Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

8. Lauree e diplomi

di Bibi Forti

Per quanto riguarda la formazione il panorama si presenta non omogeneo, sia per i conteunuti dei corsi sia per la loro distribuziuione sul territorio nazionale. Mentre la laurea breve, di cui si parla da qualche anno, è rimasta sualla carta, diversi Atenei hanno invece avviliato dei corsi di laurea. Il rischio della “concorenza” tra diversi titoli.
Negli ultimi anni si sono registrate forti modificazioni nel sistema dei servizi alla persona sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Basti citare la nascita di nuovi bisogni e la corrispondente creazione di nuove e più specifiche figure professionali.
Si tratta di cambiamenti che non possono non interagire con il piano della formazione: ma qui, purtroppo, il panorama si rivela disomogeneo, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello della distribuzione, sul territorio nazionale, delle opportunità.
Ma andiamo con ordine. Occorre innanzitutto distinguere, per chiarezza, tra i percorsi destinati agli assistenti e quelli per gli educatori.
Solo 13 le regioni italiane dove viene fatta formazione per assistenti: primo squilibrio. (Naturalmente ci riferiamo sia alla prima formazione che alla riqualificazione sul lavoro).
Rispetto all’organizzazione dei corsi invece si va da un minimo di 600 ore annue ad un massimo di 3.000 (queste ultime nella provincia autonoma di Bolzano). Secondo squilibrio, visto che tutto questo serve per formare la medesima figura professionale.

Solo undici regioni fanno formazione
Undici invece le regioni dove esiste, o è esistita, la formazione per gli educatori, sempre suddivisa tra prima formazione, il triennio, e qualificazione sul lavoro, il biennio. Per quest’ultima c’è da precisare che le regioni che si sono attivate sono state fino ad oggi solo 4, mentre tutte le altre non si sono mai poste il problema.
L’uso del tempo passato è invece d’obbligo per la prima qualificazione visto che i corsi triennali non possono più esistere dall’1/1/1996 a seguito dei decreti legge n. 502/92 e n. 517/93. Infatti le due regioni che avevano avanzato richiesta al ministero della Sanità (Liguria e Emilia Romagna) per avviare nuovi corsi triennali si sono viste bocciare le loro richieste in quanto incoerenti con le disposizioni legislative.
Perché, viene ovvio chiedersi, sospendere questi corsi?
“Ci troviamo – spiega Mauro Alboresi, della CGIL-FP nazionale, – in una fase di transizione dal vecchio al nuovo modello formativo. In realtà adesso è tutto bloccato perché manca un decreto del ministero della Sanità che sancisca giuridicamente la figura dell’educatore professionale e, parallelamente, definisca un percorso formativo mirato. Tutto questo – conclude Alboresi – in coerenza con quello che è già accaduto per altre figure professionali, dai terapisti della riabilitazione alle assistenti sociali”.

Diploma universitario o laurea?
Ma il quadro della formazione per gli operatori non è ancora completo. Occorre chiarire innanzitutto che i percorsi formativi regionali portano al conseguimento del diploma universitario; stesso risultato per le scuole dirette a fini speciali e per il percorso universitario per operatore socio-psico-pedagogico, la famosa laurea breve, di cui si parla da qualche anno ma che è fino ad oggi rimasto sulla carta.
Ciò che invece non è rimasto sulla carta è il diploma di laurea: diversi atenei hanno infatti avviato corsi universitari di laurea. Anzi, proprio in quest’anno accademico verranno sfornati i primi educatori laureati.
Riassumiamo dunque la situazione che si fa sempre più intricata: da un lato esiste il diploma universitario (scuole dirette, corsi regionali, lauree brevi) che però non è stato ancora riconosciuto dal ministero della Sanità quale titolo abilitante per l’esercizio della professione.
Dall’altro lato il diploma di laurea che porterà già dal 1996 sul mercato del lavoro educatori professionali laureati.
Quest’ultima è una scelta che ha incontrato forti critiche da parte dei sindacati e dell’Anep, l’Associazione Nazionale degli Educatori Professionali.
È ancora Mauro Alboresi a darci una dettagliata spiegazione dei perché di questa opposizione.
“I sindacati, l’Anep e le realtà regionali che fino ad oggi hanno fatto formazione per questa figura professionale, sono assolutamente contrarie al diploma di laurea – puntualizza. Sostenere la laurea per il rapporto diretto con l’utenza prima di tutto contravviene a quegli orientamenti che hanno investito l’insieme delle altre figure professionali, terapisti della riabilitazione, tecnici di laboratorio e di radiografia, assistenti sociali. Secondariamente, ed è più grave, rischia di non offrire neppure una prospettiva a quelli che dovessero un domani operare come educatori nei servizi. Oggi non c’è la possibilità – spiega Alboresi – di inserire laureati come educatori professionali nei servizi per il semplice fatto che nelle piante organiche non sono previste figure laureate con funzioni di rapporto diretto con l’utenza. Il risultato sarà che queste persone saranno semplicemente dei laureati disoccupati.
L’incongruenza è talmente chiara che, paradossalmente, persino l’università nei bandi di iscrizione ai corsi di laurea in Scienze dell’Educazione ad indirizzo educatore professionale specifica che al momento non è previsto nella sanità l’inserimento di queste figure”.

“Un rapporto complementare”
Per questi motivi la strada suggerita da sindacati e Anep è quella di privilegiare il diploma universitario, indirizzato sul versante tecnico pratico e prevalentemente orientato al rapporto diretto con l’utenza. La laurea, maggiormente orientata dal punto di vista scientifico culturale, è invece rivolta a funzioni di dirigenza, coordinamento, ricerca e formazione.
Secondo Alboresi a questo punto “Il rapporto tra i due percorsi non può che essere di complementarietà; questo anche per scongiurare il rischio di introdurre elementi di rincorsa emulativa non giustificati, soprattutto in rapporto ai modelli organizzativi necessari”.
Rimane comunque, a monte di tutto, il nodo principale che è rappresentato dall’atteso decreto legislativo che, qualora individuasse proprio nel diploma universitario il titolo abilitante all’esercizio della professione educativa, priverebbe di qualunque efficacia il diploma di laurea. “In questa eventualità – spiega ancora Mauro Alboresi – la laurea diventerebbe un titolo con esclusiva valenza culturale; non servirebbe insomma per esercitare la professione di educatore; sarebbe come un medico che volesse fare l’infermiere”.
“Ci sono molte figure professionali laureate – prosegue Alboresi – che non per questo godono, ad esempio, di una lettura attenta da parte della società. Oggi occorre porre l’accento su che cosa è l’educatore professionale e su quali bisogni interviene; dobbiamo cercare di coinvolgere l’opinione pubblica attorno alla valenza di questa professionalità e di questa funzione. L’assistente dei servizi tutelari, che non sarà mai laureato, è forse una figura che non dobbiamo valorizzare, che dobbiamo pensare non sufficientemente utile o comunque facilmente sostituibile?”.
Oggi nell’immaginario collettivo educatore e assistente sono ancora visti come persone dotate di buona volontà; questo deve cambiare sottolineando fortemente la professionalità di interventi qualificati e funzionali a rispondere a bisogni rilevanti nella società

6. L’unico contratto

di Viviana Bussadori

Solo l’80% degli educatori lavora con uno dei sette contratti nazionali eistenti: nel centor-sud i maggiori problemi di tutela economica: 1. 800. 000 lire al mese per un educatore che lavora in uyna associazione. 1. 400. 000 per chi lavora in una cooperativa. L’esigenza di arrivare ad un unico contratto nazionale. Intervista a Mauro Alboresi.
Sette contratti nazionali per i 230.000 lavoratori del settore socio sanitario assistenziale educativo: 70.000 impiegati nell’ambito cooperativo, gli altri in quello associazionistico. Un piccolo esercito composto soprattutto da educatori e assistenti di base che, secondo le stime dei sindacati, potrebbe raggiungere nel giro di qualche anno le 3-400.000 unità.
Ma, forse ancora più che in altri settori, la situazione italiana si presenta con forti disparità tra regione e regione sia sul versante dell’applicazione dei contratti che su quello dei percorsi formativi. Per tracciare un quadro di insieme abbiamo intervistato Mauro Alboresi, sindacalista della Funzione pubblica della CGIL nazionale, da moltissimi anni impegnato su questo fronte.

Percentualmente quanti dei 230.000 operatori del settore socio sanitario assistenziale educativo privato sono oggi tutelati da uno dei sette contratti esistenti? E perché alcune realtà non hanno ancora applicato un contratto nazionale? Nel complesso possiamo parlare dell’80% dei lavoratori con un contratto nazionale?
Dove il contratto non è ancora applicato non si può parlare solo di una responsabilità dei datori di lavoro, associazioni e cooperative. In parte infatti dipende anche dalle scelte politiche compiute dalle diverse amministrazioni. Mi riferisco ad esempio alla scarsa programmazione e controllo del rapporto pubblico-privato in primo luogo sul versante del rapporto convenzionato. Da tempo stiamo lavorando affinché il rispetto dei contratti nazionali di settore siano posti al centro del rapporto di convenzione. Diventino insomma una delle discriminanti, accanto ad altri parametri, per potere accedere al rapporto convenzionato. Oggi questo accade solo in alcune limitate realtà mentre in molti altri casi ci troviamo di fronte ad un servizio pubblico che legittima la corsa al ribasso.

Quali disparità esistono a livello nazionale? Ci sono aree in cui la regolare applicazione dei contratti è particolarmente disattesa?È prevalentemente nel centro-sud che si registra una carenza di riferimenti contrattuali. Dal Lazio, Abruzzo, Umbria in già, incluse Sardegna e Sicilia, abbiamo certamente maggiori problemi per tutelare i lavoratori sia sul piano economico che normativo. Ci sono insomma regioni dove i contratti sono stati applicati, altre dove addirittura sono stati fatti degli accordi integrativi, e altre dove, ad esempio il contratto cooperativo, è largamente inapplicato. Questo deriva talvolta da una tendenza all’autorappresentatività delle singole realtà cooperative. Nel senso che noi facciamo fatica a rappresentarle e la stessa difficoltà la incontrano persino le centrali cooperative.

Perché si è venuta a determinare questa situazione di disomogeneità?
Dipende dalle caratteristiche tipiche di questo settore. Il versante associazionistico ha teso ad esempio a supplire a carenze pubbliche sul piano della gestione dei servizi. Dall’altra parte c’è stato un soggetto pubblico che ha teso a delegare completamente al privato la gestione di determinati servizi. Pensiamo ad esempio all’Aias che in Sicilia ha più di 4.000 addetti e, di fatto, il monopolio di tutti i servizi di riabilitazione.
La delega da parte del pubblico avviene a volte nei confronti di un privato autorganizzato e che ha come fine la tutela dei propri iscritti, ma che altre volte si pone anche sul piano commerciale e quindi con finalità di lucro.

Quali soluzioni state approntando per sanare questa situazione di disomogeneità e i rischi di corsa al ribasso delle convenzioni?
La strada è quella di una legislazione, sia a livello nazionale che territoriale, che sancisca l’obbligatorietà di determinati riferimenti tra cui l’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro. L’obiettivo è fare si che la concorrenza all’interno di questo settore non avvenga più, come accade oggi, sul piano dei costi, ma sul piano della capacità progettuale e gestionale. Vogliamo mettere in concorrenza il soggetto pubblico e il soggetto privato, i vari soggetti di quest’area privata e lo vogliamo fare sul piano della capacità progettuale e gestionale. La rincorsa sul piano dei costi mortifica le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e mortifica le esigenze dell’utenza.

I sette contratti nazionali attualmente esistenti sono in taluni casi piuttosto diversi tra di loro, pensiamo ad esempio ad un confronto tra il contratto Anffas e quello cooperativo. Non può essere anche questa disparità una causa della corsa al ribasso?
La situazione attuale rispetto ai contratti Š il risultato di una precisa politica contrattuale, fatta a suo tempo da CGIL CISL e UIL; quella di prevedere per le realtà cooperative, nei diversi settori di riferimento, specifici contratti collettivi nazionali di lavoro. Quindi ogni settore cooperativo, dal socio sanitario assistenziale educativo a quello commerciale, ha uno specifico contratto di lavoro.
Accanto a tale scelta vi è la storia contrattuale delle altre realtà: Anffas, Aias, Avis hanno applicato, prima di arrivare al loro contratto nazionale, i contratti più disparati; solo per l’Anffas vi erano 28 riferimenti diversi. Abbiamo dovuto quindi procedere per gradi: omogeneizzare le singole realtà al loro interno definendo singoli contratti nazionali. Oggi l’obiettivo è quello di renderli tra di loro, nel rispetto delle singole specificità, sostanzialmente omogenei. Il passaggio successivo sarà quello di arrivare ad un unico contratto di lavoro per tutto il settore socio assistenziale educativo.

Quindi includendo anche il settore cooperativo?
Occorre ripensare allo specifico cooperativo e lavorare per inserirlo all’interno di questo contesto. Dobbiamo arrivare ad un unico contratto da porre al centro del rapporto di convenzione, per garantire condizioni di uguaglianza e spostare la competitività dal costo alla capacità progettuale e gestionale.

Attualmente quali sono gli elementi omogenei e quelli disomogenei nella parte economica e in quella normativa tra i sette contratti?
Ci sono molti riferimenti comuni tra alcuni di questi contratti; sicuramente tra Anffas, Avis, Aias e tra questi e il contratto Uneba-Anaste. Vi sono ovviamente anche molte similitudini con il contratto dell’Agidae e delle cooperative. Indubbiamente i primi che abbiamo citato sonno maggiormente simili tra loro.

Per fare qualche esempio?
Potrei citare l’articolazione dell’orario di lavoro, le modalità di assunzione e di risoluzione del rapporto di lavoro, le ferie, la regolamentazione dei permessi e delle aspettative, l’inquadramento del personale e le conseguenti retribuzioni; tra contratto Aias, Avis e Anffas ci sono, sotto questi aspetti, molti elementi in comune.

Quindi, per essere concreti, un educatore qualificato di una di queste tre associazioni, quanto percepisce mensilmente?
Lo stipendio per un educatore professionalizzato si aggira attorno a 1.800.000 lire al mese; è sostanzialmente lo stesso stipendio percepito dalla stessa figura che lavora nell’ente locale e nella sanità. Poi intervengono altri elementi che sono diversi tra pubblico e privato come l’incentivazione alla produttività.

Qual è invece lo stipendio dello stesso educatore se lavora per una cooperativa o per l’Agidae?
Attorno a 1.400.000-1.500.000 al mese.

Tra i sette contratti, uno solo, quello cooperativo, è scaduto praticamente da un anno. A quando il rinnovo e con quali novità?
Abbiamo definito la piattaforma che abbiamo proposto alle centrali cooperative e che vogliamo si traduca in un nuovo contratto di lavoro. Ci sono differenze molto rilevanti con il contratto attuale e questo perché l’obiettivo è quello di allineare il settore cooperativo con le altre realtà. Le differenze sono notevoli perch‚ notevoli sono oggi i problemi presenti all’interno di queste realtà in rapporto alle altre.

Qualche esempio delle cose che proponete di cambiare?
Per la malattia ad esempio proponiamo la tutela al 100% per tutto il periodo. Dal punto di vista dell’inquadramento abbiamo l’esigenza di reinquadrare il personale per arrivare ad una maggiore omogeneità. Inoltre, all’interno di questo diverso inquadramento, dobbiamo fare adeguamenti economici perché i livelli retributivi siano sostanzialmente gli stessi presenti nelle realtà similari.
Occorre poi garantire alla forza lavoro femminile, che fra l’altro è preponderante, l’integrazione al 100% della retribuzione durante il periodo di maternità.
Tendiamo insomma a recuperare quei limiti che abbiamo registrato la volta precedente e che non si può pensare di mantenere così. Occorre una adeguata valorizzazione delle figure professionali centrali, l’assistente e l’educatore, per le quali non possiamo continuare a pensare ai trattamenti odierni.

Il contratto cooperativo non è ancora rinnovato, e quindi allo stato attuale è molto diverso dal punto di vista economico; intanto però alcune aziende Usl, è il caso di Bologna, sono partite con le gare d’appalto. Non c’è un problema di tempi non coincidenti?
Sicuramente il quadro è molto complesso. Inoltre manca un riferimento legislativo a livello nazionale e spesso anche a livello delle singole Regioni; quindi è difficile avere un momento, una sorta di ora-x, rispetto alla quale potere determinare da un lato gli schemi di convenzione e dall’altra parte i rinnovi dei contratti di lavoro.

Quali sono comunque i tempi per il rinnovo del contratto cooperativo?
A fine marzo parte la trattativa con le centrali cooperative; lavoreremo per giungere in tempi rapidi alla definizione. L’ipotesi che posso fare è da qui alle ferie estive.

Se la piattaforma dovesse passare così ci sarebbe una profonda modificazione degli equilibri attuali…
Indubbiamente. Ma il nostro scopo è proprio un riassetto del mondo cooperativo e una sua qualificazione. Se per fare questo dobbiamo passare anche attraverso una modifica radicale degli attuali equilibri, siamo disponibili a farlo.

Per concludere, quali sono le prospettive nel settore socio sanitario assistenziale educativo?
Dal punto di vista sindacale pensiamo ad una valorizzazione del terzo settore che oggi rappresenta una risorsa nel processo di riforma dello stato sociale. Pensiamo ad un terzo settore che non operi in prospettiva solo attraverso rapporti di convenzione, ma che sappia trovare in sé, attraverso strumenti legislativi di sostegno, le risorse per potersi porre nei confronti delle esigenze di questa società.
Pensiamo ad un terzo settore che in futuro trarrò le risorse anche da interventi diretti dell’utenza, con un atteggiamento che non è quello di fare pagare all’utenza i servizi, quanto quello di mettere l’utenza nella condizione di potere costruire servizi a misura dei propri bisogni.
Pensiamo ad una economia sociale che vorremmo riuscire a sviluppare all’interno di questa realtà. In quest’ottica il contratto unico del settore rappresenta un importante strumento di governo e di qualificazione del terzo settore.

3. Delle volte il vento

Riportiamo di seguito un brano tratto dal romanzo “Delle volte il vento” di Milena Magnani di prossima pubblicazione con la casa editrice Vallecchi

Eppure è strano. Attraverso il tempo ritrovo ancora la mia mano aggrappata ai monconi secchi della corteccia di palma.
E Mileti: “ti è tornata la mano prensile dei primati?”.
Allora mi ero accorta, che stavo irrigidita in posizione contratta e che la mano mi faceva male.
Intorno a noi il color ocra di una casa, subito dietro i cespugli dei capperi, sembrava dilatarsi nell’atmosfera insieme ai rimbalzi fiacchi del sole.
In quell’ocra erano passate donne con i secchi a gocciolarci acqua sui piedi.
Poi un uomo, anche lui era passato, anche lui con le taniche a gocciolare.
Poi il vento, che aveva preso a far cigolare i cardini di un filo teso con i panni.
E due pescatori, usciti in silenzio da un portone. Si erano messi a districare la matassa annodata di una rete.
“Scusa se sono indiscreto ma… nel labbro…”.
“Niente” che non avevo voglia di raccontare.
Mileti: “hai saputo? E’ successo un casino mezz’ora fa alla spiaggia”.
“Sarebbe?”.
“È andato dalla tua amica il padre di Agostino con altri carabinieri, l’hanno caricata sulla volante e portata alla stazione…”.
“Alla stazione…”.
“Alla stazione dei carabinieri e… là lei ha dichiarato che vuol tornare a Tirana perché è figlia dei lavoratori comunisti d’Albania”.
Sento, con un botto alle tempie, qualcosa nel cervello crollare: “spiegati meglio”.
“Ha chiesto di tornare nel suo paese… nu nce nenzi te spiegare”.
“Ma adesso dov’è? Dov’è adesso? Dove?” e quasi urlo io. Che sento il magone in gola triplicarsi e mi sembra di respirare con un dolore.
Mileti allarga le braccia. Non lo sa.
“Ti prego Mileti, vieni con me, andiamo a vedere se l’hanno trattenuta dal brigadiere…” mentre mi molleggio di piccoli passi avanti e indietro.
Ma lui sta aspettando u Celluloide, devono andare insieme alla Garavina per cercare i luoghi in cui Pasolini girò alcune scene del Vangelo Secondo Matteo. Sta aspettando u Celluloide e gli dispiace “taveru” dice.
Non ho il coraggio, ma vorrei supplicarlo di non andarsene. Vorrei dirgli cos e invece dico: “fiacca, alla fine di questa mattina mi sento veramente fiacca”.
E lui: “È vero sì, è una mattina parecchio strana”.
Solo per un istante avevamo aspettato.
Entrambi avevamo aspettato che l’altro aggiungesse qualcosa.
Io a guardare Mileti. E Mileti a guardare me. Io a carezzarmi il taglio del labbro. Lui ad accendersi una sigaretta: “Vuoi?”.
“No”.
Ma nulla. Non ci eravamo detti nulla.
“Allora ciao”.
“Ciao” aveva sorriso lui scivolando dentro l’auto.
E d’altra parte, eravamo forse qualcosa di più di quei panni stesi nei vicoli?
Di quei pezzi d’asfalto a rattoppi?
‘Ste sorti cu nu l’àggiane li cani
mancu e petre te mmenzu ‘lla via
nu l’àggiane né turchi né pacani
mancu li mori te la Barberia

Entrando alla stazione dei carabinieri, prima mi perdo nella penombra, poi intravedo Lume. Sta poggiata con la spalla alla porta di una cella, mi guarda.
E un carabiniere: “ma non gridi! Non gridi!”.
“E chi grida” faccio io, che in verità ho appena chiamato Lume a squarciagola.
“Poi dove va! Dove crede di andare? Si fermi!”.
Stavo tentando di avvicinare Lume. Comunque mi fermo.
Davanti al carabiniere, guardo Lume passarsi una mano tra i capelli.
Gli occhi, quelli suoi da cerbiatta, si sollevano dal pavimento in piccoli scatti.
Per il resto il suo corpo nodoso pare imbalsamato sotto il vestito ormai consunto.
“Perché è qua questa donna?” chiedo al carabiniere.
Questi mi fissa contrariato: “prima di far domande sarà giuoco che si qualifichi” e, stabilito con tale premessa chi è il padrone, prende a volteggiare tra i denti uno stecchino parabolico.
Balbetto che sono una amica di Agostino, figlio del brigadiere, e mi occupo di questa donna da un mese, tutti i giorni passo tempo con lei, perché ha certi problemi…
“Va beh” fa il carabiniere “ma quindi?”.
“Quindi è impensabile che la facciate rimpatriare, sarebbe folle, incivile, se una donna nelle sue condizioni torna in Albania chissà diavolo in quante grane si va a cacciare!”.
“Signorina” fa il carabiniere sorreggendosi il mento con espressione tediata: “la faccenda sta che è la donna qui presente a voler rimpatriare, e lo chiede esplicitamente” spalanca un sorriso sudaticcio, solleva il foglio di un verbale: “nero su bianco lo chiede”.
Io guardo Lume.
Lume guarda in basso.
Entra il padre di Agostino, il brigadiere. Passa ombroso davanti a me. Affonda in una superiorità rigonfia. Graduata. Urla. Il carabiniere semplice si alza fulmineo dalla sedia, fa un inchino deferente.
Il brigadiere con una mano agguanta un mazzo di chiavi, con l’altra tiene stretto per la nuca uno zingarello. Che lo precede. Che sta curvo. Mi scosto. Il ragazzino inciampa contro un cavo elettrico. Il brigadiere lo blocca, lo fa roteare frontale verso sé, fa cenno che alla prossima gli appioppa una sberla. Poi prende a sbraitare col collega, scuote la sua preda avanti e indietro, ancora grida, un po’ verso il collega, un po’ verso la preda.
Io vorrei proteggere Lume dalla sua ostinazione. Togliergliela con le mani. Nella confusione mi avvicino, in punta di piedi, che non si accorgano.
Ma appena mi avvicino, lei e la sua ostinazione mi escludono. Gira il corpo dall’altra parte.
“Lo sai cosa trovi se torni là?”.
“…”.
“Dovresti andare a informarti da Ermira”.
“…”.
“Oppure con me, potresti parlarne con me”.
“…”.
Non mi guarda. Solo sprofonda tra il sì e il no.
Tutto avviene tra il s e il no.
Mi chino per inseguire il suo sguardo. Mi chino ancora. E ancora.
Di colpo i suoi occhi mi fissano liquidi. Tra lo spaventato e l’ostile.
Come se mi guardassero cos da sempre. Quasi non ne potessero più, da sempre, di incontrarmi in qualche luogo.
“Ti rideranno in faccia se torni in Albania”.
“…”.
“Mi hai capita Lume? Comunisti kaputt! È inutile che ti voglia accanire!”.
Ma mi fermo. Poiché nei suoi occhi si è spalancato un baratro, qualcosa che glieli rende opachi, e che però: spuh! Con uno sputo a terra lei caccia subitamente via.
“Se si permette un’altra volta di sputare le spariamo del Valium!” si intromette da dietro il carabiniere semplice “le spariamo un boccetto di Valium cos lo vedi che la smette di sputare!”.
Mi giro a guardarlo.

14. Racconti del centro

di Davide Rambaldi

Educatori che raccontano il proprio lavoro, e scrivono dei propri utenti, in diari, relazioni, nei progetti educativi, nei libri delle consegne. Probabilmente non esiste un linguaggio specifico degli educatori, un linguaggio tecnico, anche se a qualcuno potrebbe venire la voglia di fondarne uno (ma è proprio cos necessario? La legittimità non può, deve, venire da altro?).
Del resto, gli articoli sull’argomento che abbiamo pubblicato in questo numero, sono scritti tutti da educatori e sono scritti con un linguaggio e uno stile molto diverso.
Questo può dipendere in parte dalla persona che scrive, in parte da che cosa si deve scrivere. Probabilmente, anche, l’educatore è chiamato ad esprimersi con modi diversi, suggeriti dal contesto, dal destinatario.
Un altro modo per farlo è quello che ora vi proponiamo. Qui si passa al racconto del proprio lavoro in forma letteraria, creativa e l’utilità e l’importanza di questo genere è subito evidente.
I particolari, i singoli episodi da cui prendono piede queste narrazioni possono spiegare bene che cosa sia il lavoro di un educatore, chi siano quegli uomini e quelle donne che chiamiamo utenti, che senso abbia tutto questo.

Franchino
Era la dannazione di Pelle di Seta, Franchino.
Se lo sognava di notte. Che la picchiava. Che la guardava con quei suoi occhi furbi e dolci e imprevedibilmente la colpiva, e lei si svegliava sudata, Pelle di Seta, col batticuore e il fiatone, sul letto, come se avesse corso.
Giustamente Pelle di Seta la dette su. Era, come tanti, educatrice per sbaglio. Ora fa la postina ed è più contenta. Nessuno la picchia e per Natale le danno le mancie.
Con Fabio Franchino non ci pensava neanche un po’ di colpirlo. Bastava che Fabio alzasse lo sguardo e lui, un attimo prima, si fermava. Neanche a dirlo, Fabio non l’aveva mai toccato se non per giocare e fare i covini. Eppure Franchino aveva timore di lui. Gli premeva troppo la relazione. Chissà che Fabio non si arrabbiasse poi, davvero, e quindi perch‚ essere cos matto da picchiarlo, cos poco furbo? Come dicevano i maestri dell’Ecole de Bonneuil: non si è mai matti 24 ore al giorno (come non si è mai sani). Era meglio giocare con Fabio, cantare e ascoltare la musica, fare gli scherzi e saltare.
Eccoli al fiume. Loro due, altri ragazzi e operatori più in là; vacanza estiva: come si sta bene! lontano da casa, dalla noia dei giorni sempre uguali, con gli educatori tutti per sé‚: che spasso! Fanno dei giochi Franchino e Fabio, si divertono con la sabbia, si spruzzano l’acqua, si rincorrono sui sassi.
Ora Fabio prende il sole e si asciuga; Franchino di fianco continua a pastrocciare col fango. Si mette a massaggiargli la schiena, tenero, ad accarezzarlo con le mani sporche. Fabio è contento ma sente un po’ puzza.
“Cosa fai Franchino?”
Ma è troppo tardi. Franchino lo ha spalmato di cacca, la sua cacca, un lavoro profondo, bello e pulito.
Ci sono molti modi per esprimere l’affetto.
Certo questo è uno dei più puzzolenti.

Valentina
Valentina fa sempre le stesse domande e non ascolta le risposte.
Ha uno sguardo bonario e assente, due occhi azzurri e dolci e pare sempre sulle nuvole. È difficile farle fare qualcosa perch‚ anche quando la fa Valentina si distrae e si mette a fare qualcos’altro: guardarti e farti qualche domanda.
A teatro Valentina è stata bravissima invece. C’era il pubblico che applaudiva, che avrebbe applaudito ancora, eppure è rimasta concentrata e ha fatto quel che doveva fare, e non si è fermata a guardare tra il pubblico se riconosceva qualcuno e non ha salutato con la mano e non si è immobilizzata sul palcoscenico fino a che qualcuno non la portasse via. Valentina è stata bravissima.
Il giorno dopo lo spettacolo ho incontrato sua madre. Mi ha detto che un neuropsichiatra che ha seguito Valentina per tanti anni alla fine dello spettacolo l’ha abbracciata senza che lei se lo aspettasse e aveva gli occhi pieni di lacrime.
Ho pensato che era commosso per lo spettacolo, per Valentina, per la madre, per lui stesso, per gli anni di lavoro attorno ad una persona handicappata che non si buttano e non si devono buttare via mai.
A casa, la sera, non riuscivo a dimenticare la gioia e l’emozione negli occhi della madre di Valentina. Cos ho scritto come sono andate le cose.

Sporco/pulito
“Puzza?”
“No, non puzza.”
“Puzza.”
“Non puzza.”
Renzo mi offre da annusare la maglia che indossa da un’ora. Pulita.
“Puzza, puzza” con l’aria di chi sa il fatto suo.
“Cazzo Renzo: non puzza! Te la sei appena messa!”
Se la sta già cavando.
Lo fermo. Gli spiego per l’ennesima volta che non puzza la maglietta, che se l’è appena messa, che era pulita perché‚ stava piegata dentro la valigia e lui si era appena fatto la doccia e tutto era esattamente come doveva essere.
Sembra convinto.
Un po’ di tranquillità. Stasera si esce. Ci si fa belli! In discoteca a ballare!
Mi faccio una doccia. Canticchio. Esco. Non c’è l’accappatoio. Tutto bagnato entro in camera. Lo cerco. Non lo trovo.
“Renzo, hai visto il mio accappatoio?”
“Puzzava.”
Ridiamo almeno cinque minuti, a crepapelle, prima che riesca a recuperarlo, maleodorante, dal cesto della roba sporca.

Pietro e il perfido Beppe
Pietro è un down meraviglioso e grasso che organizza il suo tempo libero – in quello non libero lavora – nell’architettare infinite trasgressioni più o meno innocenti.
Pietro ha però un persecutore: il perfido Beppe, un mattacchione psicotico e anch’egli grasso che per un misterioso motivo ce l’ha su con lui.
Il perfido Beppe perseguita Pietro in vari modi: minacciandolo fisicamente ma soprattutto denunciando alle autorità – operatori e familiari – le sue trasgressioni.
Memorabile in questo senso fu quella volta che tornando a casa dal mare, appena scesi dal pulmino, il perfido Beppe trovò il modo di dire a sua madre che Pietro mi aveva tirato la sabbia negli occhi. La madre mi guardò. In effetti avevo una biglia insanguinata al posto di un occhio.
Partì un ceffone che si stampò tra collo e guancia (grassi) del povero Pietro, con un busso che rimbombò tra i caseggiati, mentre il perfido Beppe sogghignava mefitico strofinandosi le mani.
Devo ammettere che anche noi trattenemmo a stento le risa.
Da tempo Pietro evita la compagnia del perfido Beppe e noi operatori evitiamo quando possibile di mescolarli.
Anche quando non c’è però, il perfido Beppe è un incubo cos presente nella vita di Pietro che non può e non vuole sentirlo neanche nominare. Appena qualcuno accenna il suo nome, Pietro esclama: “Non dire! Dì luà!”, essendo incapace di dire luilà.
Noi operatori abbiamo ormai adottato questa strategia per la nostra vita. Chi non ha un persecutore prima o poi?
E come Pietro diciamo: “Non dire! Dì luà!”

13. Scrivere in atelier

di Angela Chiantera e Emanuela Cocever

La scrittura, in quanto rappresentazione, è un’occasione di elaborazione dell’esperienza. Scrivere, come nel caso degli educatori, della propria attività, è un modo per rendere presenti, conosciuti a s‚ e comunicabili ad altri, contenuti ed implicazioni del proprio lavoro che altrimenti resterebbero nell’ineffabilit… del vissuto, non disponibili allo scambio professionale e scientifico.
Su questi aspetti abbiamo riflettuto, in sede di formazione, nei corsi per educatori professionali attivati prima nella Usl 27 dell’Emilia Romagna, successivamente nella AUsl Città di Bologna.
Il prodotto di tale riflessione è diventato un libro: “Scrivere l’esperienza in educazione”, di prossima pubblicazione presso la Clueb, a cura di Angela Chiantera ed Emanuela Cocever.
Il testo che segue è tratto dal libro e descrive l’attivit… degli atelier, nelle sue motivazioni e nel suo svolgersi concreto.

Dentro l’atelier: i modi e le voci

<<Ogni atelier di scrittura è un luogo particolare, che riunisce un numero determinato di persone in condizioni particolari, animato e regolato da una persona particolare. […] È anche il luogo possibile della parola vera>>.

Chi abbia mai partecipato ad un atelier basato sulle indicazioni di Elisabeth Bing può riconoscere, in queste sue parole, le caratteristiche fondamentali dell’atelier di scrittura e di ciò che vi succede. Ma questa descrizione, che con icastica efficacia condensa gli elementi portanti della situazione, non può certo esaurire la ricchezza di eventi che vi si realizzano e che non investono tanto la sfera dei “fatti”, quanto piuttosto quella dell’interiorità: ogni partecipante concretizza la propria in parole scritte ed in questa forma essa entra in contatto con quella altrui.
È per questo che, come spiega la Bing,
<<[…] tutte le più sapienti tecniche e astuzie non possono rimpiazzare questa forza vivente che consiste nell’invenzione che lo scambio e la relazione permettono. Per dirlo altrimenti, perché‚ una parola sia detta occorre un contesto, ed il senso dell’enunciato dipende dalle condizioni della sua enunciazione. […] Ed anche se la pertinenza dei ritrovati teorici è necessaria, la sovranità di questa parola, che sfugge ad ogni messa in ricetta, è insostituibile>>.

Abbiamo voluto aprire il capitolo con queste considerazioni di Elisabeth Bing per giustificare una certa nostra cautela nel momento in cui ci accingiamo a parlare degli atelier, del loro svolgimento. Legittimamente, infatti, chi legge si aspetterebbe un racconto esauriente di ciò che si fa in un atelier di scrittura ispirato all’esperienza della Bing, con una descrizione minuziosa delle diverse consegne che vengono date e magari con l’indicazione delle letture di partenze per ogni singola attività o degli ambiti in cui esse agiscono (ricordo, descrizione, narrazione…).
In realtà il nostro intento sarà quello di illustrare, più che i dettagli, lo sfondo, perch‚ la sua conoscenza servirà forse a meglio comprendere tutte le valutazioni che seguiranno.
Alla base di questa scelta ci sono due ragioni, entrambe fondamentali: la prima ha a che fare col dissenso che la Bing ha sempre manifestato nei confronti di chi le chiedeva di descrivere i suoi atelier; la seconda è più legata alla difficoltà avvertita tutte le volte che abbiamo cercato di spiegare come, in questo metodo, ad una apparente semplicità di forma corrisponda una notevole complessità di contenuti. È, ci pare, la stessa difficoltà di cui parla la Bing stessa nella postfazione alla terza edizione francese di …ho nuotato fino alla riga:

<<Mi hanno talvolta suggerito di scrivere un libro dove descrivessi nella loro progressione le proposte di scrittura che noi abbiamo elaborato nel corso del tempo. Si dimentica che una proposta di scrittura contiene una consegna non soltanto formale ma emozionale, trasmessa dalla voce, dalla presenza e la poesia personale di un animatore. Questa proposta che fa scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, in un momento preciso, non può trovarsi costretta in un enunciato riproducibile. È per questo che qualche cosa in me si rifiuta di scrivere qualsiasi cosa mi sembri assomigliare a un libro di ricette, per quanto ben studiate possano essere; esse si limiterebbero a scimmiottare un sistema e non sarebbero che un inganno. Credo che si possa descrivere il movimento di un’andatura, la sua filosofia e la sua etica, ma la raccolta dei procedimenti è una trappola scolastica che sembra dimenticare la funzione fondamentale dell’atelier di scrittura, che non può agire che nello scarto, il silenzio, oserei dire il segreto>>.

Convinte, anche per personale esperienza, della fondatezza di questa posizione, spendiamo allora alcune parole sul movimento dell’andatura, sui diversi, semplici passi che occorre fare per arrivare alla meta, iniziando da una sua ridefinizione.
L’esperienza insegna che ogni qual volta si parli e si scriva di scrittura si devono fare i conti con un’idea diffusa e radicata: <<la scrittura è un dono: che chi l’ha (avuto) e chi no>>. Il metodo Bing, pur non negando la metafora, rovescia il rapporto, nel senso che fa s che -chi scrive si doni la scrittura- o anche -si doni alla scrittura>>.
Per arrivare a questa (duplice) meta la strada è sin dall’inizio semplice e necessita di poche indicazioni. L’occorrente è il seguente: un gruppo di circa dieci persone che sappiano leggere e scrivere, una persona che conduce, un tavolo su cui scrivere, carta e penna, alcuni libri ben scelti.
Tutto parte, appunto, da un dono. Chi conduce offre la lettura ad alta voce di un brano, più o meno breve, scelto per motivi diversi: per la struttura, il contenuto, il modo di presentare l’oggetto trattato, il genere letterario, lo stile dell’autore, la modalità di scrittura che l’ha originato…
Da questa lettura, fatta con agio ma una sola volta, nasce la proposta di scrittura: un elemento del brano letto diventa lo spunto per la scrittura del gruppo. Una scrittura che dovrà far sue due regole fondamentali: il rispetto della consegna e il rispetto del tempo (10, 30 minuti…) dato al gruppo per realizzare individualmente il lavoro.
Cosa succede in questo lasso di tempo? Non c’è stata analisi critica del testo letto e non c’Š tempo per impostare criticamente il testo da scrivere. Dunque, semplicemente, si scrive.
La consegna ed il tempo – presunti violatori di libertà espressive individuali – diventano il filo che permette di ritornare dal profondo della scrittura e la bussola che orienta verso la via di casa e che fa dire “fine” al viaggio intrapreso. Per iniziare un nuovo viaggio, quello della lettura al gruppo: ogni autore legge agli altri il proprio scritto, offrendosi alla conoscenza altrui e moltiplicando il dono iniziale.
Una nuova lettura ed una nuova consegna avvicineranno ancora di pi— alla meta finale. Perch‚ il cammino dell’atelier si snoda così, alternando momenti di lettura (di brani propri e altrui) a momenti di scrittura, avendo come guida la persona che conduce e come solidali compagni di viaggio gli altri membri dell’atelier.

La proposta dell’atelier di scrittura
La nostra riflessione sul perché‚ e come proporre un atelier di scrittura a degli educatori si Š costruita attraverso varie fasi e l’apporto di vari elementi: la lettura di scrittori appartenenti ai più diversi ambiti disciplinari e generi letterari; l’esperienza, in qualità di corsiste, degli atelier condotti secondo il metodo elaborato da Elisabeth Bing; una successiva fase di messa alla prova, solo tra noi, di consegne note e nuove; la discussione in gruppo.
Del resto, e ci preme sottolinearlo, la relazione è stata il luogo centrale dell’elaborazione della nostra esperienza: la relazione tra noi, che ci ha permesso, negli anni, di mettere a fuoco i nostri desideri rispetto alla scrittura, di cercare le strade per soddisfarli, di valutare l’efficacia delle esperienze compiute; e la relazione con coloro che hanno partecipato, di volta in volta, ai diversi atelier. Non sembri, questa insistenza sulle relazioni che abbiamo instaurato e che ci sono servite per imparare, una manifestazione personale di puro autocompiacimento, un sottolineare le nostre fortune, le nostre bravure o la giustezza delle nostre intuizioni.
Lo scriverne qui è innanzitutto un invito alla cautela. Quella che è necessaria avere nell’attivare una situazione, come quella dell’atelier, in cui sono richiesti una partecipazione emotiva ed un coinvolgimento forte. L’accettazione reale di una consegna di scrittura nell’atelier non può non determinare, infatti, in chi scrive un recupero di propri ricordi, sensazioni, segreti che cercano, attraverso la parola scritta, nuovi modi per uscire e “ordinarsi”.
Tutto ciò, inevitabilmente, accade all’interno di una interazione, complessa e in evoluzione, tra tutti coloro che partecipano all’atelier, senza distinzione di capacità o di ruolo. In questo contesto, l’accoglimento dell’emozione (dei corsisti, o anche di chi conduce e ascolta gli altri dire le proprie emozioni) è uno dei cardini di una buona conduzione, accanto a quello, non meno impegnativo, dell’accettazione delle risposte alla consegna data, anche nella loro forza trasgressiva.
Uno dei modi per dimostrare accoglimento e accettazione è il richiamo alle richieste specifiche espresse dalla consegna di scrittura data. Nella nostra esperienza, infatti, esso si configura come equilibrato segnale di partecipazione, da parte di chi conduce, a quello che il singolo corsista ha manifestato con la sua emotività o la sua trasgressione; la forza di un simile (apparentemente semplice) intervento, sta nel fatto che esso, senza giudizi o censure, senza bisogno di attivare difficili e pericolosi interventi di sostegno emotivo o di correzione, rende esplicito il rapporto che chi scrive ha realizzato con la consegna stessa.
Devono infatti essere chiari e sempre presenti due principi: che è sempre e comunque la scrittura il tramite della relazione tra i partecipanti all’atelier e chi conduce; che il ruolo di quest’ultimo nel gruppo è quello di un interlocutore attivo s, ma misurato, nel senso che la sua “misura” è data proprio dalla consegna e non dai suoi gusti personali (rispetto agli stili, alle proposte, alle persone…).
Per questo, e per altri motivi che verranno via via chiariti, la qualit… delle consegne da proporre in un atelier è, accanto alle modalità di conduzione, un altro punto forte di attenzione e di “cura” per chi si assume la responsabilit… di attivare un gruppo di scrittura secondo modalità simili a quelle qui descritte. Qualche parola sulle nostre prime esperienze aiuterà forse meglio a chiarire come siamo arrivate alle considerazioni che andiamo facendo.
Le prime prove di presentazione di un atelier di scrittura le abbiamo fatte tra noi: un gruppo di persone comunque attive nei confronti della lingua scritta e reciprocamente indulgenti poteva ben sopportare una conduzione incerta, non sicura né del come elaborare una consegna, né dei modi e dei tempi che potevano essere necessari per la sua realizzazione. Il modello era legato alle esperienze di atelier fatte precedentemente: in esse, però, chi conduceva aveva un ruolo ben definito dalle sue competenze; il nostro, che andavamo sperimentando, era definito solo dalla nostra buona volontà e dalle nostre passioni di lettrici.
Un primo dato di cui ci siamo rese conto quasi immediatamente è che la bellezza di un brano letterario (o il piacere che esso genera in noi) non è di per sé‚ condizione sufficiente perch‚ ne scaturisca una consegna di scrittura: perch‚ questo succeda occorre che il brano offra un appiglio, un punto chiaro che lo caratterizzi in un qualche modo e in un qualche senso. Parafrasando la Bing, ci devono essere, più o meno evidenti, un qualcosa di emozionale, un senso, che cerca di suscitare il desiderio di scrivere, e un qualcosa di costruttivo, un modo, che avvia sul come tentare di scrivere.
Sarebbe passato molto tempo prima che ci rendessimo conto di un’altra fondamentale condizione, che la Bing ha così esplicitato:
<<Una proposta di scrittura è qualcosa di molto delicato, un oggetto da costruire a seconda della situazione precisa in cui si trova […] ci possono essere problemi anche con una sola persona, e allora ci si chiede cosa inventare per far lavorare quella persona su quel punto della scrittura e questo far… lavorare tutti gli altri>>.

La consegna trae spunto, dunque, prima ancora che da un’idea di scrittura, da una relazione mediata dalla scrittura; una relazione, va ribadito, che non è tanto determinata dai rapporti affettivi tra le persone, ma piuttosto dall’incontro tra il bisogno di espressione di un individuo ed il tentativo di soddisfazione che un altro individuo mette in atto. Ancora la Bing:
<<[…] ho tentato – andando per tentativi, giorno per giorno – di raggiungere per mezzo della scrittura quella che era la loro [dei bambini dell’Istituto] identità, la loro voce, le loro proprie parole, e non le parole imparate, scolastiche>>.

Chi conduce un atelier ha perciò un compito ricco e complesso, che si traduce nella capacit… di tener fede ad un patto – di reciproca fiducia e di responsabilità – con i partecipanti all’atelier e, quindi, nella capacità di favorire l’incontro di ciascuno con la propria scrittura e con quella altrui (siano essi grandi autori o compagni di atelier).
Quanto detto finora intende porre l’attenzione su due fatti centrali e interrelati tra loro: l’atelier di scrittura secondo il metodo Bing non è un’attivitàche chiunque e comunque può mettere in piedi, né si può pensare di poter utilizzare l’atelier per raggiungere scopi che enfatizzano solo l’uno o l’altro degli affetti “altri” (slegati, cioè, dalla scrittura) che esso produce.
Ci è accaduto talvolta, proponendo l’atelier o più spesso parlandone, che questo venisse preso quasi come un gioco di gruppo, in cui il “piacere” del leggere e scrivere insieme diventava tout court “divertimento” ed in cui l’attenzione per la persona cedeva il passo, equivocamente, all’esclusiva cura del testo, valutato soprattutto per gli aspetti più ispirati dall’ironia o dallo scherzo. Altre volte ci hanno chiesto invece se l’atelier poteva essere utilizzato, ad esempio, per facilitare o riequilibrare i rapporti all’interno di un gruppo.
In tutti questi casi la nostra preoccupazione è stata innanzitutto quella di ribadire che non pu• essere considerato indifferente il modo e soprattutto il motivo per cui si propone ad un gruppo un atelier di scrittura come lo si è caratterizzato finora. Come si è già detto, non tutto va bene per tutti, così come non tutti reagiscono allo stesso modo ad una data proposta.
In relazione a ciò, è utile esaminare un altro passaggio importante della nostra riflessione sugli atelier di scrittura per educatori, ovverosia la messa a punto degli obiettivi che ci muovevano nel fare questa proposta. Quelli di partenza erano due: offrire il modo di recuperare un’immagine positiva e sfaccettata della scrittura, facendone sperimentare alcune modalità; favorire la riflessione sui propri scritti e su quelli altrui, per evidenziare la plurivocità di risposte al bisogno di espressione e l’inutilità di un unico modello di riferimento. Ricordiamo che la finalità ultima di un atelier, più volte riaffermata dalla Bing, è permettere a ciascuno di individuare la modalità di scrittura di volta in volta più adeguata alle proprie necessità d’espressione, nella piena fedeltà a se stessi.
Per raggiungere pienamente questa finalità, sostiene ancora la Bing, non basta però semplicemente provare ad esprimersi: occorre lavorare su ciò che è emerso, per far sì che questa primaria espressione si trasformi in un Testo, dotato di potenza e completezza semantica, e riconosciuto come tale sia da chi l’ha scritto, che da chi lo legge. Si viene dunque a definire il lavoro d’atelier come composto di queste due fasi fondamentali, in cui la prima (l’espressione) trova il suo pieno senso nella seconda (il lavoro sul testo), che sola garantisce a chi scrive di riuscire a raggiungere la propria scrittura.
Partendo da queste premesse, nel momento in cui abbiamo deciso di proporre agli educatori in formazione un atelier di scrittura secondo il metodo Bing ci siamo trovate di fronte ad un dubbio: possiamo chiedere ai nostri interlocutori – che non scelgono l’atelier, ma lo trovano obbligatoriamente inserito nel corso di formazione – un impegnativo lavoro di ricerca sul proprio stile di scrittura senza che da loro ci sia mai venuta una richiesta esplicita in tal senso? E che funzione può avere un lavoro sul testo come la Bing lo intende (soprattutto orientato in senso stilistico-letterario) per degli educatori il cui rapporto con la scrittura è per lo più legato a specifici momenti istituzionali?
Ci sembrava che il principale compito di una formazione in quell’ambito dovesse consistere fondamentalmente in due cose: venire incontro ai bisogni degli educatori di accedere ad un mezzo espressivo già noto, ma mai pienamente ed efficacemente utilizzato; attuare con loro una riflessione che tenesse conto degli aspetti più strutturali, ma anche meno studiati/elaborati, della scrittura professionale, cardine di tutte le loro attività di documentazione, osservazione, relazione con le istituzioni…
È in base a queste considerazioni, e nel rispetto degli obiettivi sopra esposti, che abbiamo preso la decisione di proporre innanzitutto agli educatori la prima fase dell’atelier, rimandando ad un momento successivo (di solito il secondo anno di formazione) un lavoro di ricerca sulla scrittura prodotta in ambito professionale. In tal modo si è venuto a realizzare un percorso che, partendo dalla valorizzazione delle capacità e risorse individuali e tenendo conto, successivamente, delle diverse necessità dei servizi, tende ad ipotizzare modalità di scrittura professionale più capaci di tenere insieme il singolo educatore, la sua relazione con gli utenti e la sua funzione istituzionale.

11. Un sapere comune?

di Davide Rambaldi

Uno studio sul linguaggio degli educatori non può prescindere da due punti di partenza fondamentali: 1) ogni linguaggio si organizza intorno a un sapere; 2) ogni linguaggio si struttura negli ambiti in cui si utilizza.
Ora, se da una parte non si può considerare il linguaggio disgiunto dal sapere che esprime, dall’altra considerare gli ambiti in cui si utilizza rimanda alla dimensione culturale e all’interazione sociale. In questo caso si parla non più di linguaggio ma di conversazione, tant’è vero che i più recenti studi di teoria della comunicazione sono più concentrati nel definire una teoria della conversazione che non sul linguaggio. La conversazione infatti implica l’interazione sociale, cioè la costruzione comune del codice comunicativo attraverso routine (comunicative) condivise tra gli attori della relazione.
Se il linguaggio dunque è questa profonda rappresentazione dell’essere in quanto identità, cultura, sapere, relazione, ci si può chiedere quale rappresentazione esprima il linguaggio degli educatori; un linguaggio che, per quanto nuova e debole sia la professione, si è già organizzato attorno a un sapere (quello educativo), si inserisce in un definito contesto socio-culturale (quello dei servizi socio-sanitari), ha forse già costruito un micro-sistema culturale (quello relativo alla classe degli educatori) e strutturato certamente modalità conversazionali nei diversi ambiti in cui è utilizzato.

Esiste un linguaggio comune degli educatori?
Resta da verificare quale sia, in primo luogo, il sapere che questo linguaggio esprime. Non è affatto scontato che il sapere degli educatori sia un sapere codificato, condiviso, completamente organizzato. È probabile che questo sapere educativo, che comunque è alla base della nostra pratica professionale e sociale, sia ancorato a una consapevolezza epistemologica comune e che quindi possa esprimersi in un linguaggio comune. In altri termini, non essendo ancora fondata realmente un’epistemologia del sapere degli educatori, sarà molto difficile che essi esprimano un linguaggio comune.
Il caso più eclatante è  certamente quello della progettualità educativa. Il progetto dovrebbe essere uno dei punti centrali del sapere educativo: in realtà quanti educatori credono che il progetto lo sia davvero? Quanti hanno approfondito la metodologia progettuale? Il problema è a monte in due sensi: molti educatori pensano che il progetto sia uno strumento se non inutile superfluo in quanto tenta di fermare senza riuscirvi la processualità della relazione, che credono comunque di governare attraverso la propria presenza e il lavoro di gruppo (e anche sul lavoro di gruppo – altro punto centrale del sapere degli educatori – ci sarebbe da dire quanto a debolezza epistemologica…), strumento più istituzionale che non realmente professionale; in secondo luogo la metodologia progettuale è in realtà tutta da costruire perchè i modelli che gli educatori hanno ereditato dalla pedagogia sono modelli metodologici di derivazione scolastica, relativi all’istruzione – e c’è una bella differenza.
Bisognerebbe fare il punto della situazione sul sapere degli educatori: cosa pensano che esso sia, quale grado di consapevolezza epistemologica hanno – se ne hanno – e di conseguenza come si rappresentano nel campo delle relazioni professionali e sociali. E in questo senso solo un’analisi del loro linguaggio può dare risposta a questi interrogativi.

I luoghi della scrittura
Il linguaggio scritto potrebbe essere il punto di partenza. Gli educatori producono una notevole mole di lavori scritti, dai progetti (individualizzati, delle attività), alle relazioni, alle osservazioni, ai diari, ai quaderni delle consegne, ai verbali di verifica. Un’analisi strutturale di questi lavori potrebbe dare informazioni molto interessanti: nella stesura dei progetti per esempio, quale stile prevalente adottano, narrativo o tecnico-scientifico? Quanto prendono in prestito dalla metodologia della programmazione scolastica, quanto hanno inventato? Quale grado di chiarezza espositiva nella traduzione del loro fare, quale grado di trasmissibilit…? Quanto conta il mandato istituzionale (scuola, handicap, tossicodipendenza)? Quali criteri di scientificità adottano, se ne adottano? Che livelli di resistenza all’introduzione di metodologie “scientifiche”, e come si esprimono? Nelle osservazioni: quale utilizzo dei termini psicologici-interpretativi; che stile di osservazione, che criteri?
Si potrebbe andare avanti a lungo con questi interrogativi. Un serio lavoro di ricerca potrebbe risultare illuminante sulla strada che gli educatori stanno facendo nella costruzione di un sapere e di un linguaggio specifico della propria professionalità.

9. Frankenstein

Riportiamo di seguito un brano tratto dal romanzo Frankenstein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley, Club degli Editori, Milano, 1968

Maledetto, maledetto creatore! Perché continuai a vivere? Perché, in quell’istante, non estinsi la scintilla di vita che tu mi avevi avventatamente donato? Non lo so; non ero ancora preda della disperazione: i miei sentimenti erano di rabbia e di vendetta. Avrei distrutto con gioia la casa ed i suoi abitanti, mi sarei deliziato delle loro grida e del loro dolore.
Come venne la notte, abbandonai il mio rifugio e vagai per il bosco; non più trattenuto ormai dal timore di essere scoperto, diedi libero sfogo alla mia angoscia con ululati terrificanti. Ero come una bestia selvaggia che avesse rotto i lacci; distruggevo tutto ciò che mi si parava dinanzi e correvo per la foresta come un cervo. Oh, che terribile notte passai! Le stelle brillavano fredde, quasi in segno di scherno, e gli alberi agitavano i rami nudi sopra la mia testa; ogni tanto nel silenzio si levava, dolce, la voce di un uccello. Tutto era quiete e gioia, tutto all’infuori di me; io, come l’arcidiavolo, portavo in me l’inferno; e poiché nulla amavo, sentivo il desiderio di strappare gli alberi, di spargere all’intorno sterminio e distruzione e di sedermi poi a gioire della rovina.
Ma era un tumulto di sentimenti che non poteva durare; l’eccessivo dispendio di energie mi affaticò e, impotente e disperato, caddi sull’erba umida. Nessuno fra le miriadi d’uomini esistenti avrebbe avuto pietà di me o mi avrebbe aiutato; perchè avrei dovuto io mostrarmi buono con i miei nemici? No: da quel momento dichiarai guerra eterna all’umanità, e, più di tutti, a colui che, creandomi, mi aveva votato a questa insopportabile abiezione.
Si levò il sole; udii le voci degli uomini e compresi che mi era impossibile ritornare per quel giorno al mio rifugio. Mi nascosi quindi in un fitto cespuglio, e decisi di consacrare le ore a riflettere sulla mia situazione.
La luce del sole e la purezza dell’aria mi infusero un certo grado di tranquillità, e quando considerai l’accaduto, non potei a meno di pensare di essere stato troppo precipitoso nelle mie conclusioni. Avevo agito imprudentemente, certo. Con le mie parole mi ero senza dubbio cattivata la simpatia del vecchio, ed ero stato pazzo ad esporre la mia persona all’orrore del suoi figli. Avrei dovuto prima abituare il vecchio De Lancey alla mia presenza, poi, a poco a poco, rivelarmi al resto della famiglia, quando gli altri fossero stati preparati ad avvicinarmi. Ma non mi sembrava che i miei errori fossero irrimediabili; dopo lunghe riflessioni, decisi di tornare alla villetta, di cercare il vecchio e di guadagnarlo alla mia causa con frequenti visite.
Questi pensieri mi calmarono, e nel pomeriggio caddi in un sonno profondo; ma la febbre non mi permise sogni tranquilli. Davanti agli occhi mi si ripeteva sempre la scena orribile del giorno precedente: le donne che fuggivano e Felice che, furibondo, mi strappava dai piedi del padre. Mi svegliai esausto, e, come mi accorsi che era già notte, scivolai fuori del mio nascondiglio e andai in cerca di cibo.
Placata la fame, mi diressi verso il ben noto sentiero che conduceva alla casa. Entrai silenziosamente nel mio ricovero, e restai in silenziosa attesa dell’ora in cui la famiglia si sarebbe destata. Quell’ora passò, il sole si levò alto nel cielo, ma i miei vicini non apparvero. Previdi qualche sciagura e fui colto da un fremito violento. Nella casa era buio, e non si udiva movimento alcuno; non posso descrivere l’angoscia di questa attesa.
Passarono poi due contadini che, fermandosi accanto alla casa, cominciarono a discutere gesticolando; ma non compresi quello che dicevano, perché parlavano la lingua del paese, diversa da quella dei miei protettori. Poco dopo tuttavia apparve Felice, accompagnato da un’altra persona. La cosa mi stup, perché sapevo che non era uscito di casa quella mattina, e mi sforzai di comprendere, dai suoi discorsi, il significato di questi avvenimenti insoliti.
– Considerate – disse il suo accompagnatore, – che sarete obbligati a pagare tre mesi di affitto ed a perdere i prodotti dell’orto. Non voglio ricavare alcun illecito profitto, e vi prego quindi di attendere qualche giorno prima di decidere.
– È assolutamente inutile – rispose Felice; – non possiamo più— abitare nella vostra casa. In seguito alla circostanza spaventosa che vi ho riferito, la vita di mio padre è in grandissimo pericolo. Mia moglie e mia sorella non potranno mai rimettersi dall’orrore che hanno provato. Vi scongiuro di non discutere oltre. Prendete possesso della vostra proprietà, e lasciate che mi allontani da questo luogo.
Dicendo questo, Felice tremava violentemente. Entrò nella casa con il suo compagno, vi restò per qualche minuto, poi si allontanò. Non rividi più componente alcuno della famiglia De Lancey.
Rimasi per tutto il resto della giornata nel mio rifugio, in uno stato di indicibile ed ebete disperazione. I miei protettori se n’erano andati, avevano spezzato l’unico vincolo che mi tenesse legato al mondo. Per la prima volta sentimenti di vendetta e d’odio mi riempirono l’animo, ed io neppure cercai di dominarli, ma, lasciandomi trascinare, volsi lo spirito alla distruzione e alla morte. Quando ricordavo i miei amici, la voce dolce di De Lancey, gli occhi buoni di Agata, la squisita bellezza dell’araba, questi pensieri svanivano, e scoppiavo in pianto. Ma quando ricordavo che essi mi avevano respinto ed abbandonato, l’ira tornava ad afferrarmi, un’ira furibonda, e, non potendo infierire su un essere umano, sfogavo la mia collera su oggetti inanimati. Come giunse la notte, disposi attorno alla casa combustibili di ogni sorta, e, dopo aver distrutto ogni traccia di coltivazione nell’orto, attesi con impazienza che la luna tramontasse per dare inizio alla mia opera.
Come la notte si fece più profonda, un forte vento si levò dai boschi e spazzò rapidamente le nubi che indugiavano nel cielo; le raffiche si precipitavano innanzi come una valanga possente, e produssero nel mio animo una specie di pazzia che infranse ogni vincolo di ragione e di riflessione. Accesi il ramo secco di un albero e presi a danzare freneticamente attorno alla casa condannata, gli occhi fissi alla linea dell’orizzonte a occidente, già sfiorata dalla luna. Quando alla fine una parte della sua orbita scomparve, scossi la torcia, l’abbassai e con un gran grido appiccai il fuoco alla paglia, all’edera e ai ramoscelli che avevo ammassato. Il vento alimentò il rogo, e in breve la casa fu avviluppata dalle fiamme che l’assalivano e la lambivano con le loro lingue forcute e distruttrici.
Non appena ebbi la certezza che nessuna parte dell’edificio avrebbe potuto essere salvata, lasciai il luogo ed andai a cercare rifugi nei boschi.
Ed ora che il mondo si apriva dinanzi a me, in quale direzione avrei mosso i miei passi? Decisi di fuggire dal teatro delle mie sciagure; ma per me, odiato e disprezzato, ogni paese sarebbe stato egualmente orribile. Alla fine mi balenò alla mente il pensiero di te. Sapevo dalle tue carte che tu eri mio padre, il mio creatore; a chi avrei potuto meglio rivolgermi che a colui il quale mi aveva dato vita? Tra le lezioni che Felice aveva impartito a Safie, non era stata trascurata la geografia, ed io conoscevo quindi la posizione relativa dei vari paesi della terra. Tu parlavi di Ginevra come della tua città natale e decisi di dirigermi a quella volta.
Ma come avrei potuto trovare la strada? Sapevo di dover viaggiare verso sud per raggiungere la meta, ma non avevo altra guida all’infuori del sole. Non conoscevo i nomi delle città che avrei dovuto attraversare, né avrei potuto chiedere informazioni ad essere umano; pure non disperai. Da te solo potevo sperare soccorso, anche se nei tuoi riguardi nutrivo un unico sentimento: l’odio. Creatore spietato e senza cuore! Mi avevi dotato di sentimenti e di passioni, poi mi avevi scacciato, oggetto di disprezzo e d’orrore per l’umanità. Ma da te solo potevo reclamare pietà e assistenza, e da te decisi di cercare quella giustizia che invano mi ero sforzato di ottenere da ogni altro essere umano.
Il mio viaggio fu lungo, e le sofferenze che sopportai indicibili. Era autunno inoltrato quando lasciai la regione dove avevo cos a lungo soggiornato. Viaggiavo soltanto di notte, per tema di incontrare un essere umano. La natura appassiva attorno a me, ed il sole perse il suo calore; caddero neve e pioggia, grandi fiumi gelarono, la superficie della terra si fece dura ghiacciata ed aspra, ed io non trovavo rifugio. Oh, terra! quante volte rimpiansi amaramente di essere venuto al mondo!
Era scomparsa la dolcezza della mia natura, tutto in me si era tramutato in tormento ed amarezza. Più mi avvicinavo alla tua dimora, più acuto avvertivo lo spirito della vendetta che mi torturava il cuore. Cadde la neve, le acque si tramutarono in una distesa solida, ma io non mi arrestai. Ogni tanto qualche incidente serviva ad indicarmi la direzione, e possedevo una carta geografica del paese, ma spesso vagavo lungi da quella che avrebbe dovuto essere la mia via. L’angoscia non mi dava tregua; non mi capitò un solo caso dal quale la mia ira e il mio dolore non traessero alimento, anzi, un fatto accaduto nel dintorni del confine svizzero, quando il sole aveva ritrovato il suo calore e la terra cominciava a rinverdire, esasperò in modo particolare l’amarezza del mio animo.
Di solito riposavo durante il giorno e viaggiavo solo quando ero sicuro che le tenebre mi nascondevano alla vista dell’uomo. Ma una mattina, notando che il mio sentiero si snodava attraverso un bosco fittissimo, mi arrischiai a proseguire il mio cammino quando giù il sole era spuntato; la giornata, agli inizi della primavera, infondeva anche a me un poco di allegria con il suo splendore e la sua aria balsamica. Sentivo rinascere in me sensazioni di bontà e di gioia, che credevo da lungo tempo spente. Sorpreso dalla novit… di queste emozioni, mi lasciai trascinare da esse, e, dimenticando la mia solitudine e la mia deformità, osai essere felice. Dolci lacrime tornarono ad inumidirmi le guance, e giunsi al punto di sollevare con riconoscenza gli occhi umidi al benedetto sole che mi concedeva una simile gioia.
Continuai ad avanzare fra i sentieri del bosco fino a quando non giunsi al suo limite, segnato da un fiume rapido e profondo in cui molti alberi piegavano i loro rami giù coperti di gemme primaverili. Là, non sapendo esattamente quale strada seguire, mi fermai, quando sentii un suono di voci che mi spinse a nascondermi all’ombra di un cipresso. Non appena ebbi fatto ciò, una giovane donna venne correndo verso il luogo dove io mi celavo, ridendo come se per gioco cercasse di fuggire a qualcuno. Continuò tratta lungo le rive scoscese del fiume, quando, improvvisamente, mise un piede in fallo e cadde nella corrente impetuosa. Mi precipitai fuori del mio nascondiglio, e, lottando con la violenza delle acque, la salvai e la trassi a riva. Era priva di sensi, ed io cercavo come meglio potevo di farla rinvenire, quando fui improvvisamente interrotto dal sopraggiungere di un contadino, probabilmente la persona dalla quale la fanciulla fuggiva per gioco. Come mi vide, mi si precipit• addosso, mi strappò la giovane dalle braccia e si affrettò verso il fitto del bosco. Lo inseguii rapido, non sapevo neppure io perché; ma, come vide che mi avvicinavo, l’uomo mi prese di mira con una rivoltella che aveva seco e fece fuoco. Caddi a terra, e il mio feritore fugg nel bosco con raddoppiata rapidità.
Era questa, dunque, la ricompensa alla mia bontà. Avevo salvato un essere umano dalla morte, ed ora, come premio, mi contorcevo per il dolore di una ferita che mi dilaniava carne ed ossa. I sentimenti benevoli che mi pervadevano solo pochi momenti addietro si trasformarono in ira diabolica e in digrignare di denti. Esacerbato dalla sofferenza, giurai odio eterno e vendetta a tutta l’umanità. Ma lo strazio della ferita mi vinse: il polso mi si arrestò, ed io svenni.
Per qualche settimana condussi una vita miserabile nei boschi, cercando di curare la ferita che mi era stata inferta. La pallottola mi era penetrata nella spalla, ed io non sapevo se vi fosse rimasta conficcata o l’avesse trapassata; in ogni caso, non avevo modo di estrarla. Le mie sofferenze erano anche aumentate dalla sensazione opprimente dell’ingiustizia e dell’ingratitudine di cui ero vittima. Ogni giorno facevo voti per una vendetta tale da compensarmi da sola degli oltraggi e dell’angoscia subiti.
Dopo alcune settimane la ferita guar ed io ripresi il mio viaggio. Le fatiche che affrontavo non ricevevano ormai più sollievo dallo splendore del sole o dalle brezze gentili della primavera; ogni gioia non era che una beffa che insultava la mia desolazione e mi faceva sentire più penosamente come io non fossi stato fatto per godere di piacere alcuno.
Ma i miei travagli si avvicinavano ora alla fine; in due mesi circa, raggiunsi i dintorni di Ginevra.
Era sera quando arrivai, e mi ritirai in un nascondiglio fra i campi che circondano la città, a riflettere sul modo in cui avrei potuto giungere fino a te. Ero oppresso dalla stanchezza e dalla fame e troppo infelice per godere delle lievi brezze vespertine o della vista del sole che tramontava dietro le stupende montagne del Giura.
Venne a sollevarmi dai miei cupi pensieri un sonno leggero, disturbato poi da un fanciullo che, con tutta la spensieratezza dell’infanzia, veniva di corsa verso il rifugio da me scelto. Improvvisamente, mentre lo guardavo, mi venne l’idea che quella piccola creatura non doveva avere pregiudizi, che da troppo poco tempo era al mondo per conoscere l’orrore per la deformità. Se avessi potuto impadronirmi di lui ed educarlo come mio compagno ed amico, non sarei stato solo su questa terra popolata.
Spinto da questo impulso, presi il ragazzo mentre passava e lo trassi a me. Non appena si accorse del mio aspetto, egli si copr gli occhi con le mani ed emise un grido acuto. Lo costrinsi ad abbassare le mani dal viso e dissi: – Bimbo, che significa ciò? Non voglio farti del male; ascoltami.
Egli si dibattè con violenza. – Lasciami andare – grid•, – mostro! demonio orrendo! Vuoi mangiarmi e farmi a pezzi. Sei un orco! Lasciami andare o lo dirò al mio papà.
– Ragazzo, non vedrai più tuo padre. Devi venire con me.
– Mostro orrendo! Lasciami andare; mio papà ….è sindaco… è il signor Frankenstein, e ti farebbe punire. Non osare di trattenermi.
– Frankenstein! Tu appartieni allora al mio nemico… a colui al quale ho giurato vendetta eterna. Tu sarai la mia prima vittima.
Il bimbo continuò a dibattersi e a caricarmi d’ingiurie che portavano la disperazione nel mio cuore; lo strinsi alla gola per farlo tacere, ed un istante dopo egli giaceva ai miei piedi, morto.
Fissai la mia vittima, ed il mio cuore palpitò di esultanza e di diabolico trionfo; giungendo le mani esclamai: – Anch’io posso creare la desolazione: il mio nemico non Š invulnerabile; questa morte lo porter… alla disperazione, e mille altre sventure lo tormenteranno e lo distruggeranno.
Mentre fissavo lo sguardo sul bimbo, vidi qualcosa luccicare sul suo petto. La presi: era la miniatura di una bellissima donna. Malgrado la mia perversità, essa mi intenerì e mi attrasse. Per qualche istante guardai con gioia i suoi occhi scuri dalle lunghe ciglia e le sue splendide labbra, ma poi, subito, ricaddi preda dell’ira: ricordai che io ero bandito per sempre dalle gioie che simili creature possono offrire, ricordai che, se mi avesse visto, quella stessa persona che stavo ammirando avrebbe mutato quella sua aria di divina bontà in un’espressione di terrore e di disgusto.
Ti meravigli forse che simili pensieri centuplicassero la mia ira? lo invece mi chiedo solo come mai in quel momento, invece di sfogare i miei sentimenti in gemiti di angoscia, non mi precipitassi sull’umanità, annientandomi nel tentativo di distruggerla.
Sconvolto da simili emozioni, lasciai il luogo del delitto, e stavo cercando un nascondiglio più sicuro, quando vidi passarmi accanto una giovane donna. Era una fanciulla non bella certo come la donna della miniatura, ma di aspetto gradevole, e nel pieno fulgore della giovinezza e della salute. “Ecco” pensai, “una delle creature i cui sorrisi sono destinati a tutti fuor che a me; non mi sfuggirà; grazie alle lezioni di Felice ed alle leggi sanguinarie dell’uomo, ho imparato ad operare il male”. Mi avvicinai a lei, senza essere visto, e feci scivolare la miniatura in una delle pieghe della sua veste.
Per alcuni giorni mi aggirai attorno ai luoghi che erano stati teatro di questi avvenimenti, ora spinto dal desiderio di vederti, ora deciso ad abbandonare per sempre il mondo e le sue miserie. Mi diressi alla fine verso queste montagne e vagai per i loro recessi, consunto da un’inquietudine bruciante che tu solo puoi soddisfare. Non ci separeremo fino a quando tu non mi avrai promesso di consentire alla mia richiesta. Sono solo e misero: l’uomo non mi sarà mai compagno, ma un essere deforme e orribile mio pari, non mi respingerebbe. Il mio compagno deve essere della mia stessa specie e deve avere i miei stessi difetti. Tu devi creare un essere simile.

8. Una sera a villa Diodati

dii Mary Shelley

Il caso di cui tratta questo romanzo è stato giudicato possibile dal dottor Darwin e da altri fisiologi tedeschi. Non si supponga, però, che io presti seriamente un minimo di fede a tale ipotesi; pure, accettandola come base di un lavoro di fantasia, ho cercato di far qualcosa di più che non collegare insieme una serie di fatti terrificanti: l’evento su cui poggia l’interesse della mia storia non presenta i difetti del solito racconto di spettri o di incantesimi; esso si raccomanda per la novità delle situazioni che ne scaturiscono, e, per quanto irreale – in un dominio puramente fisico – offre all’immaginazione un panorama più ampio e aperto di quello concesso da normali rapporti di eventi reali.
Ho cercato quindi di conservare la veridicità nei riguardi dei princpi elementari della natura umana, mentre non ho avuto scrupolo di rinnovare le loro combinazioni. L’Iliade, il poema tragico della Grecia, Shakespeare nella Tempesta e nel Sogno di una notte d’estate, e soprattutto Milton nel Paradiso perduto si attengono a quella norma; e il più umile romanziere, il quale cerchi di interessare o di trarre diletto dalle sue fatiche, può, senza presunzione, applicare alla composizione in prosa una licenza, o meglio una regola, dalla cui adozione sono scaturite tante squisite combinazioni di sentimenti umani nei più alti esempi di poesia.
Le circostanze su cui si basa il racconto furono suggerite da una conversazione casuale. Il libro iniziò in parte come passatempo, in parte come esercizio per quelle risorse mentali che non si erano ancora messe alla prova. Via via che il lavoro procedeva, altri motivi si aggiunsero a questi. Non sono affatto indifferente alla impressione che faranno sul lettore le tendenze morali insite nei sentimenti e nei personaggi del libro: pure, mia cura principale a questo riguardo è stata quella di evitare gli effetti deprimenti dei romanzi moderni e di esaltare la bellezza degli affetti domestici e l’eccellenza della virtù. Le opinioni che scaturiscono necessariamente dal carattere e dai casi del protagonista non devono per nulla essere considerate come mie, né dalle pagine seguenti si debbono trarre conclusioni che vogliano polemizzare con dottrine filosofiche di qualsiasi genere.
Rappresenta, per chi scrive, ulteriore motivo di interesse il fatto che la storia sia stata ideata nella maestosa regione dove si svolgono gli avvenimenti principali del racconto, ed in una compagnia che non potrà mai essere sufficientemente rimpianta. Passai l’estate del 1816 nei dintorni di Ginevra. Il tempo era freddo e piovoso; la sera ci raccoglievamo attorno ad un gran fuoco di legna e ci divertivamo a leggere storie tedesche di fantasmi, che ci erano capitate per caso fra le mani. Queste letture destarono in noi un burlesco desiderio di emulazione. Due altri amici (una storia dei quali riuscirebbe al pubblico di gran lunga più gradita di tutto quello che io potr• mai dare alle stampe) ed io decidemmo di scrivere ognuno un racconto che si fondasse su qualche evento soprannaturale.
Ma il tempo si fece improvvisamente sereno; i miei due amici mi lasciarono per un’escursione sulle Alpi e, fra gli splendidi panorami che si presentarono ai loro occhi, perdettero ogni ricordo delle loro macabre fantasie. Il racconto che segue è il solo che sia stato condotto a termine.
Marlow, settembre 1817

Prefazione dell’autrice a Frankenstein ovvero il Prometeo moderno, Club degli Editori, Milano,

2. Più leggero non basta

Riportiamo di seguito un brano tratto da Più leggero non basta – Educazione alla diversità di Federico Starnone, Feltrinelli, Milano, 1995

Elena – ormai credo che si sia capito – è una che gira molto, sicuramente più di me. I percorsi in furgone li passiamo a cantare a squarciagola Jovanotti oppure a fare discorsi e confessioni, lanciate tra il posto di guida e il vano di carico dove lei è semisepolta, quasi invisibile. Cosicché‚, quando ci fermiamo ai semafori, gli altri automobilisti vedono un pazzo che parla da solo e mi fissano preoccupati, in attesa del verde.
Solo che spesso non fanno in tempo, perché‚ da dietro mi arriva la voce di Elena che mi dice: vai, vai. Allora io guardo il semaforo, ancora rosso, e mi angoscio. Nello specchietto, però, c’è lo sguardo fermo di Elena che mi fa segno: vai. Mi arrendo e innesto la prima con l’ansia di chi come me ha imparato a guidare in Veneto, una terra dura dove la grappa è grappa e i semafori sono semafori. Alla fine guardo a destra e a sinistra, incrocio le dita e passo.
Ce la siamo sempre cavata. Ma ogni volta che arrivo dall’altro lato mi dico: esisterà un limite.
Qualche volta i semafori li saltiamo per andare in associazione, dove lei scrive i suoi articoli per “Camera con vista”. Ci sediamo vicini davanti al computer e oriento lo schermo in modo che vediamo tutti e due. Lei pensa per un po’ e poi comincia a dettare l’articolo lentamente, perplessa, frase dietro frase. Io qualche volta scrivo, qualche volta esito e poi scrivo cambiando una parola, qualche volta non scrivo proprio. Allora Elena mi guarda e mi fa: non ti piace, eh? No, le rispondo, mentre scrivo la frase a modo mio, riformulata, diversa. Lei mi guarda con aria rasserenata e mi detta la frase successiva.
Così facendo, piano piano arriviamo alla fine. Dopo che abbiamo stampato il testo, Elena mi propone sempre: adesso lo firmiamo tutti e due. Io le dico: ma no!, e ne discutiamo un po’. Qualche volta firmo anch’io, qualche volta no. Però, mentre metto l’articolo appena scritto nella cartellina, penso sempre che forse ho ecceduto e mi dico: esisterà un limite.
Più— tardi, a casa, ripercorro quello che è successo e scopro che il problema Š che in due facciamo le azioni di uno: abbiamo due teste e un solo paio di mani funzionanti a disposizione, e quando capita che le due teste ragionino in modo diverso partono i guai.
La posizione ovvia in merito – quella formalmente giusta – è che le mie mani diventino le sue. Io sto l per questo e questo è lo scopo del servizio civile: mi dovrei alienare, staccare il cervello e diventare una protesi ubbidiente annullando me stesso come persona. Ma quando mi risolvo a questo atteggiamento, sento che c’è qualcosa che non va. Non è giusto chiedere a qualcuno di rinunciare a se stesso, di rinunciare a usare la propria testa, neanche per lavoro. È come se finissi io sulla carrozzina, immobile e solo, ed Elena in piedi, in giro, a fare quello che le pare. E poi, se passando con il rosso ci facciamo male, di chi è la colpa? Domanda troppo difficile, troppo vicina a essere senza senso perch‚ la posizione che la genera ne abbia uno.
Allo stesso modo, forse ancora di più, non ha senso che le mie mani restino mie. Chi accompagna non solo deve fare le cose che gli si chiedono: le deve fare come vengono richieste, altrimenti la persona accompagnata non potrò mai esprimere se stessa nella scelta del modo di agire.
Per diverse settimane mi sono dibattuto in questa rete: pareva che stando insieme, Elena e io, uno dei due non potesse esprimersi; che per forza uno di noi dovesse restare “mentalmente” seduto sulla carrozzina. La soluzione è arrivata con il tempo, fuori dalla linee di comportamento preordinate: lentamente, le uniche mani di cui disponevamo sono diventate nostre. Nè mie nè sue: nostre. A furia di frequentarci, in quest’anno che lentamente sta passando, si è instaurata piano piano una sintonia: un’affinità che si esplica nella ricerca quotidiana di una forma di armonia nel modo di fare le cose, di gestire insieme queste nostre due mani. È un equilibrio che varia con i nostri umori, con l’amicizia, con le giornate, eppure consente a entrambi di esprimerci come persone. Noi non lo possediamo, questo equilibrio, nè forse è possibile possederlo. Ma abbiamo deciso di cercarlo assiduamente, e questa ricerca in qualche modo è una soluzione al problema: è il faticoso atteggiamento che abbiamo scelto di tenere.
Perciò, dopo mesi, sono ormai sicuro che un limite esiste davvero. È  un limite mobile, ambiguo, inaffidabile; e riesco a rispettarlo solo cercandolo insieme a Elena, ogni giorno.

9. Umano è …..

di Daniele Barbieri, autore, con Riccardo Mancini, di due antologie per usare la fantascienza a scuola, pubblicate dalla Nuova Italia.

La diversità nella fantascienza
L’incontro con il diverso, l’alieno, l’incomprensibile o ciò che turba consolidati stereotipi (fra i tanti, l’e­stetica) è uno dei temi portanti della fantascienza. Esiste ovviamente una “science fiction” – d’ora in poi “sfi” – superficiale e reazionaria che affronta il “marziano” (ovvero qual­siasi straniero) in termini militare­schi: prima sparare e poi chiedere chi è. Esistono tonnellate di esempi a conferma che, lassù nelle galas­sie, ci comportiamo proprio come sulla Terra: stupidi, espansionisti, razzisti. Prima di andare a caccia di “et” abbiamo avuto un lungo tiroci­nio con  gli alieni di casa: pellerossa, streghe, gli albini e persino manci­ni, handicappati, pazzi, gay, zingari, ebrei, infedeli, musi gialli, sporchi negri… Diverso, cioè nemico, dunque mostro: deduzioni rapide e conclusive. La “sfi” più banale nell’affrontare l’ignoto si limita a sosti­tuire il laser all’antiquata spada o sassata, lo xenocidio stellare ai vec­chi roghi.
La dice lunga sulla povertà del nostro immaginario collettivo che in una letteratura nata all’incrocio fra desiderio e paura sia (quasi) sem­pre la seconda a prevalere. Se i nemici sulla Terra sono pochi, lo scontro si sposta un po’ più in là: gli eroici “Wasp” (bianchi, anglosasso­ni, protestanti e ovviamente perlo­più maschi) se la vedranno con disgustosi e perfidi “Bem” (Bug-Eyed Monster), “mostri dagli occhi d’insetto”.
Occorrono decenni perché nella letteratura avveniristica cresca, cir­coli, germogli l’idea di un diverso non ostile e dunque una concezione del mondo – per meglio dire: degli universi possibili – non bipedo­centrica, non a misura di Wasp.
Per fare un solo esempio, in “Luomo invisibile” H. G. Wells, uno dei supposti padri fondatori del genere, per instillarci subito antipatia verso il cattivo di turno lo descrive albino. Nulla di nuovo sotto il sole purtroppo. La stragrande maggioranza della letteratura (anche quella che pretende la L maiuscola) adotta stereotipi razzisti, è insomma piena di guerci e storpi che proprio a partire da quelle stimmate mostrano la loro anima nera. E anche le fiabe non si discostano dallo schema: è meglio guardarsi dalle vecchie, dai nani da chi ha la gobba. È insomma “naturale” che Peter Pan sia bello, giovane e vincente mentre chi ha un occhio e una mano in meno (Capitan Uncino) debba finire in pasto ai coccodrilli.

Tutti i nostri alieni
Lentamente alcuni scrittori di “sfi” introducono il dubbio: se sotto quella pelle verde o azzurra battesse un nobile cuore? O addirittura – dirà Theodore Sturgeon -se gli stranieri, se la nuova razza di super-uomini non fossero venuti per minacciarci con super-armi ma a offrirci la loro super-scienza, a raccontarci una super-solitudine, a stupirci con la loro super-gentilezza, a insegnarci una maniera superiore di amare?
All’inizio di questa presa di coscienza che attraversa la “sfi” vengono accettati alcuni “Hilf” (Humanoid Intelligent Life Forms), talmente simili a noi da suggerire che lo sforzo d’accettazione sia misurabile in decine di millimetri. Poi, negli anni ’50, arriva Frederic Brown con lo squassante racconto “Sentinella” solo una paginetta, con un rovesciamento di prospettiva che arriva imprevisto nelle ultime due righe dove esplode l’orrore di un alieno alla nostra vista: “orrore” giustificato non dalla bruttezza ma dall’essere  noi i mostri sanguinari la vera razza dannata dell’universo, quelli che hanno provocato guerre crude interminabili perché “avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica”.
La strada indicata da Brown è stata esplorata. Dunque, dagli anni ’60 in poi, molti – sempre realisticamente parlando – autori e autrici di fantascienza hanno affrontato in modo straordinario e sovversivo il tema dell’incontro con gli alieni, scoprendo (quasi) tutto ciò che era celato su loro e noi, i pretesi normali. Se in Italia sono poco noti e apprezzati è per colpa di un antico e radicato, quanto ingiustificato, pregiudizio verso la “sfi” considerata letteratura di serie B (ma questo è un lungo discorso che ci porterebbe fuori strada).
Esistono ovviamente molti tipi di differenze, ma, osserva Ursula Le Gum “il problema sollevato è quello dell’Altro, dell’es­sere che è diverso da te stesso. Può differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di par­lare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle, o nella quantità di gambe e di teste che ha”. Chi legge di frequente la buona fanta­scienza sa probabilmente indi­care all’istante alcuni titoti-chiave sull’Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in più potrebbe individuare anche alcuni Alieni cultu­rali e sociali. Ma c’è un tipo di  alienità che, direttamente o in modo metaforico, rimanda all’handicap, alla disabitità. È difficile però che anche l’appassionato di “sfi” ricordi autori e titoli. Opera qui, con ogni evidenza, una doppia censura o rimozione: la prima è che esistono ancor meno autori/autrici che sanno confrontarsi (senza pregiudi­zi) con questo particolarissimo Alieno; la seconda è nella testa di chi legge, che spesso è turbato/a ma di solito preferisce allontanare da sé in modo più o meno inconscio l’oggetto del turbamento. Questo articolo mira a costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la fantascienza abbia affrontato i veri problemi posti da Handicap City o da “Handicap Haven” come si chiama appunto il “ghetto spaziale” di un romanzo­simbolo che racconteremo in det­taglio. Ad avviso di chi scrive, il modo “giusto” di scriverne non è certo nel nascondere (in nome magari di qualche retorica “buoni­sta”) che esistano i problemi e/o che le differenze fisiche suscitino insieme curiosità (sentimento di per sé prevalentemente positivo) e paura… e che naturalmente pre­varrà la curiosità o la paura a seconda dei contesti (storici, sociali, culturali) e delle storie/esperienze individuali.
Come sempre, c’interessa il punto d’arrivo ma soprattutto quei viaggi – faticosi e/o istruttivi – che cambiano in profondità i viaggiatori, il loro sguar­do e la meta stessa.

È difficile fare le/cose difficili:
parlare al sordo
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
regalare una rosa al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.
Gianni Rodari

“I piloti erano completamente sordi per necessità (…) Una persona dotata di un udito normale non poteva pilotare un’astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta”: il pro­tagonista de “I giorni delle chimere” per volare nello spazio rinuncia ai suoni, anche alla musica che tanto amava. Sentire, non sentire, ascoltare “cose diverse” è uno dei temi dominanti, pur se sotterranei, di questo bel romanzo. E la dedica è divisa fra “a Joje, che sente la musica” e “ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l’amore. La loro è una musica diversa, scritta nell’aria. Sono persone speciali. Grazie”. Non stupisce dunque apprendere che Jack Caroll Haldeman secondo (fratello del più famoso scrittore “sfi” Joe) è sordo dalla nascita.
Solo a pagina 40 di “Una rete fra te stelle”, romanzo d’esordio di Loren J. MacGregor, il lettore sco­pre da una frase apparentemente gettata lì, per inciso, che una delle protagoniste è senza gambe: non è un espediente letterario ma è un messaggio forte, di rottura degli stereotipi anti-disabili.
“Non ci resta che buttarlo lì, che si rompa quel suo piccolo collo spastico”’: sono cattivi i ragazzi che seviziano e poi deci­dono di uccidere Carpenter, il loro insegnante, solo “colpevole” di essere severo ma in realtà odiato per­ché su una sedia a rotelle. Siamo in un dopo-bomba, un classico scenario della “sfi” ma pochi come Orson Scott Card hanno saputo mostrarci quanti colle­gamenti vi siano fra quelle desolazioni e queste. Per 20 pagine spietate, Carpenter cerca prima di comunicare con i ragazzi attraverso la tastiersa di un com­puter (l’unico modo per lui possibile di parlare), poi di difendersi da loro e dal suo corpo che s’attorciglia nel dolore, e infine semplicemente di sopravvivere: sem­pre chiedendosi se anche lui sia colpevole verso quei suoi crudeli, piccoli nemici. Ce la farà a salvarsi e la sua vendetta – o il suo perdono? – sarà terribile: non denuncerà gli aggressori così loro “si sarebbero ricordati per sempre che un giorno avevano lasciato che uno storpio morisse; non sapeva che significato avesse per loro, ma avrebbero ricordato”. Se per loro vi sarà espiazione e/o redenzione non sappiamo, perché questa parte del romanzo termina nel modo più imprevedibile e “aperto”. Carpenter intuisce che Pope, uno dei suoi studenti-killer vorrebbe partargli, lo aspetta ma Pope non ce la fa. Esce. Agli occhi di Carpenter sembra che il vento lo sollevi come un aquilone. Non è vero: si tratta solo di una forte cor­rente che trascina tutti. E la frase-messaggio finale è: «Tutti i corpi del mondo vengono afferrati dalla stessa corrente, dallo stesse vento, si gettano nello stesso fiume, nelle stesse strade, per finire impigliati in qualche ostacolo, in qualche cimitero, sa  Dio dove o perché».
Se il Carpenter di Scott Card rovescia sugli altri il suo tormento di “capro espiatorio”, in altri romanzi” sfi” possiamo scorgere nei mutanti l’ombra lunga dei diversi perseguitati. Il telepatico, il longevo, la bambi­na con sei dita su un piede, «i negri verdi» sono “anche” la riproposizione di inquisizioni e roghi a noi già noti. Nel racconto (inedito in italiano) “The Wheels of Good” Paul Darcy Boles ci mostra le mille facce dell’intolleranza, partendo dal paradossale spunto di rendere “handicappati” tutti. Un giorno, senza un per­ché, negli Usa ogni persona si sveglia senza piedi e con rotelle sotto le gambe. È comprensibile lo scon­certo generale ma poi tutto sembra andare per il meglio: non solo l’umanità si riorganizza ma anzi i più magnificano questa splendida evoluzione. Quando però un tal Ronald Starr nasce con i piedi si accorge di come sia difficile campare da “diverso”.
Un paradosso per certi versi simile venne proposto, in epoca di “samizdat”, dal cecoslovacco Egon Bondy con lo splendido “Fratelli invalidi”, che qui si iscrive d’ufficio alla fantascienza anche se appartiene forse a un ter­ritorio di mezzo fra satira e surreali­smo. Scrivendo nel 1974, Bondy immagina che, dopo 5/600 anni di stalin-brezneviano “socialismo reale”, la residua umanità sia divisa fra invalidi – metafora dei non-pro­duttivi e ribelli? – e “minorati”, cioè burocrati, poliziotti e militari che (pur se hanno poco da reprimere) godono della possibilità di persegui­tare gli altri. Solo gli “invalidi” soprav­viveranno alla catastrofe finale, però non aspettatevi da Bondy un “happy-end”: quel poco  di mondo che si salva appare assai invalido e/o “insano” di mente.

Tutti belli, senza eccezione
Facciamo un salto indietro, al 1955 quando F. L. Wallace scrisse “Destinazione Centauro”, un intero romanzo costruite sulla possibilità/impossibilità di convivere fra normodotati e disabili.
La Terra ha confinato sul pianetino Handicap Haven un migliaio di «accidentali» ovvero – secondo il crudo linguaggio di Cameron, un medico – «umani patetici e rappez­zati, uomini e donne per metà o un quarto, organismi frazionari camuf­fati da persone». Il vero problema non sarebbe curarli o assicurare loro mobilità e lavoro, perché medi­cina e tecnologia hanno conseguito enormi risultati. La questione di fondo, che molti da entrambe le parti rimuovono, sta nel totale rifiuto dei “normali” cittadini d’una società ormai maniacalmente edonista ad accettare quei corpi portatori di “bruttezza”. Gli esclusi si organizza­no, si ribellano. Cercano solidarietà sulla Terra e non la trovano. Decidono allora di partire, da soli, verso il finora irraggiungibile sistema di Alpha Proxima Centauri: per dimostrare che proprie loro, che “solo loro” (armati di intelligenza e di sicure “mutazioni” che hanno scoperto dentro/oltre l’handicap) possono affrontare il lungo viaggio verso le stelle. I bei terrestri sarebbero disposti a ingoiare tutto, pur di libe­rarsi degli «accidentali». Ma c’è qualcosa che i “normali” non pos­sono tollerare: che il primo contatto con gli “et” sia stabilito proprio dai “peggiori”) rappresentanti della razza umana. Il colpo di scena finale è forse prevedibile ma – conside­rando anche l’epoca – del tutto contro corrente (12). Proprio per­ché gli “et” risultano essere vera­mente alieni (grosse farfalle pen­santi) la cosa migliore per la Terra sarà che a rappresentarla siano proprio colore che la condizione di alienità la conoscono bene, sulla loro pelle. Forse nel lettore (come nell’autore?) rimane un dubbio: per gli «accidentali» è un vero successo o l’ennesima, infame strumentaliz­zazione? Del resto è l’interrogativo che accompagna ogni tappa dello scontro fra potere ed esclusi.

Vedere oltre gli occhi
E ora, come da tradizione fanta­scientifica, facciamo un altro salto nel tempo, al 1978 quando l’allora trentenne John Varley decise di ri­scrivere “il paese dei ciechi”, dove H. G. Wells aveva immaginato (tanto per cambiare!) un fosco fina­le al solo scopo di illustrare la perfi­dia dei ciechi. Il racconto, in realtà un romanzo breve, di Vartey si chia­ma “La persistenza della visione” ed è scritto in prima persona.
Siamo nell’epoca della quarta non­depressione e il protagonista nei suoi vagabondaggi incentra un muro. Lì c’è Keller, la città utopica fondata da un gruppo di sordo-ciechi, da quella fetta di «genii, artisti, sognatori, agitatori… magnifici pazzi» presente fra le 5000 persone prive di vista e di udito che erano nate 30 anni prima, tutte nel giro di pochi mesi, per le conseguenze di sicure epidemie. L’uomo incuriosito decide di entrare. Incontra una ragazza e si affanna a parlarle in Braille per scoprire poi che lei non è sorda e cieca. «Qui lo sono solo genitori, io sono uno dei figli». Sarà proprio Pink, que­sto il nome della ragazzina, a condurre io protagonista in quella città aliena, a raccontarne la storia. «Non era mai esistita una comunità autosufficiente di ciechi­-sordi (…). Partivano da una lavagna vergine, senza modelli da seguire». Gli abitanti di Keller girano e lavorano nudi. Parlano il linguaggio – anzi i linguaggi – del corpo. E hanno sviluppato idee nuove in quasi ogni campo del sapere. Affascinato, l’uomo decide di restare per capire, di collaborare. Ci sono regole da seguire ovviamente, per esempio non lasciare nulla che possa ostacolare i punti di passaggio. II tempo passa e lui s’inserisce, anzi si sente «in comunione» con loro. Ma un giorno dimentica un inaffiatoio sul sentiero e una donna si ferisce. Errore grave perché «il loro sistema poteva funzionare solo sulla fiducia». Si riunisce «una specie di commissione, chiamiamola una giuria (…). Tutti avevano l’aria molto triste». Si parla perlopiù nel linguaggio delle mani, salvo qualche frase detta da Pink. Gli viene formalmente chiesto se accetta la condanna o se preferisce lasciare la città. Sceglie di essere punito, secondo le regole (che ancora non conosce) di Keller. Allora, con grande solennità, la donna ferita lo sculaccia. «Più tardi ci pen­sai sopra parecchio. Sculacciare gli adulti è una cosa inaudita, sapete, anche se non mi venne in mente che dopo molto tempo (…). Avevano una punizione più severa, riservata alle colpe ripetute o intenzionali. Non dovevano usarla spesso.
Consisteva nell’emarginarti. Nessuno ti toccava per un dato periodo di tempo». Varley descrive questa immaginaria città con grandissima partecipazione, senza abbandonarsi all’illusione che tutto sia facile-felice per chi l’ha fondata o ci è nato. Però, «ciò che avevano creato si avvicinava, per quanto era possibi­le in questo mondo imperfetto, a un modo sano e razionale di esistere senza guerre e con la politica ridotta al minimo. (…) Non la sto  proponendo come soluzione ai problemi del mondo. È possibile che possa funzionare solo per un gruppo con un interes­se comune vincolante e raro come la sordità e la cecità. Non mi viene in mente nessun altro gruppo con necessità tanto interdipendenti». Quanto al protagonista, lì è felice: “l’unico visitatore in sette anni che si fosse fermato più di qualche gior­no”. Eppure sente forte la spinta ad andarsene ogni volta che sorge un problema di incomunicabilità o di affettività/gelosia con Pink. Non si sente come loro. E anche se «quelli erano i migliori amici mai avuti», un giorno decide di andarsene. Passano 6 anni e là fuori tutto va bene per lui. In apparenza. Ma un giorno d’improvviso decide di tor­nare a Keller. «Mi trovai a correre nel deserto del Nevada, sudando, aggrappato al volante. Piangevo, ma in silenzio, come avevo impara­to a fare a Keller. Si può tornare indietro?».
Quasi tutto è cambiato a Keller e lui ha paura di aver perso la sua occa­sione, «il suo incantesimo».
Pink lo ha aspettato e dice che gli farà un dono.
«Alzò le mani e mi toccò legger­mente gli orecchi con le dita fredde. Il suono del vento cessò e quando le sue mani si staccarono non tornò più. Mi toccò gli occhi, escluse la luce, e non vidi più. Ora viviamo nell’incanto del silenzio e della tenebra».

Un cyborg per amico
Su una qualsiasi spiaggia in un qua­lunque agosto. Sentite il vostro sconosciuto vicino d’ombrellone (un ragazzo che ha giocato e corso sino a pochi minuti prima) dire agli amici: «Vado a fare il bagno». Con comprensibile sorpresa, lo vedete “svitarsi” una gamba prima di immergersi in acqua.
Cresce intorno a noi il numero di coloro che si avvalgono di corpi biomeccanici, che si muovono (o vivono) grazie a supporti artificiali, che usa protesi e ortesi pressoché perfette in sostituzione degli arti mancanti.
Aspettando che un più giusto sistema sociale metta questi prodotti della tec­nologia a disposizione di tutti coloro che ne necessi­tano, possiamo riprendere da qui il nostro discorso sull’immaginario. Infatti questi corpi supportati da alte tecnologie sono considerati da qualcuno creature inquietanti, alieni appunto. È solo questione di novità e poi ci si abituerà, come accadde secoli fa per gli occhiali… prolungamento tecnologico (banale oggi, sconvolgente un tempo) del nostri occhi? Per chi ama la fantascienza, la prossima generazione potrebbe essere quella dei “metalli urlanti” e degli “umanoidi associati”. Come stupirsi allora se fra noi già inizia a circolare qualche cyborg?
La parola, un po’ pomposa, non è ancora entrata nell’uso comune nonostante alcuni (per lo più) pessimi film e telefilm, uno dei quali pessimamente interpretato dal pessimo Schwarzenegger. In realtà il termine nasce dal mix delle prime tre lettere di “cybernetic” con quelle di “organism”: dunque un organismo cibernetico, o – per estensione – qualsiasi ibrido fra uomo (o animale) e macchina, una macedonia di parti naturali e meccaniche (15). In questo senso avete forse già qualche cyborg per amico, anche se magari non ci avete fatto caso. Infatti c’è in giro relati­vamente molta gente con protesi e ortesi, con lo sterno tenuto insieme da punti metallici, con sostituti artificiali articolazione coxofemorale… Volendo anche chi ha un pacemaker o una dentiera rientra nella definizione. Ed è curioso che l’immaginario collettivo (che non vuol dire però quello di ogni singolo) oggi “accetti” facilmente chi dispone di un cuore arti­ficiale mentre per secoli un diffuso ostracismo sociale ha accompagnato chi usava la più povera delle “pro­tesi”,la stampella.
La definizione cyborg non nasce nell’ambito della fantascienza ma nel 1960 a opera di 2 medici statuni­tensi (che riprendono alcune intuizioni di Norbert Wiener, “papà” della cibernetica) impegnati a un pro­getto della Nasa. La “sfi” però ne aveva gia racconta­to, con quasi infinite sfaccettature.
Il cyborg può essere di tre generi: medico, funziona­le, adattato. Per ora solo quello del primo tipo esiste nella realtà. Il cyborg funzionale è, sulla carta, un essere umano modificato in mode da essere adatto a lavori particolari, o per “pensare più velocemente” o per ricevere informazioni in “tempo reale”. Quello adattato è invece, in teoria, un essere umano interamente modificato (ri-fabbricato) per consentir­gli di vivere in ambienti non terrestri o – siamo pericolosamente vicini alla cronaca – in una Terra super­inquinata.

La carne e i circuiti
Come osservano due studiosi sta­tunitensi «I cyborg hanno sem­pre la funzione di porre, in termini narrativi, il problema dell’essenza umana e di ciò che la costituisce». Ma qual è – se c’è; e nel caso come/chi lo stabilisce? – il limite oltre cui un cyborg non è più un essere umano? Se oltre a mani, gambe, denti, fegato vengono sostituiti anche lo scheletro, le vene e la maggior parte della pelle, cosa rimane? Il limite estremo è un cer­vello umano in una scatola “di metallo” (come già immaginava la fantascienza di inizio secolo) oppu­re trapiantato in un corpo intera­mente nuovo che potrebbe anche non essere organico. Ne avremmo paura o ammirazione? E ci sarà chi (in nome di un’ideologia?) si met­terà a misurare, con la bilancia del macellaio, la quantità di carne e di circuiti nei nostri corpi per poi rilasciare – o meno – una patente di “umanità”? Potrebbe essere un’altra maniera perversa di cercare l’a­nima, riprendendo quelle teorie “scientifiche” che nell’evoluto 1800 D.C. sostenevano: dato che l’anima è bianca (?) è evidente (?) che gialli e neri ne sono privi. «Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo, piantata fra l’aorta e l’intenzione» ironizza Fabrizio De Andrè.
Quanti circuiti ci vogliono per “fulmi­nare” l’anima? O, se preferite la domanda in termini seri, cosa fa di noi un essere umano? Dato che il nostro argomento principe è la fan­tascienza, è interessante seguire il ragionamento di un guru della “sfi”, Isaac Asimov e accennare at suo bellissimo “L’uomo del bicentena­rio”.
Andrew Martin si appresta a un’operazione chirurgica «indubbia­mente pericolosa». Il medico-robot esita: nei suoil circuiti è inserita una “legge” che gli impedisce di arrecare danno a un essere umano. «Ma io sono un robot» gli dice Martin. Dopo questo veloce colpo di scena, Asimov ci rac­conta in un lungo flash-back la storia di questo insolito robot. Preso per fare il maggiordomo e giocare con la bambina della famiglia Martin, per caso Andrew rivela insolite doti artistiche. Alla fabbrica (la Us Robot) lo spiegano come “un difetto di fabbricazio­ne”. Gli oggetti scolpiti da Andrew vengono venduti e il suo “padrone” gli apre un conto in banca: servirà per “le riparazioni”. Dopo molti anni, Andrew (forte dei suoi 600 mila dollari guadagnati da artista) chiede al suo padrone di accettarli, «in cambia di qualcosa che solo voi potete darmi… La mia libertà». Si apre una complessa questione giuridica e simbolica (anche perché fra gli umani è forte l’ostilità verso i robot). In tribunale il giudice chiede ad Andrew che differenza farebbe per lui essere libero. «Forse niente, vostro onore, ma farei tutto con maggiore gioia. In quest’aula ho sentito dire che solo un umano può essere libero. A me pare invece che chiunque lo desideri dovrebbe poter essere libero». E fu questo a convin­cere il giudice che nella sentenza scrive: «Non abbiamo il diritto di negare la libertà a un “oggetto” dotato di una mentalità così progredita da comprendere il concetto e desiderarne la condizione».
C’è una palese contraddizione fra quella definizione («oggetto») e la condizione di libertà. Il racconto di Asimov si snoda attraverso molti interessanti sentieri narrativi e filosofici. Ma l’essenza della vicenda – e quello che più ci interessa qui – è che Andrew riesce a far sostituire il suo corpo di metallo con quello di un androide sperimentale, ovvero «di apparenza umana, anche nella composizione della pelle».
Passano molti anni: Andrew studia da robo-biologo e disegna «un sistema che consenta agli androidi (cioè a me) di trarre energia dai carboidrati invece che da una batteria atomica». Se lo fa impiantare e l’esperimento riesce. È sempre più umano ma continua a escogitare «congegni capaci di trattare cibo indigesto e di espellerlo» e perfino organi genitali. La domanda che gli viene posta è sempre la stessa: perché desi­dera “peggiorare” il sue corpo così efficiente? Immutabile la risposta: voglio diventare un essere umano. E infine Andrew chiede di essere riconosciuto come tale. Questa nuova battaglia giuridica è molto più difficile della precedente… il lungo flashback è concluso. Andrew è sul tavolo del chirurgo e gli ordina di eseguire l’intervento. L’operazione riesce e rende mortali le sue cellule cerebrali, l’unica parte del corpo che non può essere sostituita. Ora Andrew è umano.
«Quella sua ultima azione accese la fantasia dell’opinione pubblica. Tutto quello che aveva fatto prima non aveva commosso nessuno ma quando decise di morire pur di essere dichiarato umano, il suo sacrificio fu troppo sublime per essere ignorato».

Cyborgizzazione a rovescio?
Asimov dunque ha inventato la vicenda di un cyborg al contrario: una creatura artificiale (e potenzial­mente immortale) che sostituisce man mano i suoi circuiti indistruttibili con “carne” destinata a marcire. “Possiamo avere due classi di cyborg completi: un cervello roboti­co in un corpo umano oppure un cervello umano in corpo robotico” commentò Asimov in un articolo. Seconde lui, un cyborg del primo tipo verrà accettato dalla maggior parte della gente come umano, mentre il secondo sarà classificato dai più come robot. Perché questo paradosso? «Dopotutto noi siamo, per la maggior parte della gente, quello che sembriamo» suggerisce lo scrittore-scienziato. Poi, vista la “piacevole” caratteristica della nostra razza di temere e persegui­tare i diversi, Asimov conclude: «Guardiamo in faccia la realtà. I cyborg avranno i loro guai in ogni caso». Col pessimismo di Asimov concordano molti scrittori di “sfi”. Più ottimista Varley, sopra citato, convinto che il futuro sia del cyborg: «Si trapianterà o innesterà tutto: arti e organi, gambe, reni, occhi» scrive nel bellissimo “Millennium”. Il vero rischio potrebbe essere che in una società orrendamente classista (come l’attuale) solo i ricchi possano dotarsi di “un magazzino dei corpi”, utilizzando a bassi costi gli organi dei poveri fatti appositamente a pezzi. C’è chi nega che ciò sia accaduto e parla di “leg­gende metropolitane” (ma ci sono villaggi in India dove chiunque può incontrare centinaia di persone che vivono con un solo rene: l’altro è “volato” per pochi soldi in Germania o Usa). In ogni caso si tratta di uno scenario che non si colloca nel futuro lontano ma sul confine tra il presente e un domani molto pros­simo.
Corpi inquietanti, mutati. Sempre più nel futuro. Dalla chirurgia, dalla bio-genetica, magari dal “piercing”. Del resto il sogno di un super-corpo (o di separare la mente dalla carne putrescente) è vecchio quanto il mondo. Io problema vero resta la definizione di umanità. Ecco come lo pose – nel suo stile paradossale eppure profetico – Philip Dick in una conferenza. «II più grande cambia­mento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione (…) Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide (cioè a un robot con perfette fattezze umane) appena uscito dalla fabbrica. L’androide, con grande sorpresa dell’uomo, pren­derà a sanguinare. Ma l’androide sparerà di rimando e, con sua grande sorpresa, vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”.
Non c’è conclusione possibile. Definire il confine tra umano e non significa spostare sempre più avanti (o altrove?) lo scontro fra desideri/possibilità e paure/ limiti. Un grande passo avanti è nello sconfig­gere le definizioni di umanità basate sull’estetica, sull’esteriorità, su una pretesa di indefinibile “normalità”. Dove molti impauriti scorgono qualcosa di orribile spesso non c’è alcun pericolo ma sotto le spoglie dei bravi, belli e obbedienti cittadini – questa è la lezione del nostro secolo (e non va riferita al solo nazismo) – stanno spesso i veri “mostri”, capaci di uccidere chiunque solo perché gli è stato ordinato, o perché “tutti” lo fanno. Un messaggio che spesso si ritrova nelle pagine del fumetto “Dylan Dog”. In particolare nelle storie scritte da Tiziano Sclavi anziché dai suoi (più banali e spesso inutilmente “splatter”) coadiutori. Ancora Philip Dick ce lo chiarisce nel racconto, non per caso, intitolato “Umano è”. Quando il marito – violento e odioso – torna da una missione spaziale, la protagonista lo “scopre” dolce e capace di sentimenti veri. Ma arrivano i servizi segreti per dire alla donna che “lì dentro” c’è qualcun’altro: un alieno che per sopravvivere (ma lo sapremo solo alla fine) si è impadronito di quel corpo (morente, ma anche questo si saprà poi). I servizi segreti chiedono alla donna di aiutarli a cacciare l’invasore. Lei rifiuta e “tra­disce la sua razza”: perché quest’alieno è infinitamen­te migliore dell’arrogante maschio terrestre che fino a poco prima aveva posseduto quel corpo.
Sì tradire. Perché il concetto d’umanità è vago, non trova tutti concordi. Perché spesso «il nemico marcia alla tua testa» come ci disse Bertolt Brecht. Perché per qualche nazi-ariano “tradisce” anche chi conside­ra umano un handicappato o chi sorride a un turco. Eppure neppure i nazi-ariani sono mostri. O perlome­no non più mostri di quelli che ognuno porta con sé, in qualche parte buia del suo cuore: mostri che crescono e si ingigantiscono ogni volta che uccidiamo qualche alieno – le diversità – dentro di noi.

13. La scrittura coinvolgente

di Giovanna Di Pasquale e Marina Maselli

L’utilizzo di esercizi di lettura,scrittura e ascolto per “rompere il ghiaccio” all’interno della classe e far emergere la storia personale, l’esperienza di ogni studente e intrecciarla cos al normale lavoro educativo dell’insegnante. L’importanza di ritagliare, all’interno delle attività, momenti dedicati alla riflessione sulle competenze e sulle abilità personali.
I materiali proposti nell’articolo fanno riferimento ad un’esperienza di lavoro svolta presso la scuola media Testoni Fioravanti di Bologna, che ha visto impegnata una classe, la II C, per quattro incontri di due ore ciascuno durante l’anno scolastico 1995/96.
Gli obiettivi più significativi che ci si è posti erano collegati ad alcune questioni di fondo che possono essere cos riassunte:
– aiutare gli alunni a connettere la personale storia di ciascuno con le proposte avanzate in classe;
– favorire una maggiore presa di coscienza rispetto alle personali competenze, agli interessi, alle motivazioni;
– procedere alla costruzione di una “cartella personale” in cui potere riporre nel corso del tempo scritti, elaborati ed altro materiale, capace di testimoniare il percorso svolto, i cambiamenti, le scelte che accompagnano il ragazzo nel percorso scolastico;
– dare avvio ad un percorso i cui contenuti possono essere integrati, ripresi e ampliati  dai docenti con l’intento di sostenere gli alunni nel processo educativo e formativo.

Per fare questo si è privilegiato come canale espressivo la scrittura. Scrittura che si carica di una duplice valenza per il suo presentarsi da un lato come abilit… complessa che richiede competenze varie e stratificate (attenzione, concentrazione, evocazione di informazioni e idee, conoscenza del codice linguistico….); dall’altro come potente mezzo di espressione personale e di comunicazione.

Le regole del gioco
La realizzazione di un percorso che trova nella scrittura il suo principale strumento di lavoro deve poter contare su alcuni elementi che ne sottolineano il significato più autentico:
– il tempo. È importante che l’attività venga prevista con un certo anticipo in modo tale da poter essere adeguatamente presentata alla classe, il rispetto del calendario e dei tempi concordati rinforza l’idea che il progetto nasce in stretta collaborazione con gli insegnanti. A questo elemento si accompagna anche l’attenzione al “tempo interno”, quello più legato allo svolgimento delle attività. Il tempo di lavoro è sempre precisato nel momento in cui viene data la consegna, è la consegna stessa che organizza il lavoro e aiuta a non trasformare quello che vuole essere un lavoro sulla propria storia e sul proprio metodo di lavoro in una introspezione psicologica.
– Lo spazio. Chi scrive ha bisogno di uno spazio  fisico e mentale per potersi esprimere nelle forme a lui più congeniali, per questo è necessario predisporre uno spazio che consenta al gruppo di lavorare senza essere disturbato. L’individuazione di uno spazio preciso agevola la concentrazione e soprattutto manda al gruppo un importante messaggio di situazione, esplicitando nella cura dello spazio la rilevanza stessa dell’attività.
– Scrittura e ascolto. Le consegne di lavoro sono sempre precedute da una breve introduzione (può trattarsi della lettura di un brano oppure di uno scritto) che ha la funzione di stimolare la scrittura. Lo scopo è quello di favorire il più possibile una scrittura libera e personale che deve trovare il necessario completamento in un ascolto attento da parte del gruppo e il più possibile libero da elementi di giudizio.

Esercizi di scrittura
Il lavoro si è articolato attorno ad alcuni nuclei tematici fra cui emerge quello legato alla storia e alla memoria. Dove la storia personale, percorsa e restituita al gruppo seguendo il filo della memoria, trova il modo di tradursi in parola attraverso alcune semplici proposte di scrittura
Ne presentiamo alcuni esempi.
La prima proposta si scrittura prende il nome di “Mi piace, non mi piace”: “Una scrittrice francese di nome Elisabeth Bing, che ha svolto un interessante esperienza di scrittura all’interno di una classe con “bambini difficili”, ci ha insegnato che il primo elementare modo per presentarsi consiste nel comporre una lista all’interno della quale trovano posto le cose che amiamo e quelle che detestiamo. Dall’ascolto dell’elenco proposto provate a comporre anche voi una lista dei vostri ‘mi piace, non mi piace'”.

Mi piace
il gelato, il ghiacciolo, il ragù, la patatine, il mare, la pallavolo, il basket, il calcio, gli animali, gli aerei, le macchinine, la montagna, la bici, la moto, la pizza, la roba americana, gli Europe, tutto quello che è buono e bello

Non mi piace
certe prof., scrivere, il freddo, tutto quello che è brutto e cattivo (però puà dipendere dall’umore), che mi diano ordini.
(Paolo P.)

Mi piace ballare, cantare, non mi piacciono le persone false, mi piace prendere il sole, non mi pace giocare a calcio, mi piace andare in piscina, non mi piace sparecchiare la tavola, mi piace uscire con amici, non mi piace andare dal dentista, mi piace giocare a pallavolo, non mi piace il pomodoro, mi piacciono le persone forti e dolci, non mi piace andare dai parenti, mi piace disegnare, non mi piace italiano, mi piace viaggiare, non mi piacciono i ragazzi appiccicosi.
(Giusy L.)

Il secondo esercizio riprende il ritmo del precedente proponendo una stesura dei ” So fare, non so fare”:
” Sulla traccia della lista precedente provate ora a comporre una lista delle cose che ritenete di sapere fare e di quelle che vi trovano maggiormente in difficoltà. Per agevolare il lavoro vi proponiamo una lista composta da un’altra persona”.

So fare
so divertirmi, so parlare, so disturbare, so disegnare, so cucinare, so pattinare, so conoscere in breve tempo molte persone, so andare in bici, so giocare, so mangiarmi le unghie, so pensare, so arrabbiarmi facilmente, so ascoltare, so leggere, so scrivere.

Non so fare
non so fare i compiti, non so scegliere, non so l’inglese, non so giudicare, non so stare zitta, non so odiare, non so fare la pizza, non so fare la secchiona, non so guidare la macchina, non so costruire, non sono capace a resistere a mangiarmi le unghie, non so fare le pulizie, non so stare calma a lungo, non so cantare, non so eseguire i compiti dati per forza.
(Barbara E.)

So
so sciare, so giocare a calcio, so nuotare, so suonare la tastiera, so dormire, so giocare a pallavolo, so cantare, so usare il computer, so scrivere, so leggere, so correre, so camminare, so parlare, so ascoltare, so andare in bici

Non so
giocare a basket, ballare, guidare, andare in moto, andare in skateboard, essere paziente.
(Davide P.)

Terzo esercizio: “Le cose che mi piacerebbe fare”:
“Prendendo come spunto una parte del libro di George Perec dal titolo “Sono Nato” possiamo anche noi accostarci a quelli che sono i nostri desideri. Dopo avere ascoltato quanto George Perec ci dice di sì‚ scrivete un elenco delle cose che vi piacerebbe fare”.
Vivere in montagna, fare un viaggio sulla luna, diventare un programmatore di computer, essere molto alto, conoscere Michael Jordan, conoscere tutti i giocatori della Virtus, mi piacerebbe essere un’aquila, vivere in un mondo non inquinato, adottare un cagnolino, vivere sull’acqua, conoscere tutte le persone del mondo, fare il giro del mondo, fare una lunghissima crociera, avere il sole tutto il giorno, guidare una macchina come la Ferrari, vorrei un mondo tutto colorato, andare indietro nel tempo e conoscere Senna, vorrei essere amico con tutte le persone.
(Davide M.)

Ancora una proposta per autopresentarsi “Le lettere del mio nome”:
Ci sono molti modi per dare una definizione di sì, noi proviamo a farlo sfruttando un elemento un po’ casuale come quello delle lettere che compongono il nostro nome. Lo scopo del lavoro è quello di utilizzare come punto di partenza il proprio nome per procedere alla ricerca degli aggettivi che a vostro parere aiutano un’altra persona ad identificarvi. Per questo è bene che la ricerca vada nella direzione non di aggettivi qualsiasi, ma di quelli che vi sembrano più appropriati per fornire una vostra descrizione.

Mi Ricordo:
Ci sono cose, persone, avvenimenti che occupano un posto speciale nella nostra memoria. Pu• accadere che qualcuna appartenga ad un passato lontano, ed allora il ricordo si Š un po’ affievolito, altre le abbiamo fresche in mente ed aspettano solo di venire recuperate. Scrivere pu• aiutare a ricordare e a fare una scelta tra quelle pi— significative. Per questo utilizzando ancora una volta come spunto lo scritto di un’altra persona provate a stendere anche voi la vostra lista di “mi ricordo”.

Mi ricordo
il mio primo vero amico, la mia prima ragazza, il primo giorno di scuola, i giorni passati in piscina, i tic nervosi di Federico, il mio primo bacio, un giro sullo scooter, il volo in deltaplano e in aereo, le belle cose fatte con Marcello, una vera amica, il mio incidente con una macchina, i pesci pescati con Luca, la mia prima canna da pesca, al luna park con gli amici, al cinema degli amici, i miei primi desideri, il mio primo cantante preferito, le mie sofferenze, le mie insegnanti delle elementari.
(Marco)

“Dal testamento di Marc’Aurelio”:
La riflessione educativa è spesso devitalizzata, il racconto di vita è invece espressione singolare e vitale. Raccontare la propria biografia educativa significa cominciare a riappropriarsi del proprio potere (auto)formativo, innanzitutto mettendo a confronto le esperienze di educazione istituzionale con le autoformazioni per lo più misconosciute.
“Dopo la lettura del brano di Marc’Aurelio provate, sempre individualmente, a tracciare un piccolo bilancio della vostra vita scrivendo un’analoga lista di maestri e apprendimenti personali.”
Da mia madre ho imparato a ragionare e prendere l’autobus.
Da mia sorella ad essere freddo con i nemici ed essere buono ma non troppo con gli amici; leggere e scrivere.
Da mio padre ho imparato a ‘ciapinare’.
Ho imparato a giocare a calcio grazie a certi miei amici.
Il resto (cioè quello che so fare) l’ho imparato un po’ da solo.
P.S Da un allenatore ho imparato a giocare a basket
(Paolo P.)

Come studio
Dopo questi primi momenti, rotto il ghiaccio iniziale il lavoro si è orientato verso una riflessione collettiva sugli aspetti più direttamente connessi con l’organizzazione scolastica, allo scopo di creare insieme una ulteriore opportunit… di dibattito e confronto su come ognuno dei ragazzi partecipanti si organizzava rispetto allo studio.
Il lavoro dei due incontri ci ha riportato dentro alla scuola, con i suoi impegni, le sue richieste, i tempi di lavoro. Lo scopo finale è stato quello di arrivare alla stesura di un questionario sullo stile di studio, frutto del ripensamento da parte dei ragazzi.
La consegna di lavoro rivolta al gruppo è stata cos formulata:
“Ci sono momenti in cui viviamo le richieste che la scuola ci fa come dei problemi insuperabili, altri in cui ci muoviamo con più facilità, riuscendo a conciliare l’impegno scolastico con i personali interessi di ognuno. Le diverse reazioni davanti alle richieste in molti casi dipendono da tutta una serie di elementi che non abbiamo l’abitudine di tenere presenti, ad esempio: i luoghi dove studiare, la compagnia, il tipo di compito richiesto, gli accordi presi con l’insegnate. Sono tutte cose dalle quali spesso dipende la buona riuscita del lavoro. Per facilitare il confronto su questi aspetti proveremo oggi a costruire insieme un questionario. Per fare questo abbiamo a disposizione alcune domande che riprendiamo da un libro scritto da due studiosi americani (R. e K. Dunn). Il nostro compito sarà quello di partire da queste domande per formulare una serie, il più ampia possibile, di risposte che possano permettere ad ognuno di noi di trovare quella che più gli si addice.”
Dopo aver realizzato il questionario sulla base delle indicazioni ricevute i ragazzi hanno dedicato un incontro alla somministrazione del questionario stesso.
“Il lavoro svolto nell’incontro precedente ci ha permesso di stendere un questionario sullo stile di studio che ha lo scopo di aiutarci a riflettere sulle abitudini, sulle motivazioni, sulle cose che potremmo migliorare rispetto al nostro abituale modo di procedere.”
La somministrazione del questionario e la discussione che ne Š scaturita diventa un modo per rendere più incisivo il confronto con gli insegnanti, nella direzione di una maggiore e più proficua collaborazione.

Riflessioni a margine
L’esperienza realizzata con gli alunni della classe II C consente di mettere in evidenza alcuni elementi che si sono rivelati particolarmente significativi nell’ambito delle attività proposte:
– l’importanza della scrittura come mezzo di espressione e comunicazione,
– la necessità di formulare delle proposte capaci di intrecciare l’esperienza personale dei ragazzi con quella più squisitamente scolastica,
– la ricerca di modalità di lavoro che prevedono l’alternanza di momenti di scrittura, lettura, ascolto e condivisione con il gruppo,
– l’importanza di ritagliare, all’interno delle attività, momenti dedicati alla riflessione sulle competenze ed abilità personali,
– la necessità di mettere mano ad un progetto che, pur nella sua autonomia, è noto e condiviso con gli insegnanti rendendo possibile una riflessione e rilettura dell’esperienza a più voci.
Entrando più in specifico del lavoro svolto è possibile a grandi linee apportare alcune valutazioni di carattere generale sull’andamento delle attività e sul gruppo classe.
Interesse per la proposta.
L’accoglienza positiva alla proposta di lavoro si articola su un doppio binario: da un lato si evidenzia l’interesse verso formule capaci di tradurre in parole le cose, le esperienze, le spesso incerte e contraddittorie percezioni di s‚. In questo senso la scrittura viene recepita come strumento che intreccia il racconto personale con il piacere di scrivere; dall’altro l’adesione sottolinea il bisogno di avere spazi di espressione liberi, “uno spazio tutto per se” diceva Virginia Wolf, in cui l’oggetto di attenzioni è il soggetto e la sua storia. Ed in questo trova conferma quanto già segnalato dalle insegnanti, il pressante bisogno di raccontare, di coinvolgere l’adulto in un discorso dalle forme e contenuti non esclusivamente scolastici.
Livello di attenzione e concentrazione.
La qualità e la significatività del lavoro è strettamente legata alla capacità di garantire quel livello di attenzione e concentrazione che permette di fare dell’ascolto degli altri un’occasione di crescita personale e collettiva. L’andamento degli incontri ha messo in luce, per la maggior  parte dei ragazzi, una discreta capacità di rapportarsi alle proposte con autonomia e competenza. Nel contempo appare di più difficile gestione la dimensione del confronto e dello scambio reciproco. L’ascolto presuppone interesse e la capacità di intravvedere nell’esperienza altrui la propria. È un’abilità complessa la cui acquisizione richiede un esercizio continuo al quale tutti noi, non solo i ragazzi, siamo poco abituati.
Ascoltare Š un esercizio difficile, che richiede allenamento e, in questo caso, la guida di un adulto che sappia valorizzare lo sforzo di attenzione che i ragazzi stanno compiendo. È quello dell’ascolto uno dei momenti più delicati dell’intero ciclo di lavoro. È un respiro necessario per riprendere fiato, per ricreare ogni volta il ritmo adeguato.

Clima della classe
Il clima della classe è apparso in generale buono, favorito anche dalla suddivisione in due sottogruppi che hanno lavorato autonomamente con un conduttore ciascuno. L’esplicitazione iniziale degli obiettivi della proposta, la ricerca di formule tali da consentire a ciascuno di portare il proprio contributo, svincolato da qualsiasi elemento di giudizio, ha permesso di portare a termine gli incontri in un clima di collaborazione e sostegno reciproco. Questo vale anche per i soggetti che pur presentando evidenti difficoltà hanno comunque preso parte al lavoro, dando modo alla loro voce personale di esprimersi in maniera non convenzionale e non anonima.

Bibliografia
C.Pontecorvo, -M.Pontecorvo Psicologia dell’educazione. Conoscere a scuola, Il Mulino, Bologna, 1986
Jedlowski, Il sapere dell’esperienza, Il Saggiatore, Milano, 1994
Bing, …Ho nuotato fino alla riga, Feltrinelli, Milano, 1977
Perec, Sono nato, Bollati Boringhieri, Torino, 1992
G.Perec, Mi ricordo, Bollati Boringhieri, Torino, 1990
R.e K. Dunn, Istruzione individualizzata. Nuove strategie pratiche per tutti., Armando Editore, Roma,

15. I sogni di classe

di Marco Lodoli

Sono arrivato a scuola sotto una pioggia implacabile: l’edificio basso e spampanato, sembrava affiorare dalle pozze d’acqua come un gigantesco ippopotamo. Ho salutato il bidello che non mi ha risposto, quindi ho firmato il foglio delle presenze alla riga sbagliata, ho corretto con uno sgorbio e ho preso il mio registro dal muro metallico degli armadietti. È massiccio quel registro. Pesa come la bibbia e prova a mettere addosso gli stessi sensi di colpa: ma io che sono accaldato mi ci sventolo.
Di corsa ho traversato i padiglioni e sono entrato in classe.
Mi sembra sempre più difficile insegnare qualcosa di sincero: vorrei che ogni giorno i ragazzi si avvicinassero di più al centro della faccenda, ma nello stesso tempo ho l’impressione che da quel centro ogni giorno io mi allontano un poco.
Raccontate in una paginetta un sogno che avete fatto, ho detto a quelli della prima C.
Un sogno a occhi aperti o un sogno a occhi chiusi? Mi ha domandato Melissa, che ama le distinzioni e la chiarezza.
Un sogno a occhi chiusi ho risposto. I ragazzi chinati sui fogli bianchi come cuscini, avevano lo sguardo di chi, per ricordare le cose importanti, deve dimenticare l’inutilità che lo circonda. Manilo, il più svogliato, ha cominciato a sbirciare sul foglio di Silvia, la compagna di banco.
I sogni non si copiano, ho detto, e mi è sembrata una frase significativa, di quelle che mi appunto a matita sulla porta di camera mia. Ho una bella collezione di frasi così. Ad esempio: “Tutto deve essere semplice quanto può, ma non di più”, l’ho copiata da Einstein; oppure: “La causa dei problemi sono le soluzioni”, una sentenza che ho letto in un cesso.
I sogni non si copiano. La matematica sè, l’esercizio di chimica bromatologica anche, e forse pure il tema, ma l’anima no. Ognuno ha la propria, può essere un teatro o una discarica, l’importante è abituarsi a sentire la voce, riconoscerne i desideri, come una madre riconosce tra mille il pianto e il riso e le pernacchie del suo bambino.
Posso dormire e sognare adesso? Mi ha domandato Emanuele, che vuole sempre fare lo spiritoso.
Scrivi, gli ho detto.
Però anche lei deve scrivere un suo sogno, professore, ha detto Emanuele. Per un momento tutti si sono svegliati dal loro compito e in coro si sono uniti a quella richiesta: anche lei, professore!
D’accordo, anch’io.
Alla fine li leggiamo tutti, vero professore?
D’accordo.
Dopo una decina di minuti è venuto da me Roberto, che è altissimo e la domenica gioca in porta. Roberto parla poco o niente, ma ha un sorriso e due occhi che contengono lo Zingarelli. Ecco il mio sogno, ha mormorato, è molto strano, non ci ho capito niente, ma non mi va di leggerlo davanti agli altri.
Roberto ha una calligrafia incredibile: le parole sono talmente piccole e ordinate che paiono una fila di formiche in cerca di una tana.
Il suo sogno era questo: “Camminavo insieme a mio padre per un sentiero di montagna. Intorno c’erano tanti prati e sopra di noi scintillavano i ghiacciai. D’un tratto sono stato investito alle spalle da una corsa di ciclisti. Sono caduto per terra e per un attimo ho perso i sensi. In testa avevo una ferita profonda e mio padre, con un grosso ago, me l’ha ricucita. Poi c’è un salto di scena: sono a casa, a letto, ancora malato per la ferita. Mio padre è seduto accanto a me, ha in mano un coltellaccio, mi fa paura. Allora scappo in cucina, prendo anch’io un coltello e lo uccido.
Sono in prigione a scontare la pena. Sono diventato un vecchio, sono tanti anni che sto rinchiuso in quella prigione. Mentre cammino per un corridoio, incontro mio padre. Il cuore mi batte fortissimo, mi viene da piangere, lui mi guarda fisso e io mi ammazzo”.
Roberto sorride con il suo sorriso carico di parole zitte. Non ci ho capito niente, ripete. Cerco di ricordarmi com’è suo padre, che faccia fa quando viene a informarsi del profitto del figlio. Nella mente purtroppo non trovo, tra le tante tremolanti fisionomie, la sua.
Alla cattedra arriva Milena, piccola con il suo sogno in mano. Vuole assolutamente che io lo legga. Subito, la prego, subito, e batte gli zatteroni per terra, come se chiedesse all’universo intero di durare ancora un minuto, il tempo di leggere il suo sogno.
Ha una calligrafia larga e tonda, le lettere sono bolle azzurre che galleggiano nel bianco.
“Ero nella mia cameretta e ascoltavo la radio. All’inizio c’era una canzone di Vasco che conosco bene e io ballavo un po’ annoiata davanti allo specchio, poi la musica cambiava, era strana, mi metteva brividi nelle gambe. Nella cameretta è apparsa una bambina. Mi ha salutato con affetto, mi stringeva forte come se mi conoscesse. Aveva i capelli biondi e i sandali chiari.
Come stai, Milena, mi ha domandato.
Bene, le ho risposto. Ma tu chi sei?
Lei ha sorriso buffa.
Non mi riconosci? Sono la tua nonna.
Non è possibile, sei cos piccola. E poi mia nonna è morta quattro anni fa, sono stata anche al suo funerale, me la ricordo bene mia nonna dormiva in questa stanza insieme a me e da quando non c’è più dormo con la luce accesa… Sei troppo piccola, davvero.
Sai Milena, dopo la morte siamo così.
E poi li ho letti tutti quanti quei foglietti, alcuni a voce bassa, altri a voce alta. Sentivo che nella classe, tra quelle quattro mura imbrattate negli anni di mille scritte inneggianti ad amori ormai defunti o a cantanti scomparsi, prendeva posto la Grande Notte, un tempo segreto che non è mio nè tuo, ma di tutti noi: sentivo che ognuno aveva vuotato la sua anima in una vasca che sogno dopo sogno si faceva più larga, ed era un mare, infine, l’oceano dal quale, come i pesci preistorici, tutti siamo usciti per alzarci in piedi e metterci scarpe e vestiti e andare e imparare un mestiere e un destino di fatiche.
I ragazzi ascoltavano incantati, come se ogni incomprensibile storia li portasse davanti a un tempio, in un bosco, in un silenzio.
Adesso deve leggerci il suo sogno, ha preteso Emanuele.
Non avevo fatto in tempo a scrivere, cos l’ho raccontato nel modo confuso in cui in quel momento lo ricordavo:
“Ero in piedi davanti a un gruppo di uomini dai volti grassi. Avevo l’impressione di dover sostenere un esame, e infatti uno di quegli uomini mi ha chiesto di suonare il violino. Ci deve essere un errore, uno scambio di persona: non ho mai suonato il violino, nemmeno lo possiedo. Il violino, ha insistito un altro, coraggio, ci faccia sentire un bel motivo dei suoi. Ho cominciato a sudare, più negavo, più quelli pretendevano e si accigliavano.
Altre volte m’era capitato di dover deludere una richiesta: sapevo che già mi era capitato, in altri sogni, in altri giorni. Non ho baciato, non ho parlato turco, non ho saltato l’ostacolo. Mi prendeva lo smarrimento e la paura. Io sono una cosa precisa, pensavo, so fare questo e questo, ho i miei confini, come uno stato africano disegnato esattamente con la riga.
Avanti, il violino.
Ho appoggiato sulla spalla un invisibile stradivari e ho cominciato a recitare da violinista. Nei sogni tutto è possibile, anche che un gruppo di uomini grassi e arcigni inizi a ballare, e che d’improvviso tra loro ci sia qualche bella ragazza, che i loro vestiti si accendano di colori. Più suonavo, più c’era gente, e io pensavo: niente è difficile. E pensavo anche: questa cosa è la mia festa.
Poi tutto è svanito o sono arrivate altre immagini, ma non le ricordo”.
Che supersogno, ha detto Silvia.
A questo punto è suonata la campanella, un trillo acuto come quello di una sveglia.
C’è la lezione di matematica, ha detto Melissa, la prof ci massacra.
Facciamo il respirone? Ha domandato Emanuele che prende ogni cosa come una bella scemenza, e ha le sue ragioni.
Certamente, ho detto, si comincia e si finisce così. Tutti insieme abbiamo inspirato ed espirato aprendo le braccia sopra la testa, come un fiore apre i petali, e come ogni giorno abbiamo chiuso la lezione con un sorriso che significa: se non crolla il mondo, domani ci rivediamo qui, se invece crolla che sarà mai, ci vediamo da un’altra parte.

14. Dove vai, essere umano

di Humberto Mauturana

Anch’io sono un insegnante, qualifica alla quale tengo molto e quindi spero che non vi offenderete se, per affrontare la questione del rapporto fra insegnanti e studenti, la prenderà apparentemente alla larga. (A ben vedere, dato il tipo di ragionamento che ho in mente, forse sono più gli studenti che potrebbero offendersi …).
Supponiamo che camminando per strada un certo giorno voi incontriate un cane o un gatto randagio che vi è simpatico e allora decidiate di adottarlo, di portarvelo a casa. Ben presto si stabilirà fra voi due un coordinamento di comportamenti e poche ore dopo vi troverete a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”.
Questo animale dunque è intelligente perché ha coordinato il suo comportamento con il vostro, facilmente.
Ma anche voi avete coordinato il vostro comportamento con il suo. Entrambi vi state adattando a una situazione nuova: voi, che non avete mai avuto un animale in casa prima, avete dovuto decidere dove collocare la ciotola per il cibo, rassicurarlo, trovargli un posto dove pu• fare i suoi bisogni ecc… e il gatto ha dovuto esplorare la casa e scegliersi i suoi posti preferiti. Nel fare questo vi guardavate l’un l’altro per controllare il reciproco consenso: “Va bene così Un po’ più in là?”.
È questa consensualità che crescendo e trovando conferma vi ha portato a esclamare: “Ma guarda come è intelligente questo animale!”. (Da parte sua è probabile che il gatto, a modo suo, pensi di voi esattamente la stessa cosa…).
Il punto a cui voglio arrivare è che l’intelligenza non ha niente a che fare con la soluzione dei problemi; l’intelligenza è prima di tutto una questione di consensualità. La soluzione dei problemi è del tutto secondaria rispetto alla dimensione centrale dell’intelligenza, che è la consensualità.
Succede qui una cosa di grandissimo interesse perché se voi vi portate a casa un cane senza esserne proprio convinti (in realtà non vi piace per davvero) quel che succederà sarà che voi cercherete di imporgli certi comportamenti e lui non vi ubbidirà e allora quell’animale vi sembrerà veramente stupido, completamente stupido. Ma se lo volete per davvero, se vi è simpatico, allora si cormporterà in modo molto intelligente.
Se il cane vi piace è intelligente, se non vi piace è stupido.
Questo vale in generale anche nei rapporti fra esseri umani. E anche nei rapporti fra insegnanti e studenti.
L’intelligenza è una questione di reciproca accettazione e di reciproca intensità.
Se stai esaminando un’altra persona e ti piace, ti darai da fare per creargli uno spazio ricettivo, per creare un rapporto di reciproca accettazione, e allora quello studente risulterà brillante. Se invece ti è antipatico, non ti piace, allora sarà facile dimostrare che è un ignorante: non saprà rispondere alle tue domande e il suo comportamento non sarà all’altezza delle tue pretese.
In altre parole: io credo che sia scientificamente dimostrabile, guardando indietro alle origini della vita e a come funziona un sistema vivente, che l’amore è il migliore nutrimento per l’intelligenza e che ha dei solidi fondamenti la metafora che dice: se vuoi che un altro sia intelligente, amalo di più.
“Amore” è accettare l’altro in modo da permettergli di entrare nel tuo sistema di vita.
Non appena avanzi una pretesa, un’imposizione, l’amore è finito. Questo è molto evidente nell’amicizia. L’amicizia è così piacevole perchè è priva di imposizioni. Appena si procede a suon di imposizioni, l’amicizia finisce.
Proviamo a guardare sotto questa luce cosa vuol dire imparare e cosa vuol dire insegnare. Immaginatevi la seguente scena: un asilo infantile e una coppia di genitori che arrivano per portare per la prima volta il loro bambino o bambina. Il bambino scoppia a piangere, non vuole staccarsi dai genitori, non vuole rimanere in quel posto estraneo. È terrorizzato, trema tutto. La madre dice: “Vedi come è bello, quanti bambini con i quali giocare!”. E gli altri bambini gli dicono: “Perché piangi e urli  “mamma non mi lasciare!”, perché non vuoi rimanere con noi?”. E l’insegnante: “Vieni, andiamo a vedere cosa fanno gli altri bambini” e gli tende la mano.
Nel momento in cui il bambino accetta quella mano, tutto si trasforma. Il dramma svanisce. Non è formidabile? Tu gli tendi la mano e lui “No, no, no!”. Gliela tendi di nuovo e lui la afferra e tutto improvvisamente cambia. Un intero mondo incomincia a svilupparsi a partire da questa mutua accettazione.
Quel che tendiamo a trascurare è che anche a livello di scuola superiore e di università è esattamente la stessa cosa. Anche lì funziona così. Anche nell’università se il professore non riesce a prendere metaforicamente per mano lo studente non succede niente, non c’è reale apprendimento perché lo studente sarà infelice, sentirà che non c’è spazio per lui, si sentirà non accolto. In­vece se le mani si afferrano ecco aprirsi un intero mondo di cambiamenti nella coesistenza.
Apprendere è trasformarsi in un contesto di coesistenza; insegnare è trasformarsi in un contesto di coesistenza.
Nel momento in cui tale trasformazione ha luogo lo studente farà tutto ciò che gli viene richiesto in quella data situazione di apprendimento e l’insegnante non avrà più bisogno di controllarlo.
Un altro esempio. È un piccolo esperimento che abbiamo fatto. Un insegnante porta in classe una scatola piena di pulcini appena nati e con un atteggiamento arrogante sfida gli studenti: cosa fate per distinguerli a seconda del sesso. Gli studenti si guardano l’un l’altro, qualcuno timidamente prende in mano un pulcino, lo ripone. “Non c’è modo di distinguere il sesso di un pulcino appena nato”, rispondono. “Non sappiamo, come si fa”, rispondono. Un altro insegnante invece si rivolge agli studenti con fiducia e cordialità: “È difficile, ma vogliamo provarci?”. Ed ecco che gli studenti si mettono tutti all’opera, prendono in mano i pulcini, ridono, si consultano tra loro e dopo una mezz’oretta i pulcini sono divisi in due scatole diverse a seconda del sesso. L’insegnante non è dovuto intervenire una sola volta; alla fine va a vedere il risultato: “Ah, ma siete stati bravissimi! Come avete fatto?”.
È una trasformazione anche dell’insegnante, del significato di essere un insegnante. Ogni volta che come insegnanti diventiamo dei controllori del comportamento altrui, non stiamo davvero insegnando; viene a mancare una dimensione fondamentale dell’insegnamento: l’integrazione sociale.
Cos’è l’integrazione sociale? Secondo me nella vita quotidiana l’integrazione sociale è assumere un modo di interazione che è quello dell’insegnante e dello studente quando operano in una dimensione di mutua accettazione avendo come compito comune quello di costruire insieme un mondo.
Il dominio principale nel quale l’insegnante e lo studente operano non è quello definito da un particolare campo di attività (pratica o teoretica, non ha importanza), è quello molto più ampio e aperto delle dinamiche sociali. Quel che conta per l’apprendimento, per la soluzione dei problemi, è il dominio del vivere assieme, sono le dinamiche sociali del vivere assieme.
Se l’insegnante per rapportarsi allo studente si affida a un codice di comportamento standardizzato, stabilito dai regolamenti scolastici o dalla tradizione e tratta gli studenti come se fossero uguali, se non accetta e valorizza la loro unicità e personalità, fallisce nel suo compito. Questo sostengo.
Vi siete mai chiesti come mai il mondo dei rapporti di lavoro è così pieno di regolamenti e di regolamenti sui regolamenti? Perché le relazioni di lavoro il più delle volte non sono delle vere relazioni sociali, non sono fondate sulla mutua accettazione. Sono relazioni fra persone che non si ascoltano e quindi non si considerano reciprocamente come esseri umani, come esseri sociali.
Quando l’insegnante restituisce la qualità umana alla partecipazione a un’impresa comune l’apprendimento non è più un lavoro gravoso, viene di conseguenza. Tutto ruota attorno a quella emozione basilare che abbiamo esemplificato con la metafora della mano tesa.
Quindi, per tirare le fila: non tutti i rapporti umani sono rapporti sociali e neppure tutti i rapporti fra animali sono rapporti sociali. Il linguaggio è sempre sociale, ma i rapporti possono non esserlo.
Tutto questo ha implicazioni profonde riguardo il posto che hanno nella conoscenza la saggezza e le emozioni.
Noi spesso affermiamo che gli esseri umani sono degli animali razionali e che il problema è coltivare di più la ragione. Se gli esseri umani si affidassero di più alla ragione – si sente dire – tanti episodi di odio e di cecità sarebbero evitati. Ciò che io vi sto dicendo è l’esatto contrario. La razionalità serve in tanti casi, ma è una facoltà minore; la vita non dipende dalla ragione, è la ragione che dipende dalla vita.
Vediamo di approfondire questo punto. Le situazioni di contrasto, di disaccordo, possono essere di due tipi: i contrasti puramente logici, del tipo 2 x 2 = 5, e allora qualcuno dice: “Se come credo intendi fare quella particolare operazione che è la moltiplicazione, allora guarda che sbagli: 2 x 2 fa 4 e non 5.” E l’altro ci ragiona sopra e dice: “Hai ragione, ho fatto un errore.”
Un contrasto di questo tipo (a meno che non sia riferito alla specifica situazione di un bambino che sta facendo i primi passi verso la matematica di cui ha parlato von Glasersfeld) è triviale. Al massimo può procurare un leggero rossore, ma non c’è motivo perchè l’interazione ne sia veramente disturbata.
C’è però un secondo tipo di contrasto, che spesso tendiamo a trattare come se fossero delle questioni di logica, mentre non lo sono affatto. Ve ne accorgete perchè in questi casi la gente diventa ansiosa, difensiva e si accusa a vicenda: “Non sei logico, bla bla bla”, “Non sei oggettivo”, “Non sei realistico”, “Sei fazioso” ecc…
Conflitti di questo tipo vanno avanti in eterno; diventano delle distorsioni sistematiche della comunicazione proprio perché vengono trattati come se fossero logici e invece riguardano la differenza nelle premesse implicite che stanno alla base dei modi di vedere, dei mondi vitali dei due contendenti.
Noi esseri umani diventiamo veramente illogici quando pretendiamo di trattare come se fossero logici dei contrasti, delle differenze che non hanno niente a che fare con la logica; sono di un ordine diverso.
Quello che dobbiamo fare in questi casi, che sono i più frequenti, è accettare l’idea che l’altro esprime un punto di vista perfettamente coerente, perfettamente logico a partire dalle sue premesse implicite. Lui è perfettamente logico nel contesto del suo particolare dominio di razionalità e anche voi siete perfettamente logici nel vostro dominio di razionalità.
Quando ci mettiamo in questo atteggiamento, di stabilire un rapporto di consistenza, di mutua collaborazione fra due diversi domini di razionalità e incominciamo ad agire di conseguenza, mettiamo in atto una trasformazione che diviene conoscenza. Le premesse implicite nostre e dell’altro, che davamo per scontate, diventano trasformabili, la nostra ottica cambia; impariamo.
Invece quel che succede spesso è che uno parla italiano e l’altro ascolta in inglese e allora dice: “Queste parole non hanno alcun senso!”; “Questo è matto!”; “Non è logico!”. È evidente che se io vi parlo in inglese e voi ascoltate in italiano non capirete niente. Possiamo discutere all’infinito se quel che dico ha senso o no, possiamo dare in escandescenze, ma non impareremo niente a meno che entrambi non scopriamo che stiamo parlando lingue diverse, che stiamo costruendo delle argomentazioni sulla base di premesse fondamentalmente diverse.
Per giungere a questa scoperta dobbiamo darci reciprocamente credito, dobbiamo riconoscere la leadership di entrambi. Dobbiamo diffidare di una pur naturale pulsione alla certezza, a sentirci sul predellino, a sentire che noi siamo nel vero e quindi l’altro non può esserlo. Se pensiamo di possedere la verità, non ascolteremo mai l’altro, non gli riconosceremo mai la leadership.
L’atto di ascoltare è un comportamento attivo che riguarda il dominio emotivo, riguarda il campo delle emozioni ed è l’atteggiamento fondamentale del processo di conoscenza, dell’imparare e dell’insegnare.
L’amore è questa capacità di mutua comprensione, questa facoltà che ci permette di fare un passo fuori dalla nostra cornice mentale, e di esclamare: “Ah, abbiamo delle premesse implicite differenti!”.
Le premesse che stanno sullo sfondo di ogni argomentazione razionale vengono accettate a priori, ci sembrano talmente ovvie che quasi sempre non ne siamo neppure coscienti e al tempo stesso siamo loro affezionati. Le abbiamo profondamente interiorizzate e ci appaiono una parte ineludibile di noi stessi. Ma quando ci sono contrasti di premesse l’arte di dimostrare che abbiamo ragione, di dimostrare ‘razionalmente’ all’altro che esiste una realtà oggettiva là fuori e noi ne siamo gli unici veri interpreti, è l’arte della cecità.
Von Glaserfeld prima ha sollevato la domanda: “Che cos’è la realtà?” La realtà è un principio esplicativo.  Noi usiamo ‘la realtà come un argomento di sostegno a una spiegazione. Ma poi ecco aggiungersi l’altra rivendicazione: quella che la tua spiegazione è più vera dell’altra e questo lo facciamo non solo quando si tratta di una questione minore, logica, ma anche quando il contrasto Š una questione di premesse. Cerchiamo sempre l’argomento più convincente.
Nei contrasti fra credenze religiose questo possiamo forse vederlo meglio; non appena uno avanza la pretesa di possedere l’unica verità, l’unica cosa che si ottiene non è la riduzione del contrasto iniziale, ma la creazione di un altro contrasto ancora più ampio e molto più pericoloso.
L’intelligenza è prima di tutto una capacità di conciliazione, una questione di sensibilità.
Potreste chiedermi: cos’hanno a che vedere queste affermazioni con le tue specifiche competenze di scienziato nel campo della biologia? Hanno moltissimo a che vedere. In fondo tutti i problemi e tutte le risposte su che cosa è la conoscenza, l’intelligenza, l’apprendimento e l’insegnamento, l’integrazione sociale, il rap­porto fra teoria e pratica, tutti questi grandi temi e problemi dipendono dalla risposta a questa domanda più basilare: “Che cos’Š un essere vivente?”

2. Un fisco “leggero” per il no profit

È stato messo a punto dalla Commissione presieduta da Stefano Zamagni (preside della facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna) lo schema di disegno di legge delega sul riordino della legislazione tributaria degli enti non commerciali e delle Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale); una volta approvato, consentirà di emanare uno o più decreti legislativi entro quattro mesi dalla sua approvazione.
L’obiettivo del governo è quello di alleggerire la pressione fiscale che grava attualmente sul no profit favorendone così l’indipendenza economico-finanziaria: le semplificazioni contabili e le forfetizzazioni previste, saranno infatti particolarmente gradite alle organizzazioni non lucrative per le quali i costi di gestione amministrativa rappresentano un costo piuttosto oneroso.

Le novità per gli enti non commerciali…
Ecco dunque le principali novità contenute nello schema del disegno di legge rispetto agli enti non commerciali:
a) riconduzione a unitarietà del regime tributario in materia di imposte dirette e indirette, erariali e locali, nel rispetto dell’autonomia impositiva degli enti locali;
b) ridefinizione degli elementi qualificanti degli enti non commerciali;
c) esclusione dall’imposizione dei finanziamenti pubblici ricevuti per lo svolgimento di attività istituzionali;
d) esclusione (per gli enti di tipo associativo da individuare per categorie) dall’ambito delle imposte di talune cessioni di beni e servizi resi ai propri associati nell’ambito delle attività proprie della vita associativa;
e) estensione del regime di contabilità semplificata agli enti che hanno proventi da attività commerciale entro limiti stabiliti, da adeguarsi periodicamente con decreto ministeriale;
f) adeguamento della disciplina sull’Iva ammessa in detrazione, con la possibilità di prevedere criteri forfettari;
g) temporanee agevolazioni per le ristrutturazioni di aziende o di beni patrimoniali effettuate dagli enti non commerciali;
h) previsione di obblighi contabili e, per le realtà più rilevanti, obbligo di redigere un bilancio o un rendiconto sottoposto a controllo contabile e soggetto a pubblicazione.

…e per le Onlus
La disciplina tributaria delle Onlus invece si rifarà a questi criteri:
a) definizione delle organizzazioni non lucrative con esclusione di enti pubblici e società commerciali diverse da quelle cooperative;
b) individuazione dei settori di attività che devono essere di interesse collettivo e avere esclusivamente finalità di solidarietà sociale;
c) garanzia del rispetto dei principi di trasparenza e democraticità;
d) previsione di misure e sanzioni per evitare abusi;
e) previsione di un’autorità indipendente di indirizzo, segnalazione e controllo sull’applicazione della normativa i cui oneri saranno a carico delle stesse Onlus;
f) g) riordino dellla disciplina delle liberalità effettuate da persone fisiche, da enti non commerciali e da imprese;
h) previsione di regimi agevolati per i proventi conseguiti nella produzione o nello scambio di beni e servizi, anche se si tratta di attività occasionali, purchè svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali.

Alla legge delega potranno essere fatte eventuali integrazioni successive fino al 31/12/98.

1. Verifiche di invalidità

Ora basta un’autocertificazione che va presentata entro il 30 novembre. Riguardano tutti gli invalidi titolari di pensioni, assegni e indennità le modifiche apportate dalla legge n.425 dell’8/8/96 (“Disposizioni urgenti per il risanamento della finanza pubblica”) che si occupa, all’art. 4, delle “Verifiche dello stato di invalidità civile”. Sarà sufficiente infatti presentare un’autocertificazione che attesti le condizioni di salute, con particolare riferimento alle infermità che hanno motivato l’assistenza economica. Tale autocertificazione dovrà essere effettuata su di un apposito modello predisposto dal ministero del Tesoro, che verrà inviato a tutti per posta a casa. Gli interessati dovranno rispedirlo, entro il 30 novembre, alla “Direzione generale dei servizi vari e delle pensioni di guerra del ministero del Tesoro”. Se l’autocertificazione non viene presentata in tempo utile la pensione viene sospesa immediatamente e il disabile avrà 90 giorni di tempo per giustificare la mancata presentazione, dopo i quali la pensione sarà revocata definitivamente. Se sussitono le condizioni è possibile presentare ricorso al giudice ordinario contro la revoca.
Il testo dell’originario decreto legge prevedeva la presentazione di un certificato del proprio medico curante da parte di tutti gli invalidi interessati.
La nuova legge prevede inoltre un piano straordinario di almeno 150.000 verifiche sanitarie da effettuarsi anche senza preavviso. Tali verifiche riguarderanno prioritariamente coloro che precepiscono pensioni, assegni o indennità da oltre cinque anni e in particolare gli invalidi residenti nelle province in cui la percentuale degli assistiti Š superiore al dato medio nazionale. Per queste verifiche è stata autorizzata una spesa di 30 miliardi per il 1997.
Viene stabilito inoltre che entro il 30 giugno di ogni anno sarà fatta una verifica dei requisiti dei limiti di reddito prescritti che, insieme alla tipologia di deficit, danno diritto all’assistenza. I controlli saranno effettuati dal ministero del Tesoro con le banche dati del Ministero delle Finanze e con il Casellario centrale dei pensionati. Se i redditi sono superiori a quelli prescritti ne verrà data comunicazione alle Prefetture per il provvedimento di revoca.
Tutti i controlli saranno centralizzati e le competenze, che prima erano del ministero dell’Interno e delle Prefetture, saranno attribuite al ministero del Tesoro.
È stato abrogato, infine, il comma (4, art.11, legge n.537 del 24/12/1993) che prevedeva la restituzione di tutte le somme percepite nell’ultimo anno, nel caso di revoca della pensione. Con la nuova legge è prevista soltanto la revoca senza la procedura di recupero delle somme. Il comma prevedeva inoltre il licenziamento per tutti coloro che fossero stati assunti come invalidi senza averne i requisiti. Anche questa parte è stata abrogata.