Da sempre i libri mi accompagnano nei percorsi di condivisione della lettura in luoghi che chiamo sensibili, posti fertili e necessari alla mia scrittura e alla mia arte, dunque alla mia vita. In tali luoghi la lettura è particolarmente indispensabile alla creazione di ponti tra persone che in quel momento non trovano parole. Il buon libro, quello dal contenuto vero e dalla forma estetica sorprendente, crea l’opportunità di un dialogo e di un approfondimento che in certi casi può rappresentare il miglior modo, se non l’unico, per ridare un senso a ciò che accade. Una forma, un colore, una parola, riesce talvolta a sbloccare i nostri e gli altrui colori, forme, parole, e a farli galoppare, nuovamente liberi di narrare.
Scrive Rodari che ogni poesia, similmente al sogno, interrompe lo stato abituale allo scopo di rinnovarci, di mantenere sempre vivace in noi il senso stesso della vita. E ancora scrive che la parola singola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. E aggiunge che non c’è vita, dove non c’è lotta. È un concetto che guida il mio operare da molti anni. Dove tutto appare semplice c’è poco da cercare, altrove, nei luoghi impervi e scomodi, lottanti, lì si trovano i veri tesori, quelli in grado di farci crescere, maturare, vivere. Così, il libro è l’incontro, la lotta creativa tra parole e immagini, pensieri e interpretazioni, vita reale e sogno.
La scrittura e la pittura sono elementi terapeutici in sé. Lo sono per chi scrive e dipinge, per chi legge, per chi ascolta, per chi guarda. Siano essi adulti o bambini.
Un buon libro è un ponte tra diverse realtà. Bambini e adulti, pance gravide e fratellini già nati, mamme e operatori, medici e pazienti comunicano attraverso la lettura e tutti possono trovare un canale di condivisione e narrazione attraverso un buon libro. E un buon libro è principalmente un libro senza età, un contenitore di cose.
Chi legge sente la propria voce come chi ascolta, e nasce un rapporto che sul filo delle parole corre e spiega l’inspiegabile, narra l’indicibile. Ci sono immagini nei libri, come quelle di Roberto Innocenti in La storia di Erika (1), che rendono immediatamente comprensibile la profondità del trauma, la fissità dell’evento inenarrabile, bloccano il momento cruciale come in uno scatto affettivo che attraverso una macchina fotografica mentale fa giungere il dolore fin dentro di noi per poi sublimarlo attraverso la condivisione visiva e verbale.
La lettura, sia della scrittura che delle immagini, non è un’azione dunque, ma un luogo in cui possono coabitare altri luoghi, persone, eventi, memoria. Un luogo d’incontro senza tempo e senza età ma con una forma ben precisa che riesce a contenere il pensiero e l’immagine, la memoria, le memorie.
Ci sono libri che universalmente e trasversalmente parlano di temi grandi in modo lieve, piccolo. Essi come per magia arrivano a tutti, ognuno con le diverse abilità riceve un messaggio che può tradurre attraverso la propria storia per comunicare con altre persone. Quei libri mettono in relazione luoghi generalmente distanti: Nel paese dei mostri selvaggi (2) la foresta cresce, cresce all’interno della cameretta del bambino che ne ha combinate di tutti i colori fino a fare arrabbiare la mamma. Quei particolari libri sovvertono ruoli e creano spazi vitali laddove questo pareva impossibile.
I luoghi che io amo chiamare sensibili sono quelli in cui avviene una crescita, una trasformazione di chi li abita. È una definizione ampia poiché la crescita e la trasformazione riguardano in realtà ogni posto e qualsiasi vita in ogni sua fase, ma alcuni spazi abitati come i centri nascita, i reparti oncologici, i nidi, sono impregnati fortemente dal dolore e dalla forza della trasformazione che a volte pare impossibile da affrontare.
Scrive Marie – José Comparti De Laure che quando la città non è uno spazio di libera circolazione e di gioco, diventa un mondo inquietante. È una frase importante, potremmo estendere questo pensiero a ogni luogo abitato. Ma ci sono posti che di punto in bianco, da una data precisa della nostra vita e a volte per un periodo limitato o per sempre, diventano più di una casa per noi, per uno stato in cui ci troviamo, o per un’età o per una situazione. In certe patologie l’ospedale si trasforma nella città del bambino, il luogo di vita in cui è necessario che lui trovi i punti di riferimento e di appoggio per quelle leve che gli permettano di andare oltre, di sperare.
Stessa cosa accade nel nido, nello spazio gioco, nei luoghi di scambio e di crescita che il bambino incontra, che sono l’estensione dello spazio della casa e dipendono fortemente dalla situazione in cui nasce o si trova a passare per motivi di vario genere. Durante una visita al campo nomadi vicino a Firenze mi resi conto che per quei bambini la strada rappresentava un’estensione importante della casa, un enorme foglio da disegno in cui esprimere con pezzetti di gesso e piccoli sassi i propri sogni, la scrittura colma di speranza dei propri desideri.
È un errore di base pensare a una minoranza della popolazione umana quando trattiamo di persone con necessità speciali. In realtà è importante tenere sempre in mente che le necessità speciali riguardano tutti noi, in certi periodi della vita, in seguito a un trauma, a una malattia, al distacco da qualcuno o qualcosa che amiamo profondamente, oppure nello scorrere dell’età che cambia il nostro corpo diminuendo le sue capacità. In queste situazioni negate dall’estetica, preponderantemente volta alla perfezione, del nostro periodo storico, lì abbiamo bisogno della condivisione ed è allora che il libro entra in punta di piedi e crea una via di dialogo che ci riporta a casa, sempre che ci sia data la possibilità di avvicinarlo.
Quando abbiamo un buon libro tra le mani il suo messaggio arriva comunque, a tutti. Nello stesso modo i tempi rallentati, l’accuratezza dei luoghi, indispensabili alla crescita dei bambini con necessità speciali, sono necessari a tutti. Ed è qui la ricchezza del poter partecipare lo spazio e il tempo della scuola tra bambini con necessità diversificate, è un’opportunità per tutto il gruppo di ritrovare ritmi compatibili con il pensiero e la creatività.
Così, potendo condividere gli spazi con i tempi necessari alla crescita, la scuola torna a essere una casa accogliente. Ho lavorato molto con i bambini su cosa è la casa. A volte è un semplice atto, come l’allattamento, un abbraccio consolatorio o lo sguardo comprensivo di una persona amica. E non è detto che siamo al sicuro in una casetta quadrata col tetto a punta, poiché ciò che vi accade dentro non sempre è rassicurante e a volte ci costringe addirittura alla fuga. Una casa può avere il volto di chi la abita e una porta da cui non si passa agevolmente, e penso a una bellissima immagine di Bernd Molck-Tassel. Durante un laboratorio su questo tema una bimba di cinque anni disegnò una casa fatta a forma di elefante. Vi si accedeva attraverso una scaletta e la piccola si era ritratta ai suoi piedi, felice e sorridente. Nella condivisione dei disegni nel gruppo della sua classe emerse la sua origine indiana e la sua storia di figlia adottiva di cui nessuno era a conoscenza. Perché la casa è parte di noi, a volte rappresenta il pretesto per riconoscere la nostra provenienza o per sentirne la dolorosa complessità.
Ma qualsiasi casa, anche la più solida, può essere messa a dura prova da un evento traumatico o da qualcosa che crea diversità da ciò che convenzionalmente deve essere la vita. Lo tzunami ne è un esempio terribile ed è stato dipinto e illustrato in infiniti modi.

Come leggere in luoghi sensibili
Allora cosa dobbiamo tenere in mente quando andiamo a operare con i bambini molto piccoli, nelle scuole, nei reparti e in qualsiasi altro spazio in cui si ha la sensazione di abitare luoghi sacri? Come possiamo scegliere i libri da portare con noi, che possano accompagnarci verso le persone, senza intromissioni ma al loro fianco, utili ma non indispensabili, presenti fortemente ma non ingombranti? Ci sono alcune cose fondamentali da tenere in mente e che mi sento di consigliare a tutti, ma soprattutto a chi effettua volontariato nei reparti.
Dobbiamo conoscere il libro a memoria: può accadere che noi andiamo a leggere e che vi sia una frase che non va per niente bene lì dove siamo capitati… dobbiamo poterla saltare senza che nessuno se ne accorga, siamo andati lì per aiutare e non per nuocere.
Dobbiamo conoscere di quel libro i contenuti letterari più profondi, ed è per la stessa motivazione di cui sopra: c’è un senso subito evidente, poi ci sono le letture profonde, non subito significanti ma di cui i libri più belli sono colmi, e può darsi che lì via sia un punto fragile di chi ascolta e dobbiamo essere pronti a cambiare strada, scelta del testo da leggere, del modo in cui leggerlo, delle parti da leggere. A volte è possibile attenuare uno dei significati semplicemente animando il libro attraverso l’uso di un pupazzo o di scenografie che sottolineano una parte più accessibile rispetto a un’altra.
Dobbiamo analizzare le immagini nelle loro capacità evocative più recondite poiché anche le illustrazioni, come le frasi, hanno tanti strati, soprattutto le illustrazioni di alta qualità che dovrebbero essere sempre quelle da dare ai bambini. Lì, in quelle immagini, oltre la realtà esiste il sogno, la paura, il non detto che appare in certi sguardi, in particolari apparentemente inconsistenti.
Dobbiamo sempre scegliere i formati in relazione all’utilizzo che di quel libro faremo: diverso è se leggiamo a un bambino oncologico che possiamo accompagnare solo a distanza perché immunodepresso, a un gruppo di piccolissimi, o a una classe di bambini di dieci anni. Il formato e le immagini saranno fondamentali per la buona riuscita della lettura nei primi due casi, mentre nel terzo la capacità interpretativa del lettore sarà dominante rispetto a tutto il resto.
L’ultima cosa che non va mai persa di vista è quella di immaginare molto flessibilmente possibili attività derivanti dalla lettura, poiché è impensabile progettare senza aver prima condiviso uno spazio con i bambini, poiché essi hanno la capacità di scombinare creativamente qualsiasi progetto, trasformandolo completamente. In questi casi la buona riuscita della lettura o del laboratorio possono dipendere totalmente dalla flessibilità dell’operatore.

Quali temi portare
Gli argomenti che possono coadiuvare l’incontro tra diversità sono tutti quelli possibili. Dobbiamo sapere però cosa stiamo andando a proporre e in quale luogo, poiché dobbiamo essere in grado di assorbire la risposta, a volte anche molto diretta, dei bambini. Ci sono alcuni argomenti efficaci in tal senso.
Bugie. Picasso diceva che l’arte è una bugia che ci serve per arrivare alla verità. Questo fa della frottola un evento di valore quale è, poiché l’invenzione parte da una bugia che ci diciamo, in cui poi crediamo e che infine cerchiamo di dimostrare. In fondo sono nate così tutte le grandi scoperte, il mondo a un certo punto è stato immaginato sferico e adesso su questo siamo tutti d’accordo. Ma perché impediamo ai bambini di dire bugie e ne diciamo molte a loro, magari a fin di bene?
Una bimba ammalata di tumore che mi aveva chiesto di raccontarle la fiaba di Biancaneve mi disse, fissandomi dritta negli occhi, che lei la mela non l’aveva mangiata ma si era ammalata ugualmente e che forse sarebbe morta. Mi chiese perché. Le dissi che non lo sapevo, che nella vita molte cose sono inspiegabili. Mi raccontò di essere arrabbiata con la vita. Le confidai che molte volte era capitato anche a me. La bambina mi chiese se avevo dei figli. Le dissi che sì, ne avevo due, uno della sua stessa età. Mi chiese se stessero bene e io le risposi di sì. In quel momento sentii che si rilassava, il fatto che mi fossi aperta con lei raccontandole la verità le era servito. Mi chiese di raccontarle un’altra storia, tornando dunque insieme a me all’aiuto della fiaba e dunque dell’invenzione.
Lavoro da anni con le bugie dei bambini e ho su questo argomento alcune convinzioni molto profonde. Dobbiamo permettere ai bambini di dire bugie mentre non abbiamo il diritto di raccontarne a loro. Convenzionalmente la nostra società ragiona in modo opposto. Nonni e vecchi gatti svaniscono nel nulla, esiste Babbo Natale, ma i bambini devono dire sempre tutta la verità.
Non sono i bambini a mettere paletti sugli argomenti, sono gli adulti che non possono, a volte, affrontarli. Dobbiamo sapere i nostri limiti e non andare mai oltre così da essere veramente utili in quei luoghi dove andiamo a operare. E dobbiamo scordarci le convenzioni. Come usavamo ieri quegli oggetti e quelle parole è storia del passato; adesso, qui, proviamo altre strade e scegliamo la più comoda, la più accogliente. Pazienza se è completamente inusuale.
Fare oltre le possibilità apparenti. Un argomento molto importante da affrontare nei gruppi in cui vi è ricchezza di diversità e di speciali necessità è quello del fare oltre le possibilità apparenti.
Alcuni libri sono fantastici per affrontare questo. Beelinda (3) è una pecora ribelle. Lei vuole volare, odia stare a brucare l’erba a testa bassa, il gregge la isola per questo. Riuscirà a realizzare il suo sogno ma in modo reale, attraverso la solidarietà. Ospiterà nel suo pelo gli uccellini che poi la aiuteranno a volare. È un libro meraviglioso quando siamo in luoghi in cui le abilità sono diversificate poiché tratta molti temi pratici e non, del fare, della possibilità di attuare i propri sogni al di là delle possibilità fisiche, e soprattutto del saper chiedere aiuto agli altri.
Ne L’albero e la bambina (4) l’antica pianta è radicata a terra oltremodo, tristissima di questo suo destino. Ma sa sognare. L’incontro con una bimba che ha fiducia che l’albero possa volare crea un rapporto tra i due che, sul filo del sogno, realizza fiabe apparentemente impossibili.
Crispino (5) è un cane abbandonato, lasciato per strada. Va alla ricerca di un luogo in cui sentirsi veramente se stesso. Prova a fare tante cose, incontra personaggi, tenta i ruoli di porcello e d’imbianchino. Ma ritrova la sua vita solo quando atterra in una piccola casa dove può fare il Crispino. Essere noi stessi a volte è la sfida più grande e la necessità più impellente.
Il viaggio. Scrive Calvino che tutto può cambiare ma non il linguaggio che abbiamo dentro. Ma viaggiare è spostarsi o fare esperienza? Andrea Porcello e Capra Marta (6) sono gelosissimi perché altri animali, come le cicogne, migrano, si spostano e raccontano sempre a tutti cosa hanno visto. Loro non hanno mai niente da raccontare agli altri animali, così decidono di partire. Dopo solo pochi minuti, ancora vicini alla fattoria, un profumino di torta li attira verso la finestra di una casa. Si avvicinano e assistono estasiati ai primi passi di un bambino. Tornano a raccontare a tutti la loro avventura. Un libro che parla del viaggio nella sua accezione più profonda, della scoperta, della conquista nelle fasi di crescita, della possibilità di andare oltre le definizioni.
Il cambiamento fa paura ai bambini, ma può rappresentare l’opportunità di trovare se stessi. Scrive Picasso che i colori, come i lineamenti, seguono i cambiamenti delle emozioni. Il libro è un jolly che può trasformarsi a seconda del luogo, del tempo, di chi partecipa. Ma ha anche caratteristiche di personaggio, è vivo, vitale, specchia noi stessi, sorprendentemente cambia l’immagine che abbiamo di noi. Alcuni libri sono portatori di tematiche universali, fondamentali, e la metamorfosi riguarda la creatività come la malattia come la crescita. Oggi no domani sì (7) parla di uno struzzo che cade nel deserto, non si sa come. Non può volare ma non ha il coraggio di dirlo e prova tutte le notti. Gli animali del deserto temono il nuovo arrivato, pensano che si senta più grosso di loro perché vola, forse… Solo quando trova il coraggio di dire a tutti la verità scopre che in realtà è quello che tutti speravano e si aspettavano da lui. È un libro sul bullismo, sulle paure del nuovo, sul gruppo e il singolo, sull’esclusione e l’autoesclusione, sulla potenza creativa e distruttrice delle aspettative che abbiamo noi e che hanno gli altri su di noi.
L’ho letto a un gruppo di bambini dello spazio gioco, di circa un anno e mezzo. C’era un grande struzzo che avevo dipinto come sfondo, vera sabbia di mare in una vasca rotonda. Era inverno e la sabbia era fredda. Durante la lettura i bambini hanno toccato e mescolato continuamente la sabbia con le manine. Alla fine della lettura era diventata calda. Questo ha dato loro la misura della potenza dello stare insieme, della forza fisica delle loro mani che, così tante, avevano potuto trasformare la materia.
Linguaggi e diversità. Scrive Calvino che il posto ideale in cui abitare è quello dove è più naturale vivere come stranieri. I nidi e gli ospedali sono luoghi dagli infiniti linguaggi, così come le biblioteche e le case. Ci aiuta l’arte, l’immagine, quando la parola non basta o è incomprensibile perché i bambini sono molto piccoli oppure hanno provenienze diversificate oppure esiste un silenzio sulla malattia o sulla disabilità che blocca il dialogo tra genitori e figli.
Alcuni libri ci aiutano in questo. Riescono a farci trovare parole di dialogo laddove non avremmo immaginato di poterne avere. Un buon libro non dà risposte ma crea la possibilità di fare domande. Fammi una domanda (8) è uno dei testi più belli che mai siano stati pubblicati poiché è fatto di sole domande associate a immagini dagli infiniti linguaggi. Molto può nascere in un gruppo lavorando con questo libro che, come fanno i bambini, chiede il senso e il perché di tutte le cose riportandoci a quando ce lo chiedevamo e questo ci faceva esistere in modo intenso e nuovo, poiché da poco avevamo conosciuto la vita. “Quale animale vorresti avere con te? Cosa sai fare di speciale con le mani? Da cosa capisci che stai crescendo? Come hai fatto a venire al mondo? Hai mai perso qualcuno? Sei mai stato solo solo? Di che colore sono i tuoi occhi?”.

Per finire, anzi, per cominciare…
È importante sottolineare che ciò che conta è portarsi sempre dietro il luogo della lettura. Platone diceva che la direzione nella quale l’educazione di un uomo lo avvia, determinerà la sua vita futura. È ciò in cui chi opera con i bambini crede profondamente. Questo rende però molto grande la responsabilità di chi, per scelta o per caso, si trova a rivestire questo ruolo.
Un grande urbanista ha scritto che praticare lo spazio significa ripetere l’esperienza esaltante e silenziosa dell’infanzia. Allora potremmo immaginare uno spazio dentro di noi, condiviso da altre persone, in cui la lettura può aver luogo. Ma il luogo è anche un luogo fisico, con il suo clima, i suoi colori, il sapore e l’odore. Quando andiamo nei reparti e nei nidi e nelle biblioteche troviamo odori, colori preponderanti che ci invadono completamente e cambiano le immagini dentro di noi.
In certi casi sappiamo che potremo partire dal libro per arrivare ovunque.
In altre situazioni il libro rappresenterà la nostra mèta poiché sarà complesso anche solo giungere a una lettura adeguata al luogo e al tempo in cui andremo a operare.
In certi casi ci troveremo a rivedere i nostri progetti mentali. Siamo andati per leggere, poi abbiamo trovato persone e eventi che ci hanno portato a stare lì in altri modi, a dare un abbraccio, ad ascoltare storie invece che a narrarne. Ugualmente, anche senza accorgercene, siamo arrivati lì forti dei nostri libri.
Gocce di voce (9) è scritto da tanti autori ma il testo sulla foce è il mio preferito perché parla di crescita, di andare per restare, di lasciare andare per prendere di più. Nell’esperienza del fiume che sbocca in mare vi è la ricchezza di tutto ciò che ai bambini abbiamo donato con la nostra presenza, con il nostro operare amoroso, intenso e accurato.
Così il bambino che è diventato autonomo; e ancor più nella crescita interrotta o resa complessa dal trauma, dallo sradicamento e dalle differenti abilità, conta la foce poiché salutare è tenere con sé:
Ed è la foce, ma non può finire
I figli vanno nel mare del mondo
Perché ogni fiume che sembra sparire
Diventa solo più largo e profondo

Alcuni miei scritti per approfondire le tematiche del dialogo tra diversità
Arianna Papini, Ad abbracciar nessuno, Firenze, Fatatrac, 2010
Arianna Papini, Amiche d’ombra, Firenze, Fatatrac, 2000
Arianna Papini, Il Gobba dei randagi, Firenze, Fatatrac, 2002
Arianna Papini, Jovan non sa di Vlora, Genova, Edicolors, 2001
Arianna Papini, L’albero e la bambina, Firenze, Fatatrac, 2011
Arianna Papini, Le parole scappate, Belvedere Marittimo (CS), Coccole e Caccole, 2011
Arianna Papini, Lisa, un anno con la taccola, Firenze, Fatatrac, 1998
Arianna Papini, Odore di bombe profumo di pioggia, Firenze, Fatatrac, 2004
Arianna Papini, Pareva un gioco, Roma, Lapis, 2002
Arianna Papini, Sentire le immagini, guardare le parole, in “Effeta” – Mensile della Fondazione Gualandi a favore dei bambini sordi, n. 2, 2010

Note
(1) Ruth Vander Zee, La storia di Erika, illustrazioni di Roberto Innocenti, Cornaredo (MI), La Margherita, 2005
(2) Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Milano, Babalibri, 1999
(3) Manuela Salvi, Beelinda fuori dal gregge, Firenze, Fatatrac, 2007
(4) Arianna Papini, L’albero e la bambina, Firenze, Fatatrac, settembre 2011
(5) Maurizio Quarello, Dove va Crispino?, illustrazioni di Lucie Müllerová, Firenze, Fatatrac, 2005
(6) Roberta Gorni, Il viaggio di Andrea Porcello e Capra Marta, Firenze, Fatatrac, 2007
(7) Lucia Scuderi, Oggi no domani sì, Firenze, Fatatrac, 2008
(8) Antje Damm, Fammi una domanda, Roma, Nuove Edizioni Romane, 2005
(9) AA.VV., Gocce di voce, Firenze Fatatrac, 2006

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