di Simona Lancioni
responsabile del centro Informare un’h (www.informareunh.it) di Peccioli (PI) e componente del Coordinamento del Gruppo donne UILDM (www.uildm.org/gruppodonne) 

Per riconoscere la violenza nei confronti delle donne con disabilità è necessario prima di tutto contemplare mentalmente che anche le donne con disabilità possono essere vittime di violenza. Se a livello mentale non viene nemmeno presa in considerazione questa ipotesi, possiamo escludere che la violenza, anche quando presente, verrà rilevata, a meno che non si manifesti in forme particolarmente eclatanti (ad esempio con percosse). Fanno da filtro alcuni pregiudizi: che la violenza possa riguardare solo donne rispondenti a certi canoni estetici (ad esempio: la donna non disabile e fisicamente attraente, escludendo anche, in modo del tutto arbitrario, che anche una donna con disabilità possa risultare attraente), e che essa sia una forma di espressione della sessualità. In realtà la violenza è un comportamento finalizzato alla sopraffazione, e la sopraffazione si esercita più facilmente nei confronti di chi è più debole, questo particolare rende le persone disabili particolarmente esposte al rischio di subire violenza. Inoltre non tutte le violenze sono di tipo sessuale, ma anche quando investono la sfera sessuale, sarebbe erroneo considerarle come espressione della sessualità: l’espressione della sessualità infatti implica un mettersi in relazione all’altro, nella violenza invece non si cerca la relazione, ma c’è un’imposizione unilaterale dell’atto sessuale attraverso la forza.
Le donne con disabilità sono esposte a due tipi di violenze: uno legato al genere, l’altro alla disabilità.
La violenza legata al genere si sviluppa con gli stessi meccanismi riscontrati nei casi di violenza verso qualsiasi donna, con in più l’aggravante che, per i casi in cui la donna abbia dei limiti di autonomia e il comportamento oppressivo sia posto in essere da chi le presta assistenza, il percorso di fuoriuscita dalla violenza risulta notevolmente più complesso.
La violenza legata alla disabilità assume connotazioni molto specifiche. Uno degli strumenti che è stato messo a punto per descriverla è un adattamento della “Ruota del potere e del controllo” (la Power and control wheel: people with disability and their caregivers) che esamina la violenza all’interno del rapporto tra la persona con disabilità e il suo (o la sua) caregiver (la persona che presta assistenza). Questo tipo di violenza può essere agito anche da donne (essendo esse, almeno in Italia, le figure maggiormente impegnate nei lavori di cura), e può essere rivolta anche nei confronti degli uomini. Si pensi, ad esempio, alla minaccia espressa dal caregiver di non prestare più assistenza alla persona con disabilità se questa non soggiace al suo volere, oppure alla gestione dei beni della persona disabile come se fossero proprietà del caregiver, o, ancora, al ricorso alla sedazione della persona disabile, non per motivi di salute, ma per alleviare il lavoro di cura.
Sempre in relazione alla violenza legata alla disabilità va segnalata la particolare fragilità delle persone disabili (in maggioranza donne) ricoverate in strutture residenziali. In questi contesti l’esposizione alla violenza è favorita dall’esorbitante asimmetria di potere/controllo tra chi gestisce le strutture e chi vi è ospitato/a. Purtroppo la cronaca ci regala un triste campionario degli orrori che possono verificarsi nelle istituzioni totali.
La violenza sulle donne e quella nei confronti delle persone con disabilità andrebbero prevenute attraverso interventi educativi volti a superare gli stereotipi di genere e a educare al rispetto delle differenze. Tuttavia, qui in Italia, diversi progetti di prevenzione della violenza promossi nelle scuole sono stati osteggiati da molti genitori e da alcuni movimenti prevalentemente, ma non solo, di ispirazione cattolica, che hanno inteso l’educazione al rispetto dei generi, e dei diversi orientamenti sessuali, come “promozione dell’omosessualità”.

Misure di contrasto e di risposta
Una volta preso atto dell’esistenza del fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità è necessario pensare a delle misure di contrasto e di risposta. A questo punto si pone il problema dell’accessibilità e dei diversi modi in cui essa andrebbe declinata: in relazione ai diversi tipi di disabilità (motoria, sensoriale, intellettiva), in relazione ai luoghi (ad esempio: accessibilità delle strutture di primo soccorso e delle strutture di accoglienza), e in relazione ai servizi (per la comunicazione, per l’assistenza fisica, per il supporto a chi ha una disabilità intellettiva).
Per inventare percorsi di uscita dalla violenza occorre mettere in campo competenze relative sia alla violenza (e ai suoi meccanismi), sia alla disabilità. Però occorre anche uscire da certe rigidità: non è detto che la risposta più adatta a una donna con disabilità vittima di violenza sia una comune casa rifugio pensata per le donne che hanno subito violenza, potrebbe essere, ad esempio, una struttura pensata per le persone disabili. Non è detto che chi agisce violenza sia sempre un uomo, né che la vittima di violenza sia sempre e necessariamente la persona disabile e non, sempre ad esempio, la caregiver schiavizzata dalla persona con disabilità di cui si prende cura. Per le donne impegnate nella lotta alla violenza sulle donne ipotizzare che anche le donne possano essere autrici di violenza nei confronti delle persone con disabilità non è un’acquisizione semplice da elaborare. Ma l’onestà intellettuale impone di tenere aperta la mente a tutte le possibilità, anche quelle più scomode e dolorose per noi.

Molta documentazione d’interesse è raccolta nella pagina dedicata al tema della violenza contro le donne curata dal Gruppo donne UILDM: www.uildm.org/gruppodonne/contro-la-violenza-sulle-donne/ 

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