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Autore: Nicola Rabbi

8. L’etica del combattimento: la relazione marziale e l’espressività corporea

Il segreto della spada sta nel non sguainarla; non bisogna estrarre la spada, poiché se desiderate uccidere qualcuno, siete voi che dovete morire. Bisogna uccidere se stessi, uccidere il proprio spirito, a quel punto gli altri hanno paura e fuggono. Siete voi il più forte e gli altri non si avvicinano.
(Taisen Deshimaru Roshi, Zen e arti marziali, Rimini, Il Cerchio editore, 2004)

Con queste parole il maestro zen Taisen Deshimaru Roshi si rivolge ai suoi allievi, giovani guerrieri.
Un insegnamento tanto lontano dal nostro tempo può rivelarsi molto attuale nel momento in cui si consideri il “quotidiano” attraverso la prospettiva del combattimento.
Si combatte dal primo istante di vita fino all’ultimo, per non soccombere alla fame, alle malattie, alla paura, al confronto. Si combatte con i propri limiti, l’inesperienza, le difficoltà economiche, fisiche, culturali.
Si combattono l’ignoranza, la malafede, la cupidigia, il qualunquismo, l’individualismo.
Una prospettiva di questo tipo apre uno spazio di riflessione dove appare evidente come la condizione di partenza da cui muove ogni singolo individuo risulti molto diversificata; c’è chi nasce, per così dire, “armato fino ai denti”, chi invece nasce e cresce in una dimensione molto sfavorevole, conseguentemente alle ragioni più svariate, che possono avere molteplici matrici, da quelle culturali, economiche, fisiche, sociali familiari e altro ancora.
Quel che i giovani guerrieri ricercavano, attraverso lo studio del budo (la via delle arti marziali), prima ancora di una preziosa katana (la spada) e di una solida armatura, era la piena consapevolezza del proprio spirito, del proprio “centro”.
Questi uomini erano consapevoli di quanto l’assoluto controllo della propria persona scaturisca dalla conoscenza più profonda delle emozioni, mai dalla negazione.
Il maestro chiede loro di uccidere il proprio spirito per impedire che venga svelato a chi non dovrà mai conoscerlo, a chi potrebbe ferirli o ucciderli in battaglia.
Il maestro li invita a non farsi sopraffare dalla rabbia, dal rancore, sentimenti che spesso rendono ciechi e deboli, quindi ancor più vulnerabili.
Questa condizione di “vuoto” interiore rappresenta l’aspirazione più alta cui il pensiero zen si riferisce.
Nel nostro caso, di “moderni guerrieri”, i pericoli cui incorriamo sono fortunatamente di livello nettamente minore, abbiamo la libertà, se lo desideriamo, di rivelarci agli altri, di raccontarci, di ascoltare racconti.
Ciò non toglie che la ricerca della piena consapevolezza resti il punto di partenza da cui ognuno dovrebbe muovere, per accettare e migliorare se stesso e per andare verso gli altri con serenità.
Per questo motivo non sarà quindi necessario al “moderno guerriero” uccidere il proprio spirito, gli basterà probabilmente arrivare ad accettarlo fino in fondo, a conoscerlo, amarlo e rispettarlo per quello che è: questo potrebbe indurre gli altri a fare altrettanto.
I principi primi cui il combattimento fa riferimento sono esattamente gli stessi che fondano qualsiasi tipo di relazione, partono dalla piena consapevolezza di sé e della propria presenza, procedendo verso l’“altro”, passano attraverso l’ascolto, inteso nella sua accezione più ampia.
Il respiro, lo sguardo, la distanza e poi il contatto.
Dedicando piena attenzione al proprio corpo, all’equilibrio, al respiro, si eseguono movimenti semplici con rigore e concentrazione. Questo studio può proseguire per anni, e quando inizia ad affinarsi può diventare una vera e propria arte.
Le discipline marziali tradizionali hanno fatto così del combattimento un’arte. Al di là della specificità di ognuna di esse, il principio cui attingono si basa, in prima istanza, sulla ricerca dell’equilibrio. Con tale termine si intende, in questo caso, il significato più ampio che a tale condizione possa essere attribuito, dove mente e corpo aspirano al raggiungimento di una perfetta sinergia, dove pensiero e azione coincidono in maniera assolutamente consapevole.
Al di là degli strumenti che si decida di utilizzare, nessuno dovrebbe rinunciare a tale ricerca, che inizia dal “sé” per muovere lentamente verso l’“altro”. Non è importante dunque il grado di consapevolezza da cui si parte, sarà comunque diverso per ognuno, non è nemmeno importante il punto di approdo, che in realtà di per sé non esiste, in quanto può essere continuamente spostato.
L’individuo si appropria, riappropria, acquista, conquista un valore di unicità e rispettabilità, insito nel suo stesso “essere persona”, che scavalca ogni altro parametro esulando completamente da qualsiasi a priori.
A detta dei “maestri”, non esiste un’età giusta per cominciare la “ricerca”, quel che è certo, a detta di noi comuni mortali, infaticabili studenti, è che non basta una vita per “arrivare”.
Quel che davvero conta è il “do”, la via, il cammino. La meta siamo noi, ognuno sarà meta del proprio percorso, partirà da dove si trova e giungerà fino a dove saprà arrivare.
La ricerca dell’equilibrio, del “centro”, del pieno controllo, in statica così come in dinamica, partendo dalla stabilità e dall’instabilità del proprio corpo per giungere alla relazione con quello dell’“altro”: è questa la mia ricerca, la mia proposta, per quanto concerne l’area corporeo-relazionale.
Nell’affrontare un percorso marziale risulta indispensabile attribuire il massimo rilievo alla piena consapevolezza del proprio “esserci”: il qui ed ora è fondamentale. Poco o nulla contano la diversità, l’eterogeneità del gruppo di lavoro: quando i componenti avranno esplorato il proprio equilibrio attraverso l’ascolto del proprio corpo, entreranno in relazione con quello degli altri. La diversità in questo caso rappresenta anzi una preziosa opportunità, una nuova possibilità, per testare le proprie risorse, la propria capacità di cambiamento, di messa in discussione, di ascolto.
Ogni qualvolta le mie certezze vengono destabilizzate si apre una nuova prospettiva per trovare altri equilibri, possibilità ancora inesplorate.
Tutto questo si sviluppa attraverso un’esperienza fisica che contiene un’evidente valenza educativa.
Il corpo è un buon mediatore, spesso il praticante risulta talmente concentrato nella riuscita dell’esercizio che apparentemente non si accorge dell’importanza e della profondità del lavoro che sta svolgendo.
L’elaborazione dei dati acquisiti necessita di un tempo di “decantazione” e passa attraverso il ripetersi dell’esperienza, fino a quando la ripetitività del gesto improvvisamente svela il suo profondo valore, allora il gesto diviene consapevole e “pieno”.
Da qui risulta evidente come il controllo debba essere inteso come la totale consapevolezza delle proprie emozioni e non come negazione delle stesse.
Si è accennato a come i principi che sottendono il combattimento siano gli stessi che fondano qualsiasi tipo di relazione, partono dalla piena consapevolezza di sé e della propria presenza per procedere verso l’“altro”.
Il momento dell’ascolto risulta assolutamente prioritario, così come dovrebbe accadere per qualsiasi relazione sincera si voglia instaurare. Il respiro, lo sguardo, la distanza e poi il contatto.
Nel combattimento tutto si risolve in un unico tempo, il contatto è risolutivo.
Per giungervi si procede per gradi, i tempi si dilatano attraverso esperienze di contatto fisico sempre più intense che costringono il praticante ad allenare l’abitudine a un ascolto pieno e sincero, alla completa messa in gioco del proprio potenziale così come dei propri limiti.
In assenza di tali presupposti l’allenamento risulta inefficace, non ci sarà crescita né sul piano tecnico né su quello emotivo.
Questo tipo di ricerca, proposta all’interno di un contesto totalmente avulso da quello che abitualmente si trova nello studio di un’arte marziale ha offerto spunti eccezionali.
Gli allievi, in questo caso un gruppo eterogeneo di estrazioni disparate, con nessuna conoscenza nel settore, si sono sorpresi a mettere in gioco risorse del tutto inaspettate. La ricerca del centro, dell’equilibrio, della stabilità, il recupero, la perdita, la diversità, sono diventati il perno di un percorso individuale e collettivo. Paradossalmente la tendenza da parte di alcuni a rimanere ancorati ai propri schemi (fisici) si è manifestata prevalentemente da parte di coloro che risultavano più “strutturati” dal punto di vista cognitivo e “verbale”.
Abbiamo giocato, studiato, inventato, distrutto e ricostruito, trovato i limiti per poi superarli; abbiamo rotto gli argini e li abbiamo ricostruiti un po’ più avanti.
Gli “Esquilibri” sono diventati il nostro racconto, la nostra drammaturgia.
“Esquilibri” ha debuttato al Teatro Verdi di Genova nel novembre 2008 ed è stato ripresentato, all’interno del Convegno “Sperimentazioni” al Teatro Modena e alla Sala Mercato del Teatro dell’Archivolto di Genova nel maggio 2009.
Preziosa e insostituibile è stata la collaborazione e la partecipazione nelle fasi laboratoriali e nella realizzazione spettacolare dei colleghi GhianVescovi e Laura Dalla Dea, nonché l’indispensabile apporto tecnico di Alessio Panni.

7. L’esplorazione del sé attraverso lo strumento arteterapico

Da un’immagine al… palcoscenico.
Le arti visive, dato l’approccio personale, tranquillo e contemplativo necessario alla creazione, aprono ampie aree di esplorazione interiore.
Si tratta del primo obiettivo: il raggiungimento di quello stato di pace a contatto con il proprio essere profondo, necessario per scoprire il nostro mondo più nascosto.
Quello che maggiormente mi colpisce a ogni incontro in laboratorio è come i sentimenti delle persone siano coinvolti in maniera primitiva, senza misure e senza filtri; come ha sottolineato Gettings (1966) l’arte ha più valore per la sua capacità di perfezionare la mente e la sensibilità più che per i prodotti finali.
Questo è accentuato negli incontri di gruppo, dove è proprio la sinergia tra i partecipanti che si crea all’interno del setting che incentiva il cambiamento e la rielaborazione di ciascuno. Non è dunque certo solo merito del terapista la buona riuscita di un gruppo arteterapeutico, anche se lo stile di conduzione è importante e con esso il modello cui ci si ispira.
Il modello applicato nei miei laboratori di arteterapia, utilizzato anche nel viaggio con il gruppo, parte dalla consapevolezza che la persona è costituita dalle relazioni concrete che intrattiene con le cose e con gli altri. Non può essere quindi conosciuta, studiata e aiutata a cambiare se non attraverso queste relazioni (Heidegger).
L’arteterapia applicata con questi principi permette di creare uno spazio dove sono sospesi i giudizi di verità e di falsità delle immagini prodotte, ma l’immagine può fondersi con quelle create dagli altri componenti del gruppo, operatori e conduttore compreso. Questo metodo si rifà al modello fenomenologico.
Si passa quindi dal mondo soggettivo di ognuno di noi alla coscienza del collettivo/gruppo senza mai perdere il primo momento a favore del secondo.
Si crea così un mondo comune dove ciascuno è soggetto, senza perdita di identità, acquisendo la coscienza che lo stare insieme favorisce l’espressione e il benessere.
I livelli di interazione sono due: tra l’autore e il suo disegno ma anche tra le persone che dipingono insieme.
Fondamentale per la riuscita dell’incontro è l’impronta non gerarchica: sia io che i miei colleghi partecipiamo all’esperienza, non come detentori di una verità da rivelare tramite l’interpretazione, ma come custodi di un gruppo che esprime il proprio mondo soggettivo.
Ognuno dei partecipanti, quindi anche il conduttore, è coinvolto nell’esperienza, scevro da atteggiamenti intrusivi struttura e rafforza la relazione, senza mai forzare il mondo interno dell’individuo.
Compito dell’arteterapista è quello di facilitare l’espressione con i tempi e i modi soggettivamente possibili per quel soggetto, in quel momento.
Esiste una grande consapevolezza: in ciò che produce il soggetto, nell’incontro, non ci sono verità da svelare, ma solo modi di essere al mondo, che vogliono manifestarsi e prendere forma e come tali di uguale valore e significato.
Durante la verbalizzazione finale i disegni “vengono raccontati”: prestando attenzione alle emozioni espresse dall’artista e a quelle suscitate in chi guarda e ascolta, incomincia a prendere forma la trama del racconto, di una nuova storia.
Avviene così l’elaborazione della propria esperienza, i simboli di ciascuno possono diventare la scintilla per accendere la memoria emotiva di un altro: il disegno porta fuori ciò che è dentro, qualsiasi scarabocchio acquista valore, e durante il racconto e le interazioni tra i partecipanti, si condivide un pezzo di strada dove l’autore si scopre fortificato e gratificato.
Io utilizzo l’arteterapia come un mezzo per favorire la conoscenza silenziosa tra i partecipanti: sarà poi la forza del gruppo, amplificata, sostenuta, rivisitata anche attraverso gli altri laboratori a dare parola a chi non l’ha mai avuta, avvicinando ciascuno, sempre di più, alla consapevolezza del proprio essere nel mondo.
Nel lavoro con la creatività non esistono risposte giuste o sbagliate, si valorizzano e si contestualizzano le immagini interne, qualsiasi esse siano.
La creatività è vedere il mondo in maniera diversa, da un diverso punto di vista, magari al contrario, sottosopra, partendo dalla fine, di lato, a metà… per arrivare a mostrarsi, più serenamente e con dignità, al palcoscenico della vita.
Talvolta capita di dover passare anche da un vero e proprio palcoscenico di un teatro, dove la storia delle emozioni e dei sentimenti di tutti viene mostrata al mondo, dove tutti hanno diritto di cittadinanza, anche emotiva.

6. Il corpo sonoro: interazione tra corpo e suono

L’intervento sonoro e musicale all’interno del nostro laboratorio teatrale si sviluppa in due momenti distinti: il primo riguarda sostanzialmente la cura del complemento musicale nelle varie fasi del percorso laboratoriale, dall’accoglienza del gruppo ai saluti finali.
Il secondo intervento è un percorso di ricerca del proprio suono-voce, attraverso l’esplorazione delle capacità del corpo-strumento.
Il contributo della musica nel laboratorio teatrale, inizialmente, nella mia esperienza si limitava al primo dei due momenti.
Dopo aver frequentato il corso di musicoterapia e aver fatto esperienza di interventi musicoterapici individuali e di gruppo, ho avuto la possibilità di iniziare a collaborare con un gruppo di persone dalle competenze diverse accomunate dal desiderio di condividere un progetto.
Il laboratorio teatrale è la cornice ideale.
Abbiamo quindi iniziato a collaborare alla conduzione di un laboratorio multidisciplinare.
In questo contesto mi sono dedicato alla scelta dei suggerimenti musicali più indicati ad accompagnare le varie fasi dell’attività, mettendo a disposizione competenze più musicali che musicoterapiche.
L’impianto nel nostro laboratorio prevede quasi sempre una colonna sonora.
Nelle fasi dedicate al rilassamento e al riscaldamento non c’è musica, ma un lieve tappeto di suoni distensivi e armonici con il minor apporto possibile di melodia e ritmo che potrebbero deviare l’attenzione, che deve essere concentrata sulla guida del conduttore.
Negozi specializzati, internet, supermercati hanno una ricca offerta di musica per rilassamento, in un qualsiasi di questi contesti si può trovare il suono più adatto alla nostra sensibilità.
La parte centrale dell’attività è dedicata all’esplorazione delle proprie possibilità espressive attraverso l’utilizzo di un linguaggio intermodale.
Per quanto riguarda l’arteterapia la musica ha una funzione di accompagnamento, talvolta non viene utilizzata per lasciare che l’espressione creativa si raccolga intorno al segno. Lo stesso vale per la videoarteterapia.
Un maggiore impiego della musica avviene all’interno dell’intervento di pedagogia teatrale, dove la musica “condiziona” il movimento; nel caso specifico deve accompagnarlo, facilitarlo, fare in modo che ispiri il gesto.
L’attenzione nella scelta è determinata dal fatto che il brano non accompagna una danza, ma dà luce a una rappresentazione: non deve seguire un ritmo, non deve evocare una particolare atmosfera, ma al tempo stesso può avere una sua struttura riconoscibile.
Non esiste la musica “giusta”: la scelta è condizionata dalle sensibilità e dai gusti dei singoli, sta di fatto che certa musica “funziona”.
La mia esperienza mi induce a consigliarvi l’ascolto di un gruppo newyorkese, i Clogs, e del loro disco Lantern: un esempio per farvi capire di che cosa sto parlando.
Il secondo intervento, di natura musicale, si sviluppa attraverso l’ascolto del proprio suono interiore e della sua espressione.
Il percorso che mi ha portato a questo tipo di proposta è passato attraverso vari stadi.
Per diversi anni il mio intervento all’interno del laboratorio si limitava all’azione di accompagnamento, a volte a un’animazione musicale di gruppo.
L’obiettivo era quello di creare un gruppo in grado di esprimere le proprie emozioni, desideri e bisogni, per trasformarle poi, con l’aiuto dei conduttori, in un plot narrativo.
I partecipanti, stimolati da proposte ludiche, si lasciavano andare e si esprimevano liberamente.
Quando abbiamo iniziato a fare percorsi formativi con operatori la proposta musicoterapica tradizionale non mi sembrava congrua.
Ma questo appartiene al resto della storia…

5. La poetica del corpo

Gli incontri del laboratorio teatrale, e in genere tutte le attività che il gruppo propone, iniziano con il rilassamento corporeo (respirazione, rilassamento guidato).
Questa prima fase del lavoro offre la possibilità ai singoli partecipanti di cominciare a “prendere le distanze” dal ritmo incalzante della quotidianità, per concentrarsi sul “qui ed ora”.
Con il procedere della pratica il percorso diventa più profondo e impegnativo: si avvia un processo di interiorizzazione che suggerisce l’esplorazione di sensazioni, sentimenti ed emozioni.
Durante il mio percorso formativo, lo studio e l’approfondimento di alcune tecniche corporee (shiatsu, respirazione circolare) hanno giocato un ruolo centrale in quello che è stato un processo di conoscenza, cambiamento e approfondimento.
Lo shiatsu, in particolare, guida alla presa di coscienza della propria energia: a nutrirla, controllarla, esprimerla.
Un aspetto prioritario di questa pratica, applicata nei nostri laboratori, è quello di fornire ai partecipanti uno strumento di lettura capace di mostrare la possibilità di “trasformare” la qualità della propria vita.
La presa di coscienza del sé corporeo, attraverso il controllo degli atti respiratori, la sensazione di benessere che dovrebbe scaturirne, fornisce l’opportunità di approcciarsi a una possibilità percettiva e conoscitiva “altra”.
Questa nuova consapevolezza rappresenta un primo passo per prendere le distanze dagli eventi emotivamente stressanti.
La continua ricerca di tranquillità ed equilibrio mi hanno condotta a seguire, oltre alle pratiche shiatsu, esperienze di yoga e rebirthing.
I numerosi percorsi formativi, che nel tempo mi hanno fornito elementi di indubbia efficacia, mi hanno soprattutto insegnato, in prima istanza, che non occorre fare grandi cambiamenti per essere felici: è sufficiente sviluppare l’aspetto positivo che ognuno di noi custodisce dentro di sé.
Il controllo sociale spesso ci impedisce di vivere come “esseri emotivi”: piangere, vergognarsi, aver paura o gioire sono manifestazioni per lo più represse, che ci allontanano da noi stessi e dagli altri.
L’approfondimento delle tecniche di respirazione porta a coscientizzare molti aspetti della propria emotività, compresi ansie e dolori: questo processo, malgrado comporti grande fatica, quando è accompagnato da una guida consapevole ed esperta, diviene uno strumento rafforzativo e trasformativo.
Attraverso l’ascolto e la disciplina del corpo, è possibile trovare la giusta armonia: i sentimenti e le emozioni sono incarnati dal corpo stesso, la nostra fisicità è specchio del benessere-malessere della persona.
È stato naturale per me portare queste esperienze nel lavoro e nel contesto positivo del laboratorio teatrale: è diventato un passaggio indispensabile.
Cominciamo sempre così: chiudiamo gli occhi, ascoltiamo il nostro respiro, il nostro corpo, cerchiamo il silenzio interiore per fare posto a sensazioni ed emozioni e prepararsi a lavorare.

4. Il laboratorio teatrale nei centri di riabilitazione: l’espressione del confine, l’esercizio maieutico, la poesia come luogo dell’essere

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
augurati che la strada sia lunga
ricca in avventure ed esperienze.
Non temere la furia di Nettuno
non lo incontrerai
se il tuo pensiero resta alto
e un sentimento fermo
guida il tuo spirito e il tuo corpo.
Non incapperai nell’irato Nettuno
se non te lo porti dentro
se l’animo non te lo mette contro.
Sempre devi avere in mente Itaca:
raggiungerla deve essere il tuo pensiero costante.
(Kostantin Kavafis, Aspettando i barbari. Poesie civili, Firenze, Passigli editore, 2005)

Si svegliò, aprì gli occhi. La stanza gli diceva poco o niente, profondamente immerso com’era nel non-essere da cui era appena affiorato.
Se l’energia di accertare la propria collocazione nel tempo e nello spazio gli mancava, gliene mancava anche il desiderio.
Sapeva soltanto di esistere, d’avere attraversato vaste regioni per ritornare dal nulla.
(Paul Bowles, Il tè nel deserto, Milano, Garzanti, 1989)

Mi sono spesso chiesta dov’è la persona disabile quando incontra noi, l’esercito degli educatori, la schiera dei riabilitatori.
Mi chiedo, talvolta, se conserva un ricordo di tutti coloro che si sono occupati di lui, connotando la sua storia di persona disabile.
A volte fantastico sulla qualità dei suoi ricordi, sulle traduzioni del suo mondo interno e mi domando se, in tutto questo, la storia riabilitativa abbia lasciato tracce significative.
Forse i miei interrogativi risultano troppo prepotenti, inutilmente interpretativi, forse anche vacui: certo è che se dovessi individuare la genesi del mio fare educativo, la farei coincidere con una curiosità semplice ma profondamente radicata.
Quello che mi ha mosso all’interno di territori “al confine” è una curiosità “verace”, squisitamente antropologica: un’attenzione alle peculiarità dell’individuo, alle sue infinite e finite possibilità, alla sua mutevolezza, alla sua sorprendente originalità.
L’uomo nel mondo, l’uomo nella sua finitudine.
Ancor più affascinante è, per me, sfiorare la complessità quando questa è dettata da destini incoerenti e incomprensibili: esistono uomini e donne cui il “fato” ha assegnato percorsi impervi e, spietatamente, ingenerosi.
Mi ha sempre colpito il coraggio, tinto di mille sfumature, con cui certe persone affrontano stati esistenziali così complessi.
Tanti gli interrogativi e le cautele quando si è al cospetto di un “portatore di storia altra”: nessuna certezza ci accompagna, checché ne dica la clinica e la testistica a disposizione.
Nessun risultato può indicarci come incontrare l’altro nella sua insondabile multiformità.
È comprensibile, pertanto, la scelta di cercare strumenti che facilitino un percorso di conoscenza altrimenti tracciabile.
Possiamo dirlo con una certa tranquillità: non sono molte le occasioni per ritagliarsi spazi di pensiero e ricerca, dove lasciar emergere parole e corpi disabitati, desideri sopiti, gesti misurati e antichi.
Siamo così allenati a intervenire in vece della persona disabile, così certi della nostra utilità da non immaginare la possibilità di poter “stare” in attesa al cospetto dell’altro.
Ma cosa cambierebbe se ci domandassimo se è innamorato?
Se è stanco di quel corpo da tutti manipolato, ripulito, rivestito, rimpinzato, condiviso, osservato?
Se ci domandassimo se anche lui, di tanto in tanto, è sconvolto dal male di vivere, oppure si accontenta degli accadimenti con pacata rassegnazione?
Quali pensieri lo confortano, quali tristezze e disperazioni lo dilaniano?
Quali occasioni ha di incontrarsi, ascoltarsi, placare l’accavallarsi dei movimenti interni?
Perché lui li ha, li possiede, li esplora di tanto in tanto, nei momenti più impensati: talvolta può capitare a tavola, nella concitazione della mensa, appartarsi con la mente, non sentire più nulla se non un lontano ronzio sullo sfondo.
Lì, forse, si astrae, si allontana dalle sollecitazioni dell’educatore di turno e si isola con un’idea, un bagliore, un ricordo, un odore, un frammento: il corpo si congela per trattenere quell’istante di lucidità intensa mentre gli altri, tutti intorno, lo richiamano al mondo della Grande Mensa.
Altre volte è trasportato, sollecitato, incalzato come se per qualsiasi cosa non ci fosse tempo sufficiente.
Si va al cinema ma di corsa, si fa una gita ma di corsa, si va, si va nella vacuità del fare perché “non si sta senza fare niente”, perché l’ozio è un cattivo consigliere.
Non diamo tempo alle parole di esprimersi, non concediamo spazio alle coreografie della mente, non lasciamo che l’indagare abiti zone interne; manteniamo un concetto di esplorazione esterna concitata, che mal si attaglia alle esigenze di chi è abitato dalla necessità di sostare per meglio comprendere o per meglio sentire.
Dove sono i luoghi che ascoltano, che amplificano le voci che ci abitano, che fanno indovinare la possibilità di appartenersi nonostante, di aspettare nonostante, di fermarsi nonostante, di camminare sul precipizio perché ci diverte, consapevoli della ineffabile bellezza del rischio?
Tutto ciò fa parte dell’agire umano da millenni, è parte del nostro bagaglio genetico eppure dimentichiamo questa necessità antropologica, filosofica: la dimentichiamo nel quotidiano esistere e, talvolta, non la riconosciamo alla persona disabile.
È un processo creativo quello di cui stiamo parlando che interessa tutti, interessa il genere umano nella sua differenza, nella sua unicità.
È una pedagogia del rispetto, una pedagogia della differenza, una pedagogia che attende, una pedagogia del riverbero: occorre sempre aspettare perché il suono riverberi.
La fretta uccide la magia del ritorno, la magia del presentarsi in forme inattese.

La pedagogia dell’ascolto e dell’attesa.
Esiste allora la possibilità di intraprendere un cammino connotato dal desiderio unico di inoltrarsi senza disegni, con animo libero, disposto all’inusitato, all’indecifrabile, all’inatteso?
È possibile immaginare percorsi il cui obiettivo sia connotato dal desiderio di scoperta, terreni in cui gli uomini si sperimentino ad “armi pari”?
Dove le categorie di giudizio sono bandite, dove la regola si esprime attraverso la possibilità di espressione libera e cosciente, dove la creatività e la poesia sono considerati bagagli essenziali?
Non è difficile immaginare quali possano essere le vie da attraversare, equipaggiati dei rispettivi bagagli essenziali: le arti, da sempre, hanno accompagnato l’uomo nel difficile compito di attraversare la vita, senza dimenticare di attribuirvi un senso.
La ricerca di senso! Quale tema più appropriato, più illuminante e nello stesso tempo più dimenticato del nostro agire professionale.
È la ricerca inesauribile di assegnare un senso alle nostre azioni e ai nostri processi esistenziali che spinge a lavorare su progetti orientati all’esplorazione di sé, alla crescita personale, al riconoscimento della pluralità e dell’originalità di ciascun individuo, nella speranza che la ricerca alimenti consapevolezza, curiosità, energie sempre nuove.

Il tempo sembra passare.
Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela.
C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia.
In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei.
(Don DeLillo, Body Art, Torino, Einaudi, 2008)

Questo si cerca di perseguire nei laboratori a cui stiamo lavorando: cercare di individuare le nostre zone oscure o inesplorate, invecchiate, demolite, intimidite o soffocate.
Il laboratorio non ha nome, rifugge dagli specialismi, non si concede alle terminologie di categoria.
Non attribuiamo paternità agli “ismi” di maniera: è un laboratorio teatrale punto e basta, non c’è spazio per pensare alle particolarità dell’utenza.
Si lavora tutti con tutti, si lavora comunque, si lavora al nostro interno, si lavora con l’esterno, cerchiamo il confronto, lo scambio, l’incontro con altre realtà, con altre culture.
Ci affascina il mondo che ci circonda e lo cerchiamo. Abbiamo fame di altri linguaggi, di altre forme d’arte e di pensiero.
Desideriamo sviluppare una cultura della differenza che contraddistingua l’uomo in quanto tale e non in quanto uomo disabile.
Vogliamo che ci guardino e non solo per curiosità ma per sincera ammirazione… perché è difficile essere disabile e ancor più esserlo sotto i riflettori, grandi o piccoli che siano.
Vogliamo rompere la sottile ma resistente cartilagine che ci separa dalla vita vera, non più e non solo filtrata dall’ente, dalla famiglia, dai tecnici di turno.
Allora il laboratorio non è più unicamente un luogo dove si intrattiene, dove ci si diverte, dove si sperimentano cose inusuali e bizzarre ma diventa luogo dell’essere, luogo dell’anima.
Il luogo dove si celebrano l’unicità e l’alterità, lo spazio dell’esistere percepito.
L’esigenza di condividere un pensiero così costruito, ci ha spinti a tessere una rete tra operatori che lavorano con strumenti di matrice artistica, nonostante la consapevolezza di formare un atollo non sempre collocabile artisticamente, appena comprensibile dall’impianto riabilitativo.
L’intento di produrre cultura attraverso un contributo che arriva dalla pedagogia teatrale risulta, a tratti, destabilizzante perché non rispondente ai canoni, perché non verificabile con i consueti strumenti di rilevazione e perciò illeggibile.
Più semplice è incasellare lo strumento e relegarlo in una dimensione ludica, senza troppe ambizioni, disconoscendone il portato trasformativo, la valenza maieutica, generatrice.

Il teatro come costellazione di beni rifugio
Il teatro che affronta una navigazione incerta e, nell’incertezza, affronta i marosi, il mare calmo, le tempeste incappando, con gratitudine, in un’abbacinante quanto inattesa giornata di sole, e di questa si cibi, riempiendo narici e polmoni.
A questo proposito mi aiuta un pensiero di Elias Canetti (Il cuore segreto dell’orologio, Milano, Adelphi, 1987):

Dovrei mettere i pensieri nella culla della loro origine, perché appaiano più naturali.
Può darsi che così io dia loro un accento diverso.
Non voglio correggere niente ma voglio recuperare la vita che accompagna quei pensieri, richiamarla e farla rifluire in essi.
Il pensiero dominante che ci dovrebbe ispirare e sostenere non è tanto distante da ciò che Canetti ci suggerisce: dovremmo semplicemente riporre i pensieri nella loro culla d’origine e recuperarne la vita, farla rifluire in essi.
Non è forse questo un atto maieutico? Non è forse l’atto principe che sostiene la pedagogia fin dai suoi esordi?
La storia del teatro e della pedagogia o, più appropriatamente, la storia dell’uomo ci sostengono come operatori sociali nel tracciare una linea che ci conduca alla ricerca di senso, senza smarrire la forza.
Ci sostiene l’operato dei nostri compagni di viaggio, persone che portano con sé bagagli essenziali, come Tina che dopo un anno di laboratorio riesce a scrivere della propria rabbia:

Rabbia mi attanaglia lo stomaco
Rabbia che mi fa pizzicare gli occhi
Rabbia di sofferenza
di speranza e di tristezza
Rabbia di odio
Odio… un odio incontrollato
Rabbia di paura
Paura del tempo e di non averne abbastanza
per stare in pace con il mondo
Paura di una fine
Fine senza sogni
Fine senza speranza
Fine lunga e dolorosa
Rabbia di non essere me stessa
e di non sapere ciò che provo

Il laboratorio può fornire la possibilità di amplificare i pensieri, abbellendoli di stoffe e monili preziosi: sta a noi vegliare e saper cogliere i segnali al momento giusto.
Non è una pratica immediata ma può rivelarci sentieri affascinanti.

3. L’esperienza del laboratorio teatrale “Alberi turchesi”

Non è il teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos’altro.
Superare le frontiere tra me e te: arrivare ad incontrarti per non perderti più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intero”.
Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora.
Trovare un luogo dove tale essere in comune sia possibile.
(Jerzy Grotowski, Tu es le fils de quelqu’un, in “Linea d’ombra” n. 17, dicembre 1986)

Che cosa rappresenta un laboratorio teatrale di questo tipo?
Uno spazio per raccontarsi?
Forse un luogo di ricerca, di crescita, uno spazio mentale, un luogo per ri-trovarsi e ri-crearsi.
Le provenienze dei singoli partecipanti, in questo caso, sono distanti tra loro: si tratta di un gruppo estremamente eterogeneo, qualcuno non sa nemmeno di “essere”, qualcuno è, qualcuno “è anche troppo”.
Lo spazio, indicato con il termine di “laboratorio”, viene strutturato dai conduttori in maniera precisa e le regole che ne determinano l’accesso sono stabilite dai partecipanti, attraverso una sorta di “contratto iniziale”.
Questo procedere risulta indispensabile affinché tutti coloro che ne prenderanno parte si sentano tutelati da possibili incomprensioni o fraintendimenti, poiché in quel luogo si avrà modo di riconoscere-conoscere le proprie emozioni e raccontarle.
Ciascuno entra con aspettative, desideri, attese differenti che hanno a che vedere con la propria storia, il proprio bagaglio esistenziale: spesso s’intravvede un tratto comune, un’aspettativa chiara e leggibile, che connota la scelta di trovarsi lì e in nessun altro luogo.
Il teatro visto e vissuto come opportunità di mostrarsi, di mostrare a un pubblico attraverso un ruolo, un contesto, un atto, ciò che si è o ciò che si vorrebbe essere.
Così si racconta anche chi a lungo si è nascosto, perché diverso, talvolta schernito o evitato, chi a lungo ha dovuto trincerarsi dietro il paravento di una “falsa identità”, immaginandosi più abile, più capace, più bello.
Il laboratorio percorre una via alternativa dove la diversità rappresenta una risorsa, dove in maniera creativa l’abilità “altra” possa concretamente esprimersi, in una dimensione sganciata da un’interpretazione matematica delle abilità, soppesate e ritradotte percentualmente e numericamente.
Si accoglie un gruppo eterogeneo e dalla diversità si propone un approccio conoscitivo, all’interno del quale il teatro si pone come strumento esplorativo, maieutico, trasformativo: gli approcci corporei, sonori, arteterapici si fondono e/o si alternano, per accompagnare il singolo nel gruppo alla ricerca di altre possibilità espressive.
La comunicazione si “altera”, diventa più ricca, multiforme, lontana dal giudizio e da ogni sorta di aspettativa.
Si allontana il fantasma di una rappresentazione pre-confezionata per rivestire un ruolo estraneo o falsamente rispecchiante: si accetta una dimensione esplorativa dove l’incertezza diventa il punto di partenza di una ricerca individuale e collettiva.
Non è facile accettare l’idea di un errare rabdomantico, dove tutto sembra casuale, scoordinato, inconcludente: si chiede al gruppo un atto di fede, la pazienza di attendere perché, a un tratto, il lavoro prenderà forma, si avviterà su se stesso fino a rivelare l’essenza di quel che è accaduto.
La nostra performance nasce così, da un percorso apparentemente disordinato, tempestato di suggerimenti anche se profondamente radicato.
La conduzione, pur lasciando spazio alla creatività e al racconto di sé, propone un percorso capace di guidare, accogliere, arginare e contenere le emozioni, per riscoprirle e ritradurle.
I formatori non lasciano al caso gli sviluppi e i suggerimenti che, di volta in volta, il gruppo elabora: i risultati di ogni incontro vengono ripresi e verificati.
Coesistono una lente educativa e un’estetica teatrale che non sempre vanno di pari passo ma che, comunque, sono inseparabili.
Si delinea un metodo di lavoro fortemente strutturato, dove attraverso una sinergia di discipline espressivo-artistiche, i conduttori individuano e amplificano la risorsa del gruppo.
A percorso ultimato ognuno riconoscerà nella performance finale la propria “parte”, ritrovando contemporaneamente anche quella degli altri.
Riscoprirsi in un prodotto artistico condiviso, promosso e riconosciuto, significa impossessarsi di un ruolo, di un’identità aderente alla propria dimensione intesa, riconosciuta e ontologicamente accettata.

2. Abbiamo inventato uno spettacolo

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
“non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.
La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.
Bisogna vedere quello che non si è visto, vedere di nuovo quello che si è già visto, vedere in primavera quello che si era visto d’estate, vedere di giorno quello che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
(José Saramago, Viaggio in Portogallo, Torino, Einaudi, 2005)

Talvolta gli incontri avvengono per caso, per incidenti di percorso, per affinità elettive, per fortuna, anche se pensiamo che il Caso, fondamentalmente, non esista.
Ci piace pensare che il nostro gruppo si sia incontrato sotto una buona stella, orientato da un Destino stravagante.
Lavoriamo insieme da cinque anni, ma alcune di noi sono colleghe da almeno quindici, e ciò che ci accomuna è l’esperienza lavorativa all’interno di un servizio riabilitativo per disabili intellettivi.
La lunga esperienza all’interno di una delle realtà storicamente e culturalmente più significative del settore, ci ha orientate verso un percorso di ricerca in grado di definire il nostro “fare”, inserendo il nostro quotidiano all’interno di una cornice epistemologica.
I punti di partenza di ciascuna sono stati diversi, quanto noi: differenti gli approcci, gli strumenti e le formazioni.
Ci siamo scelte perché ognuno di noi ha deciso di mettere a completa disposizione delle altre la propria esperienza: ci siamo fidate, affidate, disvelate, sorprese, “com-mosse”.
Abbiamo così, tacitamente, consolidato un legame di natura professionale che si fonda su istanze etiche e ontologiche profonde e irrinunciabili.
Questo è ciò che abbiamo messo in gioco, quello che chiediamo a chi collabora con noi, è il nostro patrimonio comune, il “portato” che connota il nostro lavoro.
La prima occasione di collaborazione professionale ha coinciso con l’avvio di un laboratorio teatrale “integrato”, che avrebbe coinvolto due realtà della cooperativa, il Centro “Rosa Gattorno” e la Comunità Alloggio di Coronata, e l’Istituto turistico-alberghiero “Nino Bergese” di Genova Sestri Ponente.
È cominciato così il percorso che ci ha “portati fuori” obbligandoci a “uscire allo scoperto”, a incontrare l’“altro”.
La nostra diversità incontrava un’altra realtà, “quella vera”, il nostro microcosmo (quello del centro riabilitativo, quello della comunità residenziale) si spostava, andava in esplorazione.
Ad accoglierci Donatella Chiarabini, una straordinaria figura di insegnante di educazione fisica della “vecchia guardia”, di quelle che malgrado i rovesci, i marosi, le tempeste, i tagli ha continuato a rinnovarsi, a crescere, a perseguire un ideale di “scuola trasformativa”, insieme ai suoi studenti.
Abbiamo così varcato la soglia dell’Istituto turistico-alberghiero “Nino Bergese”, abbiamo coinvolto un musicista e collega, Riccardo De Ferrari, paziente ed entusiasta, studente in musicoterapia; abbiamo invitato insegnanti, studenti, educatori, tirocinanti; lavorando instancabilmente, abbiamo “inventato” uno spettacolo.

1. Cosa significa riabilitare?

Non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un’esperienza nuova, imprevedibile, a cui non si crede maturi.
(Rainer Maria Rilke, Lettera ad un giovane poeta, Milano, Adelphi, 1999)

di Umberta Cammeo, psichiatra, psicoterapeuta, Direttore Sanitario “Coop. Genova Integrazione a marchio Anffas”

Quando ho scelto di fare il medico e la psichiatra, tante sono state le considerazioni e tante le motivazioni per questa scelta. Ma direi che l’interesse per l’essere umano e il tentativo di comprenderne il funzionamento, nella sua complessità, hanno costituito la principale spinta per affrontare questo lungo percorso.
Di certo le risposte avute, negli anni di studio e nel lavoro poi, non sono state, e tuttora non sono, sufficienti a colmare la mia curiosità: ogni volta che mi trovo a pensare a un nuovo incontro mi scopro curiosa di quello che potrà avvenire, di quello che potrò vedere dell’altro e di me. Mi trovo così ad avvicinarmi tutte le volte con ingenuità a un nuovo “paziente”, a un altro essere umano. Desiderando conoscere e capire, per quanto possibile, come potremo esserci utili a vicenda e cosa costruiremo insieme.
Lavorare nel settore della riabilitazione ha contribuito molto a modificare il mio pensiero rispetto all’iniziale formazione universitaria, che propone al medico un panorama limitato di modi di essere e che ciascuno deve e può arricchire con l’esperienza e in base all’ambito in cui si trova a operare.
Mi è chiaro però che il rispetto per l’altro e la responsabilità nei confronti di chi si affida ad altri per ricevere un aiuto devono muovere ogni atto del medico, e inevitabilmente di qualunque operatore.
Tuttavia il percorso non è così semplice nel momento in cui ci si addentra nel mondo della riabilitazione per persone con disabilità intellettiva. Cosa vuol dire riabilitazione per queste persone? Cosa fa un educatore? Cosa fanno i terapisti? E gli psicologi e gli psichiatri?
Il viaggio intrapreso allora, a riguardarlo dalla prospettiva odierna, è stato piuttosto a caso, specie all’inizio. Nessuno ti insegna cosa si fa con le persone disabili, e lo strumentario che hai con te è limitato e poco adatto, il più delle volte. Si tende così ad arroccarsi sulle proprie certezze (poche per la verità, vuoi per carattere, vuoi per dato di fatto) e prima o poi a girovagare a caso: in questo la curiosità aiuta, come in qualunque viaggio, perché ci porta a guardarci intorno, ci spinge ad arrestarci per osservare, per toccare, per annusare, per chiedere e per rispondere. Il bagaglio della partenza si arricchisce di alcuni oggetti, di pensieri, di fotografie, mentre di qualcosa possiamo disfarci. Nel complesso posso dire di essere stata anche fortunata: molte delle persone incontrate, con qualunque ruolo e con, o meno, disabilità mi hanno offerto occasioni per imparare. Cosa?
Che il lavoro di riabilitazione è variegato. E anche un poco confusionario. Meno male che i nostri pazienti sono di fatto “molto pazienti” e non si scoraggiano di fronte ai nostri errori, mentre ci rispondono ogni volta che riusciamo a fornire loro la cosa giusta. Ho imparato che la parola riabilitare poco calza con la disabilità intellettiva, così come la parola educatore. Entrambe possono indurre all’errore: la persona disabile, il più delle volte non può essere riabilitata nell’accezione più comune di questo termine, che significa fare in modo che una persona possa riacquistare un’abilità temporaneamente andata perduta o fortemente ridotta. Molte abilità per queste persone non ci sono, né c’erano prima del nostro incontro: a noi sta perciò il compito di costruire qualcosa ex novo. L’obiettivo è perciò non poco ambizioso e, come dicevo poco ha a che vedere con un “educare” spesso frainteso. Per carità, le regole, anche quelle della buona educazione, servono, ma noi dovremmo garantire qualcosa di più alle persone che ci vengono affidate. E che di noi si fidano!
Il rispetto della persona che abbiamo di fronte è indispensabile, e non in termini di educazione, nel senso del rispetto dovuto a ogni persona che non conosciamo: non diamo perciò per scontate delle cose, non pensiamo che se questa persona è affidata a noi, noi possiamo scegliere, decidere, fare, pensare al posto suo secondo il nostro metro, i nostri gusti, la nostra cultura, la nostra disponibilità. Lasciamoci il tempo, in questo mondo dove con un clic possiamo essere ovunque in un attimo, per osservare, per sostare e attendere, e per vivere il rapporto con l’altro: mettiamoci in gioco, di persona.
Non vuole essere, la mia, una dichiarazione enfatica o naïve: credo che il nostro lavoro richieda una solidità di base ampia e sostanziale. Dobbiamo essere quello che facciamo. Non possiamo prendere in prestito un abito, indossarlo, e fare finta di essere quella certa persona. Dobbiamo imparare tecniche e metodi, dobbiamo conoscere noi stessi con rigore, apprendere teorie, che dobbiamo poi saper trasformare in atti e gesti quotidiani, spontanei, ma pensati. Dobbiamo scegliere fra tanti strumenti, quelli che conosciamo bene e quelli che conoscono altri, e poi saper integrare il nostro con quello degli altri. Per non abusare di uno strumento o di un metodo, per usarlo quando serve, e se serve. Per fare un passo indietro e lasciar fare ad altri quello che non sappiamo fare noi. Pensare per il paziente vuole dire riuscire a partire da lui, da dove si trova in quel momento, e accompagnarlo fornendogli sempre la risorsa migliore che abbiamo a disposizione. Dobbiamo osservare con occhio scientifico e rapportarci con doti specificamente umane: coniugare tutto questo non è semplice né scontato. Così come riuscire a non indulgere in dicotomie amene: la sfera cognitiva e la sfera emotiva, l’intervento educativo e quello espressivo, la mente e il corpo…
E anche i contrasti fra operatori e specialisti del settore sono molto “umani”, quotidiani e spontanei. Per questo affermo che occorre una solida preparazione. E un’enorme capacità di integrare le caratteristiche professionali e umane di ciascuno di noi, prima di pensare a coloro di cui ci dobbiamo occupare.
Le esperienze dei diversi percorsi teatrali, i laboratori, gli spettacoli, la formazione, hanno offerto ai partecipanti tutti la possibilità di vivere un’esperienza con l’altro, non casuale, ma condotta, per trarne ulteriori informazioni e conoscenze, prima di tutto vissute sulla, o nella, nostra pelle. Tali esperienze possono costituire una buona base di appoggio dalla quale partire nell’incontro con l’altro, con la persona. Avremo esperito, vissuto, il nostro corpo, i nostri limiti, i pensieri, la creatività, le paure, gli imbarazzi, il piacere. Questo dovrebbe consentirci di riconoscerli nell’altro, di riconoscerci in lui, o lei. Tutto questo dovrebbe essere nel nostro bagaglio per rapportarci alla persona – tralasciamo l’aggettivo disabile. Verrebbe da pensare che una tale caratteristica debba essere innata nell’essere umano, che così a lungo deve prendersi cura dei propri “cuccioli”. Ma a volte dubito. Anche perché se è vero che la persona disabile è prima di tutto persona, è vero che è anche disabile, a volte in modo imponente. A volte in modo più ingannevole. Ovvero è una persona che ha bisogno di un aiuto, di altre persone che sappiano offrire il giusto ausilio. Per questo occorre la conoscenza, la formazione, perché dobbiamo riuscire a distinguere i bisogni della persona che abbiamo di fronte dai nostri, dobbiamo identificarli con precisione, a volte decodificarli. E restituire qualcosa. Rendere fruibile quello che siamo e che sappiamo. E non sempre tutto questo è semplice con qualcuno che si presenta così diversamente attrezzato rispetto a noi. E che a volte dipende interamente dal nostro operato: terribile lusinga per la nostra onnipotenza e onniscienza. Fare un passo indietro e riflettere. Stiamo facendo la cosa più adeguata per quella persona? Stiamo usando lo strumento giusto, la comunicazione migliore? Gli stiamo fornendo tutta l’autonomia possibile rispetto alle figure di cui comunque avrà bisogno, magari per tutta la vita? O ce ne stiamo appropriando noi, della sua vita?
Forse anche da queste ultime riflessioni è nato il percorso di sostegno alla genitorialità. Che poi sembra, a seguito di riflessioni condivise, essere più un sostegno al genitore. Alla persona-genitore, che finisce con l’essere solo genitore di un bambino disabile. Destino ingombrante. E non cediamo a indulgenze o giudizi. Essere genitori è sempre “per la vita”. Ma esserlo di un bambino disabile lo è di più, perché, come testimoniano i genitori stessi coinvolti nel percorso, si finisce col pensare di essere solo quello, nella vita e per tutta la vita. Uno spazio quello offerto ai genitori dei nostri bambini dell’ambulatorio, nel quale ri-pensarsi, ri-appropriarsi di sé, ri-trovarsi. E forse, alla fine, recuperare anche il ruolo di genitore, del proprio bambino.

Risponde Claudio Imprudente

Mi piace molto poter mandare un saluto al mio geranio preferito…! Questa festa in occasione della sua Laurea Honoris Causa ci appartiene. È la sua giornata ma è la nostra giornata. Io Claudio me lo ricordo mentre mi faceva campagna elettorale in modo spudorato durante le elezioni a Cagliari del 2001, lasciando tutti a bocca aperta per la sua capacità comunicativa, per le cose che diceva, per aver detto davanti a tutti “io di lui non mi fido… ma di sua figlia sì!”. Insomma era un maestro e dava la linea non solo in campo educativo e sociologico ma anche politico. Poco tempo prima aveva “sconvolto” le certezze di 1000 persone che avevamo chiamato a un convegno, docenti, educatori, pedagogisti, professionisti in genere. L’avevamo invitato perché noi genitori eravamo convinti dell’effetto devastante che avrebbe avuto sulle sicurezze degli esperti, che classificavano i nostri figli disabili gravi come dei “poveretti”, che al limite potevano ambire a socializzare con l’aiuto da parte dei normali e che nulla avrebbero potuto dare… insomma più o meno dei vegetali. E dopo la sua “lezione” i professionisti ci avvicinarono un po’ imbarazzati, ma sicuramente edificati, e ci dicevano “Ma è possibile? Un disabile che ci fa una lezione di qualità? E con che autorevolezza… non si è mai visto”. Ecco, Claudio Imprudente, anzi dott. Claudio Imprudente: le tue lezioni hanno cambiato il corso delle cose e la vita di tanti in molti ambienti e in molti luoghi. Ci voleva “solo” il riconoscimento ufficiale, qualcuno che ti riconoscesse (complimenti all’Università di Bologna) quello che decine di migliaia di persone hanno potuto ricevere da te, diventando pubblicamente una persona da ammirare, da invidiare, dalla quale imparare… per questo, sommessamente, mi piace ripetere: questa laurea, tutta tua e legata al tuo genio creativo, ci appartiene, la sentiamo anche nostra, è come se in una botta sola si fosse realizzato il riscatto per nostri “gerani”, i nostri figli che vivono con noi, che spesso sono il margine e oltre di una società che tenta di rinchiuderli al di fuori della comunità sociale. Insomma, ci sentiamo orgogliosi di te ma anche con te! E ti diciamo grazie per questo tuo essere reciproco con noi e con tutto il mondo. Che meraviglia, geranio Claudio Imprudente. E se vuoi essere di solito innaffiato da una birra, mi dispiace, ma noi abbiamo solo il mirto per irrigarti! La Sardegna tutta ti festeggia.
Marco Espa – Vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale della Sardegna

Se conosci Claudio, non lo dimentichi più, verrebbe da scrivere: perché ti tira dentro nei suoi mille progetti, ti telefona con le richieste più strane. Ti fa telefonare, a essere precisi, perché non parla, non scrive, non cammina, non si muove: la sua vita è una vita fatta di “non” fisici.
Sta tutto il giorno su una sedia a rotelle, semisdraiato, perché il fisico si regge a fatica. Parla attraverso una lavagna in plexiglass trasparente, sulla quale sono scritte a caratteri cubitali consonanti e vocali.
Le fissa, una per una, formando le parole che una persona – seduta dall’altra parte della lavagnetta, seguendo i suoi occhi – verbalizza ad alta voce. Un esercizio difficile per chi è senza pratica, e che richiede pazienza, per lui e per chi lo assiste.
Ma ne ha Claudio, di pazienza; soprattutto con quanti erroneamente, vedendolo in “quello“ stato, pensano sia una persona infelice, e sono convinti che le persone come lui, beh, sì: sarebbe meglio che il Signore li avesse chiamati subito a sé.
Il suo segreto, in fondo, è uno solo: saper accettare. Dopo, tutto diventa più facile, anche se… Dio mio, quanta fatica per arrivarci!
Incontrarlo, vederlo, capirlo non è semplice. Ti colpisce quella sua enorme bocca, spesso spalancata per non so quale scherzo dei muscoli facciali, e comunque incapace di esprimersi. Una bocca che si mangia il resto del viso, una bocca che va per conto suo, come il corpo, che se ne frega degli ordini che arrivano dal cervello.
Quando uno sta insieme un quarto d’ora con Claudio si riconcilia anche con il Padreterno. Per dirvela giusta, quando vedo drammi come questo mi chiedo: perché un Padre che ogni mattina invoco come Padre, non dico possa volere ma anche solo permettere che un essere umano debba portare handicap pesantissimi e drammatici come quello di Claudio?
Però, dopo essere stato un quarto d’ora con Claudio, esco con il dubbio che l’handicappato non è lui ma sono io, perché la sua gioia di vivere, la sua creatività, la sua felicità mi rapiscono e mi fanno essere connivente di un progetto totalmente nuovo: che è il suo.
Ride con quella bocca grandissima e sconvolgente, socializza con tutti, compresi i bambini, organizza incontri in tutta Italia… È proprio vero che quando uno è felice può trasformare una carrozzina in un aquilone!
Don Mazzi

DottorevolissimevolMente!

In quanti siamo ancora capaci e desiderosi di guardarci intorno, di assumere la fatica di analizzare ciò che accade e capire come viene visto, letto, commentato e raccontato dai Più e dai Meno?
Claudio è riuscito nell’immane sforzo di riabilitare o meglio ribaltare il valore del negativo…!
Interpretando la sintassi quantitativa, muovendosi sulla scala numerica della vita a destra e a sinistra dello zero… Ha saputo guardare e far guardare oltre il Meno, oltre la superficie dell’Intero.
Valorizzando le Virgole della quotidianità, le ha sottoposte a una lente prima mai usata, dimostrando che non ci sono solo i Numeri ma anche le Virgole…
Virgola: quel piccolo, silente, leggero segno che, nel leggere l’umano, ti fa prendere il respiro fondamentale per discutere, raccontare, ragionare, vivere e… non sopravvivere!
Grazie Claudio, col tuo leggere le Virgole ci indichi che la pausa, il silenzio, il prender tempo…
ci fanno dialogare, comunicare, relazionare con l’Altro di tutti.
Le “tue” virgole urlano l’importanza del prendere ossigeno dalle differenze per non dimenticare l’importanza universale d’interconnettere valori.
Grandi Meno fanno tanti Più.
Meno male che Claudio c’è!
Ma.Ca.&Co. (Malvicini, Caramella & Compagnia cantante)

Cari,
quante emozioni quel giorno, a Rimini. È stato un momento storico in cui la cultura dell’integrazione ha avuto modo di mostrare le sue potenzialità ed essa stessa, si spera, abbia fatto un balzo in avanti. Anzi, per rispondere al trio Ma.Ca&Co., 1,3 passi in avanti…
Emozioni intense, dicevo, ma siccome l’uomo è capace di dimenticare pressoché tutto, ho conservato tutte le lettere che mi sono state scritte prima e dopo la cerimonia di consegna della laurea: quando i ricordi si saranno affievoliti, quelle saranno lì a rinfrescarmi la memoria.
Sarà comunque difficile dimenticare “lo scandalo” che ha provocato quest’evento di confronto tra i diversi mondi della conoscenza: quello metodico delle biblioteche e dei laboratori e quello provocato dalle zone interiori dell’uomo. Così come ha concluso Ivano Dionigi, il Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, lo scandalo è “il frutto dell’essere meraviglioso e tremendo che è l’uomo”, in grado di creare, grazie alle intrinseche e sottovalutate risorse personali, l’energia atta a inciampare e provocare così come abbiamo fatto in questi trent’anni di lavoro sull’integrazione con il Progetto Calamaio. E tu, caro Marco, avevi visto giusto: i gerani possono diventare educatori!
Grazie a tutti voi, ricordate di innaffiare i gerani e di non inculcare, ma coltivare!

Raccontare la debolezza e raccontare con debolezza

Come già nella rubrica di marzo dello scorso anno, proponiamo in questo numero un confronto tra due film usciti in sala quasi contemporaneamente, verso la fine del 2010. Due pellicole molto diverse a ogni livello, ma che raccontano, entrambe, casi e vicende personali, sentimentali e familiari con l’intento di rendere anche qualcosa di quello che sta attorno. Anche qui, con proporzioni e modalità differenti. Se il titolo del primo film, Il mio nome è Khan, racchiude in sé questa tensione tra personale e politico (“il mio nome è Khan”, allo stesso tempo un’affermazione di identità nonostante la disabilità, e, seguìto da “…e non sono un terrorista”, un richiamo alla propria e altrui innocenza a priori e un invito a un rapporto e una convivenza interetnici più consapevoli e meno “sensibili” agli eventi del mondo, la cui distorta interpretazione e rielaborazione, in particolare in questi anni, ci portano a svolgere con troppa facilità discorsi che legano meccanicamente il caso e la qualità – etnici, religiosi, politici, ecc. – alla regola e alla costante comportamentale e culturale – terrorista, fondamentalista, antidemocratico, ecc.); se Il mio nome è Khan è essenzialmente questo, Dalla vita in poi tratteggia questo rapporto tra singolo e comunità in modo meno diretto e più articolato. Meno ingenuo.
Quale il primo motivo d’interesse dei due film in relazione alla nostra rubrica? Il fatto che i protagonisti di entrambi siano persone disabili e la disabilità, come tante altre figure narrative e retoriche cinematografiche, nel momento stesso in cui viene chiamata in causa, messa in condizione di operare, di produrre senso e azione, allora viene rappresentata, descritta, proposta secondo una data fisionomia, o distorsione, senza dare a quest’ultimo termine una connotazione univocamente negativa, essendo frutto (e produttore) di dinamiche più sottili e ricche. E i due film svolgono, sfruttano in modo molto diverso questo dato di partenza connotato dal deficit. Nuovamente, come un anno fa, vedremo che uno si pone come esempio più virtuoso dell’altro, sempre in base alle idee cinematografiche e culturali di chi scrive, ma anche in relazione alle caratteristiche e al metodo che questa rubrica cerca di conservare da quando è gestita dal sottoscritto, ovvero un continuo (e necessario) confronto tra forma e contenuto, al quale ci richiama ogni manifestazione artistica e creativa o, per intenderci, ogni manifestazione umana che si distingua dal fantomatico grado zero della comunicazione.
Il mio nome è Khan di Karan Johar (coproduzione significativa tra Bollywood, scusate la vaghezza, e 20th Century Fox) è un film che a livello tematico si inserisce nella linea ideale che va dal delizioso Oltre il giardino di Hal Ashby, al contraddittorio Forrest Gump di Robert Zemeckis, includendo anche Rain Man, in particolare per il tipo di disabilità (autismo- sindrome di Asperger) del protagonista, in questo caso interpretato dal famosissimo (in India) Shahruck Khan, e per le movenze cui questa costringe. Come i primi due film presi a termine di paragone, anche in questo caso il protagonista viene investito di o, meglio, si investe di una missione epocale a seguito di vicende che mantengono un forte grado di attualità e di aderenza a fatti reali recenti. In questo caso, dopo una prima parte giocata sul meccanismo del flash-back e flash-forward, che consente di raccontare origini e caratteristiche di Khan e del suo contesto sociale e familiare (immancabile la madre saggia e rispettosa), si fa riferimento all’atteggiamento di crescente e paranoica ostilità razziale verso la popolazione asiatica, in particolare se islamica, espressa da parte della società americana post-11 Settembre. E al tentativo di Khan di riferire al presidente degli Stati Uniti (dapprima Bush, tentativo vano, poi il subentrato Obama, a buon fine) che, pur essendo quello il suo nome, lui non è un terrorista, e pur essendo islamico (sposato peraltro a una induista, scalfendo quindi la diffusa segregazione identitaria tra hindu e musulmani), non è un fondamentalista. Ricompone così anche il legame con la moglie Mandira, legame molto forte, ma incapace di reggere alla morte del figlio, frutto del clima di violenza anti-islamica di cui si diceva e del quale lei (irrazionalmente, e ne è consapevole) imputa le colpe alla fede e al cognome “islamisti” di Khan. La separazione tra i due e l’obiettivo che Khan si pone creano il presupposto per dar vita a una fase on the road del film, che avvicina ulteriormente questo lavoro a quello di Zemeckis del ’94 (la corsa coast to coast di Forrest che fa proseliti), anche perché è questa peregrinazione che consente a Khan di conoscere e intervenire in alcune vicende americane significative, come l’uragano in Georgia (ovvio il riferimento a Katrina) o la denuncia di un imam integralista in procinto di replicare un attacco in terra statunitense. Ma, anche in questo caso, il modo è meno convincente e incisivo, anzi, a volte patetico: quantomeno il film di Zemeckis ci dava una rappresentazione ironica e politica del “sogno americano”, che pure nel film di Johar viene citato e, giocoforza, smentito, più volte (vedi il personaggio del fratello di Khan).
Dalla vita in poi di Gianfrancesco Lazotti (commedia che si ispira a un fatto vero di cronaca) sembra una girandola di vite deboli, un po’ come avevamo descritto un anno fa l’ultimo Almodovar: debolezza e fragilità fisica (la ragazza in carrozzina), sentimentale (l’amica), esistenziale e biografica (il carcerato), di autorevolezza rispetto al ruolo e alla sua mascolinità (il capo della polizia penitenziaria del carcere), che convivono con o nascondono una “forza potenziale” (che in molti dei personaggi avrà modo di dispiegarsi e in altri no), ma non la presuppongono automaticamente, come invece sembra poter fare la disabilità-follia di Khan in Il mio nome…, caratteristica per cui il film indiano ci ripropone un’immagine del disabile e della condizione di disabilità anni ’80 e, in definitiva, quasi unicamente, e senza una ragione forte, strumentale alla successione degli eventi. In questo allontanando anche la pellicola indiana dai due modelli citati in precedenza (Oltre il giardino e Forrest Gump), nei quali le relazioni tra “il pazzo, l’inetto, il ritardato”, il mondo che lo circonda e il modo in cui riesce ad agirvi e a modificarlo si sviluppano in modo più contraddittorio, paradossale, quasi delirante. Soprattutto nella misura in cui l’umanità del protagonista disabile apre a una comprensione maggiore della realtà stessa, e non a un rapporto con il personaggio mosso più che altro da un sentimento di empatia ruvida e speranzosa. Insomma, per l’ennesima volta (l’elenco sarebbe lungo e non riguarderebbe solo le “grandi produzioni”) il disabile iper-protagonista difficilmente riesce a essere ancorato davvero alla (a una) realtà e a essere raccontato nel rapporto con essa, mentre, laddove il deficit si pone dentro a un flusso eterogeneo di vita, relativizzato, come nel film di Lazotti, paradossalmente esprime al meglio le sue potenzialità narrative e di significato (anche simbolico, senza per questo infastidire o semplificare). Per quanto sia piuttosto condivisibile la definizione di “individualismo democratico” utilizzata, a proposito del personaggio di Khan, da Mariuccia Ciotta (il Manifesto, 26 novembre 2010). Inoltre, Dalla vita in poi ci propone un interessante confronto tra due condizioni fragili dai tempi quasi inconciliabili, alla ricerca di un momento di intersezione e condivisione, convivenza: quella di Katia, in prospettiva negativa (la degenerazione della malattia, se non ricordo male) e quella di Danilo, il carcerato, in prospettiva positiva (la scarcerazione. Tanto da rinunciare a un tentativo di fuga orchestrato proprio con Katia e probabilmente destinato a buon fine). L’esito di questo confronto discrepante nel film non viene mostrato, ma la condizione di debolezza, anche reciproca, dei personaggi che compongono la coppia consente a Lazotti di impostare una regia molto meno didascalica e prevedibile del film di Johar. Non c’è spazio per la compassione tra due fragilità, piuttosto si apre quello per un racconto reciproco privo di infingimenti e pietismi, meno sentimentale, quindi più vicino a una espressione del sentimento. Mentre, tornando all’articolo di Ciotta, è proprio quanto lei scrive su Il mio nome Khan, “non consente distanze, nella purezza del ‘matto’ trascende ogni resistenza emotiva” a non convincermi. Peraltro Lazotti affronta l’intreccio con una regia allo stesso tempo pulita e attenta ai tanti particolari centrifughi che emergono dalla sceneggiatura, dedicando molta cura anche al montaggio, laddove il film di Johar procede piuttosto per giustapposizione e successione naturale e piatta degli eventi.

Il mio nome è Khan (India, 2010)
Durata: 128’
Regia: Karan Johar
Sceneggiatura: Shibani Bathija
Produzione: Dharma Productions, Fox STAR Studios, Red Chillies Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Dalla vita in poi (Italia, 2010)
Durata: 85’
Regia: Gianfrancesco Lazotti
Sceneggiatura: Gianfrancesco Lazotti
Produzione: Rosa Film, Facciapiatta in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

L’acqua immagine

Intervista a Cecilia Camellini, nuotatrice italiana, atleta non vedente.

Venerdì 17 dicembre. Ottima data per fare la mia prima intervista a un’atleta plurimedagliata. L’appuntamento è alla Palestra Komodo di Rubiera (RE) dove Cecilia si allena. Nel tragitto da casa mia al luogo dell’appuntamento mi ripeto le domande che vorrei farle, ma mi accorgo che cambiano continuamente man mano mi avvicino al luogo dell’incontro. Arrivo con ben un’ora di anticipo per non farmi cogliere impreparato ma anche per vincere una scommessa con la sua accompagnatrice, sua madre, ma questa è un’altra storia.
Eccola, è arrivata. Gli step ci fanno da sedie. Un saluto, una risata e accendo il registratore.

Descriviti. Chi sei, cosa fai, cosa non fai?
Ho 18 anni. Vado a scuola, frequento il quinto anno del Liceo Classico, quindi mi sto ammazzando di studio. Vediamo, cosa ti posso raccontare di interessante? Ah sono stata a Pechino alle Paralimpiadi e ho vinto due medaglie d’argento. Ho fatto i mondiali in Olanda e anche qui ho portato a casa un po’ di soddisfazioni: due medaglie d’oro e due d’argento.

Ok, ma descrivi il tuo carattere.
Ah ah, impresa difficile. Spesso lascio dire agli altri cosa pensano di me, alcuni dicono che sono determinata, altri invece dicono che sono dolce, ma evidentemente non mi conoscono molto bene… Quello che so di certo è che mi piace chiacchierare con le amiche di qualsiasi cosa e in genere riesco a mantenere qualche segreto.

Cosa ti piace fare?
Oltre a nuotare? Adoro leggere e ascoltare musica. Suonavo il pianoforte ma negli ultimi tempi lo sto un po’ trascurando perché ho altri impegni. E se alla domenica non ho gare, il sabato sera è dedicato agli amici.

Ora ti faccio una domanda che nessuno mai ti ha fatto, come quando a me chiedono, chiamandomi Tristano, “Ma e Isotta dov’è?”. Perché hai iniziato a nuotare?
Ho iniziato perché nuotava mio fratello e volevo conoscere l’ambiente della piscina. Mi diceva che c’era tanta acqua e si nuotava e io gli chiedevo come si faceva a nuotare. Mi ha fatto provare. Ho fatto tutto il percorso natatorio che fa ogni bambino: dalla vasca piccola con acqua calda molto invitante, alla vasca grande dove si nuotava veramente nel vero senso della parola. Poi a 11 anni ho incontrato il mio allenatore Ettore Paccini, che mi ha preso sotto le sue ali.

Mi ricordo come eri a 11 anni perché appunto ti vedevo in piscina a Reggio Emilia e Ettore già a quei tempi mi spiegava quali erano le tue qualità sportive. Perché adesso fai nuoto e non fai qualche altro sport?
Qualcuno potrebbe suggerire che lo faccio per i soldi, ma non è il mio caso! Per ora mantengo ideali puramente romantici del nuoto.

E quali sono?
A parte gli scherzi, nuotare ormai fa parte della mia vita. È una cosa sentimentale, spirituale. Nuoto due ore al giorno e senza nuotare mi sento persa e senza nulla da fare. Mi dà la possibilità di sfogarmi e essere in costante lotta con me stessa.

Quanto ti fa mettere in gioco come persona questo sport?
Dunque, vediamo… Facendo attività agonistica e andando a scuola ci si alza al mattino presto, devo studiare sottraendo tempo al nuoto. Il nuoto stesso occupa una parte della giornata. Faccio fatica a volte e vado a nuotare senza voglia. A volte è dura sopportare allenatori. Magari vorrei andare alle Hawaii ma invece devo andare in piscina. Faccio sacrifici tangibili ogni giorno.

Scusa, ma da cosa vengono ripagati questi sacrifici? Chi te lo fa fare? Dopo tutto hai 18 anni e molti tuoi coetanei vanno a ballare, o in viaggio con gli amici… E l’amore, il divertimento?
C’è chi si diverte a ballare, io mi diverto facendo le gare! È chiaro che frequentando la piscina così spesso, molti miei amici nuotano anche loro e quindi condividiamo gli stessi sacrifici e lo stesso stile di vita. Quando ci sono grandi competizioni e possibili risultati in gioco, fare qualche rinuncia in più costa fatica, ma poi porta grandi soddisfazioni. Quest’estate, ad esempio, mi alzavo presto per essere in acqua alle 8.30 per allenarmi e ammetto che sarei rimasta volentieri a poltrire a casa; ma poi in agosto sono stata ampiamente ripagata in Olanda!

Sei pagata per nuotare? Sei una professionista o ti pagano solo se vinci?
Dunque facciamo un confronto con la nazionale inglese: gli atleti inglesi sono allenati da allenatori che allenano (visto che gioco di parole!), sia la nazionale disabili che quella dei normodotati e gli atleti disabili prendono uno stipendio per allenarsi. In Italia, non per criticare, questa cosa non accade ancora in quanti i professionisti disabili per il loro allenamento giornaliero ricevono ben poco. Per fortuna, dopo Atene, si è mosso qualcosa e adesso almeno pagano le medaglie paralimpiche, perché prima di allora non si vedeva nulla nemmeno per le medaglie vinte.

Quindi potrebbe diventare il tuo lavoro?
Non me ne vogliate ma penso di no!

Ti ho vista su una pubblicità, però eri su un cartellone e non in televisione, come mai?
Diciamo che risaltavo di più in foto che in televisione [risata]. A parte gli scherzi, questa cosa non la so. Possiamo rispondere che la gente è più abituata a vedere altri sportivi che non me. Anche se io ho vinto tanto! La gente è abituata a vedere e leggere dei risultati dei normodotati e non di noi disabili. Se ci pensi, c’è solo una trasmissione che fa vedere le nostre imprese. L’immagine di altri sportivi è più appetibile, forse.

L’immagine di sportivi famosi e vincenti, sì hai ragione è più appetibile. Sono dei modelli di vita. Un’immagine vincente, di soldi, di forza e bellezza ed eleganza nel nuotare, correre, saltare. Tutte cose che non sono spesso associate all’immagine della disabilità. Però tu mi pare che sia uguale in certi aspetti a loro, come in altri sei ben diversa, perché sei forte, vincente, bella ed elegante a nuotare. L’unica differenza è che tu sei cieca?
È un problema di cultura. Non si è ancora abituati a vedere le potenzialità che i disabili hanno, ma vedono solo le difficoltà che il mio deficit mi crea. Non riescono andare oltre. Finché la gente o la maggior parte della gente la penserà così, l’immagine rimarrà sempre quella della poverina, che fa sport solo per divertirsi o per fare una “gitarella”. Invece è vero che lo faccio per divertirmi, ma anche per vincere. Per arrivare dove sono arrivata sia nel campo dello studio e che in quello sportivo mi sono impegnata e allenata molto, facendo, come ho detto prima, enormi sacrifici. E non solo io li ho fatti io, ma anche chi mi è stato vicino in questo mio percorso. Non ho mai trovato tutto pronto, anzi, abbiamo sempre dovuto creare/trovare da soli ciò di cui avevamo bisogno (allenatori, spazi acqua, ecc).

Ma la tua immagine a scuola, tra i tuoi amici è cambiata? O rimani sempre la solita cieca che vince perché magari non sanno che fai dei sacrifici per raggiungere certi risultati?
No no, a scuola mi conoscono bene, anche perché il mio professore di educazione fisica mi fa sempre ottima pubblicità. I miei compagni di classe sanno cosa si nasconde dietro ai miei risultati, anche perché conoscono l’attività agonistica.

Io tengo dei corsi di formazione, assieme ad altri miei colleghi, ai docenti che insegnano educazione motoria, e a volte facciamo una domanda molto provocatoria: “Ma lo sport integra?”. Perché secondo me, in base alla mia esperienza che ho facendo l’istruttore di motoria ai bambini, molte volte proprio il gioco esclude automaticamente il più scarso.Quindi molte volte il gioco e lo sport allontanano le persone. Ti faccio un esempio concreto: le mie capacità natatorie sono appena sufficienti, si sto a galla ma vado piano, mi prendi in squadra con te?
Dipende da che punto di vista lo guardiamo: se il gioco è costruito in base alle proprie capacità sia fisiche che mentali dove ognuno fa quello che sa fare e anche chi è più in difficoltà in qualche modo lo fa, magari adattando le regole alle sue capacità, allora penso che questa inclusione ci sia. A livello agonistico è vero che si tende a escludere chi non è portato, chi va più piano.

Quindi tu se fossi un’allenatrice mi escluderesti?
Dipende [risata]. Il povero allenatore se deve andare a fare una gara certamente non prende te, ma automaticamente chi va più veloce.

Ultima domanda (inviata via e-mail): Mentre stavo sbobinando la nostra chiacchierata mio figlio Samuele incuriosito mi ha chiesto chi eri. Gli ho detto che hai vinto delle medaglie alle Olimpiadi. Lui ha detto ‘forte’. Poi ho aggiunto che sei cieca e lui mi ha chiesto: ‘Ma come fa a non andare contro al muro quando fa la virata?’. Sai cosa mi fa venire in mente questa sua curiosità? Che la sua curiosità sia una delle tante armi vincenti a disposizione per far conoscere le varie diversità e le loro difficoltà, renderle giocose, e credo che questo aiuti a cambiare quella immagine di cui parlavamo prima favorendo l’inclusione.
Sicuramente! Mi ricordo che quando ero alle elementari abbiamo fatto dei giochi in cui tutti eravamo bendati e così anche gli altri hanno sperimentato qualcosa di nuovo. Credo che la curiosità sia un efficace strumento per potersi conoscere meglio. Non c’è niente di più semplice che qualche domanda sincera per scoprire tante cose di tanti mondi che non si conoscono, e forse conoscendosi l’immagine che si ha di una persona potrebbe cambiare.

Il modello calamaio

Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello più classico della scuola.
Il desiderio è, da una parte, quello di ampliare il campo di azione, dall’altra quello di tentare di condividere con altri gruppi la metodologia propria del nostro gruppo di lavoro, composto da persone disabili e non, che sceglie un’organizzare secondo una logica orizzontale che pone tutti sullo stesso piano, con ruoli diverse ma identiche responsabilità. Al contrario, spesso si finisce per scegliere un’organizzazione verticale nella quale si definiscono ruoli di gestione e altri subordinati, impegnati solo nel mero agire.
Forse perché il Progetto Calamaio nasce ed è cresciuto grazie all’idea di un gruppo di persone con disabilità di proporsi come cittadini attivi, pronti a rispondere alle istanze della società e, quindi, non restare solo oggetti assistenziali, pronti a ricevere e porre quesiti.
Forse perché il contesto creatosi nel tempo ha sempre privilegiato la relazione rispetto all’azione, consentendo quindi un confronto continuo e garantendo la messa in discussione di certezze e ruoli preconfezionati.
Forse perché gli educatori che, nel tempo, si sono alternati all’interno del gruppo hanno accettato la sfida di superare una certa idea di ruolo educativo che li poneva al di sopra della relazione e hanno scelto un modello che permettesse una co-conduzione della dinamica lavorativa.
Forse per queste e molte altre ragioni, il Progetto Calamaio si è costruito, nel tempo, un modello di azione e organizzazione differente, che si pone l’obiettivo di portare ogni membro a costruirsi una propria professionalità animativa ed educativa, capace di rendere attivo il proprio ruolo all’interno della società, intendendo con questa la famiglia, la scuola, il tempo libero e il mondo lavorativo in genere.

Il ruolo sociale attivo
Per una persona normodotata è chiaro cosa significhi avere un ruolo sociale attivo, come esercitare i propri diritti e come rispondere ai propri doveri, sia sulla carta che nella realtà quotidiana.
Per una persona con disabilità il rischio che i diritti e i doveri rimangano solo belle parole, è molto alto, non solo per impedimenti dovuti a carenze legislative o handicap diffusi, ma anche per un atteggiamento proprio della disabilità: la pretesa di risoluzioni al posto di un impegno in prima persona.
Lo so, sto generalizzando e il discorso è ben più complesso, ciò non toglie però che per poter esercitare un ruolo sociale attivo è necessario che, per prima, la persona con disabilità entri in campo e si impegni, secondo la pedagogia, delineata dallo studioso brasiliano Paolo Freire, dell’oppresso che educa l’oppressore, dell’assunzione, cioè, di chi vive una situazione di svantaggio della responsabilità di proporre modelli e soluzioni alternative a quelle comuni.
Come dice Tatiana Vitali, un’animatrice del Progetto Calamaio: “È indispensabile, però, che siano le stesse persone disabili, uomini e donne, a darsi da fare allo scopo di contribuire alla modificazione di certi modi di pensare, perché dobbiamo essere noi stessi gli artefici di questo mutamento. La maggior parte delle volte, infatti, ci aspettiamo che siano gli altri gli autori dei miglioramenti della nostra vita mentre siamo proprio noi che dobbiamo assumerci in prima persona le nostre responsabilità”.

Metodo calamaio
Quello che a noi piace definire modello è innanzitutto un’esperienza maturata grazie a continue prove e confronti con persone, esperienze e esperti; un’esperienza che ci porta oggi a tentare di strutturare una modalità operativa che, oltre a essere replicabile, possa favorire quel cambiamento culturale che a noi sta tanto a cuore.
Ci sono alcuni elementi che costituiscono le fondamenta del modello.

L’accoglienza, come conoscenza del gruppo e di se stessi.
Il primo passo, fondamentale per la costruzione del gruppo, è la conoscenza che crea un clima di benessere relazionale, che consente a ognuno di sentirsi accolto e a proprio agio e di mostrarsi per quello che è e che sente, senza giudizi o imposizioni.
Un’accoglienza fatta in cerchio che permetta a tutti di guardarsi negli occhi, di esprimere il proprio pensiero, di mettersi in gioco e, allo stesso tempo, di ricevere, come si fosse davanti a uno specchio, la propria immagine attraverso il punto di vista dell’altro.

L’accoglienza porta necessariamente a un confronto diretto con il gruppo di lavoro, composto da persone con disabilità e non.
Un confronto che ti offre l’opportunità di conoscere la storia che ha permesso la formazione del gruppo stesso, gli strumenti e le metodologie che vengono messe in atto per realizzare le animazioni educative, le dinamiche quotidiane che creano momenti di confronto e di crescita comune.
Un incontro che a volte è scontro con un modo di pensare la disabilità piuttosto alternativo e che mette in crisi, che destabilizza quel tanto per poter ritrovare un nuovo equilibrio.
Da questo confronto con il gruppo nasce, ovviamente, l’incontro diretto con la disabilità, sia la propria, se parliamo della persona con disabilità, sia quella dei colleghi, se parliamo dell’educatore normodotato.
Il fatto che tutti i protagonisti del gruppo siano chiamati a confrontarsi con la disabilità, anche se in modo diverso, è un passaggio fondamentale del modello calamaio, che comporta un cambiamento culturale innanzitutto nei componenti del gruppo, secondo una logica di consapevolezza e, successivamente, di accettazione.
La consapevolezza è un obiettivo personale, che il gruppo può appoggiare e favorire, ma necessita di un percorso tutto proprio.
Per la persona con disabilità consapevolezza significa incontro/scontro con ciò che è; vuol dire “fare i conti con” e “prendere le misure”, entrare in relazione con una parte di sé che, da una parte è estremamente speciale ma dall’altra è banale come lo sono i capelli o le unghie.
Per l’educatore normodotato consapevolezza significa liberazione dal sentirsi arrivato, dal pensare di avere tutte le risposte e da un ragionare fatto di stereotipi e preconcetti. Anche per lui è necessario un cambiamento di prospettiva e un nuovo modo di relazionarsi con la disabilità, non più intesa come “problema” dell’altro ma come strumento per il sovvertimento dei preconcetti e fondamento per una nuova cultura dell’integrazione.
Per agevolare questo processo di consapevolezza il primo strumento è il confronto con persone che il percorso lo hanno già completato, attraverso il dialogo e la condivisione di attività, di spazi non strutturati e di domande senza pregiudizi: ovviamente nel rispetto dei tempi di elaborazione necessari a ognuno per affrontare la disabilità.
Successiva alla consapevolezza è l’accettazione, passaggio fondamentale che permette alla persona con disabilità di rendere la disabilità una risorsa e non più un handicap.
Solo a questo punto si può lavorare sulla valorizzazione delle abilità esistenti e sull’acquisizione di nuove. Le abilità, in una persona con disabilità, rimangono spesso nascoste o poco valorizzate e, troppo spesso la persona con disabilità, si presenta, come ama dire Claudio Imprudente, con un biglietto da visita perdente.
Valorizzare le abilità non serve per negare la disabilità, anzi è proprio nel momento in cui ci scopriamo anche abili che accettiamo definitivamente la disabilità.
Questo processo di valorizzazione, infine, permette di raggiungere un alto livello di professionalità, cioè la possibilità di esplicitare il proprio ruolo sociale e, attivamente, godere dei diritti e rispondere ai propri doveri.
Attenzione, però, a non confondere professionalità con produttività, possono coincidere ma sono anche piuttosto diverse: la professionalità ha a che fare con la relazione che, agite in ogni ambito di vita rendono sociale il ruolo, mentre la produttività ha a che fare con le azioni, necessarie, invece, per rendere attivo il ruolo.
In conclusione è opportuno dire che il modello calamaio riuscirà nella misura in cui si realizzerà in gruppo, secondo una logica di corresponsabilità. Non è pensabile, infatti, un gruppo nel quale c’è chi ha responsabilità e chi subisce le scelte oppure dove c’è chi deve cambiare punti di vista e chi, invece, funge da modello. L’organizzazione è orizzontale, secondo una logica di stessa responsabilità con ruoli diversi.

Il diritto a essere dimenticate

Dà sempre una certa speranza incontrare persone che non accettano ruoli o sentimenti preconfezionati, che pensano al se stesso futuro fuori da schemi stereotipati e che, quindi, si confrontano con la realtà in modo complesso, di quella complessità che è propria della realtà.
Sara è una persona così.
La scelta che ha fatto lo dimostra e una pagina del suo diario ce la racconta.
“Mi trovo ad At-Tuwani, villaggio palestinese che ha scelto la resistenza non violenta come risposta al conflitto e alle provocazioni. È abitato da circa 300 persone e si trova in Cisgiordania, nelle colline a Sud di Hebron in area C.
Questo implica che il villaggio sia sotto controllo militare e civile israeliano.
Tuwani è circondato da insediamenti e in particolare l’avamposto di Avan Ma’on è causa di continue provocazioni e violenze da parte dei coloni israeliani. A tal proposito, per esempio, i bambini dei villaggi vicini per recarsi alla scuola di At-Tuwani, dopo aver subito diversi attacchi violenti e ingiustificati, sono oggi costretti a essere scortati lungo il tragitto da militari israeliani.
È qui che si inserisce uno dei momenti di presenza di Operazione Colomba (corpo non violento di pace della comunità Papa Giovanni XXIII) che monitora la scorta militare affinché svolga quanto effettivamente prescritto dal parlamento israeliano.
La Palestina che sto vivendo non è affatto come quella che i media più diffusi trasmettono quotidianamente in Italia; le informazioni che entrano nelle nostre case per quanto riguarda entrambe le parti del conflitto non sembrano corrispondere alla realtà.
Ogni giorno incontro persone che hanno un passato incredibile e che quotidianamente rinnovano una scelta difficile.
La forza, la pazienza e la tenacia che questa gente trasmette sono invidiabili, uno stimolo al cambiamento d’ottica per noi abituati a vivere nella società ‘del tutto e subito’.
I risultati che qui si ottengono sono lunghi, una storia di coraggio e cambiamenti.
Nonostante la povertà dell’area in cui il villaggio si erge, l’ospitalità è un tratto distinto di una popolazione con forti tradizioni, capace di smentire i più comuni stereotipi.
Credo che sia impagabile ciò che ti insegna vedere coi propri occhi, sperimentare sulla propria pelle, mettersi in gioco al punto di decidere di condividere la quotidianità con le vittime di un conflitto, cercando di far loro capire che non sono soli e che hanno tanto da insegnare; perché è proprio quando si smette di parlare di queste realtà, che esse a poco a poco acquistano il diritto a essere dimenticate, a non esistere.
Ed è questa una delle battaglie quotidiane che il villaggio e Operazione Colomba insieme intraprendono, chiedendo semplicemente a tutte le delegazioni che passano in visita ad At-Tuwani o a tutti coloro che ascoltano una testimonianza, di non farla morire lì, ma di darle voce, perché il passaparola in questo caso è una delle vie di comunicazioni più potenti ed efficaci per abbattere l’ignoranza”.

Raccontaci qualcosa di te. Chi sei, cosa fai nella vita?
“Che dire? Ho 20 anni e abito a Borgonuovo, un piccolo paesino in provincia di Bologna.
Ho fatto il liceo delle Scienze Sociali e ora frequento il secondo anno alla facoltà di Scienze Politiche (Sviluppo e Cooperazione Internazionale) di Bologna.
Il nuoto è da sempre una delle mie passioni (e immancabile valvola di sfogo) e lavoro con i bambini nei servizi di doposcuola o insegnando nuoto.
Amo osservare e ascoltare i racconti delle persone e sono una fotografa amatoriale: potrei stare a guardare per ore due bambini giocare in attesa dello scatto ‘perfetto’ o una goccia di rugiada che scivola sullo stelo di un filo d’erba”.

Partire significa molte cose, c’è chi lo fa per svagarsi, chi per fuggire, chi per ritrovarsi.
Partire per tornare o partire per ripartire continuamente, restando nello stesso luogo o cambiando meta ogni volta.
Partire per conoscere o partire per conoscersi.

Cosa ti ha spinto a partire?
E perché proprio in Palestina?
“Beh, senza dubbio sono una persona curiosa!
Conoscere nuove persone e culture diverse è una delle mie grandi passioni.
Penso che questa partenza, ma probabilmente ancor di più il faticoso rientro in Italia, mi abbiano insegnato davvero tanto, e tanto anche su me stessa.
Una delle motivazioni all’origine della mia partenza è stato il desiderio di potermi confrontare veramente sul campo con quello che, in un futuro, potrebbe essere il mio lavoro. Il voler vedere se effettivamente quello che studio sui libri tutti i giorni, può portarmi a qualcosa che desidero davvero fare e per cui potrei essere portata.
La mia facoltà non prevede tirocinio, e così diciamo che ho deciso di crearmelo io!
Oltre questa ‘motivazione di facciata’, c’erano tanti interessi, tanta voglia di conoscere un luogo, una popolazione e un conflitto di cui ho tanto sentito parlare, ma di cui non avevo mai avuto esperienza diretta.
Credo fermamente che prima di potersi pronunciare sulle cose, se se ne ha la possibilità, sia meglio vederle coi propri occhi e farne esperienza diretta, e così ho deciso di partire.
La scelta dell’associazione non è stata casuale.
La presenza che Operazione Colomba poteva offrirmi, racchiudeva tre idee-pilastri che desideravo approfondire e mettere in pratica meglio: la nonviolenza attiva, la condivisione e la neutralità verso le parti di un conflitto (ma di sicuro non verso le ingiustizie!)”.

Come dici nel diario, la cosa più importante, forse, è il trasmettere la notizia, l’informare per combattere l’ignoranza.
Raccontaci che cosa ti ha sorpreso e che cosa, invece, hai confermato, rispetto alle aspettative che ti eri fatta.
“Per quanto sia possibile, cerco sempre di non farmi aspettative prima di esperienze di questo genere, mi aiuta a non rimanere delusa e molto spesso mi accorgo di riuscire non solo a “mettermi più in gioco”, ma anche ad assorbire molto di più quanto incontro, vivo, vedo.
Riguardo la realtà che ho trovato, ho potuto constatare che ciò che si sta creando è un regime di apartheid, questo ha portato in me sorpresa, ma anche grande ammirazione, rispetto alla tenacia, alla forza e alla volontà che le persone del villaggio mettono ogni giorno nelle piccole battaglie della vita quotidiana.
Si tratta di una realtà tanto complessa quanto contraddittoria. Sì, le contraddizioni sono all’ordine del giorno e se si riesce a guardarle dritte in faccia colpiscono forte e restano limpide tra i ricordi. Una tra le più vivide resta la scorta militare che i bambini di due villaggi limitrofi di At-Tuwani devono aspettare ogni mattina e ogni pomeriggio per recarsi a scuola o tornare a casa. La scorta è fatta da militari israeliani che si trovano a difendere bambini palestinesi dai loro stessi connazionali coloni. A parte il paradosso, credo sia impossibile (per fortuna!) abituarsi all’immagine di bambini che camminano seguiti da una jeep per poter andare a scuola”.

Sara avrebbe ancora tante cose da raccontare, come succede a chi vive un’esperienza che ti scombussola un po’ la vita.
Ti auguriamo che questo sia solo il primo di altri incontri, il primo di altri punti di vista che ti permettano di diventare ciò che desideri senza stereotipi o preconcetti, ma libera di vivere le tue passioni.

Lettere al direttore

Essere testimoni credibili non basta: serve un lavoro…

Salve signor Claudio,
le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II.
Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene tutti.
Sto chiedendo da tempo all’amministrazione comunale un lavoro e finalmente “pare” che ci sia in progetto l’apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l’altra un’assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?
Vorrei un consiglio su cosa fare.
Grazie.
Spero diventeremo amici.
Romano.

Caro Romano,
intanto grazie per avermi scritto. Mi ha fatto molto piacere.
Allora, vengo subito al dunque: credo che tu debba cogliere questa opportunità e, cogliendola, dare ad altre persone l’occasione per avvicinarsi a un mondo che probabilmente conoscono poco o male. Capisco o immagino i tuoi dubbi: non si tratterà di fare di me una sorta di esempio, guida, di oggetto-spettacolo e, in quanto tale, male interpretato, compatito, ecc.? Questo rischio c’è sempre, e lo vivo spesso direttamente, tenendo continuamente incontri, lezioni, interviste. O anche, più semplicemente, nei rapporti di amicizia. Ti faccio un piccolo esempio. Un caro amico, che vive però lontano da Bologna, qualche tempo fa mi ha scritto una lettera molto bella nella sua ingenuità. In sostanza, mi chiedeva perché le altre persone disabili che aveva avuto modo di incontrare e frequentare non gli restituissero le stesse “soddisfazioni” che gli davo io. Ecco le sue parole, un estratto dalla lunga lettera che mi aveva spedito:
“Ho accompagnato allo stadio due disabili! È una cosa che ho già fatto altre volte. È una bella cosa, per carità, mi piace, però ieri mi è capitato di fare questo pensiero: la diversabilità, quando è vissuta come un handicap, è proprio una sofferenza! E mi sono trovato triste nel provare sofferenza nello stare con loro perché ho visto sofferenza in loro! (si chiamano Patrizio e Vincenzo…) (non so bene che problemi abbiano di preciso, ma sono tutti e due in carrozzina perché non possono camminare…). Parlano tranquillamente (sbiascicando un po’ le parole), ma mi sembra che comunque siano un po’ ‘indietro’ di testa… Non lo so, mi è capitato di pensare a te e a come mi sento quando sto con te, e mi sono reso conto che è una cosa diversa!
Per quanto tu fisicamente sia conciato peggio, non c’è paragone per quel che riguarda il vivere!
A star loro vicino avverto proprio un senso di ‘sofferenza traspirante’ che mi pervade e contamina… Non lo so, è strano, però cavolo mi fanno pena!”.
Al mio caro amico non ho potuto che far presente che capivo molto bene quello che intendeva dire e che, a livello ideale, lo condivido appieno. Anzi, direi che è quello per cui mi batto e mi sbatto da trent’anni, la creazione e condivisione di un’immagine differente della disabilità che, tra le (tante) altre cose, passa anche per un impegno diretto da parte delle persone disabili rispetto alla rappresentazione che “proiettano” fuori di sé… un modo, non secondario, per incidere sull’immaginario e le idee altrui.
Con una indicazione, però, molto importante, un suggerimento per guardare le cose in modo più consapevole: a stare con me si corre il rischio di non conoscere la realtà più diffusa tra le persone disabili e nel mondo che sta attorno a loro, si corre cioè il rischio di non entrare in contatto con le condizioni di vita più “vere” delle persone con disabilità.
Spesso, appunto, il rischio è che le persone mi prendano come modello… ma è un falso modello, comunque non rappresentativo.
Con questo non voglio assolutamente dire che, quindi, nelle occasioni di confronto e di lavoro in pubblico parlo di “aria fritta” e che quello che dico sia irrealizzabile: ma la mia condizione (fisica, mentale, sociale, lavorativa…) “fa testo” fino a un certo punto. Mi dà, certo, la possibilità di dire agli altri che esistono le risorse (in senso lato) per pensare a condizioni migliori, lavorando a livello politico, culturale, ecc.
Insomma, in un certo senso la serenità e il modo in cui vivo la mia vita “disabile” potrebbe essere un orizzonte da raggiungere, perché è vero che sono riuscito a costruire un’esistenza serena e non sofferente. Ma, appunto, è una condizione da raggiungere, da costruire e non dobbiamo commettere l’errore di provare tristezza per chi ancora vive con tristezza la sua condizione, altrimenti dal circolo non si esce.
Questo, quindi, è un piccolo rischio che hanno corso tante persone che hanno passato tempo e hanno lavorato con me nel corso degli anni e capisco cosa intendi nella tua lettera, caro Romano.
Credo, però, che il gioco che ti hanno proposto le due misteriose signore valga la candela, se gestito e giocato con intelligenza e, non lo nego, furbizia, da parte tua. Devi valutare che senso le persone che vogliono coinvolgerti intendono dare al servizio, se è quello di interrogare gli altri su alcune questioni o puntare “solo” al cuore, ossia a una cosa dal respiro breve. Poi, una volta considerata la bontà delle intenzioni, starà a te compiere il passo che ti porterà a ragionare sul generale a partire dal particolare, ovvero dalla tua persona e dalla tua esperienza di uomo con disabilità. A proporre non un modello, ma un testimone e un narratore consapevole e dallo sguardo sottile e lungo.
Dimmi se queste poche parole ti sono d’aiuto. Aspetto una tua risposta per continuare il confronto su una cosa che, lo capisco, solleva dei dubbi da parte tua e non è affatto innocente né semplice.
Grazie ancora e buona vita.
Un caro saluto.
Claudio

Caro Claudio,
grazie a te per avermi risposto. Spero tanto che inizi tra noi un lungo e proficuo scambio di impressioni.
Io per natura ho un carattere timido e introverso. Ma questo, col tempo, ho cercato, e cerco sempre, di “combatterlo”, forse proprio in forza dell’essere “diversabile”. Cioè, provo a spiegarmi: forse l’essere disabile mi ha condizionato portandomi ad accentuare la timidezza. Poi, per una sorta di orgoglio o di contrasto, per qualche tempo vedevo il dover espormi come un modo per dimostrare e dimostrarmi che non mi facevo condizionare dal mio handicap.
Adesso, ti confido, non mi interessa più. Non vorrei sempre dover combattere per “dimostrare che”. Accettare serenamente il mio handicap vuol dire vivere serenamente il mio essere un diversabile. Non un genio, né un fenomeno da circo che si sente addosso o la curiosità o la compassione degli altri… quando va un po’ in giro.
Vorrei precisarti meglio la questione di cui ti parlavo nella e-mail precedente, così da darti un quadro più chiaro. Io credo che in loro (nelle persone che mi hanno proposto la cosa) ci sia della buona volontà di usare la mia storia per far capire a chi ha quindici anni, magari circondato di ogni bene e che è insoddisfatto, come il mio vivere possa dare qualche insegnamento.
La tua riflessione, le tue parole, il tuo consiglio mi sono utilissimi.
Però vorrei precisare che non ritengo di esser nulla di “speciale”, sono uno come tanti, ho pregi e difetti, vizi e virtù, ho i miei giorni di nervosismo e di serenità, i miei hobby e le mie passioni come quelli di tanti. Tutto qui… Non so cosa se ne possa tirar fuori.
Poi, caro Claudio, mi preme pure sottolineare un altro punto. Io voglio un lavoro! Non voglio solo esser presentato agli altri, ma mi serve un posto. So usare il computer e spero che questo progetto sia basato su quello, dare lavoro.
Per sette estati (due mesi all’anno) sono stato inserito in un progetto per il quale ho fatto lavoretti col pc. Poi l’estate scorsa non vi sono stato inserito, nonostante un’assicurazione circa l’esserne parte.
Beh, intanto ti ringrazio e ti terrò informato.
Grazie e a presto.
Romano.