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Autore: Nicola Rabbi

1. Qual è la percezione che hanno del proprio corpo le persone con disabilità?

A cura di Luca Cenci e Tristano Redeghieri, educatori

Come Adamo presto al mattino,/che cammina uscito dalla capanna di fronde rinfrancato/dal sonno,/ guardami mentre passo, odi la mia voce, avvicinami,/toccami, accosta la palma della tua mano al mio corpo/mentre passo,/non avere paura del mio corpo.
(Walt Whitman, Foglie d’erba)

Sono ormai passati tre anni da quando ci siamo posti la domanda che ha scatenato questo percorso: qual è la percezione che hanno del proprio corpo le persone con disabilità del nostro gruppo di lavoro? Una domanda semplice, quasi banale all’apparenza. In realtà, una domanda che va a toccare molte delle corde che costruiscono l’identità.
L’idea era quella di lavorare sulla percezione del proprio corpo, ascoltare le persone con disabilità, capire cosa pensavano e come vedevano loro stesse il proprio aspetto, la propria figura. Un momento fondamentale per capire come proseguire il lavoro, per accorgersi degli ampi margini che c’erano tra percezione, spesso fomentata dall’esterno, e reale conoscenza.
Un dato di fatto è che tutti noi modifichiamo il rapporto con noi stessi da come veniamo guardati: tutte le persone che conosciamo, che incontriamo sono come degli specchi, e ciò che vediamo riflesso negli occhi degli altri influenza l’immagine che costruiamo di noi stessi. Tutto questo risulta ancora più accentuato per le persone con disabilità. La conseguenza è che si trovano spesso un’immagine di se stessi falsata, costruita dagli altri, perdendo così ogni consapevolezza sulla realtà.
Uno dei trait d’union che collegano questi tre anni di percorso è proprio il tentativo di raccontare il nostro corpo dal nostro punto di vista, cercando di non farci influenzare (anche se non sempre è possibile) da quell’immagine che viene solitamente costruita più su giudizi altrui (famigliari, amici, colleghi) che su una reale conoscenza delle proprie caratteristiche fisiche.
L’obiettivo del laboratorio si incentra proprio su questo, su una reale conoscenza del proprio corpo, su di una maggiore consapevolezza della propria identità.
Così siamo partiti con delle attività molto semplici, come la descrizione individuale del proprio corpo osservandosi allo specchio, il raccontare cosa pensano e cosa dicono gli altri del proprio corpo, in maniera scritta e orale. Successivamente abbiamo sperimentato momenti pratici, chiedendo ai partecipanti dei movimenti, dei piccoli esercizi fisici, chiedendo loro l’esposizione di quei movimenti fatti o solo tentati, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a essere obiettivi sulla valutazione di se stessi. Tutto questo con una presa di coscienza delle proprie qualità facendosi magari aiutare dagli altri componenti del gruppo, con un riconoscimento delle proprie qualità e una acquisizione di consapevolezza del proprio corpo.
Con questi giochi pratici è emerso un altro tema importante, sviluppato poi negli anni successivi: è emerso come le persone con disabilità siano a conoscenza del proprio deficit, che è la loro immagine più manifesta, di come conoscano le proprie difficoltà evidenziate dalla diagnosi, ma difficilmente riescano a individuare le proprie potenzialità e abilità.
A nostro favore ha giocato sicuramente il contesto nella quale lavoriamo. Il Gruppo Calamaio ormai da trent’anni lavora su temi come la relazione, la conoscenza di sé e dell’altro, la consapevolezza. Il nostro obiettivo è quello di favorire sempre più una cultura dell’inclusione. Anche quando è scomoda e quando mette in crisi.
Abbiamo deciso di inserire le schede tecniche di alcune attività, all’interno di tre percorsi di dieci incontri ciascuno, quelle che reputavamo più significative.
Dai commenti dei partecipanti è possibile iniziare a verificare quale era la percezione del proprio corpo all’inizio del percorso e successivamente di come questa percezione si sia evoluta nel tempo. Le loro parole condivise sono state il metro che ci hanno permesso di regolare il percorso e le attività, parole in alcuni casi molto intime e delicate, che a volte ci hanno costretto a tirare il freno e altre volte ci hanno permesso di forzare la mano. Per questo abbiamo selezionato alcuni commenti (confrontandoci con loro su quello che doveva rimanere nella “nostra stanza” e quello che poteva uscire), perché per capire questo percorso è indispensabile leggere le parole di chi lo ha vissuto in prima persona.

14. Accesso negato: un progetto europeo su donne disabili e servizi di supporto

a cura di Massimiliano Rubbi

Ben poca ricerca è stata dedicata finora, non solo in Italia ma anche in Europa, alle barriere che separano le donne con disabilità che subiscono violenza (una condizione che si stima le colpisca da due a tre volte più spesso della popolazione femminile media) e i servizi che dovrebbero fornire loro supporto. Una rara e importante eccezione è il progetto europeo “Access to Specialised Victim Support Service for Women with Disabilities who have Experienced Violence”, svolto in 4 Paesi della UE dal 2013 fino a gennaio 2015 e guidato dall’Istituto Ludwig Boltzmann per i Diritti Umani di Vienna, con un finanziamento da parte del programma Daphne della Commissione Europea.
Dopo una ricostruzione del quadro legale e politico nei 4 Paesi, il progetto ha coinvolto in discussioni di “focus group” 106 donne disabili, 59 delle quali sono state intervistate in maggiore profondità; dall’altro lato, 602 fornitori di servizi a donne che subiscono violenza sono stati coinvolti in un’indagine online, e sono state condotte 54 interviste con loro rappresentanti. Un corpus significativo di buone pratiche e raccomandazioni è stato ricavato dalla scoperta di numerose e variegate barriere che impediscono alle donne disabili che subiscono violenze di uscirne.
Abbiamo chiesto a Sabine Mandl, una delle direttrici del progetto come ricercatrice sui diritti delle donne all’Istituto Ludwig Boltzmann, di discuterne il processo e i principali risultati.

Da quali bisogni e con quali scopi è nato il progetto europeo “Access to Specialised Victim Support Services for Women with Disabilities who have experienced Violence”?
• Per esaminare se i Paesi partecipanti (Austria, Germania, Islanda, Regno Unito) adempiono ai loro obblighi nazionali come affermati nella Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, nella Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna e in altri strumenti legali e misure tese alla protezione delle donne non disabili, e in particolare delle donne con disabilità che hanno subito violenza.
• Per individuare se e quali servizi specializzati di supporto alle vittime (ricoveri, servizi di aiuto telefonico, servizi di consulenza, ecc.) offrono servizi per donne con disabilità che hanno subito violenza.
• Per scoprire quali sono i bisogni e gli interessi specifici delle donne con disabilità in relazione alla violenza.
• Per analizzare se le donne con disabilità sono consapevoli dei loro diritti e del supporto disponibile se hanno subito violenza.
• Per analizzare se le donne con disabilità che hanno subito violenza accedono alla e fanno uso della gamma di servizi mainstream e risorse forniti da attori governativi e non governativi, e se ottengono l’assistenza che si aspettano.
• Per scoprire se questi servizi hanno le risorse necessarie per rivolgersi ai bisogni e agli interessi speciali delle donne con disabilità.
• Per individuare e sviluppare esempi di buone pratiche per l’accesso senza barriere a servizi specializzati di supporto alle vittime in relazione ai bisogni individuati nelle donne con disabilità.
• Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, che rimane tabù.
• Per facilitare e rafforzare la messa in rete tra fornitori di servizi alla disabilità e strutture specializzate di supporto alle vittime.
• Per generare una nuova base di conoscenze e raccomandazioni da cui strutture specializzate di supporto alle vittime, fornitori di servizi alla disabilità, decisori politici ai livelli nazionali e UE e altre parti interessate che lavorano nel campo possano trarre conclusioni e informazioni su come migliorare i servizi per le donne con disabilità che hanno subito violenza.
• Per fornire una voce alle donne con disabilità, che sono tradizionalmente emarginate dalla ricerca mainstream e sulla disabilità.

Quali sono le difficoltà più rilevanti che le donne con disabilità affrontano nel chiedere aiuto, ai parenti e ai servizi, quando subiscono violenza?
Un formidabile schieramento di barriere è stato individuato dalle donne disabili quando hanno provato ad assicurarsi assistenza e una vita libera dalla violenza. Le donne erano sovente dipendenti dagli autori delle violenze per l’assistenza nelle proprie vite quotidiane, sia in casa che in contesti istituzionali. Erano spesso titubanti nel denunciare gli autori delle violenze nel caso in cui non fosse disponibile un’appropriata assistenza alternativa. I fornitori di servizi specializzati spesso hanno creato barriere all’accesso; alcune donne non sono state credute o sono state ignorate, ci sono state mancanza di informazioni accessibili, servizi inaccessibili, atteggiamenti negativi da parte del personale del servizio o mancanza di finanziamenti per un supporto accessibile.
Tuttavia, i servizi di supporto formale o informale sono stati anche fonti vitali di supporto, e tutte le donne disabili intervistate hanno concordato sul fatto che siano importanti. Ciononostante, il supporto nei diversi paesi è stato sperimentato in diversi modi. Donne disabili hanno riferito di non essere state prese sul serio o di non aver ricevuto assistenza adeguata, a causa di carenza di conoscenze sulla disabilità o del necessario accesso a risorse. In tutti i Paesi, sono stati particolarmente utili i servizi specializzati informali, compresi peer counselling, movimenti di empowerment, corsi di autodifesa e gruppi di auto-aiuto. Complessivamente, poche donne hanno denunciato la violenza alla polizia, e la maggioranza di loro non sono state prese sul serio.

Quali sono le difficoltà specifiche per le donne con disabilità nel percepire che stanno subendo violenza, specialmente se di tipo psicologico?
Tutte le donne che abbiamo intervistato hanno parlato di esperienze post-traumatiche. Alcune di loro sono state capaci di parlare delle loro esperienze di violenza solo dopo molti anni. La maggior parte delle donne hanno ricevuto assistenza psicoterapeutica o psicologica per anni; spesso la violenza ha peggiorato le loro disabilità o menomazioni, o è stata la causa di problemi di salute mentale.

Quali sono le principali difficoltà per i servizi di assistenza alle donne vittime di violenza nell’ospitare e gestire donne con disabilità? E quanto queste difficoltà sono motivate da carenza di risorse finanziarie piuttosto che da carenza di riconoscimento di bisogni specifici?
Molti servizi hanno risposto che sentono di non avere abbastanza conoscenza sulle diverse forme di violenza a cui le donne con disabilità sono esposte, specialmente quelle che vivono in centri residenziali o semi-residenziali. Il progetto era basato su una definizione di violenza molto ampia: oltre alla violenza fisica, psicologica, sessuale, erano incluse anche la violenza strutturale e istituzionale. Tutte le donne con disabilità hanno fatto riferimento alla violenza fisica e psicologica e moltissime alla violenza sessuale. La maggioranza delle donne hanno parlato anche di casi di discriminazione nelle proprie vite quotidiane e del sentirsi molto dipendenti da badanti o membri della famiglia.

Di che cosa hanno più bisogno le donne con disabilità che sono state vittime di violenza per acquisire una nuova prospettiva per le proprie vite?
Dal punto di vista delle donne, l’assistenza personale sarebbe molto utile per essere più indipendenti e in grado di prendere decisioni proprie. Anche il peer counselling è stato citato molto spesso: le donne apprezzerebbero essere assistite/consigliate da donne che conoscono le loro situazioni di vita.
In generale, tutte le donne hanno espresso l’interesse al fatto che tutta la società sia più inclusiva, e che le donne con disabilità abbiano uguali possibilità e opportunità di prendere parte alla vita pubblica e privata a tutti i livelli e in tutte le aree.

Dall’esperienza che avete ricavato durante tutto il progetto, ritenete meglio (e più facile) avere nuovi servizi specializzati nella violenza sulle donne con disabilità, oppure estendere l’accessibilità dei servizi generali di supporto contro la violenza sulle donne e/o la specializzazione nella violenza di genere dei servizi generali di supporto per le persone con disabilità?
Dalle nostre esperienze, ci sono due elementi: la maggior parte delle donne raccomanda con forza di rendere i servizi generali di supporto alle vittime più accessibili (ridurre una grande varietà di barriere: es. ambientali – ascensori, bagni accessibili, sistemi di guida – e di accesso all’informazione – sito web, opuscoli anche in audio, lingua dei segni o scrittura semplificata, ecc.) e più consapevoli e sensibilizzati (personale formato su violenza e disabilità, più donne con disabilità che lavorano nei servizi…).
Peraltro, le donne hanno sottolineato pure l’interesse al fatto che, in aggiunta, occorrano anche “servizi specializzati per donne con disabilità che hanno subito violenza”, es. in Austria, come “esempio di buona pratica”, NINLIL (www.ninlil.at).
Le donne hanno anche evidenziato che le organizzazioni per le persone con disabilità (centri residenziali, centri di cura, laboratori per persone con disabilità, ecc.) e le organizzazioni di utenti dovrebbero essere più consapevoli della violenza specifica di genere e stabilire meccanismi per la protezione e la prevenzione della violenza. Le donne hanno affermato che al momento le donne con disabilità che subiscono violenza non sono supportate a sufficienza né dai servizi di supporto alla vittima (concentrati principalmente sulla violenza domestica verso le donne non disabili) né dalle organizzazioni per le persone con disabilità (non concentrate affatto sulla violenza specifica di genere).

Dal progetto è emersa la necessità di ridefinire la nozione di violenza psicologica, includendo forme più sottili collegate alla condizione di dipendenza dagli altri (senza con ciò includere qualunque forma di conflitto relazionale)?
Alle donne con disabilità è stato chiesto di definire la violenza a partire dalle loro percezioni ed esperienze. Per molte donne la violenza è onnipresente e ovunque; specialmente quando si tratta di violenza psicologica, è a volte difficile tracciare una linea e fare distinzioni tra violenza strutturale/discriminazione, violenza istituzionale e violenza psicologica – es. le donne che vivono o hanno vissuto in istituzioni hanno riferito la violazione al loro diritto a privacy e autonomia. Un risultato del progetto è che le forme di violenza contro le donne con disabilità sono più complesse e plasmate da caratteristiche aggiuntive, come la violenza specifica sulla disabilità (impotenza relativa, la percezione che le donne non potessero rispondere, il grado di controllo esercitato sulle donne, il fatto che ausili motori fossero eliminati o resi inefficaci o che le donne fossero iper-medicate).

Quali sono le principali differenze che avete osservato tra i 4 Paesi (Austria, Germania, Islanda, Regno Unito) coinvolti nel progetto?
In generale si può affermare che in tutti i Paesi partecipanti si sono ricavati risultati simili in termini di diverse esperienze di violenza e strutture di supporto (supporto formale e informale, barriere, raccomandazioni). Tuttavia, si sono potute individuare alcune differenze specifiche nazionali rispetto ad aree di interesse. In Islanda, ad esempio, sono state più discusse le questioni della sterilizzazione forzata e della tutela; nel Regno Unito sono stati sollevati come un problema i matrimoni forzati o combinati in collegamento con donne nere o di minoranze etniche; in Germania, ad esempio, ci si è rivolti alle donne con disabilità che vivono in istituzioni, che sono molto isolate e raramente in grado di cercare aiuto al di fuori dell’istituzione; in Austria è stato significativo che la maggior parte delle donne intervistate fossero state esposte a violenza sessuale nella prima infanzia, e i padri fossero la maggior parte delle volte gli autori della violenza.

Quanto è importante l’azione sul contesto culturale per ridurre l’esposizione delle donne con disabilità a forme di violenza, e quali azioni concrete si potrebbero intraprendere in merito?
La dimensione culturale è interessata in tutti i Paesi, dato che l’argomento “violenza contro le donne con disabilità” è ancora tabù entro le loro società. In tutti i Paesi le donne con disabilità si sono sentite economicamente e socialmente svantaggiate, con possibilità e opportunità molto limitate di prendere parte alla vita pubblica. In particolare le donne con disabilità, perfino in confronto con gli uomini con disabilità, sono quasi escluse dal mercato del lavoro e sono molto dipendenti finanziariamente dai fondi pubblici; molte donne sono colpite dalla povertà. Tutte le donne hanno richiesto in modo sostanziale l’uguaglianza di genere e l’inclusione delle donne con disabilità.

Il rapporto finale rivolge molte raccomandazioni alle politiche UE e nazionali, ai servizi per la disabilità e a quelli specializzati nel supporto alle vittime, alle organizzazioni di persone con disabilità e a quelle di utenti. Quali tra esse pensate siano più importanti e urgenti da realizzare nei Paesi europei?
Francamente parlando, penso che tutte quelle raccomandazioni siano importanti e tutte le organizzazioni e i livelli a cui ci si rivolge siano significativi agenti di cambiamento. Ritengo che debbano essere prese iniziative da entrambi i lati – dal livello politico e da quello di base –, è necessario un approccio cosiddetto top-down e bottom-up. Dal mio punto di vista, anche il ruolo della società è essenziale. C’è bisogno di una cultura che promuova l’inclusione a tutti i livelli e in cui l’uguaglianza e le eguali possibilità non siano solo frasi vuote – e perciò la politica deve fornire il quadro rispettivo e deve essere sostenuta dai media.

13. Ripensare le politiche pubbliche e il ruolo dei servizi

di Raffaele Monteleone, docente di Politiche Sociali – Laboratorio di Sociologia dell’azione pubblica “Sui generis”, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Sono davvero onorato di partecipare a questo primo incontro nazionale su come “inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza per donne con disabilità”. Cercherò di prendere questo mandato in modo un po’ laterale, discutendo di quello che so e vedo nel mio lavoro quotidiano di ricerca, che incrocia – purtroppo e con una certa frequenza – i punti di debolezza del sistema di presa in carico del nostro welfare.
Mi ha molto colpito il fatto che il tema della violenza sulle donne con disabilità, discusso e rappresentato dalle diverse voci che hanno contributo a questo dialogo molto fertile, emerga come un tema affatto specialistico, nel senso che le questioni che sono state poste hanno una portata assolutamente generale: costituiscono delle sfide con cui ripensare nel complesso le politiche pubbliche che cercano di dare risposte alle persone colpite non solo da disabilità, ma – più in generale – da forme di fragilità sociale.
Il tema della violenza sulle donne con disabilità, di fatto, illumina questioni di interesse generale e temi che dovrebbero trovare collocazione all’interno di un dibattito pubblico ampio e aperto.
Credo che sia necessario, innanzitutto, elaborare gli strumenti per riconoscere i problemi, nominarli e parlarne pubblicamente, di questo sentiamo tutti un gran bisogno. Penso infatti che la questione del riconoscimento pubblico di alcune delle questioni toccate sia centrale, perché permette di lavorare sulla costruzione di una cultura diffusa che sappia fare prevenzione della violenza e che renda la società molto più accogliente sul terreno dell’inclusione delle persone con disabilità. Diversi interventi hanno toccato questo punto, a partire da quello dell’assessore Majorino, che ha sottolineato quanto sia importante costruire percorsi di formazione: oltretutto anche chi si occupa di violenza di genere e disabilità deve ripartire da capo, perché non è certo che sia attrezzato – più di tanto – a confrontarsi con la complessità delle situazioni; bisognerebbe, poi, immaginare percorsi di formazione rivolti alle famiglie, così come agli operatori, professionali e non, perché agire per contrastare forme di violenza sulle donne con disabilità vuol dire, per esempio, fare formazione rivolta ai famigliari di persone con disabilità, che rischiano di conoscere la violenza all’interno delle mura domestiche; in secondo luogo una questione cruciale è la formazione di chi opera nel mondo dei servizi: bisognerebbe fare un grande sforzo, per cercare di sorpassare quella cultura dell’autoreferenzialità dei professionisti che sono sistematicamente abituati (e addestrati) a operare su problemi complessi con forme di riduzionismo specialistico.
I problemi complessi, in quanto tali, richiederebbero forme di intervento non di tipo riduzionistico; questi problemi non sono trattabili in modo adeguato con quello che il sistema dell’offerta attualmente è capace di offrire e nemmeno con gli strumenti d’intervento che ciascuno a livello operativo ha a disposizione o riconosce come concretamente disponibili.
I servizi un po’ dappertutto (a nord come a sud) lavorano poi per competenze d’intervento molto separate; questa separazione a volte si trasforma nel gioco dello scarica barile: “se sei un disabile non certificato forse non devi parlare con me”, “se sei una donna vittima di violenza forse non devi parlare con me”. Ma sappiamo, per esperienza, che quasi tutte le situazioni che prevedono degli interventi da parte dei servizi sono, nel caso delle donne con disabilità vittime di violenza (ma non solo), delle situazioni assolutamente al confine, molto poco standard nella loro ordinarietà. Ecco, le politiche pubbliche dovrebbero costruire contesti e strumenti per intervenire in modo personalizzato: non si possono assumere i punti di partenza delle persone come eguali perché non lo sono affatto, e questa oltretutto rappresenta una forma di discriminazione istituzionale.
Se vogliamo davvero parlare di empowerment e se c’è un punto da cui partire, è quello di costruire sistemi di presa in carico che siano davvero orientati alla capacitazione degli individui. Di fatto, i sistemi istituzionali tipicamente sono incapacitanti, sottraggono capacità, non riconoscono risorse pur presenti e non sanno costruire condizioni di integrazione e sinergia tra diversi interventi. Mi ricollego all’intervento di Nadia Muscialini, è bellissimo ciò che ha detto: “le organizzazioni dovrebbero essere dei mezzi per raggiungere dei fini”, ma la cosa capita raramente, sembra piuttosto che le organizzazioni siano attivamente impegnate per non cambiare, presidiando i propri terreni e i propri confini, in cui si fanno sempre le stesse cose, magari sempre di più, perché quello che viene semmai richiesto è di avere più risorse per fare sempre le stesse cose al di là di una valutazione ragionevole su quello che producono. Dovremmo auspicare, invece, un cambiamento di mentalità (e di culture organizzative): gli operatori pubblici e privati, professionali e non dovrebbero ragionare sulle proprie organizzazioni concependole come mezzi e non come fini in sé, mettendo al centro la complessità delle vite delle persone che dovrebbero sostenere e supportare.
Queste sono alcune delle sfide che ho cercato di mettere insieme in modo rapido e che, invece, bisognerebbe imbastire e riordinare un po’ in vista di un futuro incontro nazionale. Occorre capire fino a che punto siamo, come collettività, attrezzati per rendere i dettami della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità un riferimento stringente per fare e valutare le politiche, in senso generale e nel caso in cui alle limitazioni derivanti dalla disabilità si aggiungano anche le fragilità legate alla violenza di genere.

12. La Rete delle donne AntiViolenza Onlus (RAV) di Perugia

di Anna, Francesca, Paola, Silvana, Stefania, Silvana e tutte le altre della Rete delle donne AntiViolenza Onlus (RAV) di Perugia

La Rete delle donne AntiViolenza Onlus (RAV) di Perugia ha potuto portare al workshop di Milano solo un rapido saluto (fatali le coincidenze ferroviarie!) diretto a confermare che la violenza degli uomini sulle donne non tiene conto delle diversità funzionali, anagrafiche, di quelle linguistico-culturali… ma viene esercitata con la stessa arrogante, a volte impalpabile, ma non meno devastante ferocia, su ciascuna di noi per una questione di genere, solo per il fatto che apparteniamo al secondo sesso.
In quell’occasione è stato anche consegnato a Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute del Comune di Milano, il poster autoprodotto dalla RAV “Posto occupato”, iniziativa nazionale cui l’associazione ha aderito, a monito che in quello spazio (sedile del cinema o teatro, luogo di lavoro, fermata di autobus, parcheggio, propria abitazione, consiglio comunale, ecc.) avrebbe potuto sedere/trovarsi una donna, la cui esistenza è invece stata spazzata via da mariti, compagni, vicini di casa, uomini convinti del loro potere assoluto e pienamente giustificati dalla mentalità diffusa che pone il genere maschile in posizione preminente. 
Come spesso accade, ignoriamo avvenimenti che ci fa male ammettere, o di cui più semplicemente non sappiamo l’esistenza perché non rientrano nell’insieme delle relazioni personali, sociali cui quotidianamente siamo immerse. Con amarezza riconosciamo che ciò è valido anche per il fenomeno, culturalmente occultato, della violenza di genere esercitata sui corpi difformi nel fisico, nelle funzioni sensoriali o mentali delle donne con disabilità.
La Rete delle donne AntiViolenza Onlus di Perugia nasce nel 2009 a Perugia e cresce con il contributo di donne provenienti da esperienze diverse, in rete comunque, con l’obiettivo – per tutte – di giungere al superamento della violenza di genere.
Le nostre azioni sono rivolte al contrasto della violenza e delle discriminazioni maschili sulle donne in quanto donne, con disabilità, con diversi orientamenti sessuali, appartenenti alle minoranze etniche, religiose o linguistiche.
Lavoriamo per: sostenere le donne che sono state segnate dalla violenza di genere, che vengono coinvolte in gruppi di parola e auto mutuo aiuto; attivare azioni di sostegno quale, ad esempio, la partecipazione come volontarie all’estensione alle 24 ore del telefono donna regionale; promuovere l’autoformazione continua e aperta, su richiesta, ad altre associazioni; realizzare progetti formativi e di sensibilizzazione nelle scuole di ogni ordine e grado.
Riconoscere che ogni atto di discriminazione o di violenza sulle donne costituisce una violazione dei diritti fondamentali dell’essere umano, è sicuramente una affermazione di principio di grande importanza, in quanto crea una connessione tra forme di violenza apparentemente assai lontane e diverse tra loro, come le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore, la violenza economica, il mobbing sul lavoro, gli atti persecutori, accomunandole tutte come violazioni della dignità delle donne.
Numerose e insospettabili sono le situazioni di violenza rivolte a donne che vivono con la disabilità, incontrate nel corso della nostra esperienza diretta a supporto delle donne segnate dalla violenza, o raccolte in forma indiretta nel rapporto quotidiano con servizi sociali, scuole, con la realtà quotidiana nei nostri territori (Perugia e il suo comprensorio).
Le storie si possono raggruppare in tre aree:
– donne adulte con disabilità congenita o acquisita che all’interno della relazione sentimentale/familiare si trovano a subire oltraggi psicologici che portano alla diminuzione, annullamento della loro autostima, e/o maltrattamenti e percosse che ne indeboliscono la già precaria condizione di salute;
– preadolescenti o adolescenti che vengono circuite da coetanei o adulti che prestano loro attenzione con finalità di scherno o stupro. Tra queste poco più che bambine, in ben due storie, abbiamo nutrito il forte sospetto che la violenza fosse bonariamente esercitata dal padre così da poter garantire una vita sessuale normale anche a quelle figlie sfortunate;
– infine, ci interessa portare all’attenzione le storie di donne adulte, madri di minori e non con disabilità, che vedono la loro maternità, manifestatasi in modo imperfetto, punita con violenze fisiche/stupri, con continue denigrazioni a livello psicologico o con l’abbandono (diffusissimo), per relazioni meno problematiche e paternità meno responsabilizzanti.
Infine sul tema specifico del workshop milanese, la Rete ha iniziato da alcuni anni, a Ponte Felcino, una frazione di Perugia che presenta una realtà multiculturale e socialmente variegata, un gruppo di parola e di espressività corporea, rivolto a donne che vivono situazioni di difficoltà. Inoltre, nella sede presso la casa dell’associazionismo di Perugia e con le donne provenienti dal centro antiviolenza, abbiamo avviato gruppi di Auto Mutuo Aiuto rivolto a donne vittime di violenza. A tal fine abbiamo anche allo studio forme di cohousing.
Ci piacerebbe proporre di realizzare proprio a Perugia la seconda edizione del workshop “Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza”, in una data tra il 24 novembre e il 1° dicembre 2015.

Per contatti:
retedonneperugia@libero.it
http://retedonneantiviolenzapg.altervista.org
www.facebook.com/ReteDelleDonneAntiViolenzaOnlus
cell. 327/684.64.30

11. Il bisogno di essere considerate come le altre, anche nei casi di violenza

Intervista a Laura Raffaeli a cura di Simona Lancioni

Laura Raffaeli quando aveva 42 anni, in seguito a un incidente stradale, ha riportato due disabilità sensoriali: è divenuta completamente cieca e ha perso metà dell’udito. Questa nuova condizione l’ha indotta a impegnarsi su molti fronti: è attiva sui temi della sicurezza e della prevenzione degli incidenti stradali. Ma soprattutto ha fondato la Onlus Blindsight Project (http://blindsight.eu) con la quale porta avanti molte rivendicazioni (dall’abbattimento delle barriere sensoriali, a diverse campagne informative: sul cane guida, per i passaggi pedonali liberi, per l’audiodescrizione delle opere cinematografiche e teatrali, ecc.), gestisce con altre donne Pink Blindsight (www.pinkblindsight.net/), scrive libri. Dai suoi scritti, nel 2011, è stato tratto uno spettacolo teatrale, Laura per tutti, nel quale, tra le altre cose, con grande coraggio, racconta dello stupro subito dopo essere diventata cieca e ipoudente. Laura c’era al workshop di Milano, portando soprattutto l’attenzione sul tema della prevenzione, dell’educazione e della formazione.
Riportiamo una sua intervista rilasciata recentemente al Gruppo Donne UILDM.
Il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità è poco noto anche a coloro che sarebbero chiamati a dare risposte a questo fenomeno (pronto soccorso, centri antiviolenza, forze dell’ordine, consultori, ecc.). Attraverso quali iniziative pensi che si potrebbe aumentare la conoscenza e l’attenzione a questo tema? Non solo tra gli operatori, ma in generale?
Certo che si può aumentare la conoscenza e l’attenzione su questo tema, basta decidere di farlo, ma sul serio, e una volta per tutte! Non serve più il seminario, il convegno, l’articolo, ecc., perché ormai lo sappiamo tutti che è in atto un vero massacro di donne, sia dentro, che fuori casa, e quasi sempre per i più futili motivi, perché in realtà non esiste un motivo per violentare, abusare o stuprare qualcuno. Bisogna che tutti coloro che hai citato diventino consapevoli del fatto che tra le donne che si rivolgono a loro (almeno quando lo fanno) esistono anche le donne disabili. Che tra queste donne ci sono anche quelle che camminano, capiscono tutto, muovono tutto ma non vedono o non sentono nulla, o davvero poco per potersi difendere e, soprattutto, farsi comprendere. Quindi la mia proposta è mettere un punto, investire tutto il denaro destinato in spot e altre iniziative, direi inutili (visti i risultati), in formazione. Una formazione che anche la Blindsight Project potrebbe offrire (considerando che già svolge tale attività gratuitamente, dal 2006). Mi preme dire che da anni Blindsight Project in collaborazione con CulturAbile ha presentato un progetto di questo tipo al Ministero degli Interni, proponendo corsi di LIS, di comportamento con le persone disabili sensoriali, dell’uso di sottotitoli e audiodescrizioni per ogni video pubblicato da loro (in genere si tratta di video su temi importanti come, ad esempio, l’antifrode, la sicurezza stradale, e anche la violenza), ma, per cominciare, stiamo spettando la loro autorizzazione, che ancora non è arrivata nonostante l’interesse dimostrato e la voglia di realizzare quanto da noi proposto fosse davvero importante. Ecco, basterebbe cominciare dalle forze dell’ordine. Infatti, una volta informate queste, dovrebbe essere facile diffondere il messaggio a tutti gli altri servizi, o almeno spero. Al momento solo uno su un milione sa cosa fare di fronte a una donna sorda o cieca in difficoltà. Lo stesso vale per tutti gli altri disabili sensoriali.

Pensi che le donne con disabilità sensoriale siano sufficientemente informate e sensibilizzate a questo tema?
Penso proprio di sì, ciò che manca a noi donne disabili sensoriali non è la consapevolezza del pericolo o del cosa fare in caso di violenza. Ciò di cui avremmo bisogno è, come dicevo prima, essere considerate come le altre anche quando andiamo a denunciare, o ci rivolgiamo a un centro antiviolenza, spesso inadeguato ad esempio ad accogliere una donna sorda, o impreparato sul comportamento da tenere con una persona cieca. Vorrei che non fossimo come tutte le altre solo per ricevere le violenze, che nel nostro caso difficilmente vengono denunciate soprattutto per i motivi a cui ho accennato. A volte per noi è già difficile affrontare una giornata normale in mezzo a tanti vedenti ignari, figurati quante volte è necessario pensarci prima di decidere di sottoporsi alla polizia o a un pronto soccorso.


A tuo giudizio, quali sono le maggiori difficoltà che incontra una donna con disabilità sensoriale nel momento in cui decide di chiedere aiuto a qualcuno?
L’inaccessibilità e l’ignoranza, intesa come ignorare completamente le esigenze di chi non vede o non sente. Uno dei tanti esempi che posso portarti riguardo a chi è sorda è il problema della lingua. La LIS in questa nazione, come a Malta, non è ancora riconosciuta quale lingua ufficiale per le persone sorde, ne consegue che questa donna, se volesse rivolgersi a qualcuno, dovrebbe pagarsi pure l’interprete, e sai quante volte bisogna ripetere la stessa cosa, a vari personaggi, quando si decide di denunciare! Per chi è cieca c’è il problema dell’identificazione nel caso di uno sconosciuto, e dicendola tutta, con chi non vede o vede quasi niente, anche se l’aggressore non è sconosciuto spesso non si dichiara, e rimane comunque una testimonianza basata su percezioni tattili e olfattive (a volte più importanti di quelle visive, ma non tutti lo sanno, o lo capiscono). Soprattutto una donna cieca che ha subito violenza è più disorientata di una donna che vede, andrebbero quindi usati modi e maniere tali da poterla riportare, per quanto possibile, in un luogo diverso, quindi bisognerebbe dirle subito dove si trova, cosa c’è e chi ha intorno, chi sono le persone lì presenti e quale sia il loro ruolo, insomma con calma lei dovrebbe per prima cosa localizzarsi in un altro posto, diverso da quello impresso nella mente, e che non dimenticherà più. Le cose da fare sono varie, basta saperle, basta informarsi, non è giusto che le donne italiane con disabilità sensoriali del terzo millennio debbano ricordare che esistono e chi sono!

A cosa è necessario prestare attenzione quando si vuole progettare un ambiente o un servizio (ad esempio i centri antiviolenza, i pronto soccorso, i consultori, le stazioni di polizia, ecc.) per persone con disabilità sensoriali?
Credo basti attenersi alle regole della Convenzione Onu per le Persone con Disabilità, ratificata da un bel po’ d’anni [con la Legge 18/2009, N.d.R.] ormai anche dall’Italia (perché credo sia inutile ratificare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica [del 2011, N.d.R.], se ci si scorda di quella che include tutte le donne disabili), e aggiungo che non sono documenti privati, sono testi che chi opera in questi settori dovrebbe conoscere, in modo scontato, dovrebbero far parte del loro bagaglio di conoscenza, del loro curriculum, altrimenti sarebbe come dover ricordare alla Polizia Stradale che esiste il Codice della Strada. Quindi è necessario procedere con l’abbattimento delle barriere sensoriali e con brevi corsi di formazione mirati sulle disabilità sensoriali al personale addetto, rivolti a tutti, dalle forze dell’ordine ai medici, dagli assistenti sociali agli psicologi. Una barriera sensoriale sconosciuta, ad esempio, è rappresentata dai vetri degli sportelli: infatti se non sono chiari e ampi impediscono la lettura del labiale a una persona sorda (che anche se segnante comunque legge se si scandiscono bene le parole, pure sottovoce). Un’altra barriera sensoriale sono i numeri verdi o di soccorso che non consentono di chattare. Rimane comunque il problema che chi non ha uno smartphone ed è sorda dovrebbe poter chattare da un computer. In un ambiente è sempre meglio mettere delle guide in terra (o loges), ma mi rendo conto che sono troppi i centri antiviolenza che hanno subito tagli e non ricevono i fondi necessari al loro importante compito, quindi, in questo caso, riguardo le disabilità visive, basterà avere il comportamento giusto, ma anche un sito web realmente accessibile, la stessa cosa vale per una eventuale applicazione. Ne approfitto per ricordare a tutti che le persone cieche o ipovedenti possono firmare, una cosa questa che, solo per ignoranza della legge, crea imbarazzi, disagi, panico tra chi richiede una firma, e rabbia da parte di chi dovrebbe metterla [Legge 18/1975, N.d.R.]. Vorrei concludere con un altro degli innumerevoli esempi che potrei portare: i documenti devono essere accessibili per legge, intendo moduli da compilare, da leggere, da firmare, ed è anacronistico l’uso del fax e del cartaceo, quando non è strettamente necessario o espressamente richiesto.

Pensi che le associazioni che si occupano di disabilità possano avere un ruolo nella prevenzione e nel contrasto alla violenza nei confronti delle donne con disabilità? Se sì, di che tipo?
Penso che tutti abbiamo la possibilità di avere questo ruolo, anzi dovremmo quasi imporcelo, ma tra le associazioni di categoria ovviamente quello che si può fare è unire le forze per avere ciò che dovrebbe già esistere, molto è quanto già detto qui. Naturalmente il tema della violenza è un tema che non colpisce solo la nostra nazione, va detto però che qui da noi siamo così indietro con le azioni utili, che ancora dobbiamo ricordare che non tutte le donne sono uguali, già questo non è un bel segno, anche se la voglia di cambiare e di fare ce l’abbiamo in tante (e sottolineo il femminile, visto che finora non siamo mai state presidenti della Repubblica o del Consiglio). Andrebbe quindi dimenticato questo strano modo di fare volontariato del tutto italiano. Riferendomi alle associazioni, vorrei dire loro che non esiste il più bravo, forse esiste solo chi prende più soldi di altri, ma questo non importa, ciò che importa è che si sia uniti davvero per risolvere almeno il problema dell’inaccessibilità, oltre a quello dell’ignoranza nei confronti delle disabilità sensoriali

Manifesti, volantini, filmati, spot, iniziative via web e nei social… Se decidessimo di realizzare una campagna per sensibilizzare al tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità, e volessimo che questa fosse accessibile anche alle donne con disabilità sensoriali, quali sarebbero i formati e i supporti più adatti a veicolare il nostro messaggio?
Documenti accessibili (soprattutto i pdf) come vuole la Legge Stanca, e pertanto fruibili anche da chi usa screen reader. Audiovisivi di qualsiasi formato, ma necessariamente con sottotitoli, audiodescrizione e trascrizione in testo accessibile, come vuole la Convenzione Onu. Eventuali siti web costruiti anch’essi in conformità alla Legge Stanca, lo stesso vale per le applicazioni e tutto ciò che riguarda l’informatica, lo spettacolo e il web.

Nella tua esperienza di blogger e scrittrice, là dove hai affrontato il tema della violenza, hai avuto dei contatti, sostegno, interesse da parte delle associazioni o gruppi femministi e femminili? Se sì, quale relazione si è instaurata, ha portato a qualche risultato concreto? Se no, sempre che ti sembri interessante e importante, su cosa e come attivarla per avere un comune terreno di lavoro e una condivisione d’intenti?
No, nessun contatto da nessuna associazione o gruppi; infatti ho dato vita a Pink Blindsight, proprio perché avevo capito che, anche se è assurdo, bisogna ricordare che esistiamo anche noi donne cieche o sorde tra le donne che subiscono gli stupri, e che forse tra noi sono addirittura più frequenti, sebbene non siano quasi mai denunciati. La cosa che proprio non capisco è che dobbiamo ricordarlo anche alle altre donne. Con Pink Blindsight ho cercato di fare una rete, qualcuna ha cominciato a parlarne, e a quel punto tutte si sono mostrate interessate e contente di sapere, eppure fino a quel momento non era emerso niente. Del resto ho rotto un silenzio, non ti nascondo che l’ho fatto con grande dolore, ma forse per istinto materno ho pensato a quante adolescenti, a quante giovani donne come me passano gli stessi momenti, spesso dentro casa, e mi sono sentita una stupida a non aver detto prima a tutti… quante volte si può morire.

Hai qualche considerazione da aggiungere su questi temi?
Sì, vorrei che si prendesse in considerazione la differenza tra chi è nata disabile e chi lo è diventata, anche se da bambina, perché sono mondi simili ma molto diversi. Poi vorrei che tutti gli addetti al soccorso e al recupero contattino Blindsight Project, o me stessa direttamente, prima di spendere soldi in un locale, o per qualche attrezzatura che qualcuno spaccia per abbattimento di barriere, ma soprattutto per sapere come comportarsi e cosa fare in caso di sordità o cecità. Infine mi piacerebbe che le donne si conoscessero tutte tra loro, una volta per tutte e senza tanti raduni o convegni. Nel web ci siamo tutte, basta fare rete.

(Fonte: www.uildm.org/wp-content/uploads/2010/03/ViolenzaIntervistaRaffaeli.pdf) 

10. Fior di Loto: le reti informali per rispondere all’emergenza

di Laura Stoppa, psicologa, Giada Morandi, coordinatrice  e responsabile del progetto, e Sabahe Irzan, presidentessa di Verba (www.associazioneverba.org) 

Il fior di loto nasce da un seme che attecchisce immerso nel fango – sinonimo di ciò che è materiale, attaccamento, desiderio, avidità, odio, illusione – al buio come è l’ignoranza che non consente di individuare con chiarezza la verità nella vita. La semenza, però, cresce verso l’alto, attratta dal calore e dalla luce del sole così come gli esseri umani crescono ricercando per natura l’amore, la compassione, il vero. Il fiore rimane ancorato con le radici, ma si muove liberamente secondo il flusso di acqua, come succede ogni istante nell’evoluzione di ogni situazione.
In Oriente, questo fiore ha un profondo significato: rappresenta la purezza e il potere creativo in un ambiente avverso, la sapienza divina, il progresso interiore della coscienza dell’individuo verso il livello superiore ma, per via del suo generarsi spontaneamente, ricorda la nascita divina e la fertilità.
Per questi motivi, l’ASL TO1 – SSD Consultori Familiari e l’Associazione Verba hanno scelto “Il Fior di Loto” come nome e simbolo del nuovo ambulatorio ginecologico avviato presso il Poliambulatorio Valdese in via Silvio Pellico 28 a Torino, con l’obiettivo di garantire l’accesso alle prestazioni sanitarie ginecologiche anche alle donne con disabilità grave. Tale esigenza è emersa a seguito di una ricerca effettuata in collaborazione con il Dipartimento ad attività integrata di Ematologia e Oncologia dalla quale è emerso che le donne con disabilità grave, maggiormente esposte al rischio di insorgenza di tumore, fossero nello stesso tempo quasi escluse dai normali screening di prevenzione a causa dell’inadeguatezza delle strutture preposte. Grazie a questo privilegiato punto d’osservazione è emerso un secondo terribile fenomeno, la violenza contro le donne con disabilità. Così, come per lo screening preventivo, si è messa in moto la nostra macchina che ha portato alla creazione di uno spazio d’ascolto per le donne disabili che hanno subito una qualsiasi forma di violenza, da quella psicologica, sicuramente più diffusa, sino a quella fisica o sessuale.
Verba è un’associazione no profit nata nel 1999 che persegue esclusivamente scopi umanitari, sociali, solidali e culturali; si impegna a dare un aiuto spontaneo, volontario e concreto a chi si trova in situazione di bisogno; in modo particolare, con la maggioranza del direttivo e dei soci composta da persone disabili e, più specificamente, donne, orienta la sua attività sulle problematiche della disabilità al fine di promuovere specifiche iniziative nel campo delle pari opportunità e dell’inclusione sociale, cercando allo stesso tempo di contrastare il fenomeno della violenza. L’idea che le donne disabili vengano doppiamente discriminate perché donne e perché disabili è una delle anime dell’agire di Verba.
Una delle peculiarità dell’associazione è il suo lavorare attraverso una rete informale e quindi le difficoltà – emerse in questo workshop – di trovare un’immediata risposta a un’emergenza vengono superate attraverso l’informalità dei contatti che abbiamo instaurato. Crediamo che una donna vada considerata nell’insieme delle sue mille sfaccettature che si intrecciano e che, insieme, vanno a definire la sua unicità. Per questo motivo gli operatori che compongono la nostra associazione e collaborano nel progetto sono professionisti, ma anche volontari, mediatori culturali ed educatori alla pari, importantissima risorsa per superare il pregiudizio e l’iniziale diffidenza che a volte contraddistingue il primo contatto tra persone disabili e non. Se si presenta una donna disabile e straniera, andremo a offrire il nostro aiuto chiedendo la collaborazione di una mediatrice culturale nel rispetto di tutte le sue unicità; se, facendo un altro esempio, una donna vittima di violenza fosse diabetica o senza un arto, cercheremo una struttura che la possa accogliere e che sia attrezzata per offrirle il sostegno e le cure necessarie. Il nostro modo di rispondere, anzi di provare a rispondere senza nessuna presunzione, è proprio quello di lavorare tra le persone, alzare il telefono e insieme cercare la soluzione migliore. È quello che speriamo possa accadere anche con voi, magari superando i confini e chissà se questa rete si possa allargare!

9. L’importanza delle Convenzioni per i diritti umani

di Isabella Menichini, dirigente Settore Disabilità, Salute mentale e Domiciliarità del Comune di Milano

Quest’iniziativa si inquadra nelle giornate milanesi che il Tavolo permanente della disabilità ha deciso di promuovere con l’idea di non ricordare il 3 dicembre, Giornata delle persone con disabilità, in maniera formale, ma con l’intento di promuovere iniziative per diffondere la buona cultura della disabilità e sensibilizzare la cittadinanza ai principi e valori nello stesso spirito che ha spinto la comunità internazionale a istituire la giornata stessa. Si cerca in questo modo di costruire insieme una comunità che sia più consapevole e inclusiva, che accetti e riconosca il valore della disabilità, che non sia discriminante. Sono questi i valori che sono scritti nelle Convenzioni per i diritti umani, ma spesso nella pratica non attuati. Personalmente ho cominciato a lavorare intorno a Giornate della Disabilità come queste oramai più di dieci anni fa e sono sempre più convinta che faccia bene mettere insieme le persone, le teste, le linee, i valori in cui crediamo e provare anche a confrontarci e a darci così qualche obiettivo ulteriore.
Il cammino dei diritti è faticoso; anche tutte le Convenzioni e i patti internazionali sui diritti sociali hanno sempre una clausola che li indebolisce, quella della (in)disponibilità delle risorse finanziarie.
I diritti sociali sono considerati dei diritti sempre un po’ più deboli perché la comunità internazionale ha comunque dovuto riconoscere che la loro implementazione è legata anche alla disponibilità finanziaria di ogni Stato membro. A maggior ragione è bene rimettersi sempre intorno a un tavolo e realizzare delle iniziative che aiutino noi, ma con noi tutti gli attori che sono nella comunità, a capire come possiamo proseguire nel cammino dell’attuazione concreta dei diritti.
Ho vissuto, lo considero un onore, il fatto di essere stata responsabile delegata italiana a New York per la stesura della Convenzione delle Nazioni Unite sulle persone con disabilità e quello dei diritti delle donne con disabilità è un tema che ha reso particolarmente orgogliosa la delegazione italiana.
Mi piace condividere la mia esperienza rispetto all’Articolo 6, che riguarda il tema delle donne e la disabilità. Noi a New York parlavamo come UE, eravamo un’unica voce dell’Europa che presentava le proposte nella sede delle Nazioni Unite. All’interno dell’UE, in realtà, questa idea di inserire un articolo dedicato alle donne con disabilità e quindi alle problematiche specifiche che le donne con disabilità possono portare – quindi il tema delle multi-discriminazioni – era stata introdotta dalla delegazione spagnola contro la quale sono andati un po’ tutti gli Stati, la Gran Bretagna, la Francia… Solo noi italiani l’abbiamo sostenuta.
Ho dovuto combattere non poco, anche all’interno della stessa delegazione italiana, perché ero convinta e lo sono tuttora, che una persona che porta con sé il rischio di esposizione a violenze legate a due condizioni diverse, cioè l’essere donna e l’essere persona con disabilità, ha una condizione che deve essere riconosciuta e in qualche modo presentata come situazione da proteggere e tutelare. Abbiamo avuto questo grande e abbastanza duro confronto, perché in realtà in molti tendevano a dire: “Cerchiamo di andare verso la conclusione, non creiamo problemi, non impuntiamoci su situazioni specifiche, a noi quello che interessa è il tema della disabilità, poi alla fine le persone sono tutte uguali”. Ma così non doveva essere. Devo dire che alla fine, nonostante sia stata una battaglia intensa, l’abbiamo vinta a livello di Comunità Europea. Il nostro portavoce ha dovuto sostenere questa posizione in maniera forte anche rispetto al resto degli Stati. Così è nato l’Articolo 6 e così è nato l’Articolo 16 della Convenzione che, se lo ricordate, è l’articolo dedicato al diritto a non essere sottoposte a nessuna forma di violenza e di maltrattamento e ha un riferimento specifico alle donne e alle bambine, persone minorenni con disabilità. Sono due articoli fondamentali ed è la prima volta che in un testo internazionale legato ai diritti umani vi si fa un riferimento esplicito: è un tema che impegna quindi noi operatori, con questa doppia attenzione al profilo di genere e alla disabilità.
Ultima notizia, che può essere utile, è che nella terza Conferenza internazionale sulla Disabilità di cui ero la coordinatrice scientifica, che si è svolta a Torino nel 2009, per la prima volta è stato introdotto il tema delle multi-discriminazioni. Sono emerse questioni molto interessanti su come rispondere a una serie di criticità e attraverso quali azioni; tra l’altro un gruppo ha lavorato in maniera concreta dando indicazioni su possibili piste di lavoro per costruire situazioni di maggiore inclusione a favore delle donne con disabilità e ridurre il rischio di esposizione alla violenza.
Detto ciò, come direttore di un Settore del Comune di Milano certamente impegnativo ma stimolante, dedicato al coordinamento dei servizi per la disabilità, credo che a partire da questo incontro ci si può anche dare qualche compito, da qui al prossimo anno, che è quello di studiare modalità di formazione dei nostri operatori, per esempio di chi opera nei centri diurni, e di aiutare a capire un po’ meglio quando ci sono segnali di violenza che non viene esplicitata. Credo che su questo si possa impostare un lavoro insieme a quelle istituzioni e associazioni che già su questo terreno sono forti, cioè quelle che si sono occupate di donne. Questo è un impegno che metto sul tavolo volentieri e che possiamo raccontarci il prossimo 3 dicembre.  

La Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità
Articolo 6
Donne con disabilità
1. Gli Stati Parti riconoscono che le donne e le minori con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple e, a questo riguardo, adottano misure per garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle donne e delle minori con disabilità.
2. Gli Stati Parti adottano ogni misura idonea ad assicurare il pieno sviluppo, progresso ed emancipazione delle donne, allo scopo di garantire loro l’esercizio ed il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciati nella presente Convenzione.

Articolo 16
Diritto di non essere sottoposto a sfruttamento, violenza e maltrattamenti
1. Gli Stati Parti adottano tutte le misure legislative, amministrative, sociali, educative e di altra natura adeguate a proteggere le persone con disabilità, all’interno e all’esterno della loro dimora, contro ogni forma di sfruttamento, di violenza e di abuso, compresi gli aspetti di genere.
2. Gli Stati Parti adottano altresì tutte le misure adeguate ad impedire ogni forma di sfruttamento, di violenza e di maltrattamento, assicurando, segnatamente alle persone con disabilità, alle loro famiglie ed a coloro che se ne prendono cura, appropriate forme di assistenza e sostegno adatte al genere ed all’età, anche mettendo a disposizione informazioni e servizi educativi sulle modalità per evitare, riconoscere e denunciare casi di sfruttamento, violenza e abuso. Gli Stati Parti assicurano che i servizi di protezione tengano conto dell’età, del genere e della disabilità.
3. Allo scopo di prevenire il verificarsi di ogni forma di sfruttamento, violenza e abuso, gli Stati Parti assicurano che tutte le strutture e i programmi destinati alle persone con disabilità siano effettivamente controllati da autorità indipendenti.
4. Gli Stati Parti adottano tutte le misure adeguate per facilitare il recupero fisico, cognitivo e psicologico, la riabilitazione e la reintegrazione sociale delle persone con disabilità vittime di qualsiasi forma di sfruttamento, violenza o maltrattamento, in particolare prevedendo servizi di protezione. Il recupero e la reintegrazione devono aver luogo in un ambiente che promuova la salute, il benessere, l’autostima, la dignità e l’autonomia della persona e che prenda in considerazione le esigenze specifiche legate al genere ed all’età.
5. Gli Stati Parti devono adottare una legislazione e delle politiche efficaci, ivi comprese una legislazione e delle politiche specifiche per le donne ed i minori, per garantire che i casi di sfruttamento, di violenza e di abuso contro persone con disabilità siano identificati, indagati e, ove del caso, perseguiti.

8. Donne con disabilità e discriminazione multipla

di Rita Barbuto, Direttore DPI Italia (www.dpitalia.org) e Regional Development Officer – DPI Europe (www.dpi-europe.org)

Il genere e la disabilità sono due dimensioni che, nelle realtà che viviamo, quasi nessuno coniuga. Il genere che costituisce, nel bene e nel male, l’elemento fondante delle culture e delle società è eclissato nel mondo della disabilità. Questo oscuramento è alla base, senza ombra di dubbio, delle violazioni dei diritti umani per la persona che è donna e ha una disabilità.
La doppia discriminazione che vivono le donne con disabilità, in quanto donne e in quanto persone disabili, è evidente, ma è difficile farla emergere perché tali donne non hanno le parole per esprimerla e denunciarla. In genere, ogni donna, per cultura e tradizione, nelle società in cui viviamo, è ingessata in un ruolo emarginante e discriminante. In particolare, la donna con disabilità vive in una condizione ancora più difficile poiché, spesso, questo ruolo non le viene neanche riconosciuto: non è un essere umano, non è una cittadina, bensì un essere senza diritti, priva di sesso, corpo, intelligenza, desideri, emozioni.
Nel relazionarsi con il mondo, la donna con disabilità è continuamente esposta ad atteggiamenti e sguardi che le rimandano paura, compassione, pietà, intolleranza; reazioni, queste, che sono profondamente umilianti per il suo essere e la sua persona. Questo vuol dire non essere riconosciute, non essere visibili, in un mondo in cui l’immagine femminile è condizionata da canoni astratti di bellezza e di fascino, che induce a percepire le donne disabili delle donne mancate.
Nell’opinione comune, infatti, la donna disabile ha un corpo asessuato e privo di femminilità. Questo corpo, proprio perché non desiderabile e impersonale, è spesso oggetto di abuso (fisico, sessuale, psicologico, ecc.).
Essere invisibili, trasparenti, vuol dire non essere riconosciute come persona, nella dimensione più intima e profonda della propria identità fisica, emotiva e di pensiero, che esiste in mezzo agli altri in una relazione di reciprocità. I contesti familiari, scolastici, sociali, professionali, ecc. in cui vivono non consentono certo di intrecciare relazioni in cui le donne con disabilità possono viversi pienamente per quello che sono: cioè donne! La donna con disabilità, infatti, fa fatica a trovare conferme negli individui con cui interagisce; anzi è più volte esclusa ed emarginata dai suoi ambienti di vita, e questo le produce un livello di autostima molto basso che condizionerà, nel corso della sua vita, ogni suo pensiero e ogni sua azione, limitandola fortemente nelle possibilità di fare esperienze e di misurarsi non solo con gli altri, ma anche con se stessa. Lo stesso processo di costruzione dell’identità della donna con disabilità viene minato già durante i primi anni di vita quando nel contesto familiare, inconsapevolmente, non ci sono riconoscimenti per la sua femminilità. Infatti, quando nasce una bambina, per lei è già stato disegnato, anche se inconsapevolmente, un progetto di vita, da parte dei genitori, in particolare dalla madre. Questo disegno è un copione che si ripete da secoli: crescerà, andrà a scuola, avrà amici e amiche, diventerà una piccola donna, avrà il fidanzato, si sposerà, avrà figli, ecc. Quando nasce una bambina con disabilità questo disegno viene meno e nel suo percorso di crescita si sviluppa un forte legame di dipendenza dalla figura materna. Il contenimento esclusivo della madre rischia di generare un ritorno all’utero e la bambina con disabilità sarà per sempre la bambina della mamma, dunque un soggetto potenzialmente privo di sessualità adulta. La dimensione della sessualità, già tabù di fondo nella disabilità, non viene qui riconosciuta, al punto che il linguaggio materno neanche la nomina! Il corpo materno che nega la sessualità della bambina disabile e nel contempo vive una sua sessualità con capacità generativa, è un corpo in cui la bambina con disabilità, diventata ormai donna, non può riconoscersi, così da ostacolare fortemente la strutturazione dell’identità di genere di quest’ultima.
Solitamente, la donna viene riconosciuta in quanto tale dall’altro, prima dalla madre, poi dal padre e successivamente dal partner, giungendo così alla definizione della sua identità di genere. Questo processo diventa molto più complesso per la donna con disabilità, perché il riconoscimento del genere qui non avviene.
Come per tutte le altre donne, anche per quella con disabilità il momento di scoperta del proprio corpo e della propria sessualità avviene durante l’adolescenza. L’adolescenza è una fase molto delicata nella vita di una persona. Ci sono trasformazioni morfologiche e fisiologiche del corpo e con esse anche un’esplosione di sensazioni fisiche, mai provate prima, nei confronti delle quali ognuna può reagire in modo diverso, mettendo in moto dinamiche intrapsichiche e relazionali che testimoniano la crescita di una persona che da bambina sta diventando adulta. La donna con disabilità, invece, non è quasi mai consapevole di quanto le sta accadendo perché condizionata da una famiglia e da un ambiente di vita che tende a reprimere quelle emozioni che sono tipicamente femminili: è una donna disabile che non sarà mai moglie, madre, amante!
L’esclusione sociale, di cui la donna con disabilità è vittima, viene determinata non dalla sua condizione di disabilità, ma dal forte pregiudizio, in base al quale la persona che la vive è ritenuta incapace di contribuire attivamente a una vita sociale piena e in quanto tale improduttiva. Una persona che deve essere nutrita e lavata, ogni tanto istruita e inserita al lavoro, ma sempre in luoghi separati per non turbare l’equilibrio di una società che non riesce a guardare in faccia i suoi veri fantasmi.
L’esclusione sociale è un fenomeno che tiene le persone disabili separate in tempi e spazi che non sono quelli ordinari degli altri cittadini. Potremmo dire che esso ripropone, su un piano oggettivo esterno, un’esperienza di alienazione che avviene dentro ciascun individuo ogni qual volta si trova in una situazione nuova o incontra qualcuno o qualcosa che è altro da sé e che non conosce. Entrare in contatto con tutto ciò che è nuovo spaventa e in quanto tale può portare a un allontanamento dal proprio vero essere. Poiché è molto difficile gestire il rapporto con persone che usano un linguaggio poco intellegibile, che usano altre modalità di comunicazione, che si spostano con una carrozzina e così via – situazioni queste che rappresentano realtà nuove con cui entrare in relazione – risulta molto più facile, perciò, alienarle sul piano psichico e separarsene sul piano oggettivo.
La donna con disabilità è esclusa tra gli esclusi. Essa non gode di pari opportunità né rispetto alle altre donne, né rispetto alla categoria degli uomini disabili.
“Nell’ambito del movimento delle persone con disabilità si è presunta l’irrilevanza del genere così come irrilevanti sono stati considerati la dimensione sociale, di classe, etnica e dell’orientamento sessuale. La disabilità viene considerata un concetto unitario che eclissa tutte le altre dimensioni. L’approccio attuale rivela la tendenza a nascondere il genere nell’esaminare le vite delle persone con disabilità, trascurando di esplorare l’influenza che il genere ha su di esse. In sostanza, il movimento delle persone con disabilità non ha ancora riconosciuto la discriminazione multipla, determinata dalla combinazione di genere e disabilità, sperimentata dalle donne con disabilità, e questo ha comportato una mancanza di interesse nel progettare interventi e pratiche, politiche e azioni per soddisfare le necessità specifiche di queste ultime.
La radicale messa in discussione da parte delle donne del secolare predominio del genere maschile su quello femminile, che ha sovvertito l’ordine simbolico che si basava sulla non uguaglianza di valore dell’essere uomo e dell’essere donna, e che ha prodotto la giusta condanna degli abusi e delle violenze perpetrati sulle donne, sembra non interessare e coinvolgere le donne con disabilità.
Il pensiero femminista continua a ignorare ed escludere le donne con disabilità, le donne si sono unite agli uomini, senza o con disabilità, relegandole a un livello inferiore della loro riflessione intellettuale e politica. L’impegno a veicolare un’immagine di donna forte, potente, competente e attraente, è una delle ragioni per cui le donne con disabilità sono escluse dal movimento femminista; infatti l’immagine che si ha di loro di donne indifese, eterne fanciulle, dipendenti, bisognose e passive rinforza lo stereotipo tradizionale della donna. La donna con disabilità considerata da sempre non adatta a ricoprire i tradizionali ruoli di madre, moglie, casalinga e innamorata non è altrettanto considerata adatta a ricoprire i nuovi ruoli di una società in cui domina il mito della produttività e dell’apparenza”. (Cfr. Manuale di Consulenza alla pari Da vittime della storia a protagonisti della vita, a cura di Rita Barbuto, Vincenza Ferrarese, Giampiero Griffo, Emilia Napolitano, Gianna Spinuso, Comunità Edizioni, p. 37). 
Le donne disabili vedono negato da più parti il loro diritto a realizzarsi come donne, madri, compagne, professioniste, a causa di pregiudizi e visioni preconcette che limitano le loro scelte. Ad esempio, quando una donna disabile dice di volere un figlio, gli altri, e in primo luogo i medici, rispondono in modo allarmante poiché ritengono che questo non sia possibile in quanto, a causa di pregiudizi atavici, la maternità è realizzabile solo da una donna che sia completamente sana. Sana secondo canoni e costruzioni mentali stabiliti a priori per i quali le persone con disabilità sono sempre dei malati, di cui ci si deve prendere cura e che quindi non possono prendersi cura di altri, né tanto meno di un bambino che deve nascere, di cui già si ipotizza una vita infelice. Se questo è ciò che si pensa, non si costruiranno mai, ad esempio, una sala parto che tenga conto dei bisogni particolari delle donne con disabilità e cosa peggiore è che queste stesse donne sono state condizionate talmente da tale modo di pensare, che quasi mai osano discutere questa visione che gli altri hanno di loro, cioè la negazione della loro possibilità a procreare, al punto di non essere consapevoli neanche del loro desiderio di maternità!
Oppure, nel caso di donne disabili che hanno realizzato il loro desiderio di essere madre, esse non sono riuscite e non riescono a vivere questo ruolo pienamente. La presenza di barriere architettoniche impedisce, infatti, alle donne di passeggiare insieme ai loro ragazzi, di accompagnarli a scuola o dal medico, di condividere quei momenti di vita che sono molto importanti in una relazione affettiva tra madre e figlio.
Lo stesso diritto alla vita delle donne con disabilità è continuamente messo in discussione. Sono loro che rischiano maggiormente a essere sottoposte a forzate pratiche eugenetiche – sterilizzazione, aborto forzato e sperimentazione medica – per la paura che possano mettere al mondo figli disabili. Sono loro che sono state e sono lasciate morire bambine, perché non produttive; che chiederanno di sottoporsi a morte eutanasica, perché le loro condizioni economiche saranno tali da non consentire di vivere una vita dignitosa.
Ricordiamo, inoltre, quanta violenza gratuita viene fatta negli istituti, specie nei confronti di donne non in grado di rappresentarsi da sole o quanto accade in ambito medico, dove il corpo della donna con disabilità, di solito, non viene trattato con alcuna riservatezza, ma puramente come oggetto da studiare che, molto spesso, viene esposto in video, riviste mediche, ecc. senza neanche il loro consenso. Spesso queste ragazze e donne che si trovano ad affrontare problemi fisici femminili si scontrano con pratiche violente da parte di professionisti sanitari inadeguati a relazionarsi correttamente con i loro corpi. Molte di loro, infatti, hanno trascorso gran parte delle loro vite nude, esposte agli sguardi glaciali e curiosi di coloro i quali avrebbero dovuto prendersi cura di loro e delle loro profonde intimità.
Pertanto, per una donna con disabilità diventa molto importante rivendicare i propri diritti per vivere una vita che sia degna di questo nome. È tempo che le donne con disabilità acquisiscano la piena consapevolezza delle proprie potenzialità e della propria umanità, attraverso cui sviluppare un senso di autostima sempre più forte, per tutelare anche quelle donne che non sono ascoltate perché interdette e perché vittime di segregazioni, in una cultura che non dà spazio a differenze.
Ed è proprio all’interno di questi contesti che la donna con disabilità deve assumersi la responsabilità di agire per un cambiamento culturale, sociale, politico, ecc. in cui tutti, indistintamente, possano ritrovare quei valori etici universali che riconoscano la dignità dell’essenziale diversità del genere umano.

I progetti realizzati in Europa attraverso il Programma Daphne
DPI (Disabled Peoples’ International) Italia Onlus, con una serie di ricerche realizzate grazie a 4 progetti finanziati dal programma Daphne e in partenariato con diversi paesi europei (Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Ungheria, Croazia, Romania e Portogallo), ha messo in evidenza che le donne con disabilità sono maggiormente esposte alla violenza.

Progetto “Disabled Girls and Women – Victims of Violence – awareness raising campaign and call for action
Attraverso lo studio e la comparazione della legislazione nazionale dei paesi partner del progetto riguardante le donne e le persone con disabilità in generale e l’analisi dei documenti internazionali è emerso chiaramente la completa mancanza di attenzione ai bisogni specifici delle donne con disabilità. Inoltre, è stato chiaramente evidenziato che anche in Europa essere una donna con disabilità significa ancora oggi essere esposta a continui rischi: dalla violazione dei Diritti Umani, all’esclusione sociale, alla deprivazione nella vita privata. e che le violenze fisiche, psicologiche ed emotive, subite e raramente espresse, portano le donne con disabilità a ripiegarsi su se stesse, non riconoscendosi né come persone né come donne. 

Progetto “Alba – Nuove occasioni di cura e sostegno offerte alle donne a contatto con la disabilità”
Con questo progetto si è voluto indagare la violenza che può nascere all’interno del contesto familiare quando è presente una persona con disabilità. Questa indagine si è realizzata facendo comunicare due mondi femminili quello delle donne con disabilità, vittime di violenza, e quello delle madri di persone con disabilità, vittime e autrici di violenza.
Una considerazione di grande rilievo è stata l’aver individuato una stretta vicinanza tra le madri e le donne, più di quanto si potesse pensare. Infatti, dal lavoro svolto sia con le madri che con le donne, è emerso che entrambe vivono grosse difficoltà per diventare visibili nelle proprie esigenze e per vivere la propria femminilità. Nei tre paesi (Francia, Italia e Spagna) dove è stata condotta la ricerca è emerso chiaramente che il mondo della disabilità è permeato da atteggiamenti di non accettazione e di forte discriminazione: da un lato, le donne disabili sentono di non rispondere agli standard fissati, dall’altro le madri vivono i loro figli disabili come persone che hanno disatteso le loro speranze e le loro aspettative. Le prime sono violentate nei loro diritti umani e in diversi contesti della società che non le accetta per quello che sono; le seconde vivono una duplice situazione: possono essere potenziali autrici di violenza sui loro figli, allorquando non li accettano o impediscono loro un cammino di indipendenza e autonomia, ma diventano anche potenziali vittime della violenza dei loro figli o delle richieste di assistenza e presenza, fatte dai figli anche in età adulta.

Progetto “I Care… Disabled women and personal assistance against violence”
Nel progetto sono state coinvolte: donne con disabilità, che hanno sviluppato empowerment, rispetto alla propria condizione di disabilità, e che nella strada della emancipazione si chiedono quali percorsi attivare per ottenere privacy, cura e rispetto del proprio corpo sia da se stesse che dagli altri; assistenti personali, donne specializzate nel lavoro di cura indispensabili per una donna con disabilità, che nell’esercitare la loro professionalità non sempre si soffermano ad analizzare aspetti quale riservatezza e rispetto dell’intimità e poca importanza attribuiscono al corpo e alla relazione con il corpo delle persone disabili.
Gli obiettivi del progetto erano: sviluppare consapevolezza degli atteggiamenti e comportamenti violenti sulle donne con disabilità all’interno di azioni di cura; raccogliere esperienze positive in questo campo; promuovere nuovi percorsi di empowerment tra donne con disabilità.
È emerso chiaramente la funzione importante dell’assistenza personale, come servizio fondamentale finalizzato all’indipendenza e autonomia della persona con disabilità, con l’obiettivo di garantire una migliore qualità della vita e condizioni di pari opportunità. Ciò però rappresenta una condizione di notevole ambivalenza, in quanto il trovarsi continuamente accanto una persona vuol dire non godere pienamente di una vita privata: le assistenti a volte prendono decisioni al loro posto e di questo è importante che se ne discuta. La ricerca ha messo in evidenza che quando questi due mondi si incontrano può scatenarsi una lotta sottile, inconscia e sommersa dove in realtà l’una e l’altra rincorrono lo stesso desiderio: esercitare il proprio potere per affermare la propria identità. Questa lotta per il potere di una sull’altra è causa, molto frequentemente, di conflitti e violenze all’interno di questa relazione. 

Progetto “Lighthouse – Health Institutions: A Place of Violence for Women with Disabilities? An Issue of Ethics and Human Rights”
L’obiettivo fondamentale di questo studio è stato quello di conoscere la situazione delle donne con disabilità in quanto utenti del sistema sanitario, cercando di far emergere le forme di violenza che esse hanno subito in alcune situazioni. Inoltre, esso intendeva essere uno strumento di lavoro per sviluppare iniziative e definire misure o linee di azione che assicurino l’uguaglianza di opportunità alle donne con disabilità come per tutti gli altri cittadini, a proposito del diritto di accesso a un sistema sanitario di qualità. Dalla ricerca è emerso che le donne con disabilità all’interno delle strutture sanitarie subisco: violenza fisica (la donna con disabilità percepisce che il suo corpo è alla mercé di altre persone, interessate al lato meccanico e fisiologico del suo funzionamento); violenza strumentale (l’accessibilità alle attrezzature sanitarie, come il lettino ginecologico, la macchina per la mammografia, il lettino del dentista, le strumentazioni oculistiche, le strutture riabilitative); violenza istituzionale (legata alle procedure che caratterizzano una determinata istituzione sanitaria, vale a dire le regole su cui si basa il suo funzionamento).

La situazione in Italia
Non bisogna credere, errore che comunemente invece viene fatto, che in Italia la situazione sia diversa, che la condizione di vita delle donne con disabilità sia sicuramente migliore che in altri paesi, che la povertà economica e culturale in cui sono segregate le donne con disabilità sia tipica dei paesi in via di sviluppo e che quindi non è la condizione di un milione settecento ventuno mila cittadine italiane. Concentrandoci principalmente sui problemi della violenza e dell’abuso, molto alto è il rischio di violenza fisica e sessuale delle donne con disabilità, la percentuale di rischio raddoppia rispetto a chi non vive tale condizione. Sono viste come un target facile. Studi effettuati nei paesi industrializzati mostrano che dal 39 al 68% di ragazze e dal 16 al 30% di ragazzi con ritardo nello sviluppo mentale saranno sessualmente abusati prima del loro diciottesimo compleanno (Cfr. Sobsey, 1994, as reported in Reynolds, 1997 cited in Rousso 2000). Donne con disabilità psichiatriche o che vivono in istituto sono anche ad alto rischio di violenze o abusi. Anche se una donna riesce a fuggire da una situazione violenta, pochi centri anti-violenza sono accessibili.
Non esiste alcun riferimento sulle donne con disabilità in nessuna legge emanata a favore delle donne in Italia. Soprattutto, nonostante le donne con disabilità siano quelle maggiormente esposte a violenze di nature sessuali, fisiche e psicologiche, non vi è nessun riferimento a loro nella Legge n. 66 del 15 febbraio 1996 “Norme contro la violenza sessuale”. Possiamo ipotizzare che la mancanza di riferimenti legislativi sta alla base di una completa assenza di dati relativi alle violenze a agli abusi subiti dalle donne con disabilità in Italia. Anche nell’ultimo report Violenza e maltrattamenti contro le donne commissionato dal Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità e realizzato dall’Istat sulla base dei risultati dell’indagine sulla sicurezza delle donne, realizzato tra gennaio e ottobre 2007, non vi è alcun dato riguardante le donne con disabilità.
La non esistenza di dati non significa che il fenomeno non esiste. Anzi, significa che è un fenomeno ampio e complesso che dovrebbe essere invece studiato perché la sua conoscenza è essenziale per lo sviluppo, a livello istituzionale, delle politiche e dei servizi necessari per affrontarlo. Infatti, riteniamo che la mancanza di politiche e servizi a favore delle donne con disabilità sia alla base delle innumerevoli violenze che esse sono costrette a subire e non denunciare. Come fanno a denunciare i propri aguzzini se dipendono da loro per la propria sopravvivenza? Come fa una donna con disabilità che subisce violenza sessuale, fisica e psicologica a denunciare il proprio familiare da cui dipende per poter mangiare, alzarsi del letto, lavarsi e andare al bagno se non ha una propria indipendenza economica per avere una casa propria? Se non comprende che le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del familiare è una violazione dei propri diritti umani? Come fa a denunciare l’operatore da cui dipende per soddisfare i bisogni primari, se non è consapevole della violenza a cui la sta sottoponendo, se cioè non è consapevole che essere strattonata, spinta e colpita fisicamente è una violenza? Come fa a denunciare un istituzione/struttura alla quale si rivolge nella speranza di essere accolta e protetta?  

7. La violenza dell’invisibilità

di Valeria Alpi

Un paio di anni mi fu chiesto di intervenire sul tema della violenza alle donne con disabilità. Mi sono sentita subito in grande imbarazzo perché il tema mi sembrava totalmente sconosciuto e invisibile. Eppure sono una donna, sono disabile, ho tante amiche con disabilità, che a loro volta conoscono altre donne disabili; ho lavorato per un decennio, tra le varie attività, a uno sportello informahandicap dove incontravo persone disabili e le loro famiglie, ma anche gli educatori, gli assistenti domiciliari, gli operatori dei servizi socio assistenziali, gli insegnanti, i vicini di casa, insomma… qualunque persona si venisse per un qualche motivo a trovare a contatto con la disabilità. Mai una volta qualcuno mi ha segnalato un caso di violenza a una donna disabile, né per contatto diretto, né per sentito dire (“Sai che ho saputo che…”). Inoltre sono giornalista, mi sono occupata soprattutto di maternità delle donne disabili, sia di quelle che hanno figli sia di quelle che desiderano averne; mi occupo quotidianamente di temi sociali, ci scrivo sopra, cerco di veicolare una buona cultura della disabilità, ma niente: la violenza continuava per me a essere silenziosa e invisibile. Tranne ovviamente qualche caso clamoroso sbattuto in prima pagina dai mass media tradizionali, ad esempio donne con deficit intellettivi segregate in casa e abusate, oppure abusate nelle strutture residenziali.
Poi mi sono guardata intorno, e ho scoperto che alcune forme di violenza sono sempre state sotto i miei occhi, anche se si tratta di forme più subdole, meno evidenti, meno eclatanti perché non portano alle percosse, alle ferite, agli occhi neri, ai lividi, allo stupro. La violenza che intendo io è quella che nega alla donna disabile il diritto all’adultità, a essere riconosciuta come una donna adulta che possa prendere anche qualche decisione sulla propria vita, banalmente partendo dalla maglietta che si vuole indossare per uscire di casa. Ci sono genitori o operatori che vestono appositamente male la figlia o donna disabile, in modo che non possa risultare attraente per gli altri, “perché non si sa mai, un qualche male intenzionato che si voglia approfittare di lei ci può essere e dopo sono guai, soprattutto se resta incinta”. Ci sono genitori o operatori che non portano mai la figlia o donna disabile dalla parrucchiera, “perché tanto anche se le sistemo i capelli cosa cambia? Non la vorrà comunque nessuno disabile com’è”. Ci sono genitori o operatori che non depilano le gambe della figlia o donna disabile, anche se è estate e si indossano vestiti più corti, “perché tanto sono gambe disabili, sono comunque fatte diversamente, un pelo in più o in meno non fa la differenza”. Ci sono genitori o operatori che mandano al lavoro la figlia o donna disabile coi pantaloni macchiati “tanto non se ne accorge nessuno, si nota solo che è disabile mica come è vestita”. Ci sono genitori o operatori che fanno indossare il pannolone alla figlia o donna disabile “perché è più comodo, non devo portarla sempre in bagno che si fa fatica”. Ci sono genitori o operatori che non permettono alla figlia o donna disabile di avere la possibilità di decidere come utilizzare anche solo un euro della propria pensione di invalidità. Ci sono genitori o operatori che si rifiutano di comprare alla figlia o donna disabile degli ausili per migliorare la sua autonomia, “tanto autonoma non lo sarà mai fino in fondo”. Ci sono donne disabili che vestiranno con la tuta da ginnastica per tutta la vita perché la tuta facilita le operazioni di chi si deve prendere cura di lei.
Quanti casi conosciamo di questo tipo? Quanti ne abbiamo visti? Tantissimi.
Dove risiede la violenza? Proprio nel concetto di invisibilità: perché alla base di tutte le forme di violenza c’è essenzialmente la violazione di un diritto umano fondamentale, quello di essere vista come persona e come donna. Essere visibili vuol dire essere riconosciute come persone capaci e aventi diritto a esprimersi ovunque: in ambito familiare, scolastico, sociale, professionale.
E badate bene: il rischio di una violenza di questo tipo non riguarda solo le donne con disabilità gravi, che compromettono seriamente l’autonomia, il movimento, il linguaggio o la capacità intellettiva. Mi ricordo, ad esempio, che frequentavo le scuole medie e il seno mi diventò prosperoso. Chiesi a mia madre di andare insieme a comprare un reggiseno, perché senza mi sentivo in imbarazzo. E la risposta di mia madre fu “Tu non ne hai bisogno”. Fino a quel momento la mia disabilità motoria era stata un piccolo “accessorio” della mia vita: avevo comunque una buona autonomia, potevo a mio modo camminare, vestirmi da sola, andare in bagno da sola, mangiare da sola. Studiavo, andavo bene a scuola, volevo fare l’Università, sapevo che un giorno avrei lavorato come tutti gli altri, sapevo che un giorno avrei pure guidato l’automobile, con i giusti ausili al volante. Avere amici, giocare con loro, uscire con loro non era mai stato un problema. Mi sentivo destinata a una vita molto normale, con qualche difficoltà motoria in più, ma del tutto normale. Cominciai invece a capire che agli occhi dei miei famigliari la mia vita sarebbe stata normale fino a un certo punto, cioè in tutto ma non nell’essere una donna completa.
La donna con disabilità non è una donna, è una persona disabile. Punto e basta. Dovrà passare la sua vita a gestire la sua disabilità, ma non a gestire la sua femminilità. Ma se non si parte dall’educazione al proprio corpo, alla propria espressione della sessualità, come si può riconoscere la violenza? Penso alle donne citate prima: forse se un giorno qualche male intenzionato abusasse di loro, saprebbero riconoscere ciò che sta loro succedendo? Sessualità non è il sesso, sessualità è comunicazione, è la parte di se stessi che si decide di comunicare agli altri: può essere la scelta di un vestito, ma anche di una canzone, di un piatto che si cucina per l’altra persona, di un braccialetto, di una pettinatura,… Bisogna lavorare sul diritto all’accesso alla conoscenza del proprio corpo e alla comunicazione di quello che si è. Occorre un grande lavoro di informazione, sensibilizzazione e formazione, a più livelli diversi: un lavoro culturale con le famiglie, gli educatori, gli insegnanti, gli operatori, gli assistenti domiciliari, i volontari,… Perché la donna con disabilità è perfettamente legittimata a richiedere di essere vista in quanto donna. 

6. Integrare la lotta contro la violenza e la lotta contro le discriminazioni

di Rosalba Taddeini, coordinatrice attività dell’associazione Differenza Donna (www.differenzadonna.org) di Roma, e promotrice del Progetto Aurora dell’Associazione Frida

Faccio parte di una grande associazione che si chiama Differenza donna che gestisce cinque centri antiviolenza tra Roma e provincia.
Sono una delle promotrici del Progetto Aurora che ha previsto l’apertura di uno sportello per donne con disabilità vittime di violenza. Anche io sono una delle disabili invisibili e sono una forte promotrice della lotta contro le discriminazioni di genere soprattutto di questo tipo di specificità.
Se si pensa a una società ricca si pensa a una società che si prende cura delle proprie minoranze. Io vi racconto che la donna vittima di violenza non è una minoranza.
Nei nostri centri, su 2000 donne il 2,5 per cento è disabile, quindi anche loro non rappresentano più un numero così esiguo. Sono donne che cominciano a uscire da questa situazione e hanno bisogno di risposte, che molte volte nei servizi mancano per la loro diversità, le loro particolarità, come per esempio non avere un linguaggio consono e comprensibile.
Nei centri antiviolenza molte volte manca la mediatrice di lingua dei segni se sono sorde, spesso anche nei centri pubblici non c’è la pedana per passare con la carrozzina o non c’è una attenzione particolare per chi ha una disabilità visiva.
Purtroppo questi due mondi sono stati molto lontani fino a oggi. Questo non lo dico io, lo dicono i movimenti per la lotta contro le discriminazioni delle persone disabili, lo dice il movimento femminista. Una filosofa americana ci ricorda che la donna disabile mette dentro alle altre donne il senso di impotenza; per una donna non disabile si trova una soluzione, per una donna disabile è più difficile perché c’è il senso di impotenza che provano le donne normodotate.
Ci sono vari modi di essere donna disabile, in questo anno di progetto mi sono accorta che oltre alle donne invisibili perché magari portano una disabilità come la mia (un braccio che si vede o non si vede o una donna che non sente bene) ci sono altre forme di disabilità come quelle, purtroppo molto attuali, delle donne che sono sfigurate con l’acido che ti porta via le mani, il naso, l’orecchio, nuove forme di disabilità appunto…
Ci sono delle attività che potremmo fare nel contrastare la violenza contro le donne, partendo proprio dall’autonomia, dalla propria capacità di autonomia, dalla comprensione della propria libertà: non solo libertà fisica ma anche e soprattutto mentale. Solo partendo da questo le donne riescono a non incappare nei luoghi di violenza.
Io credo moltissimo che i movimenti che fino a oggi hanno fatto delle battaglie parallele si debbano riunire e capire come sostenersi a vicenda. Domani a mezzogiorno avrò un incontro con un servizio sociale che purtroppo ha tolto con il tribunale l’affidamento di una bambina di tre anni a una donna che ha un serio ritardo mentale. Finché la donna è stata con l’uomo violento non è successo niente, potevano crescere la bambina tranquillamente, ora si trova uccisa due volte nell’anima. È uscita da questa situazione di violenza e le viene tolto l’affidamento della propria figlia, abusata dal padre.
Bisogna mettersi insieme per capire come contrastare anche queste doppie discriminazioni che possono avvenire. Alcune volte, i servizi non hanno una cultura di genere e anche sulla disabilità può succedere che si pensi che una persona con un ritardo mentale non abbia capacità genitoriale normale, mentre la capacità genitoriale non viene lesa.

5. Disponibilità, rapidità e senso del limite: una storia di accoglienza a Cascina Biblioteca

di Andrea Brizzolari, direttore Cooperativa Cascina Biblioteca (http://cascinabiblioteca.it) di Milano

Vi porto una piccola storia di accoglienza.
Cascina Biblioteca è una cooperativa sociale di Milano che da diversi anni si occupa di persone con disabilità, sviluppando una ricca serie di servizi e progetti. Progetti di residenzialità e progetti diurni, oltre l’autonomia abitativa, per il tempo libero e l’inserimento lavorativo. Infatti siamo anche giardinieri e, attraverso lo strumento della cura del verde, inseriamo le persone nel mondo del lavoro.
Cascina Biblioteca è anche un luogo, a Milano, una cascina di proprietà del Comune che in questi anni è rifiorita grazie al lavoro sinergico di diverse realtà del non-profit milanese: Anffas Milano, Fondazione Idea Vita, Consorzio SiR, Rotary San Donato e noi di Cooperativa Cascina Biblioteca; tutti insieme abbiamo investito energie, passione e risorse economiche per rendere Cascina Biblioteca un luogo capace di produrre inclusione sociale, al servizio della città, dando risposta ai bisogni di persone con disabilità.
Ci siamo trovati un giorno a ricevere una richiesta di aiuto tramite il Soccorso Rosa: ci veniva domandato di prendere in carico una giovane donna con disabilità che aveva anche una storia di abusi, subìti nel contesto familiare. Noi non ci eravamo mai occupati di situazioni di questo tipo, ma siamo rimasti molto colpiti da questa storia e quindi non ce la siamo sentita di girarci dall’altra parte. Come inchiodati di fronte a questa domanda di aiuto, abbiamo dato la nostra disponibilità. Tant’è che, dopo un paio di giorni dalla richiesta, abbiamo subito iniziato a lavorare con la giovane donna, inserendola in una delle nostre residenze. Ce ne siamo occupati in stretta collaborazione con il Soccorso Rosa e una volontaria che agiva in sinergia con la responsabile del Centro antiviolenza.
La giovane iniziava la sua giornata svegliandosi in uno dei nostri alloggi dove viveva con altre donne con disabilità intellettiva, arrivando poi in Cascina, dove frequentava un servizio e svolgeva una serie di attività diurne e lavorative. Ha manifestato presto una grande passione per gli animali e quindi abbiamo valorizzato questa sua inclinazione e l’abbiamo occupata in attività con i cavalli al maneggio, dove ha svolto anche attività in favore di altre persone. Manifestando una grande passione per i cani, abbiamo poi fatto sì che una volta alla settimana andasse a fare delle attività in un canile, prendendosi cura di un animale. Nel pomeriggio veniva coinvolta in ulteriori iniziative e verso sera tornava a casa, dove viveva la sua quotidianità, nell’appartamento semi-protetto che era diventata come casa sua e che condivideva con altre persone.
Ad agosto ha trascorso le vacanze al mare con il gruppo di Cascina Biblioteca.
Racconto tutto questo per dare un’idea immediata su come ci siamo resi disponibili a un’accoglienza concreta, mettendo a disposizione la varietà delle nostre attività, che si sono rivelate poi importanti pure per stabilire relazioni autentiche e incontri significativi. Ciò è stato possibile anche grazie alla generosità delle persone che lavorano nella nostra Cooperativa, che si sono messe fin da subito a disposizione, per accogliere nel migliore dei modi possibili questa persona.
Se dovessi individuare delle parole chiave di questa vicenda, direi sicuramente la parola rapidità: non sempre siamo così veloci, ma in questa circostanza sono stato contento perché abbiamo dato una risposta in modo molto rapido. Altra parola chiave è disponibilità: noi non avevamo nessun tipo di esperienza di persone con disabilità che avevano subìto una violenza, avevamo esperienza con persone con disabilità soprattutto di tipo intellettivo, però ci siamo ugualmente messi in gioco, gli operatori e coordinatori hanno tirato fuori una disponibilità incredibile, sono stati a disposizione di questa giovane donna anche fuori l’orario di lavoro.
Professionalità è un’ulteriore parola chiave. Abbiamo messo in campo tutta la nostra professionalità come operatori sociali, aprendo senza indugio la nostra cassetta degli attrezzi.
Infine, l’ultimo concetto chiave che citerei è il senso del limite. Noi sappiamo bene che non potevamo essere l’unica risposta per questa giovane donna con disabilità vittima di violenza, né lo volevamo essere, ma auspichiamo quello che sottolinea l’assessore Majorino: che a Milano si lavori per creare un ponte tra il mondo delle realtà che si occupano delle persone con disabilità e i centri che si occupano di violenza sulle donne, in modo da mettere insieme le risorse, sperimentando e provando così a immaginare, noi che ci occupiamo di disabilità, di allargare la gamma delle risposte che possiamo dare alle donne con disabilità, senza tirarci indietro quando sono vittime di violenza.

4. Il Soccorso Rosa: quando le linee guida necessitano di innovazione

di Nadia Muscialini, presidente Soccorso Rosa Onlus, già responsabile Centro antiviolenza ospedaliero presso AO San Carlo Borromeo di Milano (www.soccorsorosa.net) 

Cerco di portare il mio contributo parlando di quello che è il lavoro all’ospedale e di ciò che ho capito di questo tema durante gli anni passati ad assistere donne e vittime di violenza domestica. L’ospedale è un luogo molto particolare; è un luogo di sofferenza dove arriva gente malata, spesso in situazioni di emergenza e dove è necessario nella maggior parte dei casi agire in fretta, subito; l’ospedale è un posto di complessità perché vi accedono anche situazioni che non sono prettamente sanitarie, spesso ai problemi sanitari sono associati anche problemi sociali o di altro tipo.
L’ospedale è però anche un luogo di speranza e innovazione, e credo che queste due parole, insieme a creatività, siano fondamentali per affrontare questo tema.
Quando in ospedale arrivano persone con problemi clinici urgenti e complessi vi sono dei protocolli, delle linee guida da seguire, ma è vero anche che non sempre, anzi spesso, questi protocolli, queste strade già definite non possono essere percorse e i sanitari devono valutare e trovare delle strade nuove, percorsi alternativi che permettano di dare risposte a chi chiede aiuto arrivando alla struttura in situazioni di emergenza.
Soccorso Rosa è un centro antiviolenza ospedaliero nato nel 2007 che nel corso degli anni ha avuto modo di accogliere donne portatrici di diversi tipi di disabilità.
Di solito le donne seguite dal team di Soccorso Rosa non vengono in prima battuta al Centro antiviolenza, ma accedono alla struttura ospedaliera perché hanno problemi di salute e necessitano di cure mediche; grazie al fatto che nella maggior parte dei casi i sanitari non si fermano alle problematiche cliniche, ma approfondiscono anche quella che è la vita di una persona, ci sono arrivate così segnalazioni di donne portatrici di disabilità vittime di violenza domestica, impossibilitate a fuggire a causa delle loro difficolta e per questo costrette a subire terribili maltrattamenti.
Per questo genere di utenti non ci sono linee guide da seguire, ma per fortuna si incontra sempre qualcuno che è disposto a fare innovazione e a sperimentare strade nuove. Le vittime di violenza domestica hanno sempre situazioni complesse che necessitano di interventi multidisciplinari e interistituzionali. La presenza di qualche disabilità rende tali approcci ancora più complessi, per cui spesso è necessario avere il coraggio di inoltrarsi in sentieri inesplorati dove ti confronti con pregiudizi e resistenze.
È capitato infatti che per donne in carico ai servizi competenti e con certificazioni di invalidità, la problematica della violenza e maltrattamenti venisse negata o posta in secondo piano.
Ci sono tempi più lunghi, modalità di comunicazione diverse per occuparsi di persone portatrici di qualche tipo di disabilità.
Vorrei quindi a questo punto portare un esempio esemplificativo sia di questo concetto sia del nostro modo di procedere che deve essere necessariamente flessibile, individualizzato e creativo.

La storia di K.
K., 39 anni, anche se ne dimostrava molti di più, aveva una disabilità cognitiva di natura organica probabilmente congenita e presentava evidenti dismorfismi.
Pur non essendo completamente autonoma, se assistita e affiancata adeguatamente, era in grado di vivere da sola e di fare la maggior parte delle cose necessarie alla gestione della vita quotidiana.
K. viveva con il marito, altra persona portatrice di serie disabilità e in carico ai servizi sociali e sanitari di competenza.
La donna aveva anche un grave diabete che a causa di valori glicemici peggiorati in maniera repentina e importante aveva spinto i sanitari ad approfondire con ricoveri in day hospital la situazione clinica fino ad allora sotto controllo. I valori della glicemia fino a quel momento erano stai tenuti sotto controllo dalle indicazioni dietetiche che i sanitari avevano spiegato con cura alla donna e che lei era in grado di gestire a domicilio.
Durante i ricoveri in day hospital dove si fornivano a K. pasti adeguati si riscontrò che i parametri incriminati erano tornati a livelli normali: a questo punto l’infermiera sensibile e attenta che affiancava la donna decise di approfondire con la donna e così riuscì a farsi raccontare ciò che accadeva a casa. L’infermiera scoprì, osservandola, che il corpo di K. era ricoperto di bruciature ed ematomi.
K. le raccontò dietro le sue delicate richieste che il marito le spegneva addosso le sigarette, che faceva la spesa comprando nutella, pizze e altri alimenti che lei non poteva mangiare, inducendo così rialzi importanti della glicemia e anche il coma glicemico.
K. grazie a indicazioni dell’infermiera aveva imparato a scappare di casa, con il suo cane, ogni volta che il marito cercava di aggredirla. Andava al parco vicino a casa dove poteva passare anche tutta la notte per evitare i maltrattamenti del marito, che le sottraeva anche i soldi della pensione per procurarsi alcool e sigarette.
L’infermiera ci chiamò, approfondimmo e cercammo di capire come intervenire perché la donna non rientrava nei parametri usuali delle nostre procedure: K. non era in grado di fare denuncia da sé e, avendo noi l’obbligo di segnalazione come pubblici ufficiali, scrivemmo all’ufficio della Procura della Repubblica dedicato alle fasce deboli. Successivamente abbiamo dovuto inventarci una serie di percorsi alternativi a quelli usuali al fine di riuscire a offrirle protezione e assistenza.
Intanto, nonostante l’abitazione fosse intestata alla donna e lei era in grado di occuparsi di sé oltre che della casa, l’assistente sociale del territorio propose come prima cosa un suo inserimento in comunità, impossibile però con il suo cagnolino che rappresentava per la donna un affetto troppo importante per separarsene.
Se avessimo dovuto attenerci in maniera rigida ai protocolli che avevamo attivi per le vittime, non saremmo riuscite a darle aiuto.
Ad esempio K. non era in grado di agire autonomamente su questioni più complesse della sua routine quotidiana e così quando fu convocata dal medico legale per la valutazione delle lesioni, convocazione che la spaventò molto, non era in grado di andarci autonomamente, così concordammo con il medico legale che per la valutazione medico-legale sarebbe venuta lei in ospedale, luogo conosciuto. Accogliemmo il medico inviato dalla Procura nei nostri locali e facilitammo anche la visita.
In questo caso abbiamo adattato le consuete procedure per le vittime di violenza domestica ai bisogni e alle capacità della signora.
I problemi più grossi riscontrati nella gestione del caso di K. ci vennero dai servizi sociali che avevano in carico sia lei che il marito. Ignorando completamente le nostre indicazioni, del Pubblico ministero e dell’avvocato che difendeva la donna, l’assistente sociale che seguiva il marito insisteva – dopo che era stato dimesso da una comunità terapeutica (dal momento che faticava a trovare una collocazione residenziale per l’uomo) e nei confronti del quale era stato emesso un decreto di allontanamento per proteggere la donna – che K. accettasse il suo collocamento presso la casa coniugale, chiedendo per altro a K. di continuare a offrire assistenza al marito.
La povera donna, incapace di dire di no, si sarebbe così trovata ad assistere al proprio domicilio il l’uomo da cui subiva maltrattamenti e che grazie all’intervento celere del magistrato aveva ricevuto un ordine di allontanamento.

Dai diritti sulla carta alle opportunità di cura
La mia riflessione più generale è la seguente: per la risoluzione di problemi nuovi è necessario dotarsi di creatività e innovazione e, nel caso specifico della protezione e dell’accoglienza delle vittime, anche di una grande umanità.
Sebbene la nostra società sia per legge una società in cui ognuno ha diritto a considerarsi uguale agli altri, vi sono alcune situazioni in cui nella realtà non è così e non si può esercitare concretamente questo diritto all’uguaglianza, come del resto ci ricorda la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità: se non esistessero discriminazioni non ci sarebbe stata la necessità di promulgarla.
Credo che debba essere impegno di tutti noi fare in modo che i diritti sanciti sulla carta possano tramutarsi in vere opportunità di cura. Credo che le istituzioni, nate per rispondere a dei bisogni, sono fatte di persone e la differenza nel funzionamento delle organizzazioni la fanno le singole persone: ognuno di noi quindi deve agire concretamente affinché un diritto esistente sulla carta si trasformi in possibilità reale di uguaglianza.
Le organizzazioni inoltre dovrebbero collaborare una con l’altra e questo dovrebbe essere l’obiettivo anche di quelle deputate all’assistenza di vittime di violenza o di persone portatrici di disabilità.
Sono da trovare delle strade percorribili per far uscire dalle storie di violenza le donne, nonostante la disabilità congenita o causata dalla violenza stessa!
Quando giungono a Soccorso Rosa delle donne disabili che necessitano il ricovero in una struttura di protezione ci chiediamo dove collocarle perché sorge innanzi tutto un problema di budget.

La storia di S.
Per un’altra donna con un ritardo cognitivo, un problema di sordità, vittima di abusi e con una patologia organica, chiesi alle strutture di accoglienza della rete del Comune chi sarebbe stato in grado di accoglierla e gestirla con le sue difficoltà.
Il problema più grosso che abbiamo avuto per offrire assistenza a S. che aveva quattro problemi grossi evidenti, scappata in emergenza, senza avere in tasca un certificato di disabilità perché la famiglia dove venivano agiti gli abusi non l’avevano mai voluto far fare, fu il fatto che essa non poteva essere presa in carico dai servizi per disabili perché le mancava la certificazione di invalidità e non poteva essere presa in carico dalle case di accoglienza della rete dei centri antiviolenza perché era un caso troppo complesso e quindi, a causa delle disabilità, non gestibile all’interno di quelle strutture.
Il problema più grosso era quello della presa in carico amministrativa della vittima.
Chi pagava per l’accoglienza?
I servizi sociali per persone con disabilità non prendevano in carico S. perché la certificazione era in corso e la rete antiviolenza non la prendeva in carico perché impreparata a gestire un caso così diverso da quelli usuali.
Inutile dire che a S., nonostante l’evidenza delle sue difficoltà e le resistenze burocratiche ad accettare queste limitazioni, qualche mese dopo è stato riconosciuto, dalla commissione deputata, il 100% di invalidità.
Il punto però è che per la risoluzione di questo caso così complesso abbiamo dovuto lottare contro le procedure delle organizzazioni poco flessibili e sclerotizzate in percorsi che non riescono a gestire la complessità delle vicende delle persone, e chiedere aiuto e attingere alle risorse di una comunità che si occupa dell’accoglienza a persone con disabilità.
Con gli operatori della comunità, che non erano preparati a gestire il problema dei maltrattamenti e abusi, abbiamo poi affrontato anche questo aspetto specifico che si ripercuoteva quotidianamente sulla vita quotidiana e le relazioni con l’ospite.

Gestire l’emergenza
Rispetto al numero totale di casi che gestiamo all’anno che sono tra i 500 e i 600, quelli delle vittime portatrici di disabilità sono sicuramente molto pochi, io credo soprattutto per la difficoltà di accesso e di identificazione della violenza. Quindi non vi sono procedure e sinergie consolidate, ma mettendo insieme operatori e risorse di strutture con obiettivi completamente diversi siamo riusciti a trovare una strada che ci ha fatto fare passi da gigante nella gestione dell’imprevisto e della complessità e ci arricchito tutti quanti.
Ricordiamo che i beni sociali più preziosi sono l’amore, l’amicizia e la soddisfazione di prendersi cura dei nostri cari e la stima e il rispetto dei colleghi. Credo che nel nostro essere individui e operatori socio-sanitari che hanno anche e soprattutto problemi di budget e di risorse, bisogna essere in grado di essere creativi e come con il vestito di Arlecchino cucire insieme ritagli di tessuto (risorse); dobbiamo metterci insieme per capire come unire le risorse e le specificità delle cure e dell’assistenza delle donne vittime di violenza portatrici di qualche disabilità.
Finisco questo mio breve intervento citando una poesia riportata sulla copertina di un testo di Zygmunt Bauman: “Non sei una monade isolata, ma una parte unica e insostituibile, non dimenticarlo, sei un elemento essenziale nel groviglio dell’umanità”. Noi siamo un po’ questo. 
Credo che la differenza nel fare buona assistenza risieda nelle persone, soprattutto in coloro che si mettono in gioco in prima persona. Un altro problema per affrontare la violenza di genere, e non so se ciò sia valido anche per il problema dell’assistenza a persone con disabilità, è che manca un piano nazionale. La realtà, dovuta al federalismo e alla gestione dei finanziamenti da parte dei Comuni, è che una donna, e ciò vale anche per i minori, da Milano non può trasferirsi a Torino perché nessuno paga la retta della struttura, dovendo stare così nelle sue strutture del territorio. Ma se la donna è in fuga come si fa?
Relativamente alle donne vittime di violenza con disabilità ci troviamo in difficoltà a gestire un collocamento di protezione in emergenza, perché non esistono strutture deputate ad affrontare entrambi i problemi o perché i servizi per disabili non si fanno carico dell’inserimento in struttura per il problema della violenza. Questo solo perché non è usuale ed è un tema che non è ancora stato affrontato sistematicamente.
Bisogna quindi creare una rete vera che risponda ai bisogni reali delle persone. Le organizzazioni devono essere flessibili perché sono state fatte per rispondere ai bisogni degli individui e delle famiglie e in questo caso delle donne vittime di violenza portatrici di disabilità.
Quando si riuscirà a passare dalla sistematizzazione dei dettami di una Convenzione alla possibilità che gli interventi divengano dei diritti esigibili per tutti i cittadini, delle donne mancate?
L’Italia è infatti il paese delle donne mancate, degli uomini mancati, degli anziani. Come si riesce a costruire un diritto, perché ciascuna donna colpita da violenza possa vedersi corrisposta anche dal punto di vista amministrativo e soprattutto di costruzione di autonomia per il futuro? C’è una cosa importante, che l’assessore Majorino ha detto e che ho apprezzato. Ha detto che bisogna stare moltissimo su due fronti: da una parte valorizzare la prevenzione, dall’altra il sistema della presa in carico per realizzare percorsi di autonomia, di vita indipendente. Se riuscissimo a settare la politica sul fatto che si agisca su questi campi di intervento, potremmo attrezzare il sistema del welfare italiano, per dare delle risposte a donne disabili oggetto di violenza e vittime anche di altre forme di debolezza. Penso che questo debba essere l’obiettivo cui debba tendere la nostra riflessione. Dalla volontà della riflessione nasce la possibilità di costruire delle domande che abbiano un senso politico e chiamino le politiche pubbliche al proprio senso, veramente politico.

3. Persone e modalità della violenza

di Simona Lancioni, responsabile del centro Informare un’h (www.informareunh.it) di Peccioli (PI) e componente del Coordinamento del Gruppo donne UILDM

Per riconoscere la violenza nei confronti delle donne con disabilità è necessario prima di tutto contemplare mentalmente che anche le donne con disabilità possono essere vittime di violenza. Se a livello mentale non viene nemmeno presa in considerazione questa ipotesi, possiamo escludere che la violenza, anche quando presente, verrà rilevata, a meno che non si manifesti in forme particolarmente eclatanti (ad esempio con percosse). Fanno da filtro alcuni pregiudizi: che la violenza possa riguardare solo donne rispondenti a certi canoni estetici (ad esempio: la donna non disabile e fisicamente attraente, escludendo anche, in modo del tutto arbitrario, che anche una donna con disabilità possa risultare attraente), e che essa sia una forma di espressione della sessualità. In realtà la violenza è un comportamento finalizzato alla sopraffazione, e la sopraffazione si esercita più facilmente nei confronti di chi è più debole, questo particolare rende le persone disabili particolarmente esposte al rischio di subire violenza. Inoltre non tutte le violenze sono di tipo sessuale, ma anche quando investono la sfera sessuale, sarebbe erroneo considerarle come espressione della sessualità: l’espressione della sessualità infatti implica un mettersi in relazione all’altro, nella violenza invece non si cerca la relazione, ma c’è un’imposizione unilaterale dell’atto sessuale attraverso la forza.
Le donne con disabilità sono esposte a due tipi di violenze: uno legato al genere, l’altro alla disabilità.
La violenza legata al genere si sviluppa con gli stessi meccanismi riscontrati nei casi di violenza verso qualsiasi donna, con in più l’aggravante che, per i casi in cui la donna abbia dei limiti di autonomia e il comportamento oppressivo sia posto in essere da chi le presta assistenza, il percorso di fuoriuscita dalla violenza risulta notevolmente più complesso.
La violenza legata alla disabilità assume connotazioni molto specifiche. Uno degli strumenti che è stato messo a punto per descriverla è un adattamento della “Ruota del potere e del controllo” (la Power and control wheel: people with disability and their caregivers) che esamina la violenza all’interno del rapporto tra la persona con disabilità e il suo (o la sua) caregiver (la persona che presta assistenza). Questo tipo di violenza può essere agito anche da donne (essendo esse, almeno in Italia, le figure maggiormente impegnate nei lavori di cura), e può essere rivolta anche nei confronti degli uomini. Si pensi, ad esempio, alla minaccia espressa dal caregiver di non prestare più assistenza alla persona con disabilità se questa non soggiace al suo volere, oppure alla gestione dei beni della persona disabile come se fossero proprietà del caregiver, o, ancora, al ricorso alla sedazione della persona disabile, non per motivi di salute, ma per alleviare il lavoro di cura.
Sempre in relazione alla violenza legata alla disabilità va segnalata la particolare fragilità delle persone disabili (in maggioranza donne) ricoverate in strutture residenziali. In questi contesti l’esposizione alla violenza è favorita dall’esorbitante asimmetria di potere/controllo tra chi gestisce le strutture e chi vi è ospitato/a. Purtroppo la cronaca ci regala un triste campionario degli orrori che possono verificarsi nelle istituzioni totali.
La violenza sulle donne e quella nei confronti delle persone con disabilità andrebbero prevenute attraverso interventi educativi volti a superare gli stereotipi di genere e a educare al rispetto delle differenze. Tuttavia, qui in Italia, diversi progetti di prevenzione della violenza promossi nelle scuole sono stati osteggiati da molti genitori e da alcuni movimenti prevalentemente, ma non solo, di ispirazione cattolica, che hanno inteso l’educazione al rispetto dei generi, e dei diversi orientamenti sessuali, come “promozione dell’omosessualità”.

Misure di contrasto e di risposta
Una volta preso atto dell’esistenza del fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità è necessario pensare a delle misure di contrasto e di risposta. A questo punto si pone il problema dell’accessibilità e dei diversi modi in cui essa andrebbe declinata: in relazione ai diversi tipi di disabilità (motoria, sensoriale, intellettiva), in relazione ai luoghi (ad esempio: accessibilità delle strutture di primo soccorso e delle strutture di accoglienza), e in relazione ai servizi (per la comunicazione, per l’assistenza fisica, per il supporto a chi ha una disabilità intellettiva).
Per inventare percorsi di uscita dalla violenza occorre mettere in campo competenze relative sia alla violenza (e ai suoi meccanismi), sia alla disabilità. Però occorre anche uscire da certe rigidità: non è detto che la risposta più adatta a una donna con disabilità vittima di violenza sia una comune casa rifugio pensata per le donne che hanno subito violenza, potrebbe essere, ad esempio, una struttura pensata per le persone disabili. Non è detto che chi agisce violenza sia sempre un uomo, né che la vittima di violenza sia sempre e necessariamente la persona disabile e non, sempre ad esempio, la caregiver schiavizzata dalla persona con disabilità di cui si prende cura. Per le donne impegnate nella lotta alla violenza sulle donne ipotizzare che anche le donne possano essere autrici di violenza nei confronti delle persone con disabilità non è un’acquisizione semplice da elaborare. Ma l’onestà intellettuale impone di tenere aperta la mente a tutte le possibilità, anche quelle più scomode e dolorose per noi.

Molta documentazione d’interesse è raccolta nella pagina dedicata al tema della violenza contro le donne curata dal Gruppo donne UILDM

2. Prendersi cura delle inevitabili specificità

di Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche Sociali e Cultura della Salute Comune di Milano

Nell’ambito delle giornate che, in occasione del 3 dicembre, come assessorato delle Politiche Sociali abbiamo deciso di realizzare con il Terzo settore, per riflettere e ragionare su le politiche, gli interventi, i servizi – tra difficoltà e innovazioni – riguardanti le persone con disabilità, è importante accendere un faro, quindi ritagliare uno spazio di discussione sulla questione molto rimossa della violenza di genere in relazione a donne con disabilità. Esse sono portatrici, inevitabilmente, di fragilità e, pertanto, possono essere più facilmente sottoposte alla pratica dell’abuso, all’assenza del rispetto, al ricatto o addirittura alla violenza fisica efferata.
Il 94,5 per cento dei casi di violenza degli uomini sulle donne, registrati dai Centri antiviolenza della città di Milano, sono episodi consumati tra le mura domestiche a opera di un compagno, di un amico, di un operatore, che ha a che fare con la donna stessa. Ragioniamo su un fenomeno che purtroppo è molto radicato, è trasversale e taglia ceti e condizioni sociali, svolgendosi nell’ambito di relazioni date come assolutamente naturali o perché c’è un legame vero e proprio d’amore, di affetto, o perché c’è una relazione già preesistente.
È vero che spesso il tema della violenza sulle donne con disabilità non è considerato come una questione da affrontare con delle inevitabili specificità, in relazione al quale realizzare nei servizi un salto di qualità, innanzitutto nella capacità di intercettare le problematiche connesse, ma anche in un’ottica di prevenzione rispetto all’abuso e alla violenza, per coglierla prima che essa si manifesti all’esterno. Diciamo sempre che, quando si ragiona di violenza di genere, siamo di fronte a una punta di iceberg rappresentata dai grandi, tragici e dolorosi episodi e poi, sotto il livello del mare, vi è una costellazione di pratiche anticipatorie assolutamente terribili che tendono a creare condizioni di segregazione o ad alimentare meccanismi di ricatto. Credo che, anche nel caso della violenza agita sulle donne con disabilità, dobbiamo ragionare proprio di questo: di come riusciamo ad affrontare la violenza in relazione agli episodi più drammatici ed efferati, ma anche di come porre attenzione a tutto ciò che è il vissuto che li precede, che in qualche modo li può alimentare, in alcuni casi costruendo le precondizioni, legate in particolare a relazioni distorte tra le persone.
Credo che dobbiamo fare un lavoro di questo tipo: da una parte, mi permetto di dirlo con molta modestia – senza pensare di dare lezione a nessuno – abbiamo bisogno di decidere che di questo problema ce ne facciamo carico e ce ne occupiamo, cosa che non sempre è accaduta, anzi; dall’altra dobbiamo comprendere come riuscire a dire alle donne e alle ragazze con disabilità di questa città che non sono sole, per la presenza di servizi, centri, soggetti a cui potersi rivolgere. In questo caso è evidente che dobbiamo giocare in una messa in relazione tra le esperienze organizzate che si occupano di disabilità (che la persona disabile incontra in ragione della propria condizione, nella necessità di trovare sostegno) con ambiti che si occupano di violenza di genere, quindi centri antiviolenza, convenzionati, pubblici e privati, che agiscono su questo fronte.
“Le donne con disabilità non sono sole” è la cosa che affermiamo, ma vorremmo dir loro anche: “Non siete sole contro la violenza”. Qui dobbiamo fare un lavoro in più, nel senso che va sviluppata un’azione ancora più sottile ed efficace nel sapersi rendere utili e prima ancora nel sapere intercettare il problema. Penso che questo balzo di qualità sia da fare nel momento della prevenzione della violenza e in quello della presa in carico della donna che la subisce, così come nella fase di sostegno e ricostruzione dell’autonomia della persona che subisce violenza. Se è vero che la violenza di genere si consuma in mura domestiche o in relazioni spesso conosciute e praticate, mettendo in gioco la dinamica della relazione tra i generi e la dimensione del ricatto, chiama in causa la ricostruzione della biografia futura. Tutto ciò che riguarda la questione cruciale dell’uscita dalla violenza per le donne con disabilità ci chiede un di più di sensibilità e strumenti. È il motivo per cui questa discussione e confronto non è per noi un eccentrico dibattito che ci è stato proposto, bensì è un momento molto significativo per irrobustire il complesso degli interventi già esistenti, quindi migliorare la qualità della rete e dell’offerta nel campo delle politiche sociali. Essenziale è procedere nella formazione degli operatori, delle operatrici, perché intercettare la violenza, riuscire a comprenderla come tale in questo caso, delle donne con disabilità, non credo che sia né facile, né agevole, né per forza facilitato dalla donna o ragazza che la subisce, perché i condizionamenti possono essere tanti e di vario tipo. Credo che vada particolarmente presidiata, come si evince anche dai materiali che hanno istruito vari momenti di confronto sul tema a livello nazionale, la questione della formazione dell’operatore che gioca un ruolo particolarissimo perché figura molto rilevante in questo caso, in quanto può essere sia il principale alleato contro la violenza sia il soggetto che la esercita.
Penso che sia davvero importante questa riflessione collettiva, assolutamente non banale, ogni intervento aggiunge un punto di vista, uno sguardo, un pensiero utile nella direzione in cui vogliamo andare. Lo dico senza retorica, per contrastare la violenza sulle donne con disabilità bisogna portare avanti un messaggio che non costituisca un’ulteriore segregazione in risposta alla violenza, con un’idea assolutamente positiva di promozione dei diritti delle ragazze e delle donne con disabilità, che sono innanzitutto ragazze e donne.
Credo anche che sia molto importante riuscire a non dare per scontata la relazione con le istituzioni preposte all’azione repressiva, all’accertamento, quindi con la magistratura e le forze dell’ordine. Noi abbiamo istituito a Milano un Tavolo inter-istituzionale sulla violenza di genere, formalizzando il rapporto tra Comune e Rete centri antiviolenza, che in alcuni casi hanno una storia gloriosa e pluridecennale. Siamo ancora al momento un po’ liturgico del confronto, vogliamo lavorare di più e meglio sulla formazione specifica degli operatori, proprio su come interpretare la violenza, che tipo di prime risposte dare e così via.
Ci troviamo totalmente in sintonia, ora andrò in Consiglio comunale dove porterò questa sciarpa rossa che simboleggia il “Posto occupato”, ricevuta ora dalla Rete delle donne AntiViolenza di Perugia, anche noi abbiamo dato vita a momenti di questo genere, è un testimone utile in una corresponsabilizzazione che ci deve sempre vedere coinvolti.
Sono convinto del fatto che la rete degli attori sociali che intervengono nel campo delle politiche sociali nella città di Milano non può che essere grata di questo contributo che può arricchire la qualità dell’operato di tutti. Vi ringrazio di questo confronto, tappa di un lavoro in comune. 

1. Diventare organismi ricettivi

di Martina Gerosa 

Le statistiche dicono che il numero di donne uccise in Italia è stabile, non ci sarebbero indicazioni di aumenti improvvisi. E dunque le donne morte in questi giorni sotto i colpi di uomini assassini sono state colpite da un’insolazione o sono danni collaterali di un’estate particolarmente calda. Non amo le statistiche, perché penso che anche una sola persona ha diritto di vivere, e ha un nome, un volto, una storia. Ma come uomo sono colpito da quanto leggo, da quanto vedo. Proprio perché ho sempre amato le donne, moltissimo, e continuo anche adesso, che ho superato i sessant’anni. Tranquilli, sono fedele per natura, e non sto parlando solo di passione amorosa, ma proprio di amore per le donne, che hanno riempito la mia vita di colori, di emozioni, di episodi, di condivisione, di speranze, di battaglie, di risate, di malinconia, di dolore, di gioia, di cose concrete da fare insieme, giorno dopo giorno.
Non mi è mai passato per la testa di usare violenza fisica nei confronti di una donna, e non perché vivo in sedia a rotelle. Potrei riuscirci anche da qui, su questo non ho dubbi. È proprio perché l’idea di possesso, di proprietà sulla donna, non mi appartiene, non fa parte del mio bagaglio di viaggio nell’esistenza. So di non possedere del tutto neanche me stesso, dal momento che il corpo non sempre risponde ai comandi del cervello o del cuore. Figurarsi se posso immaginare una sorta di dominio su un essere diverso da me. Io amo la relazione, la curiosità, la diversità di approccio, la possibile convergenza di saperi e di istinti, la piacevolezza dell’aspetto, la freschezza mentale, la spregiudicatezza, l’imprevedibilità, l’estro interiore, la tenacia, la concretezza, la tenerezza, la fragilità, la forza, la resistenza delle donne.
Le donne non si riposano mai, o quasi. E spesso sono proprio le giornate della solitudine, quelle che coincidono con la fine dell’anno o con il Ferragosto, a risultare le più pericolose per la loro incolumità, perché gli uomini non accettano di rimanere da soli, si portano questa tara fin da bambini, da quando cercavano di infilarsi nel lettone, fra mamma e papà. Le donne sono molto più indipendenti, anche nella sofferenza. Ecco perché mi piacerebbe che il Ferragosto venisse dedicato a loro, alle nostre compagne di vita. Una giornata del rispetto e dell’amore, senza bisogno di cerimonie o di gesti retorici, ma solo di un pensiero collettivo. Un pensiero capace di raggiungere le menti bacate degli uomini capaci di violenza. E comunque un pensiero che renda merito alla presenza delle donne, fondamentale nella nostra vita. Buon Ferragosto, amiche e compagne.
(Franco Bomprezzi, “Dedichiamo il ferragosto alle donne”)
[Testo apparso il 13 agosto 2013 su FrancaMente, blog di Franco Bomprezzi su Vita.it [http://blog.vita.it/francamente/2013/08/13/dedichiamo-il-ferragosto-alle-donne]  

Ricordo come fosse ieri il giorno dello speciale flash mob di Reatech a Milano, sul finire di settembre 2013, quando Franco e io ci trovammo fianco a fianco in piazza per i diritti delle persone con disabilità. Fu allora che gli parlai la prima volta della vicenda in cui mi ero imbattuta, per cui stavo cercando come un segugio qualsiasi traccia mi portasse a capire come affrontare e gestire situazioni di donne con disabilità vittime di violenza.
Il saggio amico mi parlò allora di Simona Lancioni del Gruppo Donne UILDM: “lei sta facendo una ricerca accurata di ciò che esiste in Italia sul tema”, così mi disse.
Simona – che poi sarebbe diventata una grande amica – l’avrei conosciuta due mesi dopo tra Firenze e Siena, a Empoli, al convegno di presentazione del progetto dello sportello Aurora dedicato al tema della violenza sulle donne con disabilità curato da Rosalba Taddeini e le straordinarie donne dell’associazione Frida di San Miniato con l’AIAS di Empoli. Della “violenza silenziosa sulle donne con disabilità” e dello stesso progetto Aurora Franco aveva raccontato sul finire d’agosto sulla testata Superando, di cui era direttore.
In mezzo, in occasione del Ferragosto, Franco aveva scritto il bellissimo, commovente inno d’amore dedicato alle donne troppe volte vittime di violenza che, a distanza di due anni, in una nuova calda estate, ripropongo sentendo forte la presenza del nostro “cavaliere ruotante” nell’assenza.
Questa monografia di HP-Accaparlante la dedichiamo all’amico e compagno di strada Franco Bomprezzi, che sarebbe stato con noi a moderare il workshop nazionale “Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza” tenutosi il 1° dicembre 2014, se la malattia non l’avesse costretto a dare forfait, fino all’ultimo credette infatti di potercela fare, a essere presente in un’iniziativa di cui sentiva la grande importanza.
Al di là delle idee e delle esperienze che sono state condivise in quell’occasione, raccolte ora in questa monografia, è stato fondamentale “incontrarsi”, da ogni parte d’Italia, per condividere, mettere in comune ciò che è stato detto (molto) e fatto (poco) nel nostro Paese per le persone con disabilità vittime di violenza.
Da dove ha origine questo workshop?
Alla mia domanda “Dove si può orientare una donna con disabilità vittima di violenza?” rivolta a una moltitudine di esperti (psicologi, assistenti sociali, medici, ricercatori e formatori…) da cui mi sarei aspettata chiari suggerimenti per l’azione, per mesi ho ricevuto di tutta risposta un imbarazzante silenzio.
Ma come mai questo mio nuovo interesse di ricerca? Nel 2013, a primavera inoltrata, era ormai già quasi estate, ricevetti un messaggio come in una bottiglia gettata nell’oceano di internet da una giovane donna che manifestava sofferenza per la condizione in cui viveva tra le mura domestiche. Dapprima non diedi più di tanto peso alla sua richiesta di aiuto, che via via, attraverso uno scambio di messaggi sempre più fitto ho avvertito come impellente.
Se sulle disabilità ero competente sia a livello di esperienza che di conoscenza, anche scientifica (era questo il motivo per cui mi aveva intercettata), di violenza di genere io non sapevo fino a quel momento nulla. Sapevo solo che troppo spesso tra le notizie dei media ce n’è una che racconta di un atto efferato di violenza sulle donne, ma non avendola mai percepita come realtà vicina, tra le tante sofferenze del mondo non me ne ero mai fatta carico.
Questa volta la violenza sulle donne bussava alla porta del mio cuore e della mia intelligenza.
La violenza combinata con la disabilità è davvero micidiale: di una matassa già normalmente complessa da districare diventa ancora più difficile trovare il bandolo.
L’informazione sul tema della violenza di genere nella società è sempre poco fluida, condizionata da molti stereotipi, figuriamoci cosa possa accadere in presenza di disabilità. Ho focalizzato inoltre un primo problema quasi banale, che ho iniziato a sollevare in ogni occasione mi si presentasse: numeri di telefono e sportelli possono non essere mezzi sufficienti per garantire l’accessibilità dei servizi antiviolenza, anzi in certi casi possono essere barriere.
La prima persona con cui ho trovato il modo di confrontarmi sul tema a cuore aperto è stata Giovanna Di Pasquale del Centro Documentazione Handicap di Bologna. Possibile che non ci fossero punti di riferimento nei nostri territori, per poter affrontare la situazione della giovane donna con i mezzi e le competenze necessari?
Nell’autunno 2013, a Milano, Corvo Rosso, alias Furio Sandrini, filosofo e satirista, portò –supportato da Giovanna Daniele e altri – in tutte le biblioteche civiche una straordinaria mostra di ben novantanove tavole: “No al silenzio! Basta violenza sulle donne” a cui si accompagnarono incontri ed eventi, per quasi due mesi.
Fu grazie a questa iniziativa, veramente pregevole, che trovai finalmente il bandolo della matassa. Scorrendo il programma degli eventi a cui presi parte, anche solo per capire di più del tema che stava prendendo la mia mente oltre che il mio cuore, ne trovai uno in cui sarebbe stato presentato il progetto Aurora dedicato alla violenza sulle donne con disabilità! Determinante per me, per comprendere ciò che stavo osservando, è stato scoprire il famoso schema, mai visto prima di allora, “La ruota del potere e del controllo” del progetto Duluth nel Minnesota (Stati Uniti). Tutte le donne fin da ragazze a mio parere dovrebbero conoscerlo.
Uno degli incontri che mi colpì maggiormente fu con la dottoressa Nadia Muscialini di Soccorso Rosa. La stessa dottoressa che avrei ritrovato qualche mese dopo, nel febbraio 2014, a un incontro della Rete Antiviolenza del Comune di Milano in occasione del 3° Forum delle Politiche sociali. Il centro antiviolenza Soccorso Rosa dell’Ospedale San Carlo è stato, insieme a Cascina Biblioteca, l’approdo sicuro per la giovane donna che seguivo, dopo mesi di travagliate ricerche.
Per affrontare la violenza sulle persone con disabilità non bastano più solo le ricerche che dimostrano, insieme ai più recenti dati Istat, che il fenomeno è molto grave, colpendo da 4 a 6 individui su 10 contro i 3 su 10 tra i cosiddetti normodotati.
È tragico pensare oggi che, un anno dopo, sia stato praticamente annientato un servizio come Soccorso Rosa, che tra tutti è stato l’unico, insieme a Cascina Biblioteca e a un paio di altre importanti realtà del non profit, ad aprirsi a una richiesta di aiuto tanto particolare.
Grazie a un’elevata capacità di attenzione e intelligenza, flessibilità mentale e creatività fuori dal comune e soprattutto un grande cuore da parte degli operatori, a Milano – in un contesto politico favorevole, pur in presenza di difficoltà legate alle rigidità burocratiche – una rete di persone ha saputo attivarsi in modo da costruire un possibile percorso di fuoriuscita dalla violenza per una persona con disabilità al di là di schemi, procedure e regole, anche col fondamentale supporto dei saperi e delle esperienze che contemporaneamente si sviluppavano altrove in Italia.
Come diffondere la conoscenza sul fenomeno della violenza sulle persone con disabilità e rendere possibili percorsi innovativi ed efficaci ovunque e sempre?
L’auspicio è che questa monografia che raccoglie contributi su questi temi così raramente approfonditi e condivisi, venga portata laddove ci siano persone con mente e cuore aperti, il famoso organismo ricettivo di cui scrisse Simone Weil ne La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano (SE, Milano, 1990):
Un organismo ricettivo, cioè persone il cui compito primo, la cui prima preoccupazione sia quella di discernere i pensieri latenti, i bisogni latenti, e di comunicarli…
Per un simile compito è indispensabile un interesse appassionato per gli esseri umani, chiunque essi siano, e per la loro anima; una capacità di mettersi nei loro panni e di far attenzione ai sintomi dei pensieri inespressi, un certo senso intuitivo della storia che si sta compiendo, e la facilità di esprimere per iscritto sfumature delicate e relazioni complesse.
Date la vastità e la complessità delle cose che debbono essere osservate, si dovrebbe avere un gran numero di osservatori di questo genere; ma in realtà ciò è impossibile. È dunque urgente utilizzare a questo fine, senza eccezione, chiunque ne sia capace.
Buona lettura, buon lavoro e arrivederci al prossimo workshop nazionale.

Nota: Molti dei contributi della monografia nascono dal primo workshop nazionale “Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza”, realizzato in collaborazione con l’Assessorato Politiche Sociali del Comune di Milano e tenutosi il primo dicembre 2014 presso la Casa dei Diritti con il patrocinio dell’Associazione Italiana Disability Manager. L’incontro è stato moderato da Claudio Arrigoni, giornalista della Gazzetta dello Sport e blogger di InVisibili del Corriere della Sera. I testi sono stati raccolti grazie alla stenotipia curata da CulturAbile Onlus, che ha garantito l’accessibilità dell’evento alle persone con disabilità uditiva.