Skip to main content

Autore: admin

13. Contro l’abbandono e la dispersione scolastica

di Mariolina Addari dell’istituto professionale di stato “Sandro Pertini” di Cagliari

Tra i soggetti scolastici che, forse più di altri, abbandonano la scuola, spesso anche quella dell’obbligo, i portatori di handicap (non vedenti, cerebrolesi e paraplegici o con quozienti intellettivi ridotti) rappresentano certamente il gruppo più numeroso nonostante l’intervento di insegnanti di sostegno. È altresì noto che molti degli alunni normodotati abbandonano le scuole perché non hanno un progetto di vita, sono scarsamente motivati o ancor più perché sono privi di fiducia nelle loro capacità. Entrambi nella scuola si sentono emarginati. I primi soffrono per il loro handicap, si rendono cioè conto di essere diversi, di non essere in grado di partecipare a pari condizioni alla competizione scolastica. Allo stesso modo faticano gli altri, perché non hanno quel minimo di sicurezza e di fiducia nei propri mezzi che sono fondamentali per affermarsi nella scuola, ma anche nella vita.
Il progetto contro l’abbandono e la dispersione scolastica intende rivolgersi ai soggetti descritti nella premessa con un’azione coordinata e integrata con tutti gli altri soggetti.
Per realizzare quello che è il fine fondamentale della scuola, di educare nel senso più ampio e generale del termine, essa deve utilizzare tutti i mezzi per tirar fuori da ogni individuo che la frequenta quello che ognuno ha dentro di sé, le sue doti residue anche se limitate, per esaltare le capacità potenziali che gli permettano di operare praticamente nella vita sociale. Per una persona formata, sentirsi diverso non deve creare complessi di inferiorità, incapacità nell’agire o a rapportarsi con gli altri o tendenza a deviare, se l’individuo ha coscienza dei suoi limiti e fiducia nelle proprie capacità.
In linea teorica tutto ciò può sembrare facile. Sul piano concreto ed operativo le difficoltà della scelta delle azioni da intraprendere emergono in tutta la loro complessità.

Manifestazione Solidarsport
Ispirazione e punto di riferimento per quanto proponiamo è stata la manifestazione sportiva “Solidarsport” del Provveditorato agli Studi di Cagliari, ormai alla terza edizione, organizzata e gestita da un gruppo di lavoro di docenti di educazione fisica e di sostegno, che faranno parte dell’équipe che gestirà il progetto che si propone e che attende solo lo stanziamento dei fondi dalla Provincia di Cagliari.
La manifestazione “Solidarsport” è incentrata su un certo numero di gare, con regolamenti modificati per adattarli alle limitazioni imposte dalla partecipazione di atleti portatori di handicap che gareggiano in squadre miste con i loro compagni di classe. Mediamente, ogni anno, 900 ragazzi di cui 200 disabili partecipano alle differenti attività sportive adattate (atletica, nuoto, basket e calcetto). Obiettivo primario della manifestazione è la “crescita e miglioramento delle abilità sociali dell’individuo attraverso lo sport utilizzato per far emergere atteggiamenti positivi ed edificanti verso l’altro, sia esso compagno o avversario”, e, attraverso la partecipazione integrata di disabili e normodotati, di offrire le migliori opportunità di partecipazione ai primi ma anche una concreta opportunità di crescita dei secondi.
Il successo di “Solidarsport” ci ha indotto a studiare un progetto più ampio al fine di raggiungere ulteriori obiettivi educativo-didattici e soprattutto combattere la dispersione scolastica.
Ciò sarà reso possibile con l’estensione dell’attività all’intero anno scolastico con interventi settimanali, che interessino gruppi di scuole medie e superiori, e con la gradualità degli interventi anno per anno, sia come numero di sport scelti che come territorio su cui intervenire, che partendo da Cagliari si allargherà verso l’hinterland. 

I Centri di aggregazione sportiva
In ogni centro di aggregazione l’attività ruota intorno a una o due classi pilota, scelte fra quelle che dichiarano la loro disponibilità per l’esperimento, al quale dedicheranno le ore di educazione fisica, e con la partecipazione volontaria di tutti gli alunni all’attività didattica, sia in funzione di tutori che di supporto al lavoro degli istruttori per favorire l’integrazione dei disabili e dei meno dotati. Negli istituti superiori le ore di educazione fisica settimanali delle classi pilota dovrebbero essere inserite nelle prime due ore di lezione al fine di non creare troppi disagi all’attività curricolare; si consigliano quarte e quinte classi per favorire, oltre all’arricchimento personale, l’acquisizione di crediti formativi validi per la maturità.
La classe pilota, gestita dal docente curricolare, verrà integrata con allievi disabili provenienti dalle scuole della zona inserite nel progetto.
Allo stesso modo è aperta la partecipazione, con scelta personale, anche ad altri alunni a rischio di dispersione che il consiglio di classe riterrà possano giovarsi di un impegno nelle attività previste dal progetto con un coinvolgimento attivo e responsabile, capace di produrre valenze sociali positive. In relazione alle adesioni, qualora se ne presentasse la necessità, saranno disposti per ogni centro e disciplina anche più turni. Per le scuole medie inferiori si consiglia, qualora non fosse possibile accorpare le due ore di Educazione Fisica, di creare un “Gruppo di lavoro pilota” formato da alunni disabili e alunni normodotati a rischio di dispersione, provenienti da più classi, che svolgeranno l’attività sportiva finalizzata al progetto. Il gruppo verrà coordinato da un docente responsabile di educazione fisica o di sostegno, dell’area psicomotoria, con competenze in ambito sportivo.
Lo spostamento degli alunni dalla scuola al centro e viceversa, come pure le autorizzazioni dei vari Organi Collegiali, sono demandati alle competenti istituzioni scolastiche; il rientro a scuola degli alunni sarà effettuato, quando disponibile, con i mezzi appositamente noleggiati dal gestore del progetto.
I disabili dovranno essere accompagnati dal loro insegnante di sostegno o da un altro docente della scuola disponibile e, soprattutto per la disciplina del nuoto, dovrà essere assicurata l’assistenza in acqua.
Il progetto si avvarrà anche della collaborazione della F.I.S.D. (Federazione Italiana Sport Disabili), che darà il suo contributo con i suoi istruttori federali, ogniqualvolta si renderà necessario.
Tale collaborazione non è casuale, in quanto si cercherà di promuovere anche la partecipazione alle attività sportive federali una volta ultimata la frequenza scolastica.
La verifica del progetto avverrà attraverso una manifestazione conclusiva che coinciderà con la ormai consolidata “Solidarsport” con il seguente programma e regolamento:

  • Le gare non vogliono avere carattere agonistico, ma puramente ludico. Non saranno conteggiati punti, tempi e classifiche e tutti i partecipanti saranno premiati.
  • Non c’è alcun limite di età per gli alunni in situazione di handicap.
  • Non è consentita la partecipazione agli alunni normodotati tesserati alle Federazioni Sportive del CONI o già impegnati nei campionati studenteschi. 
  • La partecipazione di alunni normodotati che, per varie ripetenze, risultano abbondantemente fuori età viene lasciata alla discrezionalità dei docenti, ed in ogni caso si suggerisce di far ricoprire a tali alunni il ruolo di arbitro.  
  • Gli alunni H possono partecipare con i compagni di classe.
  • Sono consentite le squadre miste.
  • Ogni scuola può partecipare con un numero illimitato di squadre ad ogni attività, possibilmente distribuite nelle varie discipline.

ATLETICA: staffetta a navetta

  • La gara si disputa sulla pista di atletica leggera ed ogni squadra corre su 2 corsie.
  • Ogni squadra è composta da 3 atleti di cui 1 in situazione di handicap.
  • Ogni atleta correrà 30 metri e consegnerà il testimone al compagno.

ATLETICA: staffetta carrozzati

  • La gara si disputa sulla pista di atletica leggera ed ogni squadra corre su 2 corsie.
  • Ogni squadra è composta da 3 atleti di cui 1 in situazione di handicap.
  • Ogni atleta (anche il normodotato) dovrà percorrere 50 metri su carrozzina messa a disposizione dalla SA.SPO. (Sardegna Sport; società affiliata alla F.I.S.D.).

ATLETICA: lancio della pallina baseball

  • Ogni squadra è composta da 3 atleti di cui 1 in situazione di handicap.
  • Si userà la pallina della FIDAL, del peso di circa 300 grammi.
  • Il lancio può essere effettuato con o senza rincorsa.

CIRCUITO: staffetta su percorso misto

  • Ogni squadra è composta da 5 atleti di cui almeno 2 in situazione di handicap.
  • La partenza ed i cambi sono a discrezione del docente accompagnatore.
  • Il percorso, basato sull’esecuzione di semplici schemi motori di base, si effettua sul prato del campo di atletica in occasione delle altre gare.
  • Qualora il tempo non fosse adatto, la manifestazione si svolgerà in palestra.

NUOTO: staffetta 3×25 metri

  • Ogni squadra è composta da 3 atleti di cui 1 in situazione di handicap.
  • Qualsiasi nuotata è valida, anche con sussidi (braccioli, tavolette, ecc.)
  • Il primo frazionista è l’alunno in situazione di handicap, che parte dall’acqua.
  • Ogni scuola deve presentare un assistente in grado di intervenire in vasca, ove necessario.

CALCIO: calcetto a cinque

  • Si gioca su un campo regolamentare.
  • Ogni squadra è composta da 8 atleti di cui 2 in situazione di handicap.
  • Gli incontri hanno la durata di 2 tempi da 15’ senza recupero, con intervallo di 5’.
  • La rete è convalidata solo se all’azione ha partecipato l’alunno in situazione di handicap (tocco di palla).
  • I cambi sono liberi, ma in campo deve essere sempre presente un alunno in situazione di handicap.

BASKET: 3 contro 3

  • Si gioca ad un canestro con pallone da minibasket.
  • Ogni squadra è composta da 5 atleti di cui 2 in situazione di handicap.
  • Le partite hanno durata di 2 tempi di 10’ senza recupero, con intervallo di 5’.
  • La palla viene assegnata alla squadra che ha subito il canestro.
  • Ogni azione deve iniziare dietro la linea del tiro da tre punti.
  • Il canestro è valido solo se all’azione ha partecipato l’alunno in situazione di handicap (tocco di palla).
  • Nel rimbalzo offensivo si può tirare subito a canestro, in quello difensivo l’azione va ripresa.
  • I cambi sono liberi, ma in campo deve essere sempre presente un alunno in situazione di handicap.

La Commissione “Solidarsport” ha già nei suoi programmi lo studio dell’adattamento della disciplina “pallatamburello” per inserirla nel programma del prossimo anno scolastico.

2. Le professioni di cura e la sessualità all’interno di una relazione

La sessualità spesso irrompe dentro ai progetti educativi o nell’ordinamento della vita quotidiana di una struttura; si presenta come qualcosa di inatteso, che sorprende e scombina i piani e che provoca negli operatori (e nei familiari) un forte senso di disagio e timore di essere inadeguati.
Credo che in entrambi i casi, attesa o dimenticata, la sessualità getta molto spesso scompiglio, disordine, manda all’aria il modo concreto e quotidiano del “prendersi cura”, fa sentire impotenti le più avanzate strutturazioni e conoscenze tecniche e i più rigorosi ordinamenti (gerarchie, il chi si prende cura di chi, il sapere della cura quotidiana dell’operatore, i progetti educativi e i percorsi individuali…)
Le strutture che, per paradosso, si dotano dei più elaborati ordinamenti e divieti in ordine alla sessualità e alla sua più rigorosa esclusione dalle attività e dagli argomenti di cui gli operatori si possono occupare, sono la concreta dimostrazione dell’impotenza e della forza dirompente che accompagna questo tema, negato o annunciato che sia.
In questo senso la sessualità porta comunque con sé numerose prospettive di cambiamento e viceversa la disponibilità nella cura all’altro ad avere antenne ricettive e in sintonia rispetto ai cambiamenti dell’utente, promuove facilmente l’incontro con il tema della sessualità, con la sessualità dell’utente e inevitabilmente con la propria sessualità in qualità di operatori e persone.
Alcuni significati che la sessualità racchiude, alcuni piaceri rappresentati dalla sessualità, hanno sorprendentemente grandi territori di comunicazione e spazi emotivi in comune con la professione di cura, con il senso di prendersi cura di…. e con l’esistenza del piacere collegato ad esso cioè con il piacere di prendersi cura.
Per fare esempi, se pure schematici, possiamo considerare il piacere della sensorietà e motricità che la sessualità racchiude come occasione di numerosissime azioni, gesti, attenzioni che l’operatore compie nell’occuparsi di una persona con deficit (motori, mentali ed emotivi, psichici).
Il piacere che può venire dal corpo, dalle sue sensazioni (essere toccato, contenuto, spostato, pulito, nutrito, cambiato…) fa parte di quei piaceri primari che costruiscono, nello sviluppo di ciascuno l’essenza di sentirsi vivi, dell’esserci, del benessere; i primi pilastri del senso della propria identità separata ed egualmente in comunicazione con il mondo, con l’altro.
Quanta parte del lavoro di cura con persone con deficit è attraversato da questa dimensione primaria di contatto e comunicazione!
Questa dimensione della sessualità, simile per ogni individuo, parte fondante della propria storia e del senso di sé, è, di fatto, uno spazio comune tra due persone che si trovano a contatto e che quindi inevitabilmente mettono in comunicazione aspetti tanto profondi ed emotivamente significativi.
La sessualità quindi impone, anche nell’operare quotidiano, e per quelle funzioni che possono più facilmente richiamare alla mente “il fare” un’area di contatto con il piacere e con la sua mancanza, evocata dalla presenza del deficit e quindi dalla permanenza indefinita del bisogno di essere oggetto della cura dell’altro.
La sessualità produce identificazioni rapide, inconsapevoli, spesso turbolenti a questo livello di vicinanza.
Da questo punto di vista essa offre aperture verso il centro profondo di sentirsi soggetto-individuo, ma contemporaneamente può provocare oscure ribellioni rispetto alla percezione di sentirsi limitati, dipendenti, bisognosi, in balia dell’altro.
Cosa succede nell’operatore che si trova, più o meno consapevolmente, a contatto con quest’aspetto della sessualità, con il piacere e il disagio che, di fatto, scaturisce dal contatto dei corpi di chi cura e di chi è oggetto di cura?
Sotto questa visione il piacere/disagio che può venire dal corpo e dal prendersi cura sono un terreno conosciuto e praticato ogni giorno nella relazione operatore/utente di fatto già impegnati su un territorio che appartiene anche alla sessualità.
Un esempio di quanto affermato si ritrova nei percorsi di autonomia rispetto alla cura di sé, del proprio corpo e dei rapporti con gli altri (vestirsi, tenersi puliti, scegliere i propri abiti, farsi belli, conoscere nomi e funzioni del corpo, le sue parti pubbliche e quelle più intime e private…) che sono in fondo un ambito in cui è comunque inclusa una parte della sessualità e può aprire molte altre strade di contatto o distanziamento.
La sessualità può, per contro, produrre e mettere in atto atteggiamenti di rifiuti all’interno della relazione operatori-utenti, di negazione delle somiglianze nonostante le differenze, di vere e proprie segregazioni dei corpi, delle loro espressioni, dei loro bisogni: una riesumata segregazione di chi è diverso, meno autonomo, con minori opportunità.
La paura delle espressioni della sessualità e del suo “coinvolgere” può disorientare l’operatore che si sente oggetto privilegiato d’amore, di attenzioni, di richieste da parte della persona di cui è chiamato a prendersi cura. Nella stessa misura può essere conflittuale e destabilizzante “assistere” e cogliere il desiderio, il piacere, gli affetti che possono coinvolgere gli utenti nelle più disparate combinazioni.
Questi aspetti problematici possono provocare una specie di svilimento dei sentimenti delle persone coinvolte e ridurre le dinamiche emotive al puro istinto; provocare nuove giustificazioni al controllo inteso come prevaricazione sull’altro dotato di meno potere.
Di fatto molte richieste di consulenza, supervisione e formazione sul tema della sessualità includono al loro interno, spesso ben nascoste agli stessi richiedenti il bisogno di neutralizzare, deviare o sedare le espressioni in ordine ai temi dell’affettività, dell’erotismo e di ogni altra componente.

1. Identità e relazione

di Cristina Pesci e Daniela Lenzi

I significati, il valore, il senso che ciascuno dà al termine sessualità, non è mai svincolato dalla storia che ciascun individuo rappresenta con il suo stesso vivere, sentire, manifestare.
Ciascuna di queste RAPPRESENTAZIONI ha inoltre, dentro di sé, parti conosciute, consapevolmente ragionate, scelte e parti nascoste, ma che ugualmente vanno a costruire il senso che ciascuno dà alla sessualità.
Così la sessualità è legata a due dimensioni, fortemente intrecciate: una di queste rimanda alla relazione, al desiderio d’incontro e scambio globale da cui è difficile dissociare le diverse componenti quali la genitalità, l’erotismo, la corporeità, la ricerca del piacere, i sentimenti d’amore e d’affetto.
Diventa piacere di comunicazione rispetto alle proprie sensazioni e piacere di ricevere sensazioni dagli altri con i gesti, con la voce, con lo stare insieme, con il corpo.
In fondo si può sintetizzare come la sessualità sia una dimensione legata al piacere-desiderio d’essere oggetto e soggetto di desiderio e piacere.
La seconda dimensione propone la sessualità come espressione diretta della soggettività d’ogni singola persona. Un processo che parte dal piacere della sensorietà e motricità, dalla cura di sé, dal senso stesso dell’ESISTERE, della propria IDENTITÀ’ e UNICITÀ’.
Il riconoscimento di queste componenti fa parte di un processo di crescita e di evoluzione che accompagna tutto l’arco della vita di ciascuna persona e che influenza l’identità personale, la corporeità, lo scambio con gli altri.
Inoltre la sessualità evoca due ordini di pensieri e emozioni:
– una legata al piacere, al desiderio, all’espansione e all’evoluzione di sé e dei legami, espressione di energia e forza vitale e creatrice, in definitiva un insieme di aspetti positivi, giocosi spesso idealizzati (“sessualità buona”);
– una, di contro, legata a percorsi più oscuri che evocano disorientamento, eventuale solitudine e mancanza, prevaricazione e aggressività (“sessualità cattiva”).
Spostare l’ottica attraverso cui guardare il tema della sessualità è uno dei primi passaggi fondamentali per poter parlare di sessualità e disabilità, partendo dalla propria rappresentazione, dai propri valori e sentimenti in qualità di persone che comunque convivono con la propria soggettiva strutturazione delle numerose componenti che la sessualità racchiude.
Ognuno parte dalla propria immagine di sessualità nell’affrontare questo tema e nell’ascolto di ciò che l’altro esprime.
Spesso gli operatori avvertono questa premessa e sperimentano questa consapevolezza come una SORPRESA che comunque cambia radicalmente l’ottica da cui elaborare riflessioni ed interventi educativi; la conseguenza più evidente è quella che trasforma l’aspettativa di parlare di sessualità e approfondire il tema legato alla disabilità, nell’opportunità di elaborare la dimensione sessuale di una relazione che è costituita da due poli: l’operatore e l’utente, il paziente, e ciò che quella coppia crea di volta in volta con il reciproco interagire, sentire, cogliere dell’altro.
Paradossalmente può emergere un significato che vuole venga riconosciuta la sostanza stessa della persona, la carne, dimenticando spesso il fatto che chi vive sulla propria pelle la presenza di una malattia, di un deficit o di un disagio, molto spesso è sottoposto a continue manipolazioni e invasioni della propria dimensione corporea senza che nessuno ricordi gli aspetti emotivi, i sentimenti e le emozioni che ogni relazione di cura va a determinare.
Un passagio fondamentale diventa allora l’opportunità di comprendere quanto può essere complessa e mai scontata la mole di emozioni e significati presenti sul palcoscenico di queste relazioni.

5. I vari tipi di piacere

Una chiave di lettura per rintracciare senso e significati legati alla sessualità, può essere rappresentata dal tema del piacere. Questa modalità di approfondimento che ruota attorno al termine piacere, può essere particolarmente significativa proprio perché pone l’attenzione su questo aspetto vitale dell’esistenza che, affiancato alla realtà complessa che la presenza di un handicap produce, non trova facilmente cittadinanza nelle storie e nei percorsi delle persone disabili.
La ricerca di un benessere; senza la negazione del danno è spesso e paradossalmente l’ultima spiaggia a cui giungono i processi educativi e riabilitativi, una volta riposte faticosamente le illusioni “magiche” che più o meno nascostamente auspicavano la guarigione impossibile, il recupero completo.
La sessualità, in questo processo evolutivo, ha a volte la funzione di richiamare i soggetti interessati (operatori, famiglie, persone handicappate) ciascuno nel proprio ruolo, a una nuova e diversa definizione dei bisogni, delle aspettative, del senso della cura e delle relazioni.
Ecco dunque un breve elenco di tali significati:
La sessualità è parte integrante della persona e pervade i diversi elementi costitutivi dell’individuo: gli aspetti somatici, affettivi, intellettivi e sociali. Essa ruota attorno a due diverse dimensioni, strettamente collegate e interdipendenti tra loro.
Una dimensione individuale, soggettiva, che riguarda il proprio modo di essere nel mondo persona sessuata che è diverso da tutti gli altri modi possibili. La sessualità è espressione diretta della soggettività d’ogni singola persona, ha “la funzione d’accrescimento della coscienza di esistere” (A. Riva), in altre parole di potersi sentire vivo dentro e attraverso quello specifico corpo, di provare emozioni, affetti, pensieri e fantasie.
Il secondo elemento è la dimensione relazionale. Fornari ha mostrato l’intervento di una
” pulsione di scambio” come motivazione alla relazione sessuale. Essa spinge ad incontrare l’altro nel superamento della propria onnipotenza, nel riconoscimento e nell’accettazione delle reciproche diversità e quindi nel piacere di dare e di ricevere, d’essere oggetto e soggetto di desiderio e di piacere.
Queste due dimensioni sono presenti e si sviluppano fin dalla nascita attraverso la realizzazione di molteplici bisogni e la fruizione di diversi piaceri. Riprendendo e ampliando l’elenco delle diverse soddisfazioni e piaceri presentato da Canestrari, possiamo vedere come la sessualità tende a soddisfare spinte motivazionali diverse e complesse non finalizzate esclusivamente all’accoppiamento, ma che in esso possono trovare un’armonica espressione. Queste differenti motivazioni alla soddisfazione si sviluppano durante la crescita dell’individuo e possono manifestarsi nell’adulto in modo adeguato e complementare.

Piacere sensoriale-motorio: legate a tutte le sensazioni piacevoli provenienti dal corpo (es: l’accarezzare e l’essere accarezzati) che costituiscono l’essenza del sentirsi vivi, dell’esserci, dello stare bene dentro il proprio corpo, del sentirsi amato. Esse ci rimandano alle prime forme di piacere provate nell’infanzia e strettamente legate alle cure materne e alla comunicazione non verbale.
Fin dalla nascita il neonato riceve, attraverso il corpo, le cure materne che non solo gli garantiscono la vita, la soppravivenza ma gli procurano piacere, rassicurazione, consolazione e allentamento della tensione. La prima relazione affettiva del neonato, quella con la madre, è mediata innanzi tutto dal corpo: attraverso il contatto dei corpi egli impara non solo a conoscere il proprio corpo e quello materno, ma anche a vivere e ad esprimere le emozioni. Le senzazioni corporee sono il primo filtro con cui il neonato distingue ciò che è buono da ciò che è cattivo, ciò che piace da ciò che non piace. Esse possono provenire dall’ambiente esterno oppure essere auto provocate attraverso la stimolazione e l’esplorazione di determinate zone corporee, come ad es. la bocca.
La ricerca del contatto e dello scambio corporeo rimane anche nell’adulto come una delle principali fonti per comunicare e ricevere piacere.

Piacere cognitivo-esploratorio: ” tese ad allargare la conoscenza di sé e degli altri, ad appagare la curiosità e in generale il desiderio d’azione e ricognizione” (Canestrari).
Nel bambino si esprimono nel piacere di conoscere e di esplorare il proprio corpo e il mondo esterno. Ogni parte del corpo è soggetta alla curiosità e alla manipolazione,ciò permette di iniziare a costruire la propria immagine corporea e la propria identità sessuale, scoprendo che non si è tutto (non si è sia maschio che femmina, il corpo degli adulti è diverso da quello dei bambini) e che quindi esistono delle differenze e dei limiti. Il bambino esplora e conosce anche il mondo affettivo, scoprendo che lui non è al centro di tutti gli affetti , che un legame particolare lega mamma e papà da cui lui è escluso, e che il suo modo di voler bene alla mamma, ” ti voglio sposare”, è diverso dal suo modo di voler bene al papà, ” da grande faccio il tuo lavoro”, (periodo edipico).
Le soddisfazioni cognitivo-esploratorie emergono fortemente anche nell’adolescenza: al piacere di scoprire il proprio e altrui corpo si mescolano però anche le paure d’essere inadeguati e inferiori, generate dai grandi, e non sempre controllabili, mutamenti fisici. Spesso i primi rapporti sessuali sono generati dalla curiosità e dal bisogno di “sentirsi normali”, di vedere che tutto funziona e dal desiderio di sentirsi grandi.
Nell’adulto queste soddisfazioni si possono esprimere nel desiderio di costruire relazioni affettive e sessuali basate sullo scambio reciproco, nella ricerca di una conoscenza più profonda di sé e dell’altro.

Piacere connesso all’affermazione di sé‘: “Originano dal riconoscimento e dalla conferma della propria identità nei differenti campi d’azione” (Canestrari). A livello sessuale e affettivo è la fruizione del piacere di affermare la propria identità sessuale e la propria modalità di vivere la sessualità, di essere riconosciuti dall’ altro nella propria unicità.
Nella bambina e nel bambino, questo piacere si esprime nel desiderio di conquistare e manifestare in generale la propria autonomia, in particolare la propria identità sessuale: di quest’ ultima, attraverso i loro comportamenti, le loro amicizie, i loro giochi, cercano una conferma e un riconoscimento da parte dell’ ambiente sociale.
Nell’ adolescenza l’affermazione di sé ha prevalentemente una funzione di gratificazione narcisistica che passa attraverso un’ accentuata cura, attenzione ed esibizione di parti del corpo, in linea anche con una determinata aspettativa e regola del gruppo dei pari. In questo periodo inizia il complesso processo di modificazione dell’affermazione del proprio modo di vivere la sessualità: da una modalità appropriativa, violenta e predatoria, dove il proprio ed esclusivo piacere è al centro di tutto, ad una modalità tesa alla reciprocità e allo scambio, nella consapevolezza che il raggiungimento del proprio piacere è intersecato al piacere altrui.

Piacere di tipo aggressivo-competitivo: è il piacere che si ricava dal lottare, competere , dominare ed esercitare un potere sull’altro.
In tutte le relazioni affettive esiste sempre un’ ambivalenza, cioè una compresenza di sentimenti d’amore e d’odio, di tenerezza e d’aggressività, di dominio e di sottomissione.
Il bambino vive quest’ambivalenza fin dal primo rapporto con la madre: la ama quando ella lo soddisfa ma la “odia” quando lei non realizza immediatamente ogni suo bisogno. Verso i 3/4 anni, le bambine e i bambini sperimentano da una parte un grande amore per il genitore del sesso opposto ma anche una forte aggressività per la frustrazione che subiscono nell’accorgersi che con quest’ultimo non hanno un rapporto esclusivo; contemporaneamente essi provano rabbia verso il genitore dello stesso sesso loro rivale, ma anche affetto e tenerezza tanto da desiderare d’essere come lei o come lui.Nei rapporti sessuali e affettivi tra adulti la spinta aggressiva si esprime ad es. nelle dinamiche di potere e sottomissione; là dove essa non è completare alla tenerezza e all’affetto si trasforma in distruttività e violenza.

Piacere legato all’avere cura dell’altro: è il piacere di preoccuparsi per l’altro, di occuparsi di lui; è il piacere di far piacere. Nell’ attività sessuale è la soddisfazione del provocare piacere nell’ altro.
Nei primi anni di vita nel bambino è predominante il piacere di ricevere affetto, attenzioni, cure dalle persone che lo circondano; gradualmente egli scopre il piacere di far piacere, di poter dare all’altro qualcosa di buono., di costruire rapporti basati sulla reciprocità.
Il piacere d’avere cura dell’ altro è una delle motivazioni che sono presenti sia nella scelta di avere dei figli, sia , più in generale, nella scelta di svolgere professioni di cura.

Piacere della motivazione sociale: è la ricerca di coesione e affermazione della coppia all’interno del gruppo sociale più vasto. E’ il desiderio di essere riconosciuti come una nuova entità, che supera e amplia l’esistenza di due individui separati.
Nell’ adolescenza questo bisogno sociale determina un’evoluzione all’ interno del gruppo dei pari. Inizialmente, tra i 10 e i 14 anni, i gruppi sono prevalentemente “omosessuali” cioè formati da ragazzi/e dello stesso sesso, bisognosi di una conferma della propria identità sessuale. Successivamente, tra i 14/16 anni, questi gruppi iniziano a disgregarsi perché nascono le prime coppie, vissute da coloro che rimangono come traditori. Queste coppie creano un nuovo gruppo, definito eterosessuale, in cui è ricercato un riconoscimento sociale del nuovo modo di vivere la sessualità.

Piacere ludico: è la libera espressione di diverse parti di sé, nell’ intimità con l’ altro, comprese quelle più infantili e regressive.

Possiamo così vedere come la costruzione e l’ espressione della sessualità siano strettamente legate alla storia personale, alle esperienze familiari e sociali. Il significato, il valore, il senso che ciascuno dà al termine sessuale è quindi unico e particolare, costituito da parti di sé conosciute e da parti più nascoste, inconsapevoli, ma ugualmente determinanti la propria rappresentazione di sessualità.

4. Suggerimenti possibili e impossibili

Spesso l’esplicitazione di aspetti della sessualità da parte di persone disabili produce una crisi che coinvolge chi vive a contatto con questa realtà. E’ questa una crisi fatta di molte componenti, ma indubbiamente alcune di esse riguardano le relazioni stesse, siano esse caratterizzate dall’appartenere ai legami familiari oppure a rapoporti connessi con una professione di cura (operatori, insegnanti, terapisti e così via).
Possiamo immaginare la sesualità come un elemento catalizzatore che a volte esaspera e fa emergere emozioni e meccanismi di difesa presenti anche in altre situazioni, ma forse meno facili da cogliere.Giovanni Polletta afferma come la persona handicappata, che sia su una carrozzella, che sia preda di comportamenti incontrollabili, che evochi l’immagine del matto o dello scemo, farebbe comunque molta paura se non trovassimo il modo di pensarla come altra e diversa di noi, prodotto di un mondo e di una vita che non ci appartengono. E’ grazie a questa estraneità che può diventare invece oggetto di interesse e di cura. Ma se qualche cosa rompe questo meccanismo e siamo costretti a guardarla con occhi diversi possiamo scorgere parti di umanità che possono farci riconoscere capacità emotiva, desideri, piaceri consapevolezza di sé.
La sessualità può a volte rivestire questa funzione di disvelamento in chi, pur non handicappato, si riconosce anche solo per piccoli brandelli si sé, in ciò che l’altro chiede, propone, manifesta.
Ancora Giovanni Polletta così continua: “infatti riconoscere l’uomo nell’handicappato comporta che noi si riammetta per noi stessi la possibilità di essere come lui: riconoscerlo come uomo vuol dire riumanizzare le sue limitazioni, riprenderle in qualche modo su di noi. Quelle caratteristiche limitazioni che fanno dell’handicappato un alieno sono state da noi un tempo deumanizzate ed attribuite per assimilazione al mondo della natura che umana non è; proprio in virtù di questa deumanizzazione l’handicappato è per noi non-uomo. Ecco perché riconoscerlo come uomo significa riprendere su di noi come umane, cioè come potenzialmente nostre, quelle limitazioni. Ciò che ci colpisce di esse è il loro carattere simbolico: non poter camminare e non poter capire può significare, per estensione tutto ciò che noi non abbiamo potuto, tutto ciò che di noi sappiamo limitato e dunque ogni nostra insufficienza e mancanza. Tutto ciò che, grazie all’oblio, ognuno di noi non può fare a meno di non ricordare, nel senso di toglierselo dal cuore, e di dimenticare, nel senso di toglierselo dalla mente. Rammentare e ricordare insufficienze e mancanze è doloroso; ed è il dolore della crisi. E’ anche pericoloso perché insufficienze e mancanze quanto più ci appaiono grandi tanto più ci spingono ai margini dell’umanità ed al suo esterno verso la diversità. Il riconoscere l’uomo nell’handicappato è dunque doloroso perché riapre il capitolo dei nostri aspertti negativi ed è pericoloso perché la diversità ci minaccia come un fenomeno contagioso. Il primo modo che abbiamo a disposizione per superare la nosta crisi è quello di considerarci in grado, date le nostre capacità e competenze di compensare le limitazioni ed i deficit dell’handicappato: di farlo camminare se è uno spastico, restituendogli l’armonia e la coordinazione del movimento; di insegnargli a leggere ed a scrivere se è insufficiente mentale; farlo parlare se è sordo; e così via”.
Cercare un rimedio, con analoghe modalità, ai limiti ed a impossibilità che la sessualità evoca, preoduce ulteriori contraddizioni e fragilità.
Queste riflessioni dunque, si potenziano nuovamente là dove la diversità si coniuga e confronta con la sessualità; la stessa gamma di sentimenti la esprimono le famiglie; infine le persone handicappate sono spesso incerte ed impaurite: esse sono gravate dell’essere anche meno dotate di strumenti ed hanno conosciuto sulla propria pelle e nello sguardo dei genitori e degli altri le conseguenze amare della proprie diversità e delle proprie incapacità.
La sessualità, le sue problematiche, il suo affacciarsi spesso inaspettato, nelle storie delle persone disabili e di chi ruota attorno ad esse, propone e rende nuovamente attuali molte dinamiche relazionali sopra descritte: dalla fuga nella non-umanità al desiderio di cancellazione del deficit, al pensiero inconsapevole di una possibile guarigione “attraverso la sessualità”. A questi estremi si affianca così una interpretazione della sessualità come luogo di frontiera in cui dare spazio a desideri di normalità che cancellino le limitazioni del deficit. Facilmente si opera una restaurazione di antiche modalità: queste possono ripristinare la ricerca di soluzioni e provvedimenti nei quali il “sapere sull’altro” si sostituisce “all’essere con l’altro”, visto che quest’ultima modalità non può prevedere un distanziamento ed una estraneità.
I suggerimenti possibili diventano tali se chi opera attorno alla persona disabile è disponibile a lasciare emergere i tanti elementi che sono inclusi in una vicenda di vita in cui si esplicitano condizioni e bisogni che rimandano alla dimensione sessuata della persona; non solo però una concessione alla loro visibilità, ma anche una disponibilità a ricercare una posizione che non esclude il proprio coinvolgimento; una posizione quindi capace di interrogarsi sui tanti elementi in gioco, senza privilegiarne a priori alcuni, censurandone altri. Tollerare questa ambiguità prodotta dalla ricerca di possibili percorsi di aiuto e comprensione, partendo dalla rinuncia ad avere già pronta la tavola dei saperi, è un po’ la richiesta di tollerare la compresenza di emozioni e bisogni contrastanti, di similitudini e diversità, di potere ed impotenza. I suggerimenti impossibili sono il punto di partenza per la costruzione di uno spazio di confronto e mediazione in cui l’operatore, l’adulto che si prende cura, lo stesso genitore, si concede di “non sapere”, rinunciando almeno in parte al proprio mondo di conoscenze sulla sessualità, le sue ragioni ed i suoi fini, per poi riconquistarle, modificate dall’ascolto e dall’incontro con ciò che essere con l’altro ha prodotto.
Questa sospensione di interpretazioni e soluzioni crediamo sia necessaria per poter conciliare il bisogno di avere suggerimenti in ordine alla dimensione affettiva, sessuale legate alla disabilità e, nel contempo, non cadere nella facile pratica di produrre ricette preordinate.
Possiamo anche porci alcuni interrogativi riguardo proprio ad alcuni indirizzi teorici che raccolgono una vasta gamma di comportamenti problematici, indicando le condotte da sanzionare o promuovere.
Perché spesso tali prescrizioni non sono sufficienti? Perché raccolgono successi che frequentemente si rivelano solo temporanei o producono successivamente nuove, seppur diverse, condizioni di disagio ed impossibilità di benessere? Perché la logica, così concreta del “come si fa”, non riesce a saturare la richiesta di aiuto espressa da persone in difficoltà, siano esse handicappate o meno?
Forse una lettura di questi perché può essere approfondita non dimenticando che la relazione tra due persone, tra un paziente ed un operatore, ad esempio, è vuota quando si cerca e si predilige certezza, stabilità, traguardi. Pensiero e comunicazione possono originare ed evolvere solo là dove si è disposti a misurarsi con il dubbio, la mutevolezza, la transitorietà, forse là dove si riesce a rinunciare al controllo onnipotente…in fondo là dove non si chiude la porta di fronte ad un aspetto inevitabile: il dolore.
La sessualità produce rappresentazioni che evocano potenza, energie, calore, forza, eccitazione, dirompenti passioni; la malattia, la diversità, la presenza di deficit e menomazioni sono, in termini profondi, la reificazione del limite, del danno, dell’impossibilità, una sorta di implosione verso l’annientamento e la non vita.
Concedersi un terreno comune di scambio e condivisone rispetto ad un primo non sapere, non capire, porta verso la consapevolezza del sentire. Diventa possibile sentire il dolore: esso è diverso dall’angoscia, perché condivisibile, perché nominabile, perché raccontabile e quindi senza più il potere che invece i fantasmi del non detto hanno.
Sentire e comunicare il dolore è un passaggio, è l’avvio concreto del poter progettare, non ricalca le orme del fare per allontanare da sé, del negarsi al contatto autentico con l’altro.
Come orientarsi allora di fronte alla richiesta di aiuto? Il bisogno che viene portato, ha il diritto di essere accolto, ma vi è anche la necessità di costruire ipotesi e percorsi partendo da un atteggiamento di ascolto e sospensione di giudizio, che ogni nuova storia ha bisogno di vedere riconosciuto.
Il lavoro di aiuto dovrebbe:
– definire di quale problema si tratta; questo include la ricerca, mai scontata, di comprendere a fondo quanti soggetti sono coinvolti.
– Definire quindi di chi è il problema:
-della persona disabile?
-delle famiglie?
-dell’ambiente (umano e non umano) che ospita la persona disabile (strutture, operatori, coetanei…
-di tutte queste figure?
Oltre alla comprensione di qual è il problema e quante persone ne sono coinvolte, diventa importante capirne la problematicità, cioè lo sfondo da cui il problema emerge.
Questo aspetto richiama l’attenzione sulla possibilità di mettere in luce i molti elementi che la situazione problematica sottointende e di conseguenza richiede di focalizzare i bisogni ai quali ci si propone di rispondere.
Ancora, non può essere dimenticato il compito di rendere espliciti i significati, i valori, le rappresentazioni della sessualità entro cui si stanno muovendo i soggetti coinvolti e di conseguenza la necessità di chiedersi con quali parametri si sta interpretando la sessualità delle persone in difficoltà a cui si cerca di portare aiuto. E’ inoltre importante indagare quanto l’eventuale comportamento sessuale problematico sia espressione di disagio o sia invece manifestazione di una nuova tappa evolutiva. Affiancato a questo aspetto si inserisce anche la ricerca di cosa rende “allarmante” quella situazione.
Spesso inoltre la sessualità è inconsapevolmente utilizzata come una sorta di cura “illusoria” per tamponare problematiche diverse e solo in parte connesse con questa tematica. In questa modalità possono ad esempio rientrare l’aggressività, il senso di impotenza e di inutilità della stessa persona disabile o delle persone che le sono accanto, la difficoltà di separarsi e accettare il tempo che passa ed i cambiamenti che accompagnano questa evoluzione e così via.
Questo permette di interrogarsi su dove si colloca l’adulto (operatore, genitore) rispetto al comportamento sessuale problematico; può in effetti emergere il desiderio di correggere una sessualità considerata “deviata”, il bisogno di difendersi da un coinvolgimento sentito come preoccupante emotivamente; essere espressione di paura di fronte a implicazioni che evochino relazioni erotiche o erotizzate; la necessità di ristabilire l’ordine e la realtà precedente e quindi indirettamente non essere disponibili a riconoscere un cambiamento e la preoccupazione per la crescita e per una ricerca rispetto alla consapevolezza di sé, manifestata ad esempio, attraverso qualche aspetto legato alla sessualità.
Poter accogliere una richiesta di aiuto evidentemente significa non eludere questi e altri approfondimenti, nell’interesse di entrambi i poli della relazione e collocando di volta in volta la sessualità dentro la dimensione quotidiana di chi ne è coinvolto.
Forse lo spirito che concilia la necessità di comprensione e l’impossibilità di avere risposte certe può nascere solo dopo aver abdicato al proprio bisogno di sentirsi utili ad ogni costo e quindi anche di programmare l’imprevedibile; in fondo ciò che ha a che fare con il desiderio, il piacere, il contatto, la passione, la comunicazione, l’amore, la creatività…l’istinto…l’affetto…può avere mille o nessuna ragione per manifestarsi , mille o nessuna ragione da analizzare, interpretare, discutere.
Non necessariamente bisogna inventare un nuovo codice per capire se la sessualità è sessualità diversa, handicappata, distante perché espressa da chi è diverso, disabile, incapace.
Non necessariamente ogni cosa può essere svelata riconoscendo, attraverso la comune umanità, le similitudini, la vicinanza, la condivisione che la sessualità racchiude, dimenticando le differenze che il deficit o le sofferenze producono.
Forse tra suggerimenti possibili e impossibili può trovare posto il desiderio di non dimenticare il silenzio, l’imbarazzo e l’invisibilità che spesso la diversità evoca.

“Ci si può chiedere a cosa servono le passeggiate…Le passeggiate sono inutili. E così le poesie…Una passeggiata non significa nulla, il che è un modo di dire che in una certa misura significa qualunque cosa tu vuoi che significhi, e ha sempre più significati di quanti tu gliene possa dare…Solo l’inutilità è abbastanza vuota da contenere così tanti usi…Solo l’inutilità permette che la passeggiata sia totalmente se stessa.”
(A.R. Ammons, 1968, pp. 118-119)

3. Il ruolo e i vissuti dell’operatore

Per introdurre questo capitolo è indispensabile avere un’attenzione speciale per comprendere a quali bisogni si intende rispondere e da quali necessità, più o meno visibili, si è motivati. Può, in effetti, succedere che l’operatore si possa ritrovare schiacciato tra il desiderio, che è tra l’altro anche un mandato professionale di dare ascolto, accoglienza e disponibilità all’espressione dell’utente e il dovere di controllare, impedire, neutralizzare.
Spesso dar voce alle preoccupazioni degli operatori sul tema della sessualità implica aprire spazi di riflessione riguardo a numerose istanze.
– le difficoltà legate al dovere di frustrare o soddisfare le richieste dell’utente e delle famiglie;
– misurarsi con il senso di colpa di poter usufruire di una qualità e quantità di libertà anche sessuali e relazionali sentite come molto più ampie e soddisfacenti rispetto alle persone di cui ci si cura professionalmente;
– costruire di volta in volta modalità appropriate per affiancare l’altro bisognoso e a disagio nelle sue parti di solitudine, di senso di impotenza, di tristezza o ribellione;
– stare con l’altro piuttosto che fare-risolvere-agire a tutti i costi, così come il mandato istituzionale molto spesso esige.
La sessualità rimette in discussione il significato del lavoro educativo e del ruolo dell’educatore. La dimensione della sessualità all’interno della relazione educativa mette in luce come quest’ultima sia una situazione di complessità, cioè al suo interno vi è la compresenza di molte dimensioni emotive, organizzative e sociali.
L’operatore si trova ad assumere diversi ruoli, espliciti e impliciti, ricercati o subiti, frutto di una riflessione oppure dell’emergenza quotidiana. Questi differenti ruoli generano sentimenti contrastanti che a volte rimangono chiusi nel luogo della non parola, del non detto.
Qui di seguito cercheremo di mettere in luce alcuni di questi possibili ruoli e i sentimenti ad essi legati.

L’educatore come Super Io, come autorità esterna
La persona con un handicap psichico spesso non riesce ad interiorizzare le norme, le regole sociali, non è in grado di arginare le proprie pulsioni che tendono ad ottenere un’immediata soddisfazione, secondo la legge del tutto e subito. Tanto più il deficit intellettivo è grave, quanto più si assiste al prevalere della maturazione corporea e sessuale sulla sua capacità di comprendere tale cambiamento; la struttura cognitiva insufficiente consente con più difficoltà di mediare i propri bisogni e desideri legati alla sfera sessuale con interessi e bisogni culturali e sociali. Le norme e i valori restano eteronomi, legati al rapporto con l’adulto, che ha la funzione di rappresentargli concreta mente la regola. L’educatore può dover giocare il ruolo di Super Io e quindi assumersi la responsabilità di gratificare o di frustrare i desideri altrui, di porre dei limiti all’espressione della sessualità. La persona che opera nel lavoro di cura può e deve scegliere in che direzione muoversi, ha la responsabilità di dover decidere, a volte con un’ampia discrezionalità.
Spesso gli educatori vivono questo ruolo d’autorità esterna con sentimenti ambivalenti: oscillano da sentirsi onnipotenti e quindi in diritto di decidere e di intromettersi in ogni aspetto della vita dell’altro, a sentimenti di frustrazione e d’ansia per l’eccessiva responsabilità vissuta spesso in solitudine, d’impotenza e inadeguatezza di fronte a scelte difficili da prendere “sulla pelle” dell’utente.
Nei centri educativi, o più in generale in qualsiasi situazione dove c’ è un gruppo di lavoro, questo ruolo d’autorità esterna diventa comune, si costruisce cioè un Super Io collettivo, che definisce una linea educativa condivisa. Questa situazione amplifica una serie di dubbi: esistono delle norme universalmente valide? Come si definiscono delle norme di riferimento rispetto alla sessualità e alla disabilità? I valori e le norme personali sono trasferibili alla vita dell’utente? E se all’interno di un gruppo esistono atteggiamenti e quindi valori differenti come definire una linea operativa comune? Come porsi rispetto ai principi etici, alle paure e alle aspettative della famiglia dell’utente?
Queste domande spesso fanno da sfondo a molti conflitti nel gruppo di lavoro e possono determinare periodi d’impasse oppure la ricerca di una risposta esterna, possibilmente da parte di un tecnico vissuto come super partes o possessore di una morale con una giustificazione scientifica, quindi applicabile sempre e comunque.
Non è invece sempre possibile definire a priori norme, valori, atteggiamenti, universalmente validi prescindendo dalle caratteristiche personali, dalla storia evolutiva, familiare e sociale dell’utente, dal suo rapporto con gli operatori, dalle dinamiche presenti all’interno del centro, dai vissuti emotivi che egli evoca in ciascun educatore. La stessa azione, ad es. la masturbazione, può avere significati molto diversi: può essere segno di noia, di solitudine, d’aggressività ma anche contenere degli elementi più evoluti legati al rispetto di situazioni sociali (in bagno piuttosto che in luoghi pubblici) e di rapporto intimo con il proprio corpo. La stessa azione può essere spiegata e valutata in modo differente dai vari operatori a seconda del proprio modo di porsi rispetto alla sessualità in generale e in specifico rispetto ad un determinato comportamento sessuale.
La sessualità ha sempre due dimensioni: una soggettiva, personale che rende ognuno diverso dall’altro e che quindi richiede, da parte di chi ha responsabilità educative, tempo e capacità d’ascolto e d’osservazione per conoscerla e comprenderla; l’altra relazionale, frutto dei rapporti affettivi passati e presenti e che quindi chiama in causa l’operatore e le dinamiche affettive tra lui e l’utente.
Per definire un’azione educativa comune occorre che ogni operatore, e quindi ogni gruppo, sia consapevole della propria rappresentazione di sessualità, dei propri valori e sentimenti, perché essi sono gli occhiali con cui guarda e interagisce con la persona di cui si prende cura, ma anche che conosca la storia e le dinamiche affettive e sociali che circondano l’utente sia fuori che dentro al centro.

L’educatore come sostenitore dello sviluppo
I percorsi d’autonomia rispetto alla cura di sé (vestirsi, tenersi puliti, scegliere i propri abiti, conoscere nomi e funzioni del corpo, le sue parti pubbliche e quelle più private) sono un importante terreno di sviluppo della sessualità, soprattutto per ciò che riguarda il modo di vivere il proprio corpo, e quindi la costruzione della propria immagine corporea e dell’identità sessuale maschile o femminile. Esse si costruiscono nel tempo attraverso l’insieme delle sensazioni che provengono dal corpo e da come esso è visto, vissuto, manipolato dalle altre persone. Compito di chi fa un lavoro di cura è quindi innanzitutto essere consapevole che il corpo a cui si avvicina non è mai asessuato e asettico, che nel contatto fisico che diverse mansioni richiedono (dare da mangiare, vestire, accompagnare in bagno) s’ instaura una comunicazione non verbale che può facilitare od ostacolare il modo con cui l’utente vive il proprio corpo sessuato e si sente riconosciuto in esso. Così come occorre tener presente che neppure il corpo dell’operatore è asessuato, e che quindi la relazione di cura è anche un incontro tra due diverse sessualità, tra due corpi sessuati. Nell’operatività quotidiana, ciò significa porre attenzione a chi si cura di chi, ad es. a chi, maschio o femmina accompagna in bagno, o veste un utente uomo o un’utente donna.
Il modo di essere del corpo (l’aspetto, il movimento, la postura, l’odore) è un continuo invito o ostacolo alla comunicazione, per questo spesso nei percorsi educativi si dà ampio spazio alla cura degli aspetti fisici, alla scoperta di un modo nuovo di interagire con il proprio e altrui corpo.
Nel lavoro di cura il contatto corporeo è un elemento fondante, l’operatore si trova spesso coinvolto da questi aspetti della sessualità, dal piacere e dal disagio che scaturiscono dal contatto dei corpi di chi cura e di è oggetto di cura. Tutto ciò può evocare paure di essere troppo “materni”, “intrusivi” o “di essere svuotati”; può generare atteggiamenti di iperprotezione o di rifiuto, di ricerca di un rapporto asettico e distante per non avvertire le forti emozioni che, al contrario, sottendono a questo incontro così intimo. Le differenze fisiche e quindi le diverse possibilità di vivere la sessualità, possono generare nell’utente rabbia e invidia nei confronti dell’operatore che a sua volta può sentirsi in colpa, non tollerare l’attacco invidioso e tentare di assumere un aspetto neutro, dimesso, quasi a “lutto”, togliendosi di dosso tutto ciò che lo caratterizza come persona.
Spesso della fisicità dell’utente e della corporeità del rapporto con lui è difficile parlare. Si possono vivere emozioni intense, difficilmente verbalizzabili. L’utente, sporco, pulito, tenero o aggressivo, sorprende e disorienta. Costringe chi si occupa di lui a fare i conti con sensazioni dirette, “di pancia”, non filtrate dalla razionalità, strettamente legate alla sessualità, all’affettività e all’aggressività. Non è facile soffermarsi con il pensiero a riflettere e a comunicare ad altri il forte imbarazzo, il disgusto o il piacere vissuti in certi momenti di intimità; per riuscire a parlarne ad altri occorre riconoscerli innanzitutto a se stessi e nel verbalizzarli si apre la strada per meglio comprenderli e farli diventare un ulteriore strumento di vicinanza e di comprensione dell’altro e dell’interazione con lui.

L’educatore come oggetto di amore privilegiato
A volte l’operatore si trova investito di un ruolo inatteso, egli diventa l’oggetto privilegiato d’amore, di attenzioni, di richieste affettive e/o sessuali da parte della persona di cui è chiamato a prendersi cura. Tutto ciò può essere generato da più fattori, strettamente legati alla storia personale, familiare e sociale di ogni singola persona.
Innanzitutto occorre tener presente (come abbiamo visto nel capitolo ” La sessualità e il piacere”) che il piacere sensoriale motorio, che viene dal corpo, dalle sue sensazioni (di essere toccato, abbracciato, pulito, nutrito) fa parte di quei piaceri primari che costruiscono, nello sviluppo di ciascuno, l’essenza di sentirsi vivi, del stare bene dentro il proprio corpo, del sentirsi amati; essi sono i primi pilastri del piacere sessuale. Nel prendersi cura dell’altro, l’operatore compie un’infinità di azioni e gesti che racchiudono questa dimensione primaria di contatto piacevole e di comunicazione non verbale. A volte, senza volerlo e senza esserne consapevole, l’operatore può in maniera più o meno diretta, essere una fonte, forse l’unica fonte, di piacere e di contatto corporeo significativo. Questo può facilmente generare nell’utente un sovrainvestimento affettivo nei confronti di chi si cura di lui e quindi determinare una serie di richieste e di desideri più o meno esplicitamente sessuali.
Un’altro elemento che può generare questo forte investimento affettivo è dato dalla situazione sociale della persona con un deficit, spesso i suoi rapporti sociali sono limitati e quindi le attenzioni, i desideri, le aspettative affettive e sessuali vengono dirette sugli educatori che sono presenti nella quotidianità. Inoltre spesso le persone con un deficit psichico sperimentano fin dalla nascita relazioni di forte dipendenza con le figure adulte, in cui prevale una situazione asimmetrica e la ricerca di un maternage, e quindi anche nell’adolescenza egli non riesce ad orientare le proprie preferenze sessuali e affettive verso i coetanei ma piuttosto verso persone adulte con cui può vivere una sessualità dipendente e infantile.
Il trovarsi coinvolto in questi sentimenti, desideri e aspettative può disorientare l’operatore perché si sente invaso nella sua sfera privata, oppure può sentirsi ” cattivo” perché non risponde alle richieste dell’utente, o ancora può provare sentimenti di colpa perché si rende conto che usufruisce di una qualità e quantità di libertà sessuale e affettiva molto più ampie e soddisfacenti rispetto alle persone di cui si cura professionalmente.
Comprendere le proprie e altrui emozioni può aiutare l’operatore a costruire di volta in volta modalità appropriate per affiancare l’altro, così come la presenza di un gruppo di riferimento che funga da mediatore in questa relazione eccessivamente carica di significati può aiutare entrambi i poli della relazione a scoprire nuove modalità di comunicazione e di vicinanza.

L’educatore come oggetto d’identificazione
Dove esiste una buona relazione affettiva tra utente e operatore, quest’ultimo può diventare oggetto d’identificazione, modello da imitare rispetto al modo di interagire con le altre persone, di vivere il proprio e altrui corpo, di esprimere i propri affetti e la propria sessualità. Ciò facilita la costruzione dell’identità maschile e femminile e l’assunzione di comportamenti più evoluti e adeguati. Questo ruolo richiede ulteriormente all’educatore di essere consapevole del proprio modo di vivere la sessualità e di come la esprime nel rapporto di cura.
Le modalità di vestirsi, di muoversi, di interagire con i colleghi, di scherzare attorno alla sessualità, di parlare delle proprie storie amorose, determinano il clima affettivo del posto di lavoro. Ogni centro educativo, ogni comunità di vita ha, rispetto alla sessualità, un suo codice di comportamento e un suo linguaggio. Essi sono più o meno esplicitati e consapevoli ma generalmente condivisi o subiti da tutti, quindi sono uno degli elementi che determinano i modi di vivere la sessualità dell’utente dentro e fuori il centro educativo. Le problematiche riferite alla sessualità dentro i centri devono quindi essere comprese tenendo conto anche del contesto ambientale e organizzativo di ogni singola struttura.
Per concludere questa riflessione riprendiamo il contributo di più autori a proposito della cura del bambino prematuro, contributo che può essere esteso in modo significativo alla dimensione di cura e a quanto può essere modificata dalla rielaborazione possibile all’interno di percorsi formativi, i cui spazi e tempi diventano luoghi per dare avvio ad un confronto, capace di mettere in luce le similarità e le differenze, fra la realtà quotidiana praticata ed altre impostazioni di lavoro.
Gli operatori, stimolati dalle proposte e dalle modalità di intervento discusse nei casi formativi, ma consapevoli delle difficoltà, delle risorse a disposizione e dell’organizzazione delle strutture in cui lavorano, potrebbero essere scoraggiati dalla prospettiva di tentarne un’applicazione.
Le reazioni di fronte alla sensazione di impotenza e di frustrazione potrebbero comprensibilmente emergere nel valutare questi messaggi interessanti, ma non fattibili.
Si può suggerire, come punto di partenza, la costruzione di un gruppo, anche ristretto, preferibilmente multidisciplinare, di operatori motivati che si dia il compito di analizzare il proprio contesto di lavoro, le priorità in relazione all’attuabilità delle innovazioni da introdurre e di stabilire appuntamenti da raggiungere a breve e a lungo termine.
Vanno inoltre stabiliti criteri e modalità per cogliere l’utilità e l’indirizzo dei cambiamenti operati nelle tre aree del benessere dell’utente, delle famiglie e degli operatori che di essi si prendono cura.
La nostra esperienza ci ha insegnato che con queste strategie è possibile introdurre cambiamenti positivi e progettare percorsi che hanno come fondamenta il reale ascolto dei bisogni di ogni entità coinvolta.

10. Il piacere passivo, il piacere di ricevere

Per uno sviluppo soddisfacente nell’ambito della sessualità, un passaggio basilare riguarda la percezione del proprio corpo e la necessità che il corpo rappresenti una unità. Questo presupposto si organizza nel bambino attraverso una esperienza di sostegno-contenimento e cura che crea i primi nuclei dell’immagine corporea e quindi della costruzione del Sé. Possiamo dire che la rappresentazione che abbiamo della sessualità è il risultato delle esperienze affettive e corporee dell’infanzia, dalle quali si svilupperanno a loro volta, le prime relazioni, la capacità di riconoscersi e differenziarsi, la strutturazione di una identità maschile o femminile.
Il primo piacere relativo a queste prime fasi di sviluppo è il piacere passivo, il piacere di ricevere; esso è in fondo il piacere di essere; mettere dentro come primo passaggio del processo di strutturazione in termini globali; è ciò che definisce i confini del proprio corpo. Nella condizione di ricezione passiva, il piacere erotico è diffuso in tutto il corpo e tale si ripropone nell’arco della vita, arricchito poi da altri piaceri.
La bocca è simbolicamente l’area privilegiata, riassumendo tutti gli organi e sensi tesi a introiettare ciò che dall’esterno viene percepito; la pelle, la mano, gli occhi, il senso tattile, quello termico, quello cinestesico con la percezione di come le diverse parti del proprio corpo sono disposte tra di loro e nello spazio circostante.
Questo piacere definito passivo partendo dal concetto di massima dipendenza che il bambino vive nei primi mesi di vita, è di fatto il piacere di essere oggetto di cure, di essere “nelle mani” dell’altro. Il contatto, il calore, il dialogo tonico, la contiguità dei corpi sono gli elementi che caratterizzano questa estrema dipendenza.
In condizioni in cui sia presente una patologia, il contenimento dell’esterno si prolunga per un periodo di tempo molto più lungo, a volte indefinitamente, con la sua carica di componenti ambivalenti.
Da un lato la relazione madre-bambino, adulto-bambino, rimane più facilmente ancorata ad una dimensione più contenitiva e di cura “passiva” rivolta al bambino, dove si mantengono caratteristiche nelle quali il piacere e il benessere sono legati prevalentemente alla passività, alla dimensione del ricevere, al corpo oggetto di una manipolazione ed espressione di forte dipendenza, molto oltre i termini di uno sviluppo non modificato dalla disabilità.
Dall’altro lato convive con questi aspetti, la difficoltà di questa cura che spesso non riesce a immaginare nei pensieri degli adulti che si occupano di un bambino così gravemente in difficoltà, un successivo passaggio di possibile raggiunta autonomia. Da qui discende un piacere di prendersi cura che si colora via via anche di sentimenti conflittuali di rifiuto, di uno stato sempre più innaturale di vicinanza e dipendenza. Gli esiti sul comportamento di tali difficili conflitti possono avere un’ampia gamma di espressioni: dall’allontanamento più o meno definitivo, ad un accudimento caratterizzato da un occuparsi “tecnicamente” del bambino (per i suoi bisogni fisici, per la necessità di interventi medico-riabilitativi …), all’attaccamento esclusivo e intoccabile dall’esterno (spesso escludendo anche il padre).
Queste e le molte altre modalità di legame sono comunque l’espressione di un difficile coinvolgimento spesso non dovutamente considerato nella presa in carico di queste situazioni.
Il piacere dell’essere da un lato, e il piacere di prendersi cura, dall’altro lato, subiscono una forte e dolorosa sollecitazione. Dal punto di vista del disagio psichico ed emotivo, si possono manifestare quadri diversi di sofferenza. a seconda della gravità con cui sono colpite le relazioni significative.

9. Sviluppo psicosessuale e disabilità

Nella esperienza e nella teoria psicoanalitica, la sessualità non fa riferimento solo all’apparato genitale, alle sue funzioni, ai suoi bisogni con relativo soddisfacimento, ma a un complesso ampio di piacere e attività presenti fin dai primi momenti della vita di un bambino, non riconducibili ad un unico significato.
La sessualità può essere qui utilmente adoperata come nascita della persona attraverso il piacere, o meglio ancora, attraverso l’alternarsi del piacere e della sua mancanza; piacere che primo fra tutti si introduce e si struttura coniugando la percezione sempre più complessa che il corpo impara a “sentire” e riprodurre via via che lo sviluppo procede.
Il piacere “sentinella di vita” (Fornari), è il primo motore entro cui poi si inserisce il piacere sessuale e le sue evoluzioni nel tempo e nella storia di ciascun individuo. E’ un intreccio inscindibile ciò che, attraverso il corpo, promuove il senso di sé, la sensazione di esserci, di esistere come soggetto sempre più definito e separato dal corpo materno e dalle sue cure; il bambino è la risultante di questi aspetti e fondamentalmente della cura che riceve. Il suo sviluppo dipende dal dialogo incessante tra sé e chi di lui si occupa, dialogo dalle innumerevoli sfumature nelle quali il corpo è lo strumento più immediato. Esso non interrompe mai di inviare messaggi ed è una sorta di porta di ingresso ad ogni successiva comunicazione con sé stessi e con il mondo.
La presenza di un deficit, di una malattia, di una alterata funzionalità pone una serie di interrogativi e di variabili sulla già fragile continuità di quel dialogo così denso di significati da comprendere e da utilizzare. Potremmo dire che le ambiguità e le percezioni altalenanti che pur rappresentano, nello sviluppo normale, un passaggio fondamentale nella costruzione del Sé, diventano particolarmente sollecitate quando il corpo, invece di essere luogo di sensazioni positive in quantità sufficiente da garantire le basi del “ben-essere”, è il luogo del danno, della funzione alterata, della diversità. Un corpo che vive in modo amplificato il divario tra ciò che sente e ciò che riesce a decifrare, modificare, esprimere.
Diventa più vivida la difficoltà di coniugare il gesto con il “sentire”, la motricità con le emozioni: una difficoltà di integrazione che non riguarda solo il piano motorio, ma anche il piano del Sé, dell’identità e della sua percezione soggettiva. Lo stato emotivo che si può produrre è uno stato più o meno forte di angoscia. All’angoscia primaria (Winnicott) di cadere-precipitare, disperdersi nel vuoto, normalmente tamponata dalla vicinanza corporea ed emotiva dell’adulto che si prende cura del bambino, si somma l’impossibilità di accedere a una competenza che via via integri in modo compiuto le esperienze sensoriali afferenti al bambino,le sue risposte attraverso una motricità adeguata e il contributo emotivo e relazionale che a queste esperienze fa da sfondo.

8. Il rapporto con il corpo

Per ricostruire: “Il vissuto delle persone disabili”: è necessario guardarsi da ciò che può dare l’illusione che ci sia una descrizione di tali vissuti a partire dalle diverse patologie e che questo offra certezze utili.
Nella stessa misura è necessario non dimenticare che il rapporto col corpo, con le
emozioni e il mondo degli affetti, con la sessualità e i suoi molteplici significati sono attraversati dalla realtà che la presenza di un deficit rappresenta.
Queste due dimensioni sono chiamate di volta in volta trovare una loro area di influenza reciproca che è in definitiva la storia di ciasuna persona; solo considerandole entrambe forse non si fa torto al desiderio di comprendere e non si cade nella negazione della specificità che il deficit attiva nella costruzione dell’identità della persona disabile.
La sessualità favorisce una riflessione sul senso del piacere e, all’opposto sul confronto con il dolore; sulla costruzione della identità e inevitabilmente sugli ostacoli che questo processo può incontrare; sulla vitalità o la patologia delle relazioni; sul senso dello sviluppo e la prospettiva di un futuro possibile o viceversa sull’impossibilità di proiettarsi nel tempo, immaginando una realtà che valga la pena di essere vissuta, nonostante la patologia; su come e se possono convivere la creatività che un percorso riabilitativo sufficientemente rispettoso può avviare e la sofferenza e il senso di impotenza vissuto attraverso il corpo, le emozioni, i processi cognitivi di chi vive sulla propria pelle la presenza di un danno permanente.
La sessualità quindi per quegli aspetti che evocano il piacere di esserci e quindi la vita, con gli intrecci costruttivi ma anche dolorosi che la caratterizzano e che la presenza di una condizione patologica rende meno nascosti.
Tra i compiti di sviluppo di un bambino c’è l’immenso impegno di compiere un fruttuoso scambio tra le aree della corporeità, del mondo emotivo e delle acquisizioni cognitive. L’influenza della cura con cui questo bambino è accudito sappiamo essere fondamentale per la buona riuscita di questo percorso; la presenza di una difficoltà non può non implicare un effetto su tutta la complessità percettiva, emozionale e motivazionale, del bambino, ma anche della madre, del padre, delle figure più prossime da cui quel bambino dipende.
La motricità, le capacità intellettive, le implicazioni psicologiche sono entità solo artificiosamente distinte, e questo è tanto più vero quanto più si vada a ritroso nel processo di crescita; non solo le ridotte capcità che la patologia determina influenzano lo sviluppo, ma anche le rappresentazioni che di tale alterazione hanno la madre, il padre, la complessità dei legami familiari, gli adulti che nel tempo si avvicendano nella presa in carico di quel bambino.

7. Lavoro di cura, corpo e sessualità

In ogni relazione il corpo è il linguaggio più tipico e immediato, è fonte di perenne comunicazione, le sensazioni che provoca nell’altro sono un invito o un ostacolo alla prosecuzione del rapporto. Il corpo parla attraverso i suoi odori, i suoi movimenti, la sua forma, il suo abbigliamento, tutti questi segnali spesso sono inconsapevoli ma fondanti l’ interazione tra persone. Ogni persona presentando se stessa, presenta contemporaneamente il suo modo di considerare l’ altro. Nella comunicazione tra corpi si può instaurare più o meno un ritmo, un passo di danza: tanto più c’ è empatia, comprensione reciproca, tanto più c’ è ritmo, capacità di aspettare, di sincronizzarsi, di compiere movimenti non intrusivi ma complementari, di affidarsi e fidarsi reciprocamente.
Una riflessione significativa nel lavoro di cura riguarda quindi il corpo come sostanza della relazione, come dimensione primaria della persona, del suo essere.
Nelle relazioni di cura c’ è sempre un aspetto corporeo, che pur essendo a volte massiccio è spesso pieno di invisibilità; quindi gli viene attribuita ad esso poca importanza, mentre al contrario il contatto e l’intimità tra i corpi dell’operatore e dell’utente mette in luce una reciprocità e complessità di emozioni molto diverse a volte legati al maternage, a volte al piacere, all’ imbarazzo, alla vergogna. Ogni corpo è un corpo sessuato, e quindi l’incontro tra corpi, all’interno della relazione di cura, è anche un incontro tra corpi sessuati.
Approfondire il tema della sessualità significa lavorare sulle emozioni tra operatore e persona disabile, anche attraverso la sostanza stessa di queste emozioni, cioè il corpo.
Spesso il corpo della persona disabile viene percepito da chi lo cura in maniera fissa, nella staticità, sembra un corpo che non matura, che forse non diventa mai adulto (e quindi esplicitamente sessuale) in quanto continua ad avere delle esigenze primordiali di cura (essere lavato, vestito, imboccato) che lo avvicinano di più al corpo di un neonato che al corpo di un uomo o di una donna.
Il rapporto tra corpo e sessualità può ampliare la riflessione rispetto ad un tema quale quello dell’identità: l’identità corporea determina anche la maturazione dell’identità sessuale e questo anche in presenza di un deficit. Esiste uno stretto legame tra percezioni provenienti dal corpo, sentimenti che ne derivano e la costante evoluzione dello sviluppo psicosessuale.
In questa prospettiva si inserisce la necessità di comprendere e approfondire la consapevolezza che occuparsi della sessualità dell’altro è anche occuparsi del corpo dell’altro attraverso il proprio corpo.Il coinvolgimento nella relazione di cura dell’ emotività sono spesso fortemente sollecitati dal contatto corporeo e dalla sessualità.
Nell’esercitare il lavoro di cura in qualche modo si fanno i conti con le poprie modalità e capacità di stare in relazione, di includersi nelle diade, di non separare rigidamente se stessi da ciò che si fa. Ci si trova di fronte alla necessità di integrare la dimensione affettiva con le competenze lavorative.
La fatica e il travaglio di trovare un equilibrio tra le diverse componenti può evocare immagini di inadeguatezza professionale, in ultimo fragilità personale e risultare quasi incompatibile con le competenze del lavoro.
Alcuni compiti o ruoli che hanno a che vedere con l’assistenza o il contatto corporeo, evocano paure antiche di essere troppo “materni”, “vicini”, di essere svalutati. Allora si ricorre ad una tecnica asettica, adottata spesso come antidoto per avere una distanza emotiva che possa mettere al riparo da tutto ciò.
Il contatto con un corpo portatore di rappresentazioni che evocano anche la diversità provoca un confronto inevitabile con il proprio corpo e con il rapporto che esso sottende con questi argomenti.
Chi fa una professione che prevede un quotidiano contatto con la sofferenza, corre il rischio di trovarsi nella condizione emotiva di non legittimare per se stesso alcun aspetto vitale, giocoso, soddisfacente del proprio essere. Quasi una sorta di lutto che produce una miriade di piccole o grandi situazioni: non parlare della propria vita, dei propri affetti, dei cambiamenti e progetti o anche vestirsi in modo dimesso con la scusa delle comodità e cosi via.
Se però non ci si legittima a essere e ad avere cose che potenzialmente possono essere invidiate (salute, cura del proprio corpo, sessualità), se non si tollera l’eventualità dell’attacco invidioso , può accadere che ci si ritrovi a togliersi di dosso tutto quello che può caratterizzare la propria persona e svuotare quindi la relazione.
Così facendo chi cura gli altri può ridursi ad una modalità di porsi timorosa e scostante condannando se stesso ad un aspetto mesto e schivo, nel tentativo onnipotente e fallimentare di controllare l’altro, prevedendone e neutralizzandone le reazioni. Per contro
la corporeità nel rapporto tra chi cura e chi è bisognoso può implicare situazioni molto complesse e coinvolgenti e suscitare la gelosia, la rabbia, l’invidia di chi ne è escluso (altri operatori, utenti, familiari). A volte il “privilegio” della relazione a due si accompagna al piacere del contatto, e a promuovere reciproche emozioni.
L’intimità mette in luce una reciprocità di emozioni a volte legate al maternage, a volte legate a provare imbarazzo, vergogna e anche senso di disgusto e desiderio di fuga.
Il lavoro di cura “corporeo”, pur essendo così presente, è spesso caricato di una grande invisibilità; viene ad esso attribuita un’importanza tanto scontata da diventare irrilevante e questo indirettamente forse permette di impoverire la capacità di riflettere sulle eccessive identificazioni tra operatori e utenti o, viceversa sul bisogno di affermare e confermare le differenze.
Spesso risulta difficile parlare della fisicità delle persone a cui prestiamo aiuto e dell’aspetto corporeo del rapporto. E’ possibile vivere emozioni intense ma queste sono spesso difficilmente verbalizzabili. L’utente, sporco o pulito, tenero o aggressivo, sorprende, provoca, disorienta. Costringe chi si occupa di lui a considerare sensazioni molto diverse e direttamente legate all’affettività, l’aggressività, la sessualità. Non è facile soffermarsi con il pensiero e comunicare agli altri il forte imbarazzo provato in certi momenti di intimità, le inquietanti emozioni suscitate dal contatto tra corpi e che quindi agiscono in tema di sessualità e affettività.
Per riuscire a rendere partecipi altri della propria esperienza, occorre riconoscere innanzitutto a se stessi il proprio sconcerto, la propria istintiva reazione, sia essa di ansia, di piacere, di disgusto o attrazione.
D’altro canto, assumendosi la responsabilità di dire a qualcun’ altro la propria emozione si fa strada la possibilità di elaborarla meglio interiormente.
Indubbiamente l’incontro con chi vive sulla propria pelle la presenza visibile della diversità o della mancanza di integrità, produce un contatto diretto con la vitalità, la caparbietà dell’esserci, con l’imposizione del proprio bisogno.
Tutto questo include anche il confronto con la finitezza, il limite e la loro sopportabilità.

Così dicono le parole di un passo letterario:
“Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti Prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Le persone daneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.”
[…]”Lo so. Non è un tesoro da custodire gelosamente. Solo una storia che non desidero raccontare, di un ragazzo che non hai mai conosciuto.”
“E questo ti rende pericolosa?”
“Tutte le persone danneggiate sono pericolose. È la sopravvivenza che le rende tali.”
“Perché?”
“Perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.”
(tratto da Hurt, Il danno, I Canguri/Feltrinelli, Milano, 1991, p. 369

6. L’importanza del corpo

Non è possibile parlare di sessualità prescindendo dal corpo che la esprime in quanto essa comprende diversi piaceri che partono o passano dal corpo e che si strutturano all’interno delle relazioni affettive. La sessualità non si restringe solo al piacere genitale ma a tutta una serie di piaceri, affetti, desideri e pensieri che si sviluppano dall’ infanzia e lungo tutto l’ arco della vita. Secondo Galimberti “il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici”.
Il fondamento della nostra identità personale sta nel vissuto del nostro corpo , infatti ciascuno vive e sente il proprio fisico e le sue funzioni come espressione di sé e come possibilità di relazione con gli altri e con gli oggetti. Il corpo è un modo di essere nel mondo, è un mezzo di espressione di tutta la persona, è una manifestazione concreta dell’ esistere. La presenza del corpo dà la coscienza di esistere: di sentirsi vivi, parte dell’ universo.
Il corpo è anche il primo e principale strumento di relazione, vi è una ininterrotta interazione tra esso e l’ ambiente. Da questa continua interazione si costruisce l’ immagine corporea, cioè la rappresentazione di se stessi come corpo sessuato in mezzo ad altri corpi sessuati. E’ una costruzione che si realizza gradualmente sia attraverso lo sviluppo fisico ( i cambiamenti fisiologici, sensoriali, motori) sia attraverso le modificazioni ambientali e il modo in cui gli altri vedono, manipolano, considerano il nostro corpo.
La nostra immagine corporea ruota attorno ad un nucleo costante : io sono io nel tempo nonostante i cambiamenti fisici che possono avvenire ; contemporaneamente vi è anche una prospettiva evolutiva: il corpo matura, si modifica, da corpo di bambino diventa corpo di adolescente, poi di adulto, poi di anziano. La storia del corpo è importante perché è la sintesi della propria storia, qualcosa di sentito e di soggettivo legato ai cambiamenti che il fisico mostra nel corso del tempo assumendo sempre nuovi significati; attraverso la sua presenza permette il rapporto con la realtà e definisce la visione del mondo distinguendo soggetto e oggetto, interiorità ed esteriorità, conscio e inconscio.
Il corpo può evocare l’incontrollabile, fin dal primo momento dell’esistere, per i suoi bisogni primari. E’ esperienza comune come esista l’impossibilità di essere padroni totalmente del proprio corpo e quindi il senso di vuoto che da questa può derivare. Il corpo è il luogo dei desideri primari e dei ritmi e anche la prima espressione del proprio volere. Esso è infatti il luogo delle nostre origini e del manifestarsi delle emozioni anche contrastanti. La sua rappresentazione evoca ciò che non si può nascondere, sia negli aspetti che ci rendono simili agli altri, sia per quelle parti che sottolineano le diversità. Il corpo è produttore di cose che di volta in volta possono assumere una valenza positiva o negativa. E’ il luogo in cui si evidenzia l’affermazione di sé, o viceversa ciò che può evocare dipendenza e debolezza.

16. Un’antologia letteraria

Rompere il silenzio nella ricerca di una propria identità e di una propria storia è intraprendere una strada in cui non vi sono facili e sicure risposte, in cui la comunicazione, legata ad un grosso groviglio di dolore, di angoscia e di vissuto personale, a fatica trova parole adeguate.
Le parole di Margherite Duras sembrano dare voce a questi difficili interrogativi che forse desideriamo rimangano tali. “Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell’abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l’ambiguità dell’immagine è quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l’ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l’abbia comprato mia madre e su mia richiesta. Unica certezza: è un saldo di saldi. Come spiegare quell’acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza portava cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo. Mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell’età, diventare un’altra cosa. Ho smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. E’ diventato l’opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.
Improvvisamente è diventata una cosa voluta. Mi vedo un’altra, come sarebbe vista un’altra, al di fuori, a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle città, delle strade, del piacere. Prendo il cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono più. Per le scarpe deve essere successa più o meno la stessa cosa, ma dopo il cappello. Lo contraddicono come il cappello contraddice la figura gracile, quindi fanno per me. Anche quelle non le abbandono più, vado ovunque con quelle scarpe, quel cappello, fuori con ogni tempo, in tutte le occasioni, in città”.
“Una scelta che contrastava la natura…”, la natura che contrasta una scelta, tante scelte, numerosissime scelte. La diversità da nascondere, da comprimere, da camuffare contrapposta alla diversità voluta, ostentata, fatta bandiera. Infine, ultima in ordine di apparizione, la diversità di vivere “… a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle strade, della città, del piacere”.
La diversità che sporca e che purifica, che rompe l’integrità (ma questa non esisterebbe se non integrando i contrasti); che si ritrova in una ragazza vestita con un cappello maschile che fa parlare e scrivere di sé, così, affermandosi e, nella stessa misura, negandosi. La diversità che c’è e non c’è e che all’improvviso si ripropone a ciascuno, ridente o con un nodo in gola. E il cappello, le scarpe, il desiderio? E’ la donna, l’adolescente, la ragazza bianca o quella col cappello rosa a tesa larga e con un nastro nero? Cosa di tutto questo rappresenta mille ugualissime, differenti similitudini?Un’antologia di brani letterari può rappresentare un’altra realtà attraverso cui confrontare il pensiero e le domande che il corpo, la persona, le identità possono far scaturire.
Nessuna possibile semplificazione; molte individualità a cui prestare attenzione. Le scelte possono essere infinite. Questi brani solo perché evocano un’immagine o un frammento di ricordo, possono essere vicini a un aspetto significativo oppure non sfiorare nemmeno la propria verità.

Solo soggetti asessuati
Adolescenza, pubertà, risveglio della sessualità. Una compagna di classe, un po’ gattina, mi consiglia. Mi trucco, mi metto un vestito blu, sta così bene con i miei occhi! Cre­do che, come per tutte le mie amiche, sia tutto arrivato anche per me. Mi rifiuto di vedere la realtà. Eppure la mia famiglia non mi lascia vestire come voglio io. Bisogna nascondere tutto. Non mettere dei pantaloni per non far ve­dere le mie gambe terribili.
Come ogni adolescente mi innamoro. Io do amore, ma l’altro non mi darà che carità. Gli adulti mi citano esempi di vecchie zitelle frustrate o di ragazze madri handicappate che trasferiscono tutto il loro amore sul loro solo e unico figlio, non hanno fatto l’amore che una sola volta, giusto per procreare.
Proibizione di andare in un locale. Se per caso riesco ad andarci, nessuno mi avvicina. Non ballo. Non flirto. Passo il mio tempo a piangere. Sempre le stesse frasi: «Non puoi avere delle relazioni sessuali». Come se il fatto di non camminare o di essere incontinente, potesse impedire l’atto sessuale. Ho voglia di vivere pienamente. Sogno, sogno di es­sere amata, di fare l’amore, sogno di essere una bella ragazza. Una bella ragazza, un termine che le femministe rifiutano. Mentre mi batto per l’indipendenza della donna continuo a vivere malgrado tutto in questa splendida contraddizione: essere comunque una donna secondo il criterio consumistico della donna-oggetto. Voglio dimagrire. Ma dimagrire non mi toglierà i bastoni, i miei attrezzi per camminare, il mio dimenarmi, il mio apparecchio urinario. E poco tempo fa ho scritto ad un medico estetista, dopo aver letto un articolo su Le Monde. Continuo lo stesso a sognare che tutto è bello e che ho un posto nella società. Quante volte ho avuto bisogno di rassicurarmi con libri, dischi e televisione, per dirmi che succederà, che riusciremo ad avere il nostro diritto alla sessualità! Ma sono privata di ogni vita sessuale affettiva. Una sola soluzione: il denaro. Fare co­me delle vecchie contesse che, di tanto in tanto, si pagano un ragazzotto di vent’anni.
Finché vivevo con mia madre non vivevo che di amore a senso unico, e di masturbazione. E mi dicevo che quando vivrò da sola tutto cambierà. Che lusinga! Alla città universitaria però ce n’erano di uomini, su tremila studenti! Non sono mai uscita né con un compagno di classe, nè con un collega di facoltà, nemmeno nel 1968 quando stavo tutto il giorno con uomini che volevano cambiare la vita. Comunque non è questione di non essermi innamorata.
Comincio guardando con ammirazione colui che è seduto al tavolo vicino. Sorriso ricambiato, dialogo, inizio di corteggiamento. Qualche minuto più tardi, al momento del caffè, dovrebbe essere già flirt. Ho finito di mangiare, mi alzo, e allora non c’e più nemmeno uno sguardo. La testa dell’altro si e riabbassata, tuffata nel piatto. Vado al bar; lui, passerà qualche minuto prima che lo raggiunga, e volterà ostentatamente la testa per non mostrare il suo imbarazzo. Quante volte l’ho rivisto quell’uomo alto, magro, biondo. E ogni volta mi è passato vicino volgendo altrove gli occhi.
E poi, qualche volta, funziona. Per due anni siamo usciti insieme, senza vivere insieme. Ognuno con la sua camera alla città universitaria, non c’era niente di troppo imbaraz-zante, e poteva essere preso per voglia di indipendenza. Lui senza dubbio ha voglia, e nello stesso tempo non voglia, di uscire con me. Ma l’incontro con i suoi genitori è significativo: proibizione di uscire la domenica mattina, la gente del paese che va a messa potrebbe vedermi. Lui vuole avere dei figli: che pretesto meraviglioso per dirmi che il mio posto rione in questo paese della Lorena. Per due anni subisco queste menzogne per paura di perdere tutto. È la prima volta che posso vivere l’amore potenziale che e in me. Ho talmente aspettato, preferisco vivere nella menzogna che affrontare la realtà. L’ambiente artificiale della cit­tà universitaria aiuta a perpetuare questa menzogna. Tutta la sua famiglia esprime alto e chiaro il suo rifiuto, ma sono lontani, e quelli che abitano a Parigi non li vedo nemmeno. Quando arriva l’ora della scelta i rapporti diventano sempre più difficili, la verità esplode. «Torno a casa, se tu diventassi sempre più handicappata, io cosa farei?». E stato detto tutto, bisogna ricominciare a vivere. Adesso so che il mio handicap mi impedirà sempre di vivere la vita amorosa alla quale ho diritto. E dire che tutto il nostro vicinato si domandava come un uomo cosi bello potesse uscire con una handicappata!
Quanti compagni con i quali ho lottato sono fuggiti. «Io ti amo, ma il tuo handicap mi impedisce di venire a letto con te». Resta la falsa amicizia basata sull’intellettualità. Sono stata educata per questo tipo di amore e l’ho vissuto spesso. Brigitte va a trovare in macchina un vecchio amico, un amico dell’epoca in cui non era handicappata. II giorno del matrimonio di questo amico è seduta alla sua destra, simbolo dell’amore platonico. Tornando a casa si è uccisa. Quante volte mi hanno chiesto se potevo avere rapporti sessuali. Non sono che un oggetto asservito, e devo ancora sentirmi capace di mostrarmi, di camminare, di spogliarmi. Gli uomini non devono amare che il mio cervello, il mio sorriso, i miei pensieri. La mia esistenza si ferma qui. II resto deve essere negato: è orribile. Non mi prendono in fotografia se non in posizioni in cui il mio handicap non si veda. Già durante i corsi preparatori mi facevano i complimenti per il mio sorriso, per il mio viso. Bisogna pure trovarmi qualcosa. lo mi abituo all’idea di non essere che un viso, un pensiero. Sono quella che sono, e se il mio corpo non corrisponde alle nonne, tanto peggio. Uomini o donne, siamo desiderabili. Nel nostro sistema sociale un uomo deve essere dotato, sano di corpo, virile e intelligente, con del denaro e del potere. La donna, lei deve procreare ed es­sere la rappresentante di questo potenziale di riuscita. De­ve tenere la casa per benino, perché è il luogo della facciata della riuscita. Che cosa siamo noi, in mezzo a tutto questo? Niente. Non abbiamo il nostro posto da nessuna parte. Rappresentiamo tutto quello che non bisogna possedere. Non siamo donne per procreare. Non siamo uomini rappresentativi della virilità, del denaro e del potere. Non siamo che la rappresentazione dell’antidesiderio.
La mia follia, è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perchè vita esteriore e vita interiore non corrispondono. Guardarmi in uno specchio mi è impossibile. Gioco solamente sul viso, per far dimenticare il mio cor­po. Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri.
Quando in una coppia uno dei due è handicappato e l’altro no, o il valido rifiuta di riconoscere l’handicap dell’altro ed è la politica del «marcia o crepa», oppure l’handicappato è talmente presente che non c’e più posto che per lui. E gli altri fanno questo tipo di riflessione: «Ah! Insieme voi due parlerete dei vostri moncherini».
La politica del «marcia o crepa» riesco ad evitarla per­chè mi trovo troppo al di fuori delle norme. La mia vita affettiva è fatta di vuoti di parecchi anni, senza alcuna vita sessuale, e di un alternarsi di disperazione e di ribellioni. Sola rottura, qualche avventura con uomini affascinanti, dolci come agnelli, ma che non sono venuti verso di me se non per carità, con i loro complessi e il loro senso di colpa.
Li domino con la mia affettività forte. Risultato: tutto diventa troppo faticoso, persino fare l’amore.
Ogni gesto della mia vita quotidiana appare loro impossibile: fare la spesa, lavare i piatti, cucinare,
spostare un oggetto, lavorare. Un solo piano di scale e bisogna che mi tra-sportino, anche se sono capace di salire da sola. «Non fare l’avvocato, è troppo faticoso». Per il presidente dell’ordine degli avvocati, cosi come per l’amante, non sono capace di badare a me stessa.
Andiamo in barca, ma non metteranno mai dei mulinelli per recuperare la vela, «non si usa su questo tipo di barca bretone; in ogni caso non sei in grado di fare della vela». Sono come dei papà sdolcinati che ci ricordano affettuosamente che non siamo brave a niente, e in particolare non siamo in grado di servirli come donne. Finisce che se ne vanno. II nostro handicap li blocca, diventano impotenti.
Ci sono due categorie. I primi rifiutano qualsiasi atto sessuale e fuggono dal mostro che hanno scoperto. Al limite si rimane amici, senza parlarne mai più. I secondi, più rari, affettano una carità mescolata ad ammirazione beata. Ma bisogna ringraziarli talmente tanto di volerci amare che alla fine ci tocca accettare le loro idee, il loro modo di vivere, il loro modo di amare, persino platonico. E c’è ancora il pazzo maniaco al quale serviamo come madre e come psicoanalista. Ecco quelli che noi attiriamo: coloro che, come noi, sono rifiutati dalla società e dalle relazioni normali.
Non sempre ho voglia di piegarmi sugli altri. Eppure quelli là mi ci obbligano. Non siamo forse il loro specchio ideale? Vedendo noi, loro possono provare a se stessi che sono migliori di noi. Quelli che chiamo i pazzi sono persone troppo realiste per non vivere la loro follia fino in fondo, e molto attaccati alla vita concreta, che hanno bisogno di uno psicoanalista a buon mercato, e che, dopo aver smembrato il loro problema, rientrano in se stessi. Quando stanno meglio, non li vedi più.
Sono ingenua, e talmente alla ricerca degli altri che ho sempre lasciato avvicinarmi da questi tipi. Alla città universitaria noi, gli handicappati, subivamo la stessa cosa. Erano come mosche intorno a un barattolo di miele. Noi, noi eravamo là per riceverli a qualsiasi ora, pronti a sentirli parlare delle loro angosce, dei loro problemi e persino pronti a toglierli dall’imbarazzo, se necessario.
Loro parlano, parlano a non finire. Ma quando uno osa dire una parola: «Oh! Per te non e la stessa cosa». Si posso­no passare notti e notti ad ascoltarli, senza mai attirarsi un gesto da parte loro, senza poter credere in nessun momento di essere capiti almeno un pochino. Siamo solamente dei vasetti con orecchie. Quello che noi viviamo, quello che sopportiamo, non ha importanza. «A te si può dire tutto».
Oggetti asessuati che mendicano dagli altri, ecco ciò che ci offre il mondo dei validi. Oggetti per ascoltarli, oggetti per farli scaricare, oggetti per farli stare meglio, oggetti perché ci sfruttino economicamente, oggetti perché ci rifiutino quando si sentono meglio. In nome dell’handicap dobbiamo capire tutto, ascoltare tutto e non dir nulla.
Si rimorchia sempre vistosamente, altrimenti non ci guarderebbero nemmeno, non verrebbero nemmeno. Si giocano le nostre carte migliori. Per me sono le qualità intellettuali. E poi, eccezione, un giorno «lui» vuole. Si ha paura, tanto si è abituati al rifiuto. Si fa fatica a credere. Ci siamo, decolliamo, il sogno si concretizza. Tutto succede come per tutti gli altri. Perfino il matrimonio, i figli, come gli altri. Ma con il tempo, ecco che ricomincia. La sessualità e la forma più sorniona di schiavitù perchè non se ne parla, perchè è tabù. «Non posso fare l’amore con te, il tuo handi­cap mi blocca». Eppure quando ci siamo conosciuti non ti impediva di fare l’amore. Nessuna risposta. Sì, il mio han­dicap ha ripreso il sopravvento.
Bisogna dire che devono sfidare le immagini stereotipe delle donne e i miti idilliaci che sono serviti loro. Un gior­no, sei mesi, un anno o due dopo, esplodono. Non possono più sopportarsi. In nessun momento si esprimono apertamente e se si vuole cercare di capirli si deve sopportare il loro umore, la loro aggressività, gli altri loro legami. Tutto questo, bene o male, continua a saldare la coppia. Noi accettiamo tutto, tanta è la paura che abbiamo. Si mantiene una parvenza di affetto, ma i veri problemi non sono mai abbordati. Noi sappiamo di non essere fatte per l’amore. Nel 1980 si tiene a Parigi un congresso sulla sessualità degli handicappati. Che cos’e? Degli handicappati che si ritrovano e parlano del loro piacere? Certamente no. II con­gresso prevede degli scambi di esperienze tra medici e psicologi. Si discute su quegli strani animali che sono gli han­dicappati, e sulle loro possibilità sessuali. Si discuterà per molti giorni sulle reazioni di un tetraplegico confrontate con quelle di un paraplegico, o del congelamento dello sperma che permette a un handicappato paralizzato di avere un figlio!
Non si è venuti qui per domandarci che cosa pensiamo, che cosa facciamo e che piacere proviamo. Non osano descrivere la nostra vergogna, i nostri fantasmi, dire come si è obbligati a rimorchiare, come si forza l’attenzione degli al­tri per obbligarli a considerarci persona vivente e umana, e non come un oggetto mostruoso. No, non si parla della no­stra vita sessuale, non si parla della nostra esclusione. È so­lamente una riunione di grandi medici che, con il loro linguaggio forbito, analizzano la sessualità del loro piccolo popolo. Del piacere degli handicappati, tutti se ne fregano. Un handicappato potrà forse trovare un altro handicap­pato, li si guarderà come delle bestie curiose. Ma le affinità? Se è tutto quello che ci proponete, metteteci subito in quelle scatole di vetro come le rane che avevamo a scienze naturali, e vedete se possiamo carezzarci qui o la, misurate la durata dei nostri aneliti. Le vostre esperienze non ci interessano. Noi, quello che cerchiamo è semplicemente di vivere, fare l’amore, avere la nostra vita sessuale come tutti gli altri. Noi rifiutiamo una vita di vecchie zitelle frustrate o di collezionisti di farfalle. Quando rileggo le relazioni sul congresso riportate dai giornali ho l’impressione che i mostri non siamo noi, ma i medici.
Ah! Se non abbiamo niente con cui ispirare amore, perchè averci fatto sopravvivere? Si, non corrispondiamo ai canoni di bellezza femminile o maschile, ma da dove saltano fuori questi canoni? E dopotutto, nel piacere, non ne siamo forse capaci quanto gli altri, anche se siamo tetra-, para- o non so che -plegici? Siamo degli esseri umani e troviamo il piacere là dove si trova, e nel modo in cui vogliamo trovarlo. Sta a noi batterci, dirlo pubblicamente, anche se gli altri lo rifiutano, anche se bisogna aggredire. Bisogna osare, perchè la nostra vita, la nostra vera vita comincia da B, da questa vita sessuale, dal piacere.
La sessualità per noi è un’ossessione. Siamo talmente soffocati dalla frustrazione che anche tra handicappati non abbiamo il coraggio di parlarne. È l’argomento tabù per eccellenza. Facciamo come se tutto andasse bene. E quando una delle compagne si sposa, che sogni per le altre, che gelosia! Come c’e riuscita, lei? La prima cosa che si chiede quando ci ritroviamo tra handicappati e: «Hai un ragazzo?», e: «Il tuo ragazzo è handicappato?».
Dobbiamo gridarvi che abbiamo voglia di fare l’amore, che sappiamo fare l’amore, anche meno peggio di voi. Per voi noi siamo degli anormali. Ma sono il vostro amore e la vostra sessualità che sono ridicoli. Voi non conoscete nemmeno più il vostro corpo. Funzionate su schemi precostituiti. Si, abbiamo voglia di fare l’amore e non di essere solo dei mostri. Dobbiamo gridarvelo. Voi ci rifiutate senza sapere, senza conoscere la nostra sessualità, senza conoscere la vostra. Voi ci date solo l’obolo del vostro affetto. Noi non lo vogliamo più. E non parlate di impotenza davanti agli handicappati. La vostra impotenza non è dovuta ad altro che alla vostra sessualità normalizzata dal sistema. Noi vogliamo vivere i nostri amori, la nostra sessualità, la no­stra espressione. E dobbiamo avere il coraggio di dirvelo, anche se vi aggrediamo.
(Tratto  da “Babette, handicappata cattiva” di E. Auerbacher, Dehoniane)

Il cavaliere inesistente
La notte, per gli eserciti in campo, è regolata come il cielo stellato: turni di guardia, l’ufficiale di scorta, le pattuglie. Tutto il resto, la perpetua confusione dell’armata in guerra, il brulichio diurno dal quale l’imprevisto può saltar fuori come l’imbizzarrirsi di un cavallo, ora tace, poiché il sonno ha vinto tutti i guerrieri ed i quadrupedi della Cristianità, questi in fila e in piedi, a tratti sfregando uno zoccolo in terra o dando un breve nitrito o raglio, quelli finalmente sciolti dagli elmi e dalle corazze, e, soddisfatti a ritrovarsi persone umane distinte ed inconfondibili, eccoli già lì tutti che russano.
Dall’altra parte, al campo degli Infedeli, tutto uguale: gli stessi passi avanti e indietro delle sentinelle, il capoposto che vede scorrere l’ultima sabbia nella clessidra e va a destare gli uomini del cambio, l’ufficiale che approfitta della notte di veglia per scrivere alla sposa. E pattuglie cristiana ed infedele s’inoltrano entrambe mezzo miglio, arrivano fin quasi al bosco ma poi svoltano, una di qua l’altra in là senza incontrarsi mai, fanno ritorno al campo a riferire che tutto è calmo, e vanno a letto. Le stelle e la luna scorrono silenziose sui due campi avversi. In nessun posto si dorme bene come nell’esercito.
Solo ad Agilulfo questo sollievo non era dato. Nell’armatura bianca imbardata di tutto punto, sotto la sua tenda, una delle più ordinate e confortevoli del campo cristiano, provava a tenersi supino, e continuava a pensare: non i pensieri oziosi e divaganti di chi sta per prender sonno, ma sempre ragionamenti determinati e esatti. Dopo poco si sollevava su di un gomito: sentiva il bisogno d’applicarsi a una qualsiasi occupazione manuale, come il lucidare la spada, che era ben splendente, o l’ungere di grasso i giunti dell’armatura, Non durava a lungo: ecco che già s’alzava, ecco che usciva dalla tenda imbracciando lancia e scudo, e la sua ombra biancheggiante tra—— per l’accampamento. Dalle tende a cono si levava il concerto dei pesanti respiri degli addormentati. Cosa fosse questo poter chiudere gli occhi, perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore, e poi svegliandosi ritrovarsi eguale a prima, a riannodare i fili della propria vita, Agilulfo non lo poteva sapere, e la sua invidia per la facoltà di dormire propria delle persone esistenti era un’invidia vaga, come di qualcosa che non si sa nemmeno percepire. Lo colpiva e inquietava di più la vista dei piedi ignudi che spuntavano qua e là dall’orlo delle tende, gli alluci verso l’alto: l’accampamento nel sonno era il regno dei corpi, una distesa di vecchia carme d’ Adamo, esalante il vino bevuto e il sudore della giornata guerresca; mentre sulla soglia dei padiglioni giacevano scomposte le vuote armature, che gli scudieri e i famigli avrebbero al mattino lustrato e messo a punto. Agilulfo passava, attento, nervoso, altero: il corpo della gente che aveva un corpo gli dava sì un disagio somigliante all’invidia, ma anche una stretta che era d’orgoglio, di superiorità sdegnosa. Ecco i colleghi tanto nominati, i gloriosi paladini, che cos’erano? L’armatura, testimonianza del loro grado e nome, delle imprese compiute, della potenza e del valore, eccola ridotta a un involucro, a una vuota ferraglia; e le persone lì a russare, la faccia schiacciata nel guanciale, un filo di bava giù dalle labbra aperte. Lui no, non era possibile scomporlo in pezzi, smembrarlo: era e restava in ogni momento del giorno e della notte Agilulfo Emo Bertrandino dei Guidiverni degli Altri di Corbentraz e Sura, armato cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez il giorno tale, avente per la gloria delle armi cristiane compiuto le azioni tale e tale e tale, e assunto nell’esercito dell’imperatore Carlomagno il comando delle truppe tali e talaltre. E possessore della più bella e candida armatura di tutto il campo, inseparabile da lui.  E ufficiale migliore di molti che pur menano vanti così illustri; anzi, il migliore di tutti gli ufficiali. Eppure passeggiava infelice nella notte.
Udì una voce:- Sor ufficiale, chiedo scusa, ma quand’è che arriva il cambio? M’hanno piantato qui già da tre ore! – Era la sentinella che s’appoggiava alla lancia come avesse il torcibudello.
Agilulfo non si voltò neppure; disse:- Ti sbagli, non sono io l’ufficiale di scolta, – e passò avanti.
-Perdonatemi, sor ufficiale. Vedendovi girare per di qui, mi credevo…
La più piccola manchevolezza nel servizio dava ad Agilulfo la smania di controllar tutto, di trovare altri errori e negligenze nell’operato altrui, la sofferenza acuta per ciò che è fatto male, fuori posto… Ma non essendo nei suoi compiti eseguire un’ispezione del genere a quell’ora, anche il suo contegno sarebbe stato da considerare fuori posto, addirittura indisciplinato.
(Tratto da “Il cavaliere inesistente” di I. Calvino)

Marcia trionfale
Quando escono nel freddo lei gli alza il bavero, gli avvolge bene la sciarpa. Lui come sempre la abbraccia forte, le lascia sulle guance 1’impronta umida di molti  baci.
Lungo la strada lui fa tanti sorrisi, saluta tante volte: in pochi gli rispondono, lui però conserva la sua aria lieta.
Lei gli tiene la mano, preoccupata che corra ad abbracciare sconosciuti.
Sulla piazza del mercato brillano tre fuochi di cassette, intorno imbacuccati i commercianti bevono cappuccini bollenti, battono i piedi sul selciato ghiacciato per scaldarsi, scambiano commenti sul freddo e la stagione.
La vecchia al banco degli ortaggi ha il fazzoletto di lana stretto attorno al viso chiuso, lo scialle incrociato sul petto sfatto. Pulisce spinaci con mani spaccate, il suo freddo è solitario e irrimediabile.
Davanti alle fiamme arancioni il bambino batte le mani contento, il riverbero brilla sul vetro dei suoi occhiali spessi. Al suo apparire il gruppo si è sciolto, uno sciamare impaurito di uccelli neri. Ciascuno è tornato al suo banco e si da dà fare, il bambino cerca inutilmente corpi da abbracciare: solo sua madre è lì, sempre vicina per ripararlo dalle delusioni.
All’estremità opposta del mercato, con un coltellino la vecchia comincia a raschiare una carota.
II bambino e sua madre percorrono la piazza per mano, c’e tanto freddo intorno. Lei compra banane, formaggio: al silenzio della gente è abituata, all’imbarazzo o alle parole di circostanza. All’ invisibilità, quando ti guardano e fanno finta di niente. Solo suo figlio non si abituerà mai: infatti le sue mani tozze e screpolate continuano a lanciare baci al cielo, sorride all’intorno, regala gutturali dichiarazioni d’amore che nessuno raccoglie.
La vecchia lava la carota sotto il getto di una fontanella, scuote via l’acqua con energia e cura. Torna dietro il suo banco, l’attesa è coperta da gesti comuni, di ordine o di pulizia.
Madre e figlio avanzano attraverso il mercato, le voci intorno non li riguardano, le parole che si scambiano non penetrano il muro di vuoto che li circonda.
Un sorriso più largo scopre i denti brutti del bambi­no, gli occhiali gli ballano sul naso in una felicità non trattenuta: allora sua madre gli lascia la mano, lascia che come ogni giorno vada correndo verso il banco delle verdure.
II viso amaro della vecchia ha mille rughe, più incise adesso mentre il bambino va verso di lei: in una mano ha la carota, ben chiusa in un sacchetto di plastica, con l’altra gli fa ciao.
II bambino cerca nelle tasche gli spicci che sua madre gli ha dato prima di uscire, l’abitudine di ogni giorno per abituarlo a crescere. Oggi non trova le monete, non insiste a cercarle e invece corre dietro la bancarella: prende la mano della vecchia, la dondola, la stringe, la dondola ancora in un suo gioco.
Lei brontola fra sé e sé, l’età o qualcos’altro la fanno incapace di parole: si pulisce la mano sul grembiule, due volte, poi accarezza i capelli del bambino piano, quasi avesse paura di fargli male. O di vederlo scappare.
Con le due mani il bambino si aggrappa alla carezza, la fa muovere stretta sulla testa e sul viso: gli occhiali gli cadono, guarda verso il cielo con i brutti occhi dalle palpebre glabre, semicieco e sorridente.
Le due donne si chinano all’unisono per recuperare le lenti, malgrado gli impacci la vecchia è più rapida: men­tre lo aiuta a sistemare dietro le orecchie le stanghette, le sue dita sono levigate e dolci.
Stretta dentro il cappotto, la madre fa per mettere mano al portafoglio:
— Grazie di tutto, — dice. — E scusi tanto.
— Di niente, — ribatte ferma la vecchia, ignorando il gesto e il denaro. Stringendosi nello scialle si allontana dal bambino, comincia a ordinare sul banco cavolfiori e cipolle.
Nudo di carezze il bambino resta come saldato sull’asfalto, la bocca aperta e le braccia abbandonate, desolato.
Sua madre ha gli occhi bassi, passa da un braccio all’altro le buste con la spesa, la mano libera le servirà per portarlo via.
Rischiarato da una decisione che ha preso il bambino la strattona con un’energia improvvisa che quasi la fa cadere, usando la testa e tutto il corpo la spinge dietro il banco.
Ferma a difesa del territorio che le appartiene la vec­chia si aggrappa al legno e non si muove: le due donne arrivano a toccarsi, non sanno cosa fare perchè lui continua a spingere, determinato e violento in un modo per lui inconsueto.
Devono necessariamente guardarsi quando lui prende le loro mani, le unisce, dice:
— Ti voglio bene, piacere, buongiorno.
Le donne intuiscono. Perché smetta di spingere, solo per compiacerlo si danno la mano, dichiarano ciascuna il proprio nome e poi, nella stretta:
— Piacere.
— Piacere.
Ma lui non smette di premere, vuole vederle più vicine, la frenesia che lo agita sta per farlo piangere:
— Ti voglio bene, — ripete.
Per prima la vecchia allarga piano le braccia, fa le spallucce per sminuire: imbarazzata la madre si avvia all’ abbraccio.
Due marionette nel freddo e lui il burattinaio, una rappresentazione, uno spettacolo tanto per accontentarlo: un abbraccio da melodrammatici recitato con scarsa convinzione.
Però quando gli aliti si confondono in nuvolette bianche la recita diventa emozione, I’abbraccio si fa stretto ed efficace: si baciano sulle guance due volte, è una scelta.
Arrossate dall’imprevisto si separano, lui le riprende per mano, una da una parte e una dall’altra:
— Scuola: tutti, — dice.
Senza preoccuparsi del banco sguarnito la vecchia lo segue, sua madre è già pronta.
Per mano attraversano il mercato: le rughe della vec­chia sorridono, il bambino saluta il vento, sua madre ha un portamento da regina.
Via via che avanzano la gente si scosta: piccole ali di folla per una marcia trionfale.
(Tratto da “Manicomio primavera” di Clara Sereni)

Paula
Abbiamo concordato con il neurologo di staccarti dal respiratore per un minuto, Paula, ma non l’abbiamo detto al resto della famiglia perché non si sono ancora ripresi da quel fatidico lunedì in cui sei stata sul punto di andare in un altro mondo. Mia madre non riesce a parlarne senza scoppiare a piangere, si sveglia di notte con la visione della morte china sul tuo letto. Credo che come Ernesto lei ormai non preghi più perché tu guarisca ma perché non soffra ancora, ma io non ho perso la volontà di continuare a lottare per te. Il dottore è un uomo gentile, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e un camice spiegazzato che gli danno un’aria vulnerabile, come se si fosse appena alzato dalla siesta. È l’unico medico in questo posto che non sembra insensibile all’angoscia di noi che passiamo la giornata nel corridoio dei passi perduti. Invece lo specialista in porfiria, più interessato alle provette del suo laboratorio dove ogni giorno ti analizza il sangue, ti visita poco. Stamattina ti abbiamo staccata per la prima volta. Il neurologo ha esaminato i tuoi segni vitali e ha letto il rapporto della notte, mentre io invocavo mia nonna e la tua quella Granny incantevole che se ne andò quattordici anni fa, affinché venissero in nostro aiuto. Pronta? mi ha chiesto, dandomi da sopra le lenti, e ho risposto con un cenno del capo perché non mi usciva la voce. Ha mosso un interruttore e subito è cessato il ronzio liquido dell’aria nel tubo trasparente nel tuo collo. Anch’io ho smesso di respirare, mentre orologio alla mano contavo i secondi supplicandoti, imponendoti di respirare, Paula, per favore- Ogni istante si scandiva come una frustata, trenta, quaranta secondi, niente, altri cinque secondi e sembrava che il tuo petto si fosse mosso un poco, ma così leggermente che poteva essere un’illusione, cinquanta secondi… e non si poteva aspettare oltre, eri esangue e io stessa stavo soffocando. La macchina tornò a funzionare e presto un po’ di colore ti tornò in volto. Misi via l’orologio tremando, mi bruciava la pelle, ero madida di sudore. Il medico mi porse una garza.
“Si pulisca, ha del sangue sulle labbra,” disse. “Oggi pomeriggio tenteremo di nuovo, e anche domani, e così via, a poco a poco, finché respirerà da sola, ” ho deciso appena ebbi ripreso l’uso della parola. “Forse Paula non ci riuscirà…”
“Sì che ce la farà, dottore. La porterò via di qui, ed è meglio che mia figlia collabori. ”
“Suppongo che le madri ne sappiano sempre di più. Abbasseremo a poco a poco l’intensità del respiratore per costringerla a esercitare i muscoli. Non si preoccupi, non le mancherà ossigeno,” sorrise dandomi un affettuoso buffetto sulla spalla.
Uscii con gli occhi bagnati di lacrime per raggiungere mia madre, credo che la Memé e la Granny siano rimaste con te.
Willie arrivò appena saputo della nuova crisi, e stavolta potè lasciare l’ufficio per cinque giorni, cinque giorni interi con lui… come ne avevo bisogno! Queste lunghe separazioni sono pericolose, l’amore incespica su sabbie incerte. Temo di perderti, mi dice, sento che ti allontani sempre più e non so come trattenerti, ricordati che sei la mia donna, la mia anima. Non l’ho dimenticato; ma è vero che mi vado allontanando, il dolore è un cammino solitario. Quest’uomo mi porta una ventata d’aria fresca, le avversità gli hanno temprato il carattere, niente lo sconvolge, possiede una forza inesauribile per le battaglie quotidiane, è inquieto e frettoloso, ma lo invade una calma buddhista quando si tratta di sopportare sventure, perciò è un buon compagno nelle difficoltà. Occupa completamente il piccolo territorio del nostro appartamento in albergo, alterando le delicate abitudini che abbiamo stabilito io e mia madre, muovendoci come due ballerine in un’angusta coreografìa. Una persona delle dimensioni e delle caratteristiche di Willie non passa inosservata, quando viene lui c’è disordine e rumore e il cucinino non riposa, l’intero edificio odora dei suoi sughi saporiti. Prendiamo un altra stanza e facciamo i turni con mia madre per andare all’ospedale, così posso rimanere qualche ora sola con lui. Al mattino prepara la colazione e poi  chiama la suocera, che si presenta in camicia da notte, con le calze di lana, avvolta nei suoi scialli e col segno del cuscino sulle guance, come una nonnina da favola, si installa nella nostra stanza e cominciamo la giornata con pane tostato e tazze di caffè aromatico portato da San Francisco. Willie non ha saputo cosa fosse una famiglia fino a cinquant’anni, ma si è abituato rapidamente a condividere il suo spazio con la mia e non gli sembra strano svegliarsi in tre nel letto. Ieri sera siamo andati a cena in un ristorante di Plaza Mayor, dove ci siamo lasciati tentare da chiassosi camerieri travestiti da contrabbandieri da melodramma, che ci hanno serviti in una sala di pietra dal soffitto a volta. Tutti quanti fumavano e non c’era una sola finestra aperta, eravamo lontanissimi dall’ossessione nordamericana per la salute. Ci siamo intossicati con cibi micidiali: calamari fritti e funghi al peperoncino, agnello arrostito in un tegame di terracotta, dorato, croccante, trasudante grasso, fragrante di erbe aromatiche, e con una brocca di sangrìa, quel capolavoro di vino alla frutta che si beve come acqua, ma poi, quando si cerca di alzarsi in piedi, si sente come una mazzata alla nuca. Non avevo mangiato così da settimane, con mia madre spesso ci nutrivamo con una tazza di cioccolata in un’intera giornata. Ho passato una notte tremenda con paurose visioni di maiali spellati che piangevano la propria sorte e calamari vivi che si arrampicavano sulle gambe, e stamattina ho giurato di diventare vegetariana come mio fratello Juan. Non più peccati di gola. Queste giornate con Willie mi rinnovano, sento di nuovo il  mio corpo dimenticato da settimane, mi palpo i seni, le costole, che ora mi segnano la pelle, la vita, le cosce grosse, riconoscendomi. Questa sono io, sono una donna, ho un nome, mi chiamo Isabel, non sto trasformandomi in fumo, non sono scomparsa. Mi osservo nello specchio d’argento di mia nonna: questa persona dagli occhi desolati sono io, ho vissuto quasi mezzo secolo, mia figlia sta morendo, eppure voglio ancora far l’amore. Penso alla solida presenza di Willie, sento che mi si accappona la pelle e non posso fare a meno di sorridere di fronte all’abissale potenza del desiderio, che mi fa trasalire nonostante la tristezza, ed è capace di far retrocedere la morte. Chiudo per un istante gli occhi e ricordo nitidamente la prima volta che abbiamo dormito insieme, il primo bacio, il primo abbraccio, la scoperta sorprendente di un amore sorto quando meno ce lo aspettavamo, della tenerezza che ci prese d’assalto quando ci credevamo salvi con l’avventura di una sola notte, della profonda intimità creatasi fin dall’inizio, come se durante tutta la nostra vita ci fossimo preparati per quell’incontro, della facilità, della calma e della fiducia con cui ci siamo amati, come quelle di una vecchia coppia che ha condiviso mille e una notte. E ogni volta dopo la passione soddisfatta e l’amore rinnovato ci addormentiamo vicini vicini senza che ci importi dove inizia l’uno e finisce l’altro, né di chi sono queste mani o questi piedi, in una complicità così perfetta che ci incontriamo nei sogni e il giorno dopo non sappiamo chi ha sognato chi, e quando uno si muove fra le lenzuola l’altro si accomoda negli angoli e nelle curve, e quando uno sospira sospira l’altro, e quando uno si sveglia si sveglia anche l’altro. Vieni, mi chiama Willie, e mi avvicino a quell’uomo che mi aspetta nel letto, e rabbrividendo per il freddo dell’ospedale e della strada e dei singhiozzi soffocati, che diventano brina nelle vene, mi tolgo la camicia e aderisco al suo grande corpo, avvolta dal suo abbraccio finché entro in calore. A poco a poco entrambi prendiamo coscienza del respiro ansimante dell’altro, e le carezze si fanno sempre più intense e lente man mano che ci arrendiamo al piacere. Mi bacia e torna a sorprendermi, come ogni volta in questi quattro anni, la morbidezza e freschezza della sua bocca; mi aggrappo alle sue spalle e al suo collo saldi, accarezzo la sua schiena, bacio l’incavo delle sue orecchie, l’orribile teschio tatuato sul suo braccio destro, la linea di peluria del suo ventre, e aspiro il suo odore sano, quell’odore che sempre mi eccita, abbandonata all’amore e grata, mentre sulle guance mi scorre un fiotto di lacrime inevitabili, che cade sul suo petto. Piango di pena per te, figlia mia, ma credo di piangere anche di felicità per questo amore tardivo che è venuto a trasformarmi la vita.
(Tratto da Paula, Isabel Allende, Feltrinelli)

15. Le separazioni violente

Il momento della separazione dal proprio ambiente familiare e dall’inserimento in un luogo estraneo raccontato da Mario Barbon nel capitolo” Rimini” (tratto dal suo libro Non ho rincorso le farfalle) viene accostato ad alcuni brani tratti da J. Amery, Intellettuali ad Ausschwitz.
Sono due voci che pur nella loro diversità testimoniamo la sofferenza e il dramma di chi è separato per forza e con forza da ciò che ama e che quindi è familiare, per trovarsi gettato in un mondo in cui il sentimento di estraneità sottende ogni attimo e gesto della vita quotidiana.

Mario Barbon “Il mio nuovo istituto si trovava a Rimini e secondo l’assistente sociale di Treviso si sarebbe trattato di un piccolo paradiso, ma come si sa le assistenti sociali sono sempre portate a fare bei castelli. Io non ero tanto contento di riprendere il mio peregrinare. Avevo avuto la fortuna di fare l’esperienza di Firenze, che ricordavo con un po’ di nostalgia; comunque, ormai che il cambiamento era deciso, speravo di trovare nel nuovo istituto almeno un po’ della comprensione che avevo trovato a Firenze.
Il ricovero al “Sol et Salus” avvenne ai primi di febbraio. E’ inutile dire che in me era sopraggiunta l’angoscia che da parecchio tempo non provavo, eppure c’era una certa una certa disponibilità, almeno apparente a partire…sotto sotto però non l’avrei mai desiderato. Appena pa’ mi prese in braccio per portarmi a prendere il treno scoppiai a piangere, tiravo calci a destra e a sinistra, e pensavo: ma perché volete sempre aver ragione voi?”
Mario Barbon “Ma forse in quel momento nessuno pretendeva di aver ragione. Il viaggio fa abbastanza tranquillo; la giornata era tiepida e quando arrivai a Rimini c’era il sole. Dentro di me, però, desideravo che quel viaggio non finisse mai. Usciti dalla stazione prendemmo l’autobus che, guarda caso, si ferma a duecento metri dall’istituto. Questo si trova proprio in riva al mare; come aspetto, visto dall’esterno non era male, ma bisognava vedere se anche l’interno vi corrispondeva. Quando entrai sentii in me l’angoscia. Sbrigate le solite formalità, una signorina ci accompagnò al reparto, che era staccato dalla struttura principale. Percorso un lungo corridoio, ci trovammo in una specie di labirinto di stanze.”
Jean Amery “Seguendo i sentieri dei contrabbandieri attraversavamo la Eifel notturna e invernale, in direzione di un paese, il Belgio, i cui doganieri e gendarmi non ci avrebbero consentito di passare il confine legalmente: eravamo privi di passaporto e visto, privi di un’identità civile giuridicamente valida, eravamo profughi. Fu un lungo cammino nella notte.”
Mario Barbon “Ma forse in quel momento nessuno pretendeva di aver ragione. Il viaggio fa abbastanza tranquillo; la giornata era tiepida e quando arrivai a Rimini c’era il sole. Dentro di me, però, desideravo che quel viaggio non finisse mai. Usciti dalla stazione prendemmo l’autobus che, guarda caso, si ferma a duecento metri dall’istituto. Questo si trova proprio in riva al mare; come aspetto, visto dall’esterno non era male, ma bisognava vedere se anche l’interno vi corrispondeva. Quando entrai sentii in me l’angoscia. Sbrigate le solite formalità, una signorina ci accompagnò al reparto, che era staccato dalla struttura principale. Percorso un lungo corridoio, ci trovammo in una specie di labirinto di stanze.”
Jean Amery “Felicemente giunti ad Anversa e confermato il nostro arrivo con un cablogramma ai parenti rimasti a casa, cambiammo il denaro in nostro possesso, complessivamente quindici marchi e cinquanta pfenning, se ben ricordo. Questo era il patrimonio con il quale dovevamo iniziare, come si dice, una nuova vita. La vecchia ci aveva abbandonati. Per sempre? Per sempre. Ma l’ho capito solo adesso, dopo quasi ventisette anni.”
Mario Barbon “Qui purtroppo ho visto uno spettacolo, se così si può chiamare, che non dimenticherò mai. C’erano bambini, seduti a dei tavoli piccoli, che avrebbero dovuto mangiare, ma da soli non ci riuscivano e si sporcavano tutti, sporcando anche il pavimento, sicché era uno spettacolo proprio brutto. E c’era una signorina, alta, scura di capelli, con un naso che assomigliava a un becco d’aquila: questa sarebbe stata la Piter, che come vedeva quei bambinetti sporchi non esitava a batterli senza riguardo. Quando vidi tutto questo mi misi a piangere, mentre la signorina cercava di calmarmi. “Portami a casa, voglio venire a casa!” cominciai a gridare alla mamma, finché la signorina, sempre la stessa,a un certo punto mi diede un bicchier d’acqua, ed io la bevvi perché avevo sete, solo che in quel bicchiere c’era una dose di sonnifero. Poco dopo infatti mi è venuto sonno e allora ho capito lo scherzo che mi aveva fatto. La mamma ebbe appena il tempo di salutarmi che io mi addormentai”.
Jean Amery “Con qualche banconota e qualche moneta straniera affrontavamo l’esilio: che desolazione! Chi non lo sapeva, apprese nella sua vita quotidiana di profugo che l’esilio trova la migliore definizione proprio nella parola Elend (desolazione) che etimologicamente ha in sé il concetto di messa al bando.”
Mario Barbon “Quando mi svegliai mi sembrò di essere a casa, ma ben presto mi ricordai dove mi trovavo. La camera era piccola, a due letti, e c’era un altro ragazzo, forse caduto anche lui nella trappola della signorina. Da parte mia non ci fu neppure il tentativo di avviare un dialogo, avevo ben altri pensieri. Pensavo a casa mia cercando di immaginare che cosa stessero facendo in quel momento le mie sorelle; e papà e mamma, dove potevano essere? Non c’era in me nostalgia di casa, era subentrata una certa indifferenza e anzi mi sembrava più che normale di trovarmi in quel posto dove non conoscevo nessuno al di fuori di una signorina che sembrava piuttosto antipatica”
Jean Amery”Che cos’era , cos’è la nostalgia di casa provata da coloro che dal Terzo Reich erano stati cacciati allo stesso tempo a causa delle loro opinioni e del loro albero genealogico? Impiego malvolentieri in questo contesto un termine oggi non più di moda, ma forse non ne esiste uno più adatto: la mia, la nostra nostalgia di casa era una forma di autoestraniazione. Il passato era di colpo sepolto, e non si sapeva più chi si era.”
Mario Barbon “Nei primi giorni mi lasciarono in pace, tanto per darmi il modo di ambientarmi, e così mi mettevano in un angolo del soggiorno da dove potevo guardare tutti quelli che passavano. Vidi anche la signorina Piter, che molto gentilmente mi chiese come andava. Ricordo che rimasi colpito dalle grida che venivano dalla sala di fisioterapia e mi chiedevo a che cosa erano dovute. Purtroppo di lì a qualche giorno avrei dovuto “cantare” anch’io.”
Jean Amery”Volti, gesti, abiti, case, parole ( anche quando più e meno le capivo) erano realtà sensoriali, ma non segni decifrabili. Quel mondo per me era privo di ordine. Il sorriso del poliziotto che controllava i nostri documenti era benevolo, indifferente o sarcastico? La sua voce profonda tradiva astio o esprimeva? Non lo sapevo.
Barcollavo attraverso questo mondo i cui segni erano per me indecifrabili quanto i caratteri etruschi.”
Mario Barbon “Ben presto entrai nella stanza cosiddetta di fisioterapia o per meglio dire “stanza di tortura”. La mia fisioterapista era la signorina Piter, che secondo le sue parole mi avrebbe rimesso in piedi. Sta di fatto che la mia volontà di migliorare, se prima era mediocre, discese a zero. Nei primi tempi la ginnastica era di rilassamento e fin qui tutto sarebbe andato bene, ma un giorno la signorina Piter, senza alzare la voce, come era solita fare con chi secondo lei non sopportava abbastanza, mi disse: “Oggi ti metterò le docce”. In un primo momento la mia fantasia si era divertita a immaginare queste docce come quelle di un bagno, ma più tardi capii che si trattava di qualcosa di rigido e di doloroso. Le docce sono una forma di cartone rigido che segue generalmente la sagoma della gamba: adesso la signorina Piter doveva drizzare le mie gambe e perciò mi metteva le docce. Si dà il caso però che generalmente chi è colpito da paralisi spastica abbia i tendini e le corde delle gambe e delle braccia che si ritirano e si irrigidiscono. Potete quindi immaginare che cosa succede quando si tenta di raddrizzare questi arti. Comunque la signorina Piter tentò di tranquillizzarmi dicendo: “Guarda Mario, oggi le tieni 15 minuti, domai mezz’ora, fino a quando dovrai portarle tutta la notte”. Non avevo dato troppo peso a quelle parole anche perché dovevo ancora “provare”, però adesso posso dire da che cosa erano provocate le grida che avevo sentito fin dal primo giorno.
Cominciai così a capire che cosa voleva dire portare quegli arnesi. E come se non bastasse la tortura fisica, c’era anche quella morale, poiché quando questa benedetta signorina si metteva sulle mie ginocchia, provocando ovviamente dei dolori, io non dovevo gridare, né stringere i denti per non gridare, ma semplicemente dovevo far finta di essere al cinema o alla spiaggia. E se qualche volta mi scappava un “aio” la signorina Piter mi sgridava dicendo: “Ma no che non ti fa male, è solo una tua impressione!”. A queste parole la mia mente si divertiva a immaginare forme di tortura arcaiche come il tiro con i cavalli e la signorina Piter legata ad un albero…
Avrei voluto farle sentire lo stesso dolore che mi provocava prendendomi la gamba e tirandola fin quasi a spezzarla. Direte che la mia testa era soltanto “confusa” a causa de dolore, però possono dire con sincerità che in tutto il periodo trascorso in quell’istituto ho sempre desiderato di torturare, seppure con la fantasia, qualcuno, e non ero l’ unico che nutrisse di questi pensieri. Fantasie del genere erano all’ ordine del giorno per tutti i miei compagni, che si divertivano ad immaginare quale avrebbe potuto essere il supplizio migliore per questa o per quella persona. La nostra consolazione, se tale si può definire era il cinema: ricordo che aspettavamo con tale ansietà quel giorno che tutto il resto era relativo”
Jean Amery”Il potere del torturatore sotto il quale geme il torturato, non è invece altro che l’assoluto trionfo del sopravvivente sull’individuo che, escluso dal mondo, è spinto verso la sofferenza e la morte.
Stupore per l’esistenza dell’altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ciò che si può diventare: carne e morte. Il torturato non cesserà mai più di meravigliarsi che tutto ciò che, a seconda delle inclinazioni, si può definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la propria identità, risulta annientato quando nelle articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fragile, questa ovvia verità l’ha sempre saputa, e anche che sia possibile metterle fine “con un semplice ago”, come ha scritto Shakespeare. Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, e trasformarlo così, mentre è ancora in vita, in una preda della morte.
Chi ha subito la tortura non può più sentire suo il mondo. L’onta dell’annientamento non può essere cancellata. La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non può essere riconquistata. Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all’angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui.

L’angoscia: e in aggiunta tutto ciò che abitualmente chiamiamo i risentimenti.
Anch’essi restano e hanno scarse possibilità di concentrarsi in una spumeggiante e purificante sete di vendetta”.

 

14. Sfide e corpi

Il corpo evoca l’incontrollabile dal primo momento dell’esistere, l’impossibilità di essere padroni totalmente.
Il corpo dialoga con il senso del vuoto e dell’appartenenza.
Il corpo è il luogo dei primi desideri e il luogo dei ritmi.
Il corpo è la prima espressione del proprio volere.
Il corpo è la nostra origine, è la dove si manifestano le emozioni, è ciò che non si nasconde.
Il corpo è ciò che materializza le maggiori similitudini e le maggiori diversità.
Il corpo dà sostanza alle cose più sublimi e a quelle più sporche.
Il corpo è il luogo dei silenzi e al contempo spazio in cui osare, fare rumore.
IL corpo veicola messaggi che mostrano aspetti di noi che non possono essere controllati dalla volontà.
Misurarsi a partire dal corpo muove rappresentazioni che richiamano il caos. La sessualità non ha un territorio se non quello multiforme dei corpi.
Quale di questi aspetti appartiene a una riflessione sulla sessualità?
Forse il punto di partenza per occuparsi dei bisogni legati alla sessualità e alla disabilità riguarda l’ammissione che è molto improbabile costruire confini netti che separino ciò che in questo elenco appartiene a tutti, da ciò che appartiene a chi è disabile, ammalato, diverso.
Un interrogativo potrebbe essere utilmente considerato per avvicinare e comprendere ciò che attiene alla sessualità , quando è declinata a partire dalla disabilità: “cosa sente un corpo quando è sottomesso al corpo di un altro? Come si costruisce una percezione di sé sufficientemente integra se il primo livello corporeo è minacciato?

13. Il corpo, l’identità, le difese

L’immmagine corporea e l’immagine di sé sono chiamate a fare i conti con gli aspetti deficitari legati alla disabilità; si intrecciano competenze incomplete e “diverse” con la frustrazione che ad esse si accompagna. La rappresentazione di se stessi esprime spesso il senso di frattura, di ferita inferta al sé che di volta in volta assume forme e significati diversi, legati alle storie personali e alle cause del deficit.
Si unisce spesso all’idea di una unità spezzata un vissuto soggettivo di rifiuto, di esclusione e il corpo, o la persona tutta per le sue incapacità, rappresenta il luogo di sentimenti carichi di ambivalenza.
Le ragioni di questa condizione tanto ambigua quanto deprivante si rintracciano in una consapevolezza molto diversa da persona a persona, nei riguardi della diversità che l’handicap esprime, rappresentando una parte di sé che non corrisponde al desiderio comune d integrità, che altera le funzioni (fisiche e/o mentali) che influenza le relazioni e i legami.
Il corpo in particolare può assumere su di sé l’esplicita espressione di alcuni aspetti più ampiamente connessi con la doppia valenza di cui sopra.
Si può creare, nel vissuto soggettivo di un bambino hadicappato e nei sentimenti di chi sicura di lui, la percezione di un corpo svilito, svuotato di significati, cancellato perché luogo nel quale si concretizza il deficit ( non sapersi muovere, non saper produrre azioni o comportamenti adeguati e intelligenti, non saper concepire e utilizzare emozioni e sentimenti sufficienti a intessere relazioni…).
Al contempo il corpo, per le medesime ragioni, può essere iper-investito di cure, interventi, manipolazioni e indagini.
Il corpo può essere oggetto di evitamento, perché diverso, incapace, spaicevole tanto da rasentare l’invisibilità unitamente alla condizione di corpo inevitabile perché dà spessore e sostanzialità al limite, all’impotenza, al bisogno e alla dipendenza.
Gli elementi fin qui considerati desiderano sottolineare come esistono aree molto ampie di condivisibilità e coincidenza di sensazioni emotive nel panorama dei diversi tipi di deficit, senza che sia utilmente possibile separare completamente il mondo dei deficit fisici e motori, da quello dei disturbi intellettivi e psichici.
Per portare un esempio la scissione mente-corpo è inevitabilmente una modalità difensiva che riguarda sia la persona disabile, ma anche chi si occupa di tale persona; è un meccanismo, spesso inconsapevole, che l’operatore mette in atto a salvaguardia di una difficile identificazione. Ci si trova di fronte ad una modalità che opera come se l’interlocutore, con questa scissione, cercasse di riconoscersi solo attraverso la parte “sana” della persona ammalata, sofferente, disabile.
Questo meccanismo è facilmente riconoscibile se riferito ad una persona con una patologia o una disabilità fisica e si manifesta con una sopravalutazione e idealizzazione delle capacità intellettive, razionali ed emozionali, spesso cancellando il corpo, i suoi segnali, le sue implicazioni relazionali, affettive e sessuali.
Se il danno riguarda la componente mentale e psichica, spesso si realizza la stessa scissione, scotomizzando gli aspetti deficitari e quindi difficili da comprendere.
In questo senso riguardo gli aspetti che richiamano il tema della sessualità, si creano forti incomprensioni da parte di familiari e operatori. Le interpretazioni e le attribuzioni di significato riguardo ad alcuni comportamenti sessuali meno inibiti o che non si contengono entro modalità ed espressioni comunemente condivise, sono spesso mantenute molto distanti da aspetti e vissuti di “normalità”. Tutto appare come se le emozioni, il desiderio, la ricerca di piacere, l’appagamento a partire dal corpo non appartenessero ad una matrice comune, ma dovesse essere inventato un nuovo codice per decifrare queste componenti.
Così ad esempio la masturbazione, l’esercitazione di un eccitamento o di un sentimento non vengono paragonati a un “sentire” condiviso, partendo da significati riconoscibili e presenti con o senza la presenza di un deficit o un disagio psichico.
Questa modalità inconscia di prendere le distanze, di separare, evoca inevitabilmente un’interpretazione che ricerca il controllo di ciò che per gli altri versi proprio la sessualità manifesta come imprevedibile.
Mai come nel campo dell’handicap si è manifestato il bisogno di affermare che la sessualità non è solo cosa che appartiene al terreno della genitalità. Forte è il ricorso ad una lettura delle manifestazioni anche sessuali delle persone disabili come “puri” istinti dettati da tempeste ormonali o, all’opposto, espressione di affetti esclusivamente platonici e di una sublimazione tanto desiderata quanto totalizzante. Proprio in quanto posizioni estreme sono significative e illuminanti quando possono mostrare, magari con un percorso di riflessione, la loro natura spesso difensiva.
Dividere salomodicamente i tipi di deficit e le relative condotte e necessità sessuali, forse esprime questa difficoltà di cogliere, nella relazione di cura, le analogie e le identificazioni possibili; se riconosciute, le medesime realtà diventano la prima concreta possibilità di scambio e quindi di crescita. La sessualità, come l’acqua, non può essere attraversata senza essere disposti a sentirsi immersi nelle sue peculiarità.