzarle.
D’altro canto le emozioni che ho vissuto sono state tante, molte di più delle difficoltà. Fare un’esperienza come quella di fare una traversata atlantica è qualcosa di molto forte e di formante, perché c’è il problema della natura ma c’è anche il problema di stare comunque insieme a altre persone con cui fai questa esperienza e quindi di gestione del gruppo. Emozioni tantissime perché vedi balene, vedi delfini. Ma soprattutto la cosa più bella è che ogni giorno in una traversata atlantica vedi l’alba e vedi il tramonto e te li ricordi, certo li vedi anche qua… ma sei distratto da tante altre cose e non sei concentrato come in uno stato di totale libertà. Poi dall’altra parte l’aver scoperto questo aspetto sociale, aver dato l’opportunità a tante altre persone di vivere la mia esperienza, sicuramente è una cosa che ho scoperto dopo l’incidente, insieme alla dimensione del volontariato, fare delle cose utili anche per altre persone a partire da bisogni di cui conosci l’importanza.
Parlando dell’oggi, al momento il progetto di “Spirito Libero” è in standby perché la barca è negli Stati Uniti, dove si sta facendo charter, cioè uno la può noleggiare privatamente, pagando una settimana di noleggio o la cabina, con tanto di equipaggio. Abbiamo però in mente un grande progetto per l’anno prossimo, che è quello di riportare la barca in Italia e ricominciare a fare attività sociale e così selezionare un certo numero di ragazzi disabili da tutto il mondo che possa partecipare a un nuovo viaggio. Il progetto ora è in divenire ma vi consiglio di seguire il nostro sito, www.lospiritodistella.it e la nostra pagina Facebook per restare aggiornati e ricevere caso per caso, anche per viaggi con barche di piccole dimensioni.
Negli anni ci siamo specializzati soprattutto in navigazioni giornaliere, perché avevamo tantissime richieste e perché io ritengo che se il beneficio che hai stando due giorni a bordo è il 100% già l’opportunità di fare una giornata ti regala comunque l’80%. In questo modo, facendo una giornata singola, riuscivamo a portare quattro persone a giornata, quindi otto persone in due giorni, invece se avessero dovuto dormire a bordo avremmo dovuto fare i conti con quattro cabine di cui solo due accessibili. Per questo quando avevamo grandi richieste numeriche facevamo le giornate, però chiedevamo alla persona, più che altro per una questione assicurativa, di venire con un accompagnatore o un amico: sappiamo che questo è un limite per alcuni ma l’equipaggio doveva occuparsi dell’andamento a bordo e della barca. Ci stiamo comunque lavorando.
In attivo anche i sailing campus che sono dei corsi di vela itineranti, con delle barche di piccole dimensioni, di tre metri. Tappe certe saranno Desenzano, il Lago di Caldonazzo, La Spezia, Savona e Trieste. Si tratta di corsi di quattro giorni di teoria e di pratica, con un costo di circa duecento euro a rimborso delle spese.
Lo “Spirito di Stella” si occupa comunque anche di terraferma, addirittura di montagna. Un’altra cosa per esempio che noi facciamo all’Alpe di Folgaria (Trento) è una scuola di sci che si chiama “Sci di passione”, attrezzata sia per disabilità visiva che disabilità motoria ma anche disabilità cognitiva, i maestri son tutti preparati, hanno l’attrezzatura specifica, le strutture sono senza barriere architettoniche a cominciare dai dieci parcheggi accessibili che ogni mattina sono puliti: quindi una persona in autonomia può salire, viene data assistenza da quando scende dalla macchina con la sedia a rotelle, fa la lezione come tutti gli altri pagandola lo stesso prezzo, ma l’attrezzatura che è abbastanza costosa viene fornita gratuitamente; se poi c’è la necessità di avere due maestri si danno due maestri sempre al prezzo di uno inoltre facciamo un progetto che si chiama “Colorcom 4 all” che permette a circa cinquanta persone ogni anno di fare una giornata sugli sci in forma gratuita. Tra l’altro in Folgaria, grazie alla presenza di dieci baite senza barriere architettoniche e alla donazione di dieci sedie a rotelle, una persona disabile può partire da una delle sette località che ci sono, fermarsi in una qualsiasi di queste baite, trasferirsi in una sedia a rotelle, entrare e andare in bagno, vivere la baita, mangiare…
Per mare o per terra credo che la cosa più importante sia far emergere delle situazioni di accessibilità, metterle a sistema e portarle a conoscenza degli utenti.

Rotellando con Fabrizio Marta
Io ho l’osteogenesi imperfetta, quindi una fragilità ossea che ho portato con me più o meno dall’adolescenza. In quel periodo in particolare sono stato allettato per parecchio tempo, a causa di molte fratture che accumulavo una dietro l’altra, verso i 17, 18 anni le fratture si sono un po’ placate, e forse anche a causa di questo periodo di immobilità forzata è scaturita in me la voglia di muovermi e mettermi alla prova. Il primo viaggio l’ho fatto a 26 anni in California, volevo fare un viaggio da solo per fare tutto come gli altri, potermi alzare alla mattina, uscire e prendere l’autobus, andare a fare la spesa, andare in un bar da solo, ecc. Come ben sapete in Italia è molto difficile muoversi in carrozzina, al di là delle barriere architettoniche si ha sempre bisogno di essere molto spesso accompagnati, si trova lo scalino, la pedana non funzionale… Questo ti costringe a fare sempre prima una mappatura, capire come arrivare in luogo e più in generale com’è tutto il tragitto, io ora ho la fortuna di guidare ma è parecchio complicato, anche se poi ci si abitua. Da ragazzo, quindi, volevo potermi sperimentare e capire fino a dove potevo arrivare.
Negli Stati Uniti ho trovato una buona situazione, si sa che è uno dei paesi più accessibili, mi svegliavo al mattino, prendevo l’autobus e andavo in giro senza particolari problemi, mi ha dato proprio la sensazione di una libertà che fino ad allora non avevo vissuto, da lì la viaggite, la malattia del viaggio come la chiamo io, con la voglia di ripartire subito. Ogni viaggio era una sfida, soprattutto all’inizio, per capire quanto potevo essere autonomo; ovviamente oltre alle barriere architettoniche ci sono delle altre componenti nello stare da solo, nei rapporti con le persone, nel conoscere le persone nuove ma stando da soli si impara anche a conoscersi meglio. Le scelte poi che ho fatto mi hanno permesso di non trovare grossi limiti viaggiando ancora soprattutto in Stati Uniti, Europa del Nord, Australia.
Spesso si fa fatica a vedere la normalità, c’è questa doppia valenza, si è visti o come supereroi o poveretti. Nei paesi anglosassoni c’è una cultura più ampia da questo punto di vista e ti senti più normale nel girare per strada, ti senti meno osservato, perché è inutile negarlo quando uno è diverso è assodato che venga guardato, a volte arriva quasi prima la carrozzina della persona. Le difficoltà ci sono ma tutto sta cambiando molto, anche in Italia, dove c’è un grande movimento, a un tratto quasi come se la disabilità andasse un po’ di moda, ma ben venga, basta che migliori il tutto e se ne esca. La parte più complessa ad oggi nella programmazione di un viaggio per me non è tanto trovare una struttura adatta, ormai le trovi, la parte più difficile se si viaggia da soli è capire se la città o la zona in cui si va è accessibile o meno.
Mi capita durante i miei viaggi all’estero di dover controllare tutto, che l’albergo sia vicino a una fermata accessibile, capire come la città è strutturata, alcune sono pianeggianti altre no, a Lisbona per intenderci non andrei mai da solo; con internet però e confrontando le tue esperienze e quelle delle altre persone è sicuramente più facile organizzarsi.
Quello che capita spesso in Italia è che quando fai notare che ci sono delle barriere ti viene spesso risposto: “tanto ti diamo una mano”. È un atteggiamento molto italiano, devi chiedere la cortesia a qualcuno anche quando magari vorresti fare da solo, vale soprattutto per i paesi piccoli, Nord e Sud non fa molta differenza. A volte ti senti trattato da poveretto ma credo che molto stia a noi disabili, siamo noi che dobbiamo far capire agli altri quali sono le esigenze, a volte siamo troppo pretenziosi, abbiamo delle esigenze particolari che dobbiamo far capire perché gli altri non possono conoscerle ed è normale che sia così.
Rotellando poi è un progetto che è nato nel 2012 sempre a causa della mia viaggite e per carattere, dopo un po’ ho bisogno di cambiare le cose, mi annoio e volevo raccontare un viaggio anche dal punto di vista fotografico e mediatico. Così, per gioco, ho scritto a una rivista che all’epoca leggevo abbastanza, Vanity Fair, una rivista con un’anima un po’ pop, che puoi leggere dalla parrucchiera, e volevo che fosse così perché credo che per parlare di disabilità bisogna togliersi dalle associazioni, dal pietismo e arrivare alle persone normali. Con il mio amico fotografo avevamo un progetto ambizioso, percorrere la Via della Seta, partire dall’Italia e arrivare in Cina, ho scritto allora al direttore Luca Bini su Facebook che mi ha risposto di non mollarlo e insistere, poi l’ho incontrato e per un discorso economico siamo passati da La Via della Seta al giro d’Italia (eccetto la Sardegna) in 40 giorni, che ho raccontato sul mio blog e i social.
Rotellando ora si occupa di viaggi per turismo, stranieri, regioni, nelle scuole, comunicazione e sensibilizzazione, sta prendendo altre forme di cui comunque il viaggio resta la parte prioritaria.
Il viaggio è infatti un argomento leggero e dall’altra parte ti dà la possibilità di parlare di certe sfaccettature della disabilità molto importanti. Credo nella sincronia delle cose, per questo per me è importante la presenza di un fotografo o un video maker, magari qualcuno vede la foto di un viaggio in Marocco e poi vede me in carrozzina, in questo modo si incuriosisce e impara qualcosa sia sul Marocco che sulla disabilità.  Mi piacerebbe poi fare anche progetti più legati all’arte, come dimostrano alcune miei ritratti sul blog.
Se devo andare indietro con la memoria e pensare agli episodi più belli… Beh, il viaggio in Italia è stato il primo vissuto come Rotellando, non era solo un viaggio turistico di racconto sull’accessibilità ma voleva soprattutto intercettare quelle storie che io chiamo “di normale disabilità”, di persone che sono in carrozzina ma vivono in maniera normale, persone che si muovono e lì ho avuto occasione di conoscere molte persone. In Sud Africa, che nonostante tutto ha una grossa cultura di accoglienza, colonizzato da Olandesi, Tedeschi, con l’apartheid fino a qualche anno fa, con le sue differenziazioni, ho avuto modo di andare in alcuni centri per disabili e io che lavoro ai servizi sociali sono rimasto molto colpito, è stato forte, ho visto molti bambini con disabilità, devo dirlo, buttati lì.
Le barriere architettoniche comunque sono sempre legate a quelle culturali e quando vado negli alberghi me ne accorgo. Adesso non si parla più di accessibilità ma di “ospitalità” ma non è tanto nel rendere accessibile un luogo che fai la differenza, è il luogo che deve mettersi nella prospettiva dell’altro. Nove volte su dieci quando vado negli alberghi che mi aspettano, conoscendo bene Rotellando, mi ritrovo gli asciugamani posizionati troppo in alto, lo stesso il doccino, o i tappeti in mezzo. Sono piccole attenzioni che mancano tanto, non per cattiveria ma perché non ci si mette dall’altra parte, tutti mi chiedono allora l’altezza precisa ma non serve un ingegnere, basta che ti siedi sul water e dove arrivi tu più o meno arrivo io. Manca l’approccio insomma. Qualche mese fa in un albergo in Toscana, c’erano in bagno dei maniglioni perfettamente a norma ma quando ero dentro, benché io sia piccolino, non ci entravo! I maniglioni l’avevano reso paradossalmente inaccessibile, era meglio non averli. Questo perché molti fanno le cose perché c’è una legge che ti dice di farlo ed anche questo è tipicamente italiano. Puoi mettermi anche in una suite ma se poi non posso neanche fare pipì preferisco una camera più semplice.
Alle persone con disabilità che vogliono cominciare a viaggiare consiglio di non avere paura, di non partire con un carico di preoccupazioni e ansie, quando uno viaggia che sia in carrozzina o a piedi non troverà mai tutto perfetto, occorre adeguarsi. E poi non bisogna avere vergogna e superare il fatto che il viaggio sia visto da chi ti circonda come una cosa in più, come qualcosa di non prioritario: “già sei conciato come sei conciato dove vuoi andare?”, è quello che mi dicevano nelle mie valli, da ragazzo, a Domodossola.
Per tutta risposta i miei prossimi viaggi con Rotellando saranno Israele, Germania e Irlanda.  Israele in particolare mi incuriosisce molto, ho scoperto che c’è una grossa sensibilizzazione sul tema dell’accessibilità e della disabilità in genere.

3. Sì viaggiare. Ma come? Associazioni, festival, esperienze e progetti inclusivi per viaggi alla portata di tutti

Parallelamente alla nostra esperienza laboratoriale abbiamo cercato di esplorare nuovi territori e allargare lo sguardo all’insieme delle proposte e delle professionalità che negli ultimi anni hanno lavorato alla creazione di occasioni di viaggio per persone con disabilità e non solo in Italia e all’estero, privilegiando la qualità degli itinerari, degli alloggi, della conoscenza reciproca e della convenienza economica.
Le realtà che stanno nascendo intorno al tema sono oggi sempre di più, complice forse una maggiore domanda ma anche il desiderio da parte delle persone con disabilità di reinventarsi e confrontarsi con nuove sfide, insieme alla voglia, talvolta, di trasformare la propria passione in mestiere.
Il Libro Bianco del Turismo, Accessibile è meglio. Primo libro sul Turismo per tutti in Italia, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Struttura di Missione per il Rilancio dell’Immagine dell’Italia in collaborazione con il Comitato per la Promozione e il Sostegno del Turismo Accessibile, pone inoltre lo sguardo su come l’evoluzione normativa può sollecitare il cambiamento culturale ed è stato considerato da molti strategico allo sviluppo di tendenze già in atto. Il libro, pubblicato in versione ipertestuale dall’Associazione Crescere di Bologna, si propone infatti diversi obiettivi, come sottolinea l’Assessore Piero Gnudi. Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport: “Istituendo il Comitato per la Promozione del Turismo Accessibile abbiamo inteso proprio questo: mettere in grado il nostro Paese di guardare a tutto il mercato turistico senza barriere, lavorando perché i vincoli ancora esistenti siano presto rimossi, le buone pratiche e la coscienza divengano realtà diffusa, la professionalità di milioni di operatori si arricchisca anche di queste attenzioni. Il libro bianco che qui presentiamo, il primo mai pubblicato in Italia, si prefigge proprio di dare conto a tutta l’opinione pubblica, oltre che agli addetti ai lavori, di quattro dati fondamentali: la dimensione di un mercato che deve essere colto sia per motivi di civiltà che per oggettiva convenienza, il percorso che il nostro Paese ha fatto e la strada che ha indicato anche agli altri, la capacità progettuale e metodologica che abbiamo sviluppato e infine le azioni concrete questi mesi di lavoro – brevi ma intensi – ci hanno consentito di compiere e di prefigurare. Nella prospettiva e nell’auspicio che il turismo accessibile sia parte integrante fondamentale del percorso di rilancio complessivo del settore che abbiamo già intrapreso e che potrà portare, in termini economici e culturali, grandi e importanti benefici al nostro Paese”.
Detto ciò sappiamo che resta sempre difficile, se non impossibile, impostare delle proposte completamente accessibili a tutti, le disabilità e le esigenze sono molteplici, così come variabile è per i singoli la possibilità di portare o meno con sé una persona di fiducia che possa farsi carico di spostamenti e assistenza, una discriminante importante che, ci hanno testimoniato i nostri colleghi con disabilità, può bloccare il desiderio di partenza sul nascere. Tuttavia le possibilità non mancano.
Alcuni gruppi come Concrete Onlus di Pavia si avvalgono di un nucleo di accompagnatori sempre precedentemente formati e preparati al confronto con eventuali viaggiatori con disabilità e in grado di fornire assistenza, altre, tra cui Associazione Strabordo, forniscono solo supporto logistico dall’andata al ritorno e privilegiano l’aspetto relazionale e lo standard qualitativo delle destinazioni e degli alloggi. Altre ancora garantiscono al pubblico interessato, attraverso verifica diretta in loco, un’informazione precisa su: misure, dimensioni e spazi, dando alle persone la possibilità di scegliere autonomamente la propria vacanza nella struttura che saprà soddisfare meglio le esigenze del singolo. È il caso di Village for All, di Ferrara.
Le proposte insomma sono per tutti i gusti e tutte le tasche. Da brave ricercatrici abbiamo così cercato di saperne di più.

“Il viaggio è una persona che cammina a braccia aperte”. Incontro con Valeria Poeta e Paola Benvenuti di Associazione Strabordo, Ancona
Questo racconto è frutto di una presentazione che nell’aprile 2014 l’Associazione Strabordo ha tenuto al Centro Documentazione Handicap di Bologna per gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio a seguito del laboratorio “Dove non sono stato mai. Il viaggio tra immaginario, attese e possibilità” a cura di Lucia Cominoli e di Emanuela Marasca.

Ciao a tutti, noi siamo Paola e Valeria, veniamo da Ancona, il capoluogo delle Marche e facciamo parte dell’Associazione Strabordo, che insieme alla nostra collega con disabilità Stefania abbiamo fondato nel 2008. Perché abbiamo scelto questo nome per la nostra Associazione? Per il prefisso “stra” che indica sempre qualcosa che va “fuori”, che è “extra”, che indica per lo più una condizione eccezionale ma anche una posizione esterna. Per noi significa andare oltre il bordo, oltre i confini geografici ma anche della nostra disabilità che a volte sembrerebbe costringerci ai margini ma non è così. Strabordo significa per noi “straordinari a bordo di un sogno”, quello appunto di partire e di viaggiare anche con le nostre peculiarità, partendo dal presupposto che la diversità è una fonte di ricchezza.
I nostri viaggi tuttavia non nascono espressamente per persone con disabilità ma partono dal punto di vista opposto. Sono viaggi che a tutti piacerebbe fare, alcuni dei quali toccano destinazioni lontane o i paesi del cosiddetto Terzo Mondo cui però possono partecipare anche persone con difficoltà motorie e/o cognitive.
La persona con disabilità cioè sa che ai nostri viaggi potrà accedere ma che dovrà confrontarsi con persone che potrebbero anche avere esigenze diverse dalle sue.
I nostri itinerari nascono infatti su aggregazione spontanea di persone, una volta stabilite le destinazioni riceviamo un certo numero di richieste per mail e per telefono in cui cerchiamo di creare dei gruppi il più possibile omogenei, informando molto bene prima le persone con disabilità sia sull’offerta sia su quello che troveranno in loco. Non mancano occasioni di conoscenza diretta, gli interessati possono venire a conoscerci presso la nostra sede e soprattutto ai nostri raduni annuali in cui ci confrontiamo con il pubblico presente sulle possibili mete, possibilità ed eventuali problematiche e richieste. Per il momento li abbiamo fatti solo nelle Marche ma è emersa l’esigenza di istituire dei “mini-raduni”, a cadenza fissa, in altre parti d’Italia.
Essendo una delle prime nel Paese la nostra esperienza ha avuto subito una certa risonanza, siamo finiti su Alle Falde del Kilimangiaro di Licia Colò, un’intervista di cui potrete vedere e ascoltare un estratto direttamente su Youtube, cosa che ci ha dato molta soddisfazione e la carica per continuare.
I nostri gruppi si compongono di dieci, quindici persone al massimo a destinazione. Siamo in contatto con agenzie e tour operator che operano nei luoghi prescelti. In generale offriamo tre tipologie di viaggio: stanziali, itineranti e all’estero.
Nel primo caso ci vuole un certo allenamento, le persone restano fuori tutto il giorno dalla mattina alla sera per sei-sette ore almeno. Quelli itineranti sono più lenti a livello di ritmo ma bisogna pur sempre considerare il cambio degli alberghi e quindi essere comunque flessibili al movimento.
All’estero invece si fa i conti con il cambiamento culturale e, anche se di solito ci avvaliamo di guide dall’aeroporto al percorso al rientro, bisogna essere aperti al fatto che quello che hai a casa lì non lo troverai o di sicuro non nelle stesse modalità. Viaggiare rimane però per noi un’occasione essenziale di apertura verso l’altro, di chi è diverso da noi e si possono creare dei momenti di inclusione a partire veramente dal niente. Ci torna sempre in mente un nostro viaggio in Namibia, in cui gli abitanti del posto ci hanno costruito una rampa improvvisata con la sabbia. Trovare soluzioni alternative è la regola, ci è successo a Mosca, a Londra e in Marocco ma è anche il bello dell’esperienza, soprattutto quando il gruppo è affiatato.
Per quanto riguarda l’aspetto economico dobbiamo ammettere di essere più cari di altre realtà perché il nostro non è prettamente turismo solidale e quell’aspetto viene completamente gestito dalle nostre agenzie di riferimento. Gli alberghi, anche per le esigenze che abbiamo, possono essere, soprattutto all’estero, anche a quattro o cinque stelle, a volte perché è l’unica scelta possibile altre perché viene richiesto dai partecipanti. Quello che ci premuriamo sempre di garantire sono i trasporti gratuiti in loco, dai pullman, ai job ai quoad motorizzati come ci è accaduto a Barcellona.
A ciò va aggiunto che se la persona disabile ha bisogno di assistenza deve portare con sé un amico, un parente o un conoscente che diventerà parte integrante del gruppo, noi non disponiamo di volontari. Questa è una mancanza che ci viene spesso mossa a critica e su cui stiamo lavorando per capire come migliorarci. Quello che possiamo garantire però è che le relazioni che nascono all’interno dei nostri viaggi proseguono una volta al rientro e che per le persone con disabilità restano, a detta di tutti, una bellissima occasione di scambio, di nascita di nuove amicizie e di conoscenze sempre interessanti che generano forza e autostima nelle persone grazie al piacere reciproco dello stare insieme.
Non sono mancate infine nell’ultimo periodo progettualità più estreme e sperimentali, nate su interesse di Valeria che è fisioterapista e che ci hanno portato fino in Bangladesh in un centro di ausili e protesi per insegnare proprio l’utilizzo degli ausili. È stata una bell’esperienza ma anche una lezione forte e inaspettata. Non dimenticheremo mai un bambino di circa sei anni che si muoveva velocissimo strisciando sulle braccia, senza quindi far uso delle gambe, che, una volta indossate le protesi ha perso il suo sorriso, che prima era davvero contagioso, perché se pur lo tenevano in piedi non gli permettevano più sgattaiolare nel mondo con la stessa rapidità. Un cambio di sguardo, di cultura, di prospettiva che ci ha rimesso profondamente in discussione. È quello che di solito accade quando si fa un bel viaggio, o no?

Viaggiare per ripensarsi in nuove prospettive di vita. Conversazione con Claudio Fontana, fondatore di Concrete Onlus, Pavia

Di che cosa si occupa la Cooperativa Concrete Onlus?
La nostra specialità è quella di organizzare viaggi internazionali per persone con disabilità soprattutto in outbound che vuol dire in uscita, Italiani che vanno all’estero; abbiamo avuto con noi anche qualche straniero ma i problemi di lingua per il momento non ci hanno fatto ancora decollare in questo settore. In Cooperativa siamo nove soci ma tutto nasce un po’ intorno alla mia esperienza, il pallino del viaggio l’ho sempre avuto, fin dal mio primo viaggio con persone disabili nel 1982 a Parigi, un viaggio pioneristico e pieno di imprevisti, in un periodo in cui, benché in Francia fossero più avanti di noi, non si parlava ancora molto di disabilità figuriamoci di accessibilità o di diritto al viaggiare e di avere turismo in questo senso.
Personalmente io ho sempre fatto viaggi amatoriali finché all’inizio del 2000 con una cooperativa precedente abbiamo cominciato a fare viaggi accessibili impostando un calendario annuale e con una finalità di margine economico. Diciamo che il primo che posso prendere ad esempio come viaggio realmente pensato per persone con disabilità è stato un viaggio negli Stati Uniti, nel 2003, con un camper gigantesco dove abbiamo dato a una persona che ora purtroppo non è più con noi l’occasione di fare davvero il viaggio più bello della sua vita, una soddisfazione che porterò sempre con me. Gli Stati Uniti sono ancora oggi tra le nostre destinazioni preferite, a fine maggio andremo a New York e in California.
Con Concrete Onlus facciamo un percorso inverso rispetto ad altre realtà, nel senso che di solito i tour operator si occupano di organizzare viaggi e poi di inserirvi la persona con disabilità, noi abbiamo fatto il contrario e siamo stati poi cooptati a fare viaggi per tutti, per cui ogni tanto abbiamo non disabili che vengono con noi.
Nel 2006, poi, siamo entrati in società con AlciItaly Tours, che si occupa di viaggi di lusso all inclusive, per privati, costruiti quindi sulle singole persone, con sede in Nuova Zelanda, dove ci avevano chiesto una prima assistenza per un personaggio della televisione americana italo americano a seguito di una mia precedente proposta di collaborazione. Da lì, dopo aver partecipato a un loro viaggio, siamo diventati soci, ci siamo dati delle qualifiche, io, per esempio, sono diventato accompagnatore turistico, e così ormai facciamo almeno sette e più viaggi all’anno con loro. Questo è un contesto privilegiato, è chiaro, ma ci permette anche di fare le cose molto bene. C’è chi si avventura con noi in viaggio anche a 87 anni!
Detto ciò i viaggi Concrete, la nostra proposta consueta, sono decisamente più accessibili a tutti, anche dal punto di vista economico.

Come scegliete le vostre destinazioni?
Abbiamo un calendario un po’ provocatorio sul nostro sito (www.concreteonlus.org) dove inseriamo luoghi dove siamo già stati e le proposte dei clienti.
Tutto nasce infatti dagli input delle persone che partecipano ai nostri viaggi. Penso in questo senso per esempio a Gabriele, un ragazzo di fuori Minerbio (BO) che ha cominciato a viaggiare con noi in Galles e dopo due anni di stasi ha proposto quest’anno di tornare finalmente in Inghilterra.
Sulla base delle esigenze dei singoli quindi facciamo delle proposte condivise che poi proponiamo per mailing list o sul sito.
Il sistema è poi mutuato dai viaggi normali, oggi c’è un problema nella gestione dei numeri di persone, il viaggiatore singolo è spesso un problema perché una camera singola costa quasi come una doppia. I numeri dispari creano insomma problemi, anche per questo motivo cerchiamo sempre di viaggiare in gruppi di 8 persone massimo. I nostri viaggi sono quindi pensati a coppie, un disabile e un accompagnatore, se il disabile ha l’accompagnatore benissimo, altrimenti se dobbiamo fornirlo noi, scegliamo tra i nostri 15 dipendenti o da una rosa di viaggiatori volontari che valutiamo se sono idonei o meno con una formazione precedente e infine li accoppiamo. L’accompagnatore viene alla pari, pagando ovvero tutto come il disabile ma viene fornito da noi gratuitamente.
Qualcuno ci dice che il costo è caro ma dipende dalle tasche, viaggio con autista, trasporto ristorante, di fatto è tutto incluso, restano fuori solo le spese personali e le entrate alle location, come i musei, anche perché non sappiamo mai prima esattamente dove andremo, le persone che vengono in viaggio con noi ormai si conoscono già e così possono permettersi di decidere il giorno prima cosa fare direttamente con il capo gruppo, lo fanno sul momento e sulla base di quello che vogliono.
L’accompagnatore, infine, questo è importante, deve essere prima di tutto un viaggiatore, a prescindere dal resto, poi scoprirà con noi se già non lo sa come relazionarsi con la persona disabile e come gestirla, noi abbiamo disabili molto gravi, alcuni non muovono neanche la testa ma hanno sempre fatto bellissimi viaggi.

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e cosa invece segnaleresti come positivo?
Gli ingredienti di un viaggio internazionale sono quattro o cinque, il primo è il volo, è ridicolo come nel 2016 con tutta la tecnologia che c’è la bionica non abbia fatto nessun salto in avanti. Ogni volta dobbiamo fare salti mortali per prendere l’aereo e arrivare a sederci al nostro posto quando basterebbe poco, come una sedia estraibile. Molte volte va a finire che se una persona è di un certo peso e non cammina non è detto che possa addirittura prenderlo l’aereo. Ci è successo da Pescara a Londra, è stato un dramma, un ragazzo con distrofia che era con noi è stato costretto a stare rannicchiato con le ginocchia contro il sedile davanti per tutto il tempo del viaggio. Altro problema sono i mezzi attrezzati, noi ci occupiamo anche di trasporti, stiamo cercando di qualificarci anche in questo senso. Tranne in Inghilterra dove c’è una grande tradizione con mezzi molto pratici, in altri luoghi ci sono spesso problemi, anche in America per esempio ci sono monovolumi ma ci puoi mettere solo una persona, in Italia poi ci dobbiamo spesso arrangiare. Non ultimo, tra tutti gli scogli, ci sono gli alberghi. Pur essendo affiliati a Booking.com con cui facciamo le prenotazioni ci rendiamo infatti conto che la raccolta di informazioni è malfatta, i letti e la doccia a pavimento sono spesso un problema. Sappiamo anche però che tutto il mondo non ruota intorno ai disabili, se ci intestardiamo per esempio ad andare in un ristorantino molto piccolo dove poi finiremmo per occupare tutto, sappiamo anche che alla fine rimarremo nel locale da soli.
Se devo pensare a un’esperienza positiva, beh… Il ricordo va subito a Daniele, un ragazzo di Piacenza con distrofia muscolare grave. Quando l’ho conosciuto Daniele era un ragazzo giovane che è sempre stato in famiglia, finché alla maturità non gli viene concesso un viaggio premio, dove scopre, confrontandosi con gli altri, tra operatori e disabili, che esiste un modo diverso di vivere la disabilità, così è andato a Parma dove si è iscritto all’Università, in un campus che storicamente fornisce un buon supporto. In realtà Daniele non aveva voglia di studiare ma sapeva che non voleva stare a casa e che quella era la sua occasione. In due anni non ha dato un esame e non è più tornato a casa, ha già cambiato un paio di appartamenti e vive da solo con una badante, ad oggi ha anche recuperato il rapporto con i genitori con cui si era creata una tensione pazzesca. Ecco il viaggio in questo caso è stata una bellissima occasione per crescere e ripensarsi in nuove prospettive di vita.

Cosa consiglieresti quindi a una persona con una disabilità che vuole partire ma ha paura di chiedere il permesso ai suoi familiari?
Pensarci per tempo, trovare persone con cui confrontarsi e a cui fare domande, tra cui altre persone disabili. I tempi sono molto personali ma sei mesi prima è secondo noi un tempo ragionevole per conoscersi, confrontarsi e conoscere l’accompagnatore di riferimento. Prima di partire con la persona disabile noi vogliamo sempre vederla e incontrarla, dobbiamo capire chi veramente è, quali sono le sue perplessità, questo si fa via mail, via skype ma al meglio con una visita a casa di due ore.
Non c’è un posto, a mio parere, dove un disabile non possa andare. Consiglio però di farlo in gruppo. Il viaggio è più bello quando è fatto anche con altre persone.

Un timbro, una garanzia. L’accessibilità su misura dell’Azienda Village 4all, Ferrara
Che l’Azienda Village 4all ponga un’attenzione seria e concreta all’accessibilità lo si vede già dal sito (www.villageforall.net), dove è possibile ascoltare l’audio dei testi e delle informazioni pubblicate su ogni pagina.
Numerosi sono i premi e i riconoscimenti che l’Azienda ha vinto nel corso degli anni in Italia e all’estero grazie al suo ormai noto “marchio di qualità”, più propriamente definito “Marchio di Qualità Internazionale Ospitalità Accessibile”. Le strutture turistiche che lo possiedono possono infatti vantare i giusti requisiti di accessibilità e trasformarsi in riferimenti utili per i viaggiatori con disabilità che potranno così confrontarsi direttamente con il personale di Village 4all per essere accompagnati nella costruzione del proprio viaggio su misura, dalla logistica, all’assistenza al prezzo.
Il marchio, benché non funga da patente, è comunque un buon biglietto da visita perché significa che la struttura è stata consigliata dopo una diretta rilevazione sul campo.
Per dare il marchio l’azienda opera una rilevazione secondo criteri riconosciuti dalle associazioni e leggiamo/ascoltiamo: “Al termine della rilevazione viene consegnato alla azienda un elenco di possibili migliorie dei punti critici rilevati durante l’audit. Questo documento svolge una funzione di promemoria per sviluppare e incrementare una migliore accessibilità della struttura, secondo il metodo di miglioramento continuo rappresentato dal “PDCA” (plan–do–check–act)”.
L’Azienda ferrarese è quindi un network di riferimento importante a livello nazionale e non solo sia per le strutture ospitanti che per i loro potenziali clienti in termini di mediazione, informazione, affidabilità e sicurezza.
Roberto Vitali, il presidente di Village 4All, ci spiega che “gli operatori turistici devono capire che l’accessibilità delle loro strutture non passa per il tipo di disabilità dei clienti, in un campeggio per esempio, è davvero di poco conto. L’accessibilità passa piuttosto dall’ascolto che la struttura rivolge alle esigenze del cliente, noi, in questo senso li aiutiamo a comunicare nella maniera giusta e a dare informazioni nella maniera corretta, così da garantire a tutti la possibilità di scegliere la vacanza più adeguata alle proprie esigenze. Oggi il marchio vede circa cinquanta strutture in Italia, due in Croazia ma sono numeri in crescita vertiginosa. In Veneto abbiamo vinto una gara d’appalto per recensire oltre 400 strutture turistiche e abbiamo ricevuto due riconoscimenti dall’Organizzazione Mondiale del Turismo per aver creato il brand V4A e quindi l’idea dell’impresa e il 4A Inside, il sistema con cui raccogliamo le informazioni che non è nient’altro che l’applicazione di un software”.
L’approccio di Village4All, lo dice il nome, conserva una caratteristica per noi importante, che ci ha insegnato il prof. Riziero Zucchi, caro amico del nostro collega Claudio Imprudente, uno dei fondatori del Centro Documentazione Handicap di Bologna. Ciò a cui ci riferiamo è quella che Zucchi ha definito “la pedagogia del villaggio”. Intorno a una persona con disabilità non si muove mai una persona sola ma un villaggio fatto di famiglia, referenti Asl, educatori, colleghi, medici, psicologi, amici, accompagnatori. Tutti loro concorrono in un modo o nell’altro alla vita della persona ed è bene che lo facciano in maniera condivisa.
Village4All ci sembra procedere proprio in quest’ottica, accompagnando il disabile e chi è con lui nella personalizzazione di un viaggio che assecondi i suoi desideri ma che lo ponga anche in dialogo consapevole con tutta la macchina organizzativa con cui si troverà a confrontarsi, un marchio ma anche un villaggio che si muove insieme.

 Bussola n. 3.  Direzione Est
A spasso con Darinka. Botta e risposta con Darinka Montico, camminatrice

 Come definiresti la parola “viaggio”?
La parola viaggio per me è accettare la possibilità che ci possano essere persone che non vivono come te ma che lo fanno in un modo personale e che questo modo può essere anche molto diverso dal tuo. Purtroppo siamo abituati a vivere in un mondo pieno di pregiudizi dove quello che è considerato normale dalla maggior parte della gente non è necessariamente un normale oggettivo, è quello che si è imposto come normalità ma bisognerebbe riuscire a uscire da queste categorizzazioni. Viaggiare è un ottimo modo per farlo, scoprendo che ci sono persone che vivono in modo completamente diverso dal nostro. A volte basterebbe semplicemente aprire un po’ la mente, anche a casa nostra.

Cosa ti ha spinto a intraprendere i tuoi percorsi a piedi?
Sono sempre stata una persona lenta, in generale, la ragazza che consegnava per ultima il compito in classe e a cui la maestra gridava ogni dieci minuti di non guardare fuori dalla finestra, di stare con i piedi per terra, che il tempo è denaro e via dicendo… Poi ho pensato che beh, se il tempo è davvero denaro e io sono tanto lenta allora probabilmente sono anche molto ricca visto che riesco sempre a utilizzarlo in un modo diverso!  Così ho pensato di tornare in Italia, dopo sedici anni all’estero dove avevo accettato i lavori più disparati, e di fare un viaggio nel modo più mio possibile, nel modo quindi più lento possibile e ho scelto di camminare, nonostante non fossi allenata e non l’avessi mai fatto prima dell’anno scorso.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi del camminare?
Svantaggi sinceramente non ne trovo eccetto forse alcune questioni pratiche come il fatto che, per dormire, se non hai una tenda con te devi sempre trovare un centro abitato, ma non lo ritengo niente di fondamentale.
Vantaggi invece ce ne sono un miliardo, camminare stimola un sacco di endorfine, ti senti benissimo fisicamente e piena di energia, lo stesso a livello emotivo, camminare stimola moltissimo il pensare. Il mio libro, Walkabout. L’Italia, a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni (Edizioni dei Cammini), l’ho scritto così, mentre camminavo. In questo modo hai tempo per fare da sola, per concentrarti su di te e la natura, per sincronizzare il tuo respiro con quello del mondo e vedere cosa ne viene fuori. Un modo per concentrarsi, ecco, una forma di meditazione.
Ora mi trovo a Ustica dove sto scrivendo il mio nuovo libro, Un’isola in 8 km, dove però, facendo tutti i giorni il giro dell’isola non riesco molto a scrivere!

In base a che cosa scegli i tuoi itinerari?
Completamente a caso, devo essere onesta. Nel percorso dell’anno scorso dalla Sicilia al Piemonte ho fatto 3000 km perché sono andata a zig zag in base alle persone che incontravo sul mio cammino, amici o parenti che mi hanno ospitata e a volte mi sono anche ritrovata sulla 106 in Calabria, il che è stato molto duro ma volevo vedere anche quel tipo di realtà. Dipende sempre perché lo fai, io non volevo vincere un premio, né fare una maratona né una gara con nessuno, l’ho fatto per me e conoscere il mio paese, erano sedici anni che mi trovavo fuori, viaggiando moltissimo all’estero cogliendo ogni occasione di lavoro che mi si presentava. Mi sono lasciata così trasportare dal caso, anche se ho smesso di crederci perché ogni cosa che ti succede dopo vieni a capire perché ti è successa. Io mi sono lasciata guidare da ciò che chiamo dio ma forse questo è più un mio gergo personale, non intendo propriamente quello religioso.

Meglio viaggiare da soli o in gruppo? Come ti accolgono le persone che incontri durante i tuoi percorsi?
Nel viaggio dell’anno scorso c’era un buon equilibrio perché di giorno camminavo da sola e poi la sera quando arrivavo mi facevo ospitare da chi trovavo, riuscivo a passare il tempo che mi serviva per me stessa e al contempo con le persone che incontravo.
Io preferisco viaggiare da sola per concentrarmi meglio su quello che vedo e sulle persone che incontro piuttosto che sul compagno di viaggio, diventerebbe più uno stress, bisogna andare allo stesso ritmo, se conosco una persona che mi piace e voglio fermarmi due sere in un paese a bere dovrei poi essere sicura che a chi è con me possano andare bene anche questo tipo di scelte… lo ammetto, non ho la pazienza per viaggiare in compagnia…

C’è un luogo o un incontro o un episodio che durante il viaggio ha cambiato il tuo modo di osservare?
Tantissimi. Ne parlo nel mio libro, Walkabout. L’Italia, a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni (Edizioni dei Cammini), ogni incontro mi ha dato qualcosa. Uno dei più belli che ho fatto ultimamente non ha cambiato il mio modo di viaggiare, ha semplicemente portato a un altro livello qualcosa che mi sembrava di aver capito, che cioè le persone sono fondamentalmente buone. Ho conosciuto un ragazzo non vedente, Alessandro Bordini, di Nogara, un paesino in provincia di Verona, un ragazzo che si è fatto il giro del mondo da solo, con il suo bastone, nel momento in cui ha capito che era in grado di spostarsi da solo. Ha visitato più di novanta paesi nell’arco di un anno e mezzo e se io viaggiavo da sola e senza soldi lui lo ha fatto persino senza vedere confermando la mia stessa tesi: quando si è trovato in un momento di difficoltà, come nei bassifondi di Caracas in cui non sapeva dove si trovasse, gli hanno dato una mano prima che un potenziale malintenzionato potesse avvicinarsi. Entrambi abbiamo trovato in viaggio persone che si sono prese cura di noi. Un bello spunto per farsi influenzare un po’ meno dai telegiornali, aprire le porte e conoscere le persone.

La scrittura è parte integrante della tua esperienza di viaggiatrice: dove annoti e raccogli i tuoi appunti di viaggio? Preferisci farlo al ritorno o durante le soste?
Scrivo proprio mentre cammino su quaderni o ipad, sui treni, lo faccio sempre durante, quando ho tutto in testa, dopo perderei qualcosa. Quest’anno ero in bici ed è stato un casino, registravo la mia voce sull’iphone e poi mi mettevo a scrivere non appena arrivavo da qualche parte!

Che cosa consiglieresti a una persona che desidera intraprendere un viaggio in solitaria ma ha paura?
Consiglierei di farlo subito perché se no non lo fai più, e soprattutto di non fare troppi programmi, se non fai programmi non puoi sbagliare, poi, chissà, da cosa nasce cosa…

2. “Dove non sono stato mai. Il viaggio tra immaginario, attese e possibilità”. Diario di un laboratorio a cura di Progetto Calamaio

Fare i conti con la propria ferita, dunque. Così per tutto, il mare e la montagna, il mio mondo stabile e quello fuori che muta, i miei valori e le conseguenze di questi sul mondo, la mia membrana, cioè il mio passo, la mia falcata, il mio viaggio, interno o esterno non importa, la mia misura di volta in volta da calibrare.
(Antonio Pascale, Non è per cattiveria)


Prima tappa/“Il soffio e i sette sensi del viaggio”
Che cosa significa la parola viaggio? Quali sono i desideri, gli immaginari e le aspettative che ad esso leghiamo? Perché vale o non vale la pena partire? Siamo capaci di deciderlo da soli? Cos’è quello strano soffio, quell’aria che improvvisamente cambia giro che ci spinge a metterci in moto? E soprattutto, dove ci condurrà?
Domande, domande e ancora domande. Il diario di viaggio che ha scandito le tappe del nostro percorso parte proprio da qui, da un grumo irrisolto di desideri ancora aperti, a volte liberi di esprimersi ma bloccati dalle contingenze, altre volte dalla paura di mettersi in gioco.
Gli animatori con disabilità e i giovani volontari che ne sono stati protagonisti hanno in questo senso portato con sé un vissuto di esperienze estremamente diversificato, per età, cultura, carattere e dinamiche familiari. Anche il tipo di disabilità dei destinatari, da chi negli anni si è trovato a confrontarsi con difficoltà motorie crescenti e a chi invece da sempre convive con disabilità multiple e cognitive gravi, ha naturalmente condizionato il proprio modo di relazionarsi con il tema del viaggio fin dal principio.
Eppure, quando ci troviamo a fare i conti con quel che ci piace e quel che ci manca, le esigenze di fondo sono davvero per tutti le stesse e anche quelle emozioni che non riusciamo a verbalizzare spingono subito forti per farsi sentire.
Riconoscerle e ascoltarle è stato così il primo passo per arrivare a comprendere più chiaramente che cosa chiediamo al viaggio, accendendo insieme i sensi e lasciandoci andare ai suoni, agli odori, alle lingue di paesi lontani, bendandoci gli occhi e liberando quelle parti del corpo che utilizziamo di meno, come per esempio i piedi, che se non usiamo per alzarci e camminare restano pur sempre la nostra base. Viaggiare, abbiamo scoperto, è una forma di risveglio e comincia a partire dai sensi, che possono essere cinque, sei o forse anche di più. C’è infatti qualcuno, come lo psicoterapeuta e viaggiatore Andrea Bocconi, che sostiene che i sensi del viaggio siano addirittura sette: vedere, avere tatto, il gusto, odori, profumi e puzze, udire voci, il sesto senso e il sesso.
Solo facendo esperienza dell’immaginario e delle sue rappresentazioni sarà dunque possibile renderlo vivo per poi decidere dove farci condurre e arrivare a scegliere la nostra destinazione. Abbandonarsi per risvegliarsi. Perché è qui che “la parola diventa suono, una specie di sottofondo ai nostri pensieri, ed è bello magari sedere in gruppo e non avere nessun obbligo di capire e di dire, immersi in una marmellata di suoni”.
Via le scarpe e i calzini dunque, si parte!

Scheda tecnica (titolo interno al paragrafo)
Partecipanti:
8 animatori con disabilità
2 educatori
3 volontari
Durata:
2 ore circa
1 h e 30 minuti di attività
30 minuti di condivisione
Luogo:
ampia stanza
Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza dei propri gusti, desideri e curiosità legati al tema del viaggio e alla scelta autonoma di un’eventuale destinazione
Obiettivi specifici:
– ascolto delle proprie emozioni attivate dalla stimolazione sensoriale di agenti esterni
– verbalizzazione dell’emozione e primo confronto con un’ipotesi concreta di partenza
Attività
1) Cosa chiedere ai partecipanti prima dell’incontro: piedi puliti, chi vuole potrà togliersi calze e scarpe.
2) Entrata e percorso sensoriale: i partecipanti vengono bendati fuori dalla sala per poi essere fatti entrare, lentamente, uno a uno, e disposti in silenzio in ordine sparso nello spazio.
Una volta all’interno della sala (a chi lo concederà) verranno tolte calze e scarpe.
Parte la musica con i suoni dal mondo: rumori, musiche che evocano diversi tipi di paesi e atmosfere.
Mentre sono in ascolto i conduttori passano intorno e sui partecipanti con ventagli, piume, il bastone della pioggia, elementi naturali come acqua, sassi, erba, terra su cui poggiare i piedi, spezie, conchiglie con il rumore del mare e altri oggetti utili che i destinatari potranno di volta in volta odorare e toccare o solo intuire.
Ad ogni musica o suono abbiniamo un oggetto o una materia, per esempio:

  • Rumore d’acqua e rumori del mare: acqua, conchiglie, bastone della pioggia
  • Musica africana: terra
  • Celtico tradizionale: erba
  • Canto arabo: spezie
  • Musica brasiliana: ventaglio
  • Musica giapponese: piume
  • Jazz: spostamenti, gente che passa, richiamo alla folla in movimento
  • Musica balcanica: si sfrenano le carrozzine, parte un battito di mani, gioco, si fanno ruotare le carrozzine
  • Musica napoletana: battito di mani
  • Musica veneta: ai partecipanti viene lasciato un sasso in mano

Al termine della musica si tolgono le bende e ci si dispone in cerchio. Si chiede ai partecipanti che cosa hanno provato e che cosa hanno associato al sasso che hanno stretto. Si spiega loro che nei quattro incontri di laboratorio partiremo insieme per un viaggio in cui dovranno portarsi sempre dietro il loro “diario di viaggio”, che ora viene consegnato.
3) In poche parole: si chiede ora ai partecipanti di definire in cinque parole la loro idea di viaggio.
“Viaggiare è…” , le parole verranno scritte su una targhetta, inserite nella tasca del loro diario.
Lettura finale di una poesia contenente il refrain “Viaggiare è…” che i partecipanti sono chiamati a completare a turno con le proprie parole.
4) Passaporto: i partecipanti devono ora organizzarsi per partire, scegliere la destinazione e un mezzo di trasporto. Per farlo ognuno di loro dovrà compilare il suo passaporto.
Ogni passaporto richiede:
Fototessera
Nome, cognome e data di nascita
Luogo e nazionalità
Il viaggio più bello che ho fatto è stato a…
Destinazione
Mezzo di trasporto
Stato d’animo di partenza
Tipologia di viaggio (vacanza, lavoro, missione speciale)
Con chi parto (da solo, accompagnato, in famiglia, in gruppo)
Tipo di bagaglio
Che cosa ci metto dentro
Aspettative
Per il momento i partecipanti non dovranno dichiarare agli altri cosa hanno scritto.
5) Consegna per la volta successiva: “porta un oggetto da cui non ti separi mai, neanche in viaggio. Ricorda di portare sempre con te il tuo passaporto e il tuo diario di viaggio!”.
Materiali:
bende
oggetti utili al percorso sensoriale (es: ventaglio, piume, conchiglie, spezie, maracas, bastone pioggia, cappello, acqua, sabbia, sassi, legno)
cd musiche dal mondo e rumori di elementi naturali
targhette
poesia
diario di viaggio
passaporto
Appunti di viaggio dei partecipanti
Danae: ero rilassata, ho riso molto e mi sono divertita molto. Sono stata attenta ai rumori e alla musica. Mi sono ritrovata a Rio ed è stato bello rivedere quel posto dove sono nata e dopo tanto tempo…
Mario: ho immaginato di stare in compagnia di una mia cara amica irlandese. Quando le musiche cambiavano restavo in attesa, per lo più ho immaginato di stare con lei e quando c’era l’acqua pensavo d’essere in piscina.
Giacomo: ho pensato che “se vado in acqua sono guarito di un bel pezzo”. Mi sentivo bene, in pace. Non ho immaginato posti o situazioni, ho sentito come se tutto fosse un grande massaggio.
Lorella: il mio sogno sarebbe quello di andare a New York una settimana. Partire senza mio padre, come ho fatto con la Sandra, una delle mie educatrici, è stato bellissimo. Le mie cinque parole sul viaggio? Entusiasmo, libertà, vacanza, divertimento, spensieratezza.
Seconda tappa/“La partenza”
Abbiamo viaggiato con la fantasia, imparato ad ascoltarci e finalmente capito dove ci piacerebbe andare. Bene e ora come fare? Che cosa ci serve per partire e raggiungere la nostra destinazione? Siamo autonomi o abbiamo bisogno di qualcuno per prepararci? È proprio necessario farlo?
Tutti noi, in un modo o nell’altro siamo stati protagonisti di un’esperienza di viaggio, sia pure un weekend o una gita di classe, in cui ciò che ci ricordiamo al ritorno è di solito quello che abbiamo fatto più che il come. Per chi ha disabilità motorie invece il pensiero del come precede qualsiasi messa in moto e diventa purtroppo la discriminante tra il fare e il non fare, tra il desiderio e la rinuncia.
La paura di farsi male e di non essere in grado di sopperire ai bisogni di prima necessità del proprio corpo è la preoccupazione principale di molti viaggiatori con disabilità. Il vero handicap, la vera difficoltà, non è tanto il superare o meno un ostacolo come i gradini di un monumento ma la fatica che ne deriva, fisica, a causa dello sforzo proprio e di eventuali accompagnatori, ed emotiva, nella riconferma palpabile di non poter fare le cose come gli altri, di rallentarli, o più spesso di restare con la sensazione di essersi persi qualcosa.
Per chi ha una disabilità cognitiva poi la faccenda si fa ancora più complessa, perché certe domande e consapevolezze non si pongono neanche, se non per via indiretta attraverso la mediazione di educatori, famigliari o assistenti sociali che così divengono i riferimenti e i custodi del come fare o non fare le cose. Eppure affrontare anche queste domande non è impossibile così come non lo è trasformare l’esperienza del viaggio e la sua preparazione in un’occasione di crescita e di sviluppo delle autonomie di ciascuno.
Noi abbiamo cominciato a farlo giocando, ponendoci tutti sullo stesso livello, complice un passaporto immaginario con cui i partecipanti si sono confrontati tra fantasia e realtà ponendoli di fronte ad alcune piccole decisioni pratiche, dalla scelta del mezzo di trasporto, alla preparazione dei bagagli fino alla prenotazione dell’alloggio.
Ne è derivata una discussione molto accesa dove la confusione non è mancata finché le ipotesi dei viaggiatori non sono state verificate in un check in improvvisato, al cospetto di due imbranate e implacabili hostess sotto forma di un vero e proprio role playing.  Tra risate, canti e gag improvvisate le conduttrici hanno così aiutato i partecipanti a partire per la propria destinazione, fino a scoprire quanto i desideri dei protagonisti potevano trovare un riscontro effettivo nella realtà e se le possibili strategie messe in atto risultavano o meno coerenti con la destinazione prescelta.
Più facile a farsi che a dirsi. Ecco come.
Scheda tecnica
Partecipanti:
8 animatori con disabilità
2 educatori
3 volontari
Durata:
2 ore circa
1 h e 30 minuti di attività
30 minuti di condivisione
Luogo:
ampia stanza
Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza dei propri limiti e risorse nella preparazione di un viaggio, dalla scelta della destinazione al come affrontarlo
Obiettivi specifici:
– sviluppare azioni e pensieri logicamente coerenti con la propria idea di partenza
– conoscere le tipologie e le funzioni di mezzi di trasporto, bagagli e possibilità di alloggio
Attività
1) Il bagaglio: la sala viene allestita con richiami ai mezzi di trasporto, al centro della sala, accatastati, tanti tipi di zaini, borse, beauty case, ecc. e vari tipi di cappelli, che richiamano diversi paesi del mondo.
Prima di cominciare i partecipanti compilano una valigia immaginaria in cui inseriranno sogni, oggetti, vezzi, difficoltà, ricordi, musiche, libri, ecc.
2) Arrivo al check in: i conduttori si travestono da personale aereo o da controllori e richiamano dentro il gruppo.
Comincia un gioco d’improvvisazione.
I partecipanti vengono fatti entrare e disposti a semicerchio mentre sullo sfondo si sentiranno annunci in lingue diverse, rumori di navi, aerei, treni.
In base alla loro destinazione i partecipanti scelgono uno a uno un cappello e il proprio bagaglio e qui inseriscono l’oggetto che hanno portato.
Ognuno porta il proprio bagaglio al tavolino per pesarlo e i conduttori fanno alcune domande fingendosi il personale addetto al controllo. Si gioca e si legge il passaporto, si controlla che il bagaglio sia coerente con il tipo di destinazione, si osserva la carrozzina, le lingue parlate, che cosa manca, con chi si parte, il tipo di alloggio, i soldi. Alla fine fototessera finale, timbro sul passaporto e via libera!
3) Consegna per la volta successiva: portare diario e passaporto.
Materiali:
richiami ai mezzi di trasporto (frecce, segnali vari, ruote)
cappelli
due tavoli
zaini e borse
timbri
Appunti di viaggio dei partecipanti
Francesca: la partenza è stata simile a quella reale, per le emozioni che mi ha suscitato. Quella reale però suscita più paura. Partire da soli è molto diverso, c’è il problema della lingua e il fatto che da solo non sai bene come relazionarti agli altri, non sai come vengono trattati i disabili negli altri paesi. Io ho trovato difficoltà a organizzare il viaggio da sola. Non so neanche bene dove siano i posti, pensavo di poter andare in Kenya in macchina e ho dovuto realizzare che non si può. Non ho bene idea delle distanze, anche qui in Italia io non saprei dire quanto è distante. Non ho neanche la concezione dei soldi, non so quanto si spende, non ne ho idea.
Ermanno: ci vuole un interprete che conosca la lingua. Prima dell’incidente potevo andare in moto da solo, adesso no, ho bisogno di qualcuno che mi accompagni.
Diego: io ho paura del dopo che sono lì, a chi chiedo aiuto? Ci vuole chi ti accompagni e che sia una persona fidata. Il fuso orario poi è importante, bisogna sapere che ora è nel posto dove arrivi.

Terza tappa/“A destinazione”
Una volta arrivati a destinazione, che cosa c’è di bello da vedere? Che cosa abbiamo voglia di fare ma non siamo in grado di farlo, o al contrario quali sono le possibilità per godersi un viaggio che sulla carrozzina non avevamo neanche immaginato?
La maggior parte dei viaggi per persone con disabilità cognitiva e/o motoria sono pensati come viaggi di gruppo organizzati, dove la scaletta giornaliera è di volta in volta stabilita da un coordinatore a capo del gruppo di accompagnatori che spesso devono far fronte a esigenze molto eterogenee: assistenza alla persona, trasporto, cibo, pulizia, somministrazione di eventuali medicinali e non ultimo, regalare momenti di svago e animazione. Nonostante gli sforzi infatti il divertimento in questi contesti non manca mai e le attività vengono in genere pensate per offrire diversi tipi di esperienze, dalla visita al museo al concerto e al pub, dal ristorante alla discoteca oltre che percorsi mirati in siti di interesse storico-artistico e naturalistico.
Ci siamo chieste però quanto i nostri colleghi con disabilità, sempre felici di parteciparvi, fossero consapevoli dell’offerta e che cosa invece avrebbero fatto se fossero stati completamente liberi nel gestire il proprio soggiorno nella destinazione prescelta, se avrebbero immaginato o meno un’alternativa diversa.
Ancora una volta il confronto tra desideri, limiti e risorse ci ha portati a riflettere sulla concretezza delle azioni e sulla loro fattibilità, a chiederci quanto siamo presenti a noi stessi e al mondo che ci circonda e se il nostro cammino è sempre indirizzato o trascinato da qualcun altro.
Esercitarsi a osservare i luoghi che ci piacciono, conservare il ricordo di ciò che ha attratto l’attenzione dei sensi, ripercorrere che cosa in genere si fa durante un viaggio, fino a immaginare da soli che cosa fare nel proprio sono piccoli esercizi di crescita che possono permettere alla persona con disabilità cognitiva di aprire un confronto più paritario con chi di norma cura questi aspetti della sua vita.
Fare attenzione, cogliere il particolare per imparare a esplorare, conoscere e proporsi, a noi stessi, agli altri e a tutto quel che c’è intorno.
Può farlo chiunque, a tutte le età. Basta armarsi di carta, penna, colla e di una bella mappa!
Scheda tecnica (titolo interno al paragrafo)
Partecipanti:
8 animatori con disabilità
2 educatori
3 volontari
Durata:
2 ore circa
1 h e 30 minuti di attività
30 minuti di condivisione
Luogo:
ampia stanza
Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza dei propri gusti e della propria capacità di scelta
Obiettivi specifici:
selezionare attività ricreative, di piacere, svago e/o scoperta coerenti con i propri gusti, limiti e risorse e con le caratteristiche della destinazione scelta
– esplorare nuove possibilità di movimento sulla carrozzina
Attività
1) Sala allestita con mappe, cartine, guide turistiche e dizionari. I partecipanti sono disposti in semicerchio. Al centro, schermo/proiettore.
2) In loco: la missione è esplorare i luoghi che abbiamo scelto come destinazione.
Ogni partecipante va al centro, in modo che possa vedere al meglio, si chiede dove è diretto, e viene proiettato per lui uno spezzone di 2-3 minuti circa il luogo scelto. Dovranno stare attenti a captare tutto quello che sentono e vedono.
È veramente quello che si aspettavano? Quali difficoltà può incontrare una persona con disabilità in quel luogo?
3) Mappa immaginaria personalizzata: viene creata una mappa immaginaria per ognuno, in cui i partecipanti potranno inserire: “qui ho sentito dire che”, “qui ho visto”, “qui ho scoperto”, “qui ho incontrato”, “il monumento”, “qui ho mangiato”, “qui ho fatto”, ecc.
4) Cartolina: vengono consegnate delle cartoline. Ognuno sceglie a chi mandare la propria cartolina, il francobollo e che cosa scrivere.
5) Tutto viene inserito nel proprio diario di viaggio.
Materiali:
cartine
mappe
guide turistiche
dizionari
video
Appunti di viaggio dei partecipanti
Barbara: destinazione Giappone. Ho scelto dei buoni per entrare alla visita guidata al Sensoji Temple e un ingresso al Shinjuku Gyoen National Garden. Aggiungo anche un ingresso al Robot Restaurant che offre attrattive di luci, colori, musica, storie strane intorno ai robot e cibo giapponese. Sulla mia mappa ci sono i bambini che giocano a rincorrersi sotto i ciliegi in fiore, le coloratissime Geishe che danzano nelle stanze del tè, gli spettacoli e le animazioni al Museo Internazionale di Anime e Manga di Tokyo, Tokyo illuminata di notte. Penso alla pace interiore che ho provato nel tempio dove ho alloggiato.
Danae: destinazione Brasile. Ho scelto un ingresso al Centro Cultural Banco de Brasile, un giro in funivia a Pan di zucchero e un giro in fuoristrada nella foresta di Tijuca. Riguardo la mia mappa, e ricordo il verde delle foreste che ho visto dall’alto dell’aereo, la partita Brasile-Olanda che ho guardato allo stadio di San Paolo. Ho mangiato del pan di zucchero buonissimo in un campo. Quando ho visto la foresta di Tijuca in fuoristrada ho visto tanti animali: scimmie, leoni, tigri, pantere. Ricordo la sabbia che scottava quando andavo al mare, nel weekend.

Quarta tappa/“Dove, come, quando. Può davvero viaggiare una persona con disabilità?”
Una volta acquisita qualche consapevolezza in più è ora di mettersi al lavoro per partire.
“Dove lo trovo un accompagnatore?”, “vorrei viaggiare senza i miei genitori”, “vorrei fare un viaggio non solo con altre persone con disabilità”, “costa troppo”, “la mamma ha paura”, “voglio partire per trovare un fidanzato”, “è troppo lontano”, “non sono capace”, “mi dovete aiutare”.
Queste sono solo alcune delle voci che hanno girato attorno al tema della partenza quando abbiamo provato a tirare le fila del percorso e a rendere il nostro vagare una concreta possibilità. La maggior parte di noi, disabili e non, non era informata su quelle che oggi sono le numerose possibilità che ci sono sia per chi desidera cimentarsi in un viaggio avventuroso in Italia all’estero quanto per chi preferisce trascorrere una semplice vacanza sul mare in Riviera a suon di birrette.
Il primo scoglio da superare per arrivare a informarsi e costruirsi un viaggio su misura è senza dubbio la famiglia o chi fa da garante alla persona con disabilità. C’è chi non si fida, chi pensa che solo con sé il proprio figlio o figlia vivrà un’esperienza di qualità e non omologata, chi ritiene la persona con disabilità più immatura e sprovveduta di quello che è, chi si affida da anni alla stessa struttura e non cambia mai destinazione e chi non si pone neppure il problema, ritenendolo un in più. Tutte queste opposizioni non sono una violazione dei diritti umani o una privazione rivolta esclusivamente a chi ha una disabilità, sono atteggiamenti normali che appartengono a molte famiglie. Il guaio è che di solito siamo abituati a farci strada tra queste reticenze durante l’adolescenza. Per chi ha una disabilità cognitiva e motoria la condizione adolescenziale può però diventare eterna agli occhi di chi ci protegge, soprattutto se non siamo in grado di stabilire quali sono i confini e fin dove possiamo arrivare.
In questi casi diventa fondamentale una mediazione, un tramite che sia riconosciuto autorevole dal nucleo familiare. Servizi sociali e educatori possono fare a questo proposito moltissimo e aiutare le persone con disabilità che desiderano mettersi in viaggio a orientarsi nel vasto mondo di siti specializzati, guide, associazioni, onlus e agenzie che offrono viaggi per tutti i gusti e, non dimentichiamolo, per tutte le tasche.
Il denaro, così come lo è stato quando la cultura del viaggiare ha iniziato a diffondersi, è infatti ancora un forte ostacolo per chi vuole andare oltre alle proposte più vicine del territorio d’origine. Ad oggi gli operatori stanno cominciando a porsi il problema, magari includendo l’assistenza nei bisogni primari nel proprio pacchetto a parità di prezzo.
Un dialogo più assiduo tra chi si occupa di agevolare queste esperienze potrebbe sicuramente a nostro parere agevolare una crescita dell’offerta e una maggiore competitività.
Lo Sportello Informahandicap del Comune di San Lazzaro di Savena (BO) gestito dalla Cooperativa Accaparlante offre in città e in regione un valido punto di orientamento, utile ai disabili, alle famiglie, agli educatori e alle associazioni sui temi dell’accessibilità, mantenendo sempre monitorato ciò che si muove anche nel tempo libero.
Confrontarsi poi con viaggiatori con disabilità ha permesso a molti di noi di trovare il coraggio per porsi e fare domande, esprimere dubbi, trovare nuovi riferimenti. È successo nell’incontro con Paola Benvenuti, logopedista e viaggiatrice con disabilità, fondatrice dell’Associazione Strabordo di Ancona (www.strabordo.it) che ci ha raccontato come di volta in volta, in raduni annuali aperti al pubblico il gruppo sceglie le sue prossime destinazioni e di come la passione per il viaggio l’abbia aiutata a venire a patti con la propria disabilità.
Noi, per cominciare, abbiamo immaginato di far entrare i nostri colleghi con disabilità all’interno di un’agenzia viaggi e provare a leggere, consultare e toccare tutti i materiali a disposizione.
Non abbiamo esitato anche a intervistare Massimo Falcone, responsabile del citato sportello InformaHandicap, una delle nostre bussole, che potrete leggere alla fine di questo diario di bordo.

Scheda tecnica (titolo interno al paragrafo)
Partecipanti:
8 animatori con disabilità
2 educatori
3 volontari
Durata:
2 ore circa
1 h e 30 minuti di attività
30 minuti di condivisione
Luogo:
ampia stanza
Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza che viaggiare per chi ha una disabilità è possibile anche senza essere accompagnati dai propri famigliari e la necessità di informarsi
Obiettivi specifici:
progettare il proprio viaggio su misura grazie alla lettura di guide, siti e il confronto con sportelli e agenzie specializzate
Attività
Il diario, lo zaino, l’oggetto, i profumi, i suoni… Siamo tornati a casa con il nostro bagaglio di viaggio e ora la voglia di ripartire per nuove destinazioni è tanta… Come facciamo?
1) Sportello agenzia viaggi: che cosa vorremmo chiedere prima di partire? Ognuno prepara una domanda da fare allo sportello.
2) Racconti personali di chi, seppur disabile, un viaggio lo ha fatto e spazio alle domande/discussione.
3) Lettura di alcuni versi di Fernando Pessoa tratti da Poesie di Alvaro de Campos.
4) Regalo e ballo finale: le nostre foto con cappelli, occhiali da sole, ecc., pronti per la partenza e ballo sulle musiche utilizzate nel primo incontro.
Materiali:
guide turistiche, opuscoli, libri su varie destinazioni e racconti di viaggio
raccolta musiche dal mondo

“Avventure colorate”. Nuove autonomie raggiunte
“Avventure colorate”, così Tiziana Ronchetti, una dei nostri animatori con disabilità ha definito le conquiste e le piccole autonomie raggiunte da lei e dai suoi colleghi durante le proprie vacanze, a seguito del nostro percorso.
Alla fine del laboratorio infatti qualcuno ha avuto il coraggio di chiedere alla propria famiglia di fare un viaggio da solo e… lo ha fatto! Qualcun altro ha preparato per la prima volta la propria valigia, e non è mancato chi si è messo alla prova, perché in viaggio, si sa, si fanno a cose cui prima non si era mai pensato, e così durante una notte stellata con i piedi nell’acqua è successo che…

Il bagno di notte
di Tiziana Ronchetti

Ricordo che quella fatidica sera abbiamo mangiato le piadine sulla spiaggia e poi sono arrivate le dieci. È stato allo scoccare di quell’ora che Erion, il mio educatore, mi ha proposto di entrare in acqua. Appena ci sono entrata ho cominciato a nuotare. Mai l’avessi fatto! Siccome io abitualmente nuoto con la testa sott’acqua ho aperto gli occhi e l’acqua era così scura che non si vedeva niente… Mi ha impressionato! Quando ero sott’acqua ridevo, ma allo stesso tempo ero rigida come uno stecchino perché mi ero un po’ spaventata. Ho provato tantissime emozioni diverse, paura, panico ed euforia. Sarà per questo che ho continuato a ridere per un bel po’ e quando sono uscita e mi hanno rimessa sul job (la sedia da mare che chi ha una disabilità usa per entrare in acqua) ho abbracciato Erion e ho gridato: “Robe da pazzi, sono una pazza, sono una pazza!”. Il bagno di notte è una cosa che non si dimentica ed è stato come realizzare un sogno. Insieme a Erion c’era un altro dei miei educatori, Elia. Li ho guardati entrambi in faccia e ho detto loro che per me, da quel momento, avevano il nome di realizzatori di sogni.

Con il cellulare spento
di Diego Centinaro

È stata la prima estate in cui ho trascorso una vacanza completamente da solo, senza cioè i miei genitori. All’inizio ero molto spaventato, avevo paura che gli educatori e gli operatori del gruppo che non conoscevo non fossero in grado di occuparsi di me. In realtà prima di partire uno dei ragazzi del gruppo è venuto a conoscermi direttamente a casa e questo ha rassicurato molto sia me che la mia famiglia. Così sono partito per Igea Marina e ho chiesto a mia mamma di non chiamarmi per tutta la settimana, pur avendo il cellulare con me volevo essere io a scegliere quando chiamarla. Là è andato tutto bene e ho scoperto che anch’io posso conoscere persone nuove e simpatiche oltre agli educatori del Centro Documentazione Handicap e così avere una vita personale più mia. In spiaggia ho fatto per la prima volta il bagno. All’inizio ero teso ma ho usato il salvagente. Una sera sono stato anche in un disco-pub dove ho incontrato due mie colleghe al bar, Tiziana e Stefania e mi sono fermato a salutarle. Siamo stati anche all’Acquario di Cattolica dove ho visto i delfini. Il penultimo giorno ho cominciato a essere un po’ triste… Non volevo più tornare a casa! Così, al rientro, ho convinto i miei genitori a ripetere l’esperienza il prossimo anno, anzi a prolungarla. Invece di stare via una settimana, proverò a stare via due!

Nel mio zaino
di Danae Morales

Nella mia valigia, anzi, nel mio zaino, che è più comodo per stare indipendente e comoda, metto tante cose, come il mio diario di viaggio, lo strumento che Emanuela e Lucia mi hanno regalato,e quello che mi ha suggerito. Per esempio devo sempre ricordarmi di portare…
Un indumento: scarpe sportive
Un ricordo: quando ho cominciato a camminare
Un libro: qualsiasi libro d’avventura
Una canzone: Digimon, prima serie
Un sogno: trovare lavoro in Brasile, per mantenermi nel soggiorno
Un oggetto: il peluche a forma di scoiattolo che conservo fin da piccola
Una paura o una difficoltà: non riuscire a tornare dal Brasile
Un vezzo: una collana
Scherzi a parte, al di là del mio viaggio immaginario in Brasile, ho dovuto discutere un bel po’ con mia mamma per scegliere da sola i pantaloni che volevo mettere quando sono effettivamente andata a Sestrière, in Piemonte, ma alla fine ce l’ho fatta, i vestiti li ho scelti da sola! Ora devo trovare il coraggio per chiederle di lasciarmi andare in vacanza con altri ragazzi disabili e non l’anno prossimo. Beh, magari comincio a farlo qui.

Per non concludere
Ecco dieci preziosi consigli che la nostra collega con disabilità Stefania Mimmi rivolge a chi, una volta raggiunta l’età giusta, vuole iniziare a viaggiare senza genitori e come istituire con loro un dialogo di fiducia.

Dieci consigli per cominciare a viaggiare da soli
di Stefania Mimmi

  1. Fare prima un percorso personale di accettazione del proprio deficit.
  2. Essere pronto a chiedere di partire ai propri genitori quando ci sono o se non ci sono chiedere ai propri educatori e referenti.
  3. Chiedere ai propri assistenti sociali.
  4. Avere spirito di adattamento e iniziativa.
  5. Imparare a stare in gruppo. Riuscire a dire anche alle persone che non sono della tua famiglia, cosa ti piace fare, ma solo quando ci si è ambientati.
  6. Imparare a stare lontano dalla famiglia, però questo va fatto piano piano se uno non ci è mai andato.
  7. Aiutare la famiglia ad accettare che il proprio figlio può andare fuori casa ed essere gestito anche da altre persone che non sono i genitori.
  8. Fare capire ai genitori che il proprio figlio è cresciuto e che può andare via da solo, in qualche modo si devono rassegnare e abituare il figlio che, anche se è disabile, ha una sua autonomia.
  9. Quando sei in vacanza non ti preoccupare se i primi giorni non ti senti tranquillo: è normale perché devi conoscere l’ambiente e le persone.
  10. Dire ai genitori di telefonare di meno per essere più tranquillo tu e meno ansiosi loro.

E così il nostro viaggio è arrivato al termine o forse è appena incominciato, ancora non lo abbiamo capito, eppure ci è bastato guardarci negli occhi per capire che, ormai, con noi c’è tutto quello che ci serve. Dentro il cappello – racconta uno dei nostri diario di viaggio – un po’ di vento, un filo d’erba, resti di sale e di curcuma, ancora là, dal mattino in cui tutto ebbe inizio. Gli sguardi degli animali sono sempre più vicini e con loro camminano intorno a noi le luci dei negozi e i gesti di parole straniere. Siamo in tanti con il fiato sospeso. Forse dove siamo diretti non troveremo nulla di tutto questo, diverse le mani, diversa la musica, diversa la terra, diverso anche il taglio del fiato… Vi diremo allora che ne è valsa la pena.

Bussola n.2. Direzione Sud
“Tenere a mente le cose diversa-mente”. Conversazione con Massimo Falcone, bibliotecario del Centro Documentazione Handicap di Bologna e referente dello Sportello Informahandicap di San Lazzaro di Savena (BO).

di Emanuela Canale, volontaria del Servizio Civile Nazionale 2014-15

Siamo al “Centro che documenta” e vogliamo informarci se per una persona con disabilità è possibile viaggiare, se è più facile farlo tristemente o più dolcemente e per questo ci siamo rivolti al nostro bibliotecario di fiducia che su viaggi e disabilità sa praticamente tutto! Allora Massimo, una persona con disabilità può permettersi di immaginarsi in viaggio?
Certo, la persona con disabilità può sicuramente viaggiare, l’importante è che tenga a mente le cose che vuole fare “diversa-mente”. Mi spiego meglio. La prima cosa che la persona con disabilità deve tenere bene a mente è cioè che quando organizza un viaggio deve avere piena coscienza di quello che è in grado di fare da solo e quello che invece non è in grado di fare, altrimenti potrebbe incorrere in una brutta avventura e invece di fare un viaggio di divertimento finirebbe per trovarsi immerso in un perfetto incubo.

Entrando nel merito, quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano nel corso dell’organizzazione?
Prima di tutto organizzare e decidere la meta dove andare per la persona con disabilità non è una cosa da poco, ovviamente deve tener conto, come dicevo prima, delle sue capacità residue e soprattutto se viene accompagnato o meno da un amico, da un famigliare, se va in comitiva… Insomma bisogna tener conto di diverse cose e soprattutto tenere bene a mente che anche le singole guide, che ormai fortunatamente si cominciano a diffondere, in realtà non danno uno specchio molto chiaro e lineare di come sono le strutture e l’accessibilità nelle singole città. Questo perché le disabilità sono tante e durante la realizzazione delle singole guide non è possibile dare indicazioni più dettagliate di quelle che già vengono date. Per capirci, una persona con una carrozzina farà sicuramente più fatica e avrà meno accessibilità rispetto a una persona che pur con difficoltà nella deambulazione riesce comunque a muoversi in modo indipendente, ma allo stesso tempo può accadere anche il contrario.
Una persona con disabilità motoria che cammina e si muove, anche se a fatica, in realtà può essere molto ma molto più inibita nel percorso organizzativo di una persona in carrozzina che viene semplicemente trasportata. Se una persona in carrozzina viene trasportata da Big Jim, si farà sicuramente meno fatica e potrà arrivare in posti dove una persona con ridotte capacità motorie non riuscirà mai ad arrivare. Quindi è per quello che dicevo all’inizio che è importante conoscere i propri limiti e sapere con chi si va e su chi si può fare affidamento per essere aiutato nelle singole circostanze. Da non dimenticare soprattutto per le persone con ridotte capacità motorie o per le persone con gravi problemi alla deambulazione è poi tutta l’organizzazione da mettere in atto anche per raggiungere la meta della vacanza. Se si va in aereo bisogna per forza rispettare determinate regole dettate dalla società dell’aeroporto e anche dalle singole compagnie aeree, quindi recarsi molto prima rispetto a un viaggiatore normale in aeroporto e chiedere l’assistenza se necessaria. Molto spesso le compagnie aeree richiedono anche un certificato, ahimé, di sana e robusta costituzione fisica, come se la persona disabile avesse l’ebola o fosse un terrorista della peggiore specie, e anche lì purtroppo se ne continuano a sentire di cotte e di crude. La decisione finale della presa a bordo in un aeromobile di una persona con disabilità resta infatti oggi sempre e solo a discrezione del comandante. Molto spesso sentiamo di persone che vengono lasciate a terra, stessa cosa anche per il viaggio in treno, adesso almeno qui in Italia si sta iniziando a cercare di rendere accessibile le vecchie stazioni ferroviarie. Anche nel caso delle stazioni è sempre e comunque buona prassi sempre recarsi al “Punto Blu”, presente nella maggior parte oramai delle grandi stazioni (ma non ancora in quelle piccole) e lì chiedere informazioni sia per l’assistenza per salire sul treno e sia avvisare la stazione di destinazione per scendere dal treno. Quindi come vedete la situazione non è ottimale. La libertà di viaggiare c’è, solamente non ci sono tutti gli strumenti che permettono di fare un viaggio a tutti gli effetti al cento per cento in libertà, come dovrebbe essere un viaggio, come noi abbiamo la concezione del viaggio. Il viaggio deve essere libertà e libertà di muoversi, la persona con disabilità purtroppo è oggi ancora vincolata a queste cose.

A chi ci si può rivolgere per avere le risposte a tutte queste esigenze?
A parte le guide – teniamo sempre bene a mente quello che ci siamo detti prima, che comunque sia hanno anche dei limiti, e che anche le guide bisogna saperle leggere – adesso fortunatamente si stanno iniziando a creare, soprattutto per le grandi città europee, dei siti legati ai famosi “Visit Parigi”, “Visit Londra”, delle agenzie turistiche nazionali ovvero che cercano di dare una maggior visibilità all’accessibilità almeno dei mezzi di trasporto delle varie cittadine e anche degli alloggi. Ricordiamoci anche un’altra cosa degli alloggi, e ciò vale per gli alberghi ma anche per altre strutture. Se uno si affida solo ed esclusivamente a Booking.com oppure si limita a telefonare di persona, potrebbe trovarsi in  situazioni imbarazzanti. Capita più volte infatti che una persona telefoni in un hotel e chieda: “Siete attrezzati per ricevere una persona con disabilità?”. La risposta nel 99% dei casi è sì ma poi la persona disabile si trova sul posto e alla fin fine si rende conto che l’accessibilità che era stata tanto millantata in realtà non c’è. Questo per il discorso che facevamo a monte, esistono delle leggi che stabiliscono in che modo debba essere una stanza, un alloggio per una persona con disabilità, ma il problema è che non tutte le persone disabili sono uguali, quello che può essere accessibile per una persona magari non lo è per un’altra. A mio avviso quindi è sempre buona premura avvisare per tempo, reperire il maggior numero di informazioni possibili sul posto che si va a prenotare per dormire. Purtroppo lo stesso discorso non si può fare per i ristoranti e i luoghi di svago ma quello fa parte anche degli aspetti più divertenti del viaggio, andare cioè a scoprire volta per volta tutte le cose che ti può offrire la città o il paese dove ti rechi…
Altro aspetto importante infine è l’organizzazione dei trasporti, il come viaggiare non solo per arrivare ma anche per muoversi all’interno della destinazione prescelta. Come funzionano i mezzi di trasporto sul posto, se sono accessibili o meno, dove ci sono i servizi accessibili e dove no. Queste cose fortunatamente con l’avvento di internet si iniziano di più a chiarire. Vengono infatti creati dei blog dove le persone con disabilità raccontano le loro esperienze, il proprio pernottamento in hotel, se era accessibile o meno un museo o altro. Insomma si inizia piano piano a confrontarsi e si mettono a disposizione del pubblico e le proprie esperienze personali. Al di là dei siti e dei contenitori specializzati credo che le testimonianze dirette siano il mezzo d’informazione più utile e forse, per chi desidera partire, anche le più stimolanti.

Grazie Massimo per averci illustrato quello che dobbiamo tenere a mente prima di metterci a reperire qualsiasi informazione!
Grazie a voi e buon viaggio!

1. Prima di partire

Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui posti già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
(José Saramago,
Viaggio in Portogallo)

L’umanità dacché ne conosciamo l’esistenza è sempre vissuta in movimento. Spostarsi da un luogo a un altro, quello che di fatto ci indica l’etimo della parola viaggio, è per noi un bisogno originario, nato in risposta a delle esigenze evolutive a cui mano a mano abbiamo accompagnato qualcosa di molto più sottile, qualcosa che ha a che fare con ciò che l’occhio non vede, con la spinta verso l’ignoto, con la percezione di non bastare a se stessi. Viaggiare prima ancora che scoprire, conquistare, interpretare, fuggire, visitare e conoscere ha significato “essere dove non si è mai stati”, andar cercando qualcosa che ancora non c’è,  inseguire un desiderio e quindi, per definizione, provare a colmare una mancanza.
La maggior parte dei filosofi, dei poeti e dei viaggiatori orientali e occidentali ha finito in questo senso per associare il desiderio della partenza al bisogno di un ricongiungimento con il trascendente, di una riconciliazione con il divino e lo spirituale, o più semplicemente con il nostro stare nel mondo. La radice del verbo desiderare, dal latino de-sideo, in fondo traduce proprio questo: “mi mancano le stelle”.
La Storia e la Letteratura ci hanno successivamente consegnato un immaginario mitologico ricchissimo, cui continuiamo ancora ad attingere e dove alla fantasia è tutto concesso.
Ogni epoca ha infatti conservato e restituito la propria idea di viaggio, dentro cui ogni volta si sono combinate finalità e casualità diverse che oltre a condizionare mezzi e tempistiche degli spostamenti hanno contribuito a mutare il senso simbolico e il significato della partenza.
Dalle rotte mercantili medievali, ai viaggi di scoperta e conquista, fino agli imperi coloniali, alle avventure, agli esili, ai viaggi sentimentali e di formazione, o ancora a quelli mondani e di villeggiatura fino ai reportage, il viaggio ha continuato nel tempo a cambiare forma. 
Insieme alla tipologia di viaggio a cambiare è stato ovviamente anche il modo di fruirne, da necessità a scoperta, da conquista a scambio, da osservazione a esperienza in modo sempre più consapevole. Mano a mano che l’atto di spostarsi si è svincolato da ricadute di interesse politico e sociale il viaggio è diventato una questione sempre più privata, un atto di emancipazione e di crescita, un modo non solo per forgiare ma per coltivare la propria identità, rigenerata in mente e corpo nell’incontro con l’altro da sé.
Da qui, nel corso del tempo, il viaggio come svago, divertimento, cura, ristoro ma anche l’acquisizione del puro piacere del vacilar, traducibile dallo spagnolo in “viaggiare per il gusto di farlo più che per la meta”. Perché il viaggio è anche ozio, fermarsi, fare una pausa, ripetersi, bighellonare…
Oggi ci si sposta per mille ragioni, lavorative, di studio, di svago, a scopo benefico, costretti alla fuga o per rivendicare un’opposizione, si viaggia per passione, per cimentarsi in ambito sportivo, per la gioia di farlo e spesso lo si fa anche per mettersi alla prova. Si sottolinea spesso la differenza di intenti, il ruolo del turista e quello del viaggiatore, assoggettato alla logica di mercato il primo, mosso dalla curiosità il secondo. Il confine, a dire il vero, è spesso labile e a far da margine è più che altro la scelta di salvaguardare l’imprevisto e l’osservazione libera a dispetto di un pacchetto di proposte preconfezionate, così come vuole il cuore del girovago doc.
“Ogni cento metri – cita una nota frase di Roberto Bolaño – il mondo cambia”. Possiamo essere più o meno d’accordo con quest’affermazione ma quel che è certo è che il viaggio vive di andate e ritorni e che spostarsi significa pur sempre cambiare una posizione di partenza. Che a spingerci a farlo sia il bisogno di vedere le cose, il sogno di un luogo o il miraggio di un incontro prima o poi la pulce inquieta della partenza, la travel bug, così come l’hanno definita gli Inglesi, si farà sentire.
Come fare allora ad assecondarla? E che cosa significa farlo quando la nostra capacità di movimento è ostacolata?
A impedirci di intraprendere un viaggio possono esserci tanti motivi. “Non è il periodo giusto”, “Non ho i soldi”, “ Nessuno poteva venire con me” sono le tipiche frasi che pronuncia chi ha dovuto rinunciare a un viaggio. Se il viaggiatore in questione però è una persona con disabilità motoria, a queste domande se ne aggiungeranno subito a catena delle altre: “Come si arriva?”, “È accessibile? Ci sono gradini?”, “Chi si occuperà di me e dei miei bisogni?”, “C’è posto per me?”.
È proprio su queste domande e questioni aperte che il gruppo del Centro Documentazione Handicap e della Coopertiva Accaparlante ha cominciato negli ultimi tre anni a confrontarsi, mettendo al centro il ruolo e l’esperienza dei propri colleghi con disabilità, con l’aiuto degli educatori del Progetto Calamaio, di Massimo Falcone, referente dello Sportello Informahandicap di Accaparlante a San Lazzaro di Savena (BO) e di Valeria Alpi, giornalista e viaggiatrice con disabilità.
Da trent’anni il Calamaio, così come chiamiamo il nostro gruppo di educatori e animatori con disabilità, crea progetti di formazione rivolti ad adulti e bambini sulla relazione con la diversità. Centro delle attività è sempre stata la presenza della persona disabile quale conduttrice e animatrice dei percorsi stessi. Prima di arrivare a confrontarsi con il pubblico, tuttavia, chi entra a fare parte del nostro gruppo lo fa con un bagaglio di esperienze e di vissuti più o meno pesanti, che, come accade per tutti noi, condiziona il modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri.
Entrare a far parte del gruppo del Progetto Calamaio significa perciò per ciascuno intraprendere un tratto di strada inesplorato, fatto di umorismo, di scambio e di una profonda rimessa in discussione di sé, del proprio corpo, della propria immagine ma anche dei propri desideri, in direzione di una più consapevole accettazione dei limiti oltre che delle autonomie e delle risorse.
Su questa scia è nato il laboratorio “Dove non sono stato mai. Il viaggio tra immaginario, attese e possibilità” a cura di Lucia Cominoli e Emanuela Marasca, educatrici del Progetto Calamaio, che ha visto protagonisti otto colleghi con disabilità motoria e cognitiva e tre volontari del Servizio Civile Nazionale.
Il laboratorio si è strutturato come un vero e proprio percorso a tappe che ha cominciato con l’indagare gli immaginari, le attese e i desideri che i destinatari portavano con sé intorno all’idea di viaggio, per poi arrivare più concretamente a toccare con mano che cosa significa prepararsi per una partenza, come informarsi, cosa fare e a chi rivolgersi una volta arrivati a destinazione. Tutto questo è stato accompagnato da attività di sperimentazione sensoriali, momenti di gioco e role playing, consultazione di guide e siti specializzati, insieme all’incontro reale con persone con disabilità che hanno organizzato e partecipato in prima persona a viaggi accessibili come per esempio Paola Benvenuti dell’Associazione Strabordo di Ancona.
A documentare tutto ci ha pensato un diario di viaggio artigianale, realizzato da Emanuela Marasca, che i partecipanti hanno riempito e personalizzato “lungo la via”, come direbbe il nostro collega Ermanno Morico, che oltre a una raccolta di suggestioni ci ha offerto una preziosa indicazione di metodo permettendoci di seguire più chiaramente l’intero filo logico del percorso.
Quel che ne è emerso, tra paure, divertimento, difficoltà superate e piccole autonomie raggiunte è il centro della prima parte della nostra monografia, il racconto di un’esperienza laboratoriale che speriamo possa permettere a educatori e famiglie che si occupano di persone con disabilità motorie e cognitive non solo di prepararle e affiancarle verso un’ipotetica partenza, ma anche di ascoltarle e imparare a fidarsi di loro.
Non è infatti un caso che i “Dieci consigli prima di intraprendere un viaggio” che Stefania Mimmi, animatrice con disabilità, rivolge ai suoi colleghi più giovani abbiano soprattutto a che fare con lo scontro con le reticenze familiari, reticenze dettate da legittime preoccupazioni ma anche, a volte, dal pregiudizio che per chi non si può muovere, e “tanto non capisce”, un posto vale l’altro e che, alla fine, non valga poi la pena starci a spendere troppo tempo e denaro.
Per fortuna nessuno di noi “dove lo metti sta” e il viaggio, che sempre ci spinge oltre dal punto di vista fisico e mentale, può solo aiutarci a migliorare il nostro sviluppo su entrambi i lati e, di conseguenza, migliorare la qualità della vita per noi e per gli altri.
A confermarcelo sono i racconti dei viaggiatori, disabili e non, ma anche quelli di chi si occupa di preparare e organizzare viaggi alla portata di tutti, come è il caso delle sempre più numerose associazioni, gruppi e strutture ma anche di festival, fiere e convegni attivi in Italia, in Europa e nel resto del mondo in tutti i periodi dell’anno. Tra questi abbiamo citato l’esperienza dell’Associazione Strabordo di Ancona, di Village for All di Ferrara, di Concrete Onlus di Pavia e la voce di due viaggiatori con disabilità, uno per mare, il veneto Andrea Stella, e uno per terra, il piemontese Fabrizio Marta.
Il Libro Bianco del Turismo, Accessibile è meglio. Primo libro sul Turismo per tutti in Italia, promosso nel 2013 dal Consiglio dei Ministri, ha poi ufficialmente sancito l’impegno dell’Italia in questo senso, una questione di immagine, senza dubbio, ma anche una prima analisi strutturata del mercato attuale che ci sembrava valesse la pena menzionare.
Per completare l’excursus segnaliamo inoltre la nascita di tre importanti contenitori nati negli ultimi anni, il Salone Professionale del Turismo e dell’Ospitalità Universale “Move!” di Vicenza (2015), il Festival del Turismo responsabile IT.A.CÀ di Bologna (2009) e il Festival della Letteratura di viaggio di Roma (2008), contenitori di progetti ma anche di occasioni di confronto e ricerca sul tema del viaggio in tutte le sue sfaccettature accessibili, turistiche e poetico-letterarie.
A queste testimonianze fondamentali che possono fornirci importanti spunti di riflessione e utili informazioni abbiamo scelto di dedicare la seconda parte del nostro vagabondaggio, intervallando il tragitto con alcune voci di orientamento, “le bussole”, che ancora una volta nelle vesti di Valeria Alpi e Massimo Falcone, insieme al giornalista Nicola Rabbi e alla camminatrice Darinka Montico, ci hanno regalato il loro punto di vista sul viaggio, tra aneddoti personali, narrazioni e indicazioni pratiche.
Un momento di ristoro ma anche una ventata di energia ce lo concedono invece il “Menù sulla via della seta” e il racconto di Hamed Ahmadi, regista afghano rifugiato politico che a Venezia ha dato vita a “Orient Experience”, locale frequentatissimo dai giovani veneziani ma soprattutto bellissimo e tangibile esempio di un viaggio nato su costrizione e poi trasformatosi in occasione di integrazione autogestita e lavoro sul territorio per molti ragazzi afghani, pakistani e iraniani.
Infine, per non concludere, due piccoli regali, una breve selezione bibliografica sui libri che ci hanno accompagnato e una cartolina d’eccezione, quella dallo scrittore Antonio Pascale, autore del bel Non è per cattiveria, edito da Laterza, che ci racconta in un divertente dialogo con il figlio i postumi seguiti a un percorso al buio con un gruppo di non vedenti.
Quello che vi proponiamo è un itinerario fatto di esperienze, percorsi sperimentali, spazi e persone in cui speriamo possiate trovare qualcosa di utile e soprattutto di vostro, da portare con voi verso la vostra prossima meta e da completare con i vostri occhi.
Ma prima di cominciare fermatevi. Guardatevi intorno. L’estate è alle porte, il vento soffia caldo già dal mattino e le giornate sono sempre più lunghe. La notte apre le sue finestre agli incroci delle strade. Sporgetevi fuori. Ecco, ora è tempo di partire…

Bussola n.1. Direzione Nord

Una valigia sempre in macchina

di Valeria Alpi, giornalista e viaggiatrice con disabilità

“Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita”. Così scriveva Jack Kerouac nel suo On the road. Una valigia sempre pronta a essere caricata in auto caratterizza da molti anni la mia vita. Ogni volta partire è una porta da cui si esce per incontrare nuovi luoghi, nuove persone, ma anche nuovi se stessi. Nel viaggio incontro i miei limiti, ne ho conferma di alcuni o ne scopro di nuovi, e allo stesso tempo ritrovo risorse che nella vita quotidiana magari non uso, oppure scopro risorse che mai avrei pensato di avere, oppure semplicemente mi adatto. Di certo un viaggio non lo posso improvvisare. Quando si ha una disabilità motoria le valutazioni di ogni singolo minuto del tragitto vanno studiate a tavolino. Non posso prendere la famosa valigia e semplicemente partire e vedere man mano come va, cambiare percorso, cambiare mezzo di trasporto, dormire in ostello o in campeggio o in un hotel qualunque. Il concetto di qualunque non esiste. Non tutti i mezzi di trasporto sono accessibili per il mio tipo di disabilità, che mi permette di camminare e quindi – paradossalmente – di avere meno assistenza ai trasporti. Il treno ad esempio è inaccessibile, l’aereo è già più comodo. Ma una volta scesa dall’aereo, però, devo sapere con la massima precisione se mi posso spostare con mezzi accessibili, e gli autobus ad esempio, per me, non lo sono. Capire questo da internet richiede molte e molte ricerche. Anche dormire non è qualunque. Mi serve l’ascensore se ci sono più piani (quindi vengono esclusi tutti quei B&B così carini e così caratteristici, ma con scale), oppure devo chiedere se è disponibile una camera a piano terra. L’entrata dell’hotel deve essere accessibile o avere solo pochi gradini col corrimano. Non ci devono essere gradini scomodi per andare a fare colazione. Se sono in auto sarebbe meglio che ci fosse il parcheggio per non rischiare di parcheggiare lontano e fare troppa strada a piedi. Se sono in auto non posso scegliere un hotel nella zona pedonale, ad esempio, che sarebbe più comoda per spostarsi a piedi, ma scomoda per quando si arriva e si devono scaricare i bagagli. Non mi serve necessariamente il bagno per disabili, ma spesso mi sono trovata in hotel con gradini nel bagno o con un dislivello troppo alto da scavalcare per entrare nella doccia con rischio di rovinose cadute. Dormire in un posto non qualunque richiede dei costi più alti di chi può adattarsi a qualunque posto letto. Spostarsi in una città o in un luogo naturalistico non riguarda poi solo i mezzi di trasporto, ma anche la conoscenza di tutte le opportunità, che vanno anch’esse studiate a tavolino. Posso entrare in tutti i musei che mi interessano? (Nel 2016 non è ancora così scontato!). Posso raggiungere un parco naturale protetto dall’Unesco e chiuso al traffico? Ci sono dislivelli nel posto in cui sto andando? Quanto dovrei camminare tra andata e ritorno, un km, due, tre? Quante ore impiego se ho tre km e devo tornare prima che faccia buio, perché magari sono su un sentiero di montagna? E infine, anche quando si è programmato tutto a tavolino e ci si sente pronti, una volta che si arriva nel luogo desiderato ci sono altri ostacoli o inconvenienti che non si potevano prevedere da casa. Ad esempio dove mangiare: non è così scontato che i ristoranti e i bar siano accessibili, o se lo sono che abbiano un bagno comodo. Certo la logica statistica dice che qualche bar o ristorante accessibile ci sia. Ma magari in tutt’altra zona, magari fuori dal centro. E allora anche in questo caso la programmazione riguarda anche il luogo che si sceglie di visitare, e la stagione. Ad esempio a Istanbul ci sono andata in estate, quando sapevo che si poteva mangiare all’aperto e almeno non avrei dovuto lottare con i gradini di tutti i ristoranti e bar di una città che ancora non ha uno sguardo attento alle barriere architettoniche. E ci sono andata con due amiche che mi potevano aiutare nelle ripide salite e discese della città. E ci sono andata in aereo perché un mio collega esperto di disabilità mi aveva assicurato che tutti i tram erano accessibili, e anche se i tram non coprono tutta Istanbul coprono comunque le zone turistiche. Di certo so che non riuscirò a visitare il Perù, per esempio, o che in Perù troverei davvero una quantità di gradini molto complessa. Di certo prediligo il nord Europa, dove da molti più anni la diversità è entrata nella quotidianità ed è normale installare una rampa in qualunque luogo pubblico. E di certo prediligo spostarmi con la mia auto, che ha degli adattamenti appositi per me e mi garantisce più sicurezza.
Poi, ogni tanto, ci sono anche quei momenti in cui la programmazione viene soppiantata dalla follia, quando quella valigia sempre pronta a partire ti spinge a provare e vedere come va, e se proprio non va si torna indietro. Così per esempio un anno sono andata da sola in Normandia e Bretagna, in auto partendo da Bologna. Non era il mio primo viaggio in auto lungo, ma era la prima volta che mi trovavo da sola per così tanti km e così tanti giorni (due settimane). A volte mi chiedo se da quel viaggio sono mai davvero tornata, una parte di me è rimasta là per sempre. Un po’ per la bellezza dei luoghi, un po’ per le persone incontrate, un po’ per come sono riuscita a fare tutto quello che un viaggiatore normale fa in Normandia e Bretagna. Ovviamente grazie alla Francia, che anche nei luoghi più impervi aveva organizzato navette accessibili per disabili e sentieri adattati. Ma anche grazie ai consigli delle persone, che si incuriosivano dal mio essere disabile e viaggiare da sola. Avevo visto in foto tanti luoghi famosi di quelle regioni, come le scogliere dipinte da Monet. E mentre guidavo verso la Normandia mi chiedevo cosa sarei riuscita a vedere io, pensavo quasi niente in realtà. E più passavano i giorni e più vedevo tutto quello che conoscevo dalle foto, più avevo la carica di continuare a buttarmi e andare avanti. Non è una sfida ai limiti, perché quando provare a superare i limiti mette in pericolo la mia salute allora mi fermo. Non voglio andare oltre a quello che posso fare, ma è uno scoprire che posso fare – laddove l’ambiente o il contesto lo permettono – molto di più di quello che esiste nella mia vita quotidiana tra casa e ufficio.
Dopo quel viaggio ho continuato a viaggiare da sola, diciamo che alterno momenti in compagnia e momenti in cui mi piace essere tra me e me. La gente mi dice che sono coraggiosa. In realtà ho una grande fortuna: mi piace guidare e non mi stanco a guidare. Appena scendo dal mio piccolo mondo costruito dentro un’automobile, sono di nuovo disabile e non so mai cosa incontrerò e se ce la farò. Ci provo. E per riuscire, a volte, ho dovuto mentire. Perché quando sei disabile, anche se vieni educato all’autonomia, in realtà sei considerato comunque sempre piccolo, indifeso, fragile, incapace a essere veramente autonomo. Viaggiare? È complicato, dove vuoi andare? Viaggiare da solo? È impossibile. La prima volta che ho viaggiato con i miei amici senza mia madre avevo già 21 anni, e abbiamo semplicemente fatto una gita in giornata da Bologna a Urbino e ritorno, per seguire un professore che insegnava in entrambe le Università e che amavamo molto. Quando dissi a mia madre che volevo andare a Urbino in giornata non fu affatto d’accordo, disse che non dovevo guidare io (che mi sarei stancata secondo lei, mi sarei addormentata al volante e creato un incidente di proporzioni gigantesche) ma che potevo andare in auto con altri. Mi faceva ridere che si sentiva più sicura se andavo in auto con persone di cui non conosceva le capacità di guida piuttosto che lasciarmi con la mia auto. Ovviamente andammo con la mia auto e fu solo il primo di innumerevoli viaggi. D’altronde… “la strada è la vita”.