Da un’immagine al… palcoscenico.
Le arti visive, dato l’approccio personale, tranquillo e contemplativo necessario alla creazione, aprono ampie aree di esplorazione interiore.
Si tratta del primo obiettivo: il raggiungimento di quello stato di pace a contatto con il proprio essere profondo, necessario per scoprire il nostro mondo più nascosto.
Quello che maggiormente mi colpisce a ogni incontro in laboratorio è come i sentimenti delle persone siano coinvolti in maniera primitiva, senza misure e senza filtri; come ha sottolineato Gettings (1966) l’arte ha più valore per la sua capacità di perfezionare la mente e la sensibilità più che per i prodotti finali.
Questo è accentuato negli incontri di gruppo, dove è proprio la sinergia tra i partecipanti che si crea all’interno del setting che incentiva il cambiamento e la rielaborazione di ciascuno. Non è dunque certo solo merito del terapista la buona riuscita di un gruppo arteterapeutico, anche se lo stile di conduzione è importante e con esso il modello cui ci si ispira.
Il modello applicato nei miei laboratori di arteterapia, utilizzato anche nel viaggio con il gruppo, parte dalla consapevolezza che la persona è costituita dalle relazioni concrete che intrattiene con le cose e con gli altri. Non può essere quindi conosciuta, studiata e aiutata a cambiare se non attraverso queste relazioni (Heidegger).
L’arteterapia applicata con questi principi permette di creare uno spazio dove sono sospesi i giudizi di verità e di falsità delle immagini prodotte, ma l’immagine può fondersi con quelle create dagli altri componenti del gruppo, operatori e conduttore compreso. Questo metodo si rifà al modello fenomenologico.
Si passa quindi dal mondo soggettivo di ognuno di noi alla coscienza del collettivo/gruppo senza mai perdere il primo momento a favore del secondo.
Si crea così un mondo comune dove ciascuno è soggetto, senza perdita di identità, acquisendo la coscienza che lo stare insieme favorisce l’espressione e il benessere.
I livelli di interazione sono due: tra l’autore e il suo disegno ma anche tra le persone che dipingono insieme.
Fondamentale per la riuscita dell’incontro è l’impronta non gerarchica: sia io che i miei colleghi partecipiamo all’esperienza, non come detentori di una verità da rivelare tramite l’interpretazione, ma come custodi di un gruppo che esprime il proprio mondo soggettivo.
Ognuno dei partecipanti, quindi anche il conduttore, è coinvolto nell’esperienza, scevro da atteggiamenti intrusivi struttura e rafforza la relazione, senza mai forzare il mondo interno dell’individuo.
Compito dell’arteterapista è quello di facilitare l’espressione con i tempi e i modi soggettivamente possibili per quel soggetto, in quel momento.
Esiste una grande consapevolezza: in ciò che produce il soggetto, nell’incontro, non ci sono verità da svelare, ma solo modi di essere al mondo, che vogliono manifestarsi e prendere forma e come tali di uguale valore e significato.
Durante la verbalizzazione finale i disegni “vengono raccontati”: prestando attenzione alle emozioni espresse dall’artista e a quelle suscitate in chi guarda e ascolta, incomincia a prendere forma la trama del racconto, di una nuova storia.
Avviene così l’elaborazione della propria esperienza, i simboli di ciascuno possono diventare la scintilla per accendere la memoria emotiva di un altro: il disegno porta fuori ciò che è dentro, qualsiasi scarabocchio acquista valore, e durante il racconto e le interazioni tra i partecipanti, si condivide un pezzo di strada dove l’autore si scopre fortificato e gratificato.

Io utilizzo l’arteterapia come un mezzo per favorire la conoscenza silenziosa tra i partecipanti: sarà poi la forza del gruppo, amplificata, sostenuta, rivisitata anche attraverso gli altri laboratori a dare parola a chi non l’ha mai avuta, avvicinando ciascuno, sempre di più, alla consapevolezza del proprio essere nel mondo.
Nel lavoro con la creatività non esistono risposte giuste o sbagliate, si valorizzano e si contestualizzano le immagini interne, qualsiasi esse siano.
La creatività è vedere il mondo in maniera diversa, da un diverso punto di vista, magari al contrario, sottosopra, partendo dalla fine, di lato, a metà… per arrivare a mostrarsi, più serenamente e con dignità, al palcoscenico della vita.
Talvolta capita di dover passare anche da un vero e proprio palcoscenico di un teatro, dove la storia delle emozioni e dei sentimenti di tutti viene mostrata al mondo, dove tutti hanno diritto di cittadinanza, anche emotiva.

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