Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

La densa leggerezza dell’integrazione: l’esperienza con pazienti psichici della compagnia tedesca Theater Sycorax

Dal Woyzeck a spettacoli originali molto particolari, come Sehnsuchtsschwimmer (“Nuotatore nella nostalgia”) ambientato in un aeroporto, o Am Anderen Ende ist der Himmel (“Dall’altra parte c’è il cielo”) con un campo di allenamento competitivo che richiama la vita. Con 15 anni di attività alle spalle, Theater Sycorax, con sede a Münster (Nord Reno-Westfalia), è una delle compagnie teatrali che lavorano con pazienti psichiatrici più affermate e al contempo più innovative del panorama tedesco. Abbiamo intervistato Manfred Kerklau, uno dei due direttori artistici della compagnia.

Come è nato Theater Sycorax, e da quali motivazioni?
Theater Sycorax è stato fondato nel 1996 da Paula Artkamp, attrice e regista con una forte esperienza nel teatro “off”. La motivazione per avviare una produzione con persone con un background psichiatrico era basata sul desiderio di fare esperienze artistiche differenti e di offrire uno spazio per questo gruppo dove potessero occuparsi della propria creatività in un contesto non psichiatrico.
Paula Artkamp entrò in contatto con diversi ospedali psichiatrici e altre istituzioni per trovare partecipanti per questo lavoro teatrale, ma c’era grande scetticismo e avversione, così come la sensazione che fare teatro potesse non essere un buon consiglio per persone con disordini psichiatrici. Solo un’organizzazione socio-psichiatrica sostenne il progetto. Un operatore sociale accompagnava le prime prove, ma gli attori si opposero, perché durante il loro lavoro artistico non volevano essere osservati da un punto di vista terapeutico.
Dopo 14 anni di lavoro teatrale di successo, con molte esibizioni, oggi Theater Sycorax è ben avviato. A volte terapisti spediscono clienti al gruppo, e ci sono anche istituzioni che apprezzano il lavoro del teatro.
La prima produzione del teatro fu un libero adattamento di La Tempesta di W. Shakespeare. Da questo deriva il nome del gruppo (Sicorace è la strega che governava l’isola di Prospero e diede alla luce suo figlio, Calibano).
Con l’avvio del secondo progetto la guida artistica fu assunta dalla squadra composta da Paula Artkamp e Manfred Kerklau. Fino a ora abbiamo rappresentato 15 produzioni teatrali in co-direzione. La dimensione del cast dei diversi progetti teatrali andava da 7 a 17 persone. Alcune sono ancora con noi dall’inizio, ma la nostra idea è di aprire il gruppo a nuovi partecipanti per ogni nuovo progetto. Fino a ora, oltre 50 persone hanno partecipato a uno o più progetti.

Le compagnie teatrali che lavorano con persone che hanno disordini psichiatrici sembrano dover trovare un continuo equilibrio tra esigenze estetiche di sensibilizzazione sociale e terapeutiche. Se siete d’accordo con questa idea, quale equilibirio avete trovato nella vostra attività?
Il nostro lavoro si concentra sull’arte e sul potenziale delle abilità creative degli attori. Non stiamo lavorando terapeuticamente. Comunque, i principi del nostro lavoro sono nel cercare le forze e i talenti degli attori: la conferma, la comunicazione positiva e la promozione di uno spazio sicuro dove alle “cose da pazzi” è consentito di essere espresse artisticamente.
Oltre a ciò facciamo molto lavoro sul corpo: esercizi per la percezione del proprio corpo, dello spazio e del gruppo, allenamento della concentrazione e della voce e altro.

Come dite nel vostro sito web, “il segreto di essere selvaggi e diversi così come artisticamente controllati rimane”. Come gestite le esigenze speciali di ogni membro della vostra compagnia insieme all’esigenza “da regista” di controllo e ordine prima del e sul palco?
Il nostro lavoro teatrale offre uno spazio aperto con regole formali e sociali chiare per sviluppare la propria creatività. Questo approccio positivo e l’accettazione di ogni persona crea un’atmosfera affidabile per riunioni sociali oltre che per il lavoro artistico.
Nelle nostre produzioni il lavoro d’insieme è molto importante. Passiamo molto tempo nell’allenamento sul lavoro corale, sul gruppo che sostiene il protagonista della scena. In ensemble ci si prende cura l’uno dell’altro, sul palco si deve dimostrare il proprio valore insieme. Questo dà molta sensibilizzazione sociale a ognuno.
Durante il processo di lavoro c’è un sacco di input strutturato su un livello formale. Attraverso tutto quell’input e i compiti per eseguire la parte artistica (testo, connessione del testo, movimenti concreti del corpo, posizione sul palco, ecc.) gli attori non hanno possibilità di scivolare o perdersi dentro i loro mondi interiori.
Con una direzione artistica chiara ed esplicita cerchiamo di attuare il principio del sostegno personale a livello personale. Tutti i membri dell’ensemble sono integrati nello sviluppo delle scene teatrali e del lavoro artistico.

Molti degli spettacoli più recenti nel vostro repertorio sembrano trattare questioni esistenziali ma con un tono grottesco o apertamente comico. Questo approccio è il frutto di una direzione specifica quando allestite una nuova rappresentazione?
Il testo o il tema per una nuova rappresentazione viene dato dalle guide artistiche con un chiaro interesse per temi essenziali, ma le rappresentazioni teatrali si sviluppano in un processo aperto, in un senso di “work in progress”. Usando molta improvvisazione e partendo dalle possibilità e abilità degli attori, la rappresentazione teatrale si sviluppa e cambia durante le prove. Certo ci sono sempre alti e bassi, eccitazione e divertimento ma anche sopportazione e dedizione. Nel nostro lavoro cerchiamo di mantenere una leggerezza nella messa in scena di scene forti, drammatiche e profonde.

Come pensate che l’inclinazione di molte compagnie teatrali che lavorano con pazienti psichici a portare avanti un teatro di ricerca e di avanguardia incida sul loro riconoscimento, sia nell’ambiente teatrale che tra il pubblico?
Considerando le restrizioni specifiche degli attori da un lato, e dall’altro le loro esperienze individuali e straordinarie, cerchiamo di creare una forte autenticità e una “densità atmosferica” sul palco – la qualità propria di Theater Sycorax. Ciò si ottiene, tra le altre cose, attraverso il costante allenamento di gruppo e attori.
Non sappiamo se questo sia orientato all’avanguardia o alla ricerca. Cerchiamo di offrire agli attori forme di espressione, per riflettere qualcosa delle loro esperienze sul loro mondo interiore. Questo è un compito speciale, trovare queste forme e offrire prospettive bizzarre.

Avete aneddoti riferiti alla preparazione o all’interpretazione delle rappresentazioni che esprimano lo spirito del lavoro di Theater Sycorax?
Una volta avevamo una prova costumi e ricevemmo una telefonata da un’attrice – diceva che non poteva venire, perché era all’ospedale psichiatrico, ma sarebbe venuta il giorno dopo. Finimmo la prova costumi senza di lei e ci mettemmo d’accordo che lei sarebbe potuta venire alla prima e alle rappresentazioni successive andandola a prendere all’ospedale e riportandola direttamente dopo le rappresentazioni.
Spesso abbiamo avuto come ritorno il fatto che i professionisti psichiatrici riuscivano a malapena a riconoscere i loro pazienti quando li vedevano esibirsi sul palco.
Gli attori guadagnano molta autostima dal lavoro. Quando un attore iniziò, i suoi genitori lo accompagnavano in macchina alle prove, perché era molto dipendente da loro. Da allora, si è trasferito in un appartamento proprio e vive una vita mobile e indipendente.

Per informazioni:
www.theatersycorax.de

Profili di donna

Donna, una parola che indica qualcosa di molto preciso, identificabile, chiaro ma, allo stesso tempo raccoglie in sé migliaia di volti, espressioni, esperienze.
Una parola che raccoglie un mondo di idee, pensieri, sogni, opinioni, modi anche molto diversi di vivere il proprio essere donna.
Ciò che mi piacerebbe proporre, quest’anno, in questa rubrica sono le diverse facce della parola donna, le sfumature necessarie per raccontare una realtà tanto varia e interessante.
Profili diversi e, allo stesso tempo accomunati da tante sfumature, profili di donne che tentano di volgere al femminile la realtà che vivono, comuni, quotidiani, vicini.
In questo primo numero vorrei dare voce a quattro donne, diverse per età e condizione, alle quali ho chiesto come si vedono nel tempo che passa, come si immaginano guardando avanti di dieci anni, come vedono e come desiderano il ruolo della donna nella società e, soprattutto, nel mondo del lavoro.
Buoni incontri!

“Tra dieci anni avrò 29 anni. Mi immagino con un lavoro, che mi figuro sarà l’aspetto della mia vita a cui terrò di più. Il mio lavoro sarà collegato con ciò che oggi sto studiando, quindi nell’ambito dell’informatica. Immagino anche di avere una persona accanto, un compagno (non un marito!) che mi comprenda per ciò che sono e con cui vivere. Tra dieci anni la mia famiglia sarà sempre importante per me, parte integrante della mia vita.
Nel futuro uomini e donne non avranno gli stessi ruoli nella società. Le donne dovranno sempre togliere tempo al lavoro per occuparsi della famiglia e questo, secondo me, non è negativo, ma naturale. Quindi non desidero che questo aspetto della società cambi.
In quanto donna, per il mio futuro desidero semplicemente avere normalità, tutto ciò che banalmente e felicemente si sogna fin da piccoli.
Penso che essere donna non sia un limite e che la parità non possa esistere, per il semplice fatto che uomini e donne sono diversi. Le donne hanno già un ruolo molto attivo e vincente, soltanto l’hanno in campi diversi da quelli degli uomini”.

“Come mi vedo nel futuro? Ti posso dire come spero di essere, poiché ‘del doman non c’è certezza’, soprattutto con i tempi che corrono. Oppure ti posso dire come ho paura di essere. La discriminante fra le due ‘forme di essere’ è, dal mio punto di vista, il lavoro. Se, come spero, avrò un lavoro non dico remunerativo, ma per lo meno stabile (leggi: un contratto a tempo indeterminato), mi vedo sposata e con due figli. Mi vedo mamma lavoratrice, insomma. Immagino il mio lavoro gratificante e utile, decoroso e creativo. Immagino di lavorare alla pari con colleghi maschi, senza timore di essere prevaricata, sostituita o licenziata nel caso di maternità o malattia. Vorrei che il duplice ruolo di mamma e donna lavoratrice, e per questo doppiamente produttiva, fosse riconosciuto: non intendo ricevere medaglie al valore, ma solo essere sostenuta e rassicurata dal mondo del lavoro in tale duplice impegno.
Se il lavoro ci fosse ma fosse precario, così come è adesso, allora come mi vedo? Come mi vedono gli altri? Saremo tutti sulla stessa barca o mi dovrò sentire ripetere all’infinito che ho fatto delle scelte di studio, di vita, di impegno sbagliate, e che era meglio se avessi fatto, se avessi scelto, se non avessi fatto, se non avessi scelto… Dovrò sentirmi dire ancora una e poi mille volte ‘te l’avevo detto?’.
Ecco cosa significa, secondo me, la dignità del lavoro: potersi sempre dire fieri delle scelte di vita, e quindi lavorative, che si sono fatte, perché tali scelte hanno portato ai risultati sperati: stabilità, indipendenza, gratificazione, libertà di scelta”.

“Dal mio punto di vista la donna deve essere attiva e integrata nella società e non solo considerata una parte: i due sessi devono essere interscambiabili. La donna ha la propria identità, è diversa da quella maschile. Nella nostra società non c’è niente di femminile, né una filosofia, né una religione, né una politica, né una linguistica e la donna viene utilizzata dalla società come un bene domestico vedi veline, letterine in tv… Non condivido assolutamente l’utilizzo del corpo femminile come oggetto e propaganda.
Io sono una donna lavoratrice e soddisfatta del lavoro che ho scelto e cerco di assumermi le mie responsabilità per cercare di modificare e cambiare così l’atteggiamento culturale che riguarda le donne disabili. Spero, in futuro, avendo investito nello studio tanto tempo, di poter continuare lo stesso lavoro però magari con una remunerazione più sicura e più gratificante. Io mi sento una persona attiva all’interno della società e in futuro auspico che ci sia un cambiamento che ci possa portare ad avere più pari opportunità, dimostrando così le nostre capacità quali ad esempio, il saper mediare, essere contro la violenza, essere più sensibili…
In futuro penso che il valore dell’uomo e della donna non debbano essere pesati su una bilancia come parità, ma che la donna possa esprimersi nella sua pienezza, possa dar voce ai suoi diritti che ancora oggi non sempre vengono riconosciuti, possa riconoscere i suoi doveri e possa far conoscere la loro grande energia.
Con tutta la voglia di vita che possiedo voglio invitare tutte le donne, soprattutto le giovani, ad avere fiducia nel futuro, però devono impegnarsi a considerare molto di più alcuni valori fondamentali per il rispetto della persona.
Finché alcune donne useranno il loro corpo come mezzo per avere successo o carriera o altro, non si riuscirà a fare emergere il nostro pensiero che è certamente paritario a quello maschile ma che, a volte, viene considerato inferiore a causa di questi comportamenti.
Il mio punto di vista è che occorre avere tanta fiducia ma ci vuole anche l’impegno di dimostrare, creare, fare, e se ognuno in questo puzzle ci mette la sua parte il mondo andrà avanti meglio”.

“Beh, dal momento che ora ho 63 anni, direi che andando avanti tenderò a invecchiare! Tuttavia non è questo che mi spaventa, ma il timore di non riuscire a realizzare tutto quello che vorrei. Mi piacerebbe infatti continuare nel mio progetto di scrittura-ricerca per la conservazione della memoria femminile, dedicare ancora più tempo alla lettura, agli/alle amici/che, ai miei cari, ai luoghi del mio cuore, alla bellezza della natura e dell’Italia in generale… E ancora? Un altro sogno? Cantare in un coro! Ma temo che ormai la voce non sarebbe più limpida.
Per il mio futuro desidero conservare la mia salute e le molte energie che mi permettono di vivere a modo mio, senza poi dimenticare la serenità con cui vivo la mia vita familiare.
Per tutte le donne, invece, mi auguro un futuro di maggiore consapevolezza della dignità di ciascuna. Ritengo infatti che molta sia la strada che abbiamo percorso nella conquista dei diritti e della coscienza di genere, ma ora si stanno affacciando nuove realtà che ci vengono da altri paesi con le quali tutte ci dobbiamo confrontare. Non possiamo dimenticare il passato nostro e delle nostre madri, per cui è necessario che ci attrezziamo per rendere visibili disagio e condizioni altre: trovare canali, inventare strategie, aprire dialoghi con quelle culture e religioni che costringono le donne in situazioni di sudditanza. Dunque, ancora un cammino lungo e faticoso per le donne.
Sono tuttavia convinta che le donne del futuro vivranno il loro essere-donne come un valore aggiunto, che andrà ben oltre la parità tanto decantata dai governi e mai considerata. Sarà questa certezza a dare ancora più forza al loro agire”.

L’incontro che genera il nuovo, nella musica e nella vita

Intervista a Davide Ferrari, direttore artistico della Banda di Piazza Caricamento di Genova, e ai suoi musicisti. La banda riunisce giovani musicisti che provengono da Giappone, Marocco, Messico, Argentina, Sri Lanka. Il progetto prende il nome da una delle aree più multietniche della città.
La musica è per me una via di vita da percorrere, una metafora, una scienza, un mezzo, un’arte meravigliosa. Riempie quasi totalmente la mia vita.

Nel settembre 2006 è nata l’idea di costituire questa orchestra. Da una sequenza di eventi violenti interetnici in città rinasce la necessità di tornare a lavorare sul territorio urbano, rivolgendosi agli immigrati offrendogli un’opportunità professionale e creativa. Ho lanciato l’idea, è stata raccolta prima da una cantante genovese che ha iniziato a sostenermi nel progetto, poi dal Comune di Genova. Con un’audizione si è formato il primo nucleo. All’inizio i musicisti hanno reagito ai miei stimoli con diffidenza e incomprensione. Con il tempo, la pratica, l’esperienza che si viveva e i risultati hanno portato una maggior fiducia e unione. Oggi c’è un gruppo affiatato, quasi come una famiglia, con tutte le contraddizioni del caso. Nel tempo si è sviluppata una dinamica più solidale, anche se non completamente. È stato un elemento centrale del percorso quello dell’altruismo.
Gli obiettivi erano quelli di offrire un’opportunità creativa e professionale, conoscenza e valorizzazione delle individualità all’interno di un gruppo, conoscenza di nuove musiche e di nuove tecniche compositive, conoscenza della creazione di un concerto e messa in scena, opportunità di ritorno economico con l’intento di portare in Italia e in Europa un messaggio di convivenza interrazziale pacifica.
Elencare i riferimenti musicali della Banda produrrebbe un elenco troppo vasto considerando le diversità geografiche e generazionali. Per quanto riguarda l’indirizzo musicale che cerco di sviluppare sono particolarmente interessato a esperienze come gli Einsturzende Neubauten di Berlino, in chiave world music.
Ogni musicista tradizionale è estremamente legato a ciò che si porta dietro nel suo viaggio migratorio dal suo paese a un altro. Per me credo sia importante, per costoro, lentamente separarsi e avvicinarsi ad altre musiche e culture, soprattutto quelle dei luoghi in cui si è scelto di vivere. È l’incontro che genera il nuovo, nella musica e nella vita. Restare legati a ciò che siamo è controproducente per la conoscenza. Osservare e cercare di comprendere nuovi e/o differenti linguaggi può essere molto utile per il processo di integrazione. Non sono interessato alla riproposizione di musiche tradizionali suonate da musicisti non appartenenti a quella cultura. Quindi propongo l’incontro da cui si genera una nuova tradizione, contemporanea, extraetnica.
Abbiamo realizzato fino ad oggi due produzioni. Babel Sound raccoglieva le musiche create nel primo anno di attività. Ha vinto un premio da Amnesty International e questo per me è una grande soddisfazione. È un cd dove si sentono ancora molto le diverse tradizioni dei partecipanti, miscelate. Il secondo, Nu Town, è stato realizzato più velocemente, con collaborazioni come con la Squadra di Canto tradizionale genovese di Trallallero con il quale abbiamo riarrangiato Dolcenera di De Andrè. Nu Town è più contemporaneo, nel senso non proprio del genere musicale, ma nel senso che ha ritmi più urbani, testi prevalentemente in italiano, quindi meno multiculturale.
Al pubblico vorremmo arrivasse la forza della convivenza fra razze diverse, l’energia delle tradizioni, soprattutto la sperimentazione, cercando di uscire dai luoghi comuni e dalla retorica della multiculturalità. I concerti della banda sono altamente energetici. Il pubblico è invaso da una pioggia di ritmi, suoni, danze, voci. Il pubblico credo recepisca fondamentalmente quanto detto prima, ossia la forza dell’incontro tra culture diverse che si uniscono. La diversità è una grande risorsa, un’opportunità di conoscenza, spesso imprevedibile. Ma soprattutto è un processo naturale, inevitabile. Anche nella musica è così, cercando di non fare a tutti i costi la cosa diversa, poiché, in quel caso, si diventa prevedibili e inefficaci.
Per quanto mi riguarda, dal 1995 collaboro con la confraternita Sufi Gnawa del Marocco e con loro le esperienze sono state sempre molto intense. Poi con i miei maestri, Tran Quang Hai, Vietnamita, Stella Chiweshe, dallo Zimbabwe, Yungchen Lhamo dal Tibet, Joji Hirota, Giappone. Recente una grande esperienza con Antonella Ruggiero, straordinaria cantante e Celia Mara, brasiliana. Per i ragazzi della Banda credo che alcuni concerti abbiano lasciato il segno, come quello a Sarajevo, e i concerti con Antonella Ruggiero e Celia Mara, in palchi molto importanti come in Piazza San Carlo a Torino o in Croazia davanti a 50mila persone.
Il futuro: torniamo a Sarajevo a fine febbraio, abbiamo iniziato a imbastire un terzo cd, cercare di fare cose utili.

Altre voci, altri suoni, altre storie: i musicisti della Banda
Per me la banda è un progetto socio-musicale: questa duplicità è la vera forza del gruppo. Mettere assieme aspetti musicali, estetici, contingenti, e soggettivi, con valori e ricadute più sociali e umane, forse altrettanto soggettive, ma altrettanto o forse più importanti! Questo progetto funziona perché fa crescere le persone che nel corso di questi quattro anni vi hanno preso parte… Davide, il direttore, e le molte esperienze fatte assieme, dai centri socio-educativi di Montpellier, ai ricoveri per vittime di guerra in Bosnia, alle piazze di tutta Italia, mi hanno permesso di poter vivere momenti musicali, emozionali, personali legati a concetti di incontro, scontro ma anche riconoscimento e solidarietà tra le persone, a maggior ragione con persone sconosciute, diverse… Certo sono parole, solo parole, ma quando vengono realmente esperite, come nella banda, allora acquistano valore e alimentano un circolo virtuoso che porta a nuovi incontri, nuova crescita, nuova musica… Ricordandosi anche di tutti i momenti difficili che fan parte della vita e che han fatto parte della storia della banda; quindi senza mai dimenticare che la grande fortuna di poter partecipare a questo progetto socio-musicale diventa automaticamente un grande dovere: dare il meglio di sé, attraverso il lavoro socio-musicale della banda, proprio per rispetto a chi è meno fortunato, e sapendo che proprio da queste persone si riceve l’energia e l’esempio per poter dare ancora. Grazie.
(Olmo Manzano Anorve – Congas – Italia/Messico)
C’era una necessità urgente di dare un’immagine di convivenza pacifica e piacevole fra le tante “razze” residenti nella città di Genova. E Davide Ferrari, il direttore artistico, ha sentito questo appello e ha cercato di colmare questo vuoto che purtroppo hanno molte società mondiali. La Banda di Piazza Caricamento non è altro che una proiezione della società genovese o ormai quella mondiale, su un piccolo piano, che può essere una sala prove, un furgoncino, una camera d’albergo, un palcoscenico… Le persone che vi partecipano hanno scelto di convivere condividendo ritmi testi e melodie delle loro proprie provenienze.
(Abdel – Darbouka Bongos / Voce – Marocco)
Non troppi mesi dopo l’assemblaggio della Banda, il nostro direttore artistico, Davide Ferrari, ci inviò un messaggio chiamandoci “Banderos”. Non poteva esser più sottile e acuto nel trovar un soprannome che si riferisse all’appartenenza alla Banda in quanto gruppo socio-musicale senza tralasciare le singole personalità, ognuna delle quali tira la macchinosa carovana alla sua folkloristica maniera. Solo grazie all’unione sinergica di culture, idee, suoni, scontri e incontri di abitudini e attitudini diverse riusciamo ad arrivare a ingaggi che a volte neanche aspiriamo a meritare. Un sound illegale che vorrebbe arrivare dove l’orecchio non vuole sentire.
(Nadesh – Voce/Danza – India)
Che dire? Per me la Banda di Piazza Caricamento è capitata in modo fortuito e inaspettato, da un incontro avuto al Teatro della Tosse con Paola Benvenuto. L’entrare non è stato così semplice perché una volta fatta l’audizione con un funky freestyle non è stato facile farsi accettare dagli altri componenti che lavoravano assieme da più di due anni ed erano abituati a un altro danzatore. Il cammino è durato quasi tutto il mio primo anno per farmi conoscere come persona e a livello artistico, come danzatore, e non nego che ci son stati dei momenti nei quali sentivo una sorta di “forma di razzismo” al contrario. Per fortuna credendo in questo bellissimo progetto e grazie anche al maggiore spazio datomi da Davide nel corso di questi quasi due anni, direi che adesso sono perfettamente integrato. La Banda per me è come un “ricco minestrone” fatto di tanti colori, suoni, odori, sensazioni, sapori che però possono cambiare continuamente e l’aspetto interessante, nonché stupendo, è il continuo scambio che si ha all’interno – provenendo da culture, storie, razze, caratteri differenti, esperienze artistiche diverse – e all’esterno – pubblico, collaborazioni, incontri con persone con sfaccettature varie. Questa è per me la banda non dimenticando mai, anche il carattere socio-culturale che è la radice dell’intero progetto.
(Matteo Scuro – Danza – Italia)

A mali estremi, nessun estremo rimedio

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giochi: prima bisogna rispondere”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 2001)

Da filosofo, le parole di Camus mi toccano molto. Mi sono tornate in mente leggendo del suicidio del grande regista Mario Monicelli. Persino a lui, a un certo punto, la vita non è sembrata più degna di essere vissuta. Eppure, dalla vita ha avuto tutto: fama, successo, una bella famiglia, la possibilità di esprimere il proprio talento e di eccellere in esso, che è quel tipo di realizzazione personale cui ogni uomo aspira. Questa notizia è arrivata nel momento in cui la televisione, che ora ha centinaia di canali digitali da riempire di nulla, non sapendo più cosa proporre di nuovo, punta sulla sicurezza di ascolti data dai “fenomeni da baraccone”. Uso questo termine volutamente forte non perché io pensi che le persone sopra citate siano veramente dei “mostri”, seppure nel senso latino del termine, ma perché la falsa pietà o, ancora peggio, la falsa maschera scientifica con cui si affrontano questi temi rende ancora di più questi individui degni della mia com-passione (e anche in questo caso il termine è usato in senso letterale). Primo canale satellitare: si parla di gemelle siamesi, attaccate dalla nascita in modo assai invalidante. Secondo canale: la storia di un giovane che vive senza la parte inferiore del corpo. Terzo canale: malattie devastanti deturpano l’aspetto di giovani fanciulle in fiore. Lo spettatore medio guada con insana curiosità – e anche un certo disgusto – questi strani individui. Non pensa che siano persone in tutto e per tutto: la curiosità per la stranezza della natura fa accantonare nella mente di chi guarda il pensiero della condivisione della stessa umanità con queste persone. Al mio occhio di spettatore con deficit, invece, non sfugge l’aspetto più nascosto dell’animo di questi individui. Seppure diversi, seppure talvolta costretti a esibire la propria deformità in cambio di un compenso, guardano l’obiettivo della macchina da presa a testa alta. Sono consapevoli della propria diversità, ma sono fieri di essere le persone che sono. Hanno una vita difficile, ma proprio per questo sono più abituati a lottare. Le difficoltà della vita non spaventano chi è avvezzo dalla nascita alla lotta per l’auto-affermazione. Queste persone si esibiscono anche per essere di esempio agli altri, perché sanno che la loro vita è degna di essere vissuta e vogliono ricordarlo anche a chi, dalla vita, ha avuto tutto, pertanto si abbatte alla prima difficoltà. Certo, il suicidio è un atto disperato, almeno nella cultura occidentale. Oggi, persino la Chiesa concede i funerali religiosi ai suicidi, perché di questo gesto ha pietà, non vi legge un rifiuto o un segno di dispregio alla vita, ma un’azione disperata di chi ha la coscienza alterata. Io non dispenso giudizi morali, non è nemmeno questa la sede appropriata, ma il suicidio di Monicelli mi ha colpito per vari motivi. Egli non era un “artista maledetto”, un giovane tormentato da pene d’amore, una coscienza alterata da abusi e dipendenze, uno sconfitto dalla vita, un povero, un derelitto, un perdente. Era un uomo di successo, uno di quelli che hanno avuto tutto dalla vita. Era sempre stato sereno, dicono i famigliari. Poi, alla soglia del secolo di vita, una malattia. Non troppo grave, non troppo aggressiva, di quelle che a oltre 90 anni concedono una certa serenità per gli ultimi anni di vita. Però, è una malattia. Un cedimento, un’imperfezione, un piccolo ostacolo in una esistenza di quelle da metterci la firma per averla uguale. Ecco, allora, la scorciatoia per non soffrire: una finestra aperta, la capacità a quasi 100 anni di scavalcare agilmente un alto parapetto. La via più breve, quella che pone fine a sofferenze appena iniziate. Ecco, Monicelli non ha la mia com-passione. Chi, come me, non è in grado di scavalcarla da solo quella balaustra, spesso rende qualcun altro complice di questo delitto contro il grande dono della vita. Questo è il suicidio assistito, questa è la scelta dell’eutanasia. Rendere altri complici del proprio suicidio è un atto ancora più egoistico del suicidio stesso. Nella cultura orientale, il suicidio ha un alto valore di onore, di lealtà che, condivisibile o meno, non ha niente a che vedere con la viltà del non voler affrontare le sofferenze della vita e le debolezze della nostra natura umana. Tutti siamo spaventati dalla malattia, dal dolore, fisico e spirituale. Se un giovane Werther si uccide, la consapevolezza del suo alterato stato di coscienza mi rende assai compassionevole nei suoi confronti, tuttavia rimane quella rabbia di fondo per chi ha scelto la via più breve verso la tranquillità dell’anima. Da quando sono nato (e non per questo la mia condizione di deficit è per me più facile da accettare, come molti sarebbero portati a credere!) convivo con la mia diversità, col giudizio degli altri, con gli sguardi compassionevoli, con le umiliazioni, con la dipendenza da tutto e da tutti, con la totale non autosufficienza. A queste, si aggiungono le sofferenze comuni a qualsiasi persona: le malattie, la perdita dei genitori, le difficoltà quotidiane che sono tali per tutti, deficit o meno. Eppure, non un solo giorno ho pensato che la mia vita non fosse degna di essere vissuta così com’è. Come scriveva Spinoza, quando l’uomo libero pensa alla morte, la sua è una meditazione sulla vita. Nonostante la carrozzina che mi tiene ben ancorato a terra, io sono un uomo libero. La mia libertà mi è data dal pensiero, dall’intelletto, dal libero arbitrio. Ogni uomo ha la sua libertà, anche quando è in catene. Tuttavia, la libertà di autodeterminarsi non passa per la decisione sulla propria vita o sulla propria morte. Quando uno sceglie di togliersi la vita non è mai libero. Non è un atto della libertà ma della schiavitù: il timore della sofferenza, della malattia, la paura, il dolore ci rendono schiavi. Nessuno di noi è stato libero di scegliere se venire al mondo: questo significa che non possiamo autodeterminare la nostra esistenza. La compassione nei confronti di chi agisce contro la propria vita è umana e naturale, ma la condivisione non lo è.