Paola Terranova dal 2001 lavora presso l’Istituto Regionale “G. Garibaldi” per i Ciechi di Reggio Emilia come responsabile della Biblioteca. Dal 2006 organizza per l’Istituto, tra le altre attività della biblioteca, laboratori didattici per le scuole di ogni ordine e grado. Per l’Istituto, sempre dal 2006, collabora con la Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi, partecipando a diverse loro manifestazioni, occupandosi sia dell’allestimento sia della realizzazione di mostre e laboratori.

 

Ci racconti il tuo incontro con i libri tattili?

Ho scoperto, nel 2005, l’esistenza del progetto Typhlo & Tactus e dei libri tattili. Mi è molto dispiaciuto essere arrivata con qualche anno di ritardo a conoscere questa realtà e avere così perso l’occasione di seguirla fin dai suoi primi passi, ma fortunatamente ho avuto la possibilità di acquistare per la Biblioteca dell’Istituto Garibaldi quasi tutti gli splendidi libri pubblicati; anche se devo ammettere con rammarico che un titolo manca al nostro catalogo ed è Carlotta la marmotta, che so essere molto apprezzato e amato dai bambini. Quando si scoprono questi libri, li si tiene tra le mani, sfogliandoli, toccandoli, esplorandoli, annusandoli, non si può non ammirare la cura e la passione con i quali sono realizzati né tanto meno non desiderare di avere l’estro dei loro creatori.

Credo che il desiderio di realizzare qualcosa di bello, esteticamente bello e allo stesso tempo utile per un bambino con disabilità visive sia totalmente soddisfatto da questo tipo di editoria.

Talvolta ho sentito critiche sulla loro realizzazione, da un punto di vista tiflodidattico, e sulla loro reale utilità per l’apprendimento. Credo però che, in tutti i campi, arrivi il momento di uscire dalle “solite cose” per sperimentare, proporre, lanciarsi in sfide, talvolta ardue e senza dubbio non sempre apprezzabili da parte di chi ha sempre portato avanti un certo tipo di idea.

Io non parlo da esperta tiflologa, ma so quali sono le caratteristiche tecniche che un’immagine tattile deve avere per essere realmente funzionale e mi rendo conto che non sempre tutte le regole sono rispettate alla perfezione in questi libri. Ho però visto più volte la curiosità delle mani di un bambino, mani che correvano velocemente tra le pagine di libri come Il vestito di Clara o Chi odora di formaggio, impazienti di scoprire un oggetto nuovo e attraente.

Non scorderò mai le parole che mi disse C., una bambina di dieci anni non vedente e grande amante della lettura: “Non capisco perché i libri per i ciechi siano tutti con le copertine dello stesso colore, rosso scuro, verde scuro o nere, io vorrei dei libri colorati come quelli dei miei compagni”. Se C. avesse avuto la stessa età qualche anno più tardi, avrebbe avuto uno scaffale coloratissimo di libri da poter leggere e vedere insieme ai suoi amichetti vedenti. C. ha una mamma che da sempre le ha costruito libretti, più o meno semplici, con immagini tattili eccellenti, ma credo che il suo desiderio fosse di tipo diverso, fosse di eguaglianza. I suoi libretti tattili non venivano stampati e venduti ma erano frutto esclusivo dell’amore materno e un suo esclusivo patrimonio. Lo sforzo che sta facendo la Federazione Nazionale pro Ciechi, è quello di dare una diffusione più vasta a questi libri, che pur non potendo essere riprodotti in numero elevato, riescono ad avere comunque una produzione seriale. In tal modo possono diventare patrimonio condiviso anche delle biblioteche (non solo di  quelle speciali), delle scuole o di altri enti preposti all’educazione e alla formazione dei bambini. Non a caso scrivo bambini e non bambini con disabilità visiva, perché i libri tattili sono un mondo affascinante da scoprire anche per chi li legge con gli occhi, proprio perché vanno oltre, perché risultano insoliti, perché per viverli nella loro completezza si devono mettere in gioco sensi sopiti troppo presto.

Il libro tattile non va solo osservato o accarezzato con gli occhi, deve essere accarezzato anche con le mani, deve essere scoperto e interpretato in tutte le sue diverse forme di comunicazione. Il libro tattile è “un libro speciale!”, come dicono i bambini stessi. In più, da questi libri in cui compare sempre, oltre il testo stampato in nero, anche il Braille, si scopre che esiste un codice di scrittura diverso, creato apposta per potere essere letto con la punta delle dita… Una scrittura per chi non vede. Tutto questo diventa motivo di discussione: “Perché si tocca?”, “Come si tocca per capire un’immagine”, “Che differenza c’è tra il toccare e l’esplorazione aptica?”, “Come può essere che tutti quei puntini, che ad occhi ingenui e inesperti appaiono solo come una gran confusione di ‘palline’, al tatto fanno pensare alla ‘grattugia che c’è in cucina’ e fanno un po’ il solletico, per qualcuno possano essere lettere, parole, frasi, un’intera storia?”.

 

Come sono i laboratori che proponi alle scuole e ai bambini?

Dallo stupore che i libri tattili provocano in chi li osserva per la prima volta e dal grande numero di spunti che possono offrire nasce l’idea dei diversi laboratori per le scuole.

Propongo laboratori sulla costruzione del libro tattile che rappresenta per bambini e ragazzi l’occasione di avvicinarsi alle differenti tecniche di realizzazione delle immagini da toccare, stimola la manualità e la percezione tattile e permette di sperimentare creatività e immaginazione. I materiali sono i protagonisti e le mani diventano gli occhi per interpretarli. Con bimbi molto piccoli solitamente lascio che ognuno realizzi liberamente una sua pagina tattile, mi dica cosa rappresenta e le dia un titolo. Alla fine abbiamo circa una ventina di pagine da assemblare in un unico grande libro, cerchiamo un titolo che soddisfi tutti e lo scriviamo sulla copertina, sempre in nero e in Braille. Ai più grandi così come ai ragazzi delle medie e delle superiori invece do una storia che devono rappresentare lavorando a coppie. Il testo è già sulla pagina, sempre nei due codici di scrittura. In questo caso però lo scopo è quello di cooperare per illustrare la stessa storia, ci si deve confrontare, scegliere in gruppo i materiali che meglio si adattano alla realizzazione di un’immagine, bisogna cercare di rispettare alcune delle regole base per la realizzazione di un libro tattile, non è semplice e non c’è quasi mai la disponibilità ad ascoltare il suggerimento del compagno. Qui si entra nel campo della condivisione e della cooperazione, del lavoro di gruppo, dell’accettazione dell’altro.

Tutti, dai più piccoli ai grandi, sono piacevolmente sorpresi quando vedono che il libro fatto da loro ha realmente l’aspetto di un libro, che in ogni pagina ci si può ritrovare, apprezzare quello che è riuscito meglio o storcere il naso davanti a un’immagine che si capisce, col senno di poi, non essere proprio ben riuscita. Rileggerlo e mostrarlo ad altri è per la classe un’enorme soddisfazione e motivo d’orgoglio.

Un altro laboratorio molto apprezzato, che propongo dalla seconda elementare in avanti, è quello sulla scrittura Braille. Ognuno viene fornito di tavoletta Braille e punteruolo e insieme iniziamo a scoprire come scrivere le diverse lettere: qualcosa che fino a un’ora prima sembrava ostico e incomprensibile diventa familiare. C’è chi riesce a capire prima degli altri cosa si è scritto, chi impara più lettere, chi da solo riesce a scrivere il suo nome e alla fine, sembra strano ai ragazzi stessi, hanno imparato davvero i fondamenti del Braille. Per i più piccini diventa un gioco, “può essere usato come codice segreto visto che la maestra non è stata proprio attenta”.

Un’altra esperienza è la proposta della lettura al buio. La lettura, quando possibile, si svolge in un ambiente buio oppure i partecipanti vengono bendati. Tutti hanno lo stesso libro e, seguendo la voce del lettore, cercano di leggere la storia solo col tatto. Sono le mani a seguire il racconto, ad immaginare le figure, a rintracciarne i contorni e a scoprirne i materiali. Al termine dell’esperienza, alla luce, si rilegge il libro per confrontare l’esperienza tattile con quella visiva e vedere se le immagini toccate corrispondono a quelle viste.

Un’altra delle attività che propongo alle scuole è “Alla scoperta del materiale Tiflodidattico”, cioè tutto ciò che serve, ai bambini/ragazzi con disabilità visiva, per imparare: sussidi per la scrittura Braille, per il disegno e la modellatura, sussidi logico-matematici, per lo studio della geografia, tavole di storia, antropologia, architettura e giochi. Vengono esposti diversi di questi materiali, utilizzati per l’insegnamento e il gioco, e ne spiego l’utilizzo, invitando i partecipanti a toccarli, imparando a usare le mani come ulteriore strumento per la scoperta del mondo, a utilizzare il tatto per riconoscere oggetti e materiali, l’udito per seguire una palla sonora che rotola liberamente sul pavimento…

Credo nell’importanza di questo tipo di attività proposte alle scuole perché penso si possa parlare d’integrazione non solo quando un bimbo disabile è inserito nella “scuola di tutti” ma soprattutto quando gli si forniscono i mezzi necessari e gli si crea attorno un contesto realmente pronto ad accettarlo, accoglierlo e aiutarlo. Se so cosa vuol dire non vedere o “vedere male”, se so cosa può fare chi ha una disabilità visiva, se conosco i mezzi che ha a disposizione per imparare, per giocare, se capisco che anche chi non vede può essere autonomo nella vita, allora sarò pronto ad accoglierlo in classe senza farlo sentire diverso da me.

In tutti questi laboratori si parla di cecità attraverso azioni giocate. Il laboratorio diventa quindi un luogo di creatività, conoscenza e sperimentazione. È un luogo privilegiato dove si costruisce il sapere, un luogo d’incontro educativo e di formazione.
Molti dei laboratori sono centrati sulla tattilità non solo perché il tatto è il principale mezzo di conoscenza per il bambino con disabilità visiva ma anche perché il linguaggio tattile è la prima forma di comunicazione di tutti i bambini, è un linguaggio di conoscenza. Si impara inizialmente con tutti i sensi, col tempo invece si perde il piacere di toccare. Sono le continue raccomandazioni degli adulti: “non toccare”, “non sporcati”, che col tempo impediranno l’uso del tatto e il suo sviluppo, fino alla perdita di gran parte della sensibilità acquisita. L’educazione al tatto, anzi quella plurisensoriale, dovrebbe invece essere sempre portata avanti e curata. Quello che con molta semplicità cerco di fare durante i miei laboratori è di riportare i bambini/ragazzi a riscoprire il piacere di toccare. Inoltre il messaggio che voglio trasmettere è che le diversità possono essere fonte di ricchezza. I libri tattili, per esempio, sono strumenti imprescindibili di integrazione scolastica e sociale tra vedenti, ciechi e ipovedenti. Se letti con metodo e vissuti con trasporto e intelligenza contribuiscono al percorso formativo, arricchiscono il vocabolario e il mondo immaginativo e affettivo del bambino… ma sono anche libri per tutti!

 

Parlaci della mostra “Di che colore è il vento”

Avevo già collaborato alla realizzazione della mostra in altre città. A dire il vero me ne sono innamorata quando l’ho visitata a Roma alla Casina di Raffaello nella sua prima edizione. È stato quindi per me un onore e un grande arricchimento, professionale e personale, poterne curare l’edizione 2011 che si è tenuta a Reggio Emilia, dal 22 gennaio al 2 aprile, presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi. Quale posto migliore per rendere visibile una realtà così speciale e allo stesso tempo poco conosciuta come quella dei libri tattili, libri per l’infanzia, libri pensati per l’integrazione, libri nati perché leggere è un diritto di tutti e “leggere è uguale per tutti”! È così cominciata la mia avventura. Devo dire che “Di che colore è il vento” a Reggio Emilia ha riscosso un enorme successo. Circa tremila sono le persone che hanno visitato la mostra e la maggior parte di queste ha anche partecipato ad attività laboratoriali. Per dare un’idea dell’impatto e della partecipazione devo parlare per forza di cifre. La mostra ha ospitato 22 classi di scuole dell’infanzia, 21 di scuola primaria, 5 classi di scuole medie e 7 di scuole superiori. Presso la mostra hanno fatto alcune ore di formazione studenti universitari e ragazzi che svolgono il servizio civile presso la Biblioteca Municipale di Reggio Emilia. Sono state inoltre previste attività di atelier con due gruppi di studio esteri e la media di presenze nei fine settimana era di 150 persone.

La diversità è stata davvero fonte di ricchezza e i libri tattili per più di due mesi sono passati sotto gli occhi, ma soprattutto sotto le mani, di grandi e piccini, esperti e appassionati, insegnanti, lettori, figli, genitori e semplici curiosi, lasciando in ognuno un nuovo sapere e inaspettate emozioni. Questa per me, come bibliotecaria, è stata anche l’occasione di intrecciare un filo con altre biblioteche della città, che grazie alla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi e a EnelCuore hanno iniziato a conoscere e ad avere tra i loro scaffali alcuni libri tattili. Filo che spero ci permetterà di tessere un prezioso tappeto che potrà guidare al giusto libro chiunque abbia voglia di leggere, pur nelle difficoltà oggettive.

 

Quali sono i tuoi progetti e i tuoi desideri per il futuro?

Al momento sto ancora facendo, all’interno della biblioteca, laboratori con diverse scuole. Ho alcune idee che voglio sviluppare per il prossimo anno scolastico, per poter offrire una più vasta gamma di attività.

Vorrei poi dedicarmi ad alcuni progetti per migliorare il servizio riguardante gli audiolibri e vorrei creare degli scaffali con libri studiati per chiunque abbia difficoltà di lettura.

Fra i miei desideri c’è che Reggio Emilia sia stata solo la quarta tappa della manifestazione “Di che colore è il vento” e che il suo viaggio sia ancora molto lungo. E, naturalmente, spero che mi sia data ancora l’opportunità di parteciparvi, per vederla crescere e arricchirsi.

Infine, spero che molti altri libri tattili possano arricchire il patrimonio della “mia” e di molte altre biblioteche.

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