di Rosalba Taddeini, coordinatrice attività dell’associazione Differenza Donna (www.differenzadonna.org) di Roma, e promotrice del Progetto Aurora dell’Associazione Frida (www.associazionefrida.it) 

Faccio parte di una grande associazione che si chiama Differenza donna che gestisce cinque centri antiviolenza tra Roma e provincia. 

Sono una delle promotrici del Progetto Aurora che ha previsto l’apertura di uno sportello per donne con disabilità vittime di violenza. Anche io sono una delle disabili invisibili e sono una forte promotrice della lotta contro le discriminazioni di genere soprattutto di questo tipo di specificità. 

Se si pensa a una società ricca si pensa a una società che si prende cura delle proprie minoranze. Io vi racconto che la donna vittima di violenza non è una minoranza.

Nei nostri centri, su 2000 donne il 2,5 per cento è disabile, quindi anche loro non rappresentano più un numero così esiguo. Sono donne che cominciano a uscire da questa situazione e hanno bisogno di risposte, che molte volte nei servizi mancano per la loro diversità, le loro particolarità, come per esempio non avere un linguaggio consono e comprensibile.

Nei centri antiviolenza molte volte manca la mediatrice di lingua dei segni se sono sorde, spesso anche nei centri pubblici non c’è la pedana per passare con la carrozzina o non c’è una attenzione particolare per chi ha una disabilità visiva. 

Purtroppo questi due mondi sono stati molto lontani fino a oggi. Questo non lo dico io, lo dicono i movimenti per la lotta contro le discriminazioni delle persone disabili, lo dice il movimento femminista. Una filosofa americana ci ricorda che la donna disabile mette dentro alle altre donne il senso di impotenza; per una donna non disabile si trova una soluzione, per una donna disabile è più difficile perché c’è il senso di impotenza che provano le donne normodotate. 

Ci sono vari modi di essere donna disabile, in questo anno di progetto mi sono accorta che oltre alle donne invisibili perché magari portano una disabilità come la mia (un braccio che si vede o non si vede o una donna che non sente bene) ci sono altre forme di disabilità come quelle, purtroppo molto attuali, delle donne che sono sfigurate con l’acido che ti porta via le mani, il naso, l’orecchio, nuove forme di disabilità appunto…

Ci sono delle attività che potremmo fare nel contrastare la violenza contro le donne, partendo proprio dall’autonomia, dalla propria capacità di autonomia, dalla comprensione della propria libertà: non solo libertà fisica ma anche e soprattutto mentale. Solo partendo da questo le donne riescono a non incappare nei luoghi di violenza.

Io credo moltissimo che i movimenti che fino a oggi hanno fatto delle battaglie parallele si debbano riunire e capire come sostenersi a vicenda. Domani a mezzogiorno avrò un incontro con un servizio sociale che purtroppo ha tolto con il tribunale l’affidamento di una bambina di tre anni a una donna che ha un serio ritardo mentale. Finché la donna è stata con l’uomo violento non è successo niente, potevano crescere la bambina tranquillamente, ora si trova uccisa due volte nell’anima. È uscita da questa situazione di violenza e le viene tolto l’affidamento della propria figlia, abusata dal padre. 

Bisogna mettersi insieme per capire come contrastare anche queste doppie discriminazioni che possono avvenire. Alcune volte, i servizi non hanno una cultura di genere e anche sulla disabilità può succedere che si pensi che una persona con un ritardo mentale non abbia capacità genitoriale normale, mentre la capacità genitoriale non viene lesa.

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