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Autore: admin

8. Il dono dell’artista

di Silvia Presti

Che cos’è, cosa ci spinge ad essere creativi. Nella vita quotidiana, nel luogo di lavoro, per ogni persona. Una questione di libertà e di autorelizzazione. La creatività come luogo dell’identità.
Il concetto che si intende sviluppare in queste pagine riguarda la possibilità che il processo creativo dell’arte offre all’uomo di indagare la propria identità, rendendolo consapevole della propria possibilità di espansione intesa come la manifestazione della propria presenza nel mondo. Questo tipo di processo porta alla scoperta delle capacità personali di porsi in relazione con gli oggetti circostanti e proprio attraverso questo tipo di relazione l’uomo esprime i propri sentimenti ed i propri pensieri, recando in tal modo il proprio apporto personale al mondo.
L’individuo si sente quindi “parte di un ingranaggio” piuttosto che un alienato; il processo creativo lo porta a sentirsi una persona significativa, a sentire che può “fare perché è”, a sentirsi creatore e modificatore della realtà, e per ciò che fa dimostra di esistere. Questa manifestazione delle proprie capacità accresce la valutazione di se stessi, producendo così l’autostima: chi si stima (ovviamente non solo in senso narcisistico) si considera una persona significativa. Un processo di questo tipo appare inmaniera inequivocabile in quella esperienza che chiamiamo arte. Non ritenendola una disciplina da relegare ai soli addetti ai lavori, si cercherà qui dimostrare quali benefici possa procurare l’attività artistica a tutti noi. Analizzando le caratteristiche che realizzano l’esperienza artistica possiamo individuare tre aspetti: la condizione di isolamento, la comunicazione inconscia e il piacere.
In questi tre momenti, si evidenziano le possibilità che l’esperienza artistica offre all’uomo per indagare e strutturare la propria identità. L’invito è di utilizzare la creatività, anzi scoprire la creatività che è in ognuno di noi, per sentirci sempre più persone capaci di lasciare un segno tangibile delle nostre idee nel mondo. Essere capaci di creare il mondo in cui viviamo, crearela nostra vita, anzi una vita con l’accento: creati vità!

Se non ritornerete come bambini…
Le opinioni su ciò che si intende per creatività e processo creativo sono innumerevoli. Trarremo spunto dalle teorie di alcuni psicologi che, attraverso il loro lavoro, hanno esaminato il problema della strutturazione dell’identità nel processo creativo.
Donald W. Winnicott, figura di primo piano del movimento psicoanalitico della generazione successiva a Freud, ritiene che la creatività consista nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all’esperienza infantile, intesa come capacità di creare il mondo. Questa capacità di creare e di espandere la propria personalità attraverso ciò che si crea riguarda la relazione dell’uomo con ciò che lo circonda: proprio in questa relazione con gli oggetti l’uomo acquista la consapevolezza di esistere e di essere, nella capacità che ha di modificare e trasformare la realtà.
In questo senso Winnicott definisce la creatività come il mantenimento di alcune caratteristiche dell’attività infantile, in quanto il bambino, conoscendo per la prima volta gli oggetti e la realtà, struttura e crea una visione personale del mondo. Per vita creativa Winnicott intende “la possibilità di non essere continuamente uccisi o annientati dalla compiacenza verso, o dalla reazione a un mondo che fa violenza all’individuo”; si tratta quindi di riuscire a vedere ogni cosa sempre in maniera diversa.
Freud, invece, ritiene che l’atto creativo risponda alla necessità dell’espressione di un desiderio e tutta l’energia che viene riposta nel creare è espressione di un desiderio insoddisfatto. Anch’egli prende in considerazione il rapporto bambino-artista, intendendo l’artista come il creatore che si costruisce il proprio mondo, dando un nuovo assetto alle cose che lo circondano. Freud sostiene che l’uomo, diventando adulto, perde la capacità di fantasticare, o, quando invece la mantiene, solitamente degenera rischiando di diventare un malato mentale, in quanto degenerando perde il contatto con la realtà. La sua teoria prevede comunque un possibile equilibrio tra lo stato del bambino e quello dell’adulto nell’attività poetica ed artistica, che costituiscono, insieme alla fantasticheria, una continuazione ed una sostituzione del primo gioco infantile.

Artista normale e artista psicotico
Ernst Kris, storico d’arte e psicoanalista, pone una distinzione tra artista psicotico ed artista normale, partendo dalla concezione che nei processi creativi si verifica un processo di regressione dell’io. Tale fenomeno consiste nel portare la persona ad una maggiore libertà creativa, attraverso la liberazione delle limitazioni imposte dall’io. Nell’artista normale la regressione dell’io risulta parziale e temporanea, in quanto l’io non perde mai completamente il controllo; per quel che riguarda invece l’artista psicotico tale regressione non è né parziale né temporanea, ma soprattutto non è controllata dall’io, perché l’artista psicotico perde totalmente il contatto con la realtà. A proposito di questa distinzione tra artista psicotico e artista normale, anche un altro psicoanalista, Silvano Arieti, pone l’accento sul concetto di perdita del principio di realtà negli psicotici.
Nei processi creativi spesso accade che gli oggetti o le persone vengano riproposte in maniera metaforica. Questa intercambiabilità e questo spostamento, sono parziali per l’artista normale, mentre per lo psicotico sono completi: il contatto con la realtà che viene mantenuto dall’artista normale, non viene invece conservato dallo psicotico. In questo senso l’esperienza schizofrenica è considerata restrittiva, in quanto ad un oggetto viene legato un solo significato. L’esperienza creativa viene invece definita estensiva perché gli oggetti possono essere espressi in svariati modi.
Un altro teorico della creatività, esponente della psicoanalisi contemporanea, è M. Grotjahn. Sulla scia della distinzione tra artista normale ed artista psicotico, Grotjahn sostiene che il primo tende a riversare l’energia che gli è propria in una trasformazione in simboli o in creazioni artistiche, a differenza del secondo che invece la blocca per reprimerla. Questa tendenza alla repressione presente nello psicotico viene intesa da Grotjahn come difesa ereazione all’ansia. Anche l’artista prova ansia ma non ne ha paura, anzi si serve della sua reazione per interpretarla in maniera intelligente ed artistica. Diversamente dallo psicotico, egli non sviluppa un sintomo, ma una espressione interpretativa che può essere compresa da altre persone. Per Grotjahn il concetto di ansia creativa è centrale. Egli ritiene che tale ansia si sviluppi come reazione ad una tendenza distruttiva nata durante la prima infanzia, quando il bambino avverte di non essere più nel paradiso del grembo materno e reagisce in maniera aggressiva. Tutti passiamo attraverso questo momento, ma la persona creativa vi reagisce in un modo particolare, ricreando il mondo attraverso una sua personale interpretazione.
Vi sono poi alcuni psicologi umanistici, come Maslow e Rogers, che considerano anche l’importanza della società come luogo di sviluppo dell’uomo, e quindi come ambiente favorevole ad una realizzazione creativa della vita dell’uomo. Maslow ritiene necessario distinguere in due categorie la creatività: quella derivante da speciale talento e quella derivante dall’autorealizzazione. Quest’ultima scaturisce dalla personalità e si manifesta nella vita quotidiana.
Il secondo aspetto della creatività sarà il più indagato da Maslow, e lo porterà a definire la creatività una capacità della persona di integrare ciò che gli accade intorno con quella che è la sua condizione interna. Se l’integrazione interiore della persona è capace di sintetizzare, costruire, unificare ed interpretare, allora nella misura in cui riesce a fare tutto ciòla persona è creativa. Questo tipo di creatività chiamata “self-actualizing” mette in evidenza la personalità del creatore anziché l’oggetto creativo di per sè.
Anche Rogers punta l’attenzione sul fatto che la creatività porta sempre un contrassegno dell’individuo sul suo prodotto, e tutta la sua teoria volge a dimostrare che “il processo creativo è la manifestazione attiva di un nuovo prodotto della relazione tra l’uomo e il mondo, la cui comparsa è determinata dall’irripetibilità dell’individuo da un lato, e dai materiali, dagli avvenimenti, dagli esseri umani o dalle circostanze inclusi nella sua vita, dall’altro”.
Il suo è un invito alla fiducia negli altri ed in se stessi, e soprattutto all’essere soddisfatti per prima cosa del proprio prodotto creativo, anche quando questo non incontra l’approvazione generale. Se la persona è soddisfatta di ciò che ha creato, sente questo prodotto come la realizzazione delle potenzialità insite in lei.
Chi crea, infatti, solitamente non lo fa allo scopo di comunicare, però dopo aver creato, desidera condividere con altri questo nuovo aspetto di se stesso in rapporto con l’ambiente che lo circonda.

Identità e creatività
Confrontando le teorie di questi autori si può arrivare a conclusioni talvolta contrastanti. Tutti comunque attribuiscono molta importanza al processo creativo in quanto processo di strutturazione dell’identità. Ma cosa significa scoprire la propria identità? Marco Dallari in “Antropomorfo” la definisce come “scoprire di essere, di poter influenzare, modificare l’aspetto del mondo esterno”. Questo tipo di processo combacia con il processo che l’artista compie quando crea.
Si è parlato precedentemente della “capacità di ricreare il mondo”, attraverso la quale si acquisisce la “consapevolezza di esistere” (Winnicott). Si è parlato di “creatore” (Freud) e si è parlato di “regressione dell’io” (Kris). Si è parlato di “metafora”(Arieti), e di “ansia creativa” (Grotjahn). Si è parlato di “autorealizzazione”(Maslow), di “segno individuale” e di “realizzazione delle potenzialità insite nella persona” (Rogers).
Se proviamo ad ordinare queste categorie in una scaletta, ci risulta un processo molto simile a quello dell’artista quando opera:
1) “l’ansia creativa” dovuta secondo Grotjahn ad un’esigenza di ricostruzione del paradiso perduto al momento della nascita, porta il
2) “creatore” alla necessità di
3) “ricreare il mondo in una visione personale”. Tale capacità creativa si attua attraverso una
4) “regressione dell’io parziale e temporanea” che porta l’artista ad una comunicazione inconscia con se stesso e con i propri sensi. Questa regressione, permette all’artista di presentare una sua nuova visione del mondo attraverso delle
5) “metafore” da lui elaborate, le quali non sono altro che
6) “contrassegni individuali” che vengono lasciati nel mondo. Essendo individuali, e quindi strettamente legati alla persona che li ha prodotti, l’artista si rende conto di lasciare una traccia di sè nel mondo, ed acquisisc ecosì la
7) “consapevolezza di esistere”, in quanto è riuscito a
8) “realizzare le potenzialità insite in lui”, e così, dimostrando ase stesso di essere capace di “fare”, in questo modo si
9) “autorealizza”.
Va sottolineato il fatto che tutto ciò che è stato descritto è un processo che si ripete e che non deve mai avere fine. Anche la strutturazione dell’identità avviene attraverso un processo che, in quanto tale, non si conclude mai.
Sia il processo artistico, che quello della strutturazione dell’identità, possono essere definiti delle “condizioni di tensione verso”, delle ricerche che sono sempre in corso e che non avranno mai una fine. Per quanto è stato esposto precedentemente, e per la definizione che è appena stata formulata, mi pare si possa dire che il processo creativo dell’artista sia un processo di strutturazione dell’identità.

7. Le forme della bellezza

di Roberto Ghezzo

Il brutto è un concetto estetico che è entrato a pieno titolo nella riflessione filosofica solo a metà del ‘700 con Edmund Burke. Nell’antichità il brutto viene considerato la negazione del bello-vero-buono e come tale mero non-essere. Non vale la pena occuparsene: il brutto non ha dignità, è pronto per la rupe Tarpeia.
Ma Burke scopre che esistono molteplici valori estetici che non è possibile racchiudere in una categoria estetica onnicomprensiva, il Bello appunto, e così teorizza il Sublime come categoria e a se stante (nell’antichità il sublime era invece un grado del bello, il grado più alto).

Burke connota in questo modo le due categorie:
– il bello: caratteristica di oggetti che ispirano amore (ad esempio i bambini, le cose piccole e graziose, la donna: ricordarsi che il nostro scrive nel 1756!)
– il sublime: caratteristico di oggetti che ispirano terrore (ecco che il Brutto per la prima volta fa la sua comparsa nella riflessione estetica) e timore, rispetto ed ammirazione (Dio, ma anche Satana, un deserto, il mare in tempesta, eccetera).
Gli oggetti belli sono anche deboli, fragili come ad esempio i fiori; gli oggetti sublimi sono paurosi, connotati da una forza sovrumana che può porci in pericolo, che può disporre della nostra vita. E’ una distinzione per noi interessante: un disabile è un essere debole e come tale può facilmente ispirare sentimenti di amore, di protezione. Acutamente Burke nota che l’amoresi avvicina al disprezzo più di quanto non si creda. Ad esempio il cane è il migliore amico dell’uomo, il più amato degli animali ma nello stesso tempo per bestemmiare si usa la parola cane e non ad esempio la parola leone. Del leone invece si ha una paura che incute rispetto, ammirazione, non certo amore. La debolezza, immediata conseguenza del deficit, porta il disabile a rientrare nella classe degli oggetti belli (non a caso bambino ed handicappato sono termini spesso associati per caratteristiche ritenute comuni: la tenerezza, la sensibilità, l’aver bisogno d’aiuto, l’innocenza). Nello stesso tempo, e salta fuori di nuovo l’aspetto paradossale e contraddittorio dell’essere handicappato(ne abbiamo parlato a lungo in HP 63), una persona con deficit per la sua diversità incute paura. La condizione dell’handicappato richiama ai più idee quali morte, sofferenza, limite, realtà che non vorremmo vedere e che continuamente rimuoviamo dalla nostra coscienza. Da un lato i sorrisi, le strette di mano, i palloncini e i fiori, le torte delle feste (immagini tipiche di molte riviste che si occupano di handicap); dall’altro la diversità come tragicità, il dolore del mostro, la tempesta delle difficoltà di un disabile. Da un lato i colori tenui dell’amicizia,
dall’altro i colori foschi della non integrazione. Da un lato il bello, dall’altro il sublime. Ovvero il perturbante.

Casa dolce (?) casa
In un saggio del 1919 (“Das Unheimlich”), Freud analizza il concetto di perturbante e scopre una cosa apparentemente molto strana: la parola tedesca unheimlich (perturbante, inquietante) ha moltissimi significati, alcuni dei quali la portano a coincidere con i significati della parola heimlich (nascosto, familiare, intimo, segreto). La radice delle parole è Heim, casa, e Freud nota che solo ciò che in qualche modo ha a che fare con la nostra casa è perturbante. In altri termini non tutte le diversità ci fanno paura e sono perturbanti, ma solo la diversità che ci riguarda da vicino, che riguarda profondamente il nostro essere al mondo. Nel disabile sono compresenti questi due aspetti: l’essere debole, l’essere sotto il nostro controllo, l’essere meno potente dei normodotati, da una parte; dall’altra l’essere manifestazione di un destino di morte, sofferenza e limite che sfugge al nostro potere e che subiamo in quanto uomini. La diversità del disabile è perturbante perché ha a che fare con la nostra casa, con il nostro abitare il mondo.
Per uscire da questa dicotomia che rischia di stritolare un rapporto autentico con un disabile, suggerisco (e mi ripeto) di avviare un incontro che possa andare oltre la constatazione della disabilità e ci faccia assaporare la persona che sta davanti a noi. La conoscenza diretta di una persona disabile può aiutarci ad andare oltre la stereotipia esplicitata dalla coppia bello-sublime. Se ho la possibilità di vedere un disabile che gioca a calcio in carrozzina scopro molto cose. Innanzitutto che la sua debolezza non significa disabilità, nel senso di non abilità, ma determina un fare sport che è speciale, particolare. In questo caso la persona disabile è un atleta: la sua debolezza non necessariamente richiama idee di protezione ed amore (nello sport del calcio in carrozzina l’agonismo è presente quanto in altri sport e vi sfido a provare simpatia per un atleta della squadra avversaria che vi elimina con un suo gol da una competizione importante: a me è successo).
D’altra parte la disabilità di un atleta non necessariamente lo inquadra nel sublime (nel significato cui Burke dà a questa parola). Bisogna come già ho detto più volte, collegare la parola handicap a parole vitali, significative, come ad esempio lo sport. Anche gli aspetti più perturbanti e inquietanti espressi dal deficit, in un contesto di gioco, di sport, sono messi in secondo piano dalla bellezza del gesto atletico.
Solo in questo modo il disabile non sarà per definizione bello come un bambino o sublime come un eroe tragico.

Originale o Imitazione?
Forse potrà apparire una cosa scontata ricordare che esistono molti tipi di bellezza accanto ai quali la diversità dì un disabile può inserirsi brillantemente. Tanto per fare un esempio la bellezza di una ventenne come Claudia Schiffer non fa sfigurare affatto la bellezza di una cinquantenne come la Deneuve. Ma anche i visi delle persone più anziane esprimono esteticamente di più o meglio altre cose rispetto al bel viso di un bambino. Ogni età ha la sua bellezza, ogni razza umana ha la sua peculiarità in fatto estetico e non c’è una ragione teorica per lasciare fuori le persone con deficit da questa varietà e ricchezza di forme. Caso mai è brutto perché ridicolo un anziano che pretende di avere la bellezza di un ventenne o un ventenne che si atteggia comequalcuno più anziano di lui. Si determina un effetto di bruttezza quando in generale una bellezza cerca di snaturarsi ed omologarsi in favore di un altra, di una bellezza ritenuta più vincente. Questo è un pericolo molto presente anche per un disabile: l’essere identificati come una imitazione venuta male di un originale, di un modello naturale e normale. Una imitazione, ricorda Rosenkranz è sempre brutta perché denota mancanza di creatività, di originalità, è povera di vita. E’ la sensazione che provano due persone vestite nello stesso modo che si incontrano ad una festa. Oppure quando guardiamo un quadro e lo troviamo molto bello, e poi ci dicono che in realtà quel quadro è una imitazione di un altro, o magari è un falso. Si capisce facilmente il perchè non c’è peggiore offesa per un pittore dire di un suo quadro “sembra una fotografia!” come non c’è peggiore offesa per un fotografo dire di una sua foto “sembra un quadro!”.
Se guardiamo agli handicappati come persone che rincorrono faticosamente e, ancor peggio, senza speranza una condizione normale a loro preclusa è inevitabile il considerarli brutti. Quanto volte sentiamo dire di un disabile “guarda, adesso (o in questa foto) non sembra neanche disabile!”.
Se consideriamo la diversità di una persona con deficit per come è, slegata da una associazione mentale che del resto è scontato fare con la normalità, la sua originalità acquista aspetti positivi. Anche da un punto di vista estetico. Quando è morto il mio amico e collega disabile Alberto ho sentito questa frase:”Sono convinto che Alberto è rinato bellissimo da qualche altra parte di questo pianeta”. Mi sono chiesto fra me e me: perché, non era già bello prima? Come sarebbe stato Alberto senza i suoi movimenti spastici, le sue sudate, il suo modo di ridere, le sue parole borbottate che adesso ci mancano tanto? Come possiamo sentire la mancanza di una persona che non sia anche bella, nonostante le indubbie difficoltà che la sua condizione di disabile comportava? Provate a pensare ad un vostro amico, ai suoi difetti: un carattere un po’ troppo apprensivo oppure troppo collerico, un naso storto o troppo lungo, eccetera. Come sarebbe questo amico senza questi difetti. Sarebbe preferibile, è la risposta più spontanea. Ma proviamo a immaginarlo veramente senza questi difetti, a immaginare di viverci insieme, finalmente in pace, senza problemi, perfettamente d’accordo su tutto, simili in aspetto e uguali nella sostanza, sani-belli-forti come nelle migliori pubblicità …

Il cerchio alla testa
Per spiegare meglio: osservate questo cerchio: è il più perfetto che siamo riusciti a disegnare. Eppure guardando al microscopio scopriremmo che non è poi così perfetto come lo vediamo.Scopriremmo delle increspature sulla carta, la linea curva d’inchiostro della circonferenza tutt’altro che definita, per cui la definizione matematica di cerchio (come insieme dei punti di un piano la cui distanza da un punto dato è uguale o minore ad un numero assegnato) non sarebbe soddisfatta dal nostro disegno. In realtà tutte le figure geometriche che possiamo disegnare (perfino quelle al computer) non sono perfette se non nella nostra testa.Questo induceva Platone a sostenere che tutte le cose del mondo non sono altro che imitazioni imperfette delle idee e come tale il mondo, con tutto il suo ammasso di cose imperfette, soggette al tempo, alla rovina, alla morte, è un mondo brutto. Con la stessa logica rigorosa Platone ne deduce che l’arte, essendo a sua volta copia del mondo terreno, si discosta due volte dalla vera realtà, si allontana due volte dal vero essendo una imitazione di una imitazione.
Tutti i cerchi che possiamo fare sono cerchi imperfetti, con qualche difetto,con qualche deficit. Sono cerchi disabili. C’è una definizione di creatività abbastanza strana data da una persona di cui ci possiamo fidare: Picasso. La definizione è questa:”Creatività è la capacità di osservare bene le cose”.
Picasso richiama l’attenzione sulle cose in se stesse, non sull’idea che abbiamo di queste cose. Questo è un pensiero estremamente ricco perché ha moltissime applicazioni. Prendiamo ad esempio una classe di bambini. Il termine classe viene utilizzato in matematica per definire un insieme di oggetti con caratteristiche comuni. Essere creativi per Picasso significa tener sempre presente che non hai a che fare con idee astratte ma con situazioni e oggetti unici, singolari, che non sono riducibili ad idee chiare e definite, che come il nostro cerchio hanno dei deficit “ideali”. Naturalmente noi possiamo e dobbiamo ragionare per idee perché ciò può essere molto funzionale per gli scopi che ci prefiggiamo. Raggruppando per classi i bambini, classi d’età, è evidente che si vuole ottenere l’effetto di permettere all’insegnante di relazionarsi con soggetti che abbiano lo stesso grado di comprensione di ciò che loro viene insegnato. Ogni insegnante che si rispetti sa però che la classe di bambini non contiene soggetti uguali tra loro, e la sua bravura sta tutta nella capacità di adattarsi ad ogni bambino perché ogni bambino è diverso dall’altro. Non esiste il Bambino ma esistono i bambini. E’ molto utile conoscere il Bambino perché ci permette di programmare, di stabilire degli obiettivi, di darci degli strumenti (questo è il sapere scientifico che si può anche apprendere sul libri); poi però abbiamo a che fare con bambini che hanno dei nomi, delle storie uniche e irripetibili (e questo è il momento propriamente artistico della attività educativo, il momento della scelta degli strumenti, delle continue verifiche, eccetera …). Creatività è imparare a guardare le cose per quello che sono. Educare è imparare a guardare quel bambino per quello che è: ciò risulta più facile se guardiamo noi stessi per quello che siamo.

Scegliere la nostra originalità
Il nostro modo di guardare alle cose è frutto di una cultura, ha una storia. E’ molto importante familiarizzarsi con una abitudine a mettere in discussione le cose troppo evidenti. Facciamo un esempio. Il nostro modo di guardare allo spazio risente molto della concezione cartesiana per cui il valore di un punto è dato dal sistema di riferimento nel quale è inserito. Dal punto di vista della qualità un punto è uguale all’altro, cambia solo il valore a livello quantitativo. Mi spiego meglio: non esistono luoghi nel mondo che sono qualitativamente diversi dagli altri, cioè che ad esempio sono sacri. Un luogo è una entità misurabile. Punto e basta. Se entro in una chiesa o in un qualsiasi altro spazio che abbia in sè qualcosa di sacro, questo qualcosa non è misurabile, non è oggetto di scienza. Da qui a dire con i positivisti chequesto qualcosa non esiste, il passo è breve. Nel nostro mondo occidentale l’approccio scientifico di questo tipo ha allontanato il sacro dalla nostra dimensione. Questo tipo di visione è molto diversa da quella che propone Donjuan, lo stregone yaqui, a Carlos Castaneda, l’autore di vari libri di antropologia. In “A scuola dallo stregone” Castaneda racconta un episodio molto significativo. Avvicinandosi a Don Juan per diventare suo discepolo e farsi spiegare i misteri della magia yaqui, Castaneda scopre che quello che si è proposto non è così semplice da attuare. Innanzitutto Don Juan dice che acconsentirà a diventare maestro solo se l’aspirante supererà una prova che consiste nel cercare sulla veranda della sua casa il proprio punto dove stare. Il rettangolo della veranda non è un insieme di punti uguali fra loro (come potrebbe apparire a chi ha un modo di pensare cartesiano). Castaneda deve scoprire il proprio punto, deve capire da solo dove poter stare, anzi dove deve stare se vuole imparare. Ad una prima analisi della veranda a Castaneda sembra invece che ogni punto sia uguale all’altro. Sfinito dopo un giorno di ricerche, quando gli pareva ormai giusto desistere dallo scopo, si accorge che un punto della veranda gli sembra diverso dagli altri e sedendosi lì si sente bene. Quando Don Juan torna e lo vede seduto lì gli dice: “Bene, ha itrovato il tuo posto. Ora posso insegnarti”. Il sapere di Don Juan non è un sapere trasmissibile come quello scientifico, che si può scrivere sui libri e che tutti possono imparare. Essere discepoli implica l’aver scelto il proprio posto, e così essere maestri si può solo a certe condizioni. Ogni uomo è un essere originale, un origine che, come racconta l’etimologia della parola, significa essere una sorgente. Questo è più evidente con una persona disabile, ed essendo più evidente (come abbiamo detto in HP61) è anche più nascosto. Scegliere la nostra originalità significa ritornare alla sorgente, fare come il discepolo che su invito del maestro cerca il proprio posto, il posto che solo lui può occupare.

Conoscere come storia
Torniamo al cerchio. Abbiamo detto che ogni cerchio disegnabile su carta, rispetto a quello mentale, ideale, è una imitazione. A questo punto qualsiasi cerchio diventa sostituibile da un altro, con il criterio di preferenza di scegliere cerchi il più possibile perfetti (se il nostro obiettivo è quello di utilizzare il cerchio ad esempio per delle operazioni geometriche, o per costruire una casa). Da un punto di vista estetico invece la valutazione cambia.
Potremmo disegnare un cerchio rosso o uno blu e a livello geometrico non ci sarebbero variazioni particolari. Non cambierebbe nulla. Ma se dovessimo utilizzare questi cerchi come motivi decorativi di un vestito il criterio di scelta cambierebbe molto.
Ma che dire di una figura come questa: un cerchio deforme. La parte bassa di questo cerchio che è la più perfetta può aiutarci a costruire qualche regola geometrica. Invece nella parte superiore questa operazione è impossibile. Prima valutazione immediata: questo è un cerchio brutto, venuto male, inservibile. Non è così semplice trovare una regola per l’insieme dei punti di questo cerchio, (ma si può ancora chiamarlo così?). Non è così semplice calcolarne l’area. Qui i punti della sua circonferenza non sono equidistanti da un centro, anzi guardando bene, dov’è il centro? La definizione di cerchio, abbiamo visto, è una descrizione perfetta del cerchio e come tale è un contenuto conoscitivo che è perfettamente trasferibile da una testa ad un’altra. Se io dicessi ad una persona che non ha mai visto in vita sua un cerchio: “Disegnami l’insieme dei punti di pianola cui distanza eccetera, ovvero la definizione di cerchio)”, questapersona mi disegnerebbe proprio un cerchio. Ma se dovessi descrivere il cerchio deforme ad una persona che non lo sta guardando, non ce l’ha di fronte, sarebbe abbastanza difficile. Forse inizierei col dire: “sotto è come un cerchio normale (normodotato), poi invece nella parte superiore da sinistra va prima su poi scende un poco, poi torna su……Potremmo descriverlo come un semicerchio con sopra una linea strana. Potremmo, con l’aiuto del calcolo infinitesimale, calcolarne l’area (con l’attenzione di ricordarsi però che dall’area non se ne può ricavare la forma perché esistono infiniti cerchi deformi con la setssa area del nostro). Sicuramente esiste una formula matematica che definsce e descrive il cerchio deforme ma non è così evidente-immediata, sarebbe impossibile partendo da essa farci una immagine mentale del nostro cerchio.
Forse se fosse un logo di qualcosa dovremmo dargli un nome. Non sarebbe più il Cerchio ma avrebbe un altro nome, un nome particolare, unico. Per evitarci cerchi alla testa potremmo appallottolare questo foglio di carta e buttarlo giù nel cestino Tarpeio.
Se per descrivere la fìgura del cerchio deformato utilizzassimo una griglia tratteggiata, magari degli assi cartesiani, potremmo descrivere meglio il deficit del cerchio in questione. Quello che però siamo comunque costretti a fare è di andare oltre la definizione di cerchio perché non descrive anche il cerchio deforme che abbiamo disegnato. Questo cerchio ci obbliga ad una descrizione più particolareggiata, non si accontenta di uno sguardo veloce ma richiede tempo e ricerca. Si potrebbe scoprire che quel cerchio inutilizzabileper gli scopi ordinari, si può utilizzare in altri modi. Strumenti diversi servono anche per risolvere problemi diversi. Il deficit di perfezione del cerchio può diventare una risorsa.

Il Bel Niente
Parlare di deficit come risorsa può apparire una contraddizione in termini.Generalmente si pensa ad una risorsa come qualcosa che c’è, che esiste, non come qualcosa che manca, non come un’assenza, un deficit. Eppure, sarà che la realtà ama essere contraddittoria, una mancanza-deficit può diventare significativa, almeno quanto il silenzio, quanto una pausa all’interno di unbrano musicale. Il silenzio non è assenza di musica ma assenza di suono: la musica infatti è armonia di suoni e silenzio. Un deficit non è assenza di umanità, di significato, di valore, ma assenza potremmo dire di normalità (parola che si porta dietro una accezione positiva e una negativa), abbassamento o innalzamento, a seconda del punto di vista, della soglia dei nostri limiti in quanto esseri umani. Il Progetto Calamaio nelle scuole elementari propone questo gioco: promettiamo ai bambini un bellissimo regalo se riusciranno a batterci in una delle scommesse che spesso facciamo con loro. Ma quando mettiamo le mani in tasca per tirar fuori il regalo, tiriamo fuori un Bel Niente. In effetti in manonon abbiamo che un Bel Niente. Qualcuno può essere deluso, qualcun’altro può anche ritenersi preso in giro, eppure si scopre che questo Bel Niente, inaspettatamente, è pesante, molto pesante, e anche voluminoso. E’ divertente mimare di avere fra le braccia questa cosa così ingombrante e ancora più divertente è passarla al compagno che sta vicino. Il Bel Niente passa di mano in mano fino a ritornare all’educatore che l’aveva tirato fuori dalla tasca. Il vantaggio del Bel Niente è che può diventare quello che vogliamo, può anche diventare molto piccolo e leggero come una bolla di sapone. Un altro enorme vantaggio è che si può portare dovunque ed è così comodo che spesso non sisa di averlo in tasca. Infatti, invitando i bambini a controllare nelle proprie tasche si scopre proprio che alla fine, tirando fuori tutto quello che c’è in tasca, in mano resta un Bel Niente. Se un bambino tira fuori dalla tasca una gomma o un fazzoletto o tutte e due le cose insieme, alla fine in tasca rimarrà sempre un Bel Niente. In fondo questa è l’unica certezza che abbiamo (nelle proprie tasche infatti ognuno può pescare cose molto diverse prima di arrivare immancabilmente al Bel Niente), è l’unica cosa che ci accomuna tutti. Con la gomma si possono fare molti giochi (anche cancellare gli errori) ma non è facile immaginare, ad esempio, di avere in mano qualcosa di ingombrante: con il Bel Niente sì. Forse può sembrare che questo regalo abbia un deficit di realtà: ad esempio non si può barattare o vendere, anche se si può però condividere, non si deteriora anche se lo si può utilizzare quasi sempre. L’unica cosa da temere è che ci si dimentichi di giocarci. Il deficit ha senso se riusciamo a giocarci, se riusciamo cioè a fare il gioco di essere handicappato.
Il Bel Niente diventa un Brutto Niente quando non riusciamo a connetterlo al tutto: Ma anche il Tutto può essere brutto, dittatoriale, senza il Niente. E se nelle nostre tasche fossimo condannati a trovare sempre qualcosa? Senza il vuoto ci sarebbe solo il pieno (anzi il Pienone, la calca, la folla che schiaccia ogni individualità), un ordine prestabilito necessario nel quale noi non abbiamo possibilità di vero movimento, perché tutto già c’è, tutto è già stato immaginato e creato. Dal niente invece possono nascere le idee più diverse. Il Bel Niente sta al Tutto come il silenzio sta ai suoni, ed è in questo gioco armonioso, musicale, misterioso, che ogni essere umano, disabile e non, si avventura.

5. L’Italia che coopera

a cura di Flavio Gerolla

La situazione della cooperazione internazionale in Italia. Le difficoltà delle ong di fronte ai tagli di bilancio operati negli ultimi anni. Le nuove prospettive offerte dall’Europa. Intervista a Raffaele K. Salinari, presidente COCIS.

L’Italia che coopera
L’Italia e la cooperazione internazionale con i paesi in via di sviluppo: può farmi una breve storia degli ultimi anni?
 Il nostro paese si è impegnato organicamente all’interno delle dinamiche Nord-Sud in tempi relativamente recenti. Sino a pochi anni fa infatti gli unici soggetti attivi in questo campo, in particolare sui temi dell’aiuto allo sviluppo, erano le associazioni di volontariato internazionale, le cosiddette Ong (Organizzazioni non governative) ed il mondo missionario. La prima normativa nazionale in questo senso è degli anni ’70, periodo nel quale il nostro paese”scopre ” il suo ruolo di potenza economica internazionale e decide di dedicare una parte di risorse all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Nasce cosi il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, una struttura specializzata all’interno del Ministero Affari Esteri, che gestisce qualche miliardo di lire attraverso progetti in gestione diretta ed al contempo supporta i programmi di sviluppo delle Ong. La vera accelerazione si ha con la legge che istituisce il cosiddetto Fai (Fondo di aiuto italiano), che nel ’85 stanzia ben 1900 miliardi di lire contro la fame nel mondo, sull’onda emotiva delle immagini della carestia nel Corno d’Africa. Al Fai, fonte di sprechi e di imbrogli ancora nel mirino della magistratura, segue la prima normativa organica in questo senso, lalegge 49 dell’1987, che trasforma il Dipartimento in una vera e propria Direzione Generale ed istituisce una unità di tecnici specializzati per valutare, ed in parte gestire, un ventaglio di interventi che allora beneficiavano di circa 5000 miliardi l’anno, una percentuale del 3-4-% sul PIL. La legge n. 49/’87 valorizza anche il ruolo delle Ong ed è ad oggi la legge di riferimento. Purtroppo il boom di finanziamenti degli anni ’80 e ’90 ha continuato negli sprechi e nella non programmazione razionale dell’aiuto, tranne che per il comparto Ong, con un danno di immagine all’idea stessa di solidarietà internazionale ed il progressivo depauperarsi delle risorse dedicate a questo campo, arrivando ad una dotazione di fondi destinanti a queste attività che oggi pongono il nostro paese ai posti più bassi tra i donatori,con una percentuale sul PIL dello 0,2%. Bisogna però aggiungere, percorrettezza di informazione, che in questa ultima finanziaria, il Governo hamarcato una decisa inversione di tendenza, riportando in alto la quota del PIL dedicato all’Aps, innestando al contempo la marcia verso una vera riforma organica di tutti gli strumenti per fare cooperazione allo sviluppo. In ultimo bisogna sottolineare come il nostro paese abbia recentemente preso coscienza della sua posizione mediterranea, e come lo spettro una volta esageratamente ampio, quasi a pioggia, dei nostri interventi si sia focalizzato sulmediterraneo e sulle parti più povere dell’Africa, con una impostazione che le nostre Ong condividono.

La situazione oggi: che percentuale del suo PIL l’Italia dedica a questo settore e confrontandolo con gli altri Paesi europei che considerazionisi possono fare?
Come dicevo l’Italia ha attraversato periodi di grande impegno verso le attività di cooperazione, basti pensare che negli anni ’80 e parte dei ’90 per molti paesi africani eravamo il primo donatore, e periodi di depressione assoluta , come è avvenuto con il progressivo abbassamento della quota pubblica tra il ’94 ed il ’98, ove siamo decisamente scomparsi dalla scena mondiale. Bisogna però dire che questo quadro è in parte comune a tutti i paesi industrializzati aderenti all’OCSE, che hanno progressivamente diminuito la loro quota di Aps per favorire gli investimenti privati. In Italia questa diminuzione è stata drammatica perché è servita anche come risanamento dei conti pubblici e coma azzeramento di una serie di malefatte. La cosiddetta malacooperazione, che tanto aveva influito negativamente anche sulla scelta politica di tagliare i fondi. Di questa situazione spesso hanno fatto le spese anche le Ong, che sisono sempre battute perché il nostro paese rispettasse gli impegni presi insede internazionale, e dedicasse fondi significativi alle attività che permettono, tra l’altro, la progressiva e pacifica stabilizzazione di aree geografiche a rischio come quella del Mediterraneo. Dagli ultimi dati sembra quindi che il punto più basso sia stato superato, anche per le pressioni delle Ong, e spero quindi che in futuro l’Italia torni ad essere un paese autorevole anche in questo campo.

Quali sono i principali problemi che incontrano le Ong italiane?
Le Ong italiane hanno attraversato negli ultimi anni dei momenti drammatici. Bisogna pensare che il nostro ruolo è quello di lavorare insieme alle popolazioni del Sud del mondo, con programmi concreti di sviluppo, siano essi di tipo educativo od infrastrutturale, sanitario od agricolo. Tutto ciò implica una programmazione pluriennale, e quindi il progressivo inaridiment odelle risorse, aggravato da una macchina burocratica bloccata dalle vicende giudiziarie, ci ha messo in situazioni gravissime, spesso nella impossibilità di proseguire i nostri programmi, con le conseguenze che potete immaginare. Bisogna però dire che in questi anni, sugli oltre trecento progetti gestiti dalle Ong aderenti alla nostra federazione, solo pochissimi sono stati sospesi dato che la reattività delle Ong ha fatto si che si potessero reperire altre risorse, di origine comunitaria o internazionale, tamponando egregiamente l’afasia del nostro Ministero. Oggi la situazione è decisamente migliore, perché si sono ascoltate le nostre richieste che vertevano su di una semplificazione burocratica delle procedure interne la Farnesina e perché si è ristabilito un clima positivo all’interno del mondo politico in ordine a questi temi. Certo ultimamente le Ong hanno dovuto ancora alzare la voce perché nella morsa del risanamento dei conti pubblici erano caduti anche gli interventi adono per i Pvs (Paesi in Via di Sviluppo), ma una battaglia condotta a livello della presidenza del consiglio ha svincolato i nostri progetti da logiche ragionieristiche che non si potevano certo applicare a questo caso. Oggi le Ong chiedono una burocrazia meno vessatoria ed un reale rapporto di partenariato con le istituzioni, meno fondi pubblici ma più sgravi fiscali, per ristabilire anche attraverso questo strumenti un rapporto di partecipazione dei cittadini aitemi della solidarietà internazionale. Come dicevo mi sembra si stia andandonel verso giusto.

A livello legislativo, esiste un progetto di legge, che elementi nuovi introduce?
La legge n. 49/’87 è nata durante il periodo finale della guerra fredda. Essa risente ancora della divisione del mondo in blocchi contrapposti e del ruolo decisamente subalterno del nostro paese all’interno di queste logiche. Nonfosse altro che per questi motivi di fondo è necessario cambiare il quadro di riferimento complessivo e quindi bene hanno fatto il Parlamento ed il Governo amettere in cantiere una riforma organica della legge.
E’ decisamente positivo anche che quasi tutte le forze politiche abbiano presentato loro proposte di legge e che anche il Governo, facendo fede agli impegni presi nel suo programma elettorale, ne abbia predisposta una. Questo significa che almeno una parte del mondo politico ha ripreso a cuore questaparte della nostra politica estera, e che le continue sollecitazioni delle Ong per una nuova normativa hanno rotto il muro della indifferenza. Attualmente la riforma è in discussione al Senato, sulla base di un testo concordato tra leforze politiche che avevano presentato le loro proposte. E’ presto per dire quando avremo il varo della riforma e come sarà, dato che il cammino è lungo esi intreccia con ben altri problemi parlamentari, ma l’avvio è dato e quindi daparte nostra siamo fiduciosi. Devo anche dire però, per non essere tacciato di ingenuità politica, che le Ong insieme al sindacato ed al mondo missionario, hanno promosso un Osservatorio sul cammino della riforma, che segue l’iter dellastessa ed al contempo organizza momenti di riflessione, anche di lobby politica sugli aspetti che ci sembrano più rilevanti. La partita quindi non è solo nelle mani del mondo politico.

Con la costituzione progressiva dell’Europa che cambiamenti ci sarannoin questo settore?
L’orizzonte europeo è oggi la principale fonte di impegno per le Ong aderenti alla nostra federazione ma, più in generale, per tutte le Ong italiane. La centralità della costruzione di una cittadinanza europea anche attraverso la nascita di una politica estera comune ispirata ai principi della democrazia economica, sociale e politica per tutti i popoli della terra, rappresenta infatti il nostro obiettivo politico più alto. In particolare con lo spostamento di gradi di sovranità da Roma a Bruxelles, anche le Ong si sonoattrezzate in questo senso , costituendo network europei con la intenzione diesercitare le giuste azioni politiche in sede comunitaria. La nostra federazione ad esempio ha recentemente aperto un ufficio a Bruxelles ed è entrata a far parte del network Solidar, che raggruppa una serie di associazioni europeeimpegnate sul tema dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, un temacentrale nella battaglia per modificare il modello di sviluppo liberista. L’Europa è anche attualmente la maggior fonte di fondi per realizzare i nostri progetti e quindi, anche da questo punto di vista, diventa più europea anche la nostra maniera di fare progetti nei Pvs costruendoli insieme ad altre Ong europee, o pianificando una campagna di educazione allo sviluppo con altri partners europei, per magnificare a questa scala il nostro impegno.
L’ultima implicazione riguarda il ruolo che le Ong italiane vogliono esercitare sul governo perché l’Italia partecipi più attivamente alla determinazione delle politiche in sede comunitaria, costruire cioè una Italia più consapevole del suo ruolo europeo. In questo senso chiediamo sempre più ai nostri politici di essere coerenti con questa necessità e di riorientare anche gli indirizzi della nostra cooperazione allo sviluppo in senso europeo.

E’ possibile fare un discorso a parte, in base alla sua esperienza, pergli interventi delle Ong a favore dei disabili nei paesi in via di sviluppi? Sesi in che termini?
Le Ong hanno in questi anni acquisito una grande esperienza in programmi in favore dei disabili, in particolare in quelle zone di guerra che vedono un numero altissimo di traumi post bellici, basti pensare al problema delle mine.
In specifico le Ong hanno da tempo perfezionato quello che si chiama la Cbr, cioè la Community Based Reabilitation, che consente un coinvolgimento delle famiglie e delle strutture sanitarie di base nella cura dei disabili. E’ un campo vasto ma anche delicato, che combatte contro la reticenza di mostrare certi tipi di disabilità. Resta il nostro impegno in questo senso e la esperienza originale accumulata ad esempio in Palestina, in Angola o, più recentemente, nella ex Jugoslavia.

Per un educatore italiano, un operatore sociale che voglia intraprendere questa esperienza di lavoro, che cosa deve fare? Cosa deve conoscere, a chi deve rivolgersi?
Esistono in Italia tre federazioni di Ong che possono orientare la domanda degli operatori verso le Ong che si occupano di questi problemi. Si tratta poi di entrare in contatto diretto con la Ong ed iniziare un percorso formativo ad hoc che ogni organizzazione gestisce per suo conto, tenendo in specifico alla situazione del paese nel quale si opera.

3. La relazione di aiuto: il caso dell’Albania

di Andrea Canevaro

Negli ultimi giorni del mese di marzo 1997, la crisi dell’Albania haraggiunto dei livelli tragici. Pochi giorni prima della Pasqua Cristiana Occidentale, vi sono stati esodi massicci e uno di questi ha causato un incidente in mare. Sono morte decine e decine di persone: la stampa e la televisione italiana hanno parlato molto di questo evento, mostrando scene di disperazione, accompagnate da diversi discorsi di uomini con responsabilità politiche.
Da più parti una tale tragedia è stata commentata da una valutazione chespostava l’attenzione dall’Albania all’Italia e riprendeva, utilizzando l’Albania come un pretesto, un dibattito conflittuale fra le parti politiche italiane. Anche la tragedia del mare, che è costata la vita a bambini e donne soprattutto, è diventata l’occasione di rimproveri reciproci fra i rappresentanti delle diverse opinioni politiche.
Vi è stato poco spazio per un tentativo di comprendere come la tragedia di un popolo si sia sviluppata in un contesto più ampio, internazionale, che non solo l’aveva alimentata, ma non aveva neanche previsto la necessità di preparare un’azione che consentisse alla tragedia di avere delle proporzioni meno ampie e meno profonde.

La relazione di aiuto verso un popolo intero
Nel caso dell’Albania dovrebbe essere molto chiaro che una relazione d’aiuto molto ampia, come quella richiesta da un intero popolo, sia pur piccolo, ha bisogno di una preparazione e che l’assenza di essa non può essere imputata ai singoli, che si trovano ad avere delle assunzioni di responsabilità nel momento in cui si verifica l’esplosione della tragedia. Casomai, ai singoli può essere chiesta la necessità di farsi carico di una riflessione operativa, che consideri anche il passato e le sue colpe. Anche nell’occasione di un incidente più piccolo, che colpisca un individuo, si può verificare la stessa dinamica. Molte voci che si levano a difesa ed anche ad attacco sono una possibilità chel’incidente stesso diventi il pretesto per agire drammaticamente, per creare una serie di tensioni che, di per sé, non hanno quasi nulla da vedere con l’incidente.
Le relazioni d’aiuto possono nascere da situazioni individuali come da situazioni collettive, possono avere origine da fatti imprevisti e realmente imprevedibili come da lunghe preparazioni fatte di trascuratezza o di miscele esplosive che hanno certamente delle responsabilità. Nel momento in cui siproducono delle tragedie e quindi scatta la necessità di un aiuto, sembra quasievasivo perdere tempo nella ricerca delle responsabilità. E’ pur vero che molte volte l’assenza di preparazione e la responsabilità dei disastri sono collegabili.

Il coraggio di Gino Cervi
Può sembrare poco rispettoso nei confronti di una tragedia come quella del popolo albanese ricorrere alla trama di un film che ebbe come protagonista Totò. Si tratta del film di Domenico Paolella “Il coraggio”. E’ la storia tragicomica di un personaggio, interpretato da Totò che si presenta a casa di colui che gli ha salvato la vita da quello che riteneva essere un tentativo di suicidio; il salvatore è interpretato da Gino Cervi.
Totò  si presenta dunque a casa di Gino Cervi e dice: “Siccome mi hai salvato, eccomi: adesso fai in modo che la mia vita abbia un senso, mantienimi. La mia vita è nelle tue mani”. Lo sviluppo tragicomico successivo della commedia interessa fino ad un certo punto, ma vi è un’analogia con tante situazioni che si sviluppano, avendo mostrato ad altri quali poteva essere una vita che in qualche modo era stata salvata dal degrado, ma che improvvisamentesi ripresenta a bussare alla porta e dice: “Eccomi qui: mi avete mostrato quale dovrebbe essere la vita, ed io adesso vorrei entrare in quella vita che mi avete mostrato. ”
In questa riflessione, è trasparente collocare l’uso della televisione, cioè dei grandi mezzi di informazione non solo sui fatti, ma anche sul modo di interpretarli e di viverli su modelli di vita; per di più la televisione da un’informazione che usa l’ immagine, quindi è tanto più seduttiva e capace, apparentemente, di aprire degli orizzonti.
La miscela esplosiva di una situazione che ha avuto uno sviluppo tragico è fatta anche di questi elementi: una grande costruzione di tragedia che nello stesso momento rivela una totale incapacità di assumere il ruolo che la relazione d’aiuto vorrebbe.
Questo permette di comprendere che, anche oltre la tragedia che si è sviluppata, c’è una tragica contraddizione che gran parte della popolazione vive: questa può essere riassunta in termini forse, anzi certamente schematici,  come ritenere che l’unico modello di sviluppo possibile sia quello martellante, ossessivo, dello sviluppo di mercato e nello stesso tempo di chiedere azioni di freno e di argine a coloro che di questo mercato sentono l’attrattiva e vorrebbero entrarvi, in una logica tale da non portare solo la loro presenza di produttori acquirenti, ma anche i loro bisogni. E allora nascono i risentimenti nei confronti di una collettività che dovrebbe nello stesso tempo rinforzare il modello di mercato e proteggere coloro che del mercato sarebbero gli unici protagonisti legittimi da coloro che ne diventano gli intrusi e quindi inevitabili disturbatori.
In questa situazione, chi opera nel rapporto di aiuto rischia molto di essere nello stesso tempo colui che improvvisa e colui che viene utilizzato o anche strumentalizzato, con consapevolezza o no, da coloro che ritengono necessario creare il freno o la barriera. Bisogna aiutare qualcuno perché sia tenuto lontano e perché non diventi l’ospite indesiderato.
La confusione che si può creare attorno ad un tragico incidente permette di non avere più le energie o lo spazio per fare quello che è necessario fare, ossia una riflessione operativa che permetta di avere una maggiore preparazione alla relazione da aiuto. Ma c’è da domandarsi se vogliamo veramente fare questo passo necessario affinché, nella prossima occasione, non ci ritrovi nella stessa situazione.

La necessità di confermare il proprio benessere
Volendolo fare realmente, bisogna mettere in seria discussione un modo di vivere e cercare di capire se è possibile mantenere tutto ciò che già si ha, pur entrando in rapporto con chi presenta dei bisogni immensi, ai quali è necessario dedicare energie e risorse. Sembra che questa sia l’ultima richiesta che molte persone fanno e sia anche un motivo di preoccupazione per quei governiche mostrano un minimo di attitudine a ripensare, in termini di solidarietà, lo sviluppo economico e sociale.
Immediatamente nasce una voce di protesta nei confronti di quei governi: perché su certi standard non si deve mettere le mani, si chiamino organizzazione del mercato e del lavoro, si chiamino anche organizzazioni del proprio benessere sociale, quindi anche relativamente a strutture di servizi che devono essere disponibili unicamente ad accogliere e ad aiutare i cittadini di un certo paese e non sono disponibili a riequilibrarsi in funzione dei bisogni di altri. Ospiti o lontani. La condivisione sembra uno dei problemi più complicati da affrontare perché trova immediatamente una seria opposizione nei confronti di coloro che hanno necessità, apparentemente è proprio questa, di difendere livelli occupazionali, organizzazione sociale, benessere. Anzi, di solito, anche incoloro che sembrano più ragionevoli, il modo di pensare si sviluppa attraversola necessità, prima di tutto, di confermare il proprio benessere perché solo così sembra, che ci sia la possibilità di sviluppare una relazione d’aiuto. Ma questo può essere un modo di pensare molto contraddittorio.
E’ necessario riflettere per prepararsi-preparare le professioni sociali chevanno dai medici agli educatori, uomini e donne, e preparare una riflessione che tocchi anche gli argomenti importanti quali sono le strutture economiche, le organizzazioni del lavoro, le rappresentanze delle istanze sindacali e organizzativi.
Micro-realtà e macro-realtà hanno una connessione che non può essere elusa: se ad esempio parliamo di formazioni professionali non possiamo pensarle come casi individuali ed eccezionali, ma dobbiamo rivolgere l’attenzione alle strutture di formazione; già con questo entriamo in una connessione tra micro-realtà e macro sistemi. E le connessioni non si fermano, quindi bisogna fare uno sforzo perché questa continua necessità di collegare non diventi anche uno smarrimento, un modo elusivo di affrontare la realtà.
Crediamo necessario non rivolgerci ad un criterio univoco, ma pensare sempre in termini di pluralità, anche di pluralità concettuale.

Come un viandante
È un’immagine forse retorica che può aiutare il senso di una procedura normativa e di riflessione, è l’immagine di chi cammina, del viandante, che deve poter capire, nello stesso tempo, com’è il terreno su cui posa i piedi e come è la prospettiva. Non deve guardare solo la linea dell’orizzonte, ma deve ogni tanto guardare dove mette i piedi.
Il suo sguardo si sposta in relazione alle difficoltà del terreno. Questo è in parte ciò che si deve fare, o pensiamo si debba fare, in un percorso di formazione quale è quello che impegna la relazione d’aiuto. Vi sono momenti in cui è necessario concentrare tutte le proprie energie sul terreno in cui si è e vi sono altri tempi in cui è altrettanto necessario guardare in che orizzonte siamo collocati, in che direzione stiamo camminando e se stiamo camminando. Questo modo di operare è anche necessario quando vi sono tragedie che sembrano mobilitare tutti, senza lasciare spazio ad una riflessione più ampia e capace anche di ricostruire un minimo di storia. E questo porta a considerare alcuni punti problematici non facili da risolvere.

3. “Non ho parole…”

di Nicola Rabbi

I medici e gli infermieri raramente sono in grado di informare adeguatamentge i genitori; si sbaglia il modo di dirlo, il momento scelto, il posto: questo è quanto emerge dalle testimonianze di tre madri intervistate durante l’inchiesta.

“Quella domenica, a poche ore dal parto, mentre chiacchieravamo, vediamo avvicinarsi due pediatre dell’ospedale che iniziano a visitare il bambino; chiediamo se tutto va bene e a questa domanda una delle pediatre si gira verso di noi dicendo: ‘Non vi siete accorti che vostro figlio è mongoloide?’.”
“Una volta che la pediatra ci ha informati dei suoi sospetti – dice F. – per dieci lunghi giorni abbiamo aspettato il risultato definitivo della diagnosi dato dalla mappa cromosomica, il cariotipo; alla fine la stessa dottoressa venne a trovarci e ci disse: “Avete visto, avevo ragione, il bambino è affetto da sindrome di Down, non per vantarmi ma su queste cose mi sbaglio poche volte.”
Per fortuna non a tutte le famiglie capita di venire informate in questo modo sullo stato di salute del proprio figlio; ma, la mancanza di tatto, non si limita a questo; quando viene il momento di spiegare meglio cosa sia avere un figlio Down i medici utilizzano vecchi testi raffiguranti immagini di bambini mongoloidi gravi e descrivono le loro caratteristiche con estrema freddezza. “Quando non conosci un problema – continua a raccontare F. – tutto ciò che ti viene detto da persone che ritieni per di più capaci, ti pesano, ti distruggono e non le metti in dubbio; ora invece che è passato del tempo e ne sappiamo di più, possiamo dire che questi bambini hanno delle potenzialità che possono essere utilizzate”.

L’informazione nei sotterranei dell’ospedale
Altre volte l’informazione non viene neppure data subito, ma con una scusa sicerca di rinviarla perché non si sa come darla. E’ quanto è capitato ad A.:”Quando è nato me l’hanno messo sulla pancia…aveva un viso molto schiacciato; a me e a mio marito sono venuti dei sospetti che non sapevamo però chiarirci”. Poco dopo l’ostetrica chiama in disparte il marito a cui comunicano che il neonato deve essere ricoverato in neonatologia per via di una spalla “un po’ piegata”. “Mi hanno fatto capire che era megliotrasferire il bambino subito, forse avevano paura che io capissi”. Il giorno dopo, nonostante le richieste, i genitori non riescono ad avere altre notizie. Così il marito va nella clinica dove è ricoverato il bambino per sapere come sta. Solo a questo punto conosce la verità: suo figlio ha la sindrome di Down. Intanto alla madre i medici comunicano che il figlio non ha niente alla spalla e che sta bene, ma che deve rimanere sotto osservazione. Lei non resiste all’attesa e decide di andare di persona in neonatologia: “Mi ha accompagnato un’ infermiera- ricorda A. – che attraverso dei sotterranei mi ha portato alla clinica del bambino. Là sotto, l’infermiera mi ha informata sullo stato di mio figlio. Mi ricordo in particolar modo una sua frase: ‘L’amniocentesi dovrebbe essere obbligatoria per evitare che capitino cose come queste’.”
“Guardavo quel bambino – continua a ricordare A. – e mi domandava se era proprio mio; all’inizio non pensavo che mi sarei affezionata, ma poi col tempo..”
Ad L. invece la notizia viene data quasi subito al marito in termini abbastanza precisi con il consiglio di dirlo alla moglie solo successivamente per non causarle uno shock che avrebbe compromesso l’allattamento. “L’informazione è stata poca – racconta L. – i nostri dubbi non venivano chiariti; poi i medici ti parlavano sempre con una nota di dispiacere, come una cosa senza speranza, un evento luttuoso e basta. E’ stato solo con l’aiuto di un altra famiglia che aveva vissuto un’esperienza come la nostra che siamo riusciti a reagire”.
In queste brevi testimonianze sono raccolti tutti gli elementi che compongono questa delicata questione: un personale sanitario (sia medico che infermieristico) molte volte impreparato a gestire situazioni come queste e che non sa scegliere il momento e il modo giusto per comunicare con i genitori, né tantomeno il posto adatto; l’importanza per le famiglie di venire informate correttamente e di entrare in contatto con persone che hanno già vissuto questi momenti drammatici.
Le storie riportate si riferiscono a bambini con sindrome di Down ma lo stesso discorso è valido per qualsiasi tipo di malformazione, da quelle più gravi a quelle che possono essere risolte con un semplice intervento chirurgico; anche in questi casi un’inadeguata prima informazione può portare seri danni psicologici ai genitori, rendendo più difficile l’accettazione del proprio figlio.

Il punto di vista del medico
Visto dall’altra parte il problema assume connotati naturalmente diversi; i medici, anche quelli più disponibili ad affrontare la cosa, sono in difficoltà nel comunicare una notizia come questa, perché si ha la consapevolezza che in ogni modo “si sta dando una botta” alla coppia di genitori. E’ un momento sgradevole ed è frequente il caso che il ginecologo, che ha seguito la donna per tutto il periodo, non si faccia più vivo per motivi d’imbarazzo.
A complicare il quadro interviene anche un altro fattore, di cui si è già accennato sopra: la categoria medica è tradizionalmente portata a considerare principalmente il problema sanitario, scaricando, come qualcosa che a loro non compete, gli aspetti psicologici che riguardano, in questo caso, la coppia di genitori.
“Negli ultimi 10 – 20 anni – afferma Guido Cocchi neonatologo all’ospedale S. Orsola di Bologna – sono cambiate molte cose; una volta si dava l’impressione ai genitori che questo avvenimento fosse solo una disgrazia, non dando alcun accenno di speranza. C’era anche il tentativo di “scaricare” la cosa sui genitori. Oggi il nostro orientamento è quello di dare una completa informazione, compresa quella sulle potenzialità e le possibilità di recupero”.
Il professor Cocchi rileva un atteggiamento comune dei genitori che si verifica in questi casi: “Anche i genitori tendono a scaricare l’ “arrabbiatura” con dei ragionamenti del tipo: ‘Ma come, per nove mesi mi hanno detto che tutto andava bene e adesso…”; c’è la convinzione chese si fanno tutte le analisi e se queste vanno bene allora il bambino sarà sicuramente sano, ma questa sicurezza non esiste”.
Se da una parte i progressi della medicina non possono prevedere tutti i casi di malformazione nei neonati, esiste anche un problema di controlli che spesso non sono adeguati.
“E’ essenziale una corretta diagnosi prenatale – dichiara Luciano Bovicelli, fisiopatologo prenatale dell’ospedale S. Orsola – per averle occorre un personale altamente specializzato, mentre il livello professionale degli ecografisti è molto modesto; soprattutto quelli privati che molte volte non sono aggiornati e non hanno la stessa pratica dei loro colleghi che lavorano nei servizi pubblici”.

Il solito problema dei costi
Sia la prevenzione (basti pensare che in Italia il 5% dei neonati ha delle malformazioni) che un atteggiamento medico più moderno e attento alla persona nella sua globalità (ovvero una diversa formazione) si scontrano con un altro problema, quello dei costi.
La prevenzione costa (anche se nel periodo medio-lungo si rivela fonte di un enorme risparmio di risorse), la formazione dei medici anche. Quando si parla del problema della prima informazione con i medici ci si scontra sempre con un problema strutturale: la situazione dell’ospedale, in perenne carenza di organici e di altre risorse. Allora sembra affiorare un discorso anche se non detto in termini espliciti: “Non è possibile essere attenti a tutto, il problema della prima informazione è una cosa interessante e importante ma ce ne sono altri mille a cui noi medici dobbiamo far fronte”. Certamente nei periodi di crisi economica e di tagli alla spesa pubblica (e sanitaria) questi discorsi non possono che venire avvalorati.

2. Comunicare l’evento

di Daniela Follo

Si chiama prima informazione il delicato momento in cui il medico dovrebbe dire ai genitori che il neonato ha qualcosa che non va.
Per cercare di capire come i medici coinvolti (ginecologi e pediatri) si comportano in questi casi e per conoscere l’esperienza diretta dei genitori, abbiamo realizzato un’inchiesta. Abbiamo intervistato 10 pediatri e 23 ginecologi dei centri di nascita pubblici e privati (tutti situati in provincia di Bologna) e 12 famiglie cui era nato un bambino con malformazioni negli ultimi sei anni.

Le risposte dei medici
Per quanto riguarda i medici, le domande del questionario chiedevano a chi disolito spettava il compito di comunicare ai genitori la notizia e come venivadata, a chi veniva comunicata (al padre o alla madre), se veniva scelto un posto in particolare, come veniva seguita la famiglia successivamente.
Dall’esame delle risposte ottenute si osserva che il più delle volte è il neonatologo a fornire alla famiglia la prima informazione (26), mentre il ginecologo partecipa in una minore percentuale di casi (11 casi, di cui 7 nel caso del ginecologo che abbia seguito personalmente la donna durante la gravidanza). Per il colloquio viene scelto uno studio medico o un’altra sede riservata in 27 casi, la stanza di degenza della madre in 8.
La maggior parte dei medici preferisce in genere parlare con il solo padre (23) e meno frequentemente con entrambi i genitori (8), nessuno affronta il problema direttamente con la madre da sola.
19 medici contro 14 preferiscono aspettare piuttosto che comunicare immediatamente il loro sospetto diagnostico, usando una certa cautela (13 casi) in attesa dell’esito degli esami cui viene sottoposto il bambino.
Quanto all’attenzione che viene rivolta alla personalità dei genitori ed alla loro psicologia 14 medici contro 11 dicono di non prenderla in considerazione e 4 dicono di valutare tali aspetti se possibile o quando già sia emerso qualche problema. Infine si nota che i nonni non vengono mai contattati, se non in due casi.
Come affrontano i medici le modalità della comunicazione?
La maggior parte (22) discute i vari aspetti del problema più o meno estesamente, mentre 9 si limitano ad un’informazione semplice e concisa. Secondo 20 di loro il messaggio trasmesso è piuttosto positivo ed ottimistico e tiene conto delle potenzialità future del bambino, mentre 8 medici dicono di attenersi strettamente alla letteratura medica. Tutti in genere offrono la possibilità di un secondo colloquio per ulteriori chiarimenti.
I medici intervistati seguono canali propri di aggiornamento sulle patologie da noi indicate (12) o hanno partecipato ad incontri o si documentano tramite l’IMER (18), il gruppo di studio sulle malformazioni congenite della regione Emilia Romagna.
Al momento della dimissione 16 medici indirizzano la famiglia verso associazioni di genitori con lo stesso problema, 17 verso assistenti sanitarie o sociali del distretto di appartenenza o altre figure del servizio materno infantile, 12 astrutture ospedaliere, 3 non danno alcuna indicazione.

Un’informazione affidata alla buona volontà del singolo?
Se vogliamo trarre da questa indagine qualche considerazione, possiamo concludere che generalmente il delicato compito di fornire alle famiglie la prima informazione viene svolto dal pediatra, che l’affronta con maggiore disponibilità. Talvolta però questi non valuta bene quale influenza possa avere il suo messaggio sull’accettazione del figlio da parte dei genitori. Se i messaggi trasmessi vengono recepiti in modo negativo (per i contenuti stessi o per il modo di esprimerli, oppure perché molto vaghi e sommari), il padre e la madre vedranno nel figlio soltanto gli aspetti problematici dell’handicap e continueranno anche nel futuro a considerarlo più che altro un handicappato.
Nelle strutture dove, contrariamente a quanto da alcuni affermato, ancora oggi nascono bambini con handicap, la prima informazione non dovrebbe essere affidata alla buona volontà o alla sensibilità del singolo, ma dovrebbe essere ben codificata (esistono a questo proposito vari lavori pubblicati in letteratura). Ciò per evitare quei casi in cui genitori giovani ed entusiasti per la nascita di un figlio vengano aggrediti e colpevolizzati o abbandonati di fronte ad un problema che andrebbe invece affrontato e discusso insieme con la massima competenza, fornendo nel contempo le informazioni utili per iniziare subito a viverlo nel miglior modo possibile.

Le famiglie raccontano
Le domande poste invece ai genitori chiedevano di raccontare la loro esperienza diretta di “prima informazione”, le emozioni che avevano provato e infine alcuni suggerimenti su come questa comunicazione dovrebbe essere fatta. Delle 14 famiglie intervistate, 12 avevano avuto un bambino con la sindrome di Down e a 2 era stato diagnosticato al figlio un diverso deficit mentale.
Il momento della comunicazione della diagnosi è differente nei due casi, infatti mentre con relativa facilità si sospetta di essere in presenza di una sindrome di Down (pur essendo necessaria la conferma da parte del cariotipo, la mappa cromosomica), quando ci si trova di fronte a patologie neurologiche divaria natura la complessità di un inquadramento diagnostico richiede tempi lunghi di osservazione ed approfonditi accertamenti.
La prima informazione, nei 14 casi esaminati, è stata generalmente data al padre per primo (8 volte) o ad entrambi i genitori (2 volte); è stata fornita dal pediatra del nido (7  volte) o dal pediatra della struttura ospedaliera dove il bambino veniva trasferito per patologia (4 volte) o dal ginecologo (2 volte).In un solo caso fu fornita dalla capo sala.
Da quanto riferito emerge che il personale parasanitario non viene in genere coinvolto, anzi assume spesso un atteggiamento sfuggente di fronte al problema; in un solo caso, tra quelli di nostra conoscenza, un’infermiera si soffermò spontaneamente a parlare con la madre di tale problematica perché ne aveva avuto esperienza diretta.
Nei casi della sindrome di Down il sospetto è stato comunicato subito dopo la nascita del bambino, a volte in uno studio medico (2 volte su 12), a volte nella camera di degenza della madre (3 volte su 12), qualche volta nel corridoio o nella stanza del cambio dei neonati (2 volte su 12). In 5 casi i tempi della comunicazione sono stati più tardivi.
Dalle impressioni dei genitori emerge che alcuni medici sono stati piuttosto vaghi e poco chiari nell’esporre il problema (4 casi su 14), altri hanno dato informazioni essenzialmente negative e con note di commiserazione per il futuro del bambino e della famiglia (5 su 14). Altri medici hanno fatto un colloquioprolungato nel corso del quale si sono dilungati su tutti i vari aspetti delcaso, disegnandone a volte un quadro ottimista e positivo (3 su 14) o assolutamente negativo (2 su 14).
Molto raramente (in un solo caso) è stato richiesto un incontro successivo per ulteriori chiarimenti con il medesimo medico: probabilmente perché le famigliesi sono rivolte a persone di loro conoscenza o al personale medico della struttura ospedaliera che accoglieva il bambino per ulteriori accertamenti e cure o alle associazioni dedite a queste problematiche.
Alle famiglie è stato consigliato, spontaneamente o su loro richiesta, di rivolgersi alla propria Usl in 3 casi, alle associazioni specifiche in 6, mentre in 4 casi non venivano suggeriti i percorsi successivi da intraprendere.

Un’informazione data male per 7 famiglie su 14
L’impressione finale che emerge dai colloqui effettuati con i genitori è che essi hanno vissuto un’esperienza di primo contatto con il problema del loro bambino appena nato piuttosto negativa: 7 genitori su 14 cambierebbero, potendo, l’esperienza che hanno allora vissuto e dai loro commenti si possono ricavare alcuni suggerimenti per il personale medico che si trovi di fronte a questo delicatissimo compito.
La comunicazione della diagnosi o del sospetto dovrebbe essere più rassicurante ed ottimistica e più aggiornata sulla realtà attuale della sindrome di Down esulle potenzialità future di chi ne è affetto. In tale occasione bisognerebbe evitare di dilungarsi troppo su tutta la gamma dei problemi clinici descritti nella sindrome, in quanto ciò creerebbe nei genitori delle paure esagerate, che non hanno poi sempre riscontro nella realtà.
Anche per le altre patologie neurologiche, per le quali non si possono fare previsioni categoriche per il futuro e delle quali bisogna seguire nel tempo gli sviluppi, è necessario fornire ai genitori, oltre ad un quadro realistico della malattia, anche gli strumenti per affrontare la condizione del figlio, accennando alle varie possibilità terapeutiche e riabilitative conosciute ed indirizzandoli verso eventuali strutture specializzate in tali patologie.
Tale comunicazione dovrebbe essere effettuata in ambiente riservato e, possibilmente, ai due genitori insieme. In entrambe le situazioni bisogna favorire l’avvicinamento precoce al neonato e l’allattamento, perché un’accettazione migliore del proprio bambino è senz’altro facilitata dal precoce contatto.

1. Prima Informazione

Editoriale

di Giovanna Di Pasquale e Maria Cristina Pesci

L’annuncio della nascita di un bambino di cui si constata o si sospetta la presenza di un deficit, può rimanere come una sorta di imprinting nelle storie di quel bambino e della sua famiglia, influenzando a volte inconsapevolmente molta parte delle relazioni che via via lo coinvolgeranno.
Un ricordo molto spesso incancellabile, che dura nel tempo, che si rinnova conla sua carica di dolore ogni volta che nuove situazioni scandiscono la vita riproponendo il confronto con gli altri e con la propria immagine.
Questo primo momento di incontro con una realtà non voluta, inaspettata, a volte segretamente temuta, sempre indesiderata, non è affatto qualcosa di neutrale ed ininfluente. I racconti delle madri e dei padri, a volte più di ogni altra considerazione e ricerca, sottolineano l’aspetto cruciale di queste affermazioni; soprattutto colpisce il grande scarto di opinioni tra chi ha vissuto, in qualità di genitore, la condizione di ricevere la notizia della nascita di un bambino ammalato o colpito da un deficit e chi, in veste dimedico, esprime il proprio parere sulle modalità e la qualità degliavvenimenti che tale evento ha comportato.
In questo numero monografico, dedicato appunto al tema della prima informazione, abbiamo voluto tentare una sorta di dialogo a più voci fra le parti coinvolte.
In questo senso il percorso di lettura parte dalla prima sezione relativa alle inchieste che presenta i risultati di due lavori, prodotti in tempi diversi, a Milano e Bologna che aiutano a fare un quadro dei problemi sul tappeto.
Abbiamo poi una seconda sezione dedicata alle testimonianze dei genitori, da cuiemerge tutta la gamma delle reazioni emotive messe in atto per lenire il dolore:la negazione, il rifiuto, la vergogna, l’angoscia, il senso profondo d’impotenzapossono attraversare la parte più profonda di una madre, di un padre…Forse una delle possibili strade che con fatica può avvicinare ad una nuova piacevolezza di vita passa anche attraverso l’opportunità di dare parola ad una realtà spesso ammutolita dal senso di distruzione e di colpa.
Infine, la terza parte illustra due esperienze condotte nei reparti ospedalieri per bambini nati gravemente prematuri dove si è praticata l’accoglienza del piccolo nato e della sua famiglia e dove si è provato un cambiamento. Farsi carico di portare la notizia ai genitori implica, da parte del personale sanitario, comprendere dentro la propria funzione quel coinvolgimento emotivoforte, esplosivo e dolorosamente reale, a cui non può sottrarsi ciascuno degli elementi che partecipa a tale comunicazione.
E’ possibile fare della prima informazione un contesto che, pur rimanendo difficile da calibrare, rivela anche delle prospettive per la famiglia, in cui cominciare ad intravedere dei possibili cambiamenti, a comprendere che anche la diagnosi di un deficit è un dato che non va assolutizzato ma che può avere una sua storia evolutiva.
Questo processo può essere maggiormente facilitato e può trovare modo diesprimersi se passa attraverso la consapevolezza interna che si è sempre dentro a una dimensione non unidirezionale bensì dentro un flusso comunicativo intrecciato e rialimentato.
La disponibilità a lavorare in questa direzione, ad innestare dei percorsi di comprensione delle dinamiche presenti, costituisce la trama essenziale su cui poggiare l’introduzione di innovazioni organizzative e di indicazioni comportamentali per migliorare una comunicazione reciproca basata in modo inestricabile sul tempo dell’ascolto e della parola reciproco.

8. Maestra, immaginami…

a cura del Progetto Calamaio

Storie di bambini e storie di insegnanti, eroi e anti-eroi, narratori onniscienti e narratori immersi negli eventi: una “rilettura” del momento educativo come se fosse un racconto, alla ricerca di nuove prospettive e punti di vista dai quali osservare e osservarci.

Ognuno di noi vive una storia che è anche il risultato dell’intrecciarsi dialtre storie. In particolare il nostro lavoro di educatori, di insegnanti, ciporta a conoscere le storie dei nostri alunni, ad entrare in esse con un ruolo molto importante, così come esse incominciano a far parte della nostra vita.
Varie volte nei corsi di formazione condotti dalla nostra équipe abbiamo proposto alle insegnanti di scrivere una storia, di immaginare un racconto che abbia come protagonista un bambino disabile, un loro alunno, oppure il più difficile, quello che più ha messo alla prova la loro professionalità, la lorocapacità di educare ed insegnare. Abbiamo chiesto loro di fare uno sforzo di immaginazione e di provare a collocare il loro alunno in una avventura, creando una ambientazione, creando se necessario altri personaggi e così via. Uno dei procedimenti creativi più utili è il cercare di prendere un oggetto e proiettarlo in uno sfondo assolutamente nuovo. E’ la procedura dello straneamento (così chiamata da alcuni poeti russi del primo novecento) cioè dello sradicamento di un oggetto da tutto quello che in modo stereotipato richiama necessariamente. Per esempio quando Marcel Duchamp per la prima volta ha allestito una mostra con oggetti assolutamente comuni, i cosiddetti “readymade”, cioè i “già fatti”, esponendoli come opere d’arte ha creato una nuova attenzione su questi oggetti. Esporre in un museo un orinatoio, ad esempio, o uno scola bottiglie, ha dato un nuovo significato a quell’oggetto, liberandolo dal suo utilizzo, che impediva di guardarlo per quello che era, che impediva si soffermarsi sulla sua bellezza. E’ un po’ la stessa sensazione di quando andiamo all’estero, perché tutte le cose nuove che sperimentiamo cio bbligano a guardare noi stessi con occhi diversi. Quando poi si torna a casa sinotano cose di cui non ci si era mai accorti, perché nonostante le vediamo ogni giorno magari non le abbiamo mai guardate, osservate. Cambiare posizione a noi stessi o agli oggetti che osserviamo getta una nuova luce, ci offre la possibilità di capire meglio sia l’oggetto che i nostri stessi meccanismi di osservazione dell’oggetto.

Breve analisi strutturale
L’esperimento che proponiamo alle insegnanti, l’invito a creare una storiache abbia come protagonista un loro alunno, ha proprio questo intento. L’obiettivo seguente non è di interpretare questo racconto con categorie psicologiche ma di analizzare le nostre scelte stilistiche e formali. La griglia di interpretazione sulla quale successivamente discutere propone quattro chiavi di lettura (se ne potrebbero aggiungere molte altre ma, avendo generalmente non molto tempo disponibile, è meglio non complicare troppo):
1- rapporto narratore-personaggi
2- rapporto tra l’eroe principale e gli altri personaggi e rispetto all’ambiente
3- rapporto del personaggio con la storia considerata nel suo complesso e nella sua articolazione
4- coinvolgimento dello scrittore nella storia
Proviamo ad analizzarle una per una.
1) Ci sono tre principali modalità di rapporto tra narratore e personaggi:
a) il narratore ne sa più dei personaggi. Il narratore è come l’occhio di Dioche conosce perfettamente il passato, presente e futuro dell’intera storia. Pensiamo a I promessi sposi di Manzoni. Il narratore sa tutto dei personaggi, conosce i loro sentimenti più segreti, prevede già in anticipo ogni loro possibile mossa. Non esiste una focalizzazione ben precisa nel senso che la storia, lo svolgimento degli eventi, viene raccontata da un punto di vista che è quello di una persona che conosce già tutto.
b) Il narratore ne sa quanto i personaggi. Ciò determina una narrazione in prima persona e il punto di vista è interno alla storia. La forma è quella del diario, del monologo interiore, ma anche i romanzi di Kafka, che pur sono narrati in terza persona, si connotano secondo questa modalità perché il narratore sembra non conoscere qualcosa in più rispetto ai propri personaggi.
c) Il narratore ne sa meno dei personaggi. Ciò determina una focalizzazione esterna ed è il punto di vista verista. Il narratore cerca di fotografare la realtà per quella che è, cerca di ridurre al minimo la propria presenza, cerca di far vivere i personaggi autonomamente, dà loro il massimo spazio.
2) L’eroe è uguale, inferiore o superiore agli altri personaggi? Ci possono essere eroi disabili? Quali sono le loro caratteristiche? Quali sono i parametriche indicano il grado di integrazione del personaggio con gli altri personaggi e con l’ambiente?
3) Il protagonista disabile è un personaggio statico o dinamico? La storia evolve verso un finale positivo o negativo? Quali difficoltà ci sono, se ci sono, ad immaginare una storia con questo protagonista?
4) Fino a che punto ci siamo lasciati coinvolgere dalla storia che raccontiamo? Vedere nel nostro alunno handicappato un personaggio che cosa ci ha suggerito?

Analogie e universi paralleli
Qualche volta, non sempre, questo esperimento è sembrato utile alle insegnanti, ha suggerito loro qualcosa. Ad esempio nella discussione del primo punto, relativo alla modalità di narrazione, il confronto con lo stile dell’insegnante è venuto in modo spontaneo. Più volte è saltata fuori l’importanza per l’educatore di scegliere di volta in volta lo “stile narrativo”: bisogna partire dal programma e dalla programmazione, dai saperi delle insegnanti sui bambini (il narratore sa più dei personaggi, non esiste una focalizzazione ben precisa), per poi passare al momento di mettersi in gioco (il narratore ne sa quanto i personaggi, punto di vista interno) e di volta in volta osservare distaccati, dal di fuori, l’accadere degli avvenimenti (il narratore ne sa meno dei personaggi, punto di vista esterno, verista).
Molte suggestioni-suggerimenti li hanno dati anche i successivi punti. Ad esempio sul quanto le insegnanti sono state coinvolte dalla storia che hanno scritto e su quanto sono coinvolte nella quotidianità scolastica, è stato un punto molto discusso. Ci sono in effetti grandi analogie tra la capacità dello scrittore di controllare la materia, l’emozione, attraverso la forma e l’empatia dell’insegnante nei confronti del bambino, che permette sì di sperimentare le sue emozioni ma anche di mantenere la distanza, senza perdere di vista l’armonia educativa.
Quello che secondo noi è molto importante è sottolineare l’operazione che sta dietro a questo esperimento-gioco: cioè l’utilità ogni tanto di cambiare linguaggio, cambiare termini, mutuandoli da altri “universi paralleli”a quello educativo. Se proviamo ad interpretare quello che avviene in classe utilizzando anche altre griglie interpretative forse questo può aiutarci a vedere la scuola non come un mondo a sé stante, può aiutare a trovare sempre maggiori collegamenti tra ciò che proponiamo ai bambini e la realtà.

10. Accogliere un prematuro

di F. Ferrari e M. P. Bosi

Due fasi essenziali per accrescere il benessere del bimbo prematuro e facilitare l’incontro con i genitori.L’umanizzazione dell’aspetto del piccolo, la costruzione di un nido aiuta i genitori ad avvertire di meno il senso di fragilità ed incompletezza e a confrontarsi la propria autonomia nel momento del ritorno a casa.

Negli ultimi due anni una serie di iniziative volte a promuovere il benessere del neonato si sono incontrate con l’esigenza di rendere più umano l’aspetto del prematuro grave accolto in terapia intensiva. Ci riferiamo all’abitudine di costruire attorno a ciascun prematuro un nido capace di offrire dei confini fisici all’attività motoria del neonato, così come avviene per la parete dell’utero durante la gravidanza e capace di offrire una stabilità posturale che impedisca al neonato supino di nuotare nel vuoto dell’incubatrice. L’esperienza del contenimento, del resto, ha profonde valenze per la vita affettiva e mentale del neonato: chi non vive o vive male l’esperienza primaria del contenimento, secondo Bick tende, nella sua vita adulta, a ricercare delle situazioni compensative di dipendenza che poi stenta a tollerare in relazione alla negatività delle esperienze precoci. Il nido viene costruito con materiale morbido (noi usiamo la lana sintetica, avvolta in un panno di cotone flanellato, che consente di lavare e sterilizzare più volte il nido stesso) e viene appoggiato su un materassino di acqua che può oscillare coi movimenti del tronco e degli arti. All’interno di questo nido il movimento del neonato appare più controllato, più fluido ed elegante, inizia e finisce in modo più graduale; spesso i movimenti degli arti superiori arrivano sulla linea mediana, vincendo la forza di gravità e permettendo al neonato di toccare parti del proprio corpo, il volto, il tronco, gli arti inferiori, così come avviene continuamente in utero. Sempre comunque il movimento raggiunge una sponda e l’iniziativa motoria inizia e finisce con una esperienza tattile piacevole. Nei primi giorni di vita il nido è completato da un pannetto morbido di flanella colorata che, dopo aver coperto il corpo del neonato, viene rincalzato sotto le sponde del nido stesso. Il pannetto completa l’azione di contenimento e stabilizzazione posturale del nido. Col suo peso il pannetto tiene flessi gli arti del neonato, così come avveniva in utero: spesso però le mani o l’intero braccio si liberano dal pannetto e si stendono al di sopra della superficie di flanella, sempre mantenendo contatto con qualcosa di morbido. Le manine sono quasi sempre aperte, quasi che il neonato non voglia perdersi alcun contatto cutaneo piacevole. E’ sorprendente osservare quante volte le mani arrivano a toccare il volto, il collo o ad intrecciarsi tra loro. Abituati ad osservare, secondo la tecnica dell’osservazione del comportamento motorio spontaneo di Prechtl, il movimento spontaneo del neonato accolto supino sulla superficie piatta del materassino tradizionale, siamo rimasti sorpresi dal non riuscire più ad osservare quelle tempeste di movimenti ampi degli arti che coinvolgono il tronco e i due cingoli, con vere e proprie rotazioni sull’asse che spesso si concludevano con la perdita completa del controllo posturale ed esitavano non raramente con il pianto del neonato. Le differenze del movimento del neonato nel nido sono sia qualitative, in quanto i movimenti appaiono più fluidi ed eleganti, sia quantitative, in quanto il neonato si muove di meno. Sul piano degli stati comportamentali è evidente che il neonato è più tranquillo, dorme di più, specialmente il sonno quieto con pochi movimenti corporei. La neurofisiologia neonatale ammette l’inizio di brevi ed instabili periodi di sonno quieto solo a partire dalla 33-34esima settimana di gestazione; l’ambiente del nido permette di evidenziare, sia sul piano dell’osservazione comportamentale che su quello delle registrazioni cardiorespirografiche, chiare fasi di sonno attivo e sonno quieto, già alla 27-28esima settimana. Questa osservazione non ci stupisce più di tanto se pensiamo che il contenimento posturale realizzato con nido e pannetto tende a ridurre il numero dei movimenti in generale ma, in particolare, sembra inibire i movimenti più bruschi come i sussulti e le mioclonie che spesso portano il neonato al risveglio. Se consideriamo l’effetto maturativo che sonno attivo e sonno quieto esercitano sul sistema nervoso centrale e se accettiamo l’idea che il neonato che dorme non soffre o soffre di meno ed è quindi meno sottoposto agli stress ambientali, comprendiamo che il nido ha un impatto positivo sul benessere e sullo sviluppo neurologico del nostro neonato.

L’uscita dalla terapia intensiva
Passati i primi giorni, dismessa la ventilazione meccanica, iniziata l’alimentazione enterale, iniziato l’accrescimento ponderale; allentatosi il clima di emergenza tipico della terapia intensiva, anche i genitori tirano un sospiro di sollievo. Il più delle volte tale sollievo è in realtà solo temporaneo perché col passare del tempo nuove complicanze sono in agguato: apertura o mancata chiusura del dotto di Botallo, comparsa di apnee e bradicardie, arresto della curva di crescita, segni larvati o manifesti di broncodisplasia, emergenza di segni della retinopatia del prematuro, anemizzazione progressiva e bisogno di trasfusioni, segni manifesti o sospetti di sepsi… Ogni qual volta una o più di queste complicanze si affaccia all’orizzonte e il sanitario informa i genitori della loro presenza, reale o temuta, i genitori sono di nuovo messi di fronte al rischio della vita, rischio che credevano ormai scongiurato. Questi momenti possono essere ancor più dolorosi, soprattutto quando la situazione è grave e i medici si affannano attorno all’incubatrice. Le parole tra sanitari e genitori lasciano il posto a sguardi, sguardi sfuggenti da una parte (i medici) e pieni di angoscia dall’altra (i genitori). Gli stessi medici, ottimisti e pieni di fiducia all’inizio, possono a volte manifestare tutta la loro incertezza, insoddisfazione, rabbia, paura: sanno di aver fatto il meglio che potevano eppure qualcosa di imprevisto, un’infezione, l’ostruzione delle vie aeree, un apnea, sembra improvvisamente mettere a repentaglio le fatiche di giorni, la convinzione di avercela ancora una volta fatta. In questi momenti, difficili talora da capire e da accettare, il mondo sembra cascarci addosso: se ci volgiamo ad osservare il dolore dei genitori ci accorgiamo che per loro è ancor più difficile ed inammissibile ripercorrere il calvario iniziale, di nuovo sentirsi colpevoli ed impotenti di fronte alla morte, proprio ora che le visite quotidiane avevano scatenato una voglia di maternità e di paternità che trovava appagamento solo nello stare vicino all’incubatrice, nello stringere la manina, nel riconoscere nel piccolino i segnali del piacere per la presenza della mamma o del papà, proprio ora che era tornata la voglia di fare progetti, di preparare la stanzetta.

Informare i genitori
E’ questo uno dei momenti più difficili del mestiere di neonatologo: l’informazione dei genitori non ha più il sapore dell’incontro con l’amico, il sorriso non viene più spontaneo, l’ansia e l’angoscia sono evidenti anche sui nostri volti, tanto più quanto più eravamo affezionati a questo piccolino. Sia all’inizio dell’esperienza, nei primissimi giorni di vita, sia più tardi in occasione di una crisi o di un momento difficile, il ruolo dello psicologo è fondamentale. Lo psicologo si pone come elemento di raccordo tra i membri dell’équipe sanitaria e i genitori e come contenitore delle ansie dei genitori; egli è informato di tutto, conosce la storia clinica del singolo bambino, è disponibile, più di quanto lo sia il medico o l’infermiera che corrono sempre, ad ascoltare i genitori, a far loro compagnia accanto all’incubatrice nei momenti più difficili, ad accogliere le loro paure e i loro sfoghi. Il dialogo iniziato accanto all’incubatrice il più delle volte porta alla richiesta di colloqui individuali: nella tranquillità e nella riservatezza di un colloquio individuale, lontano dai rumori e dagli allarmi della terapia intensiva, i genitori non si debbono vergognare delle proprie emozioni, sono liberi di aprirsi, di mostrare senza reticenze quello che provano. Il più delle volte non è necessario fare domande, è sufficiente ascoltare: un fiume di parole, di angosce, di timori infantili, di sensi di colpa si accalca sulla bocca dei genitori. E’ in questo momento che il genitore trova la forza per esprimere il suo dolore, egli stesso prende coscienza di quanto sta soffrendo e prova il desiderio di gridare la sua sofferenza. Per la prima volta dopo il parto riemerge il proprio sé, ferito e dimenticato a causa dell’esperienza della nascita prematura e dell’identificazione col neonato piccolo e malato. L’emergere di nuovo del sé, coi suoi bisogni di essere capito, condiviso, compianto e contenuto è uno dei primi segni della rinascita dei genitori, è il segnale del crescere all’interno della coscienza e della mente di uno spazio in cui riconoscere il nuovo nato come distinto da sé. Quando entrambi i genitori sono presenti a questi colloqui talvolta si ha l’impressione che per la prima volta essi riescano a parlarsi e a raccontarsi reciprocamente il dolore di questa esperienza. Talora questo incontro tra genitori non si verifica mai, neppure all’interno delle mura di casa; allora possono verificarsi difficoltà gravi di coppia, fino all’incomprensione più completa. Spesso è proprio attraverso i colloqui che la mamma trova il coraggio di riconoscere i suoi vissuti inconsci; il verbalizzarli, il poterne parlare senza vergogna già di per sé allevia la sofferenza e la aiuta a rimettere insieme i pezzi di una maternità così sofferta. Questa maternità tribolata trova poi di nuovo linfa e coraggio all’incontro con il neonato che esce dall’incubatrice e viene offerto alla mamma che lo può finalmente cullare e coccolare sul suo seno.

L’associazione Pollicino
Un altro prezioso momento in cui la madre e il padre riescono a verbalizzare le loro esperienze e i loro vissuti è costituito dall’incontro con altri genitori e con “vecchi” genitori, che in un recente passato hanno vissuto la medesima situazione. Questo incontro è possibile, nella realtà del reparto di Modena, per l’esistenza, da poco più di un anno, dei “vecchi” genitori di Pollicino. Pollicino è un’associazione di genitori, l’associazione per il progresso della neonatologia a Modena. “Vecchi” genitori di neonati prematuri, che hanno vissuto sulla loro pelle la esperienza del parto pretermine e del lungo ricovero in terapia intensiva neonatale, si sono costituiti in un’associazione di volontariato per aiutare i nuovi “genitori”. L’associazione è nata con gli obiettivi di costituire un movimento d’opinione sui problemi dell’assistenza neonatale e perinatale, per raccogliere fondi da devolvere alla ricerca e all’aggiornamento del personale della Neonatologia, per aiutare in ogni modo i nuovi genitori. Oggi questi genitori sono presenti in ospedale due volte alla settimana ed incontrano regolarmente i nuovi genitori: offrono loro, sotto forma di incontri di gruppo o individuali, l’occasione per incontrarsi e discutere insieme i problemi legati alla comune esperienza della nascita prematura. Il supporto dei genitori di Pollicino sta diventando sempre più continuo e fattivo, man mano che l’associazione cresce e si rafforza, non solo per i “nuovi” genitori che possono confrontarsi con chi è in grado di capirli e di aiutarli ma per tutti gli operatori della Neonatologia. Pollicino infatti, in un momento di obiettive difficoltà e ristrettezze economiche delle aziende ospedaliere, si adopera, a fianco dei medici e delle infermiere, per appoggiare quelle iniziative, come le cure del prematuro, che si prefiggono un miglioramento e un’umanizzazione dell’assistenza ai neonati e alle loro famiglie.

Articolo tratto da Neonatologia, n.2, 1995

7. Vestita di Nuvole

di Simona Bellini

Il racconto di una madre che poco alla volta si accorge che il proprio figlio ha qualcosa che non va. Il rapporto con i medici, le mille visite e le mille diagnosi da parte di tecnici indifferenti, distanti o addirittura ostili. La possibilità di trovare una via di uscita grazie alla capacità di reazione dei genitori.

Medici
Letizia fece dunque il primo ingresso nella sua casa con tutti gli onori. Il grande fiocco rosa campeggiava sulla porta mentre, circondata dai miei bambini, entravo respirando felice l’aria di famiglia.
I primi giorni trascorsero abbastanza sereni, anche se Letizia non si attaccavaal seno e trascorreva quasi tutte le notti a piangere.
Percepivo uno strano disagio quando provavo ad allattarla. Avevo la netta sensazione che Letizia rifiutasse il mio seno, anche se in realtà voleva attaccarsi. Per un motivo che non riuscivo a spiegarmi lei non voleva me! Ne ero convinta. Del resto non voleva stare nemmeno in braccio e anche questo mi faceva soffrire.
Istintivamente, avevo sempre preso in braccio o accarezzato i miei bambini per consolarli. Ma con Letizia non funzionava. Anzi, sembrava che queste due cose la infastidissero ancora di più.
Ero molto confusa e non sapevo più cosa pensare quando, a una settimana dalla sua nascita, notai che, durante i brevi agitati sonnellini che faceva, le sue braccia scattavano in modo ritmico.
Provai a cambiarle posizione, mettendola a pancia in sotto, ma lei odiava stare in quel modo (strano, vero?) e quindi la sistemai nuovamente supina.
Appena si appisolava gli scatti ricominciavano.
Chiamai quindi Tony. Ero spaventata. In quel momento tutte le ansie accumulate in quei giorni diventarono lacrime e nessuno riusciva a spiegarsi il perché di tanta disperazione da parte mia.
Insistetti molto e riuscii a convincere Tony a portare Letizia al pronto soccorso pediatrico.
C’era qualcosa che non mi convinceva. Mi sembrava infatti di riconoscere in quegli scatti qualcosa che mi faceva temere un disturbo epilettico.
Appena saliti in macchina, Letizia cominciò a piangere disperatamente. Si comportava sempre così quando veniva avviato il motore, ma solo in quel momento mi resi conto che mia figlia era completamente diversa dai suoi fratelli.
Mi convinsi che c’era decisamente qualcosa che non andava.
Sono stati tanti i medici che Letizia ha dovuto incontrare, ma il pediatra che la visitò quella sera fu uno dei più superficiali e mi negò l’opportunità di riconoscere, ad appena una settimana dalla sua nascita, i problemi neurologici della bambina. E quindi di fare subito qualcosa per lei.
La descrizione degli scatti di Letizia non bastò a convincerlo della presenza di un problema.
Considerai molto scrupolosa la sua visita neurologica, ma evidentemente non era molto aggiornato.
Letizia aveva un riflesso di Moro incompleto (quella particolare espressione spaventata che assumono i neonati quando cadono, anche leggermente, all’indietro, accompagnata da un tipico allargare le braccia) ma a questo egli non diede molta importanza.
Inoltre, quando tentò di farla camminare (tutti i neonati, se sostenuti, hanno un riflesso innato di marcia, che perdono nel giro di breve tempo), Letizia – invece dei due o tre passi che generalmente i neonati accennano – sembrava non volersi fermare più.
“Dove vuoi arrivare” disse il medico aggiungendo, rivolto a me: “Ma non vede com’è vivace questa bambina? Voi mamme siete sempre così ansiose!”
Non lo sapevo ancora, ma nei mesi successivi avrei dovuto ascoltare molto spesso quest’ultima frase.
Liquidò quindi gli scatti di Letizia come miocloni notturni e ci congedò. Assumendo un’aria compassionevole.
Solamente due anni dopo venni a conoscenza, dati gli atti di un simposio tenuto diverso tempo fa sulle patologie neurologiche neonatali, di un particolare sconcertante: un riflesso di Moro incompleto e un numero di passi superiore atre o quattro nei neonati, insieme con altri sintomi facilmente rilevabili, fa prevedere, vista la notevole incidenza sui casi osservati, un ritardo psicomotorio più o meno accentuato già durante il primo anno di vita.
Ma un altro avvenimento, un mese dopo, mi avrebbe fatto addirittura incontrare il relatore di questo particolare argomento a quel simposio, senza che questi sentisse il dovere, dopo un’accurata visita alla bambina, di informarmi sui problemi di mia figlia.
Quindi non è forse giusto condannare il medico del pronto soccorso pediatrico. Anzi, ripensandoci ora mi suscita addirittura tenerezza. Forse, con un po’ meno di presunzione e un po’ più di umanità avrebbe potuto dare ascolto a una rappresentante di quella categoria che può vantare la più vasta esperienza del mondo in fatto di bambini: quella delle mamme!
E forse mi avrebbe permesso di aiutare subito Letizia.
Tornai dunque a casa felice come non mai. Io mi ero rassicurata, anche se provavo un certo disagio.
Fu in quell’occasione che Tony, per la prima volta, mi chiese di essere più serena e di non fissarmi troppo sugli atteggiamenti di Letizia.
I problemi della bambina però non regredirono, ma io mi guardai bene dall’esternare le mie preoccupazioni, nel timore che fossero considerate frutto della mia ansia.
Tuttavia, passavo tutto il mio tempo libero, poco a dire il vero, a consultare enciclopedie scientifiche e testi universitari, alla ricerca di qualcosa che non sapevo nemmeno io.
Speravo che una parola, una breve spiegazione potessero finalmente indicarmi la via giusta da seguire. Insomma, volevo capire che cosa non andava.
Quei vecchi libri polverosi, che un tempo dovevano servire a prepararmi a esami mai sostenuti, mi tennero compagnia per un paio di settimane e talvolta Tony mi sorprendeva in cucina, nel cuore della notte, intenta a divorarne il contenuto.Se ne tornava sempre a letto sospirando, senza dire una parola, ma io sapevo quello che pensava e mi sentivo sempre più frustrata.
Letizia aveva poco più di un mese quando si presentarono nuovi disturbi, questa volta a livello digestivo.
L’allattamento naturale, come avevo previsto, era fallito. Dopo quella primavolta in ospedale non era più riuscita ad allattare la bambina direttamente al seno e così si era nutrita di latte materno solo per una ventina di giorni.
Il passaggio al latte artificiale era stato graduale e non aveva presentato problemi, quindi le sue scariche diarroiche di consistenza, odore e colore stranissimi, colsero di sorpresa anche me.
Inoltre, la testa di Letizia manteneva una strana forma un po’ troppo asimmetrica. Il volto era molto gradevole sul lato sinistro, strano e schiacciato dall’altro. Al contrario, la sua nuca era normalmente arrotondata sulla parte destra, mentre dalla parte opposta sembrava gliene avessero tagliata una fetta. Deformità posturali che sarebbero regredite nel giro di pochi giorni, mi avevano garantito. Ma così non accadde.
Dopo un paio di giorni di diarrea, cominciai a temere che Letizia si disidratasse. È abbastanza facile nel neonato ed è un rischio piuttosto serio.
Eravamo alla metà di agosto e quando consultai Aldo Pennacchi, l’altro nostro straordinario medico di famiglia, lui, con la sua consueta modestia sicuramente fuori luogo, mi confessò di non sentirsi sicuro sulle cure da praticare a un neonato in certi frangenti.
Sia Massimo Freccero, sia la pediatra Bianca Maria Nigro erano in ferie e quindi l’unica scelta era nuovamente l’ospedale.
La dottoressa Nigro: che amicizia importante!
È una pediatra della vecchia guardia, come ama definirsi lei. Di quelle che usano i sensi per fare le diagnosi. Ha sempre seguito la crescita dei miei figli, specialmente nell’alimentazione, e in questo campo è davvero imbattibile.
Ma quello che ho sempre ammirato di più in lei è la grande umanità, senza pietismi, che insieme a professionalità, vastissima esperienza (non è proprio giovanissima!) e saggezza di madre più che di medico, fa di lei il pediatra ideale. Mi mancava tantissimo in quel momento.
Portai quindi Letizia all’ospedale pediatrico dove, dopo una brevissima attesa nelle sale dell’immenso ambulatorio, fui ricevuta da un medico dall’aspetto rassicurante. Capelli brizzolati, espressione paterna e una discreta mole: il classico gigante buono, per capirci.
Dopo la visita non persi l’occasione per descrivergli i leggeri spasmi che Letizia presentava nel sonno.
Un sorriso gli illuminò la bocca e gli occhi chiari mentre mi spiegava che la bambina era semplicemente… allergica al latte!
Gli spasmi erano solo la risposta neurologica di un cervello ancora immaturo a contrazione intestinali che potevano essere anche molto dolorose.
Continuava a spiegare, ma io non lo sentivo più.
Quella parola mi martellava il cervello senza che riuscissi a cancellarla.
“Neurologica… neurologica… neurologica…”
Prescrisse a Letizia una dieta rivoluzionaria: sostanze vegetali, latte di soiae integratori a base di frutta liofilizzata.
Uscii di lì, ma ero più angosciata di prima.
L’angoscia! Per quanto tempo ancora mi avrebbe affiancato! Sarebbe stata l’unica compagna di lunghe notti insonni per molti mesi, ma anche l’ancora di salvezzaper me e soprattutto per Letizia.
Senza quel macigno sullo stomaco, sempre pronto a torturarmi, non avrei maicercato una strada alternativa.
Ora considero l’angoscia una sorta di difesa dell’organismo, come il dolore. La sofferenza permette infatti di riconoscere la presenza di una malattia e quindi mette in grado di scegliere una cura. Così, se non si è stretti nella morsa dell’angoscia, è più difficile scoprire che qualcosa non va e quindi cambiare la situazione.
“Neurologica… neurologica… neurologica…”
Sapevo di essere sulla strada giusta, anche se Letizia fece regolarmente la sua dieta e guarì nel giro di pochi giorni.
Grazie, gigante buono, anche se la mia bambina non è mai stata allergica allatte, ma probabilmente aveva avuto solo un’infezione intestinale.
Al ritorno dalle ferie, una settimana dopo, Bianca Maria Nigro mi consigliò di passare decisamente al latte vaccino.
E tutto filò liscio: ormai Letizia aveva l’età giusta.

Bugie!
Ci sedemmo sulle sedie di legno rendendoci subito conto che quello non era un luogo allegro.
In piedi davanti a noi c’era una ragazzina down che ridacchiava continuamente guardandosi intorno, a scatti. Vicino a lei c’erano due giovanotti poco più grandi d’età, che l’assomigliavano molto.
Alla mia destra era invece seduta una coppia anziana con in mezzo un bambinetto di sette o otto anni.
Con il viso contratto da mille smorfie, non stava fermo un attimo sulla sedia che sembrava bruciargli sotto. Il padre gli stringeva la manina deformata dalla evidente spasticità, mentre la mamma aveva gli occhi fissi davanti a sé. Immobile.
Ero turbata a quella vista e non sapevo dove guardare.
Mi resi presto conto che quei due non erano vecchi, ma lo sembravano, e nello stesso istante Tony mi disse: “Andiamo via. Sei proprio fuori di testa se pensi che Letizia abbia bisogno di un posto come questo”.
Dunque non era bastato l’esperienza di qualche sera prima e lui mi consideravadi nuovo pazza.
“Restiamo, per favore”, risposi. “Sentiamo cosa ci dicono e poi ti prometto che non chiederò più niente.”
Ero più che mai convinta che quel bimbo accanto a noi rappresentasse il futuro della mia bambina. Non sapevo perché, ma lo sentivo dentro. Ne ero certa.
Dovevamo assolutamente fare qualcosa e la visita di quel giorno poteva essere la risposta. Finalmente uno specialista avrebbe spiegato a Tony che i miei dubbi non erano frutto di fantasia e, cosa più importante, mi avrebbe indicato cosa fare.
Non mi sfiorò nemmeno per un attimo, il pensiero che il bambino spastico che sbuffava a due passi da noi i propri problemi non li aveva risolti. E nemmeno i suoi genitori.
La prima impressione che ebbi del dottor G. non fu affatto positiva.
Mi guardava dall’alto in basso, anche se la sua statura piccola glielo permetteva solo metaforicamente parlando. E per la prima volta ebbi la netta sensazione – mi è capitato molte altre volte, ma solo ed esclusivamente con medici di un certo prestigio – che fosse molto infastidito dalle mie domande poste con un linguaggio, diciamo, tecnico.
Volevo forse invadere il campo?
Naturalmente non ero all’altezza, e non ne facevo un mistero, ma sono tuttorasicura che avrebbe preferito avere davanti persone con le quali utilizzare termini medici dal significato oscuro.
Il dottore si fece descrivere minuziosamente la vita di Letizia, dalla gravidanza a quel giorno. Poi, dopo aver riempito la cartella dell’anamnesi, effettuò su mia figlia una serie di test neurologici. Senza pronunciare nemmeno una parola.
Tra gli esami riconobbi solo quello relativo al controllo del riflesso di Moro e anche se ogni tanto tentai di chiedere a cosa servissero, non riuscii a ottenere altro che chiari cenni d’invito a tacere.
Letizia era completamente nuda, ma faceva molto caldo. Ciò nonostante aveva la pelle d’oca ed era livida.
Terminata la visita, il medico si sedette nuovamente dietro la scrivania e, mentre rivestivo la bambina, continuò a riempire la cartella. Quindi ci invitò ad accomodarci davanti a lui.
Disse solo poche parole senza accennare mai un sorriso e dichiarando bruscamente che Letizia aveva una sindrome da ipereccitabilità.
“Di che cosa si tratta?” gli chiesi.
“È una patologia difficile a spiegarsi, ma è molto evidente in vostra figlia”, rispose senza aggiungere altro.
Cominciavo a sentire la rabbia crescere dentro di me mentre Tony, che se n’era evidentemente accorto, mi stringeva un ginocchio con la mano, invitandomi con quel gesto alla calma.
Ma porca miseria, quello credeva che fossimo lì solo per un giretto in centro? Io volevo sapere che cosa aveva mia figlia e che cosa potevo fare per lei.
Respirai a fondo e cercai di controllarmi.
“E quegli strani spasmi? Che difficoltà dovrà affrontare in futuro la bambina? Problemi di ordine psicologico?” domandai, pensando alla parola “ipereccitabilità”.
“Esattamente!” rispose l’altro. “Cercate di farla vivere in un ambiente molto tranquillo. Tenetela lontano dai rumori e dalla confusione. Gli spasmi passeranno, comportatevi come se non li avesse.”
Devo essergli sembrata sicuramente un’ebete, perché in quel momento ebbi la netta sensazione che il mio viso avesse proprio un’espressione del genere, mentre la mia bocca accennava un sorriso che non corrispondeva assolutamente a quanto si rimescolava dentro di me.
Tony era contento. Me ne accorsi dal fatto che si agitava sulla sedia e sorrideva apertamente.
“No, nessun controllo”, rispose il dottore alla mia richiesta, mentre scribacchiava un biglietto per il nostro medico. “Non ne vedo la necessità.”
Salutammo e ce ne tornammo verso la macchina mentre riflettevo che dovevo essere impazzita veramente! Dunque la bambina non aveva nulla di cui preoccuparsi.
Beh, meglio così, pensai.
Tony stava per dirmi qualcosa mentre avviava il motore ma, non appena questo partì, Letizia cominciò a piangere disperatamente. E così tacque, mentre io cercavo di consolarla.
Non affrontammo l’argomento per parecchi giorni mentre io mi aspettavo da un momento all’altro un bel “Che t’avevo detto!” o un “È ora che la fai finita”.
Il giorno dopo la bambina iniziò a prendere i farmaci prescritti dal medico, uno per ridurre i disturbi legati alle coliche e un altro definito come ricostituente neurologico (?).
Su tutti i testi che consultai non vi era traccia della fantomatica sindrome da ipereccitabilità, né i medici che ebbi modo di interpellare ne avevano mai sentito parlare.
Nel frattempo Letizia cominciava ad accusare un evidente strabismo.

La diagnosi
Il telefono squillò mentre stavo lavando i piatti del pranzo.
Mi asciugai in fretta le mani e alzai il ricevitore. La voce dall’altro capo del filo disse: “Buonasera, signora, sono la professoressa S. Ho in mano i risultati della Tac di sua figlia”.
Le gambe mi tremavano ed ebbi bisogno di sedermi. “Mi dica, la prego.”
“Se devo essere sincera io non vedo un granché. La bambina ha un cervellino perfettamente normale. Esistono alcune aree della corteccia cerebrale atrofizzate, ma questo non dimostra nulla.”
Mio Dio, cos’altro credeva di trovare?
“A questo punto”, proseguì, “io non so più cosa fare per la vostra bambina.”
Ma perché, cos’aveva fatto fino a quel momento, oltre misurarle la testa?
“Io posso darvi solo un consiglio. Quando verrà a ritirare il referto passi dall’infermiera che le darà un mio appunto dove le indico il nominativo di un neurochirurgo dell’ospedale D. Ho qualche dubbio che possa trattarsi di craniostenosi e lui potrà valutare meglio di me l’opportunità di un intervento.”
Un intervento al cervello? E cosa diamine era questo craniostenosi?
Non feci domande e, dopo aver salutato, riattaccai.
Dovevo sapere di cosa si trattava esattamente, ma non avevo nessuna voglia di consultare ancora i miei libroni. Quel breve colloquio mi aveva tolto ogni energia, mi aveva come svuotata.
Spiegai a Tony la situazione e mentre parlavo lo vedevo illuminarsi in viso. Io, invece, ero terrorizzata all’idea che potessero aprire il cranio di mia figlia.
“Ma non capisci, questa è la soluzione che stavamo cercando. Un mio collega ha vissuto una cosa del genere, e ora suo figlio è un bambino come gli altri. Se dovesse essere così sarà dura, ma finirà presto.”
Forse aveva ragione, ma io non mi aspettavo assolutamente una prospettiva del genere, non ero preparata.
Ritirai le copie della Tac e pochi giorni dopo eravamo all’ottavo piano dell’ospedale D. in attesa del professor Rocco, che ci avrebbe ricevuto senza appuntamento.
Era una persona di grande cortesia e di immensa umanità.
Sistemò le radiografie sulla lavagna luminosa e le studiò per breve tempo. Poici chiamò accanto a lui.
“Guardate qui. Questo è il cranio della bambina”, disse accennando un movimento circolare, “e quest’area scura subito sotto le ossa è il liquido in cui è sospesa la massa cerebrale. La craniostenosi provoca una grande sofferenza al cervello, poiché viene compresso nella scatola cranica che non cresce come dovrebbe.
“La presenza del liquido nel cranio di vostra figlia dimostra senza ombra di dubbio che qui non c’è alcuna craniostenosi. Mi dispiace dovervelo dire, ma qui il problema non è che il cervello sia compresso nel cranio. È il cranio che non aumenta di volume perché la massa cerebrale non stimola la crescita delle ossa. E tutto questo accade perché la corteccia cerebrale di vostra figlia è lesa. Ecco, guardate qui”, spiegò indicandoci delle zone di intensità diversa dalle altre.
Si trattava di una doccia fredda.
La soluzione, anche se dolorosa, sembrava a portata di mano e ora invece ripiombavamo nell’incertezza, anzi, in una drammatica certezza.
Letizia aveva il cervello leso e tutti sappiamo cosa si prova o quali immagini vengano alla mente nel sentire pronunciare queste parole.
Ero prostata, ma trovai ancora la forza per chiedere cosa mai si sarebbe potuto fare per mia figlia.
“Bombardatela di stimoli. Vista, udito, olfatto, gusto e tatto sono i sensi che mettono una persona in contatto con il mondo esterno. Non dimenticate nessuno e offritele ogni opportunità per attivare i sensi.”
Uscimmo di lì più depressi che mai.
Io mi sentivo come in un vicolo cieco, senza alcuna possibilità di proseguire. Davanti avevo come un muro: quello della lesione cerebrale per la quale non esisteva alcun rimedio.
Ma io non potevo fermarmi. Avrei continuato a cercare finché qualcuno non mi  avesse detto che per Letizia si poteva fare qualcosa.
Era un po’ di tempo che mi frullava per la testa l’idea di portarla da un medico molto conosciuto nel suo ambiente e quindi mi misi subito in moto per ottenere un appuntamento.
Quando venni a conoscenza dell’importo della parcella che avrei dovuto pagare per poco non svenni. Era una cifra esorbitante, quasi pari al mio stipendio di un mese. Ma non ebbi un attimo di incertezza e fissai l’appuntamento.
Il colloquio e la visita si svolsero molto tranquillamente.
Naturalmente il dottor F. volle saper tutto di Letizia, che stesa sul lettino gli sorrideva storcendo la bocca. Nonostante tutto sembrava una bambina vivacissima e i suoi occhi non si fermavano attimo.
Mi sentivo molto in colpa per aver taciuto a Tony quel nuovo incontro, ma temevo una discussione e in quel momento di grande depressione non me la sentivo proprio di peggiorare la situazione con un litigio.
Quindi il verdetto dello specialista mi colse da sola e mi colpì duramente.
” Qui non c’è proprio assolutamente nulla da fare”, esordì, “e a me non resta che darle un consiglio: trovi un buon istituto. Ha altri tre figli che possono darle molte soddisfazioni e soprattutto devono condurre una vita normale. Lei non sa quale angoscia sia crescere un figlio in queste condizioni.”
Ero stralunata, ma trovai la forza per porre una domanda: “Che livello disviluppo potrà raggiungere?”
“Nessuno, o poco più di quello che già vede. Sua figlia sarà un neonatoper tutta la vita. Mi creda, deve rassegnarsi. L’affidi a chi può assisterla meglio, e faccia di tutto per dimenticare. Lo deve agli altri suoi figli.”
Avevo voglia di urlare, ma me ne andai senza una parola.
Bene! Avevamo conosciuto un altro pessimo rappresentante della categoria dei medici, ma giurai a me stessa che sarebbe stato l’ultimo.
Letizia aveva bisogno di noi e noi di lei, nessuno ce l’avrebbe mai strappata.
E quanto ai suoi fratelli, era vero, avevano diritto ad una vita normale, ma quel medico e io avevamo opinioni molto differenti su come raggiungere tale scopo.
Nessuno di noi avrebbe mai più potuto vivere serenamente senza Letizia.

Tratto dal libro “Vestita di nuvole”, Sperling § Kupfer, Milano, 1996

6. Vivere con un figlio Down

di Daniela e Giangiacomo Carbonetti

Quando nasce un figlio disabile tutto viene messo in discussione, a maggior ragione per chi, fino a poco tempo prima, svolgeva una professione nel sociale e si trovava dall’altra parte, dalla parte del tecnico, dell’operatore. La difficoltà dell’accettazione di un figlio diverso e l’importanza della comunicazione che non si deve limitare al momento della nascita ma deve proseguire.

L’esperienza emotiva della madre
È nato
Guido è nato alla fine di dicembre, due settimane prima del previsto. Datre o quattro settimane avevo smesso di lavorare e stavo bene. Avevo solo 26 anni e né in me né in mio marito – Giangi – e nelle rispettive genealogie non avevamo riscontrato elementi di rischio inerenti alla procreazione.
La perdita del tappo mucoso e le contrazioni sempre più regolari sono stati i segnali che mi hanno indotto a telefonare a mia madre per informarla della situazione e per chiederle di accompagnarmi all’ospedale, poiché Giangi non prevedendo una nascita anticipata era assente tutto il giorno. I miei amici e conoscenti erano quasi tutti lontani per le vacanze di Natale.
Accompagnata all’ospedale da mia madre e da mio fratello, dopo solo poco più di un’ora è nato un esserino caldo, molle, che non piangeva tanto.
Qualche tempo dopo la nascita mi sono ricordata che non lo sentivo nemmeno muoversi molto nella mia pancia.
L’atteggiamento della levatrice e del medico nei miei confronti mi sono sembratiun po’ opachi, attutiti quasi, come se volessero smorzare la gioia che la nascita di Guido comportava per me, ancora inconsapevole del problema che avrei dovuto affrontare.
Il nome oramai era già stato stabilito in anticipo con Giangi. Ero sicura che fosse un maschio: sarei stata molto delusa se fosse nata una femmina.
Guido è un nome che riveste un significato di una certa importanza; suscitava in me l’idea di una certa sicurezza, rispecchiava un certo carisma perché lo identificavo al nome di personaggi che in me avevano lasciato una traccia durante la mia adolescenza.
Trovandomi in braccio quell’esserino per la prima volta, fortunatamente non ero in grado di fare un confronto tra lui e le aspettative racchiuse nel nome che oramai avevamo scelto.

E’ diverso?
Non so fino a che punto mi sono resa conto che c’era qualcosa di diverso. Apparentemente non mostrava al primo approccio dei segni fisici significativi, salvo il tenere spesso gli occhi socchiusi, e la mancanza di una certa tonicità muscolare.
Queste osservazioni però le ho fatte a posteriori, facendo il confronto con la nascita del secondo figlio, Giovanni.
Facevo fatica ad allattarlo, era poco resistente e dimostrava affaticamento e difficoltà a tenere in bocca il capezzolo.
La mia poca esperienza relativa ai neonati e soprattutto i sentimenti di gioia per la nascita di un figlio superavano i dubbi e le incertezze che si affacciavano alla mia mente, momentaneamente e a sprazzi, quasi avessi timore a soffermarmi più del necessario per evitare un esame realistico della situazione.
Il ricordo della minaccia di aborto subentrata nei primi mesi della mia gravidanza si affacciava nei miei pensieri, anche se dopo di allora avevo quasi dimenticato l’episodio, poiché la mia condizione fisica era ottima.
Tutto però era a livello inconscio; non ero in grado di comunicare agli altriqueste mie perplessità e questo mio ricercare a posteriori degli elementi premonitori, come appunto una minaccia di aborto.
Non potevo permettermi di pensare di aver messo al mondo un neonato non integro.
I bigliettini per la nascita di nostro figlio elaborati e creati da noi stessi erano quasi pronti; mancava solo la foto che avrebbe ritratto me e Guido, prototipo di un intenso legame a due che ci avrebbe coinvolto per diversi anni, ma allora ero lontanissima dal pensarlo.

Il sospetto
Mentre mi sottoponevo all’inquadratura ero particolarmente turbata dalla notizia che Giangi mi aveva dato poco prima. “Sospetto di trisomia 21!” (in altre parole: sindrome di Down!). Questo era il verdetto che mio marito aveva ricevuto in un corridoio del vecchio ospedale, dal primario di ginecologia.- vero ci sarebbero stati ancora esami da eseguire, ma da allora la realtà nuda e cruda non mi ha più permesso di rifugiarmi nell’illusione, nella convinzione che “questo capita solo agli altri”. Ricordo che al Centro fisioterapico per cerebrolesi dove lavoravo negli ultimi mesi di gravidanza, una collega, probabilmente per esorcizzare anche per lei l’eventuale possibilità mi aveva chiesto: “E se ti nascesse un bambino handicappato?”. Pensando ai miei piccoli allievi di allora così cari e così duramente colpiti le ho risposto con tutta la mia franchezza e sicurezza: “lo non potrei mai!”.
Il fatto che ora non ricordo di aver sviluppato fantasie particolari in gravidanza potrebbe essere interpretato come una rimozione intervenuta a posteriori, sulla base dell’aspetto traumatico rappresentato dalla nascita delbambino.
Adesso ero lì che stringevo quel fagottino fra le braccia e facevo fatica a trattenere le lacrime per la foto che avrebbe testimoniato agli altri la mia avvenuta maternità, l’inizio di una nuova vita e dei ruolo parentale che io e Giangi ci apprestavamo ad assumere inconsapevoli di quanto ci preparava il futuro con nostro figlio, ma sinceramente felici di essere diventati genitori.
In quei momenti la gioia per la mia maternità superava tutto ciò che, legato alla malattia di mio figlio, mi sembrava penoso. Un caro amico rispondendo all’annuncio della nascita aveva notato una certa somiglianza con suo figlio da neonato. Questa comunicazione da una parte mi aveva rassicurato, ma contemporaneamente dentro di me sentivo che Guido non sarebbe mai stato come lui.
Nello stesso tempo mi faceva tenerezza e mi rallegravo, quando ad esempio messo nell’incubatrice, a causa della bilirubina piuttosto alta, mi dava l’impressione di un piccolo bagnante al sole con la mascherina sugli occhi e il sederinodisinfettato, pitturato di rosso.
So che nei momenti in cui mi sentivo felice con lui, ripensando al momento del parto, per me molto facile e naturale, mi veniva la voglia di ripetere l’esperienza, magari pensando di fare subito un altro figlio. Mi chiedo adesso, se oltre questo mio desiderio non ci fosse già allora inconsciamente la necessità di riparare e di rifare questo figlio imperfetto. Avevo molto latte anche perché su consiglio della nonna continuavo a bere tè di finocchio che favorisce l’aumento della montata lattea. Mi rincresceva perciò buttarne una buona parte poiché per Guido era troppo e non si riusciva, se non raramente, a somministrarglielo a qualche neonato prematuro.
Quando sono tornata a casa dall’ospedale, e a malincuore lasciandovi Guido perché ancora sotto peso, questi faceva 6 pasti bevendo circa 60-70 g per pasto. Pompavo il latte a casa con l’apposita macchinetta e poi ogni giorno glielo portavo, somministrandoglielo con il biberon. Ricordo che mentre bevevami guardava e spesso socchiudeva un occhio. Naturalmente per me questa era un’osservazione al momento senza significati particolari, e non avrei mai supposto che dietro questo suo atteggiamento, mesi e mesi dopo, avremmo scoperto dei gravi disturbi visivi: una cataratta bilaterale congenita.

L’angoscia
L’angoscia che ho provato nella prima visita pediatrica si è ripetuta innumerevoli volte nella mia vita e ancora adesso ricompare in situazioni estreme, anche se in forma più attenuata, anche grazie all’ottimo rapporto con il pediatra che in seguito si è occupato di Guido per 10-12 anni.
Solo allora ho potuto capire l’angoscia dei genitori degli allievi che ho avuto prima della nascita di Guido.
Prima di allora facevo fatica, anche se mi sforzavo, a comprendere la reazione di una madre che a un certo punto abbandona l’incontro in cui si parla di suo figlio (incontro convocato fra lei e le insegnanti proprio su suo desiderio), perché troppo angosciata. Non capivo che il viversi come prolungamento del figlio (“tutto ciò che tocca a lui tocca a me”) provocava l’unico modo di reagire possibile per quella madre in quel preciso momento della sua vita, in rapporto al figlio. Facevo perciò fatica a comprendere che, nonostantela nostra “sensibilità”, l’esame di determinati comportamenti del figlio risultasse così doloroso.
Bisogna pur dire (l’esperienza me lo dimostra) che nonostante una buona volontà”intellettuale” è molto difficile per un operatore capire veramente, con empatia, con il cuore, ciò che si muove nel mondo emozionale di un genitore.
Prima della nascita del secondo figlio, Giovanni, avvenuta cinque anni dopo, alsentire la parola “genitore” durante le riunioni di sintesi nellescuole speciali dove lavoravo, mi prendeva un nodo alla gola e mi si riproponevain tutta la sua drammaticità il periodo particolarmente gravoso che stavamo attraversando con i vari interventi e le ospedalizzazioni di Guido, per i problemi di ordine visivo.

La vergogna
Forse il desiderio di lasciare l’ospedale è stato più forte del dolore di dover lasciare Guido. Andando ad allattarlo, i momenti che restavo con lui e con il personale erano più brevi e credo che sfuggivo così a quei sentimenti di vergogna, di rimprovero che vivevo nei confronti degli altri che erano a conoscenza della condizione di mio figlio. Questo era naturalmente il mio vissuto; evidentemente il personale infermieristico era molto competente e si è dimostrato sempre capace nei confronti di Guido e premuroso verso di me.
Quando sono tornata a casa se da un lato ero triste per aver”abbandonato” mio figlio, dall’altro ero felice di avere il tempo di occuparmi anche di me stessa, di riposarmi, di iscrivermi a un corso di ginnastica dopo-parto, di preparare con calma le ultime cose che mi occorrevano per il suo arrivo.
Con questa vacanza forzata cancellavo d’un colpo la mia esperienza recente di maternità e mi illudevo di ripristinare la mia immagine di “prima”, di ricuperare altri aspetti che mi facessero star bene. E’ stato un atteggiamento che ho avuto per anni, dopo la nascita di Guido, questo bisogno di ricupero, di pensare a me come donna e come individuo.
Questa impressione di vergogna, di essere giudicata inferiore non l’ho più avuta quando Guido è tornato a casa dopo circa 3 settimane.
C’è voluto molto tempo però per fare in modo che questo recupero non fosse solo una fuga e un non voler affrontare il problema, ma anche una effettiva rivalutazione di me stessa. Solo quando abbiamo ricevuto il risultato delle analisi del cariotipo di Guido, che effettivamente dimostrava il suo handicap, la presenza di una trisomia 21 a mosaico, abbiamo comunicato la diagnosi, io e Giangi assieme, ai nostri rispettivi genitori.
La loro reazione è stata pacata e positiva e hanno accolto Guido con naturalezza. A volte avevo l’impressione che non avessero capito la reale situazione di Guido ed ero tentata di rispiegarla loro da capo: la diagnosi, i trattamenti, la prognosi; questo mi succedeva in particolare con le nonne, ch esi occupavano intensamente di lui nei primi tempi. Più tardi avrei capito come questa mia insistenza sottintendesse una rivalità con loro che come madria vevano messo al mondo figli sani.

L’esperienza emotiva del padre
La sorpresa
Guido mi ha giocato un brutto scherzo già dall’inizio: è nato due settimane prima del tempo, senza preavviso, mentre io me ne ero andato tranquillamente a sciare. Quel giorno non lo aspettavamo proprio! Così, in tuta da sci per la fretta, prima ancora di vedere Daniela e Guido, ho incontrato il ginecologo in corridoio che mi ha espresso subito i suoi dubbi sulla normalità di Guido:
– Probabile trisomia
– Quale trisomia? – rispondo, come se ce ne fossero centomila.
– L’ipotono…, i tratti del viso…, una parziale sindattilia al III e IV dito del piede…
– Quella ce l’ha anche mio zio, e la nonna paterna…
– Vedremo!
Psicologo, quasi psicoanalista, analisi in corso… Il diniego scatta anche per me, e come diniego parziale durerà ancora a lungo.
L’incontro con Guido (il nome non gli era ancora stato dato) non ha quindi potuto avvenire nella gioia, ma si è accompagnato alla preoccupazione di scrutare e negare segni clinici, e nello stesso tempo al tentativo di nascondere a Daniela quel sospetto. Forse anche lei covava quella preoccupazione, ma non abbiamo potuto dircelo per alcuni giorni, fin quando il ginecologo ha proposto l’esame cromosomico. Ne ho allora parlato a Daniela, e insieme abbiamo ancora tentato di negare, o almeno di minimizzare.
D’altra parte, come tre settimane dopo si è potuto verificare, la diagnosi di”trisomia 21 a mosaico” (cioè caratterizzata dalla presenza di una certa percentuale di cellule sane) lasciava sperare in un quadro non grave: anche i segni clinici non erano gravi. Non avendolo saputo non si sarebbe detto…
Dal canto suo la pediatra cercava di convincermi che nell’iride c’erano delle macchioline bianche tipiche che io non vedevo, pur scrutando gli occhi di Guido per settimane. Non c’erano davvero o io negavo? Ero cieco io? In cambio però avevo notato che la pupilla era fosca: la pediatra diceva che non era niente. Era cieca anche lei? Dopo un anno infatti, come vedremo, un altro pediatra su mia insistenza ha esaminato bene l’iride e ha emesso la diagnosi di cataratta congenita…
I ricordi di quel periodo sono sfumati, non tenevo ancora un diario, ma ricordo bene la sensazione di crollo che avevo addosso proprio nei momento in cui stavo costituendo laboriosamente la mia nuova identità professionale: come psicoanalista mi stavo definendo figlio di qualcuno (il mio psicoanalista, che mi ha accompagnato fin lì) e potenziale padre, madre o fratello di altri (i miei pazienti, le persone che avrei curato).

Tutto da rifare?
A poco a poco, con il trascorrere dei mesi mi rendevo conto che, almeno momentaneamente, non sarei stato in grado di continuare la consultazione infantile poiché la preoccupazione per mio figlio mi rodeva troppo. I genitori che mi consultavano per motivi che io ritenevo banali mi indisponevano; quelli che “trattavano male” i loro figli mi suscitavano rabbia perché”non si rendevano conto cosa significa avere figli sani”; i bambini gravemente malati non li potevo vedere perché mi facevano pensare all’eventuale destino pesante che avrebbe aspettato Guido…
Così mi sono buttato nei problemi di tossicomania, di adolescenti, e di adulti. Solo alcuni anni dopo avrei potuto riprendere la consultazione infantile con maggior competenza e sensibilità di prima.
La nascita del mio primo figlio, maschio, invece di coronare il raggiungimento di un’adeguata identità personale, sessuale, professionale, e di coppia, ha rimesso tutto in discussione. Da lì ho però iniziato un lungo lavoro di rimessa a punto che, tra ansia e depressione, mi ha portato sulla via di una nuova maturità.
L’inconscio mio e di Daniela era un calderone in ebollizione con il fondo mezzo bruciato. Il nostro rapporto di coppia aveva generato un figlio malato. Allora, che coppia era? Dov’era, e di chi, la colpa? Tutto da rifare! Ci sarebbero voluti alcuni anni di sofferenza, un secondo figlio, sano, e un nuovo assetto professionale per rimettere le cose a posto.
Ma per un padre che fa un altro mestiere, come vanno le cose? Allo stesso modo, penso, salvo che l’identità professionale non è messa direttamente in discussione, a meno che un crollo ansioso o depressivo non intralci gravemente qualsiasi progetto o attività. Alla ferita dell’amor proprio bisogna poi aggiungere il sentimento di aver a che fare con un grosso fardello, che si scaricherebbe volentieri. La realtà si impone, non si può più negare. Allora o la cosa è leggera e la si accetta a poco a poco (ma quanti bambini rifiutati per un nonnulla!) oppure le fantasie di veder scomparire il fardello si fanno strada tra un sacco di difese. Tutti lo pensano inconsciamente, ma solo pochi possono ammetterlo. E i sensi di colpa galoppano.
A questo proposito ricordo un episodio che mi aveva, di primo acchito, molto scosso, ma che ho riconosciuto in seguito come molto utile per elaborare i miei sentimenti di rifiuto e la mia aggressività negati.
Mi trovavo dunque solo, all’estero, per un corso, e ne avevo approfittato per far visita ad una coppia di amici e colleghi (Aldo, medico, e Lucia, psicologa). Era la prima volta che parlavo con loro dei problemi di Guido e delle difficili esperienze che stavamo attraversando con i primi ricoveri ed interventi. Aldo in particolare seguiva con molta partecipazione il mio racconto, ed alla fine la sua tensione scoppiò: “Io non potrei sopportare una cosa del genere! Penserei subito all’eutanasia. Vero Lucia che mi aiuteresti? Mi scolerei unabottiglia di grappa, ed una fiala di Valium risolverebbe tutto!…”.
Il discorso finì lì, io facevo di tutto per nascondere il mio turbamento: ero molto scosso e quasi incapace di pensare.

Un sogno rivelatore
Qualche settimana dopo quest’episodio che ha messo in moto dentro di me un forte movimento di autoanalisi, ho fatto un sogno:
Mi trovavo al mare con Daniela e Guido nato da poco. Mentre camminavamo lungo uno stretto pontile di legno Guido si trasforma improvvisamente in un gamberetto e cade in acqua. Vedendolo in pericolo, agonizzante nell’acqua salata e fortemente inquinata del porto (eppure un gamberetto dovrebbe trovarsi a suo agio nell’acqua del mare…) volevo metterlo in un recipiente con dell’acqua pulita per tentare di salvarlo. Pur accorgendomi con stupore che si tratta di Guido e non di un gamberetto decido però di lasciarlo dov’è con la determinazione di accelerarne la morte per porre così fine alle sue sofferenze ed alla sua irreversibile agonia. Lo scenario del sogno cambia improvvisamente: mi ritrovo con Daniela in un villaggio montano dove sto cercando degli oggettiantichi. In una chiesa abbandonata e diroccata trovo un piccolo gruppo statuario rappresentante la “Sacra Famiglia”, molto simile a quello che si trova tuttora nella casa della mia infanzia. Tento di strappare l’oggetto dal suo supporto, rompendo perfino “involontariamente” la testa del Gesù Bambino, ma l’arrivo di qualcuno mi dissuade dall’impresa furtiva.

Ambivalenza ed elaborazione
Quell’episodio così marcante (l’incontro con i colleghi) ed il sogno mi hanno aiutato a prendere coscienza definitivamente della mia grande ambivalenza verso Guido, ad analizzarla ed elaborarla, “digerire” quei dolorosissimi contrasti emotivi e placare quella tempesta emozionale che agitava il mio mondo interno, in modo prevalentemente inconscio: il bisogno di eliminare quel fardello doloroso, ma nello stesso di voler salvare, o almeno restaurare, quel prodotto deteriorato, quel primo figlio che ha fatto crollare improvvisamente in me l’illusione di poter continuare la mia infanzia, rimanere il bambino spensierato e prediletto, il Gesù Bambino della Sacra Famiglia. Certo che ogni figlio, soprattutto il primo, deve svolgere per i genitori questa funzione di liquidatore della propria infanzia, e la cosa avviene progressivamente. Il figlio malato, handicappato non si situa invece come un”liquidatore” maturativo ma si propone come un ciclone che spazzatutto lasciandosi dietro sofferenza, sentimenti di “morte” e sensi di colpa. Bisogna quindi rassegnarsi all’idea che la Sacra Famiglia non la si può più recuperare, nemmeno rubandola. Bisogna lasciarla dov’è, in altro luogo e in altro tempo. Bisogna però poter conservare il ricordo e la nostalgia come elementi positivi, altrimenti il Bambino si rompe definitivamente la testa.
Il bambino handicappato è un oggetto bizzarro, imprevisto ed imprevedibile, inquietante, che non si lascia ricondurre alla propria esperienza infantile (a meno di aver avuto un fratello o una sorella malati). Questa è stata dunque la mia reazione elaborata retrospettivamente, evidentemente non l’unica possibile, ma probabilmente rappresentativa di ciò che in tutti può accadere, che rimane nella sfera dell’inconscio, e che può quindi manifestarsi attraverso una grande varietà di sintomi e di comportamenti: negazione, depressione ed angoscia, vergogna, attese vane, iperstimolazione maniacale del bambino, rigurgiti aggressivi, oppositività nei confronti degli interventi, rifiuto manifesto.
Se non si elaborano queste esperienze così complesse (e molti genitori potrebbero beneficiare di un aiuto psicoterapeutico), il bambino handicappato può risentirne ulteriormente nella sua crescita, vittima dell’ambivalenza di genitori che potrebbero a loro volta imboccare il vicolo cieco della malattia e della sofferenza psichica cronica.

Guido arriva a casa
Il piacere dell’arrivo di Guido a casa è stato offuscato da un velo di tristezza, preceduto da qualche sentimento di invidia spuntato quando vedevamo altri genitori che portavano a casa i loro figli sani. Poi tutto si è messo in moto come per tutti gli altri genitori. Il papà continuava il suo impegno professionale e di vita quotidiana collaborando come poteva e, come tutti i padri, osservando un po’ dall’esterno la coppia mamma-bambino. Come abbiamo descritto nel capitolo precedente rimuginava ed elaborava prevalentemente per conto proprio i suoi crucci, i suoi problemi, e i suoi piaceri. È naturale che sia così nei primi mesi di vita di un figlio. Lasciamo quindi che sia ancora la mamma da sola a parlare di quel periodo in prima persona.

Letture e diari
Il mio desiderio di leggere, di informarmi sull’handicap di mio figlio era nel frattempo spuntato. Forse per proteggermi dall’angoscia leggevo, consultavo, rileggevo testi sull’educazione precoce. La mia formazione e la mia recente esperienza professionale mi avevano già accostata, al tema, ma ora ero particolarmente motivata ad osservare, a proporre, ad escogitare, ad annotare giorno dopo giorno tutto ciò che lo concerneva.
I diari di questi primi anni sono particolarmente ricchi di annotazioni sul campo educativo, alimentare e medico, tanto è vero che un’infermiera nel corso di una delle visite che Guido ha subito all’ospedale si era meravigliata dell’accuratezza con la quale annotavo ogni più piccolo fatto.
Moltissima parte del mio tempo e delle mie energie infatti li dedicavo a mio figlio, ma avevo l’impressione che la cosa non mi pesasse, anzi mi sentivo gratificata dal compito che mi ero assunta organizzando e coordinando il mio tempo anche in funzione di altre attività extra familiari che svolgevo. Ero ancora in congedo di maternità e avrei ripreso a lavorare parzialmente solo quando Guido avrebbe avuto circa 10 mesi.

Lottare contro l’impotenza
Quando, a inizio febbraio è arrivato il risultato dell’esame del cariotipo dal laboratorio di genetica, che confermava la trisomia 21, le annotazioni sul diario sono divenute estremamente concise: accanto al termine tecnico un punto di domanda. Dovevo lottare contro il sentimento di morte, contro l’impotenza, dare un senso alla mia vita occupandomi attivamente di mio figlio: è quello che ho sempre fatto e che continuo a fare in misura diversa tuttora.
I miei stati d’animo di allora passavano velocemente da un grande desiderio di fare, di essere attiva, a sentimenti di depressione che mi mettevano a confronto con i limiti della situazione che stavo vivendo. Le annotazioni sul diario erano a senso unico, parlavo solo di Guido, non potevo parlare di me. Era troppo doloroso soffermarmi sul nostro rapporto e su ciò che questo figlio rappresentava.
Ricordo i sentimenti di imbarazzo, di vergogna quando portavo a passeggio Guido i primi tempi, e qualche conoscente o qualche passante si chinava a scrutarlo nella carrozzina, dove lui stava il più delle volte beato nel sonno.
Dopo i complimenti per la nascita, la conversazione sul piccolo si arrestava. A volte ero io che dopo un certo sforzo accennavo a qualche considerazione su Guido, dimostrando così che si poteva parlare anche di lui. Avevo il più delle volte l’impressione che la situazione si sbloccasse, ricevendo in tal senso un’eco positiva dai miei interlocutori occasionali. Io d’altro canto mi sentivomeno angosciata, come se una prova fosse superata, e mi sembrava allora di poter avere il coraggio di affrontare le successive occasioni simili a queste che misi sarebbero di nuovo presentate.
Pensando alle possibili reazioni altrui mi tornava alla mente il mio primo contatto con i ragazzi handicappati quando, a 18 anni, avevo fatto con loro un’esperienza di colonia. Allora la mia reazione immediata era stata di rifiuto, e mi sono detta: “Non potrò mai lavorare con loro!”.
Capisco pure che se un estraneo si trova di fronte tutto ad un tratto a un handicappato di qualsiasi tipo possa provare imbarazzo (almeno secondo uno stereotipo e l’esperienza comuni), e capisco pure che per evitare l’imbarazzo egli possa assumere un atteggiamento evasivo, sfuggente. Era questo forse che mi pesava, ed in questo pensiero implicavo un po’ tutti: dal personale infermieristico, ai medici, ai conoscenti. Il più delle volte avevo la sensazione, puramente soggettiva, di essere svalorizzata appena mi ritrovavo in loro presenza con mio figlio. Bastava però che entrassi in relazione con loro parlando di lui, che Guido diventasse il soggetto principale della conversazione, perché di conseguenza mi ritrovassi con la mia immagine restaurata, quella di una brava madre che si occupava di lui.
Molti ricordi a cavallo tra la fine del primo anno e l’inizio del secondo anno di vita di nostro figlio sono offuscati da un velo di tristezza, come la cataratta che si era manifestata, poiché in quel periodo ha inizio il calvario degli esami medici, delle ospedalizzazioni, degli interventi chirurgici. Era un lungo tunnel che ci aspettava, dal quale saremmo usciti solo parecchi anni dopo.
L’immagine di Guido tuttavia ci si riproponeva nella sua naturalezza al di là dei momenti drammatici che a volte ci coinvolgevano, Ricordo la sua partecipazione alle canzoncine ritmate, ai giochi tipici che si propongono ai piccoli di questa età, alle prime favole, fra le quali aveva prediletto Cappuccetto Rosso, che si prestava molto bene per suscitare la sua attenzione e il suo gioioso coinvolgimento, grazie alle onomatopee, e ai giochi di movimentoe di parole che permetteva.

Nascita ed all’impatto con il bambino diverso
In quanto madre e padre di un bambino handicappato non abbiamo potuto descrivere che separatamente i nostri vissuti profondi e la nostra esperienza, il nostro impatto con l’arrivo di Guido, nonché l’assunzione della coscienza dell’handicap. Riteniamo che, proprio per la specificità dei ruoli paterni e materni e delle sottostanti identità sessuali, i primi movimenti emozionali e di elaborazione avvengano in modo differenziato, e solo progressivamente si strutturano in movimenti comuni, di coppia, a meno che i genitori stessi si trovino in una condizione grande di dipendenza reciproca, o precipitino in tale condizione in modo traumatico al momento della nascita del figlio malato, soprattutto se si tratta del primo.

Dentro la coppia mamma-bambino
La normale dipendenza reciproca che esiste nel rapporto madre-neonato si accentua nel rapporto madre-neonato malato, a meno che, all’estremo opposto, non scatti un immediato meccanismo di rigetto, come non di rado succede. Conl’accentuazione della dipendenza tra sé ed il bambino la madre si difende pure dai sentimenti di vergogna, di colpa, dal dolore dovuto alle fantasie di deterioramento della propria femminilità, di sconfitta di fronte alle fantasie di rivalità con la propria madre.
È sulla base di queste problematiche che non è difficile incontrare delle madri che si chiudono in un rapporto fusione, parassitario, con il figlio malato.
Accanto a questa coppia chiusa madre-bambino il padre può ritrovarsi più facilmente in posizione di esclusione, di solitudine, di rabbia.
Per la coppia, all’inizio è veramente difficile scambiarsi i propri vissuti, e il rischio che ognuno “vada per conto proprio” alimentando vere e proprie scissioni coniugali, non è di poco conto. Non è un caso che una nascita perturbata “provochi” una rottura del rapporto di coppia, Sul versante opposto si può invece assistere allo sviluppo di alleanze inadeguate sviluppate dalla coppia “contro” interventi e realtà esterni vissuti come “nemici”.
Questi fenomeni opposti non si escludono necessariamente a vicenda, ma possono coesistere in misura diversa, o alternarsi.

Di chi la colpa?
Non sono poi da trascurare le possibili accuse reciproche o autoaccuse coscienti o inconsce, comunque difficilmente esprimibili, riguardanti i fantasmi di trasmissione familiare: di chi è la colpa? Dove si situa la “causa ereditaria”? La presenza di possibili cause ereditarie reali, comprovate, determina comunque la rappresentazione (conscia o inconscia) del coniuge”trasmettitore” della malattia, e ne deteriora l’immagine: anche questo può provocare gravi conflitti, magari “solo” latenti, ma proprio perché latenti di difficile elaborazione. A questo punto non si può evitare un riferimento ai possibili sensi di colpa, di cui si parla sovente. Il senso di colpa cosciente dovuto al fatto di aver procreato un figlio malato è, secondo noi, solo la punta visibile dell’iceberg. Sotto si nascondono sensi di colpa inconsci, derivanti da due livelli. Il livello più profondo riguarda antichi fantasmi: “se il destino ci ha punito con la nascita di un bambino malato significa che abbiamo delle antiche colpe da espiare, risalenti ai desideri proibiti dell’infanzia”. Ad un livello più “attuale”, i sensi di colpa coscienti nascondono il senso di colpa meno cosciente dovuto ai sentimenti aggressivi che si covano nei confronti del bambino, all’impulso di eliminarlo o per lo meno ai pensieri del tipo “sarebbe stato meglio se non fosse nato”.
Nel nostro caso l’elaborazione di questi sentimenti e pensieri ci ha portato a “rileggere” retrospettivamente la minaccia di aborto che era intervenuta al terzo mese di gravidanza: era un provvedimento che la natura aveva preso autonomamente in presenza di un difetto congenito? non sarebbe quindi stato meglio lasciare che la natura facesse il suo corso?… Ci sarebbe stato un altro Guido… ma non è ancora detto che la natura o la cultura ci avrebbero evitato altri guai.
Per quanto ci riguarda, se ora possiamo parlare di queste cose così tragiche in questo modo, significa che siamo stati capaci, anche grazie alle nostre analisi personali, di evitare tali impervie zone emozionali. Evidentemente la percezione e l’elaborazione della nostra sofferenza e dei nostri conflitti interni non hanno travalicato la sfera privata, nella quale solo pochi intimi (specialmente amici e colleghi) trovavano posto.

La comunicazione della diagnosi ai genitori
Riteniamo giusto dedicare un po’ di spazio e qualche riflessione, nell’interesse di operatori e genitori, al problema della comunicazione della diagnosi riferendoci sia alla nostra esperienza sia ad un paio di lavori sperimentali prodotti in Ticino.
Vorremmo citare a tal proposito un solo lavoro di ricerca effettuato nell’ambito della nostra realtà: quello di G. Merzaghi, M. Merzaghi e A Bronner, La comunicazione dell’handicap alla famiglia (1989), che riunisce per la prima volta in un documento i vissuti e le esperienze di 47 famiglie residenti inTicino, confrontate con la nascita di un figlio portatore di handicap. Il lavoroè motto interessante e ne consigliamo lo studio integrale piuttosto che soffermarci sui dettagli perché ci porterebbero troppo lontano.
Ne riprendiamo qui solo un aspetto che secondo gli autori vale la pena di essere ripensato e modificato “quel tanto da permettere di attenuare almeno in parte le difficoltà e le complicazioni artificiose… delle quali le famiglie farebbero volentieri a meno”, cioè i rapporti medico-genitori, rapporti sovente caratterizzati da difficoltà emozionali.
Solitamente in Ticino sono due i medici che seguono la mamma rispettivamente durante la gestazione e dopo il parto. Sono il ginecologo e il pediatra.
Quando tutto si svolge senza complicazioni, il ginecologo esaurisce il suo compito alla fine del parto (o alcuni giorni prima se non è presente al parto) e gli subentra il pediatra.
Questo avviene regolarmente, sia che la mamma dia alla luce il suo primo figlio sia che ne abbia avuti altri in precedenza. Questo cambio di persona sembra essere la cosa più logica e apparentemente avviene senza creare vuoti o strappi.

Chi aiuta i neo-genitori?
Il quesito che poniamo è il seguente: questa prassi non dovrebbe essere ripensata qualora il neonato, indipendentemente dai motivi, presentasse problemi importanti, tali da essere comunicati subito ai genitori? La presenza dei due specialisti non sarebbe di maggior aiuto per tutti? Le informazioni e le risposte date non sarebbero più complete e rassicuranti? Noi crediamo di sì perché, mentre il ginecologo, oltre ad avere a disposizione i dati clinici della gravidanza, ha l’enorme vantaggio di conoscere almeno la mamma e d’avere già un rapporto di fiducia con lei, il pediatra si trova generalmente di fronte a genitori mai conosciuti prima e non dispone, comunque, dei dati relativi alla gravidanza.
Questi non sono aspetti trascurabili né per i genitori né per i medici considerato l’onere emozionale che si apprestano ad affrontare.
Ancora sulla comunicazione dell’handicap, Merzaghi e collaboratori riferiscono che nella maggior parte dei casi la comunicazione viene fatta a uno solo dei genitori oppure ai due ma in momenti diversi. Questo fatto oltre ad aumentare la tensione nella coppia non evita le accuse reciproche e non favorisce sicuramente il sostegno vicendevole fra i genitori.

Una figura forte e competente per coordinare
Sempre per ciò che concerne il momento dell’annuncio e i momenti successivi nei quali si resta disorientati e angosciati, sentiamo il bisogno come genitori di essere informati, vogliamo porre delle domande sull’origine dell’handicap, sulla prognosi e sulle possibilità d’intervento, d’educazione. La nostra esperienza ci suggerisce di pensare alla possibilità della vita associativa non solo nell’ambito delle associazioni di genitori con figli handicappati, ma anche (e soprattutto) nell’ambito di gruppi spontanei o strutturati aventi i più svariati scopi: sportivi, ricreativi ecc. Ciò permette un vera socializzazione e una buona riparazione dell’immagine attraverso attività o incontri condivisi in ambienti relativamente strutturati e al riparo da fattori depressivanti.
Per concludere diremo che la comunicazione della diagnosi non consiste solo in un’azione puntuale e unica, ben condotta che sia: è invece l’inizio di un processo continuo che consiste nel fare sistematicamente il punto sullo stato evolutivo del bambino e delle sue necessità, per verificare e adattare di volta in volta gli interventi. Questa verifica dinamica dovrebbe essere condotta dauna “figura forte” (pedopsichiatra o psicologo clinico di vasta esperienza) e non lasciata alla individualità dei singoli operatori, pena il prodursi di una mappa spezzettata della realtà del bambino e dei genitori. Nella nostra esperienza abbiamo sentito molto la mancanza di questa “figura forte”. Purtroppo e paradossalmente, soprattutto all’inizio della scolarità, e forse prima, in molti casi siamo stati noi stessi a coordinare gli interventi e le alleanze di lavoro tra operatori (e a volte anche apromuoverli), con tutte le difficoltà e le rivalità del caso. L’alternativa sarebbe però stata lo spezzettamento di interventi singolarmente validi, ma discordanti se non addirittura contraddittori.

Tratto dal libro “Vivere con un figlio Down”, di Daniela e GiangiacomoCarbonetti, Franco Angeli editore

2. Il gatto e la gabbianella

Editoriale

di Cinzia Migani, dell’istituto Mingozzi

Ho letto di recente un famoso romanzo di Luis Sepùlveda che mi ha colpito per la grazia e la forza con la quale rimandava ad alcuni temi, certamente noti a chi quotidianamente opera a stretto contatto con le situazioni di disagio, emarginazione e di asimmetria contrattuale, fra questi come intervenire per sostenere chi vive condizioni di disagio e dipendenza favorendo occasioni di autonomia e di legami che si trasformano parallelamente al cambiamento dei diretti interessati, senza che la modificazione sia vissuta come tradimento ma come occasione di disvelamento di nuove risorse. Forse chi ha letto il racconto è già in grado di immaginare a cosa mi riferisco. Per chi non l’avesse fatto ricordo l’antefatto: a un gatto nero grande e grosso di nome Zorba una gabbianella morente affida un uovo, non prima di avergli strappato tre solenni promesse. Se per mantenere le prime due, non mangiare l’uovo e averne cura, sarà sufficiente l’amore del gatto, per la terza , insegnargli a volare, bisognerà potere contare sull’aiuto di tutti e su una idea maturata a partire dai saperi e dalle risorse conosciute per risolvere una situazione singolare. Fortunata, questo è il nome scelto per lei, imparerà a spiegare le ali e -dopo avere superato la paura del volo- a conquistarsi il cielo. E dopo averla sostenuta e appoggiata con l’aiuto di tutti “Zorba rimase a contemplarla finché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto”.
L’impresa consueta di volare per chi è destinato a farlo diventa certamente difficile là dove si inceppa il meccanismo disegnato dalla natura. Ma la”parabola” sottesa al racconto di Sepulveda mostra che non è un percorso impossibile se si riscoprono le risorse a disposizione. E’ sicuramente questo l’ideale al quale tende o dovrebbe tendere chi a titolo diverso si occupa o convive quotidianamente con chi soffre di disagio psichico. Là dove questo ideale sembra irraggiungibile spesso si cela – come ho scoperto documentando mima, soprattutto, in anni di lavoro a stretto contatto con le associazioni di familiari e utenti- una visione distorta del problema.
L’eredità lasciata dal passato ha alimentato una visione poco rassicurante di chi soffre di disturbo mentale e della malattia mentale. Nel tempo ci è stata consegnata un’immagine di malattia incurabile e pericolosa da gestire. E credo che sia sufficiente ricordare due cose: chi veniva ammesso in manicomio -come recita l’articolo 4 della legge Giolitti del 1904- era considerato”pericoloso a sé e agli altri” e vedeva annotare sulla sua cartella clinica con certezza la data di ammissione mentre, con esito meno scontato, quella assai più rara di dimissione. L’esperienza recente ha mostrato che i fallimenti del passato erano fortemente dovuti alla desoggettivazione dell’internato, alla matrice custodialistica dell’intervento e alla mancanza diinterventi mirati alla cura. Oggi a vent’anni dalla riforma psichiatrica sappiamo che guarire dal disturbo mentale non è una chimera ma una realtà. Ma per facilitare il percorso verso lo stato di benessere di chi soffre è necessario superare le paure ancestrali che ancora alimentano i nostri stereotipi e pregiudizi. E’ per questo che bisogna favorire una corretta conoscenza del problema, rispondere ai bisogni di avere e dare informazioni su chi vive il problema direttamente o indirettamente.
E’ in questa direzione che è stato pensato il primo workshop” L’informazione sociale nel campo della salute mentale per accrescere le competenze della comunità”: un momento di lavoro comune fra esponenti di associazioni, esperti del settore e specialisti dell’informazione. A questo momento ne seguiranno sicuramente altri perché tanta è la strada da percorrereper ridurre le asimmetrie – non certamente le differenze- fra i diversi attori, tanto il lavoro da fare per capire come trattare argomenti scomodi senza favorire false ideologie, per permettere di comprendere che non sempre le idee condivise dalla maggioranza sono frutto di una adeguata conoscenza del problema e per padroneggiare con competenza gli strumenti che sono alla base della comunicazione sociale.
Il workshop sull’informazione sociale nel settore della salute mentale rappresenta l’avvio di un progetto più ampio -promosso dall’Istituzione “G.F.Minguzzi”- che porterà alla sperimentazione di una sezione specifica di documentazione sulla salute mentale rivolta ai “non professionali” per accrescere le competenze della comunità e per individuare e perseguire finalità di cambiamento. Se è, infatti, condivisa da molti l’idea che è giunto il momento di superare i pregiudizi legati alla malattia mentale, meno scontato è come e attraverso quali strumenti farlo. Di qui la necessità di incrementare la ricerca per individuare e conoscere le strategie sperimentate a livello internazionale in questo settore; di coinvolgere nell’individuazione dei bisogni informativi- in parte già delineati- i familiari, gli utenti primari, i soggetti chiave del mondo della scuola e i cittadini; di sperimentare strumenti informativi; di valutare, infine, se e come incidono nello sviluppo di competenze comunitarie, di processi di cambiamento e, soprattutto, di autonomia.
Il percorso verso l’autonomia come suggerisce il racconto di Sepulveda, anche se è irto di ostacoli, bisognoso di atti di amore, della competenza e del supporto dell’intera comunità, può essere sicuramente tentato. L’acquisizione di competenze per chiedere e dare informazioni, sicuramente rappresenta uno dei primi tasselli per costruire processi relazionali là dove c’è solitudine, per mettere in rete le risorse a disposizione e per chiedere ciò che è dovuto. E allora sarà possibile staccare il volo verso la libertà, la “libertà -come ha suggerito recentemente uno psichiatra- per rischiare di vivere, per esistenze singolari in tessuti collettivi, per percorsi di emancipazione nella rete dello scambio sociale; libertà per cercare di agire la propria cittadinanza”.

1. Informazione e Salute Mentale

Editoriale

di Eustacchio Loperfido

L’esigenza di informazione sociale in tema di salute e malattia mentali è certamente contestuale al processo evolutivo che ha coinvolto la psichiatria e la gestione della malattia mentale a seguito dei movimenti innovatori e della legislazione riformatrice. Tale esigenza non è stata peraltro percepita nella sua importanza anche strategica oltre che gestionale e pertanto non ha ricevuto risposte adeguate e diffuse. L’andamento al riguardo lo si può considerare speculare a quello più complessivo del processo di trasformazione dei servizi, delle culture e della prassi della psichiatria.
L’informazione sociale va considerata come uno degli aspetti lacunosi del processo evolutivo, su cui pertanto è opportuno rivolgere l’attenzione.
Il suo ruolo assume importanza e attualità in due ambiti che, pur considerati distintamente, è opportuno siano tra loro collegati da una”filosofia” di continuità. Il primo ambito è quello della gestione della malattia mentale dove il punto centrale è certamente costituito dal superamento delle istituzioni totali e in specie del manicomio. Il presupposto scientifico di tale superamento è dato dal principio di restituire dignità e diritto di cittadinanza alla persona colpita da malattia mentale, sottraendola al destino di passivizzazione e di annullamento in
cui la relegava l’istituzione totale attraverso i meccanismi di recisione dei rapporti sociali e interpersonali, di emarginazione e di esclusione.
L’alternativa ricercata (e non sufficientemente attivata) è quella di una gestione della malattia mentale attraverso una concezione e una prassi della cura, intesa sia come “terapia” che come “prendersi cura di” che valorizza le risorse della persona e delle sue relazioni umane e sociali.
Obbiettivi strategici di questa concezione sono quindi, per sintesi:
– aumentare la consapevolezza della persona malata nei confronti della malattia e dei suoi effetti rendendolo così soggetto attivo e partecipe del processo di cura;
– includere e coinvolgere nel processo di cura i familiari al fine di evitare discontinuità rispetto al mondo degli affetti e di valorizzare questo come risorsa “terapeutica”;
– attivare processi sociali di coinvolgimento attivo di nuovi soggetti (es. cooperative sociali e associazioni di volontariato) nella gestione dei processi di cura, affiancando in ciò e integrando i servizi pubblici.
Un po’ di tutto questo è avvenuto, mettendo a nudo vari gradi e tipologie di carenze che per una parte consistente sono riferibili alla mancanza di informazione sociale circolante tra i nuovi soggetti ipotizzati come protagonisti.
Questa carenza rischia così di disegnare una nuova mappa dei poteri, ben sapendo che informazione e potere sono fortemente correlati.
Il secondo ambito in cui può svolgere il suo ruolo l’informazione di cui parliamo è quello della promozione, nel “sociale più esteso”, della salute
mentale: cosa che può farsi anche proponendo iniziative che mirano a propagare una corretta percezione sociale del malato di mente e a costruire conseguentemente una “rappresentazione sociale” accettante della malattia mentale.
L’Istituzione “G.F. Minguzzi”, seguendo la sua vocazione istituzionale e attuando le linee programmatiche biennale, sta lavorando in ambedue gli ambiti. Ha innanzitutto dato vita ad una “sezione di documentazione sulla salute mentale per non professionali”, che costituisce una risorsa documentale per tutti quei soggetti interessati all’uso e alla produzione e riproduzione di informazione sociale. Ha poi rivolto la sua attenzione alle Associazioni di Familiari, istituendo per i loro dirigenti e responsabili corsi di formazione-informazione e proponendo loro la partecipazione a corsi di formazione per la conduzione di gruppi di auto-aiuto.
Infine ha realizzato in diverse località della regione e con il supporto dell’Assessorato regionale ai servizi sociali e degli Enti locali territoriali,
l’iniziativa “Vita da Pazzi” fatta di mostre, conferenze, dibattiti rivolti alla popolazione in genere e alcuni suoi segmenti in particolare, tra i quali è utile ricordare quello dei giovani studenti delle scuole medie inferiori e superiori.
Il Workshop realizzato nel Giugno ‘97, di cui vengono riportati i contributi più significativi, ha costituito una prima tappa di riflessione sul tema dell’informazione sociale. Ci è sembrato utile far circolare e diffondere questi contributi, anche in previsione di altri momenti di confronto che seguiranno.

9. Lavorare sui genitori

di Romana Negri, Professoressa  Associata, Istituto di Neuropsichiatria infantile dell’università degli Studi, Milano

Esitono anche esperienze attente a quello che accade alla sfera psicologica dei genitori. Come si interviene sui genitori del neonato gravemente prematuro all’interno del reparto di terapia intensiva di Bergamo.
L’intervento riguarda i genitori di Simona. La piccola nasce secondo genita dopo una sorellina di 4 anni alla 26° settimana. Peso alla nascita 700 gr. Placenta peso 250 gr. APGAR 4-6. È presente grave insufficienza respiratoria. La piccola alla nascita appare vitale, è presente gasp sono presenti movimenti incoordinati degli arti. Il tono muscolare è discreto. Viene intubata orotrachealmente in sala parto. È presente qualche atto respiratorio spontaneo. L’ossigenazione è buona. A due giorni di vita ella si oppone al respiratore e si verificano manifestazioni di tremore per cui è necessario sedarla. Viene sedata e bene si adatta al respiratore. A quattro giorni la bimba si dimostra sedata, sono assenti atti
respiratori spontanei, l’espansione del torace è simmetrica, il respiro è spastico. In questo giorno effettuo la mia prima seduta di osservazione e le infermiere mi riferiscono di aver visto i genitori una sola volta. Il padre sembrava il più sconvolto dall’incontro con la bambina, continuava a chiedere se soffriva, mentre la mamma sembrava mostrare più ottimismo. Quando Simona ha una settimana convoco i genitori, ma in questa data si presentano i nonni piuttosto preoccupati, dicono che i figlioli si scusano, non hanno
potuto venire e chiedono al pediatra notizie sulla bambina. Quando faccio la nuova osservazione della piccola, a undici giorni, vengo a
sapere che i genitori non si sono ancora fatti vedere. Simona ha 14 giorni. Ho convocato i genitori per l’incontro. “Quando giungo in reparto sono già presenti accanto all’incubatrice, sono entrambi persone molto giovani, dai modi appropriati e gentili. Oggi è stato cambiato il tubo orotracheale alla piccola. Esso le trascina un po’ in su le pinne nasali ed il profilo così regolare e delicato ne è un po’ deformato. Ella dorme supina, le braccine semiflesse accanto al capo, i guantini azzurri di tela sulle mani. La boccuccia è semiaperta, il capo è rivolto verso destra, il piedino destro attraverso l’estensione della gamba va a toccare il lenzuolino, la gamba sinistra è alzata e flessa, perpendicolarmente sul piano d’appoggio, il piede è appoggiato sul lenzuolo in tutta la sua pianta. Ella muove la gambina destra, poi torna quieta, indi muove i quattro arti, poi torna immobile. Presento ai genitori la piccola sottolineando la grande vitalità dimostrata sino ad ora e l’importanza per questi bimbi della
presenza dei genitori accanto a loro. La madre interviene: “Non so cosa vuol dire, ma quando siamo arrivati noi accanto all’incubatrice,
si muoveva tutta”. Il papà mi parla della loro esperienza”paurosa”; ben presto viene interrotto dalla mamma, il 25 dicembre ha avuto
delle perdite marroni e le è stata consigliata una visita urgente; le è stata proposta la somministrazione di Miolene, ma le contrazioni
sono persistite e dopo una settimana è stato necessario il ricovero. Durante il ricovero in ospedale, nonostante la terapia, le contrazioni
perduravano e quando fu scoperta un’infezione a livello placentare i medici decisero di occuparsi solo della signora lasciando perdere il
bambino. Ma lei sperava sempre, sperava che fosse viva. Lei il giorno prima l’ha sentita scendere, ha allargato le gambe e ha
chiesto al marito: “Guarda cosa c’è”. Ma lui interviene “Io non ho visto nulla”. La bimba accanto a noi è sempre quieta poi assumendo
un’espressione seria e corrucciata si muove globalmente raccogliendo gli arti che poi rilascia di nuovo in fuori. Commento che
Simona è un bel nome. La signora interviene dicendo con compiacimento che la maggiore si chiama Cristina facendo intendere implicitamente che anche questo è un bel nome. I genitori mi dicono che sono preoccupati anche per lei, la bimba ha quattro anni e ha già chiesto loro se vorranno bene anche a lei. Entrambi hanno voluto e desiderato molto questa gravidanza perché volevano un fratellino per la maggiore, per avere una famiglia più completa. Non sono stati delusi che fosse un’altra femminuccia, forse lafamiglia del padre, che è di Benevento: si i due figli maschi hanno femminucce. Io faccio notare la bellezza della bambina, la delicatezza dei lineamenti, la signora mi dice che lo nota solo ora.
Dopo il parto era ancora molto sconvolta dall’esperienza e quando è entrata in reparto l’ha cercata fra i bambini più grossi. Ha notato solo
la bellezza dei suoi piedini. Io intervengo e faccio notare i piedini, le manine anche se ora sono avvolte nei guantini e i lineamenti anche se, aggiungo, il sondino solleva troppo le narici del naso. Poi mostro anche la delicatezza delle orecchie. La mamma in particolare si dimostra d’accordo con me ed è anche compiaciuta per la mia descrizione anche se, ancora una volta interviene per farmi intendere che anche la sua bambina più grande, che è a casa, è molto bella. Lei agita la pancina, sposta gli arti, torna flessa. I genitori, la madre in particolare, me ne chiedono ragione. Si tratta di movimenti propri dell’età gestazionale. I genitori mi chiedono se ci sono rischi. Rispondo che la piccola sino ad ora si è dimostrata molto vitale, il rischio si riferisce soprattutto ai polmoni e ciò si potrà vedere solo col tempo. Osservo di nuovo la bambina, noto che con il suo piedino destro tocca il lenzuolino, la madre nota che con il piedino sinistro afferra il tubicino, dico che evidentemente cerca
contatto e che l’ho notato già in un’osservazione precedente; la madre dice che sarà perché la toccava molto attraverso l’addome, “la facevo toccare anche a mio marito, siamo stati felici che fosse viva”. Io aggiungo che è importante anche preparare per lei una cassetta registrata con suoni, messaggi verbali o ciò che più desiderano farle pervenire: ciò verrà messo dentro l’incubatrice quando la bimba dimostrasse inquietudine e mostrasse desiderio di compagnia. La madre chiede quando potrà toccarla, le dico che il momento le verrà segnalato dalle infermiere che nelle loro pratiche quotidiane si rendono conto di quando il piccolo desidera essere carezzato. In questo momento, aggiungo, sembra più desiderosa di essere lasciata in pace, aggiungo che abbiamo notato che dopo i primi due, tre giorni in cui sembrava più agitata ha dimostrato di tranquillizzarsi, dormendo anche molto; le infermiere hanno anche interpretato positivamente il suo star bene nello sporco quando fa la cacca o la pipi, come se “se ne fregasse” per star bene, rilassandosi il più possibile. Il padre mi chiede se la piccola ha
sofferto, secondo me, rispondo, che per quanto si riferisce a Simona non ho notato sofferenza. Si parla dei momenti più opportuni per la
signora per venire qui tenendo conto anche delle sue attuali condizioni di salute. Il padre infatti per ora sembra opporre mille difficoltà, l’altra bimba e poi anche questa mattina che è domenica gli è stato difficile venire qui perché è responsabile di una comunità evangelica al suo paese. Poi mi dice che all’ospedale di Monza praticano un certo tipo di alimentazione direttamente attraverso il cordone ombelicale. Io rispondo che le attuali condizioni di Simona permettono l’alimentazione naso-digiunale e illustro le modalità proprie di questo tipo di alimentazione. L’osservazione ci fa vedere la difficoltà dei genitori ad avvicinarsi alla piccola: la persona più impedita, come già osservato dalle infermiere, sembra il padre. La madre infatti, aiutata dal mio commento in relazione alla vitalità della bambina, si dimostra subito in grado di entrare in contatto con la piccola “Non so cosa vuol dire, ma quando siamo arrivati noi accanto all’incubatrice, si muoveva tutta”. Il papà invece non è
ancora capace e ricorda l’esperienza paurosa recentemente provata; è stato un avvenimento estremamente traumatico; anche la
mamma a questo punto sente il bisogno di rievocarlo facendo però comprendere che non si è lasciata travolgere completamente dalla
disperazione, ha sempre sperato che la piccola fosse viva. Ella dimostra di nuovo un buon contatto con lei quando viene commentata la bellezza del nome anche se esprime la sua preoccupazione di legarsi troppo, di lasciarsi coinvolgere eccessivamente da questa nuova piccola quando introduce il problema della bimba più grandicella a casa (anche lei ha un bel nome e anche lei ha molto bisogno). Sembra che la signora tema di legarsi troppo a questa bambina che si trova ancora in pericolo per la sopravvivenza e, se il legame diviene troppo stretto, ha paura di dover affrontare un dolore troppo intenso. Ritengo importante, nel mio intervento, quando è possibile, soffermarmi a descrivere ai
genitori la bellezza, la delicatezza delle forme dei bimbo degente.
Ho già accennato a come sia significativo per queste madri vivere il più precocemente possibile l’esperienza estetica in rapporto al loro
neonato e di come ne siano gravemente impedite. È difficile la realizzazione di questa esperienza anche da parte della mamma di
Simona che, appena entrata in reparto, l’ha cercata tra i bimbi più grossi e poi ha notato solo la bellezza dei piedi. Anche qui traspare
ancora il timore di legarsi troppo a lei… anche Cristina a casa è molto bella… Simona è ancora in una situazione di rischio: cosa
dovrò affrontare se mi affeziono troppo, e se lei soccombe?
Riaffiora il problema cruciale già espresso quale commento relativo alle primissime osservazioni del grave pretermine dalle infermiere.
“Dapprima puntiamo i nostri sforzi a far sì che sopravvivano perché se li guardiamo con un altro occhio poi ci affezioniamo e se
muoiono…”. Ma l’osservazione della piccola permette di nuovo alla mamma un contatto vivo con lei. Nota il piedino che afferra il tubicino
e associa il desiderio di contatto della bambina alle carezze che lei e il marito le hanno prodigato attraverso l’addome. Il mio chiedere ai
genitori di preparare una cassetta registrata da immettere nell’incubatrice della bimba è un modo, come già accennato precedentemente, per permettere loro di sentirsi vicini direttamente alla loro bambina anche quando è in ospedale, in una condizione di forzato isolamento, totalmente dipendente dalle macchine e da persone estranee all’ambiente familiare. È un modo per aiutarli a sentire che anche in queste condizioni c’è da parte loro la possibilità di stabilire un legame con la piccola che è unico, intimo, diretto, in nessun modo mediato da altri. Ciò e il metterli al più presto a conoscenza del significato e del funzionamento delle macchine che alimentano e controllano la salute dei loro bambino, come già detto precedentemente, li aiuta a non farli sentire presenze inutili nel reparto. È interessante come due sedute successive a questa, il padre tornando sull’argomento della cassetta da registrare mi chiederà che cosa dovranno registrare. Alla mia risposta che
dovranno mettere ciò che più desiderano la madre interverrà, come riflettendo ad alta voce, “Non so, perché è diverso: se considero
Simona dentro mi sento di pensare e di dire delle cose, ma lei è fuori…”. L’annotazione è molto interessante e, anche se qui non è
possibile sviluppare adeguatamente l’argomento, ci fa vedere come l’intervento si presta ad aiutare la madre ad elaborare la nascita
prematura. Tornando alla seduta vediamo come la signora sia già desiderosa di accarezzare la piccola, si dimostri compiaciuta nel
sentirla descrivere come una bambina che pur di sentirsi bene “se ne freghi di stare nello sporco”. Non è così per il papà che preferisce
ancora tenersi lontano dalla relazione, ha tanti impegni fuori, non può venire a trovarla spesso, egli d’altro canto pensa che la bimba soffra
troppo, sia troppo fragile, non ce la faccia stando fuori. Lui la preferirebbe dentro l’utero materno: “all’Ospedale di Monza praticano un certo tipo di alimentazione direttamente attraverso il cordone ombelicale”. Come si può vedere dal materiale presentato,
sembra molto importante, nell’ambito di questo intervento, non solo far vedere ai genitori la mia capacità di considerare le caratteristiche somatiche, le attitudini emotive, neuromotorie e comportamentali del bambino, ma anche dimostrare loro di essere al corrente di tutti gli altri aspetti che riguardano le sue condizioni di salute, compreso il tipo di intervento che viene praticato. Si tratta di un modo per far sentire ai genitori durante l’incontro, che il piccolo non è solo presente fisicamente, ma che egli è anche presente, nella sua totalità, nella mia mente. Naturalmente l’introduzione di questo nuovo tipo di approccio non sostituisce, ma integra i colloqui proposti ai genitori così come precedentemente descritto. In questi casi dove la nascita gravemente pretermine costituisce un’esperienza altamente traumatica si vede la necessità di offrire entrambi gli interventi.

Il processo di separazione-individuazione
Ciò che a questo punto sembra però significativo è che sono i genitori stessi a richiedere l’incontro allo scopo di parlare della loro personale situazione emotiva: l’essere primariamente avvicinati attraverso l’osservazione del bimbo sembra dunque permettere la distinzione tra il neonato, la sua sofferenza e se stessi, la loro personale difficoltà emotiva legata al vissuto angoscioso della nascita prematura. Questa migliorata presa di coscienza da parte dei genitori di quanto li riguarda distinguendoli dal bambino, si pone come aspetto molto significativo per l’attuazione del processo di separazione e individuazione così difficile da ottenere in tutti i neonati che vivono questa esperienza e in particolare in quelli che svilupperanno un quadro di paralisi cerebrale. Tutte le madri e anche due padri dei quattro bambini nati di peso inferiore ai 900 gr. con i quali ho adottato questa modalità di approccio hanno chiesto incontri anche per se stessi. Ecco quello relativo alla mamma di Simona: oggi la piccola ha 27 giorni. “Quando entro in reparto alle 10 trovo la signora in piedi in corridoio; mi dice che è lì perché alla piccola devono cambiare il tubo orotracheale. È apparentemente tranquilla e serena; la faccio accomodare nella cucinetta. In effetti nel
box di Simona c’è molto movimento e molta gente accanto a lei. C’è nervosismo, anche perché noto che il rianimatore che deve cambiare il tubicino non è tra i più esperti per questa manovra su un bimbo così piccolo. Chiudo la porla della cucinetta e una volta che la signora è seduta le chiedo se vuole leggere una rivista. Risponde che preferisce parlare, mi siedo di fronte e lei inizia subito il suo racconto. Mi dice che è preoccupata perché in questo periodo si sente come “leggera di testa”, ha difficoltà di concentrazione, gli occhi pesanti. “Sono tranquilla ma non mi concentro sui mestieri.
Questa sensazione mi è venuta dopo il ricovero in ospedale, ci sono stata 12 giorni prima del parto e quattro dopo la nascita della
piccola. Dopo due giorni che ero a casa ho cominciato ad avvertire questa sensazione. Io credo sia in relazione prima ai dolori provati, poi ai calmanti assunti. Ho detto al medico ove sono andata per spiegare questi disturbi che mi sentivo drogata… sto
rimbambendo… Le faccio un esempio: sotto il mio appartamento viene sempre una donna che fa le pulizie delle scale e la conosco benissimo. Una mattina vado dal panettiere e questi si rivolge a me come la madre della bimba nata così piccola (tutto il paese lo sa e ne parlano); dietro di me una signora dice che anche lei è al corrente, mi volgo e le chiedo come fa a saperlo e lei risponde che mi conosce, “impossibile non mi riconosca anche lei, sono la donna che fa le pulizie sulle scale di casa sua…” Di solito sbrigo io tutte le pratiche di casa anche per mio marito, ma sono preoccupata, ho paura di fare guai. Ieri in banca il Direttore mi ha spiegato una cosa, ma non ho capito niente. Io qui intervengo dicendo che è comprensibile questo suo disturbo e che è in rapporto all’esperienza così traumatica di una nascita così prematura. “Mio marito soffre perché la bambina è senza espressione… Io penso che mi sono liberata dal dolore trasferendolo nella bambina che soffre”. Io le rispondo che invece, facendola nascere così presto, le ha permesso di vivere, cosa che, nella situazione così come si è presentata, se fosse rimasta dentro oltre, non sarebbe stato più possibile. La signora ascolta con interesse, ma riprende “Quando la vedo con i tubi… ma lei non si ricorderà… capisce quello che le fanno?”.
Rispondo che comprendo questa sua preoccupazione, si tratta di esperienze dolorose che il bambino però, con l’aiuto dei genitori e anche degli operatori qui dentro, molto attenti anche a questi aspetti, è in grado poi di recuperare. La signora continua parlando dei suoi problemi di “leggerezza di testa”, “sono come sospesa, mi è difficile fare i mestieri di casa. Guardi, lei sa che mio marito è responsabile
di una comunità, ebbene spesso a pranzo ha tantissime persone e mi occupo personalmente di tutto, non mi pesa. Ieri c’erano a pranzo
mia suocera e mia sorella che sono venute a trovare la bambina; eravamo in cinque, ma ho detto a mia sorella, fai tu, io non sapevo cosa ci voleva… Io sono una che quando vede gli altri soffrire sta male… so che i dottori hanno esperienza e che Simona è a posto, i primi giorni non ero tranquilla, ma ora sì. Le infermiere mi hanno invitato a parlare coi pediatri ma per me è lo stesso, io mi fido. Due giorni fa sono rimasta male per quello che mi ha detto un’infermiera, è quella che ha il naso come il mio, gli occhiali e i ricciolini (io la individuo subito, la descrizione è molto precisa). Mi trovavo vicino a Simona quando ho notato che la bimba accanto, che i giorni scorsi era così sofferente, sorrideva e le ho detto “sorride”. Lei mi ha risposto “Non si possono guardare i bambini degli altri”. Sono rimasta molto male, anch’io sono dentro, non guardo solo la mia bambina, mi sono accorta che quella piccola nei giorni scorsi stava malissimo, è bella, ma si vedeva che era gialla… non avrei mai fatto questo lavoro”. Io intervengo dicendo che l’infermiera le ha risposto così perché probabilmente era molto preoccupata per le pratiche
che stava eseguendo sulla bambina e ciò l’ha indotta ad una risposta così poco comprensiva. Lei mi dice a questo punto che l’infermiera G. la incoraggia molto, la Caposala le ha mostrato il reparto facendole vedere anche gli altri bambini… Due mesi fa sono stati qui in rianimazione i miei genitori perché avevano mangiato dei funghi velenosi, l’Ammannita Phalloides (dice phalloides storpiando la parola) che aveva raccolto il papà. Giù non ci volevano credere perché il fungo è velenosissimo, mortale. Al pronto soccorso dell’ospedale di Zingonia hanno telefonato a Milano, poi a Bergamo ove hanno detto di venire qui, che erano in contatto con questi centri.
Sono molto bravi. I genitori si sono trovati bene, la mamma è uscita dopo 5 giorni, il papà dopo 8 perché sofferente di fegato… Io fiducia ce l’ho, a me piace leggere e verifico quanto mi dice, ritrovo tutto…
Le infermiere mi hanno fatto toccare ancora due volte Simona, stamattina no perché era agitata. Io ho chiesto alle infermiere cosa voleva dire questo e loro hanno risposto che tenta anche lei di respirare…”. Io confermo e dico che si è notato sin dai primi giorni.
“Io non chiedo, mi fido, questo è un lavoro importante”. Ho preso contatto con la mamma di Jacopo, spero di incontrarla e di scambiare le nostre esperienze. Io non so guidare la macchina ed ho difficoltà a trovare il mezzo per venire qui; una sera sì ed una sera no mi accompagna mio marito, poi tutti quelli del mio paese che vengono a Treviglio e lo sanno, mi offrono un passaggio… non mi fido del turno del pullman. Si può stare anche di pomeriggio?”
Annuisco… lei continua “Simona è cambiata, ieri mi sembrava più rosea, più bella… sembrava abbronzata, veramente. Ieri era tranquilla, ha fatto cacca e pipì, poi ha alzato il culetto, si è spostata, bisogna cambiarla più spesso, lei pensa che mi insegneranno e
potrò cambiarla io?” Annuisco e lei riprende “Ora pesa 770 gr., cresce e si allunga. In pancia è tutto diverso… non è mai successo
nella mia famiglia un parto prematuro, non sapevo nemmeno ci fossero bambini di 700 gr. … alla mia seconda entrata anche la bambina accanto mi sembrava piccola. Quando l’ho vista non sono rimasta neanche troppo male… certo… dispiace. Sono rimasta li 5’, non riuscivo neanche a stare in piedi, a rendermi conto com’era…C’era con me mio marito e fuori dai vetri la mamma…”.

Il sentimento di colpa
Tuttavia c’è qualche cosa in questo stato d’animo che la preoccupa e me ne vuole parlare. Va tutto bene, è serena, ma sente la testa leggera: lei attribuisce questo stato di malessere che non le permette di concentrarsi, la confonde e teme le faccia sbagliare le cose, ai forti dolori, ai calmanti assunti prima della nascita della bambina. Ciò la fa sentire “una drogata”. Quando io collego questo suo malessere all’esperienza dolorosa della nascita pretermine che ella ha scisso e negato, può avvicinarsi e parlare più direttamente del problema: il marito soffre e lei è in preda ad un terribile sentimento di colpa che le fa credere di essersi liberata dal dolore così intenso sperimentato per tanti giorni prima della nascita della bambina trasferendolo nella piccola che ora soffre indicibilmente. A questo punto facendo mio il suggerimento dell’infermiera L. quando commentando la registrazione del colloquio della mamma di Giacomo dice: “Tutte le mamme dimostrano sensi di colpa… noi le rassicuriamo, la cosa doveva succedere, se il bambino stava dentro moriva”, io rispondo che anzi, spingendola fuori in quel momento ella ha permesso alla sua bimba di vivere. Il problema di sollevare queste madri dal peso derivante da questo sentimento, che in misura maggiore o minore è sempre presente costituisce un aspetto molto significativo dell’intervento. La signora a questo punto è capace di collegare la sofferenza della bimba alla sua “leggerezza di testa”: lei non è in grado di affrontare il dolore, di questo se ne occupano gli altri… i dottori hanno esperienza… e la sua parte che può affrontare questa esperienza è fragile, facilmente frustrabile: questa sua parte rappresentata dalla bambina sofferente, molto malata, quando comincia a stare meglio, sorridere, esprimersi, viene rimproverata. I mici interventi volti a fare vedere la possibilità del recupero dell’esperienza del dolore da parte della sua bambina anche sulla base dell’aiuto delle persone vicino a lei, le permette di entrare in contatto con la sua parte che ha bisogno di aiuto. Così parla di quanto si è sentita aiutata dall’infermiera G. e dalla Caposala. Riferendo poi l’esperienza dei genitori in rianimazione perché in pericolo di morte a causa dell’ingestione del fungo velenosissimo, la signora ci fa vedere in termini altamente drammatici come loro genitori sentono l’esperienza di una nascita così prematura; si tratta di avvertire la morte dentro di sé e la possibilità di sopravvivere è totalmente dipendente dall’istituzione.
Lei mostra sulla base di quanto ha sperimentato qui la sua fiducia per le persone che si occupano del problema e non trova ancora dentro di sé risorse orientate verso la vita: ascolta con attenzione e verifica quanto le dico intorno alla bambina, si trova d’accordo ma solo attraverso il riscontro sui libri. È contenta che la si aiuti a toccare la bambina perché da sola non ce la fa ancora a realizzare stabilmente un contatto vivificante. Per lei la piccola non è ancora nata, ma sa anche che non è dentro di sé. “Mi hanno detto che in queste condizioni cresce, si allunga, ma dentro sarebbe stata una cosa diversa”, Nel frattempo la riconosce più rosea, più vitale, più bambina, meno propensa a confondersi con il suo sporco. Ma lei non si sente ancora in grado di riconoscere la sua funzione materna, l’esperienza velenosa della nascita prematura è ancora troppo incombente, per questo dovrà farsi aiutare dalle infermiere per cambiarla. Loro sono madri migliori… Lei non avrebbe mai fatto
questo lavoro… lei si fida, lei non chiede notizie attorno alla salute della piccola. È terribilmente spaventata dall’esperienza vissuta come mortifera, per ora può solo essere rianimata “Non mi fido dei servizi pubblici per venire all’ospedale, accetto solo passaggi di chi conosce la mia situazione e si offre di accompagnarmi a Treviglio”.
Due giorni dopo l’incontro la signora constaterà l’affievolirsi del disturbo descritto come “leggerezza di testa”, per cui, “in casa, temevano diventassi pazza”.

Considerazioni conclusive
La validità di questo approccio che prevede due modalità di intervento: colloqui con i genitori effettuati attraverso l’osservazione del bambino insieme ad incontri dedicati all’ascolto della loro esperienza, sembra confermata dall’evoluzione dei casi ove è stato applicato. Nel caso di Simona si può vedere come, dopo l’incontro, i genitori verranno a trovare la piccola più frequentemente, il padre a giorni alterni e la madre quotidianamente, anche più volte nella giornata. Il padre nella seduta successiva a quella presentata mi dirà, non appena lo incontro, con molta partecipazione di avere visto Simona aprire gli occhi: “Doveva vedere come li muoveva”, dimostrandosi così in grado di riconoscere aspetti vitali di lei. Anche la mamma, come si può vedere dal materiale presentato, è stata aiutata a vedere queste caratteristiche nella bimba e sembra in grado di mantenere il contatto con questi aspetti nonostante l’esperienza recente della nascita prematura sia ancora molto viva e lacerante e tale da non permetterle ancora di riconoscere dentro di sé i suoi attributi materni, le sue parti più vitali. Come ho già detto, ciò che pare molto significativo, in questo tipo di intervento è che, avvicinati primariamente attraverso l’osservazione del loro piccolissimo figliolo, questi genitori sono aiutati a distinguere assai precocemente aspetti che riguardano il bimbo, da aspetti loro propri, dominati dalla dirompente situazione di angoscia che l’evento di una simile nascita sollecita. Ciò è dimostrato dal fatto che tutte le madri e anche due padri che ho avvicinato con questa modalità, hanno richiesto un colloquio per sé stessi. Io credo che questo approccio costituisca dunque un modo per aiutare i genitori dei neonati gravemente pretermine a non lasciarsi travolgere completamente dall’angoscia e dalla disperazione e a distinguere molto precocemente aspetti che riguardano il bambino da vissuti che sono loro propri. Ciò, come riferito prima, pare molto utile ai fini dello stabilirsi di quel processo di separazione e individuazione così difficile da attuarsi nei neonati che vivono l’esperienza del ricovero in
terapia intensiva e in particolare in quelli che svilupperanno una paralisi cerebrale infantile. In questo senso sono sembrati molto utili
l’approfondimento e l’allargamento del significato di concetti quali “la ferita narcisistica” e “il conflitto estetico” come il lavorocondotto in
questo modo ha permesso: una migliorata comprensione di aspetti così violenti e distruttivi quali le angosce di morte, facilita i processi
di integrazione riducendo, nei genitori, la spinta a fare uso di meccanismi proiettivi. Ma non solo, sembra un intervento che pur
mettendo i genitori in contatto con la loro parte sofferente e quella del bambino è in grado di aiutarli a ritrovare, attraverso gli aspetti
più vitali che il bimbo mostra durante l’osservazione, ciò che di più vivificante è dentro di loro. L’approccio così proposto, atto a favorire i processi di integrazione e di individuazione, non si pone solamente come aiuto ai genitori ma, in accordo con la letteratura e sulla base
della personale esperienza, sembra produrre di riflesso, risvolti molto positivi nel bambino. Infatti il riconoscimento precoce da parte di questi genitori delle qualità intrinseche al bambino è di aiuto perché egli possa dare libera espressione alle sue capacità innate che lo guidano nel suo rapportarsi al mondo, nel crescere, nell’imparare.Da parte di questi genitori in particolare vi è la tendenza a sviluppare la fantasia che quanto può sentire ed apprendere il figlio dipende totalmente dalle loro attitudini, dal loro comportamento. Di qui deriva il rischio di sottoporre il bambino ad un training così rigido e soffocante da spingerlo inconsapevolmente verso una identificazione di tipo adesivo.

Articolo tratto da il Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, n. 3, pp. 225-239, 1988

10. Una comunicazione in equilibrio

di Paolo Vergnani, psicologo della comuncazione

Che tecnica comunicativa utilizzare nella gestione di informazioni riguardanti il disagio psichico?
Da un lato la necessità di utilizzare tecniche più vicine a quelle dei messaggi pubblicitari, per essere più visibili, dall’altro la pericolosità di queste stesse tecniche
Uno dei primi problemi che si pone chi deve utilizzare un mezzo di comunicazione di massa è “A chi mi rivolgo?”.
Spesso nella comunicazione inerente le problematiche di tipo psichico, questa domanda è stata posta in modo parziale, cadendo a volte in una trappola assai insidiosa: comunicare agli altri come comunichiamo per noi stessi.
In altri termini, costruendo i messaggi sulla base delle conoscenze, dei valorie del gusto estetico dell’emittente.
Considerando che spesso l’emittente è un addetto ai lavori o comunque una persona che, per preparare il messaggio, ha ricevuto una mole notevole di informazioni, si corre il rischio di dare per scontato che il ricevente condivida già quei dati e quei valori che gli permetterebbero di apprezzare il messaggio (cosa che, peraltro, renderebbe il messaggio pleonastico).
In questo modo si finisce per non utilizzare i mezzi di comunicazione di massasecondo le loro vere caratteristiche, ma di fare una comunicazione per addetti ai lavori utilizzando mezzi di risonanza fin eccessiva, creando nella fetta maggiore della popolazione confusione, se non addirittura fastidio.
Questo tipo di errore è particolarmente insidioso in quanto l’emittente non riesce a capire per quale motivo un messaggio costruito con tanta precisione non abbia efficacia, arrivando, nella peggiore delle ipotesi a non porsi neppure il problema dell’efficacia del messaggio.
Questo tema, dell’attenzione agli effetti del messaggio e quindi degli strumenti per monitorare gli stessi, esula comunque dai limiti dell’articolo.
Naturalmente non ci si pone come obiettivo di trasferire alla comunicazione sociale gli stessi strumenti e le stesse modalità di altri settori come ad esempio la pubblicità; ma di accettare il fatto che la gran parte della popolazione riceve un forte condizionamento da questo stile comunicativo e che ignorarne a priori le peculiarità può voler dire ridurre, in termini quantitativi e qualitativi, la propria possibilità di entrare in contatto con molte persone. Questo vorrebbe dire rinunciare al proprio ruolo e lasciare che i problemi legati al disagio psichico vengano semplicemente rimossi oppure acquistino significati e valenze emotive completamente distorte, in modo più omeno strumentale.
Occorre comunque ricordare che una cosa è costruire un messaggio che produca un bisogno, o porti il soggetto a pensare che un determinato prodotto possa soddisfare un bisogno di altro tipo in lui presente, un’altra è far comprendere alle persone problematiche molto sottili legate a temi scottanti e decisamente scomodi.
Da un lato si ha l’esigenza di richiamare l’attenzione: questo appare oggi come un problema tutt’altro che banale.
Siamo infatti bombardati da una quantità di informazioni che non ha conosciuto uguali nella storia; il modo più rapido che la nostra mente ha elaborato per difenderci da questo assalto è stato ridurre la nostra sensibilità e la nostra capacità di attenzione.
Sono necessari stimoli sempre più violenti per farci uscire da questa sorta diguscio autistico e portarci a dirigere la nostra attenzione verso un’informazione; oltre a questo, tutti abbiamo assorbito la mentalità da “telecomando”, lo spettacolo non mi piace, non mi diverte, allora cambio programma.
Questa nuova struttura, ha degli effetti drammatici nella comunicazione interpersonale, e si riflette anche nella dimensione della comunicazione di massa da cui il fenomeno ha probabilmente origine.
L’unico vantaggio, che potrebbe permettere di evitare di assumere modalità non necessariamente condivisibili e facilmente inadeguate agli obiettivi e ai ruoli della comunicazione correlata al disagio, potrebbe essere il fatto che in unasituazione in cui tutti urlano, qualcuno che parla sottovoce ha più probabilità di essere notato.

Il messaggio digitale o tutto o niente
Il problema dell’attenzione si collega ad uno dei dibattiti che hanno maggiormente segnato l’evoluzione recente delle tecniche di comunicazione pubblicitaria.
Uno dei più netti cambiamenti che la comunicazione pubblicitaria ha registrato negli ultimi 20 anni è stato il passaggio da una dominanza di messaggi digitali ad una di messaggi analogici.
Per digitale si intende una struttura di comunicazione basata sul principio del tutto o niente (lo zero – uno binario), limitata dal punto di vista semantico maestremamente precisa sul piano della sintassi: non solo consente quindi valutazioni di tipo analitico ma anche la possibilità di confrontare più proposizioni in modo relativamente inequivocabile secondo i criteri della logica.
Per esempio la frase “Questo olio ha solo 600 calorie” rappresenta,per chi condivide le convenzione in essa implicite, un concetto piuttosto preciso. E’ interessante notare come la frase non sia unta, in altre parole cometra la parola “olio” e l’olio non ci sia alcun riferimento salvo l’associazione arbitraria che li collega.
In aggiunta il messaggio potrebbe specificare che l’olio non solo è leggero, maanche saporito, da tono alla tavola, è indice di buon gusto e di una elevata cultura.
Naturalmente in questo caso il messaggio rischierebbe di cadere nella pedanteria, ma il rischio di fraintendimento sarebbe estremamente scarso.
Lo stesso messaggio potrebbe essere trasmesso con un modello analogico semplicemente mostrando una allegra famiglia, caratterizzata da indicatori di livello sociale e di cultura, con aspetto sano e gradevole, che mangia facendo uso dell’olio suddetto. Risulta abbastanza evidente, come in termini di economia temporale e di impatto emotivo il messaggio analogico possa risultare decisamente superiore. Nel messaggio analogico il rapporto tra l’immagine dell’olio e l’olio stesso è molto più forte e entro certi limiti questo potrebbe permettere anche a chi non conosce la lingua (ma ha esperienza di olioe di tavole imbandite) di comprendere il messaggio.
Inoltre il messaggio analogico per la sua caratteristica di globalità permette estensioni del tipo olio = benessere o addirittura felicità.
Il messaggio analogico trova la sua rappresentazione primaria attraverso le immagini, ma può ugualmente passare attraverso l’uso delle parole, da un latoper il potere evocativo delle stesse, dall’altro per particolari strutture dilinguaggio che possono rendere il nostro messaggio particolarmente incisivo sulpiano emotivo.
Una interessante chiave di lettura di questo fenomeno sono le ricerche condotteda Sperry dal 1968 sulla cosiddetta lateralizzazione emisferica; appare evidentecome il modo digitale richiami le caratteristiche funzionali tipiche dell’emisfero sinistro mentre quello analogico si adatti a quelle del destro.
Quanto esposto finora ci rende chiaro il perché il mondo della pubblicità si è orientato sempre più verso messaggi di tipo analogico.
Esiste però un rovescio della medaglia.
Immaginiamo di voler trasmettere in termini analogici il messaggio:”Quest’olio non fa ingrassare”, potrebbe essere un utile esercitazione immaginare di voler realizzare uno spot muto che veicoli questo messaggio.
Se vi siete cimentati nell’esperimento dovreste aver realizzato un fatto singolare: non è possibile trasferire un messaggio in forma negativa, in modo inequivocabile, usando modalità analogiche.
La negazione e la condizione sono strutture logiche rispetto alle quali il livello di controllo sintattico del modello analogico appare assolutamente inadeguato.
Qualunque messaggio dato in forma negativa con il modello analogico può essere interpretato anche in altri modi.
Questo potenziale effetto indesiderato può capovolgere il significato del messaggio oppure evidenziare aspetti collaterali che avevano nelle intenzioni dell’emittente una funzione secondaria, quando questo accade si parla di messaggio parassita.
Utilizzando la comunicazione analogica il messaggio parassita è inevitabile, aquesto si pone rimedio inserendo elementi digitali o cercando di minimizzare lepossibilità di spostamento dell’attenzione.
Un po’ come nel linguaggio onirico, una cosa può rappresentare sé stessa oppure il suo esatto contrario.

Gli spot sull’Aids
Un esempio di come agisce il messaggio parassita applicato ad una campagna sociale, lo abbiamo in una delle prime campagne contro l’Aids.
Parliamo dello spot con la banda color fucsia.
Nello spot peraltro di ottima qualità estetica e di notevole efficacia complessiva, dove partendo dallo scambio di siringhe si arriva in una catena di scambi a vedere la coppietta che gira con il doppio alone, il messaggio primario è: “Attenzione, perché potreste contagiare le persone più care e chiunque può essere portatore”; esiste però un messaggio parassita chesuona più o meno così: “Mogliettine, state pure in casa a fare le brave, tanto l’Aids lo prendete lo stesso…”.
Considerando che il fenomeno è in sé inevitabile, si tratta solo (come èa vvenuto nello spot cui ci siamo riferiti) di prendere adeguati provvedimentiper evitare che il messaggio parassita superi il messaggio primario.
Come si è detto in precedenza, la comunicazione sociale ha delle peculiarità estremamente più complesse di quella legata ad un prodotto: non si trattasemplicemente di creare l’associazione tra una emozione positiva e un prodotto, ma ci sono resistenze e preconcetti da rimettere in gioco, atteggiamenti da costruire e, naturalmente, informazioni da dare. Spesso si tratta di messaggi collegati alla sfera emotiva ma in modo non sempre gradevole, in alcuni casi addirittura si rischia di andare a far scattare meccanismi di controllo che proteggono dai sensi di colpa (errore spesso commesso in passato) o semplicemente dalle emozioni sgradevoli.
La situazione si complica ulteriormente quando si tratta di utilizzare i mezzidi comunicazione per contrastare effetti creati da messaggi creati dagli stessi.
Spesso infatti vengono filtrate notizie e quindi attribuiti significati, in modo sensazionalistico, senza preoccuparsi degli effetti sociali della notizia, ma soltanto della sua presa emotiva.
A questo punto il compito sarebbe di correggere il tiro, ma per fare questo occorrerebbe da un lato obbligare le persone a rivedere i giudizi e oltretutto, per fare questo, non si disporrebbe di altri strumenti che quelli della logica.
Più o meno si tratta di fermare un treno in corsa a mani nude.
Poniamo che un giornale riporti una notizia del tipo: “Pazzo uccide una commessa”, una notizia del genere ha sicuramente un forte impatto emotivo: intanto non è troppo frequente, poi tocca da vicino una serie di timori ancestrali.
Naturalmente gli effetti secondari sono quelli di aumentare il timore nei confronti della diversità oltre al tacitare le coscienze.
Se poi la cronaca riferisse che in realtà si trattava di un tentativo di rapina, di un soggetto afflitto semplicemente da un brutto carattere ed un codice etico piuttosto elastico, la notizia avrebbe ben altra rilevanza, sia sul piano emotivo che in termini di visibilità.
Valgono ancora i principi dettati da Gustav Le Bon alla fine del secolo scorso: se ci si rivolge ad un piccolo gruppo contano gli argomenti, ma se ci si rivolgead una massa sono più importanti la suggestione e l’enfasi.
E’ ancora aperta la sfida di riuscire a fare una comunicazione sociale rivolta ad un vasto numero di persone, adattando il proprio stile comunicativo al target, mettendo da parte l’orgoglioso e sterile attaccamento ai propristrumenti consueti, ma anche evitando di scimmiottare strumenti e tecniche di un universo comunicativo così diverso come quello dell’intrattenimento o della pubblicità.