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Autore: admin

3. Il falso e il vero mendicante

di Gianni Selleri

La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 67 primo comma,del Codice penale che punisce con l’arresto fino a 3 mesi . Tuttavia la Corte si è riferita ai “mendicanti buoni”, quelli che non disturbano il decoroe l’ordine pubblico, la tranquillità dei cittadini e soprattutto non ingannano i sentimenti di solidarietà e di pietà: si tratta della .
Resta invece la pena dell’arresto da 1 a 6 mesi IF il fatto “. In questo caso la Corte afferma che occorre tutelare rilevanti “beni giuridici”fra i quali anche lo spontaneo adempimento del dovere di solidarietà, cheappare inquinata in tutte quelle ipotesi nelle quali il mendicante faccia impiego di mezzi fraudolenti al fine di “destare l’altrui pietà”. La Corte nel dispositivo propone anche una breve (e un po’ ingenua) analisi degli”squilibri delle società più avanzate” che producono condizioni di estrema emarginazione e tendenze volte a “nascondere” la miseria e aconsiderare le persone in condizione di povertà come pericolose e colpevoli (mendicità come devianza). Non si possono certo ripristinare gli ospizi e iricoveri di mendicità ma si devono attivare – constatata l’insufficienza dell’azione dello Stato – autonome risposte affidate al volontariato e al valore costituzionale della solidarietà.
Tutti questi ragionamenti denotano un vuoto assoluto di riferimenti alla legislazione sociale e alla sua interdipendenza con l’economia è preoccupante. Si deve comunque constatare che la sentenza della Corte Costituzionale non ha superato la “figura criminosa della mendicità” e le corrispondenti pene. Affermare ancora che la mendicità può costituire un pericolo per l’ordine pubblico e per il decoro civile significa convalidare tradizioni giuridiche e culturali veramente arcaiche e insostenibili.

Il falso e il vero mendicante
Nella storia del pauperismo, i mendicanti e i vagabondi sono stati oggetto diinterventi repressivi: il marchio, la fustigazione, l’impiccagione e più tardi, a partire dal XV secolo, il ricovero in casa di lavoro coatto o nei”depositi di mendicità”. Ma non è certo questo il riferimento più immediato della Corte Costituzionale, quanto piuttosto la saggistica del XIX secolo che ha ispirato il Codice Zanardelli e Rocco. Questa pubblicistica afferma che la mendicità. Le cause sono: il bisogno, la poltroneria, i vantaggi della professione di mendicante. Riguardo ai mendicanti si possono fare distinzioni (classificazioni) morali e materiali; la più attendibile è quella che distingue i mendicanti in validi, invalidi e vergognosi. Ma il problema principale è quello di distinguere i “mendichi veri dai mendichi falsi”. Il vero mendico “se bene se ne osservano i diportamenti, se si benefica con qualche precauzione, che accerti la di lui condizione, si può agevolmente riconoscere dal contegno, dagli atti e dalle parole composte anziche no. Si riconosce eziandio all’aspetto di vera miseria, al candore delle risposte, alla docilità con cui si contenta di qualunque elemosina, eziandio vittuaria, alla sua successiva condotta quando l’ha ottenuta. Insomma un elemosiniere avveduto, con un’attenta indagine di pochi istanti sarà più difficilmente indotto in errore.”
Il falso mendico enaro e non vitto; vi abbandona insolente, dopo essersi un momento prima avvilito all’estremo, esclama in tono affettato; finge pratiche religiose solo esteriori, e se gli tenete dietro, corre a spendere in bagordi la moneta che ottiene, anzichè‚ portarla a quella moglie ed a que’ figli che con bugiarde parole vi diceva d’aspettarlo a casa affamati.
La classificazione in categorie definisce il grado di colpevolezza, in ogni caso vi è l’esigenza di vietare la questua in pubblico e il rimedio, soprattutto per gli inabili al lavoro e bisognosi, è il ricovero “in pii istituti edospizi” o il ricorso alla carità privata, mentre gli altri ciplina. L’inquietante impressione è che la distinzione fra “mendicità non invasiva e invasiva” e altre argomentazioni della sentenza della Corteabbiano radice in questo contesto culturale.

Massmedia e associazioni: un rapporto difficile

di Nicola Rabbi

Per chi lavora nel terzo settore e presta un minimo di attenzione al tema della comunicazione e dell’informazione ben presto si accorge che il rapporto con il mondo dei mass media non è per niente facile.
I motivi sono sia di ordine interno al terzo settore che non si è ancora attrezzato con “strumenti” idonei, sia esterni, nel mondo dell’informazione, che per le sue caratteristiche poco si presta, oggi, in Italia, ad affrontare conserietà dei temi che non possono essere sempre semplificati nella storia emblematica o all’intervista al prete famoso.
Il nostro gruppo fin dall’inizio ha posto al centro delle proprie riflessioni e del proprio lavoro il tema della documentazione e dell’informazione; anzi, siamo partiti, si può dire, proprio da questo tipo di discorso, consapevoli del fatto che, in una società come la nostra, l’emarginazione dai circuiti informativi rappresenta un ulteriore svantaggio.
Come è difficile comunicare con i mass media senza bad news. Questo breve frase riassume la condizione del terzo settore di fronte al mondo dell’informazione che “chiuso” nelle proprie leggi, si preclude, anzi preclude al lettore, una corretta conoscenza del terzo settore e in generale della realtà.
È risaputo, quando il terzo settore diventa oggetto di informazione raramente il prodotto finale (l’articolo o il servizio radiotelevisivo) è soddisfacente. I motivi per cui i mass media hanno questa difficoltà a rappresentare il sociale sono abbastanza conosciuti e studiati (Cardini 1990).

6. L’extracomunitario di carta

di Francesca Gerolla

Giornali e nuova immigrazione, cinque anni di arrivi dal resto del mondo raccontati negli articoli di alcuni quotidiani italiani. Risultato: notizie urlate e parziali, specchio dei timori degli italiani brava gente, spesso prive di approfondimenti, tutt’al più votate ad un pietismo fastidioso, con qualche eccezione privilegiata. A tracciare i contorni della figura dell’immigrato emergenti dalla lettura dei quotidiani ci ha provato Marcello Maneri, ricercatore sociale, autore di una ricerca condotta tra il 1993 ed il 1995.
Oggetto di studio della ricerca sono stati 824 articoli apparsi su sette quotidiani nazionali: Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa, il Giornale, l’Indipendente, l’Unità, il Manifesto su immigrazione, razzismo, xenofobia. La ricerca parte anzitutto da un primo assunto chiaro: numerose caratteristiche del discorso mediale sull’immigrazione derivano direttamente dal senso comune, condiviso circa il fenomeno, derivante dalle cerchie sociali in cui il giornalista-cittadino si trova immerso.
Di conseguenza la figura in esame, l’extracomunitario, diventa un importante indicatore della cognizione sociale sull’immigrazione.

L’etichetta evitabile
I dati raccolti dall’analisi degli articoli hanno dimostrato, secondo Maneri, un aspetto già analizzato da molti osservatori: la mancata coincidenza del referente formale dell’extracomunitario (chi non è cittadino dell’Unione Europea) con il suo referente reale (le persone nominate con questa parola).
L’autore ha operato una sovrapposizione tra categorie semantiche (violenza, deprivazione, sporcizia, devianza, clandestinità), determinate provenienze e realtà etniche, ed alcune etichette classificatorie (extracomunitario – parola che compare nel 26,6% dei casi esaminati – immigrato, clandestino, abusivo, zingaro, nomade).
I dati elaborati, per una leggibilità immediata, sono stati inseriti dall’autore in uno spazio figurato a cerchi concentrici con al centro i magrebini, gli altri africani e, man mano che ci si sposta verso l’esterno, asiatici, sudamericani, albanesi e persone dell’Est europeo (questi ultimi, nel corso degli anni, in costante avvicinamento verso il centro di gravità della rappresentazione).
L’etichetta extracomunitario coincide con il centro della figura, mentre l’attribuzione dei termini “clandestino”, “abusivo”, “immigrato”, segue un ordine tendente verso l’esterno.
L’immagine dell’extracomunitario è strettamente collegata alla dimensione della regolarità-irregolarità e a quella dell’abusivismo; un altro aspetto caratterizzante è quello della visibilità: elemosina, lavori di strada, microcriminalità sono le attività più spesso associate a questa figura.
I termini “arrogante” e “bellicoso” sono più di frequente presenti nei racconti delle mobilitazioni di quartiere, degli sgomberi degli accampamenti abusivi e delle perquisizioni nei centri di accoglienza e nei campi nomadi. “Disperato e poveretto – afferma Maneri – testimoniano l’attualità di quella inferiorizzazione che era sembrato vedere nei primi usi della parola extracomunitario”.
Interessante è notare come estranei alla categoria sembrano essere invece i termini legati a persone diverse da quelle che ne costituiscono il nucleo centrale, e quelli che identificano con precisione una professione specifica, come ad esempio “prostituta” e “trafficante” (lo spacciatore fa eccezione).
Queste analisi portano a due considerazioni: il referente geografico dell'”extracomunitario” è chiaro nella testa di chi usa il vocabolo e, in secondo luogo, l’ universo di connotazioni che emergere sta tra la criminalità e la marginalità, ed esclude il crimine organizzato, o comunque slegato da uno stato di emarginazione.

Il processo di razzializzazione
Un’altra delle ipotesi di partenza della ricerca di Maneri presupponeva l’esistenza in Italia di un processo di razzializzazione ossia di “costruzione sociale di una categoria di individui, gli extracomunitari, definiti sulla base di caratteristiche somatiche ereditabili cui viene attribuita rilevanza sociale”.
Se è vero che dai dati dell’analisi spuntano due conferme (la creazione di confini di gruppo che costruiscono una certa categoria di persone, definendola, e l’attribuzione a questa di caratteristiche dense di rilevanza sociale), è anche vero che è necessaria una certa prudenza prima di dare per acquisito questo processo di categorizzazione razziale. In primo luogo perché i contorni di una categoria sembrano ancora troppo sfumati per poter parlare di razzializzazione in piena regola; questo può essere dovuto in parte anche dalla novità del fenomeno in Italia, per via dell’esiguità numerica rispetto ad altri paesi ed alla difficoltà di creare rigide sedentarizzazioni tra le etnie esistenti.
A questo va aggiunto un fattore di sconvenienza nell’usare certe terminologie, in un periodo in cui forte è la condanna, anche se spesso solo verbale, di episodi di razzismo.
L’Italia non ha conosciuto un passato coloniale paragonabile per entità a quello di altri paesi europei per cui diventa più probabile che in termini di ricaduta culturale i processi di costruzione sociale possano essere originati da dimensioni di carattere socio-economico. Per il momento sono dunque le differenze materiali quelle che hanno più presa sui giornalisti, che catturano più l’attenzione.

La classe pericolosa
Alcuni giornali, soprattutto L’Indipendente, Il Giornale ed in certi casi il Corriere della Sera, hanno spesso attribuito con chiarezza il degrado o la criminalità all’arrivo degli extracomunitari.
Negli altri casi, più numerosi, si è accentuato soprattutto dal ’94 in poi, il nesso esplicito tra presenza di immigrati e criminalità.
Anche se non si ricorre ai luoghi comuni del razzismo classico, si nota, ad esempio negli articoli sulle tensioni nei quartieri che la provenienza o il colore della pelle, che pur fanno “poca differenza” sono con insistenza, pericolosamente specificate. “La ragione di ciò – ha detto Maneri – sembrerebbe stare in un diffuso desiderio di dare un nome ed una faccia a un’insicurezza le cui complesse cause sociali è difficile comprendere. Al di là di questo c’è però il risultato di un processo sociale che più che l’immigrato-criminale sembra aver prodotto un’intera nuova classe pericolosa”.
Maneri nota due aspetti di rilievo nel passaggio dal discorso impersonale sull’illegalità a quello etnicamente connotato. Il primo constata la provenienza straniera degli spacciatori nel tentativo di allontanare non chi spaccia e commette atti illeciti in toto, ma gli extracomunitari, meglio i “clandestini”. Le proteste di comitati e di cittadini spesso vengono fatte proprie negli articoli senza che la riflessione possa risentire di contributi più illuminati (tranne il riconoscimento da parte degli stessi autori del fatto che dietro le fila delle attività illecite ci sono di frequente trafficanti autoctoni).
Il secondo aspetto, che spiega in parte il primo, mostra come la presenza degli extracomunitari diventi di per se stessa, motivo di degrado e oggetto della domanda di intervento rivolta alla polizia. Oltre alla criminalità si invocano le forze dell’ordine per “l’immigrazione selvaggia” e oltre all’eroina ed ai viados sono “i letti ad ore per i nuovi arrivati” a causare “il malcontento dei cittadini” (Indipendente 6-2-’93) e di conseguenza la frequenza di frasi come “tempi duri per l’eterogenea fauna di spacciatori, tossicodipendenti, extracomunitari senza fissa dimora che da mesi si erano impossessati della zona” (il Giornale, 4-3-’93).
L’essere extracomunitario diventa quindi motivo di pericolosità sociale, che richiede un necessario ed urgente intervento di controllo.

I nuovi Miserabili
Uno spunto interessante della ricerca di Maneri, che si rifà a questo proposito ad una indagine di Chevalier del 1976, mostra una certa affinità tra l’opinione degli osservatori della prima metà del secolo scorso sulle classi lavoratrici, etichettate come classi pericolose, e l’attuale condizione di clandestinità, la mancanza di una “fissa dimora”, l’essere “extracomunitario” che diventa sempre più sinonimo di pericolosità sociale. Illuminanti accostamenti tra il comune sentire delle due opinioni pubbliche separate da un secolo e mezzo di storia.
“Negli articoli esaminati infatti – sottolinea Maneri – i “disperati”, talvolta “disgraziati’ e “poveretti” sono sì i più “malconci”, quelli che dormono all’aperto, quelli che si ‘trascinano da uno sgombero all’altro’, ma sono allo stesso tempo i protagonisti della discesa in una serie di “gironi infernali” che portano inevitabilmente alla criminalità”.
Vistosi sono anche, per la somiglianza con quelli attuali, gli elementi che pi- colpiscono l’osservatore borghese dell’epoca (situazione igienica, sovraffollamento, odori, immondizia, scoppi di violenza, mancanza di documenti di identità).
Del tutto particolare risulta poi sotto questa luce l’analisi degli articoli apparsi sul Corriere della Sera, che appaiono troppo schierati su posizioni di netta distinzione tra buoni e cattivi, proprio come nel romanzo di Hugo. Alcuni esempi: “Molti gli immigrati per bene e costretti a vivere di stenti e tanti quelli che, invece, popolano il mondo della microcriminalità” oppure “Molti impegnati nel difficile mestiere di sopravvivere e tanti, purtroppo, desiderosi di guadagni facili e poco puliti” (Corriere della Sera).
In definitiva, per Maneri, “Ciò che definisce il luogo simbolico dell’extracomunitario è il suo rappresentare il punto di incontro tra classi lavoratrici e classi pericolose. Se, come è emerso finora, l’extracomunitario è, senz’altro considerato una fonte di degrado di per sé, due sono i significati teoricamente possibili del suo rifiuto: il degrado criminale che lo circonda ed il potenziale criminale attribuitogli”.
La discriminazione che emerge dai romanzi di Hugo tra i “veri parigini” ed i “barbari invasori” non si allontana molto da quella emersa a Milano, in occasione della polemica su quella che era stata chiamata emergenza freddo tra ‘barboni nostrani’ ed extracomunitari’.
Se sono queste categorie sociali e morali a fondare lo statuto dell’extracomunitario, ciò non significa affermare l’estraneità di questo tipo di discorso da ogni dimensione razzista.
Se gli extracomunitari non sono ancora, con ogni probabilità, un gruppo razzializzato, i discorsi che li riguardano sono declinati in termini alieni da solidarietà e rispetto.

1. Editoriale

di Viviana Bussadori

Inutile meravigliarsi dei toni da bar (senza offesa per i bar e i loro frequentatori) che i politici nostrani hanno ormai adottato per portare voti al proprio schieramento. Si era già capito due anni fa e puntuale arriva la conferma: il linguaggio della politica non conosce mezze misure e, allontanatosi dalle iperboliche costruzioni sintattiche dell’altro ieri, è piombato nella rissa verbale o, quando va bene, nelle frasi fatte, preferibilmente di area sportiva.
L’interpretazione buona è che essendosi accorti che il livello culturale degli italiani è ancora bassino (per i due terzi della popolazione la licenza media inferiore è il massimo livello di studio!) abbiano deciso di utilizzare unlinguaggio più vicino alla gente. (Per l’interpretazione cattiva invece ognuno è libero di sbizzarrirsi come vuole).
Ma torniamo al rapporto degli italiani con la lingua che, lo apprendiamo da una fonte autorevole quale può essere Tullio De Mauro, registra aspetti abbastanza sconcertanti. Quasi il 14% della popolazione, tanto per cominciare, utilizza il dialetto non solo all’interno delle mura domestiche ma anche al di fuori. E un italiano su 10 ha serie difficoltà a capire la lingua nazionale.
Meravigliati? Depressi? Consolatevi pensando che, fino a tempi neanche troppo remoti, l’italiano veniva utilizzato solo in Toscana e a Roma e che solo 40 anni fa sei persone su dieci non erano in grado di esprimersi e di comprendere questa nostra bistrattatissima lingua.
Cosa ha contribuito al miglioramento? Ma la televisione naturalmente alla quale, per essere onesti, occorre affiancare anche la radio, almeno fino a quando nonè stata soffocata, nelle usanze, dalla tv. Oggi però anche su questo fronte il panorama è in desolante calo qualitativo anzi, più che un calo una vera e propria picchiata. Della tv di servizio non rimangono che poche briciole e gli spazi con qualche velleità culturale sono il più delle volte relegati ad orari impossibili. E consoliamoci per la seconda volta ricordando che il calcio, almeno per i prossimi tre anni, non ce lo leverà nessuno. Così potremo arricchire ancora un po’ il nostro vocabolario di derivazione calcistica, già zeppo di “discese in campo” e “salvataggi in corner”.
Vabbè, ma allora? Allora rimane la carta stampata, i periodici, i quotidiani, i libri.
Come lettori di quotidiani, tanto per cominciare, ce la caviamo maluccio visto che in Europa (dati Fieg e Istat dell’88) l’Italia si colloca solo al 17° posto con una media nazionale di 117 copie ogni 1.000 abitanti; davanti a noi anche la Grecia. Il tutto con buona pace di Hegel che definiva la lettura del quotidiano a inizio giornata come la preghiera laica del mattino.
Dal fronte librario si levano invece le grida di dolore degli editori. Le scarse vendite lamentate trovano una immediata conferma: quasi il 60% delle famiglie italiane ha sugli scaffali di casa meno di 25 libri; il 23% poi risolve il problema ancora più drasticamente visto che non ne possiede affatto.
Che gli italiani non siano dediti alla lettura non rappresenta certo una novità. Che a questa disabitudine corrispondano veri e propri guasti nella proprietà di linguaggio invece, si pensa un po’ meno.
Alessandro Manzoni aveva ben presente il problema della lingua e non solo perquestioni legate alla sua poetica. L’obiettivo era quello di trovare “non una bella lingua” ma “un mrzzo di comunicazione d’ogni sorta di concetti tra tuttigòli italiani”. Così scrisse il suo romanzo popolare, i Promessi Sposi, utilizzando un vocabolario di 8.949 parole. Ben poche se si pensa che lo Zingarelli (e non è l’opera più completa attualmente in commercio) contiene 127 mila voci. Tantissime se si considera che i Promessi Sposi furono scritti oltre un secolo e mezzo fa. Si può dire che il tempo è passato invano visto che ancora oggi il “vocabolario di base della lingua italiana”, quello che secondo DeMauro è posseduto con certezza da chi ha fatto almeno la terza media, è composto da 6.700 parole. Ma per essere proprio certi di venire capiti da qualcosa come il 66% degli italiani, ci suggerisce il linguista, occorre scendere ancora: 2.000 parole, quelle del “vocabolario fondamentale”.
Il dubbio è inevitabile: tra queste 2.000 parole ci saranno anche gli improperiche l’attuale classe politica si lancia con sempre maggiore frequenza?
Anzi, il dubbio è atroce. Che questa politica del vituperio sia l’unica strada rimasta per farsi capire in Italia? Per vincere le elezioni?
Non scherziamo.

4. In prima persona

Dagli inizi degli anni ottanta sono arrivati in modo sistematico sulla scenaeditoriale libri scritti da persone handicappate e da loro famigliari. Segnale importante, seppur poco conosciuto e decifrato, provocato e valorizzato dai processi di inserimento e di integrazione sociale. Questi, aiutati da un forte stimolo legislativo, ed in primo luogo dalle norme che hanno determinatol’ingresso nella scuola dei bambini handicappati, hanno favorito una più radicale presa di coscienza dei diritti di cittadinanza delle persone handicappate stesse, che ha attraversato sia gli anni settanta, segnati da una cultura a forte connotazione sociale che i successivi, quegli”indimenticabili anni ottanta”, che hanno visto prevalere una dimensione fortemente personalistica e privatistica.
Le persone handicappate hanno continuato a scrivere; quei libri si sono allontanati dal ruolo di primizia storica e costituiscono oggi un prezioso contributo per ragionare sugli snodi fondamentali di una vita collocata tra il deficit e l’handicap.
In questo senso i libri prodotti sono frutto di un’ottica precisa e diretta, dichiarata e non anonima ed in questo senso va l’invito a intraprendere un possibile percorso di studio e conoscenza della realtà che queste persone handicappate vivono, rifacendosi non solo a trattazioni concettuali ma attigendo alla rivisitazione consapevole della quotidiana convivenza con l’handicap, chein quanto consapevole assume lo status di un sapere parimenti degno, che affianca e integra quelli già maggiormente riconosciuti.
Invito raccolto da Gilberto Mussoni nel suo testo “In prima persona. L’handicap: storie di vita, esperienze, testimonianze” dic. 1995, Rimini Edizioni THEUT. Testo che è insieme tragitto personale per “trovare modalità per mettermi nei panni di coloro che hanno vissuto determinate esperienze per avvicinarmi il più possibile al loro punto di vista, cercando di destrutturare un poco anche certi miei schemi interpretativi precedentemente acquisiti” e strumento di studio e ricerca, che assume la forma di una sorta di bibliografia ragionata su scritti – storie di vita, esperienze,testimonianze – di persone handicappate o di loro famigliari.
Mussoni, avvalendosi di un’organizzazione agile e di una presentazione dei libri attraverso schede, propone un percorso di ascolto delle esperienze che vuole evitare il rischio dell’interpretazione e della valutazione, per fornire spuntidi concreto lavoro che partono da un libro per aprirsi a molte possibilità di approfondimento.
Approfondimento che si rintraccia proprio nell’uso dello strumento scrittura. Questa assume, con accenti più o meno espliciti, una valenza originale: la scrittura è uno strumento riparatore che non allinea né ordina ma, simile ad un sottilissimo ago da ricamo, intreccia i fili della memoria e rompe il calco dell’handicap per restituire significato all’originalità individuale.
Questi testi focalizzano persone handicappate che parlano come identità. Sono narrazioni di vita e per questo percorse da tensioni globali: toccano la totalità dei fatti accaduti, delle emozioni provate, delle idee nate e deicorpi sconosciuti, delle scelte, delle imposizioni, dei desideri.
La totalità non rinnega la specificità, i tratti distintivi di ogni storia: è vero, sono libri che parlano anche a nome di altri, di chi non ha voluto opotuto dire in modo pubblico, ma conservano intatto un forte segno personale, una volontà esplicita di esprimere se stessi, di affermare in prima persona “io sono”. Come afferma Andrea Canevaro nella prefazione al libro “vivere la propria esperienza e raccontarla, significa in qualche modo condividerla, oltre che valorizzarla. Vuol dire che vi sarà chi ascolta o legge. In particolare la scrittura di un libro può voler dire che si ha fiducia in chi legge… Scrivere è poter dare un senso. E non farlo in maniera chiusa in sé, né con la presunzione che sia l’unico senso possibile. Perché chi scrive sa, in qualche modo, che ogni lettore, ogni lettrice, troverà un proprio senso nella lettura. Forse ci saranno forti punti condivisi, e forse no. Non sappiamo proprio dire cosa sia meglio”.
Il percorso bibliografico messo a punto da Gilberto Mussoni ci aiuta adaccettare l’intreccio fra esperienze diverse, ad esserne incuriositi, a voler proseguire nella strada della lettura, dell’ascolto delle voci delle persone handicappate e dei loro genitori; voci che rendono più “relative” la conoscenza che ci proviene dalle fonti scientifiche. Relative e per questo più utili per comprendere come il deficit si incrocia con la storia al singolare di una particolare persona e come, in questo senso, la rende peculiare.

2. È nata Letizia

a cura di Nicola Rabbi

Maria Simona Bellini vive e lavora a Roma; nel suo libro, il primo, edito da Sperling & Kupfer, narra la sua esperienza di madre di una bambina disabile. L’autrice ha vissuto un’odissea tra ospedali e visite mediche accanto alla propria figlia cerebrolesa. Con un liguaggio scorrevole la Bellini racconta le contraddizioni, i luoghi comuni con i quali ogni genitore di un bambino disabilesi trova a fare i conti.

Perchè raccontare questa storia?
La storia di Letizia non è una storia speciale, anzi. È una storia che famiglie come la nostra, vivono ogni giorno praticamente da sempre. Ma nessuno lo sa. Tali drammi quotidiani restano infatti chiusi in ambiti ben definiti come le mura domestiche o le strutture sanitarie. Tuttavia basterebbe dare un’occhiata ai numeri per rendersi conto di quanto il problema sia diffuso. Ogni anno nascono in Italia 35.000 bambini handicappati (su 500.000 neonati) e da almeno altrettanti sono destinati a diventarlo negli anni successivi per traumio per esiti di malattie. L’angoscia della scoperta, la ricerca spasmodica di soluzioni, l’invito da parte dei medici alla rassegnazione sono dunque realtà per migliaia di famiglie e il percorso sembra essere praticamente obbligato. Le lettere che ho ricevuto dopo l’uscita del mio libro me lo dimostrano. Ciò che invece rende diversa la storia di Letizia non è nel suo problema specifico ma nelle possibilità che le sono state offerte. Per concludere credo che lo scopo di questo tipo di narrazioni sia prima di tutto l’informazione perchè le famiglie sappiano che è possibile praticare percorsi alternativi e che qualcosa, e più di qualcosa, si può fare.

Con prima informazione intendiamo il momento in cui il medico comunica ai genitori che il neonato ha qualcosa che non va; come è stata la sua esperienza, che tipo di informazione, in senso generale e che va oltre le parole, vi hanno dato?
L’informazione che gli specialisti ci hanno fornito sullo stato di salute di Letizia sono sempre state abbastanza ambigue e spesso prive di coerenza. C’era chi parlava genericamente di difficoltà, chi di situazione apparentemente normale, o ancora chi paventava per Letizia una vita vegetale. Questo ci ha portato ad apprezzare maggiormente l’umanità dei medici generici che hanno il coraggio di ammettere la loro impossibilità a fare previsioni e sono spesso pronti a condividere con le famiglie la scelta di tentare qualsiasi strada. Dunque la medicina non è una scienza esatta e l’unico rapporto che essa ha con i numeri sono le statistiche che poco hanno a che fare con un pianeta inesplorato quale il cervello umano. Credo dunque che si dovrebbe riflettere maggiormente prima di pronunciare sentenze che possono cambiare la vita di intere famiglie. E di sicuro non in positivo. Ciò che le famiglie chiedono al medico è semplicemente che egli sia sincero sulle reali condizioni del bambinoe informazione su tutte le terapie disponibili senza alcun preconcetto.

In generale nel libro è molto descritto il rapporto con i vari medici,con le loro diagnosi; in base a quanto le è capitato come vede il mondo medico e l’organizzazione sanitaria?
In base all’esperienza vissuta con Letizia io ho la sensazione che i vari settori del sistema sanitario siano notevolmente scollegati e che la loro delicata funzione venga spesso demandata alla disponibilità personale del singolo. La sensibilità necessaria a chi svolge (mi preme sottolinearlo per scelta!) tale fondamentale professione nell’ambito della società, è semprestata, per quanto ci riguarda, molto carente. Per non parlare poi dell’atteggiamento, molto diffuso tra i neuropsichiatri, di trincerarsi dietro posizioni preconcette quasi mai avvalorate da cognizioni approfondite su eventuali terapie alternative. Tutto ciò è a noi avvenuto in particolar modo nell’ambito del privato più che in quello della sanità pubblica.

Alcune volte i genitori nella ricerca della cura per i propri figli, si sostituiscono ai medici, trovando o ricercando soluzioni che non erano state prese in considerazione, è il suo caso, e quello di altri (sto pensando al caso descritto nel film L’olio di Lorenzo). Perchè questo accade, e qual è il margine che divide questo dai viaggi o dalle cure della speranza che molte famiglie intraprendono, spendendo energie e soldi per poi approdare a nulla? Qual è la differenza?
Sono diverse le reazioni di chi si trova davanti alla realtà che il proprio bambino ha un handicap grave. Alcuni genitori reagiscono con l’insofferenza o con l’apatia delegando del problema medici e paramedici. Sono quelli che soffrono di più e vi garantisco che non trovano alcun supporto di tipo psicologico. Altri non si contentano e trascorrono molto del proprio tempo alla ricerca di nuove soluzioni che al sistema sanitario potrebbero sfuggire o che per essere praticate su larga scala richiederebbero quelle conferme scientifiche che spesso non ci sono. Naturalmente ai genitori quest’ultimo aspetto interessa poco se poi, nella pratica, riescono ad ottenere risultati concreti. La differenza tra chi non smette di cercare e chi invece si affida ai viaggi della speranza è dunque nella posizione che si assume all’interno della vicenda. Coloro che sono alla ricerca del miracolo o della soluzione positiva istantanea sono sempre persone disperate che subiscono passivamente l’evento drammatico chesi trovano a vivere. Coloro che si attivano energicamente anche a costo di assumere un atteggiamento combattivo nei confronti delle istituzioni, non sono alla ricerca del miracolo ma di una soluzione che li coinvolga e non mortifichi la loro dignità di genitori, e soprattutto che riconosca al bambino il diritto alla cura, a prescindere dagli interessi di chiunque.

A differenza di altri libri del genere, lei usa un linguaggio asciutto, “arrabbiato” si, ma senza esagerare nell’uso di parole come”coraggio”, “speranza”, “fede”: in che termini siè posta il problema del linguaggio, di come esprimere la sua esperienza?
Nello scrivere questo libro la scelta del linguaggio è stata praticamente obbligata. Non era giusto rischiare che il testo non fosse comprensibile ai più. Naturalmente sono stata favorita dal fatto di svolgere la mia professione in un ufficio stampa dove il linguaggio essenziale è praticamente legge. Tuttavia la cura maggiore l’ho riservata alla sequenza logica dell’esposizione nel timore che quanto a me appariva scontato non fosse poi così chiaro a chi mi leggeva. Un discorso a parte merita invece la sostanza di quanto è stato narrato. Ho cercato, per quanto possibile, di selezionare e limitarmi a narrare episodi che potessero essere di una qualche utilità a genitori come noi. Considerando anche che il semplice sapere che altri hanno vissuto le tue stesse esperienze ti fa già sentire meno solo. È come avere un amico, qualcuno che ti capisce. E se quello che ho raccontato è servito anche ad un solo genitore per ritrovare la grinta e il desiderio di non mollare, vuol dire che il libro ha raggiunto lo scopo per il quale è stato scritto.

Ancora sulle parole: molto spesso lei si ferma su singole parole (“ritardata”, “cerebrolesa”, “neurologica”) che evocano immagini ben precise, per poi rielaborarle secondo una dimensione nuova, più sua; che cosa ha da dire in proposito?
Su questo aspetto ho riflettuto molto e sono convinta che fino a che non siamo in grado di liberarci dei nostri stessi pregiudizi potremo fare poco per aiutare i nostri figli. Intendo dire che non dobbiamo permettere alle parole di farci del male. E credo di poterlo affermare proprio perchè è accaduto anche a me di ritrovarmi in quel tunnel che io chiamo dell’angoscia. È un tunnel chenon porta da nessuna parte ed è costruito proprio su parole che riportano alla mente immagini stereotipate di infelicità e emarginazione. La realtà è un’altra cosa ed include tutta una gamma di sensazioni, sentimenti e vicende che pur nella loro drammaticità non possono essere che interpretati come eventi positivi, come possibilità di gioire che a noi genitori di figli diversi vengono offerte mentre ai più sono negate. In conclusione se vogliamo essere attivi e costruire il futuro di nostro figlio giorno per giorno, con le soddisfazioni e le disillusioni che una lotta tanto dura comporta, dobbiamo prima di tutto non lasciarci condizionare, pronunciando senza timore proprio quelle parole che ci sembrano tanto terribili ma che alla fine restano pur sempre solo parole. Per capire questo a me è stato sufficiente esplorare lo sguardo di tanti bambini gravemente cerebrolesi. Il loro corpo non risponde aglistimoli e si riesce a percepire ben poco di ciò che provano. Ma nellaprofondità dei loro occhi c’è un mondo che non ha bisogno di parole.

1. A spasso con Elena

a cura di Sandro Bastia

Federico Starnone, 28 anni, vive a Roma dove sta concludendo un dottorato diricerca in geometria algebrica e collabora alla rivista della sezione locale della Uildm. Recentemente ha pubblicato per la casa editrice Feltrinelli il libro Più leggero non basta – educazione alla diversità dove racconta la sua esperienza di obiettore di coscienza presso un’associazione che si occupa di disabili.

Perchè hai scelto di fare l’obiettore e perchè proprio in quel posto?
La scelta di fare il servizio civile l’ho fatta appena ho saputo che esisteva la possibilità di farla, intorno ai sedici anni. All’epoca durava due anni, ma mi sembrava che comunque non ci potessero essere dubbi. Poi, però, i dubbi mi sono venuti. Mi sono trovato appena laureato, a ventitrè anni, con la prospettiva di estinguere i miei obblighi nei confronti della patria nel giro di un anno e mezzo se avessi scelto il militare (sei mesi di attesa al massimo prima della chiamata) o di due anni e mezzo se avessi scelto il servizio civile (per l’arrivo della cartolina agli obiettori serve un anno in più).
Per chi deve cercare lavoro e ha bisogno di scrivere “militesente” sul curriculum un anno non è poco. Alla fine però mi sono reso conto che in realtà non avevo scelta: non avrei saputo fare diversamente. E ho consegnato la domanda.
Sei mesi dopo mi è arrivato il riconoscimento. È il foglio con cui lo Statoacconsente alla tua richiesta di svolgere il servizio civile. Con quello in una mano e la lista degli enti convenzionati nell’altra ho cominciato a girare per tutta Roma. Ho concordato la chiamata con l’opera universitaria, dove avreiassistito studenti disabili, ma ho contattato quasi tutti gli enti. Ne ho trascurati solo quattro o cinque, quelli più lontani da casa. Un anno dopo mi è arrivata la cartolina che mi destinava a uno di questi.

“Educazione alla diversità”: nel libro inizialmente ti descrivi in modo ironico, con valori, motivazioni. Poi, lungo il percorso, hai cominciato ad incontrare il diverso, che era diverso anche da quanto ti aspettavi.
Anzitutto l’educazione alla diversità non è patrimonio di una minoranza: è una cosa che hanno tutti. Infatti tutti hanno rapporti con la diversità (ciò che è altro da noi) e vi si confrontano secondo le linee proposte da un proprio modello (ostilità, curiosità, paura, attrazione…). Queste linee vengono maturate elaborando le proprie esperienze, ovvero educando sè stessi. Teniamo presente però che l’educazione alla diversità, come tutte le educazioni del resto, non si completa mai. Il nostro modello di riferimento nel rapporto con l’altro può – e deve – essere variato in continuazione. Questo perchè vivere è sinonimo di divenire: se restiamo identici a noi stessi, se i nostri modellinon cambiano, noi restiamo immobili. E l’immobilità è quanto di più lontano dalla vita. Quindi siamo oggetto di una continua educazione alla diversità per il semplice atto di campare.
Ovviamente vi sono educazioni più o meno proficue.

“Più leggero non basta”; mi sembra si riferisca, oltre che alle parole di Elena nel libro, a quella condizione, tipica dell’obiezione, in cui si è comandati a “prestare aiuto”, essere disponibili. Nel tuo libro racconti di un percorso che ti ha portato da un primo momento in cui vivevi questo paradosso fino ad una situazione di grande coinvolgimento.
La voglia di vivere, direi. Ma mi spiego meglio. Essere oggetto di un obbligo, di un comando, non è che una delle situazioni di necessità della vita. Questesi susseguono, e in realtà sono la condizione più diffusa: spesso si odia il proprio lavoro, bisogna fare la spesa, pulire la casa, eccetera. Necessità, obblighi. Possiamo decidere di assolverli abdicando a noi stessi, annullandocicome persone, cercando di non viverli. Oppure possiamo viverli intensamente, fino in fondo, come le cose che invece abbiamo scelto, sperando che quel poco di buono che ne può saltar fuori compensi quanto di cattivo c’è nella necessità. Io sono stato fortunato.

Essere raccontati da un occhio esterno è uno degli arricchimenti data dalla presenza di un obiettore. Quali impressioni hai ricavato del mondo dei servizi per gli handicappati?
La stessa che si ricava dall’incontro con tutto ciò che risponde alla dicitura”mondo del…”; un universo tendenzialmente chiuso, che come tale tende a vivere all’interno di se stesso autoalimentandosi: talvolta chi ci sta dentro dimentica che sta lavorando per chi sta fuori (gli handicappati stessi) e comincia a lavorare per raggiungere questa o quella posizione. Il che porta spesso a un grande spreco di risorse. Eppure c’è tanta gente in gamba…

Qual è stato il tuo rapporto con gli educatori?
Educatori, ne ho frequentati pochi. E quelli che ho conosciuto mi hanno datol’impressione di lavorare nei pompieri, non per qualche ente. Gente costretta a fronteggiare solo emergenze, lavorando in condizioni di difficoltà inverosimili. La routine? Mai sentita nominare.

Quali sono le differenze tra gli ambiti e le competenze degli obiettori e quelle degli educatori, ovvero, quale può essere l’impiego di un obiettore,quali le cose che è giusto che venga chiamato a fare e quali invece gli ambiti per cui è richiesta l’opera di un professionista come l’educatore?
La legge, saprai meglio di me, impone che l’obiettore non sostituisca nessunoche potrebbe essere pagato per il lavoro che fa. Per quello che ne so, questa èl’unica regola. Sistematicamente ignorata.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno portato a scrivere di questa esperienza?
La gran voglia di raccontare quello che vivevo, le conquiste quotidiane. Solo che la realtà, raccontata allo stato puro, non ha senso quasi mai. Per scrivere il mio processo di crescita durante il servizio civile ho spesso dovuto reinventare ciò che mi succedeva, in modo che il “senso” che ne avevo spremuto risultasse in maniera evidente da quello che raccontavo. Il libro, infatti, come tutto ciò che non è puramente giornalistico, è in gran parte una rielaborazione della realtà.

La ritieni un’esigenza nata da una esperienza che “doveva” essere raccontata oppure è stata l’occasione per scoprirti scrittore?
Mi piacerebbe molto poter rispondere “sì, mi sono scoperto scrittore”. In realtà gli scrittori sono bravi, molto più bravi di me. Io faccio matematica, nella vita, e forse sono uno di quelli che non amano il lavoro che fanno. Pazienza. E quindi, per necessità, ripiego sulla prima ipotesi: un’esperienza che doveva essere scritta. Forse da un vero e proprio scrittore. Giudica tu.

2. L’eldorado degli albanesi

a cura di Nicola Rabbi

Milena Magnani, 31 anni, vive a Bologna, città dove è nata e lavora comeeducatrice in una comunità-alloggio per disabili mentali. Dopo aver esorditocon un romanzo-saggio sul tema della tossicodipendenza, sta per pubblicare oraper la casa editrice Vallecchi il romanzo Delle volte il vento ambientato nel Salento.

Perchè questa ambientazione così lontana? Non era più facile scriveredella propria realtà quotidiana?
Ho scelto di ambientare il romanzo nel Salento per due ragioni ben precise.
La prima è perchè, rispetto ad altre realtà italiane, nel Salento sono piùevidenti le contraddizioni del nostro sistema capitalistico. Il Salento è una terra del sud, una terra in cui l’illusione del benessere garantito rompe più grossolanamente le sue maglie, evidenzia sacche macroscopiche di sfruttamento epovertà.
La seconda ragione per cui ho scelto il Salento è perchè è il territorio italiano più esposto ad oriente, è una terra di confine, una terra anfibia circondata da due mari, testa di ponte verso l’alterità.
Alterità che nei secoli è stata quella degli invasori, Turchi e Saraceni,Borboni, Piemontesi, ma anche quella che io ho rappresentato nel romanzo con il vento, quello secco di levante, che viene dai Balcani. Un vento che, fino a sei anni fa, ha portato con sè, insieme all’odore d’oriente, anche tante fantasie su quel mondo comunista dirimpettaio. Quelle misteriose montagne d’Albania, dall’altra parte del mare, che in certe condizioni di luce si scorgono dal Capo d’Otranto e stavano a rappresentare l’incognita di una società diversa, distante solo quaranta minuti di mare, un’incognita davvero prossima eppur inavvicinabile per via della cortina di ferro che separava i due mondi.
In questo senso l’ambientazione salentina riveste, per me, anche il significato di un luogo dello spirito, luogo in cui io colloco tutti coloro che essendosi misurati con i vizi di fondo del nostro sistema hanno fantasticato uno scenario più giusto dall’altra parte del mondo.

In che modo ti sei accostata al tema della recente immigrazione in Italia? Come emerge dal tuo libro?
Rimasi molto colpita, nel ’91, dal primo esodo in massa dei profughi albanesi.
Dall’entusiasmo acritico con cui quel popolo si tuffava nelle bracciadell’Occidente.
Pur comprendendo la legittima urgenza di fuggire da condizioni di miseria e arretratezza, mi inquietò l’ubriacatura che li aveva colti, l’esaltazione che mostravano per i simboli più effimeri del nostro benessere.
In particolare mi colpì il fatto che muovessero i loro primi passi nei paesi del Salento con l’eccitazione di chi cammina in un Eldorado. E che non si accorgessero di muovere i passi della loro sconfitta storica dentro un’altra sconfitta, altrettanto macroscopica, che è quella del nostro capitalismo, incapace di sanare le proprie miserie e le proprie iniquità.
Di questo ho cercato di parlare nel romanzo: del contrasto tra l’entusiasmo dei profughi e le problematiche della terra del Salento.
Una terra in cui, a tutt’oggi, nonostante il generale innalzamento del benessere, si paga un prezzo ancora troppo alto per vivere.

Protagoniste del romanzo sono due donne, Lume, immigrata albanese incarcerata nel suo paese per via del suo modo radicale di intendere ilcomunismo e Carmelina che vive in condizioni di disagio la propria realtà. Perchè due donne come protagoniste e due donne così caratterizzate?
Ho scelto due donne perchè in entrambe le tradizioni, quella albanese e quella salentina, le donne hanno ricoperto e continuano a ricoprire un ruolo subordinato e marginale.
In Salento, ad esempio, fino agli anni sessanta era ancora fortemente vivo ilfenomeno delle “tarantate”.
Le “tarantate” erano donne che, supponendo di essere state pizzicate dalla taranta, inscenavano per la comunità una danza di liberazione dalla possessione del ragno, che poi era liberazione dal loro essere numeri anonimi nella società.
È rifacendomi a questo fenomeno e all’istanza di liberazione che vi sottendeva, che ho creato i personaggi di Lume e Carmela. Due donne che fanno del loro corpo il teatro di una coraggiosa ribellione. Due donne che cercano di liberarsi dal morso di uno scenario sociale senza prospettive.
Lume lo fa scegliendo l’isolamento e l’immobilità, Carmela lo fa ricorrendo all’antico linguaggio del ritmo e della danza.
In entrambi i casi si tratta di comportamenti che non trovano alcuna comprensione da parte degli ipocriti abitanti del paese. Quei paesani che nel romanzo stanno a rappresentare un’umanità che sbadiglia il suo asservimento ad un’unica e piatta logica del mondo.

Due termini ricorrono spesso nel romanzo, scritti oppure solo accennati, ma sempre presenti tra le righe: la memoria e l’utopia.
Che cosa intendi con questi termini e perchè li associ così spesso con l’idea di perdita?
Per memoria intendo la capacità di conservare la coscienza storica di ciò che siamo stati, di ciò in cui si era creduto e per cui si era lottato. Una memoria che si sta perdendo sempre di più nelle maglie di un mondo rumoroso e sfavillante da televisore. Un mondo catodico a servizio del capitale, che porta ad un continuo inquinamento delle forme, che induce a trasferire sui beni diconsumo ogni spinta vitale di cambiamento e di ribellione.
Pare quasi che lo sguardo delle persone si sia progressivamente atrofizzato, siacortocircuitato nel rapporto privato con lo schermo. È subentrato un passivoadattamento al presente, un atteggiamento di ripiegamento sul proprio cortile privato che legittima il non farsi carico delle problematiche esistenziali di unaltro.
Questo fenomeno, contestualizzato alla terra del Salento, trova conferma in una realtà paradossale.
Il Salento è infatti una terra in cui fino a pochi decenni fa, erano preponderanti il latifondo, lo sfruttamento dei braccianti e delle donne, lo strapotere mafioso della politica corrotta e della Chiesa. È una terra da cui, durante il boom economico degli anni ’60, partirono migliaia di lavoratori a ingrossare le fila degli emigranti verso gli altoforni della Germania e della Svizzera.
Eppure proprio questo popolo, che ha vissuto sulla pelle il perpetrarsi diiniquità feroci, sembra diventato incapace di solidarizzare con chi a tutt’oggivede i propri diritti negati.
È in questa cecità, in questa incapacità a riconoscersi nell’altro che iovedo insita l’idea di perdita. Perdita di memoria e al tempo stesso perdita della capacità di abitare utopie, di pensarsi artefici di altri possibili scenari.
Nel romanzo cerco di mettere a fuoco questo fenomeno anche rispetto all’atteggiamento dei profughi albanesi. Poichè mi è parso che abbiano buttato nella spazzatura insieme alla loro dolorosa storia anche quella cultura dell’essenzialità e della modestia da cui, a mio parere, noi occidentali avremmo avuto tanto da imparare.

In che modo la tua professione incide nel tuo lavoro di scrittrice?
Lavorare a fianco di persone in difficoltà, persone la cui vita è in equilibrio su un filo, ha portato indubbiamente la mia scrittura a corteggiarela marginalità.
Dietro i problemi psichici delle persone con cui lavoro, ci sono storie davvero dure, storie che si consumano nel tentativo eterno di riprendere un equilibrio.
Guardando la realtà dalla loro angolazione appaiono inevitabilmente più chiarele ipocrisie della nostra società, si è costretti ad ammetterle, a provare rabbia.
Non so quanto questo influisca sullo stile e sui contenuti della mia scrittura, so però che spesso è la rabbia che mi fa prendere in mano la penna.

7. Le leggi del cittadino

di Giancarlo Crociani, presidente del coordinamento provinciale volontariato ferrarese

In tema di partecipazione popolare e di tutela dei diritti, le leggi piùimportanti e significative, per il rapporto tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni, sono state emanate nel periodo 90/95 e fanno particolare riferimento a:
– gli strumenti della partecipazione popolare;
– la trasparenza degli atti amministrativi;
– il diritto di accesso agli atti e alle informazioni;
– la tutela dei diritti dei cittadini.
Fermo restando che anche in altre leggi, nazionali o regionali di settore, si potranno trovare riferimenti a questi aspetti, vale la pena concentrare l’attenzione su quelle leggi, decreti o direttive nazionali che si riferiscono a tutti i cittadini e che riguardano tutte le pubbliche amministrazioni.
È opportuno qui ricordare che, come sottolinea il decreto 29/93: “Per amministrazioni pubbliche si intendono tutte le amministrazioni dello Stato, ivi  compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado, le aziende e le amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane e i loro consorzi ed associazioni, le istituzioni universitarie, gli istituti autonomi case popolari, le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, tutti gli enti pubblici non economici, le aziende e gli enti del servizio sanitario nazionale”.
Ed è nei confronti di tutte le amministrazioni pubbliche che valgono le norme contenute nelle leggi che qui vengono richiamate.

Legge 142/90
La legge di “Ordinamento delle autonomie locali” costituisce il punto di partenza decisivo per un percorso che dovrebbe portare a una”democrazia comunale” più avanzata, nella quale i cittadini e le loro organizzazioni potranno essere protagonisti più attivi e non semplici spettatori passivi. Una parte di questa legge riguarda gli “Istituti di partecipazione” (art.6 – partecipazione popolare; art.7 – azione popolare, diritto di accesso e informazione; art.8 – difensore civico).
I cittadini, le organizzazioni di volontariato, i movimenti per la tutela dei diritti dovrebbero chiedere copia, ai loro comuni, degli “statuti”emanati e dei rispettivi regolamenti attuativi, per verificare se sono stati attivati, o se sono rimasti sulla carta, gli strumenti previsti per la partecipazione popolare (assemblee, consulte, referendum, difensori civici, ecc.).
Risulta, ad esempio, dalla relazione presentata dal Difensore civico regionale, per l’anno 1994, che in tutta la Regione Emilia Romagna, i difensori civici comunali e provinciali, finora nominati, sono 13 in tutto: 1 su 9 province; 12su 340 comuni. Pochi altri enti locali hanno delegato le loro funzioni al difensore civico regionale.
Sulla base di una indagine svolta a livello nazionale dal M.F.D. (Movimento Federativo Democratico), la situazione è abbastanza simile, se non peggiore,nelle altre regioni italiane.
Complessivamente, i difensori civici finora nominati sono ancora assai pochi rispetto a quelli previsti: Regioni (15), Province (8), Comuni /97).

Legge 241/90
Nella prima parte di questa legge (“Nuove norme in materia diprocedimento amministrativo e di diritto di accesso agli atti amministrativi”) si stabilisce che “l’attività amministrativa è retta da criteri di economicità, efficacia e pubblicità”. Le pubbliche amministrazioni devono determinare, per ciascun tipo di procedimento, il termine entro il quale esso deve concludersi. In caso contrario, il termine è di 30 giorni. Inoltre, in ogni atto notificato al destinatario devono essere indicatiil termine e l’autorità cui è possibile ricorrere.

Decreto legge 29/93
L’art. 12 di questo decreto (“Norme in materia di organizzazione e rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche”) riguarda l’ufficio relazioni con il pubblico e prevede l’istituzione di questi nuovi organismi presso ogni amministrazione pubblica. Questi uffici dovrebbero provvedere:
a) al servizio dell’utenza per il diritto di partecipazione;
b) all’informazione relativa agli atti e ai procedimenti;
c) alla formulazione di proposte sugli aspetti logistici ed organizzativi del rapporto con gli utenti.
I cittadini e le organizzazioni di volontariato e di tutela dei diritti potrebbero controllare se, da parte di tutte le amministrazioni pubbliche, sono stati davvero istituiti e se essi svolgono “realmente” le funzioni previste dal decreto, come strumenti “al servizio dell’utenza”.

Direttiva P.C.M. (Presidente Consiglio dei Ministri) 27/1/94
La direttiva dell’ex Presidente del Consiglio Ciampi (“Principi sull’erogazione dei servizi pubblici”), si presenta come un testo fondamentale, per i cittadini e le loro organizzazioni, al fine di migliorare i rapporti con le pubbliche amministrazioni. In questa direttiva si ribadisce che sono considerati servizi pubblici, anche se svolti in regime di concessione omediante convenzione, tutti i servizi volti a garantire il godimento deidiritti, costituzionalmente tutelati, alla salute, all’assistenza e previdenza sociale, alla istruzione, alla libertà di comunicazione, alla libertà e alla sicurezza della persona, alla libertà di circolazione.
Per ragioni di spazio si possono citare qui soltanto le voci che fanno da richiamo al contenuto del testo (un testo che andrebbe più conosciuto ed utilizzato. Se ne raccomanda, quindi, una lettura attenta e integrale. Sarà certamente utile per chiunque abbia rilievi o rimostranze da avanzare nei confronti di una pubblica amministrazione).
I “Principi fondamentali” che devono essere alla base della erogazionedei servizi pubblici, secondo la direttiva, sono i seguenti: 1) eguaglianza; 2) imparzialità; 3) continuità; 4) diritto di scelta; 5) partecipazione; 6) efficienza ed efficacia.
Gli “strumenti” che dovrebbero consentire di perseguire questi obiettivi sono indicati in questo modo: 1) adozione di standard; 2) semplificazione delle procedure; 3) informazione degli utenti; 4) rapporto congli utenti; 5) dovere di valutazione della qualità dei servizi; 6) rimborso.
La “Tutela” dei diritti dei cittadini può essere esercitata mediante: 1) procedure di reclamo; 2) comitato permanente per l’attuazione della Carta dei servizi; 3) sanzioni per la mancata osservanza della Direttiva.
I singoli cittadini e, a maggior ragione, le organizzazioni di volontariato e di tutela dei diritti, con riferimento al contenuto di questa direttiva, possono verificare se l’erogazione dei servizi pubblici risponde ai principi fondamentali da essa indicati.
Sarebbe opportuno, inoltre, controllare:
– se i servizi pubblici hanno adottato gli standard di qualità e quantità previsti, e se essi sono stati sottoposti a verifica, con gli utenti, inadunanze pubbliche;
– se si sta procedendo, concretamente, alla semplificazione delle procedure burocratiche e per garantire l’accesso agli atti;
– se viene assicurata la “piena informazione” agli utenti circa le modalità di prestazione dei servizi;
– se gli utenti vengono trattati “con rispetto e cortesia” e se sono agevolati nell’esercizio dei loro diritti e nell’adempimento dei loro doveri;
– se vengono svolte le periodiche verifiche (interne e pubbliche) sulla qualità ed efficacia dei servizi prestati;
– se viene garantita qualche forma di rimborso per i disagi patiti dai cittadini per eventuali disguidi o disservizi;
– se le irregolarità segnalate dai cittadini vengono prese in seria considerazione e vengono rispettati i tempi per le risposte.

Direttiva P.C.M. (11/10/1994)
Con questa Direttiva (“Principi per l’istituzione e il funzionamento degli uffici per le relazioni con il pubblico”) vengono stabilite le finalità e le attività degli U.R.P. (Uffici Relazioni con il Pubblico), che dovrebbero essere attivati in tutte le amministrazioni pubbliche.
Finalità. L’attività degli uffici deve essere finalizzata a:
– dare attuazione al principio della trasparenza dell’attività amministrativa; al diritto di accesso alla documentazione e a una corretta informazione;
– rilevare sistematicamente i bisogni e il livello di soddisfazione dell’utenza per i servizi erogati e collaborare per adeguare conseguentemente i fattori che ne determinano la qualità;
– proporre adeguamenti e correttivi per favorire l’ammodernamento dellestrutture, la semplificazione dei linguaggi e l’aggiornamento delle modalità con cui le amministrazioni si propongono all’utenza.
Attività. Gli uffici svolgono le seguenti attività:
– servizi all’utenza per i diritti di partecipazione;
– informazione all’utenza sugli atti amministrativi, sui responsabili, sullo svolgimento e sui tempi di conclusione dei procedimenti e sulle modalità di erogazione dei servizi;
– ricerca e analisi finalizzate alla conoscenza dei bisogni e proposte per il miglioramento dei rapporti con l’utenza;
– promozione e realizzazione di iniziative di comunicazione di pubblica utilità per assicurare la conoscenza di normative, strutture pubbliche e servizi erogati e l’informazione sui diritti dell’utenza nei rapporti con le amministrazioni.
Sul funzionamento di questi uffici sarebbe necessario un controllo da parte dei cittadini e delle loro organizzazioni. Risulta, infatti, da indagini promosse dallo stesso ministero della Funzione Pubblica, che solo una percentuale minoritaria delle pubbliche amministrazioni ha istituito questi uffici e solo una parte di questi è realmente funzionante.
Occorre dunque un impegno di tutti per stimolare le amministrazioni pubbliche adattivare e a far funzionare correttamente gli uffici per le relazioni con il pubblico rispetto a tutte le funzioni previste dalla direttiva.

4. Attori come gli altri

di Antonio Frusone

L’urgenza di raccontarsi, la necessità di parlare, di comunicare con l’altro. Il teatro come strumento per dare dignità e voce alla propria espressività, nonostante una società che tende ad isolare dal proprio circuito e dalla propria produzione culturale il disabile, il diverso. La differenza, la diversità capace di diventare occasione e momento di espressività artistica, riscatto professionale e sociale. È questa la filosofia di fondo che ha reso possibile quel miracolo artistico che è l’Oiseau Mouche e che dà ossigeno evita a questa compagnia teatrale francese.

Che cos’è l’Oiseau Mouche
L’Oiseau Mouche è una compagnia teatrale unica in Europa. È un gruppo formato da giovani attori, ragazzi e ragazze con handicap mentale, che seguono una scuola di addestramento completa; un avvicinamento alle tecniche e al senso del teatro come in una qualsiasi altra scuola teatrale, un percorso formativo che li avvia alla professione di attori. Studiano danza, recitazione, dizione, impostazione della voce, musica, cioè tutte le discipline tradizionali che avviano ad una professionalità di attore.
L’idea di base da cui è nata l’Oiseau Mouche è quella di creare attori capacidi integrarsi, non solamente in teatri particolari o in strutture o in rassegne culturali pensate per disabili, ma anche e soprattutto in teatri normali, incompagnie di normale produzione e distribuzione. Quindi il percorso formativo di questi attori non è solo terapeutico o aggregante o capace di offrire capacità espressive estemporaneee, ma un itinerario voluto e calcolato verso una precisa professionalità.
La compagnia è nata nel 1981 a Roubaix, in Francia, all’interno di un progetto governativo “I Centri di aiuto al lavoro”, diffusi in tutto il Paese e che hanno il compito di sostenere i ragazzi in difficoltà o con handicap.
L’Oiseau Mouche non ha un regista o un coreografo fissi, ma si rivolge di volta in volta a professionisti di diverse realtà teatrali (e anche di diverse nazionalità), per avere “sguardi diversi” intorno alle loro possibilità espressive.
Nel corso degli anni il gruppo è cambiato, attualmente è composto da 23 attoriche possono lavorare in scena anche contemporaneamente. Ad oggi sono stati prodotti sedici spettacoli, di carattere molto diverso gli uni dagli altri, portati in tournée in tutta Europa e negli Stati Uniti. I suoi spettacoli sono interpretati da uomini e donne che vengono chiamati handicappati. A teatro portano la profondità del loromistero, il loro silenzio, a volte una presenza scenica intensa, dei gesti insoliti, una stranezza propriamente poetica ed una professionalità che testimoniano i tanti anni di anzianità della compagnia. È una pratica teatralela loro che, al di là di una semplice terapia, è apprendimento di un linguaggio artistico universale, un dialogo con il pubblico dal quale di solito questi uomini e queste donne vengono esclusi. Sono diversi, ma sono loro che modificano il nostro sguardo, liberano la nostra visione, perchè più degli altri ci invitano a viaggiare oltre le apparenze. Ci rammentano che il teatro appartiene alla città e a quelli che vi abitano anche con dolore”.

Parlano gli attori
La possibilità di fare arte, di creare, di esprimersi, di dare se stessitenendo conto della propria cultura, sensibilità e del proprio potenziale umano: queste sono le cose che vengono rivendicate con forza dagli Oiseau Mouche,in ogni loro spettacolo.
“Per me – dice Patrik, uno degli attori – l’importanza dell’essere sul palco è avere degli altri davanti a me; è la relazione con l’altro la ragione del mio essere attore” . Afferma invece Nadia: “Qaundo recito e gli altri mi guardano trovo che la cosa più bella sia il fatto che il pubblico pur sapendo che sono una malata mentale, non pensa più a me come disabile, ma mi vede invece come una attrice, come una professsionista che sa recitare bene o meno bene, cancellando così la parola disabile”.
Patrik, Nadia e gli altri vivono il teatro con la consapevolezza di stare facendo un lavoro e dimostrano serietà, rigore e puntualità in ogni momento della loro attività. Il teatro, per loro, è anche avere un ruolo sociale e professionale.

Caduta dei limiti

Quando finalmente la musica irrompe sulla scena ci si illude di avere rottola tensione iniziale: Celeste Dandeker aleggia nella penombra. I gesti sonoscarni, essenziali e forse proprio per questo densissimi di significato.L’attenzione diventa subito totale, tutti i sensi si ritrovano amplificati percarpire ogni minimo dettaglio. E la carrozzina è lì, si muove, si esprime e faesprimere. Non è affatto un elemento della coreografia e nemmenol’indispensabile ausilio dei danzatori disabili. E’ essa stessa un personaggio,un elemento imprescindibile della danza. Sembra che sia stata sempre lì…
CandoCo. Dance Company. Il logo della compagnia inglese ha già spazzato ilcampo da ogni dubbio. Nessuna eccezionalità esibita, nessuno "sconto"sulla professionalità, sulle fatiche e le incognite a cui va incontro chiunquedecida di intraprendere un lavoro nel mondo dello spettacolo. Otto ballerini,uomini e donne, disabili e non. Uniti da una nuova idea di danza contemporanea,da nuove concezioni del movimento in cui la carrozzina, il deficit, il limite,trovano una nuova ricollocazione. Anzi, una vera e propria riscrittura disignificato.
La loro definizione di "limite"?: tazioni possano semplicementecondurre ad un diverso linguaggio corporeo". .

La storia

Ma ripartiamo dal principio. 1973. Celeste Dandeker, stella emergente dellaLondon Contemporary Dance, nel corso di una esibizione subisce un graveincidente: frattura delle vertebre del collo. Giudizio inappellabile. Ma perCeleste, contrariamente alla logica, non è l’addio alla danza. Inizia a fare lacostumista e segue, per anni, diverse compagnie. E arriva il 1990. La BBC giraThe Fall (La Caduta), film ispirato alla sua storia; Celeste decide diparteciparvi ed è la svolta. Ricomincia a danzare, in modo diverso, scoprendonuovi movimenti e nuove figure di cui la carrozzina diventa parte integrante. Il"caso" completa la sua opera alcuni mesi dopo quando Celeste incontraAdam Benjamin, allora artista visuale e insegnante di Tai-Chi. E’ l’inizio di unsodalizio artistico che, dalle prime riflessioni su come utilizzare la danza perl’integrazione dei disabili, si sviluppa fino ad approdare al risultato odierno.In questi ultimissimi anni la compagnia si è via via ampliata, il repertorio siè arricchito grazie anche all’apporto di diversi coreografi, gli spettacoli sisono moltiplicati fino a fare di CandoCo una compagnia itinerante a livellointernazionale.

Il metodo di lavoro

Ma, con l’arrivo del successo, non sono state dimenticate le origini, lepremesse di questa ascesa: CandoCo continua ad essere anche un laboratorio dovesperimentare nuove tecniche e dove approfondire le possibilità espressive delconnubio tra danzatori normodotati e danzatori disabili. Lo strumento utilizzatoè quello degli workshop, moduli di durata variabile (da alcune ore a piùgiorni), il cui stile e le cui caratteristiche vengono calibrati sui bisognidegli studenti (disabili e non). .
I gruppi sono mediamente composti da una ventina di studenti, metà disabili emetà normodotati, la cui età può variare tra i 13 e i 60 anni anche se l’etàpreferita è quella compresa tra i 15 e i 45 anni.
Il rapporto con gli altri, lo scambio, la fiducia sono in effetti elementiessenziali del percorso formativo di CandoCo. Ancora una volta sono le lorostesse parole a chiarire il concetto:in coppia, – spiega – una persona conduce euna segue. Viene stabilito un punto di contatto, ad esempio il polso, e chisegue chiude gli occhi mentre chi conduce inizia lentamente a proporre movimentie piccoli spostamenti. Chi si trova a guidare sa di avere una grossaresponsabilità verso il partner mentre chi è condotto, non potendo vedere,deve per forza concentrarsi sugli altri sensi. Questo esercizio – concludeCeleste – viene condotto sia con la musica che senza; alla fine i due partner siscambiano di ruolo e iniziano un esercizio analogo, incentrato sul medesimoprincipio ma con movimenti e musiche differenti".
Queste poche note su un metodo ovviamente molto articolato evidenziano laportata del lavoro di CandoCo; ma forse, più di ogni altra cosa, parla il lorospettacolo: i risultati raggiunti in così poco tempo sono la testimonianza piùlampante della serietà professionale di questo gruppo. Il tutto, se vogliamo,si racchiude in una frase di Adam Benjamin: .

4. L’abbandono educativo

di Giovanni Cocchi

La mancanza di istruzione, o la sua inadeguatezza, è allo stesso tempo causa ed effetto di esclusione sociale: le statistiche confermano il senso comune e cioè dimostrano che chi proviene da “ambienti” più deboli ha più probabilità di abbandonare la scuola e che chi ha abbandonato la scuola o haraggiunto basse competenze ha più difficoltà ad inserirsi nel mercato dellavoro e a rimanerci. Ne consegue che le politiche educative dovrebbero costituire una delle parti fondamentali delle politiche indirizzate a recuperarelo svantaggio e contrastare l’esclusione sociale.
Quanto di questa consapevolezza, che fu finalmente acquisita ormai più di duedecenni fa – e che ispirò una stagione di passioni e grandi cambiamenti – è ancora oggi presente nel dibattito politico, sociale ed educativo? Quanto le politiche nel campo dell’istruzione tendono oggi ad incoraggiare e sostenere l’accesso e la permanenza efficace nel sistema scolastico dei gruppi più svantaggiati?

C’era una volta
“La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. E più avanti: “Non c’è nulla di più ingiusto che far le parti uguali tradisuguali” (cioè: non potenziare l’offerta e gli strumenti per chi ha più bisogno o per chi non può pagarsi il di più, significa registrare le differenze sociali e di censo e non riequilibrarle). Sono due delle affermazioni fatte dai ragazzi di Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, nel 1967: una netta denuncia di una scuola democratica nella forma e”classista” così si diceva allora- nei fatti. Denuncia che, tanto percitare solo un altro dei classici di allora, trovava sociologica conferma in una ricerca (Barbagli-Dei, 1971) che definiva gli insegnanti come “Le vestali della classe media”, cioè come coloro che assolvevano, più o meno inconsapevolmente, il ruolo di selezionare i giovani in base al loro ceto di appartenenza.
Seguì ampio dibattito.
La scuola diventò il centro di interesse non solo degli addetti ai lavori, ma di tutta la società che chiese di entrarci, cambiarla e controllarla: sono degli anni ’70 i decreti delegati (cioè la partecipazione delle famiglie alla gestione scolastica) e numerose iniziative di sperimentazione, sostegno e recupero (integrazione degli handicappati, 150 ore, scuola a tempo pieno, elaborazione di nuovi programmi… solo per citarne alcune).

Oggi: progressi, regressi, persistenze
La frequenza alla scuola dell’infanzia, concepita proprio in quegli anni come “statale”, cioè come percorso formativo e socializzante chepermettesse di ridurre le disuguaglianze prima dell’ingresso nella scuola dell’obbligo, é passata dal 60% degli anni ’60 ad oltre il 90% degli anni ’90; i tassi di scolarizzazione nella fascia dell’obbligo raggiungono ormai (“ormai”?) l’universo della fascia 6-14 anni (anche se continuano a permanere sacche di disagio e ritardi: uno studente su dieci ripete almeno una classe nella scuola dell’obbligo).
I guai seri iniziano dopo. È nei primi due anni della scuola media superiore che si concentrano le percentuali più alte di abbandoni, ripetenze e cambiamenti di indirizzo scolastico.
L’effettiva attuazione dell’obbligo scolastico sembra cioè essere stata ottenuta più grazie alla responsabilità delle famiglie e alla rinuncia alle bocciature, che grazie alla capacità della scuola di condurre efficacemente alla licenza media i propri allievi. Infatti, come i dati dimostrano, è oggi la scuola media superiore che si fa carico di selezionare all’ingresso chi non sia stato adeguatamente selezionato in uscita dall’obbligo: sebbene il 90% si iscriva alle superiori, più del 20% abbandona nei primi due anni (si va dal 10%del classico al 40% del professionale). La scuola superiore, poi, costituisce ancora un sistema fortemente stratificato in termini di classe sociale: é altamente improbabile che un ragazzo di classe medio-alta si iscriva ad un istituto tecnico-professionale, mentre a questo tipo di scuola accedono la maggior parte di quanti provengono dai ceti sociali più svantaggiati e che hanno avuto difficoltà nella scuola dell’obbligo.
Più che un reale recupero dello svantaggio nella scuola obbligatoria, sembra dunque prefigurarsi una più ritardata certificazione sociale dello stesso, una sorta di “selezione differita” nei primi anni delle superiori.
Perciò, se è vero che negli ultimi decenni si è assistito ad una”scolarizzazione” di massa, non si può certo ancora parlare direale e riuscita “istruzione” di massa. Il fatto che i ragazzi stiano oggi sui banchi più che nel passato ci può confortare, ma il fatto che ancora troppi si alzino da quel banco prima del tempo (e senza aver avuto la formazione necessaria per inserirsi a pieno titolo in una società così complessa) ci segnala che per quanto attiene al contenimento e all’inversione dei fenomeni diabbandono e di esclusione sociale molto ci sia ancora da fare, anche se pare unpo’ fuori moda parlarne.
Nonostante le ricche elaborazioni pedagogiche e le sperimentazioni, le politiche istituzionali riguardo al disagio, all’abbandono ed all’esclusione sono rimaste sostanzialmente carenti. La storia della scuola italiana, riguardo questi aspetti (ma non solo), é costellata di una lunga serie di riforme mancate,parziali o insufficienti, come i risultati spesso si curano di dimostrare.
Accenneremo soltanto ad alcuni aspetti, tra i tanti, che sembrano incidere nel determinare quello che è oggi lo scarso risultato della nostra scuola rispetto ai molti e troppi “ultimi”.
Cerchiamo un ordine, cominciando dalle elementari.

Alla ricerca del tempo pieno
L’unica sperimentazione tentata a livello nazionale con l’esplicita finalità di fornire uno spazio organizzato e ricco ai bambini provenienti da ambienti deprivati – la scuola elementare a tempo pieno – dopo un periodo “di prova” durato due decenni, è stata “congelata”. Con l’avvento del “modulo” (che al di là dei giudizi di merito e della sensibilità degli insegnanti, non sembra avere tra le sue priorità quello di contrastare i processi di esclusione scolastica) non è oggi più possibile aumentare il numero delle sezioni di tempo pieno (nonostante la forte richiesta sociale). Questo appare piuttosto grave soprattutto in considerazione del fatto che il tempo pieno é meno presente proprio nelle zone in cui più potrebbe acquisire una valenza preventiva rispetto agli abbandoni, tenendo i ragazzi lontano dalla strada: al Sud è limitato all’8% delle sezioni contro il 20% del Nord.
L’unica misura che coniuga esplicitamente la questione di come sostenere concretamente, tramite azioni positive, i diritti di una categoria svantaggiata, riguarda l’inserimento dei bambini disabili (leggi 517/77 e 104/92). Tuttavia anche questo intervento sembra aver progressivamente subito un rallentamento se non un’involuzione: da un lato sono notevolmente diminuiti gli insegnanti di sostegno e le deroghe dal rapporto 1/4, dall’altro sembrano essere sempre più frequenti i casi in cui l’inserimento si riduce ad un’iscrizione formale, mentre in realtà il bambino passa la maggior parte del tempo impegnato in attività con il “suo” maestro ed in locali separati da quello della “sua classe.

I nuovi disagi
La scuola non si trova neppure attrezzata di fronte ai nuovi bisogni, cioè ai nuovi problemi di integrazione e di sostegno posti dai bambini extracomunitari. Se da un lato è pronta ad accoglierli in nome del diritto universalistico di cittadinanza, dall’altro – al di là di iniziative di singole scuole od insegnanti – non li fornisce degli strumenti necessari ad un’adeguata fruizione dell’esperienza scolastica (sostegno nell’apprendimento linguistico, forme di accompagnamento e mediazione interculturale, ecc.) .
Un’altra forma di disagio e potenziale rischio di esclusione sociale, che è stata riconosciuta dalla scuola negli anni più recenti, è legata all’uso della droga e della tossicodipendenza. All’inizio degli anni ’90 sono stati lanciati i “progetti ragazzi” e i “progetti giovani” (che godono peraltro di scarsi finanziamenti); tuttavia appare paradossale che questa attenzione sia giustificata in termini di prevenzione dell’uso della droga,mentre l’esistenza della dispersione scolastica e del disagio nella scuola non riescono a mobilitare altrettanta attenzione e riflessione critica. La mancanza di attenzione istituzionale per tali problemi è segnalata anche dal fatto che il surplus di docenti creatosi a motivo del calo demografico non è stato quasi mai utilizzato per attività in questo campo, anzi, di finanziaria in finanziaria, si procede a tagliare gli organici e ad aumentare il numero degli studenti per classe.
Tra le riforme mancate che hanno un particolare peso per il fenomeno di esclusione dall’istruzione, possiamo annoverare anche la mancata riforma della scuola superiore e l’innalzamento dell’obbligo a sedici anni (riforma di cui si parla da trent’anni ed approdata per ben tre volte ad uno dei rami del Parlamento, per poi ripartire da zero al momento di nuove elezioni). Anche la mancanza di un autentico e serio canale di formazione professionale contribuiscea lasciare senza alcuna formazione coloro che abbandonano la scuola prima di conseguire un diploma.
Ma, analizzando la situazione della scuola superiore, il discorso diviene più complesso. Alla persistenza di un disagio “di classe” (che i dati confermano), sembrano oggi sommarsi altri fattori come la mancanza di interesse per contenuti avvertiti come troppo “lontani”, la percezione della caduta di centralità della scuola come valida agenzia formativa, il desiderio di entrare rapidamente nella vita attiva nella consapevolezza che gli anni passati a scuola siano “buttati”; ciò spiegherebbe come gli abbandoni nell’ultimo decennio, riguardino anche quote, più alte che nel passato, di giovani provenienti da condizioni sociali medio-alte. Per questi ragazzi, tuttavia, la famiglia è spesso in grado di allestire percorsi formativi privatistici e opportunità formative ritenute più idonee della stessa scuola pubblica. Il pericolo è che la scuola penalizzi due volte – non riuscendo adare né sostegno, né motivazioni – proprio coloro che usufruiscono meno del necessario sostegno familiare nel loro percorso formativo.

Abbandono scolastico o abbandono educativo?
Il fenomeno della dispersione scolastica è l’indice di una inquietante carenza del sistema scolastico italiano. È la testimonianza che, malgrado l’enorme espansione degli accessi alle istituzioni scolastiche, il principio dell’uguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione non si è ancora tradotto in realtà.
Le denunce degli anni ’60-’70 di una scuola di classe ed emarginante gli alunni più svantaggiati, hanno avuto più successo nella direzione di un rifiuto a selezionare e bocciare che non nel far crescere e mantenere una reale e mirata attenzione (da cui far discendere incentivi e sostegni efficaci e sufficienti) per i bisogni e le difficoltà dei ragazzi più fragili.
Oggi siamo ben lontani dai tempi in cui, pur con tutte le faziosità e gli ideologismi di quel periodo, la scuola era al centro delle preoccupazioni della società e aperta al mondo esterno. Eppure, oggi, la nostra è ancora unasocietà che non riesce ad educare ed istruire una gran fetta della sua generazione più vitale, a fornirle le competenze necessarie ad un mondo sempre più complesso.
In assenza di una comprensione adeguata dei processi di esclusione tollerati dalla scuola e di risposte adeguate, coerenti e definitive da parte della società, non c’è da sorprendersi se le politiche, gli interventi e le azioni istituzionali risultino insufficienti e risentano oltremodo delle “scelte di bilancio”.
Se l’obiettivo della scuola pubblica è attrarre, trattenere e condurre efficacemente al termine del corso di studi intrapresi il maggior numero dei giovani iscritti, l’abbandono – in assenza o in carenza di reali politiche di sostegno, adeguamento, riforma – non è solo dei giovani verso la scuola, ma anche – e soprattutto – della società verso i giovani; più che di abbandono scolastico è forse più onesto parlare di abbandono educativo.

6. I disabili in Camerun

di Betrand Njomegni

Parlare del livello di integrazione degli handicappati in Camerun equivale a parlare del livello di integrazione degli handicappati in Africa. Questo perché‚ le usanze culturali e i costumi africani, nell’arco del tempo, non hanno subito l’effetto migratorio di altri continenti.
L’Africa infatti, soprattutto per quanto riguarda la parte Sub Sahariana, è rimasta una grande e unica civiltà.
Detto ciò, in rapporto a cultura, tradizioni e organizzazione sociale, non sarebbe presuntuoso dire che un eventuale confronto della situazione ai diversi livelli e ai diversi luoghi nel continente porterebbe alle stesse conclusioni. Perciò, pur parlando degli handicappati in Camerun, riteniamo di poter trasferire le argomentazioni anche ad altri contesti africani.
Il Camerun, come tutti gli stati suoi vicini, non si è posto il problema d’inventare una serie di teorie per l’integrazione degli handicappati
Se il problema dell’educazione degli handicappati, in Europa, comporta, dal 1800 in poi, riflessioni intorno alla convivenza tra portatori di handicap e persone considerate normali, che portarono a numerosi studi, questo non avviene in una società nella quale, nonostante tutte le sue superstizioni, la disabilità è sempre stata considerata come uno dei tanti aspetti della natura.

L’imperatore disabile
La storia di uno dei più grandi imperatori africani, Soundjata Keita del Songai De Gao, impero Madingue, attuale Guinea Konakri e regioni limitrofe, ci porta a considerare che l’handicap come tale, non è mai stato un motivo di esclusione sociale.
Soltndjata fu un handicappato fisico che ricevette dagli dei della tribù l’affidamento della custodia del suo popolo.
All’alba della sua consacrazione come imperatore, guarì dal suo handicap. Soltndjata sarà uno dei capi più temuti della storia del suo tempo.
Questa è una delle tantissime leggende che spiegano l’inesistenza del problema d’integrazione dell’handicappato fino a pochi anni fa.
È lo sviluppo che comporta la nascita delle grandi città e genera così il crollo dei valori culturali e fa nascere le prime emergenze. Lo spopolamento delle campagne in favore delle grandi città pone presto il problema dell’inefficienza e della mancanza dei mezzi adatti per l’accoglienza delle popolazioni.
I più sfortunati o i più svantaggiati incontreranno, da questo momento, delle difficoltà sempre maggiori.
Questo si può verificare osservando o confrontando il livello di integrazione degli handicappati tra campagne e città.
In campagna gli approcci sono ancora vicini a quelli del passato; l’handicap viene considerato in rapporto al tempo in cui è insorta la malattia.
Se è presente dalla nascita, si tratta di uno stato di penitenza che un uomo vive perch‚ punito dagli spiriti, e come tale, va protetto e rispettato.
Se l’handicap avviene dopo la nascita, oltre al fatto che può essere considerato come una malattia, può anche essere visto come un segno di sfortuna dovuto agli spiriti cattivi, e, come tale, va combattuto con le cure.
Se si tratta una deficienza, di una malattia genetica, le interpretazioni sonovarie e diverse a secondo delle circostanze, con una grande influenza dei riferimenti mistici e spirituali dell’ambiente.
In città, ciò che si può chiamare tabù sta per scomparire. Le interpretazioni nuove portate dallo sviluppo scientifico e l’incontro tra realtà diverse, hanno fatto i loro passi decisivi, facendo sì che l’approccio sia un po’ più approfondito grazie a studi specifici.
Ma queste fantasie culturali sono dei labirinti complessi, per cui bisogna sempre tener conto dei riferimenti tradizionali che hanno tutt’ora una grande importanza.

La tradizione africana e l’handicap
L’handicappato fisico, motorio, con deficit sensoriali, con malattie genetiche diremo che è, tradizionalmente, ben inserito nella società la cui base si pone sulla famiglia.
Quindi tutti coloro che presentano queste disabilità non sono visti come persone strane; fanno parte delle loro famiglie, rispettati da tutti i membri della tribù o del quartiere. La loro educazione fa parte di un processo integrativo che coniuga rispetto e valutazione delle loro capacità a partecipare alla vita della comunità. Il tutto lascia spazio ad un insieme di percorsi liberi per dare a questi soggetti una grande indipendenza e autonomia.
Anche se le strutture specializzate non sono ancora diffuse, esiste, sempre in base all’abitudine, un quadro generico di linguaggi, riferimenti ed una educazione empirica basata sulla “ambientazione”, per comunicare tramite segni e gesti con il sordomuto, il cieco e con alcuni affetti da malattie genetiche.
Fuori dalla famiglia queste persone sono rispettate ed aiutate da tutti quandosi trovano in difficoltà; sono conosciute da tutti all’interno del loro raggio d’azione.
Nelle grandi città il fenomeno trova un altro tipo di emergenza: per questo, la pubblica amministrazione entra nel merito utilizzando l’educatore, finalizzando, attraverso processi e infrastrutture, il lavoro integrativo ed educativo iniziato nelle famiglie.
I malati mentali, salvo qualche eccezione, sono tutti integrati nella società; fanno parte della loro famiglia, della tribù e della comunità. I più sfortunati, i più violenti, vivono sia al margine della società, sia rinchiusi negli ospedali psichiatrici di cui sono dotate tutte le grandi città.
Tutti gli ospedali principali possiedono un reparto psichiatrico.
Lo Stato, per affrontare e per contenere i casi e il numero sempre crescente dei soggetti a disagio, moltiplica gli sforzi per mantenere un livello medico sanitario sempre più alto. Questo permette di prevenire o limitare il dislivello sociale causato dallo sviluppo e dall’industrializzazione. La conseguenza immediata è la costruzione delle scuole per sordomuti, per ciechi, per soggetti con deficit e reparti psichiatrici più vivibili e più sani.

I rischi di una società che cambia
Nonostante tutto rimangono grosse contraddizioni: la velocità dello sviluppo economico ed industriale si scontra con i costumi tradizionali dando luogo ad un incontro violento tra culture diverse. A peggiorare il quadro concorre anchel’esplosione demografica.
Quando l’anziano non verrà più considerato come un saggio e il pazzo come un fratello, bisognerà riconoscere con rimpianto il crollo dei valori: quindi i portatori di deficit verranno più o meno emarginati. Per prevenire una emergenza del genere, sono richieste delle azioni ancora più raffinate.
Si deve, ovvero lo Stato deve, specificare un insieme di disposizioni giuridiche e istituzionali per avviare un processo d’integrazione nel complesso dei vari cambiamenti delle usanze sociali.
Fare coesistere questi contrasti diventa un lavoro di grande impegno; quindi le agenzie sociali debbono diffondersi per promuovere la cultura dell’inserimento, oltre al mantenimento delle catene di solidarietà già esistenti.
Al passo con gli aggiornamenti istituzionali, lo Stato deve mettere infunzionamento le strutture organizzative adatte alle nuove realtà culturali edell’ambiente.
Ciò richiederebbe, ad essere realistici, molto tempo ed una riflessione permanente, ma sarebbe sempre importante riconsiderare il fattore volontà, che è la molla di una tale impresa sociale.
È necessario dunque definire con prontezza i ruoli e le prerogative delle istituzioni, degli operatori sociali, del personale d’insegnamento e degli insegnanti di sostegno. Tutto ciò non deve trasformare il ruolo sempre indispensabile dei nuclei famigliari, ma lo deve integrare.
Spinti dalla voglia d’interagire, la diversità potrebbe tornare ad essere sempre una ricchezza e non un limite; se correre può essere una bella virtù, perché‚ non può esserlo altrettanto per l’ascolto e il parlare ai confinidelle differenze? Meglio provare ad avvicinarsi, perché‚ si dice in Africa:”Il re nasce dall’handicap”.

5. Conoscere e accompagnare

a cura do Giovanna Di Pasquale

“Pedagogia speciale dell’integrazione, handicap: conoscere eaccompagnare” (La Nuova Italia, FI, 1996) è un libro che propone una riflessione che percorre un arco di tempo, dalla nascita all’età adulta, e interessa gli handicappati, bambine e bambini, donne e uomini. La riflessione riguarda l’educazione ed è costituita da elementi teorici, da riferimenti storici e da piste operative che si intrecciano. Intervistiamo Andrea Canevaro, che insieme a Cristina Balzaretti e Giancarlo Rigon, è coautore del libro sul senso dell’operazione.

Pedagogia speciale dell’integrazione: che significato dare a questa definizione anche in rapporto all’impianto che è stato dato al libro che prevede, fra gli altri elementi, una pluralità di voci (pedagogica, educativa, psicologica)?
Il libro ha un’impostazione pedagogica con alcuni contributi che in qualche modo delineano la dimensione dialogica. E questa, si vorrebbe fosse tanto della pedagogia speciale che di altre discipline. La pedagogia speciale dell’integrazione deve, o vorrebbe, avere una coerenza complessiva. Il libro affronta proprio questi aspetti dell’integrazione, che non può essere esaminata unicamente in situazioni che riguardano un soggetto handicappato, bambino o bambina, uomo o donna, ma è bene esamini l’integrazione delle competenze, quindi la capacità dei saperi di collaborare. Per arrivare a qualche risultato, bisogna lasciare spazio; evitare di occupare tutto, implicitamente collocandogli altri ai margini. Una pedagogia speciale dell’integrazione dovrebbe lasciare spazi invitanti.
C’è un altro problema, rispetto al quale chi vorrà leggere il libro potrà giudicare. L’integrazione di diverse discipline può assumere un carattere di potenza. Potrebbe dare l’idea che il tema dell’handicap e del deficit debba essere affrontato dotandosi di grandi mezzi, di forze e risorse. E può essere giusto. Ma si può anche cadere nell’equivoco che esprimo attraverso l’immagine della spedizione militare di conquista: sembra che si debba avanzare in un territorio per definizione ostile, e che per questo si debbano organizzare arm idi ogni tipo.
Spero che il libro non dia questa impressione. Al contrario, inviti a farsi compagnia, e quindi a lasciare spazio ad altri, per incontri che possono essere con persone handicappate, con altre competenze, scientifiche e nate dall’esperienza.

Incontrare, conoscere, accompagnare. Come si collocano queste treazioni, questi tre processi nella quotidianità dello stare accanto ad una persona handicappata?
Il libro propone queste tre dimensioni in una successione che è inevitabile nella logica della carta stampata. Questa logica però chiede la collaborazioneattiva di chi legge. Perché la loro successione dovrebbe avere un effetto di intreccio, o di sedimentazione, e non un passaggio di consegne, come viene passato il testimone in una staffetta.
Quando il libro era in cantiere, avevo in mente una scansione secondo unipotetico percorso esistenziale, grosso modo pensato con un periodo che va dalla nascita alla scuola, e un terzo tempo proprio dell’età adulta. Nell’elaborazione del libro mi è sembrato di capire che questa scansione avrebbe potuto suscitare malintesi, il primo dei quali sarebbe stato impegnativo e certamente deludente per gli autori e gli eventuali lettori: si sarebbe potuto credere che il libro potesse e dovesse davvero coprire una competenza così vasta e con pretesa totale come è un arco esistenziale. Ci sarebbe stato inoltre il possibile equivoco di poter credere che ognuna delle tre parti potesse avere suoi lettori o lettrici eventuali, come se fossero tre libri. Per questo, il ripensamento ha portato al percorso dell’incontrare, conoscere e accompagnare. Avrei desiderato che queste tre parole fossero il titolo o nel titolo. L’editore aveva delle perplessità, probabilmente giuste. Rimane il fatto che quelle tre parole sono il senso del libro.

Nel testo si afferma: “Non si ha una diagnosi per confermare o dimostrare la scientificità di un percorso e di chi lo effettua, ma per contribuire a risolvere i problemi concreti di un individuo reale”. Come può la diagnosi rivelarsi uno strumento che aiuta le conoscenze senza rischiare l’abuso di specialismo?
Una diagnosi è un pezzo di conoscenza, e non è nè può essere”la” conoscenza. Ogni accertamento diagnostico deve occuparsi di non cancellare o svalutare la conoscenza “grezza”, frutto dell’esperienza diretta di chi vive la situazione, della stessa persona che viene diagnosticata e dei suoi famigliari, o coetanei, o amici. Con questo non vorrei essere frainteso, perché non sto sostenendo che possiamo tranquillamente fare a meno della diagnosi. È uno strumento importante, e può aiutare in manierafondamentale. Ma non può essere considerato in solitudine. Chi dice di non sapere nulla di un certo bambino, perché, dopo molti mesi che gli è accanto non ha ancora avuto modo di conoscerne la diagnosi, sostiene qualcosa di paradossale. È come se, bevendo tutti i giorni una certa acqua, sostenessi che non ne so nulla perché mi mancano i risultati dell’analisi chimica. Ma il mio corpo, il mio gusto, ha già una grande conoscenza. È la conoscenza empirica. Se l’acqua ha un cattivo sapore, un odore particolare, un colore che si può dire incerto, allora posso pensare che sia opportuno informarmi prima da chi già la conosce. Eccetera. L’abuso di specialismo avviene quando le diverse modalità di conoscenza sono ritenute nulle, per considerare unicamente una modalità, quella appunto diagnostica. E all’interno della diagnosi, possiamo ritenere – sbagliando – che l’unica vera sia quella medica.
Il termine “diagnosi”, nella sua etimologia, significa “perconoscere”. Il rischio paradossale è che diventi un mezzo per annullare le conoscenze, e non per valorizzare le diverse forme di conoscenza.

Allo stesso modo come si concilia la prospettiva dell’integrazione con la ricerca, spesso ossessiva e dettagliata, di una categorizzazione dei deficit? Le classificazioni aiutano a conoscere e a comprendere le storie?
Per la categorizzazione, in un certo qual modo, vale quanto detto per ladiagnosi. L’utilità della categorizzazione è relativa ad aspetti organizzativi generali. Dovendo prevedere risorse, è bene sapere se devono servire a dieci persone o a mille. Il guaio può verificarsi se invece il singolo, per accedere a risorse, deve essere categorizzato; e se, una volta categorizzato in un certo modo, vengono cancellate le caratteristiche originali individuali per considerare unicamente quelle della categorizzazione. Ogni riduzione della realtà, che è sempre molteplicità, è una violenza.
Il libro non tratta il tema dei falsi invalidi. Ma la domanda può portare a riflettere su una categorizzazione – il riconoscimento di invalidità – che è indubbiamente un imbroglio; ma che può essere stato indotto, in molti casi, dal fatto che miseria e disoccupazione non bastavano ad assicurare risorse minime, mentre l’attribuzione di invalidità dava questa possibilità. Questo non giustifica, sia chiaro, l’imbroglio.
I rischi dell’uso improprio della categorizzazione aumentano quando l’integrazione – dei servizi fra loro, delle conoscenze – è debole. Ho utilizzato altre volte l’immagine di una stazione ferroviaria. Può organizzarsi per dare a chi è nella categoria dei disabili percorsi speciali; oppure può organizzarsi, nel tempo, per poter essere accessibile a tutti coloro che possono avere esigenze particolari. Queste esigenze possono essere permanenti, o dovute ad una condizione transitoria, o per il percorso esistenziale. Una stazione ferroviaria che si organizza nella seconda prospettiva, può servirsi anche delle indicazioni della categorizzazione delle disabilità, aprendole però ad una realtà integrata, e non imprigionando in stereotipi.
Le storie non sono gli stereotipi.

Nel testo si parla anche di approccio positivo. Cos’è e perché può diventare un aiuto possibile per la crescita di una persona handicappata.
All’approccio positivo è dedicato un capitolo del libro, e non vorrei riassumerlo. Però posso dire che queste parole non dovrebbero essere intese unicamente attraverso la categoria del buon senso, che rischia di ridurle avirtù personali e innate, come può essere un certo ottimismo, un carattere aperto, eccetera.
L’approccio positivo si conquista, ed è proponibile soprattutto come componente metodologica di certi profili professionali. Non può essere scambiato con la banalizzazione. Se incontro genitori che hanno appreso da poco che la loro bimba ha la sindrome di down, non posso credere che un atteggiamento che non prenda in seria considerazione il loro stato d’animo portato a sentire il fatto come drammatico sia di per sé sdrammatizzare. Può essere solo irritante. Dire che un fatto non è per nulla preoccupante, che tutto va bene, che è anzi una bellissima cosa, non è praticare l’approccio positivo.
L’approccio positivo va costruito a partire da una condivisione: devo, con la mia professionalità, raggiungere l’altro nella sua condizione; devo  rassicurarlo, e quindi non dimenticare tutte le conoscenze che mi permettono di considerare un fatto nei suoi possibili sviluppi positivi; ma questi devono essere raggiungibili dall’altro, a partire da ciò che è e sente in quella condizione.
Le parole “approccio positivo” possono essere un trabocchetto. Sono semplici, e possono sembrare facilmente comprensibili. Esigono una riflessione, un lavoro su sé stessi, e questo non è sempre facile. Ma è possibile.

9. Mondo pupazzo

di Teresa Penta

Dopo l’incontro con animatori disabili nasce, nella scuola materna Mazzini di Bologna, un percorso di incontro tra i bambini e l’amico pupazzo. Una avventura alla scoperta di sé…
Il “Progetto Calamaio” era concluso. In noi era rimasta la sensazione di essere solo all’inizio di un cammino nuovo da intraprendere: mantenere il clima, l’atmosfera, lo sfondo che si era creato nella stessa scuola. I bambini si erano messi in gioco con corpi di adulti, tanto “diversi”! Gli amici del Calamaio erano stati riprodotti anche con sagome di gommapiuma che avevano aiutato alcuni bambini in difficoltà a crescere, maturare e persino uscire dall’isolamento dell’autismo. L’esperienza era stata troppo forte ecostruttiva per concludersi. Abbiamo così pensato e realizzato il progetto “L’amico Pupazzo”, “I pupazzi”, “Le diversità”. Questo progetto avrebbe dovuto coinvolgere tutti i bambini della scuola (tre sezioni di età omogenea): per motivi organizzativi ha coinvolto solo quelli di cinque anni. E’ iniziato a giugno del 1997 e si è concluso quest’anno (giugno 1998) se di conclusione si può parlare… I bambini con un’intervista dell’adulto della scuola e un disegno hanno progettato il loro”Amico”. Durante le vacanze estive, con un familiare hanno concretizzato il progetto. E’ stato usato materiale povero e sono stati rispettati i loro desideri. Alcune riflessioni e impressioni scaturite durante la manifattura sono state annotate dai genitori.

L’intervista
Come si chiama il tuo amico pupazzo? Di che colore ha la pelle? (bianca,nera, gialla, rossa….) E’ maschio o femmina? Di che materiale è? (stoffa, gommapiuma, legno, ferro…) E’ uguale a te o è diverso da te? La sua facciache espressione ha? Triste, allegra, felice, corrucciata, spaventata, distesa…Gli occhi che forma hanno e di che colore sono? Sono chiusi o aperti? Il naso che forma ha? La bocca com’è? Le orecchie ascoltano o no?
Il tuo pupazzo è nudo o vestito? Se è vestito si chiede al bambino discegliere i tipi, le forme, i colori e la pesantezza degli indumenti (estivi, invernali ecc…)
Le caratteristiche del carattere: è buono, cattivo, capriccioso, birichino, noioso, simpatico, da sgridare o no? Parla o no? Cammina o no? Perché? Cosa fa, cosa dice quando parla? Cosa pensa?
Gli obiettivi: conoscersi (conoscere se stesso), conoscere l’altro, raccontarsi, raccontare, notare le differenze e le uguaglianze, accettare le differenze e le uguaglianze.

Un pupazzo che apre al mondo
Il bambino attraverso il progetto e la costruzione supportata dall’adulto riesce ad esprimere i suoi bisogni più profondi e i suoi desideri. Può esorcizzare le paure, convogliare le sue ansie. Inizia a confrontarsi con se stesso. Lavora sull’identità del suo io reale o fantastico. Sull’io dell’altro reale e fantastico.
Questo lavoro su di sé, soprattutto per chi è in difficoltà o è portatore di deficit, può servire ad avvicinarsi anche solo osservando “il lavoro “degli altri, alla propria identità. Altro obiettivo del progetto è che il bambino conoscendosi, impara ad ascoltarsi.
Ascolta i suoi bisogni e le sue emozioni, gli stimoli del corpo, il battito del cuore, il respiro, la pancia, le variazioni della posizione nello spazio, il movimento, la calma. Un bambino che inizia a prestare ascolto a tutto ciò e, col proprio tempo personale lo rielabora e lo matura, giungerà ad essere capace di ascoltare l’altro e il mondo che lo circonda.
Giocare con i pupazzi, metterli o non metterli in gioco è uno stimolo in più verso un percorso di crescita autonoma. Dove per noi autonomia non è solo vestirsi o svestirsi da solo, ma è soprattutto capacità di scelta. Nella nostra sezione è iscritto un bambino che fino a qualche mese fa non parlava e aveva atteggiamenti autistici con difficoltà di relazione. Ora siamo ad aprile: grazie anche al suo “Amico” è integrato nel gruppo dei bambini che gli sono particolarmente affezionati. Gioiscono di ogni suo progresso e losocializzano con enfasi a tutti gli adulti a loro vicini.
Qualche giorno fa durante un incontro di psicomotricità hanno sistemato in sintonia fra loro e in un’armonica occupazione dello spazio i loro “Amici”.
Sistemando con cura quello di F. all’adulto presente: “Guarda siamo un gruppo e F. è il papà!”. F. prima non voleva neanche toccare il suo “Amico” che è il più alto e robusto di tutti. Ora lo lega a sé anche con le corde…con le corde dei suoi compagni dicendo: “Io…”.