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Autore: Nicola Rabbi

16. Scheda tecnica/“L’asciugamano”

Partecipanti:
7 animatori con disabilità
– 2 educatori
– 2 volontari

Durata del laboratorio:
3 ore circa
15 minuti di riscaldamento
2:15 ora di attività
30 minuti di condivisione

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo generale:
conoscere il proprio corpo e utilizzarlo come strumento di piacere

Obiettivi specifici:
riconoscere il proprio corpo prima in segmenti poi nella sua totalità,  individuando le zone più sensibili

Attività
1) Riscaldamento.
2) I corsisti sono stati messi in costume e fatti sdraiare. Con un asciugamano sono stati ricoperti a segmenti fino a coprire totalmente il loro corpo. Dell’acqua molto calda veniva versata dolcemente nei vari segmenti coperti del corpo per cercare di individuare le zone più sensibili, le zone del piacere.
3) Condivisione dell’esperienza.

Materiali:
asciugamani, recipienti con coperchi per l’acqua calda, materassini, scodelle, cuscini (i cuscini sono fondamentali… Ogni volta che stendevamo a terra le persone con disabilità era importante riuscire a garantire una posizione comoda riempiendo i vuoti lasciati dai loro corpi).  

Commenti dei partecipanti
G: Ho sentito il calore nelle gambe, le mie gambe esistono. Trovo differenza tra la ginnastica del terapista e quello che facciamo qui perché voi mi fate diventare grande.
S: Quando faccio la doccia è diverso e non sento le parti del corpo…
S: Quando l’acqua mi è arrivata sulla vagina, ho provato piacere, calore, ho sospirato…
D: Quando mi lava mia mamma il mio corpo non dice niente.
F: Io devo controllare tutto e il fatto di dovermi lasciare andare nelle mani dell’altro mi dava fastidio, non mi fido.
T: L’acqua mi ha massaggiato la vagina. Una sensazione nuova.

15. Il corpo e i piaceri. Il corpo che desidera e sogna. Il corpo che fa e agisce, il corpo che riceve e accoglie

Terza parte
“Il corpo sa tutto o quasi
Il corpo conosce l’acqua perché la beve
conosce l’aria perché la respira
il corpo conosce i baci che dà e riceve.
Molta fatica fa con le parole
che ascolta o dice,
lì si confonde
tra linfa e parassita, tra la chioma
e la radice”.
(Elogio del corpo)

“A partire dalla sua valenza semantica, il piacere designa dunque un qualcosa che ha a che fare direttamente con l’esperienza dell’Io corporeo. Essere corpo significa esperire il mondo e insieme essere collocati in esso. La sensazione traccia un confine tra il dentro e il fuori, è un punto di tensione ove l’oggetto – o l’alterità di cui si ha percezione – si formula come termine di repulsione o di desiderio”.
(Estratto da L’universo del corpo di Salvatore Natoli)

L’obiettivo di questo terzo anno di laboratorio si incentra su una reale conoscenza del proprio corpo, non solo dal punto di vista medico-fisioterapico, ma anche come strumento di piacere. Questo permette, ai disabili e non solo, di avere una maggiore consapevolezza di sé.
Perché corpo e piacere sono strettamente connessi.
Il piacere è il senso di viva soddisfazione che deriva dall’appagamento di desideri, fisici o spirituali, come pure di aspirazioni di vario genere. Nel suo significato più immediato e corrente il termine è sinonimo di godimento o, più esattamente, di esaltazione dei sensi.
Il piacere ci ricarica di energia, ci rende dinamici, scaccia la fatica, ci rilassa, ci permette di guarire, ci ridona la gioia. Ci riconnette al nostro corpo, agli altri e al mondo.
Partendo da queste definizioni vogliamo spiegarvi perché il nostro percorso sulla “Conoscenza di sé attraverso il corpo” doveva passare e concludersi con il piacere.
Il percorso è durato tre anni. Nei primi due anni abbiamo scoperto che i disabili partecipanti al laboratorio conoscevano benissimo il loro corpo dal punto di vista fisioterapico: cosa funziona e cosa non funziona, ma non possedevano nessuna conoscenza del corpo come fonte di piacere. Piacere che non deve essere collegato solo alla sessualità, ma alla scoperta di parti di corpo che, se stimolate, possono creare momenti di benessere. Il raggiungimento di uno stato piacevole avviene attraverso lo scambio affettivo con il massaggiatore. Per questo motivo ci siamo avvalsi di massaggiatori olistici che con le loro mani hanno permesso ai disabili di fare una esperienza nuova. Infatti il loro corpo non veniva toccato per togliere un dolore fisico ma per creare un piacere. Questo permetteva loro di mettersi in contatto con ogni centimetro del corpo e le sensazioni che scorrevano dentro di loro nel momento in cui veniva effettuato il massaggio. Queste pratiche olistiche hanno aiutato i disabili ad avere una maggiore conoscenza della realtà e a sentirsi maggiormente gratificati dal fatto che non venivano considerati  persone diverse e non venivano visti in maniera pietistica, aumentando la loro consapevolezza e l’autostima.

14. Corpi che cambiano forma

di Marco Ardemagni, fisioterapista, esperto di riabilitazione Neuromotoria delle Cerebrolesioni dell’Adulto e dell’Infanzia, consulente, docente di Interazione Guidata, presidente dell’associazione Hans Sonderegger.

Le persone con disabilità grave che sia essa esclusivamente motoria o, come più spesso accade, psicomotoria hanno corpi che più di altri sono segnati dal tempo. Il corpo è l’involucro del nostro essere, è lo strumento con il quale l’Io comunica ed entra in relazione col mondo, è la porta d’accesso dello sviluppo e della conoscenza. Per chi studia la fisiologia del nostro corpo è la propaggine con cui il nostro cervello tocca e conosce il mondo.
Ma cosa succede quando tale strumento è guasto, non funziona bene?
Pensiamo alle persone con disabilità motoria o psicomotoria: il loro corpo è oggettivamente diverso, visibilmente alterato, l’involucro con il quale si presentano al mondo spesso è malconcio, decadente o, come minimo, disfunzionale. E tutti sappiamo come è difficile non giudicare dalle apparenze. Molti hanno capito di dover superare le apparenze, in generale, e con chi appare diverso in particolare, ma quanti ancora si allontanano da ciò che appare diverso e non piacevole?
E se il corpo che agisce serve per svilupparsi e per apprendere, quanto difficile deve essere per chi ha un corpo che non funziona?
Senza falso buonismo e ipocrisia bisogna dichiarare che chi ha una disabilità psicomotoria che ne limita l’autonomia si trova nella condizione di riduzione dei contatti sociali e delle possibilità di apprendere e svilupparsi. Ritengo che questo sia il primo diritto che viene leso!
Di fronte a queste considerazioni, prendersi cura del corpo diventa l’impalcatura di sostegno di qualsiasi progetto educativo. Qui si intende ricordare quanto le caratteristiche del corpo, e i suoi limiti nella menomazione, siano importanti come focus specifico su cui costruire la promozione della persona. Ed è quindi doveroso ricordare agli addetti ai lavori che un corpo che non funziona bene, soprattutto quando comincia a svilupparsi, da neonato, può e deve essere aiutato a funzionare meglio. Perché è possibile intervenire in maniera efficace con qualsiasi livello di gravità.
Sgombriamo subito il campo da falsi sensazionalismi ottimistici: le menomazioni ci sono, si mantengono, ma molte delle conseguenze che vediamo possono e devono essere evitate.
Le persone con disabilità congenita, che hanno cominciato la propria vita già in debito, che hanno uno sviluppo atipico, alterato, posseggono corpi che presentano un funzionamento atipico, alterato. Richiedono solo più attenzione e determinazione nel cercare di vincere le conseguenze della menomazione.
Ricordiamo tutti che il sistema motorio si sviluppa e cresce partendo da una programmazione predeterminata dal nostro corredo genetico, ma poi sfrutta le relazioni fisiche che nascono dalla interazione col mondo. I comportamenti motori alterati, che si vedono già all’inizio dello sviluppo nelle persone con disabilità, possono e devono – non mi stancherò mai di ripeterlo! – essere condizionati da trattamenti riabilitativi specifici, così come i deficit di apprendimento e sviluppo cognitivo meritano progetti e programmi educativi specifici.
Troppo spesso atteggiamenti fatalistici degli addetti ai lavori sono concausa di conseguenze gravi.
Invece, il primo dovere da adempiere per chi lavora con la disabilità è incidere in maniera positiva e propositiva nei confronti dei deficit e dei bisogni del disabile, ovviamente ciascuno per la propria specifica professionale. Per poterlo fare ricordiamo tutti che è necessario conoscere bene il problema che si va ad affrontare, in particolare conoscere bene quali sono gli interventi più efficaci sul lungo periodo. Perché chi è affetto da disabilità congenita dovrà lottare tutta la vita con le conseguenze del suo problema.
Per chiarire meglio il concetto proviamo a partire dall’origine del problema. La disabilità congenita è provocata da una alterazione genetica o avvenuta in fase di sviluppo embrionale (spesso di natura infettiva), o di poco successiva alla nascita, oppure conseguente a problemi al momento del parto.
Si parla di danni più o meno gravi del Sistema Nervoso Centrale che hanno come conseguenza diretta problemi del movimento o delle capacità cognitive e di apprendimento (queste ultime dipendono dal movimento). Ma avere avuto un danno non significa necessariamente che tutto è perduto, che non ci sono possibilità di sviluppo. Fortunatamente il nostro cervello, sebbene non sia in grado di rigenerarsi, ha una grande capacità di riadattarsi e riorganizzarsi.
Le opportunità offerte al cervello attraverso gli stimoli dell’ambiente circostante condizionano enormemente la sua riorganizzazione. Quindi se qualcosa si manifesta alterato, per esempio nelle caratteristiche del movimento, perché, ricordiamolo bene, all’inizio solo questo fanno gli esseri umani, si può provare a condizionarlo per recuperarne il più possibile le caratteristiche normali o limitare i danni che il muoversi in maniera anomala provocherà col passare del tempo.
A distanza di decenni dall’inizio dello sviluppo delle tecniche e dei metodi e delle filosofie di riabilitazione neuro psicomotoria, o dei programmi di stimolazione cognitiva e dell’apprendimento rivolti alla disabilità congenita, le conseguenze e gli effetti delle buone prassi e del buon lavoro sono evidenti.
Ma cosa si può fare di fronte alla situazione ormai definitiva della disabilità stabilizzata, nell’età adulta?
Con la stessa determinazione e specificità è necessario continuare a stimolare lo sviluppo della persona e promuoverne l’apprendimento, non trascurando mai che le menomazioni motorie del corpo devono essere prese in seria considerazione. Perché un corpo che ha cambiato forma rispetto alle caratteristiche naturali è una possibile fonte di sofferenza fisica. Un corpo che non si muove, o che si muove male, va incontro più facilmente al decadimento organico e al dolore. È doveroso prendersene cura! Così come una riduzione delle possibilità di muoversi e fare conduce a una direttamente proporzionale riduzione della possibilità di collezionare esperienze, vitali per lo sviluppo e l’autodeterminazione dell’individuo.
Nella realizzazione dei programmi educativi di sostegno alla disabilità bisogna quindi tenere ben presente la necessità di offrire opportunità di positive esperienze fisiche.
Ma non pensiamo ai semplici programmi di ginnastica di mantenimento o mobilizzazione finalizzata alla prevenzione del decadimento del corpo: questo è nobile, ma riduttivo. Le stesse pratiche di manutenzione corporea possono e devono essere inserite nel contesto di attività significative e arricchenti per l’individuo.
Esistono ormai infinite soluzioni per abbinare il piacere e il divertimento alle pratiche motorie che, anche con una limitata fatica, possono essere adattate a qualsiasi menomazione motoria.
È stimolante, nonché doveroso guardare la persona nel suo insieme quando si pianificano e si realizzano attività per la stimolazione motoria.
Così come è ancora più accattivante escogitare maniere per coinvolgere nelle attività laboratoriali, artistiche addirittura, anche i soggetti con le menomazioni motorie più gravi.
Dico questo perché sono numerosi gli approcci riabilitativi e/o educativi finalizzati alla presa in carico completa della persona disabile, esempi di innumerevoli esperienze virtuose di cui far tesoro e da cui attingere per completare e arricchire i progetti ancora incompleti.
Gli individui sono costituiti da diverse dimensioni: fisica, psicologica, affettiva, ecc.: per questo tutti questi aspetti devono essere considerati.
Guidare le mani o il corpo di una persona che non si muove a fare esperienza diretta, concreta, fisicamente significativa, di una attività rende tale esperienza ancora più completa e arricchente.

13. Scheda tecnica/“Lo specchio”

Partecipanti:
– 7 animatori con disabilità
– 2 educatori (di cui uno conduce il laboratorio)

Durata del laboratorio:
2 ore circa
15 minuti di riscaldamento
1:15 ora di attività
30 minuti di condivisione

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo generale:
consapevolezza nella percezione del proprio corpo

Obiettivi specifici:
– verificare le caratteristiche reali del proprio corpo
– riconoscere se stessi

Attività
1) Riscaldamento.
2) Cosa mi piace e non mi piace del mio corpo: i partecipanti sono stati messi in costume da bagno e poi posti davanti a uno specchio per vedersi nella loro totalità. Dopo sono stati posti in cerchio e a voce hanno risposto alla domanda: “Cosa mi piace e cosa non mi piace del mio corpo?”.
Il conduttore scrive quello che dicono i partecipanti.
3) Condivisione: come siamo stati nel fare questa attività, su cosa ci ha fatto riflettere, cosa ha mosso in noi.

Materiali:
specchi, fogli, biro

Commenti dei partecipanti
T: non ho problemi perché sono abituata, non ho avuto difficoltà a dire le cose che mi piacciono o no, perché ho fatto un percorso di accettazione personale. Mi piace condividere il lavoro con il gruppo.
F: imbarazzante perché non mi ero mai guardata ed ero in difficoltà a condividere perché, non conoscendomi, faccio fatica a parlarne.
G: mi è piaciuto perché sono contento di fare vedere il mio corpo.
D: mi sono sentito bene, anche se non sono abituato a farlo. Non mi ero mai visto per intero.
S: mi sono sentita bene, avevo paura di essere imbarazzata di dire le parti di me che mi piacciono o non mi piacciono, perché non è una cosa facile perché ho paura del giudizio.

12. Il corpo: limiti e accettazione

L’esperienza di Claudio Imprudente
Credo di avere un buon rapporto con il mio corpo perché sento che sono il padrone del mio corpo, e non viceversa. Ovviamente, non è così scontato perché dietro c’è un discorso di accettazione della mia disabilità. Non è un percorso semplice, non è che una mattina mi sono svegliato e ho detto “Che bello avere un corpo disabile”, ma è un cammino lungo e ancora oggi non è finito. Poi presume la fiducia che ho ricevuto lungo la mia esistenza. La mia identità è un risultato di come gli altri mi vedono, certamente vedono un corpo imperfetto, ma vanno oltre all’imperfezione. Quindi questo andare oltre all’imperfezione mi ha fatto accettare il mio corpo. L’identità è un’alchimia di contesti che sono riusciti ad andare oltre al concetto di imperfezione. In fondo, quest’ultima esiste, è la perfezione che non esiste.
Il discorso dei limiti è molto affascinante perché tutti abbiamo dei limiti fisici e psicologici. Del resto c’è un solo uomo al mondo che corre in meno di dieci secondi i cento metri, quindi, tutti gli altri rispetto a lui sono limitati. Dico un esempio a caso, ma poi a me piace questa immagine: la nostra pelle è un limite del nostro corpo. Quando diamo una carezza c’è l’incontro tra il mio limite e quello dell’altro. La carezza provoca un piacere perché sono i due limiti che si toccano.
La disabilità è un limite più visibile, ma il concetto è sempre quello.

11. Scheda tecnica/“La sagoma”

Partecipanti:
– 7 animatori con disabilità
– 2 educatori (di cui uno conduce il laboratorio)
– 2 volontari

Durata del laboratorio:
2 incontri (almeno 4 ore)

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo generale:
consapevolezza nella percezione del proprio corpo

Obiettivi specifici:
– verifica delle immagini di sé
– osservare il proprio corpo nella sua totalità e complessità
– riconoscere se stessi, le potenzialità e i limiti del corpo

Attività
1) Riscaldamento.
2) Sagome: dopo che tutti hanno fatto la sagoma, ognuno ha condiviso il suo vissuto nel fare questa attività. L’obiettivo è far vedere ai ragazzi coinvolti nell’attività che hanno un corpo distaccato dalla carrozzina e questo corpo è formato da tante parti.
Successivamente abbiamo disegnato le sagome dei ragazzi su dei cartelloni, e con materiale vario che avevano a disposizione (rafia, sughero, cartoncini, legno, carte di vario tipo e colori) dovevano segnalare sui cartelloni le parti funzionanti e quelle non funzionanti del proprio corpo.
3) Condivisione: come siamo stati nel fare questa attività, su cosa ci ha fatto riflettere, cosa ha mosso in noi.

Materiali:
cartelloni, pennarelli, rafia, sughero, cartoncini, legno, carte di vario tipo e colori 

Commenti dei partecipanti
D: io non conoscevo tutto il corpo. Ho scoperto che ho le gambe. Mi ha fatto capire che io ho più consapevolezza del mio corpo. Ho bisogno di aiuto quindi mi dimentico di avere le gambe. Il pene funziona perché lo uso per fare la pipì!
D: non mi sono mai vista sdraiata, ho avuto paura. Dopo è stato facile perché so bene cosa fare con le mie parti del corpo.
F: è la prima volta che lo faccio. Non sono nemmeno abituata a sdraiarmi per terra. Ho riscoperto parti del corpo. Ho avuto un po’ di paura. È stata una piccola conquista e devo lavorare sulla paura di cadere. Non avevo mai visto il mio corpo per intero e alcune parti non le conosco. Mi ha incuriosito ma ho paura. Penso sempre che gli altri siano migliori di me. Mi vergogno un po’ del fatto di non riuscire a fare le cose.

10. “Ma io il corpo lo uso?”

a cura di Giovanna Di Pasquale

Intervista ad Alessandro Bortolotti, ricercatore all’Università di Bologna dal 2007. Svolge le sue ricerche nell’ambito dell’Outdoor Education, della Prasseologia motoria e della Pedagogia speciale.

Rapporto fra corpo, identità, disabilità
Dal mio punto di vista fondamentalmente corpo e identità li identifico. Se così non fosse il rischio è che il corpo sia pensato come qualcosa fuori da noi, oggettivato. Parlo di qualcosa che non sono io ma il mio corpo. Se ci pensiamo, difficilmente io posso essere fuori dal mio corpo, succede, ci sono delle esperienze di questa natura ma sono eccezioni. Più spesso io sono il mio corpo che è un’altra maniera di dire quale è la mia identità. Su questo la disabilità innesca ulteriori riflessioni. Per quello che è il mio percorso, che viene dallo sport, ho per tanto tempo pensato che le persone si dovessero adattare alle proposte che venivano dal mondo, in questo caso sportivo. Su questo punto per me c’è stato un ribaltamento totale. Adesso penso che, pur non rinnegando quella parte che esiste nello stato di fatto, questo è un modello che diventa limitante se noi lo utilizziamo come chiave esclusiva per interpretare la realtà. Faccio un esempio: a parole lo sport di classe significa che bisogna fare sport nelle classi, questo un po’ mi spaventa perché pur essendo un modello interessante non può essere per tutti. Credo che noi dobbiamo pensare a ribaltare in modo totale l’approccio al movimento e all’educazione motoria. La questione è come far sì che il movimento sia adatto a tutti, e quindi è la mia proposta che si deve adeguare al soggetto e non più il soggetto che si deve attivare per rientrare a tutti i costi dentro una proposta. 

Quale approccio per un percorso intorno al tema del corpo e del movimento motorio a scuola
Parto dal concetto di uso del corpo e paradossalmente la prima riflessione che mi viene da fare è: ma io il corpo lo uso? O ancora una volta sono io che all’interno di un percorso cerco di trovare un senso? Il senso può anche essere che io sto fermo perché la percezione di me, il riflettere su di me, l’acquisire una consapevolezza avviene anche attraverso un’immobilità che non è imposta, ma è frutto di una scelta. Fare yoga o training autogeno o cose di questo tipo nell’immobilità, consapevole e scelta, possono dare di più di tante altre proposte di movimento che troviamo troppo spesso in modo automatico nelle scuole e nei gruppi. La parola chiave è consapevolezza, senso, cioè direzione della motivazione. Per questo è molto importante variare, fare tante proposte che abbiano al centro la dimensione della scelta. Proviamo a vedere nelle varie attività qual è la scelta che ti viene concessa e per fare cosa… È la scelta rispetto a un’azione oppure quella di entrare in relazione rispetto a un compagno? O ancora: è una scelta che fai tu o che viene da fuori? Questo ti mette di fronte a contesti, situazioni e condizioni diversi e, dal punto di vista educativo, stimolanti.
Cambiare le proposte allora per fare provare esperienze diverse e con criteri che esulano un po’ da quelli classici legati a un’educazione fisica tradizionale.
Su questo lo specialista sportivo può avere delle resistenze e fa fatica a rileggere le attività da un altro punto di vista, perché è stato impostato così e anche il mondo educativo spesso non ha tanta idea di quanto può essere stimolante, facilitante per le relazioni e l’apprendimento. Su questo non vedo una grande attenzione e forse neanche una grande preparazione di base. Io personalmente mi rifaccio a una scuola attiva, la prasseologia, che nasce in Francia e che in Italia è pressoché sconosciuta.

Collegamento fra gioco, sport e inclusione
Dal punto di vista dell’immagine sociale oggi il modello è quello delle Paraolimpiadi. Non è un modello sbagliato ma rischia di riprodurre in piccolo quello che avviene per tutti: c’è chi ce la fa e ha successo e gli altri che non ce la fanno.
Prendendo invece ad esempio i giochi di tradizione, ci si accorge che si può fare tanto altro e forse divertirsi molto di più. Bisogna uscire dal modello, non più solo il modello competitivo della vittoria, ma un modello che, pur presentando vittorie e sconfitte, non è così definitivo.
Difficilmente c’è un momento finale in cui si fanno le premiazioni perché si può sempre rimettere in discussione tutto, si può ripartire. È un modello molto più provvisorio, la vittoria e la sconfitta sono parziali. Poi ci sono tante altre possibilità, dalle attività espressive al rilassamento che hanno altre logiche. Anche nello sport ci sono le attività espressive ma, ancora una volta, sono ai fini della classifica e quindi diventano uno strumento per raggiungere qualcosa d’altro.
Nelle attività espressive il fine è proprio quello di esprimersi: mi esprimo per esprimermi.
Nel gioco autentico ti metti ed entri in gioco; se si è in quel livello si diventa davvero molto inclusivi perché le cose vengono fatte per il puro gusto di farle.

9. Scheda tecnica/“I limoni”

Partecipanti:
– 7 animatori con disabilità
– 2 educatori 

Durata del laboratorio:
2 ore circa
15 minuti di riscaldamento
1:15 ora di attività
30 minuti di condivisione

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo:
consapevolezza nella percezione del proprio corpo

Obiettivi specifici:
– imparare a descrivere qualcosa per riuscire a raccontare noi stessi
– riflettere sulle differenze.

Attività
1) Riscaldamento.
2) Gioco dei limoni: ogni partecipante ha un limone e lo descrive nei minimi particolari. Alla fine della descrizione i limoni vengono posti all’interno di un sacchetto nero e mescolati. A turno ogni partecipante deve estrarre un limone e riconoscerlo. Se il limone non è quello descritto viene riposto nel sacchetto. Il gioco finisce quando tutti riconoscono il proprio limone facendosi anche aiutare dalla descrizione fatta sul foglio.
Dopo aver descritto il limone nei minimi dettagli, abbiamo provato a fare lo stesso con il nostro corpo…
 3) Condivisione: come siamo stati nel fare questa attività, su cosa ci ha fatto riflettere, cosa ha mosso in noi. L’obiettivo di questa attività è quello di imparare a descrivere bene tutti i particolari.

Materiali:
fogli, biro, limoni, sacchetto nero

Commenti partecipanti
D: descrivere i limoni è stato facile, in ogni dettaglio. Poi descrivere me stesso… che fatica, che imbarazzo!
F: facile raccontare come è fatto un limone, anche nelle sue ammaccature e imperfezioni. Raccontare le mie di imperfezioni invece è stata durissima. Anche perché non sempre ne siamo consapevoli ed evito di descrivere le parti del corpo che non mi piacciono.
S: la stessa difficoltà che ho incontrato a descrivere il limone l’ho avuta la volta scorsa a descrivere me stessa, perché non sono abituata a delineare i miei particolari e una parte del corpo che io non uso faccio fatica a raccontarla.
G: mi sono sentito bene a descrivere il limone, molto meglio che a descrivere me stesso, perché faccio fatica a pensare al mio corpo!

8. Il corpo tra limiti e possibilità. Il corpo che può e il corpo che non può. Il corpo che non sa fare, il corpo che sa fare, il corpo che sa fare se ci sono le condizioni giuste

Seconda parte
“Il corpo è un veicolo meraviglioso, molto misterioso e complesso. Usalo, non lottarci contro; aiutalo. Nell’istante in cui vai contro di lui, vai contro te stesso”.
(Osho)

“Jaspers sottolinea come nel concetto di coscienza dell’Io sia presupposta la coscienza del corpo, ossia la capacità di percepire e unificare in un quadro di riferimento significativo una serie di sensazioni. Queste ultime, da un lato, ci forniscono una rappresentazione mentale del nostro corpo, quasi fosse un oggetto visto dall’esterno, dall’altro, evocano in noi un sentimento del nostro ‘essere corporei’, cioè del fatto che solo attraverso la corporeità siamo viventi. In una dinamica psicologica sana, infatti, la coscienza dell’Io non può prescindere da una percezione del corpo.
[…]
Già in questo primo quadro descrittivo della coscienza dell’Io corporeo, osserviamo che essa si estende al di là dei confini somatici propriamente detti, per coinvolgere anche il contesto ambientale e gli oggetti che vi sono presenti e con i quali siamo in relazione.
[…]
Un esponente tra i più significativi della psichiatria contemporanea, R.D. Laing (1959), ha affermato che la ‘sicurezza ontologica primaria’, cioè la capacità di affrontare la vita e le sue difficoltà, come pure di progettare il futuro, deriva e dipende dalla coscienza dell’Io corporeo, ossia da quel modo di sentire il corpo come realtà viva, reale e concreta, da cui non è possibile separarsi senza cessare di esistere.
[…]
L’immagine dell’Io corporeo è soggetta a una continua ristrutturazione, che è dovuta, in parte, alle stimolazioni endogene di tipo psicobiologico e, in parte, alle relazioni sociali e quindi alle modalità di adattamento e di reazione di fronte ad altre immagini corporee, in senso sia concreto-spaziale sia fantastico-emotivo.
[…]
D.W. Winnicott (1948, 1960) ritiene l’acquisizione di uno schema corporeo personale, e quindi di una coscienza del corpo adeguata, un fattore essenziale sia per la capacità di una relazione immediata e di un’analisi adeguata della realtà – ivi inclusa la potenzialità di superare le difficoltà e gli eventuali traumi dello sviluppo – sia, di conseguenza, per la costituzione di un Sé autentico”.
(Estratto da La coscienza dell’Io-corpo di Lucio Pinkus)

La prima parte del laboratorio, nonostante le perplessità iniziali, si è rivelata importante per l’autoconsapevolezza di sé. Come proseguire ora questo significativo percorso? Quali gli obiettivi per non dispere il percorso fatto l’anno precedente? Come si poteva proseguire il percorso intrapreso? Dal lavoro del primo anno era emerso che l’immagine dei disabili partecipanti al laboratorio era falsata, normalizzata dai famigliari. Un’immagine dove tutto è perfetto, dove un braccio piegato diventa magicamente dritto perché “Lo dice la mamma!”. Per riportare i ragazzi su un piano di realtà, con l’aiuto di una psicologa, noi educatori abbiamo deciso di porci come obiettivo, attraverso le attività proposte, di far  riconoscere se stessi nella loro totalità e complessità, con i loro limiti e potenzialità.

7. L’intervento corporeo nella relazione d’aiuto: il counseling biosistemico

di Maurizio Stupiggia e Rosanna De Sanctis, psicologi

Il nome “Biosistemica”, in base alla sua composizione, ci dà indicazioni relativamente ai presupposti e metodi su cui si basa. “Bio” fa riferimento alle dimensioni biologiche, neurofisiologiche ed embriologiche inerenti la componente organica della corporeità. “Sistemica” fa riferimento alla teoria generale dei sistemi in base alla quale è possibile concepire l’individuo come un sistema costituito da sottosistemi in interrelazione fra di loro.
Per delineare la struttura teorica biosistemica nell’ambito del counseling, possiamo dire che l’osservazione del counselor e il suo approccio metodologico si incentrano sull’emozione, in quanto fulcro centrale del vissuto, sia fisiologico che patologico; l’emozione è letta qui essenzialmente con mappe neurofisiologiche ed embriologiche, e al tempo stesso ne viene sottolineata la valenza sistemico-relazionale, in quanto costitutiva dell’esperienza sociale umana.
L’oggetto centrale di riferimento è quindi costituito dalle emozioni, in quanto fenomeno cruciale dal punto di vista clinico ed epistemologico dell’esperienza umana. L’emozione caratterizza permanentemente il vissuto e il funzionamento dell’uomo, dato che, per definizione, comprende in sé i processi fisiologici, le reazioni comportamentali, gli aspetti relazionali e i contenuti cognitivi di ogni esperienza umana nella sua completezza e complessità. L’emozione è, infatti, un crocevia dove si incontrano istanze differenti: sensazioni viscerali, movimenti muscolari, pensieri e immagini; tutto questo all’interno di una cornice ambientale che ne plasma l’origine e ne sovradetermina il senso.
L’inizio di ogni cronico disagio esistenziale, secondo l’ottica biosistemica, può infatti essere individuato nello sdoppiamento di due circuiti essenziali: quello delle ideazioni mentali e quello del vissuto corporeo. Se scissi, il corpo non ha più parole per nominare le sensazioni (potrà esprimersi attraverso sintomi psicosomatici), né la mente potrà parlare di ciò che il corpo non sente, perché inibito nella sensazione (e il disagio si esprimerà attraverso un continuo brusio mentale indistinto di sottofondo). L’emozione rappresenta l’evento psicosomatico per eccellenza, l’elemento trasversale che unifica lo psichico e il somatico, il terreno d’incontro tra pensieri e sensazioni corporee. Quando il linguaggio (la mente) e il suo inconscio (il corpo) si incontrano, si producono non più solo parole, ma azioni, fatti concreti e l’emozione sboccia come qualità emergente dell’interazione tra le componenti del sistema complessivo (pensieri, sensazioni, azioni).
Il counselor biosistemico presta perciò attenzione non solo all’aspetto simbolico del linguaggio, ma anche all’aspetto espressivo delle parole, intese come prolungamento degli arti, come parole a cui sia data corporeità. Si passa dalla scoperta del gesto come parola non detta (attraverso la lettura della comunicazione non verbale), alla parola come gesto non fatto (fornendo un nome alle sensazioni e ai gesti inibiti). L’intervento di counseling bioistemico si pone come obiettivo il ripristino del ciclo emotivo, non attraverso lo svelamento di verità nascoste, ma attraverso la costruzione della verità sulla base di ciò che appare nel qui e ora in assenza di interpretazioni e riferimenti a patologie: amplificando l’emozione, pensando con il corpo, creando i movimenti, l’emozione si trasforma in qualcosa di inatteso, di nuovo. Si tratta di una trasformazione qualitativa dello stato globale della persona, di un aumento della complessità connessa allo stato di salute, in antitesi con un impoverimento della complessità psicocorporea del soggetto.

La sofferenza psicologica
La sofferenza, secondo il modello biosistemico, può essere ricondotta alla sovrapposizione di processi diversi:
– dietro a sensazioni fisiche di disagio, spesso si celano emozioni bloccate, frequentemente riconducibili a esperienze primarie di inibizione d’azione di fronte allo stress (Laborit, 1979), situazioni, cioè, in cui non è stata possibile né una reazione di attacco, né una di fuga. Le reazioni impedite si scaricano all’interno del soggetto, comportando una secrezione ormonale, tipica dello stress (noradrenalina e corticosteroidi), che protratta nel tempo può anche originare malattie psicosomatiche;
– le emozioni bloccate possono cristallizzarsi in posture specifiche, connesse ai vissuti corporei che le accompagnavano, andando a creare una memoria muscolare sepolta dietro la sofferenza fisica. Lavorare sulla parte del corpo contratta, attraverso esercizi fisici, contatto, massaggi, specifiche posizioni corporee, può significare lavorare direttamente sull’emozione bloccata. Il lavoro posturale consente di accedere alla memoria corporea e di recuperare stadi di sviluppo non interamente vissuti, attraverso l’espressione dei vissuti emozionali connessi, che emergono come risultato dell’interazione sistemica di pensieri-sensazioni-azioni.
Ma quale meccanismo custodisce il blocco emozionale e può allo stesso tempo scioglierlo? Per comprenderlo, vediamo prima una descrizione del Sistema Nervoso Autonomo e del suo funzionamento.

Il Sistema Nervoso Autonomo
Il Sistema Nervoso Autonomo (SNA), conosciuto anche come sistema nervoso vegetativo o viscerale, è un insieme di cellule e fibre nervose che innervano gli organi interni e le ghiandole, controllando le funzioni vegetative involontarie. Ha la funzione di regolare l’omeostasi dell’organismo ed è un sistema neuromotorio che opera con meccanismi autonomi di controllo della muscolatura liscia, dell’attività cardiaca e dell’attività secretoria ghiandolare.
È costituito da porzioni anatomicamente e funzionalmente distinte, ma sinergiche:
– il Sistema Nervoso Simpatico: produce accelerazione del battito cardiaco, dilatazione dei bronchi, aumento della pressione arteriosa, vasocostrizione periferica, dilatazione pupillare, aumento della sudorazione (tipiche risposte dell’organismo a una situazione di allarme, lotta, stress). I mediatori chimici di queste risposte vegetative sono la noradrenalina, l’adrenalina, la corticotropina, e diversi corticosteroidi;
– il Sistema Nervoso Parasimpatico (chiamato anche Attività Vagale): produce un rallentamento del ritmo cardiaco, un aumento del tono muscolare bronchiale, dilatazione dei vasi sanguinei, diminuzione della pressione, rallentamento della respirazione, aumento del rilassamento muscolare, vasodilatazione a livello dei genitali, delle mani e dei piedi (normale risposta dell’organismo a una situazione di calma, riposo, tranquillità e assenza di pericoli e stress). Il mediatore chimico dell’attività parasimpatica è l’acetilcolina.
Il nostro corpo, in ogni momento, si trova in una situazione determinata dall’equilibrio o dalla predominanza di uno di questi due sistemi nervosi. La capacità dell’organismo di modificare il proprio bilanciamento verso l’uno o l’altro sistema è fondamentale per il suo equilibrio dinamico, sia dal punto di vista fisiologico che psicologico. Disfunzioni in tale alternanza sono alla base di disagi, disturbi, o vere patologie non solo sul piano strettamente organico, ma anche psicologico.   La Biosistemica ha avuto il merito di integrare le scoperte di Gellhorn (1967) relative al funzionamento fisiologico del Sistema Nervoso Autonomo con la comprensione delle ricadute sul benessere complessivo della persona della mancanza di armonia nell’alternanza dei due assi del Sistema stesso, aprendo nell’ambito delle relazioni di aiuto scenari di intervento innovativi. 

Bibliografia di riferimento
D. Boadella; J. Liss, La psicoterapia del corpo, Astrolabio, Roma, 1986.
F. Cristofori; E. R. Giommi (a cura di), Il benessere nelle emozioni, La Meridiana, Molfetta (BA), 2009.
J. Liss; M. Stupiggia, La terapia Biosistemica, Franco Angeli, Milano, 2000.
J. Liss, L’Ascolto Profondo, La Meridiana, Molfetta (BA), 2004.
J. Liss, La Comunicazione Ecologica, La Meridiana, Molfetta (BA), 1998.
R. Meares, Intimità e alienazione, Raffaello Cortina, Milano, 2005.
L. Rispoli, Esperienze di Base e Sviluppo del Sé, Franco Angeli, Milano, 2004.
D. Siegel, La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina, Milano, 2000.
D. N. Stern, Le Forme vitali, Raffaello Cortina, Milano, 2011.
D. N. Stern, Il momento presente, Raffaello Cortina, Milano, 2005.
M. Stupiggia, La solitudine senza speranza: un approccio psicocorporeo al trauma, “Rivista italiana di analisi bioenergetica”, n. 1, FrancoAngeli, Milano, 2009.
M. Stupiggia, Corpo, piacere e creatività, in D. Scarponi; A. Pession (a cura di), Il dolore specchio, per la comprensione della sofferenza in pediatria, Clueb, Bologna, 2010.

6. Scheda tecnica/“Dicono di me…”

Partecipanti:
– 7 animatori con disabilità
– 2 educatori
– 2 volontari

Durata del laboratorio:
2 ore circa
30 minuti di riscaldamento
1 ora di attività
30 minuti di condivisione

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza del proprio corpo

Obiettivi specifici:
verifica delle molteplici immagini di sé
acquisizione della presa di coscienza del proprio corpo

Attività
1) Riscaldamento.
2) Rispondere alla domanda: “Cosa pensano del mio corpo i miei amici, i miei educatori, i miei genitori e altri parenti tutti?”.
3) Condivisione degli elaborati e dei vissuti, dove è emersa un’immagine di se stessi spesso viziata dai giudizi delle persone vicine (famigliari, amici), a volte molto distante da una reale conoscenza delle proprie caratteristiche fisiche.

Commenti dei partecipanti
D: Dicono di me i miei genitori che io sono simpatico, bello, bravo, intelligente, buono ma… troppo ingenuo per uscire da solo.
D: I miei genitori dicono che con il mio corpo io posso fare tutto… Camminare, correre, saltare, e giocare a pallone. Vestirmi e svestirmi da sola. Lavarmi la faccia, le mani e i denti da sola. Scrivere sulla tastiera e usare il computer. Mangiare da sola. Usare il telecomando della tv e usare la Nintendo DS. Scrivere e leggere.

5. “Sono dov’è il mio corpo”

di Maria Angela Leni, psicologa e psicoterapeuta della famiglia a orientamento relazionale sistemico

Se questo laboratorio è decollato non è solo merito dell’équipe della Cooperativa Accaparlante e degli animatori disabili che si sono messi in gioco. Molto hanno fatto anche dei professionisti esterni come Maria Angela, psicologa, che nel primo anno ci ha ispirato e consigliato in molte attività rimanendo sempre aggiornata sull’efficacia delle attività.

 “Sono dov’è il mio corpo”. Con questa frase Pietro Iotti, nel libro nel quale racconta le memorie di un deportato a Mauthausen (Cfr. P. Iotti, T. Masoni, Sono dov’è il mio corpo: memoria di un ex deportato a Mauthausen, Editrice La Giuntina, Firenze, 1995) sottolinea la grande sofferenza legata alla perdita della propria individualità provocata dai campi di sterminio.
Questa frase sottolinea inequivocabilmente lo stretto e imprescindibile legame tra identità e corpo, un binomio indissolubile sia nell’evoluzione della storia dell’umanità, sia nello sviluppo del singolo individuo.
Il bambino fin da piccolissimo conosce attraverso il corpo, relaziona attraverso il corpo; è dal distacco fisico del bambino dalla figura di accudimento  che inizia, in modo inequivocabile, il percorso di individualizzazione e di costruzione del sé. Per il bambino piccolo il percepire se stesso come un prolungamento del corpo della madre è l’embrionale consapevolezza di essere. Prima ancora, durante l’età gestazionale, la memoria sensoriale esiste e compartecipa alla formazione della memoria quale background culturale dell’individuo.
La progressiva conquista delle competenze motorie sanciscono la consapevolezza di essere qualcosa di staccato dalla madre, qualcosa di altro. Il percorso della costruzione della propria identità e della propria personalità è un viaggio che dura tutta la vita, ma pone le sue prime basi nell’infanzia. Il percorso di sviluppo identitario e di sviluppo delle autonomie motorie sono strettamente correlati durante tutta la vita dell’uomo.
La psiche e il corpo vivono in un’identità duale non scindibile; le culture di tutte le popolazioni, in vario modo, riconoscono questa unitarietà.
La dimensione corporea nella disabilità si configura come dimensione che diacronicamente vede una parabola ascendente dall’esclusione, dalla marginalizzazione e dall’occultamento (come era nell’antichità) all’affermazione come dimensione ineludibile oggi nello sviluppo del sé, nella formazione dell’identità e nei processi formativi e relazionali della persona con disabilità. Tale parabola dell’affermazione del corporeo collima perfettamente con l’evolversi dell’immaginario sulla disabilità, un immaginario che solo di recente si è affrancato da immagini negative, di limite, di difficoltà, di sofferenza. 
È dal Novecento che si assiste a una sostanziale rivoluzione della cultura pedagogica specifica. La strategia di fondo fa leva sulla stimolazione sensomotoria, sul toccare e manipolare le lettere per far apprendere a leggere e a scrivere anche bambini con ritardo mentale.
Questo ha affrancato l’importanza del ruolo del corpo nello sviluppo delle potenzialità e nei processi formativi della persona disabile, nel processo di accettazione di una diversità non più sentita solo come stigma, ma accettata e mostrata come una delle caratteristiche imprescindibili del sé (Trisciuzzi, 2006). A partire dal corpo prende il via il processo di costruzione identitario, in quanto l’immagine di sé intrapsichica e interiormente socializzata delle persone con disabilità oggi si nutre di una percezione del sé che passa attraverso un corporeo non più reso oggetto di stigmatizzazione negativa, come ci dimostrano le tendenze di una recente cultura sulla disabilità.
Il corpo gioca un ruolo fondamentale sempre, ma in modo diverso a seconda della disabilità. Nello studio delle paralisi infantili e delle cerebropatie si evidenzia come queste disabilità intaccano in modo inequivocabile l’aspetto sociale e socializzante del movimento e dell’abilità motoria. Il movimento ha un valore di abilitazione sociale: infatti sostiene tutti quegli aspetti della normale vita quotidiana che permettono al soggetto di conquistare un riconoscimento sociale.
Affrontare la tematica dell’esperienza psicologica della disabilità significa definire il valore che viene attribuito a questa realtà umana. Ogni persona definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive. I più profondi valori su cui si regge la convivenza civile sono messi in crisi dalla realtà dell’handicap: la parità dei diritti dei cittadini, il loro diritto a una qualità della vita, il diritto all’istruzione, al lavoro, all’autonomia e alla salute rischiano di essere un problema. L’organizzazione sociale è fatta per i sani. Spesso il vissuto dominante nei confronti della disabilità, e nei confronti della famiglie, è l’ambivalenza, con i tentativi più comuni per superarla quali l’evitamento, la compassione e la banalizzazione del problema.
Anche nel disabile la costruzione della personalità e del diventare adulto attraversa i medesimi percorsi e processi del bambino normale.
L’intrapsichico non può essere considerato un territorio isolabile. Esso si presenta come una sorta di specchio in cui fenomeni esterni si riflettono. I pensieri, i nostri sentimenti , le emozioni, i desideri dipendono dalle relazioni che ognuno vive con se stesso e con gli altri. La posizione che l’essere umano occupa o che teme di dover subire, determina di volta in volta gli stati d’animo, di benessere o di malessere.
La percezione di se stessi nasce, per tutti, dai confronti diretti, sia sull’aspetto fisico che su tutti gli altri aspetti. Ma la percezione nasce anche dalle comunicazioni interattive che riceviamo, cioè dalle differenze con cui le persone significative si rapportano con noi e con gli altri.
La disabilità è un evento eccezionale che appare a chi ne è colpito tanto più ingiusto quanto più è raro. Con la propria costanza richiede una modificazione permanente dell’adattamento alla realtà secondo canoni socialmente divergenti. Vivere in mezzo agli altri con un corpo diverso mette a disagio e spinge a compiere sforzi enormi per mimetizzarsi e cancellare la diversità.
Il bambino disabile, quando non è ancora consapevole della propria minorazione, spontaneamente sembra adattarsi al proprio corpo compromesso, organizzando la realtà in base alle proprie possibilità residue. Il tetraplegico per esempio esplora lo spazio rotolando in esso: gli oggetti lontano vengono da lui esplorati solo come fonti di stimoli visivi e uditivi, trascurando i requisiti tattili.
Con il procedere della crescita questo adattamento al proprio corpo scompare, lasciando posto all’ansia, alla reattività, alla frustrazione e all’iperdipendenza dagli altri. Le aspettative degli altri, le modalità di utilizzare la realtà esterna, contrastanti con quelle del bambino compromesso, hanno fatto sentire inadeguate le strategie operative messe in atto, che così vengono abbandonate come non buone. Spesso il bisogno di cancellare la diversità diventa ossessionante per il disabile.
Il limite prestazionale, dato dal deficit motorio, è certamente spiacevole perché il mondo è a misura dei sani e gli adattamenti compensatori del disabile non sono mai del tutto efficienti. Il confronto con l’efficienza dei sani è frustrante. Tuttavia le differenze nelle abilità sarebbero forse più tollerabili, se non rappresentassero uno svantaggio inevitabile sul versante dei rapporti. Spesso in gara non ci sono solo i risultati prestazionali, bensì gli affetti delle persone care. Perdere a causa della differenza, gare per conquistare l’attenzione, l’amore, la stima degli altri, è intollerabile, perché uccide il valore di esistere e pone nella posizione degli sconfitti a vita.
Accorgersi di essere inserito in una partita dove viene assegnata, per definizione, la parte perdente blocca l’autostima facilitando, così, come risposta il disadattamento sociale. Ecco che il disabile scopre il potere dell’impotere come arma contro la disperazione.
Infatti, quando la disabilità si evidenzia in un soggetto, questi viene a trovarsi rispetto ai suoi simili in una posizione di estraneità, così come i genitori non possono non soffrire della presenza nella loro famiglia di un figlio disabile: la ferita narcisistica della madre, così come la reazione di sofferenza e d’angoscia nel padre sono equiparabili. Questi disagi vengono inevitabilmente comunicati al disabile e incidono sull’idea che egli si fa di se stesso.
L’aggressività, la rabbia sono risposte vitali e appropriate, se la persona disabile ha abbastanza risorse; se invece si sente sconfitta, la risposta inevitabile è la depressione. La depressione è la mossa più immediata e comprensibile: essa si esprime nella rinuncia a interagire, a conoscere, a crescere, a operare nella misura del proprio desiderio. Si reprime il desiderio perché fonte di frustrazione. L’atteggiamento di rinuncia depressiva non viene conservato a lungo, ma suscita reazioni di intolleranza nei sani: essi si sentono accusati di ritiro. La depressione è un comportamento che implicitamente definisce gli altri colpevoli della propria superiorità di essere sani, e nello stesso tempo impotenti a modificare la situazione.
Il vedere se stessi anche con gli occhi degli altri, permette al disabile di conquistare un potere relazionale non sindacabile. Lo specchio, nella percezione di se stesso, è un ottimo strumento di supporto per il disabile, uno strumento che lo può aiutare a ri-conoscersi, nei tempi corretti.
Lo specchio permette l’acquisizione della consapevolezza del proprio corpo. Spesso il disabile non si osserva più da tanto tempo nella sua complessità e nella totalità del suo corpo. Si limita d osservare le parti sane o quelle che altri vogliono fargli vedere. Lo specchio restituisce la sua vera fotografia, senza nascondere niente e senza esprimere alcun parere.
Il disabile, spesso, ha bisogno di vedere e rivedere il proprio corpo, di nominarlo, toccarlo e, infine, riconoscerlo come proprio. Egli deve riconoscersi nell’immagine riflessa dallo specchio.
Deve individuare ciò che del corpo funziona e ciò che non funziona, quale parte è sana e quale malata, cosa può essere definito bello e cosa brutto, quale parte gli piace di se stesso e quale no: deve saper valutare cosa può essere modificato e cosa no.
Il vedersi, il riconoscersi aiuta a ricomporre l’essere e il pensare in una coesione strettamente funzionale alla costruzione dell’identità: aiuta la mente a essere dove è il corpo, anche quando la mente fugge e si rifugia in una realtà immaginaria e parallela, in una dissociazione tra il sé pensato e il sé fisico.

Disabilità, attaccamento e corporeità
Richiamando gli studi sull’attaccamento (Ainsworth, 1989) è opportuno sottolineare i principi su cui il bambino costruisce i primi costrutti relazionali interni veicolando esperienze di tipo corporeo. L’attaccamento è un processo motivazionale, attivo, di adattamento, basato sulle strategie di soddisfazione dei bisogni di sicurezza, formulate in relazione alle caratteristiche dell’ambiente. (Bowlby 1980,1988; Ainsworth,1989) . Possiamo definirlo in base a tre criteri: il bisogno di vicinanza alla figura di attaccamento in condizioni di stress; l’aumento del benessere e la diminuzione dello stato di allarme in presenza di tale figura; l’aumento del disagio e di ansietà se si verifica la minaccia di non potere entrare in contatto con questa fonte di rassicurazione.
Nell’età adulta, si modifica rispetto alla forma infantile non tanto riguardo al contenuto ma riguardo all’oggetto che diventa un suo pari nella sfera relazionale.
È inevitabile, quindi, evidenziare come questi modelli siano turbati dall’evento malattia sia sul versante del bambino sia sul versante genitoriale (materno e paterno).
Tenendo presente che l’attaccamento rappresenta un processo attivo da parte del bambino, a cui la madre è biologicamente programmata per rispondere, dobbiamo considerare che un bambino ammalato è meno abile nell’attivare le risposte di attaccamento in sua madre, e una madre preoccupata è meno libera di rispondere alle richieste di suo figlio in modo sereno e sicuro. Le diagnosi infauste pongono spesso pesanti interferenze alle risposte naturali del legame di attaccamento, deprimendo la madre e disorientandola di fronte ai segni deboli eccessivi del bambino. Il bambino che non riesce ad allungare le mani verso la sua mamma o che non può sorridere davanti allo sguardo amorevole del padre, faticherà ad attivare le risposte funzionali dell’adulto.

La famiglia e la disabilità
La famiglia è una struttura complessa e articolata, presente in tutti i sui sistemi sociali conosciuti. La famiglia può essere definita come “un sistema aperto che funziona in relazione al suo contesto socio-culturale e che si evolve durante il ciclo di vita” (Walsh, 1986). È un sistema non riconducibile alla semplice somma delle sue parti, non è sufficiente descrivere l’insieme delle caratteristiche dei suoi membri per comprenderla, occorre tener conto dell’interconnessione dei comportamenti dei componenti. Ogni azione è anche reazione, il cambiamento in un individuo influenza il sistema nel suo complesso (Carta, 1996). La famiglia è in grado di modificarsi, adattarsi ai cambiamenti sia interni che esterni. Le famiglie sono infatti anche “sistemi evolutivi” (Carta, 1996) che si trasformano insieme agli eventi della vita e alla crescita dei membri che le costituiscono.
Lo sviluppo della famiglia è caratterizzato dalla successione di relazioni diadiche privilegiate, lette su uno sfondo di relazioni triadiche (Fivaz – Depeursinge, 1999) che si presentano asimmetriche nell’infanzia per divenire simmetriche nell’età adulta e ritornare asimmetriche nella maturità con l’ingresso nella costellazione familiare dei membri di una nuova generazione.
Questo sviluppo temporale è scandito da compiti evolutivi o eventi critici (Carli, 1999) che danno forma a una nuova configurazione nella vita del soggetto, configurazione che cambierà il sentimento di sé, e le relazioni fondamentali dei suoi rapporti e dei suoi individui. Il superamento di ogni gradino evolutivo è un successo conseguito dalla famiglia nel suo insieme.
La famiglia (Bowen, 1979; Haley 1963; Boszomenyi – Nagy e Spark, 1973; Framo, 1992), è un sistema emozionale pluri-generazionale. La famiglia nucleare risulta essere quindi un sottosistema che reagisce al passato e che, nel presente, costruisce un futuro. Esiste quindi un asse verticale lungo il quale nel tempo vengono trasmessi modelli di relazione e di funzionamento, e un asse orizzontale su cui si possono fondare alleanze e vivere competizioni. I livelli di maggiore stress si sperimentano quando un evento problematico si innesta sull’asse orizzontale proprio nel momento in cui un conflitto o uno snodo evolutivo pongono difficoltà sull’asse verticale dei rapporti intergenerazionali. A questo punto non è difficile immaginare quanto l’evento stressante di un handicap in un figlio comporti negoziazioni e riaggiustamenti in questo naturale fluire del ciclo vitale di una famiglia. La disabilità presentata da un figlio non consente adattamenti familiari relativamente stabili, proprio per la natura evolutiva del soggetto e delle sue necessità. La crescita di qualunque bambino impone costanti modifiche dell’equilibrio familiare, ma esse si muovono lungo un continuum protocollato secondo ritmi socialmente stabiliti. Non così per il bambino disabile e per le sue esigenze.

Il corpo e la sessualità
Anche il disabile, nel crescere, incontra l’area della sessualità, strettamente connessa al tema del corpo e dell’allevamento del soggetto sia sul versante della consapevolezza del sé sia dei propri limiti, confrontati con i compiti evolutivi.
Il corpo (Stern, 1985), sia sano che malato, è il luogo di crescita della persona, emergente radice di sé, rappresenta l’inizio di ogni sviluppo umano. È il territorio di incontro della cura di ciò che di prezioso rappresentiamo. Il rispetto del corpo significa anche rispetto del proprio essere e della propria natura sessuata. La matrice pulsionale nasce con il corpo e subisce un processo di adattamento al contesto sociale che ne regola l’espressione per tutto il corso della vita. Tale adattamento si differisce e si contraddistingue a seconda delle culture e degli stili di comportamento della famiglia. La cultura occidentale promuove l’espressione sessuale libera, ma contemporaneamente regola con precisione le condizioni in cui la condotta sessuale può essere accettata. In primo luogo, la sessualità è associata all’esplorazione di rapporti extrafamiliari. In secondo luogo, la condotta sessuale riguarda una area della privatezza e del pudore. In terzo luogo è associata al concetto di libera scelta, di legame elettivo, che non può essere imposto. Infine, la sessualità è correlata al mito della bellezza fisica e dell’efficienza, è cioè considerata un diritto per soggetti giovani, belli o almeno per adulti e anziani di successo. È considerata una forma imbarazzante se associata a deformità, disabilità e deficit, trattata con compassione, come una pulsione che induce schiavitù ed esprime degrado nei malati, negli anziani e nei disabili. La pulsione di per sé non è niente di tutto questo: è semplicemente una spinta alla ricerca del benessere corporeo nella relazione con gli altri membri della specie, associata o meno alla finalità di stringere legami e di procreare. Inizialmente dirige le condotte di presa di coscienza e di esplorazione del sé corporeo, rendendolo luogo di interesse e di ricerca del benessere.

Bibliografia di riferimento
A. M. Sorrentino, Figli disabili. La famiglia di fronte all’handicap, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.
A. Carlino Bandinelli , S. Manes, Il Disegno del bambino in difficoltà, FrancoAngeli, Milano, 2004.
M. Andolfi, La famiglia trigenerazionale, Bulzoni, Roma, 1988.
M. Andolfi, Il padre ritrovato. Alla ricerca di nuove dimensioni paterne in una prospettiva sistemico relazionale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001.
M. Andolfi, C. Angelo, P. D’Atena, La terapia narrata dalle famiglie, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001.
I. Boszormenyi-Nagy, G. Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio, Roma, 1973.
M . Bowen, Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma, 1978.
J. Bowlby, Attaccamento e perdita, Bollati Boringhieri, Torino, 1980.
J. Bowlby, Una base Sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988.
S. Cirillo, Cattivi Genitori, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.
P. Di Blasio, Psicologia del bambino maltrattato, Il Mulino, Bologna, 2000.
P. Di Blasio, Protocollo sui fattori di rischio e dei fattori protettivi nella valutazione psicosociale dei minori e delle famiglie, Università Cattolica, Milano, 2004.
G. Fava Vizziello, V. N. Stern, Dalle cure materne all’interpretazione. Nuove terapie per il bambino e le sue relazioni: i critici raccontano, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992.
E. Fivaz-Depeursinge, J. Corboz Warnery, Il triangolo primario, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.
E. Scabini, L’organizzazione familiare tra crisi e sviluppo, FrangoAngeli, Milano, 1995.
F. Walsh, La resilienza familiare, Raffello Cortina Editore, Milano, 2008.

4. Scheda tecnica/“Il mio corpo e il corpo che vorrei”

Partecipanti:
– 7 animatori con disabilità
– 2 educatori
– 2 volontari

Durata del laboratorio:
2 ore circa
15 minuti di riscaldamento
1:15 minuti di attività
30 minuti di condivisione

Luogo:
ampia stanza

Obiettivo generale:
acquisire consapevolezza del proprio corpo

Obiettivi specifici:
– riconoscimento e analisi delle proprie qualità
– creazione di relazioni, condivisione

Attività
1) Riscaldamento: il riscaldamento è stato fatto in tutti gli incontri. Un momento indispensabile per creare un contesto accogliente e positivo e per risvegliare il corpo attraverso semplici gesti e stimolare la concentrazione con dei giochi.
2) Descrizione di sé: ogni partecipante ha descritto se stesso in forma scritta, successivamente ha condiviso il lavoro con gli altri.
3) Disegno di una persona immaginaria o reale, e descrizione e spiegazione.
4) Condivisione: come ci siamo sentiti nell’attività in gruppo, difficoltà emerse.

Materiali:
fogli, biro,matite colorate, scotch
Importante: abbiamo deciso di inserire la durata del laboratorio, quantificandola in minuti e ore, per realizzare una scheda tecnica completa. In realtà molti di questi incontri si sono allungati. Come spiegato nell’intervista, avere la possibilità di dedicare più tempo, senza l’ansia della risposta immediata e potendo lasciare ai partecipanti lo spazio giusto per rielaborare i vissuti, è stato fondamentale per la riuscita del percorso.

Commenti dei partecipanti
D: Io adoro disegnare. Ho disegnato me stessa, così, come penso di essere. Poi una volta in cerchio con gli altri, nel momento della condivisone, ho fatto molta fatica, ho trovato difficoltà a trovare le parole. Molto più facile è stato fare l’altro disegno: ho disegnato mio padre, con la maglietta di Superman e l’ho descritto agli altri nei minimi dettagli… L’altezza, le mani grandi, gli occhiali, i suoi movimenti usuali… Un po’ come vorrei essere anche io!
G: La qualità del disegno non è eccezionale, ma sono contento perché l’ho fatto da solo. La persona che ho disegnato è di fantasia, è in piedi e il suo corpo funziona bene. Io invece sono in carrozzina, anche se vorrei non esserci. Tutti mi dicono che sono uguale agli altri, anche se in realtà io mi accorgo che non è proprio così.
L: Ho disegnato un personaggio di fantasia, probabilmente un alieno, con un grande seno e delle gambe lunghe. Molto colorato. Descrivere me stessa non è stato facile, ma sono riuscita a tirare fuori le emozioni perché sono spesso da sola e non parlo con nessuno, in questo contesto invece qualcuno mi ascolta. Probabilmente ho disegnato un alieno perché vorrei essere totalmente cambiata, vorrei un seno più prosperoso, lo stomaco più piccolo e… tanto altro.

3. Il corpo che comunica. L’immagine che abbiamo del nostro corpo è parte integrante della nostra identità. Nominare, conoscere, comprendere il corpo

Prima parte
“Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare, a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare”.

(Igor’ Ivanovič Sikorskij)“Quando un disabile ha una percezione equilibrata e di accettazione della propria situazione, più facilmente è portato a credere che gli altri lo guardino perché si incuriosiscono di alcune cose, ad esempio della protesi, della carrozzina, dei suoi movimenti, della deambulazione particolare; se invece egli rifiuta la sua menomazione o se ne vergogna, tenderà a percepire la curiosità degli altri in modo umiliante, pensando di essere considerato in maniera negativa, con disprezzo e pietà. […] Nel sentirsi guardata la persona sembra acquistare un ruolo passivo di ‘centro’, di bersaglio. In questa situazione la relazione con l’altro diventa asimmetrica: ‘io ho vergogna di me davanti allo sguardo dell’altro’ (Sartre 1943): guardare significa possedere, il soggetto decade a oggetto.
Come prima conseguenza l’Io e le sue qualità diventano evidenti ed enfatizzate, assumono un risalto particolare nel campo della coscienza.
[…]
L’handicappato vive il proprio aspetto come una apparenza negativa, centro di un’attenzione che non può evitare né modificare immediatamente: in generale egli si sente ‘ferito’ dagli sguardi e cerca di sottrarsi a quel particolare tipo di attenzione in cui si sente considerato come un corpo minorato, piuttosto che come una persona. Il corpo non è più un ‘io sono’, che ha autonome possibilità espressive e comunicative, ma è scaduto a livello di un ‘oggetto esposto al mondo’, di cui gli altri dispongono.
Lo sguardo può anche essere considerato un atto incompiuto che costituisce la fase preliminare di una relazione; in questo senso lo sguardo rientra nel contesto della comunicazione non verbale, come inizio di una organizzazione e trasmissione di significati che si realizza tramite il veicolo semantico.
[…]
La persona handicappata, ‘centrata’ dagli sguardi prolungati o furtivi, conclude: sono diverso, il mio corpo non è una ‘modulazione esteriore’ di una libera e personale intimità, ma è un ‘corpo oggetto’, il corpo che ho, anziché il corpo che sono.
Ma il corpo non è soltanto strumento di comunicazione verso l’esterno, il corpo è anche il custode del mio segreto personale, esso racchiude e difende la mia intimità”.
(Estratto da Il corpo che ho, anziché il corpo che sono. Il disabile di fronte allo sguardo degli altri  di Gianni Selleri)

Tante volte noi educatori ci siamo chiesti se i nostri colleghi disabili conoscono il loro corpo e come lo usano nei vari contesti in cui si trovano. Tante volte ci siamo domandati se i nostri giovani disabili sanno di avere un corpo e se quel corpo, per loro, è anche veicolo di relazione. Relazione che nel nostro lavoro è fondamentale. Ma come si fa a costruire relazioni con il corpo se non lo si conosce o si ha paura di usarlo? Per rispondere a questi interrogativi noi educatori abbiamo deciso di promuovere un laboratorio sul corpo. Ci siamo dedicati alla consapevolezza della percezione di sé cercando, con le attività proposte, di acquisire una presa di coscienza del proprio corpo partendo da una verifica delle immagini del sé. 

2. Sulla propria pelle: le ragioni di un laboratorio

a cura di Giovanna Di Pasquale

Intervista a Luca Cenci e Tristano Redeghieri

Come nasce il laboratorio
L’idea del laboratorio nasce dalla convinzione che il corpo sia uno dei maggiori strumenti per relazionarsi con gli altri. Essendo un insegnante Isef specializzato nell’attività motoria per bambini da 0 a 5 anni uso molto il corpo per relazionarmi con il bambino, proponendo giochi e attività attraverso il contatto fisico. Nel lavoro che svolgiamo qui in Cooperativa Accaparlante, l’obiettivo è quello di “portare fuori” la disabilità non solo con contenuti teorici, ma attraverso il protagonismo attivo delle persone disabili. In questo senso è fondamentale essere il più possibile consapevoli del rapporto che si ha con il proprio corpo che, spesso, nella persona disabile è un corpo non consono ai canoni riconosciuti e convenzionali. (T)
La consapevolezza poi è una conseguenza della conoscenza, senza conoscenza non si può parlare di consapevolezza né tanto meno di accettazione. Avevamo l’esigenza di capire, soprattutto per le persone più giovani (all’inizio il laboratorio era nato per loro) che rapporto avessero con il proprio corpo. Nel lavoro quotidiano infatti il corpo era nominato solo in funzione dell’attività di fisioterapia o per la gestione delle routines della vita quotidiana (lavarsi, vestirsi, mangiare..) (L)
La presentazione del percorso non è stata così difficile. Neanche noi sapevamo dove saremmo arrivati. Siamo partiti descrivendo l’idea di fare un laboratorio sul corpo, anche in modo blando. Con il prosieguo del lavoro, nel gruppo si è creato un clima di un certo tipo, un’intimità di un certo tipo che ha dato vita a un ambiente protetto che ha reso possibile lavorare in profondità su tutto il resto. In questo senso la presentazione non è stata una parte fondamentale perché siamo partiti sperimentando insieme a loro. Non abbiamo detto che avevamo già degli obiettivi definiti da raggiungere o standard a cui uniformarci, abbiamo solo detto: iniziamo raccontando il nostro corpo poi vediamo fino a dove possiamo spingerci.(L)
Abbiamo presentato questo percorso cercando di fare capire quanto è importante il corpo nella relazione, quanto si usa per relazionarsi con gli altri, facendo esempi tratti dalla quotidianità. Uno degli obiettivi era quello di fare acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e di come lo si usa nei vari contesti, se e quanto lo si usa.
Il laboratorio sul corpo è stato inevitabilmente un laboratorio con il corpo, in cui giochi, situazioni, ecc. venivano provati sulla propria pelle. È stato una sorta di reincontro con il proprio corpo, corpo che – dalle parole delle persone coinvolte – non incontrano spesso.
Non l’incontrano né lo conoscono. (T)

Le aspettative
Non avevo delle aspettative già definite, il laboratorio è stato costruito in base all’andamento del percorso stesso, volta per volta decidevamo su cosa puntare cercando un collegamento fra gli incontri per dare continuità al percorso. Anche i partecipanti, per me, non si aspettavano niente di specifico però è emersa da subito una grande curiosità per dove si sarebbe arrivati. Per molti aspetti la stessa cosa vale per noi.
Quando ci rendevamo conto che saltava fuori qualcosa di interessante, abbiamo cercato di seguirlo sempre nel rispetto dei tempi delle persone e facendoci aiutare anche da esperti L’arma vincente di questo percorso è stato il tempo lungo in cui è stato articolato, tempo che è stato dilatato quando gli elementi che emergevamo avevano bisogno di essere ripresi e approfonditi. Non si è trattato di una lezione dopo l’altra, ma di nuclei tematici che si sono sviluppati per tutto il tempo che noi, ma anche i partecipanti, abbiamo ritenuto necessario in funzione della rielaborazione di quanto avveniva negli incontri. Essere in un luogo protetto ci ha permesso di lavorare anche sull’intimità del corpo. (T)
Le aspettative erano quelle che si hanno di solito quando cominciamo un laboratorio, perché quella sul corpo non è l’unica attività laboratoriale che la Cooperativa propone. I partecipanti quindi si aspettavano di fare al mercoledì attività incentrate sì sul corpo, ma sempre con lo stile e il metodo già sperimentati da loro stessi in tanti altri laboratori.
Di diverso c’era la curiosità verso una tematica totalmente sconosciuta soprattutto per le persone che abbiamo scelto di coinvolgere. La selezione non è stata casuale, abbiamo molto riflettuto su chi coinvolgere per il lavoro che andavamo ad affrontare. Conoscendo molto bene il gruppo, ci siamo orientati verso i più giovani e verso chi, tra i più maturi ci sembrava avere più blocchi in questa area.
Anche per quanto riguarda le mie aspettative mi sono sentito molto vicino a quelle del gruppo, ero molto curioso ma del tutto ignaro del potenziale che poteva avere un laboratorio di questo tipo e non mi aspettato certo di arrivare a trattare di temi personali, intimi e anche molto belli, che invece sono riusciti a emergere. (L)

Il percorso
Il laboratorio è stato realizzato su tre anni con l’obiettivo generale di lavorare sulla consapevolezza della percezione di sé. Conosco il mio corpo? Quanto lo conosco? Come lo uso nei vari contesti, se lo uso?
Per partire abbiamo chiesto aiuto a esperti, in particolare a un’amica psicologa. Con lei ci confrontavamo su quanto, volta per volta, veniva fuori dagli incontri per mirare meglio gli incontri successivi. Questo monitoraggio ha permesso di individuare anche obiettivi specifici legati alla reale immagine di sé, al ruolo dello sguardo degli altri come mediatore nell’immagine di sé. Ci siamo accorti che i più giovani riportavano nelle parole con cui si descrivevano molto della visione dei genitori che, in alcuni casi, era molto lontana da quanto si vedeva nello specchio. Altro obiettivo specifico è l’uso del corpo in un contesto di lavoro o di attività o nello sport.
Le persone con disabilità conoscevano molto bene il loro corpo dal punto di vista fisioterapico, cosa funziona, cosa non funziona ma non sapevano cosa fa piacere o non piacere sul loro corpo.
Il terzo anno abbiamo lavorato sul corpo come piacere e non piacere, come corpo capace di dare e ricevere piacere e benessere, per esempio attraverso il massaggio, il tocco con acqua calda e fredda, la memoria di gesti motori come “stirarsi” la schiena che possono essere rifatti anche nella quotidianità da soli o, se non si riesce, chiedendo aiuto a qualcuno.
Uno degli esperti che hanno collaborato con noi in questo terzo anno ha detto una frase: “È lecito che io non mi muova ma è lecito che qualcun altro mi muova, perché questo mi faccia stare bene”. Questa frase l’abbiamo poi ripresa tante volte nel corso del laboratorio.
È stato un percorso legato alla consapevolezza e di conseguenza anche all’autostima, perché il nostro corpo parla e non è solamente usato. Negli scritti delle persone disabili seguiti agli incontri dedicati al massaggio questo corpo parlava del benessere che avevano provato, delle emozioni belle e positive che avevano provato. (T)
Il primo anno si è trattato di giochi con il corpo: iniziamo giocando, proviamo a vedere come riesce a muoversi il nostro corpo, quello che possiamo fare e quello che non possiamo fare.
Il secondo anno è stato molto incentrato sulla conoscenza del sé, dei limiti e delle possibilità, ciò che il mio corpo può fare o non può fare, sa fare o non sa fare. Avere un limite non significa non poter fare niente, su questo abbiamo costruito la parte finale del percorso cercando strategie e adattamenti, costruendo anche piccoli ausili in maniera semplice e giocosa che potessero aiutare a compiere gesti come portare una tazzina di caffè. La cosa più difficile è stata per tutti riconoscere i limiti e le difficoltà. Una volta preso atto di ciò, si è potuto cominciare a ragionare su come si può fare per raggiungere un obiettivo in un altro modo, un aspetto questo centrale nella disabilità. Nel terzo anno abbiamo deciso di sperimentare ciò che piace al mio corpo e ciò che non piace, attraversando il tema del piacere e dei rapporti fra corporeità, emozionalità, sessualità. Spesso in famiglia o nelle strutture i momenti dedicati al corpo sono frettolosi o meccanicamente finalizzati al lavarsi, mentre noi sappiamo che una doccia, ad esempio, è anche un momento di rilassamento, benessere in cui scelgo quanto stare sotto l’acqua, la temperatura, ecc. Ecco queste scelte spesso non sono possibili per le persone disabili.
Questo ultimo anno è stato quello più delicato dal punto di vista emotivo perché parlando di piacere si è arrivati a parlare di cose molto personali in un clima intimo e protetto dove si poteva parlare senza la paura di essere giudicati. Un ragazzo che ha una disabilità acquisita, dopo alcuni massaggi ha cominciato a raccontare di quando da bambino ha iniziato a perdere l’uso delle gambe. È un avvenimento di tanto tempo fa e questo ragazzo che lavora con noi da parecchi anni non aveva mai parlato francamente di quel passaggio delicatissimo per lui. Un’altra ragazza per la prima volta ha voluto parlare della sua unica esperienza sessuale vissuta a vent’anni, questo per lei è stato non solo importante ma anche, sono le sue parole, “bellissimo che mi sia tornata in mente quell’emozione”.
C’era chi il primo anno faceva fatica ad accettare il contatto con noi ma anche il contatto con il proprio corpo, che in alcuni casi coincideva con la carrozzina. In un’attività fatta davanti allo specchio in cui descrivere il proprio corpo, molti parlavano di un tutto unico: io sono seduto sulla mia carrozzina, la carrozzina è il mio corpo. Fondamentale invece distinguere e separare, imparare e sperimentare che si hanno le gambe, la schiena, i piedi che per molti dei partecipanti erano parti del corpo completamente sconosciute.
Una delle ragazze più giovani che era venuta in Cooperativa con l’obiettivo di scrivere sui film, sull’arte, sulle cose che più la interessavano non voleva essere coinvolta in nessuna attività che comportasse il contatto corporeo. È entrata, quindi, in questo laboratorio con moltissime remore e preoccupazioni. L’ultimo anno era lei che richiedeva di essere tolta dalla carrozzina e messa a terra e aveva fiducia in come gli altri si avvicinavano a lei, anche perché la sua maggiore consapevolezza le permetteva di guidare e di indicare come fare gli spostamenti e i movimenti.
Questo anche in una prospettiva di vita adulta può significare essere capace di dare indicazioni a figure esterne alla famiglia su come gestire i momenti fondamentali della quotidianità. (L)

Il ruolo dei conduttori
Io ero molto in difficoltà nell’ultimo anno al momento della condivisione. Il livello di profondità toccato ha messo in moto in noi conduttori una sorta di attesa implicita di dover andare sempre più in profondità. Era come se non ci bastassero commenti generici ma avessimo bisogno di riflessioni e descrizioni sempre più dettagliate. Un’aspettativa sbagliata, come ho capito a posteriori, che andava a contrastare il rispetto dell’intimità di ciascuno, il nostro essere persone che hanno voluto condividere emozioni anche forti ma che hanno diritto di scegliere quando fermarsi, e di dire tanto ma non tutto. Questo limite rafforza e non indebolisce la qualità della relazione nel gruppo in quel contesto.
Per noi il ruolo dell’educatore è quello di proporre delle possibilità che si possono sperimentare anche fuori di qui, ma questo sta alla persona, alla sua famiglia, al contesto che c’è intorno, ai servizi. Soprattutto sta all’individuo andarsele a prendere queste possibilità. Ovviamente questo può spaventare anche molto, le famiglie in primis, ma anche le persone con disabilità stesse che vengono a chiedere: “Ma perché dobbiamo parlare del piacere del corpo quando fuori di qui questo piacere non lo sperimentiamo mai?”.
Questa è una delle parti che più mi ha messo in difficoltà. (L)
Io avevo un’aspettativa alta verso le persone “più vecchie” che vengono qui da più tempo, di loro non mi bastava il dire un sì o un no ma cercavo di tirare fuori le loro motivazioni sul fatto che una determinata cosa fosse bella o brutta, e per questo facevo a volte domande troppo dirette. La paura è stata quella di superare il limite nonostante pensassi molto prima di chiedere ancora. Mi rendo conto adesso che avevo bisogno di capire se questo percorso avesse smosso qualcosa in loro, perché a volte mi sembra che siano abituati a dire va tutto bene o va tutto male, ma faticano a esprimere i motivi interni di questo pensiero. Queste difficoltà sono state però anche quelle che hanno portato le maggiori soddisfazioni, sentire le persone contente ed emozionate per aver fatto emergere, anche attraverso l’aiuto delle domande che facevo, sensazioni nascoste o dimenticate mi ha dato una grande soddisfazione. Siamo riusciti perché ci siamo dati i giusti tempi per la rielaborazione e perché nessuno è stato mai obbligato a parlare. Abbiamo condiviso il tempo del silenzio e l’imbarazzo che spesso ne nasce. Anche questo per me è stato utile perché l’imbarazzo è un’emozione viva.
Un altro aspetto difficile per me è stato pensare che stavamo percorrendo un terreno di esperienze che fuori, nella vita di tutti i giorni, non trovano spazio o non vengono recepite. Mi sono domandato spesso “E adesso cosa succede? Fuori di qui cosa succede? Creo più frustrazione o più giovamento?”. E infatti questo è stato uno degli argomenti con i genitori, affinché non fosse un percorso solo fine a se stesso. (T)

Il coinvolgimento delle famiglie
Durante gli incontri del laboratorio le famiglie sapevano, ma non sono state direttamente coinvolte. Lo sapevano dalle richieste che facevamo loro rispetto all’abbigliamento più adatto o altre cose simili di tipo pratico, lo sapevano da quello che i loro figli raccontavano tornando a casa. Erano molto curiosi e quasi in attesa di sapere… Ci è sembrato giusto quindi coinvolgere in un qualche modo anche loro.
Alla fine c’è stato un momento, importante, di restituzione dell’esperienza nella globalità per comprendere meglio insieme cosa è stato questo percorso che ha fatto tornare a casa i loro figli a volte esaltati, sempre molto coinvolti emotivamente. Abbiamo raccontato loro cosa succedeva in quella stanza un po’ misteriosa dove il gruppo si trovava e lavorava per tre ore. Un racconto non semplice e non lineare perché dare voce ad attività che muovono sensazioni ed emozioni è molto difficile.
Nel laboratorio poi sono emersi ricordi e racconti molto intimi e anche dolorosi o emozionanti; questo è potuto accadere per il clima intimo e la promessa di riservatezza che era implicita. Nel raccontare ai genitori, quindi, abbiamo voluto rispettare questo tratto e abbiamo scelto insieme alle persone disabili cosa dire e restituire ai genitori, e anche a un pubblico più grande come possono essere i lettori di una rivista e cosa invece continuare a tenere protetto. Anche da parte dei genitori nell’ascolto delle parole dei loro figli o nella visione di alcuni spezzoni di attività c’è stato grande coinvolgimento e grande commozione, un rispetto direi, nell’impatto con un’immagine anche inedita delle persone che sono i loro figli. (L)
La scelta di non coinvolgere direttamente i genitori è stata anche dovuta dalla necessità di non farsi mettere dei paletti in maniera anticipata. Come già si è detto, per noi il ruolo di educatori è legato a costruire più occasioni possibili con e per le persone, una sorta di palestra dove provare direttamente in prima persona per poi, se si vuole e si riesce, continuare nella quotidianità.
Con questa scelta le persone con disabilità sono state protagoniste anche nel racconto con i propri genitori, hanno deciso se avevano voglia di raccontare e, quando lo hanno fatto, è stato con le loro parole. È stato anche un modo di rinnovare la relazione con i genitori con argomenti nuovi che toccano la dimensione del corpo e anche l’essere adulti, le scelte, gli imbarazzi, le emozioni. (T)

Pensieri per non concludere
Tempo e continuità: il tempo del laboratorio era sacro. Nonostante i mille altri impegni o richieste, il mercoledì mattina tutto il gruppo era al laboratorio, punto. Non esisteva niente che potesse intralciare. Non mettere pause in mezzo è stato fondamentale per non rompere quella sorta d’incantesimo costruito settimana per settimana.
Un percorso come questo tocca corde molto sensibili: è d’obbligo farsi aiutare da chi è esterno e da chi ha competenze più specifiche. Noi siamo educatori con una formazione di un certo tipo, dentro al laboratorio gli esperti non c’erano ed eravamo noi due a gestire questo turbinio di sensazioni ed emozioni. C’era paura, e c’era anche la voglia di poter dare risposte, ma noi non siamo tuttologi. Non è un’esperienza che puoi fare senza il supporto di altri più specializzati e senza una rete di confronto esterna data dai colleghi e dalla supervisione.
Noi come Cooperativa lavoriamo molto sul ruolo attivo della persona con disabilità. Ma il corpo ha veramente un ruolo quando io sono con me stesso e con gli altri? Ne parliamo tanto ma poi dobbiamo anche utilizzarlo questo corpo. Un’attività molto bella è stato quando nell’ultimo incontro le persone disabili hanno assunto il ruolo di massaggiatori e ci hanno massaggiato con tutte le loro difficoltà e con modi personalizzati per riuscire a farlo.
Dopo tre anni di percorso c’erano quelle condizioni di fiducia nell’altro e di confidenza nel proprio corpo per cui è stato possibile per le persone disabili assumere un ruolo attivo nel dare piacere agli altri e provare per questo grande soddisfazione. Anche il corpo disabile può avere un ruolo attivo nella relazione con gli altri, relazione che ci ha fatto vivere l’esperienza rara e preziosa di essere alla pari da un punto di vista esistenziale per il coinvolgimento emotivo che, al di là dei ruoli professionali e istituzionali, ha toccato tutti noi. (T) (L)