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Autore: Nicola Rabbi

Cronache paralimpiche

di Giovanni Preiti

“La Paralimpiade è una storia tutta da vivere, fatta di migliaia di capitoli, scritti da mille mani diverse. È un mosaico composto da tantissime tessere, l’una indispensabile per la vita dell’altra” scrive nella brochure di presentazione della squadra italiana, il Presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), Luca Pancalli.
Sono passati ormai mesi dalla chiusura delle Paralimpiadi di Pechino, evento che sicuramente segna la storia dello sport, come dice Pancalli; ora mi trovo qui a raccontare cosa è successo. Intanto i numeri: gli  atleti italiani sono stati 84 (insieme a sei atleti guida) su un totale di circa 4.000 partecipanti, in rappresentanza di 150 Paesi. Fare l’elenco sarebbe troppo lungo, per non fare ingiustizie, vi riporto il link dove potrete rintracciare il curriculum di ognuno, con i vari atleti divisi per disciplina
Voglio solo citare due nomi, entrambi al femminile: la portabandiera della squadra italiana, la trentasettenne atleta veneta Francesca Porcellato, che a Pechino ha disputato la sua settima Paralimpiade (sei estive e una invernale), accompagnata dalla sedicenne modenese Cecilia Camellini, la più giovane.
Abbiamo riportato in totale 18 medaglie, una in meno di Atene 2004, piazzandoci al 28° posto dopo Paesi come l’Ucraina, il Kenya, il Messico, la Korea, la Tunisia, la Polonia, l’Iran e Hong Kong. Se dovessimo seguire le parole di Rocco Crimi (sottosegretario con delega allo sport) secondo cui “I paralimpici rappresentano il grado di civiltà di un Paese”, ci troveremmo evidentemente a un grado di civiltà piuttosto basso. In realtà lo stato dello sport disabili in Italia, come il nono posto tra i normodotati, non dipende di certo solo dal nostro piazzamento nel medagliere di Pechino, ma sicuramente è un dato importante sul quale dobbiamo fare molte riflessioni per il prossimo quadriennio.
Molte sarebbero le cose da citare su questo evento mondiale, ma la storia è fatta soprattutto dagli uomini e dalle donne, e ce ne sono tanti da menzionare come Matt Cowdrey australiano, cinque ori e tre argenti nel nuoto, grande rivelazione di questi Giochi. Come lui, in piscina, i cinesi hanno sostenuto il grande idolo di casa, He Junquan, completamente senza braccia da quando aveva cinque anni per aver toccato un trasformatore, che ha catalizzato l’attenzione del pubblico che gremiva il Water Cube a ogni sua gara. He Junquan ha raggiunto il suo obiettivo: cinque gare, cinque medaglie d’oro. Natalie Du Toit è invece il Pistorius della piscina, non solo perché è sudafricana come lui e amputata a una gamba. Natalie, che ha partecipato anche all’Olimpiade del mese scorso, giungendo sedicesima nella maratona del nuoto (10 km), aveva solo da perdere, come Pistorius. E, come lui, ha anche rischiato di farlo. Un fenomeno, eletta con il premio Whang Youn Dai come la migliore dei Giochi insieme al panamense Said Gomez, ipovedente, presente ai Giochi da Barcellona. E poi Chantal Petitclerc, canadese, paraplegica da quando aveva 13 anni, un fenomeno in carrozzina, oro in tutte le gare a cui ha partecipato: 100, 200, 400, 800 e 1500 m. O Kenny Darren, ex ciclista junior della nazionale junior inglese, cerebroleso dopo un incidente in gara al Tour d’Irlanda: ha vinto cinque medaglie, quattro d’oro e una d’argento, dietro al fenomeno spagnolo Ochoa. Imbattibile anche in questa edizione Esther Vergeer, la miglior tennista in carrozzina di tutti i tempi. A 27 anni, in carrozzina da quando ne aveva otto dopo un’operazione alla spina dorsale per risolvere un difetto avuto alla nascita, la Vergeer ha vinto singolo e doppio, portando a 345 le gare in cui è imbattuta. Un record aperto e probabilmente mai superabile. E la polacca Natalia Partika, amputata a un braccio, che ha partecipato alla Olimpiade, come la Du Toit. Ha vinto un oro nel singolare, ma è stata sconfitta nella partita decisiva della finale a squadre, che ha consegnato l’ennesimo oro alla Cina. La dimostrazione che Olimpiade e Paralimpiade sono sempre più vicine. Il celebrato, anche troppo da tutti i media mondiali, Oscar Pistorius  con le vittorie nei 400, 100 e 200, anche se quella nei 100 soffertissima vinta per 3 centesimi. Infine voglio ricordare la nazionale maschile australiana di basket in carrozzina, che contro pronostico ha battuto in finale il Canada del fortissimo Patrick Anderson.
Ora parliamo dei media: circa 5.000 gli addetti alla comunicazione accreditati per i Giochi Paralimpici di Pechino 2008, tra operatori del BOB (Beijing Olympic Broadcasting), delle televisioni, della stampa e fotografi, basti pensare che solo la BBC è stata presente a Pechino con 80 operatori. L’euforica Steffi Klein, Senior Manager dei Media e delle Comunicazioni dell’International Paralympic Committe, ha dichiarato nella conferenza stampa d’apertura: “Inutile dire la mia soddisfazione nel leggere questi dati, numeri che fanno di queste Paralimpiadi una delle più importanti di sempre in termini di visibilità e di risalto dato dai media a un evento del genere”.
E per quanto riguarda l’Italia? Io ho provato a chiedere a chi ho incontrato in questi giorni, tra cui anche giornalisti sportivi della mia città, e la risposta è stata che hanno visto poco o nulla. Del resto io stesso, da appassionato e dotato di satellite a casa, sono riuscito a vedere poco, sicuramente anche a causa dell’orario scomodo delle dirette! Ho notato ancora una grande indifferenza. Ogni giorno su RaiDue alle 9.30 c’è stato uno speciale di una mezz’ora, poi dalle 10.30 alle 14.30 ci sono state quattro ore di dirette su RaiSportPiù (digitale terrestre) e RaiSportSat (satellite), dove Lorenzo Roata è stato un ottimo cronista dell’evento paralimpico, dimostrando la competenza che ha acquisito in questi anni sullo sport disabili coadiuvato dal bravo e esperto Claudio Arrigoni; prezioso è stato anche il contributo tecnico dei commentatori che la Rai ha assoldato tra le fila dei tecnici del Comitato Italiano Paralimpico. Il sito web della Rai ha trasmesso le dirette in streaming. Eurosport aggiornava i risultati tramite le sue news, come pure Sky sulle medaglie italiane. Sui giornali non si è visto molto, qualche articolo sulla Gazzetta dello Sport, e pochi altri. Tutto questo è stato sicuramente insufficiente, naturalmente in quei giorni era ovviamente più importante parlare della ben più seguita, famosa e pagata nazionale di calcio, che per poco non è scivolata sulla “buccia di banana” Cipro, e del polso rotto di Gattuso, invece di dedicare qualche minuto alle Paralimpiadi. Naturalmente era colpa del mancato interesse da parte del pubblico, ma è un cane che si mangia la coda; come fa il pubblico a mostrare interesse per qualche cosa che non conosce e non può vedere? Come sottolineato dalla portacolori

 Il disabile nobilita il lavoro

di Stefano Toschi

Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell’Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. Il giovane è stato scelto solo a causa delle sue effettive capacità lavorative e svolge una professione attinente al suo titolo di studio, ovvero il diploma di geometra. Questo caso ha destato curiosità e ammirazione perché, di solito, le aziende non assumono disabili se non sono costrette a farlo dalla normativa vigente e, in ogni caso, difficilmente inseriscono nel loro organico un dipendente con qualche deficit inquadrandolo nel livello adeguato alle sue competenze, o permettendogli di svolgere una professione che abbia qualche attinenza con i suoi titoli di studio e le sue capacità.
Pertanto, accostando le parole “disabili” e “lavoro” sembra di creare un ossimoro, una contraddizione. Non a caso, è proprio con la rivoluzione industriale, e quindi con l’ampliamento delle possibilità di trovare un lavoro, che nasce il concetto di handicap. Quest’ultimo, infatti, è inteso essenzialmente come la mancanza di capacità di compiere una attività lavorativa. Storicamente, dunque, il termine, che ha il suo corrispettivo italiano nel vocabolo “disabilità”, ha accezione negativa, rimarca una mancanza, un’incapacità di svolgere una determinata funzione sociale fondamentale, come quella del lavoro. Questo concetto sembra suggerire che, chi non è abile e svolgere un certo tipo di attività produttiva, non è abile tout court, è dis-abile, appunto.
Se si pensa all’importanza che ha il lavoro nella nostra Costituzione, si coglie subito quale significato umano, morale e sociale acquisisca la disabilità da tale punto di vista. Già nel primo articolo si legge che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Esso è un diritto e un dovere, come precisa l’articolo 4. Viene spontaneo chiedersi se anche per una persona con deficit il lavoro abbia entrambe queste caratteristiche. Lo stesso articolo 4 prosegue dicendo che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
A questo punto, è possibile fare due considerazioni. La prima riguarda quel “secondo le proprie possibilità”. Una persona disabile, spesso, può svolgere una funzione non direttamente produttiva, ma non per questo di minor peso sociale. Il lavoro, che è uno strumento fondamentale nella realizzazione di un individuo, non deve prevaricare le altre caratteristiche della persona, come invece di solito avviene. Quasi sempre, infatti, una persona usa la propria professione come biglietto da visita, come garanzia, come prova delle proprie capacità. Alle persone con deficit, nel migliore dei casi, viene riconosciuto un ruolo “spirituale” nella società, ma più in funzione degli altri, che di se stessi. Ovvero, vengono considerate persone bisognose di aiuto e di assistenza e che, pertanto, hanno la capacità di tirare fuori il meglio dai cosiddetti “normali” che hanno a che fare con loro. Anzi, sono essi stessi oggetto e fonte del lavoro di tante persone “normali”, che lavorano nel sociale, come si usa dire. In genere, viene loro negata la possibilità di avere un ruolo attivo nella società, anche dal punto di vista del lavoro.
Leggendo alcune statistiche reperibili sul web, si riscontra come sia presente fra i soggetti con disabilità un bassissimo livello di istruzione. Quasi la metà degli iscritti alle liste di collocamento per le categorie protette, infatti, risulta non avere adempiuto nemmeno l’obbligo scolastico. Questa situazione non è necessariamente causata dai limiti fisici o intellettuali che possono avere le persone in questione, quanto dalle barriere che la società, i governanti, i pregiudizi pongono sul cammino di un disabile, barriere culturali che nulla hanno da invidiare a quelle architettoniche. Naturalmente, esistono dei correttivi e degli ammortizzatori sociali che permettono a persone con deficit di trovare una professione: ad esempio, le aziende con più di 15 dipendenti sono obbligate a inserire nel loro organico lavoratori appartenenti alle categorie protette.
Tale considerazione apre la porta ad altre due osservazioni. La prima riguarda la definizione di “categorie protette”: non si capisce esattamente da chi o da cosa queste persone debbano essere protette, ma soprattutto non è chiaro chi le protegga. E qua si inserisce la seconda osservazione: è da considerarsi una tutela il fatto che coloro i quali, nonostante qualche deficit fisico, hanno studiato e magari si sono laureati e specializzati, debbano poi accettare, per vivere, di essere sottoimpiegati in professioni inadeguate alla loro preparazione? Questa domanda viene posta, di solito, in riferimento ad altre categorie di persone, quali le donne o i lavoratori stranieri immigrati. Sui giornali si legge spesso di persone immigrate che, seppur laureate nel loro Paese d’origine, lamentano di trovare in Italia solo lavori da colf o operaio. Oppure, si legge di donne che devono rinunciare alla carriera e accontentarsi di lavori non qualificati solo perché madri di famiglia. Queste testimonianze, in verità molto frequenti, scuotono l’opinione pubblica e alimentano le discussioni. Invece, se è il lavoratore disabile a essere sottoimpiegato, come avviene poi nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne meraviglia, quasi come se fosse del tutto normale che un limite fisico impedisca anche la piena realizzazione professionale.
La condizione di disabilità è ancora una volta rivelatrice. Non lo è soltanto dei limiti umani naturali che tutti abbiamo, ma che nei disabili sono semplicemente più trasparenti, perché evidenti e quindi non occultabili. In questo caso lo è anche dei problemi e delle contraddizioni della società, perché ogni persona dovrebbe fare il lavoro per cui è portata, dovrebbe essere assunta per merito e non per raccomandazione o per obblighi di legge. Il lavoro non dovrebbe essere soltanto una fonte di reddito, ma soprattutto un’occasione di realizzazione personale. La celeberrima frase “il lavoro nobilita l’uomo” nasce proprio nel contesto della grande rivoluzione borghese del Settecento: coloro che non erano nobili di nascita erano consapevoli di guadagnarsi gli stessi onori con il sudore della fronte. Ma se il lavoro nobilita l’uomo, pare che per ora non sia neppure in grado di elevare un po’ il disabile dalla sua carrozzina!

Orizzonti di gloria

di Luca Baldassarre

“Mi piace proprio questa strada…”. È questo che penso quando il mio “scatolino” esce dalla città e comincia, con calma, a scalare i dolci colli senesi, in direzione sud. Per questa giornata mi sono ripromesso due sole cose: fermarmi ad Asciano per pranzare con mezzo chilo di fiorentina (costi quel che costi!) e poi restare un po’ in ammollo nelle vasche termali, a Bagni San Filippo. In effetti, non è un programma tanto impegnativo. Ce la posso fare. La prima parte del viaggio scorre senza tanti problemi anche se un paio di chiamate di lavoro provano a distogliermi dalla mia giornata di assoluto, totale, rigenerante e piacevole riposo. Ma in fondo, mi ripeto, oggi niente mi fermerà dalla nullafacenza. Il da farsi di domani sarà materia, appunto, del domani. Prima di scendere dall’auto e toccare con mano il pavé (sì, io accarezzo la pavimentazione stradale!) faccio un rapido controllo mentale di quello che mi serve: taccuino, registratore, due bustine di tisana (una depurante e l’altra digestiva), biro, guida e… ecco! C’è sempre l’ultima cosa che mi sfugge. Vabbè, mi tornerà in mente… Aah, le foto! La macchina fotografica. Bene! Adesso ho veramente tutto. Verificata la buona accessibilità del fondo stradale (in questi casi sulle guide turistiche della cooperativa Accaparlante scrivo “sampietrini ben connessi”) procedo spedito verso il mio pranzo. Spero che i gestori non se ne abbiano a male ma, a ben vedere, “La Mencia” non si può definire esattamente un locale di classe… Però, ragazzi, c’ha una fiorentina del 32! Spiego la portata del numero: intanto bisogna avere ben presente il rumore del rasoio affilatissimo che lacera un tessuto (per gli amanti di Dylan Dog è il “riiiiiip”). Applicato per analogia a questa carne, il riiiiiip è il sibilo impercettibile prodotto dal burro tagliato da una lama rovente. Il coltello si fa strada delicatamente nella “ciccia”, che quasi arretra sotto il suo incedere, un po’ come le acque del mar Rosso dinnanzi a Mosè. Forse per la citazione del profeta o più probabilmente per il chianti che accompagna il mio pasto, l’esperienza qui a “La Mencia” assurge a toni mistici.
Dopo un bel tour nel paesino e qualche buon caffé risalgo in macchina. Guido verso l’Amiata, obiettivo finale del mio miraggio odierno. Mi addentro nella Val d’Orcia e nelle sue strade del pecorino. Nonostante il mio occhio (e il mio stomaco) mi dirotti sistematicamente verso interessi culinari, riconosco all’Amiata e al suo territorio, un fascino e una ricchezza impressionante. Questa zona è di pregio sia dal punto di vista storico che naturalistico: boschi di faggi, castagni, sentieri a gogò (da percorrere come si vuole: a piedi, cavallo, bici e, a volte, in carrozzina) e perfino piste da sci. E poi medioevo a ufo: borghi spettacolari, abbazie, chiese, palazzi, castelli! Non a caso mi rifocillo un paio di volte prima di giungere all’agognata meta, tappa numero due di questo itinerario eno-gastronomico-godurioso, Bagni San Filippo.  Quelli che parlano bene lo definirebbero come “un luogo suggestivo per i suoi depositi calcarei, bianchissimi, e per le cascatelle d’acqua calda termale”. Bè, mica male come descrizione! Qui l’acqua è davvero calda e rinvigorente: sgorga naturalmente attorno ai 37-38° centigradi. Si può perfino scegliere se bagnarsi in quella di zolfo dalle rocce del Fosso dell’Acqua Bianca, o in quelle delle piscine fangose. Il nécessaire per il bagnetto in acqua termale è poca cosa: ciabattine, accappatoio e asciugamano. So che detta così, soprattutto per i neofiti della “termata”, appare una follia. Ma come? In inverno, spogliarsi al freddo? Brrrr… Mia madre, prototipo della buonissima mamma italiana, ancora oggi ci vede l’anticamera di una bronchite* (l’asterisco è il focolaio in omaggio). Ma, e lo dico anche alla mia mamma, così non è! Il bagno termale garantisce benessere, sollievo e grande rigenerazione cellulare (questa l’ho scritta a caso, ndr). Un risultato simile a un lavaggio a 60° in lavatrice per capi bianchi. Unica controindicazione (specifica per Bagni San Filippo): “l’effetto Rockets” (quelli di On the road again). Cioè, si esce inceronati e con il bulbo sparato in ogni direzione (sostanziale differenza con le crape pelate della band francese degli anni ’70/’80). Dopo molte ore, preferibilmente il giorno dopo, ci si lava. Invece, subito dopo, si cena. E qui ricomincerei daccapo… perciò passo al prossimo viaggio.

 Il caos, l’irreversibilità e la volontà

di Luca Giommi

La disabilità cos’è?”. “Spegniamo la telecamera, ché non so cosa dire”.
A parlare è uno degli intervistati (disabili) del documentario “Pinocchio è una storia vera”, ma la risposta rimanda, col richiamo alla telecamera, alla possibilità stessa di filmare la disabilità. Fare film su di essa non è affatto semplice, chi prova sa di esporre il suo lavoro a molteplici rischi a ogni livello di lettura e fruizione dell’opera. Tanto più che quasi sempre la disabilità è stata rappresentata da chi quella condizione non la viveva, restituendo spesso un’immagine semplificata e sclerotizzata della disabilità stessa. “Come prima” e “Pinocchio è una storia vera” riescono a evitare il distacco dalla “normalità” (che contribuisce a costruire quel tipo di rappresentazione incompleto e fallace) anche, e forse, proprio perché partono dall’acquisizione della “soggettività disabile” nella narrazione, ovvero del disabile come “soggetto narrante” e non “oggetto narrato”. In “Come prima” è il regista stesso a essere disabile, in “Pinocchio è una storia vera” la narrazione è affidata completamente alle persone con deficit che riportano le rispettive vicende biografiche.
Scegliere le proprie storie, dirle in prima persona: l’indipendenza ha bisogno dell’immaginario, di vivere come tale nella rappresentazione di sé, ancor prima di affermarsi nel tessuto politico e sociale.
“Come prima”, realizzato nel 2004 da Mirko Locatelli e di cui “HP-Accaparlante” si è già occupata ( n. 3, settembre 2005), è una visione intensa che propone numerosi spunti di riflessione. Ma quello fondamentale che il regista-sceneggiatore sembra volerci proporre, e che scorre per tutta la durata del film, ruota attorno al concetto e alla condizione di reversibilità e irreversibilità. Cosa vuol dire irreversibilità di un processo e come ci si confronta con una situazione di questo tipo? La reversibilità o meno di una situazione non dipende forse dal contesto in cui ci si trova, dal “sistema” in cui si è inseriti, dalla capacità di azione che riusciamo a esprimere? Non è forse vero che, nello stesso soggetto-oggetto, possono convivere stati reversibili e irreversibili e che l’azione di reversibilità si può esercitare su certi aspetti e non su altri? E che sta proprio lì, nel riuscire a individuare, interpretare e lavorare su quegli aspetti e non su altri, la possibilità di cambiare il segno a uno stato di cose? O che uno stesso stato di cose può insieme essere reversibile e irreversibile, ovvero, in parte reversibile e in parte no? Il film affronta appunto il momento di passaggio e di “caos” che intercorre tra uno stato di ordine e il successivo che, comunque, sarà di segno diverso e tenta di esplorare e far emergere quel che resta del “prima”, quel che si fa irreversibile e immodificabile nel carattere, nei desideri, nei bisogni e nei fatti e quello che, al contrario, può o è destinato a cambiare o a essere ripristinato.
Nel lavoro di Locatelli la questione è posta piuttosto direttamente, all’incirca a metà film, sotto forma di nozione di fisica (“I processi possono essere […] reversibili e irreversibili”) che muove alla riflessione il padre di Andrea, il ragazzo con tetraplegia acquisita in seguito a un incidente; poco dopo ci viene invece suggerita dall’imbarazzo (sempre del papà di Andrea) di fronte a una tazzina rotta, i cui pezzi appaiono difficilmente componibili, se l’intento è quello di ripristinare la sua forma originaria. Un processo irreversibile? Oppure la reversibilità o meno può essere anche una questione di punto di vista, di idoneità delle proprie reazioni allo stato di cose che ci si presenta?
Comunque, tutto il film sembra ruotare attorno a queste domande, ma teso non tanto a una loro soluzione, quanto alla descrizione di possibili intrecci, complicazioni, cambiamenti, tensioni e paradossi.
Il motorino di Andrea, dopo l’incidente, è “reversibile” (venduto) a pezzi. La casa di Andrea è riadattabile alle esigenze dei suoi nuovi movimenti (il film inizia proprio con le immagini dei lavori di ristrutturazione).
Ad arricchire la questione interviene “Pinocchio è una storia vera”, documentario realizzato nel 2006 dal giornalista Andrea Icardi, il quale intervistando persone diverse per vicende biografiche, dati anagrafici e contesto sociale ci presenta un quadro molto movimentato, per nulla omogeneo, di emozioni, condizioni di vita, rapporto con se stessi, accettazione della disabilità, ecc.
Anche qui sembra proprio che a essere tematizzato sia il confronto inevitabile con una nuova condizione fisico-mentale alla luce della reversibilità o irreversibilità dei fenomeni. In un certo senso il documentario è come se esplicitasse in modo più netto l’argomento del film di finzione di Locatelli, o, meglio, ne esplorasse le origini, il percorso, ne interrogasse in modo diretto la destinazione.
L’irreversibilità (per quanto, ancora?) delle ansie e dell’obbligo di essere sempre simpatici e speciali; l’irreversibilità di una certa dipendenza dagli altri; l’irreversibilità della carrozzina; la reversibilità di alcune barriere architettoniche e non di altre; la reversibilità intesa nel senso della possibilità di arrivare all’autodeterminazione, a una “vita indipendente” e della capacità di ridefinire i propri obiettivi, le proprie abilità, le relazioni con il mondo esterno e i “rapporti di forza” tra il “volere” e il “potere” (una delle intervistate dice “mi manca il poter dire io voglio, quindi io posso”, che in realtà è un inganno per ognuno di noi).  
Inoltre “Pinocchio è una storia vera” racconta un “dopo”, un confronto con la disabilità più lungo, ed è come se ci mostrasse le varie possibilità che Andrea di “Come prima” si troverà davanti, le scelte che potrebbe prendere, le continuazioni e i finali possibili del film di Locatelli, se questo idealmente continuasse aderendo alla “diretta” della vita di Andrea o venisse ripreso diversi anni dopo. In esso, infatti, il futuro del protagonista non è suggerito se non ellitticamente, per cenni che lasciano intendere quali sarebbero i passi necessari o auspicabili perché il rapporto con la propria disabilità possa dispiegarsi in modo meno traumatico, ovvero più “conciliato” con se stessi e il mondo esterno (che poi esterno non è mai). “Come prima”, infatti, si concentra maggiormente sul primo periodo di ritorno “alla realtà”, a sèguito dell’incidente di Andrea e della terapia riabilitativa successiva. E indica, evoca la fisionomia del suo futuro con immagini che svelano la tenacia nel cercare di ripristinare una relazione (in questo caso quella con il padre) scartando con i denti un pacco regalo impeccabilmente incartato (un vizio, o una virtù, paterni).
In “Pinocchio è una storia vera” la pluralità delle interviste complica il quadro: le voci che si susseguono a volte si smentiscono l’un l’altra immediatamente, il confine tra reversibilità e irreversibilità si mostra in tutta la sua indeterminatezza. Si riposiziona di continuo, sfugge alle definizioni, oscilla tra caos, volontà personale, società, diritti, destino…

Come prima
Regia: Mirko Locatelli
Soggetto: Mirko Locatelli, Giuditta Tarantelli
Sceneggiatura: Mirko Locatelli, Luciano Sartirana, Giuditta Tarantelli
Fotografia: Mladen Matula
Interpreti: Fabio chiodini, Mattia De Gasperis, Antonio Pisu, Giuseppe Cederna, Adele Castiglioni, Matteo Sacco, Lorenzo Pedrotti, Agata Fabiano, Andrea Belletti
Produzione: Officina Film

Pinocchio è una storia vera
Regia: Andrea Cardi
Soggetto: da un’idea del sito www.pianetabile.it
Musiche: Ladri di carrozzelle
Montaggio: Andrea Icardi
Voce: Alessia Confessore
Interpreti: Onorevole Antonio Guidi ed 8 disabili
Produzione: IVM multimedia snc

 Un condominio: luogo di casa

di Alessandra Pederzoli

Via delle Orfane 8, Lodi.
A questo indirizzo si trova lo stabile nato dal progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile”, inaugurato e presentato lo scorso 11 ottobre. Questi ultimi anni hanno visto il proliferare di dibattiti, incontri, riflessioni e iniziative promosse dagli enti pubblici e privati sul tema del “dopo di noi”. Tema discusso e al quale occorre trovare risposte concrete alla cui formulazione, probabilmente, devono essere chiamati in causa diversi soggetti sociali.
Sull’onda di queste considerazioni l’amministrazione comunale di Lodi ha deciso di rispondere al bando “Promuovere il dopo di noi e l’autonomia abitativa” della Fondazione Cariplo emesso nel 2004. Da qui nasce la genesi del progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile” con il quale si mettono in atto pratiche di Active Welfare che vedono coinvolti diversi soggetti operanti sul territorio: l’amministrazione comunale, e l’assessorato alle politiche sociali prima di tutto, l’associazione Aiutiamoli e realtà di volontariato come Emmaus e Caritas. Questo progetto sperimentale ha fatto sì che l’amministrazione comunale mettesse a disposizione uno stabile da ristrutturare dal quale poi sono state ricavate diverse unità abitative, con l’aggiunta di spazi comuni per le occasioni di condivisione, in modo da poter fornire a soggetti disabili, fisici o psichici, soluzioni di vita alternative alla residenzialità o all’istituzionalizzazione nel momento in cui le famiglie di origine vengano a mancare.
Esistono diverse tipologie di vita insieme meglio nota come co-housing, nate soprattutto nel nord Europa proprio come tentativo di contrastare l’isolamento e la difficoltà di “abitare” di alcune persone, come le persone disabili ma anche gli anziani o i soggetti deboli, che necessitano di una qualche forma di affiancamento nella quotidianità. Anche in Italia oggi esistono diverse forme di vita condivisa, anche se si differenziano tra loro in base al grado di impegno, più o meno forte, della condivisione di tempi e spazi del vivere insieme. Il modello strutturato a legame forte prevede un impegno molto denso e i parametri della condivisione vengono stabiliti a priori e riguardano diversi ambiti, a partire da quello economico fino ad arrivare alla condivisione della dimensione lavorativa, dei pasti, delle vacanze e di molte scelte legate alla quotidianità (sono queste forme di vita più comunitarie). Esiste poi il modello semistrutturato di condominio solidale nel quale viene tutelata al massimo la privacy e l’indipendenza dei nuclei che vi abitano (siano essi singoli o famiglie) e nel quale si prevedono spazi e tempi comuni che vengono gestiti in assoluta autonomia e libertà dalle persone che vi abitano (nulla quindi viene stabilito a priori). La condivisione in questi casi diventa una condivisione delle piccole azioni del quotidiano e si concretizza in quello che viene definito un “vicinato di qualità”.
Di fatto l’esperienza di Lodi si colloca un po’ tra l’uno e l’altro modello, puntando a una filosofia dell’abitare che valorizzi la reciprocità degli scambi sia da parte di chi è più bisognoso di un sostegno fisico al vivere quotidiano, sia da parte di chi lo è meno, nella logica che la persona non è solo portatrice di bisogni ma anche di risorse. Potenziare e migliorare le occasioni di relazione delle persone più fragili significa anche migliorare l’integrazione del tessuto sociale e comunitario che va oltre i confini del condominio.
La realtà di via delle Orfane intende proprio proporre un nuovo modo di vicinato tra le famiglie che si trovano a condividere i confini della propria abitazione, in modo che i muri siano solo a separare spazi e non a dividere persone. Muri nei quali si aprono le porte della quotidianità che diventa così caratterizzata da uno stile di vita di mutuo aiuto e sostegno, pur nell’attenzione a preservare privacy e indipendenza di ogni singolo nucleo. Questo stile del buon vicinato fa sì che il condominio di via delle Orfane possa accogliere le istanze del “dopo di noi” presenti nella realtà locale, fornendo una risposta possibile e adeguata a quanti, per vivere la propria “indipendenza”, abbiano bisogno di un sostegno vicino nelle piccole azioni del quotidiano. Di fatto poi il condominio diventa luogo di apertura anche a quelle emergenze temporanee di chi necessiti un punto di appoggio anche solo momentaneo; diventa apertura e occasione per il volontariato locale che può portare all’interno il proprio prezioso contributo; diventa luogo di apertura delle famiglie al cui interno scelgono di vivere tenendo aperte le porte della propria casa e della propria convivialità.
Tecnicamente sono stati predisposti all’interno dell’edificio due monolocali a piano terra e al piano primo per persone disabili, due trilocali per famiglie che decidano di partecipare al progetto e mettano a servizio il loro essere famiglia, un monolocale per studenti o giovani volontari, un monolocale come “appartamento di appoggio” per quelle situazioni di criticità temporanea e un monolocale adibito a spazio comune. Questa la disposizione e l’assetto che il condominio ha in partenza di questa due anni di sperimentazione; così per come gli spazi sono stati pensati lascia già intuire come, oltre a essere stato ideato come luogo in cui si intrecciano forti legami relazionali con un alto potere di integrazione, diventa fondamentale anche una grande apertura all’estero e alle realtà territoriali che vengono chiamate a co-partecipare all’esperienza. In primis i soggetti partner del progetto che hanno l’impegno di segnalare i casi idonei a vivere in questo contesto, oltre a impegnarsi nella gestione anche pratica dell’esperienza, ma anche i vari enti e gruppi giovanili di volontariato, per esempio, ne sono coinvolti, le amministrazioni pubbliche, le aziende sanitarie. Si crea intorno all’abitazione di via delle Orfane una vera e propria rete di soggetti, di intenti, di obiettivi e anche di risultati e di azioni concrete che ne permettono il realizzarsi, nell’ottica di una socialità e un’integrazione che va oltre al singolo caso o alla singola persona per andare a toccare diversi ambiti e diversi soggetti.
Sempre perché la persona è pensata e intesa come il frutto di una molteplicità di relazioni e di contesti nel quale queste relazioni si rendono possibili. Ed è con il condominio solidale di via delle Orfane che la città di Lodi tenta la propria risposta, per mettersi a disposizione di questo pensiero e di questa idea della persona: chiunque essa sia.

Viaggiando in autostrada. Una giornata con Leslie  

di Annalisa Bolognesi

Parlare di maternità in una rubrica sulle donne. Beh, forse ai più potrà apparire un paradigma scontato e banale, seppure – lo sappiamo bene – nessuna donna, nemmeno quelle che hanno scelto di non aver figli o che non si sentono ancora pronte per averli, possa eludere del tutto il pensiero della maternità. Allo stesso modo potrà sembrare banale la scelta di parlare di madri di bambini con disabilità: un tema trattato e ritrattato sia in Italia che all’estero da tantissimi punti di vista e sul quale, onestamente, anche se molto spesso sia portata per il mio lavoro a conoscere mamme e familiari di bambini disabili, non mi sentirei di poter aggiungere nulla.
Ma quella che voglio raccontare è soprattutto una storia. È la storia del mio incontro con una persona normale e straordinaria. Una di quelle persone che, in un certo senso, ti cambiano la vita. E non perché facciano qualcosa che influisca sulla tua vita direttamente, ma perché capaci di aprirti nuovi mondi, trasmetterti la loro forza, fare scaturire nuove riflessioni.
È la storia del mio incontro con la fotografa inglese Leslie Mc Intyre.
Devo dire – anche con un po’ di imbarazzo – che la fotografia è un universo che non mi ha mai attratta più di tanto. Non sono mai stata capace di catturare in un’immagine le emozioni e i ricordi, mi è sempre sembrato riduttivo. Mi riconosco di più nella narrazione, ho sempre creduto fosse uno strumento più diretto per comunicare con se stessi e con gli altri.
Davanti al libro fotografico della Mc Intyre, però, mi sono dovuta ricredere. The time of her life (Roma, Ed. Contrasto Due, 2004) non è solo una raccolta di belle fotografie: è un racconto, il racconto per immagini di un’intera vita, quella di Molly, una bambina affetta da una grave disabilità muscolare, morta a soli quattordici anni. “È la storia di Molly e di sua madre Leslie, che di mestiere fa la fotografa e che con le sue foto l’ha raccontata in silenzio a tutto il mondo”, scrive Concita De Gregorio nel suo libro Una madre lo sa (Milano, Ed. Mondadori, 2006).
Ma non è stato sfogliando il libro che ho desiderato conoscere Leslie; il libro l’ho letto solo dopo. L’incontro con Leslie, come spesso avviene in questi casi, è stato quasi casuale, frutto di alcune coincidenze più o meno fortuite.
Eh già, credo che più o meno a tutti sia capitato di stare per settimane senza impegni particolari e poi, in un solo giorno, trovarsi con tantissime cose da fare. E così in quella stessa giornata dovevo andare a Prato per la presentazione di un progetto a cui lavoravo da due anni, mentre, alla sera, sarei dovuta rientrare a Bologna, per sentire Leslie, ospite in una conferenza nel vicino comune di San Lazzaro.
Allora perché non chiamarla anche a Prato? In fondo sarebbe stato bello avere un’ospite di tale importanza!
Detto, fatto. La fotografa di fama internazionale sulla quale è stato fatto anche un documentario (Benedetto Parisi, The time of her life, 2007), come fosse niente, risponde “Sì” al mio invito.
Ed eccoci al momento dell’incontro.
Io e Nadia, che mi accompagna e mi aiuta con la lingua, incontriamo Leslie alla stazione di Castiglione del Lago, dove ha trascorso qualche giorno di vacanza da alcuni amici. Indossa un paio di orecchini a forma di tappo di bottiglia con dipinta l’immagine di Frida Kahlo: gli stessi che portava anche nel documentario sulla sua vita e che Concita De Gregorio descrive nel suo libro.
È alta, magra, bionda, la tipica fisionomia inglese.
Si presenta.
Sorride.
In quel giorno dobbiamo percorrere molti chilometri e la mia non è certo una macchina da grande rappresentanza, “ma non ti preoccupare, la mia auto è molto peggio!” – mi dice scherzosamente Leslie.
E allora via che si va: da Castiglione a Prato, dove ci sarà spazio solo per un suo breve intervento, e poi di nuovo a Bologna, a San Lazzaro, per il convegno della sera, dove invece sarà protagonista insieme a Benedetto Parisi, il regista del suo documentario. Oltre duecento chilometri di Autostrada del Sole per conoscersi, chiacchierare in libertà,  in modo completamente informale.
Si parla davvero di tutto, con Leslie. Lei e Nadia chiacchierano di cooperazione internazionale. Poi mi chiede di parlarle dell’ordinamento scolastico italiano, di come siano le normative scolastiche in materia di disabilità. Mi racconta che, a suo tempo, ha dovuto lottare, ricorrere al Tribunale diverse volte per permettere a sua figlia Molly di poter andare a scuola insieme ai bambini normodotati, per consentirle di essere integrata in una classe normale, andando contro così alla normativa scolastica inglese, che prevede che i bambini disabili vengano collocati in classi speciali.
È una persona che ha lottato tanto, Leslie. È una fotografa famosa, ma è anche soprattutto una donna, una mamma, un’amica.
E quando la sera, a San Lazzaro, parla per più di un’ora della sua storia davanti a un pubblico in lacrime, mi sembra già di conoscere tutto, da sempre, anche se in macchina si era parlato di tutt’altro. Risponde a domande emotivamente difficilissime: la sua vita con Molly, il rapporto tra la sua arte e la disabilità di sua figlia, la scelta di pubblicare foto così personali, la morte di Molly a soli quattordici anni. Lo fa con una forza innata, che mai sarei capace di spiegare. So solo che la magia di un incontro che ti cambia la vita spesso sta proprio nel fatto di non riuscire bene a capire in che modo te l’abbia cambiata.
Quando Leslie arriva a descrivere l’ultima notte di Molly, prima di morire, persino l’interprete non ce la fa più e comincia a piangere. Leslie l’abbraccia e la consola.
Il convegno finisce, è stata una bellissima serata, un grande successo anche in termini di pubblico e partecipazione. Leslie mi vede ancora in sala e mi viene incontro: “Ciao, che bello vederti! Poverina, hai dovuto guidare tanto oggi!”.
Già, quel giorno ho guidato tanto. E non solo.  

Autobiografia di una zucchina

a cura di Roberto Parmeggiani

Questo libro è bellissimo!
Mi rendo conto che iniziare una recensione in questo modo, è come decidere di iniziare il Giro d’Italia dalla tappa del Mortirolo: tutta in salita.
Il fatto, però, è che davvero questo libro è bellissimo, emozionante, divertente e allo stesso tempo  semplice, diretto e assolutamente vero.
Vero perché l’autore (che mi piacerebbe incontrare faccia a faccia per sottoporlo a un’intervista stile Vanity Fair!) riesce a raccontarci una storia d’infanzie recuperate, come fossero gli stessi bambini a raccontarla.
È un reality questo libro (nel senso etimologico della parola e non secondo il linguaggio televisivo), perché rappresenta perfettamente la realtà, non una immaginata o costruita, non una fiction pensata a tavolino, ma la vita vera. La vita di bambini e bambini abbandonati o allontanati dalle loro famiglie di origine per i più svariati motivi. La vita vera che lo stesso autore ha scelto di trascorrere per alcuni mesi in una casa di accoglienza.§
E che quella sia vita vera ne sono prova i dialoghi dei bambini, le loro domande e le loro riflessioni (quelle espresse e quelle trattenute).

Quando me ne vado, Rosy mi sorride.
E mi dico che è un peccato che non abbia bambini suoi, perché lei li avrebbe amati ancora più di quanto ama noi, anche se non riesco a immaginarlo quell’amore. Rosy non è il tipo da bere birre e guardare la tele. Se avessi avuto una mamma come lei non ci sarei mai salito sul granaio e non avrei mai frugato nel cassetto del comò. E se anche avessi frugato, non avrei mai trovato il revolver.
Ma se avessi avuto una mamma come lei, non avrei mai incontrato Camille ed è meglio così.
A volte mi dico che sono “un minore incapace” come dice il giudice, anche se io tengo a mente la peggiore di quelle due parole. Incapace.
Capisco bene di averne fatta una davvero grossa.
E poi a volte mi dico che se non l’avessi fatto, non sarei qui con i miei nuovi amici e soprattutto con Camille. Prima avevo solo Marcel e Gregory, ma non era la stessa cosa.
Il grosso Marcel è una nullità a biglie e non avevo niente da dirgli tranne “non vali niente a biglie” anche se mi piaceva tanto batterlo. E Gregory, a parte far finire il pallone nella finestra, non sapeva niente di niente.
Non è che io sappia tutto, ma con Simon e i fratelli Chafouin almeno si ragiona.
(Brano tratto da Gilles Paris, Autobiografia di una zucchina, Milano, Piemme, 2006, pp. 90-91)

La mamma di Icaro, che tutti chiamano Zucchina, sbraita sempre contro il cielo e lo picchia senza ragione. Zucchina allora pensa che il cielo e le botte vanno insieme. Medita quindi di sparare al cielo, in quel modo forse la mamma si sarebbe calmata e avrebbero potuto così guardare la tele senza che lui le prendesse di santa ragione.
Un giorno quindi entra nella camera di sua madre, trova un revolver in un cassetto ed esce in giardino. Punta l’arma verso il cielo. Un colpo, due colpi, sua madre esce, grida “cos’è questo casino?”, lui risponde “è per te, non voglio più che mi sgridi”, lei sbraita “schifoso”, un calcio, una spinta, parte un colpo, la mamma barcolla all’indietro e va giù.
Da questo punto in poi la vita di Zucchina cambia radicalmente, questo involontario rito d’iniziazione lo porta a lasciare il mondo materno per entrare in modo prepotente nel mondo degli adulti e, nello specifico alla Fontane una struttura che accoglie bambini allontanati dalle loro famiglie.
Un passaggio netto da quello che era a quello che sarà, dall’amore superficiale di sua madre a quello travolgente di Rosy, dalla solitudine di due amicizie insignificanti alla scoperta dell’affetto travolgente dei coetanei, insomma una vera e propria rivoluzione che coinvolge anche la costruzione dell’identità stessa di Zucchina.
Considerato “piccolo stupido” da sua madre prima e “minore incapace” dai giudici poi, Zucchina, come molti bambini e giovani di oggi, viene etichettato in modo assolutamente semplicistico, in categorie che permettono agli adulti di non assumersi il disagio del minore, di relegarlo nella sfera del personale e non del sociale. È lo stesso atteggiamento di chi pensa di risolvere i problemi negandoli o, ancora peggio, coprendoli magari con un bel grembiule.
A Zucchina, per fortuna, la vita riserva invece incontri molto interessanti: Raymond, Camille, Victor, Simon, Rosy… Incontri che gli consentono di intraprende un viaggio per mezzo del quale dimenticherà la parola incapace imparando di nuovo ad alzare lo sguardo verso l’alto.
Qui sta infatti il segreto per liberarsi delle etichette, soprattutto quelle che affondano l’autostima.
Alzare lo sguardo simboleggia il desiderio e la volontà di guardare avanti, confrontandosi con coloro che possiamo incontrare nel nostro percorso di vita, accettando la severità e accogliendo l’amore; significa lanciarsi verso il futuro, radicati ma non più schiavi del passato; significa ritrovare il coraggio di voler essere se stessi, liberi di lottare per diventare ciò che desideriamo.
E come dice Zucchina, dopo un po’ si può riuscire di nuovo a guardare il cielo senza aver voglia di sparargli, semplicemente perché ne avremmo trovato uno più grande in terra.
Grande come quello di Zucchina, non solo perché popolato da tanti nuovi amici che gli vogliono bene ma soprattutto perché è un cielo il cui orizzonte è molto ampio, senza ostacoli, foriero di molti sogni e probabilmente colorato di un bel rosso caldo che fa pensare, proprio come dice il proverbio che rosso di sera, bel tempo si spera.
Infine una bella lista di regole, quelle di base, della convivenza civile, che definiscono i limiti del rispetto e della libertà personale di ognuno. Al sentirle i bambini si ribellano, dicono che sono cavolate e che già le hanno sentite mille volte. Ma come noi sappiamo, in certi casi repetita juvant. Quindi perché non stamparle e appenderle un po’ in giro? A qualche adulto che non le ricorda potrebbero fare molto bene!

Oh, ovviamente, i grandi ci hanno dato tutti i consigli su quello che si deve e non  si deve fare, e la lista è lunga:

  • Non mettere le dita nel naso.
  • E soprattutto non tirare fuori le croste per poi mangiarle.
  • Non dimenticare di lavarsi le mani prima di mettersi a tavola.
  • Non mettere i gomiti sul tavolo.
  • Non dire ‘puah’ ma ‘no grazie’.
  • Dire ‘buongiorno’, ‘buonanotte’, ‘grazie’ e ‘per favore’.
  • Non dire parolacce.
  • Lavarsi i denti almeno due volte al giorno.
  • Lavarsi senza dimenticare di usare il sapone.
  • Riordinare le nostre camere e i nostri giochi tutti i giorni.
  • Fare i letti tutte le mattine.
  • Pregare il buon Dio prima di coricarsi.
  • Non rimpinzarsi di caramelle e cioccolatini.
  • Non rubare nel portafoglio di Raymond.
  • Non dire bugie.
  • Non nascondere nella pattumiera quello che si rompe.
  • Cambiarsi le mutande ogni giorno.
  • Ripassare la lezione.
  • Non prendere in giro i grandi.
  • Non picchiarsi durante la ricreazione o altrove.
  • Non giocare con i coltelli e le forbici.
  • Dare una monetina ai poveri.
  • Non lavarsi le mani nell’acquasantiera della chiesa.
  • Non parlare agli sconosciuti.
  • E soprattutto non salire sulle loro macchine.
  • Non finire il fondo dei bicchieri dei grandi.
  • Non giocare con accendini e fiammiferi.
  • Non fumare.
  • Mettere le cinture di sicurezza.
  • Non insistere quando vi si dice di no.
  • Non portare a casa i cani e i gatti randagi.
  • Non toccare i piccioni.
  • Sorridere quando vi fanno una foto.

Come se non le sapessimo tutte queste cose, noi marmocchi. Rosy l’ha anche scritto e dobbiamo portarci appresso il quaderno e leggerlo spesso.
L’ho fatto vedere a Simon che ha detto “cavolate”.
(Brano tratto da Gilles Paris, Autobiografia di una zucchina, Milano, Piemme, 2006,  pp. 247-248)

Il Calamaio di strada

di Roberto Parmeggiani

Domenica 3 agosto 2008
Ore 6:30
Aeroporto di Bologna.
Destinazione San Paolo, Brasile.

Da qui iniziano le mie vacanze estive, vacanze davvero speciali perché mi porteranno di nuovo in terra brasiliana (di nuovo perché ho già vissuto un anno e mezzo a San Paolo… ma questa è un’altra!). Questa volta comunque sto andando in vacanza.
Riposo, cultura, mare, natura… ma non solo.
Da quasi 3 anni sono entrato a far parte del Centro Documentazione Handicap di Bologna e in particolare del Progetto Calamaio che ormai condiziona in modo assoluto la mia vita.
È proprio per questo che la mia vacanza brasiliana sarà anche l’occasione per indossare gli “occhiali da calamaio” e indagare un po’ la situazione delle persone con disabilità in quel meraviglioso Paese.
Qual è il termine corretto per tradurre in portoghese la parola disabilità?
Questa è la prima domanda che mi sono posto perché volevo capire, a partire dai termini stessi, come si era evoluta la percezione della disabilità.
Fino a qualche hanno fa in Brasile, per definire una persona con disabilità, si usava solamente la parola deficiênte (si pronuncia diversamente ma ha lo stesso significato che in italiano). Parola corretta ma nel tempo caricata di un significato negativo, offensivo. Come da noi, lo sviluppo culturale ha fornito un bell’involucro a questa realtà che mette in crisi il comune modo di vedere. Ecco quindi che le persone con disabilità guadagnano il titolo di pessoas portadoras de deficiência (persona portatrici di deficit) e successivamente di pessoas com necesidades especiais (persone con necessità speciali) ormai contratto in pessoas especiais (persone speciali).
Guai a te a chiedere cos’hanno di tanto speciale, la maggior parte ti risponderebbe che in fin dei conti ognuno di noi ha delle necessità speciali, quindi ognuno di noi è speciale.
Ma proprio per questo mi vien da pensare: che bisogno c’è di usare questa definizione, che è valida per tutti, in modo specifico solo per color che hanno un deficit, quasi a sottolineare la necessità più che la specialità?
Come dice Claudio Imprudente, il problema non sta nel contenitore ma nel contenuto, per cui non nel termine che usiamo ma nel significato che gli diamo.
Certo è, però, che accontentarsi di seguire la strada delle “belle parole” raramente porta a riempire di contenuto una definizione politicamente corretta.
Capito questo, ho indossato i miei “occhiali calamai” e mi sono guardato intorno.
Ho visitato alcune scuole speciali e un paio di centri per minori disabili abbandonati, ho fatto mille domande agli operatori, ai genitori ma anche a persone comuni. Insomma l’obiettivo, raccogliere dati per poter confrontare la realtà brasiliana con quella italiana, è stato raggiunto.
Solo in parte.
In parte perché, alla fin fine, ciò che più mi ha colpito passeggiando per le strade di San Paolo o per quelle di Salvador, sono state le tantissime persone disabili che vivono in strada.
Direte voi che è normale, in un paese nel quale i moradores de rua (persone senza fissa dimora) sono milioni, la percentuale dei disabili sarà comunque alta.
Non posso che darvi ragione ma la cosa che più salta all’occhio e che è diventata quindi oggetto del mio interesse, è la creatività che queste persone, moltissimi i giovani, mettono in azione per superare le difficoltà provocate dal mix tra la loro disabilità e la vita in strada.
Eccomi allora partire per soddisfare la mia curiosità incontrando alcune “persone speciali”.
Edson, 32 anni ha subito un trauma nel parto, per cui ha una gamba più corta e il piede girato all’indietro.
Luciano, 27 anni, invece le gambe non le usa assolutamente, è paraplegico a causa di un incidente. Per muoversi nelle strade di San Paolo si siede su uno skateboard e si spinge con le mani.
Flavio ha12 anni e non ha le mani, perse in un incidente, ma riesce comunque a far roteare in aria delle bacchette di legno colpendole con l’avambraccio.
Questi sono solo alcuni dei ragazzi che ho conosciuto sulle strade paulistane mentre ero impegnato in una delle mie attività preferite: passeggiare per le vie di una città più o meno sconosciuta perdendomi senza mèta, godendo con sorpresa di ciò e di chi casualmente incontro.
Lo stesso è successo con questi ragazzi, anche se devo precisare che non li ho proprio incontrati da solo ma in compagnia di un educatore che con i senza tetto ci lavora quotidianamente. Questo perché la loro situazione di vita è davvero complicata, vivono per strada e sono obbligati a tenere alta la guardia, a sviluppare la diffidenza e ad arrangiarsi in un qualche modo, spesso a spesa dei turisti. Un deficit culturale da aggiungere al deficit fisico.
Se però dimostrano di riuscire a superare il deficit fisico con stratagemmi creativi, il deficit culturale sembra rimanere una barriera insormontabile.
Il Progetto Fenix invece viene realizzato presso l’OAF di Salvador di Bahia ed è realizzato in collaborazione con l’Università di Torino. Il progetto è finalizzato ad aiutare i bambini con grandi difficoltà di apprendimento, dovute alle più svariate ragioni: povertà del contesto familiare e culturale, alimentazione insufficiente, complicazioni accusate dalla madre durante la gravidanza, carenze affettive…
Gli strumenti principali, messi a disposizione dei bambini per poter superare ritardi e difficoltà, sono videogiochi educativi, soprattutto matematici che hanno il pregio di non porre problemi di lingua.
In questo modo si offre ai bambini la possibilità di recuperare ritardi o imparare strategie appropriate per poter superare le difficoltà di apprendimento. Gli operatori sono consapevoli che tutto ciò non è sufficiente senza un supporto anche a livello più generale, sanitario e culturale. È per questo infatti che i bambini sono inseriti in un progetto ampio che li vede coinvolti in un percorso pedagogico che utilizza il tempo scolastico in modo creativo, offrendo così azioni di sostegno diversificate, dall’ambito della nutrizione a quello del supporto psicologico, dall’espressività artistica all’acquisizione di competenze tecniche.
Questi incontri mi hanno permesso di scoprire una realtà molto stimolante, ma sopra ogni altra cosa hanno dato il via a un viaggio creativo, un sogno a occhi aperti, un desiderio che non potevo tenere chiuso dentro di me, e che ho già condiviso con chi potrà trasformarlo in realtà.
Mi sono immaginato un Progetto Calamaio di strada, itinerante, che invece di entrare nelle classi si sparge lungo i marciapiedi trasformando le arterie urbane da scuole di rifiuto a scuole di cittadinanza, utilizzando i contenuti e le dinamiche proprie del Progetto più classico.
In fondo c’è un file rouge che accomuna l’esperienza dei disabili in strada con quelli appartenenti al Progetto Calamaio: è il desiderio/necessità di superare le difficoltà (più o meno culturali) proponendo un’immagine di disabile vincente, che metta in luce le abilità e non i deficit, che si confronti con i propri limiti ma non ne rimanga schiacciato, che possa così affermare e praticare il proprio diritto a una cittadinanza piena, responsabile dello sviluppo culturale, sociale e anche materiale di tutti.
Canalizzare tanta creatività necessita di strutture, impegno e denaro ovviamente, e necessita anche di un radicale cambiamento di stile di vita… è forse impossibile? Ricordo che vi sto raccontando un sogno, ciò non toglie però che i sogni si possono anche realizzare, magari un pezzo alla volta.
Si potrebbe cominciare, per esempio, rendendo le persone con disabilità non solo oggetto di assistenza ma anche soggetti attivi di cittadinanza perché questo significa garantire un coinvolgimento attivo nella definizione e nella costruzione del proprio futuro e quindi di quello di tutta la società. Per la maggior parte delle persone questo coinvolgimento è intrinseco al proprio essere cittadini, mentre per chi ha una disabilità (di qualsiasi tipo) è necessario che questa priorità venga esplicitata, in modo che diventi oltre che diritto anche dovere.

Mercoledì 27 agosto 2008
Ore 23:45
Aeroporto di Bologna.
Di ritorno da San Paolo, Brasile.
La mia vacanza è finita e, come tutte le belle vacanze, rimarrà come un bel ricordo, un sogno da realizzare nuovamente.
Oltre alle spiagge bahiane, al buonissimo cibo, alla musica, al Pelourinho di Salvador e all’Avenida Paulista di San Paolo, nella valigia mi porterò anche il Calamaio di strada… prima o poi diventerà realtà, in fondo volere è potere!

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Carissimo Claudio,
ho pensato di comunicarti in breve la mia esperienza relativa al primo incontro con l’handicap.
Ero giovane, sui 19-20 anni, e a me e ad altri ragazzi della mia parrocchia di Torino era stato chiesto di fare servizio presso una casa di spiritualità per aiutare dei giovani con problemi di handicap. Ci siamo quindi recati presso questa casa e all’inizio l’impatto non è stato facile, soprattutto con qualche persona che parlava in modo per me incomprensibile. Mi pareva di essere piombata in un mondo difficile da affrontare e, non riuscendo a dialogare con alcune persone, mi era quasi venuta la tentazione di rinunciarvi. Tuttavia la tenacia e la forza di volontà di M., una ragazza spastica che faceva ogni sforzo per comunicare con me, hanno avuto la meglio e tra noi è nata una bellissima amicizia, fatta di complicità, battute di spirito, ecc., tant’è che negli anni successivi, durante l’estate, ho partecipato a dei soggiorni a Rimini in compagnia di persone con problemi di handicap e M. era in camera con me. Erano gli anni ’70 e la presenza di persone con problemi non era ancora ben accetta in tutti gli alberghi, per cui a volte ci sono state delle difficoltà, ma M., forte della sua convinzione, che occorresse “farsi vedere” e conoscere dai “cosiddetti” sani in ogni luogo da essi frequentato, ha insistito per andare col gruppo anche in discoteca e per ballare con alcuni di noi. Voglio precisare che M. si è poi laureata e sposata e ha fondato un’associazione per aiutare i suoi amici. Questa esperienza per me è stata veramente di stimolo e di arricchimento e mi ha fatto pensare che a volte l’handicap è più nella mente dei normodotati che in coloro che hanno qualche problema in più, ma una forza di volontà, una grinta e un’energia da vendere…
Complimenti e grazie per i tuoi articoli e un caro saluto!
Anna Antoniono in Tomatis

Cara Anna,
la tua lettera è stata per me come la madeleine per Proust: c’è una sorta di aderenza totale tra la vicenda tua e di M. e la vicenda mia e di persone che nel tempo mi sono state vicine; una somiglianza tale che a ogni rigo che scorrevo mi tornavano in mente momenti della mia vita passata (a parte il matrimonio della tua amica… io sono ancora orgogliosamente “solo”… fidanzato): piaceri e difficoltà, delusioni e tentativi riusciti, rapporti più o meno intensi, ecc.
Però il fatto che mi ha colpito di più è che, come spesso capita, raccontando l’esperienza di ogni persona con disabilità, per quanto diversa una dall’altra, è come se raccontassimo qualcosa della società in cui viviamo: non perché la persona disabile sia un soggetto esemplare del mondo, ma perché spesso la sua presenza e la sua biografia ne fanno emergere le contraddizioni, le difficoltà, le “anormalità”. Ne svelano i pregiudizi, le insensibilità, i rapporti di forza asimmetrici. Le persone disabili portano inscritti nelle loro vite i segni del loro passaggio nel mondo con una evidenza maggiore: ecco perché possono essere testimoni privilegiati e credibili della storia del mondo stesso. Una volta mi è stato chiesto quale fosse il ruolo del disabile nella società. Mi è stato difficile scegliere, ma, dovendolo fare, risposi che era quello dell’evidenziatore. Ma qual è il compito dell’evidenziatore? Sottolineare le cose più importanti e i punti più critici, così da ricordarseli e da farne oggetto di riflessione approfondita.
Ai tempi in cui studiavo non esistevano ancora gli evidenziatori, in ogni senso: né come oggetto di cancelleria né come soggetti in grado di svolgere quel compito sociale. Col tempo io sono diventato un evidenziatore di colore azzurro: sì, hai capito bene, azzurro come i campioni del mondo. Vedi che anche l’azzurro sa incidere sulla storia?

Ciao Claudio! Sono Donatella, ti scrivo perché penso tu possa aiutarmi. Sono la madre di una bimba di quasi due anni (Margherita) con quel qualcosa di speciale che fa sempre pensare. Margherita è strabica e per questo motivo dovrà portare per non so quanto tempo una benda ortottica (è previsto un intervento dopo i tre anni), che si fa mettere costantemente e pazientemente da quando aveva sei mesi. Io sono un’illustratrice di libri didattici per l’insegnamento dell’italiano a stranieri ma il mio sogno è quello di illustrare libri per bambini e perché no… scriverli!
Questa “banale diversità” di Margherita mi ha portato a pensare di scrivere e illustrare un libricino che abbia come protagonista una bimba con una benda (un regalo per Margherita dalla sua mamma). Sai! Spesso penso a quando sarà più grande e alle domande alle quali non so se saprò rispondere; io in famiglia ho avuto due nonni non vedenti e avendoli amati tanto non ho mai visto la loro “diversità” e li ho sempre ammirati per quel qualcosa in più di speciale che avevano.
Ora non voglio annoiarti ulteriormente e quindi ti chiedo se puoi consigliarmi sulla direzione da prendere; non sono una pedagoga, non ho alcuna esperienza in merito e non so da dove iniziare. Se non ti chiedo troppo e questo sarai tu a dirmelo, avrei pensato di buttar giù qualcosa, una traccia, da farti leggere per sapere cosa ne pensi, altrimenti attendo tuoi suggerimenti, piccoli input; chi meglio di te.
Ah! Se hai da suggerirmi qualche lettura per Margherita (sai adora i libri e penso sia un ottimo strumento per far passare certi messaggi). Ti ringrazio già da ora per tutto quello che vorrai e potrai fare per noi due; anche se l’importante è sapere che ci sono persone belle come te.
Ciao, un abbraccio.
Donatella da Perugina

Cara Donatella,
la tua lettera ha stimolato in me ricordi letterari: il primo è una filastrocca con testo di Gianni Rodari, e recita così: “Un signore di nome Stanislao,/ incontrò un gatto e gli disse ciao./ Il gatto tra sé pensò/ “Che ignorante però! /Non sa nemmeno dire bene MIAO”. Che, secondo me, descrive bene (e in modo sintetico) due aspetti imprescindibili: il riconoscimento reciproco dell’esistenza di codici molteplici, diversi, e la necessaria bidirezionalità di ogni processo di integrazione e di comunicazione. In quella filastrocca, sbaglia Stanislao a dire “Ciao” a un gatto, ma sbaglia anche il gatto a pensare che il “Ciao” sia un “Miao” mal riuscito o mai imparato.
Nel secondo ricordo, una fiaba di M. A. Pacheco e J. L. Garcia Sanchez, si racconta di un pianeta i cui abitanti hanno un solo occhio dotato di determinate caratteristiche visive. In questo pianeta un giorno nasce un bambino che di occhi ne ha due e con qualità diverse. Questa nascita comporta un’iniziale diffidenza e un disagio diffuso nella comunità, ma poi il bambino stesso e i suoi concittadini capiscono il valore della sua differenza sensoriale nell’“allargare” il campo del visibile e i parametri del giudizio che diamo di quanto esiste al mondo.
Vedi, Donatella, come tu sai il mondo dipende da come lo guardiamo, e questo non significa che vi sia un modo univoco o più giusto, tutt’altro, ma solo che il mondo vive e respira della pluralità degli occhi di chi lo guarda. E che tutti possono trovare spazio, ragione, cittadinanza, a patto che si riconoscano reciprocamente come legittimi, che uno integri se stesso con l’altro e non che lo includa cancellandone le qualità. È bellissimo quello che mi scrivi riguardo al rapporto con la diversità dei tuoi nonni, perché sei stata in grado di cogliere la ricchezza insita nella loro “differenza”. Spesso il distacco e la difficoltà nascono quando ciò che è diverso lo viviamo come estraneo, strano e incomprensibile. Quando facciamo della “diversità” di un deficit la ragione della “stranezza”, dell’“estraneità” di una persona.
Insomma, non è importante se diciamo “Miao” o “Ciao”, “Bau” o “Tau”, ma il fatto che sia il “Miao” che il “Ciao” possano coesistere e restituirsi a vicenda una parte del mondo che singolarmente ognuno dei due ignorava e non comprendeva.
Che aggiungere, cara Donatella? Tanti Miao Miao con fusa a te.

10. Sportelli specialistici versus Sportelli sociali

di Valeria Alpi

Nel momento in cui questo numero di “HP-Accaparlante” viene chiuso in redazione, ancora non sappiamo il futuro e il destino del Centro Risorse Handicap del comune di Bologna. Quello che sappiamo per certo è che – comunque vadano le cose – questo sportello specialistico sulle tematiche della disabilità non esisterà più nelle forme e nei modi che lo hanno contraddistinto per più di otto anni. Il Centro Risorse Handicap, o più brevemente CRH, da otto anni è lo sportello Informahandicap del Comune, e fornisce informazioni specializzate sulle tematiche della disabilità a tutti coloro che per un qualche motivo si trovano in contatto con l’handicap: quindi non solo persone disabili, ma anche familiari, operatori, funzionari o operatori di enti locali, membri di associazioni, volontari, educatori professionali, insegnanti, studenti, ecc. Finora è stato la porta di accesso ai servizi, una specie di bussola per orientarsi nel mare magnum di una rete di servizi estremamente complessa e differenziata come quella del territorio bolognese. Ma è stato anche una bussola per orientarsi nel vasto mondo delle agevolazioni nazionali. Con la nuova realtà degli Sportelli sociali, le porte di accesso e le bussole saranno altre e altrove. Cosa succederà? È difficile prevederlo pienamente, soprattutto considerando ancora le fasi di sperimentazioni e di avvio lento degli Sportelli sociali. Però qualche considerazione può essere fatta, proprio partendo da questo osservatorio privilegiato che è il CRH. Personalmente ho partecipato alla nascita di questo sportello, nel quale ho lavorato fin dalle origini. E quindi conosco i risultati ottenuti per noi operatori e per i nostri utenti. Come si potranno confrontare gli Sportelli sociali con questa complessità acquisita dagli sportelli specialistici? Vediamo di partire dalle origini.

A domanda, risposta: ma non basta
“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scrive I. Calvino ne Le città invisibili (Milano, Oscar Mondadori, 1993, p. 44). Una città a misura d’uomo è una città che risponde alle tue domande, ai tuoi bisogni. Ma quali sono i bisogni di una persona disabile? Quali domande potrà mai porre? Con questi interrogativi si partì, nel 1999, per la raccolta di tutto il materiale documentativo che sarebbe servito al CRH. Il CRH nacque da una collaborazione tra il comune di Bologna e il Centro Documentazione Handicap, che aveva ormai maturato una più che ventennale esperienza sul tema della disabilità. Gli operatori del CRH sarebbero state dunque persone provenienti dal Centro di Documentazione, persone quindi abituate a fare informazione e documentazione sulla disabilità. Non solo: il Centro di Documentazione possedeva già delle risorse informative e una banca dati abbastanza sostanziosa sulle opportunità che il territorio bolognese offriva a una persona disabile. Era quindi il partner più papabile per la costruzione di un nuovo sportello Informahandicap del Comune. L’esigenza di questo sportello era molto sentita, sia dalle istituzioni, che dai cittadini, proprio perché i servizi e le risorse bolognesi erano frammentate in più uffici e in più competenze, e il cittadino non sapeva mai dove rivolgersi per ottenere per esempio il contrassegno handicap per l’auto, o un assegno di cura, o dove prenotare la visita per l’invalidità, o dove chiedere degli ausili per la vita quotidiana. Si desiderava mettere in piedi uno sportello informativo che fungesse da punto di raccolta di tutte le informazioni possibili. Non era quindi pensato come uno sportello che si prendesse anche in carico alcune procedure: il contrassegno per l’auto, sempre per rimanere sull’esempio, non sarebbe stato rilasciato materialmente dallo sportello, ma lo sportello avrebbe fornito l’informazione sicura e precisa di dove andare per il rilascio. Si prepararono dunque dei veri e propri “libroni” (come li abbiamo sempre chiamati), divisi per argomento: barriere architettoniche, lavoro, agevolazioni fiscali, tempo libero, sport, associazionismo, previdenze economiche, servizi sanitari e sociali, ausili/tecnologie, trasporti, e via dicendo. Lì dentro, in quei raccoglitori, si pensava di avere tutte le risposte per l’utenza. Ricordo ancora il primo utente che venne allo sportello il giorno in cui c’ero io (si va a turni): la risposta alla sua domanda non c’era! Un anno passato a raccogliere documentazione e non bastava! Fu presto chiaro, dunque, che le persone spesso hanno bisogni imprevedibili, per i quali – a sangue freddo – non si è attrezzati. Non si poteva reagire secondo il modello funzionale stimolo-risposta, bisognava valutare caso per caso, anche empaticamente, e riaggiornare la documentazione (e le risposte) sulla base degli input dei cittadini. A volte, addirittura, la risposta non esisteva neppure. Quello che si cercava al nostro sportello era anche un dialogo, una ricerca di ascolto, una voglia di instaurare una relazione con persone che conoscevano la disabilità e sapevano come approcciarla. Con la pratica quotidiana, e con l’aumento sempre costante e maggiore del numero di utenti (più di 1.500 persone solo nel 2007), siamo riusciti ad aggiornare la nostra banca dati e ad aggiornare noi stessi assumendo più competenze e consapevolezza. Le risposte sono state costruite sui bisogni dell’utenza, e i bisogni dell’utenza sono emersi con l’ascolto. Quando tutto fu più chiaro, sentimmo l’esigenza di raggiungere l’utente con informazioni che gli potessero essere utili, per prevenire in qualche modo i suoi bisogni. Creammo un bollettino telematico, da inviare attraverso la posta elettronica con tutte le notizie e le novità sul mondo dell’handicap. Nonostante, però, fossimo già nei primi anni del 2000 – e quindi è pochissimo tempo fa – la posta elettronica era ancora poco usata dai nostri utenti e con il bollettino telematico non riuscivamo a raggiungere tutti. Parallelamente, allora, ideammo una newsletter cartacea trimestrale, “Metropoli”, che ovviamente non poteva aggiornare gli utenti in tempo reale, ma comunque raggiungeva tutti. Quando la pratica di Internet entrò in tutte le case, “Metropoli” divenne allora più una newsletter di approfondimento: in base alle domande che ci venivano poste allo sportello Informahandicap, riuscivamo ad avere un quadro di quali argomenti fossero ancora poco chiari alle persone, o riuscivamo a cogliere gli aspetti sui quali la conoscenza (anche nostra) era lacunosa e andava approfondita.
Come cambierà questo “prendersi cura” dell’utente con i nuovi Sportelli sociali? Il timore non dipende dall’esperienza o dalla volontà degli operatori. Ovviamente all’inizio è tutto complicato, troppe domande, un po’ di panico, “aiuto dove trovo l’informazione?”… Poi con la pratica anche gli Sportelli sociali sapranno orientarsi tra le loro banche dati e orientare l’utente. Il problema, a mio avviso, è numerico. Lo Sportello sociale si deve occupare di tutto il sociale, quindi non solo di disabili, ma anche di stranieri, anziani, minori in difficoltà, adulti in situazioni di disagio… Le informazioni che deve fornire sono su tutte le aree, per cui – per la logica dei grandi numeri – saranno (probabilmente) informazioni solo di superficie. Non può esserci il tempo materiale per approfondire nel dettaglio ogni singola materia del sociale. E si teme non ci sarà il tempo per riaggiornare tutte le proprie informazioni sugli input dei bisogni dell’utenza. I bisogni sono stati in qualche modo vagliati (o profetizzati) durante la fase di formazione degli operatori, e durante la costruzione materiale (attraverso un portale web a uso degli operatori) delle informazioni. E verranno vagliati attraverso la raccolta dati dell’utenza, per poter orientare al meglio le future politiche sociali. Ma l’utente interverrà davvero nella ridefinizione del servizio, come è successo al CRH? Ovviamente lo Sportello sociale non nasce per raggiungere tali livelli di specializzazione. Nasce per avere un punto unico di informazione sul bisogno, in modo da agevolare il cittadino e offrirgli la possibilità di avviare direttamente con lo Sportello sociale alcune procedure, come ad esempio prendere un appuntamento con l’assistente sociale che seguirà il caso. In questo senso, lo Sportello sociale offre alcuni vantaggi in più rispetto a uno sportello come il CRH che non prendeva in carico delle procedure soprattutto a carattere assistenziale. Ma, come accennato prima, i bisogni sono spesso imprevedibili. Dove finiranno le domande più specialistiche che non troveranno risposta negli Sportelli sociali? E come uguagliare, invece, quelle procedure che il CRH nel tempo è venuto a gestire? Proseguiamo con la storia.

Il valore aggiunto dell’informazione
Col tempo le risposte del CRH sono diventate sempre più articolate e complete, e organizzate con sempre maggiore logica e attenzione all’utenza, fino alla costruzione di un sito web e di una Guida on line, contenente tutte le informazioni in nostro possesso e divise per aree tematiche. Il patrimonio di informazioni che si trovano ora sul sito del CRH potremmo dire che è preziosissimo; ma mi sembra di fare pubblicità gratuita, mentre l’attenzione va posta sul fatto che via via si è scelto di trasportare sul web il nostro materiale in modo da poterlo aggiornare più velocemente, e a costo zero (un aggiornamento di una Guida cartacea per esempio comporta non pochi costi tipografici). Inoltre è una strategia pensata per l’utente, per facilitarlo, per potergli fornire indicazioni anche fuori dall’orario di sportello, per mettergli a disposizione del materiale che si trova con difficoltà: ad esempio, proprio su quest’ultimo punto, abbiamo cercato di pensare a quanti moduli si trova davanti una persona disabile (modulo per la richiesta dell’invalidità, modulo per la detrazione del 36% per l’abbattimento delle barriere architettoniche, modulo per ottenere la patente speciale, ecc.) nel suo percorso tra la burocrazia italiana; abbiamo noi stessi cercato questi moduli, scansionati e messi on line come documenti scaricabili e stampabili. Il gradimento dell’utenza (non solo disabili, ma anche assistenti sociali) è stato superiore alle aspettative. E questa è un’idea che è stata possibile solo grazie a una conoscenza molto approfondita della materia, e alla conoscenza di tutte le fasi della vita di una persona disabile.
Si è arrivati a un punto in cui non si danno solo informazioni su dove andare e su quali contributi o agevolazioni fiscali si possono ottenere, ma si forniscono anche consigli e indicazioni su quale procedura è meglio seguire per il proprio caso. Con l’esperienza accumulata negli anni in tema di barriere, auto e ausili, qualche anno fa il Comune decise di affidare al CRH anche la raccolta dei bandi sulla legge 13/89 (contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche) e sulla legge regionale 29/97 (contributi per acquisto/adattamento auto e ausili per la vita quotidiana). Quando una persona arriva allo sportello perché ha delle barriere in casa e vuole sapere se il Comune “dà qualche soldo”, vengono fornite tutte le indicazioni per accedere ai contributi che eroga il Comune, e un aiuto nella compilazione dei vari bandi, che non sono sempre di facile comprensione. Ma l’informazione non si ferma lì. Vengono fornite indicazioni anche sulle agevolazioni che può applicare la ditta che eseguirà il lavoro, e su quelle che si possono ottenere con la detrazione nei redditi l’anno successivo. Inoltre, si valuta la tipologia di lavoro che la persona deve eseguire nella propria abitazione e si consiglia quale bando fare, quale legge seguire, dove è più facile ottenere un finanziamento, cosa mettere sotto un bando e cosa sotto un altro, come farsi fare le fatture per poi rendicontare le spese scorporate, ecc. Tutte queste procedure passeranno di competenza agli Sportelli sociali. Saranno loro che dovranno dire all’utente se esiste la possibilità di avere “qualche soldo”, saranno loro a fornire i moduli e a dire eventualmente in che maniera compilarli. Ma tutto ciò che c’è oltre ai quattro fogli di carta del modulo?
Inoltre il CRH ha raggiunto anche una solidità a livello nazionale. Perché conoscere la materia della disabilità significa sì conoscere il territorio e le risorse del territorio, ma anche tutte le normative nazionali, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dell’invalidità civile e dello stato di handicap, le provvidenze economiche (le varie pensioni), i permessi lavorativi, le agevolazioni fiscali. Il CRH è diventato, quindi, nel tempo un punto di riferimento per tutte le altre Regioni d’Italia. Insieme a quello di Milano, quello di Bologna è uno dei più importanti sportelli Informahandicap nazionali. Sono in molti anche coloro che ci contattano perché vogliono trasferirsi a Bologna o perché vengono a studiare all’Università o perché vengono semplicemente in gita. E anche qui si ascoltano i vari percorsi di vita e si consiglia su come è meglio muoversi. È importante avere un servizio che si possa raggiungere sempre e a più livelli (con uno sportello fisico aperto al pubblico, attraverso il telefono, attraverso la posta elettronica, guardando il sito) e che sia disponibile anche solo per un consiglio, prima di attivare determinate procedure o prima di fare scelte definitive.
L’intreccio di rapporti e di scambi informativi che il CRH negli anni ha instaurato sconfina dalla “bolognesità”, ma soprattutto sconfina anche dallo stesso settore della disabilità, almeno per come è comunemente inteso. Ad esempio il CRH ha anche scambi con gli uffici di collocamento, con gli enti di formazione professionale, con tutto il settore dei trasporti (aerei, treni, navi…), con gli amministratori di condominio, coi sindacati, con le aziende per quanto riguarda il settore delle buste paga e della gestione del personale (in caso di assunzioni di disabili, o a seguito dei permessi lavorativi che una persona disabile o familiare può ottenere), con gli esercenti per conoscere se devono veramente applicare l’Iva agevolata al cliente oppure no, con i centri regionali di “secondo livello” su barriere e ausili (CRIBA e CRA), con i CAAD-Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico, di cui anche il CRH fa parte come sportello informativo, ecc. Lo schema seguente può aiutare a riassumere i tipi di scambi informativi (unidirezionali con la freccia solo in un senso, bidirezionali con la doppia freccia) tra il CRH e tutte le realtà con cui viene in contatto.
Come si può notare, le varie realtà si rivolgono al CRH, ma la doppia freccia sta a indicare anche che il CRH impara e si aggiorna tramite questi contatti. Come riuscire a non disperdere questo patrimonio? La soluzione, come detto all’inizio, per ora non possiamo fornirla, proprio perché il comune di Bologna sta ridefinendo tutta l’organizzazione dei servizi, e ancora non è stabilito se e come mantenere lo sportello specialistico sulla disabilità. Di sicuro, il CRH di ora “cesserà di esistere”. Di sicuro non diventerà un centro di “secondo livello”, quindi un centro di esperti che possa fornire una consulenza più particolareggiata, anche se questa sembrava la strada più logica da percorrere. La paura, sempre presente nelle istituzioni, è quella di duplicare un servizio. Lo Sportello sociale dovrà servire proprio per avere una sorta di servizio unico, per cui mantenere uno sportello come il CRH sembra un doppione. I fatti dimostrano (e dimostreranno) che non è così; d’altra parte anche per il cittadino non è semplicissimo sapere dove rivolgersi: allo Sportello sociale o al CRH? Perché non a entrambi – mi verrebbe da dire – se il caso è complesso? O perché il CRH non potrebbe essere mantenuto, se non per l’utente, almeno per gli operatori dello Sportello sociale nei casi più difficili?
Può sembrare un commiato, con una vena malinconica e nostalgica, ma il timore è che la ricchezza di conoscenze e il surplus informativo, che ci è costato tanto lavoro e sudore, vada prima o poi perduto. Come operatori, se non dovessimo più esercitare il contatto con l’utenza, perderemmo in parte la capacità di tenere “le antenne dritte”, di indovinare i bisogni ancora prima che vengano espressi, di tenerci così frequentemente aggiornati, di sapere riformulare le risposte in base all’utenza. E se anche avessimo la possibilità di fare una specie di “passaggio di consegne” con i nuovi operatori dello Sportello sociale, non potremmo mai davvero trasmettere nel dettaglio le soluzioni per ogni singolo caso che potrebbe verificarsi.
Per il momento, tutto è ancora in fase di passaggio. Almeno fino al 31 dicembre 2008 il CRH rimarrà invariato, mentre gli Sportelli sociali sono già operativi. I nuovi operatori di sportello, ancora digiuni della materia, si stanno rivolgendo al CRH per la consulenza, anche per le domande più facili (quantomeno più facili per noi, ma per loro che iniziano tutto è complicato), e molto spesso ci rinviano gli utenti cui non sanno rispondere. Gli utenti, per ora, non sono affatto disturbati dal non trovare subito le risposte allo Sportello sociale, anzi: sono molto soddisfatti quando vengono da noi e vengono accolti a 360 gradi, anche se hanno dovuto fare un giro in più. Ma dopo il 31 dicembre? Certo, forse è un lusso il modo con cui abbiamo sempre trattato gli utenti, considerandoli e conoscendoli soprattutto in quanto persone e non come numeri. O forse, chi può dirlo, la “morte” del CRH potrebbe anche riservare inaspettate sorprese e la possibilità di mettere le proprie competenze al servizio di qualcos’altro di utile per l’utenza e di migliore.
Come già citato, “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, faceva dire Calvino a Marco Polo nel suo Le città invisibili, immaginando un dialogo tra l’esploratore veneziano e il Kublai Kan. E Kublai Kan rispondeva: “O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere”. Saprà lo Sportello sociale godere della domanda?

9. La nascita degli Sportelli sociali: questioni aperte

di Massimiliano Rubbi

La descrizione del processo di creazione degli Sportelli sociali, che sta arrivando al traguardo di realtà consolidata in Emilia Romagna dopo una sperimentazione avviata nel 2003, è descritta in maniera approfondita in altri articoli di questo numero di “HP-Accaparlante”. Un dubbio è lecito: una sperimentazione durata ben 5 anni è legata soltanto alla complessità del suo frutto, o lascia trasparire l’esistenza di problemi sotto traccia? Proviamo a elaborare ed evidenziare alcune criticità legate all’esperienza pionieristica emiliano-romagnola.

Professioni e “specialità della casa”
Un primo e specifico nodo irrisolto riguarda la professionalità degli operatori di sportello sociale. In base a quanto esposto in altra parte di questo numero, alcune realtà locali hanno destinato allo sportello assistenti sociali o comunque operatori provenienti dai servizi sociali, altre dipendenti con funzioni di front office in altre aree o con mansioni amministrative. È piuttosto difficile costruire un profilo professionale per una struttura che ancora non esiste, e pare probabile che la formazione per i nuovi operatori sia stata sinora costruita come “contro-formazione”, ossia come apprendimento di rudimenti del servizio sociale per chi proveniva da aree amministrative e viceversa, con una infarinatura aggiuntiva in materia di raccolta e organizzazione dell’informazione. Se in una prima fase questo assetto può apparire adeguato, quando gli Sportelli sociali saranno elemento consolidato delle strutture pubbliche locali occorrerà porsi il problema del contenuto professionale delle mansioni dei suoi operatori, definito non più come fusione di ruoli preesistenti ma come profilo a sé stante. Nel frattempo, ci si può attendere che il percorso di convergenza verso lo sportello professionale riguardi più gli operatori di provenienza amministrativa che quelli già impegnati nei servizi, dal momento che questi ultimi sono “merce rara” negli organici degli enti pubblici (anche per il sistema delle deleghe alle ASL e per le esternalizzazioni dei servizi operativi) e comunque rimangono necessari per la gestione dei servizi dietro lo sportello di accesso; esiste di conseguenza il rischio, in assenza di una adeguata e solida formazione, di un approccio burocratico allo svolgimento dei servizi di sportello.
Un altro problema, seppure in questo caso “di abbondanza”, attiene al destino degli Sportelli sociali specialistici. In alcuni settori, come disabilità e immigrazione, questi servizi si sono fortemente sviluppati negli ultimi anni, a partire da impulsi di varie realtà pubbliche (enti locali, ASL) e private (associazioni di rappresentanza, cooperative sociali), e però in genere, data la natura gratuita della consulenza informativa fornita, con qualche forma di contributo pubblico alla gestione. È appena il caso di notare che il numero di questi sportelli in Emilia Romagna è piuttosto corposo (8 Informahandicap e ben 138 sportelli per stranieri), e che solo in piccola parte essi sono completamente interni all’ente locale, ciò che consentirebbe un reinserimento diretto degli operatori nel nuovo sportello sociale. Non è quindi chiaro quale futuro avranno questi sportelli una volta attivati punti di accesso di carattere pubblico con le stesse finalità informative estese a tutto il settore sociale: assorbimento negli sportelli sociali? Mantenimento dell’attuale servizio di front office rivolto direttamente alla cittadinanza? Attribuzione di sole funzioni “di secondo livello” (consulenza specialistica agli Sportelli sociali sui temi di interesse)? Puro e semplice “distacco della spina”? Gli orientamenti in materia sembrano lasciati alle singole amministrazioni locali, senza una chiara scelta regionale; la Delibera di Giunta Regionale 432/2008, nel giro di poche righe, prevede per gli sportelli specialistici l’integrazione nella nuova rete di Sportelli sociali (e dunque, a rigor di termini, la loro scomparsa come erogatori di informazioni direttamente alla cittadinanza – esperienze a noi vicine confermano la validità di questa lettura), il coordinamento con essa come strutture specialistiche (sportello di secondo livello) e la possibilità di svolgere la funzione di Sportello sociale per i cittadini che vi si rivolgano direttamente (creando però una sovrapposizione costosa e che può generare più confusione che benefici, specie se perseguita “a macchia di leopardo” rispetto alle zone geografiche e ai settori). Due possibili soluzioni, seppure poco compatibili tra di loro, si affacciano dalla più recente normativa regionale: il finanziamento come strutture esterne di promozione sociale (la Delibera 432/2008 cita espressamente questa possibilità in riferimento agli sportelli per stranieri – anche se non parla di finanziamenti specifici), oppure l’integrazione nel sistema di fornitura effettiva dei servizi pubblici, perdendo il carattere di servizio specificamente informativo (per il settore della disabilità la dinamica dei Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico, e il loro futuro come delineato dal Fondo Regionale per la Non Autosufficienza, possono fornire un esempio di “internalizzazione” delle competenze informative specialistiche all’interno del sistema dei servizi).
In questo quadro ancora magmatico, che potrebbe cristallizzarsi in modo molto differenziato sui diversi chilometri della Via Emilia, il rischio è di disperdere un patrimonio di competenze che quasi sempre si è caratterizzato come orientato al bisogno dell’utente più che alla struttura organizzativa, e che per questo ha saputo spaziare oltre il mero panorama dei servizi pubblici locali per costruire un quadro di conoscenze globale legato allo specifico stato di bisogno – così, gli Informahandicap conoscono (tendenzialmente!) ogni cavillo delle norme fiscali per gli adattamenti dei veicoli, e gli sportelli stranieri sanno informare sulle bizantine procedure necessarie per il regolare soggiorno in Italia, che pure riguardano il livello locale solo in quanto emanazione delle normative nazionali. Quanto i neonati Sportelli sociali sono in grado di fare a meno di questo patrimonio consolidato, e quindi ricostruire ex novo nozioni, esperienze e relazioni?

Effetti sul retroscena
Ulteriori criticità possono essere sintetizzate nella domanda: “Quale impatto avrà la creazione dello Sportello sociale sulla struttura retrostante dei servizi sociali?”. In parte questo aspetto è già stato previsto e analizzato, come dimostra l’esperienza della Provincia di Bologna, descritta altrove in questo numero, per la condivisione del flusso di dati informatici tra i diversi attori del servizio sociale. Si tratta tuttavia di un’esperienza unica in Regione, e comunque attinente alla sola dimensione tecnico-informatica – anche se non dovrebbe essere sottovalutato l’influsso che modifiche in questo ambito, strumento ormai insostituibile di lavoro, possono esercitare sugli aspetti procedurali e organizzativi. Per ora, a quanto è possibile capire, le sperimentazioni dello Sportello sociale hanno raccolto e organizzato logicamente la struttura dei servizi esistente, ma non hanno proposto con determinazione una sua riorganizzazione condivisa a livello distrettuale o addirittura regionale, per giungere a uno schema unico che, a partire dai bisogni prevedibili, delinei una medesima serie di servizi attivabili ai diversi livelli. La Delibera 432/2008 si propone come obiettivo strategico “la definizione di un sistema unificato, di livello distrettuale, di accesso ai servizi e agli interventi, che preveda criteri e modalità comuni”, ma dà a tale obiettivo un respiro triennale (dunque a Sportelli sociali già avviati e a regime) e non parla di una più radicale unificazione regionale delle procedure e dei servizi offerti – se ciò sia frutto di realismo, di mancato coraggio o di rispetto delle autonomie locali non è facile capire.
È certo vero che, come l’esperienza della città di Bologna insegna, la sovrapposizione tra creazione degli Sportelli sociali e ristrutturazione complessiva dei servizi può moltiplicare i problemi di organizzazione, generando il rischio di naufragio totale. Cionondimeno, l’attenzione all’integrazione tra sociale e sanitario, seppure complessa ed essenziale per costruire quella “cartella integrata dell’assistito” che può essere considerata un punto di arrivo per il sistema degli Sportelli sociali, in questi anni di sperimentazione ha probabilmente offuscato le differenze – talvolta rispondenti ad aspetti idiosincratici più che a effettive specificità locali – all’interno di ciascuno dei due sistemi, complicando la raccolta di informazioni e impedendo di eliminare duplicazioni e sanare lacune. Uno Sportello sociale avviato saprà notare, anche con il necessario concorso degli utenti, queste duplicazioni e queste lacune, e saprà imporsi sulle strutture esistenti per migliorare l’assetto dei servizi senza sentirsi dire da queste: “tu pensa solo a dare informazioni”?
Molto dipenderà anche da una questione di fondo, ossia se i servizi sociali, complessivamente e nei singoli settori, saranno potenziati, mantenuti o smantellati, in base alle scelte finanziarie, di dotazioni di personale e organizzativo/burocratiche dei diversi livelli politici. L’esperienza italiana di questi ultimi anni, seppure con lodevoli eccezioni, si colloca in un quadro di risorse calanti, bisogni crescenti e tendenza all’accontentare tutti, senza la capacità e la fermezza di perseguire alcuni obiettivi forti a costo di abbandonarne altri pur meritevoli. Da qui le tendenze al risparmio sui costi in quasi tutti i settori, e di conseguenza la parcellizzazione dei servizi e dei loro fornitori, che se da un lato può consentire un rapporto più diretto ed efficace tra fornitore e fruitore del servizio, dall’altro rischia di minare la possibilità di diritti effettivamente esigibili per tutti (non a caso l’emanazione dei LIVEAS o LEP, i livelli essenziali delle prestazioni sociali da garantire a livello nazionale, è ancora in alto mare a 7 anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione). Lo Sportello sociale si trova e si troverà quindi a mettere insieme le informazioni relative a diversi soggetti, con procedure spesso differenti, che costituiscono un sistema a volte integrato, a volte “disintegrato” rispetto a quello che le esperienze locali più avanzate avevano costruito negli scorsi decenni. Al contempo, come detto, lo Sportello potrà dare un contributo essenziale nel ricomporre il sistema sulla base dei bisogni emergenti e di quelli divenuti marginali, anche se magari importanti in passato. In questo modo, con una applicazione consapevole e non costrittiva del principio di sussidiarietà, sarà effettivamente possibile quello che già oggi lo Sportello dovrebbe garantire, ossia l’opportunità di una scelta informata da parte del cittadino con bisogni di carattere sociale tra diversi possibili fornitori.

8. Bologna e il sociale, tra passato e futuro

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come si raccorda la creazione degli Sportelli sociali con la storia dei servizi in una realtà avanzata, specie negli scorsi decenni, come quella bolognese ed emiliano-romagnola? Ne parliamo con Elve Ghini, responsabile dei servizi sociali a Bologna negli anni ’80 e ’90 e oggi Assessore ai Servizi alla Persona nel Comune di Anzola dell’Emilia (BO).

Cosa è successo tra gli anni ’70-’80 e la necessità odierna di ricomporre l’accesso ai servizi?
È successo che la legge 328 del 2000 ha definito un quadro normativo e organizzativo che non tiene conto delle disomogeneità molto forti presenti nel panorama nazionale per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi sociali territoriali, che in alcune realtà sono addirittura assenti o presenti in misura molto ridotta; mentre in altre realtà più articolate, come Bologna, troviamo invece una miriade di servizi specializzati per target di popolazione che sono molto preparati tecnicamente sulle specifiche aree, ma molto poco in rete. Servizi che, a causa delle numerose variazioni organizzative che in questi anni li hanno riguardati, facendoli passare dalla dipendenza dai vecchi Consorzi socio-sanitari a quella dall’USL, a quella dai Comuni e/o dai Quartieri e dall’ASL, e ancora dal Comune centrale, hanno moltiplicato i punti di accesso non sempre nell’ottica di agevolare il cittadino, ma certamente per specializzare le competenze sempre più complesse necessarie per affrontare vecchi e nuovi bisogni, creando molteplici agenzie sparse sui territori, poco collegate fra loro se non dalla buona volontà degli operatori, ma non di certo secondo processi organizzativi e procedurali chiari, trasparenti, semplici, accessibili.
La ricomposizione dell’accesso, prevista dalla 328, è quindi necessità urgente e ineludibile perché il cittadino possa trovare un punto chiaro dove avere informazioni, sostegno, presa in carico e orientamento alle opportunità esistenti, ma accanto a essa è necessaria la definizione dei livelli essenziali di assistenza, che nessun governo è riuscito a licenziare dal 2000 a oggi. La riduzione progressiva delle risorse, non in assoluto ma in relazione al moltiplicarsi dei bisogni e alla loro differenziazione e ai costi sociali che ne derivano, e anche l’aver utilizzato molte, forse troppe, risorse dedicate a centri specialistici, prodotti di nicchia che funzionano bene ma cui accedono poche persone selezionate (es. centri famiglia, spazi giovani), hanno messo ancor più in evidenza differenze e disparità fra i cittadini nell’accesso ai servizi, che vanno assolutamente colmate con politiche organizzative più trasparenti ed eque.

Gli Sportelli sociali oggi pongono enfasi sull’informazione e l’orientamento del cittadino per una sua scelta tra i servizi. Questo aspetto informativo era valorizzato anche 30 anni fa?
Non si chiamava Sportello sociale, ma segretariato sociale, ed era garantito anche allora da personale amministrativo e da Assistenti Sociali che ricevevano un grande aiuto dalla rete informale, che era molto più vicina alle istituzioni di oggi, in un momento molto difficile nel rapporto fra cittadini e istituzioni, anche a causa del dilagare dell’individualizzazione dei rapporti sociali e della crescita esponenziale della sofferenza degli individui in una società sempre più complessa ed esigente verso il singolo; questa situazione attuale produce un costante aumento della domanda socio-assistenziale (casa-lavoro-aiuto economico) e una richiesta di aiuto e di sostegno sempre più complessa agli operatori, che dal canto loro sono sempre meno attrezzati e supportati da strumenti di lavoro che un tempo erano più diffusi, come il lavoro in équipe, l’integrazione fra professionisti specializzati nei diversi campi o i percorsi di aggiornamento e di formazione continua che affrontavano le problematiche dai diversi punti di vista.
Anche per questo, spiegare ai cittadini con una Carta dei Servizi quali oggi siano i servizi a loro disposizione a Bologna sarebbe impossibile, perché molti servizi non sono ad accesso diretto ma sono attivabili solo dagli assistenti sociali all’interno dell’organizzazione dei servizi, dopo un’attenta valutazione delle risorse disponibili e la definizione di un progetto condiviso fra operatore e utente-famiglia.

Come si è evoluto il ruolo delle associazioni di volontariato o di rappresentanza nell’accesso e nell’erogazione dei servizi, e nel segnalare bisogni insoddisfatti?
Molte associazioni di volontariato e di rappresentanza costituivano già molti anni fa il primo livello di rapporto mediato fra il cittadino e le istituzioni (penso ad esempio ai sindacati dei pensionati, diffusi su tutti i territori comunali), per segnalare i bisogni nascosti e insoddisfatti, per aiutare le persone ad avvicinarsi ai servizi e per avvicinare le risposte preconfezionate dei servizi ai bisogni personali dei cittadini.
Oggi le associazioni di rappresentanza o di volontariato sono molto più numerose, articolate e diffuse, ma c’è un grande problema, a mio parere non ancora affrontato, di governo della comunità, la quale, se non trova luoghi per progettare e confrontarsi sui bisogni, rischia di disperdere le risorse a cui sempre più spesso queste organizzazioni possono accedere direttamente (5 per mille, Centri di Servizio per il Volontariato, Bandi regionali ed europei, Fondazioni), e di rendere autoreferenziale la programmazione degli Enti Locali, delle ASL o delle neo-costituite ASP, producendo una separazione invece che un’integrazione fra le politiche sociali che vengono decise e attivate in una determinata comunità.
Uno dei principi fondanti delle istituzioni, cioè quello di offrire risposte omogenee a parità di bisogni, può realizzarsi solo attraverso l’esercizio della funzione di regolazione dell’agire dei diversi attori sociali presenti in un territorio, riservandoci come enti pubblici di mettere in atto quelle politiche che la società organizzata non è stata in grado di attivare da sola. Questo può avvenire solo se c’è una forte integrazione fra i diversi soggetti che operano in una comunità, e solo così si potranno utilizzare al meglio le poche risorse disponibili.

Ora che a livello nazionale i livelli si sono (più o meno) uniformati a quella che era un’esperienza pionieristica di Bologna, quale può essere il ruolo della città e dell’Emilia Romagna nell’aprire una nuova fase di sviluppo dei servizi sociali?
È difficile rispondere, perché chi oggi, come me, vive il processo di riorganizzazione appena avviato, fatica a ragionare in una prospettiva di sviluppo, schiacciato com’è dal capire dove si trova, cosa deve fare e che senso dare a quello che gli viene chiesto di fare. Comunque, bisognerebbe ripartire davvero dall’ascolto individuale e collettivo delle persone che vivono nei nostri territori, attraverso le forme organizzate di rappresentanza ma anche attraverso le relazioni individuali che si realizzano all’interno dei processi di aiuto. Solo dopo aver ricominciato un lavoro continuativo di comunità, e aver valorizzato le risorse umane formali e informali che operano in questo ambito, andremo a definire sulla base di conoscenze precise e costanti nel tempo le nuove linee di progettazione/pianificazione articolate secondo uno schema metodologico, che è un classico collaudato per i servizi sociali, ormai utilizzato anche in altri campi diversi dalle scienze umane:
– cosa serve a quella persona per migliorare la sua condizione sociale;
– chi può fare che cosa al minor costo possibile;
– chi deve essere responsabile di quel processo di aiuto;
– quali risultati vogliamo raggiungere possibilmente condivisi con l’utente e la sua famiglia;
– chi può finanziare le azioni ritenute necessarie.

7. La “divisione del lavoro”. La costituzione degli Sportelli sociali a Bologna

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Nella costruzione degli Sportelli sociali risulta fondamentale un adeguato coinvolgimento degli operatori, che necessariamente passa tramite la mediazione sindacale. Sul caso bolognese abbiamo sentito Mirella Monti, rappresentante sindacale CGIL presso il comune di Bologna e direttamente coinvolta nella non facile trattativa che ha portato alla recente costituzione degli Sportelli in città.

Come è stato impostato l’avvio degli Sportelli sociali da parte del comune di Bologna per quanto attiene a figure professionali adibite, sedi di servizio, ecc.?
Gli Sportelli sociali sono una delle due articolazioni del nuovo Servizio Sociale Territoriale (SST) dei 9 Quartieri, e sono la porta di accesso dei cittadini agli interventi del servizio sociale; l’altra articolazione è data dal Servizio Sociale Professionale, costituito dalle sole Assistenti Sociali, che è il vero punto dove vengono individuati gli interventi ed erogate le prestazioni sociali relative a quasi tutte le tipologie di disagio sociale, da quelle riguardanti i minori e le famiglie a quelle degli adulti e degli anziani, con esclusione delle forme di disagio qualificate come prevalentemente sanitarie – disabilità, dipendenza da sostanze, psichiatria.
Il comune di Bologna ha programmato l’apertura degli Sportelli sociali nei quartieri della città ipotizzando una dotazione di dipendenti composta esclusivamente da personale con qualifica amministrativa, consistente nel personale già in servizio presso i Servizi Sociali Anziani addetti ad attività amministrative, rinforzato nel numero da altro personale amministrativo proveniente dagli uffici dei servizi sociali precedentemente centralizzati che, nel nuovo disegno organizzativo del sistema di welfare locale decentrato, non trovavano una nuova collocazione. La prima proposta dell’Amministrazione Comunale alle Organizzazioni Sindacali, risalente al mese di settembre 2007, prefigurava una dotazione organica di due amministrativi per ogni sportello (per un totale di 20 persone), con la previsione di una apertura oraria totale nei giorni della settimana, sabati e due pomeriggi settimanali compresi. Dopo le osservazioni rilevate, che segnalavano l’impossibilità di poter garantire, con solo quella dotazione di personale, l’apertura prevista, l’Amministrazione ha poi ampliato tale numero con un aumento di personale per ogni sportello, raggiungendo la cifra complessiva di 56 amministrativi per 10 Sportelli sociali cittadini (uno sportello per ogni quartiere, tranne Navile che ne ha previsti due). Nell’ipotesi poi dell’Amministrazione potrebbero venire aperti, dopo una fase di assestamento, anche eventuali altri sportelli decentrati, magari non in tutte le giornate, presso luoghi di grande frequentazione dei cittadini (ad es. presso qualche centro sociale o ricreativo, o presso grandi ipermercati). In ogni caso le sedi degli Sportelli sono state, normalmente, individuate presso le sedi dei Quartieri. Il tema delle sedi logistiche non è stato comunque facile da risolvere, perché non tutti i quartieri avevano, e hanno, spazi sufficienti, e soprattutto di agevole accesso per i cittadini e con collocazione sicura per il personale. Questo personale amministrativo sarà coordinato da una Assistente sociale, che non svolgerà però attività di ricevimento del pubblico, ma svolgerà funzioni di programmazione e consulenza al personale addetto e sarà di sostegno e supporto nelle situazioni di ricevimento più difficili.

 Quali innovazioni e quali difficoltà ha comportato la transizione agli Sportelli per le diverse figure tecniche (assistenti sociali, educatori) e amministrative dei servizi sociali comunali?
Le difficoltà e le innovazioni sono numerose e complesse, perché l’apertura degli Sportelli sociali è coincisa con il ridisegno del sistema dei servizi sociali in città, con il decentramento ai Quartieri, con l’ipotesi di affidamento di alcuni servizi e attività alle nuove ASP cittadine (Poveri Vergognosi e Irides), con il trasloco degli uffici nella nuova sede, con la decisione di collocare le funzioni educative degli educatori professionali fuori dai Servizi Sociali e all’interno di una nuova Area Infanzia e Adolescenza dei Quartieri, in un’ottica di maggiore attenzione all’attività di prevenzione e di lavoro sul territorio e di comunità più che alle prese in carico individuali e assistenziali.
Le innovazioni stanno nel riportare a ogni territorio tutte le tematiche sociali portate dalla cittadinanza (dai minori agli anziani, passando per gli adulti), con il decentramento ai quartieri, nell’individuare un unico punto di accesso dei cittadini al nuovo servizio sociale territoriale, e, come già prima accennato, nel separare la funzione educativa da quella sociale. Le difficoltà stanno, in primis, nell’avere organizzato tutta questa operazione senza una grande preparazione precedente (ad es. facendo gruppi di lavoro misti e che potessero produrre delle proposte organizzative minimamente condivise, o magari facendo una sperimentazione prima in un solo quartiere), con molta fretta e facendo coincidere in modo contestuale tutti i cambiamenti. Per cui, per quanto riguarda gli Sportelli sociali, le difficoltà sono quelle di aver previsto esclusivamente personale amministrativo e di averne modificato le mansioni svolte precedentemente, che erano prevalentemente di natura amministrativa e burocratica, in mansioni di natura relazionale e comunicativa (accogliere le persone, dare informazioni e orientare, provare a decifrare in un primo momento la domanda del cittadino), tutto questo senza aver valutato se le persone erano o meno in possesso di queste attitudini (trattare con le persone, per di più in situazione di bisogno, non è come trattare degli atti e della carta) e, soprattutto, senza avere, prima dell’apertura degli Sportelli, effettuato una benché minima formazione sulle competenze relazionali.
Per quanto riguarda le Assistenti Sociali, la difficoltà, per come la avverto io, è nell’integrazione fra gruppi e competenze precedenti (prima suddivise in Minori e Famiglie, Adulti, Anziani) e anche, per quanto riguarda le A.S. del precedente Servizio Minori, nella perdita della figura dell’educatore professionale, con la quale si era consolidata una determinata modalità di lavoro e collaborazione che deve essere rivista. Questa difficoltà di integrazione operativa e organizzativa non viene aiutata dalla logistica, poiché, in molti quartieri, le assistenti sociali non possono condividere gli spazi, a causa dell’insufficienza dei locali, per cui i gruppi rimangono separati in sedi diverse e anche lontane (chi si occupava di anziani in un luogo, chi si occupa di minori in un altro, chi degli adulti in un altro ancora).  Per quanto riguarda gli educatori, la difficoltà consiste nel fatto di essere stati assegnati ai quartieri e all’Area Infanzia e Adolescenza senza una proposta e un modello di organizzazione e di funzioni già ideato e prospettato da qualcuno; pertanto, nella prima fase, si è creata una situazione di incertezza su cosa fare di diverso, all’interno della nuova ottica dell’amministrazione, e come ridefinire il rapporto con le assistenti sociali, relativamente alle competenze e alle tipologie degli interventi educativi e sociali.
Per tutto il personale poi si è vista azzerata qualche funzione specializzata acquisita nel tempo (ad es. sulle emergenze sociali, sui minori abbandonati, sull’immigrazione, ecc.) e sulla quale ci si era impegnati e formati.

A Bologna, oltre che con le dinamiche di decentramento e riorganizzazione citate, l’avvio degli Sportelli sociali si è intrecciato con il trasloco nella nuova Sede Unica. Dal punto di vista sindacale, quali difficoltà nella relazione con gli operatori si sono generate a causa di queste sovrapposizioni?
Le difficoltà, come in parte già espresso prima, sono state nell’accelerazione di tutta l’operazione, per cui dalla data dell’apertura della trattativa con l’Amministrazione Comunale, il 16 maggio, in un mese si è arrivati alla sottoscrizione del pre-accordo (24 giugno), e poi dopo altri 45 giorni alla formalizzazione del decentramento, con l’atto del Settore Personale e Organizzazione di assegnazione dei dipendenti ai Quartieri il 6 agosto. Tutto ciò nel pieno dei mesi estivi e di ferie dei lavoratori e del trasloco degli uffici nella nuova sede comunale. Come già detto, inoltre, non c’era stata una preparazione precedente dei diversi gruppi di operatori, sicché per molti le novità e le modificazioni del lavoro sono state davvero sostanziali (assegnazione a nuovi servizi, trasloco, attribuzione di nuovi e diversi compiti), senza un percorso almeno partecipato e senza una qualche formazione. Questo ha comportato la difficoltà di non poter avere certo tempo per confrontarsi, per approfondire le problematiche che si aprivano, per poter condividere – almeno in parte – gli obiettivi dell’intero progetto e il percorso per raggiungerli. È davvero mancato un coinvolgimento e una partecipazione a questo disegno organizzativo.

Ritenete che l’avvio degli Sportelli sia stato accompagnato, da parte dell’Amministrazione, da idonee iniziative di sensibilizzazione, valorizzazione economica e motivazione di chi negli Sportelli andrà a lavorare? E quale clima riscontrate tra i prossimi operatori degli Sportelli?
Parte di queste considerazioni sono già state accennate, e si può dire che sono state diverse le mancanze sullo Sportello sociale. Innanzitutto non tutto il personale era stato precedentemente coinvolto in una informazione o formazione di base sulle ragioni dell’apertura di questi sportelli, ai sensi della normativa nazionale e regionale, per cui, per qualche dipendente, questo servizio era una novità assoluta; inoltre, come già evidenziato, l’Amministrazione Comunale non ha condiviso l’importanza di valutare le motivazioni di questo personale, minimizzando l’importanza delle competenze relazionali in questo servizio. Ho già detto che la formazione, invece che essere svolta precedentemente all’avvio degli Sportelli, sarà invece contestuale e successiva alla loro apertura, sia per la parte relazionale e comunicativa, che per quella di informazione e informatica (utilizzo di programmi e di schede dei diversi servizi), con il rischio che il personale non sia pienamente in grado, sin dal primo giorno, di saper rispondere correttamente ai cittadini che si rivolgono allo sportello.
Per quello che riguarda la valorizzazione economica, tema prettamente di natura contrattuale e sindacale, l’accordo ha previsto tre tipi di valorizzazione: la progressione verticale dalla cat. B alla cat. C Amministrativa (per il personale ancora in cat. B); il riconoscimento dell’indennità di sportello per ogni turno di presenza al ricevimento del pubblico; l’individuazione di un Progetto incentivante per tutti i dipendenti oggetto della riorganizzazione e decentramento ai quartieri, pari a 110.000 Euro complessivi per tutto il personale e con quote differenziate in relazione a criteri di diverso impegno e modifiche lavorative.
Il clima fra gli operatori è quindi in parte di obbligatorietà, in parte di incomprensione dell’urgenza nella tempistica, in parte di sensazione di non esser stati messi nelle migliori condizioni per poter svolgere una adeguata accoglienza ai cittadini (sia per il ricevimento che per le risposte e informazioni).

In base al percorso che ha portato all’accordo sindacale del 24 giugno 2008, quali consigli dareste su cosa perseguire e cosa evitare ai vostri colleghi di un Comune, anche di dimensioni più piccole, che si accinga a istituire un servizio di Sportello sociale?
Il consiglio che si può sempre dare è di informare preventivamente e in modo chiaro le persone, di farle partecipare attivamente alla definizione delle proposte operative e organizzative, valorizzando così le conoscenze che loro hanno del lavoro da punto di vista pratico e concreto, raccogliendone suggerimenti e osservazioni che sono dati dalla esperienza. Questo approccio aiuterebbe a evitare problemi successivi e contribuirebbe a creare un buon clima interno al servizio e una buona relazione con i cittadini. Ma questo modello partecipativo non è più molto di moda, è forse una nostalgia di qualche sindacalista, mentre sembra prevalere, nelle amministrazioni, una impostazione dirigistica e molto gerarchica.  

6. “L’importante è partecipare”. Il coinvolgimento degli utenti nei servizi sociali in prospettiva europea

di Massimiliano Rubbi

Lo Sportello sociale, come previsto nella normativa della Regione Emilia Romagna, ha l’obiettivo di garantire l’accesso al sistema dei servizi. Tale accesso è generalmente inteso in termini di informazione completa sulla gamma dei servizi disponibili, in base alla situazione e alle esigenze specifiche del singolo utente; molto meno chiaro è però se, e con quali modalità e limiti, l’utente possa partecipare tramite lo Sportello sociale alla definizione dei servizi stessi. In effetti, sia la legge nazionale 328 del 2000 che quella regionale 2 del 2003 non definiscono con particolare precisione le modalità con cui i singoli utenti, o organizzazioni rappresentative di una loro pluralità, possono contribuire al disegno e alla gestione dei servizi.
Una modalità di partecipazione è certo costituita dallo strumento dei Piani di Zona, che le leggi citate istituiscono. Tuttavia, a ben vedere, nella L. 328 la partecipazione a tali percorsi è riservata ai soggetti, pubblici e privati, che “concorrono, anche con proprie risorse, alla realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali previsto nel piano”. Al dibattito partecipano solo gli avventori che accettano di stare con l’oste dietro il bancone – con i prevedibili effetti sulle valutazioni di qualità del vino. Anche strumenti come la Carta dei Servizi, che pure la legge meritoriamente prevede, costituiscono una opportunità di governare l’antitesi tra l’erogatore e il fruitore del servizio, ma non si orientano a una sintesi condivisa che incida sull’organizzazione e gestione del servizio stesso – davanti a un reclamo, la capacità di ripensare le proprie prassi da parte di chi fornisce il servizio rimarrebbe così un elemento di eccellenza e non di gestione ordinaria.
Più aperta in questo senso la legge regionale, che promuove “la partecipazione attiva dei cittadini, delle organizzazioni di rappresentanza sociale, delle associazioni sociali e di tutela degli utenti, assumendo il confronto e la concertazione come metodo di relazione”, includendo soggetti non direttamente coinvolti nell’erogazione dei servizi e dunque in condizione di valutarli dall’altra parte del tavolo. È però facile sperimentare come culture organizzative, vincoli di bilancio, restrizioni normative o altri ostacoli di vario genere blocchino spesso tanto il processo di partecipazione attiva degli utenti alla definizione dei servizi, quanto il suo prodotto. In linea generale, comunque, l’accento della normativa che ha ridefinito l’ordinamento dei servizi sociali all’inizio di questo secolo è prevalentemente sull’accesso, mentre più limitata è l’attenzione a processi di condivisione più avanzati e per questo di più difficile attuazione.
Nel 2004, il Comitato Europeo per la Coesione Sociale del Consiglio d’Europa ha adottato un rapporto curato dal ricercatore britannico Brian Munday, intitolato User Involvement in Personal Social Services, che analizza le strategie di coinvolgimento degli utenti nei servizi sociali in diversi paesi europei. Il documento, disponibile in inglese sul sito web del Consiglio d’Europa (www.coe.int, sezione “Social Cohesion” – “Social Services”), descrive in maniera sintetica ma accurata quale potrebbe essere una futura missione degli Sportelli sociali – senza nascondere gli sconvolgimenti che questa prospettiva implica rispetto alla cultura consolidata dei servizi.

Livelli diversi di partecipazione: la valanga e le barriere
Il rapporto introduce una distinzione analitica tra tre livelli con cui gli utenti “mettono piede” nei servizi. A un primo livello sta la partecipazione, che si limita alla raccolta di informazioni fornite dagli utenti da parte dei fornitori di servizi; segue il coinvolgimento, che dà agli utenti l’opportunità di un impatto effettivo sui servizi; infine troviamo l’empowerment, che implica una cessione di potere e controllo da parte degli erogatori dei servizi ai loro utenti, tendendo verso una vera e propria co-gestione. Già pensare a servizi sociali che accettano di consegnare le proprie “chiavi di casa” ai loro fruitori risulta un gesto quasi sovversivo, rispetto alle prassi cui decenni di approcci paternalistici ci hanno abituato; tuttavia, anche in questo caso il primo passo potrebbe essere il più lungo. Infatti, sottolinea il rapporto, “sembra esserci una ‘legge’ generale che opera in questo campo, secondo cui più progresso si compie nel coinvolgimento dell’utente, più grande è la consapevolezza delle limitazioni di tale progresso”, sicché, una volta aperti i servizi al contributo dell’utenza, la partecipazione di questa potrebbe creare una sorta di valanga verso gradi sempre maggiori di condivisione nell’organizzazione. In questo processo il rapporto riconosce espressamente quanto le associazioni di rappresentanza della disabilità siano avanzate, con lo slogan “niente per noi senza di noi” che informa già da molti anni la loro attività.
È comunque bene evitare facili ottimismi, perché esistono molteplici ostacoli al processo di partecipazione. Una prima barriera è spesso posta dagli operatori dei servizi, che di rado appaiono entusiasti di condividere con altri i meccanismi di gestione del proprio lavoro. Sussiste certamente una questione di potere da conservare, e magari di opacità da mantenere, tanto più se è fondata l’ipotesi appena esposta di un processo sempre più profondo e veloce di coinvolgimento, ma questo non spiega tutte le resistenze. Come sottolinea il rapporto, “il coinvolgimento può essere visto [dalla burocrazia] come ‘caotico’, sconveniente, che richiede molto tempo e contrario al liscio operare di un’organizzazione gerarchica e routinizzata. La persistente esistenza e forza di questa barriera non dovrebbe essere sottostimata”. Va tra l’altro considerato che quella dei servizi sociali è una organizzazione spesso in peculiare sofferenza rispetto ad altre più puramente amministrative, e di conseguenza “il coinvolgimento dell’utente può essere visto come una non gradita richiesta aggiuntiva al tempo e all’energia di uno staff dei servizi sociali che è già sotto forte pressione”. Paradossalmente, quindi, ci si deve attendere che il principale impulso a un approccio bottom-up venga dall’alto, dalla direzione politica, più che dalla base operativa dei servizi sociali, e non è difficile attendersi in quest’ultima riluttanze travagliate più che entusiastico supporto.
Al tempo stesso, il rapporto non nega un fondamento alle possibili obiezioni degli operatori, in quanto “le preferenze degli utenti per il coinvolgimento hanno necessarie implicazioni di risorse. C’è un prezzo da pagare da parte di agenzie e loro finanziatori per un coinvolgimento genuino – non è certamente a costo zero”. La responsabilità decisionale della politica non riguarda quindi solo la capacità di imporsi su routines organizzative burocratiche e consolidate, ma anche quella di destinare al coinvolgimento risorse specifiche, ciò che potrebbe anche comportare la riduzione di altre voci di spesa, qualificandosi come investimento a medio-lungo termine solo laddove si riesca a tenere ferma la barra sull’utilità della condivisione con l’utenza. Tale costanza può risultare ancor più difficile in quanto non v’è da attendersi necessariamente che l’utenza reagisca con passione, almeno nell’immediato: “il coinvolgimento effettivo pone richieste agli utenti che spesso non sono comprese o consentite”. L’utente coinvolto nella gestione e programmazione dei servizi può non comprendere cosa gli si propone di fare, oppure può comprenderlo benissimo ma ritirarsi dall’offerta per mancanza personale di tempo e voglia, anche a motivo della propria vulnerabilità sociale (ma non solo: quanti genitori si offrono con ardore per fare i rappresentanti di classe nelle scuole dei propri figli?). Il rapporto cita l’esempio dei Paesi Bassi, che hanno introdotto forme di finanziamento diretto di gruppi di utenti e pazienti per la loro partecipazione al disegno dei servizi – e non, come in Italia può essere più comune, per la conduzione diretta degli stessi a costi più bassi di quelli consentiti dalla gestione pubblica –, ma per valutare gli orientamenti (e le inerzie) delle direzioni politiche dei servizi occorre ricordare che la scelta di adottare un approccio “partecipazionista” non troverà ponti d’oro (e consensi elettorali) immediati.

Le buone pratiche
Il rapporto di Munday, oltre a evidenziare le criticità del processo di coinvolgimento, effettua una analisi comparativa tra alcuni Stati del panorama europeo rispetto a diversi aspetti dello stesso, e propone linee guida teoriche e buone pratiche esistenti per garantire una migliore attuazione di tale processo. Di particolare interesse risulta la sezione legata al coinvolgimento dell’utente a livello locale, che è poi quello che maggiormente ci si può attendere da uno strumento come lo Sportello sociale. 

Elemento cruciale per il coinvolgimento degli utenti nei servizi è l’informazione. Da un lato, l’informazione sui servizi esistenti è necessaria per consentire l’elaborazione di proposte innovative: “agli utenti potenziali ed effettivi dei servizi sociali dovrebbero essere fornite informazioni chiare e accurate su tutti i principali aspetti dei servizi disponibili. È difficile essere coinvolti se un utente non sa che cosa è disponibile”. Di qui l’esigenza di fornire informazioni in più lingue, data la crescente percentuale di utenti stranieri, e tramite Internet. Il contenuto e il taglio dell’informazione non devono inoltre essere definiti dall’alto, perché “una priorità è fornire informazioni di cui gli utenti stessi hanno indicato di avere bisogno – non solo ciò di cui altri pensano che possano avere bisogno”. D’altro canto, occorre la massima sincerità nell’informare gli utenti sull’effettivo grado di coinvolgimento ammissibile alle condizioni date, senza promettere ciò che non si può mantenere: “la mancanza di chiarezza può generare disillusione e una riluttanza a venire coinvolti”. Al contrario, particolare importanza riveste la creazione di un sistema di diritti “esigibili” (formalmente tutelati dalla normativa) e “accessibili” (fruibili senza perdersi in un mare di carte e sportelli), che richiedono, per essere tali, una solida struttura di comunicazione a valle dei servizi.
Vengono poi forniti ulteriori suggerimenti, a partire dalla constatazione che, trattandosi di servizi sociali e non di altro genere, alcuni utenti avranno bisogno di assistenza specifica per essere coinvolti. Un’altra indicazione riguarda le procedure di reclamo, per certi versi il “grado zero” del coinvolgimento, che devono essere chiaramente definite (e comunicate) quanto a modalità di proposta da parte degli utenti e a tempistica di esame (in questo senso la Carta dei Servizi, se compiutamente applicata, può essere ritenuta uno strumento più che sufficiente). Viene poi rilevato come il coinvolgimento deve essere previsto a partire dai primi passi di progettazione dei servizi, specie se nuovi: “gli utenti sono giustamente critici quando il coinvolgimento è limitato a essere consultati su servizi già programmati che non hanno l’opportunità di influenzare”. Ulteriore elemento decisivo è la formazione specifica degli operatori dei servizi sulla tematica del coinvolgimento: “personale inadeguatamente formato può altrimenti impedire seriamente l’implementazione del programma di coinvolgimento degli utenti di un’agenzia”. Parzialmente problematica può infine risultare la gestione di una contraddizione esistente nella rappresentanza: da un lato gli utenti paiono preferire una rappresentanza diretta, e non tramite associazioni o ONG, ma dall’altro i servizi devono raffrontarsi anche con queste ultime, in quanto rappresentative di un numero più ampio di utenti e comunque indispensabili controparti nella prospettiva “partecipazionista” sostenuta dal Rapporto.
Il documento si chiude con tre esempi di buone pratiche già attive in Europa: i budget personali di cura gestiti direttamente dagli utenti (che tengono insieme coinvolgimento diretto e risorse limitate, sia pure a patto di una certa perdita di potere dei servizi), esperienza che nei Paesi Bassi coinvolgeva, nel 2003, 60.000 utenti per un importo di 750 milioni di Euro (il numero di utenti stimati è oggi intorno ai 100.000, e l’importo oltre il miliardo di Euro); i “Consigli di cura sociale”, organismi multilaterali tra utenti, familiari, operatori e rappresentanti delle istituzioni locali, che la Lettonia ha introdotto in diversi servizi residenziali; infine, i sistemi di Ombusdman o difensore civico istituiti, con gradi diversi di incisività, specie nei paesi nordici (Norvegia, Islanda).
Parlando di coinvolgimento nell’organizzazione e gestione dei servizi sociali, non andrebbe comunque dimenticata una buona pratica essenziale, l’esistenza dei servizi stessi, spesso minacciata dai tagli economici e di personale: “i diritti degli utenti di ottenere certi servizi sono anche più fondamentali dei diritti al coinvolgimento. Se i servizi non esistono, o possono essere ottenuti soltanto soddisfacendo criteri di selezione in continuo mutamento, allora il coinvolgimento dell’utente può essere virtualmente insignificante”.

Quando sei nato non puoi più nasconderti
Come si è cercato di mostrare, coinvolgere l’utenza nella gestione e organizzazione dei servizi è attività complessa, che richiede molte attenzioni e può rivoluzionare l’assetto dei servizi stessi. Il povero Sportello sociale, appena nato o addirittura nelle fasi finali di gestazione, potrebbe contestare che un ruolo chiave in questo difficile processo non gli spetta: lui è nato per informare e nulla più. L’obiezione è comprensibile ma non troppo legittima, per diversi motivi. Anzitutto, si è già sostenuto che l’informazione ha un ruolo chiave nel garantire un pieno e consapevole coinvolgimento: la struttura che si prende in carico unitariamente questa funzione si trova, volente o nolente, implicata nel processo di inclusione degli utenti, anche quando, magari inconsapevolmente, lo impedisce o lo scoraggia. Inoltre, e in maniera più rilevante, lo Sportello sociale come mera informazione presuppone un quadro concettuale del servizio sociale che il rapporto del Consiglio d’Europa assimila a quello del “supermercato”: l’utente va (o naviga), si informa sui servizi esistenti e sceglie tra di essi come il consumatore razionale della teoria economica (che è di per sé un’astrazione di carattere quasi mitico). Quanto può essere considerato tale, per esempio, il cittadino un familiare del quale è in vista di dimissioni protette dopo un ricovero ospedaliero, e che deve fare fronte alle presumibili limitazioni all’autonomia domestica del proprio caro? E poi, gli scaffali del supermercato sociale sono davvero simili a quelli che siamo abituati a frequentare per la spesa domestica, o questo scambio si avvicina di più, anche nei contesti più avanzati, alle tessere annonarie dell’economia di guerra (scelta nulla o limitata, quantità razionate, customer satisfaction di là da venire)?
Anche se è difficile avviare riflessioni su un servizio appena sorto e spesso ancora sperimentale, si può ragionevolmente pensare che presto gli operatori dello Sportello sociale non potranno limitarsi a mostrare l’esistente agli utenti reali o potenziali, ma riceveranno da essi, e probabilmente matureranno anche in se stessi, spunti per rinnovarlo e forse sconvolgerlo. Se le strutture dei servizi sapranno aprirsi a questa nuova partecipazione, la creazione degli Sportelli sociali potrà raggiungere risultati che oggi non possiamo predeterminare, ma che supereranno di gran lunga le aspettative legate alla loro ideazione.

5. Tra software e linguaggi condivisi, le potenzialità di uno Sportello sociale a regime

a cura di Valeria Alpi

Da un punto di vista logistico e operativo, creare integrazione tra i nuovi Sportelli sociali e i servizi già esistenti sul territorio è un compito assai oneroso, sotto molti punti di vista. Quali primi passi sono stati compiuti? A che punto si è arrivati? Quali potenzialità possono essere sfruttate in futuro? Ne abbiamo parlato con Fabrizia Paltrinieri, Ufficio di Piano Provinciale, Servizio Politiche Sociali e per la Salute della Provincia di Bologna.

L’inizio in un software
Può forse apparire strano, ma il progetto di integrazione tra sportelli sociali e servizi territoriali è partito proprio da un software, precisamente il “Garsia”, un sistema informatizzato che è in grado di migliorare la comunicazione e omogeneizzare gli strumenti di valutazione tra i differenti attori coinvolti nel processo di erogazione del servizio, sia che essi appartengano all’ambiente sociale o all’ambiente sanitario.
Esisteva, nella Provincia di Bologna, una esperienza pregressa, a opera dell’Azienda USL ex Bologna Nord, quindi il distretto della Pianura Est. Lì si utilizzava già il Garsia e quindi si aveva già uno sportello integrato. Via via, sei distretti su sette hanno acquistato il software, l’unico rimasto escluso era il comune di Bologna. “Come Provincia a quel punto ci siamo dati e abbiamo svolto un ruolo di coordinamento, cosa che credo non abbia fatto alcuna altra Provincia. Dico ‘ci siamo dati’ perché di fatto la Regione non aveva affidato un ruolo di coordinamento preciso, ma a noi sembrava necessario, dato che si partiva dall’esperienza pregressa della Pianura Est per creare gli Sportelli sociali. La funzione di coordinamento era utile anche in vista di un abbattimento di costi, perché occorreva concertare con la ditta produttrice del software per dotare i vari distretti del Garsia. Inoltre noi non volevamo ‘solo’ gli Sportelli sociali, ma una rete di Sportelli sociali, ritenendo la rete sicuramente un valore aggiunto. Per noi l’obiettivo primario era ottenere un vero e proprio osservatorio provinciale del bisogno. Abbiamo sempre cercato di mantenere all’interno del progetto anche il comune di Bologna. Questo Comune, negli anni, ha operato tutta una valutazione dell’organizzazione dei servizi, attualmente in ridefinizione, e ha poi deciso di decentralizzare ai Quartieri l’organizzazione e di utilizzare lo stesso software.
Possiamo dire che molta della caratterizzazione dello sportello della Provincia di Bologna dipende dal software comune, dato che si è partiti da lì e non da un progetto condiviso di sportello”. 

Integrazione tra servizi comunali e aziendali
Gli Sportelli sociali non sono ancora operativi in tutta la Provincia allo stesso modo. “I modelli organizzativi che stanno dietro lo Sportello sociale sono abbastanza diversi. Abbiamo dei territori con sportelli che hanno già la fase della presa in carico e territori con sportelli che si fermano alla fase precedente.
Quello che è importante sottolineare è che il progetto Sportelli sociali porta una grande integrazione tra i servizi socio-sanitari del Comune e dell’Azienda USL, proprio perché nato dall’Azienda USL ex Bologna Nord in collaborazione coi Comuni. Anzi, potremmo dire che lo Sportello è stato proprio il volano dell’integrazione tra servizi comunali e aziendali”.
Ovviamente il progetto di Sportello non funziona ancora a regime dappertutto, e nello stesso modo.
Facciamo un esempio di come può funzionare uno sportello a regime. Prendiamo il caso di una persona anziana. Si presenta la domanda allo sportello e si prende un appuntamento con l’assistente sociale che andrà a verificare la situazione dell’anziano; successivamente, con l’Unità di Valutazione Geriatrica si andrà a fare materialmente la visita alla persona, per capire qual è la soluzione adeguata per la persona stessa, se gli serve l’assistenza domiciliare o quella residenziale, ecc.
“Nel momento in cui l’utente si reca allo sportello, l’operatore dovrebbe inserire in automatico i dati della persona, e tutti i dati sulla sua situazione e sui suoi bisogni. Questo sistema informatico dovrebbe permettere lo scarico immediato dei dati di chi si presenta. I Comuni possono avere quindi la situazione di chi si reca allo sportello, anche a livello distrettuale coi Comuni di distretto, e noi come Provincia possiamo avere sotto controllo la situazione proprio con l’osservatorio provinciale del bisogno, che ci permette di avere i dati in tempo reale sulle domande allo sportello”.
Una volta che questo sistema sarà a regime, questa ricchezza di dati sarà utilissima anche per la programmazione delle politiche sociali e sanitarie. “Noi come Provincia abbiamo funzioni di rilevazione della domanda e del bisogno, e abbiamo sempre monitorato con varie banche dati l’offerta dei servizi, mentre la domanda del bisogno è sempre stato un po’ un tema scoperto. Sappiamo quali servizi offriamo, ma non abbiamo un sistema di rilevazione della domanda così definito, salvo in qualche caso, magari facendo una ricerca o un approfondimento”.
Il problema qual è? Che questo monitoraggio sarà efficace quando lo sportello sarà a regime. “Per ora non tutti i Comuni inseriscono i dati, per cui abbiamo dati parziali. Soprattutto di Bologna, che è entrata adesso nel progetto, per cui per ora abbiamo un buco abbastanza consistente. Abbiamo quindi pensato di fare un accompagnamento all’utilizzo ottimale di questi strumenti, abbiamo dato delle risorse ai Comuni capofila perché sostenessero l’utilizzo di questo progetto. C’è stato un investimento molto grande, con risorse dei Comuni, della Regione e dell’Azienda USL. La Regione, dopo i finanziamenti iniziali per la fase di sperimentazione, ha ripreso i finanziamenti chiedendo ora però una serie di contributi. Per cui si richiede uno sportello in ogni distretto e un set minimo di informazioni che devono tornare alla Regione, perché la Regione vuole avere una serie di dati che risultano utili anche al suo livello programmatorio. Poi si vuole una connessione con gli sportelli tematici, specialistici, che già esistono sul territorio, come ad esempio il Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna o l’Ufficio Stranieri. Nella Provincia di Bologna almeno abbiamo tutti lo stesso software, nelle altre Province ci sono software diversi e pagare le varie integrazioni è oneroso. Allora, visto che partiamo in vantaggio come Provincia, vogliamo curare di più il fatto che ci sia l’uso di questi strumenti”. 

Il problema dei linguaggi condivisi
Chi si occupa di tematiche sociali sa però che l’integrazione passa sia da strumenti pratici, operativi, sia da strumenti in qualche modo più culturali. Nasce quindi il problema del linguaggio che si usa per definire un servizio o un bisogno. Chi si occupa di disabilità, ad esempio, può utilizzare termini diversi per indicare una situazione di disagio rispetto a chi si occupa di stranieri, o di minori. Mentre lo Sportello sociale deve riunire in sé tutte le tematiche del sociale in un solo ambiente condiviso. Inoltre di solito i vari servizi hanno già un sistema di monitoraggio dell’utenza; ma passare da un sistema personale e personalizzato a un sistema comune per tutte le aree e integrato con tutti i servizi territoriali potrebbe addirittura cambiare le modalità di accoglienza dell’utente e cambiare il modo di relazionarsi con chi ci sta di fronte. Quindi, come gestire tutto il materiale informativo delle varie aree del sociale e renderlo uniforme per gli Sportelli sociali? Come monitorare l’utente e rilevare il suo bisogno in un database che comunichi il bisogno con un linguaggio condiviso e non interpretabile di volta in volta?
“È un processo molto lungo, che richiede molte attenzioni. Noi, sul tema del linguaggio, eravamo partiti da un portale che fosse a uso degli operatori nel momento in cui gli operatori devono dare le informazioni, in modo da avere sotto gli occhi tutto il set dei servizi disponibili. Quindi il primo passo era mettere a disposizione sul portale tutti i servizi pubblici disponibili e che già conoscevamo. Poi c’era da integrare questi servizi con tutte le altre informazioni che provenivano dal prezioso mondo del Terzo Settore: era impossibile infatti mappare da soli tutti i servizi del privato sociale. Poi c’era da mettere on line anche un portale per il cittadino.
Un punto fondamentale è che bisogna anche avere molto bene in mente come definire il bisogno per poter fare l’intreccio coi servizi. Bisogna anche formare gli operatori dei Comuni per aggiornare le varie informazioni con i loro servizi. Abbiamo cercato di condividere il più possibile il linguaggio, tenendo presente, per la definizione dei servizi, le classificazioni delle schede di rilevazione dell’Istat, che già ogni Comune compila per poter stimare le spese in materia sociale”.  

Gli operatori di sportello, tra ricerca di motivazione e potenzialità future
Chi è l’operatore di uno Sportello sociale? “Anche qua dipende dal Comune. In alcuni Comuni si è ipotizzato di mettere un assistente sociale. Qualcuno ha messo figure comunque con competenze nel sociale, qualcuno ha messo figure con competenze amministrative. Resta centrale il tema della formazione degli sportellisti. La formazione deve essere condivisa, così come le informazioni e le modalità di approccio.
Un’altra differenziazione è che alcuni Sportelli hanno servizi socio-educativi, tipo il nido o i servizi per la casa, laddove nel Comune queste funzioni sono svolte da quell’ufficio; altri invece rimangono sul sociale puro o sul socio-sanitario.
Tutto questo in una fase di sperimentazione è accettabile, poi forse una volta a regime ci vorrebbe più omogeneità”.
Inoltre non bisogna dimenticare che tutta la sperimentazione è partita dai servizi per gli anziani, e anche Garsia è incentrato su quel tipo di utenza. Bisognerebbe passare all’estensione di Garsia, dell’informazione e della presa in carico anche alle altre categorie, come i disabili, i minori, gli stranieri, ecc. Questa estensione è prevista, anche se già il monitoraggio è su tutte le aree. L’articolazione verticale dell’informazione e della presa in carico, però, non è semplice da uniformare su tutte le aree. “Sui minori, per esempio, è un’articolazione molto complessa, e si sta pensando di comprare il software per questa categoria. È un po’ più complicato perché gli operatori con i minori compilano già un software regionale molto dettagliato, che richiede molto tempo, per cui dovremmo fare un database che sia un po’ integrato con quello che già compilano, se no l’operatore si trova a dover compilare due database molto dettagliati. D’altronde la Regione ha investito molto nel software già in uso nell’area minori, che dà tutto un monitoraggio preciso dell’utenza che alla Regione serve. Inoltre per esempio a Bologna i minori sono in carico ai Comuni, in altri Comuni all’Azienda USL, quindi integrare tutto diventa complesso”.
I Comuni stanno quindi valutando se comprare Garsia o no per tutte le aree del sociale.
Se Garsia fosse a regime, le interconnessioni che il progetto prevede sono molto ampie: “Ci sarebbe ad esempio una interconnessione tra sportelli sociali e i CIP, i centri per l’impiego. Un adulto va a chiedere allo Sportello sociale un aiuto perché ha perso il lavoro e l’operatore di sportello può sapere se questa persona dall’altro lato sta seguendo le proposte formative o lavorative che gli fa il centro per l’impiego, e si possono incrociare i dati.
Per ora si tratta di un progetto ancora in fase sperimentale, nei comuni di San Pietro in Casale e Imola. Tutte le informazioni degli sportelli sociali sono comunque collegate con l’Azienda USL. Una potenzialità molto interessante ad esempio è la connessione con gli ospedali e con le dimissioni protette per gli anziani. È il software che ha permesso una interconnessione di questo tipo, lo sportello sociale è solo quello che c’è davanti, ma poi dietro si può creare una rete tra le persone fondamentale proprio grazie al software. Quando ho un anziano che esce dall’ospedale è fondamentale dire: ci sarà un servizio territoriale dell’Azienda USL che entro tot giorni ti contatterà, e ti verrà proposto un servizio domiciliare o residenziale.
Dietro lo sportello sociale si crea quindi una rete e un obbligo delle persone di lavorare in rete.
Le potenzialità sono enormi, si tratta di capire se si riesce a governare queste potenzialità.
Inoltre resta il problema della motivazione degli operatori a usare questo software: esso infatti è solo uno strumento, un mezzo, ma dietro i mezzi ci sono le persone”.