Il gatto che aveva perso la coda nasce da un’idea di due tecnici dell’Istituto dei tumori di Milano, Sarah Frasca e Gabriele Carabelli, e dell’illustratrice Annalisa Beghelli che, grazie alla casa editrice Carthusia e alla Fondazione Cleme (www.magicacleme.org/it/home.asp) mi hanno permesso di scrivere una storia per i bambini malati. Si tratta di bambini anche piccolissimi, tutti con tumori al cervello, spesso già operati, che devono subire cicli di radioterapia. Per permettere alla testa di restare immobile indossano un casco che viene fissato al lettino su cui si sdraiano.
Per i bambini è un momento molto difficile, hanno paura, sono soli durante l’irradiazione: in certi casi occorre sedarli.
Il libro si propone di dare loro coraggio. Attraverso la storia di un gatto tigrato che ha perso la coda e va nello spazio a cercarla, indossando un casco come talismano, i bambini coraggiosi e anche quelli che non sanno di essere coraggiosi possono scoprire dentro di sé la forza per superare, come gli eroi delle fiabe, le prove a cui sono sottoposti.
Il gatto che ha perso la coda è quindi un libro pensato e scritto per i bambini in cura, che vi si riconoscono immediatamente e per i quali è di grande conforto. Il gatto, alla ricerca della coda, comincia un viaggio fatto di incontri, tentativi e prove da superare. Alla fine, trovando una coda da tigre e un cuore da leone, ritrova il coraggio e la speranza.
Ma Il gatto che ha perso la coda è anche un libro per la libreria: può essere letto da tutti i bambini. Non c’è infatti nessun riferimento esplicito alla malattia: ogni passaggio è simbolico, parla all’inconscio, non alla ragione.
Le storie sono psicomagie: le mamme e i papà che le raccontano si trasformano in dottori magici e potentissimi. Le storie, con i sentimenti e i percorsi che suggeriscono, aiutano i bambini ad affrontare le paure, a costruire risorse interiori, a rapportarsi con la realtà, anche con quella dolorosa e immeritata. Insegnano a escogitare riti o sistemi personalissimi di difesa e ad acquisire così la forza necessaria per affrontare la vita.
Le storie curano l’anima, la curano nel silenzio che segue la parola detta.
Un bambino ferito trasformerà la sua sofferenza in qualcosa di accettabile solo se sarà capace di narrarla.

Le storie hanno ali molto più potenti di chi le racconta o di chi le inventa.
In Mamma nastrino (Milano, Piemme, 2006) ho raccontato che il cuore di ogni bambino è legato al cuore della sua mamma con un nastrino d’amore che non trattiene, ma incoraggia, e che si può allungare all’infinito, perché non si rompe mai. Ho fatto molti esempi di mamme con il nastrino, anche di mamme che vivono in cielo e che fanno le pilote d’aereo o le astronaute. Solo più tardi mi sono accorta all’improvviso, mentre leggevo la storia a un gruppo di ragazzi, che quando si parla di mamme che vivono in cielo il pensiero va anche alle mamme che non ci sono più. Allora mi sono resa conto che, con le mie parole, non confortavo solo i bambini che si sentivano soli quando la mamma era lontana, ma anche chi, grande o piccolo, non aveva più la mamma, ma scopriva che il suo nastrino restava sempre e comunque legato al suo cuore.
Tempo fa scrissi la storia di un orso che aveva un retino tra le zampe. Quell’orso, seduto tutta la notte sul letto di un bambino, intrappolava nella rete i brutti sogni. Qualcuno allora mi disse che gli Indiani d’America (non so purtroppo quale tribù) possiedono un retino con i quali acchiappano i sogni belli.
Non sapevo niente di quella tradizione, ma più tardi sperimentai per la prima volta con una piccola amica, che da giorni faticava a prendere sonno, quanto un orso guardiano, purché “armato” e amato sia un ottimo antidoto contro la paura della notte (nel suo caso, in mancanza di un retino, usai una padella giocattolo, ma nel caso di mio figlio fu sufficiente dire che l’orso apriva la bocca e mangiava i sogni brutti).
Da parte mia so che ciò che scrivo e racconto a volte si trasforma in medicina solo se mantiene il suo potere misterioso, se resta filtro magico dolce e piacevolissimo.
Forse anche un’otite può essere curata da qualche parola dolce soffiata nell’orecchio. E un mal di pancia da una bella scorpacciata di parole narrate.
Le mamme buone sono dottoresse.
Non prescrivono medicine,
ma storie a voce alta.
Se avete il mal di pancia dei maiali,
il raffreddore degli elefanti,
il morbillo delle coccinelle,
la tosse degli asini,
cercate una mamma dottoressa.
Cercatela nell’armadio,
sotto il letto, nella vasca dei pesci.
Le mamme dottoresse si nascondono nei posti più impensati.
Ma per raccontare una storia,
mio cavallin ciò cio,
non si fanno mai pregare.
(da E. Nava, W le mamme buone?, Roma, Lapis, 2003)

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