di Raffaele Monteleone

docente di Politiche Sociali – Laboratorio di Sociologia dell’azione pubblica “Sui generis”, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Sono davvero onorato di partecipare a questo primo incontro nazionale su come “inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza per donne con disabilità”. Cercherò di prendere questo mandato in modo un po’ laterale, discutendo di quello che so e vedo nel mio lavoro quotidiano di ricerca, che incrocia – purtroppo e con una certa frequenza – i punti di debolezza del sistema di presa in carico del nostro welfare.

Mi ha molto colpito il fatto che il tema della violenza sulle donne con disabilità, discusso e rappresentato dalle diverse voci che hanno contributo a questo dialogo molto fertile, emerga come un tema affatto specialistico, nel senso che le questioni che sono state poste hanno una portata assolutamente generale: costituiscono delle sfide con cui ripensare nel complesso le politiche pubbliche che cercano di dare risposte alle persone colpite non solo da disabilità, ma – più in generale – da forme di fragilità sociale.

Il tema della violenza sulle donne con disabilità, di fatto, illumina questioni di interesse generale e temi che dovrebbero trovare collocazione all’interno di un dibattito pubblico ampio e aperto.

Credo che sia necessario, innanzitutto, elaborare gli strumenti per riconoscere i problemi, nominarli e parlarne pubblicamente, di questo sentiamo tutti un gran bisogno. Penso infatti che la questione del riconoscimento pubblico di alcune delle questioni toccate sia centrale, perché permette di lavorare sulla costruzione di una cultura diffusa che sappia fare prevenzione della violenza e che renda la società molto più accogliente sul terreno dell’inclusione delle persone con disabilità. Diversi interventi hanno toccato questo punto, a partire da quello dell’assessore Majorino, che ha sottolineato quanto sia importante costruire percorsi di formazione: oltretutto anche chi si occupa di violenza di genere e disabilità deve ripartire da capo, perché non è certo che sia attrezzato – più di tanto – a confrontarsi con la complessità delle situazioni; bisognerebbe, poi, immaginare percorsi di formazione rivolti alle famiglie, così come agli operatori, professionali e non, perché agire per contrastare forme di violenza sulle donne con disabilità vuol dire, per esempio, fare formazione rivolta ai famigliari di persone con disabilità, che rischiano di conoscere la violenza all’interno delle mura domestiche; in secondo luogo una questione cruciale è la formazione di chi opera nel mondo dei servizi: bisognerebbe fare un grande sforzo, per cercare di sorpassare quella cultura dell’autoreferenzialità dei professionisti che sono sistematicamente abituati (e addestrati) a operare su problemi complessi con forme di riduzionismo specialistico.

I problemi complessi, in quanto tali, richiederebbero forme di intervento non di tipo riduzionistico; questi problemi non sono trattabili in modo adeguato con quello che il sistema dell’offerta attualmente è capace di offrire e nemmeno con gli strumenti d’intervento che ciascuno a livello operativo ha a disposizione o riconosce come concretamente disponibili.

I servizi un po’ dappertutto (a nord come a sud) lavorano poi per competenze d’intervento molto separate; questa separazione a volte si trasforma nel gioco dello scarica barile: “se sei un disabile non certificato forse non devi parlare con me”, “se sei una donna vittima di violenza forse non devi parlare con me”. Ma sappiamo, per esperienza, che quasi tutte le situazioni che prevedono degli interventi da parte dei servizi sono, nel caso delle donne con disabilità vittime di violenza (ma non solo), delle situazioni assolutamente al confine, molto poco standard nella loro ordinarietà. Ecco, le politiche pubbliche dovrebbero costruire contesti e strumenti per intervenire in modo personalizzato: non si possono assumere i punti di partenza delle persone come eguali perché non lo sono affatto, e questa oltretutto rappresenta una forma di discriminazione istituzionale.

Se vogliamo davvero parlare di empowerment e se c’è un punto da cui partire, è quello di costruire sistemi di presa in carico che siano davvero orientati alla capacitazione degli individui. Di fatto, i sistemi istituzionali tipicamente sono incapacitanti, sottraggono capacità, non riconoscono risorse pur presenti e non sanno costruire condizioni di integrazione e sinergia tra diversi interventi. Mi ricollego all’intervento di Nadia Muscialini, è bellissimo ciò che ha detto: “le organizzazioni dovrebbero essere dei mezzi per raggiungere dei fini”, ma la cosa capita raramente, sembra piuttosto che le organizzazioni siano attivamente impegnate per non cambiare, presidiando i propri terreni e i propri confini, in cui si fanno sempre le stesse cose, magari sempre di più, perché quello che viene semmai richiesto è di avere più risorse per fare sempre le stesse cose al di là di una valutazione ragionevole su quello che producono. Dovremmo auspicare, invece, un cambiamento di mentalità (e di culture organizzative): gli operatori pubblici e privati, professionali e non dovrebbero ragionare sulle proprie organizzazioni concependole come mezzi e non come fini in sé, mettendo al centro la complessità delle vite delle persone che dovrebbero sostenere e supportare.

Queste sono alcune delle sfide che ho cercato di mettere insieme in modo rapido e che, invece, bisognerebbe imbastire e riordinare un po’ in vista di un futuro incontro nazionale. Occorre capire fino a che punto siamo, come collettività, attrezzati per rendere i dettami della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità un riferimento stringente per fare e valutare le politiche, in senso generale e nel caso in cui alle limitazioni derivanti dalla disabilità si aggiungano anche le fragilità legate alla violenza di genere.

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