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Autore: Nicola Rabbi

2. Fare cinema

La nostra ricerca muove dal “fare”. Ci è sembrato interessante e logicamente appropriato iniziare dalla produzione di un’opera cinematografica piuttosto che da una valutazione (in senso lato) delle opere stesse e dei modi in cui queste possono entrare in dialogo o in conflitto con chi ne fruisce e con il contesto politico e culturale nel quale nascono, con il quale si rapportano in modo dialettico e che possono, in qualche modo, trasformare.
La realizzazione di opere filmiche verrà raccontata da persone direttamente coinvolte nella catena produttiva necessaria perché un’idea possa farsi immagine in movimento. Pur rinunciando a creare confini artificiosi tra un argomento e l’altro, abbiamo cercato di evidenziare, attraverso ogni singolo contributo, alcuni temi specifici. A volte l’intento iniziale non è stato pienamente rispettato: la forma dialogica dell’intervista, da questo punto di vista, si è rivelata un formidabile strumento per allargare gli orizzonti tematici di partenza, ricalibrare la propria ricerca, trovare conferma e smentite in corso d’opera. Ciò nonostante, ogni contributo mantiene dei tratti forti conformi all’idea iniziale per cui erano stati individuati determinati professionisti per approfondire specifici argomenti e questioni già intuibili e rinvenibili nei loro film. Per cercare, quindi, conferma o smentita ad alcune impressioni maturate dalla visione delle loro opere.
Il contributo di Françoise Hefti della fondazione svizzera Diamante ci permette di mettere in evidenza un raro esempio in cui la produzione filmica da parte di persone con disabilità non viene intesa come attività ancillare e occasionale, ma assume i tratti di una vera pratica professionale che facilita l’acquisizione di competenze tecniche che possono essere impiegate anche al di fuori dell’ambito cinematografico e può creare conoscenza, accettazione dell’altro e un “luogo” in cui le caratteristiche personali di ognuno si confrontano/scontrano con le esigenze e le peculiarità  di un lavoro collettivo.
Per ragioni simili abbiamo voluto approfondire con il regista Sergio Ponzio alcuni aspetti, a nostro avviso determinanti, del rapporto di collaborazione che da anni lega il Cineclub Detour di Roma e la Cooperativa Cotrad: anche in questo caso, infatti, i tre lavori di docu-fiction sin qui realizzati  raccontano progetti in cui sono persone che vivono un disagio (fisico, psichico, sociale) a svolgere attività volte a valorizzare e restituire una dimensione pienamente pubblica  ad  un patrimonio orale e architettonico-artistico destinato ad un oblio colpevole. Si crea quasi una corrispondenza, e un cortocircuito insieme, tra persone che hanno difficoltà a vedersi riconosciuta una presenza sociale piena e i luoghi che visitano e vivono, anch’essi in parte “ai margini”. Costruzione di identità, riaffermazione di un senso di appartenenza ad un tessuto sociale, lavoro politico e culturale profondo, raccontati da opere molto interessanti, che sono l’esito di un processo di creazione collettiva, del quale il regista, peraltro, non omette difficoltà e limiti.

2.1 Fondazione Diamante, un’impresa che fa integrazione
di Françoise Hefti

La Fondazione Diamante ha sede a Lugano. È una fondazione privata che dal 1978 gestisce diverse strutture decentralizzate nel Canton Ticino (Svizzera) e beneficia di un finanziamento pubblico. Si inserisce in una dimensione di integrazione con proposte lavorative e abitative a favore delle persone disabili. Attualmente oltre quattrocento persone lavorano e vivono nelle sue strutture, dove svolgono varie attività secondo le loro capacità. Nei dodici laboratori le attività sono differenziate; passano da livelli unicamente occupazionali, con compiti semplici e con importanti sostegni terapeutici, ad attività estremamente qualificate. Le attività della Fondazione Diamante sono suddivise principalmente in 4 settori: alimentare, conto terzi, artigianale, servizi.
Attraverso questo lavoro gli ospiti possono sperimentare cosa significano l’impegno e la conseguente gratificazione di creare con le proprie mani qualcosa di utile, di bello, di importante. Questo tipo di approccio al lavoro stimola un interesse reale per il proprio operato, rende capaci di agire sia sul piano collettivo che individuale, di comprendere l’importanza della partecipazione alla realizzazione di obiettivi comuni. 

Sperimentare l’autonomia
La Fondazione Diamante non è un guscio protettivo che racchiude al suo interno e custodisce le problematiche e le difficoltà della persona con deficit. È un collegamento con il resto della società ed è un tramite attraverso il quale, sia dall’interno che dall’esterno, fluiscono le idee e gli scambi. È anche un frammento di una rete comune di servizi più ampia che copre su tutto il territorio del Canton Ticino il fabbisogno integrativo di coloro che vivono una disabilità. Il traguardo più importante da raggiungere è l’inserimento della persona disabile nel mondo del lavoro e nella società stessa, sviluppando sensibilizzazione e accettazione nei confronti del diverso. Per questo la Fondazione ha fin dall’inizio proposto non istituzioni, ma piccoli gruppi lavorativi e abitativi decentrati sul territorio cantonale. 

La vicinanza alla realtà sociale di ogni ospite evita lo sradicamento e favorisce l’identità e il riconoscimento. La Fondazione, pur sostenendo un ruolo importante di coordinamento, favorisce il nascere di soluzioni diversificate entro le quali interagiscono le esigenze degli ospiti, l’iniziativa degli operatori e la sensibilità del contesto nel quale si collocano. È proprio la pluralità delle risposte, sono le diverse sfaccettature di questa realtà che hanno portato a scegliere il nome “Diamante”.

Appartenere pienamente alla società
Il disagio sociale non dovrà più essere una realtà differenziata, un mondo separato; potrà essere reinterpretato attraverso strutture aperte e polivalenti: il mondo potrà entrare e non solo limitarsi ad accettare. Chi è diverso ha un grande bisogno, al di là degli educatori, di esseri umani che partecipino alla sua vita con tutta la disponibilità e la comprensione.

L’individuo considerato per le sue potenzialità e non per i suoi limiti
L’intento terapeutico viene così ampliato: ognuno può trovare uno sbocco individuale per le proprie capacità, grandi o piccole esse siano, considerate per la prima volta come parte importantissima del patrimonio creativo individuale e proprio per questo preziose e insostituibili.
L’impresa sociale vuole anche essere un elemento nuovo tra Stato e mercato, volto a rinnovare i meccanismi dello Stato sociale. Un elemento con al centro un progetto lavorativo significativo, che possa ottenere un reale riconoscimento pubblico e produrre dunque integrazione sociale e professionale.

I laboratori della Fondazione Diamante
Avere degli scopi, raggiungere degli obiettivi attraverso il proprio lavoro rende ogni individuo più forte e responsabile.Il laboratorio rappresenta un incentivo a fare, a imparare, a vivere, in parte, del proprio lavoro. L’attività si è sempre di più trasformata in partecipazione attiva ai progetti di gruppo, nei quali ogni singolo individuo assume un’importanza fondamentale per il successo dell’impresa sociale della quale è parte integrante.Le molteplici attività che si svolgono nei laboratori consentono ad ognuno di sviluppare le potenzialità esistenti, di applicare le proprie competenze e di acquisirne altre, nuove e stimolanti.
Qui la diversità diventa creazione, autonomia… si trasforma indiversificazione: premessa fondamentale perché ognuno possariconoscere e apprezzare le proprie capacità e possa sperimentarel’orgoglio e il piacere di realizzare un oggetto, di fornire un servizio, di collaborare con aziende esterne e di produrre beni necessari alla società. Di sentirsi, infine, importante per se stesso e per gli altri.

Il Laboratorio Servizi LASER e l’Atelier Cinema
Il laboratorio LASER (Laboratorio Servizi) di Lugano è stato aperto nel 1987. Si è specializzato in attività di servizi con supporti informatici, staccandosi per la prima volta dalle tradizionali attività di artigianato. Attualmente offre una formazione e un lavoro a trentacinque persone disabili attraverso quattro settori distinti: grafico-tipografico, commerciale, multimediale, manuale.
Nel 2003 siamo venuti a conoscenza del Festival International des Pom’s d’Or, un festival video per istituzioni sociali, che dal 1998 si svolge annualmente in Belgio. Questa manifestazione mira a riunire numerose persone disabili attorno al tema del film amatoriale.
La proposta ci è sembrata da subito molto interessante come momento di «compensazione» all’attività produttiva del nostro laboratorio che –come detto in precedenza– si occupa in gran parte di diversi servizi legati ai mezzi informatici. Per alcuni utenti abbiamo intravisto anche la possibilità di ampliare le competenze formative in ambito informatico attraverso l’utilizzo di programmi applicativi per il montaggio dei filmati.
Amiamo definire la nostra struttura una piccola «impresa sociale», dove oltre ai «beni economici» vengono prodotti anche, e direi sopratutto, dei «beni relazionali». I beni relazionali primari sono quelli che si giocano all’interno della struttura e l’Atelier Cinema si è rivelata sin dal principio un’ottima opportunità di amalgamare i collaboratori dei quattro settori in un progetto corale. L’atelier viene, inoltre, considerato un luogo dove «smussare alcune caratteristiche personali (suscettibilità, polemicità, testardaggine, ecc.), al fine di non compromettere il lavoro collettivo». Questo mettersi in gioco apertamente favorisce l’espressione individuale ed è proprio questa apertura espressiva che permette al gruppo di diventare una «fucina di idee» e ai singoli partecipanti di far emergere le proprie competenze e risorse.
La creazione di un prodotto culturale collettivo favorisce l’impegno e la motivazione delle persone che vi partecipano, che riflettono, discutono, ricercano e creano anche al di fuori dalle ore dedicate all’Atelier Cinema.
Il primo video Où est l’amour, un film d’essai di circa due minuti, lo abbiamo realizzato senza avere alcuna esperienza in materia. L’idea di realizzare un filmato è subito piaciuta a tutti, educatori e utenti, ma nessuno in realtà sapeva da che parte iniziare.
In un primo incontro abbiamo informato le persone interessate al progetto che per la realizzazione del nostro primo video avevamo bisogno di alcuni volontari disposti a condividere un loro «talento nascosto» e a farsi filmare. Non avevamo in mente nessuna storia particolare, nessun messaggio da far passare, se non quello che tutti noi abbiamo delle capacità e delle passioni che non sempre esprimiamo nel nostro quotidiano. Siamo rimasti stupiti dal gran numero di persone che hanno subito aderito alla proposta e si sono preparate individualmente per la giornata che avevamo designato per le riprese. La giornata è stata una piacevole sorpresa.
I partecipanti avevano la massima libertà, potevano vestirsi e truccarsi come volevano, portare la loro musica e proporre qualsiasi talento. Tutti si sono preparati con serietà e hanno condiviso delle doti, di cui perlopiù ignoravamo l’esistenza: alcuni si sono espressi attraverso il ballo, altri cantando o recitando delle loro poesie, altri ancora recitando una parte o esibendosi in uno skate park. Sul volto di tutti vi era comunque il piacere di condividere il loro pezzo e di scoprire il talento dell’altro.
In fase di montaggio abbiamo potuto esprimere con le immagini e le didascalie il messaggio che era nato spontaneamente da quell’esperienza, un invito ad avere il coraggio di esprimersi, di vivere le proprie emozioni, di essere autentici.
Il video ha ricevuto diversi riconoscimenti e questo ci ha incoraggiato a continuare. Con ogni video ci siamo posti una nuova sfida: dal film d’essai di due minuti, ai clip di quattro minuti, fino a Contact, il nostro primo cortometraggio di sette minuti. In Casting la sfida è stata anche quella di lavorare con un gruppo allargato composto da collaboratori (disabili e normodotati) di diverse istituzioni ticinesi.
Nel corso degli anni abbiamo ampliato le nostre conoscenze sulla realizzazione dei video e oggi attribuiamo una grande importanza alla fase preliminare di ideazione della storia, di sviluppo della sceneggiatura, di distribuzione dei ruoli, di preparazione all’interpretazione e recitazione.
Nell’Atelier Cinema le persone disabili sono i protagonisti principali della realizzazione del video e contribuiscono in gruppo a: scegliere il soggetto; scrivere la sceneggiatura; preparare lo story-board; definire le location; scegliere gli attori; scegliere i costumi; ricercare il materiale; effettuare le riprese; realizzare il montaggio; divulgare il video; partecipare alle presentazioni ufficiali.
I partecipanti affermano : «L’individualità rimane uno dei nostri maggiori punti di forza. Il gruppo è formato da individui con pensieri e idee proprie che, però, vengono messe a disposizione di tutti per essere elaborate».
Solitamente il tema e la storia emergono dai primi incontri, spesso le idee sono tante e ci vuole del tempo per operare una scelta condivisa dalla maggioranza. Si tratta quindi di un lavoro di gruppo, dove l’unica indicazione è la categoria del filmato che desideriamo realizzare. Per noi quello che conta è che i partecipanti possano determinare quali argomenti vogliono trattare nel video.
Come scelta formale privilegiamo la fiction, in quanto permette ai partecipanti di esprimere maggiormente la loro creatività. Liberando la loro immaginazione trasformano in immagini anche metaforiche il messaggio che desiderano trasmettere, evadendo con più facilità i confini della loro condizione quotidiana.
Il progetto del 2010-2011 è stato un’eccezione, in quanto abbiamo suggerito un tema specifico da elaborare, la discriminazione. Ci è parso, infatti, interessante proporre al gruppo la realizzazione di un video di sensibilizzazione su questo argomento, un progetto che vediamo particolarmente destinato ai giovani e che speriamo di poter presentare nelle scuole, rendendolo, quindi, un mezzo di comunicazione tra le persone disabili e la popolazione.
I disabili vivono infatti sulla propria pelle dei pregiudizi rispetto alle proprie capacità e qualità individuali, alla loro origine socio-culturale o alla loro caratteristica esteriore: ci sembrava, quindi, interessante valutare come sarebbe stato sviluppato l’argomento da parte loro.
Partendo dunque dal loro vissuto personale, i partecipanti hanno avuto modo di riflettere approfonditamente sul tema della discriminazione in generale, esprimendo i loro punti di vista, i loro sentimenti, le loro emozioni e difficoltà, avendo così l’opportunità di elaborare nel gruppo le loro esperienze.
Per questo video abbiamo richiesto ed ottenuto un piccolo finanziamento dal Servizio per la lotta al razzismo di Berna che ha apprezzato l’iniziativa.
Il finanziamento, peraltro, ci permetterà di rendere i partecipanti sempre più autonomi nella realizzazione di un video proponendo anche momenti di approfondimento formativo su temi quali la regia, la stesura della sceneggiatura, la fotografia di scena, le tecniche di ripresa, postproduzione e audio, montaggio… È infatti nostra intenzione cogliere l’occasione per organizzare degli incontri con professionisti nei vari campi di realizzazione per ampliare la nostra formazione tecnica.
Dai primi incontri finalizzati all’ideazione della sceneggiatura è emerso che oltre ad affrontare le discriminazioni scelte per la presentazione del progetto (omofobia, discriminazione della donna, discriminazione religiosa), i partecipanti hanno sentito forte la necessità di parlare della discriminazione delle persone disabili, in particolare di coloro che soffrono di un disagio psichico, ma anche della discriminazione tra disabili, dove vi è una «rivalità» tra persone con deficit fisici e disabili psichici (meno visibili e più stigmatizzati).
La disabilità e la sofferenza che ne deriva, solitamente non trattata da parte nostra come tema esplicito, viene affrontata nell’Atelier Cinema allorquando i partecipanti ne sentano spontaneamente la necessità. Ad esempio, il progetto sulla discriminazione non prevedeva una scena riguardante la discriminazione delle persone disabili e tra le persone disabili, ma vista l’esigenza espressa è stata aggiunta alla sceneggiatura. Come del resto il clip Given up era stato elaborato partendo dalla sofferenza vissuta da uno dei partecipanti a seguito dell’incidente che gli ha segnato la vita.
La partecipazione all’Atelier Cinema è volontaria, ma si richiede comunque l’impegno di portare avanti il progetto annuale fino alla sua conclusione.
Chiunque può partecipare all’atelier dando il proprio contributo a seconda delle proprie capacità e dei propri interessi. Diamo infatti anche la possibilità a chi è interessato prettamente agli aspetti tecnici (ripresa, montaggio, ecc.) di entrare nel progetto solo nelle fasi prescelte, ma solo poche persone finora hanno rinunciato a partecipare al progetto in tutte le sue fasi. Un compito che al momento viene poco richiesto dai partecipanti è quello delle riprese. Negli ultimi anni è stato per lo più eseguito dagli animatori, ma speriamo di suscitare un maggior interesse attraverso i complementi formativi che abbiamo previsto.
I ruoli vengono attribuiti secondo i desideri delle singole persone e le caratteristiche del personaggio da interpretare. Il fatto di interpretare un ruolo viene considerato dagli attori come «un’opportunità per acquisire maggior sicurezza in sé stessi e scoprire delle nuove capacità (ad esempio quelle mimiche)».
L’adesione ai diversi festival destinati alle istituzioni sociali – come il Festival des Pom’s d’Or e il Festival del Cinema Nuovo – e dal 2009 anche a quelli aperti a tutta la popolazione, ci ha permesso di dare visibilità e a volte di ottenere quel riconoscimento che gratifica, restituisce dignità e cittadinanza. Nel 2009 e nel 2010 abbiamo, infatti, partecipato con Given up e  Contact al concorso SpazioTicino del Filmfestival Centovalli di Intragna, ottenendo in entrambe le occasioni una menzione speciale della giuria.
Il fatto di partecipare a un festival non esclusivamente pensato per le istituzioni sociali e di ottenere un riconoscimento è stato molto gratificante e valorizzante, perché non si limitava a un circuito prettamente sociale e ci ha dimostrato che possiamo competere con prodotti amatoriali realizzati da persone normodotate.
L’esperienza dell’Atelier Cinema è stata per noi tanto significativa che abbiamo voluto «diffonderla», facendola conoscere ad altre strutture sociali. Nel corso degli anni abbiamo, pertanto, organizzato alcune serate di presentazione e partecipato ad alcune interviste alla radio e alla televisione svizzera italiana.
Nel corso del 2010 vi è stata una svolta significativa: alcuni partecipanti hanno infatti richiesto di poter realizzare un prodotto audiovisivo con maggior autonomia. Volevano poter produrre un cortometraggio interamente realizzato da loro. È nata così  C’est la vie, un’animazione della durata di un minuto e ventidue secondi che ha ottenuto in Belgio il premio come miglior realizzazione della categoria. Questo riconoscimento è stato naturalmente molto apprezzato dai partecipanti che si sono sentiti valorizzati e ricompensati del loro grande impegno.
Il nostro intervento come animatori è stato minimo e mirato soprattutto all’organizzazione e alla rifinitura del materiale. Per noi la soddisfazione è stata quella di constatare che il percorso intrapreso dal 2003 ha dato i suoi frutti: i partecipanti all’Atelier Cinema hanno infatti dimostrato per la prima volta di aver acquisito una buona parte delle competenze necessarie per ideare e realizzare un prodotto audiovisivo, seppur breve.

Video realizzati:
Où est l’amour, 2003
Water, Earth, Air & Fire, 2005
Renzo est ses portraits, 2006
Casting, 2007
Given up, 2008
Contact, 2009
C’est la vie, 2010

2.2 Il film come prodotto culturale collettivo e per la collettività
Intervista a Sergio Ponzio

Come è nata l’idea di impegnare la cooperativa Cotrad e le persone che vi lavorano (disabili e normodotate) in attività cinematografiche? E’ un’idea nata dagli stessi disabili? Come si è instaurato questo rapporto e quale è, quale è stato il ruolo del Cinecub Detour?
La collaborazione è partita dall’iniziativa di alcuni tra i più motivati tra gli operatori Cotrad. Cercavano una sala di proiezione per un cineforum di utenti disabili che fosse facilmente raggiungibile dalla loro sede, che non avesse barriere architettoniche e che fosse un luogo aperto alla progettualità e alla socialità, e non una sala cinematografica commerciale in senso stretto. Hanno trovato noi, che da anni avevamo la nostra sede a meno di cento metri da loro, e nonostante questo non sapevamo niente gli uni degli altri. Questo ci ha fatto venire in mente che uno degli obiettivi della nostra collaborazione dovesse riguardare il tentativo di ricostruire un tessuto connettivo di socialità nel nostro rione. Inizialmente il nostro ruolo consisteva nel curare la programmazione e gestire le proiezioni pomeridiane del cineforum, coadiuvati e consigliati dagli stessi operatori Cotrad. Naturalmente con il passare del tempo si è creato un rapporto di fiducia e a volte anche di amicizia con i ragazzi che partecipavano al cineforum.  

So che i film realizzati con Cotrad sono frutto di un laboratorio audiovisivo: potreste descrivermi in breve come si è svolto? Sono piuttosto numerose le esperienze che prevedono la partecipazione di persone con disabilità alla realizzazione di un film, a livello di recitazione (le più numerose), di sceneggiatura, etc. Durante la realizzazione dei vostri film in collaborazione con Cotrad Onlus le scelte sono nate dal confronto con gli attori e le persone riprese? Questi erano coinvolti anche nella definizione delle strategie e degli elementi artistici? In che modo si è realizzato questo confronto? E in che senso e in che proporzioni le loro “diverse abilità” hanno aggiunto qualità e peculiarità al lavoro? Che cambiamenti ha apportato alle vostre idee iniziali?
Il laboratorio, Ragazzinvisibili.doc era il frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra Cinema Detour e Cooperativa Cotrad, vincitore di un bando del Dipartimento Cultura della Regione Lazio. Lo scopo del laboratorio, nelle intenzioni, era di sviluppare nei partecipanti le basi per una riflessione sul linguaggio audiovisivo e una conoscenza delle sue tecniche basilari, attraverso visione e commento di materiali audiovisivi, dimostrazioni pratiche di utilizzo della videocamera ed esercitazioni di ripresa nel corso di uscite di gruppo nel territorio del quartiere.
Ci siamo, però, subito trovati di fronte a problematiche complesse, legate da un lato all’esistenza di specifici deficit psico-cognitivi talvolta di grado piuttosto elevato, dall’altro alla difformità di livello e di natura di tali deficit all’interno del gruppo.
Ciò che, nel corso del laboratorio, suscitava l’interesse di alcuni, sembrava lasciare indifferenti altri; attività e operazioni semplici e naturali per una parte del gruppo non erano praticabili realmente dall’insieme del collettivo. C’erano in particolare alcun soggetti trascinanti, portatori di spunti e proposte valorizzanti o anche felicemente devianti rispetto al tema suggerito. Alcune idee inserite poi nei documentari sono scaturite proprio dal confronto di idee con queste persone maggiormente motivate.
Cerco di chiarire meglio il discorso. Un limite che abbiamo riscontrato, lavorando con un gruppo integrato di utenti con deficit di gravità e di natura difformi, é stato la difficoltà di calibrare una metodologia di lavoro che fosse altrettanto valida e stimolante per tutti i partecipanti. Un lavoro ancora più complicato dal fatto che il laboratorio, oltre al valore didattico, aveva anche come obiettivo ultimo la produzione di un film. Questo implicava il rispetto di un piano di lavoro e di una tempistica, per non penalizzare la qualità del risultato. Insomma, il tentativo da parte nostra di non lasciare indietro nessuno ha dovuto fare i conti con la necessità di garantire i risultati nei modi e nei tempi che ci eravamo dati per concludere il laboratorio con un prodotto valido. Ne è derivato, e di questo ci dispiace, che l’apporto di stimoli e di idee non è stato lo stesso da parte di tutti. Per il futuro ci siamo ripromessi di approfondire la questione tentando di individuare e far emergere sempre più le competenze e le  capacità di ciascuno nell’ambito del lavoro collettivo.
Per quanto riguarda il metodo di lavoro è presto detto: di comune accordo con Cotrad, è stato scelto di volta in volta un tema da trattare, come la memoria storica di un rione o la valorizzazione di siti archeologici poco conosciuti. L’attenzione a queste tematiche da parte di Cotrad derivava in parte dall’adesione della cooperativa alla campagna di Legambiente denominata Salvalarte, avente come oggetto la riscoperta e la salvaguardia delle opere d’arte considerate “minori”.
Focalizzato l’obiettivo e individuato anche attraverso sopralluoghi con il gruppo delle persone disabili, il territorio sul quale la vicenda si sarebbe svolta, abbiamo elaborato un piccolo soggetto che tenta di mettere in relazione l’argomento scelto con la quotidianità della vita degli utenti, con le loro competenze e attitudini, con i loro ricordi e storie personali.
Non ci siamo mai davvero voluti vincolare a una formula rigida, tuttavia, e largo spazio è stato lasciato all’ improvvisazione e all’ispirazione del momento, che non è mai comunque cosa facile. Un lavoro con attori non professionisti, siano essi disabili o no, basato sull’improvvisazione, deve contare su un clima di assoluta fiducia reciproca “tra chi è davanti e chi dietro” la telecamera, e la sua efficacia è rispondente alla disponibilità dei diversi soggetti, cast e troupe, di mettersi in gioco in profondità, con i rischi di sollecitazioni emotive che ne conseguono.

Nei vostri lavori mi sembra di notare un piacere a “giocare” con il cinema. Mi riferisco non solo alle citazioni più o meno palesi, ma anche all’utilizzo delle animazioni (che non sono mai qualcosa di estraneo al racconto o posticcio o ancillare, come spesso, sempre di più, mi capita di vedere in molti film o documentari recenti, ma si integrano benissimo e entrano in un rapporto intenso e particolare con il “testo”) e alla capacità di confondere tra finzione e documentario. E’ una caratteristica, uno stile, sono scelte che riguardano anche altri vostri lavori o le avete privilegiate in questi film realizzati con Cotrad?
In Arriva la banda! lo spunto era un film di Totò, La banda degli onesti, che era stato proiettato con grande successo durante il cineforum e che era ambientato in luoghi ben riconoscibili del nostro rione. Ci è venuto in mente che avremmo potuto prendere come spunto il film per raccontare il rapporto dei ragazzi con il proprio territorio, un antico rione popolare – già motivo d’imbarazzo per gli imperatori romani, tanto che fecero erigere una cinta di mura per nasconderne la visuale dai fori – che sta subendo trasformazioni rapide e radicali, data la pesante e inarrestabile “gentrificazione” in atto.
Nel nostro lavoro con Cotrad sono confluiti gli elementi che tu hai citato, un bagaglio di strumenti espressivi che deriva sia  da comuni esperienze collettive che da specifiche competenze individuali: sicuramente il grande amore per il cinema, anche come genere di intrattenimento popolare (Detour ha sempre rifiutato l’etichetta elitaria di cineclub come riserva di cinema “esoterico” ed ha sempre costruito sulla mescolanza di generi, formati e scuole di pensiero la forza e la freschezza della sua programmazione); una componente ludica e comica, direi naif, che trova piena realizzazione nelle animazioni, ma emerge comunque come cifra stilistica predominante e necessaria ad allontanare il rischio di indulgere nel patetico o nell’autocommiserazione; infine, un intreccio di documentario e cinema narrativo, un po’ per scelta, un po’ perché questa modalità ci sembrava la più adatta a lavorare con il gruppo degli attori e collaboratori disabili, restando sempre sul filo tra la ricostruzione proposta e la libertà improvvisativa.
A questi tre principi costituenti del nostro lavoro, ne aggiungerei un quarto che definirei “poetico-astratto” e che emerge in particolare nel lavoro Cocci e ricordi, sulla memoria storica del rione Testaccio e nel finale dell’ultimo a tema “archeologico”. Si tratta di una tendenza alla rarefazione e a una sorta di “introspezione sognante” che ci allontana talvolta dalla concretezza della rappresentazione epidermica per restituirci i riflessi interiori del rapporto tra il soggetto umano e l’ambiente circostante (penso alle sequenze del cimitero acattolico, oppure del Mitreo sotterraneo) .

E’ davvero interessante e, questa sì inclusiva e con una forte presa “sociale” (passami il termine), l’idea che siano persone che vivono un disagio (psichico, sociale…) ad interessarsi a e svolgere attività lavorative o meno e approfondimenti, inchieste relativi ad un “patrimonio” di tutti in parte dimenticato e trascurato e a riportarlo alla luce, a valorizzarlo e renderlo pubblico: che sia un patrimonio “orale” (gli anziani che raccontano) o architettonico-artistico o culturale in senso più generale. C’è quasi una corrispondenza (e anche, ovviamente, il tentativo di “romperla” per stabilirne una di segno opposto) tra persone che hanno difficoltà a vedersi riconosciuta una presenza sociale piena e i luoghi che visitano e vivono, anch’essi in parte “ai margini” (nonostante la loro bellezza). Gli attori disabili hanno colto questo legame forte e il valore di questa attività di riscoperta e valorizzazione?
Gli obiettivi della nostra “trilogia” di docu-fiction erano eterogenei.
Da un lato si trattava di rafforzare la cittadinanza delle persone disabili, intesa sia come costruzione di dignità attraverso una produzione creativa collettiva, sia come senso di appartenenza di questi soggetti al tessuto sociale e culturale del proprio quartiere. Reclamare le strade in quanto spazio pubblico di vivibilità e socialità da occupare pacificamente e strappare una volta tanto degrado, al turismo o movida mordi e fuggi o alle ragioni dell’economia, per riappropriarsi “sentimentalmente” del paesaggio urbano. Tracciare un’inedita psico-geografia cittadina, alternativa ai tracciati consueti, basata sull’intersecarsi di piani estetici (l’arte, il cinema, la poesia), culturali (La Storia, le tradizioni), emotivi (Il ricordo, il sogno, le relazioni umane, la malattia) e politici (le barriere architettoniche, la speculazione, le tematiche ambientali).
Dall’altro lato c’era poi il tema vero e proprio del documentario: il racconto del rione attraverso la voce dei suoi abitanti vecchi e nuovi, oppure come nel caso di Custodi di antiche mura, la mappatura dei siti archeologici chiusi al pubblico.  Come avrai notato, nel corso di ciascun documentario, è capitato che il tema, da pretesto si è fatto provvisoriamente centro d’attenzione per poi tornare di nuovo sullo sfondo e lasciare spazio all’umanità del gruppo viaggiante. Se devo individuare un’insufficienza nel nostro lavoro, direi che non sempre siamo rimasti soddisfatti di come i due mondi, quello “profilmico” del soggetto del reportage, e quello “metafilmico” della dimensione relazionale del gruppo che conduce “l’inchiesta”, abbiamo realmente comunicato tra loro.

Il visivo, le immagini, nel momento in cui vengono fruite, quindi da spettatori, hanno spesso un potere, una forza (evocativa, emotiva, sensoriale…) enormi, un potere anche “terapeutico” innato. Ma partecipare alla realizzazione di un film è cosa diversa. Cotrad Onlus intendeva la partecipazione al film delle persone disabili anche in senso terapeutico, dando al termine un significato ampio e non “opprimente”? E questa attività si aggiunge ad altre simili che Cotrad propone ai suoi utenti?
Cotrad porta avanti un gran numero di laboratori per i suoi utenti: musica, teatro, informatica,  bricolage, etc. E’ naturale che la partecipazione al cineforum prima, e al progetto del laboratorio audiovisivo e ai documentari poi, rispondeva a esigenze terapeutiche.
Personalmente diffido del termine “terapeutico”, soprattutto quando applicato ai prodotti della creatività, e in questo senso tendo a non fare grandi differenze tra normodotati e diversamente abili.  Sicuramente il lavoro di gruppo nobilita e mette in gioco le capacità e le attitudini degli individui, e il cinema, come lavoro collettivo per eccellenza, crea le premesse perché queste dinamiche relazionali possano scaturire in un processo espressivo. In questo senso tutte le fasi di della realizzazione di un film sono ugualmente importanti, anche se il ruolo interpretativo dell’attore riveste una funzione particolarmente delicata sulla strada della ridefinizione del sé.
Non abbiamo comunque “guarito” nessuno con i nostri documentari e lungi da noi la pretesa di farlo, eppure speriamo di aver contribuito a migliorare le condizioni psichiche materiali delle persone, allontanandole dalla più brutta delle malattie, la solitudine, e rendendole orgogliosamente compartecipi di un atto creativo.

Esiste a vostro parere un linguaggio veramente appropriato per rappresentare l’handicap nel cinema? Il più significativo è quello che lo mostra “senza mostrarlo”? Vi pongo questa domanda anche se mi sembra ovvio che nei vostri lavori con Cotrad non abbiate l’intento di rappresentare la disabilità. Diciamo che vi pongo questa domanda da amanti di cinema e gestori di una sala cinematografica. Inoltre, c’è qualche film “sulla disabilità” che vi è sembrato particolarmente efficace a livello estetico o che comunque è riuscito a veicolare un’immagine più credibile e complessa dell’oggetto trattato?
Non credo esista un unico modo o anche soltanto “un modo più appropriato” di rappresentare qualcosa. Da parte nostra abbiamo sempre cercato di spiazzare sia l’ipocrisia talebana del “politically correct”, che il riduzionismo del senso comune sui “matti”.
Un film che consiglierei a tutti di vedere o rivedere è Chiedo asilo di Marco Ferreri del 1979. Un’opera straordinaria, tenerissima e sottovalutata, con protagonista un giovane Roberto Benigni, stralunato e non ancora “normalizzato”, nella parte di un maestro d’asilo capace di rispondere al disagio psichico di un piccolo alunno con metodi che oggi definiremmo rivoluzionari ma che, nel clima libertario che si respirava ancora in quegli anni, costituivano una tappa sulla via della liberazione collettiva dall’oppressione delle istituzioni borghesi, scuole, manicomi, prigioni, famiglia tradizionale. Il film coniuga, con leggerezza e spontaneità, un sostrato semi-documentaristico, quasi da cine-verité, con passaggi surrealisti intensamente poetici.

Potreste parlarmi un po’ della storia, delle ragioni della vostra attenzione (e quindi di quella del Cineclub Detour, ad esempio in merito all’accessibilità) verso la disabilità e le persone con deficit? E un’ultima curiosità: pensate di proporre, o avete già proposto, anche visioni accessibili a non vedenti e persone sorde? So che è una questione complessa ad ogni livello (produzione di sottotitoli per non udenti e dell’audiocommento, apparecchiature…), ma avete mai valutato l’ipotesi o discusso l’argomento? A Roma si sono fatti passi avanti in questo senso, negli ultimi tre anni (vedi Roma Fiction Fest 2009, 2010, 2011).
Da circa quattro anni a questa parte lavoriamo abitualmente con ragazzi Asperger. Si tratta del progetto Io speriamo che me la cavo, cineclub organizzato in collaborazione con il Gruppo Asperger Onlus Lazio e tuttora in corso di svolgimento al cinema Detour. Oltre alla regolare visione e discussione dei film, nel 2008-2009 abbiamo prodotto un video come risultato finale di un laboratorio teorico-pratico di cinema e audiovisivi.
Nel corso del 2009 Detour ha ospitato e collaborato a organizzare una rassegna di cinema per non vedenti dal titolo Visioni in voice over. Curata da Emilia Bernardini, socia dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti della Provincia di Roma, la rassegna era finalizzata all’abbattimento totale delle barriere architettoniche e sensoriali. All’audio dei film proiettati era associato un commento vocale, scritto da una persona non vedente, per aiutare la comprensione dei tempi muti. Altre rassegne per non vedenti utilizzano le cuffie per il commento sonoro. In questo  caso abbiamo preferito unire il commento direttamente all’audio originale del film perché una parte del pubblico non vedente mal tollerava l’isolamento prodotto dalle cuffie. La rassegna è stato un successo, anche se il fatto di averla organizzarla senza nessun tipo di sostegno finanziario ha comportato un grande dispendio di lavoro tecnico non retribuito per la preparazione del sonoro dei film. Ci piacerebbe molto disporre e attivare tutti i supporti tecnici disponibili per facilitare l’accesso di persone disabili al cinema, ma una piccola associazione come la nostra non potrebbe investire per adeguare il sistema di proiezione senza un corrispondente sostegno finanziario.  

Video realizzati:
Arriva la banda!
Durata: 40’
Regia: Sergio Ponzio, Giuseppe Cacace, Lior Levy
Produzione: Cooperativa Sociale COTRAD Onlus, Cineclub Detour
In collaborazione con: Legambiente

Cocci e ricordi
Durata: 40’
Regia: Sergio Ponzio, Giuseppe Cacace, Lior Levy
Produzione: Cooperativa Sociale COTRAD Onlus, Cineclub Detour

Custodi di antiche mura
Durata: 21’
Regia: Sergio Ponzio, Giuseppe Cacace, Lior Levy
Produzione: Cooperativa Sociale COTRAD Onlus, Cineclub Detour
In collaborazione con: Legambiente (Salvalarte)

1. Latenti e Immagini…Invisibili

di Luca Giommi

Una delle riflessioni più acute, coinvolgenti e “visionarie” su cinema e disabilità è quella elaborata qualche anno fa da Gianfranco Brogli sulla rivista HP-Accaparlante. Nell’articolo l’autore proponeva una lettura per cui “L’immagine della disabilità nel cinema sembrerebbe avere assunto «trasparenze» che non consentono di coglierla in maniera chiara e nitida, ma che le permettono di sovrapporsi (o nascondersi) ad altre impressionandosi su un gran numero di pellicole. Utilizzando una metafora, l’immagine della disabilità sembrerebbe un’immagine latente: un’immagine cioè presente nell’emulsione di tantissime pellicole non completamente sviluppata – perciò invisibile ad una visione cosciente – ma in grado di giungere, nel momento della proiezione, al (sub)cosciente dello spettatore, nel quale si va a sedimentare come dato dell’esperienza entrando a far parte della sua immaginazione (intesa come facoltà di pensare e associare liberamente e senza regole fisse i dati dell’esperienza)”. La disabilità, quindi, come entità presente, viva, diffusa oltre le apparenze immediatamente sensibili, ma da portare, con un gesto di volontà visiva, interpretativa e creativa, letteralmente alla luce.
Un’indagine in questo senso risulta estremamente interessante e aperta a soluzioni pressoché infinite: “In realtà i criteri di selezione (dei film, N.d.R.) potrebbero essere molti, talmente tanti da lasciarci anch’essi smarriti e nell’indecisione, perché sarebbe molto faticoso scegliere quello migliore. Ma questo potrebbe essere un falso problema. Il criterio migliore potrebbe semplicemente essere quello che ci permetterebbe di scegliere i film in grado di fornire una (im)possibile risposta alle nostre (im)possibili domande sulla disabilità, o meglio sul rapporto tra cinema e disabilità. Domande come: «Quanto l’abitudine a vedere nel cinema immagini di zoppi, deformi, sfigurati nel ruolo del “malvagio”, può avere influenzato le persone nell’attribuire a individui zoppi, deformi, sentimenti moralmente negativi o ad averne paura e timore?». Oppure: «Quanto la “riabilitazione” cinematografica, dell’immagine delle persone disabili ha contribuito a creare nella società un percezione nuova della disabilità, meno pregiudiziale, meno stereotipata?». E numerose altre ancora… O no?”.
Non si può che concordare con quanto appena letto: la scelta e, ancora prima, la definizione dei criteri ai quali informarla sono connotate da un grado di arbitrarietà indefinibile. Che va intesa come campo delle visioni e delle connessioni, delle trame possibili, delle analogie che possono essere rinvenute o create ex novo, proposte, smentite, falsificate…

Delimitare (costruire) un campo
C’è però una prospettiva di ricerca che porta a risultati paradossalmente opposti: per cui l’immagine della disabilità non è tanto un’ immagine latente e pervasiva, quanto un’ immagine non visibile, riferendoci così alla concreta difficoltà che molti lavori che riflettono (più o meno esplicitamente) su questo tema o che vengono realizzati secondo determinate modalità produttive incontrano nel riuscire ad essere discussi, amati, interpretati, visti. E questo avviene proprio in un periodo in cui, per ragioni certamente legate agli sviluppi tecnologici, ma non solo, la produzione di materiale cine-disabile è aumentata esponenzialmente, si è articolata in modi anche inattesi e proviene spesso da fonti impreviste fino a pochi anni fa.
Seguire e soprattutto scoprire queste produzioni non è affatto semplice, presuppone un interesse molto forte per l’argomento e una frequentazione piuttosto assidua di tutti i canali specializzati o specialistici attraverso i quali circolano informazioni “di settore”. I mezzi di informazione generalisti tendono a non curarsene; certamente Internet si rivela un mezzo di informazione efficace, ma nella quasi totalità dei casi le informazioni restano confinate in una nicchia piuttosto angusta e impenetrabile (riviste specialistiche, volontariato, siti web di associazioni o cooperative di settore, festival dedicati, ecc.). Insomma, sono opere la cui esistenza va quasi “creata”, nel senso che difficilmente ne veniamo a conoscenza involontariamente o, almeno, casualmente e attraverso i canali informativi più comuni. Di nuovo, la necessità di una volontà creativa/creatrice per far emergere la disabilità, come per le “immagini latenti” dalle quali siamo partiti, ma ad un altro livello.
Non staremo a sottolineare ancora una volta l’efficacia, la potenza, l’immediatezza dell’immagine in termini percettivi, emotivi; né a ricordare quanto poco siano esplorate le potenzialità delle immagini in termini didattici, educativi, al di là di un loro utilizzo in senso semplicemente illustrativo (ma l’immagine eccede per sua natura, è incontenibile e sfugge sempre ad un suo uso predefinito, pre-visto e minimale); né ci interessa esplorare il discutibile valore “terapeutico” che può essere attribuito al cinema.
Sarebbe più interessante, invece, provare a svolgere un percorso tra le produzioni “minori” più recenti (alla ricerca di costanti, differenze ed elementi critici e per garantire loro uno spazio di presentazione), laddove per “minori” si intendono quelle opere  che non hanno avuto un’adeguata disponibilità di risorse economiche per essere realizzate, né la possibilità di accedere ad una distribuzione tale da garantire loro un minimo di visibilità. Da escludere, quindi, con quel termine, qualsiasi intento assiologico aprioristico. Molte produzioni, d’altra parte, non aspirano a una diffusione classica o quanto più capillare, ma, non per questo, vengono meno la necessità o l’opportunità di un interesse nei loro confronti, sia per testimoniarne l’esistenza e per esigenze di documentazione in senso stretto, sia per valutarne la qualità, il significato, la capacità di comunicare qualcosa, sia, ancora, per farne un uso didattico. In nota troverete riferimenti ad alcune di queste opere e ad alcune delle realtà che da più tempo e con maggiore costanza utilizzano il mezzo cinematografico.
Se non è affatto semplice stabilire cosa sia una comunicazione visiva (visuale, filmica…) “corretta e positiva” rispetto alla disabilità (e rispetto a questioni etiche in generale), concorrendo a questo, semmai se ne possano delineare le caratteristiche, molti fattori intrinseci al cinema, all’immagine, alla grammatica delle immagini, e altri più contestuali, le cose si complicano ancora di più se da una valutazione dei prodotti realizzati e da uno studio dell’impatto che questi possono avere sulla collettività, si passa ad una più accurata analisi dei processi che hanno portato alla realizzazione di determinate opere. In questo ambito appare interessante la partecipazione di persone disabili alla produzione di opere cinematografiche documentaristiche o di finzione. Al di là dei film che hanno avuto una diffusione maggiore (si pensi, ad esempio, a “Senza pelle” di F. D’Alatri (1994), ad “Un’ora sola ti vorrei” di A. Marazzi (2002), a “Piovono mucche” di L. Vendruscolo (2003), a “Le chiavi di casa” di G. Amelio (2004), a “Un silenzio particolare” di S. Rulli (2004) o, ancora, a “Rosso come il cielo” di C. Bortone (2005) e “Si può fare” di G. Manfredonia (2008), per restare agli ultimi quindici anni circa in Italia), sono numerose infatti le esperienze che prevedono la partecipazione di persone con disabilità alla realizzazione di un film, a livello di recitazione (le più numerose), di sceneggiatura, ecc.; esperienze solitamente organizzate all’interno di cooperative sociali, associazioni, gruppi di volontariato, ma che spesso trovano spazio anche all’interno di istituti scolastici, e che contribuiscono alla creazione di quella che potremmo definire “cittadinanza”. Il cinema, peraltro, più di altre forme artistiche, è un prodotto culturale collettivo, che coinvolge diverse figure professionali, competenze e abilità.
Vi sono anche casi, seppur rari, in cui sono persone con disabilità a filmare, e quindi a scegliere la propria storia, a dirla in prima persona, a partecipare direttamente alla definizione di un immaginario non riduttivo, non semplicistico, e come tale portatore di integrazione.
E’ difficile rinvenire delle costanti rispetto al metodo di lavoro di quelle cooperative, associazioni, enti, etc. che utilizzano lo strumento cinematografico con una certa regolarità. Le differenze, infatti, si collocano ed emergono ad ogni livello di analisi: l’origine e le ragioni della scelta di questo strumento di creazione e comunicazione; il modo in cui avviene concretamente la realizzazione dei film; i livelli del processo di produzione per i quali è prevista la partecipazione delle persone con disabilità; le finalità, se ci sono (perché non intendere un’attività di questo tipo anche in modo disinteressato e svincolato dal raggiungimento di obiettivi e risultati?); il “peso” della produzione di film e lo spazio che viene dedicato alla loro realizzazione rispetto ad attività di altro tipo e i modi in cui queste si integrano; i tipi di competenze che ci si aspetta che le persone con disabilità acquisiscano praticando questa forma e questo mezzo di creazione. Se per il teatro sono numerosi i testi che si sono occupati degli aspetti legati al processo di creazione e non soltanto al prodotto finale, per quanto riguarda le attività cinematografiche che prevedano il coinvolgimento di persone disabili non è semplice trovare opere corrispondenti. Nell’impossibilità di svolgere una ricerca più approfondita ed estesa, si è cercato di affrontare l’argomento con alcuni addetti ai lavori, come Françoise Hefti, della Fondazione Diamante di Lugano (CH), alla quale abbiamo sottoposto domande relative ai diversi aspetti del loro lavoro di produttori di cortometraggi con persone disabili. Ne è emersa una realtà davvero ricca, un modello interessante nel quale la pratica cinematografica, tutt’altro che occasionale, ha trovato modo di inserirsi in un discorso e in un percorso che mira alla crescita delle competenze (anche tecniche) delle persone disabili e alla loro applicabilità, replicabilità anche in altri ambiti professionali. Oltre a favorire il mantenimento e il rafforzamento di un ambiente di relazioni significativo e ricco.
Quello della partecipazione di persone con disabilità alla realizzazione di materiale cinematografico si pone, quindi, come ulteriore parametro di descrizione e valutazione di un’opera filmica che non sostituisce quello estetico o di contenuto, ma che ad esso si aggiunge e che in parte qualifica. Resta il dato statisticamente certo che queste opere sono ancor più “invisibili” di altre ed è per questo che ne abbiamo fatto cenno in questo breve contributo.
Va peraltro specificato, per anticipare un possibile equivoco, che le opere alle quali le persone con deficit partecipano molto spesso non tematizzano la disabilità, non ne fanno, cioè, evidente oggetto di “ripresa”. A volte si tratta di film comici, in cui però non sono le caratteristiche “intrinseche” alle persone disabili a muovere alla risata, quanto i meccanismi narrativi e le strategie formali proposti.
Altrettanto numerose, e nascoste, sono quelle opere che intendono documentare esperienze non direttamente filmiche, ma la cui registrazione permette comunque, al di là della qualità cinematografica, di conservare memoria di quanto fatto, di consentire ai protagonisti la possibilità di rivedere e rivedersi, di comunicare all’esterno le caratteristiche e lo svolgimento di tali attività. In generale, di promuovere una cultura di segno diverso, “una nuova forma di alfabetizzazione”.
“Le associazioni, le cooperative sociali, i gruppi di volontariato, gli enti locali sanno quanto sia importante non solo fornire servizi efficaci alle persone disabili, ma anche promuovere una cultura diversa, rivolta alla popolazione in generale e non unicamente a chi si trova ad avere a che fare con la disabilità. In particolare occorre fornire una rappresentazione corretta e positiva della persona disabile, una rappresentazione capace di coniugare le potenzialità che chiunque può avere (e il suo diritto ad una vita felice), in qualsiasi situazione, con i limiti dolorosi che un deficit impone. Saper comunicare con queste modalità la situazione di una persona svantaggiata diventa dunque importante per modificare i pregiudizi e i luoghi comuni che continuano a pesare”.
Il “sociale” sempre più investe una parte delle sue attività in azioni di comunicazione utilizzando strumenti diversi (siti web, riviste, giornalini, ecc.), ma la scelta dell’audiovisivo, considerando l’impatto che le immagini possono avere, sembra esercitare un influsso particolarmente forte e ricorre sempre più frequentemente.
Altre volte, infine, la realizzazione del documentario segue percorsi più comuni, nascendo dalle volontà di un regista, venuto a conoscenza di un particolare oggetto d’interesse tematico e cinematografico, di raccontarlo. 

L’invisibile ricostruibile
Sfruttando ancora l’idea di invisibilità (o non visibilità), introduciamo anche il tema dell’accessibilità dei prodotti audiovisivi per persone con deficit dell’udito e della vista, che svilupperemo con Eva Schwarzwald, direttrice artistica del progetto “Cinema Senza Barriere”. Come scrive Silvia de Pasquale, esperta in questo campo, “a tutti è capitato di vedere dei film che parlino di disabilità o in cui uno dei protagonisti è disabile, ma forse pochi si sono mai immaginati una persona disabile seduta davanti allo schermo di un cinema. Parlare di cinema considerando uno spettatore che non vede o che non sente a molti può certamente ancora sembrare un paradosso”.
Consentire a persone con deficit sensoriali di questo genere di fruire di un testo audiovisivo comporta un lavoro di traduzione inter-semiotica tutt’altro che semplice e dipendente da molteplici fattori inerenti al testo, all’opera e ad essi esterni, e la disponibilità di mezzi tecnologici necessari all’effettiva trasmissione di questi contenuti. Senza dilungarci troppo e rimandando all’intervista ad Eva Schwarzwaldper una trattazione più approfondita, è utile precisare che “in mancanza delle immagini, la traccia audio di un film consente di dedurre molti elementi riguardo la trama, i personaggi, le atmosfere di una storia. L’audio però è solo una delle componenti di un testo audiovisivo, la cui natura sincretica comporta che la sua piena significazione sia data dall’integrazione di tutti i suoi elementi sonori e visivi. L’audiocommento è lo strumento cruciale per rendere accessibile un testo audiovisivo a persone non vedenti nei casi in cui il contesto non può essere ricavato direttamente dai dialoghi. In modo analogo, le immagini di un film permettono già da sole di capire e comprendere gran parte della trama di una storia, ma la visione senza audio di un film basato su dialoghi e battute è un’esperienza frustrante e inevitabilmente menomata. (…) In quanto «equivalenti», (audiocommento e sottotitoli, N.d.R.) devono svolgere per una persona con disabilità (nella misura in cui ciò sia fattibile, dati la natura della disabilità e lo stato della tecnologia) essenzialmente la stessa funzione che svolge il contenuto primario per una persona senza disabilità: il loro scopo è rendere possibile sia la percezione sia la comprensione dei contenuti da parte degli utenti”.
Come emergerà anche da alcuni contributi ed interviste, quello dell’accesso alla cultura per persone disabili è un aspetto trascurato dagli stessi enti, istituzioni, associazioni, ecc. che operano in questo settore. Noi crediamo che l’esperienza, la fruizione dell’arte e della cultura sia un aspetto non secondario della crescita di ogni persona e del processo di integrazione ed inclusione sociale delle persone con disabilità. Garantire la possibilità di partecipare del campo del simbolico, dell’ immaginario, anche solo nel ruolo di fruitori, risponde, a nostro avviso, ad una visione non riduttiva e non semplificatrice dell’integrazione. La cultura, in senso lato, non è un elemento autonomo, ma dipende e a sua volta modella, modifica il dato biologico.
Per questo motivo, oltre che per l’interesse in sé che questo tipo di progetti e attività presentano, abbiamo voluto dedicare uno spazio della nostra ricerca a questo tema.

In sintesi
In questa ricerca cerchiamo di indagare il livello di integrazione ed inclusione che il mezzo, i prodotti, la pratica e la fruizione cinematografici possono rivelare e costruire.
L’assunto di partenza, piuttosto ovvio, è che l’integrazione deve essere intesa come un processo di rottura di quella catena che lega storicamente la condizione di disabilità ad approcci caratterizzati da funzionalità, assistenzialismo, semplificazione, riduzione della complessità e delle aspirazioni, dei desideri. Abbiamo privilegiato l’aspetto pratico del fare cinema e del  fruire opere cinematografiche,  cercando di mostrare concretamente attraverso quali premesse e azioni si possano superare determinate barriere culturali e sociali ed invitando a leggere l’espressione artistica dei disabili, e i prodotti che possono scaturire dal lavoro creativo e tecnico con loro, come una delle tante possibili forme dell’arte, con le dovute considerazioni relative ai contesti in cui essa ha la possibilità di rivelarsi e alle modalità concrete di collaborazione e produzione, ma con occhi privi di pregiudizi e stimolati unicamente da una curiosità viva. L’integrazione è un processo che analizziamo a tre livelli, quello della  realizzazione di opere cinematografiche, quello dell’analisi del loro del contenuto, del senso e della relazione tra opera e contesto sociale e, da ultimo, quello dell’accesso e del diritto alla “visione” e alla cultura, in particolare nella sua dimensione collettiva. Indubbiamente “gli atteggiamenti della collettività rispetto alla disabilità possono essere ricondotti alla concezione di distanza sociale: i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti della disabilità, sottolineano come le persone disabili si siano dovute confrontare non soltanto con le loro difficoltà fisiche e mentali, ma anche con lo stigma sociale e gli atteggiamenti pregiudizialmente negativi verso essi”. La cultura dominante ancora oggi evidenzia troppo spesso solo i deficit ed i difetti e troppo poco ciò che è intatto e preservato, perdendo di vista ciò che di peculiare c’è in ogni persona, anche in presenza di disabilità e ciò che si perde a livello collettivo da un’impostazione mentale, politica, culturale di questo tipo. L’integrazione è un processo dinamico ed attivo, “… un comportamento che presuppone l’inserimento ma che non si esaurisce in esso, è un cambiamento ed un adattamento reciproco, un processo aperto e correlato con il riconoscimento e l’assunzione delle identità e delle conoscenze incorporate, essa rappresenta un processo che coinvolge a pieno titolo tutti i componenti di un gruppo e gli elementi di un contesto”.

Prossima stazione, Topolò: la creatività in viaggio

di Moreno Miorelli, direttore artistico di Stazione di Topolò/Postaia Topolove

Topolò è un paesino particolare abbarbicato sulle pendici della Val Coderiana, tra le montagne delle valli del Natisone, nel comune di Grimacco, a pochi passi dal confine italo-sloveno. Il nome deriva dall’albero del pioppo. Ha molte rappresentanze diplomatiche quali consolati e ambasciate, una Pinacoteca Universale, la stazione dei treni, l’aeroporto, l’Officina Globale della Salute e moltissime altre istituzioni che lo rendono un posto unico. Non ci sono bar né negozi a Topolò, non ci sono collegamenti con il fondovalle e vi risiedono solo 30 abitanti.
Ogni anno a luglio è anche sede della Stazione di Topolò/Postaia Topolove, una manifestazione impossibile da descrivere, perché va vissuta percependola con le emozioni. Al Festival partecipano gratuitamente artisti visivi, musicisti e danzatori, registi, fotografi, scrittori provenienti da tutto il mondo.“Stazione di Topolò” non è solo un festival né una semplice mostra, ma piuttosto un’operazione che raccoglie lingue, culture e modalità espressive diverse.
L’idea iniziale è di Moreno Miorelli che è tuttora il direttore artistico: lo abbiamo contattato per farci raccontare la sua storia e il suo punto di vista.

Stazione di Topolò/Postaja Topolove
Stazione di Topolò/Postaja Topolove nasce, come idea, nel 1993 e vede il suo primo svolgimento nel luglio del ’94. La prima edizione aveva il suo nucleo nelle installazioni artistiche nate da sopralluoghi e dall’incontro con il luogo, i suoi abitanti, le sue peculiarità storiche, culturali e architettoniche. Ovviamente era il confine il tema che più di ogni altro attirava i primi artisti invitati. Bisogna ricordare che Topolò/Topolove condensa in sé l’intera storia del Novecento, dalla battaglia di Caporetto/Kobarid, il comune sloveno confinante, alle tragedie della Seconda Guerra Mondiale con i problemi derivati dallo scontro tra i due blocchi e la Guerra Fredda, qui particolarmente dura, pesante, con una militarizzazione massiccia, una campagna nazionalistica ossessionante e una serie di divieti che impedivano di fatto quella vita normale che era invece diventata patrimonio del resto d’Italia. Nel 1994, malgrado il “pericolo” jugoslavo avesse cessato di esistere, la situazione era ancora complessa e l’area di confine delle Valli del Natisone era ancora una zona sconosciuta, spesso non indicata nelle mappe, un luogo che non c’è…
Topolò/Topolove, posto alla fine della strada (e dell’Italia, e dell’Occidente) a pochi metri dalla frontiera con l’Europa dell’Est, era proprio un concentrato di temi attualissimi: storici, sociali, politici, etnici, oltre a essere un luogo con caratteristiche urbanistiche davvero affascinanti.
Con gli anni, l’aspetto artistico è mutato; abbiamo rinunciato alle installazioni e, di conseguenza, a ogni aspetto espositivo per privilegiare, invece, altre discipline (tutto ciò che riguarda il suono, la narrazione, il video e la fotografia) e in particolare i momenti laboratoriali, in quelli che noi indichiamo come Cantieri. A essere coinvolti sono soprattutto i ragazzi della zona che possono partecipare gratuitamente a cantieri musicali o di altro genere, coordinati da professionisti, e che diventano protagonisti della Stazione. Negli anni sono nati diversi gruppi; i più longevi sono Les Tambours de Topolò, gruppo di percussioni da strada che si è esibito, oltre che in Italia, in Slovenia, Austria, Croazia, Ungheria e Gran Bretagna e la Topolovska Minimalna Orkestra, un ensemble aperto specializzato nell’esecuzione di brani di musica minimale
(Terry Riley, in particolare).
È nato un Archivio dello Spazio, sempre creato dai ragazzi, che ha documentato edifici, interni ed esterni, e gli stessi suoni raccolti negli edifici e che quest’anno si dedicherà alla catalogazione dei moltissimi muri e muretti a secco, ormai in stato di abbandono, che circondano il paese. E molto, moltissimo altro… La parola d’ordine è sempre la stessa, dalla prima edizione: ciò che avviene deve avere un senso per il luogo in cui avviene e per le persone che lo abitano. I partecipanti, i “topolonauti”, non sono sempre artisti, diciamo che sono persone accomunate da un’inguaribile curiosità e da spirito di ricerca. Alcuni di loro sono uomini di scienza, stimolati dalle caratteristiche del luogo e della Stazione. Tutto avviene in modo informale, utilizzando ciò che c’è. I fienili sono teatro, un grande muro imbiancato è lo schermo cinematografico, i prati e le piazzette sono le sale da concerto. Tutti i partecipanti vengono ospitati nelle case del paese e non casualmente: questo era un luogo dove l’ospitalità non è stata possibile per moltissimi anni a causa del confine. Una Stazione/Postaja, luogo di passaggio, arrivo, partenza, snodo, incontro e possibile mutamento di rotta è quanto è mancato per troppi anni. La Stazione opera con piccole operazioni anche durante l’anno, il clou è nel mese di luglio, quest’anno dall’11 al 20.

ToBe Continued
Un’altra iniziativa organizzata dall’Officina Globale della Salute di Topolò e da Stazione di Topolò è la maratona sonora sul web “ToBe Continued”, giunta quest’anno alla sua quinta edizione.
Si tratta di un concerto dalle dimensioni davvero notevoli: 48 concerti di 30 minuti l’uno, senza interruzione, né presentazioni, né pubblicità, come una staffetta, lungo l’arco di 24 ore: dalle 00.00 alle 24.00 del 24 marzo, Giornata Mondiale per la Lotta alla Tubercolosi. La particolarità di “ToBe Continued”sta anche nel fatto che i concerti, tutti dal vivo, provengono da luoghi diversi, precisamente, nel 2014, da oltre 40 Paesi del mondo: India, Cina, Iran, Perù, Nuova Zelanda, Sud Corea, Giappone, Sud Africa, Australia, USA, Libano, Venezuela, Cile, Brasile, Messico, Canada, Turchia, Georgia e molti Paesi europei dell’Est e dell’Ovest, inclusi Russia, Ucraina, Bielorussia, Islanda.
Anche nell’ultima edizione, dello scorso marzo, i musicisti sono tutti nuovi rispetto alle passate edizioni e anche questa volta non sono mancati i “monumenti” della musica internazionale non commerciale, a iniziare dall’ottantenne Hans Joachim Roedelius, icona del “krautrock”, prima e poi, sotto la sigla Cluster, compagno di viaggio di Brian Eno e Moebius; per l’Italia la tromba di Paolo Fresu; la vocalist americana Dafna Naphtali in compagnia del percussionista Hans Tammen e Al Margolis. Negli anni trascorsi, si sono susseguiti Phill Niblock, Alvin Curran, Teho Teardo, Rhys Chatham, Pauline Oliveros, Eyvind Kang, Amelia Cuni, Gianni Gebbia, Julia Kent e molti altri. La curiosità è però per quei musicisti che, anche per la loro collocazione geografica, non hanno una notorietà internazionale, come nel caso dei musicisti di Perù, Cile, Iran, Libano. Tante storie dietro ognuno di questi interventi, anche problemi di censura internet da superare come si evince dai nomi di alcuni dei Paesi coinvolti. A coordinare “ToBe Continued” ci sono il musicista udinese Antonio Della Marina e lo scrivente, Moreno Miorelli (direttore artistico di Stazione di Topolò), supportati dal grafico Cosimo Miorelli (autore anche delle locandine) e Maria Silvano che tiene i contatti skype con i vari musicisti durante le dirette.
La trasmissione avviene nei locali del Centro Culturale Universitario di Klagenfurt, gentilmente messi a disposizione per eliminare ogni problema di connessione. Lodevole il sostegno di Lilly-MDR TB Partnership e di Otsuka, che permettono lo svolgimento del progetto. La 24 ore viene rimbalzata anche da web radio e dal coinvolgimento di molti punti d’ascolto tra i quali il MART di Rovereto, maggior polo italiano per l’arte contemporanea, la Fondazione Pistoletto di Biella, la Vodnikova Domacija di Lubiana, oltre a musei, centri culturali, locali, in diversi luoghi del mondo.
L’idea è nata dalla volontà di fare qualcosa che unisse creatività e scienza/salute, com’è nello spirito dell’Officina Globale della Salute,“ente simbolico” nato a Topolò nel 2009 per volontà di Mario Raviglione, massima autorità mondiale nel campo della lotta alla TBC e direttore del dipartimento StopTB presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità di Ginevra. Il coinvolgimento all’interno della Stazione (laboratorio per le arti e il pensiero che si svolge nel mese di luglio nel paese di Topolò, al confine italo-sloveno) di molti musicisti ha fatto scattare l’idea di coinvolgerli in un progetto possibile solo via web. Il passaparola e la ricerca sul web hanno poi fatto il resto, allargando a macchia d’olio il parterre.
I contatti nell’arco delle 24 ore sono intorno ai 25.000, moltissimi se si pensa che si tratta di musica non commerciale, anzi decisamente sperimentale nell’80% dei casi. Ma ci sono anche i punti d’ascolto e le web radio che rilanciano l’ascolto, realtà dalle quali ci è difficile reperire dati attendibili. I musicisti coinvolti in questi cinque anni sono stati numerosi, più di 500 se pensiamo che spesso il concerto è eseguito da un ensemble.

La diversità è una maschera
Sull’idea di diversità… che dire? Si spendono fiumi di retorica, la televisione, soprattutto quella di fascia mattutina e pomeridiana, ultimamente ne ha fatto una bandiera per un buonismo lacrimevole davvero imbarazzante. Personalmente, ma è appunto un mio esclusivo sentire, è una parola che inizia a dare fastidio, come “identità” (vivo su di un confine). Parole che non costa nulla spendere e che creano una maschera presentabile a chiunque se ne impossessi. Sono cresciuto con un padre cieco, poi diventato non-vedente (quanto si arrabbiò quando ci fu il passaggio da una definizione all’altra! Fu forse il momento in cui ebbe la netta sensazione di non essere mai stato considerato una persona normale, visto che “cieco” era diventata una “parolaccia”) e forse gli è stato risparmiato un ulteriore passaggio (diversamente vedente?). Ecco, proprio in questa affannosa ricerca della parola giusta, in questi cambi di definizione nella disperata ricerca di un politically correct, vedo come la diversità sia vissuta come una patata bollente. A me, avendola vissuta quotidianamente in famiglia, vengono subito alla mente una serie di strategie pratiche per dribblare certi ostacoli pratici; grandi o piccole strategie secondo la gravità del problema fisico ma nulla che invada altre sfere del vivere, l’emotività e quant’altro. Però, lo ripeto, forse sono stato privilegiato dalla mia esperienza personale.

Per contatti:
Moreno Miorelli
morenomior@gmail.com

Massaggiare la vita

di Barbara Bochicchio, psicologa e insegnante AIMI (Associazione Italiana Massaggio Infantile)

Da due anni al Centro Documentazione Handicap realizziamo laboratori sulla percezione del sé attraverso il corpo. Questi laboratori sono rivolti ai nostri colleghi disabili. In loro abbiamo notato una scarsa conoscenza del proprio corpo e di come valorizzarlo; mai nessuno li aveva aiutati prima a conoscere il loro corpo. Conoscere il proprio corpo, invece, equivale a volersi bene dando a se stessi la giusta importanza in termini sia di tempo che di qualità. Allora perché non iniziare fin da piccoli a conoscere il proprio corpo? È per questo che abbiamo contattato un’amica psicologa e insegnante AIMI (Associazione Italiana Massaggio Infantile) per far capire quanto sia importante dal punto di vista non solo fisico, ma anche psicologico, prendersi cura del corpo e iniziare a farlo fin da piccoli con l’aiuto dei genitori.
Buona lettura, magari mentre qualcuno vi sta massaggiando…Insegnare alle mamme come massaggiare i propri bambini è strano. È strano pensare che ci sia bisogno di una persona esterna per aiutare le mamme a toccare in modo appropriato i propri figli: in realtà dovrebbe essere naturale, spontaneo, immediato, viscerale. In effetti lo è…
Quello che insegno durante i miei corsi non è “la tecnica”, ma il diritto di concedersi il lusso più grande: prendersi il tempo per coccolare i bimbi, per toccarli, sentirli, sentirsi. Mi piace il fatto di riuscire attraverso semplici movimenti, che le mamme già istintivamente conoscono (anche se non lo sanno), a dare fiducia a queste donne, che molto spesso temono di non essere capaci, di non sapere come fare, di non essere adatte.
Il massaggio neonatale non è nulla di inventato, non è difficile, non è una cosa studiata da altri per scopi commerciali o di moda; il massaggio al neonato è un’arte primordiale, semplice e potente come lo sono le cose naturali.
Il tatto è l’organo più esteso e più antico (si sviluppa nelle prime settimane di gestazione) ed è quello che apre il canale comunicativo più immediato e più profondo tra la mamma e il bebè; attraverso carezze, coccole, massaggi, si entra in contatto, ci si impara a conoscere e a capire reciprocamente.
Nello specifico il corso di massaggio infantile serve, a mio parere, a due cose: da un lato, a imparare come semplici carezze possano portare benefici fisici e psicologici per chi fa e per chi riceve il massaggio, e dall’altro lato a fare rete, a far conoscere le mamme tra di loro, a confrontarsi, parlare, ridere, consolarsi, sdrammatizzare, aiutarsi.
I benefici fisici sono molteplici e riconosciuti ormai da diversi studi: aumento del senso di benessere derivante dal rilascio di endorfine (per entrambi), aiuto nella regolarizzazione del ciclo sonno-veglia, sollievo per piccoli disturbi (coliche, meteorismo, ecc.), stimolazione del sistema immunitario, ghiandolare, circolatorio; sostegno nell’apprendimento del linguaggio e della conoscenza dello schema corporeo, e tanti altri.§
I benefici psicologici sono forse ancora più numerosi.
Ne cito solo alcuni riferiti alla mamma che massaggia il proprio cucciolo: diminuzione dello stress, del senso di impotenza e frustrazione, aumento di fiducia, di autostima, di conoscenza del corpo e delle reazioni del piccolo, sospensione del “senso del dovere” e attivazione del “senso del volere e del piacere”, sostegno delle capacità genitoriali, attivazione del canale comunicativo profondo e viscerale col proprio figlio, ecc.
Per il bimbo è vitale sentirsi al protetto, sicuro e amato. Nell’abbraccio della mamma impara a essere, a sentire, a vivere. Nel suo odore egli ritrova se stesso, il nido, l’essenza stessa del suo essere al mondo.
Il con-tatto dato anche dal massaggio rafforza questa sensazione e ne amplifica gli effetti, che si fissano indelebilmente nell’inconscio del neonato e lo renderanno, da adulto, una persona sicura del proprio valore come essere umano.

Queste sono le parole di Francesca Giampietri, mamma della bellissima Alessia dagli occhi blu, che ha frequentato il corso di massaggio infantile qualche mese fa:
“Mia figlia è nata prematura, con difficoltà respiratorie e perciò è stata messa in incubatrice subito dopo il parto. Il toccare la sua pelle attraverso una piccola apertura dell’incubatrice era tutto ciò che mi era concesso, pertanto per me questo contatto fisico di pelle a pelle ha da subito rivestito un’importanza vitale. Ogni volta che la mia mano poteva accarezzare quella morbidissima pelle, accompagnavo ogni mio gesto con parole dolci perché volevo che la mia bimba sapesse che, anche se per il 99% del tempo c’era un vetro che ci divideva, la sua mamma era sempre al suo fianco e le voleva tantissimo bene.
La mano, questo meraviglioso e potente strumento di comunicazione, è in grado di trasmettere già di per sé calore, vicinanza e amore.
Attraverso i gesti sapienti del massaggio, le mani si rendono protagoniste di un linguaggio non verbale che contribuisce ad accrescere il legame genitore-bambino e si sa che un bambino amato e sereno sarà un adulto che avrà fiducia in sé e sarà in grado di donare agli altri l’amore che ha ricevuto”.

La mamma di Elia, Anna Serena Scholl, racconta: “Durante il corso pre-parto siamo state informate della possibilità di partecipare a un corso di massaggio e, fin dal primo momento, ne sono stata attratta;così dopo un mesetto dall’arrivo di Elia e dopo una prima fase nella quale organizzare uscite, incontri e prendere impegni costanti sembrava impossibile, ho chiamato e preso informazioni sul corso.
Ero entusiasta, elettrizzata all’idea di imparare qualcosa di nuovo che potesse fare stare bene il mio piccolo!
Quello che mi aspettavo era principalmente questo: dedicarmi a Elia, coccolarlo seguendo i consigli di un esperto. Non ultimo, tra i miei interessi c’era anche il fatto di incontrare altre mamme e stare insieme, senza fretta, conoscerci e condividere un pomeriggio con i nostri bambini.
Le mie aspettative sono state esaudite! L’appuntamento del giovedì è diventato sin dal primo istante un gioioso momento di festa… di coccole e dolci parole tra mamme e cuccioli. Così in un istante alla domanda: ‘Ci sei giovedì pomeriggio?’ alle amiche rispondevo orgogliosa: ‘No, giovedì ho il corso di massaggio!’.
È così che per me massaggiare Elia è diventata in fretta una tecnica e una pratica divertente, nella quale ora mi sento molto più pratica, ma è soprattutto diventato un contatto morbido e delicato, affettuoso e caldo nel quale ho acquisito dimestichezza facendo pratica in un setting davvero piacevole”.

Sara Ferraboschi, mamma di Francesco, ricorda: “Al primo incontro noi mamme ci siamo presentate spiegando il motivo per cui eravamo lì, poi abbiamo iniziato coi massaggi alle gambe… Il primo tentativo è stato un po’ ‘deludente’: Francesco era al settimo cielo ma più che altro perché aveva tante facce nuove da vedere! Al secondo incontro stessa scena… Ho provato a casa e sembrava più concentrato, ma solo per poco tempo. Poi la svolta… una settimana al mare: perché non provare a spalmargli la crema solare con la tecnica del massaggio? ‘Francesco, ora facciamo un massaggino!’ e intanto mi guardava e sorrideva. Eravamo in un posto nuovo, ma quei gesti per lui erano rassicuranti. A ogni parte del corpo che massaggiavo rispondeva con uno sguardo o una risata, soprattutto se gli recitavo qualche filastrocca (ad esempio quella delle dita) e dopo era calmo e rilassato per la passeggiata in riva al mare.
Come mi sento io quando massaggio Francesco? Tocco un corpicino morbido e meraviglioso nella sua perfezione e mi chiedo come sia possibile che sia stato creato da me e mio marito. È davvero un momento di intimità stupenda…”.

Massaggiare un neonato è prendersi cura, è riconoscere il suo corpicino come degno di attenzione, tempo, dedizione al di là dell’assistenza, del dovere. È anche prendersi cura di sé, per riconnettersi al proprio ruolo di mamma, di corpo che dona, nutre, sostiene e comunica.
Massaggiare il proprio cucciolo è massaggiare la vita!

Per informazioni:
bochicchiobarbara@gmail.com
cell. 339/709.47.83

Animalismo o anti-umanismo?

Di Stefano Toschi

La Regione Abruzzo ha approvato di recente una legge che prevede che tutti i comuni costieri si dotino di un tratto di arenile dedicato ai bagnanti con cane al seguito. Una legge per cui gli animali domestici avranno diritto ad accedere alla spiaggia e fare anche il bagno,“mentre”, dice Ferrante, presidente dell’associazione “Carrozzine Determinate”,“gli esseri umani, quelli titolari dei diritti inviolabili, come le persone con disabilità, non hanno alcun diritto di godere della spiaggia e del mare”.
Questa è una piccola notizia, una notizia apparentemente marginale che, però, rivela una mentalità che ha cause e conseguenze molto più importanti. La battaglia animalista è sempre più forte: basti pensare, ad esempio, a Berlusconi che, nelle ultime elezioni, ha puntato molto sui voti dei proprietari di cani e gatti e sull’immagine affettuosa del suo cane Dudù. Pure il Professor Monti, per raccogliere voti, si fece intervistare con cagnolino al seguito, per intenerire l’elettorato e dare un’idea più “umana” di sé. Questa equiparazione tra diritti umani e diritti animali svela la mancanza di una gerarchia di valori per cui l’uomo non è più al primo posto del Creato, ma viene paragonato agli altri esseri viventi. Non si tratta di negare i diritti animali, ma di ritornare a un’idea non egualitaria per cui la vita umana viene prima delle altre forme di vita. Certamente, l’uomo fa parte della natura e la deve conservare e rispettare, ma non è un animale tra gli altri animali: è un essere che possiede il logos, come dice Aristotele, e questo lo pone un piano sopra gli altri. Come leggiamo nel libro della Genesi, Dio dà ad Adamo la possibilità di servirsi del creato, animali compresi, per le proprie necessità. Questo perché Adamo è dotato di parola, cosa che gli permette di “dare il nome alle cose”: solo chiamando le cose col proprio nome, si può dire di conoscerle. Oggi, l’animalismo ha preso il posto dell’“umanismo”, con tutte le contraddizioni che derivano da quella che, spesso, non è una convinzione radicata e consapevole (dunque del tutto rispettabile), ma derivata da una superficiale adesione a una moda del “politicamente corretto”. A Pasqua non si deve mangiare l’agnello, ma mangiare vitello e maialino o puledro durante l’anno non sembra turbare altrettanto le coscienze. Persino al Papa sono state messe in bocca parole animaliste che non ha mai pronunciato. Un esempio inquietante di questo sconvolgimento di valori è rappresentato dalla storia di Caterina Simonsen: una giovane affetta da cinque diverse patologie molto gravi, che qualche mese fa aveva postato su Facebook una foto che la riprendeva con un foglio in mano che riportava la scritta: “Io, Caterina S., ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale. Senza la ricerca sarei morta a nove anni. Mi avete regalato un futuro”. Le risposte che le sono giunte dagli animalisti sono state feroci e spietate. Qualche esempio: “Per me puoi morire pure tu domani, non sacrificherei nemmeno il mio pesce rosso per te”,“Magari fosse morta a nove anni, un essere vivente di m… in meno e più animali su questo pianeta”. In tutto trenta auguri di morte e oltre cinquecento offese di vario tipo. Peraltro Caterina studia, quando la malattia glielo consente, nientemeno che veterinaria. Possiede cani, gatti, furetti e dedica tutte le sue energie residue alla salvaguardia degli animali e della natura. Questo è un caso estremo, ma esprime un sentimento molto diffuso per cui l’amore per gli animali viene prima di qualsiasi altra considerazione. Un altro esempio di questa mentalità, forse meno eclatante ma ugualmente significativa, è rappresentato dalla grande diffusione delle diete vegetariane o vegane che escludono la carne, non tanto per motivi di salute, quanto piuttosto per motivi etici. Qualche tempo fa, ho sentito un’intervista a una persona convertita alla dieta vegana che diceva che adesso può chiedersi “che cosa mangiare” e non “chi mangiare”, quasi che gli animali fossero persone. Nessuno mette in discussione che bisogna avere rispetto anche per gli animali, che devono essere allevati in modo naturale e non costretti a vivere in condizioni orribili, ma questo non implica la necessità di non cibarsi anche di carne animale. I diritti degli animali dovrebbero essere compresi in una concezione che veda l’uomo al vertice dell’evoluzione, come in effetti è anche da un punto di vista scientifico.
Ancora, pochi mesi fa ha fatto scalpore la storia della giraffa uccisa in uno zoo, davanti a una scolaresca. Sicuramente si è trattato di un’immagine diseducativa e alquanto deprecabile. Però, ogni giorno, davanti agli occhi dei nostri ragazzi, vengono uccisi bambini, uomini e donne innocenti; la televisione tra- smette immagini di violenza di ogni tipo, per non parlare della strage degli innocenti che è rappresentata, oggi, dalla piaga dell’aborto (e lo scrivo consapevole di urtare la sensibilità di qualcuno e di attirarmi le critiche dei detrattori, ma, si sa, sono filosofo e, dunque, al servizio della verità). La giornalista di Rai Tre Costanza Miriano, interpellata sul tema, ha detto cose molto sagge: “Oggi è pieno di persone che si dicono cristiane e poi scopri che sono vegetariane. Se a Pasqua incontri qualcuno che si rifiuta di mangiare l’agnello, tu cosa gli dici? Gli dico che se vuole essere vegetariano faccia pure, ma Gesù la carne la mangiava, Dio ce l’ha data per nutrirci e non possiamo essere più sapienti di Dio. Gli direi anche che, certo, è bene non maltrattare gli animali per il gusto di farlo, ma mangiarli è perfettamente nel disegno di Dio, mentre nessuno si preoccupa dei bambini uccisi quando stanno al sicuro sotto il cuore della loro mamma. Un vegetariano che non sia antiabortista è ridicolo”. E anche che abbia la macchina, aggiungo io. Nessuno si strappa le vesti per queste barbare uccisioni di esseri umani, ma i giornali hanno parlato per settimane della povera giraffa (che poi, certo, anche a me dispiace sia morta, poverina). Io sono cattolico e la mia religione è tutta “carne e sangue”: dai miracoli di Gesù, all’ultima cena, al suo sacrificio, al costante richiamo simbolico all’agnello, a quello che scrivono San Paolo e, persino, l’“amico degli animali” San Francesco.
Ormai il vegetarianesimo non è più un semplice pensiero alimentar-salutista (nel qual caso sarebbe del tutto rispettabile e, magari, fa pure bene davvero!); il problema è che non è più una semplice questione di salute, ma è diventata una vera e propria filosofia, anzi, una religione. Ma questa filosofia non è innocua, non è senza conseguenze sull’uomo. Certo, come in ogni cosa, anche nel consumo della carne ci vuole moderazione. Gli allevamenti inquinano, troppa carne fa male, spesso è imbottita di ormoni e antibiotici, costa pure cara. Non c’è dubbio. La moderazione alimentare, però, non deve diventare un credo. Oggi si possono scaricare dalle tasse le spese mediche del veterinario per il proprio canarino, ma non si possono detrarre, ad esempio, le spese di istruzione per i figli. Siamo una Nazione sempre più vecchia e meno prolifica. Non so dire se sia colpa della mancanza di servizi adeguati per sostenere le famiglie, se sia colpa di una generazione egoista, se sia colpa del fatto che abbiamo cresciuto figli troppo coccolati e protetti. Fatto sta che, sia per paura, sia per egoismo, piano piano abbiamo sostituito i figli con i cagnolini. Questi ultimi sono vezzeggiati e coccolati. Lo ha detto, di recente, anche Papa Francesco: “Forse è più comodo avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino”. È anche meno dispendioso, aggiungo io. Meno foriero di responsabilità, ansie, impegno a lungo termine. È per questo che, presto, saremo una Nazione vecchia e senza speranza. Persino gli antichi si facevano beffe di coloro che vezzeggiavano l’animale domestico quasi fosse un bambino: chissà cosa penserebbero, oggi, di noi, vedendo certe scene, vedendo quei bambini affamati con pance enormi e occhi lucidi e quei cagnolini col vestito griffato. Certo, si è più moderni se si è letto Tiziano Terzani, piuttosto che se si è letto Matteo, 15. Per questo, Matteo, 15 lo citerò io: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”

La diversità è uno sbatter d’usci

A cura di Valeria Alpi

Una sera, tardi, il cane si mise ad abbaiare dietro l’uscio del cortile, e lo stesso Alessi, che andò ad aprire, non riconobbe ’Ntoni il quale tornava colla sporta sotto il braccio, tanto era mutato, coperto di polvere, e colla barba lunga. Come fu entrato e si fu messo a sedere in un cantuccio, non osavano quasi fargli festa. Ei non sembrava più quello, e andava guardando un giro le pareti, come non le avesse mai viste; fino il cane gli abbaiava, ché non l’aveva conosciuto mai. Gli misero fra le gambe la scodella, perché aveva fame e sete, ed egli mangiò in silenzio la minestra che gli diedero, come non avesse visto grazia di Dio da otto giorni, col naso nel piatto; ma gli altri non avevano fame, tanto avevano il cuore serrato. Poi ’Ntoni, quando si fu sfamato e riposato alquanto, prese la sua sporta e si alzò per andarsene. Alessi non osava dirgli nulla, tanto suo fratello era mutato. Ma al vedergli riprendere la sporta, si sentì balzare il cuore dal petto, e Mena gli disse tutta smarrita: “Te ne vai?”.
[…]
Prima d’andarsene voleva fare un giro per la casa, onde vedere se ogni cosa fosse al suo posto come prima; ma adesso, a lui che gli era bastato l’animo di lasciarla, e di dare una coltellata a don Michele, e di starsene nei guai, non gli bastava l’animo di passare da una camera all’altra se non glielo dicevano. Alessi che gli vide negli occhi il desiderio, lo fece entrare nella stalla, col pretesto del vitello che aveva comperato la Nunziata, ed era grasso e lucente; e in un canto c’era pure la chioccia coi pulcini; poi lo condusse in cucina, dove avevano fatto il forno nuovo, e nella camera accanto, che vi dormiva la Mena coi bambini della Nunziata, e pareva che li avesse fatti lei. ’Ntoni guardava ogni cosa, e approvava col capo, e diceva: “Qui pure il nonno avrebbe voluto metterci il vitello, qui c’erano le chiocce, e qui dormivano le ragazze, quando c’era anche quell’altra…”. Ma allora non aggiunse altro, e stette zitto a guardare intorno, cogli occhi lustri. In quel momento passava la Mangiacarrubbe, che andava sgridando Brasi Cipolla per la strada, e ’Ntoni disse: “Questa qui l’ha trovato il marito; ed ora, quando avranno finito di quistionare, andranno a dormire nella loro casa”.
Gli altri stettero zitti, e per tutto il paese era un gran silenzio, soltanto si udiva sbattere ancora qualche porta che si chiudeva; e Alessi a quelle parole si fece coraggio per dirgli: “Se volessi anche tu ci hai la tua casa. Di là c’è apposta il letto per te”.
“No!” rispose ’Ntoni. “Io devo andarmene. Là c’era il letto della mamma, che lei inzuppava tutto di lagrime quando volevo andarmene. Ti rammenti le belle chiacchierate che si facevano la sera, mentre si salavano le acciughe? e la Nunziata che spiegava gli indovinelli? e la mamma, e la Lia, tutti lì, al chiaro di luna, che si sentiva chiacchierare per tutto il paese, come fossimo tutti una famiglia? Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene”.
In quel momento parlava cogli occhi fissi a terra, e il capo rannicchiato nelle spalle. Allora Alessi gli buttò le braccia al collo.
“Addio”, ripeté ’Ntoni. “Vedi che avevo ragione d’andarmene! qui non posso starci. Addio, perdonatemi tutti”.
E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio; poi, quando fu lontano, in mezzo alla piazza scura e deserta, che tutti gli usci erano chiusi, si fermò ad ascoltare se chiudessero la porta della casa del nespolo, mentre il cane gli abbaiava dietro, e gli diceva col suo abbaiare che era solo in mezzo al paese.
(G. Verga, I Malavoglia)

Mi ricordo di non avere amato I Malavoglia a scuola.
Forse per questo modo ossessivo per cui bisognava per forza parafrasare ogni riga: “cosa avrà voluto dire Verga qui”, “cosa avrà voluto dire Verga là”, con quella determinata parola, o aggettivo, o costruzione linguistica. Per curiosità ripresi il libro ai tempi universitari, e lo lessi come un romanzo qualunque, come se avesse una lingua scritta ai nostri giorni. E lo amai. Da allora il concetto di “verismo” per me è sempre stato il cane che abbaia quando vede avvicinarsi ’Ntoni,“ché non l’aveva conosciuto mai”.
Qui siamo al finale de I Malavoglia, rimasto nel mio cervello emotivo come se l’avessi vissuto io. Forse perché anche io ho una “casa del nespolo”, anche se al posto del nespolo c’è un giuggiolo; forse per- ché anch’io ho avuto una vita che ha ruotato e ruota ancora intorno a quella casa, che già penso con nostalgia prefigurandomi il giorno in cui le cose cambieranno: il giorno in cui il capofamiglia, un nonno che ora ha quasi 102 anni, non ci sarà più e la “casa del giuggiolo” avrà una nuova vita con altre persone.
Ma al di là della bellezza di questo brano, rileggendolo oggi con alle spalle l’esperienza del Centro Documentazione Handicap, ripenso al concetto di diversità. ’Ntoni è un diverso, è colui che rispetto alla sua famiglia e alle tradizioni culturali del paese ha rifiutato il sacrificio, il sudore del lavoro, per il desiderio della ricchezza e la vaga bramosia dell’ignoto. La scelta individualistica del giovane ’Ntoni, che contesta la mentalità patriarcale e l’ordine immutabile dei valori cui è fedele il nonno, lo separa dal proprio nucleo familiare e lo condanna all’esclusione e al fallimento.’Ntoni è andato nel mondo pesce vorace e non può sperare più nell’inclusione. Quanti diversi conosciamo che non sono inclusi? Per i quali non si mettono in atto strumenti e strategie di inclusione? Che cos’è la diversità? Chi nasce disabile, chi lo diventa, chi ha infamiglia una persona disabile, chi lavora con la disabilità sa o si sente sempre dire che il disabile è un diverso. Perché il suo corpo non risponde ai canoni standard, perché delle cose non sa farle o non riesce a farle nel modo tradizionale, perché a volte il suo ragionamento è strambo e fuori luogo, perché deve avere anche una diversa automobile attrezzata o un diverso bagno. E c’è chi non accetta di essere vissuto come diverso. Eppure siamo circondati dalla diversità e non esistono “solo” le categorie diverse: non ci sono, ad esempio, solo i disabili, o gli stranieri che raggiungono le coste di Lampedusa, o gli omosessuali. Può essere diverso un compagno di classe che decide di indossare sempre un cappello, quando tutti gli altri della sua età non lo fanno e quando il contesto non lo richiede; può essere diverso chi si veste sempre di nero tutto l’anno; può essere diverso chi si ribella alla cultura (spesso con pesantissime conseguenze) del proprio paese; può essere diverso chi fa scelte sbagliate e rovina se stesso e la sua famiglia, con la delinquenza, o col gioco d’azzardo; può essere diverso chi a scuola proprio l’area del triangolo non riesce a calcolarla, neppure se va a ripetizione e gliel’hanno spiegata centinaia di volte. Chi… chi… chi…
Chi vive una diversità, anche se piccola, è escluso dai “normali”: ha deviato dalla norma, e allora è fuori. Non importa se l’ha fatto come scelta consapevole o se è capitato. ’Ntoni l’ha fatto consapevolmente, “se l’è cercata”. Ma ’Ntoni non è un diverso solo quando ritorna e il paese non sarebbe culturalmente in grado di integrarlo di nuovo, ma è sempre stato un diverso fin dalle prime righe del romanzo. Uno predestinato all’esclusione a causa del suo carattere. Non voglio dire che l’essere disabile abbia lo stesso peso di un adolescente escluso dai suoi coetanei perché veste in maniera strana, però mi chiedo: quanti sono i normali? Forse, se ci pensiamo attentamente, sono la minoranza.
“Se volessi anche tu ci hai la tua casa. Di là c’è apposta il letto per te” , dice il saggio Alessi, che nel mondo di oggi sarebbe il nostro strumento di inclusione. Ma Aci Trezza non è pronta ad accogliere la diversità, lo sa ’Ntoni, lo sa Alessi, lo dice tutto il silenzio dietro le porte delle case. Ma se oggi provassimo a far tornare ’Ntoni dentro le mura domestiche? L’educatore-Alessi avrebbe un gran da fare, ma il processo culturale di accettazione della diversità inizierebbe il suo percorso.

Amore e Psiche

Di Roberto Parmeggiani

Ci sono momenti ed esperienze che ti si imprimono nella mente come una fotografia e si stampano sulla pellicola della memoria in maniera indelebile. Basta uno stimolo anche banale o un piccolo sforzo per far riaffiorare tutte le sensazioni provate in quel preciso istante: gli odori o il colore predominante, le persone con cui ci si trovava, le sensazioni del proprio corpo e perfino la velocità dei battiti del cuore.
Una cosa simile mi è successa quando ho incontrato una delle opere d’arte più incredibili mai realizzate nella storia, “Amore e Psiche” dello scultore Antonio Canova. È stata un’esperienza talmente travolgente che anche ora, chiudendo gli occhi, riesco a ritornare senza alcuno sforzo in quella stanza. Ricordo perfettamente la luce del primo pomeriggio che entrava dalla finestra, gli occhi lucidi della signora asiatica che si trovava alla mia destra, il ragazzo che faceva correre la sua matita sullo sketchbook dalla copertina nera, il profumo della salvietta che avevo appena usato per pulirmi le mani e quella sensazione difficile da descrivere, quei brividi che corrono lungo tutto il corpo quando ci si trova di fronte a qualcosa che entra in contatto con le parti più profonde di se stessi.
L’incontro è stato inaspettato… Stavo passeggiando tra le decine di sale del Louvre, a Parigi, ed ero anche un po’ affaticato dalla visione dell’enorme quantità di opere d’arte presenti nel museo. La quantità, a volte, va a scapito della percezione della qualità. Fatto sta che, però, a un certo punto l’ho vista, in una sala con altre sculture, nell’angolo in fondo a destra, era lì. La prima necessità che ho sentito è stata quella di fermarmi immobile, come bloccato e coinvolto dalla forte energia che la scultura trasmetteva. Se a questo punto state pensando che una statua non possa emanare nessun tipo di energia, vi consiglio di fare un salto al Louvre. “Amore e Psiche”, infatti, è un’opera erotica. Attraverso la sua sensualità e il suo essere eterna, nel senso che racconta qualcosa che ha a che fare con il sempre, ci attira e ci coinvolge, psicologicamente ma anche fisicamente. L’opera rappresenta il dio Amore mentre contempla con tenerezza il volto dell’amata Psiche, che ricambia con altrettanta dolcezza. Descrive il momento che precede il bacio, un attimo di grande tensione tra il desiderio di lasciarsi andare e l’attrazione degli sguardi che sembrano non volersi staccare. Un momento di equilibrio tra l’eros, cioè il desiderio carnale, e la tenerezza dell’incanto amoroso. Le due figure si intrecciano, morbide e sinuose, si cercano, si inseguono pur restando ferme. Il marmo bianco, liscio e levigato, da una parte sottolinea la purezza della relazione mentre, dall’altra, definisce ancora più chiaramente l’assolutezza dell’incontro.
“Amore e Psiche” viene scolpita da Antonio Canova nel 1788 e appartiene al periodo romano dell’artista che a vent’anni, mentre vive e lavora a Roma, realizza, forse, le sue sculture più belle e famose. Originario di Possagno, in Veneto, scopre la passione e la vocazione alla scultura aiutando il nonno scalpellino. Si trasferisce poi in una bottega di Venezia per poi aprire, nel 1775, appena diciottenne, una propria bottega all’interno della quale si affermerà definitivamente non solo in Italia, ma anche in tutta Europa.
“Ho letto che gli antichi, una volta prodotto un suono, erano soliti modularlo, alzando e abbassando il tono senza allontanarsi dalle regole dell’armonia. Così deve fare l’artista che lavora a un nudo”.

Credo stia proprio nell’armonia il segreto di quest’opera e della relazione che mette in scena, quella, cioè, che coinvolge due opposti: l’amore e la psiche, il cuore e la mente, la passione e la ragione. Opposti che trovano proprio nella loro relazione il senso del loro essere.
Mi spiego. Cosa sarebbe la passione senza la ragione come contrappeso? E la mente senza il cuore che di tanto in tanto la spinge un po’ oltre il limite della sicurezza? E chi di noi potrebbe trovare l’esatto punto di divisione tra l’amore e la psiche?
Ecco, la scultura di Antonio Canova ci permette di vedere questo equilibrio, di percepirlo fuori dalla nostra diretta esperienza, concretizzato in quel marmo bianco e levigato. E ci aiuta a capire che, anche mettendoci tutto l’impegno possibile, non riusciremmo mai a identificarci con l’uno o con l’altro, perché la scultura è la rappresentazione del nostro mondo interiore. Un mondo nel quale sono presenti decine di sfumature che si alternano in una continua ricerca di equilibrio tra opposti, non solo la mente e il cuore ma anche la possibilità e l’impossibilità, il sogno e la realtà, l’accettazione e il superamento. Si tratta di un equilibrio pieno di tensione, a volte anche fragile, ma rappresenta proprio ciò che ci sostiene, quell’energia vitale che ci spinge a procedere perché bisognosi di una sempre maggiore integrazione e che, una volta raggiunta, però, apre a una condizione di disequilibrio e quindi a una nuova ricerca.
Se provassimo a guardare la scultura con uno sguardo pedagogico scopriremmo che, com’è già successo altre volte in questa rubrica, questo aspetto legato all’opera d’arte trova un contatto con la dimensione educativa, in particolare con la necessità di educare all’idea di limite, il punto di incontro tra due opposti, lo spazio della ricerca di se stessi. Solo sul limite, infatti, possiamo essere liberi di scoprire chi siamo realmente perché forzati e disponibili all’incontro, sempre carico di tensione, tra le diverse anime che ci abitano.

Gli stalli di Strasburgo. La maggioranza nel nuovo Europarlamento e le politiche per la disabilità

Di Massimiliano Rubbi

Le elezioni del maggio 2014 sono state le più sentite e temute nella storia trentacinquennale del Parlamento Europeo. La previsione di una forte affermazione di partiti euroscettici e con forti componenti nazionaliste, quando non espressamente xenofobe, si è rivelata fondata, con l’affermazione come prima forza politica in alcuni Stati membri (e risultati significativi quasi ovunque) di partiti finora mai rappresentati a Strasburgo, o comunque esterni alle tradizionali “famiglie” politiche europee. I seggi attribuiti nel nuovo Parlamento Europeo a non iscritti o appartenenti a gruppi di nuova formazione, tuttavia, ammontano a un centinaio su 751 (cui si aggiungono i 70 Conservatori e Riformisti Europei,“euroscettici moderati”), mentre la maggioranza assoluta dei seggi, sebbene numericamente erosa, rimane alla somma dei due medesimi gruppi parlamentari che la detenevano nel mandato uscente: i popolari del PPE, con 221 seggi, e i Socialisti&Democratici (S&D) con 191.
In questa prospettiva di continuità, che mentre scriviamo si è tradotta nella designazione del candidato PPE Jean-Claude Juncker a Presidente della nuova Commissione Europea, occorre attendersi le politiche europee per il quinquennio 2014-2019, e per questo abbiamo chiesto ai due gruppi di maggioranza di illustrare le linee che perseguiranno nell’ambito delle politiche UE per la disabilità, entro il quadro delle politiche sociali e del modello sociale europeo.

Lavoro, sussidiarietà e diritti
Negli obiettivi del Gruppo Parlamentare S&D appare distintiva la centralità dell’occupazione e di una protezione sociale attiva. La lettera inviata prima delle elezioni alle organizzazioni nazionali di rappresentanza delle persone con disabilità da Martin Schulz, candidato socialista alla Presidenza della Commissione, parla di inclusione da perseguire attraverso “un reddito decoroso e protezione sociale” e “l’adeguatezza delle pensioni e di un reddito minimo”, agendo “contro i tagli nella spesa pubblica per i gruppi svantaggiati della società e correggendo gli errori del passato”. In un altro documento di portata più generale, intitolato “Posti di lavoro decorosi con migliori condizioni lavorative e salari minimi per tutti”, il gruppo socialista si impegna alla lotta contro la precarietà, alla “creazione di un Fondo Europeo per la Protezione Sociale” e alla fondazione su basi europee di un reddito minimo garantito, in ragione della “prominenza dei diritti sociali sulle libertà economiche”. Rilevante anche l’impegno a favore della deistituzionalizzazione e della vita indipendente delle persone con disabilità, con la promozione dell’integrazione come principio cardine nella discussione relativa ai regolamenti sui fondi europei delle prossime annualità.
La questione del lavoro compare anche nelle linee politiche del Gruppo Parlamentare PPE, che ricorda tra l’altro l’approvazione della “Garanzia Giovani” con una dotazione di 6 miliardi di Euro per combattere la disoccupazione giovanile, ma appare in posizione meno centrale. Non è condiviso l’impegno a una rete di protezione sociale fondata sul reddito minimo, mentre la disoccupazione è indicata come una “sfida” da monitorare e le misure per combatterla vengono collegate alla “mobilità dei lavoratori”. Secondo i Popolari europei,“il modello o i modelli sociali europei sono fondati su tre principi: solidarietà, responsabilità e sussidiarietà”, ed è nel rispetto del principio di sussidiarietà che il Gruppo PPE “continuerà a difendere adeguati standard di sicurezza sociale”. Significativo in questo senso anche l’accenno alla “conformità al dialogo sociale”, intesa come impegno alla cooperazione con CES, UNICE-BusinessEurope e CEEP (le tre confederazioni europee rispettivamente di sindacati, datori di lavoro privati e datori di lavoro a partecipazione pubblica o di interesse economico generale) e il coinvolgimento dei sindacati nazionali.
Ciò su cui i due gruppi di maggioranza nella legislatura europea al via paiono concordare è la lotta contro le discriminazioni legate alla disabilità. “Il Gruppo PPE continuerà a sostenere tutte le politiche che mirano a chiudere i divari nella legislazione europea anti-discriminazione che riguardano le persone disabili”, mentre il Gruppo S&D “sta combattendo perché la Commissione estenda una protezione onnicomprensiva contro tutte le forme di discriminazione”. Ovvio, e comunque esplicitato, il riferimento alla Convenzione ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, della quale in sostanza entrambi i gruppi si impegnano a monitorare l’attuazione e l’implementazione in quanto questione di diritti umani.

La separazione dei poteri
La direttiva sull’accessibilità, che stabilirebbe standard più rigorosi in materia per molti dei prodotti e dei servizi disponibili sul mercato europeo, è la “grande incompiuta” delle recenti politiche europee per la disabilità: si è ancora in attesa di un testo base che la Commissione doveva elaborare e diffondere nel 2012, nonostante ripetute sollecitazioni, tra cui una lettera congiunta dei gruppi parlamentari “che esprime forti preoccupazioni per quanto riguarda il progresso della Commissione”. A specifica domanda, il gruppo dei Socialisti&Democratici ricorda che “il potere di iniziativa legislativa spetta alla Commissione Europea, non al Parlamento. Quindi, fino a quando la Commissione non presenta un nuovo progetto, i gruppi parlamentari possono solo avanzare sollecitazioni e appelli”, e anche i Popolari, per un miglioramento dell’accessibilità che rimane “una delle sfide più grandi per 80 milioni di cittadini europei con disabilità”, ammettono che “la tabella di marcia concreta dipende dalla Commissione UE”.
Da questo caso emerge quello che è forse oggi il maggiore problema della “anomala” costruzione politica europea: il Parlamento Europeo, unico organismo eletto direttamente dai cittadini, non dispone pienamente del potere legislativo che ad esso associamo mentalmente in base agli assetti istituzionali nazionali, potere invece largamente affidato a una Commissione che riposa molto di più sugli equilibri tra governi degli Stati membri. Il Gruppo S&D ricorda che il progetto di direttiva sull’accessibilità “sembra avere seguito la proposta della Commissione per una direttiva anti-discriminazione nel 2008, che fu seppellita dagli Stati Membri nel Consiglio [Europeo]”, e che la sua lotta per una direttiva anti-discriminazione più ampia si svolge “nonostante l’opposizione della maggioranza di centro-destra nel Consiglio”.
Inevitabile dedurne che, nonostante la graduale crescita dei poteri affidati all’istituzione a elezione popolare diretta (che per la prima volta nel 2014 elegge il Presidente della Commissione, seppure su indicazione del Consiglio Europeo), la dialettica più decisiva per le politiche europee sulla disabilità rimanga non quella tra i gruppi parlamentari, quanto quella tra questi, i governi nazionali e, per certi versi nel mezzo, la Commissione con la sua autonomia. L’accordo tra i due gruppi parlamentari maggioritari, che sostiene la neonata Commissione, potrebbe quindi avere effetti limitati di fronte all’opposizione anche di pochi Stati membri: un elemento da tenere a mente per valutare, tra le altre, le proposte sull’accessibilità e sull’allentamento dell’impatto delle politiche di austerità sulle fasce sociali più deboli, e rispetto a cui il forte voto nazionale a partiti euroscettici diventa assai più preoccupante in prospettiva di quanto non sia oggi nella composizione dell’emiciclo di Strasburgo.

Che nomi hanno le stelle? Il Calamaio torna a Crevalcore

Di Emanuela Canale e Mario Fulgaro

È ormai tradizione che il gruppo Calamaio realizzi alcuni percorsi a Crevalcore, all’interno del progetto Seneca Café, destinato agli anziani malati di Alzheimer e alle loro famiglie. Prima gli incontri con alcune classi della scuola primaria, poi la visita al centro diurno per incontrare “i nonni”.
Ma cosa c’entrano le stelle? Ce lo spiegano Emanuela, che sta svolgendo il Servizio Civile presso il Centro Documentazione Handicap, e Mario, storico animatore del Progetto Calamaio.

Emanuela
È un sabato pomeriggio come tanti a Crevalcore. La bellezza del borgo è coperta dalle impalcature che il terremoto ha costretto a tirare su; in una panda blu quattro strani[eri] individui cercano il centro per anziani, ma nessuno sa dove sia. Le persone che fermiamo per chiedere informazioni, incuriosite, vogliono sapere cosa cerchiamo, vogliono chiacchierare, scrutare, mai dirci “per dove dobbiamo andare”. Eppure, dopo tanto cercare, troviamo la nostra meta a un passo dall’entrata principale del paese.
Il filo conduttore di questa serie di incontri è rappresentato dal libro Le parole scappate di Arianna Papini; protagonisti del libro una nonna e un nipote, accomunati dal singolare approccio alla realtà in quanto affetti, rispettivamente, dal morbo di Alzheimer e da dislessia.
Alle classi, che avevano letto il libro con le loro maestre, sono state proposte delle attività che ne richiamano i contenuti, facendo leva sulla capacità di ricordo e di comunicazione che si rifanno alle esperienze della nonna e del nipote della storia narrata nel libro.
Così, annusare un odore a occhi chiusi è stata un’occasione per richiamare alla memoria sensazioni e ricordi della propria vita, e poi raccontare ciò che ci caratterizza, ciò che ci piace, per mezzo del disegno. Le diverse forme della diversità hanno dunque invaso le classi della terza primaria di Crevalcore, regalando ai bambini ore di completa originalità: si sono riconosciuti tra di loro senza che il nome di nessuno venisse direttamente pronunciato nel gioco della carta d’identità, portati a guardarsi alla luce di ciò che gli piace e spronati a conoscersi per quello che li identifica, più di un semplice nome o di un’informazione vuota e frettolosamente individuata. Si sono sottoposti all’invasione del ricordo non evocato consapevolmente, ma suscitato improvvisamente da un odore che, invadendo i sensi, è capace di concedere alla memoria gli infiniti spazi dell’incoscienza. Hanno poi disegnato, non raccontato né scritto, la loro stagione preferita, ciò che gli fa più paura, la loro famiglia. Tutto questo è stato loro proposto da Mario, animatore in carrozzina, che incontro dopo incontro i bambini hanno imparato a conoscere e ad amare, nel travolgente avvento di una diversità che scuote, colora, anima la normale quotidianità che a un bambino non sta ancora stretta, ma può ancora apparire come uno degli infiniti modi di muoversi nel mondo.
Al Centro diurno Seneca sono venuti in tanti, incuriositi dall’incontro con quelli che chiamano “i nonni”.
Alcuni di essi in effetti sono proprio i loro nonni, altri degli estranei, anziani che in alcuni casi hanno il morbo d’Alzheimer, proprio come la nonna del libro, probabilmente prima mai incontrati, sicuramente mai cercati. Quel giorno invece c’era finalmente la possibilità di vederla la nonna del libro, di provare a stare con lei e di capirla, come gli altri personaggi della storia, nipote dislessico a parte, non erano in grado di fare. Nel grande cerchio che si è formato nella stanzetta in cui di solito “i nonni” stanno tra di loro, ad ascoltare distratti vecchie musiche che fuoriescono da uno stereo (quanto sarebbe più appropriato un giradischi), c’erano tutti: i bambini e gli anziani.
Il ricordo è stato l’insolito protagonista del pomeriggio: dopo avere raccontato da dove arrivavano e perché eravamo lì, cosa avevano fatto con noi del Calamaio, uno alla volta i bambini hanno chiesto ai nonni di raccontarci i loro ricordi d’infanzia, scoprendo che l’intramontabile campana accomuna tempi vecchi e nuovi. Non è mancata neanche la possibilità di scoprire che l’Alzheimer arriva a non permettere di condividere ricordi; la risposta alla domanda sui giochi d’infanzia può essere uguale a quella che una delle nonne fornisce a qualsiasi domanda, c’è solo una melodia: lala, lala, lala… ripetuta incessantemente e spiegata da chi le è più vicina così: “la nonna è come quella del libro, ha perso tutte le parole”.
L’incontro di generazioni che hanno più tempo dietro di sé che non davanti, a cui guardano con nostalgia,
e di quelle che si apprestano al futuro con frenetica euforia, noncuranti del passato, vede nascere sguardi di curiosità tra l’uno e l’altro, l’incrocio di saggezza e inconsapevolezza, di lontananza estrema eppure di simbiosi nell’accomunante incedere del tempo e della vita. Per due ore tutto questo si è incontrato, facendo giocare insieme queste dimensioni che, inserite in squadre miste, hanno condiviso conoscenze che nessuno dei due può possedere al posto dell’altro, tutte nate dai diversi tempi vissuti.

Mario
La tipologia dei problemi fisici raccontati nel libro della Papini, l’Alzheimer e la dislessia, stanno, in un certo qual modo, in stretto rapporto con la mia forma di sclerosi multipla. Infatti, anch’io a volte e in modo più lieve mi sento come la nonna, quando non ricordo più i nomi delle persone che ho conosciuto un attimo prima, o come il nipote, quando non riesco a leggere lapagina di un libro. “Le parole scappano” anche a me e si vanno a nascondere in nicchie profonde della memoria, tanto che mi ci vuole tempo e fatica per ritrovarle e svelarle con sicumera al mio interlocutore. Tutto questo mi tranquillizzava in un certo qual modo o mi rendeva meno insicuro. Pensavo, infatti, che ogni mia possibile gaffe trovasse un più forte alibi nelle patologie prese come tema principale del nostro incontro. Testa alta e petto in fuori, lasciavo che un qualche mio collega inforcasse la mia carrozzina, per sospingerla in avanti verso l’aula di nostra destinazione. Il mio largo sorriso era il principale veicolo attraverso cui cercare di smorzare ogni imbarazzo, in me come in chi mi stava di fronte, e di lì tentare di imbastire un dialogo quanto più distensivo possibile. Ad aiutarmi in questo proposito c’erano i miei colleghi e le diverse attività-giochi da fare tutti assieme.
I tre incontri con le scolaresche di Crevalcore trovavano la loro punta dell’iceberg nella visita conclusiva al Centro diurno, dove ci saremmo incontrati tutti: animatori, alunni e anziani. Il gioco stile Sarabanda ha visto simpaticamente bimbi e anziani più pronti di me nel dare le risposte esatte e sapevo di non avere possibilità di rivincita. L’ansia e la perplessità che ne sono derivate sono state scalzate in un lampo da una battutina di una mamma che, con fare sardonico, mi ha guardato per sussurrarmi nell’orecchio che neanche lei era tanto brava in quel gioco. In quel preciso istante giungeva la risposta da parte di un’anziana donna circa l’autore della canzone Una rotonda sul mare. Questa, però, la conoscevo anch’io, che avevo 43 anni, e per un attimo mi sono sentito padrone del mondo, come se fossi a casa mia. L’entusiasmo mi aveva fortemente attanagliato, tanto da lanciare una sciocca “provocazione” nel gioco successivo, dove, lanciando un dado dalle facce colorate, a ogni colore sorteggiato bisognava abbinare qualcosa con quelle caratteristiche cromatiche. Così all’azzurro è stato facile collegare il colore tipico del cielo nelle giornate limpide estive e io, non pago di questo, ho ulteriormente collegato il cielo alle stelle di cui chiedevo alla platea alcuni nomi. Luca mi ha guardato con lecito scoramento, allargando leggermente le braccia in segno di resa; d’altro canto da parte mia c’era un malizioso sorriso a voler rinunciare alla sfida. In quel preciso momento un intrepido bambino aveva l’ardire risoluto di rispondere:“Sirio!”, il che dava coraggio a tutti per dare le più disparate e, al contempo, precise risposte fino alla famigerata costellazione di Andromeda. In pugliese si direbbe “Chi fa lo scherzo rimane scherzato”: questo ero io in quel preciso frangente. Anche due anziane donne sorridevano compiaciute e, in quel momento, ho capito che ognuno si era appropriato di un nome di stella per illuminare la neonata costellazione di Seneca.

Lettere al direttore

Ciao Claudio,
ti ho ascoltato ieri in piazza Verdi! È stato veramente un gran piacere per me ascoltarti, ma la cosa che più mi ha dato emozione è stato vederti, alla fine, inseguire Paul, anche lui in carrozzella. Paul è un ragazzo che ho conosciuto da poco e a cui ho proposto di venire in piazza Verdi. Convincerlo non è stato affatto semplice, dal momento che pensava addirittura di andarsene via prima. Eppure non è successo. Ha assistito da lontano alla scena e spero che le tue pa- role gli abbiano dato la sicurezza di cui ha tanto bisogno!
Sto cercando di entrare in contatto con Paul ma è davvero difficile e indubbiamente io faccio fatica a capire quello che lui può provare, perché non mi trovo su una sedia a rotelle come lui.
Proverò a fargli conoscere l’Associazione di cui tu sei presidente onorario e magari, se sarà possibile da parte tua e se a lui piacerà l’idea, sarebbe bello se lui potesse incontrarti ancora, anche solo per bere una birra insieme!
Ma di questo magari ne riparleremo un’altra volta.
Grazie ancora per la tua testimonianza.
Edmondo

Caro Edmondo,
è stata davvero carina la serata “In aperitivo veritas”, organizzata di recente a Bologna in piazza Verdi, nel cuore della movida universitaria.
Sapere che le mie parole sono state importanti per qualcuno mi emoziona ancora. Capisco perfettamente le difficoltà di Paul; spesso quando giro l’Italia tra convegni e formazioni, molti ragazzi con disabilità, soprattutto i più giovani, mi fanno domande complesse del tipo: “Come hai accettato la tua disabilità?Perché tutto questo è successo proprio a me?”.
Domande difficili e con una loro storia, percorsi tortuosi, personali e differenti.
Quante volte ho sentito queste domande nella mia vita! E quante volte io stesso, da ragazzo, me le sono poste. Anzi, devo ammettere che persino ora, in alcune occasioni, mi capita di tornarci su.
Credo che quelle che ho citato siano due domande fondamentali nel percorso di accettazione dei nostri limiti, a partire dalla consapevolezza di noi stessi.
Domande che tutti si sono fatti, giovani e anziani, disabili e normodotati…“Perché proprio a me?”.
Dopo diversi anni ho capito che è inutile e dannoso cercare eventuali colpevoli, perché non ce ne sono, in quanto ognuno è protagonista della sua esistenza.
Questa convinzione è necessaria nella costruzione della propria identità, oltre che per liberarsi di inutili sensi di colpa.
Non va poi dimenticato che queste sono esperienze che non riguardano solo le persone con disabilità ma
che coinvolgono tutti noi e che per tutti hanno un peso sulla collettività. Imparare a guardare non la disabilità ma il mondo a partire dalla disabilità è oggi il messaggio che ancora mi sento di dare ai più giovani, a cui spetta il compito di abitare il futuro.
Che dire dunque? Al prossimo spritz insieme, cari Edmondo e Paul!

Caro Claudio,
mi permetto di darti del tu.
Sono un’insegnante, collega di Marisa, donna meravigliosa di grande sensibilità e cultura.
Un giorno mi ha consegnato un libro da leggere dal titolo “Una vita imprudente” e, con il suo solito sorriso rassicurante, mi ha detto: “Leggilo, è interessante…”. Ed è proprio così che, piano piano, ho cominciato a conoscere la tua storia.
Leggerti è stato bellissimo e commovente! La tua bellissima autoironia richiede umiltà, modestia e coraggio. L’autoironia è uno strumento comunicativo potente e utile per promuovere cambiamenti positivi nella vita di chiunque, e tu sei veramente un gran comunicatore di vita vera e di amore! Davvero stupendo il tuo libro.
Complimenti Claudio! Sei una persona meravigliosa! Grazie per le tue bellissime riflessioni, ma ancora di
più per la vita che stai vivendo!
Ora sto leggendo Lettere imprudenti sulla diversità, conversazione con i lettori del Messaggero di Sant’Antonio, il libro che mi hai regalato, attraverso Marisa, in occasione della Santa Pasqua. Grazie davvero Claudio, ho molto da imparare da una persona come te! Sono sempre più convinta di avere conosciuto una “persona più” in questo mondo. Fisicamente non ti ho mai incontrato, ma ciò non mi ha impedito di conoscere la tua essenza. I tuoi discorsi, le tue parole, i tuoi scritti valgono una vita intera. E ho compreso che dalle ferite si può ripartire, anche se sono tante e profonde, e un giorno mi piacerebbe incontrarti!
Buona vita!
Con affetto, Lea

Cara Lea,
quanti elogi! Non sono sicuro di meritarmeli tutti, perché, come si suol dire, “chi si loda s’imbroda” e a me il brodo non piace… Detto ciò, mentre leggevo la tua bella lettera ho pensato a quanto sarebbe rivoluzionario se nella scuola venisse introdotta una nuova materia… Non un nuovo tipo di Matematica, di Geografia o di Storia ma qualcosa di un po’ più trasgressivo come, ad esempio, una sana “Educazione all’Ironia”. Una provocazione certo la mia, che però, pensateci, renderebbe i ragazzi più autonomi e più consapevoli, forti dei propri limiti e capaci di sdrammatizzare. Prendersi meno sul serio implica infatti la capacità di concentrarsi meno su se stessi e di più su quello che ci circonda, vuol dire ampliare lo sguardo all’insieme e capire in che modo ne facciamo parte. Il microcosmo scolastico ovviamente non aiuta, sia per la sua struttura interna che per la sua funzione, che rimane, per forza di cose, giudicante, anche quando lo è in senso responsabile e positivo. Basterebbe semplicemente insegnare a sovvertire lo sguardo nella più piccola quotidianità, a partire dalla relazione tra alunno e insegnante, nella classe e tra gli insegnanti stessi. Le paure si affrontano sdrammatizzando e mettendole così in crisi, da tutti i punti di vista. In questo, credo, l’impegno dei singoli può fare davvero molto. Come dice Crozza quando interpreta l’Onorevole Razzi: “Senta a me! Fatti una scuola tutta tua!”.
Che ne dici? Buona vita a te!

7. La consapevolezza come vocazione. Appunti per nuove prospettive

Le persone hanno bisogno in primo luogo di un’ancora mentale ed emotiva. Hanno bisogno di bellezza e di valori con il cui aiuto giudicare se i cambiamenti nel lavoro, nei privilegi e nel potere sono buoni. In breve hanno bisogno di una cultura.
(Richard Sennett, La cultura nel nuovo capitalismo)

Quella che vi abbiamo proposto finora è un’analisi di alcune tendenze in atto, su cui sicuramente si tornerà a discutere e che di certo non esauriscono la complessità di un tema denso come l’accessibilità culturale. Restano fuori dalla nostra analisi, ad esempio, altri importanti luoghi d’aggregazione e cultura come i cinema, le biblioteche, le aree dedicate alla musica e ai concerti che meritano anch’essi di essere ripensati nell’ottica di nuove invasioni, ai quali si cercherà di dedicare ulteriori approfondimenti. Partire da piccoli passi, dai soli teatri e musei, ci ha già permesso tuttavia di verificare alcune linee di un processo più generale in ordine di crescita e sviluppo: l’acquisizione di competenze come indice d’autonomia per le persone con disabilità.
Acquisire delle competenze non significherà ora trasformarsi in critici o educatori museali e mettersi a studiare l’intera storia dell’arte e del teatro significa semplicemente essere consapevoli di quello che si guarda, si dice e si fa.
Essere a conoscenza di quello che andremo a vedere a teatro, del lavoro che l’artista ha compiuto dietro l’opera d’arte, di che cosa veramente si sta parlando è sicuramente una delle occasioni più importanti che le persone con disabilità hanno per affermare la propria autonomia e mantenere la propria libertà di pensiero e di scelta, una scelta libera da condizionamenti esterni anche quando viene fatta a partire dal puro divertimento e dalla seduzione di vivere un momento di aggregazione. Ciò vale anche per le disabilità cognitive e psichiche, una per tutte l’esperienza del GAM di Torino cui sopra abbiamo accennato.
Da questo punto di vista il primato dell’iniziativa spetta soprattutto ai musei; i teatri, come sottolineavano Nicola Bonazzi e Cristina Valenti, sono sicuramente ancora alle prime armi, eccellenti dal punto di vista spettacolare e della fruibilità sensoriale ma carenti in termini di approccio alla visione. Qui la riflessione è appena cominciata, addirittura, si potrebbe dire, è iniziata con noi. Il confronto diretto e l’incontro tra i mondi e le professionalità costituiscono infatti l’altro requisito indispensabile per avviare un percorso di relazione condiviso tra tutti i soggetti che metta davvero al centro la persona con disabilità. Ne sono la dimostrazione i manifesti, i tavoli e i progetti di rete nati negli ultimi anni cui hanno aderito una molteplicità di partner finora concepiti come separati o peggio ancora legati ad ambiti differenti.
Proprio lì la disabilità è entrata in campo con la forza delle sue personalità e con il suo sguardo ne ha ribaltato le fondamenta, rivolgendo il suo invito: “sono proprio le differenze, le difficoltà e le contraddizioni che avverto in me stesso (così come le avverto in te) a consentirci di stare bene insieme. Siamo diversi l’uno dall’altro, così come siamo divisi nel nostro animo: dunque, parliamo”

6. Da Gradara: lo stato dell’arte

Vi segnaliamo alcune tra le più innovative esperienze di accessibilità culturale in ambito museale per e con persone con disabilità, che abbiamo avuto il piacere di conoscere tra i relatori del seminario di formazione “Disabilità mentale e beni culturali – riflessioni e buone pratiche”, lo scorso 15 marzo 2013 a Gradara, la splendida città di Paolo e Francesca, nell’ambito del progetto “Gradart”.
Lì, tra la rocca medievale e il castello di uno dei luoghi d’Italia per sua natura più ostili in termini di barriere, hanno preso spazio incontri, letture, percorsi tematici sull’accessibilità fisica e psicologica insieme all’inaugurazione di una mostra multisensoriale che ha accompagnato due ricchissime giornate, rese accessibili anche a persone sorde o con mobilità ridotta grazie alla presenza dei volontari della Protezione Civile e a un interprete LIS.

GRADARA (PS)
“Gradart”
“Gradart” è un progetto promosso dall’Amministrazione Comunale e Gradara Innova all’interno del circuito SPAC (Sistema Provinciale Arte Contemporanea) della Provincia di Pesaro e Urbino a favore dell’accessibilità da parte di persone con disabilità alla città di Gradara. Il progetto prevede visite guidate, attività didattiche, mostre, laboratori, momenti di studio e seminari all’interno degli spazi storici della città.

Per ulteriori informazioni:
GradaraInnova
tel. 0541/96.46.73 – cell. 331/152.06.59 – fax 0541/82.33.64

TORINO
Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea di Torino
Il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli è particolarmente impegnato in diversi progetti di ricerca a favore dell’accessibilità del Museo a ogni tipologia di pubblico.
Dalla collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino è nata la prima sperimentazione in Italia dedicata all’incontro fra il mondo della sordità e l’arte contemporanea: punto di partenza è stata la ricerca linguistica, per arricchire la Lingua Italiana dei Segni di 80 termini specifici ancora mancanti. A conclusione del percorso, è stato pubblicato nel 2010 il primo Dizionario di arte contemporanea in LIS (Umberto Allemandi & C.), poi presentato a New York, al Moma e all’Istituto Italiano di Cultura in occasione della Settimana della Cultura Italiana nel mondo. Tra le altre numerose attività con la CPD Consulta Persone in Difficoltà di Torino, il dipartimento ha dato vita al “Tavolo di confronto culturaccessibile” che ha realizzato il Manifesto per la cultura accessibile a tutti.

Per ulteriori informazioni:
tel. 011/956.52.13 – fax 011/956.52.32
educa@castellodirivoli.org

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino
La GAM di Torino ha all’attivo numerosi percorsi per persone con disabilità sensoriale. Contemporaneamente, grazie all’impegno del dipartimento educativo, sono stati realizzati percorsi didattici introduttivi di accoglienza e conoscenza al museo indirizzati alle scuole secondarie di secondo grado e condotti con un gruppo di persone con disabilità psichica e cognitiva che, negli anni, hanno avuto l’opportunità di frequentare e conoscere le sale della Galleria.

Per ulteriori informazioni:
Dipartimento Educazione GAM
tel. 011/442.95.46-7
infogamdidattica@fondazionetorinomusei.it

MILANO
Musei senza barriere
Nato da un’idea di Maria Chiara Ciaccheri, esperta in didattica museale per persone con disabilità, e Paola Rampoldi, curatrice e progettista presso il Museo Popoli e Culture di Milano, il sito si propone come contenitore di tutte quelle esperienze di accessibilità al patrimonio museale che in Italia e all’estero hanno saputo instaurare un confronto diretto con persone con disabilità fisica e/o cognitiva, favorendone l’inclusione e la partecipazione attiva. Il sito, che vuole essere anche uno spazio di ricerca mobile e aperta a nuove indagini, confronti e modelli di competenza, offre un interessante spazio bibliografico dedicato all’approfondimento degli approcci dal punto di vista sia artistico che della mediazione.

Per ulteriori informazioni:
museisenzabarriere@gmail.com

BERGAMO E REGGIO EMILIA
Atelier dell’errore. Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi”
Il Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo ha dato avvio a un progetto rivolto a bambini e ragazzi con disabilità psichica, concentrandosi dunque in particolar modo sull’educabilità e la partecipazione dei più piccoli. Per farlo il Museo ha instaurato una stretta collaborazione con l’Atelier dell’Errore di Reggio Emilia, nato nel 2003 come atelier di attività espressive per la Neuropsichiatria Infantile dell’Ausl di Reggio Emilia da un’idea e da un progetto dell’artista Luca Santiago Mora, in collaborazione con L’Indica Atelier di Ricerca Musicale.

Per ulteriori informazioni:
tel. 035/28.60.11 o 035/28.60.12
infomuseoscienze@comune.bg.it

Alcune regole per non sbagliare
Al rientro dal viaggio, Maria Chiara Ciaccheri e Paola Rampoldi, le autrici di www.museisenzabarriere.org, hanno condiviso sul loro blog un divertente reportage della giornata, da cui hanno tratto una serie di requisiti, indispensabili allo sviluppo di una metodologia dell’accessibilità culturale in senso lato che tenga conto di diverse variabili.

Eccone alcune:
– L’accessibilità o meno di un luogo dipende soprattutto dalla volontà delle persone che lo amministrano. Se l’interesse è quello di rendere uno spazio, un luogo, una città, un borgo realmente al servizio di tutti, allora si troveranno le soluzioni praticabili per perseguire questo obiettivo;
– procedere per piccoli passi, prefiggendosi scopi raggiungibili che possono diventare sempre più ambiziosi nel tempo, è un modo per allargare le prospettive e offrire varietà di risposte alle differenti esigenze;
– mettere la persona al centro costituisce il presupposto dell’ascolto e della disponibilità ad abbattere le barriere, prima di tutto quelle relazionali;
– non sempre sono necessari grandi investimenti economici. I requisiti di accessibilità costituiscono un’opportunità creativa in grado di mettere in campo altre energie e di esplorare possibilità poco onerose. Sforzarsi di promuovere l’accessibilità sottintende un impegno che comunque genera un ritorno: numerico ma soprattutto empatico e relazionale;
– essere già un luogo turistico, estremamente frequentato, rappresenta un motivo in più per continuare a migliorare.

5.“Tutto esaurito!” Esperienze a confronto per una cultura come strumento di inclusione e civiltà

Possiamo ancora definire la cultura una passione d’élite? Quante sono le persone disabili che incontriamo a teatro sedute accanto a noi e non su un palco? È l’aspetto degli edifici e la loro promozione o sono piuttosto i pregiudizi dei visitatori a inibire l’accesso ai luoghi dell’arte? Quale può essere, in concreto, il contributo delle istituzioni e del mondo della formazione?
Interrogativi, urgenze e proposte in evoluzione, al centro, lo abbiamo visto, della riflessione più recente, che con noi hanno costellato anche il dibattito di “Tutto esaurito! La cultura accessibile strumento di inclusione e civiltà”, convegno ospitato lo scorso 30 novembre 2013 alla Mediateca di San Lazzaro di Savena, nell’ambito delle iniziative della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità voluta dall’Onu e promosso dal Comune di San Lazzaro di Savena in collaborazione con la Cooperativa Sociale Accaparlante.
Condividiamo ora alcuni degli interventi che hanno accompagnato più da vicino nell’azione i nodi fondamentali delle nostre premesse, insieme ai partner del progetto “Cultura Libera Tutti” e alle istituzioni.
Alle voci preziose degli altri relatori presenti, abbiamo pensato di dedicare specifici approfondimenti sui prossimi numeri di “HP-Accaparlante”.
Un ringraziamento speciale a Saveria Arma di CulturAbile Onlus, che ha trascritto e proiettato in diretta gli interventi dell’intera giornata a favore delle persone con disabilità uditive.

5.1. Uscire dall’élite
di Maria Cristina Baldacci, assessore alla qualità della salute, politiche per la famiglia e diversabilità del Comune di San Lazzaro di Savena

Comincio subito con il ringraziarvi. Sono molto contenta di portare il saluto dell’amministrazione e condividere con voi il senso e il percorso compiuto in questi anni. Con questo convegno siamo arrivati a tirare le somme e, al contempo, a riaprire in una nuova ottica un tema centrale relativamente alla qualità delle nostre vite: la cultura come strumento di inclusione e civiltà, la realtà della cultura dunque e quella dell’accessibilità. Due realtà, queste, che potrebbero sembrare diverse e originate da due mondi lontani, perché l’accessibilità è stata percepita per tanto tempo e, forse lo è ancora oggi, come strettamente legata alle barriere architettoniche, per cui toglierle sembrava l’unica risoluzione al problema. Invece, partendo dal principio che accessibilità significa “accedere”, diventa indispensabile chiedersi dove, a chi e a che cosa, perché solo così capiremo che la realtà culturale è complessa, che comprende la vita di ogni persona e che ogni persona fa ed è cultura. Lo ribadisce il sottotitolo del convegno, “La cultura strumento di inclusione e civiltà”, che ci racconta come accedere alla cultura non sia più soltanto una questione di gradini, muri e vetri da togliere ma un’occasione utile a stimolare l’entrata in luoghi mai visitati nonostante le proprie fatiche esistenziali, tenendo quindi presente che una persona spesso si può trovare nella condizione di non avere voglia di partecipare a realtà culturali e socializzanti. In questo è emerso spesso pure un problema di contenuti e di linguaggio, considerando che anche alcune realtà culturali hanno fatto per molto tempo paura: soltanto il fatto di parlare di cultura, di teatro o di cinematografia teneva lontane persone con disabilità o che dichiaravano “non fa per me”, “non ho studiato”, “non lo capisco”. Fare arrivare i contenuti alle persone ha rappresentato quindi il passaggio successivo, nel quale rendere accessibili i luoghi della cultura ha implicato la necessità non di semplificare ma di far partecipare, rendere bello ciò che è già bello anche se spesso spaventa un po’. Molte persone, anche se non sono disabili nel senso tradizionale del termine, se non riescono ad accedere fisicamente o mentalmente alla cultura si sentono allontanate, perché non accolte. La sfida di questo convegno è dunque proprio questa: la cultura come strumento di inclusione e civiltà, una cultura capace di accogliere.
In questa giornata, negli interventi successivi al mio verranno affrontati molti punti di vista diversi, a partire dai luoghi che nella nostra città ospitano la cultura, dai musei ai teatri e ai parchi, luoghi capaci di rendere la persona portatrice di valori in se stessa, perché tutti noi siamo portatori di valori a prescindere da quanto ne sappiamo, ognuno con le proprie caratteristiche che ne fanno un valore aggiunto. Ecco allora che le persone con caratteristiche particolari, come il non essere originari dello stesso Paese e quindi non avere la possibilità di integrarsi per lingua, razza o, come si diceva una volta, per il colore della pelle, arricchiscono in realtà una cultura millenaria come quella italiana ma che attende di essere esplorata anche da nuovi soggetti, soggetti che fino a questo momento sono stati distanti perché hanno considerato tutto questo una realtà “accessoria”… Ci sono cose più importanti e più necessarie, si sente spesso dire, della cultura. Invece è proprio in queste occasioni che la cultura si rivela lo strumento ideale per far rinascere quelle persone che, per tanti motivi, sono in standby e che devono pensare all’integrazione personale a partire, ad esempio, dal lavoro. Insieme a loro ci sono le persone anziane, molto anziane oppure diventate anziane precocemente, persone che hanno avuto perdite di memoria o di capacità cognitive che possono invece trovare, con strumenti adeguati, la possibilità di rifiorire; “la bellezza salverà il mondo”, diceva qualcuno. La bellezza di una buona musica, di un bello spettacolo teatrale, di una buona passeggiata nel verde con dei contenuti può infatti far rinascere tutti noi.
Partire da questi presupposti rivitalizza anche quelle realtà che non si sono mai poste il problema di arrivare a tutti. Magari il problema era semplicemente il numero di persone che partecipavano ma non il bisogno di includere tutti questi soggetti. Negli ultimi 8-10 anni abbiamo costruito percorsi di integrazione per persone con disabilità fisica, psichica, cognitiva e motoria, così come per chi vive in
condizione di povertà. Avere la possibilità di accedere alla cultura significa partire anche da questo, uscire il più possibile dall’élite.
Questa è la sfida che ci siamo posti come assessorato e come amministrazione, tenendo presente che, se si è seminato un desiderio di accessibilità culturale, è proprio perché su questi temi abbiamo lavorato tanto e a lungo, e quando si arriva a poter discutere di cultura accessibile significa che forse, sulle altre realtà dell’accessibilità, qualche passo in avanti è stato fatto.

5.2. L’incontro con l’arte e lo sviluppo delle relazioni come processo di “life long learning”
di Veronica Ceruti, responsabile Mediazione Culturale e Servizi educativi dell’Istituzione Bologna Musei

La prima volta che sono entrata in un museo, non come visitatrice ma con un ruolo diciamo semi-professionale, è stato nel 1998, mentre stavo seguendo da tirocinante un percorso di formazione al GAM, l’ex Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Da lì non ne sono più uscita, nel senso che da tirocinante sono diventata collaboratrice occasionale, il mio ruolo si è evoluto negli anni e attualmente sono responsabile della mediazione culturale e dei servizi educativi dell’Istituzione Bologna Musei. La situazione dal 1998 è notevolmente mutata e, nonostante ci si lamenti sempre dei tempi duri nei quali ci troviamo a lavorare, per quanto riguarda il tema dell’accessibilità al museo e al patrimonio culturale si potrebbe constatare che la situazione negli ultimi anni è sì cambiata ma in positivo. Un tempo il problema dell’accessibilità non ce lo si poneva neanche, o meglio ce lo si poneva a monte. Erano anni in cui chi lavorava nelle sezioni didattiche dei servizi educativi si sentiva ripetere sempre questa frase: “ma davvero dobbiamo avere i bambini nelle mostre e nelle sale espositive?”. Il discorso sull’accessibilità riguardava quindi addirittura quei soggetti, come ad esempio i bambini della scuola dell’infanzia o più piccoli della primaria, che ancora non erano (o perlomeno non da tutti) sempre benvoluti e accettati all’interno delle sale dei musei, perché facevano rumore, perché il museo doveva essere un luogo silenzioso per una fruizione di tipo contemplativo, un luogo riservato ai grandi… In quest’ottica il museo diventava facilmente il luogo del proibito perché chiacchierare al cospetto delle opere, sedersi in cerchio o entrare insieme dentro a un’ambientazione o a un’istallazione all’interno del museo era già visto come qualcosa di “avanguardistico” e trasgressivo rispetto al luogo museo. Le battaglie della generazione che hanno preceduto la mia e quelle della mia generazione di operatori museali sono state finalizzate proprio a permettere alle scuole e alle classi, alle nuove generazioni, di entrare dentro al museo e partecipare a delle attività, alla lettura e alla fruizione dell’arte. Questo è stato dunque il primo nuovo pubblico a cui sono state aperte le porte dei musei da parte di chi si occupava di mediazione culturale.
Sembra qualcosa di lontano ma, in realtà, rappresenta un passato molto recente e di battaglie ne sono state vinte tante perché sempre più musei hanno avuto al loro interno delle aree didattiche, dei servizi educativi che sono diventati dei veri e propri dipartimenti con sempre più figure professionali dedicate a fare da ponte tra il luogo museo, le opere d’arte, gli artisti e tutti i tipi di pubblico. Il ruolo educativo del museo è cresciuto, si è differenziato, sono nati anche a livello accademico e universitario dei percorsi formativi che hanno avuto come primo obiettivo quello di formare dei giovani a diventare e a essere degli operatori museali qualificati. Il museo si è così integrato sempre di più nel territorio, connotandosi come agenzia formativa che lavora con la scuola ma anche con altre realtà, enti e istituzioni che operano nel contesto educativo a livello sia nazionale che internazionale, grazie a importanti progetti europei di scambio, di buone pratiche o workshop, finalizzati proprio a sensibilizzare l’opinione, quella politica compresa, rispetto a queste tematiche. L’attenzione non è più stata focalizzata soltanto sulle scuole ma ha riguardato davvero ogni tipo di pubblico. Che cosa s’intende? Innanzitutto c’è un discorso legato all’età. I bambini non sono più gli unici destinatari ma dietro c’è un progetto di life long learning e di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, anche per gli adulti, dunque, fino ad arrivare alla terza età e poi ci si è occupati sempre di più di quelle fasce soggette a una maggiore emarginazione rispetto ai luoghi della cultura per varie ragioni, da quelle legate alla lingua, concernenti quindi l’immenso fenomeno della migrazione, migranti di prima e seconda generazione, a tutte quelle fasce svantaggiate magari geograficamente, perché in ogni città esiste un centro, esistono delle periferie, delle zone e delle aree suburbane in cui i giovani, ma anche le famiglie e gli adulti, vivono per quartieri e raramente sentono il centro e i suoi luoghi come aperti a loro. Per questo ci si è spostati e si è usciti fuori dal museo, si è andati a comunicare l’arte e l’azione educativa anche al di fuori delle pareti dei musei, dei laboratori e delle sale espositive e si sono condotte delle azioni anche sul territorio, nelle piazze e nei quartieri. Assolutamente non ultimo il lavoro che riguarda l’accessibilità alle persone disabili, innanzitutto a partire dall’abbattimento delle barriere architettoniche e quindi finalizzato a rendere i musei accessibili ai luoghi dell’arte e della cultura dal punto di vista fisico e poi a livello di fruizione, dunque propriamente culturale, con attività di visita e di laboratorio che possano rendere l’incontro con l’arte un’esperienza veramente vissuta e partecipata anche per chi non ha le stesse possibilità di movimento e di azione degli altri. Laboratori pensati per includere insieme, che è la cosa migliore, lavorando senza ghettizzare ma sull’integrazione nel senso più vero del termine. Percorsi dunque pensati per essere fruiti da tutti, anche dalle persone con disabilità motorie e quindi sulla sedia a rotelle o che muovono a mala pena le mani o che fanno fatica a esprimersi verbalmente. Attualmente questa realtà risulta diffusa esclusivamente dove opero io. Sono a conoscenza dell’esistenza di progetti davvero eccezionali e di rilievo condotti anche da altri musei a livello nazionale e internazionale. A tal proposito
occorre ricordare, ad esempio, la realtà torinese così come fantastico è il progetto realizzato dal Castello di Rivoli, che ha redatto e pubblicato il primo dizionario d’arte contemporanea nella Lis, la lingua per i sordi, instaurando un rapporto strettissimo tra il servizio educativo di Rivoli e la comunità dei sordi di Torino per tradurre, attraverso uno specifico vocabolario fatto di gesti e non solo di parole, i linguaggi dell’arte contemporanea anche a chi non sente. Nell’arte contemporanea si parla spesso di “installazioni”, di “arte concettuale”, di “lavori polimaterici”, di “performance” e di “azioni con il corpo”. Mancavano i gesti per identificare questo tipo di lessico e, di conseguenza, per fare un giro, ad esempio, ad Artissimo o ad Arte Fiera anche con chi non sente… Ai progetti legati alla sordità si accompagnano tanti progetti rivolti ai soggetti non vedenti. Ci sono davvero persone all’interno dei musei che si sono dedicate a queste tematiche con passione e anche con umiltà, partendo magari dal presupposto che rappresentano mondi e realtà che non ci appartengono e in cui le esperienze che abbiamo fatto finora non sono sufficienti per instaurare un dialogo.
L’aspetto più importante, infatti, è proprio quello dell’incontro tra le persone e le professionalità, affinché possa esserci davvero uno scambio costruttivo e le reciproche specificità costruiscano dei progetti che non risultino efficaci solo sulla carta ma che consentano davvero l’accessibilità all’arte, alle poetiche e alle pratiche a tutti.

5.3. A partire dalle fonti
di Anna Dore, responsabile Servizi Educativi del Museo Civico Archeologico di Bologna

Sicuramente un museo archeologico è una realtà diversa rispetto a un museo d’arte moderna e contemporanea. L’archeologia ha bisogno di per sé di una mediazione importante perché, se davanti a un’opera d’arte c’è anche il riconoscimento immediato, di fronte a dei reperti archeologici è difficile vivere un momento di coinvolgimento emotivo. I reperti, certo, possono dire tante altre cose, che però hanno bisogno di una mediazione. Inoltre occorre sottolineare che un museo nato nel 1881, storicizzato in se stesso e quindi con allestimenti non facili, necessita addirittura di un’ulteriore mediazione.
Proprio per questo motivo, abbiamo cercato sin dal primo momento di ottenere un coinvolgimento del pubblico attraverso le nostre attività. L’esordio di queste attività si colloca alla fine degli anni Settanta, quindi esse possono essere annoverate tra le prime esperienze sperimentali di attività condotte con le classi. Vorrei citare a tal proposito questo pensiero, proposto a un convegno di qualche anno fa dal direttore della Galleria Nazionale, oggi direttore del British Museum, secondo cui “i musei perseguono il sommo ideale illuministico di cercare e trovare la bellezza e la saggezza”. Questa frase esprime molto bene la nostra concezione del museo, soprattutto in relazione al fatto che la nostra struttura contiene una grande parte della storia della città, insieme a collezioni che non derivano dal territorio di Bologna ma che raccontano come la città dal Seicento all’Ottocento abbia interpretato il rapporto con l’antichità anche rispetto alle ideologie, ai mutamenti politici e al riconoscersi in determinate fasi della storia. Stiamo parlando, di fatto, di un patrimonio che deve essere assolutamente restituito ai cittadini, che i cittadini devono sentire proprio, non come distante o solo per qualcuno, oppure come qualcosa di polveroso che attualmente non è in grado di trasmettere nessun contenuto alle persone.
Direi che questo ha rappresentato un impegno soprattutto negli ultimi anni, al di là dell’attività didattica e educativa di base, che è quella con le scuole, con il pubblico adulto, grazie a un insieme di visite guidate e di laboratori, che negli ultimi anni ci siamo preoccupati di estendere a tutti i cittadini.
Abbiamo organizzato varie iniziative, ad esempio progetti per le persone non vedenti, sia per le scuole che per gli adulti, insieme a un progetto sperimentale sull’intercultura, sfruttando alcuni aspetti caratteristici di Bologna, da sempre crocevia di una moltitudine di persone. Abbiamo cercato così di far vedere come anche nel 700-800 a.C. arrivassero in città merci, famiglie e invasori, che creavano rapporti a volte amichevoli, altre volte conflittuali con la città, che però mettevano a confronto culture diverse e determinavano una trasformazione culturale e talora etnica all’interno della città stessa. Questo progetto è stato offerto a classi con composizione variegata a livello di provenienza geografica e in qualche modo si sono condotti i ragazzi a conoscere una realtà che sembra nuova ma che, in realtà, è sempre esistita, quella per l’appunto di una Bologna multietnica. Una cornice dentro cui abbiamo ripercorso anche le storie delle loro origini e abbiamo fatto vedere che, se andiamo a ritroso nel tempo di qualche generazione, sicuramente avremo la possibilità di trovare qualcuno che aveva un nonno che veniva da un altro luogo, finendo così per creare sulle mappe delle ragnatele, delle reti sulla carta dei nostri spostamenti. L’idea era proprio quella di sfruttare il potenziale del museo in questo senso, dalla scoperta all’incontro fino all’integrazione. Sicuramente quello che vorremmo fare da questo momento in poi è strutturare questi interventi, che per ora rappresentano tutti aspetti sperimentali che devono essere condotti a un quadro di unità e stabilità dell’offerta e degli interventi. Secondo me, un contenitore per perseguire questa finalità può essere rappresentato proprio dal progetto nato dall’incontro dei nostri musei, e non solo, che ha portato al progetto “Cultura Libera Tutti”, che persegue come scopo precipuo lo sviluppo di una maggiore accessibilità delle nostre istituzioni culturali. A questo proposito vorrei soffermarmi soprattutto sull’incontro con Accaparlante perché, come dico sempre,“ci ha rovesciato la testa”. Questo incontro ci ha portati a adottare una prospettiva fondamentale, quella del fare insieme, che rappresenta quindi una prospettiva veramente inclusiva della persona con disabilità, con la quale si ha la possibilità di fare concretamente qualcosa, e che permetterla creazione di uno scambio d’esperienze reciproco. Io, ad esempio, non avevo mai avuto l’occasione prima di collocare il mio punto di vista fuori dal museo. Quando i membri di Accaparlante, in particolare il Progetto Calamaio, sono venuti a proporci di utilizzare il nostro patrimonio per la realizzazione di un percorso che prevedesse un ragionamento sulla diversità e sfruttare così le loro competenze professionali, anche con formatori diversamente abili, all’inizio non sapevamo cosa fare; poi abbiamo pensato a un patrimonio particolare del museo, il patrimonio di immagini sulla ceramica greca, rappresentato da vasi prodotti ad Atene nel VI secolo e ricchi di immagini. Su questi vasi Atene si palesa come “la città delle immagini”, immagini attraverso le quali mette in scena se stessa. In realtà, però, anche questo immaginario possiede dei filtri. Questi oggetti sono stati prodotti da Ateniesi per essere poi esportati, destinati a rivestire determinate funzioni e a essere utilizzati da una specifica committenza. Una delle funzioni principali del nostro laboratorio è il simposio, una festa di uomini, una riuione che si celebra dopo la cena in cui si consuma insieme del vino, un momento molto forte sotto il profilo relazionale, che è però dedicato solo ai cittadini ateniesi, ovvero agli uomini liberi adulti.
Gli studiosi hanno notato come buona parte della ceramica da banchetto possa essere interpretata come un confronto dell’uomo libero adulto con la realtà fuori da sé, quindi come incontro con l’altro che non è presente al simposio, incontro reso possibile perché la consumazione del vino, se praticata secondo specifiche regole, abbatte le barriere sociali e personali che la vita normale pone, rendendoci capaci di specchiarci nell’altro; di conseguenza il simposio viene definito come “lo spazio di sperimentazione del limite di se stessi”. Tutto questo, naturalmente, ha molto a che fare con la diversità e quindi con la disabilità. Vale lo stesso poi per tutto l’aspetto legato alla condizione femminile, per cui sui vasi si palesano donne aristocratiche come donne “diverse”, relegate ai margini, non solo le schiave ma anche le “cattive ragazze”, cioè le amazzoni, donne che vivono da uomini e che hanno escluso gli uomini dal loro mondo, usandoli solo per la riproduzione. In qualche modo, quindi, ci si confronta con questo aspetto che può essere deviante e pericoloso della donna. Qui abbiamo le donne “normali”, donne aristocratiche che devono essere belle per il marito, che praticano la musica e la cultura in uno spazio ristretto; all’opposto ecco le cattive ragazze, che ci introducono anche a un altro tipo di diverso: lo straniero. Di fatto l’uomo che celebra il banchetto si confronta anche con il diverso dal punto di vista dell’appartenenza alla città, città che vuol dire fondamentalmente “civiltà”.
I vasi ci conducono anche al confronto generazionale, un rapporto positivo con la generazione più giovane oppure il rapporto con la vecchiaia. Il gioco della sperimentazione dell’alterità viene portato poi al limite con le figure del mito, a metà tra l’umano e il felino, i satiri, che impugnano delle anfore, nelle quali è contenuto il vino puro. Chi celebra il simposio usa sempre il vino secondo gli insegnamenti di Dioniso, tagliato, ovvero diluito con acqua. Chi beve il vino puro viene considerato diversamente e si pone in questa zona grigia tra civilizzato e natura. Il vino è ciò che ti porta a sperimentare che questa diversità è anche dentro di te perché, se superi il limite, tu puoi diventare quello, puoi diventare il civilizzato che, nel contenitore della città e del tuo essere cittadino libero, ti connota. Tutti questi che ho citato sono esempi di forme di diversità a quel tempo reiette dalla società. Di tre cose ringraziava gli dei il filosofo Talete: “ringrazio gli dei di non essere nato bestia, donna o barbaro”, esattamente in quest’ordine. Così normalmente, aiutati dagli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, dall’Atene del VI sec. arriviamo all’oggi, all’immagine viva e presente della disabilità, cercando di capire se siamo davvero così vicini a quell’immagine riflessa.

5.4. Dal palco alla platea. Che differenza c’è?
di Cristina Valenti, docente di Storia del Nuovo Teatro presso il Dams di Bologna e direttore artistico Premio Scenario

Ragionare di accessibilità culturale nell’ottica di una comunità di pubblico partecipata e inclusiva porta a rilevare come il teatro sia, da questo punto di vista, assolutamente arretrato. In particolare proprio rispetto alla facilitazione dell’accesso per le persone in situazione di disabilità, laddove, invece, il teatro è un mondo ormai molto avanzato per quanto concerne l’accesso alla pratica artistica e teatrale da parte dei soggetti disabili. Vorrei partire da uno spunto che mi è stato offerto dal materiale sul progetto “La Quinta Parete”, un esercizio di scrittura creativa intitolato “Sconquasso: istruzioni per l’uso”, realizzato con i ragazzi disabili del Progetto Calamaio. Nello svolgimento di questo esercizio di scrittura creativa molto carino, i ragazzi hanno inventato (o forse non del tutto) situazioni paradossali legate all’accesso al teatro da parte di un pubblico non educato all’esperienza teatrale, costretto quindi a fare una vera e propria irruzione nello spazio del teatro, un’entrata connotata da molto rumore, poca eleganza e grande entusiasmo. Si tratta appunto di un esercizio di scrittura creativa, di una serie di flash, racconti di situazioni possibili ma assolutamente al limite, che però fanno riflettere, perché ci parlano di un pubblico “ineducato” e, quindi, di un pubblico la cui educazione deve passare necessariamente attraverso l’esperienza.
Ho riflettuto sul fatto che la condizione del pubblico ineducato, di questo particolare pubblico, è esattamente analoga alla condizione dell’attore ineducato, il nuovo attore cioè del teatro del disagio, che si avvicina al teatro senza essere in possesso di una formazione regolare, non apprezzato dal punto di vista delle tecniche e della formazione accademica; si tratta quindi di un attore che effettua un processo di elaborazione sulla propria competenza sul campo, attraverso l’esperienza, a partire da una in-educazione di base. Se è vero che il teatro ha scoperto di potersi nutrire di risorse straordinarie attraverso l’accesso all’esperienza artistica di attori portatori di un’esperienza inedita e, soprattutto, capaci d’inventare in scena linguaggi originali, allo stesso modo potrebbe accadere che proprio attraverso l’accesso di questo tipo di pubblico anche la platea riesca a scoprire una diversa autenticità. Il teatro ha sperimentato, attraverso l’accesso al fare artistico e teatrale di persone non attrezzate, quelle esperienze di autenticità del rapporto teatrale ma anche di imbarazzo che io ho ritrovato leggendo quei brevi esercizi di scrittura creativa. Che cosa si leggeva? Di un pubblico che faceva irruzione in uno spazio normalmente regolato da un’etichetta sociale-mondana che veniva a essere infranta, quindi un pubblico senza etichetta.
Questi dati relativi all’imbarazzo e all’autenticità li abbiamo ritrovati quando (per le prime volte almeno, perché ormai le esperienze sono andate avanti e, di conseguenza, possono dirsi mature, se non di eccellenza) c’era imbarazzo diffuso in platea. L’imbarazzo di fronte all’autenticità. Le due parole che ho voluto mettere in evidenza sono proprio queste: imbarazzo e autenticità. Perché? Perché anche in questo caso l’irruzione della vita vera sulla scena tendeva a produrre imbarazzo nello spettatore, per il fatto che a teatro lo spettatore è abituato a rapportarsi all’evento scenico attraverso la mediazione di una convenzione, a credere alla realtà di quello che è rappresentato a partire da una premessa: ciò che avviene sulla scena è una finzione per cui lo spettatore, per poter godere di quella finzione, deve condividere la convenzione secondo la quale la condizione dello spettatore è quella di credere a ciò che è finto. Cosa avviene quando sulla scena fa irruzione la realtà, la vita vera? La vita vera di soggetti non attrezzati alla finzione di se stessi, alla rappresentazione di se stessi, che portano in scena l’espressione di un disagio autentico, un’elaborazione personale di linguaggi desueti dal punto di vista dell’espressione artistica: ecco quindi emergere l’imbarazzo perché la vita non è rappresentata, anche l’esperienza del disagio non è rappresentata da attori tecnicamente attrezzati per fingere, ma è portata direttamente in scena senza mediazione. Questo è il teatro del disagio, il teatro delle disabilità. L’attore disabile è accolto senza mediazioni, direttamente in scena come portatore di un proprio linguaggio espressivo, di una propria esperienza artistica, unica, personale e originale. Da qui deriva l’imbarazzo dello spettatore convenzionale, che non si trova a condividere un’esperienza di finzione e rappresentazione, vedendo non una realtà riprodotta sulla scena ma la possibilità per queste persone di ricreare la propria vita sulla scena, di rappresentarla. È un passaggio molto importante perché occorre sottolineare che un teatro con le disabilità non solo è interessante ma trova anche tutta la sua legittimità nel momento in cui gli attori disabili non rappresentano la disabilità, non portano semplicemente in scena la loro condizione. Questo non sarebbe utile né interessante per loro e per il teatro, poiché invece il teatro ha molto da imparare dalla manifestazione di queste espressioni autentiche. Non sarebbe interessante per il teatro, dicevo, ma non sarebbe neanche politicamente corretto. In questo caso la visibilità sarebbe in qualche modo funzionalizzata al lavoro del regista; di conseguenza il soggetto disabile si troverebbe a costruire sulla scena una sorta di scenografia di un paesaggio umano anziché dare un contributo originale. Se ci pensiamo, tutti questi elementi fanno parte e devono fare parte di una riflessione che può riguardare lo spettatore disabile, per il quale non ci sono molte esperienze da portare e da riferire perché, come affermavo all’inizio, da questo punto di vista il teatro è assolutamente arretrato rispetto alle esperienze di mediazione. Credo, però, che alcune cose si possano dire per tenere insieme questa realtà che, come dicevo, non può comporsi della relazione tra attore e spettatore. Se dobbiamo parlare delle modalità di accesso al teatro delle persone con disagio, credo che le stesse considerazioni che facciamo per l’attore portatore di disagio debbano valere anche per gli spettatori.
Faccio una premessa. C’è e c’è stato soprattutto nel momento in cui queste esperienze sono nate, ormai qualche decennio fa, un dibattito alimentato dal quesito relativo alla legittimità del fatto di portare sulla scena la disabilità o comunque la condizione di disagio. Personalmente ritengo che l’accesso al teatro da parte delle persone disabili dovrebbe tenere in considerazione alcuni requisiti minimi. Credo che sia utile e giusto l’accesso al teatro, all’espressione teatrale di persone disabili, a patto che queste ultime abbiano la consapevolezza di stare recitando su un palco, e siano consapevoli di trovarsi di fronte a un pubblico, che il teatro rappresenti per loro una reale opportunità di raccontare qualcosa di sé e quindi di trasformare la propria condizione, uscire dall’oggettivazione del corpo malato e determinare la propria presenza sulla scena con un vantaggio dal punto di vista della riduzione non tanto del deficit, che non si può ottenere attraverso il lavoro artistico, quanto piuttosto dell’handicap come dato sociale. Nel momento in cui l’attore ha accesso all’espressione di sé attraverso il teatro, la percezione sociale dell’handicap si riduce perché l’attore disabile ha la possibilità di accedere a una diversa rappresentazione di sé e a una differente relazione con l’altro da sé. L’attore incontra l’altro nella sua unicità, nella sua originalità, nella sua storicità. Tutto questo va contro l’oggettivazione della malattia come processo che implica l’esistenza di un corpo malato. Ritengo che questi requisiti debbano valere anche in riferimento all’accesso al teatro da parte dello spettatore disabile, che deve avere una connotazione reale: entrare a teatro è infatti diverso dall’accedere al teatro perché l’accesso implica l’esistenza della consapevolezza da parte dello spettatore. Se ci pensiamo, sono gli stessi elementi che entrano in gioco. Lo spettatore disabile deve avere la possibilità di godere di facilitazioni e di mediazioni culturali che gli consentano di essere uno spettatore consapevole. Prima ho fatto riferimento all’attore consapevole; allo stesso modo sarebbe giusto parlare di spettatore consapevole, consapevole cioè di trovarsi a teatro, di entrare in relazione con uno spettacolo e quindi con un fatto teatrale che si basa su una serie di convenzioni, facendo diminuire così la percezione sociale del proprio handicap a partire dal rapporto con gli altri.
Desidero citare un intervento che ho ascoltato ieri, degno di nota sia per i contenuti espressi sia per il contesto in cui si è svolto, di Gherardo Colombo, ex magistrato che ha incontrato le scuole. È stato un incontro molto interessante. Colombo non ha fatto una comunicazione frontale, ma una riflessione condivisa e ha portato gli studenti a riflettere sul fatto che la libertà rappresenta un processo di acquisizione progressiva di competenze. Ha spiegato, partendo da nozioni di carattere giuridico, che un neonato è un individuo meno libero di un bambino di tre anni. Un bambino di tre anni è meno libero di un bambino di sei anni che, a sua volta, è meno libero di un adulto. Gli studenti delle classi di Bologna erano un po’ disorientati all’inizio perché di solito, facendo coincidere il concetto di libertà con quello di comportamento spontaneo, si pensa che l’infanzia sia il regno della libertà; invece lui ha spiegato che la libertà si acquista progressivamente a partire dalla prima infanzia in cui di fatto questa condizione non esiste. Un bambino di fatto non è neanche libero di esistere, di vivere, perché dipende totalmente da chi lo nutre. Il bambino diventerà libero attraverso un percorso di acquisizione di competenze nel momento in cui avrà la possibilità di esercitare il diritto di accedere a tutta una serie di competenze. La libertà va quindi concepita come percorso che si conquista attraverso la progressiva acquisizione di competenze.
Vorrei tornare al discorso da cui ero partita parlando del pubblico ineducato che entra a teatro senza comportarsi secondo i canoni del comportamento e dell’etichetta teatrale. Questo è il punto di partenza, occorre trovare una dialettica tra l’ineducazione come non appartenenza a schemi non particolarmente utili e l’acquisizione di competenze, perché la spontaneità di per sé non porta a un’esperienza libera, in quanto la vera esperienza libera è quella della consapevolezza. La spontaneità va educata e in questo senso occorre ricordare che un grande psichiatra del passato, Moreno, parlava di “educazione alla spontaneità”, che sembra una contraddizione di termini… La spontaneità può essere educata? La spontaneità va riconquistata come valore attraverso un processo di apprendimento che aggiunga competenze, senza però che queste siano in qualche modo addomesticate dalle convenzioni, che rappresentano filtri poco utili per il rinnovamento dell’esperienza artistica e per il libero accesso originale e consapevole del soggetto portatore di disagio. Credo che questo sarebbe il percorso da fare, partire dalla condizione di questo pubblico che può essere una risorsa per il teatro così come ha costituito una risorsa l’accesso di attori non educati dal punto di vista scolastico e accademico, per nutrire la relazione teatrale di nuova necessità di autenticità, di sviluppo di senso; però costruire anche le competenze affinché quell’esperienza sia davvero un’esperienza libera, non dipendente da una mediazione forte ma concepibile come un momento di trasformazione. A questo punto si potrebbe entrare in un altro tema molto intuitivo: sappiamo che l’accesso al teatro da parte di persone disabili attualmente avviene maggiormente attraverso gruppi, cooperative di aiuto che portano disabili a teatro. Si tratta indubbiamente di iniziative lodevoli, ma credo che si possa fare molto altro. Questi gruppi che portano le persone a teatro si preoccupano poco della qualità degli spettacoli, del modo in cui avviene la partecipazione delle persone disabili a teatro, eccetera. Questa è una modalità estremamente importante, ma come ci hanno insegnato le esperienze che abbiamo visto a livello museale è senz’altro una modalità da superare perché il dato della spontaneità di accesso va messo in rapporto dialettico con un altro percorso che è quello dell’acquisizione di competenze perché, senza le competenze, l’esperienza dello spettatore non può essere libera ma risulta dipendente da un soggetto terzo che, da una parte, la facilita ma, dall’altra, la filtra molto pesantemente rispetto all’accesso.

5.5. Tra edificio e piazza, tra entrata e uscita

di Nicola Bonazzi, drammaturgo e regista di ITC Teatro – Compagnia Teatro dell’Argine

Vorrei cominciare ricordando una parabola letteraria molto conosciuta, intitolata Davanti alla legge e tratta dal romanzo Il Processo di Franz Kafka. Un contadino persegue la Legge e spera di conquistarla entrando in un portone. Il guardiano del portone dice all’uomo che non può passarvi in quel momento. L’uomo chiede se potrà mai farlo e il guardiano risponde che c’è la possibilità che vi riesca.
L’uomo aspetta presso l’entrata per anni, tentando di corrompere il guardiano con i suoi averi; il guardiano accetta le offerte, ma dice all’uomo: “Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa”. L’uomo non tenta né di ferire, né di uccidere il guardiano per raggiungere la legge, ma attende presso il portone fino a che non sta per morire. Un attimo prima che ciò accada, chiede al guardiano perché, seppure tutti cerchino la legge, nessuno è venuto in tutti quegli anni. Il guardiano risponde: “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo”.
Ho scelto questa parabola di Kafka perché, a mio parere, rappresenta bene la situazione del teatro, una situazione che se non altro dal punto di vista istituzionale rimane ancora piuttosto critica. Tra qualche anno, forse, non sarà più così perché succederà qualcosa di nuovo ma oggi resta l’idea d’inattingibilità della legge, la Legge con la “L” maiuscola verso il cui ruolo il guardiano non deroga mai.
Se noi sostituiamo la parola “teatro” a legge, al posto di guardiano mettiamo“gestore del teatro” e, ancora, alla parola contadino sostituiamo “cittadino comune”, uomo della strada per così dire, credo che avremo un quadro abbastanza fedele di quello che continua a essere il rapporto tra uno spettatore che non è educato al teatro o che ha difficoltà ad accedere al teatro e chi il teatro lo gestisce. Quando ho cominciato ad andare a teatro avevo circa 15 anni e trovare un mio coetaneo in platea era davvero un’impresa difficile. Penso che chi gestiva il teatro mi vedesse come una sorta di marziano! Allora sarebbe stato impensabile che un gestore di teatro facesse entrare tanti ragazzini di 15 anni per vedere uno spettacolo istituzionale in un teatro istituzionale. Anche l’edificio in cui aveva sede il teatro era piuttosto arcigno. Qualche tempo fa, per ragioni di lavoro, ho avuto modo di accedere agli uffici del Teatro Duse, teatro storico della città, per ritrovarmi immerso in un dedalo di corridoi angusti… Al di là della sacralità del palco, dunque, quello che ho trovato dietro è stato abbastanza “respingente”.
La maggior parte dei teatri poi restano purtroppo aperti solo nelle ore in cui si svolge lo spettacolo. Ancora oggi è difficile vedere i teatri pieni di ragazzi, se non nelle matinées dedicate alle classi, peraltro preziose e necessarie, ma sarebbe bello immaginare che questi spettatori, questi ragazzi, fossero spettatori assieme agli altri, spettatori che normalmente vanno a teatro la sera, spettatori potremmo dire “normodotati” perché il fatto di essere ghettizzati li rende in qualche modo emarginati, anche se loro sono fondamentalmente “portatori sani di giovinezza”.
Noi abbiamo tentato di aggirare questo problema inventando l’iniziativa “a teatro con un euro”, che dà a tutti i ragazzi la possibilità di entrare a teatro pagando per l’appunto soltanto un euro. Questa è una delle pratiche di accessibilità culturale rivolta ai ragazzi che abbiamo provato a mettere in atto come compagnia teatrale.
Un’altra misura è stata l’accoglienza di questo strano drappello rumoroso degli animatori con disabilità del Progetto Calamaio nell’ambito de “La Quinta Parete”. Ha rappresentato un’esperienza straordinaria non soltanto al momento del loro arrivo ma anche nel prosieguo della visione dello spettacolo, cioè durante la restituzione attraverso l’esercizio di scrittura di quello che loro hanno visto.
Inoltre insieme all’Associazione AGFA/FIADDA abbiamo realizzato un’altra iniziativa che permette agli spettatori con disabilità uditiva di vedere gli spettacoli seguendo dei sovratitoli; cito queste esperienze come piccole buone pratiche che abbiamo provato a mettere in atto presso ITC Teatro. Ogni volta che cito qualche esperienza personale rischio sempre di essere autoreferenziale, ma si tratta di un’esperienza che ha avuto inizio ora e su cui valeva la pena riflettere. L’accoglienza e l’accessibilità per quanto ci riguarda possono essere anche molto altro e, per spiegarmi meglio, vorrei citare una ricerca che è stata condotta in Inghilterra nell’ambito del sistema bibliotecario. Mi fa piacere citare proprio qui, alla Mediateca di San Lazzaro, questa esperienza perché questo è un luogo di grande accessibilità e il teatro per vivere deve sempre appoggiarsi ad altre esperienze. Antonella Agnoli nel suo libro Le piazze del Sapere (Laterza, 2008) ha condotto una riflessione sulle biblioteche a partire dalla richiesta di un quartiere londinese che aveva commissionato una ricerca per scoprire perché le proprie biblioteche erano luoghi deserti, luoghi in cui si recavano poche persone, luoghi dove avvenivano pochi prestiti, luoghi che non erano vivi. Da questa ricerca era emerso che questi luoghi erano percepiti come respingenti, nel senso che le persone non accedevano ad essi perché li sentivano lontani, freddi; addirittura, lo stesso nome library richiamava a un suo significato un po’ polveroso.
Noi a Bologna abbiamo Sala Borsa, esempio straordinario d’intendere il luogo Biblioteca come luogo aperto. In Inghilterra questi luoghi sono stati poi rinominati idea stores, in un’ottica meno respingente. Si tratta di luoghi pieni di servizi, luoghi che non hanno solo il libro come elemento centrale ma che offrono anche corsi di lingua per gli stranieri, per gli immigrati, e in cui hanno luogo, come nei musei, laboratori didattici per i bambini; occorre poi sottolineare che sono luoghi– e questo è molto importante – aperti quasi sette giorni su sette.
La situazione del teatro ovviamente è più arretrata. Pensate che il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) continua a erogare fondi solo sulla base delle repliche di spettacolo che vengono fatte, senza considerare assolutamente tutte le altre attività che gravitano attorno al teatro. Intorno ci sono invece attività straordinarie e importanti, attività di laboratorio, ad esempio, che accompagnano tutto il lavoro di formazione del pubblico, ma che non vengono valutate dal FUS. Anche su questi aspetti sta cominciando una riflessione per cui, probabilmente, queste voci inizieranno a essere valutate. La situazione del FUS è generalizzata ma per fortuna esiste qualche eccezione in Emilia-Romagna, Toscana, in Puglia dove si prendono in considerazione anche altre cose perché effettivamente il teatro sta cambiando e non è più soltanto un luogo dove si fa uno spettacolo e basta. Ritengo che questo sia molto importante e abbia anche a che fare con un’idea di formazione generale che vede il teatro sempre come un luogo esclusivo, snob, mentre occorre fare un passo in avanti, un clic che deve appunto venire dai teatranti che devono mettersi in relazione con gli altri, attraverso la relazione di cui si parlava prima, la condivisione alla quale facevano riferimento Veronica Ceruti e Anna Dore, partendo dal presupposto che la condivisione è fare qualcosa con gli altri. In questo senso, per noi “accesso” significa entrata, quindi presuppone la necessità di prendere in considerazione le modalità per facilitare l’entrata in un luogo. Però, se noi immaginiamo l’accesso anche come uscita da un luogo, prendendo in considerazione cioè le modalità in cui il teatro può uscire da se stesso e quindi dalle pareti di quell’edificio, ritorniamo allora all’idea di piazza, un’idea in qualche modo fisica ma anche metaforica, l’idea di fare del teatro non un edificio ma una piazza dove ci si incontra, dove hanno luogo delle relazioni, dove si scambiano delle emozioni. Il teatro è un luogo metaforico ma che deve andare incontro al proprio territorio, un luogo di incontro e un’azione che accompagna quell’incontro, un saluto, una stretta di mano, un abbraccio. L’accoglienza è anche questo. Ad esempio, l’accoglienza all’interno di un teatro comincia anche dal sorriso, dalla possibilità di smarcarsi da quell’atteggiamento arcigno che spesso la cultura si porta dietro e che colui che si sente il depositario della cultura ha, il guardiano della legge. Credo che qualcosa stia cambiando, poiché il teatro sta facendo i conti con una nuova parola che è “residenza”: non più l’idea di andare in giro a fare spettacoli ma l’idea di essere stanziale in relazione con il territorio in modo vivo. Credo che ci siano giovani artisti che si stanno facendo carico di questo. Ritengo anche che sia un percorso lungo, ma quello che si sta vedendo mi sembra molto interessante. Questo dà anche la possibilità di fare spettacoli migliori perché sono spettacoli che si nutrono di tutto questo, che si nutrono cioè della vita, dell’energia delle persone con cui si entra mano a mano in contatto. Se il teatro diventerà questo e se diventeranno questo anche la poesia e la letteratura, allora avremo un mondo migliore, scusate la retorica. Solo attraverso i tempi dello scambio e del contatto avremo una cultura per tutti e alla portata di tutti, che genererà benessere collettivo.

5.6. Per una politica dall’approccio culturale
di Roberta Ballotta, assessore alla qualità socio-culturale Comune di San Lazzaro di Savena

Come amministratrice mi sento piuttosto sicura nel ribadire le scelte che la nostra amministrazione sta facendo sul versante dell’accessibilità culturale, scelte coraggiose, scelte che richiedono anche un incrocio attento del denaro pubblico, perché per noi sono fondamentali le risposte che dobbiamo dare ai nostri cittadini, garantendo loro servizi di alta qualità e al contempo considerando l’aumento forte, in termini di presenza, di famiglie che al loro interno hanno dei ragazzi o degli adulti con problemi di disabilità.
Se da una parte siamo molto soddisfatti, dall’altra siamo molto preoccupati per la situazione economica in atto che rende estremamente difficile favorire dei processi di integrazione culturale e sociale. Occorre tuttavia precisare che noi partiamo da una situazione che implica la presenza di grandi vantaggi. Perché? Perché abbiamo istituti culturali, Mediateca compresa, che fanno cultura, integrazione e contaminazione. Sono in aumento i ragazzi e gli adulti che ci vengono a trovare chiedendo di partecipare alla nostra programmazione e progettazione culturale, tra cui sempre più associazioni che seguono persone con disabilità. Anche noi su questo faremo importanti riflessioni per cercare sempre di più di avere momenti di comunicazione culturale che risultino immediatamente intuibili. Oltre all’ITC teatro, di cui avete sentito parlare, che, grazie alla presenza di queste persone meravigliose che sono presenti da tanti anni nel nostro territorio, fa sì che ci sia sempre di più l’abitudine consolidata tra le famiglie e i cittadini a partecipare alle esperienze di laboratorio con le scuole e con realtà private, contiamo anche sulla presenza del Museo della Preistoria e dell’Archivio Storico. Insieme a questi pilastri c’è un altro istituto, che non è propriamente un istituto culturale ma che attraversa tutti noi della giunta su vari livelli. Sto parlando di Habilandia, centro polivalente di attività educative che Accaparlante conosce bene, che è un luogo meraviglioso, di grande inclusione per tutte le età e sul quale come amministrazione desideriamo mantenere una forte attenzione. Stiamo cercando di dare risposte a tutti i cittadini, tenendo conto delle difficoltà relative al bilancio, ma anche con grande apporto di ricchezza culturale. Sul nostro territorio, non so se mi sbaglio, credo che ci siano almeno 70 associazioni che quasi quotidianamente, in accordo con l’amministrazione comunale, praticano attività sociali e culturali che vengono svolte sia negli istituti culturali che citavo prima, sia nei centri sociali. Abbiamo infatti tre centri sociali in cui vengono organizzate iniziative rivolte all’infanzia.
In più ci sono le attività rivolte alle persone anziane e dei laboratori che aiutano tutti noi a pensare, a ritrovarsi, a leggere ad alta voce il giornale e anche a scrivere. Ora vorrei fare un passo indietro, tornando con la memoria ai tempi in cui lavoravo e dirigevo una biblioteca di quartiere molto innovativa, la “Biblioteca Ginzburg”, una delle prime biblioteche accessibili grazie al continuo confronto con l’amministrazione comunale. Memore di quest’esperienza abbiamo lavorato molto con l’area metropolitana. Stiamo facendo dei ragionamenti in materia di unione di comuni e di distretti culturali. Per noi è importante ricordare agli amministratori la necessità di far nascere e progettare istituti culturali che risultino accessibili per tutti, ritenendo l’accessibilità un diritto di cittadinanza. Lavorare a stretto contatto con persone con disabilità, averle come colleghi, mi ha aiutato moltissimo sia nel passato che nel presente. Credo che misurarsi quotidianamente e avere la capacità come amministratori di percepire e di avere questa attenzione all’apertura sia un elemento e un approccio culturale molto significativo, tra i più significativi che ci siano.

5.7. Responsabilità. Sfide pedagogiche per il prossimo futuro

di Federica Zanetti, docente di Didattica e pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, Facoltà di Scienze della Formazione

Parlare di accessibilità culturale mi sembra in questo momento molto importante, poiché rappresenta già un passaggio ulteriore, soprattutto in un periodo in cui rischiamo di fare dei passi indietro dal punto di vista istituzionale. Sembra una follia eppure stiamo perdendo il terreno che abbiamo conquistato in questi cinquant’anni di processi inclusivi. Credo che ci sia in atto una tendenza non tanto al rispetto delle diversità in senso generale quanto a una patologizzazione, a una categorizzazione. Ultimamente stiamo parlando molto di BES, bisogni educativi speciali e questo porta a far sì che ogni bambino con qualunque tipo di problema, di tipo linguistico perché proviene da un altro Paese, oppure un bambino che sta attraversando momenti un po’ complicati che lo portano a manifestare problemi comportamentali, diventi una categoria a sé.
Non so se questo vada in direzione di un processo inclusivo oppure se stiamo tentando di dare una risposta di tipo sanitario. In questo momento vedo un approccio, una lettura di tipo sanitario di tutti i problemi che la scuola presenta. Credo che impedire questo sia una responsabilità di tutti. Un altro filone su cui si sta lavorando in maniera ambigua e contraddittoria è relativo alla progettazione delle linee guida per l’adolescenza. Si dice che saremo un Paese finito se non punteremo su questa fascia di età, che presenta una grande vitalità anche nella sua conflittualità generativa, quindi si invita all’ascolto, si invita ad accogliere le sfide che nascono proprio da questa età. La complessità del momento si riflette in un doppio ordine di tendenza: da un lato andiamo a valorizzare progetti come “Cultura Libera Tutti”, che partendo dalla scuola arrivano alla formazione di insegnanti e professionisti, quindi un grande esempio di innovazione e creatività dal punto di vista educativo e informativo, e dall’altro è ravvisabile una patologizzazione di tutte le diversità che da risorsa si fanno unicamente problema.§
L’esempio di questa rete di confronto culturale è un grande esempio di sistema virtuoso che unisce e fa assumere a tutti delle responsabilità. Un virtuosismo contaminante che ho visto e vissuto in prima persona e che ci ha portati fino al momento attuale.
Un’altra responsabilità importante – lo vedo dal punto di vista scolastico e universitario per quanto riguarda soprattutto gli studi del mio dipartimento, quello di Scienze dell’Educazione – è di non mollare assolutamente sulle scelte didattiche; in questo caso parlo proprio di scuola e di relazione sul territorio, credo cioè che dalle scelte che vengono fatte nelle classi, nelle scuole, ci sia la risposta per un futuro che però si vive nel presente, un’utopia di qualcosa che non si raggiungerà mai ma che ogni giorno diventa pratica inclusiva. Tutto ciò che è stato raggiunto come scelte didattiche, che sono anche scelte di creatività, dove davvero ognuno può essere artista della propria disabilità, anche chi pensa di non avere una disabilità, nelle proprie difficoltà nell’affrontare il sapere, le conoscenze, in modo molto generale, nelle scelte che si possono fare nelle classi, nelle scuole, porta con sé una risposta a questa sfida. Anche quando faccio formazione con i miei studenti e con gli insegnanti, il mio invito è sempre quello di non pensare che le scelte che si fanno nelle strategie non abbiano una ricaduta; sono scelte e responsabilità allo stesso tempo e sono fortemente connotate, quindi fanno la differenza. Questa è la nuova sfida e rappresenta il modo che noi possiamo utilizzare per non fare passi indietro rispetto alla didattica, la pedagogia inclusiva nel senso più ampio del termine, e quello che risponde principalmente al mandato della scuola: se c’è una scuola inclusiva anche la società sarà inclusiva. Se la scuola perde terreno su questo, sarà difficile che anche la società non lo faccia a sua volta.

4. Rete “Cultura Libera Tutti”,La cultura non si subisce, si fa!

Fu nel 2009 con il Progetto “Ingresso Libero” che, in collaborazione con il Servizio Studenti Disabili dell’Università di Bologna e l’USSI-Disabili adulti dell’Azienda USL della Città di Bologna, la Cooperativa Accaparlante cominciò per la prima volta a unire il concetto di accessibilità a quello di “fruibilità”, intendendo con quest’ultima forme d’accoglienza di tipo relazionale indipendenti da limiti strutturali e barriere architettoniche. Così, fin dal principio, la fruibilità fu inserita dal team di Ingresso Libero, formato allora da studenti, educatori e professionisti con e senza disabilità, tra gli indicatori di qualità più importanti capaci di garantire, ai giovani disabili soprattutto, un accesso sicuro e piacevole al tessuto urbano e universitario, dai locali ai negozi fino ai centri sociali. Le informazioni, poi raccolte in un database tuttora consultabile sul sito www.ingressolibero.it, sono state corredate da commenti e suggerimenti frutto dei continui sopralluoghi sul campo effettuati dal gruppo e dagli utenti.
Negli ultimi tre anni la ricerca di Accaparlante è proseguita, estendendosi anche agli spazi normalmente deputati alla cultura. Ecco allora che musei e teatri in particolare sono stati nuovamente invasi dagli educatori e dagli animatori con disabilità della Cooperativa, che, pur riscontrando qua e là qualche ostacolo fisico, si sono subito posti in relazione e confronto con tutte quelle barriere relazionali che spesso si frappongono tra noi, e in questo noi ci sono anche le persone con disabilità, e l’opera d’arte stessa, aggiungendo questa volta all’impresa un elemento in più: l’incontro con l’ignoto, il limite e una buona dose di bellezza. Infatti, a mano a mano che la nostra presenza si è fatta strada tra quei luoghi inesplorati, che ora possiamo definire a tutti gli effetti “di casa”, quegli stessi luoghi e le loro ricchezze hanno inevitabilmente finito per contaminarci, in visione come in azione, fino a condurci a colloquio con le nostre più profonde intimità.
Un’opera, sia essa un quadro, un vaso o uno spettacolo, non è mai questione neutra, così come non lo sono le persone che ne fruiscono. Essa si colloca in un luogo preciso, come un teatro e un museo che sono fatti in un certo modo, in cui si respira una certa aria, in cui veniamo accolti con delle costanti, e spesso si rivolge, anche se quasi mai questo è nell’intenzione di chi l’opera la pensa e realizza, cioè dell’artista, a un pubblico nella maggior parte dei casi del settore. Se poi guardiamo al mondo dell’arte e del teatro contemporaneo, ci accorgeremo che il pubblico che fa esperienza dell’opera è spesso composto dalle stesse persone che quell’opera la promuovono, finanziano e comunicano. Un pensiero e una consapevolezza diffusi tra gli addetti ai lavori che hanno aperto discussioni e nuovi contesti di riflessione in cui, quasi per caso, è nato l’incontro di Accaparlante con l’Istituzione Bologna Musei, inizialmente il Museo d’Arte Moderna MAMbo e successivamente il Museo Civico Archeologico, mentre, contemporaneamente, su un altro piano, iniziava l’avventura con il Teatro ITC di San Lazzaro. Quella di “Cultura Libera Tutti” è un’esperienza d’incontro, e nel contempo un percorso e una proposta progettuale, che potrebbe essere racchiusa in tre parole chiave: impatto, immagine e corpo.
Tutto ebbe inizio quando il Dipartimento Educativo del MAMbo, diretto da Veronica Ceruti, ci chiamò per coinvolgerci in una visita guidata all’interno del museo, una visita quindi pensata per persone con disabilità. Noi abbiamo risposto subito positivamente con l’idea però di dare qualcosa in cambio, con lo scopo di partecipare all’incontro con l’arte con la persona con disabilità. “Che cosa vuol dire?”, si sono chiesti al MAMbo e “Come fare?”, ci siamo chiesti noi. Prima di tutto lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle attraverso una fase di conoscenza reciproca dove i due gruppi, quello numerosissimo del MAMbo di operatori, tirocinanti, tecnici e il nostro di educatori e animatori con disabilità hanno visto e testato personalmente le reciproche attività laboratoriali normalmente proposte nelle classi. Da lì sono stati rintracciati dei punti comuni che hanno contribuito a creare un laboratorio condiviso, un progetto europeo, una proposta rivolta alle scuole articolata in due step: una giornata prevalentemente condotta dal museo di visita alla collezione permanente con la nostra partecipazione attiva e una giornata in classe prevalentemente condotta da noi sulle consuete attività del Progetto Calamaio. Al centro, filo rosso del dialogo, una semplice rivelazione, o forse, un semplice dato di realtà: mettersi in relazione con un’opera d’arte contemporanea è come mettersi in relazione con una persona, un corpo vivo e sentimentale che sarà sempre diverso e altro da noi, perché non l’abbiamo mai visto, perché non lo conosciamo, perché ha delle caratteristiche precise e non conformi che a un primo impatto ci possono allontanare. Parlare di disabilità diviene allora il punto di partenza per parlare di diversità nel senso più ampio del termine e, al contempo, portare l’arte agli estremi delle sue inclinazioni.
Non distante successivamente l’aggancio con il Museo Civico Archeologico, con cui abbiamo elaborato un percorso simile, ridotto in una giornata, a partire dalla visione e dal racconto intorno ad alcuni vasi greci contenuti nella Stanza delle Antichità del Museo, vasi rappresentanti donne, barbari e schiavi, i simboli del “diverso” dell’Atene del VI sec. a.C. Partire dalle loro storie e dai loro ruoli ci ha permesso di lavorare con i bambini nel presente, in particolare sull’immagine sociale della persona con disabilità.
Nel frattempo con il Teatro ITC di San Lazzaro il lavoro si è indirizzato per lo più sul piano corporeo, con l’inserimento della persona disabile all’interno di giochi e attività legati all’improvvisazione che hanno così determinato un nostro spostamento in direzione del movimento e del contatto, grazie a una messa in relazione fisica ed empatica con l’azione dell’altro. Da qui la possibilità di farci coro, un coro di voci uniche e capaci di nuovi inserimenti, imprevisti e contaminazioni. Tra gli effetti dell’esperimento un inaspettato senso di comunità, che ha regalato a tanti momenti sia d’ascolto che di protagonismo, frutto anche di un precedente gioco di sguardi quando, da spettatori, abbiamo detto la nostra sul blog “La Quinta Parete” (http://laquintaparete.accaparlante.it), attraverso esercizi di scrittura creativa nati dalla visione degli spettacoli ospitati dal teatro e coadiuvati dall’incontro con artisti e critici teatrali “Ciascuno di noi scrive perché qualcun altro possa scrivere dopo” era il nostro motto.
Cos’è accaduto alla fine dei singoli percorsi? I soggetti hanno avuto la possibilità di confrontarsi intorno a un tavolo con la partecipazione di Federica Zanetti, docente di Didattica e pedagogia speciale presso l’Università di Bologna, Facoltà diScienze della Formazione, e hanno deciso di sperimentare insieme e  in prima persona un percorso di formazione di rete, che avesse al centro il rapporto tra arti e diversità da indirizzare a studenti, università, docenti e operatori culturali proprio sulla base delle affinità emerse nelle esperienze citate, di cui Accaparlante è stata tramite e capofila.
Questa la nascita della rete alla guida del progetto “Cultura Libera Tutti”, che da allora ha promosso sul territorio un corso di formazione articolato in quattro moduli, rivolto a insegnanti, educatori e mediatori culturali inseriti anche nell’offerta universitaria della Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna come “Laboratorio di formazione professionale dell’educatore sociale e culturale” per l’anno accademico 2013/14. Parallelamente la rete ha offerto un percorso sperimentale per tutte le Scuole Primarie e Secondarie di I e II grado.
Tra gli obiettivi del progetto vi era quello di offrire alle diverse professionalità occupate nell’ambito dell’insegnamento, dell’educazione e della cultura specifici strumenti di formazione, al fine di potenziare il ruolo degli istituti culturali quali promotori di inclusione, favorendo dunque il dialogo, anche nel mondo dei più giovani, e promuovendo così la diversità non come limite ma come risorsa e strumento per la cooperazione sociale.§
Di seguito si riportano i percorsi che articolano la proposta formativa rivolta alle scuole e un manifesto d’intenti alle cui dichiarazioni hanno aderito altri soggetti del territorio tra cui: USSM (Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Bologna – Ministero della Giustizia), Associazione Fe.Bo. Archeologica, Senza Titolo Associazione Culturale, Pubblico. Il Teatro di Casalecchio di Reno, Associazione Tecnoscienza, Associazione AIPI.
Conclude il nostro excursus tra i luoghi dell’arte una testimonianza d’eccezione, quella di Emanuela Canale, volontaria del Servizio Civile Nazionale presso la Cooperativa Accaparlante, che in qualità di partecipante al progetto ci regala la sua personale esperienza di liberazione, tra gioco, domande, ironia e complicità.

4.1. “Cultura Libera Tutti”. Percorso educativo rivolto alle Scuole Primarie e Secondarie di I e II grado del territorio

Il progetto
“Cultura Libera Tutti” è un progetto di rete interdisciplinare, che offre un percorso sperimentale tra il mondo dell’arte e della diversità per tutte le Scuole Primarie e Secondarie di I e II grado del territorio.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra la Cooperativa Sociale Accaparlante e le più importanti realtà culturali del territorio bolognese, come l’Istituzione Bologna Musei (in particolare il Museo d’Arte Moderna di Bologna MAMbo e il Museo Civico Archeologico) e ITC Teatro di San Lazzaro, e si incentra sull’accessibilità culturale, intesa come abbattimento delle barriere fisiche e relazionali che possono allontanare alcuni soggetti dalla fruizione di occasioni di conoscenza, espressione e creatività, creando condizioni di emarginazione.

La proposta
Successivamente a un corso di alta formazione interdisciplinare che nell’anno 2013-14 ha coinvolto più di 40 insegnanti, operatori sociali e culturali e alla creazione del “Laboratorio di formazione professionale dell’educatore sociale e culturale”, inserito nell’offerta formativa dell’anno accademico 2013-14 presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna, la rete “Cultura Libera Tutti” si rivolge ora alle Scuole Primarie e Secondarie di I e II grado del territorio.
La proposta, che ha preso avvio questa primavera, fornisce alle scuole la possibilità di scegliere fra 3 percorsi, tutti organizzati in 2 incontri di 2 ore ciascuno, uno presso le strutture culturali e l’altro presso la scuola con le attività del Progetto Calamaio. I primi venti percorsi hanno ricevuto il contributo di Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e proseguiranno con la seguente formula nell’anno scolastico 2014-15:

• “Di-segni non convenzionali” MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Minzoni 14, Bologna

Il percorso intende indagare il segno nelle sue trasformazioni all’interno dei linguaggi artistici contemporanei e sperimentare il suo valore comunicativo, espressivo ed estetico attraverso una serie di esperienze laboratoriali che coinvolgono il corpo, il gesto e lo spazio.
La visione dei dipinti informali presenti nella Collezione Permanente del MAMbo diventa uno spunto per esplorare inedite modalità di esprimersi attraverso il segno, il colore e la materia.
Partecipano al percorso anche gli educatori e gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio.

• “Io sono un altro, l’altro sono io”
ITC Teatro – Teatro dell’Argine, via Rimembranze 26, San Lazzaro di Savena (BO) o ITC Studio, via Vittoria 1, San Lazzaro di Savena (BO)

Il gioco della recita, attraverso le tecniche dell’improvvisazione e della drammatizzazione, è in una prima fase strumento di analisi dei comportamenti in possibili situazioni di vita quotidiana.
Nella valorizzazione di bambini e ragazzi come individui capaci di creare e di regalare stimoli a se stessi e a tutto il gruppo di lavoro, il teatro appare come un formidabile strumento per operare non solo in situazioni complesse o di difficoltà (ad esempio in casi di bullismo, difficoltà di rapporto tra bambini e ragazzi provenienti da culture diverse, inserimento di persone affette da disabilità fisiche e psichiche) all’interno delle scuole, ma anche in centri giovanili o di prima accoglienza per stranieri o simili. Partecipano al percorso anche gli educatori e gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio.

• “Ringrazio gli dei di non essere nato barbaro: un percorso alla scoperta dell’altro a partire dall’iconografia della ceramica attica” Museo Civico Archeologico, via dell’Archiginnasio 2, Bologna

Il percorso pone al centro la scoperta dell’altro, del diverso, a partire dalle ceramiche greche delle collezioni del Museo, ricche di soggetti e scene figurate che portano in primo piano il tema della diversità e dell’alterità.
L’iconografia dei vasi risponde infatti alle categorie di chi principalmente ne faceva uso: il cittadino ateniese, maschio, adulto, libero, che li utilizzava nello spazio particolare del simposio, momento di socialità dedicato al vino, dono di Dioniso. Vengono quindi di volta in volta in primo piano le figure rispetto alle quali il protagonista del simposio si definiva per opposizione o diversità: la donna, lo schiavo, il giovane, il barbaro, ecc. Dall’antichità il percorso si sposta all’oggi e ci porta, attraverso un momento di animazione-dibattito, a riflettere sulle nostre categorie del diverso. Partecipano al percorso anche gli educatori e gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio.

Affianca e conclude ogni percorso (da svolgersi a scuola):
• “Progetto Calamaio: incontri con la diversità a scuola”

Il percorso parte dal particolare approccio alla disabilità e, in genere, alla diversità elaborato negli anni all’interno del Progetto Calamaio della Cooperativa Accaparlante.
Nell’incontro diretto con le persone disabili le prime reazioni dal punto di vista emotivo sono la paura e la diffidenza. Accostarsi a una persona disabile suscita questi sentimenti perché la diversità, e non solo quella del disabile, costringe a uscire da se stessi per confrontarsi con l’altro e questo movimento verso l’esterno viene vissuto come perdita di una parte della propria identità.
Dalla paura si origina l’emarginazione di cui sono vittime non soltanto le persone disabili ma anche tutti coloro che si allontanano, in qualche modo, dalla “normalità”. E la paura genera anche il pregiudizio: un giudizio dato a priori su qualcosa di cui, per via della paura, non si è fatto esperienza diretta.
Riconoscere i pregiudizi, e capire che sono radicati in noi a causa della paura e non basati su fatti reali e concreti, è il primo passo da compiere in vista del loro superamento. In questo senso la conoscenza diretta con la diversità e la possibilità di sperimentarla in modo positivo e gioioso permettono di verificare e superare i propri pregiudizi e scoprire nelle persone disabili elementi positivi che contraddicono i nostri stereotipi anche grazie al contatto con l’arte.

Per informazioni e prenotazioni:
Patrizia Passini – Cooperativa Accaparlante
dal lunedì al venerdì 9.00-13.00 tel. 349/248.10.02 – 051/641.50.05
patrizia.passini@accaparlante.it

Da cosa nasce cosa…
Da cosa nasce cosa, si sa, e così è accaduto anche alla rete di “Cultura Libera Tutti”, che è stata chiamata a raccontarsi in diversi contesti, tra cui: “Tutto esaurito! La cultura accessibile strumento d’inclusione e civiltà”, convegno promosso da Accaparlante presso la Mediateca di San Lazzaro di Savena; “Il diritto dei bambini e delle bambine a una piena cittadinanza culturale”, seminario promosso dall’Università di Bologna – Dipartimento di Scienze dell’Educazione, Comune di Bologna e Teatro Testoni Ragazzi nell’ambito delle iniziative della Settimana dei Diritti dell’Infanzia 2013; “Disabilità mentale e beni culturali – riflessioni e buone pratiche”, seminario di formazione nell’ambito di “Gradart” a Gradara; “Il
Teatro, i teatranti e gli spettatori”, percorso di ricerca e di studio sulla relazione che lega indissolubilmente i tre elementi (soggetti) costitutivi dell’evento teatrale con la compagnia Il Teatro delle Ariette, critici, operatori e altri spettatori.

Il manifesto

L’accessibilità culturale per noi implica la possibilità di favorire un approccio alla cultura libero da quelle barriere architettoniche, fisiche, relazionali o legate alle competenze che rischiano di emarginare soggetti che, per caratteristiche personali (disabilità, limitata conoscenza della lingua, fragilità sociale, anzianità, ecc.), faticano ad approcciarsi con le realtà culturali del territorio e rischiano di essere fortemente esclusi dal godimento di occasioni di creatività, bellezza e conoscenza.
Realizzare l’accessibilità culturale vuol dire, quindi, diventare, attraverso la sperimentazione e la frequentazione dei linguaggi dell’arte e della cultura in generale, spettatori e cittadini partecipi del nostro tempo. Secondo questa logica è nata la rete “Cultura Libera Tutti”, una rete di lavoro reale e non solo nominale, perché basata sulla condivisione di un lavoro comune che ha permesso a tutti i soggetti coinvolti di allargare i singoli orizzonti lavorativi. La positiva collaborazione che la Cooperativa Accaparlante ha messo in atto attraverso percorsi specifici con MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Museo Civico Archeologico e ITC Teatro – Compagnia Teatro dell’Argine ha fatto emergere la volontà di compiere un’azione più ampia e trasversale, che si è tradotta nella possibilità di costruire una rete significativa di realtà diverse ma impegnate culturalmente sul territorio e nella realizzazione sperimentale di un percorso formativo che ha come tema centrale l’accessibilità culturale.
Formarsi rispetto a questo tema significa per noi prima di tutto rivoluzionare realmente l’approccio alla diversità, acquisendo strumenti e metodologie, personali e professionali, che consentano di abbattere barriere e difficoltà, attivando relazioni e sinergie ricche di significato. Prima ancora degli aspetti tecnici l’ostacolo vero alla rimozione delle barriere fisiche, materiali e psicologiche è proprio la non conoscenza, la difficoltà di identificare nell’altro aspetti simili ai nostri, il riconoscimento che la diversità non è solo un elemento costitutivo dell’esperienza umana ma anche una fonte di apprendimento reciproco per una migliore qualità del vivere insieme.
Accessibilità culturale come superamento di quegli ostacoli che, troppo spesso, rendono inaccessibili le relazioni. Accessibilità culturale che mette al centro il patrimonio culturale come luogo privilegiato di incontro con l’altro.
Accessibilità culturale come valorizzazione della diversità, vista non più come limite ma come risorsa, non come ostacolo ma come opportunità, non come perdita ma come ricchezza.
Cooperativa Accaparlante/Centro Documentazione Handicap

Sottoscrivono il seguente manifesto:
Istituzione Bologna Musei
ITC Teatro dell’Argine – Compagnia Teatro dell’Argine
USSM (Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Bologna – Ministero della Giustizia)
Associazione Fe.Bo. Archeologica
Senza Titolo Associazione Culturale Pubblico.
Il Teatro di Casalecchio di Reno
Associazione Tecnoscienza
Associazione AIPI

4.2. Senza remore
di Emanuela Canale

“Cultura Libera Tutti!”. Ma non era “Tana libera tutti!”? A queste parole segue nel gioco la fine del cercarsi e del tentativo di raggiungere una meta senza essere trovati… Ma la cultura cosa c’entra? Perché e come libererebbe? Questi “tutti”, poi, chi sono? La cultura non è in un libro scritto? In un museo? In un’aula universitaria? In un teatro? Non è fatta da persone in giacca e cravatta “impegnate” a parlare da una cattedra o a vedere l’opera con il vestito migliore?
Se provassimo a rispondere in modo negativo a tutte queste domande, a chiudere un libro e incontrare gli altri, ci sarebbe cultura, si farebbe cultura, libereremmo la cultura e ci lasceremmo liberare da essa? Tutte queste domande hanno bisogno di una risposta, ma soprattutto hanno bisogno che si cerchi una risposta e che si percorra il cammino che ad essa conduce. Provare a incontrare gli altri è un buon punto di inizio, ma chi sono questi altri? E dove andiamo a incontrarli?
“Cultura Libera Tutti” propone di incontrarli al Centro Documentazione Handicap di Bologna, al teatro ITC di S. Lazzaro, al museo MAMbo e al Museo Archeologico, creando in questi luoghi spazi di incontro e di espressione che coinvolgano tutti. Questi incontri hanno qualcosa che assomiglia agli sguardi scambiati per strada tra passanti sconosciuti, che nell’incrociarsi si lasciano invadere dallo sguardo dell’altro e che, a volte, non riescono a lasciarlo andare via, voltandosi per non perderlo così in fretta. È un incontro tra pari, tra esistenze prive di maschere, che senza il bisogno di indossarle vivono gli spazi che si trovano a condividere insieme.
I partecipanti a questi incontri sono diversi: in numero, in età, in intenti, in abilità. Ci sono studenti che forse, all’inizio, credono ancora di dover prendere appunti di fronte a un insegnante che parla; educatori e insegnanti che non sono lì per insegnare ma per condividere a loro volta la propria esistenza e lo sguardo pronto a incontrare l’altro; animatori disabili che in questo spazio trovano la possibilità di un incontro autentico.
I luoghi sono luoghi di cultura: musei, teatri, biblioteche, ma non è questo che rende la cultura protagonista della liberazione, quanto piuttosto la possibilità che viene data a ognuno di esprimersi. Mettere nel mondo un senso, un segno, una verità, una modalità d’esistenza e lasciare che a questo si aggiunga il contributo espressivo di altri, che in modo libero ricevono e donano creazioni che completano arricchendole con il proprio senso, il proprio segno. Esprimersi è comunicare in questo spazio libero, fare arte nel senso più proprio, privo di tecniche, abilità, canoni.
E che cos’è la cultura se non questa creazione umana, messa nel mondo dalla semplice esistenza, dal senso trovato ed espresso, dal significato comunicato, dalle azioni compiute? Non c’è esistenza che stando nel mondo non faccia cultura, liberandosi prima di tutto da se stessa e dedicandosi a ciò che esprime e che finisce nello spazio libero in cui quell’espressione può prendere vita. Questo rende ognuno di noi accessibile in qualche modo; la cultura non detta ma fatta è un calderone pieno di ricchezze confuse, mescolate tra di loro in limiti insuperabili e espressioni lasciate sgorgare senza remore, nella libertà che il mondo autentico preserva e regala a ogni uomo.
La cultura libera tutti? La mia risposta è sì, tanto da aver scritto fin qui, in modo libero.

3. Dall’accesso alla pratica,dalla semplificazione alla partecipazione

Pensare che oggi le barriere architettoniche non esistano più sarebbe un’utopia di fondo oltre che una falsità. Le barriere permangono, anche nei luoghi della cultura più contemporanea segnalando talvolta discrepanze tra proposte e fattibilità, o più semplicemente una frequenza sporadica di determinati spazi da parte della persona con disabilità. Ciononostante la situazione è notevolmente migliorata e là dove le risorse ci sono aumenta di conseguenza l’attenzione nei confronti di tutte le eventualità. Parlare di eventualità significa ora parlare in termini impersonali di tutta quella vasta gamma di pubblici (bambini e ragazzi, anziani, stranieri, popolo della periferia) che sempre più frequentemente calcano questi luoghi su proposte mirate; tra questi ci sono anche le persone con disabilità che, con la loro presenza, prima di tutto corporea, aggiungono una variabile in più al loro sostare, generando intorno a sé una serie d’azioni non del tutto prevedibili a partire dall’entrata negli edifici.
La parola eventualità, come dicevo, è piuttosto impersonale e riconduce l’azione dell’operatore culturale, e di conseguenza del visitatore/spettatore, all’ambito delle sue funzioni pratiche.
In questo senso il passo successivo sarà proprio pensare in termini di prevedibilità, il che riconduce essenzialmente la questione al discusso problema del target. Il target è un’arma a doppio taglio, imprescindibile alla sopravvivenza dell’azienda culturale da un lato, alle cui leggi è costretta a sottostare in direzione di proposte progettuali che sempre più ci chiedono di offrire qualcosa di specifico a qualcuno di specifico, e riflessione di categoria dall’altro, in cui facilmente si rischia di incappare in quegli stessi pregiudizi ed etichette che si vorrebbero sfatare.
Nel caso della disabilità lo scontro con la realtà è al momento dell’incontro molto più forte e al contempo più immediato rispetto ad altri tipi di diversità perché “io è un altro”, come direbbe Arthur Rimbaud, e non solo rappresenta me stesso nell’altro ma è anche “il doppio della cultura”, secondo la definizione di Piergiorgio Giacché.
In questo senso le misure dell’eventualità, della prevedibilità e del target si riveleranno presto insufficienti a coprire lo scarto tra il nostro bisogno e quello dell’altro, ed è proprio lì, in quello scarto, che la cultura si colloca. Allo stesso modo è nel mondo degli opposti e dell’originalità, come sottolinea Marco De Marinis, che incontreremo la diversità:“Esistono due modi sbagliati (o facili, sbagliati in quanto facili) di rapportarsi con l’altro: rifiutarlo perché diverso o accettarlo negandone la diversità. Quello che bisognerebbe riuscire a fare, invece, è accettare l’altro proprio in quanto tale, in quanto diverso. Si tratta di un’operazione difficile che presuppone due gesti teorici apparentemente opposti ma in realtà fra loro complementari:
a. Il riconoscimento che ‘io è un altro’ (Rimabaud), cioè che l’alterità inizia già in noi, nell’io nel medesimo, come riconobbe Freud nella sua topica tripartita, e come oggi sottolinea fra l’altro l’anthropologie du proche di cui è porta-bandiera Marc Augé, il quale ha parlato di un’‘alterità intima o essenziale’ per alludere alle differenze di cultura interne alla persona.
b. L’ipotesi che, per converso, esista un fondo comune, transindividuale, transculturale, il quale ha a che vedere, per dirla rapidamente e sinteticamente, con il corpo da un lato e con lo spirito (o anima) dall’altro”.

Partire da questi presupposti ha permesso a chi si occupa di mediazione culturale di ripensare la diversità non più in termini di target ma in termini di specificità e originalità contaminanti per sé e per gli altri.
Dare forma allo scambio è stato il passaggio successivo che ha spostato la riflessione sull’entrata a quella sull’accesso, a come cioè rendere possibile alla persona con disabilità la fruizione dell’opera in termini sensoriali e di competenza.
Ancora oggi molte esperienze si fermano al primo passaggio, a come cioè favorire la fruizione dell’opera dal punto di vista visivo, uditivo o tattile consentendo ad esempio il contatto con l’opera stessa nei musei o inserendo sovratitolazioni all’interno degli spettacoli teatrali che, in alcuni casi, hanno finito per diventare parte dello spettacolo stesso con una propria autonomia artistica.
Numerosissimi sono i progetti che operano in tal senso e che riconducono quindi il concetto di accessibilità alla possibilità di comprendere appieno l’opera, innanzitutto dal punto di vista sensoriale.
Per quanto assolutamente necessarie, queste esperienze annunciano due rischi, gli stessi che Angelo Errani riconduceva alla scuola nel 2006:
“– Il rischio di un’enfasi dell’esperienza sensoriale, intuibile nella proliferazione di proposte delle più diverse attività, che tradiscono un’idea di supermercato degli apprendimenti;
– il rischio di un’enfasi della personalizzazione dei progetti formativi, che prefigura un futuro di percorsi in solitudine e di svuotamento della prospettiva dell’integrazione.
È più che mai importante ricordare che alla base di ogni esperienza culturale, accanto alle ragioni pratiche e insieme al riconoscimento che potrà esserci utile, c’è sempre lo stupore, c’è la meraviglia, nel senso letterale del termine, di rivelazione di bellezza”

Ancora una volta il target dunque e il rischio della ghettizzazione. Come fare allora ad abbandonarsi, come suggerisce Errani, non solo all’incontro con ma anche all’esperienza della bellezza secondo un approccio inclusivo e di ricaduta sociale? Una delle prime risposte è stata quella di favorire l’incontro con l’opera e gli artisti nella semplificazione del linguaggio e nella successiva realizzazione di attività creative che, prendendo spunto dalle forme e i contenuti dell’opera, rendessero la persona capace di esprimersi e di mettersi così in relazione a quei contenuti, di lasciare, come abbiamo evidenziato prima, un segno del proprio passaggio. Si tratta in questo senso di percorsi museali e teatrali pensati per persone con disabilità, che attualmente rappresentano la maggior parte di quelli presenti.
Tra gli ultimi esperimenti tuttavia non sono mancate proposte di percorsi pensati non più per ma con persone con disabilità, con l’idea ovvero di promuoverne la partecipazione (termine che compare tra l’altro tra i punti della Strategia europea 2010-2020) delle persone con disabilità, in termini non solo di ricezione ma anche di presenza attiva capace sia di relazionarsi con i contenuti sia di aggiungerne di nuovi.
Per farsi promotori di cultura tuttavia è necessario acquisire delle competenze, le quali passano attraverso la consapevolezza che, a sua volta, passa per la familiarità con un determinato tipo di linguaggio. Farlo è possibile e può condurre a esiti di bellezza, libertà e inclusività insospettabili all’immaginazione. È accaduto anche a noi, con e grazie ai protagonisti della rete “Cultura Libera Tutti”