Il “corpus” dell’esperienza di laboratorio sprigiona una serie di elementi di riflessione sulla natura pedagogica e trasformativa dell’approccio.
Pensiamo all’opportunità di disegnare un percorso formativo rivolto a operatori sociali (educatori, assistenti di comunità, medici, coordinatori di strutture residenziali), figure fortemente coinvolte all’interno di una relazione di cura e di aiuto. La complessità del compito ci suggerisce di prevedere per i conduttori l’apporto di un tecnico che supervisioni tutto il percorso, seguendone le fasi e gli sviluppi. La d.ssa Umberta Cammeo assume, quindi, il ruolo di supervisore del gruppo dei formatori.

Il percorso si sviluppa su due fronti: da un lato il lavoro sul sé, dall’altro quello specifico sulla relazione di aiuto.
La priorità iniziale è quella di fornire uno spazio di accoglienza e di ascolto, dove l’operatore possa approdare in assenza di giudizio, con la libertà di depositare la stanchezza, la frustrazione, il dubbio, figli di un quotidiano operare “senza rete”.
Questo non significa che lo spazio del laboratorio debba diventare una sorta di “discarica”, dove ognuno si senta libero di gettare il proprio malessere: uno dei compiti primari della formazione sarà quello, infatti, di imparare a contenere e rileggere la propria stanchezza attraverso un processo di “presa di coscienza”.

Il contratto che si andrà a stabilire in apertura lavori, prevederà in questo caso la condivisione di un codice comportamentale ben delineato: si lavora in base alle proprie potenzialità, l’assenza di giudizio viene garantita dal conduttore e tutelata dal gruppo.
La proposta si apre, in prima istanza, sviluppando un percorso rivolto all’indagine pre-espressiva: i partecipanti sono invitati a sganciarsi dal “ruolo” abitualmente assunto nel contesto lavorativo.
Il tentativo è quello di abbandonare tutta una serie di convenzioni comunicative che talvolta rischiano di limitare il potenziale espressivo, condizionando significativamente la spontaneità, l’ascolto, l’efficacia relazionale.
La multiformità dei linguaggi che contraddistingue il laboratorio, guida i partecipanti attraverso una ricerca che si sviluppa individualmente per accedere poi a una dimensione collettiva.
L’esplorazione del proprio potenziale creativo, espressivo, comunicativo, l’incontro “significante” con l’altro, costituiscono un materiale necessario e irrinunciabile per sviluppare un approccio consapevole all’interno della “relazione d’aiuto”.
Il percorso che ogni partecipante intraprende e vive come esperienza personale, deve diventare una possibilità interpretativa “altra” per rileggere il proprio ruolo e il proprio fare.
Le proposte laboratoriali forniscono quindi, contemporaneamente, una duplice occasione: da una parte la ri-scoperta del proprio bagaglio esistenziale, dall’altra la possibilità di rivisitare il training attraverso un’operazione di meta-lettura.
La responsabilità dei conduttori è quella di orientare i partecipanti all’interno di una struttura pratico-teorica che non perda mai di vista gli aspetti etici, metodologici e trasformativi del fare educativo e riabilitativo.
Si “prova” per capire il potenziale propriocettivo, sensoriale, per testarne i limiti oltre che le possibili dilatazioni: si sperimenta la difficoltà della sfida e della rinuncia.
Si esercita la disponibilità all’incontro e all’ascolto, in maniera amplificata, esagerandone il portato emotivo: talvolta l’esperienza comporta fatica ma conduce a una “coscientizzazione” degli aspetti relazionali più sottili.

La nostra proposta formativa si è rivolta, in questi anni, a gruppi provenienti da un’unica struttura o a diverse realtà appartenenti comunque alla stessa cooperativa.
L’intervento all’interno di un team precostituito può presentare alcune criticità.
I partecipanti, spesso colleghi nello stesso contesto, talvolta sono legati da relazioni più o meno consolidate, in alcuni casi condizionati da conflitti latenti, manifesti, riconosciuti, celati.
L’esperienza prevede, anche in presenza di una struttura gerarchica, che il gruppo si esprima in una dimensione di mutua circolarità.
La pluralità dei ruoli ricoperti dai partecipanti può rappresentare una preziosa risorsa, a patto che il gruppo vada a ri-comporsi attraverso un processo di riconoscimento delle complessità individuali.

L’elemento di trasferibilità rappresenta il tratto distintivo di questo tipo di intervento e ne delinea i contorni.
Trasferire la ricerca laboratoriale nella quotidianità del contesto lavorativo, rappresenta un’occasione per ricollocare il proprio “fare”.
I corsisti, a fine percorso, formuleranno una proposta laboratoriale che coinvolga colleghi e conduttori, assumendo così la responsabilità delle conduzioni: la richiesta è quella di porre attenzione alla qualità degli esercizi, agli obiettivi e alle implicazioni che ne derivano.
Il lavoro verrà supervisionato dai formatori e, successivamente, ampliato e inserito in un progetto più esteso da realizzarsi nei vari contesti riabilitativi.

In questi anni la struttura dei laboratori si è plasmata e arricchita, attraverso le esperienze formative di ciascuno.
La riflessione di Riccardo De Ferrari testimonia quanto la ricerca individuale e professionale sia strettamente collegata allo sviluppo e all’approfondimento delle nostre proposte formative.

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