Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

2. La cooperazione allo sviluppo italiana e la Convenzione ONU: a che punto siamo?

Si calcola che il 10–12 % della popolazione mondiale sia composta da persone con disabilità e, di queste, la maggior parte risiede nei paesi poveri. Tutte insieme le persone con disabilità rappresenterebbero la “terza nazione più popolata del mondo”, dopo la Cina e l’India. Queste persone poi hanno molta più probabilità di vivere in condizioni di povertà, non riuscendo ad avere accesso al cibo, all’acqua, ai servizi minimi.
Da questa constatazione parte il nostro lavoro, come ONG, affinché i progetti di cooperazione allo sviluppo, a partire da quelli che noi stiamo preparando e gestendo, siano inclusivi dei bisogni e riconoscano i diritti delle persone con disabilità.
Ma il mondo della cooperazione allo sviluppo sta affrontando il tema? E in che modo?
Vorrei partire facendo un quadro generale sull’attuale situazione della cooperazione allo sviluppo in Italia e dai risultati di quello che io credo sia stato il primo tentativo e, forse, unico in Italia di avere un quadro il più esaustivo e completo possibile sui progetti di cooperazione allo sviluppo che includono la tematica della disabilità.
Il quadro della cooperazione internazionale è cambiato molto negli ultimi 10 anni e, se una volta la cooperazione allo sviluppo era uno dei pilastri su cui si reggeva la politica estera italiana, ora la cooperazione non passa più per progetti di lungo respiro ma è condotta verso le emergenze, quindi con interventi di breve respiro, ma di apparente grande efficacia e largo impatto mediatico.
Anche dal punto di vista dei finanziamenti vediamo che dagli anni ’70 le risorse finanziarie destinate alla cooperazione allo sviluppo da parte dell’Italia si sono sempre più ridotte fino all’ultima finanziaria che ha stabilito il record in negativo nello stanziamento per l’aiuto ai paesi in via di sviluppo. Rispetto al 2010 abbiamo assistito a un taglio del 45%, portando a 179 milioni di euro i fondi a disposizione nel 2011 (comprensivi delle spese interne di gestione), per la cooperazione allo sviluppo: la cifra più bassa degli ultimi 20 anni.
Un altro aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione è come negli ultimi anni la cooperazione allo sviluppo italiana non è più un’esclusiva della dimensione governativa, sul piano istituzionale, né delle ONG formalmente riconosciute, sul piano non governativo. E, forse, neppure un’esclusiva del mondo non profit. Altri soggetti istituzionali (gli Enti Locali e Regionali, le Università), altri soggetti non governativi (associazionismo, Onlus, fondazioni, commercio equo e solidale, microcredito, turismo responsabile e anche mondo del lavoro, imprese, economia solidale, associazioni di migranti) negli ultimi 20 anni si sono affacciati al mondo della cooperazione, abitandolo a pieno titolo. Bisogna riconoscere, formalmente e sostanzialmente, il pluri universo degli attori di cooperazione e solidarietà internazionale, che agiscono secondo diverse forme e specificità (cooperazione internazionale allo sviluppo, cooperazione decentrata, cooperazione comunitaria, azioni di solidarietà).
In questo quadro in trasformazione si colloca l’approvazione della “Convenzione Internazionale sui diritti delle Persone Disabili” adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2006 che è diventata il punto di riferimento e stimolo per sensibilizzare i diversi attori della cooperazione sulla necessità di includere i contenuti della Convenzione e, in particolare, quelli dell’articolo 32 nelle progettazioni verso i Sud del mondo.
A livello Italiano, dopo la ratifica della Convenzione (ratificata dall’Italia nel febbraio 2009) sono state pubblicate e poi approvate nel 2010 le nuove linee guida sulla disabilità del Ministero Affari Esteri Italiano, prova di una sensibilità costante e crescente su questo tema.
Le linee guida sono il frutto di un lavoro congiunto che ha visto protagonisti persone con disabilità, esperti, ONG e istituzioni. Peccato che la carenza di fondi attuali metta a rischio una loro concreta applicazione.
Per promuovere i contenuti dell’articolo 32 Aifo, DPI Italia (Disabled People International –www.dpitalia.org) assieme ad altre 12 ONG europee che sono raggruppate nel Consorzio IDDC (International Disability and Development Consortium – www.iddcconsortium.net) nel 2006 hanno promosso un progetto finanziato dall’Unione Europea dal titolo: “Mainstreaming della disabilità nella cooperazione allo sviluppo”.
Il progetto prevedeva una serie di azioni a livello europeo finalizzate alla creazione di un nuovo approccio della cooperazione internazionale che tenesse conto delle necessità e delle risorse delle persone con disabilità che vivono nei paesi in via di sviluppo. Una delle azioni realizzate in Italia, e in altri 15 paesi europei, è stata quella di effettuare una mappatura di quelle organizzazioni italiane che a vario titolo e livello, occupandosi di cooperazione allo sviluppo, includevano la dimensione della disabilità nei loro progetti di cooperazione.
Questa attività ha coinvolto una variegata tipologia di enti: il Ministero degli Affari Esteri, Enti locali, ONG, Organizzazioni di persone con disabilità – DPOs (Disabled People Organisations), Università, Centri di documentazione e ricerca.
Sintetizzando i risultati, si è evidenziato che l’attenzione rivolta alla disabilità all’interno della cooperazione allo sviluppo proviene principalmente da ONG che hanno la disabilità come obiettivo generale o dalle DPOs e in parte anche dal Ministero degli Affari Esteri – Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Per il resto si tratta di attività discontinue e, nel caso degli Enti Locali, di finanziamenti a progetti sviluppati da altri attori. (I dati completi della mappatura sono disponibili sul sito del progetto in lingua inglese).
Ci troviamo quindi di fronte a una scarsa attenzione alle persone con disabilità e a progetti che, per la maggior parte, quando hanno come focus le persone con disabilità, sono prevalentemente limitati all’area medica o assistenzialista.
I vari attori della cooperazione hanno dimostrato poi di conoscere poco le politiche e le legislazioni sulla disabilità. Un altro punto da evidenziare è lo scarso coinvolgimento delle organizzazioni delle persone con disabilità in attività di pianificazione progettuale, esecuzione, monitoraggio e valutazione dei progetti di cooperazione.
Sinteticamente i punti critici su cui stiamo lavorando vanno nella direzione di:

  • costruire partenariati tra ONG di cooperazione e organizzazioni di persone con disabilità; infatti Aifo si è fatta promotrice di un accordo di rete che vede coinvolta l’ONG Educaid e alcune tra le più importanti federazioni e DPO di persone con disabilità, DPI e FISH;
  • accrescere le risorse destinate ai progetti inclusivi delle persone con disabilità;
  • passare da una concezione della cooperazione allo sviluppo come intervento umanitario, a un approccio basata sulla tutela dei diritti umani;
  • accrescere le competenze degli attori della cooperazione sul nuovo paradigma della disabilità attraverso l’elaborazione di curricula ad hoc e di manuali di formazione. Infatti, attraverso il progetto Mainstreaming, è stato prodotto un manuale sul ciclo progettuale inclusivo e coinvolte diverse università italiane (Roma, Padova, Bologna) con l’elaborazione di moduli formativi all’interno di master;
  • fare in modo che tutti i progetti, compresi quelli di emergenza, siano inclusivi dei bisogni delle persone con disabilità. Le persone con disabilità corrono un rischio molto più grande in caso di disastri naturali o in quelli causati dall’uomo rispetto alle persone senza disabilità. Quindi è necessaria una preparazione maggiore degli operatori dell’emergenza affinché i bisogni specifici delle persone con disabilità vengano presi tutti in considerazione. Ciò implica l’esigenza di assicurare finanziamenti per garantire che tali aspetti siano integrati nella progettazione e realizzazione di qualsiasi intervento. In questo settore è stato fatto ancora molto poco, unico punto di riferimento a livello nazionale è la Carta di Verona sul salvataggio delle persone con disabilità in situazioni di crisi ed emergenza (2007).

Abbiamo quindi ancora molto lavoro da fare affinché la Convenzione ONU sia conosciuta e applicata qui al nord come nel sud del mondo perché si passi dall’esclusione all’inclusione e all’uguaglianza.

Aifo – Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau
via Borselli 4/6 – 40135 Bologna
tel. 051/439.32.11 – fax 051/43.40.46
numero verde 800550303
www.aifo.it info@aifo.it

Art. 32 della “Convenzione Internazionale sui diritti delle Persone Disabili”

  1. Gli Stati Parte riconoscono l’importanza della cooperazione internazionale e della sua promozione, a sostegno degli sforzi nazionali per la realizzazione degli scopi e degli obiettivi della presente Convenzione, e intraprenderanno appropriate ed efficaci misure in questo senso, tra e all’interno degli Stati e, nella maniera appropriata, in partnership con rilevanti organizzazioni internazionali e regionali e con la società civile, in particolare con organizzazioni di persone con disabilità. Tali misure potranno includere, tra l’altro:
  • assicurare che la cooperazione internazionale, compresi i programmi di sviluppo internazionali, sia inclusiva e accessibili alle persone con disabilità;
  • agevolare e sostenere la formazione di capacità di azione, anche attraverso lo scambio e la condivisione di informazioni, esperienze, programmi di formazione e buone pratiche;
  • agevolare la cooperazione nella ricerca e nell’accesso alle conoscenze scientifiche e tecniche;
  • fornire, nella misura appropriata, assistenza tecnica ed economica, anche agevolando l’accesso e la condivisione di tecnologie accessibili e di assistenza e tramite il trasferimento di tecnologie.
  1. Quanto previsto da questo articolo non è di pregiudizio agli obblighi di ogni Stato Parte ad adempiere alle proprie obbligazioni previste dalla Convenzione.

1. Introduzione

Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri
A cura di Nicola Rabbi, responsabile comunicazione del Centro Documentazione Handicap
Sbobinature delle interviste a cura di Lucia Cominoli

Sono circa 650 milioni le persone con disabilità nel mondo, solo il 2% di loro riceve servizi o sostegni; l’80% delle persone con disabilità non è occupata, il 98% dei bambini con disabilità non ha accesso a un’educazione formale.
Le persone con disabilità rappresentano più di un quinto dei più poveri del mondo o, detto in un altro modo, chi è disabile ha anche molte più probabilità di essere povero.
Molte persone che si occupano nei paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilità non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti.
In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilità in modo continuativo sono molto poche, ma le cose stanno cambiando, si comincia a respirare un’aria nuova in questo settore.
Dopo la ratifica da parte dell’Italia (2009) della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone Disabili (ONU 2006), sono state approvate le nuove Linee Guida sulla disabilità da parte del Ministero Affari Esteri. Queste linee guida prendono spunto dall’articolo 32 della Convenzione ONU che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilità.
Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare a una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dall’altro però ci troviamo di fronte a un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostro paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce, almeno con questo governo, in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, già dotata di poche risorse se paragonata ad altri paesi europei. Ma la crisi non deve essere un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non è carità, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto è sempre più connesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di un’altra, oramai si sa, danneggia l’intero sistema nel lungo, ma anche nel medio, periodo.
Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano all’interno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Giampiero Griffo) di DPI Italia – Disabled People International.
La maggior parte dei contributi provengono da una sola ONG, l’Aifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilità.
Il lavoro è suddiviso in tre parti, la prima di carattere generale e contestuale, la seconda che racconta esperienze di cooperazione e l’ultima che si occupa solo del tema della comunicazione o, meglio, dell’importanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in sé e la loro diffusione, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti informativi all’interno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

20. Altri progetti e servizi

Progetto Lettura Agevolata

Il Progetto Lettura Agevolata è un servizio promosso una decina d’anni fa dal Comune di Venezia, per facilitare l’accesso alla cultura e all’informazione da parte delle persone con ridotte capacità visive, ma anche per sensibilizzare la collettività sui temi legati alla minorazione della vista.
Per dare il massimo di continuità a questa lunga e positiva esperienza, un gruppo di ex operatori, utenti e cittadini che hanno creduto e credono nelle finalità dell’iniziativa, hanno costituito un’Associazione di volontariato chiamata anch’essa Lettura Agevolata presentata a Bologna, in occasione della mostra-convegno HANDImatica 2010.

Studio, ricerca, sperimentazione, consulenza e informazione, sono tra gli obiettivi della nuova Associazione, che si rivolge a tutti i cittadini, ma in particolare a quelli con disabilità e alle persone anziane. In occasione della mostra-convegno, Lettura Agevolata ha anche colto l’occasione per incontrare gli utenti di Press-IN, “storico” servizio di rassegna stampa sulla disabilità, che grazie a un accordo con il Comune di Venezia, continuerà a essere gestito proprio dalla nuova Associazione, che tenterà di farlo crescere ulteriormente.
Il Progetto Lettura Agevolata si sviluppa in molteplici ambiti operativi, la maggior parte dei quali fruibili on line, come ad esempio il Catalogo Unificato dei libri in formato alternativo, che raccoglie sia la produzione offerta dai centri specializzati, sia quella offerta dalle case editrici italiane.
Sono stati predisposti i cataloghi relativi a “libri parlati” e ai libri “a caratteri ingranditi”, tra breve saranno disponibili quelli dei libri in Braille e quelli dei libri in formato elettronico.
www2.comune.venezia.it/letturagevolata/index.asp


Centro Internazionale del Libro Parlato “A. Sernagiotto” Onlus
Il Centro Internazionale del Libro Parlato nasce a Feltre nel 1983, con lo scopo di aiutare i non vedenti ad accostarsi alla lettura e allo studio, rendere meno pesanti le giornate con l’ascolto di un buon libro e realizzare il desiderio di laurea di tanti studenti con disabilità visive. Le numerose richieste pervengono da tutto il territorio nazionale ma il servizio è esteso anche all’estero.
Al Centro si rivolgono esclusivamente non vedenti, ipovedenti, dislessici, distrofici, anziani, malati terminali e tutti coloro per i quali la lettura in modo tradizionale non è possibile; così pure vari enti, come scuole di ogni ordine e grado, biblioteche, case di riposo, ASL, amministrazioni comunali, istituti specializzati all’assistenza dei disabili.
Dal 1996, il Centro è un’Associazione Onlus, con lo scopo di assicurare costantemente e con qualità la gestione di questa grossa attività. I servizi offerti sono molteplici, per poter coprire a largo raggio ogni singola esigenza.

www.libroparlato.org

 

LiBeR – trimestrale di informazione bibliografica e di orientamento critico

La rivista è promossa dalla Biblioteca Gianni Rodari di Campi Bisenzio, edita da Idest, diretta da Domenico Bartolini e Riccardo Pontegobbi, e rappresenta dal 1988 l’osservatorio privilegiato dei fenomeni che hanno interessato il mondo del libro per bambini e ragazzi, vere chiavi di volta per la comprensione di atteggiamenti, vissuti, propensioni e immaginario dell’infanzia attuale.
LiBeR fornisce tutto l’aggiornamento necessario per seguire le tendenze del settore: recensioni, contributi critici e proposte di lettura, interviste, dossier, sondaggi, analisi e, nella Bibliografia nazionale dei libri per ragazzi, schede di tutte le novità librarie per bambini e ragazzi pubblicate in Italia, tratte da Liber Database.

www.idest.net oppure www.liberweb.it

Biblioteca di Villa Montalvo – Centro regionale di servizi per le biblioteche per ragazzi
La biblioteca di Villa Montalvo (Comune di Campi Bisenzio) è impegnata a rispondere a bisogni generali di “educazione, cultura e informazione”. Per realizzare questo compito – che corrisponde alla funzione fondamentale delle biblioteche pubbliche, secondo quanto espresso nel Manifesto UNESCO per le biblioteche pubbliche e nelle Linee guida IFLA/Unesco per lo sviluppo del servizio bibliotecario pubblico – si avvale di una pluralità di risorse documentali (cartacee, multimediali, web) e di strumenti informativi ad alto contenuto tecnologico.
In questa missione la biblioteca si caratterizza per l’attenzione particolare che pone alle esigenze espresse da:
– bambini e ragazzi;
– scuole ed educatori (insegnanti, genitori);
– utenti disabili e svantaggiati sia intesi come singoli che come comunità;
– utenti che richiedono spazi per studio e materiali di ricerca (studenti, ricercatori, studiosi).
La peculiarità dell’esperienza campigiana sta nell’integrazione tra servizi tradizionali di pubblica lettura e servizi documentari di raccolta, elaborazione e diffusione dell’informazione specializzata sul settore del libro per bambini e ragazzi. La biblioteca è impegnata infatti nella continuazione e nella valorizzazione dell’esperienza della Biblioteca Gianni Rodari – attiva sul territorio dal 1987 al 2002, quando è confluita nella struttura di Villa Montalvo – attraverso il Servizio di documentazione, punto di riferimento di livello nazionale nell’ambito delle attività rivolte al mondo del libro per ragazzi. Nel dicembre 2011, in occasione della giornata sulla disabilità, la biblioteca di Villa Montalvo dedicherà un ulteriore momento di studio e approfondimento sul tema lettura, libri e disabilità con l’organizzazione di un convegno promosso dalla Regione Toscana e dal Comune di Campi Bisenzio, con la collaborazione di LiBeR e il patrocinio di IBBY Italia.
www.comune.campi-bisenzio.fi.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/242

19. Il progetto “Leggi come vuoi e dove vuoi”

Gli ipovedenti vedono poco e male e spesso vivono tra luce e ombra, ma a differenza delle persone non vedenti conservano un importante “residuo visivo”.

L’ipovisione è una condizione di vita che può essere congenita o acquisita ma per tutti l’interazione tra una serie di variabili, alcune delle quali, acuità visiva, campo visivo, sensibilità ai colori e alla luce e qualità della visione, determinano condizioni percettive estremamente soggettive e difficilmente standardizzabili.

Una delle maggiori difficoltà di tutti coloro che hanno gravi problemi di vista è proprio quella di non riuscire a leggere.

L’A.N.S., Associazione Nazionale Subvedenti Onlus di Milano, da quarant’anni si occupa di assistere e supportare tutti coloro che si trovano a vivere la condizione di ipovedenti attraverso un ampio ventaglio di servizi gratuiti. Uno dei fiori all’occhiello è l’Ausilioteca A.N.S., composta da circa un centinaio di ausili (ottici, elettronici e informatici) che attraverso la professionalità di volontari e collaboratori, alcuni ipovedenti essi stessi, sono messi gratuitamente a disposizione per prove e confronti nell’ambito del “Servizio Tommaso” (percorso riabilitativo personalizzato attraverso le tecnologie assistive).

Dal novembre 2009, l’A.N.S. gestisce la sezione Ipovedenti della biblioteca comunale Valvassori Peroni di Milano offrendo un servizio di sportello/accoglienza di accompagnamento alla fruizione dei servizi bibliotecari da parte degli utenti ipovedenti; lettura alternativa (grandi caratteri, libri parlati, libri elettronici); brevi training per la conversione di materiali di studio dal formato cartaceo a testo elettronico e audio; messa a disposizione del fondo librario dell’A.N.S. sul tema della disabilità visiva; Ausilioteca A.N.S. e Servizio Tommaso.

 

In questo contesto è nato il progetto “Leggi come vuoi e dove vuoi” tanti modi di leggere anche e soprattutto in modo non convenzionale – che si lega a filo doppio con una delle mission associative di A.N.S.. Attraverso questo progetto intendiamo promuovere la cultura dell’ipovisione, l’abbattimento delle barriere percettive e la diffusione del piacere della lettura e soprattutto vogliamo dimostrare come non sia sempre necessario “vedere dieci decimi” per “leggere” e apprezzare un libro.

Nel corso del 2011 “Leggi come vuoi e dove vuoi” porta in tour, negli spazi di cinque biblioteche comunali milanesi altrettanti reading musicali ispirati al tema dei quattro elementi della natura. Ciascun evento vede protagonisti due attori che leggono alcuni brani a tema con accompagnamento musicale. I veri protagonisti sono alcuni degli strumenti assistivi dell’Ausilioteca A.N.S. che dimostrano e mostrano come si possa fruire del piacere della lettura pur non vedendoci bene.

Leggere è come viaggiare sulle ali della fantasia. I libri ci trasportano in altri paesi e in altre dimensioni e ci regalano la possibilità di incontrare personaggi che possono diventare nostri compagni di viaggio o maestri di vita.

Per noi, il raggiungimento di un’autonomia gratificante delle persone che vivono la realtà dell’ipovisione non ha confini e con questo progetto vogliamo dare la possibilità di diffondere il messaggio che si può continuare a “leggere nonostante tutto”.

18. Trovare nelle biblioteche libri per tutti

L’Associazione Territoriale per l’Integrazione “Il volo” Onlus è nata a Massa Fiscaglia (FE) nel 2003 come gruppo di auto mutuo aiuto per genitori con bambini e ragazzi disabili che sentivano l’esigenza di uscire dall’isolamento, confrontarsi sul proprio ruolo di genitori, sulle difficoltà quotidiane nel rapporto con i figli, con i servizi, con le istituzioni, informarsi e formarsi sulle opportunità e risorse offerte dalla legislazione nazionale e regionale, dai servizi socio-sanitari ed educativi presenti nel territorio.

L’opportunità di incontrarsi, di far emergere pensieri, criticità, proposte, ha avviato un processo di riflessione profondo nelle famiglie coinvolte sull’importanza del loro contributo nella progettazione del percorso di vita dei figli che è scaturito nella costituzione dell’Associazione stessa.
Le finalità che la ispirano nascono dalla convinzione che non si possa parlare di integrazione offrendo spazi, servizi, opportunità diverse per chi è disabile e chi non lo è, per chi è genitore di persona disabile e chi no; non si possa creare inclusione senza conoscenza e accettazione della diversità e unicità di ciascuno, perché ognuno ha bisogni specifici, unici, e ogni genitore incontra, nel percorso, ostacoli, dubbi, risorse, rispetto alla crescita propria e dei figli, con o senza handicap.
Pertanto, da subito, l’associazione si è aperta a tutti i genitori e ai loro figli organizzando iniziative, incontri, attività ludiche presso la propria sede e nei servizi educativi del territorio rivolte alla conoscenza della disabilità e alla sua valorizzazione.
La collaborazione con altri Enti, Associazioni, gruppi è sempre stata prioritaria: la costruzione di trame ha facilitato e consente tuttora di creare alleanze e comunione d’intenti, per non offrire servizi slegati e parziali; ha portato, in questi anni, alla realizzazione di iniziative di informazione, formazione, sensibilizzazione rivolte ai cittadini dell’intera provincia di Ferrara.
Tra queste, una particolare attenzione è rivolta a creare opportunità di comunicazione per tutti, anche e soprattutto per chi ha difficoltà verbali. A tal proposito, “Il volo” ha promosso, in collaborazione con il Centro Servizi e Consulenze (CSC) Unità Operativa Integrazione del Comune di Ferrara, il Centro Servizi per il Volontariato di Ferrara, le Amministrazioni comunali del Distretto Sud-Est della provincia di Ferrara Comune capo-fila Massa Fiscaglia, il Servizio SMRIA AUSL di Ferrara, l’utilizzo di pratiche e strumenti di Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) per facilitare o sostituire (dove occorra) il linguaggio verbale.
Naturalmente, per garantire l’efficacia degli interventi, è necessario che si diffonda, nella comunità locale, una cultura della comunicazione, con un approccio che non si rivolga solo al bambino ma anche a tutte le persone che interagiscono con lui.
Per questo motivo, da alcuni anni l’Associazione organizza momenti di formazione rivolti a insegnanti, operatori sociosanitari, famiglie, bibliotecari sulla CAA avvalendosi della collaborazione di esperti nazionali e locali; per questo motivo sono state create le sezioni delle Biblioteche comunali dedicate ai libri modificati, “L’Acchiappanuvole” a Massa Fiscaglia e “Libri con le ali” a Portomaggiore.

Il progetto “Un libro per tutti”
Il progetto è stato avviato nel 2006, dopo un’esperienza particolarmente significativa anche dal punto di vista emozionale di Sofia, figlia della Presidente dell’Associazione, durante momenti di laboratorio e formazione condotti da Antonella Costantino, Neuropsichiatra infantile dell’Ospedale Maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena di Milano.
L’approccio a materiali narrativi e a esperienze di lettura non didattica con l’utilizzo della CAA ha aperto prospettive di apprendimento, comunicazione, accesso ai libri e alle emozioni che veicolano, che non potevano essere ulteriormente rimandate o, peggio ancora, trascurate: i bambini disabili, per le difficoltà che hanno, rischiano di non poter attingere all’esperienza della lettura se non si mettono in campo alcune attenzioni e modifiche, che risultano significative e vantaggiose anche per i più piccini.
L’Associazione “Il volo” ha ritenuto importante impegnarsi nella “produzione” di libri “su misura”, adattati ai bisogni di ogni singolo bambino, siano essi bisogni motori, linguistici, comunicativi, sensoriali, perché bambini e genitori possano usufruire di un servizio accessibile, finora, solo a chi non ha difficoltà particolari: un segnale di apertura, accoglienza, democrazia.
Il progetto “Un libro per tutti”, tuttora in corso, prevede tre grandi azioni:
– attività di formazione rivolte ai diversi attori coinvolti nel progetto di vita dei bambini con disabilità specifica;
– predisposizione di sezioni a essi dedicate all’interno delle Biblioteche comunali di Massa Fiscaglia e Portomaggiore;
– organizzazione di gruppi di lavoro per la preparazione e traduzione dei libri.
Per quanto riguarda la prima azione, in questi anni sono stati organizzati una decina di momenti di formazione teorica e di laboratorio su tutto il territorio provinciale rivolti a operatori sanitari, a genitori, a studenti, a operatori delle scuole, dei servizi sociali ed educativi, alle famiglie.
La seconda azione prevede, appunto, le sezioni “L’Acchiappanuvole” e “Libri con le ali”.
La realizzazione de “L’Acchiappanuvole” a Massa Fiscaglia ha comportato un lavoro che va al di là della semplice traduzione ed esposizione di libri modificati e che ha abbracciato l’intera Biblioteca. Innanzitutto la si è resa accessibile, eliminando le barriere architettoniche attraverso una diversa sistemazione degli arredi e l’aggiunta di una rampa che conduce alla sopraelevata zona bambini. In secondo luogo sono stati realizzati cataloghi con le copertine di tutti i libri destinati alla sezione, in modo tale che l’utente sia in grado di scegliere anche quelli sugli scaffali più alti. La segnaletica della Biblioteca è stata interamente tradotta con i simboli PCS (Picture Communication Symbols), così come sono stati etichettati il bagno e la porta d’ingresso.
I libri modificati a disposizione sono stati tradotti utilizzando i simboli PCS e il software Symwriter ma, oltre a essi, sono disponibili al prestito le relative versioni originali, le documentazioni pubblicate da Isaac Italy, progetti e tesi di laurea, nonché una serie di testi sull’handicap che vanno da libri di sociologia a libri di medicina, da testi di psicologia a storie e favole sulla diversità e l’integrazione. In aggiunta, è presente una postazione informatica accessibile con monitor touch screen, tastiera e mouse adattati e programmi specifici installati sul computer che facilitano o traducono testi scritti in modo tale che chi non è in grado o in quel momento non vuole sfogliare un libro può ascoltare un racconto. Attualmente i libri modificati presenti sono 37 ma già altri sono pronti per essere aggiunti.
Spinti da una forte motivazione e dalla volontà di operare in rete per condividere delle buone prassi, anche il Comune di Portomaggiore ha coinvolto l’Associazione “Il volo” nella realizzazione di una analoga sezione all’interno della locale Biblioteca. La sezione “Libri con le ali”, inaugurata il 29 aprile scorso, è stata realizzata sulla falsariga di quella di Massa Fiscaglia, anche se allo stato attuale i libri a disposizione sono meno numerosi e non è stato possibile né allestire una postazione internet, né creare uno scaffale di saggistica e documentazione. I lavori, però, sono soltanto all’inizio e, potendo contare sulle risorse che il Comune ha deciso di investire nel progetto, la dotazione di libri e strumenti non può che aumentare.
I libri modificati realizzati per Portomaggiore sono diversi da quelli presenti a Massa Fiscaglia e questa scelta è stata dettata da due fattori principali. In primo luogo, potendo contare sul servizio di Prestito Interbibliotecario, non c’è nessun ostacolo alla circuitazione di libri da una biblioteca all’altra sul territorio provinciale e di conseguenza si è voluto diversificare il più possibile l’offerta. In secondo luogo, la popolazione del comune di Portomaggiore vede un’alta percentuale di immigrati. La CAA, per le sue caratteristiche, può essere utilizzata anche con bambini stranieri che sono perfettamente in grado di leggere e scrivere, ma che ancora non padroneggiano la lingua italiana. Potere disporre di testi che oltre alle parole contengano simboli associati ai significati, permette sicuramente di apprendere più velocemente la lingua del nuovo Paese. Per questo motivo, alcuni tra i libri scelti, oltre alle tradizionali fiabe della nostra cultura come Cappuccetto Rosso, o libri sugli animali, vi sono anche alcune fiabe della tradizione africana, brasiliana e russa.
La realizzazione di libri modificati e personalizzati (terza azione) attraverso la CAA avviene a opera di gruppi di volontari e insegnanti seguiti in particolare dalla Presidente dell’Associazione “Il volo”, con la consulenza del servizio SMRIA e del CSC (Centro Servizi e Consulenze Comune di Ferrara). La supervisione è incentrata sulla selezione di libri che presentino le caratteristiche di idoneità per bambini di diverse fasce d’età con difficoltà complesse e sulla traduzione di tali testi.

17. Il Centro Ausili Tecnologici e l’accessibilità al libro

“Non parlo, ma non sono stupida”.

“Non sono alfabetizzata, ma capisco”.

(Chiara)

 

La presenza di deficit funzionali o di disturbi dell’apprendimento può rendere l’utilizzo dello strumento libro, specialmente in autonomia, gravoso o impossibile.

Per le persone con disabilità motoria può risultare difficile sfogliare le pagine; le persone con disabilità sensoriali, quali la cecità, il libro cartaceo è inaccessibile per l’impossibilità di visualizzare testi e immagini; le persone con dislessia possono avere difficoltà nel leggere i testi, specie se lunghi…

Il Centro Ausili Tecnologici (C.A.T.) della Azienda Usl di Bologna è impegnato da oltre venti anni nell’erogazione di prestazioni come consulenza, supporto, informazione e formazione per l’individuazione e l’adattamento di ausili tecnologici e non, per l’autonomia e la qualità della vita delle persone con disabilità nelle diverse aree di vita e di crescita dell’individuo.

In questo contesto si colloca il lavoro legato alla accessibilità del libro come strumento di comunicazione di apprendimento e di espressione.

 

Accessibilità “povera” al libro cartaceo

In presenza di disabilità motoria, l’uso fisico del libro può risultare difficile se non impossibile. Può essere quindi utile la “modifica” del libro attraverso spessori o linguette costruite artigianalmente a seconda della persona che li utilizza. Analogamente un irrigidimento delle pagine attraverso plastificazione può portare al medesimo risultato.

 

Accessibilità tecnologica

L’utilizzo di tecnologia per rendere fruibile il libro da parte di persone con disabilità motoria può avvenire anche attraverso strumenti idonei come il voltapagine: uno strumento che permette di sfogliare le pagine attraverso semplici comandi che vengono dati attraverso uno o più sensori (pulsanti). Il ruolo del C.A.T. consiste proprio nella individuazione delle capacità motorie residue della persona, che le permettono di azionare volontariamente il sensore.
In piena era digitale non possiamo non considerare le possibilità offerte dal libro digitale, ovvero dalla versione dematerializzata del libro, utilizzabile sia su personal computer che su strumenti quali ebook reader, pad o smartphone. A questo proposito l’accessibilità al libro diventa parte integrante all’accessibilità allo strumento tecnologico, valutazione che è uno delle missioni principali del C.A.T..

 

Costruzione di “libri multimediali parlanti”

In situazioni di grave disabilità fisica, associata anche a problemi di carattere cognitivo, viene a volte proposto alla persona disabile un libro “personalizzato”, una sorta di presentazione multimediale, all’interno della quale vengono associati immagini e suoni, dove il compito della persona è quello di “mandare avanti” la storia attraverso uno o più sensori. Il ruolo del C.A.T. è quello di supportare gli operatori nella costruzione di questi libri, sia nella pratica sia nelle buone prassi (considerazioni sul tipo di immagini presenti, quantità e qualità dell’audio, ecc.)

 

Il laboratorio “Costruiamo strumenti poveri per la C.A.A.”

Utilizzando e valorizzando i principi della C.A.A. il Centro Ausili propone un percorso laboratoriale per imparare a utilizzare gli strumenti necessari alla costruzione di strumenti “poveri” che possano essere utilizzati all’interno di contesti relazionali ed educativi. Una parte importante del laboratorio verte proprio sulla costruzione del libro personalizzato e/o modificato.

Obiettivo di questo lavoro è quello di far acquisire e sperimentare ai partecipanti le conoscenze di base e gli strumenti concreti necessari per rendere il libro accessibile e fruibile dalle persone con varie tipologie di disabilità. Il laboratorio, e quindi la costruzione e/o la personalizzazione del libro, prevede alcune fasi:

– acquisizione in formato digitale del libro attraverso hardware come scanner o macchina fotografica digitale;

– pulizia del documento dal testo e/o modifica delle immagini qualora fosse necessario semplificarle;

– traduzione in simboli del testo secondo un grado di complessità corrispondente alle competenze della persona;

– ricostruzione delle pagine del libro con immagini e testo precedentemente modificati.

Attraverso la sperimentazione e la realizzazione di questi passaggi, il laboratorio permette ai corsisti di acquisire una prima conoscenza di base degli aspetti informatici necessari alla realizzazione del libro e in modo particolare dei software che si possono utilizzare per la modifica delle immagini e per la traduzione del testo in simboli.

Se attraverso l’attività formativa si forniscono le basi tecniche per la costruzione dei materiali, il C.A.T. mette a disposizione gratuitamente gli spazi e l’attrezzatura necessari per la realizzazione di un libro personalizzato o modificato: computer con i software specifici, scanner, stampante a colori e plastificatrice.

 

Il libro digitale

Un’efficace alternativa al testo cartaceo è rappresentata dal libro digitale. Si tratta infatti di un testo dematerializzato e in formato digitale che conservi in massima parte gli elementi strutturali e rappresentativi dell’oggetto “libro” e che può essere letto per mezzo di un PC o altri strumenti tecnologici

Il libro digitale si presenta con lo stesso assetto grafico del libro in formato cartaceo (copertina, titolo, impaginazione coerente, ecc.) e con una simile unità d’insieme per forma e contenuto.

Se pensiamo al libro digitale come a una semplice trasposizione dal cartaceo al video, non teniamo in considerazione alcuni suoi aspetti peculiari, ovvero la possibilità di inserire collegamenti ipertestuali ad altre parti del libro o a fonti esterne e la possibilità di inserire altri contenuti multimediali come brani audio o video.

Se per molte persone con disabilità il libro è inaccessibile nella sua forma cartacea, il formato digitale del suo contenuto lo rende invece accessibile, per esempio ai ciechi, che possono leggerlo con il loro personal computer, ai dislessici, che possono associare il testo scritto alla lettura con voce sintetica, o agli ipovedenti che possono ingrandire e contrastare i caratteri, come in generale per chi non può nemmeno sfogliare le pagine di un libro.

Il libro infatti non è solo lettura. Richiede un utilizzo in forma attiva attraverso l’interazione con l’oggetto: sottolineatura, sfoglio delle pagine per la ricerca dei contenuti, ecc. Per una persona con disabilità motoria, la possibilità di avere un libro in formato digitale, quindi la possibilità dell’utilizzo del computer attraverso ausili, permette la fruizione completa e autonoma del libro superando gli ostacoli fisici imposti dalla disabilità.

 

Il libro digitale a scuola: un’esperienza

La legge 4/2004, nota anche come Legge Stanca, ha riconosciuto ufficialmente il diritto alla fornitura dei libri scolastici digitali per gli alunni con disabilità e per i loro insegnanti. Purtroppo ancora oggi l’acquisizione di questo materiale non risulta di così facile attuazione, lasciando alla creatività e allo spirito di iniziativa delle persone interessate la possibilità di ottenere e creare il libro in formato digitale.

Audrey è una bambina di 10 anni affetta da paralisi cerebrale infantile. Frequenta la scuola Primaria e utilizza il personal computer in classe come strumento di lavoro seguendo la normale programmazione didattica.

Per darle massima autonomia nella fruizione dei libri di testo, si è sperimentato l’utilizzo della copia digitale con cui lei può interagire attraverso apposito software.

Audrey ha quindi ora la possibilità di lavorare sul libro digitale potendo intervenire sulle pagine in maniera autonoma con il minimo aiuto degli insegnanti o dell’educatore. Questo le permette un approccio autonomo alla lezione didattica e una gestione personale dei tempi e dei modi dell’apprendimento.

Questo risultato è stato possibile grazie alla buona collaborazione e integrazione di ruoli e competenze tra la famiglia, gli insegnanti, gli operatori e i tecnici che, nonostante le difficoltà concrete per l’acquisizione dei testi, hanno raggiunto il loro obiettivo attraverso alcuni passaggi fondamentali:

– scansione delle pagine del libro e trasformazione in PDF (o in formato gestibile da apposito software);

– creazione di zone interattive;

– configurazione del software per interagire sulle zone interattive.

In questo contesto Audrey può lavorare sulla versione digitale del libro in maniera analoga ai compagni che utilizzano la versione cartacea.

 

Per saperne di più:

L’accesso al C.A.T. è gratuito e su appuntamento. Tel. 051/659.77.11 – info@ausilioteca.org

www.ausilioteca.org.

Link utili:

L’esperienza di Chiara: http://digilander.libero.it/chiara.ca/index.htm

La sezione Italiana di ISAAC (Società Internazionale per la CAA): www.isaacitaly.it/

Libri digitali per la scuola: www.libroaid.it

16. I libri “su misura”

Antonella Costantino è Neuropsichiatra Infantile e dirige il Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa (CSCA) e l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (UONPIA) della Fondazione IRCCS “Ca’ Granda” Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. È responsabile scientifico del progetto “Supporto nelle gravi disabilità della comunicazione in età evolutiva” della Regione Lombardia. Ha pubblicato Costruire libri e storie con la CAA. Gli IN-Book per l’intervento precoce e l’inclusione (Trento, Erickson, 2010). Le abbiamo chiesto di parlarci di CAA e di libri.

Cos’è la CAA? Chi la può utilizzare?
La Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) è “ogni comunicazione che sostituisce o aumenta il linguaggio verbale”. Potremmo dire che un sistema di CAA è una specie di “decodificatore immediato continuo” tra il sistema di comunicazione dell’altro e il nostro. Possono essere codificati i segnali esistenti – utilizzando tutte le competenze dell’individuo e includendo le vocalizzazioni o il linguaggio verbale residuo, i gesti, i segni – o essere utilizzati sistemi di simboli o di immagini, in cui tutte le figure usate hanno scritta sopra la parola che rappresentano, per renderle comprensibili anche al partner comunicativo.
La CAA nasce dalle necessità comunicative di persone con gravi problemi motori e sviluppo cognitivo nella norma, ed estende il proprio campo di intervento a disabilità molto differenti che possono coinvolgere l’intenzionalità comunicativa (disturbi autistici), le componenti espressive e motorie del linguaggio, la comprensione linguistica o più spesso avere componenti miste. In Italia, sono circa 50.000 le persone tra 0 e 18 anni che potrebbero beneficiare di un intervento di CAA.
Non ci sono prerequisiti per l’intervento, e nel bambino andrebbe attivato appena possibile, per evitare che le difficoltà di comunicazione si ripercuotano negativamente sullo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. L’intervento di CAA ha anche un ruolo importante nel prevenire la comparsa di disturbi del comportamento, particolarmente frequenti tra le persone con difficoltà della comunicazione.

Libri modificati, libri personalizzati: differenze e utilizzo. Libri per tutti?
La lettura ad alta voce di libri illustrati da parte di un adulto è ormai ampiamente riconosciuta come un’esperienza fondamentale per i bambini fin dai primi mesi di vita: sostiene lo sviluppo emotivo e contemporaneamente quello linguistico e cognitivo. Molti sono i progetti internazionali e italiani al riguardo, tra cui ricordiamo “Nati per Leggere”.
Le prime volte, i bambini non capiscono tutto quello che viene loro letto o detto. Ma ascoltando più volte la stessa storia, pian piano ne dipanano i passaggi e le sfumature, grazie alle illustrazioni, alla conoscenza del contesto, al modo con cui l’adulto legge, al gioco del leggere e rileggere. L’ascolto dei libri permette un’esposizione a frasi un poco più complesse di quelle che si usano nel parlato e a un vocabolario più ampio ma fortemente legato al contesto della storia, oltre che ricco di emozioni. In presenza di una disabilità complessa e della comunicazione, si è portati a utilizzare un linguaggio meno interattivo di quello utilizzato con i coetanei, più direttivo e povero di contenuti, con domande chiuse e risposte già note e quindi meno adatto per l’apprendimento della lingua. In molti bambini con disabilità, la comprensione linguistica costituisce un elemento critico, spesso erroneamente considerato un problema di comprensione intellettiva. Certamente ci sono bambini che possono non capire perché non ce la fanno dal punto di vista cognitivo, ma molti bambini non capiscono perché non comprendono la sequenza delle parole, un po’ come succede a noi con una lingua straniera quando ancora la conosciamo poco.
I bambini con disabilità, soprattutto complessa e della comunicazione, sono dunque quelli che potrebbero avere i maggiori vantaggi dall’essere esposti molto precocemente alla lettura ad alta voce. Sono proprio quelli, invece, a cui si legge meno e più tardi e per i quali non si trovano mai libri adatti.
Da circa 15 anni abbiamo cominciato a costruire libri “su misura” per bimbi con disabilità della comunicazione, con il testo completamente tradotto in simboli. Il libro illustrato deve infatti essere “su misura” per il bambino, perché possa agganciarsi e appassionarsi alla voce narrante, al ritmo, al calore, alla presenza e ricchezza delle emozioni, perché possa assaporare, nella condivisione del libro, l’attenzione dedicata e completa dell’adulto, la sua capacità di ascoltare mentre si fa ascoltare, la capacità di interrompere un attimo prima di quando potrebbero comparire i primi segni di stanchezza del piccolo, la disponibilità a leggere e rileggere più e più volte. Nel caso del bimbo con disabilità della comunicazione, può essere necessario adattare molti aspetti: contenuto, modo di leggere, grafica e immagini, struttura della frase, testo, struttura fisica.
È possibile partire da un libro illustrato già esistente e modificarlo per renderlo accessibile (libro modificato), oppure si possono anche creare libri che siano completamente ex novo e su misura per “quel” bambino (libro personalizzato). La “gratuità” è elemento essenziale: è importante cioè che l’adulto legga senza pretendere nulla in cambio, senza “interrogare” il bambino, o cercare di verificare cosa ha colto della lettura che è stata condivisa.
Elemento caratteristico dei libri “su misura”, modificati o personalizzati, è l’adattamento del testo ai bisogni specifici del bambino, e la sua “traduzione” in simboli. I simboli sono uno degli elementi fondamentali della CAA, rappresentano una vera e propria seconda lingua visiva che affianca quella uditiva. Sono sempre composti da un’immagine grafica, dalla parola alfabetica scritta in alto, da un sottile bordo che tiene insieme le due. La persona che usa la CAA riconosce l’immagine, il partner comunicativo la parola. Nella lettura ad alta voce dei libri “su misura”, l’adulto indica uno per uno i simboli che compongono la frase, senza rallentare la lettura e mantenendone la vivacità. Può così sostenere l’ascolto del bambino con l’accompagnamento della “lingua visiva”, che facilita l’attenzione e la comprensione di quanto si ascolta.

Cosa significa IN-Book? Qual è il cambio di prospettiva?
L’utilizzo di libri “su misura” ha cambiato il nostro modo di lavorare in CAA. Da un lato ci ha aiutati a focalizzare l’importanza della comunicazione in entrata, prima che in uscita, e dall’altro ci ha permesso di trovare modi per rendere più “naturale” l’uso della CAA nei contesti di vita. Capire come usare i libri è infatti abbastanza semplice e intuitivo e può facilitare molto il passaggio, sia per i bimbi che per il loro contesto, verso altri strumenti di CAA come tabelle e ausili. 
Inoltre, in modo un po’ inaspettato, i libri in simboli hanno cominciato a circolare spontaneamente nelle scuole materne, nelle biblioteche e in molti altri contesti e sono così diventati patrimonio di tutti i bambini. Sono prima di tutto piaciuti, hanno appassionato, sono stati contesi, hanno permesso contemporaneamente condivisione e autonomia. Ci siamo accorti che sono serviti a tutti i bambini per crescere, per capire meglio il linguaggio, per parlare, per condividere l’attenzione, per aumentare la capacità di ascoltare, per scoprire come si può comunicare con alcuni compagni e per molte altre cose. In particolare, sono stati preziosi per sostenere in modo naturale quei bambini che per diversi motivi hanno maggiori difficoltà con il linguaggio e con l’ascolto: bambini con disturbo di linguaggio o di attenzione, bambini migranti e molti altri.
Non sono quindi più solo strumenti “su misura” per bambini con disturbo complesso della comunicazione, ma sono diventati “IN-Book”, strumenti per l’inclusione di tutti i bambini, nella direzione di una “speciale normalità”, da condividere, da scambiare, da mettere a disposizione in piccole biblioteche di classe, nell’ambito delle quali non è più necessario “costruire” su misura, perché come per tutti i bambini si può “scegliere” su misura tra i molti a disposizione.

La costruzione di questi libri. I laboratori, la collaborazione con il territorio e le famiglie.
I libri “su misura” vengono costruiti attraverso la partecipazione a uno specifico “laboratorio” molto pratico, che è attualmente è composto da due giorni consecutivi di formazione in aula, per un totale di circa 16-18 ore, seguiti da 3-4 mesi di formazione a distanza e da un giorno di laboratorio libri avanzato, di nuovo in aula. Unico requisito per poter partecipare è avere già seguito qualche tipo di formazione introduttiva alla CAA. Pur mantenendo un impianto di lavoro in piccolo gruppo, i partecipanti del laboratorio sono passati dai 15 del 2003 a circa un’ottantina, grazie alla possibilità di coinvolgere 4-5 formatori. I partecipanti sono organizzati in 10 piccoli gruppi, ognuno dei quali si confronta intorno a un bambino reale (anche se non fisicamente presente) e prevede fino a 8 componenti: almeno un genitore, almeno un insegnante, almeno un operatore sanitario che conoscono il bambino, mentre gli altri componenti del piccolo gruppo possono far parte del contesto di vita del bambino oppure no. Si tratta di un’importante percorso di condivisione e partecipazione in cui operatori, familiari e insegnanti coinvolti nella vita del bambino possono sperimentare insieme, a partire dai passaggi necessari per costruire i libri “su misura”, una graduale assunzione di ruoli che consentirà maggiori probabilità di successo nel proseguimento successivo dell’intervento.  
L’intervento di CAA non si rivolge infatti soltanto al bambino ma anche a tutte le persone che interagiscono con lui, in un’ottica di progressiva assunzione di competenze da parte del contesto di vita, che possa così soddisfare nel tempo i bisogni comunicativi in continuo cambiamento del bambino. L’obiettivo è costruire un sistema flessibile su misura, da mettere in campo in tutti i momenti e luoghi della vita poiché la comunicazione è per ognuno di noi necessaria e indispensabile in ogni momento. Il modello di intervento viene definito come “basato sulla partecipazione”, in primo luogo perché l’obiettivo è facilitare la comunicazione significativa e la partecipazione della persona nelle attività della vita quotidiana e nella società, nel significato dato al termine dall’ICF (OMS, 2001). In secondo luogo, perché la partecipazione attiva del ragazzo, della famiglia e del contesto di vita è necessaria e indispensabile nel momento della valutazione in quanto “migliori esperti” del funzionamento comunicativo e dei bisogni emergenti. In terzo luogo perché implica la continua costruzione e negoziazione di un progetto su misura per quel ragazzo e quella famiglia in quel contesto e in quel momento della loro storia, intorno al quale vi sia pieno consenso di tutti coloro che sono coinvolti.
È per questo che il percorso di CAA del Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa inizia proprio a partire dal “laboratorio libri” che diventa il terreno in cui cominciare a costruire la collaborazione e l’ascolto reciproco. Negli ultimi due anni, in modo davvero inatteso, è avvenuta la trasformazione dai libri su misura verso gli  IN-Book. La loro presenza nelle biblioteche e nelle scuole dell’infanzia ha modificato profondamente il nostro modo di lavorare in CAA e sta cambiando la cultura del territorio, facilitando l’inclusione di tutte le possibili diversità. Sembra che gli IN-Book possano rappresentare degli importanti facilitatori dello sviluppo dei bambini. È importante ora cercare di capire meglio se è vero e perché. E come sostenere e diffondere un uso così diverso da quello per cui erano nati.

15. I bambini con sordità e la lettura: analisi di un problema

Da più di 10 anni anche in Italia si moltiplicano le iniziative che promuovono la lettura ad alta voce con bambini in età prescolare, nella consapevolezza che questa esperienza, oltre a creare le basi per l’abitudine alla lettura, migliora la relazione tra genitori e bambino e ha un effetto positivo sul suo sviluppo linguistico, favorendo la comprensione della lingua e potenziando la conoscenza lessicale (1). I bambini con sordità, tuttavia, che trarrebbero un grandissimo vantaggio da un’esposizione precoce alla lettura, rischiano spesso di essere esclusi da questa importante esperienza, per ovvie ragioni legate al loro danno uditivo, ma non solo.
Da un lato, infatti, la sordità ostacola o impedisce (a seconda della severità del danno uditivo) la ricezione del segnale acustico, anche di tipo linguistico; l’ascolto di una storia, lungi dal risultare un’esperienza gratificante, naturale e spontanea, si rivela quindi un’operazione difficoltosa e complicata che non permette al bambino sordo di scoprire, ad esempio, che il libro contiene un testo, che questo contiene informazioni e che queste informazioni si ottengono leggendo. In realtà, riconoscendo che per i bambini con deficit dell’udito la lettura è un obiettivo prioritario, per compensare l’impossibilità di vivere l’ascolto di una storia alcune realtà educative favoriscono sistematicamente il rapporto precoce con l’oggetto-libro secondo metodologie innovative ed efficaci.
D’altro canto, l’accessibilità al libro non garantisce quella al testo: se così fosse, ogni ostacolo cadrebbe per incanto nel momento in cui ogni singolo bambino sordo impara a leggere. In assenza di un disturbo specifico rispetto al compito di lettoscrittura, molti bambini imparano a leggere e a scrivere, ma non capiscono quanto leggono, e la comprensione autonoma di un testo resta spesso per loro un obiettivo irraggiungibile. Osserviamo le difficoltà di questa ragazza di 14 anni:

Mara era una bambina piena di paure… Per il suo compleanno la sua madrina le regalò uno scialle rosso ricamato con fili d’oro, dicendole – E’ uno scialle magico, chi lo indossa perde ogni paura!”.

Logogenista: Cosa regala la madrina?
Alunna: La madrina regala uno scialle rosso
Logogenista: Perché la madrina regala lo scialle rosso?
Alunna: Perché c’è il compleanno di Mara
Logogenista: La madrina poteva regalare un libro, una penna, un fiore. Perché sceglie lo scialle?
Alunna: Perché lo scialle è magico
Logogenista: Che magie fa?
Alunna: Fa i fili d’oro

In questo caso, le difficoltà di comprensione vanno ricondotte agli effetti che la sordità preverbale può avere sull’acquisizione della lingua storico-orale, in particolar modo nell’area della morfosintassi. Quando nel bambino il deficit uditivo determina un handicap linguistico, gli è precluso non solo quanto non sente per i limiti del suo apparato uditivo, ma anche quanto non capisce del testo scritto per i limiti della sua competenza linguistica. Avendo ben chiara questa doppia difficoltà, una legata al danno uditivo e l’altra al problema linguistico, Bruna Radelli, ideatrice della Logogenia (2), affermava che il bambino con sordità dovrebbe poter avere sempre a disposizione “un tavolo pieno di libri, da sfogliare, annusare, provare, prendere e lasciare” e rifletteva su come creare testi ad hoc per bambini e ragazzini, molto ricchi nella struttura sintattica e del tutto privi, invece, di figure.
Nel mondo della scuola, invece, spesso si preparano testi ad hoc per il bambino sordo che hanno caratteristiche opposte: ricchi di figure, densi di contenuti scolastici importanti e semplificati, ma impoveriti nella struttura sintattica. In effetti, i ritmi della scuola richiedono agli allievi con sordità uno sforzo maggiore rispetto agli udenti, dato che a loro è richiesto di sapere anche quello che non possono udire né capire attraverso la lettura autonoma. Per l’apprendimento dei contenuti didattici risultano dunque cruciali sia la mediazione linguistica condotta dall’insegnante di sostegno e dall’assistente alla comunicazione sia il loro lavoro di riduzione e semplificazione dei testi, spesso arricchiti di schemi e disegni. La rimozione delle difficoltà linguistiche del testo di fatto ovvia sul momento all’incapacità del bambino di accedervi autonomamente, ma naturalmente non risolve il problema. Col tempo, anzi, questa strategia rischia di consolidare l’idea che si legga per eseguire un compito, per imparare una nozione e non per capire e, soprattutto, mai per il piacere di farlo e di scoprire autonomamente cose nuove, magari lontanissime da quelle insegnate a scuola. Inoltre, il filtro creato dalla mediazione linguistica può generare una sorta di dipendenza che non porterà l’alunno a essere autonomo nella comprensione spontanea di un qualsiasi testo (e quindi, per questo, semplicemente, non leggerà mai nulla).
Le cose non devono tuttavia per forza andare così: il bambino con sordità può essere condotto a un’esperienza personale e non mediata di lettura che ne garantisca il piacere, principale motivazione del continuare a leggere. In logogenia, ad esempio, sviluppiamo percorsi specifici che non rimuovono le difficoltà dal testo, ma offrono ai bambini coinvolti gli strumenti linguistici per superarle: si crea un ponte tra il bambino e il testo, ma il testo viene lasciato così com’è, con le sue luci e le sue ombre, con la sua ricchezza e con la sua complessità. Allo stesso tempo, cerchiamo di diffondere tra gli operatori, con corsi e seminari, una modalità di lavoro che accompagni il bambino alla scoperta delle informazioni del testo, sia quelle esplicite sia quelle che restano implicite per ragioni sintattiche o in quanto frutto di inferenze. Guidato e sostenuto da domande mirate che portano continuamente la sua attenzione al testo, il bambino arriva a capire autonomamente quanto legge e la scoperta stessa di poter capire è una fonte di gratificazione che lo incoraggia a perseverare nel compito. Osserviamo la comprensione e le capacità di inferenza di questa bambina sorda di 10 anni:

“Oh, se è per questo – risponde l’autista – ho anche un elefante sul balcone, ma non so se potrò tenerlo, perché si soffia il naso con le lenzuola della signora Teresa”.

Logogenista: Chi ha un elefante?
Bambina: L’autista
Logogenista: Dove ha un elefante?
Bambina: Ha un elefante sul balcone
Logogenista: Cosa non sa l’autista?
Bambina: Se può tenerlo
Logogenista: Perché l’autista forse non può tenere l’elefante?
Bambina: Perché l’elefante si soffia il naso con le lenzuola della signora Teresa Logogenista: Dove sono le lenzuola della signora Teresa?
Bambina: Non c’è scritto
Logogenista: È vero, non c’è scritto, ma puoi capirlo.
Bambina: Io penso che c’è un’altra casa vicina e con il poggiolo vicino a un altro poggiolo che c’è l’elefante. Le lenzuola della signora Teresa sono sul poggiolo.
Logogenista: Perché le lenzuola della signora Teresa sono sul poggiolo?
Bambina: Perché prima erano bagnate
Logogenista: E dopo?
Bambina: Sono asciutte
Logogenista: Perché si asciugano?
Bambina: Perché c’è un bel sole

 

Il testo e il libro possono dunque rivelarsi un prezioso alleato, possono diventare la sua àncora di salvezza, una via di fuga o una vera patria, insomma possono essere tutto ciò che sono per un udente e probabilmente anche di più, visto che in parte possono sostituire l’esperienza orale della lingua. La lettura infatti, in questo modo, diventa una stimolazione linguistica che compensa i limiti di esposizione agli input imposti dalla sordità, e fa sì che il leggere si trasformi in una meravigliosa esperienza di autonomia e di scoperta.

Per maggiori informazioni:
d.musola@logogenia.ite.franchi@logogenia.itwww.logogenia.it

  1. Musola, La comprensione del testo in Logogenia, in “Disabilità uditiva e scuola nella società globalizzata. Dai bisogni alle strategie di intervento: metodologie a confronto in un’ottica europea”, Atti del 50° Convegno AIES, Siena, Cantagalli, 2005.
    E. Franchi, D. Musola (a cura di), La logogenia come strumento di indagine dell’autonomia linguistica dei sordi in italiano: metodo e primi risultati, Cafoscarina, Venezia (in stampa).

    NOTE
    (1) Dal 1999 anche l’Italia partecipa al progetto Nati per Leggere, a cura dell’Associazione Culturale Pediatri e dell’Associazione Italiana Bibliotecari. Per maggiori informazioni si veda il sito www.natiperleggere.it.
    (2) B. Radelli, Nicola vuole le virgole. Dialoghi con sordi: introduzione alla Logogenia, Bologna, Decibel-Zanichelli, 1998.

14. I libri senza parole

Libri e sordità, libri e bimbi con deficit dell’udito.

Ecco i binomi che mi hanno portata alla scoperta dei “libri senza parole”.

Per quanto riguarda la mia personale passione per i libri devo ringraziare mia madre, penso me l’abbia trasmessa col latte materno, non l’ho mai vista senza un libro in mano.

Perché leggere? Perché permette di viaggiare nel tempo e nello spazio, d’incontrare altri, di ampliare il proprio punto di vista, perché aiuta a pensare…

Perché le persone con sordità, in particolare, devono leggere il prima possibile e il più possibile?

Perché la lettura è un canale privilegiato d’immersione nella lingua italiana per chi ha difficoltà uditive, perché dà accesso a un mondo d’informazione altrimenti proibito.

Lavoro attualmente come assistente alla comunicazione nell’ambito del progetto “Vivilis”, giovane progetto di bilinguismo all’interno dell’Istituto comprensivo Jacopo Barozzi di Milano.

Dalla scuola materna alla scuola media gli alunni sordi sono affiancati da un’assistente alla comunicazione che traduce in LIS tutti i contenuti, didattici e non, della vita scolastica; è inoltre presente un educatore sordo che svolge laboratori di lingua dei segni italiana per le classi facenti parte del progetto, infine insegnanti e assistenti possono svolgere periodici corsi di formazione di lingua e didattica specifica.

In questo contesto incontro i bimbi con cui lavoro, 3 anni, sordi segnanti, per i quali la Lingua dei Segni Italiana è la prima lingua, la lingua madre.

Mi confronto con la mia collega, anche lei assistente alla comunicazione alla scuola materna: quali sono gli obiettivi primari per  bimbi così piccoli, propedeutici anche ai loro studi futuri?

Assieme troviamo questa risposta: lo sviluppo dell’attenzione visiva e l’esposizione alla parola scritta.

Per entrambe gli obiettivi i libri risultano preziosi.

Come “segugi” nelle librerie milanesi, la mia collega e io troviamo degli stupendi libri senza parole.

I libri senza parole sono immediatamente accessibili ai bambini piccoli poiché l’immagine stessa è narrativa, possono leggerli da soli.

Potrei dividere i libri trovati e utilizzati fino ad ora in tre categorie.

Capostipite della prima categoria è L’ombra di Suzy Lee (Mantova, Corraini, 2010).

Il volume ha una grafica stupenda e una narrazione aperta che stimola la fantasia, l’attenzione visiva e la capacità astrattiva e creativa del bambino. Presenta la scena e l’ombra della stessa, il bambino gioca a cogliere i particolari della scena e simmetricamente dell’ombra ma… attenzione! A un certo punto in uno dei due mondi le cose cominciano a trasformarsi!

La seconda categoria è capitanata da Basta pannolino di Emanuela Nava (Roma, Lapis, 2009), che fa parte della collana “I senza parole”. Dall’immagine elementare, sono libri di facile comprensione per il bambino poiché narrano di esperienze per lui contingenti, trattano temi quali la prima pappa, il momento di togliere il pannolino, ecc.

A simboleggiare la terza categoria è Solo tu mi vedi di Clara Sabrià e Mabel Piérola (Roma, Lapis, 2004), sempre della collana “I senza parole”, che ha una bella grafica e immagini dense, ricche di particolari tutti da scoprire.

Spesso si addita il mondo contemporaneo come “mondo dell’apparenza, dell’immagine”. Riguardo a questo, azzardo la seguente questione: educare i bambini all’immagine, avvicinandoli da subito al bello, a fare attenzione a cosa vedono, a sapere che l’immagine esattamente come la parola è narrazione e nel frattempo appassionarli all’oggetto libro, potrebbe avere un valore culturale?

Ho incontrato i “libri senza parole” pensando ai bambini che seguo a scuola ma… servono solo a loro?

Come sempre, la disabilità, la differenza più spiccata di alcuni è un’occasione di crescita per tutti!

13. Rallentare la pagina per velocizzare la lettura

Laura Russo è una delle responsabili della collana “leggimi!” della casa editrice Sinnos, nata nel 1990 come cooperativa, nel carcere di Rebibbia. Dai servizi di prestampa per case editrici amiche ai primi libri il passo è stato breve. Così Sinnos ha iniziato presto a parlare di diritti e di intercultura, in un periodo in cui dedicarsi a questi temi sembrava ancora un’attività originale e stravagante.
Intercultura, tante lingue diverse, diritti, educazione al rispetto dell’altro e dell’ambiente che ci circonda, attenzione ai fenomeni dell’emarginazione, coloratissimi albi illustrati, romanzi, storie, racconti, saggi. Sono queste le parole chiave che caratterizzano le scelte editoriali, rivolte soprattutto ai bambini e ai ragazzi, ma con alcuni segni dedicati agli adulti e ai “giovani adulti” perché non perdano l’abitudine di pensare e di osservare criticamente il mondo.

 

Il 18 ottobre scorso è stata finalmente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Legge n. 170 che riconosce la dislessia e altri disturbi specifici dell’apprendimento e definisce le tappe del percorso diagnostico-formativo di studenti con DSA attraverso l’utilizzo di strumenti dispensativi e compensativi. Si tratta di un primo passo in avanti verso un giusto riconoscimento di un problema che in passato è stato sostanzialmente sottovalutato.

Solo di recente nel nostro paese si è cominciato a riflettere con maggiore attenzione sulla dislessia, il disturbo dell’apprendimento con maggiore incidenza (circa il 5-7%) nella popolazione scolastica. La percentuale registrata tuttavia non descrive interamente il fenomeno poiché non tutti i casi di dislessia vengono riconosciuti e diagnosticati e non hanno quindi rilevanza statistica.

Alla scarsa sensibilità istituzionale nei confronti del problema corrispondeva fino a qualche anno fa anche un vuoto in campo editoriale. Se è vero infatti che in Italia esistevano già tutta una serie di supporti didattici e terapeutici per ragazzi con difficoltà di lettura, non erano ancora stati creati libri di narrativa dedicati loro.

Ecco perché le case editrici Sinnos e biancoenero hanno deciso di creare “leggimi!”, la prima collana di narrativa in Italia per ragazzi con difficoltà di lettura.

Sono solo ragazzi dislessici ad avere difficoltà di lettura? Quali categorie di lettori possono trarre vantaggio da libri più facili da leggere?
Ad avere difficoltà di lettura non sono solo i ragazzi con un DSA ma anche quelli con difficoltà di tipo sensoriale come per esempio i bambini ipoacusici o quelli con difficoltà cognitive. Insieme a loro possono trovarsi a disagio con le pagine di un libro anche tutti quei ragazzi non di madre lingua italiana sempre più numerosi nel nostro paese. A questi infine dobbiamo aggiungere tutti quelli che, pur non avendo difficoltà riconosciute, vengono semplicemente definiti “lettori pigri”, tutti quei ragazzi cioè che smettono di leggere, o semplicemente non hanno l’abitudine a farlo, perché per loro la lettura non è un’esperienza gratificante. Accade infatti abbastanza di frequente che potenziali giovani lettori non sviluppino interesse per i libri in giovane età e rimangano poi sostanzialmente alieni alla lettura anche da adulti.
Solo per inciso, vogliamo qui velocemente ricordare l’allarme lanciato già da tempo anche da Tullio De Mauro relativamente a sacche sempre più vaste di popolazione a rischio di analfabetismo: cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura.

Parlaci della collana “leggimi!”

Proprio avendo presente questo rischio di analfabetismo di ritorno abbiamo affrontato la sfida della nuova collana “leggimi!”.

Partendo dal confronto con le esperienze editoriali di altri paesi, abbiamo iniziato a elaborare il nostro progetto, avvalendoci anche della preziosa collaborazione di esperti del settore. Sandra Beronesi, logopedista che si occupa di educazione delle sordità, Lucia Diomede, terapista della neuro-psicomotricità dell’età evolutiva presso il dipartimento di Scienze Neurologiche dell’ Università la Sapienza, Roberta Penge, neuropsichiatra infantile presso lo stesso dipartimento, impegnata a lungo anche come presidente dell’AID (Associazione Italiana Dislessia) e Andrea Villarini, professore associato di Didattica delle Lingue Straniere presso l’Università per Stranieri di Siena.

Cardine della nostra progettazione è stata una riflessione apparentemente scontata che è poi diventata fulcro della collana: chi si appassiona a una storia, legge più speditamente e facilmente perché vuole sapere come va a finire! E se questo è vero per tutti, lo è anche per chi ha difficoltà di lettura.

Di solito ai bambini e ai ragazzi che fanno fatica a leggere vengono proposti libri destinati a una fascia d’età inferiore, con il risultato di annoiarli e farli sentire a disagio, perché sia le storie che l’aspetto del libro non sono adeguati alla loro età.

Abbiamo quindi pensato che il nostro primo impegno dovesse essere una collana che proponesse racconti “giusti” per la fascia d’età a cui ci rivolgevamo (9-11 anni), con storie appassionanti e divertenti, presentate però con quegli accorgimenti (sintattici e tipografici) che potessero facilitarne la lettura.

Non avevamo esempi italiani da seguire quindi la prima fase del lavoro è stata prevalentemente progettuale e ideativa.

Successivamente siamo passate a una fase di verifica sul campo. I “prototipi” sono stati fatti leggere a bambini con difficoltà di lettura e ogni suggerimento o osservazione fornita dai ragazzi è stata accolta e utilizzata per apportare modifiche e aggiustare così il tiro.

Grazie al lavoro con le nostre consulenti e alla indispensabile partecipazione di molti giovani lettori abbiamo messo a fuoco le linee guida della nostra collana, nonché individuato tutti quegli accorgimenti che consentono al lettore di superare quelle che – per chi ha difficoltà di lettura – sono delle vere e proprie barriere tipografiche. Il nostro obiettivo era rallentare la pagina per velocizzare la lettura.

Abbiamo quindi scelto di proporre testi semplificati dal punto di vista sintattico, che non vuol dire utilizzare una lingua povera, ma solo pianificare una struttura sintattica più semplice e graduare l’introduzione delle parole meno ricorrenti nella lingua e conosciute. Si è stabilito di privilegiare una progressione sequenziale degli eventi e di suddividere la narrazione in capitoli brevi arricchiti da chiare e frequenti immagini che alleggerissero il corpo del testo e ne facilitassero la comprensione.

L’innovazione più massiccia è comunque avvenuta sicuramente nell’ambito del layout.

La sfida che avevamo di fronte era quella di creare libri non dissimili dagli altri libri in commercio per la stessa fascia d’età allo scopo di non discriminare i giovani lettori e non farli sentire a disagio. Non creare cioè quell’effetto che in inglese viene definito “patronizing” e far sentire il lettore diverso perché deve confrontarsi con libri “speciali” creati per diversi.

Pensiamo di esserci riusciti: aprendo una pagina qualunque di uno dei libri di “leggimi!” apparentemente non vi sono differenze palesi rispetto a una pagina di un qualunque altro libro analogo. Ma dietro di essa c’è molto lavoro!

 

Quali sono le caratteristiche tecniche di questi libri?

Tre sono gli aspetti principali che distinguono le pagine dei nostri libri.

Un nuovo font (leggimi.oft) è stato appositamente studiato per ridurre al minimo gli effetti di confusione che derivano dalla lettura di alcune lettere, come le speculari d-b, p-q, e quelle che si assomigliano per forma e andamento delle linee – come la a, la o e la e – che sono state differenziate al massimo lavorando sulle grazie e sull’orientamento degli ovali. Si è lavorato anche sulla spaziatura fra i caratteri (pari quasi alla loro larghezza) e tra le linee di testo (interlinea doppia).

Le tradizionali procedure di impaginazione e sillabazione sono state eliminate: il testo non è giustificato a destra ma la frase segue con l’andata a capo il ritmo del racconto; le parole poi non vengono mai spezzate per non interrompere il flusso naturale della lettura.

Infine la carta. I testi della collana sono stampati su carta color avorio e opaca che non stanca la vista ed è sufficientemente pesante per evitare effetti di trasparenza della stampa.

Queste le caratteristiche tecniche della collana, il resto lo hanno fatto l’entusiasmo delle persone che hanno lavorato alla realizzazione di questo progetto e tutti i giovani lettori che ci hanno aiutato a metterlo a punto.

È stato subito chiaro per tutte noi che “leggimi!” è andata a colmare una lacuna reale.

I riscontri sono stati numerosissimi e immediati.

Genitori, insegnanti, ma soprattutto giovani lettori ci scrivono interessati; la più importante associazione che si occupa di dislessia sul territorio italiano, l’AID, ha accolto con favore la pubblicazione dei nostri libri.

Tutto questo è molto incoraggiante e gratificante e ci è di massimo aiuto nel nostro lavoro perché ci consente, di volta in volta di recepire commenti e osservazioni utilissime per offrire libri sempre migliori.

Infine un ultimo riscontro ricevuto dalle terapeute che usano i nostri libri: sono sempre di più i lettori di “leggimi!” che non concentrano la loro attenzione – come di solito avviene – sulle difficoltà che hanno incontrato nella lettura, ma entrano nel merito del racconto, si appassionano alla storia e vogliono arrivare fino alla fine.

E questo è senza dubbio il riscontro più gratificante che speravamo di ottenere: restituire a tanti bambini, finora esclusi o lontani dalle pagine di un libro, il piacere della lettura.

 

Per saperne di più: www.sinnoseditrice.org

12. Pagine amichevoli per “lettori riluttanti”

Irene Scarpati è direttore editoriale di biancoenero edizioni, una casa editrice indipendente nata a Roma nel 2005. La casa editrice riprende idealmente l’esperienza degli anni ’70 della biancoenero edizioni d’arte, di cui ha voluto mantenere lo spirito di sperimentazione e ricerca. Il suo piano editoriale trova nel concetto di accessibilità il cardine dei progetti e delle collane di arte e narrativa. Nascono così i suoi progetti di lettura per ragazzi, che sono essenzialmente progetti di integrazione, per incoraggiare alla lettura anche chi, per un motivo o per un altro, fa fatica a leggere.

 Come e perché nasce una collana di narrativa per i bambini dislessici?
Il perché è semplice: una piccola casa editrice deve pensare la sua linea editoriale cercando di intercettare bisogni non soddisfatti, spazi non esplorati dell’offerta editoriale.
In Italia, al contrario di altri paesi europei, testi di narrativa per bambini con difficoltà di lettura non esistevano.
“leggimi!”, la nostra prima collana, è nata dall’incontro di biancoenero edizioni con la Sinnos editrice, è stato un progetto comune.

Quali sono le caratteristiche di un libro per bambini dislessici?
Va fatta una premessa: ai bambini con difficoltà di lettura si propongono libri adatti a una fascia d’età inferiore, perché più semplici. Il nostro primo obiettivo è stato invece quello di proporre delle storie che fossero adatte alla fascia d’età cui ci rivolgevamo, storie divertenti, piacevoli, che valesse la pena pubblicare.
Poi naturalmente ci sono tutti quegli accorgimenti sintattici e tipografici che agevolano la lettura, che da tempo sono stati codificati e che noi abbiamo messo a punto assieme a esperti.
Il carattere di stampa è stato appositamente studiato per i bambini dislessici, differenziando le lettere speculari (quelle che fanno fare maggiore confusione: d-b, p-q, etc.) e accentuando ascendenti e discendenti rispetto all’occhio medio del carattere.
L’impaginazione lascia una lunghezza irregolare delle righe (non giustificate a destra) in modo che queste possano seguire il ritmo della narrazione. Inoltre, in questo modo, non si spezzano le parole per andare a capo.
Infine, la spaziatura dei paragrafi e delle battute di dialogo: un modo per rendere la pagina più leggera e amichevole, perché ci siano dei “traguardi” facilmente raggiungibili.
Per quanto riguarda l’aspetto sintattico, un’attenzione particolare è rivolta al soggetto dell’azione, che deve essere sempre ben chiaro, eliminando tutte quelle possibili ambiguità che sono spesso presenti nei testi e che, per un lettore insicuro, sono ostacolo e motivo di ulteriore insicurezza.
Infine si cerca di limitare la concentrazione di “parole difficili”, perché l’arricchimento lessicale sia graduale e calibrato. Semplicità ma non impoverimento.

E per i ragazzi più grandi?
Biancoenero ha aggiunto poi altre collane, per raggiungere anche altre fasce d’età. La collana “Raccontami”, per esempio, raccoglie i classici della letteratura per ragazzi. Vede applicati gli stessi criteri sintattici e tipografici, ma adattati a lettori più grandi.
È importante infatti che i nostri libri siano per tutti e che anche il loro aspetto non li costringa in una sorta di “ghetto”, trasformandoli in una specie di strumento terapeutico.
“Raccontami” inoltre ha un CD audio, non tanto per aiutare la lettura, quanto per far recuperare quegli elementi – ritmo e intonazione – che, chi ha difficoltà di lettura, ha interiorizzato meno.
Ed è appena uscita “Grandi!”, collana per giovani-adulti. Una narrativa diversa, di tipo giornalistico, che propone ai ragazzi il racconto delle “vite speciali di eroi normali”, modelli insomma molto lontani dagli stereotipi dominanti. Abbiamo iniziato con il mitico Zàtopek, grande atleta e uomo coraggioso.

Perché parlate di “Alta leggibilità”?
Abbiamo chiamato il nostro progetto di lavoro “Alta leggibilità” perché volevamo rivolgerci non solo ai dislessici, ma anche, ad esempio, a quella realtà in continua crescita nel nostro paese che sono i “lettori riluttanti”: ragazzi che per tanti diversi motivi hanno diffidenza nei confronti della lettura; ragazzi non di madre lingua italiana, o che magari non hanno acquisito particolare familiarità con i libri.
È un tema, quello dei lettori riluttanti, che in altri paesi come la Gran Bretagna è molto dibattuto e affrontato seriamente. Da noi magari se ne parla, sciorinando deprimenti statistiche, ma si fa poco per affrontarlo e in generale per adottare politiche efficaci per la promozione della lettura.
Il progetto “Alta leggibilità”, per quanto piccolo, vuole essere il nostro contributo.

Altri progetti per il futuro?
Nel futuro c’è “Zoom – la lettura si avvicina”: una nuova collana di narrativa per i bambini della scuola elementare con un font tutto nuovo, che sarà gratuita per tutte quelle istituzioni scolastiche e non che desiderino adottarla!

Per saperne di più:
www.biancoeneroedizioni.com

11. Testi disadattati e accesso alla lingua scritta

La scuola, la logopedia, la tecnologia si propongono di accompagnare le persone con un deficit uditivo verso un’autonomia linguistica che deve diventare anche un’autonomia nell’accesso a testi scritti di difficoltà crescente. Questo obiettivo troppo spesso rimane però raggiunto solo in parte e molte persone sorde crescono con un irrimediabile imbarazzo nei confronti dei libri.
Senza dubbio questa situazione è dovuta al deficit, che riduce l’esposizione alla lingua e quindi non ne consente una perfetta acquisizione; spesso, però, ci siamo interrogati se in realtà non ci sia anche qualcosa nel modo in cui proponiamo l’accesso ai libri che, invece di aiutare, radicalizza ancora di più la scarsa passione per i testi scritti (elemento che siamo rassegnati a constatare nei nostri alunni).
Forse alcune cose diverse si potrebbero fare, altre si devono continuare a fare come sempre, ma con una maggiore consapevolezza dei rischi e dei limiti.
Partiamo da questo punto: siamo tutti abituati ad affrontare il problema della scarsa autonomia degli studenti con sordità rispetto al testo, fornendo loro un testo alternativo semplificato da un professionista dell’educazione (insegnanti o educatori). La semplificazione del testo è d’altronde necessaria, sia per affrontare i contenuti, sia per velocizzare i tempi. Certo va fatta con metodi precisi e con una chiara idea di quali siano i punti di maggiore difficoltà nella lingua scritta per le persone sorde: sintassi, morfologia verbale, povertà lessicale, ecc. Alcune indicazioni generali possono essere di usare un lessico univoco e chiaro, ma anche specifico in modo da introdurre parole nuove volta per volta.
Si può utilizzare una sintassi semplice ma corretta, con frasi brevi e poche subordinate, evidenziare le parole chiave e creare eventuali “rubriche” di supporto per la spiegazione dei significati nuovi. Si può inoltre segnalare visivamente gli indicatori spazio-temporali e i nessi causa-effetto e usare sempre quando possibile disegni e supporti grafici, colori, simboli.
Ma dobbiamo stare molto attenti. La semplificazione di un testo può paradossalmente complicarne la comprensione, per il fatto di infrangere le regole che contraddistinguono la testualità; per cui a forza di semplificare si finisce per non avere più un testo ma una somma di frasi. Quando un testo viene manipolato si possono ottenere effetti contrari a quelli attesi: ad esempio un aumento dell’ambiguità come conseguenza della riduzione della ridondanza.
La conseguenza è che lo studente non esposto a testi veri e propri finisce col non acquisire le regole che governano la testualità, e quando infine si trova di fronte a un testo vero si sente spaesato e frustrato. L’elaborazione di un testo adattato deve quindi essere costruita su misura dello studente a cui è destinata e tenere conto delle sue esigenze e risorse, ma non deve sostituire il testo originale, di cui deve costituire invece una sorta di guida alla lettura e allo studio.
Il testo autentico è infatti un forte sostegno alla motivazione alla lettura, mentre un testo non autentico può provocare disinteresse e rifiuto.
Abbiamo usato non a caso il verbo “adattare” e non “semplificare”. Il punto è riuscire davvero a fare un’operazione diversa. Non si tratta di semplificare, che è un procedimento che appiattisce, impoverisce e banalizza. Non è questione di rendere più o meno complesso un testo ma di renderlo compatibile con la capacità di gestione dell’utente, continuando a mantenere gli elementi che stimolano la capacità di elaborazione e crescita della competenza.
E per i più piccoli? È davvero una soluzione far finta che i testi scritti non esistano, dando per scontato il fatto che siano inaccessibili? Noi pensiamo che sia necessaria una precoce esposizione alla lingua scritta e al libro, sin dalla scuola dell’infanzia. I libri devono essere accessibili sia fisicamente, sia nei loro contenuti. Per questo sarebbe bene abolire ogni forma di barriera al libro, a partire da quelle fisiche: la scuola dell’infanzia dovrebbe essere dotata di una biblioteca, a cui i bambini abbiano libero accesso, possano entrarci liberamente, toccare i libri, manipolarli.
Per loro nelle nostre scuole stiamo realizzando un salone-biblioteca concepito proprio in questo modo, e con un’attenzione particolare anche ai contenuti e alle modalità di primo approccio alla testualità.
Tra queste modalità abbiamo individuato per i più piccoli o per quelli più in difficoltà, i racconti in coppia minima fonologica, il cui obiettivo è quello di esporre i bambini, in modo divertente e accattivante, a forme della lingua che normalmente non sono abituati a cogliere. I racconti fonologici sono storie composte da frasi brevi, illustrate da semplici disegni che facilitano l’accesso alla lettura. Le parole non sono scelte a caso, ma secondo un progetto che è nella mente dell’ideatore, che seleziona parole simili foneticamente, ma molto diverse nel significato, creando vere e proprie coppie minime fonologiche (come ad esempio: po-pu-pa-pe). I racconti fonologici creati e sperimentati prima in ambito riabilitativo, e poi da educatori, insegnanti e genitori, si propongono di offrire stimoli nell’attività di discriminazione e identificazione dei fonemi, che sono il primo mattoncino con cui è costruita la lingua; di ampliare il lessico di base; di individuare le sequenze spazio-temporali, i rapporti causa-effetto, i concetti topologici; di allenare la memoria e indurre attenzione al rapporto tra grafema e fonema. I disegni sono in bianco e nero per fare in modo che si possano fotocopiare, così successivamente i bambini possono colorarli a piacere per personalizzare meglio il racconto e farlo proprio. Se si vuole, il disegno stesso può essere realizzato insieme al bambino. Le frasi sono sempre scritte in stampatello maiuscolo per fare in modo che i bambini possano leggere da soli i racconti capendone il significato, per esempio a casa insieme ai genitori. Attraverso quello che a loro sembrerà un gioco, i bambini hanno la possibilità di imparare fonemi nuovi o che pronunciavano con difficoltà, e di consolidare parole già conosciute in contesti diversi, ma soprattutto vivere un primo approccio alla testualità e alla scrittura, in un’età in cui spesso questo non succede.

 

10. Libri tattili: belli e utili anche per chi vede

Paola Terranova dal 2001 lavora presso l’Istituto Regionale “G. Garibaldi” per i Ciechi di Reggio Emilia come responsabile della Biblioteca. Dal 2006 organizza per l’Istituto, tra le altre attività della biblioteca, laboratori didattici per le scuole di ogni ordine e grado. Per l’Istituto, sempre dal 2006, collabora con la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, partecipando a diverse loro manifestazioni, occupandosi sia dell’allestimento sia della realizzazione di mostre e laboratori.

Ci racconti il tuo incontro con i libri tattili?
Ho scoperto, nel 2005, l’esistenza del progetto Typhlo & Tactus e dei libri tattili. Mi è molto dispiaciuto essere arrivata con qualche anno di ritardo a conoscere questa realtà e avere così perso l’occasione di seguirla fin dai suoi primi passi, ma fortunatamente ho avuto la possibilità di acquistare per la Biblioteca dell’Istituto Garibaldi quasi tutti gli splendidi libri pubblicati; anche se devo ammettere con rammarico che un titolo manca al nostro catalogo ed è Carlotta la marmotta, che so essere molto apprezzato e amato dai bambini. Quando si scoprono questi libri, li si tiene tra le mani, sfogliandoli, toccandoli, esplorandoli, annusandoli, non si può non ammirare la cura e la passione con i quali sono realizzati né tanto meno non desiderare di avere l’estro dei loro creatori.
Credo che il desiderio di realizzare qualcosa di bello, esteticamente bello e allo stesso tempo utile per un bambino con disabilità visive sia totalmente soddisfatto da questo tipo di editoria.
Talvolta ho sentito critiche sulla loro realizzazione, da un punto di vista tiflodidattico, e sulla loro reale utilità per l’apprendimento. Credo però che, in tutti i campi, arrivi il momento di uscire dalle “solite cose” per sperimentare, proporre, lanciarsi in sfide, talvolta ardue e senza dubbio non sempre apprezzabili da parte di chi ha sempre portato avanti un certo tipo di idea.
Io non parlo da esperta tiflologa, ma so quali sono le caratteristiche tecniche che un’immagine tattile deve avere per essere realmente funzionale e mi rendo conto che non sempre tutte le regole sono rispettate alla perfezione in questi libri. Ho però visto più volte la curiosità delle mani di un bambino, mani che correvano velocemente tra le pagine di libri come Il vestito di Clara o Chi odora di formaggio, impazienti di scoprire un oggetto nuovo e attraente.
Non scorderò mai le parole che mi disse C., una bambina di dieci anni non vedente e grande amante della lettura: “Non capisco perché i libri per i ciechi siano tutti con le copertine dello stesso colore, rosso scuro, verde scuro o nere, io vorrei dei libri colorati come quelli dei miei compagni”. Se C. avesse avuto la stessa età qualche anno più tardi, avrebbe avuto uno scaffale coloratissimo di libri da poter leggere e vedere insieme ai suoi amichetti vedenti. C. ha una mamma che da sempre le ha costruito libretti, più o meno semplici, con immagini tattili eccellenti, ma credo che il suo desiderio fosse di tipo diverso, fosse di eguaglianza. I suoi libretti tattili non venivano stampati e venduti ma erano frutto esclusivo dell’amore materno e un suo esclusivo patrimonio. Lo sforzo che sta facendo la Federazione Nazionale pro Ciechi, è quello di dare una diffusione più vasta a questi libri, che pur non potendo essere riprodotti in numero elevato, riescono ad avere comunque una produzione seriale. In tal modo possono diventare patrimonio condiviso anche delle biblioteche (non solo di  quelle speciali), delle scuole o di altri enti preposti all’educazione e alla formazione dei bambini. Non a caso scrivo bambini e non bambini con disabilità visiva, perché i libri tattili sono un mondo affascinante da scoprire anche per chi li legge con gli occhi, proprio perché vanno oltre, perché risultano insoliti, perché per viverli nella loro completezza si devono mettere in gioco sensi sopiti troppo presto.
Il libro tattile non va solo osservato o accarezzato con gli occhi, deve essere accarezzato anche con le mani, deve essere scoperto e interpretato in tutte le sue diverse forme di comunicazione. Il libro tattile è “un libro speciale!”, come dicono i bambini stessi. In più, da questi libri in cui compare sempre, oltre il testo stampato in nero, anche il Braille, si scopre che esiste un codice di scrittura diverso, creato apposta per potere essere letto con la punta delle dita… Una scrittura per chi non vede. Tutto questo diventa motivo di discussione: “Perché si tocca?”, “Come si tocca per capire un’immagine”, “Che differenza c’è tra il toccare e l’esplorazione aptica?”, “Come può essere che tutti quei puntini, che ad occhi ingenui e inesperti appaiono solo come una gran confusione di ‘palline’, al tatto fanno pensare alla ‘grattugia che c’è in cucina’ e fanno un po’ il solletico, per qualcuno possano essere lettere, parole, frasi, un’intera storia?”.

Come sono i laboratori che proponi alle scuole e ai bambini?
Dallo stupore che i libri tattili provocano in chi li osserva per la prima volta e dal grande numero di spunti che possono offrire nasce l’idea dei diversi laboratori per le scuole.
Propongo laboratori sulla costruzione del libro tattile che rappresenta per bambini e ragazzi l’occasione di avvicinarsi alle differenti tecniche di realizzazione delle immagini da toccare, stimola la manualità e la percezione tattile e permette di sperimentare creatività e immaginazione. I materiali sono i protagonisti e le mani diventano gli occhi per interpretarli. Con bimbi molto piccoli solitamente lascio che ognuno realizzi liberamente una sua pagina tattile, mi dica cosa rappresenta e le dia un titolo. Alla fine abbiamo circa una ventina di pagine da assemblare in un unico grande libro, cerchiamo un titolo che soddisfi tutti e lo scriviamo sulla copertina, sempre in nero e in Braille. Ai più grandi così come ai ragazzi delle medie e delle superiori invece do una storia che devono rappresentare lavorando a coppie. Il testo è già sulla pagina, sempre nei due codici di scrittura. In questo caso però lo scopo è quello di cooperare per illustrare la stessa storia, ci si deve confrontare, scegliere in gruppo i materiali che meglio si adattano alla realizzazione di un’immagine, bisogna cercare di rispettare alcune delle regole base per la realizzazione di un libro tattile, non è semplice e non c’è quasi mai la disponibilità ad ascoltare il suggerimento del compagno. Qui si entra nel campo della condivisione e della cooperazione, del lavoro di gruppo, dell’accettazione dell’altro.
Tutti, dai più piccoli ai grandi, sono piacevolmente sorpresi quando vedono che il libro fatto da loro ha realmente l’aspetto di un libro, che in ogni pagina ci si può ritrovare, apprezzare quello che è riuscito meglio o storcere il naso davanti a un’immagine che si capisce, col senno di poi, non essere proprio ben riuscita. Rileggerlo e mostrarlo ad altri è per la classe un’enorme soddisfazione e motivo d’orgoglio.
Un altro laboratorio molto apprezzato, che propongo dalla seconda elementare in avanti, è quello sulla scrittura Braille. Ognuno viene fornito di tavoletta Braille e punteruolo e insieme iniziamo a scoprire come scrivere le diverse lettere: qualcosa che fino a un’ora prima sembrava ostico e incomprensibile diventa familiare. C’è chi riesce a capire prima degli altri cosa si è scritto, chi impara più lettere, chi da solo riesce a scrivere il suo nome e alla fine, sembra strano ai ragazzi stessi, hanno imparato davvero i fondamenti del Braille. Per i più piccini diventa un gioco, “può essere usato come codice segreto visto che la maestra non è stata proprio attenta”.
Un’altra esperienza è la proposta della lettura al buio. La lettura, quando possibile, si svolge in un ambiente buio oppure i partecipanti vengono bendati. Tutti hanno lo stesso libro e, seguendo la voce del lettore, cercano di leggere la storia solo col tatto. Sono le mani a seguire il racconto, ad immaginare le figure, a rintracciarne i contorni e a scoprirne i materiali. Al termine dell’esperienza, alla luce, si rilegge il libro per confrontare l’esperienza tattile con quella visiva e vedere se le immagini toccate corrispondono a quelle viste.
Un’altra delle attività che propongo alle scuole è “Alla scoperta del materiale Tiflodidattico”, cioè tutto ciò che serve, ai bambini/ragazzi con disabilità visiva, per imparare: sussidi per la scrittura Braille, per il disegno e la modellatura, sussidi logico-matematici, per lo studio della geografia, tavole di storia, antropologia, architettura e giochi. Vengono esposti diversi di questi materiali, utilizzati per l’insegnamento e il gioco, e ne spiego l’utilizzo, invitando i partecipanti a toccarli, imparando a usare le mani come ulteriore strumento per la scoperta del mondo, a utilizzare il tatto per riconoscere oggetti e materiali, l’udito per seguire una palla sonora che rotola liberamente sul pavimento…
Credo nell’importanza di questo tipo di attività proposte alle scuole perché penso si possa parlare d’integrazione non solo quando un bimbo disabile è inserito nella “scuola di tutti” ma soprattutto quando gli si forniscono i mezzi necessari e gli si crea attorno un contesto realmente pronto ad accettarlo, accoglierlo e aiutarlo. Se so cosa vuol dire non vedere o “vedere male”, se so cosa può fare chi ha una disabilità visiva, se conosco i mezzi che ha a disposizione per imparare, per giocare, se capisco che anche chi non vede può essere autonomo nella vita, allora sarò pronto ad accoglierlo in classe senza farlo sentire diverso da me.
In tutti questi laboratori si parla di cecità attraverso azioni giocate. Il laboratorio diventa quindi un luogo di creatività, conoscenza e sperimentazione. È un luogo privilegiato dove si costruisce il sapere, un luogo d’incontro educativo e di formazione.
Molti dei laboratori sono centrati sulla tattilità non solo perché il tatto è il principale mezzo di conoscenza per il bambino con disabilità visiva ma anche perché il linguaggio tattile è la prima forma di comunicazione di tutti i bambini, è un linguaggio di conoscenza. Si impara inizialmente con tutti i sensi, col tempo invece si perde il piacere di toccare. Sono le continue raccomandazioni degli adulti: “non toccare”, “non sporcati”, che col tempo impediranno l’uso del tatto e il suo sviluppo, fino alla perdita di gran parte della sensibilità acquisita. L’educazione al tatto, anzi quella plurisensoriale, dovrebbe invece essere sempre portata avanti e curata. Quello che con molta semplicità cerco di fare durante i miei laboratori è di riportare i bambini/ragazzi a riscoprire il piacere di toccare. Inoltre il messaggio che voglio trasmettere è che le diversità possono essere fonte di ricchezza. I libri tattili, per esempio, sono strumenti imprescindibili di integrazione scolastica e sociale tra vedenti, ciechi e ipovedenti. Se letti con metodo e vissuti con trasporto e intelligenza contribuiscono al percorso formativo, arricchiscono il vocabolario e il mondo immaginativo e affettivo del bambino… ma sono anche libri per tutti!

Parlaci della mostra “Di che colore è il vento”
Avevo già collaborato alla realizzazione della mostra in altre città. A dire il vero me ne sono innamorata quando l’ho visitata a Roma alla Casina di Raffaello nella sua prima edizione. È stato quindi per me un onore e un grande arricchimento, professionale e personale, poterne curare l’edizione 2011 che si è tenuta a Reggio Emilia, dal 22 gennaio al 2 aprile, presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi. Quale posto migliore per rendere visibile una realtà così speciale e allo stesso tempo poco conosciuta come quella dei libri tattili, libri per l’infanzia, libri pensati per l’integrazione, libri nati perché leggere è un diritto di tutti e “leggere è uguale per tutti”! È così cominciata la mia avventura. Devo dire che “Di che colore è il vento” a Reggio Emilia ha riscosso un enorme successo. Circa tremila sono le persone che hanno visitato la mostra e la maggior parte di queste ha anche partecipato ad attività laboratoriali. Per dare un’idea dell’impatto e della partecipazione devo parlare per forza di cifre. La mostra ha ospitato 22 classi di scuole dell’infanzia, 21 di scuola primaria, 5 classi di scuole medie e 7 di scuole superiori. Presso la mostra hanno fatto alcune ore di formazione studenti universitari e ragazzi che svolgono il servizio civile presso la Biblioteca Municipale di Reggio Emilia. Sono state inoltre previste attività di atelier con due gruppi di studio esteri e la media di presenze nei fine settimana era di 150 persone.
La diversità è stata davvero fonte di ricchezza e i libri tattili per più di due mesi sono passati sotto gli occhi, ma soprattutto sotto le mani, di grandi e piccini, esperti e appassionati, insegnanti, lettori, figli, genitori e semplici curiosi, lasciando in ognuno un nuovo sapere e inaspettate emozioni. Questa per me, come bibliotecaria, è stata anche l’occasione di intrecciare un filo con altre biblioteche della città, che grazie alla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi e a EnelCuore hanno iniziato a conoscere e ad avere tra i loro scaffali alcuni libri tattili. Filo che spero ci permetterà di tessere un prezioso tappeto che potrà guidare al giusto libro chiunque abbia voglia di leggere, pur nelle difficoltà oggettive.

Quali sono i tuoi progetti e i tuoi desideri per il futuro?
Al momento sto ancora facendo, all’interno della biblioteca, laboratori con diverse scuole. Ho alcune idee che voglio sviluppare per il prossimo anno scolastico, per poter offrire una più vasta gamma di attività.
Vorrei poi dedicarmi ad alcuni progetti per migliorare il servizio riguardante gli audiolibri e vorrei creare degli scaffali con libri studiati per chiunque abbia difficoltà di lettura.
Fra i miei desideri c’è che Reggio Emilia sia stata solo la quarta tappa della manifestazione “Di che colore è il vento” e che il suo viaggio sia ancora molto lungo. E, naturalmente, spero che mi sia data ancora l’opportunità di parteciparvi, per vederla crescere e arricchirsi.
Infine, spero che molti altri libri tattili possano arricchire il patrimonio della “mia” e di molte altre biblioteche.

9. A spasso con le dita

Pietro Vecchiarelli si occupa, per la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, di realizzare sussidi didattici e materiali ludici destinati all’educazione degli alunni con disabilità visive. Dal 2004 è responsabile per l’Italia di Typhlo & Tactus, un progetto europeo per lo sviluppo della letteratura tattile per l’infanzia. Proprio dall’esperienza di questo progetto sono nate le collane editoriali per la prima infanzia delle quali è curatore. Si occupa inoltre di organizzare iniziative promozionali a sostegno del libro tattile illustrato.

Che cos’è un libro tattile, e quali sono le sue caratteristiche?
Quando gli studenti ciechi si formavano all’interno di scuole speciali, i libri tattili erano ideati e realizzati solo per soddisfare le loro specifiche esigenze, senza curarsi troppo della possibilità di una loro fruizione più ampia. In realtà, l’esperienza degli ultimi anni ci insegna che, se confezionati seguendo criteri anche estetici oltre che naturalmente tiflologici, diventano strumenti didattici e ludici piacevoli e stimolanti per tutti i bambini. Le suggestioni sensoriali tattili, olfattive, sonore, perfino quelle legate al gusto, sono infatti preziosissime ed efficacissime per incuriosire e così avvicinare tutti i piccoli lettori all’oggetto libro.
Non dimentichiamo che molti bambini hanno bisogno di essere stimolati nelle prime letture, che sono quasi più un impegno che un piacere. Ecco, il libro tattile contribuisce a renderle più giocose. E naturalmente è uno strumento straordinario di integrazione tra bambini ciechi e vedenti, un’occasione per il bambino di avvicinare il compagno cieco sfogliando lo stesso libro. I libri delle nostre collane presentano infatti i caratteri Braille affiancati dai caratteri a stampa con illustrazioni in rilievo molto colorate e realizzate con differenti textures, consentono quindi una lettura condivisa con gli amici o i familiari vedenti. Le loro storie anche se spesso sono brevi per esigenze tecniche, hanno la capacità di regalare ai lettori emozioni e sorprese poiché vi si trovano personaggi da accarezzare, manipolare e talvolta pagine da annusare.
Sono libri che, per la grande cura artigianale con la quale sono realizzati e per l’aspetto sperimentale delle tecniche impiegate, si configurano spesso come libri d’artista. Sono oggetti realizzati per lo più a mano e in tirature limitate. Per un bambino con disabilità visiva, toccare è conoscere ed è quindi necessario offrirgli una ricca gamma di illustrazioni in rilievo per metterlo in grado di dare e ricevere comunicazioni. Il tatto difatti ha modalità d’interpretazione e di discriminazione delle forme molto differenti dalla vista. Perché un’immagine possa essere compresa e interpretata attraverso le dita non è certamente sufficiente evidenziare a rilievo l’immagine visiva dell’illustrazione. È fuorviante e poco utile ricercare una rappresentazione fotografica della realtà mentre si progetta un’immagine per un bambino cieco perché si rischia di incappare in fraintendimenti di ordine prospettico o di chiaroscuro; gli effetti della luce e le leggi dell’ottica ci aiutano, infatti, poco o nulla, molto di più va ricercata la simbolizzazione o l’allusione. Le tecniche per realizzare un libro tattile sono diverse, così come diverse possono essere le interpretazioni delle sue immagini. È per questo motivo che il discorso si complica perché l’interpretazione di un’immagine senza dubbio è soggettiva in quanto frutto del percorso formativo personale di chi esplora e legge con le dita.
L’immagine tattile per essere interpretata correttamente deve essere ideata e costruita seguendo alcune regole: forme complete e ben definite, marcato rilievo degli elementi, materiali e textures che rimandino il lettore alla realtà che viene rappresentata. Il libro deve essere resistente alla manipolazione e quindi solido e con elementi che non devono staccarsi. Molta cura va messa inoltre nella rilegatura che deve consentire al libro di aprirsi completamente, con facilità, per potere essere adagiato bene sul tavolo in modo da rendere ottimale la lettura con le mani.
Graufrage, serigrafia, sistema Minolta, disegno puntinato, termoformatura, floccatura, serigrafia, termografia e collage materico sono solo alcune delle molte tecniche utilizzate per inserire illustrazioni a rilievo. Fra queste, un posto di riguardo occupa l’illustrazione a collage materico (che utilizza diversi materiali, diverse forme e textures) per la sua ricchezza di materiali e la sua finezza descrittiva e perché più ricca e più accattivante agli occhi del compagno di banco vedente; favorisce quindi maggiormente l’integrazione scolastica e sociale.
Un altro aspetto molto importante da considerare è che il Braille non è una lingua quindi, per essere corretti, non si può parlare di “traduzione” di un testo ma di una sua trascrizione. Il Braille è solo un codice grafico, dove a ogni simbolo della nostra segnografia corrisponde un simbolo tattile formato da una combinazione di 6 punti in un casellino di dimensioni standard. Con le nuove tecnologie è estremamente semplice trascrivere in Braille un file di testo, quindi problemi tecnici di trascrizione non ve ne sono. Due aspetti tecnici, però, intervengono nell’ideazione di un libro con scrittura Braille: il formato del testo e la tecnica utilizzata per realizzare i puntini a rilievo. Il formato è condizionato dal carattere Braille che ha una dimensione standard che non può essere modificata, l’impaginazione del testo è quindi vincolata da questo fattore. La realizzazione del punto Braille deve invece tener conto della pressione alla quale esso è soggetto durante la lettura e quindi, perché sia durevole nel tempo, si devono usare carte ad alta grammatura o materiali plastici resistenti.
I libri tattili sono molto costosi da realizzare. Bisogna considerare gli alti costi di manodopera necessari alla preparazione degli elementi tattili e aggiungere a questi i costi di progettazione, stampa in nero e stampa Braille, rilegatura, scelta dei materiali e controllo delle fasi di realizzazione delle singole parti. Diversamente dai comuni libri a stampa, dove una volta realizzato il prototipo si può affidare tutto alla tipografia, nella produzione di un libro tattile bisogna seguire tutte le fasi di assemblaggio passo passo, perché nelle varie fasi di produzione s’incontrano sempre molti problemi tecnici, in particolare negli incollaggi e nelle rifiniture.
Sarebbe sicuramente interessante far divenire il libro tattile veramente patrimonio di tutti. Purtroppo, però, ad oggi le istituzioni non sono in grado di sostenere un tale sforzo, sia economico sia organizzativo, se non sottraendo fondi ad altre iniziative e crediamo non sia giusto siano le famiglie dei bambini con disabilità visive a doverlo fare. Questo dell’elevato costo è anche il motivo per cui non ci pare possibile pensare a una loro distribuzione presso le normali librerie poiché questo implicherebbe un ulteriore aumento del prezzo.

Quali sono le principali attività della Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi? La Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi produce e fornisce gratuitamente il materiale didattico necessario a tutti gli studenti italiani che frequentano le scuole di ogni ordine e grado, la produzione di libri tattili affianca quella del materiale tiflodidattico, costituendo un ulteriore dispendio di energie e di risorse economiche.
L’anno passato la collaborazione con la casa editrice Les Doigts Qui Rêvent ci ha permesso di coeditare due libri, abbassando i costi di produzione che, per un libro tattile in bassa tiratura, sono di gran lunga superiori a qualsiasi produzione editoriale per l’infanzia. La Federazione partecipa anche alla commissione internazionale BITIB (Blind Infant Tactile Illustrated Books) in collaborazione con istituzioni universitarie e istituzioni di intervento precoce: stiamo lavorando su una decina di libretti tattili specifici per la primissima infanzia. I risultati sono molto interessanti e stimolanti, una ulteriore sfida per il prossimo futuro.
Sempre dedicati alla prima infanzia, in catalogo dal 2010, ci sono gli Uku Pata, realizzati in collaborazione con la casa editrice sudafricana “I read with my hands”: si tratta di dodici libri in stoffa per la pre lettura, morbidi, colorati e semplici, esplicitamente didattici ma anche divertenti come il libro dei suoni, quello delle tessiture, dei contrari, dei primi numeri, dei percorsi o delle differenze.

Che cos’è il progetto “A spasso con le dita”?
Si tratta di un progetto nazionale avviato nel novembre 2010 a sostegno dell’integrazione fra ragazzi ciechi, ipovedenti e vedenti, ideato dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi e sostenuto da EnelCuore Onlus (la Onlus di Enel dedicata al sociale, che dal 2004 sostiene progetti di solidarietà in Italia e all’estero) con l’obiettivo di offrire gratuitamente durante il 2011 una collezione di cinque libri texture-illustrati a biblioteche pubbliche, reparti pediatrici, istituzioni impegnate nella promozione della lettura e istituzioni che operano per l’integrazione scolastica e sociale dei bambini con disabilità visive.
Ognuno di questi libri sarà realizzato in mille copie, una tiratura molto consistente, considerando che si tratta di una produzione prettamente artigianale. Il progetto rappresenta in questo senso una vera e propria sfida editoriale.
A oggi sono stati interamente prodotti i primi due titoli: Soffio di vento e Ho un po’ paura (Roma, Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, 2010). Il terzo titolo, Giorgetto l’animale che cambia aspetto, al momento è in fase di lavorazione mentre gli ultimi due titoli, Tutt’altro e Versi tra versi, al momento sono in fase di progettazione grafica. I libri scelti provengono da diverse esperienze internazionali (Norvegia, Francia, Germania e Italia) e soddisfano le esigenze di lettura di varie fasce d’età.
I primi due volumi sono stati distribuiti in 500 biblioteche pubbliche con sala ragazzi, 150 strutture pediatriche attrezzate con ludoteca e biblioteca, 180 istituzioni che operano a favore dei ciechi, 20 associazioni umanitarie mentre 150 copie sono state destinate alla promozione. La lista delle biblioteche pubbliche con sala ragazzi è stata fornita dal comitato scientifico del Progetto Nazionale “Nati Per Leggere” (NPL), realizzato dall’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) in collaborazione con l’Associazione Culturale Pediatri per promuovere in tutto il territorio nazionale la lettura fin dai primi anni di vita. I libri utilizzati per la promozione del progetto, sia della Federazione che da EnelCuore Onlus, sono stati impiegati in tutte le iniziative legate alla promozione della lettura, tra cui i laboratori didattici e le letture al buio per le classi di ogni ordine e grado durante la mostra “Di che colore è il vento” al Centro internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia (22 gennaio-2 aprile 2011). Questa mostra è stata ideata nel 2008 dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi per portare a conoscenza del vasto pubblico il suo impegno nel campo della letteratura tattile per la prima infanzia e dell’integrazione scolastica e sociale fra bambini vedenti e non vedenti. Si tratta di un evento unico nel suo genere che prevede un’ampia esposizione di pubblicazioni nazionali e internazionali, momenti di approfondimento dedicati all’illustrazione tattile e al Braille, workshop curati da artisti e da esperti illustratori e laboratori per le scuole.

Cos’è invece il concorso “Tocca a te!”?
Per poter proseguire nella produzione di libri tattili e continuare ad arricchire il nostro catalogo “Leggere è uguale per tutti” è importante trovare nuove idee, ricevere nuovi stimoli e proposte, ed è anche per questo che quest’anno la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, in collaborazione con la Fondazione Robert Hollman e l’Istituto dei ciechi di Milano, ha presentato il primo concorso italiano di letteratura tattile adattata “Tocca a te!”, ideato appunto per stimolare la creazione, la ricerca, lo sviluppo, la produzione e la diffusione dell’editoria tattile in Italia. “Tocca a te!” premierà gli album più belli e selezionerà i cinque partecipanti italiani alla X edizione del Concorso Internazionale Typhlo & Tactus, che avrà luogo a Praga nel novembre del 2011 e che da quest’anno sarà aperto a tutti i paesi del mondo con la collaborazione di ICEVI (International Council for Education of People with Visual Impairment), l’organizzazione mondiale per l’educazione e la formazione delle persone con disabilità visiva presente in 185 paesi del mondo. La Federazione raccoglierà sul territorio nazionale i libri, parteciperà alla commissione giudicatrice del concorso (composta da giurati ciechi, ipovedenti e vedenti, esperti nazionali nell’ambito della disabilità visiva e della letteratura per l’infanzia) e si impegnerà, dove ne esistano le possibilità di riproduzione seriale, a editare i titoli vincitori del premio, che entreranno così a far parte della collana di libri tattili per l’infanzia “Sotto a chi tocca”.

8. Esperienze tattili nella scuola e nell’editoria

(contributo in occasione della manifestazione “Libri che prendono forma”, Roma 17 marzo 2010, MiBAC – FNIPC)
Il mio interesse nei confronti della percezione tattile viene da lontano e ora, sia come insegnante d’arte nella scuola media, sia come autore di libri, si è rafforzato. Sono sempre stato affascinato dalla bellezza della materia. Ho avvertito spesso il bisogno di avvicinarmi alle cose e di sentire, attraverso il contatto fisico, quelle sensazioni che potessero rendere più intensa e completa l’esperienza della conoscenza. Questa percezione intensa ha arricchito molte volte le mie passeggiate e i miei viaggi. In qualche caso addirittura, le immagini più forti che ho conservato di un luogo sono state prodotte da memorie tattili. Sono ricordi legati alle asprezze e alle morbidezze degli elementi naturali ma anche alla rugosità di un muro accarezzato dalla luce radente del sole o all’ondulazione levigata di un pavimento in pietra. E in effetti quanta meraviglia si prova esplorando una piccola superficie! Quanto paesaggio si può scoprire anche in pochi centimetri quadrati! Toccare, sentire una superficie (la “pelle” delle cose) consente di avvicinarsi a una conoscenza molto profonda del mondo perché permette di avere un contatto intimo con un luogo, una persona o anche solo una materia. È un movimento verso un sapere sensibile. È un viaggio. Anzi, può essere il viaggio.
L’esplorazione e la scoperta sono due temi importanti, sono parole-guida nel lavoro che svolgo con gli allievi. Lavorando in classe per me è molto importante far conoscere ai ragazzi soprattutto i materiali “poveri” che, utilizzati distrattamente ogni giorno e considerati spesso privi di valore, posseggono invece caratteristiche importanti e particolari che possono essere evidenziate. Propongo spesso il cartone da imballaggi: un prodotto apparentemente banale che si rivela invece una grande risorsa. Può essere abraso, scavato, aperto, grattato, schiacciato… e ognuna di queste operazioni consente di ottenere superfici assolutamente differenti. Nelle mie attività di laboratorio io non vedo tutto questo come un semplice riciclo ma come la scoperta di una ricchezza nuova, di una preziosità inaspettata. Il cartone da imballaggio nasconde al suo interno un “segreto”, una struttura interna a onda. Questa vera e propria architettura gli consente di essere enormemente robusto in rapporto alla sua grande leggerezza.
Nell’attività didattica è possibile affrontare il tema della superficie anche mettendo a disposizione un semplice foglio di carta. La carta manipolata può modificare il suo aspetto in modo anche radicale. Sotto le nostre mani non si verifica una semplice trasformazione ma una vera trasfigurazione della materia. La superficie della carta manipolata può imitare la roccia, la stoffa, la pelle rugosa di un volto o l’ondulazione di una collina. In classe si scopre dunque che la carta ha in sé molti altri materiali. Considero estremamente affascinante e stimolante sfruttare questa possibilità nella scuola. Nel lavoro didattico, il contatto intimo con le superfici e con la carta in particolare, è infatti la premessa non solo per progettare in classe libri tattili, ma anche per realizzare le immagini che i miei allievi applicano sui quaderni e con le quali illustrano gli argomenti trattati di volta in volta nelle lezioni. Il quaderno diviene quindi esso stesso una sorta di libro tattile di cui assume presto anche il caratteristico spessore… corposo!
Naturalmente la passione nei confronti della carta ha trovato uno spazio importante nella mia attività di progettazione di libri dedicati anche a lettori con disabilità visiva. Con Cuore di pietra (France, Les Doigts Qui Rêvent, 2009), una piccola storia nella quale racconto di un sasso un po’ speciale dotato della sensibilità al piacere e al dolore, sono partito proprio da un piccolo frammento di carta stropicciato che era casualmente sul mio tavolo di lavoro. Quel foglio, dunque, avendo perso le sue caratteristiche iniziali, si prestava a rappresentare un materiale assolutamente diverso; anzi un vero e proprio personaggio. Nel racconto, il sasso “sente” il mondo che lo circonda: il calore del sole, la pioggia, l’erba morbida, i serpenti sinuosi che gli strisciano sopra. Ho utilizzato allora la carta non per riprodurre la realtà ma, con il pretesto di rappresentare un luogo (il prato), ho voluto invece ricreare uno stato d’animo, una sensazione legata alla presenza degli elementi naturali. Attraverso immagini tattili astratte ho cercato un’emozione.
Penso che la lettura di un libro tattile possa essere un’esperienza profonda. Credo anche che l’essenzialità e la potenza evocativa di un’illustrazione siano gli strumenti più forti, a disposizione di un autore, per riuscire a realizzare questa esperienza. L’astrazione è, secondo me, una strada maestra e la carta offre una grande opportunità espressiva. Per illustrare la scena in cui il sasso è colpito con vari strumenti dall’uomo-scultore, ho creato alcune superfici che, toccate dalle dita del lettore, fossero in grado di evocare il dolore fisico. Sono intervenuto allora sulla carta con tagli, perforazioni, abrasioni per suggerire il brivido, il tremore, la sofferenza, senza però mostrare i personaggi. Quando le dita “viaggiano” sulla pagina, leggono infatti un paesaggio fisico, ma alla fine conducono chi legge (adulto o bambino) verso un mondo interiore che supera il limite della storia raccontata e che è diverso per ognuno di noi. Io credo infatti che il compito di un’immagine tattile non sia solo quello di accompagnare il testo, ma di suggerire anche ciò che non è esplicitamente detto nella storia.
Sophie Curtil, nelle illustrazioni di Ali ou Léo (France, Les Doigts Qui Rêvent, 2002) è riuscita a evocare le infinite meraviglie descritte nel testo utilizzando la goffratura, cioè una tecnica di grande semplicità che sfrutta l’impressione a rilievo sulla carta. La goffratura permette di rappresentare un oggetto mostrando solamente la sua forma essenziale. L’immagine tridimensionale che si forma applicando sulla carta l’oggetto ed esercitando una forte pressione, non è più la rappresentazione della realtà ma solamente il ricordo di una forma originaria. L’impronta di elementi molto semplici si presta dunque a essere reinterpretata: una catenina può rappresentare un serpente, un bottone può diventare un oggetto prezioso, ecc.
Progettando il libro Troppo ordine, troppo disordine (France, Les Doigts Qui Rêvent, 2005), ho voluto sfruttare questa possibilità utilizzando l’impronta lasciata dallo spago e da piccoli oggetti metallici per costruire i differenti paesaggi di due pianeti abitati da strani popoli con comportamenti incompatibili. La semplice storia è addirittura quasi un pretesto per realizzare, con l’utilizzo dei materiali, composizioni sempre diverse. La goffratura si può dunque considerare uno strumento di grande utilità nella realizzazione di libri tattili, perché dotato di notevole potenza evocativa. È chiaro comunque che, nella progettazione di albi illustrati dedicati a lettori con disabilità visiva, non esiste sicuramente una tecnica privilegiata. Si può forse dire che la tecnica “migliore” è quella che riesce a trasformare il libro in un trampolino di lancio per l’immaginazione.
Le esperienze che ho avuto finora come autore e come insegnante, attività che io considero vicine e permeabili tra loro, mi hanno mostrato che si può trovare la meraviglia nella semplicità.
In un’epoca in cui assistiamo spesso alla ricerca compulsiva del superfluo è importante lavorare per far in modo che le persone, ma soprattutto i bambini e i ragazzi, scoprano questa possibilità.
Credo che una simile conquista possa essere considerata davvero un piccolo miracolo necessario.