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Autore: Nicola Rabbi

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Donne du du du… In cerca di?
Hai proprio ragione caro Adelmo Fornaciari, quando fai cantare le donne dal palco delle città italiane… Le donne sono sempre in cerca di qualcosa, a volte sono guai (ma per colpa di chi?) e il più delle volte, come tutti noi, sono alla ricerca della propria identità.
Ma c’è di più, soprattutto se pensiamo a come la loro figura si è evoluta negli anni, dal punto di vista dell’immagine, a partire dagli stereotipi che porta con sé (bellezza, maternità, accoglienza) fino alle responsabilità legate all’impiego del proprio corpo (dalla libertà sessuale al diritto all’aborto). Detto ciò non si può infatti negare che il potere decisionale femminile sia ancora una faccenda strettamente vincolata alle leggi della comunità. La domanda che forse oggi va riproposta è quanto questa comunità si metta o non metta in relazione alle scelte del singolo e con quale legittimità.
Leggendo la monografia di questo numero avrete incontrato molte esperienze che aprono la riflessione ma che invitano anche a rimboccarsi le maniche, per fare in modo di non ripetere gli errori del passato, come la storia già ci insegna in molti campi.
Mi piacerebbe ora dare voce in questo spazio ad altre storie che, per esempio, ci raccontano di che cosa vuol dire per una donna con disabilità costruirsi un percorso professionale all’interno di un contesto scolastico o, ancora, come affrontare la nascita di un figlio con disabilità anche quando questo non è del tutto voluto dalla mamma. Un tema delicato quest’ultimo che ha generato tra i miei lettori un dibattito tra due posizioni diverse, che riporto ora così come le ho ricevute a commento in risposta a un mio articolo sul Messaggero di Sant’Antonio, “A me che importa?”, condiviso qualche tempo fa sui social. Io ho detto la mia. Voi, ditemi la vostra!

Ciao Claudio,
sono una ragazza di 29 anni con due lauree, con un lavoro precario ma stupendo, con pochi amici ma con un fidanzato filosofo, con una famiglia di vecchio stampo e un canarino giallo, che mi capisce al meglio, con una paraparesi spastica alle gambe dalla nascita e un cervello curioso e testardo. In questi giorni sono a letto per una seria sciatalgia alla schiena e così piuttosto che fissare orizzontalmente il soffitto, dispiacermi per aver perso una settimana di supplenza alla scuola dell’infanzia dove erano previste le mie attività preferite, ho letto più libri possibili tra cui il tuo, Una vita imprudente. Mi mancano da finire due tirocini e la tesi poi potrò essere anche un’insegnante di sostegno… Ma secondo te visto la mia piccola invalidità, potrò veramente aiutare nel migliore dei modi i bambini e essere una buona insegnante?
E se mi assegnassero un bimbo autistico che scappa come un fulmine? Come faccio a raggiungerlo se sono più lenta di lui nel correre? Mi è venuta questa perplessità perché le segreterie che mandano le convocazioni non hanno studiato l’ICF e non fanno interagire i funzionamenti delle persone…
Tu cosa ne pensi?
Grazie per quello che fai nelle scuole, grazie per i libri che hai scritto, grazie perché penso a te come a un amico… Più vero di quelli che continuano a vantarsi di organizzare cene di volontariato e non sanno scrivere nemmeno una volta l’anno.
Detto ciò mi prendo un altro libro… Perché l’immobilità ci può rendere colti!
Ciao,
Valentina

Cara Valentina,
beh, per risponderti mi piacerebbe partire dal tuo nome… Valentina un nome un programma… Un programma pedagogico si potrebbe dire… Hai mai pensato che a impedirti di afferrare il bimbo autistico non fosse tanto la tua disabilità quanto il tuo nome? Pensaci bene… Giochi di parole a parte, sai che mi piace scherzare, quello su cui vorrei farti riflettere è l’identità che caratterizza il tuo nome e te stessa, Va-lentina, maestra con disabilità. Muoversi lentamente è senza dubbio un tratto che contraddistinguerà il tuo modo d’insegnare… Questo, di certo, non lo potrai cambiare. Nemmeno io, in fondo, mi chiamo Claudio per caso… A guardarci bene significa claudicante, ovvero zoppo. Eppure questi dati di realtà non ci impediscono di pensare in grande e arrivare con la mente dove altri arrivano prima con il corpo. I bambini si adeguano con empatia e naturalezza a chi sta loro accanto e sanno benissimo che cosa tu sei o non sei in grado di fare. Probabilmente quel bambino si rivolgerà a te in un momento di gioco e di ragionamento, mentre, a prenderlo in corsa ci penserà un’altra insegnante. Lavorare insieme, ecco un altro punto importante. Partire dalle nostre caratteristiche e difficoltà significa infatti sapersi confrontare come gruppo su un piano di progettazione comune che tenga conto delle abilità e non abilità di tutti. Una vera ricchezza per i bambini che ne beneficeranno, che impareranno così a vivere tra la diversità delle persone e delle identità. Rallentare la scuola non significa fare cattiva scuola ma, anzi, significa aggiungere un grande valore: la lentezza.
Detto ciò… Vai, vai lentina!


Gentile Claudio,
leggo un articolo che hai scritto sul Messaggero di Sant’Antonio riguardo ai fratelli di persone disabili… A me è capitato di intervenire su una famosa rivista di moda alla confessione di una giovane donna che dichiarava di aver abortito perché il figlio che portava in grembo non era perfetto ma destinato a divenire disabile. L’ho rimproverata, forse troppo duramente, lo ammetto, per aver ucciso la sua creatura e come risposta ho avuto la testimonianza di una ragazza che aveva un fratello disabile. Raccontava di mille sacrifici e del pentimento dei suoi genitori per non aver eliminato per tempo quella creatura che non rispondeva esattamente ai loro canoni. Io sono rimasta a bocca aperta perché, nonostante tutti i sacrifici e le privazioni, penso che un essere umano sia da amare sempre e comunque.
Ecco come risponde Lucia T. alla nostra lettrice e il dialogo che ne è seguito:
Lucia T: Cara Rossana, la disperazione di quella sorella dovrebbe insegnarti che non bisogna mai giudicare, condannare, rimproverare aspramente, ma solo cercare di comprendere e rispettare le scelte individuali, spesso frutto di un dolore e un travaglio inimmaginabili…
Rosanna L: La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l’aborto, come l’infanticidio, sono abominevoli delitti. Per non citare lo stesso attuale nostro Santo Padre Francesco che ha definito l’aborto una falsa compassione cara Lucia.
Lucia T: La tua giovane età, e la mia, purtroppo, già avanzata, mi spingono ad approfondire un argomento che mi sta molto a cuore, la carità cristiana. A voi giovani, da vecchia insegnante, non mi stancherò mai di chiedere una costante riflessione sul messaggio cristiano che considero di una bellezza rivoluzionaria, l’accoglienza e il perdono. E come ha detto molto saggiamente il nostro grande pontefice.
Rosanna L: Cara Lucia, come ho ammesso già prima so di essere stata dura ma so anche per certo che i figli non sono nostri ma un dono di Dio, di conseguenza eliminare quelli che non rispondono alle nostre aspettative ha ben poco di cristiano… Mi ricorda gli antichi spartani che gettavano nel dirupo i figli con qualche difetto fisico.
Lucia T: Non credo che il pontefice parlasse di falsa compassione per parlare di comprensione nei confronti di chi compie questa scelta. Io ho due figli desiderati e amati con tutta me stessa. Averli potuti avere e tenere è stata un’immensa fortuna, non mi sento per questo una brava cristiana bensì una donna cui è stato concesso un dono immenso.

Prima di rispondere a Rosanna e Lucia, riprendo con voi un estratto del mio articolo sul Messaggero di Sant’Antonio, che francamente non immaginavo avrebbe scatenato un simile dibattito e su tale fronte:
Ma chi erano Caino e Abele? Primo e secondogenito di Adamo ed Eva, una storia che tutti noi conosciamo. Il primo assassino e il primo martire della storia. L’invidia come causa del primo crimine, del primo rapporto difficile tra fratelli.
Quando sento parlare di Caino e Abele, tuttavia, non penso solo ai conflitti della storia mondiale ma, scendendo più vicino, non posso non accorgermi di altri rapporti tra fratelli e sorelle che vivono in mezzo a noi, come il mondo dei siblings, fratelli e sorelle di persone con disabilità.
Essere genitori o fratelli di una persona con disabilità sono esperienze diverse. Certo il rischio, care Rosanna e Lucia, è quello di sovrapporre i due ruoli che sottintendono la stessa domanda: perché è capitato a me?
Il tema è senza dubbio delicato e, indipendentemente dalle posizioni religiose, credo sia importante restare aperti all’ascolto e concentrarsi sulle origini di questa domanda. Il corpo che abbiamo ricevuto, nel bene o nel male, è il nostro e siamo noi, uomini e donne, che dobbiamo imparare a relazionarci con esso anche quando contiene in sé una nuova vita. Giudicare a mio parere è deleterio, sia come genitori che come fratelli oltre che come semplici cittadini.
Il vero problema è capire, al di là delle opinioni, perché la disabilità sia ancora vissuta in termini di sfiga, amplificando una serie di dinamiche culturali già in atto.
Il rifiuto nasce quando siamo bloccati dagli steccati che circondano le nostre convinzioni. Uscire da quegli steccati è rischioso. Mi viene in mente a tal proposito una recente pubblicazione per l’infanzia di Davide Calì e Serge Bloch, Il nemico. Una favola contro la guerra, Terre di mezzo Editore. Un soldato isolato in trincea immagina al di là del confine un nemico terribile e sanguinario. Un giorno si troverà a dover uscire dal suo rifugio e a incontrare il nemico faccia a faccia. Scoprirà e conoscerà un soldato molto simile a lui con le sue stesse paure e sogni. Una storia semplice ma emblematica.
La disabilità non è un nemico che ci colpisce alle spalle, è qualcosa che ci sta di fronte e che ci costringe a uscire fuori dalle trincee per guardarla negli occhi. Perché lo stesso accade dall’altra parte, proprio come ci racconta il nostro soldatino: È quasi l’alba e il nemico ancora non si vede. Ho capito dov’è. È nel mio buco! Anche lui ha pensato di sorprendermi nel sonno e di far finire questa guerra. A quest’ora mi starà aspettando ma forse ha capito che io sono nel suo buco e che non posso uscire.
Buona vita!

La relazione con lo spazio e il senso di spaesamento

Di Roberto Parmeggiani

Ogni artista esprime il proprio stile attraverso caratteristiche precise che, spesso, sono radicate nelle esperienze più intime e personali.
Come se fossero l’espressione del vissuto, della storia, delle vicende che, in un qualche modo, l’hanno formato e che trovano, nel linguaggio artistico, un mezzo di espressione e comunicazione adeguato.
Cildo Meireles, brasiliano e uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra, non fa eccezione. La sua cifra artistica, infatti, è strettamente legata alla sua storia, agli incontri e alle scelte fatte, quelle personali e quelle sociali cui ha partecipato più o meno attivamente.
Nato a Rio de Janeiro nel 1948, scopre l’arte moderna e contemporanea quando si trasferisce a Brasilia dove, oltre a intraprendere studi artistici, frequenta vari luoghi dell’arte e si forma leggendo e scrivendo per varie pubblicazioni.
Le sue prime opere sono legate a maschere e sculture africane. Resta, infatti, molto colpito da una mostra che visita presso l’università di Brasilia su maschere originali africane e decide di reinterpretare ciò che ha visto, spinto dal desiderio di ricercare le origini, sue e della società in cui vive.
Un punto di svolta si ha nell’incontro con il movimento Grupo Neoconcreto, di Rio de Janeiro, che, oltre a riportarlo nella sua città natale, gli permette di aprirsi all’idea di spazio, a nuovo concetto di arte.
“Ogni volta che tentiamo di definire cos’è l’arte, abbiamo una divisione tra quello che è e quello che non è considerato l’oggetto dell’arte. Nell’epoca pre-classica, arte e religione erano sinonimi. Nella Grecia classica, arte e architettura erano ugualmente legate. Solo più tardi si è creata una distanza tra l’artistico e l’architettonico. Abbiamo cominciato a vedere l’arte come la documentazione o la riproduzione del reale. Quello che mi ha attratto del neoconcretismo è stata la possibilità di pensare all’arte in termini che non si limitassero solo al visivo”.
Tornato a Rio, nel 1967, il disegnare passa in secondo piano a favore della tridimensionale, opere cioè che conquistano lo spazio e lo occupano.
Ecco allora che lo spazio diventa una delle sue ossessioni, caratteristica principale del suo operare artistico, componente fondamentale nell’enfatizzare i paradossi e le metafore del sociale, inteso come luogo della vita di tutti.
Lo spazio diventa un luogo da riempire di significati, di pensiero, di arte e, soprattutto, di oggetti e materia, scelti per le caratteristiche simboliche o sensoriali. L’obiettivo principale dell’artista è quello di mettere insieme elementi contrastanti dal punto di vista semantico o visivo che, in relazione con lo spazio e interagendo con lo spettatore, attivino una riflessione sul contemporaneo.
Sia che le opere siano molto grandi o, all’opposto, molto piccole ciò che Meireles vuole ottenere è un momento di spaesamento che porti lo spettatore a riconoscere quello che vede ma in un contesto diverso dal solito.
“Gran parte della mia opera si inserisce all’interno della discussione circa lo spazio della vita umana, la qual cosa è tanto ampia quanto vaga. Lo spazio, nelle sue diverse manifestazioni, abbraccia arene psicologiche, sociali, fisiche e storiche… Non importa realmente se avviene o meno un’interazione tra lo spazio utopico e quello reale. Credo ci sia un aspetto quasi alchemico: anche tu stai venendo trasformato da quello che fai”.
Tra le decine di opere che Meirels ha realizzato, ne scelgo due tra quelle che ho avuto il piacere di vedere dal vivo e che, mi sembra, possono favorire una miglior comprensione di quanto ho scritto sopra. Si tratta di Eureka/Blindhotland del 1975 e Babel del 2001, un progetto che riprende e attualizza alcuni lavori realizzati dall’artista utilizzando vinili negli anni ’70.

Eureka/Blindhotland
Per visitare l’opera si entra in un ambiente delimitato da tende sottili, una specie di grande stanza asettica. All’interno si trovano vari oggetti e, al centro, una bilancia che può essere utilizzata per pesare quegli oggetti.
La sorpresa si ha nel momento in cui realizzi che ci sono oggetti di volume diverso ma di stesso peso, mentre altri esattamente uguali ma con un peso differente.
L’obiettivo di questa esperienza artistica è di portarti a riflettere sull’iper-valorizzazione che diamo al senso della vista a scapito degli altri sensi, a come siamo educati a non dare peso ad altri fattori oltre che quello visuale, una sorta di pregiudizio visivo che ci convince di poter valutare un oggetto come una persona, un luogo come un’esperienza solo facendo riferimento a ciò che vediamo, che abbiamo visto o che crediamo di aver visto.
L’opera è chiaramente una metafora della società odierna e dello stile delle relazioni che tutti noi instauriamo. Non solo e non tanto sul valore che diamo all’apparenza e all’immagine, in generale, ma sulla parzialità con la quale giudichiamo l’altro, sia esso cibo, arte o persona. Ci accontentiamo di ciò che vediamo (e spesso di ciò che qualcuno ci ha detto di aver visto) pensando che gli elementi che riusciamo a raccogliere con la vista siano assoluti e sufficienti per poter dare una valutazione.

Babel
Si tratta di una grande torre formata da radio di diverse epoche, sincronizzate su stazioni differenti. Come la Torre di Babele originale, l’opera si offre agli spettatori come un monumento alla confusione e allo stordimento causato da un insieme di informazioni sonore tanto diverse quanto contemporanee. Un effetto di spaesamento viene dato, inoltre, dal fatto che da radio esteticamente antiche e vetuste escano suoni attuali e moderni.
Mentre nella Babele biblica gli operai che stavano costruendo la torre vengono puniti con la confusione delle lingue che li farà disperdere su tutta la terra, quest’opera di Meireles ci porta a riflettere rispetto a come la comunicazione odierna sia troppo spesso causa di confusione e di allontanamento gli uni dagli altri invece che strumento di relazione. Non solo e non tanto per le diverse lingue che parliamo ma più che altro per lo stile comunicativo che ci spinge più a parlare che ad ascoltare. Siamo, in fondo, come quelle radio, produciamo suoni sperando che qualcuno li ascolti ma non siamo disposti ad ascoltare, a nostra volta, ciò che gli altri dicono.
Che tu sia nativo o immigrato, abile o disabile, bambino o adulto non importa più, si realizza una sorta di inclusione al contrario dove tutti, invece che aver creato un contesto in cui ognuno possa esprimersi al meglio, si illudono e si accontentano di una realtà che falsamente ti fa sentire al centro delle relazioni. Al centro sì, ma da solo.
Due parole, quindi, restano di questo artista che ha attraversato il tempo e lo spazio.
Parzialità e spaesamento insieme a relazione e comunicazione.
Parole e temi estremamente contemporanei come la critica che fa Cildo Meireles, il quale non è interessato nel definire il bene o il male, il giusto o lo sbagliato. A lui interessa, in quanto artista, attivare un pensiero, una riflessione su ciò che viviamo perché possiamo essere il più possibili consapevoli del contesto in cui siamo inseriti e, in particolare, delle relazioni e della comunicazione che possiamo mettere in atto.
Parzialità e spaesamento, quindi, come quel luogo dove sostare per poi rimettersi in viaggio più consapevoli.

(Tutte le citazioni sono da: www.escritoriodearte.com/artista/cildo-meireles
Traduzione di Roberto Parmeggiani)

“Vite In Progress”. Un progetto socio-educativo rivolto ai ragazzi con disagio sociale

Di Dario Bove

Mi era stato chiesto dalla redazione di HP-Accaparlante di scrivere due righe relative al progetto educativo VIPS, che nel 2010 ha preso avvio presso l’USSM – Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Bologna, nato e decollato perché fortemente appoggiato dall’allora Dirigente del Centro di Giustizia Minorile dell’Emilia Romagna, Dott. Giuseppe Centomani, e dalla Direttrice dell’USSM, Dott.ssa Teresa R. Sirimarco.
Ci ho messo davvero un’eternità… Più di due anni per riuscire a raccontare cosa possono avere in comune un gruppo di ragazzi che hanno incontrato i Servizi della Giustizia Minorile per le più svariate ragioni, un Educatore Professionale e alcune Assistenti Sociali, un campione mondiale di trial bike, alcuni giocatori della Virtus Basket e del Bologna Calcio, tre band canore di varie correnti musicali e un cantante rap dal nome non proprio… accattivante.
La risposta, in realtà, l’ho trovata dietro l’angolo. Riordinando i bauli della memoria, ma ancor prima i cassetti della mia scrivania e, di conseguenza, il materiale cartaceo dei progetti educativi che ho realizzato in questi tre anni, come per magia, neppure uscissero da un libro di Michael Ende o dalla scatola animata di Jumanji, le motivazioni che mi avevano portato a riunire sotto un unico tetto tutte queste persone… hanno (ri)preso vita.
Già, ripreso, perché la loro biografia era iniziata con l’idea di “VIPS – Variazioni Inconsuete, Partenze Stonate”, un progetto educativo rivolto, appunto, a ragazzi seguiti dai Servizi della Giustizia Minorile di Bologna, ma ancor prima una follia partorita da alcuni operatori dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Bologna.
VIPS ha preso forma concreta nel dicembre 2010: la decisione di provare a contattare alcuni personaggi noti del mondo dello spettacolo e dello sport, per domandare loro di realizzare non performance artistiche, ma momenti di confronto con ragazzi i cui sogni erano, all’epoca, stati interrotti dall’incontro con l’azione deviante e l’ingresso nel circuito penale, aveva preso piede in noi per gioco, e come tale – un gioco, quindi – è rimasto anche in seguito. E forse è stata proprio questa l’arma vincente di VIPS.
Le prime risposte a mezzo e-mail e le prime telefonate dei personaggi contattati mi sorprendevano e mi emozionavano allo stesso tempo: quando mai, prima, mi era capitato di parlare con personaggi famosi? Proprio quei VIPS che immaginavo così lontani dai ragazzi che quotidianamente seguo, erano, al contrario, così disponibili a esserci, nonostante i loro numerosi impegni e l’assoluta assenza di una qualsiasi forma di compenso prevista dal progetto…
Ho scelto allora di credere davvero in VIPS e di dare forma, oltre che corpo, all’idea.
Da ciò, il progetto, cornice di una serie di incontri con gli artisti, ma anche di momenti di preparazione dei singoli eventi, di appuntamenti del gruppo di coordinamento del progetto, formato da adulti istituzionali (gli educatori e gli assistenti sociali dei vari servizi del CGM di Bologna) e da ragazzi in carico a tali servizi.
Siamo partiti così, un po’ in sordina… senza crederci troppo, ma allo stesso tempo, coordinandoci.
Il progetto si è sviluppato nell’arco di un anno e mezzo e, oltre ai momenti di confronto, ha visto inizialmente la formazione di un gruppo di peer educators, nei quali abbiamo fortemente creduto, che ha tratto spunto dal modello misto della Peer Education.
I singoli ospiti da invitare sono stati quindi individuati dai ragazzi stessi e, diciamolo, in alcuni casi dagli operatori sociali, e sempre il gruppo di coordinamento ha preparato la presentazione di apertura dell’incontro.
VIPS, infatti, ha deciso di aprire le porte anche all’esterno, invitando a partecipare le comunità educative, i centri socio educativi e alcune scuole del territorio, perché l’incontro con le difficoltà temporanee e l’accettazione del limite che si frappone tra noi e il sogno ambito potrebbe riguardare ognuno di noi. La metodologia utilizzata dal progetto ha permesso di rendere protagonisti di ciascun incontro non solamente Vittorio Brumotti o Mondo Marcio, i Gem Boys o i Marta sui tubi, ma anche i peer educators che hanno potuto – ed egregiamente saputo – essere, insieme agli ospiti, testimonial di come può essere possibile cadere, rialzarsi e spendere le proprie capacità e le proprie potenzialità in ambiti positivi, distanti dai contesti devianti ai quali alcuni di loro, per tanto tempo, per scelta o per necessità, hanno dovuto far parte.
I momenti di confronto hanno concesso la libera espressione di domande senza censure e la formulazione di risposte naturali (o naturalmente non pervenute), ma anche il racconto di tante storie, così diverse e, in parte, così uguali.
E di fronte all’impegno che occorre per alzarsi tutte le mattine e allenarsi con tenacia nella propria pratica sportiva, o a quello che serve per riuscire nel proprio percorso scolastico, formativo o lavorativo, così come a quello necessario per accettare la quotidianità lenta e inesorabile che scandisce molti dei momenti della vita all’interno di un istituto penitenziario, come di una comunità educativa… beh, grazie a VIPS ho compreso che il rispetto che bisognerebbe mostrare, è davvero lo stesso: è possibile essere campioni, nella propria vita, continuando a inseguire i propri sogni, nonostante le difficoltà del momento, gli ostacoli più o meno insormontabili che si possono incontrare e i limiti che – a volte – proprio per andare avanti è necessario accettare. 

Il progetto
Il progetto “VIPS – Variazioni Inconsuete, Partenze Stonate” è nato a seguito delle osservazioni educative effettuate in questi anni di lavoro, attraverso le quali si sono potute riscontrare le potenzialità che i ragazzi che entrano nel circuito penale possiedono, ma delle quali, spesso, proprio loro stessi non sono consapevoli.
Tali competenze lasciano trasparire, in molti casi, capacità artistiche e creative, che portano i ragazzi a inseguire sogni più o meno realizzabili, che spesso si scontrano con dure realtà quotidiane o con l’impossibilità oggettiva di perseguire – anche solo idealmente – un obiettivo, realizzabile o meno che sia.
Il progetto si è posto la finalità di offrire un momento di confronto con artisti e/o sportivi che hanno lavorato con impegno per realizzare un proprio sogno, non scoraggiandosi davanti agli ostacoli incontrati, ma continuando a inseguire con tenacia il proprio obiettivo.
VIPS ha individuato, tra i suoi obiettivi principali:
– favorire il benessere psicofisico dei ragazzi partecipanti, attraverso l’espressione dei propri desideri e, attraverso un rinforzo positivo, dell’autostima;
– favorire l’espressione e il riconoscimento delle competenze possedute, attraverso la realizzazione di un dibattito con gli artisti/sportivi.
La metodologia di lavoro adottata è quella della Peer Education, che prevede che non siano più gli adulti a trasferire contenuti, valori ed esperienze, ma che siano, invece, i giovani stessi a confrontarsi fra loro, esprimendo i loro punti vista, analizzando gli eventuali problemi e individuando in modo autonomo delle soluzioni, pur consapevoli di poter contare sulla collaborazione di adulti esperti. A tal proposito si sono individuati alcuni ragazzi con spiccate abilità relazionali e sociali, che, dopo una iniziale formazione di base (a opera di educatori, assistenti sociali e psicologi dei servizi della Giustizia Minorile) hanno potuto fare parte del gruppo di coordinamento di progetto e hanno saputo affrontare il ruolo di educatori tra pari, riuscendo a ri-abilitare le proprie competenze positive e a trasmettere esperienze, coraggio, insegnamenti e valori ai coetanei che hanno preso parte agli incontri.
Ogni incontro di preparazione si è svolto alla presenza di un adulto facilitatore, al quale non era stato però attribuito alcun potere decisionale, ma unicamente di mediazione nella facilitazione dell’espressione di ciascuno, ed è stato debitamente documentato da un diario di bordo dell’esperienza, redatto dai ragazzi, all’interno del quale sono state riportate le conclusioni alle quali si perveniva al termine di ciascun incontro di coordinamento.
Il ruolo di responsabilità affidato agli stessi ragazzi ha permesso loro, seppure non sempre in modo fluido e privo di incomprensioni, di appropriarsi del progetto e delle sue finalità, di sentirlo proprio e di avere fiducia in quello che loro stessi stavano provando a portare avanti, in una dimensione di gruppo all’interno del quale ciascuno aveva un proprio ruolo.
Ragazzi protagonisti, quindi, sin dalle prime battute, capaci di seguire, insieme agli operatori, il ciclo del progetto in ciascuna delle sue fasi (dall’ideazione alla formulazione, dall’implementazione alla valutazione) e di individuare gli obiettivi verso i quali tendere.
Gli incontri si sono realizzati presso i locali dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Bologna. A rotazione, a uno dei ragazzi che componevano il gruppo di coordinamento veniva affidato il compito di moderatore dell’incontro, cosa che consentiva a tutti i partecipanti di poter interagire con il testimonial invitato.
Gli incontri realizzati sono stati sei, della durata di circa due ore ciascuno, e ogni incontro è stato, per ognuno di noi, denso di significato e carico di emozioni: in quei momenti, infatti, in una stessa stanza e con la medesima timidezza, si dava voce ai sogni comuni di adolescenti e adulti, quei sogni che è difficile riuscire ad accantonare, anche quando la vita te lo impone.

Eredità materiali e morali


Di Stefano Toschi

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i propri pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime,
poiché abitano case future, che neppure in sogno potreste visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercate di rendere essi simili a voi,
poiché la vita procede e non si attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive,
sono scoccati lontano.
(K. Gibran, Il profeta)

Quando si parla di disabilità, c’è un tema scottante che, spesso, viene sottovalutato dalle famiglie delle persone interessate: il tema del dopo di noi. Purtroppo, i genitori dei disabili crescono nel loro ruolo con la convinzione di dover proteggere e difendere i propri figli da tutto e da tutti (sentimento che, di per sé, nutrono i genitori anche di figli del tutto normodotati) e con l’assunto incontrastabile che nessuno meglio di loro sia in grado di prendersi cura della prole con deficit. Ritengono, a volte anche parzialmente a ragione, che nessun medico, infermiere, operatore, educatore, potrà mai assisterli meglio di loro: anche laddove il paragone sia con professionisti della sanità o del sociale ai massimi livelli, resteranno sempre convinti di compensare le proprie carenze con tutto l’amore che riversano nelle azioni assistenziali. Certamente, come si dice, se c’è l’amore c’è tutto, ma questo vale da un punto di vista strettamente sentimentale e relazionale, mentre, quando si mettono in gioco fattori che richiedono competenze specifiche, il troppo amore rischia di fare danni, anche irreversibili, al corpo e alla psiche dei giovani disabili. Infatti, essi stessi possono crescere con due opposte sensazioni al riguardo: la stretta convinzione che solo i genitori li amino e siano in grado di occuparsi di loro, oppure, al contrario, il senso di ribellione per la costrizione di un rapporto quasi esclusivo con i parenti, con scarsa apertura al mondo esterno e a frequentazioni più variegate e socialmente soddisfacenti. Tuttavia, è nella natura delle cose che i figli sopravvivano, quasi sempre, ai genitori. Il venire meno di questi ultimi, nel momento in cui si trovano a essere gli unici interlocutori, assistenti e punti di riferimento di un figlio disabile, rende la persona con handicap completamente spaesata, timorosa, angosciata da questa nuova condizione di orfano. Tante associazioni, oggi, lavorano sulle e con le famiglie con figli diversamente abili, in primo luogo per garantire una adeguata successione nell’assistenza dopo la morte dei famigliari, ma, ancor prima, per contribuire a modificare la mentalità degli interessati. Il lavoro è arduo: è necessario essere in grado di convincere i genitori di non essere sempre indispensabili, di far loro capire che il figlio è altro da sé, un individuo, spesso in grado di fare cose che nemmeno si immaginano. Poi, bisogna far capire loro che il figlio ha talenti, doti e qualità nascoste, perché soffocate dall’eccessiva apprensione e desiderio di tutela. Talvolta, anche il soggetto disabile stesso va persuaso di possedere tante qualità, perché, laddove gli sia stato in qualche modo impedito, pur in buona fede, di esercitarle, la scoperta di esse diventa sorprendente per tutti. In Italia, esistono esperienze di cohousing per disabili che stupiscono costantemente tutti i soggetti interessati: ragazzi con disabilità più o meno gravi si rivelano in grado di portare avanti progetti di vita autonoma fino a quel momento mai nemmeno immaginati per loro. I genitori sono, quasi sempre, quelli che, di fronte all’uscita di casa del figlio, così come avviene per qualsiasi, normalissimo giovane, restano traumatizzati. Ma, si sa, le mamme italiane sono famose in tutto il mondo per essere particolarmente chiocce! Quando i genitori (tutti!) deresponsabilizzano i figli, cercando di agire per loro, di proteggerli e tutelarli eccessivamente da quelli che percepiscono come i pericoli del mondo esterno, si generano giovani adulti incapaci di provvedere a se stessi, soprattutto nelle difficoltà – inevitabili – della vita. Quando il disabile è stato eccessivamente salvaguardato dal mondo esterno, venendo meno la rete familiare, si verificano più facilmente situazioni spiacevoli come tentativi di truffa per impossessarsi dei beni, soprattutto nei confronti di persone con qualche problema psichico, ma anche i disabili fisici possono essere oggetto di qualche truffa, in quanto non sono in grado fisicamente di controllare i loro possedimenti. Ci sono associazioni meritorie, dicevamo, nate appositamente per aiutare le persone disabili nel passaggio dalla vita familiare a quella autonoma, che fanno un ottimo lavoro (se glielo lasciano fare), ma, a mio avviso, il sistema migliore per la serenità di tutti è creare una rete di amicizie che possano accompagnare le persone disabili nei momenti più difficili della loro vita. Parlando di me, ad esempio, posso dire di avere avuto 3 o 4 amici, che lavorano nel sociale con diverse mansioni, che quando mia madre non era più in grado di assistermi mi hanno aiutato nelle questioni pratiche, mi hanno sostenuto moralmente e mi hanno consentito di trovare dei collaboratori che mi hanno permesso non solo di continuare la mia vita in tranquillità, ma, anzi, sotto certi aspetti di migliorarne la qualità. Ad esempio, mia madre, negli ultimi tempi, essendo molto stanca a causa dell’età e della malattia, non riusciva più a cucinare, mi preparava sempre lo stesso menù e in scarsa quantità, aveva paura che vomitassi, cosa che per lei, soprattutto di notte, sarebbe stato un grosso problema. Adesso non ho più queste preoccupazioni. Sarebbe importante che le persone disabili fossero preparate al momento del distacco dalla famiglia attraverso delle prove di vita autonoma, in cui apprendere e affrontare le piccole cose di ogni giorno. Ad esempio io, anche se non ho mai fatto esperienza di vita autonoma prima della scomparsa di mia madre, andavo sempre in vacanza con i miei amici da quando avevo 20 anni, quindi per 2 o 3 settimane l’anno ero costretto a fare delle scelte: cosa mangiare, come vestirmi, ecc. Questo, pian piano, mi ha abituato alla mia vita autonoma, o meglio a una vita comunitaria, in cui le decisioni piccole e grandi si prendono insieme e le responsabilità sono comuni. Ma, per fare questo, bisogna che i genitori abbiano il coraggio di lasciare i figli disabili alle cure di persone esterne. L’autonomia del proprio figlio, si diceva, spaventa qualsiasi genitore: tuttavia, il genitore della persona con deficit deve essere in grado di superare questo timore, proprio per non far sentire il figlio handicappato, bensì un soggetto degno di fiducia e con la possibilità di costruire un progetto di vita che non si riduca in un mero assistenzialismo, scevro di prospettive di tipo educativo, sociale, affettive.
La vera eredità che i genitori dovrebbero lasciare è proprio questa mentalità, che aiuta ad affrontare le sfide della vita, o, almeno, consente di avere una rete di amicizie in grado di aiutare la persona con deficit nelle proprie scelte di vita. Solo così il dopo di noi può diventare un periodo di vita sereno e soddisfacente, sicuramente diverso da quello precedente, ma non per questo peggiore. 

Sulle orme del Magnifico Teatrino Errante

A cura di Lucia Cominoli

Si esibiscono in strada e a teatro. Sono gli attori di Magnifico Teatrino Errante, compagnia e laboratorio di teatro integrato, nato dalla Part Tòt Parata di Bologna. Di loro ci parlano la regista Valeria Nasci e Annalisa Frascari, membro del gruppo.

Come comincia il viaggio di Magnifico Teatrino Errante?
Valeria Nasci: Il viaggio di MTE (Magnifico Teatrino Errante) comincia nel 2011, con un laboratorio di teatro rivolto anche a persone con disabilità realizzato in occasione della Part Tòt Parata di Bologna, su invito dell’Associazione Oltre che ne cura l’organizzazione. Quando il laboratorio è partito è stato amore a prima vista e non ci siamo più lasciati.
Il nucleo fondamentale è attivo da diversi anni, si tratta di un gruppo formato da persone con disabilità mentale lieve e fisica, che fa teatro e contemporaneamente lavora in direzione dell’integrazione sociale da circa sette anni. Pur operando in questo senso, l’attenzione al lato artistico resta fondamentale. Io per prima, non venendo dal mondo dell’educazione e del sociale ma dal teatro, ho sempre preferito insistere di più sul lato artistico che sugli aspetti legati all’inclusione, che di fatto sono già nelle scelte che facciamo, nel lavoro e nella produzione stessa. 

Tra gli spettacoli più recenti merita sicuramente una menzione la vostra ironica Biancaneve…
Valeria Nasci: Sì, Biancaneve è stato uno dei nostri ultimi spettacoli che ha avuto più successo. In realtà abbiamo stravolto la favola, l’abbiamo riscritta come pretesto per parlare dell’essere e dell’apparire. L’aspetto fisico resta ancora discriminante in questa società e così abbiamo pensato con Annalisa Frascari, che collabora nella realizzazione dei testi con Ninfa Maria Pesce e Mariagrazia Bazzicalupo, di parlare di questo, un aspetto che ci riguarda personalmente al di là dell’intreccio o di uno specifico messaggio. A noi piacciono le sfumature. In genere lavoriamo molto sull’improvvisazione a partire proprio da queste sfumature che nascono da un tema proposto, parte o meno di una storia. Io insegno tecniche di teatro di base e chi si iscrive al nostro laboratorio lo fa di certo anche per fare teatro con persone con disabilità ma poi si appassiona a tutto il resto…
Annalisa Frascari: Alcuni si sono iscritti al laboratorio dopo essere stati spettatori dei nostri spettacoli, in generale accogliamo persone con diverse formazioni: studenti Dams e di Scienze della Formazione, fisioterapisti, persone che studiano e tutte le settimane lavorano con noi.

Quali sono i passaggi per agevolare l’inserimento all’interno del gruppo?
Valeria Nasci: Il gruppo rimane sempre aperto. Ogni anno, dopo l’estate, a ottobre, apriamo le porte a nuove leve, siano essi nuovi ragazzi con disabilità, studenti o danzatori. Il nucleo centrale fisso è costituito da me e Annalisa e alcune altre persone con disabilità. La maggior parte dei testi vengono composti da lei mentre Mariagrazia Bazzicalupo si occupa della Classe di Teatro Fisico.
Annalisa Frascari: Io ho scoperto MTE ormai più di due anni fa, ero sempre stata appassionata di teatro e volevo partecipare alla Part Tòt Parata. Se non lo faccio ora che ho finito da poco l’Università, mi sono detta, non lo faccio più! Così mi sono iscritta al laboratorio. Sapendo che era un’esperienza integrata. Pensavo che avrei trovato molti disabili in carrozzina, invece l’unica ero io! In principio sono rimasta spiazzata, poi mi sono trovata bene e ho deciso di continuare, ora il gruppo è diventato una parte della mia vita. 

Annalisa, cosa ispira i tuoi testi?
Annalisa Frascari: In genere tutto si sviluppa in sede d’improvvisazione. Dalle improvvisazioni cioè partono dei temi che valgono per se stessi, non vogliamo mai parlare o partire direttamente dalla disabilità, nonostante io per prima ci faccia i conti. Biancaneve ne è un esempio. Nello spettacolo parliamo di cose, azioni e sentimenti che posso riguardare tutti su altri livelli e che inevitabilmente ci riguardano al di là della condizione fisica, poi da lì si sviluppa l’esigenza di esprimere questi temi in maniera più razionale e fare in modo che si sposino sulla scena.

In che modo dunque rapportarsi con un certo tipo di corporeità?
Valeria Nasci: Partiamo dalla libertà di espressione e dalla scelta di non includere nel gruppo gli educatori sociali. Alcune persone infatti hanno chiesto di inserirsi con un accompagnatore ma abbiamo detto di no. Qui nessuno accompagna nessuno, nessun famigliare e nessuno psicologo, questo ha sempre caratterizzato il gruppo e lo ha reso libero, affinché tra i partecipanti non ci sia alcuna paura di fare cose che poi saranno riportate. Di questa libertà ne beneficia tutto il gruppo. Tutti danno libero sfogo alle loro emozioni, che in sede di regia io vado a sollecitare, montare e modificare per creare insieme qualcosa di artistico.
Il lavoro sul corpo, attraverso la danza contact è una componente fondamentale, questi corpi parlano infatti da soli, basta un solo passaggio di Annalisa sulla scena per creare qualcosa…
Annalisa Frascari: Durante il laboratorio il corpo viene utilizzato in maniera libera, da solo e poi in interazione con gli altri, sapere di poter fare qualcosa ci porta a superare i nostri limiti senza essere forzati a farlo, io ho fatto cose che in altri contesti non avrei mai fatto, sono scesa dalla carrozzina per esempio, e penso che la scena sia venuta meglio espressivamente. Anche quando siamo messi in difficoltà si parla e ognuno di noi trova da solo una soluzione. Vedere cosa succede agli altri grazie a questo tipo di approccio fa bene a tutti, apre strade nuove e per me è anche un grande spunto creativo.
Valeria Nasci: Il che nelle persone più avvantaggiate a livello cognitivo ha permesso cambiamenti sorprendenti in cui è davvero palese quanto il teatro abbia inciso sull’attenzione, sulla memoria, la percezione e l’autonomia della persona…
Annalisa Frascari: Penso sia umano, quando a una persona interessa qualcosa, si impegna di più. Anche chi sembra non saper fare nulla sulla scena può sorprendere.

E trasformarsi in clown per dirne una, una figura centrale nei vostri spettacoli, così come lo sono leggerezza e comicità…
Valeria Nasci: Partire da una buona dose di autoironia, cosa che i ragazzi hanno assorbito subito moltissimo, scherzando poi a loro volta sulla loro disabilità allo stesso modo che sul mio naso grande o su una erre moscia, come fanno i clown che partono spesso da un difetto per creare il loro personaggio, difetto che in questo modo viene anche esorcizzato. Tra di noi abbiamo di fatto coniato un genere… Quando vediamo davanti a noi passare una persona con disabilità o vicina al nostro modo di vedere ci diciamo: “Guarda, ecco un magnifico!”.
Il comico fa poi parte dei nostri colori, i personaggi che compongono MTE sono così come li vedete, persone peraltro con una forte carica poetica, come Annalisa o Ninfa Maria Pesce che presto vedrete in scena nel ruolo di Anna Frank. Per imparare tecniche di clownerie, la danza contact e il teatro comico abbiamo invitato al nostro laboratorio permanente formatori professionisti. In effetti penso che sia stimolante incontrare diversi artisti e non avere sempre solo me! E anzi credo che sia fondamentale per un gruppo che vuole fare seriamente teatro e non vuole essere solo un parcheggio per persone con disabilità.

Dove si incontra il Magnifico Teatrino Errante?
Valeria Nasci: Presso La Stalla delle Meraviglie, in quartiere S. Donato a Bologna, sede anche dell’Associazione AICE (Associazione Italiana per la Ricerca sull’Epilessia) che generosamente ci ospita tutte le settimane, se volete venire a vedere come lavoriamo; mentre per vedere uno dei nostri spettacoli o in strada o a teatro: la parata di strada è il genere che ci ha visti nascere e che ci piace molto. Il bello è che in mezzo alla strada non per forza si troverà uno spettatore a cui piace andare a teatro, a volte al nostro passaggio la gente si spaventa, a volte viene rapita. Non ci piace forzare, né sbattere in strada cos’è la disabilità, che diventa più che altro un pretesto per parlare d’altro e divertirsi.
Siamo stati inoltre ospiti di alcuni festival, come Anticorpi a Roma, Teatri Paralleli in Abruzzo, La società a teatro a Ferrara; a Bologna siamo parte della Rete Teatri Solidali e abbiamo partecipato alla rassegna a cura di Teatro del Pratello e Angela Malfitano Cantieri di Felicità. La grande difficoltà è sfondare la porta di festival che non sono di teatro sociale. Gli unici sono stati gli Instabili Vaganti che ci hanno invitati al loro festival TrenOff. Questo tipo di integrazione sarebbe uno dei nostri obiettivi.
Nel 2013 invece abbiamo avviato noi stessi una rassegna di teatro integrato insieme all’Associazione Oltre, chiamato “Nuovi Maestri”, completamente autofinanziato da noi, dai partecipanti e dalle famiglie. Una rassegna con convegni a cura di esperti di vari settori sociali, accompagnati da un workshop di pratica teatrale applicata all’integrazione a cura dei docenti stessi. Si è parlato di disabilità, psichiatria, teatro e carcere, rifugiati, persone non vedenti, è stato un modo per conoscersi e collaborare con altri gruppi che si conoscono tra loro più grazie ai social network e ai media che di persona.

Per ulteriori informazioni:
http://magnificoteatrino.wordpress.com
magnificoteatrino@gmail.com 

Quella libertà che non è perduta, nella profondità del mare

Di Alessandro Lana, instructor staff HSA Italia

Alessandro Lana, vice presidente e amministratore della piscina di Cattolica, lo abbiamo conosciuto qualche mese fa, a un corso di formazione – organizzato con HSA (Handicapped Scuba Association) Italia – per istruttori subacquei, Dive Master e Dive Buddy, per poter brevettare, accompagnare e assistere in acqua persone con disabilità sia motorie che sensoriali, e naturalmente normodotati. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia.
Racconto un po’ di me… Innanzitutto mi presento, sono Alessandro Lana un ragazzo (così ancora mi sento e definisco) di quarantacinque anni, vivo con mia moglie Deborah a San Giovanni in Marignano, un paese nella provincia di Rimini al confine con le Marche. Sono ormai ventisei anni che vivo su una sedia a rotelle, a seguito di un grave incidente stradale, avvenuto il 19 febbraio del 1989 a Marina di San Nicola, una località di mare alle porte di Roma, mia città natale. Grande amante dello sport, già alla tenera età di sei anni inizio a praticare calcio fino al giorno prima dell’incidente, che per virtù di forza maggiore cambiò il mio modo di vivere. Dopo un lungo tempo di riabilitazione presso il centro residenziale Santa Lucia di Roma, raggiunta la totale autonomia, iniziai a guardarmi intorno per capire e analizzare cosa potessi fare. Ripresi da subito, durante la degenza, a fare attività sportiva praticando scherma in carrozzina, disciplina sportiva che non mi aveva mai dato particolare interesse. Mi accorsi che sbagliavo… In poco tempo vinsi più di un campionato italiano, partecipai a molti tornei internazionali arrivando a essere il numero 7 nel mondo e a far parte della nazionale italiana di scherma. Mi affermai anche in campo lavorativo, occupando il ruolo di responsabile amministrativo in un’azienda leader a livello europeo per la creazione e gestione software. In quel periodo, eravamo nel 1996, conobbi Deborah, e decidemmo di trasferirci in Romagna. Decisione molto combattuta, perché a Roma avevo praticamente riorganizzato la mia vita, avevo i miei genitori, parenti, amici, tutto, però – come si dice – al cuor non si comanda, e per amore feci questo grande cambiamento, che mi costrinse ad abbandonare la scherma e a rivedere la mia posizione lavorativa.
Fu proprio dopo il trasferimento che iniziai a pensare al mondo della subacquea, una passione che tenevo comunque dentro sin da bambino. Sono stato da sempre un grande amante dell’acqua, quella salata però, tanto che imparai a nuotare da solo al mare con la passione di vedere e scoprire cosa ci fosse là sotto. Il mio tempo in acqua durante i bagni al mare era sempre in compagnia di pinne e maschera prima, poi solo di maschera, perché nuotare normalmente non mi dava nessuna sensazione… anzi mi annoiava.
Questo accadeva anche quando in estate andavamo in piscina con gli amici, io non mi divertivo nuotando, ma solo facendo tuffi dai trampolini e stando in immersione il più tempo possibile. Spesso capitava di gettare in acqua delle monete e poi facevamo a gara a chi ne recuperava di più e in minor tempo… vincevo sempre.
Arrivò il giorno che questo non mi bastava più. Volevo poter vedere e vivere più da vicino le bellezze che questo mondo immenso racchiude nelle sue profondità. Fu così che nel 2004 riuscii a coronare il sogno e a vincere tutte le battaglie già intraprese in precedenza, prendendo la patente nautica, in modo da poter vivere il mare come volevo. Non sono mai stato un grande amante della vita da spiaggia (lettino, ombrellone, sole), amavo uscire in gommone per poter apprezzare e vivere a pieno tutte le sensazioni che questo mare ha da offrirci, e soprattutto – considerando le difficoltà che spesso si incontrano in uno stabilimento – iniziavo a riassaporare quella sensazione di libertà e autonomia che altrimenti non potevo avere. Fu questa conquista che mi diede la spinta finale alla subacquea, perché stare ormeggiato in diverse calette mi faceva vedere che là sotto c’è qualcosa che aspetta di essere vissuto appieno e ammirato da vicino e non più dal pelo dell’acqua. Così nel 2007 io e mia moglie decidemmo di iscriverci a un corso per prendere il brevetto da sub. Iniziammo l’avventura in un diving center, il Padi di Rimini, dove prendemmo io il brevetto Open advanced e specialità utilizzo muta stagna, mentre mia moglie prese anche il Deep. Dopo tutte le prove previste dagli standard HSA per valutare il livello di capacità, riuscii con grande orgoglio a superare egregiamente tutte le prove ottenendo il brevetto Open water livello A (il più alto) che mi permetteva di immergermi con un solo compagno in perfetta autonomia e sicurezza. Non potete capire l’immensa gioia per il traguardo raggiunto… Prendere il brevetto per la subacquea HSA di livello A non era una cosa da molti, pensate che in Italia ce ne sono pochissimi, e poi il fatto di potersi immergere in coppia come viene raccomandato e sottolineato da tutte le didattiche mondiali, in modo normale come fanno tutti, non aveva prezzo. Vi domanderete il perché… Ciò voleva dire che io ero alla pari del mio compagno e nel caso in cui avesse avuto bisogno d’aiuto, io sarei stato pienamente in grado di poterlo aiutare. Questa è stata una sensazione bellissima. L’attività subacquea è stata il mezzo che mi ha finalmente fatto riprovare sensazioni che dopo l’incidente non riuscivo più a provare. Basta pensare che nella vita di tutti i giorni ci troviamo a dover affrontare e superare barriere che la società ci mette di fronte continuamente, mentre quando siamo in acqua tutto svanisce, perché le barriere non esistono e finalmente possiamo riuscire a provare quella sensazione di libertà che normalmente è difficile assaporare. In acqua siamo liberi di poter fare cose che la maggior parte della gente non immagina, solo chi vive direttamente con te questa passione può capire e apprezzare. Consiglio e invito vivamente le persone con disabilità come me, che avranno modo di leggere queste righe, di sapere che esiste la possibilità di praticare la subacquea anche in condizioni diverse, di provare ad avvicinarsi a questo mondo fantastico.
Voglio sottolineare che oggi ciò è possibile grazie al grande lavoro, alle battaglie intraprese e vinte dall’HSA Italia nella persona di Aldo Torti attuale presidente, che 34 anni fa iniziò questo difficile se non all’epoca quasi impossibile percorso. Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Aldo in un viaggio a Sharm El Sheik nel maggio del 2013 da loro organizzato. Qui ho capito veramente, e apprezzato ancora di più, il modo di fare subacquea. Puntualizzo ciò perché tutte le esperienze fatte con il diving dove mi sono brevettato sono state senza dubbio bellissime ma sempre molto stancanti, perché non tenevano conto delle tempistiche e dei movimenti di una persona disabile, e alla fine ne venivo fuori distrutto dalla stanchezza, perché pretendevano che si tenessero i loro ritmi. Sta di fatto che da Sharm a oggi, avendo istaurato un rapporto di stima reciproca e collaborazione con HSA, le esperienze vissute sono da definirsi indimenticabili, poiché tutto viene svolto rispettando quelle che sono le tempistiche, le necessità e le attenzioni che bisogna avere immergendosi con persone disabili. Sempre grazie ad Aldo, questa estate ho avuto il piacere di conoscere Alfredo Cremona, un istruttore HSA che ha il diving a Santa Teresa di Gallura, con il quale ho continuato il mio percorso prendendo il brevetto Deep, Nitrox e gettato le basi per finire il percorso con il brevetto Intructor staff che vorrei completare la prossima estate. Già da un anno prendo parte come staff HSA nella formazione di Istruttori Dive Master e Dive Buddy organizzati dall’HSA in Italia. 

Per informazioni:
www.hsaitalia.it
amministrazione@piscinacattolica.it
cell. 335/699.13.13

Custodi, stranieri e complici. Quanti sono i modi per essere siblings?

A cura di Mario Fulgaro

Uno dei tanti motivi per i quali cominciamo i nostri incontri mettendoci tutti in circolo ha a che fare con il tema della complicità. Infatti il termine “complicità” trova la sua derivazione etimologica nel greco classico sùn, insieme, e pléto, avvolgere. Proprio quest’ultima parola, il verbo “avvolgere”, mi piace considerarla come tonda, circolare.
Nel cerchio si inizia a conoscersi poco alla volta, per individuare insieme canali più ampi, lungo i quali tessere una più compiuta relazione, che consenta una conoscenza reciproca più approfondita. Questo accade indefinitamente anche nella vita di tutti i giorni, nel mondo reale. È una sorta di circolo virtuoso che porta a una crescita individuale e, di conseguenza, collettiva se si è inseriti in un contesto più ampio. E qui subito si creerà una interdipendenza, per la quale alcuni aspetti dell’agire dell’uno finiranno con l’influenzare le azioni dell’altro. È quello che ci accade per la prima volta nel contesto familiare, dove i rapporti si arricchiscono di legami più profondi, di fragilità e reciprocità.
Da quando nasciamo, ciò che vivremo non sarà mai percepito come qualcosa di completamente separato dal proprio contesto d’origine, anche quando vi si agisce in opposizione.
Ecco allora che qualsiasi evento che investe un famigliare, soprattutto se traumatico, andrà per sua natura a influenzare tutto il percorso di vita di chi gli sta a più stretto contatto relazionale. Sia chi ne è colpito direttamente che gli altri si trasformano così in microcosmo, un insieme che interagisce col mondo esterno attraverso un’unica voce, anche se con sfumature diverse.
Per meglio comprendere come questo “corpuscolo” agisca nella realtà, occorre sempre analizzare le sue dinamiche interne, a partire dalle figure di riferimento, per i fratelli i genitori, dai quali deriva il primissimo esempio dei nostri comportamenti che poi metteremo in dialogo e discussione. In questo scambio ognuno finirà per crescere e assumere uno specifico ruolo.
Così accade che anche per il disabile, al pari dei suoi fratelli, ci sia un altrettanto grande investimento di responsabilità verso gli altri nel suo modo di comportarsi. Se è vero che a ogni azione segue una reazione, ognuno sentirà su se stesso il peso delle proprie e altrui scelte. Il che significa, per dirla in modo personale, che non sono solo i famigliari meno sfortunati a sentirsi investiti di responsabilità aggiuntive verso il disabile, ma anche quest’ultimo deve rinunciare ulteriormente a qualche piccolo spazio di vita propria, in favore degli interessi altrui.
Complicità: do ut des, ovvero ti do qualcosa affinché tu mi dia qualcos’altro. Anche quando ci scontriamo lo facciamo insieme. Un processo, quello della complicità, che sorge molto spesso in modo del tutto spontaneo tanto che è difficile, se non impossibile, individuare da che punto sia partito…
Lo sanno bene la mia collega Francesca Aggio e la sua gemella Federica che in questo scambio epistolare ci raccontano cosa vuol dire essere siblings, fratelli e sorelle con disabilità, stranieri e complici dello stesso universo.

In questo momento non ho un buon rapporto con mia sorella, Federica.
Mi sento e mi sono sempre sentita inferiore a lei.
La sensazione è di continuo “controllo”; difficilmente mi lascia fare le cose da sola e invece credo che per alcune ne sarei capace.
È ovvio e certo che io abbia più bisogno di aiuto, ma non significa che anch’io non possa migliorare.
Riconosco di avere tanti difetti, ma proprio quei difetti sono stati a volte la mia “arma “ vincente, perché mi hanno permesso di superare molti momenti difficili.
Per esempio, mia mamma mi racconta che quando sono nata era stato detto che non avrei potuto vedere, parlare e camminare.
Fortunatamente non tutto si è avverato, sicuramente grazie a tutti gli stimoli ricevuti ma anche alla mia testardaggine.
Credo di essere comunque una ragazza fortunata, perché ho tutto quello che voglio e non mi interessa quello che ho perso.
Le persone che non mi conoscono possono pensare di me che abbia un carattere difficile, ma ciò credo a causa del mio passato e questo è proprio quello che non capisce mia sorella Federica.
Pretende quello che non sono in grado né di dare e né di fare, ma non mi permette di fare ciò che so.
Non voglio sentirmi da lei compatita, ho bisogno come lei di ricevere dei no, non voglio la ragione se non ce l’ho, ma nemmeno un “tanto non capisci”.
Vivo nella continua sensazione di essere in competizione con lei, la rincorro ma non la raggiungo mai e nemmeno mi avvicino.
Apparentemente facciamo tutto insieme, vacanze serate, cene, ma in realtà siamo a volte molto distanti.
A me piacerebbe imparare a utilizzare la macchina fotografica e poi scaricare le foto, ma tutte le volte lei perde la pazienza, non rispetta i miei tempi e vorrebbe che tutto fosse fatto bene e subito, ma più lei me lo fa notare, più io vado in crisi e anche le cose che saprei fare mi riescono nel peggiore dei modi e non riesco a dimostrare quello di cui sono capace.
La prima parte di questo testo mi è servita per sfogarmi, ora vorrei raccontare l’altra parte del mio rapporto con Federica.
A volte creiamo delle alleanze per “combattere” i nostri genitori, in due otteniamo risultati migliori, oppure ci diamo una mano a vicenda nella scelta dei regali per i rispettivi fidanzati, ci capita anche di andare a passeggiare e chiacchierare.
Ci sono delle volte che amo mia sorella, e lei ama me, poi ci sono volte che odio mia sorella, e lei odia me.
Quando Federica parte per una vacanza sua, i primi due giorni sono contenta, perché io e solo io sono al centro del mondo, poi inizia a mancarmi, quando torna sono felice e poi vorrei che ripartisse.
Ecco io e lei siamo questo.
Attaccato al frigorifero in cucina c’è una calamita con su scritto “Sorelle per caso, amiche per scelta”: è proprio quello che penso, alcune volte ci riusciamo, altre un po’ meno.
Francesca

Mi chiamo Federica, ho 20 anni e una gemella disabile. Solitamente non è questa la mia presentazione; ma in effetti avere una gemella disabile influenza molto più la mia vita rispetto a ciò che studio.
Questo infatti cambia irrimediabilmente l’esperienza di infanzia e adolescenza togliendone un fattore di estrema importanza: l’irresponsabilità. Mi spiego meglio: ho avuto dei genitori eccezionali che non mi hanno mai chiesto di occuparmi della mia gemella, e dei suoi bisogni fisici e psicologici. Però inevitabilmente il fatto di essere sempre legata a qualcuno di debole e non autonomo porta a sentirti responsabile continuamente. Il dovere di prendersi cura di un altro essere umano porta a una maturità precoce, ma anche all’impossibilità di rilassarsi completamente e “spegnere” il proprio lato razionale.
Se non si è dentro a questa situazione non si può capire cosa significa. Spesso, soprattutto quando ero più piccola, le persone elargivano generosamente i loro consigli, e ciò fa soltanto arrabbiare. Perché gli altri dopo aver detto qualche cosa che fa sentire meglio soltanto loro stessi, torneranno alle loro vite e alla loro indipendenza.
Tu invece resti lì, in una situazione che oscilla tra il paradiso e l’inferno. Il paradiso perché ogni volta che in tua sorella c’è qualche piccolo miglioramento ti ci aggrappi con tutte le forze, illudendoti che tutto andrà bene, che alla fine lei diventerà come te, che sarete una felice famiglia normale. L’inferno regna invece quando chiedi a tua sorella per mille volte di fare un’azione molto semplice e lei continua a sbagliarla, quando vedi che inizia a odiarti perché le ricordi continuamente chi non può essere, quando ti senti felice perché il tuo primo ragazzo ti ha chiesto di uscire e non puoi farlo perché sennò la lascerai sola, quando ti senti in colpa perché tu esci e lei non può farlo, quando tua mamma è stanca e tu vorresti solo vederla tranquilla e felice. La maggior parte del tempo è l’inferno, finché arriverà il giorno in cui ti rassegnerai alla vita e la smetterai di cercare un colpevole. Finché questo momento non arriva potrai solo sentirti in colpa nel pensare cose cattive, cose che nessuno vorrebbe pensare. Però non riesci a voler bene a tua sorella perché ti vergogni di lei, perché pensi che nessuno ti vorrà bene davvero dovendosi prendere a carico una situazione del genere, perché rovina i piccoli momenti familiari, perché in tanti posti non ci si può andare…
Crescendo le cose stanno cambiando: la rabbia si sta un po’ affievolendo, e si inizia a capire che non si può sempre vincere, che nessuno è poi così perfetto. Continuerò sempre a invidiare chi sa dire che avere avuto una persona vicina disabile gli ha arricchito la vita. In fondo è vero, però avrei fatto molto volentieri a meno di questa ricchezza, sarei stata felice di essere una persona banale e con sentimenti poco profondi, e senza tutta questa paura per il futuro.
Federica

Ho scritto la lettera precedente quasi due anni fa, e rileggendola oggi devo assolutamente dire che il mio punto di vista è cambiato.
Voglio scriverlo perché dato che questa lettera verrà letta voglio far sapere a chi si trova nella mia situazione che le cose diventeranno più semplici.
Giorno dopo giorno capisci che cercare una colpa non porta a niente.
Quindi inizi a rassegnarti finalmente al fatto che le cose non potranno cambiare.
A questo punto hai la mente abbastanza lucida per cominciare a osservare davvero la persona che hai davanti.
Tempo fa consideravo tante volte mia sorella come “il problema”, non come una persona.
E questo ha contribuito tantissimo a non riuscire a vedere i suoi lati belli.
Mi piace quando è testarda, mi piace quando riesce a ridere, mi piace quando sta bene, e mi piace quando mi racconta come è andata la sua giornata.
Francesca è fidanzata da tanto, e mi piace quando parliamo delle faccende di cuore, e di quelle che per lei sono le prime esperienze, come con un’amica.
Nella lettera precedente ho parlato dei consigli che le persone danno, senza sapere che cosa dicono non essendosi mai trovati in questa situazione.
Ora penso che sia giusto ignorare i consigli di quasi tutti, tranne quelli di chi ti conosce davvero. Perché anche se l’orgoglio personale viene ferito, devo ammettere che chi ti ama per quello che sei capisce più di te, che tu di te stesso.
La mia famiglia, il mio fidanzato, e le mie care amiche mi hanno aiutato tanto, perché sapevano che ce l’avrei fatta, sapevano che sarei riuscita a sconfiggere la rabbia e a vedere oltre.
Ora per concludere posso dire che non sarà mai facile, ci saranno sempre difficoltà ogni giorno, ma che saprò aiutarla nel modo giusto perché non lo farò per “dovere parentale”, ma con il cuore.
PS: certo, lei non è diventata una santa! Tante volte fa arrabbiare, ma solo come una sorella.
Federica

Dov’è il limite del limite?

A cura di Valeria Alpi

“Quando non si hanno i mezzi per essere handicappati, allora si resta in buona salute!”.
Questa la traduzione di una vignetta di Charb, Stéphane Charbonnier, il fu direttore di “Charlie Hebdo”, il giornale satirico irresponsabile parigino, ucciso insieme ad altre 11 persone nella strage terroristica della redazione del 7 gennaio 2015. La vignetta ritrae l’ex presidente francese Nicolas Sarközy, in un periodo storico in cui le persone disabili in Francia manifestavano per ottenere un aumento delle pensioni di invalidità.
Ne Il magico Alvermann di solito proponiamo un brano letterario, o una canzone, o nei casi più estremi una battuta di un film, ma stavolta vogliamo rendere omaggio a questi straordinari fumettisti che, al di là della collaborazione con “Charlie”, avevano una lungimirante carriera di disegnatori alle spalle ed erano noti per i loro personaggi molto di più che per le vignette di “Charlie”. Vogliamo anche rendere omaggio al fatto che negli anni si sono occupati dei più svariati temi sociali, senza avere il chiodo fisso sulla religione e sull’Islam.
Non entrerò nel merito del dibattito “Se la sono cercata… Hanno esagerato… Hanno disegnato vignette blasfeme…, ecc.”, né parlerò della libertà di espressione in Francia, paese che conosco molto bene, libertà completamente diversa dall’Italia e quindi non comparabile: quello che ci offende qua, là forse non ci avrebbe offesi. Ma dove risiede il limite dell’offesa?
In queste settimane, il dibattito sui fatti di Parigi è stato molto acceso. Sono tutti convinti che esista un senso del limite che non deve essere superato. Pure io che – ok, lo ammetto – apprezzo un giornale come “Charlie Hebdo”, mi sono domandata: “Ma se vedessi una vignetta sulla disabilità troppo offensiva, come mi sentirei in quanto persona disabile colpita nel vivo?”. 

In realtà io sono la prima a ridere spesso della disabilità, e mi piace fare battute dove mi auto-prendo in giro. Questo ha creato nelle altre persone una tranquillità di linguaggio verso di me, ed è un linguaggio che non viene più filtrato ma arriva diretto senza mediazioni. Eppure, a volte, il senso del mio limite è stato superato, ma la cosa importante è che io – fino a quel superamento – non sapevo che lì ci fosse un limite. Provo a fare un esempio. Un giorno un mio collega, terminato il suo orario di lavoro, è entrato nel mio ufficio per salutarmi prima di andare a casa. Dovevamo anche metterci d’accordo perché quella sera ci sarebbe stata un’uscita collettiva tra colleghi alla Festa dell’Unità. Entrando nella mia stanza ha detto “Tu, zoppa, ci sarai stasera?”. In quel momento mi sono resa conto che la domanda mi dava fastidio, con quella parola, “zoppa”, che non c’entrava nulla. Non c’entrava perché io ho una malattia rarissima al nucleo centrale delle cellule muscolari e quindi, anche se cammino oscillando, non sono zoppa nel senso che noi diamo alla parola. Non c’entrava nulla perché ovviamente un amico mi può chiamare in un modo che non sia il mio nome, ma di solito è un nomignolo condiviso in quanto amici. Se fosse stato un nostro modo codificato tra noi di chiamarci, allora “zoppa” sarebbe andato bene, ma in quel contesto no. Un mio amico per esempio mi chiama “nana” per via del fatto che non spicco in altezza, ma va bene perché è come se lo avessimo deciso insieme.
Allo stesso tempo, rimasi molto sorpresa di me: lì c’era un limite a quello che le persone possono dirmi, un limite che però io non potevo prevedere (pensavo di non avere limiti) fino al momento in cui è stato oltrepassato.
Probabilmente è capitato a tutti, anche a me verso gli altri, di oltrepassare dei limiti non scritti, non pensati, non immaginati neppure, non previsti. Limiti di se stessi e limiti degli altri.
Esiste un limite del limite?
“Charlie” ha sfidato, e continua a sfidare, il limite, attaccando il potere, come in questa vignetta di Charb sulla disabilità (la satira di solito attacca il potere, non i deboli, e quando attacca la religione è il potere che si fa di quella religione che viene attaccato). Questa vignetta non la trovo offensiva, ma non saprò quale vignetta sulla disabilità potrà essere offensiva finché non la vedrò.
Dovremmo proteggere la “categoria dei disabili” dalla satira, per evitare la paura dell’offesa? Non credo, noi amiamo le sfide. E poi, se ci pensiamo bene, le vignette di solito disegnano anche il livello dei nostri successi o insuccessi culturali, i nostri stereotipi e pregiudizi. Sono la nostra cartina di tornasole del limite del limite.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Con questo nuovo numero e una nuova casa editrice, “HP-Accaparlante” ha cambiato vestito, profumo e clima… E così lo faccio anch’io, rinnovando la mia ormai storica rubrica e proponendovi per cominciare uno scambio epistolare con un corrispondente d’eccezione, il giornalista Antonio Giuseppe Malafarina, tra i più amati autori di Invisibili, il blog del “Corriere della Sera” dedicato alla disabilità.
Un botta e risposta tra me e Antonio che ci racconta, tra vissuti personali e trasformazioni istituzionali, le evoluzioni dell’immaginario collettivo nei confronti dell’handicap e di come il nostro modo di affrontare la vita e di concepire la bellezza può ancora cambiare il destino di molti, dentro e fuori di noi. Grazie Antonio!

Caro Claudio,
comincio innanzitutto con il presentarmi. Chi sono io? Una persona, punto. In quanto tale ho le mie peculiarità, mi piace comunicare, conoscere, stare in mezzo alla gente, lasciarmi andare di fronte a un’opera d’arte come davanti al tetto di una casa o alla camminata di un bambino o di una donna. Mi piace il bello. Il bello vero, quello che non si ferma al solo impatto estetico. E se si ferma all’impatto estetico lo fa perché è sostanziale. Mi piace la sostanza e mi lascio andare dinnanzi alla poesia. E credo nell’universo. Nella forza della collettività, che è fatta di singoli. E in Dio, sono un credente praticante e critico. Non vedo perché le persone esteticamente brutte dovrebbero non piacermi e quelle brutte davvero, brutte dentro, mi suscitano disapprovazione. Che ne dici?
Ciao e alla prossima!

Caro Antonio,
la tua lettera mi ha colpito subito perché coglie un punto di vista molto importante legato alla cultura della disabilità ma soprattutto all’identità personale: lo sguardo, l’immagine, la nostra percezione del bello e di come questo ci condiziona nel nostro abitare. Sai, qui al Centro Documentazione Handicap di Bologna molti nostri colleghi convivono con disabilità acquisite, per malattie o incidenti, e spesso raccontano di come abbiano vissuto una vita prima e ne stiano vivendo un’altra adesso. Un cambiamento enorme e difficile ma a volte sorprendente. Cosa è cambiato nella tua vita dopo quel famoso tuffo?
Aspetto la tua risposta! Un abbraccio.

Eccoti Claudio!
Bella domanda la tua! Beh, ricordiamo che la mia tetraplegia è conseguenza di un tuffo venuto male quando avevo diciotto anni, nel 1988. Ero un ragazzo come tanti ma che credeva nella coerenza e concretezza dell’agire. Ti rispondo, allora, sottolineando una cosa che non è cambiata: il modo di affrontare la vita. Non mi sono mai perso d’animo. Ho sempre pensato di avere un ruolo nella società e di poterlo svolgere in qualche modo. A partire da questo presupposto ti dico, quindi, che dentro è cambiato poco anche se fuori è cambiato molto. Grazie a Dio ho avuto una famiglia che mi ha permesso di rendermi il più autonomo possibile quasi subito. Non posso fare quasi nulla da solo, ma ho dei genitori, degli amici e delle tecnologie che mi consentono di fare moltissimo. È cambiato l’ambiente intorno a me. È diventato impervio, ma io ci sono sempre dentro e vado avanti…
Ciao Ciao

Non male Antonio! Allora si potrebbe dire che il tuffo ti ha cambiato ma ha anche risvegliato dei nuovi lati di te, all’apparenza “invisibili”.  Tra l’altro, seguo sempre il vostro blog sul “Corriere della Sera”… Con Franco Bomprezzi eravamo carissimi amici, e anche con Claudio Arrigoni che ancora scrive fruttuosamente: salutamelo, è un amico, peccato che sia Interista… A questo punto però devo proprio chiedertelo, Antonio, perché sei “Invisibile”?
Aloha!

Ehi, grazie per i saluti a Claudio e per il ricordo di Franco. Concordo con te, due persone eccellenti a parte la passione nerazzurra… Mica tutti possono essere come te e il sottoscritto, milanisti… Invisibile io? Ma sai che non credo di esserlo mai stato? Per la gente, dico. Per strada mi si nota. Sui giornali e su internet mi si legge. Persino in televisione ho fatto parlare di me, quasi un quarto di secolo fa. E devo dire che so di fare un effetto strano. Tutto elegante in carrozzina, la gente più che provar pena, come per molti ahimè accade, si confonde. Questa cosa un po’ mi diverte. E un po’ mi fa arrabbiare: i pregiudizi e l’ignoranza voluta mi irritano. Sai per chi sono invisibile, a volte? Per le istituzioni. Per loro credo d’essere invisibile perché faccio parte di una fetta di popolazione ritenuta scomoda poiché meramente equiparata a un costo… E su questa batti un cinque mio caro!

Bella sfida Antonio…Come cavolo faccio ora a darti il cinque? Ad ogni modo concordo con te, io ho sempre pensato che la disabilità potesse essere una risorsa per non dire un valore aggiunto, dalla scuola alle istituzioni fino alla socialità. Ultimamente ho letto il tuo libro Intervista col disabile. Vademecum fra cime e crepacci della disabilità… Veramente molto interessante. A quasi otto anni dall’uscita del vostro lavoro credi sia cambiato qualcosa nella mentalità collettiva nei confronti della disabilità? Fammi sapere, sono curioso.

Grazie per i complimenti vecchio! Merito anche di Minnie Luongo che ha contribuito a realizzare il testo. Sì, alcune cose sono cambiate. Penso alla sessualità, ad esempio. All’epoca mi ricordo che facemmo fatica a trovare un esperto in materia che ne parlasse, oggi ci sono persino dei film. C’è un po’ più di correttezza nell’uso dei termini e questo significa che c’è maggior conoscenza della questione. C’è più spazio sui media e non si tratta più solo di programmi di nicchia trasmessi a tarda notte. Lo sport, poi: all’epoca era un tema che iniziava a essere trainante per tutto il movimento della disabilità (noi vi dedicammo gran parte del testo) mentre oggi è argomento assodato. E poi le barriere architettoniche: oggi c’è maggior coscienza che esistano. Anche l’accesso al turismo e ai beni culturali è migliorato, all’epoca trovare un villaggio turistico accessibile era una vittoria al lotto. Il processo d’inclusione avanza ma non sono tutti allori, e infatti siamo sempre qui a parlare di risorse che mancano, di accesso agli ospedali, di famiglie abbandonate, di vita indipendente che non c’è e di caregiver lodati e non sostenuti dallo Stato, per esempio. Ciò significa che se nella mentalità collettiva le cose si muovono, nell’apparato statale, che la rappresenta, il cambiamento è lentissimo. Davvero sempre delle belle chiacchiere quelle con te, amico mio… E permettermi di dire che conoscerti oltre la fama che ti precede è un piacere assoluto. Il più bel geranio che conosca. Una persona sensibile, acuta e intelligente. Un prodigio umano. Come tanti, più di molti.
Grazie,
Antonio.

Grazie a te caro Antonio, un geranio, come accenni anche tu, ha bisogno di tanti caregiver… Chi lo annaffia, chi lo mette al sole, chi lo coltiva, chi gli parla, chi ha il pollice verde, chi lo travasa… Mica facile fare il geranio! Eppure hai ragione tu, se le difficoltà in termini assistenziali restano, dal punto di vista culturale e relazionale un cambio d’approccio c’ è decisamente stato e su diversi livelli. Per arrivare a quello più ostico, l’apparato statale che tu citi: credo che anche oggi gran parte del lavoro sia ancora in mano nostra, non dobbiamo stancarci mai di comunicare, sia in presenza come faccio io con la mia tavoletta sia attraverso l’uso delle nuove tecnologie e della rete come voi di Invisibili. Alla nascita del vostro blog, uno spazio giornalistico interamente dedicato alla disabilità, con autori con disabilità e non, finalmente ospitato non da reti associative o riviste di settore ma dal più noto quotidiano nazionale, beh, insomma, non ho potuto che provare la sorpresa e la gioia che si provano di fronte a un cambiamento epocale. Riacquistare la familiarità con le istituzioni credo che sia un passo molto importante per noi e per le generazioni che seguiranno. Arrivarci può significare anche opporsi o ritornare a riaffermare diritti che sembravano acquisiti. Dalla nostra però più informazione, più integrazione e nuovi mezzi con cui giocare, anche in politica: la forza della creatività.
A presto Antonio e buona vita!
Claudio Imprudente

I padri del Nord. Avere un figlio con disabilità in Islanda e Norvegia

Di Massimiliano Rubbi

Quando si parla di famiglie con un figlio/figlia con disabilità, la figura del padre spesso rimane sullo sfondo, mentre in piena luce c’è quella della madre. Questo squilibrio è un probabile riflesso del fatto che, almeno nel contesto sociale italiano, ci si attende che alla cura per il bambino con disabilità, con i suoi bisogni speciali, provveda principalmente la madre entro la famiglia, e la famiglia entro la società – e tutto ciò si inserisce in una difficoltà più generale, per i padri di oggi, nel trovare una posizione educativa capace di rifiutare i modelli autoritari del passato senza appiattirsi su un “ruolo di seconda madre”. Come può essere allora l’essere padre di un bambino con disabilità nei contesti sociali nordici, dove la parità di genere è molto più avanzata che nei Paesi dell’Europa meridionale, e ci si attende che un servizio sociale ben strutturato (il mitico “welfare scandinavo”) sostenga efficacemente il ruolo di entrambi i genitori?

Un tandem è fatto per pedalare in due
Dóra S. Bjarnason è professoressa di Sociologia e Educazione inclusiva presso l’Università di Islanda a Reykjavik, e il suo libro Social Policy & Social Capital: Parents & Exceptionality 1974-2007, pubblicato nel 2010, è uno dei pochissimi studi a trattare le opinioni di entrambi i genitori di figli disabili. Bjarnason conferma la sostanziale parità nella cura dei figli nelle famiglie islandesi odierne, fin dal concepimento e dalla gravidanza: “la maggior parte dei potenziali padri in Islanda partecipano ai servizi prenatali con le loro mogli o compagne, fanno gli esercizi di respirazione, imparano ad avere a che fare con un neonato. Quando parlavo con i padri, in realtà mi dicevano ‘eravamo incinti’, non ‘mia moglie o la mia fidanzata erano incinta’”.
La prima legge sul congedo indipendente di paternità in Islanda è stata approvata nell’anno 2000, e una grande maggioranza di padri ha usufruito da allora del congedo di paternità di 3 mesi riservato loro dalla legge islandese (con 3 mesi riservati alla madre e altri 3 disponibili per entrambi): nel 2008, prima del crollo economico dell’Islanda (vedi oltre), quasi il 91% dei padri lo usava, e a fine 2012 il diritto dei genitori al congedo di maternità e paternità è stato esteso a 5 mesi ognuno più 2 mesi da dividere tra loro (in un percorso graduale che si completerà nel 2016). Per avere un termine di paragone, i dati ISTAT mostrano che nel 2010 solo il 6,9% dei padri italiani di bambini fino a 8 anni aveva mai fatto uso del congedo parentale facoltativo, contro il 45,3% delle madri. Questa responsabilità condivisa non viene meno quando nasce un bambino con disabilità, il che dà diritto ai genitori a 7 mesi ulteriori di congedo parentale.
La ricerca di Bjarnason indica che quasi tutte le madri di figli disabili fruiscono del Centro Nazionale di Valutazione e Sviluppo a Reykjavik, e la maggior parte dei padri partecipano ad almeno alcuni degli incontri. I padri si sentono a volte meno a proprio agio delle madri nel Centro, gestito da personale prevalentemente femminile, a seconda della propria età e posizione sociale – mentre padri più giovani e della classe media spesso vanno con le proprie compagne alla maggior parte degli incontri e delle sessioni di valutazione, è più probabile che padri più anziani e impiegati in posti di lavoro prevalentemente maschili (qualificati o meno), ad esempio pescatori, si sentano fuori posto, e vadano a meno incontri, affidandosi alle loro mogli quanto a ciò che vi avviene.
Ci si potrebbe aspettare che la nascita di un bambino con disabilità conduca a una rottura più probabile tra i suoi genitori, a causa delle tensioni generate da aspettative frustrate e dell’onere di cura aggiuntivo caricato su di loro. I dati raccolti da Jan Tøssebro, professore nel Dipartimento di Lavoro Sociale e Scienze Sanitarie all’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia a Trondheim, in uno studio longitudinale (condotto fino al 2012) su famiglie norvegesi di bambini con disabilità nati nel 1993-95, contraddicono questa aspettativa: “La ricerca norvegese sul divorzio in famiglie con figli disabili suggerisce un tasso di divorzio leggermente più basso per tutta l’infanzia. Questo potrebbe essere dovuto all’effetto di legame di un compito comune, ma anche al fatto che le persone sentono di non poter gestire il lavoro di cura da sole. La principale differenza dalle altre famiglie è che i genitori di figli disabili tendono a formalizzare prima la loro relazione (matrimonio piuttosto che convivenza)”. Sia i padri che le madri di bambini con disabilità conciliano i bisogni familiari e lavorativi su una base di parità, così che “il modello tipico in Norvegia è due breadwinner [lavoratori che “portano il pane in famiglia”, NdT], e sebbene le madri ritornino al lavoro più tardi e spesso part-time, “la differenza con le altre famiglie è inaspettatamente piccola”. Le conclusioni di Bjarnason confermano ciò anche per l’Islanda, benché basate su uno studio qualitativo e un campione più piccolo.

Il welfare come sollievo sociale
Secondo il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen, i tre pilastri di qualunque sistema di Welfare State sono il governo, le famiglie e il mercato, e i sistemi si diversificano in base al pilastro sul quale poggiano di più (benché sempre come un mix). Mentre nei sistemi di welfare italiano e dell’Europa meridionale il peso principale è sulle famiglie, il modello scandinavo si caratterizza per una preponderanza del pilastro del governo, che di conseguenza alleggerisce il peso sotto cui potrebbero cadere le famiglie con un membro con disabilità. Nelle parole di Bjarnason, il welfare nordico “ha spostato alcune delle responsabilità per il welfare dalle famiglie allo Stato, al fine di rafforzare le famiglie sollevandole da certi obblighi, e di rafforzare il programma di indipendenza individuale e uguaglianza di genere. Non solleva completamente le famiglie, ma le sostiene, e aiuta a rendere più uguali i ruoli delle madri e dei padri”.
Un approccio orientato alla prestazione, mirato a massimizzare l’occupabilità e la produttività, è probabilmente alla base della resistenza delle istituzioni di educazione speciale nell’Europa settentrionale. Bjarnason è una fiera sostenitrice dell’educazione inclusiva: “Penso che le persone debbano stare insieme da quando nascono a quando muoiono, e anche nei cimiteri – non si hanno cimiteri diversi per i neri, per i maschi, per i grassi o per i timidi”. La studiosa riferisce che in Islanda quasi tutte le scuole speciali sono state chiuse, e l’integrazione è il principio guida sin dal pre-scuola, che accoglie oltre il 90% dei bambini islandesi da 2 a 5 anni di età e quasi ovunque include bambini con disabilità. Il sostegno del welfare “mira ai bisogni del singolo bambino o adulto con disabilità, e dovrebbe concentrarsi di più sull’ascolto delle voci dei singoli genitori dei bambini e ragazzi disabili. Queste persone possono esprimere i propri bisogni, dovremmo accettare che la maggior parte delle persone sanno di cosa hanno bisogno: per esempio, non chiedi pannolini o una persona di supporto se non ne hai bisogno”. Anche le inevitabili preoccupazioni a proposito del “dopo di noi” e dell’età adulta di chi ora è bambino con disabilità (preoccupazioni su cui padri e madri non sembrano divergere) devono essere messe in questa prospettiva, che Bjarnason riassume: “dovete ricordare che state parlando a un’europea del Nord, con i valori nordici, e le persone sperano davvero di poter confidare che lo Stato e la comunità locale se ne prendano cura e gestiscano quel carico”.
Certo, non tutto è perfetto nella fornitura di supporto sociale alle persone disabili – e un esempio concreto viene dall’esperienza personale della professoressa Bjarnason, madre di un uomo di 34 anni con deficit multipli che ora vive con i suoi tre assistenti nel suo appartamento a Reykjavik. Per i suoi bisogni quotidiani di assistenza, Bjarnason e suo figlio raccontano che dal 2001 hanno “assunto giovani, soprattutto stranieri, che volevano venire in Islanda per andare all’Università, e che si sono trasferiti da mio figlio come assistenti; vivono con lui, sono parte della sua casa, si pensano per la maggior parte come una famiglia; lavorano con lui tutto il tempo, fanno turni ma hanno anche abbondanza di tempo per studiare e fare le proprie cose”. Il Comune di Reykjavik tuttavia non sostiene economicamente i turni di notte nel modello di assistenza che la famiglia ha ideato, così Bjarnason ora vuole che il Municipio “accetti che mio figlio è disabile 24 ore al giorno”, e lo ha citato in giudizio. La famiglia ha perso la causa nel tribunale di primo grado e sta ora portando il caso alla Corte suprema, la cui pronuncia è attesa entro alcuni mesi, e che si auspica apra un’opportunità per la vita indipendente ad altre persone adulte disabili che ora vivono in case-famiglia: “se vinceremo, ciò costituirà un precedente e cambierà la vita di circa 45-50 persone nella necessità di servizi simili”.

Incrinature nel diamante della parità
Studi citati dalla ricercatrice italiana Alessia Cinotti su inclusione/esclusione dei padri di bambini con disabilità sostengono che “le teorie psicologiche propongono assi relazionali all’interno della famiglia dove la relazione madre/figlio si fa potente, sino a escludere e a marginalizzare il padre”, che si sente espulso dalla nuova “diade” e la cui figura viene resa “sfuocata” da una “madre onnicomprensiva”. Come abbiamo visto, questo sembra lontano dal ritrarre correttamente le famiglie nordiche – e tuttavia, rimangono indizi per ipotizzare una posizione dei padri diversa e più chiusa verso i loro figli con disabilità. Bjarnason riferisce che i padri a cui ha parlato “erano assai preoccupati, ma al contempo non volevano gravare sulle loro mogli, per cui a volte erano molto soli. I loro amici venivano e portavano una birra o una bottiglia di vodka, o aiutavano a costruire una rampa, ma sostegno nel dialogo lo ottenevano soprattutto dalle loro mogli”. Mentre Bjarnason collega ciò a una caratteristica del “maschio islandese”, Tøssebro tratteggia un fenomeno più generale: “la ricerca internazionale tende a mostrare che i padri hanno meno reazioni psico-sociali quando un bambino ha una disabilità, rispetto alle madri. Non si sa in quale grado questo sia il caso in Norvegia, ma il ‘sentito dire’ suggerisce che i padri esprimano meno emozioni”.
Un’altra incrinatura nell’immagine di una perfetta parità di genere è la sostanziale preminenza delle donne nei compiti domestici, che sia Bjarnason (“a casa, la donna è il capitano della nave della famiglia”) che Tøssebro riportano, e che mette i loro compagni maschi in una posizione più marginale, sebbene “partecipe”. Di conseguenza, nella routine pratica familiare richiesta dai bisogni speciali dei bambini, i padri nello studio di Bjarnason “in certo modo avevano un ruolo meno conscio, facevano ciò che la madre non poteva fare o per cui lei non aveva tempo o che non poteva aspettare”. Similmente, sia Bjarnason che Tøssebro rilevano che i servizi proposti per supportare le famiglie di bambini con disabilità, benché formalmente dedicati a entrambi i genitori, in pratica tendono a rivolgersi soprattutto alle madri come principali fornitrici di cura, così che alcuni dei padri intervistati da Bjarnason “sentivano che le dottoresse, o le psicologhe, o le responsabili della valutazione, stavano parlando ‘sopra la loro testa’ alle loro mogli”.
Queste potrebbero apparire questioni marginali, che riflettono tanto una sorta di “empatia femminile” tra le donne nel personale di cura e nelle famiglie quanto un trascurabile residuo di un passato non così lontano in cui la cura familiare era in effetti demandata alle donne. Le cose si fanno più difficili quando si parla di coppie che hanno deciso di non dare alla luce bambini il cui deficit è stato identificato nella (socialmente diffusa) diagnosi prenatale. Bjarnason ha intervistato 9 coppie che hanno optato per un aborto, e ha riscontrato “quanto terribilmente difficile fosse prendere una decisione sull’abortire o meno il feto apparentemente ‘danneggiato’. Le coppie non erano sempre in accordo, ma se l’uomo decideva di volere che la donna non abortisse, e la donna diceva che avrebbe abortito, tutta la famiglia era a rischio”. La studiosa islandese, oltre ad aprire gli occhi metodologici sul “parlare ai genitori separatamente, non a madri e padri insieme”, conclude che i padri “erano davvero costretti a essere d’accordo con le loro mogli su parecchie questioni rilevanti collegate alla nascita e alla cura del loro figlio disabile”.
Su tutto questo ha un impatto la crisi economica in cui ci troviamo – quasi impercettibile in Norvegia, molto più rilevante in Islanda, che nel 2008 ha subito il più grande crollo finanziario nella storia mondiale in rapporto alle dimensioni dell’economia nazionale. Secondo Bjarnason, il governo di sinistra entrato in carica nel 2009 “ha messo l’accento sul proteggere il più possibile il lavoro socialmente utile”, ma i tagli sono stati profondi e non ancora rimarginati. Come conseguenza della crescita della disoccupazione (con la paura collegata di perdere il lavoro) e della riduzione dell’importo pagato ai padri e alle madri in congedo, meno padri hanno preso l’intero congedo di paternità negli ultimi anni, scendendo dal 91% del 2007 al 77% del 2013. Bjarnason è tuttavia ottimista sul futuro nel sostegno genitoriale nel suo Paese: “ci sono meno soldi nei servizi, ma allo stesso tempo c’è molta competenza, ce n’è più ora di quanta ce ne fosse nei primi anni ’90”.

Perché conta la cultura
Una fondata ragione per essere ottimisti, nonostante le riduzioni nei livelli di welfare imposte in tutto il mondo (e i Paesi nordici non fanno eccezione) sin dall’inizio della crisi economica, va trovata nel modo in cui il modello nordico di welfare e la parità di genere sono sorti tra loro intrecciati in Islanda. Fino a 40 anni fa, ricorda Bjarnason, “i padri avevano un ruolo diverso dalle madri, ed erano i principali e a volte gli unici breadwinner, ma questo è cambiato molto rapidamente dopo gli anni ’70, quando le donne sono emerse nel mercato del lavoro e sono state più attive politicamente – negli anni ’80 e ’90 abbiamo avuto la prima donna democraticamente eletta Capo di Stato – e ora le donne sono probabilmente più attive economicamente in Islanda che in qualunque altra nazione occidentale”. I servizi di welfare per i bambini con disabilità sono stati costruiti quasi da zero negli stessi anni e quasi dalle stesse forze (i genitori piuttosto che le sole donne, in realtà), come Bjarnason ricostruisce in Social Policy & Social Capital. I genitori di figli nati nel 1974-1983 sono denominati nel libro “Esploratori”, primi oppositori di una visione medica della disabilità e della segregazione che essa generava; i “Pionieri” hanno goduto dei primi servizi di supporto con i loro figli nati nel 1984-1990, e quindi i “Coloni”, genitori di figli nati nel 1991-2000, hanno sollevato la questione a un livello pubblico e politico, così che i bambini con disabilità nati dal 2001 potessero essere “Cittadini” titolati a ricevere servizi in un quadro di diritti umani. In entrambe queste dinamiche sociali, che hanno trasformato la società islandese negli ultimi 30 anni del XX secolo, piuttosto che un’illuminazione venuta dall’alto, è stato un cambiamento culturale portato avanti insieme e presentato dal basso nel dibattito politico (in una comunità numericamente molto ristretta, va detto) a innescare cambiamenti nella politica di welfare.
L’importanza della cultura emerge anche da quanto Bjarnason ha scoperto sulle famiglie immigrate con bambini con disabilità giunte in Islanda: benché fondamentalmente aventi diritto agli stessi servizi sociali, “questi genitori stranieri, con un tipo diverso di cultura, un tipo diverso di visione, possono essere preoccupati, perché la disabilità potrebbe oscurare il fatto che abbiano un figlio o una figlia”, Ecco come il “carico” diventa più pesante, quando potrebbe invece essere percepito dai genitori come semplice “lavoro aggiuntivo” se si ricordassero che “se hai un bambino con disabilità, significa che hai un bambino, un figlio o una figlia, questa è la cosa principale”.
La “cultura”, nel senso ampio ed etnografico che Bjarnason utilizza, “ha del tutto a che fare con come pensi, con te stesso come uomo, come donna, come genitore. Le famiglie di ragazzi con disabilità hanno davvero bisogno di sostegno aggiuntivo, è chiaro. È tanto lavoro, con un ragazzo che ha bisogno di tanto di più degli altri ragazzi, ma dipende da quanto è grande la tua rete, quanto sono buoni i servizi, e dalla tua visione sull’avere un figlio in primo luogo, il che credo sia la chiave per le differenze”. Gli atteggiamenti culturali verso la genitorialità di bambini con disabilità, quindi, meritano probabilmente una ricerca qualitativa più specifica, mirata a comprendere “il significato che le persone danno al proprio agire, alla propria vita” – e ai padri raramente si è chiesto questo finora, specialmente in sessioni tenute separatamente dalle loro partner, in cui le specificità (e le frizioni, così come i potenziali inespressi) potrebbero venire alla luce.

È la musica che ti porta in giro, non viceversa. Fin dentro le case

Di Luca Francioso, chitarrista, compositore e scrittore

Luca Francioso ormai da anni porta in viaggio la sua musica, anzi… è la sua musica che porta in viaggio lui, anche in luoghi insoliti o insospettabili per un concerto, come le case delle persone, entrando in contatto con la diversità delle vite altrui. “Cosicché la musica non sia prerogativa esclusiva di convenzioni inadatte, ma di ogni occasione che un cuore curioso sa creare”.
Tra le varie case che lo hanno ospitato, anche la Comunità Marana Tha, dove vive Claudio Imprudente.
Ho sempre voluto vivere di musica. In effetti, nei miei ricordi, anche quelli più lontani nel tempo, la musica è sempre presente, come una specie di onnipresente sottofondo alle istantanee sparse nella memoria. Da piccolo passavo ore ad ascoltare i vinili di mia sorella – raccolta di un significativo spaccato del cantautorato italiano – e quando potevo raggiungevo nella piazza del paese i ragazzi più grandi di me, persi tra gli accordi di una chitarra appena corrosa dal sale, di fronte al mare calabrese che si stringe tra Messina e Reggio.
È proprio da qui che il mio viaggio è partito. Da questo avamposto sul Tirreno – Bagnara Calabra, la mia culla – ho cominciato a seguire la corsa della musica, rivelatasi col tempo veloce e imprevedibile, a volte irraggiungibile. Sì, perché per quanto un musicista si convinca del contrario, è la musica che ti porta in giro e non viceversa. Un musicista può solo provare a rimanere in scia, solo questo e niente di più. Chi pensa di poter viaggiare al suo passo o addirittura di superarla si inganna. E credo anche che lo sappia, in fondo.
Così, scelto piuttosto presto lo strumento da utilizzare, quello più vicino alle mie corde (e di corde in effetti si tratta), ho da subito avuto la necessità di scrivere e condividere con la mia chitarra, stringendo tra le dita la tecnica del fingerstyle e spesso anche una timida penna carica di storie da raccontare. Per anni non ho fatto che comporre musica e scrivere racconti, ogni giorno, in qualsiasi luogo mi trovassi!
Mai ho scartato una melodia e mai ho cestinato un’idea. Ho sempre raccolto e conservato con cura qualsiasi nota e qualsiasi parola dentro i cassetti e gli scaffali sistemati in fila tra la mia testa e il mio cuore, perfino le intuizioni più deboli e rattoppate, così da poterne usufruire al bisogno, in momenti diversi.
È per quest’indole da bibliotecario impavido che amo suonare dal vivo, forse più che registrare dischi. Perché dal vivo, quando la musica compie la sua natura, l’interazione è attiva e mutabile come non mai e ogni cosa vive di possibili e forse necessari – pur minimi – cambiamenti emotivi, da gustarsi a più riprese senza un reale flusso temporale. Così come quando si sfogliano le pagine di un romanzo senza un senso preciso, ma solo per il gusto di leggere.
Musica e scrittura si sono intrecciati amoreggiando su questo sentiero confuso e affascinante a lungo, tanto da generare in me un insolito e quanto mai impopolare desiderio di unicità, la voglia cioè di non cedere mai e per alcun motivo alla praticità di repliche in serie delle idee altrui, spettacoli messi in scena da masse di brulicanti tributari che altro non fanno che rinnegare se stessi pur di somigliare ai loro idoli.
Anche se poco redditizia e men che meno furba, la scelta di suonare solo musica originale si è rivelata una sorta di missione per me. Tuttavia, la sfida non è mai stata distinguersi a tutti i costi, magari fingendo con me stesso e con gli altri, ma quella di trovare la mia voce fra tutte, ingenua o matura che fosse, purché mia. Ricerca ancora in atto.
E allora, di concerto in concerto, di storia in storia, ho assecondato sempre il mio istinto e la sua brama di bellezza. Le mie scelte sono sempre state mosse dall’amore per quello a cui ambivo e non dal denaro che se ne poteva ricavare. Azzardato in effetti come modus operandi, specie se si condivide il proprio cammino con moglie e figli.
Il fatto è che l’arte del compromesso non mi appartiene. Sì, mi capita di dovermi cimentare in tali giocolerie, ma ne esco sempre smunto e scarico. Sono cocciuto e direi anche permaloso – caratteraccio, insomma! – e ho sempre agito rimanendo fedele all’inequivocabile fattore X del popolo calabrese: la testa dura (o “capatosta”, come si vuole). Pagandone spesso il prezzo.
Ecco che, dopo i tanti anni di gavetta concertistica nei buchi più caciaroni e inospitali che abbia mai visto, ho cominciato a selezionare con una certa cura i luoghi in cui esibirmi. Certo, il numero dei concerti è diminuito, così come quello delle persone in platea, ma è aumentata l’intimità della condivisione e si è accorciata la distanza tre le note e il cuore di chi ascolta, specie da quando non è stato più solo il sipario ad aprirsi sulla mia musica, bensì anche la porta di un appartamento.
Ai luoghi più improbabili e meno formali divenuti lentamente i primi scenari delle mie esibizioni (sale dimenticate, cantine, fienili, vigneti, boschi, prati montani), infatti, si è aggiunto il sacro spazio di una casa, la mia e quella degli altri. A pensarci bene una casa è il luogo ideale per fare musica, considerata l’infinità degli intimi gesti che custodisce ogni giorno, a volte per generazioni intere.
Insomma, alla stregua di un venditore ambulante che citofona a ogni civico, ho iniziato a portare la mia musica nelle case per poi decidere, due volte all’anno, di aprire le porte anche della mia. L’empatia che si crea ogni volta è così appagante che quasi preferisco queste situazioni ai più canonici scenari concertistici. Naturalmente non disdegno un teatro gremito, della cui energia mi sono nutrito più volte grazie al cielo, tuttavia i salotti sanno donare una diversa gratificazione, di cui non sarò mai sazio.
Nel frattempo, tenendo la rotta, ho continuato a incidere e a scrivere, album e libri, e continuo a farlo come se il mio corpo non riuscisse a contenere nulla di quanto sento e gusto, di quanto vivo e sogno, tutti i giorni. Avverto l’urgenza della condivisione e con essa il piacere di assistere alla lenta evoluzione che tramuta un’emozione in un’opera, alleggerendomi e al contempo arricchendomi. Amo questo processo, sebbene non lo capisca fino in fondo.
Ed eccoci a oggi, al presente. Con un mare di progetti da realizzare, le gambe un po’ stanche per il troppo vagare e le spalle cariche di gioie e delusioni collezionate e messa in fila, ma sempre pronto ogni mattino a ripartire da zero.
Il mio viaggio e la mia storia – umana e artistica – non si sono certo conclusi e credo (diciamo che ci spero vivamente) che non si consumeranno neppure dopo quest’ultimo capoverso. Di fatto continuo ogni giorno a rimanere proteso a chiappe scoperte e con il profilo basso verso l’ammaliante luce della bellezza, tentando con il mio contributo di poter cogliere almeno uno dei suoi lampi, almeno uno, uno soltanto della sua sconfinata portata. Non sarebbe una vita sprecata se in una vita intera ne riuscissi a scorgere appena una scintilla.

Per saperne di più:
www.lucafrancioso.com

Ritorno al futuro

Di Stefano Toschi

Qualche settimana fa, leggendo tra le notizie del sito Superabile, mi sono imbattuto in una iniziativa a favore delle persone colpite dalla sindrome di Asperger. Mi ha incuriosito questo nome per me nuovo: io, pur non essendo medico, conosco diverse patologie da cui sono affetti alcuni miei amici, ma questa sindrome non l’avevo proprio mai sentita, così ho cercato qualche informazione, prima su Wikipedia e poi su altri siti di medicina. La sindrome di Asperger rientra nello spettro autistico, come nell’autismo, ha esordio nell’infanzia, senza ritardo mentale o difficoltà nel linguaggio, anzi si accompagna a una proprietà di linguaggio sviluppata e a un’intelligenza nella norma o a volte superiore. Le persone Asperger hanno una sviluppatissima capacità di elaborare informazioni ma possono incontrare disagio nel gestire l’empatia e le relazioni sociali. Ma la caratteristica peculiare di questa sindrome è l’incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Le persone affette da questa malattia compiono gesti senza chiedersi quale impatto possono avere nel futuro degli altri e di se stessi. Ho letto ad esempio che una persona con Asperger aveva fabbricato un ordigno seguendo le istruzioni che stavano in internet, e non lo aveva fatto per cattiveria o per compiere un attentato, ma in assoluta incoscienza. C’erano anche tante altre storie simili a questa, e tutto ciò mi ha fatto riflettere. In fondo, la società di oggi ha esattamente questa malattia senza rendersene conto. Il progresso tecnico-scientifico ci permette di fare sempre più quello che vogliamo senza tener conto dei limiti che la natura ci imponeva fino a qualche tempo fa, ma proprio questo ci porta alla filosofia del carpe diem: fai oggi quello che vuoi, senza preoccuparti del domani. In tutti i campi è presente questa sorta di sindrome di Asperger: dalle case costruite lungo o addirittura sopra i cosi d’acqua, costretti e intombati, che, poi, vengono regolarmente inondate alle prime piogge intense, ai rifiuti tossici che sono seppelliti nei terreni coltivati a ortaggi che finiscono nei nostri piatti. Magari proprio nei piatti di quegli industriali che hanno inquinato – o dei loro complici criminali. Un altro esempio si può trovare nella normativa che dovrebbe regolare la fecondazione eterologa: in alcuni Paesi la legge prevede che i genitori naturali rimangano sconosciuti. Ma ciò comporta una serie di problemi, in caso di malattie del figlio si dovrebbe poter risalire ai suoi genitori biologici. Prevedere la possibilità di una qualsiasi malattia non significa essere “dei gufi”, come si dice oggi, ma essere persone che hanno consapevolezza dei limiti della natura umana e della salute. La legge che permette la fecondazione eterologa nasce dalla concezione che avere un figlio sia un diritto e non un dono; per chi crede, di Dio, per chi non crede, della natura. Questo non prevedere il futuro è presente anche nel campo sociale: ad esempio, si vuole – giustamente – aiutare le madri single, ma questo, se viene interpretato in maniera rigida, porta alla separazione della coppia in difficoltà, anche se i due genitori non vorrebbero separarsi.  In questo caso, non si tiene conto che per i bambini è meglio crescere con un padre e una madre, anche se non perfetti. Naturalmente, sperando che siano genitori responsabili e non compiano azioni che, per incoscienza, finiscono per danneggiare i loro figli. È notizia di qualche giorno fa che una coppia con una bambina piccola aveva preparato una torta che conteneva un ingrediente un po’ originale. Dopo aver consumato il dolce la piccola ha accusato un malore, con vomito e convulsioni. Il padre e la madre hanno subito chiamato l’ambulanza che ha trasportato la bimba al pronto soccorso e, dopo qualche giorno nel reparto di pediatria, è stata dimessa. La piccola, sottoposta ad alcuni test, è risultata positiva alla cannabis. Sembra che la torta sia stata preparata come stravagante dessert riservato agli adulti in occasione delle festività natalizie. La figlia, ignara del fatto che contenesse droga, l’avrebbe assaggiata approfittando di un momento di disattenzione dei genitori. Non voglio addentrarmi nella questione droghe leggere e della loro legalizzazione, qua è in discussione la responsabilità di due genitori che, in presenza di una bimba di pochi anni, per un loro sfizio preparano una torta alla marjuana, non pensando che la loro figlia potrebbe assaggiarla. Altri casi di genitori irresponsabili ci sono offerti dalla cronaca quotidiana: frequenti, soprattutto negli Usa, gli episodi di bambini piccoli che, maneggiando le armi che si trovavano in casa, hanno ucciso un genitore o un fratello. Ciò può capitare dappertutto, ma in un Paese che considera un diritto inviolabile il possesso di armi da parte di tutti i suoi cittadini le probabilità che accada aumentano in maniera esponenziale. Tutti questi esempi dimostrano che, nella società odierna, soprattutto quella ritenuta più avanzata e opulenta, si va perdendo il senso del futuro, che è una delle caratteristiche che distinguono la specie umana dagli altri animali. L’uomo è progredito proprio perché non pensa solamente a soddisfare i suoi bisogni più immediati o i suoi desideri, ma sa progettare il futuro e questo gli ha permesso di uscire dal contingente e proiettarsi in avanti. Naturalmente, non sostengo che si possa o si debba prevedere il futuro, l’imponderabile è sempre possibile ed è anche un bene che sia così, perché la meraviglia fa parte dell’esistenza umana tanto quanto la capacità di progettare. Il problema è che si stanno perdendo entrambi questi aspetti: ormai si vive soltanto in un eterno presente. Caso vuole che, nel famoso film anni Ottanta Ritorno al futuro, il protagonista venga catapultato proprio nell’anno 2015. Ora ci siamo, nell’anno del ritorno al futuro, così come era stato immaginato per fiction: non facciamoci prendere da una collettiva, sociale sindrome di Asperger.

10. 49 libri da (NON) leggere

I libri, come abbiamo potuto capire seguendo il percorso di riflessione offerto da questa monografia, non servono a qualcosa. I libri raccolgono parole che, una insieme all’altra, permettono di raccontare storie. E le storie, basate su fatti realmente accaduti o frutto dell’immaginazione dell’autore, descrivono semplicemente un pezzo di vita, sia esso reale o metaforico.
I libri, quindi, come scorci di reale.
Quando, nel giugno del 2015, Luigi Brugnaro, sindaco neo eletto di Venezia, ha deciso di ritirare dalle scuole della Laguna 49 libri che affrontavano in chiave critica il tema della discriminazione, tacciati di voler imporre una visione personalistica della società, solo perché raccontavano uno scorcio di reale ritenuto poco adeguato, il sindaco ha affermato che ci sono libri buoni e adatti e libri cattivi, portatori di un punto di vista inadeguato in quanto parziale (come se esistessero punti di vista imparziali).
In quei libri, infatti, sono presenti elementi quali la disabilità, la diversità culturale, l’omosessualità, l’omogenitorialità, la discriminazione, l’accettazione, la paura dell’altro.
Aspetti della realtà che al sindaco non sono sembrati convenienti, definiti come un modo scorretto di instillare nei bambini idee non condivisibili.
Secondo la nostra esperienza, però, è proprio qui che sta il fattore discriminante.
Quella lista di libri, messa a disposizione dalla precedente amministrazione ai nidi e alle scuole dell’infanzia della città, non era nata con l’intenzione di instillare nella testa dei bambini una qualche idea ma semplicemente per raccontare delle storie e, attraverso queste, aspetti differenti della realtà, di quella che già esiste e che tutti, ogni giorno, ci troviamo di fronte.
È per questo che, in contrapposizione a questa lista di 49 libri esclusi e additati come pericolosi, anche noi abbiamo pensato di realizzarne una: la lista dei 49 libri da (NON) leggere ai bambini!
Libri pericolosi perché, aumentando la conoscenza diminuiscono la paura; perché favorendo un approccio libero e positivo alla diversità diminuiscono i pregiudizi; perché mostrando la realtà così com’è permettono di scardinare stereotipi.
La lista nasce all’interno del Centro di Documentazione Handicap, una biblioteca da (NON) frequentare proprio perché specializzata in libri pericolosi ed è una lista aperta, perché ognuno possa aggiungere il proprio libro da (NON) leggere.
-Alla ricerca del pezzo perduto, Shel Silverstein
-Bambini di farina, Anne Fine
-Basta guardare il cielo, Rodman Philbrick
-Batti il muro, Antonio Ferrara
-Bisognerà, Thierry Lenain, Oliver Tallec
-Cartoline dalla terra di nessuno, Aidan Chambers
-Cion Cion Blu, Pinin Carpi
-Crystal della strada, Siobhan Dowd
-Danza sulla mia tomba, Aidan Chambers
-È non è, Marco Berrettoni Carrara, Chiara Carrer
-Ero cattivo, Antonio Ferrara
-Ero un topo, Philip Pullman
-Federico, Leo Lionni
-Graffi sul tavolo, Guus Kuijer
-Heike riprende a respirare, Helga Schneider
-I cinque Malfatti, Beatrice Alemagna
-I piccini di Gashlycrumb, Edward Gorey
-Il GGG, Roal Dahl
-Il nemico, Davide Calì, Serhe Bloch
-Il ragazzo che non mangiava le ciliegie, Sarah Weeks
-Il regalo nero, Dolf Verroen
-Io no!… O forse sì, David Larochelle
-L’albero di Goethe, Helga Schneider
-La bambina, il cuore e la casa, Maria Teresa Andruetto
-La contessa segreta, Eva Ibbotson
-La gigantessa, Melvin Burgess
-La quaglia e il sasso, Arianna Papini
-La ragazza Chissachì, Sarah Weeks
-La schiappa, Jerry Spinelli
-L’anatra, la morte e il tulipano, Wolf Erlbruch
-Le streghe, Roald Dahl
-Lettere dal mare, Chris Donner
-Liberi tutti!, Arianna Papini
-Lo stralisco, Roberto Piumini
-Luna, Julie Ann Peters
-Occhi di tempesta, Joyce Carol Oates
-Oltre l’albero…, Mandana Sadat
-Pane arabo a merenda, Antonio Ferrara
-Pareva un gioco, Arianna Papini
-Per sempre insieme, amen, Guus Kuijer
-Principessa Laurentina, Bianca Pitzorno
-Qualcosa in comune, Anne Fine
-Quando il lupo assaggiò la bambina, Arianna Papini
-Rime di rabbia, Bruno Tognolini
-Se è una bambina, Beatrice Masini
-Sette minuti dopo mezzanotte, Patrick Ness
-Streghetta mia, Bianca Pitzorno
-Un’estate di quelle che non finiscono mai, Jutta Richter
-Wonder, R. J. Palacio

9. La metafora dell’arte

Come Centro di Documentazione di Bologna abbiamo condiviso diversi percorsi di riflessione con altre realtà culturali della città che, come noi, condividono la necessità di un confronto sul ruolo delle arti nel percorso educativo di bambini e ragazzi.
Con l’Istituzione Bologna Musei ci siamo trovati a riflettere attorno al concetto dell’accessibilità del linguaggio artistico e al valore dell’accesso all’arte, anche quella apparentemente meno comprensibile.
Anche con La Baracca – Testoni ragazzi abbiamo aperto un confronto sul tema dell’accessibilità, ovviamente legato al linguaggio teatrale soprattutto nel proporsi a un pubblico di piccolissimi.

9.1. A nessun bambino si nega una poetica
di Veronica Ceruti, responsabile Mediazione culturale e Servizi educativi, Istituzione Bologna Musei

È questo uno dei principi fondamentali che guida l’attività di mediazione culturale del Dipartimento educativo del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.
Da quasi vent’anni accompagno bambini e ragazzi nelle sale dei musei e registro il loro stupore davanti alle opere di artisti contemporanei, visioni e ambienti altri rispetto agli oggetti e alle immagini stereotipate che appartengono al loro quotidiano, che sono loro familiari. Quadri, sculture, installazioni capaci di innescare meccanismi seduttivi, di generare meraviglia, di sollecitare tutti i sensi, favorendo il risveglio dall’anestesia, da una condizione di apprendimento passivo e a breve termine.
Un aneddoto: sono con una terza classe della scuola primaria e mostro agli alunni il ferro da stiro con chiodi, realizzato da Man Ray nel 1921, non un’opera d’arte da museo, ma un intervento deliberatamente imprevedibile, assurdo, provocatorio. Gli occhi si spalancano, i bambini sono perplessi, non hanno mai visto niente di simile, certo non lo vorrebbero come Cadeau, Regalo, (è questo il titolo originale dell’opera), ma sono curiosi, le loro menti si accendono, e al mio invito “Proviamo a trovare un nome a questo lavoro” le mani si alzano e fremono. Ecco alcune risposte: “La vendetta della moglie gelosa”, “Ora sì che il bucato è davvero bucato” (!). Non sono solo titoli, ma vere letture dell’opera, in grado di cogliere e restituire l’ironia e la libertà immaginativa che caratterizzano il Dada, movimento d’avanguardia sperimentale verso cui il pubblico adulto mostra diffidenza, perché ancorato ai modelli della cultura tradizionale e troppo spesso pronto ad affermare “Questo lo potevo fare anch’io”.
Non voglio dire di non avere mai vissuto situazioni di difficoltà o che non vi siano temi difficili da trattare con i più piccoli, per ragioni diverse, ma si tratta sempre di trovare un modo, una strategia per neutralizzare l’imbarazzo, elaborare la paura, andare oltre il tabù. Un esempio: la mostra temporanea “Il nudo tra ideale e realtà” tenutasi alla GAM nel 2004: quadri, fotografie, sculture di corpi nudi, rappresentati e presentati nella loro verità, sensualità, fisicità senza veli. Come fare?  Sicuramente non censurare, non alimentare malizia e pruderie, ma trasmettere ai giovani visitatori l’importanza di un tema che ci riguarda tutti: ognuno di noi ha un corpo, ognuno di noi è corpo, fisico e emozionale. Si decide quindi di valorizzare in prima istanza la scoperta, non tanto di quello rappresentato, ma del Leib, il corpo vissuto: l’esperienza di laboratorio, che precede la visita in mostra, inizia con una serie di esercizi di psicomotricità, volti a sciogliersi e ad acquisire consapevolezza del proprio sé fisico. A seguire, un’attività da noi chiamata “L’artista e il suo modello”, volta alla scoperta del corpo dell’altro attraverso il tatto e le emozioni che ne derivano. In coppia, in piedi uno davanti all’altro, rivolti verso la stessa direzione: davanti chi interpreta il modello, dietro chi interpreta l’artista, bendato. L’indicazione iniziale è quella di appoggiare le mani sulle spalle del modello, il primo contatto deve avvenire molto lentamente, come se le mani dovessero procedere in una sorta di atterraggio sul corpo, proprio per favorire la consapevolezza rispetto alla sensazione fisica e psichica provata. Il palmo delle mani diviene così il punto di contatto, sismografo capace di registrare ogni oscillazione emotiva. Si rileva la temperatura della pelle, la consistenza, per poi scivolare lungo tutto il corpo del compagno, fermandosi là dove si incontrano situazioni anatomiche che si prestano a scoprire plasticità e potenzialità motorie. Nel momento in cui si arriva alle giunture (spalle, gomiti, ginocchia, caviglie, anche), l’artista ha la possibilità di manipolare il corpo, per sondare le possibili torsioni e le posture che il modello riesce ad assumere.
Solitamente infatti, quando si guarda un corpo dipinto su una tela o scolpito nel marmo, non si prendono in considerazione le scelte compiute dall’artista: rappresentare il soggetto in piedi in posa, in piedi naturale, sdraiato, seduto, sospeso, vestito, nudo…
In seguito, la coppia si inverte e scambia ruolo, l’ascolto emotivo è così completo, il vissuto condiviso.
Questa esperienza, insieme alle altre previste nel percorso, rende la fruizione delle opere in mostra radicalmente diversa, più attenta agli aspetti iconografici, compositivi, plastici, molto meno distratta dalla semplice nudità. Si stabilisce infatti una sorta di empatia sia con il corpo esposto, sia con il suo artefice; l’esperienza acquisisce un senso proprio, a partire da un sentire soggettivo del sé e dell’altro da sé.
Non esiste artista, opera, pratica che non possa divenire pretesto per avviare percorsi di conoscenza e di rielaborazione validi per tutte le età, nella profonda convinzione che fare esperienza a contatto con l’arte generi beneficio e faciliti lo sviluppo della nostra identità, del nostro pensiero critico e della nostra capacità di comprendere il contesto storico, sociale e culturale al quale apparteniamo.

9.2. “Facciamo finta che…”. Incontro, gioco e ascolto per parlare a teatro di quello che ci pare e piace
a cura di Lucia Cominoli, educatrice e coordinatrice di http://laquintaparete.accaparlante.it Conversazione con Roberto Frabetti, regista e fondatore de La Baracca – Teatro Testoni Ragazzi di Bologna, Teatro Stabile d’Innovazione per l’Infanzia e la Gioventù.

Il teatro con il suo potere catartico è forse la forma d’arte per eccellenza che fin dalle origini ha messo al centro della propria esperienza i temi tabù, lo ha fatto soprattutto nei confronti della società, mettendone costantemente in discussione i costrutti. La società però, a volte ce ne dimentichiamo, si compone di adulti e di bambini che se usano modi diversi per comunicare spesso si trovano tuttavia insieme ad affrontare parole come “morte”, “paura”, “diversità”. Ma che cosa succede quando a teatro ci rivolgiamo ai più piccoli? Come è lecito muoversi all’interno di queste parole?
Bisogna capire quando è il momento giusto per affrontarle, se quello è effettivamente il momento, se ne vale davvero la pena o se non sia un modo, al contrario, per soddisfare la propria vanità di espressione adulta. Bisogna riuscire a portare le parole nel modo giusto quando effettivamente si ritiene sia importante affrontare in quel momento quel particolare argomento così intenso e delicato. È una risposta molto ambigua la mia, ma tante volte mi sono trovato di fronte ad adulti che hanno un bisogno estremo di adultizzare i bambini e credo che una cosa importante sia invece rispettare prima di tutto le loro curiosità. Non c’è nessuna parola e nessun tema che non si possa usare o affrontare, il problema è trovare la ragione. Credo che parlando di bambini sia necessario distinguere tra i piccolissimi, quelli cioè sotto i 36 mesi e quelli che già hanno cominciato a frequentare la scuola dell’infanzia fino ai 6 anni. Piano piano, salendo e salendo crescono in loro domande… Ecco, quando si sente che le loro domande si stanno facendo strada credo che sia importante rispondere e trattare con loro anche i temi più alti. A questo proposito ho visto anni fa uno spettacolo di teatro ragazzi dedicato ai bambini della scuola dell’infanzia di una compagnia danese che trattava senza paura il tema della morte e lo faceva con estrema delicatezza. Lo spettacolo però funzionava non solo perché era ben fatto ma anche perché sapevamo che per i piccoli spettatori era quello il momento giusto per parlarne al di là del contesto. Ci sono tanti modi per parlare ai bambini della diversità e del dolore. Io ti parlo per esperienza e la mia è un’esperienza ormai quarantennale che si è sempre costruita nel rapporto diretto e nell’incontro con i bambini. Non si può prescindere da questo, almeno per quanto mi riguarda. Credo sia sempre importante costruire prima un setting di rispetto, dove gli adulti parlano perché ritengono che sia realmente importante per i bambini e va fatto con gradualità. Per fare un semplice esempio, se ora ci trovassimo a dover parlare di morte ai bambini, e questo vale benissimo anche per i più piccoli, io li porterei a esplorare per prima cosa il buio, che per molti può rappresentare un luogo sconosciuto, vicino all’infinito e per l’appunto alla morte. Alla complessità si arriva piano piano con molta delicatezza e molta attenzione.

Rispetto alla vostra esperienza diretta di tecnici del teatro, in che modo operate delle scelte artistiche sul che cosa dire o non dire ai bambini all’interno di uno spettacolo che tratta un tema tabù o più semplicemente un tema considerato complesso?
Il teatro secondo me funziona quando tra chi racconta e chi ascolta si crea un accordo di sensibilità. Capire come nasce e perché non penso abbia molto a che fare tuttavia con la tecnica se non in termini di finzione scenica.
Le scelte per me sono condizionate da richieste, magari non esplicite, che arrivano continuamente dai bambini quando li incontri durante gli spettacoli o li frequenti a scuola o nei laboratori o in altri contesti… Ci sono domande che senti nascere e che lasci filtrare dentro di te e cominci a sentire l’esigenza di dare delle risposte, senza mai dimenticare una cosa fondamentale: il teatro è soprattutto un incontro. Quando parlo di ambiente di rispetto intendo quindi che il bambino si accorge se l’adulto che ha davanti a sé e che sta lavorando per lui, sia esso un attore o un danzatore, è onesto e sincero, se sta parlando cioè di qualcosa di vero e che in quanto tale lo tocca. Si tratta di equilibri che spesso hanno poco a che fare con scelte logiche esplicite dal punto di vista tecnico ma che partono piuttosto da sensazioni che nello scambio umano adulto-artista e bambino possono diventare molto forti.

E a tutto questo come rispondono i bambini? C’è uno spettacolo in particolare nei tuoi ricordi che ha scatenato reazioni inaspettate?
È difficile rievocare un episodio specifico, se uno spettacolo funziona, qualsiasi sia il tema, le reazioni che si scatenano sono più o meno sempre le stesse. Una reazione apparentemente molto semplice ma che in realtà è una grande reazione è innanzitutto il silenzio totale. Quando senti che dei ragazzini, dai nidi agli adolescenti, restano completamente in silenzio vuol dire che qualcosa arriva, qualcosa tocca. Ci tengo però a ribadire che per me la qualità della comunicazione a teatro non è data dal tema ma dal tipo di comunicazione che si instaura in quel momento. Penso che sia molto più ricco e formativo, sia per l’adulto che per il bambino, uno spettacolo che funziona bene semplicemente perché l’attore è onesto e il pubblico ha una gran voglia di ascoltare quella storia, che magari non contiene un tema poi così alto. Bisognerebbe pensare prima di tutto al buon teatro e non al teatro come veicolo per.

Chi lavora con i bambini sa bene quanto i più piccoli sappiano perfettamente distinguere il momento del divertimento da quello della serietà, succede anche giocando, e il teatro, in fondo, è proprio questo, un bellissimo gioco. Come accompagnare i bambini in questo sali-scendi?
Credo che i bambini abbiano un grande piacere a partecipare a tutti i meccanismi della finzione, che sappiano distinguere se quella che vedono è una finzione condivisa o un tentativo di non considerare completamente tutta la loro totalità. Io non posso dare informazioni finte. Se gioco in un equilibrio di finzione devo garantire sempre che ci sia una concretezza. L’equilibrio rimane sempre nel pensare che il gioco è un momento molto serio per loro. Nel momento in cui i bambini esplorano, cercano di capire quello che sta accadendo nel rapporto tra le diverse situazioni e lo fanno in una dimensione che, in quel momento, è funzionale sia filtrata dagli elementi della finzione. Quindi possiamo fare finta che l’oggetto che ho in mano sia una nave mentre invece è una foglia galleggiante… Nel frattempo stiamo studiando come galleggia una foglia in una pozza d’acqua o come una nave così grande possa stare in mare… Ci sono sempre dei doppi piani e l’equilibrio lo si trova nel fingere insieme in un momento di comunicazione concreta. Di sicuro e, questo è il patto, non ti racconterò mai storielle.

La mediazione dell’adulto, sia essa a teatro, a casa o a scuola è sempre fondamentale?
Sì, credo che la mediazione resti fondamentale su tutti i livelli, i bambini guardano gli adulti in continuazione, hanno quindi bisogno di adulti che si muovano in temi complessi con attenzione e rispetto. Io non credo che ci sia il bisogno di forzare i tempi ma bisogna essere prontissimi a rispondere a tutte le loro richieste, anche a quelle che ci mettono più in difficoltà. Loro sono dei grandi scienziati, dei grandi esploratori, sono loro a fare le domande, noi dobbiamo solo creargli intorno un ambiente in cui sappiano che possono esserci delle risposte.

Quali sono oggi i temi tabù per i più piccoli? Sono cambiati? Coincidono sempre con quelli degli adulti? In quali direzioni sta lavorando il teatro ragazzi?
Io credo che i tabù dei bambini siano pochissimi, credo che i maggiori siano quelli degli adulti che vivono insieme a loro, che eventualmente possono avere più o meno difficoltà a parlare di determinati argomenti o li ritengono più o meno giusti. I bambini guardano le cose molto direttamente, sono sempre molto laici. Una cosa gli piace, una cosa non gli piace, difficilmente giudicano in maniera pregiudiziale, non credo ci siano argomenti particolarmente tabù dentro i bambini, ci sono argomenti che gli adulti non ritengono sia il caso di affrontare, dalla sessualità al tema del dolore, o in cui trovano delle difficoltà rispetto al modo in cui affrontare il tema della diversità o come affrontare la relazione con altre culture… Io credo che i bambini abbiano molta voglia di conoscere e di scoprire e abbiano bisogno di raccontatori onesti che non dicano “questa è la verità” ma “una delle tante verità”, che non esauriscano cioè le risposte nella prima ma che ogni prima risposta diventi apertura e stimolo verso altre domande, idee, quesiti. Credo che questo sia un atteggiamento comune che oggi tutti dobbiamo tenere nei confronti dei bambini e degli adolescenti: rispettare il loro essere esploratori e il loro essere scienziati.

8. Alcune esperienze di lavoro

I libri hanno una grande qualità, quella di trasformarsi nel momento in cui si trovano tra le mani delle persone. Laboratori, percorsi formativi, incontri, biblioteche alla fine del mondo, rappresentazioni della realtà, incontri con la diversità, contenitori della memoria.
Insomma, il libro è uno degli strumenti più malleabili e maggiormente utilizzati, soprattutto quando si vogliono affrontare argomenti di difficile approccio.
Abbiamo raccolto alcune esperienze che, in modo diverso, descrivono come è possibile costruire
percorsi di mediazione per relazionarsi con argomenti o situazioni che possono metterci in difficoltà.

8.1. Gianporcospino è in gran buona compagnia. Come parlano di disabilità i libri per bambini e adolescenti
di Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale, pedagogiste

Dalle sue origini, dalle favole e dai racconti mitici, tutta la letteratura è piena di immagini di diversità: eroi ed eroine di volta in volta troppo piccoli, nascosti sotto fattezze animali, bizzarramente deformi, afflitti da misteriose infermità.
“La schiera dei Pollicini, dei Principi Porcelli, dei Gianporcospini, delle principesse che dormono in eterno, che non possono parlare o che non sanno ridere è sterminata; viene dalla lontananza del mito, attraversa la fiaba popolare, si insedia nei romanzi per bambini e ragazzi e arriva fino a noi”. (1)
Queste presenze parlano a tutti i lettori perché permettono un riconoscimento forte tra ciò che accade dentro al libro e ciò che accade nella nostra vita. Nel percorso di crescita, a molti, per non dire a tutti, succede di entrare nei territori anche oscuri del corpo che cambia e muta e di sentirsi per questo un po’ come il Brutto Anatroccolo.
Ma questi racconti sono anche uno specchio particolare per chi, partendo da una situazione di concreto svantaggio, deve misurarsi con il mondo dei sani, della normalità.
Trovarsi raccontati cioè presenti nelle storie e nei libri, diventa un aiuto per i bambini e ragazzi con disabilità a uscire dalla invisibilità permettendogli un confronto e un rispecchiamento per nulla scontato.
Accanto alla ricaduta personale che le storie possono produrre, c’è anche la consapevolezza che il mito, la fiaba popolare, il libro per bambini e ragazzi sono forme del racconto attraverso cui vengono rappresentate le idee sociali di una determinata situazione o categoria di persone; questo vale anche per l’immagine sociale della disabilità e per la sua evoluzione nel tempo.
I libri per bambini e ragazzi sono un’invenzione recente e nascono sul finire del XVII secolo. Rivolta prevalentemente a lettori della classe borghese, la letteratura infantile per lunghissimo tempo ha rappresentato la disabilità come malattia e i bambini con disabilità come bambini malati.
Solo agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso cominciano a comparire in modo corposo e sistematico testi in cui la presenza del protagonista bambino o ragazzo, disabile o svantaggiato, costruisce un intreccio in cui la disabilità o lo svantaggio vengono in qualche modo assunti come valore.
Innanzitutto diventano i protagonisti, quasi eroi, della storia piuttosto che essere simboli o incarnazioni della malattia. Ciò che però assume un reale e consistente rilievo è il fatto che la loro condizione viene restituita ai lettori senza nessuna commozione, senza le sfumature patetiche, senza gli intenti didattici, moralistici o ammonitori tipici di quasi tutta la letteratura per l’infanzia del passato.
I punti centrali diventano quindi: l’affermazione dell’identità e delle caratteristiche di ciascuno, preziose nella loro diversità; la ricerca della relazione; l’accettazione della diversità che è differenza, limite ma anche potenzialità, abilità diverse per ciascuno.

Le produzioni presenti oggi nel panorama editoriale
Il mercato editoriale oggi si presenta sotto un segno bifronte: da una parte si assiste alla iperproliferazione di titoli in uscita, dall’altra alla contrazione di vendite e di lettori. Eccezione positiva è costituita dall’editoria per bambini e ragazzi che, dal rapporto sullo stato dell’arte per l’anno 2014, cresce sia per i titoli prodotti che per la quota di mercato, che conquista.
Tanti titoli dunque e tante proposte. In questo quadro possiamo distinguere in modo sintetico quattro famiglie rispetto al modo di approcciarsi al tema della differenza e disabilità.
La prima è composta da quei libri che trattano la differenza in modo ampio, facendo riferimento a tutti quegli elementi che nel mondo riportano alla presenza delle differenze, dalla natura, ai colori, agli aspetti fisici. Questo è un approccio che allarga la visuale permettendo di riferirsi alle tante specificità che attraversano la società come, ad esempio, ai bambini stranieri, portatori di una diversità da non cancellare ma da accogliere e scoprire.
La seconda è rappresentata da quelle storie che in modo mediato introducono alle differenze presenti nelle comunità, da quella familiare, quella amicale fino a quella più generale relativa alla società in cui si vive. Esempio tipico sono le storie che hanno per protagonisti animali che per le loro caratteristiche fisiche e caratteriali ben si prestano a evidenziare come la diversità sia costitutiva di ogni situazione del vivere insieme. Avremo quindi un draghetto che non sputa fuoco, un lupo gentile, un coniglio con un orecchio pendente, un camaleonte alla ricerca di un colore fisso oppure un orco piccolissimo e un folletto gigante. Attraverso un percorso di ricerca della propria identità, che solitamente prevede l’allontanamento dal gruppo o il tentativo di modificare le proprie caratteristiche fisiche, l’escluso arriva ad accettare la propria diversità e a farsi riconoscere dagli altri nella propria unicità, portando, di conseguenza, un cambiamento anche nel contesto di appartenenza.
Della terza famiglia fanno parte quei libri che scelgono, invece, di parlare di disabilità in modo esplicito e che spesso, presentano come protagonisti bambini/e, ragazzi/e con una disabilità precisa in un contesto di vita reale.
La quarta famiglia, infine, è composta da libri che, in modo artistico e metaforico, permettono di riflettere più che sulla diversità esterna su quella interna, provando a farci mettere in contatto con le paure e i desideri, facce della nostra identità che vengono messe in gioco nell’incontro con l’altro, con il diverso, con il fuori dal consueto.

Punti di attenzione nella scelta di libri che raccontano la diversità e la disabilità
In questi anni in cui abbiamo pensato e proposto il libro come ponte fra le esperienze, abbiamo incontrato tanti insegnanti, educatrici ed educatori ma anche genitori e nonni.
Insieme abbiamo letto e guardato i libri, ragionando su cosa scegliere e come proporre ai più giovani, attraverso le storie, un’occasione di incontro con aspetti della vita con cui non è facile convivere, che spesso mettono in difficoltà gli adulti prima ancora che i bambini.
Da questi incontri sono emersi alcuni punti di attenzione, indicazioni che possono orientare la scelta e che qualificano il libro come un’opportunità di incontro non solo fra le persone e le storie diverse ma anche tra parti differenti di noi stessi.
Questi punti di attenzione ci indirizzano verso:
– un libro che non abbia un intento dichiaratamente educativo, che non voglia programmaticamente insegnare qualcosa;
– un libro bello e ben curato, espressione di una progettazione attenta dietro al prodotto;
– un libro avvincente e attrattivo, perché è dentro il legame del piacere e della curiosità che possono passare tanti altri significati;
– un libro in cui la disabilità e la differenza non siano presentate come unica chiave d’accesso per incontrare i protagonisti e addentrarsi nella storia. La disabilità, come altri aspetti esistenziali, è un dato forte e non eliminabile, che va accostato a tutte le altre caratteristiche che raccontano le persone e le situazioni;
– un libro che non cada nel meccanismo della compensazione della difficoltà o del limite per cui un protagonista con disabilità o in difficoltà viene raccontato anche con capacità superiori o caratteristiche etiche super positive.

Un libro, insomma, simile a un ponte che avvicina le dimensioni emotive più difficili come la paura, il disagio, l’imbarazzo sempre presenti quando si affronta la diversità e la disabilità.
Può capitare che gli adulti precludano l’accesso ai bambini, specialmente a quelli più piccoli, a determinati libri proprio per questi contenuti emotivi profondi che hanno a che fare con la tristezza, la rabbia, il senso di abbandono e di solitudine.
Sono emozioni importanti, difficili da maneggiare ma vitali, componenti essenziali dell’esistere. A noi è parso più volte che la censura posta all’accesso a questi libri derivi dall’ambivalenza di sensazioni che dalla pagina nascono e che toccano prima di tutto gli adulti, messi a contatto con parole e immagini che forano la cortina difensiva e che, per questo, provocano inquietudine e spaesamento, sentimenti che raramente abbiniamo alla lettura di una storia per bambini. Piuttosto che rinunciare preventivamente a proporre ai bambini questi libri, scelta che nasce in relazione a ciò che essi provocano in noi adulti, ci convince l’idea di percorrere insieme, adulti e bambini, lo spazio della lettura, spazio in cui possono trovare accoglienza e condivisione emozioni e pensieri anche e soprattutto quelli più duri e ingombranti.

L’articolo rielabora i contenuti delle relazioni presentate nel percorso formativo “Libri come ponti. Storie, libri, narrazioni per raccontare la diversità e la disabilità” rivolto ad educatrici e insegnanti, servizi educativi Cooperativa Labirinto e Comune di Fano, aprile-giugno 2014
Libri proposti nel percorso alle educatrici e insegnanti:
Eric Battut, Oh che uovo!, Bohem Press, Trieste, 2005
Mandana Sadat, Oltre l’albero, Artebambini, Bazzano (BO), 2004
Jçzef Wilkon, C’è cavallo e cavallo, Arka, Milano, 1997
Isabella Christina Felline, Animali di versi, uovonero, Crema (CR), 2011
Polly Dunbar, Perché non parli?, Mondadori, Milano, 2008
Suzy Lee, Mirror, Corraini, Mantova, 2003
Antonella Abbatiello, La cosa più importante, Fatatrac, Casalecchio di Reno (BO), 1998
Jeanne Willis, Tony Ross, Questa è Susanna, Mondadori, Milano, 2000
Virginia Fleming, Floyd Cooper, Sii amorevole con Eddie Lee, Giannino Stoppani, Bologna, 2001
Beatrice Alemagna, I cinque Malfatti, Topipittori, Milano, 2014
Isabelle Carrier, Il pentolino di Antonino, Kite, Piazzola sul Brenta (PD), 2011
Nicola Cinquetti, Il dono della farfalla, Lapis, Roma, 2001
Marco Berrettoni Carrara, Chiara Carrer, È non è, Kalandraka, Firenze, 2010§
Beatrice Alemagna, Nel paese delle pulcette, Phaidon, Milano, 2009

8.2. Leggere comodi libri scomodi
di Silvana Sola, Giannino Stoppani Cooperativa Culturale, presidente Ibby Italia

Dodici anni fa, in collaborazione con la Consulta delle Associazioni per il superamento dell’Handicap e il Comune di Bologna, come Cooperativa Culturale Giannino Stoppani, realizzammo una piccola pubblicazione, Dromedari e Cammelli, che indagava come l’editoria italiana per ragazzi si rapportasse al tema della disabilità, proponendo un percorso ragionato tra i libri e scegliendo 100 titoli che meglio raccontassero le differenze.
Avevamo da poco dato alle stampe la traduzione italiana dell’albo illustrato americano Sii amorevole con Eddie Lee di Virginia Fleming e Floyd Cooper, un picture book che raccontava la vita di un ragazzino Down.
“Sua madre le aveva raccomandato di essere amorevole con Eddie Lee, perché era sempre solo, perché nessuno voleva giocare con lui. Perché era diverso. Le aveva detto che era stato Dio a farlo così. Ma Christy pensava che, forse, in questo caso sua madre si sbagliava. Perché Dio non faceva errori…”.
Negli anni abbiamo continuato a cercare figure e storie che affrontassero temi scomodi attraverso parole calibrate, immagini ponderate, e nel rapporto stretto con Ibby Italia, la sezione italiana dell’associazione internazionale che si occupa della diffusione della lettura e del libro per bambini e ragazzi, abbiamo messo a disposizione i contenuti dei libri incontrati.
Nel 2009, a firma Ibby Italia, è uscito un volume di riflessioni, brani e pensieri intitolato La differenza non è una sottrazione, una pubblicazione che chiamò a raccolta studiosi, specialisti, illustratori, scrittori, librai, editori, insieme in una rete virtuosa che ha fatto dialogare il libro con forme diverse di disabilità.
Negli anni l’associazione Ibby Italia, e con lei le realtà che la sostengono e la fanno vivere attraverso il lavoro volontario, ha permesso, con i propri suggerimenti, una presenza italiana nella collezione Outstanding Books for Young People with Disabilities, selezione internazionale di libri sulla disabilità raccolti attraverso diverse sezioni Ibby sparse nel mondo. Collezione che biennalmente si arricchisce di nuove proposte. Tra i libri scelti quest’anno un titolo a me particolarmente caro, La maglia del nonno, pubblicato da Biancoenero, un libro che vede accanto un bambino e un nonno che perde, giorno dopo giorno, pezzi di memoria. Un libro che affronta, con una lingua delicata e presente, e con illustrazioni che tengono il filo della storia, il tema dell’Alzheimer. Mentre la collezione Outstanding Books for Young People with Disabilities da Toronto si sposterà nei vari paesi che ne faranno richiesta, il 2016 saluterà una sezione speciale del Bologna Ragazzi Award, promosso da Bologna Children’s Book Fair, dedicata ai libri che affrontano, con modalità diverse, il tema della disabilità. Una biblioteca ideale che vedrà gli editori, presenti in Fiera, inviare le loro migliori proposte che affrontano tematiche scomode.
I libri sono un ponte, sono straordinari strumenti di relazione capaci di portare ai bambini e ai ragazzi temi complessi, argomenti difficili, facendoli diventare occasioni di scambio. I libri, fuori dalla retorica, invitano bambini, ragazzi, adulti, a non chiudersi all’interno del perimetro del già visto, ma aprono alle molte forme di incontro che la vita può riservare, invitano a immaginare nuove soluzioni ai problemi dell’esistenza, a trovare altre occasioni di visione, perché, come ci suggerisce il grande artista Jimmy Liao, che il tema della disabilità e della fragilità dell’esistenza lo ha più volte messo in pagina, “se cercate bene, c’è sempre una via d’uscita”.
Penso per esempio a Un fratello da nascondere di Elizabeth Laird, centrato tutto sul rapporto fra fratello e sorella:“Grave ritardo mentale e fisico, diceva la lettera che la madre ricevette dall’ospedale. Non occorre essere un genio della medicina per capire che non significa nulla di buono. Ma questo non diminuì il mio affetto per Ben, anzi me lo fece amare ancora di più, mi fece desiderare di proteggerlo da quelli che non avrebbero capito, che magari avrebbero riso, o provato imbarazzo, o che l’avrebbero guardato con fastidio”.
Il romanzo della grande scrittrice neozelandese, purtroppo ora disponibile solo in biblioteca, esprime al meglio il perché se ne debba parlare: perché per affrontare ciò che apparentemente appare scomodo al cuore e alla ragione, i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti non possono essere lasciati soli, perché la condivisione non ha effetti miracolosi, ma aiuta ad affrontare meglio il presente e a immaginare un futuro.
Un altro libro, da poco sugli scaffali nell’edizione italiana in catalogo per Gallucci, racconta con garbo e voluta leggerezza, la diversità come risorsa. Il titolo: I fantastici cinque, albo illustrato nato per le pubblicazioni della Tate. Un libro, firmato dal grande Quentin Blake, che dichiara che ognuno di noi ha doti speciali che può mettere a disposizione degli altri.
I libri aiutano ad accendere la mente, convivono con le tecnologie e, a volte, le superano per potenzialità intrinseche: Ibby Italia lo ha verificato nella risposta entusiasta raccolta negli Ibby Camp nati per sostenere l’apertura di una Biblioteca Ragazzi a Lampedusa e per creare occasioni quotidiane di incontro con il libro e la lettura sull’isola; ne ha avuto prova nelle esperienze con ragazzi, con adulti educatori, con bibliotecari, con magistrati, nella circolazione della Biblioteca della Legalità; lo ha visto nell’iniziativa corale Liberi di Leggere nata come risposta ai libri censurati da amministratori digiuni dei contenuti che la letteratura per ragazzi promuove, e disattenti ai principi della Costituzione.
Libri trovati, da leggere seduti comodi, altri da cercare: buoni libri per tutti, perché bellezza e qualità di contenuto sono ottime chiavi per affrontare la vita, nell’agio e nel disagio.

8.3. Formare una coscienza storica: le gocce di memori
Abbiamo chiesto a Morena Melchioni, del Laboratorio delle Meraviglie, Scuola Media di Marzabotto (BO), un’insegnante e un’amica con cui collaboriamo da tempo, di raccontarci il lavoro che svolgono rispetto al racconto e all’elaborazione della memoria, anche e soprattutto quando la memoria ha a che fare con la guerra o le stragi e agli strumenti che hanno deciso di utilizzare per fare ciò.

Ci racconti cos’è il Laboratorio delle meraviglie?
Da anni portiamo avanti un progetto che, partendo dal ricordo dell’Eccidio di Marzabotto, crea ponti di memoria e sprona alla cittadinanza attiva. Tutto è nato nel Laboratorio delle Meraviglie della Scuola Media di Marzabotto. Inizialmente pensato dagli educatori e dagli insegnanti di sostegno della scuola, per offrire ai ragazzi certificati, con disagio sociale o appena arrivati da paesi stranieri, uno spazio che rendesse possibile l’apprendimento indiretto, attraverso attività esplorative e creative, si è poi aperto a tutti valicando le pareti scolastiche. I nostri laboratori, infatti, nel tempo si sono ampliati proponendo attività di approfondimento su tematiche di educazione alla cittadinanza che coinvolgono la scuola intera: insegnanti, alunni, fino alle famiglie e alla amministrazione comunale, proseguendo quindi anche fuori dalla scuola. Anzi i progetti che stiamo portando avanti sulla Memoria e la Legalità si estendono perfino a livello nazionale e internazionale.

Puoi farci un esempio?
Il primo lavoro che abbiamo realizzato è Gocce di Memoria. Si tratta di una installazione che rappresenta le 770 vittime della strage nazifascista di Monte Sole.
I numeri sono parole e non sono visibili, così abbiamo pensato di creare tante gocce bianche, una goccia per ogni vittima. Ogni anno creiamo queste gocce in maniera differente (con la carta, l’argilla, la tela) accompagnando questo lavoro artistico a momenti di riflessione, studio, teatro e musica che conducono alla realizzazione di spettacoli. Le tematiche che affrontiamo riguardano il legame del presente con il passato, ci occupiamo di temi che vanno dall’antimafia alla Costituzione, dai diritti umani al femminicidio, dalle guerre al terrorismo.
I ragazzi formano la loro coscienza storica confrontandosi tra loro e creano con le loro mani la Memoria. Tutti gli anni partecipiamo alla Commemorazione della Strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 portando il nostro contributo. Lì abbiamo portato le gocce in tutte le loro forme, realizzato uno spettacolo teatrale e donato al Comune di Bologna un’opera composta da 85 gocce di argilla.

È per questo che avete realizzato un libro in simboli sulla strage del 2 agosto?
Nel luglio del 2014 stavamo preparando il quaderno didattico in Widgit Symbols dedicato a Monte Sole. In quell’occasione abbiamo incontrato la storica Cinzia Venturoli, che lavora per il Centro di Documentazione sullo Stragismo, per pensare con lei alla maniera di partecipare quell’anno alla Commemorazione in stazione. Guardando il nostro libro in simboli è stato spontaneo pensare all’idea di realizzarne uno anche per il 2 agosto. Così, insieme a lei, abbiamo narrato la strage dell’Italicus e la strategia della tensione attraverso schede corredate da fotografie e da una traduzione del testo con simboli associati alle parole.
Questo lavoro è divenuto parte dei progetti sorti dalla collaborazione tra l’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna e l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, progetti che si prefiggono di conservare e trasmettere, in particolare ai giovani, la memoria e la conoscenza della strage del 1980 e delle vicende legate a quella drammatica stagione della storia italiana. Uno degli obiettivi di questi progetti è anche quello di individuare, anche sul piano metodologico, nuovi percorsi di elaborazione della memoria storica, a partire dall’acquisizione della conoscenza degli avvenimenti, che, raccontati attraverso un codice più accessibile quale è il linguaggio in simboli, diventano fruibili anche per i ragazzi con bisogni educativi speciali e per coloro che, per motivi diversi, sono lettori deboli.
Da questa prima esperienza è nata una collaborazione costante tra la scuola e l’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna, che ha continuato a supportare il nostro progetto provvedendo alla stampa degli altri libri che abbiamo realizzato in simboli: La strage di Monte Sole, Nella Notte e nella Nebbia (dedicato all’olocausto), La Costituzione italiana – Principi fondamentali

8.4. Non guardare, non sta bene
di Sandra Negri, coordinatrice Progetto Calamaio, Cooperativa Accaparlante

All’interno del laboratorio di idee che era il Centro Documentazione Handicap una ventina di anni fa, poco più che all’inizio della sua storia, “Non guardare, non sta bene!” fu una frase che stimolò fin da subito una certa curiosità e interesse. È una frase che Claudio Imprudente sentì rivolgere al proprio figlio da una madre preoccupata di… di cosa? Me lo sono chiesto allora e continuo a chiedermelo anche ora. Quale era la preoccupazione di quella madre? E nei confronti di chi?
Riesco a individuare tre possibilità.
La preoccupazione per Claudio, una persona con una grave disabilità motoria che se ne andava in giro sotto i portici di Bologna sulla sua carrozzina, spinto dal suo accompagnatore, un amico/a, un/a collega, una fidanzata, un operatore.
La preoccupazione verso il bambino, che mano nella mano passeggiava per la città con la mamma, probabilmente per un pomeriggio di relax e divertimento.
O la preoccupazione per se stessa, per le risposte che avrebbe dovuto dare alle curiosità del bambino?
Lo riesco a vedere, Claudio, a passeggio per la città. La testa appoggiata al poggiatesta un po’ inclinata sulla spalla, la bocca aperta, la lingua un po’ fuori dalla bocca e un filo di saliva che scende sul bavaglino. Il corpo magro seduto sulla carrozzina, un braccio piegato sotto il sedere e l’altro legato con un cinturino al bracciolo della carrozzina, i piedi appoggiati, che qualche volta cadono dando la sensazione che siano in pericolo e stimolano nei più coraggiosi il bisogno di segnalare a chi spinge la carrozzina che i piedi sono caduti e di evitare così a Claudio un gran dolore.
È sicuramente un’immagine che desta curiosità. Un’immagine verso cui non si ha sempre familiarità, in modo particolare non la si aveva alla fine degli anni ’80. Un’immagine che richiama quindi la nostra attenzione, il nostro sguardo, delle domande, il pudore di non essere scoperti in questo attimo di spontaneità e invadenza verso l’altro, un altro diverso da noi.
Questa diversità che spesso ci inquieta, ci mette in difficoltà e ci obbliga a sconvolgere i nostri punti di riferimento si porta dietro storie, identità, esperienze e tentativi per superare le distanze. Questo è interessante. Non la diversità in sé, quanto ciò che altre vite e altre identità affrontano nel proprio percorso. E a incuriosirci di più è proprio ciò che è lontano dal nostro familiare e consueto. Ma per avvicinarci a questo dobbiamo passare attraverso il contatto con dimensioni delicate che mostrano anche la fatica, il dolore, la rabbia per una condizione che porta in sé difficoltà.
Rispondere alle domande dei bambini sulla disabilità può essere difficile perché comporta una conoscenza e un avvicinamento da parte degli adulti a una realtà che ci mette a disagio, che ci spaventa perché ci richiama l’immagine della fragilità, della debolezza e del dolore. Per prima cosa dobbiamo permettere a noi stessi di farci delle domande e di darci delle risposte anche scomode. Se è difficile per noi avvicinarci al dolore e alla paura della diversità, è ben arduo lasciare avvicinare i bambini alla conoscenza di tale realtà, perché vogliamo proteggerli dalle esperienze difficili.
Tutto questo rappresenta per l’adulto una duplice prova: contattare le proprie emozioni difficili e poi condividerle con il bambino, aprendosi così alla fragilità, propria e dell’altro.
Da trent’anni gli educatori e animatori del Progetto Calamaio, disabili e non, parlano di disabilità nelle scuole. Lo fanno con una importante valigia degli attrezzi ricca di strumenti che mediano e facilitano questa delicata operazione. Il primo di tutti è la lunga esperienza di confidenza con la disabilità e con le emozioni che essa suscita. Partiamo sempre dal presupposto che la relazione con la diversità sia complessa nel primo impatto, proprio perché è un’esperienza di novità che ci porta incognite dell’altro e anche nostre. Abbiamo quindi bisogno di entrare in questa area di novità con rispetto, tempo e tanto allenamento.
L’incontro con la diversità non suscita solo timori, ma anche curiosità. Nei bambini in particolare, che non hanno bisogno di essere politicamente corretti, e che davanti a un corpo che si muove in modo strano o un ausilio che sembra un gioco magico, non trattengono sguardi stupiti e indiscreto interesse. Cosa succede se invece di rispondere alle loro domande con “Non guardare, non sta bene” li sollecitiamo a esprimere il loro desiderio di sapere? L’incontro diretto e la conoscenza delle persone con disabilità che si raccontano in prima persona fa sì che ciò che non si poteva nominare acquisisca un nome e una identità; ciò che era distante e indefinito si trasformi in qualcosa di familiare e conosciuto.
Avviene anche qualcos’altro. Tanto che alla fine dell’incontro, è passato in secondo piano non solo il disagio iniziale, ma anche la nostra disabilità. Perché con quella disabilità ci abbiamo giocato tutto il tempo e l’abbiamo fatta diventare un’occasione per entrare nella relazione con noi e non la causa di una distanza. Abbiamo giocato con la difficoltà di linguaggio di Stefania che mette il suo deficit a disposizione della classe e lo trasforma in una sfida. “Vi dividete in due squadre” dice lei. Sulle facce dei bambini c’è stampato un bel punto interrogativo. Non hanno capito nulla di quello che hanno sentito. E ci crediamo! Un altro animatore corre in soccorso dei ragazzi e chiede loro se hanno capito. Qualche temerario risponde di no. L’animatore allora li invita a chiedere a Stefania di ripetere. E lei ripete fino a che qualcuno non si butta e tenta una traduzione. Bene! Si inizia a giocare!
C’è la squadra del BIP e c’è la squadra del BOP. Ogni giocatore non lo sa ma ha nella propria tasca sinistra un pulsante magico che, se premuto, emette il suono che occorre per prenotarsi. Prova pulsanti:
BIIIIIIIIIIIIIIIIIP
BOOOOOOOOOOP
Tutto funziona! La tecnologia, aiutata dalla fantasia ci aiuta. Stefania comincia a pronunciare qualche semplice parola e chi comprende ciò che lei dice si prenota con il pulsante magico e tenta una risposta. Si tiene il conto dei punti e la gara si fa sempre più agguerrita. Dalle semplici parole, Stefania passa alle frasi. Il divertimento del gioco e la passione della sfida non fanno accorgere i ragazzi dell’aumento della difficoltà. Ma cosa più importante: hanno fatto dimenticare a tutti che Stefania ha un deficit che in un qualsiasi altro contesto rappresenterebbe un grande ostacolo alla comunicazione. Qui, ora, è diventato invece uno strumento di vicinanza e di divertimento. E brava Stefy! Ancora una volta il trucchetto ha funzionato!
L’incontro con l’altro nel Progetto Calamaio avviene così: entrando in relazione con aspetti che, in altre situazioni, possono essere punti di debolezza, facendoli diventare per noi punti di forza. Si tratta dei nostri deficit, che diventano occasione di gioco e di sfida.