Se pensi di poter fare
una cosa falla.
Nell’azione c’è genialità,
potenza, magia.
(Wolfgang Goethe, Faust, Milano, Mondadori, 2003)

L’esperienza formativa si amplia: su suggerimento della d.ssa Umberta Cammeo il gruppo di formazione decide di intraprendere un percorso che supporti il lavoro svolto dagli “ambulatori dei Piccoli”.
A sostegno delle giovani famiglie, la Coop. Genova Integrazione a marchio Anffas offre servizi riabilitativi rivolti ai bambini e propone ai genitori, oltre al counseling familiare, anche l’opportunità di incontri strutturati a carattere informativo e formativo.

La d.ssa Cammeo propone al gruppo di conduttori di mettere a disposizione la risorsa del laboratorio per sviluppare un progetto di sostegno ai giovani genitori degli ambulatori.
La perplessità iniziale riguarda l’impostazione del nostro lavoro che non ha natura terapeutica, né informativa.
L’obiettivo sarà dunque quello di costruire, intorno al genitore, un setting esperienziale che accolga, contenga, sostenga per poi ritradurre l’esperienza emotiva e conoscitiva attraverso una pratica dinamica.
Il laboratorio diventa, soprattutto, uno spazio di “decompressione” dove elaborare e approfondire temi legati alla comunicazione verbale e non verbale, alla relazione empatica, all’espressività, al potenziamento della propria creatività.

Il percorso nasce nel settembre 2009 come progetto-pilota e ha caratteristiche di sperimentabilità: è stato individuato un numero limitato di famiglie che si presterà, per l’occasione, a una sperimentazione attiva, insolita all’interno degli interventi di sostegno storicamente proposti dalla cooperativa.
Si prevede un ciclo di sei incontri a cadenza mensile.

Attraverso le proposte si intende creare uno spazio-tempo dove riconoscersi, per stimolare nei partecipanti consapevolezza di sé, capacità di osservare e di assumere punti di vista differenti, capacità di re-azione, flessibilità ed efficacia nella relazione.
L’idea “forte” è quella di sganciarli dal ruolo esclusivo di “genitore di un bambino disabile”, per spostare l’attenzione dal “problema” e offrire uno spazio mentale, esperienziale ed elaborativo per attivare nuove energie.

L’approccio utilizzato rimane principalmente caratterizzato dal percorso non verbale (sonoro, arteterapico, videoarteterapico, corporeo-relazionale) e dal verbale attraverso l’utilizzo del linguaggio teatrale e metaforico.
L’importanza e la delicatezza di questo intervento ha visto più che mai necessario l’apporto di una sistematica supervisione, in grado di sostenere e riorientare efficacemente i conduttori.
La presentazione del lavoro si è rivelata complessa e delicata proprio per la difficoltà di riuscire a tradurre e ad argomentare, in maniera esaustiva, un’esperienza veicolata, principalmente, da percorsi non verbali.
Dopo un’iniziale e prevedibile cautela, l’atteggiamento del gruppo è divenuto via via sempre più disponibile, la qualità della relazione si è significativamente modificata, passando da un lavoro autoriferito a una intenzionale ricerca dell’altro, in uno scambio emotivo in costante evoluzione.
Il lavoro ha condotto i partecipanti alla comprensione degli intenti fondamentali della proposta, ha spostato l’asse dell’intervento dalle problematiche genitoriali alla valorizzazione della singola persona.

Dalla traccia di riflessione proposta a fine percorso, sono emersi spunti e suggerimenti di straordinario rilievo.
La traccia prevede tre semplici domande:
Cosa ti aspettavi?
Cosa hai trovato?
Cosa ti porti via?

Ecco le riflessioni conclusive di Laura Simeone e Luca Palmigiani, due giovani meravigliosi genitori:
“Quello che non mi aspettavo assolutamente era di non toccare mai il ‘problema’, questa cosa mi ha meravigliato.
Tutto avrei pensato tranne che non si sarebbe mai parlato di bambini, mai parlato di figli, mai parlato del nostro ruolo di genitori.
In effetti, forse, questa è stata la marcia in più; perché comunque la presenza del problema è tangibile, però sta lì, un pochino accantonato nel tentativo di affrontare questa cosa attraverso un canale diverso.
Il canale non è quello di parlare, parlarne sempre, di entrare nel vivo della cosa, ma di fare un lavoro su di noi, che ci consenta di mettere in piedi una parte ‘tosta’, sulla quale poi sviluppare tutto il resto.
Questo è stato stupefacente, non avevo molte altre esperienze ma in altri gruppi di aiuto il discorso sul ‘problema’ era sempre molto presente.
Un altro requisito vincente di questa esperienza è stato che i luoghi comuni e le banalità sono stati banditi, e questo non è semplice”.
“Mi porto via una bella consapevolezza, l’aver acquisito la coscienza che c’è una parte di me molto sotterrata, sopita, messa da parte, che però se voglio, con l’aiuto degli altri (perché da soli è molto difficile e non trovi mai il tempo e l’opportunità), lavorandoci, la puoi tirar fuori.
Sapere che c’è, visto che certe volte c’è il sospetto che sia completamente annullata, è una bella sicurezza.
Ora bisogna vedere come fare ad allenarsi, a tenerla viva, però sapere che esiste…
Certe volte è stupefacente come si possa lavorare alla soluzione di un problema per tutt’altre vie e distantissimi, apparentemente, da quello che il problema è”.

Alla luce dei risultati ottenuti, si è fatto tesoro dell’esperienza maturata durante l’attuazione del progetto-pilota, proponendo un nuovo percorso ad altri genitori degli ambulatori.
Il lavoro alla sua seconda edizione, inaugurata nel settembre 2010, si è nel frattempo modificato, anche rispetto alle adesioni che, in questo caso, hanno caratteristica di volontarietà.
Il gruppo dei conduttori inalterato nel suo assetto, ha sviluppato le proposte con maggiore dinamismo e flessibilità, per meglio modularsi ai bisogni, pur mantenendo il rigore dell’originario impianto teorico-metodologico.

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