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Autore: Nicola Rabbi

6. La musica è fantasia e i musicisti sono fantasiosi

di Claudio Imprudente

La musica è fantasia. La fantasia è musica. I musicisti, allora, sono fantasiosi (o almeno ce lo possiamo augurare).
Mi ha scritto una lettera Paolo Falessi, membro dei “Ladri di carrozzelle”, storica e sovversiva filiale dei “Ladri di biciclette”, da quasi vent’anni attiva in studio e dal vivo. Il nome della band lascia spazio a pochi dubbi, ma per chi non li conoscesse vale la pena tracciarne un po’ le caratteristiche.
I Ladri infatti sono un gruppo di musicisti diversamente abili e non, che propone un progetto volto a fornire un’immagine diversa della disabilità. Lo fanno calcando in prima persona scene e palcoscenici, e questo già potrebbe bastare; registrando dischi (quasi venti, sinora) e anche questo sarebbe sufficiente; proponendo nelle scuole progetti formativi nei quali l’aspetto musicale non è che una componente, forse un addolcente come il miele di Lucrezio…
Il lato più interessante di questa attività di formazione parallela è che la maggior parte degli argomenti affrontati non ha niente a che fare con la disabilità e con l’esperienza diretta dei componenti della band in questo senso.
Ma siccome la musica è fantasia e i musicisti sono fantasiosi, questo non deve stupirci più di tanto. Anche se sospetto che non sia solo una questione di sensibilità musicale, artistica o di inclinazione alla creatività…
Piuttosto, infatti, sembra esserci alle spalle l’idea per cui argomenti apparentemente distanti hanno effettivi legami, magari sotterranei e non immediatamente palesi, ma a una seconda analisi davvero evidenti.
Cosa lega, infatti, disabilità, pace, nonviolenza, musica e ambiente? O, meglio, cosa consente di affrontare gli aspetti critici relativi a questi campi con un approccio organico, per cui tutto possa tenersi insieme?
Non vorrei semplificare troppo il discorso, ma ho il sospetto che un filo unisca tra loro tanti aspetti problematici, discriminatori e di ingiustizia che caratterizzano il mondo odierno. È immaginabile risolverne e ricomporne alcuni trascurandone altri?
Un percorso che parta dall’esperienza della disabilità e dalla riflessione su temi a essa correlati può trovare naturali prosecuzioni, incursioni in altri “contenitori di criticità”: la tutela ambientale, la nonviolenza, la politica di pace sono sicuramente tra questi. Mi spiego meglio: non c’è forse un nesso tra la precarizzazione del lavoro sempre più spinta, la riforma della scuola pubblica, l’allentamento delle maglie della “vita” sociale, la competizione come modello delle relazioni sociali e l’esclusione di chi non ce la fa o il fastidio per chi ce l’ha fatta al posto nostro? È come se il mondo fosse tendenzialmente “dominato” da logiche di un certo tipo che determinano uno sviluppo simile per cose anche distanti tra loro; ed è esercitando, praticando logiche di segno diverso che possiamo cercare di ribaltare dei modelli consolidati. Un sentire di segno diverso che ci consenta un approccio comprensivo ai problemi.
I “Ladri di carrozzelle” da anni ragionano attorno ai temi legati alla disabilità e all’handicap: hanno così maturato strumenti, formazione e sensibilità per affrontare problematiche altre, ma non estranee.
Hanno costruito uno modo di guardare alle cose del mondo, e ne propongono all’esterno la validità. Potremmo descrivere questo sguardo sulle cose come un atteggiamento nei confronti del prossimo (e dell’ambiente a noi “prossimo”) che sia inclusivo, rispettoso delle unicità diverse e consapevole dell’interdipendenza tra gli esseri e le cose.
Ecco perché chi vive e condivide la disabilità, avendone già fatto tema “d’indagine”, può proporre un approccio “trasversale” ai problemi in modo credibile e senza rischiare di semplificarne e sminuirne la portata.
Se vedete i “Ladri di carrozzelle”, allora, non chiamate i carabinieri: non sono briganti, ma solo musicisti fantasiosi. E non è poco…

5. Quando la diversità diventa una risorsa in progresso

di Gianfranco Mingione, redattore di www.serviziocivilemagazine.it 

In un anno storico, fatto di muri che cadono e realtà che si evolvono, in un quartiere popolare di Roma, nascono i “Ladri di carrozzelle”. È il 1989 quando Paolo Falessi, chitarrista del gruppo, conosce alcuni ragazzi in carrozzina, assieme ai quali darà vita a una realtà musicale unica nel panorama artistico italiano. Ma perché unica?
La parola a Paolo Falessi, Emanuel e Domenico con i quali ci addentreremo nella storia di questa formazione artistica in continuo cambiamento.

Siamo nell’anno della caduta del muro, il 1989. In vacanza di solito nascono amori e tradimenti. Come è nata l’idea di questo gruppo a Paolo Falessi durante l’estate romagnola?
Paolo: L’idea non nasce solo a Paolo, ma a Paolo e alcuni suoi amici che ha conosciuto in vacanza e con lui condividono l’amore per la musica. È come l’inizio di qualunque gruppo musicale, solo che c’è una particolarità: di 10 musicisti, 8 sono costretti in carrozzina da una malattia genetica progressiva, la distrofia muscolare. 

Sul web diversi siti e blog parlano di voi, dei vostri concerti e delle emozioni che trasmettete, da veri musicisti, quando salite sul palco. Cos’è per voi la musica?
Emanuel: Energia pura che doni e ricevi.  

Fra i vari siti sul web, mi ha colpito la pagina dedicata al gruppo pubblicata nella famosa enciclopedia fatta dal basso, Wikipedia. Perché “quella dei Ladri di Carrozzelle è una realtà unica?”
Paolo: Lo è per tanti motivi, intanto esiste da venti anni e non è poco, ha visto alternarsi nella stessa formazione più di trenta musicisti in carrozzina e non, propone spettacoli divertenti e allo stesso tempo pieni di contenuti e spunti di riflessione. Ma soprattutto è un gruppo permeato di ottimismo a oltranza, altrimenti non avrebbe potuto avere vita così lunga. 

Cos’è una barriera per voi e come la musica riesce ad abbattere, soprattutto, le barriere invisibili?
Domenico: È uno stimolo per superare i propri limiti, perché la musica è un linguaggio universale che non guarda in faccia nessuno, o sei bravo o sei scarso, handicap o non handicap. 

Suonando in giro per l’Italia e sostenendo molte date all’anno, riscontrate ancora problemi di accessibilità ai luoghi dell’esibizione artistica?
Paolo, Emanuele e Domenico: Moltissimi, la cosa più emblematica è che quando ristrutturano i teatri e li rendono accessibili lo sono sempre in sala e quasi mai sul palco. Ad esempio la sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, progettata dal grande Renzo Piano, non è accessibile sul palco: ci abbiamo suonato due volte e tutte e due le volte hanno portato le pedane che servono per far salire i trattori sul camion.

Come passano i Ladri una giornata tipo da tour. Quando è iniziato il vostro successo?
Paolo, Emanuele e Domenico: Furgone, viaggio, sosta, viaggio, albergo, palco, prove, cena, concerto, dopocena, albergo e grossa dormita! Il nostro successo è iniziato il giorno che ci siamo incontrati, la vita di ognuno ha preso una strada tanto imprevedibile quanto ricca di soddisfazioni.

Qual è stato il concerto, l’evento musicale più emozionante al quale avete partecipato?
Paolo: Sicuramente il primo concerto a piazza San Giovanni il 1° maggio del 1995. L’emozione è stata così forte che io non sentivo le dita delle mani e scesi dal palco. Nessuno dei componenti della band è riuscito a parlare per un quarto d’ora.

Chi sono i componenti della band oggi? Qual è la loro età media?
Paolo, Emanuele e Domenico: Questa è la cosa più difficile da dire. La formazione cambia da un minimo di sei a un massimo di dieci, l’età media è sui 30 anni ma l’entusiasmo è lo stesso di 20 anni fa. I “nuovi acquisti” hanno portato sempre una ventata di aria nuova.

La vostra band è fatta di musicisti che, a causa anche di problemi legati ad altri impegni e alla malattia, cambiano spesso. Potete definirvi una delle poche band “in progress”?
Paolo, Emanuele e Domenico: Lo siamo sicuramente e questa è un’altra sfida che speriamo di vincere sempre, fare sì che le diversità all’interno della band non siano un problema ma diventino una risorsa.

Quali sono i vostri progetti futuri? Come sta andando l’ultimo CD?
Paolo: I progetti sono molteplici: stiamo scrivendo una serie di spettacoli tematici che vogliamo portare in giro per le scuole e i teatri in tutta Italia. Abbiamo già scritto 4 spettacoli sui seguenti temi: disabilità (dal titolo Quello che non t’aspetti); discriminazioni (dal titolo Diversi da chi); non violenza (dal titolo Rock no war); ambiente (dal titolo World in progress). Contemporaneamente stiamo scrivendo nuovi pezzi e provando nuovi musicisti, insomma il da fare non manca.
(intervista pubblicata su www.serviziocivilemagazine.it il 6.11.2008)

Per saperne di più:
 www.ladri.com

4. Le donne di Edith

di Marion Van Renterghem

Marion Van Renterghem è giornalista per “Le Monde”. Si è occupata di conoscere e seguire alcune giornate di madri non vedenti che si rivolgono all’Istituto di Puericultura di Parigi, e sono seguite da Edith Thoueille.
Ci sono delle abitudini che resistono a tutto, non c’è che dire. Da quando Jacques e Chabba hanno perso la vista, a causa di una retinite pigmentosa, hanno continuato ad accendere le luci. Un piccolo colpo sull’interruttore una volta aperta la porta di casa, entrando in cucina, andando in bagno, e ogni volta non c’è dubbio che la rispengano. Quando comincia a farsi sera, accendono l’abat-jour del salone. “Sapere di essere al buio, a un orario come questo, ci metterebbe di cattivo umore”, dicono.
Nadia, la loro figlia, spunta correndo nel salone. Suo padre è andato a prenderla a scuola. Lei salta subito al collo di sua madre, si mette a fare delle coccole al suo criceto, poi si siede a tavola ed estrae i quaderni di scuola dalla cartella. Sua madre ci tiene a raggiungerla, e in fretta. Perché per Nadia si tratta di un vero rituale fare i compiti con sua madre. “È la prima della classe”, dichiara Chabba. Sospiro infastidito di Nadia: “La seconda, mamma”. Ed eccole faccia a faccia, ciascuna da un lato del tavolo, molto concentrate.
“Allora cosa abbiamo? Hai dei verbi coniugati?”
“Sì, bisogna mettere l’infinito”.
“Allora, mi dici la frase?”
“Aspetta mamma, scrivo e poi ti dico. Ecco: ‘Egli riflette’, verbo infinito riflettere”
“Sì, esatto”.
Quando sarà grande, Nadia difenderà le cause delle persone cieche. Cosa inventerà per semplificare loro la vita? Nadia esita. “Che l’autista dell’autobus annunci le stazioni. E anche, quando si va a far la spesa, che le persone siano più gentili”. Chabba sorride dolcemente. Non far pesare la loro situazione di deficit visivo sulla loro figlia è la preoccupazione costante di Jacques e Chabba.
Contro tutto e tutti hanno avuto una figlia. Contro il parere della famiglia di Jacques, non intenerita da una giovane e bella donna che però accumulava dispiaceri: era al contempo disabile e algerina. Contro le loro innumerevoli apprensioni. Alla fine hanno avuto un bambino come migliaia di altre persone cieche (sono circa 60.000 in Francia, e oltre un milione le persone ipovedenti, ma il numero delle madri è impossibile da stabilire).
Prima della nascita, le madri cieche sono inquiete e disarmate, come l’era Chabba. Sapranno fare il bagno al bebé senza annegarlo? Trasportarlo senza farlo cadere? Dare le medicine senza sbagliare le dosi? Dargli il biberon senza affogarlo? Portarlo al parco senza che scappi?
Alla fine si sono scambiate un passaparola: “Vai all’Istituto di Puericultura di Parigi, là c’è una donna che pensa a noi”.
Queste donne, avendo paura di sbagliare, non sanno di sapere fare le cose. E invece sanno. E guardano. Sanno riconoscere il loro figlio tra mille.
“È difficile da spiegare – dice Delphine – ma io vedo bene quando lui gira lo sguardo verso di me”. Delphine ha avuto tre figli. Quando vanno insieme al museo, “loro mi raccontano i quadri, io li commento. Le loro descrizioni sono molto precise”. Su questo fatto, Edith Thoueille, ha imbastito una piccola teoria personale, non scientifica. I figli di madri cieche verbalizzano meglio e prima. Sono bambini che imparano prima a sbrigarsela da soli, probabilmente perché le madri, non vedendo gli sforzi che fanno ad esempio per afferrare un oggetto, non accorrono subito in loro aiuto.
Al tempo stesso questa può essere un’arma a doppio taglio. La piccola Clara ha imparato infatti ad appena tre anni che può commettere qualche marachella restando invisibile. “Quando le chiedo cosa sta facendo, e lei mi risponde ‘Non lo so’, posso essere certa che sta facendo qualcosa di proibito”, racconta Anne, sua madre. “L’altro giorno ha dipinto il cane”.
Ora se ne sta in silenzio, io la vedo bene, sta cercando di vuotare il sacchetto di crocchette e darle al cane, il quale trova un evidente interesse a non dare l’allarme. Anne guarda sua figlia, le sopraciglia corrugate.
“Cosa fai Clara?”
“Non lo so”.
“Lo sai che non bisogna dare le crocchette a Jodie?”
“Sì, lo so”.
Siamo andati a prendere Clara a scuola. Si è precipitata verso sua madre con la sua aria birichina. “Mamma, guarda!”, ha detto senza aspettare, mettendo intanto un sacchetto in mano a sua madre e spiegandole il contenuto.
Le mamme cieche raccontano tutte la stessa cosa: ancora prima di comprendere che esse non vedono, i loro figli compensano in modo istintivo il loro handicap. Si avvicinano alla bocca il cucchiaio che esse tendono nel vuoto in maniera imprecisa. Per loro, “far vedere” significa mettere in mano, fare toccare. E non hanno bisogno di diventare grandi per sapere che questi gesti, riservati alle loro madri non vedenti, sono inutili con le persone vedenti.
In un piccolo appartamento di Belleville, Najat racconta la sua storia. Per terra, Mélodie fa dei versetti. Angélique, la figlia maggiore, è a scuola. Najat ha perso la vista quando era piccolissima. Dice che è una fortuna non avere la nostalgia di visioni che comunque non si hanno. Ha 41 anni, e le piace vestire in maniera appariscente. Non le piace ascoltare i consigli o i rimproveri di sua figlia (“Sei brutta così, mamma”), e ha delle idee tutte sue sulle forme e sui colori. “In questo momento, vai a sapere il perché, non sopporto il blu cielo”. A Casablanca, dove è nata, la sua famiglia non le ha mai perdonato di essere donna, e di essere cieca. Sua madre sognava che la Francia fosse un paradiso dove nessuno era malato né disabile. Quando la famiglia è migrata in Francia, Najat era la loro vergogna e la tenevano nascosta. È stata un’assistente sociale che ha obbligato i suoi genitori a mandarla a scuola, lei aveva già quasi 12 anni. “Angélique e Mélodie mi hanno riconciliato con la società. Le persone del quartiere sono gentilissime con me, grazie a loro. Anche la mia famiglia mi chiama ora per chiedermi dei consigli. Senza le mie figlie sarei rimasta trasparente”. Unico cruccio, espresso timidamente, così, en passant: “Il primo sorriso di mia figlia, è l’assistente sociale che l’ha visto. Lei sorrideva e non ero io che la vedevo. Si può anche dire che si fa l’abitudine a tutto, ma non è vero”.
(traduzione a cura di Valeria Alpi)

3. La maternità “visionaria”

di Edith Thoueille

Edith Thoueille è puericultrice e responsabile del Centro Protection Maternelle et Infantile (PMI) di Parigi, inserito all’interno del tradizionale Institut de Puériculture et de Périnatalogie (IPP). All’interno del PMI, Edith ha inoltre istituito da oltre vent’anni il Service Périnatal d’aide à la parentalité des Personnes Handicapés (SPPH), specializzato nell’aiuto alle future mamme non vedenti.
La creazione del servizio di accompagnamento SPPH presso il Centro Protection Maternelle et Infantile di Parigi risale al 1986, quando una puericultrice del settore ci ha indirizzato Anne, una mamma non vedente dalla nascita, e sua figlia, indenne dal deficit visivo. Come potevamo aiutare questa giovane mamma? Ingenuamente cercai di chiudere gli occhi per tentare di immaginare un nero infinito… la cecità. La mia reazione di allora, legittima in quel momento, oggi mi fa sorridere: il mondo di Anne non è in nero, del resto lei non sa cosa questo colore rappresenta, non ha mai visto i colori, il nero come il rosso. La nostra ignoranza sull’handicap era totale!
Abbiamo preso quindi contatto con l’Associazione Valentin Haüy e la nostra interlocutrice, Claudette Saonit, consulente in gestione sociale e familiare, felicissima di questo nostro passo, ci invitò a incontrare alcuni genitori. Ogni coppia ci raccontò la propria storia: dal desiderio di un figlio, al vissuto della gravidanza, alla nascita. Alcuni racconti erano strazianti: al di fuori dello spazio associativo, queste persone vivono la realtà della solitudine e della incomprensione. Niente viene loro risparmiato. Una giovane donna ci confidò la sua tristezza nel vedere associata la sua cecità a un deficit intellettivo. Isabelle viveva male la scarsa conoscenza che hanno le persone vedenti dei suoi bisogni, ma anche delle sue gioie: “Si può essere ciechi e felici, il nostro handicap l’abbiamo addomesticato da parecchio tempo”. Chaba, molto in collera, diceva che non sopporta che quando si trova nei negozi e pone delle domande, i commessi rispondono alle persone che l’accompagnano: “Non sono sorda, possono parlare direttamente con me!”.
Dopo questa riunione, abbiamo deciso di ritrovarci una volta al mese presso l’Istituto di Puericultura, per affrontare differenti temi, come lo sviluppo psicomotorio del bambino, soffermandoci soprattutto sull’importanza del sorridere rivolti al bambino, del toccare, della voce, dell’allestimento colorato dello spazio.
Una mamma cieca è capace di “accarezzare” con gli occhi il suo bambino.
Le stesse madri sottolineano molto bene questa nozione dello sguardo, quando come Giselle dicono: “Quello che apprezzo di più qua all’Istituto è il fatto che mi si guardi”.
Si contano in Francia circa 60.000 ciechi e un milione di persone ipovedenti; a partire da queste cifre è impossibile determinare il numero di adulti che sono diventati genitori o che potenzialmente potrebbero diventarlo. Creando questi incontri, noi pensiamo principalmente a rispondere a delle questioni pratiche. Non per sostituirci ai genitori, ma per cercare insieme la soluzione più adatta alle aspettative di ciascuno.

Puericultura adattata
Per realizzare tutto ciò abbiamo utilizzato tutti i supporti possibili: 

  • testi riscritti in Braille (questo non è possibile per tutti i temi, essendo la ritrascrizione troppo voluminosa: per una pagina di scrittura normale occorrono infatti quattro pagine in Braille); 
  • registrazioni audio dei vari temi come la prevenzione degli incidenti domestici; 
  • video con audio commento; 
  • calibrazione delle siringhe; 
  • preparazione delle etichette in Braille; 
  • adattamento dei giocattoli affinché i genitori partecipino direttamente alle diverse scoperte fatte dal bambino; 
  • preparazione del “buon” e del “cattivo” corredino, al fine di evitare gli indumenti che presentano troppi lacci da manipolare per preferire il velcro o i bottoni a pressione; 
  • consigli per l’allestimento dello spazio del bagno e del fasciatoio.

Per ogni donna che inizia una gravidanza proponiamo anche delle sessioni di “puericultura adattata”. In media sei sessioni di tre ore, cui si aggiungono due sessioni di preparazione all’allattamento, e una sessione di manipolazione dei diversi materiali (biberon, sterilizzatore, misurini per il latte in polvere, ecc.), e infine una sessione per imparare a portare la fascia porte-enfant. In totale dieci sessioni di puericultura adattata, ripartite prima della nascita del bambino e seguite anche dopo l’arrivo del bambino.
Inoltre la dimostrazione di alcune cure in una sorta di svolgimento a tre (il bambino, la mamma e la puericultrice).
C’è stato bisogno di micro-analizzare attentamente tutti i nostri gesti per poterli meglio descrivere e trasmetterli.
In queste dimostrazioni, la futura madre prende coscienza di quello che può fare per acquisire una certa autonomia, e anche limitare così la differenza che sente rispetto a una madre che vede. Dobbiamo quindi essere in grado di darle gli strumenti perché riesca a fare questo passaggio.
Di solito si tratta di strumenti molto pratici, ma certe volte ci capita di dover convincere queste madri, con dolcezza, dell’irrealismo di certi desideri, come per esempio voler spingere un passeggino sui marciapiedi. Durante queste sessioni cerchiamo di far accettare alle madri i propri limiti. In casi più seri ricorriamo al versante della psicoterapia con dei nostri esperti.
Le nostre conoscenze si basano sulla pratica del gruppo di auto-aiuto delle madri e dei genitori non vedenti. Il gruppo è composto da una quindicina di famiglie che si incontrano ogni mese per due ore. All’interno partecipano anche, quando possono, i parenti vedenti o non, e i bambini appena nati o che devono nascere (certe donne partecipano durante la gravidanza). I cani sono accucciati in mezzo o nelle vicinanze. Spesso ci sono anche degli ospiti invitati, come gli accompagnatori o altri specialisti dell’handicap.
Ci sono anche capitati vari aneddoti, e abbiamo avuto situazioni inconcepibili in altri reparti tradizionali. Ad esempio immaginate nella stessa camera, e nello stesso tempo, i due genitori, il neonato e… due labrador!
Le nostre équipe si sono adattate ad avere la stessa qualità di relazione tra mamme “tradizionali” e mamme non vedenti.
Qua non ci poniamo tanti problemi se la testina del biberon va a finire un po’ troppo vicina all’orecchio del neonato, né sgridiamo la mamma se tocca con le dita la testina del biberon. Il servizio di dietologia informa le madri sui metodi di sterilizzazione più appropriati, sulla scelta del biberon, della testina, ecc. Per quelle madri che non desiderano allattare (ma sono casi rari), sollecitiamo i laboratori per ottenere del latte liquido e non in polvere.
Nel nostro Istituto, la dottoressa Marie Anne Lepez, pedopsichiatra, ricevendo precocemente le future mamme, le aiuta anche a formulare tutte le paure e inquietudini derivate dal conflitto del desiderio di essere “una madre ideale”, a gestire gli effetti dolorosi che derivano dal ricordo di una infanzia fatta di dipendenza, a resistere ai commenti violenti e che feriscono della famiglia e dell’entourage in senso largo.
Nella maggioranza dei casi, da quando una donna cieca annuncia ai suoi cari di essere incinta, si espone a una serie di commenti devalorizzanti: “Come farai? Non ce la farai mai! E se tu trasmettessi il tuo deficit al bambino? Quando si è già ciechi, perché complicarsi ulteriormente la vita con un figlio?”.
Alcune colleghe, animate dal nostro stesso spirito, si sono rese disponibili all’ascolto, non esitando ad assicurare l’accompagnamento di queste madri dove si rivela necessario, e a preparare il ritorno a casa affinché sia realizzato nelle condizioni più adeguate possibili.
Il bagno, momento di piacere condiviso tra la madre e il bambino, può diventare un vero incubo per una mamma cieca. L’allestimento del bagno e della cameretta deve essere fatto prima della nascita sia dalla nostra équipe sia dalla puericultrice del settore.
La difficoltà di prendersi cura è tale, proprio per il deficit visivo, che anche l’uso delle parole con loro diventa difficile.
Banalizzare l’handicap di queste madri non è il mio obiettivo, perché esso rende quotidianamente la loro vita più complicata della nostra: il mondo è stato predisposto per degli individui che vedono. Ma nonostante tutto, mi piace considerarle come delle visionarie, che hanno la loro maniera specifica di guardare il mondo e il loro bambino, e soprattutto di arricchire coloro che le guardano e sanno ascoltarle con un’attenzione particolare.
(traduzione a cura di Valeria Alpi)

Per saperne di più sul Centro Protection Maternelle et Infantile (PMI) di Parigi:
www.ipp-perinat.com

4. Persone che esprimono valore

Intervista a cura di Giovanna Di Pasquale e Emanuela Marasca

Intervista a Maurizio Carbone, percussionista, collaboratore ed animatore del Festival “Musica Impossibile” (drumdancer@libero.it)

La musica
Sono nato come batterista, suonando diversi generi musicali,quando ho iniziato a comporre musica ho incontrato il percussionista Dom Um Romao (Weather Report, Sergio Mendes, ecc…) che mi ha aperto gli orizzonti e l’universo del mondo delle percussioni.
La musica per me è un potente mezzo di comunicazione e di presa di coscienza delle proprie consapevolezze e forze interiori e occupa nella mia vita una dimensione fondamentale.

La diversità
Quando si parla di “diversità” penso alla ricchezza e alla immensa potenzialità che ha ogni essere umano.
Collaboro sistematicamente con musicisti disabili. L’idea di fare musica  si è presentata nell’occasione del “Progetto Sole”,  nel 1998, un percorso della neuropsichiatria Infantile gestito dall’ASL di Napoli e il Comune di Napoli.
Più in generale, sono interessato a temi che riguardano la diversità nel suo complesso, compresa la diversità di tipo culturale ed etnica che gioca un ruolo fondamentale nel mio percorso musicale:
Il linguaggio delle percussioni ti permette, attraverso gli strumenti, provenienti dalle culture popolari di tutto il pianeta, di approfondire i linguaggi di ogni cultura e nello stesso tempo.
Di farli dialogare e mescolarli. Ho avuto la buona fortuna di suonare con musicisti: iraniani, spagnoli, statunitensi, arabi, francesi, armeni, inglesi, marocchini, brasiliani, africani, tunisini, bretoni…

Persone disabili e musica
Il mio modo personale per avvicinare le persone disabili alla musica, in particolare alle percussioni passa attraverso e sostanzialmente la possibilità di instaurare una relazione, in questo modo le persone reagisco agli stimoli divertendosi, creando armonia.
Oltre il Festival della Musica Impossibile, ho avuto altre esperienze con musicisti disabili o gruppi integrati. Ho iniziato a confrontarmi con  questi progetti nel 1992 in Francia,da allora ne ho fatti davvero tanti;tutti belli e costruttivi, ne cito alcuni:
Progetto Sole-Napoli; Il Ritmo e i Suoni del Mondo-Macerata; I Sentieri delle Percussioni-San Claudio Corridonia; Attività con i bambini del Sharawi- Porto Sant’Elpidio e Macerata;
Come potete ascoltare dai CD l’obbiettivo è stato raggiunto e come per ogni attività umana
si cerca sempre di migliorare.

Le persone, il pubblico
Vorrei che pubblico arrivasse buona musica e forti emozioni.
Di solito i nostri concerti sono di forte impatto emotivo, perché il pubblico percepisce il grande lavoro che abbiamo fatto.
Le persone iniziano a cambiare atteggiamento nei confronti dei disabili: non più “che bravi poveretti”ma persone che esprimono valore. E anch’io nell’ascoltare esibizioni di altri gruppi misti disabili e non ho un impatto emotivo di grande gioia per il lavoro e gli sforzi che hanno fatto per raggiungere quei risultati insieme.
Ho anche notato che queste sperienze hanno modificato in qualche misura le dinamiche interne al gruppo producendo un clima di grande solidarietà. 

3. Dopo Guyot. 26-27-28 ottobre 2006 – Giornate di Bergamo

di Daniele Gambini, musicista-pianista 

Le giornate di Bergamo, dove si sono svolti i laboratori di musicoterapia, sono state ricche di emozioni e di contenuti profondi, soprattutto dal punto di vista dell’integrazione fra le persone, bambini, ragazzi e adulti, ciascuno con le proprie caratteristiche.
Ciascun laboratorio effettuato ha evidenziato quanto siamo diversi fra noi e, soprattutto, come sia importante il rispetto fra gli individui.
La musica è stata veicolo di comunicazione comune per tutti i laboratori e si è notata la fondamentale importanza della sua funzione didattica educativa per ciascun essere umano.
Essa ci ha fatto comprendere il rispetto, l’ascolto, la gioia, lo stare insieme in armonia ma anche la condivisione della sofferenza o della fatica dell’altro e la capacità di saper aspettare il nostro prossimo.

Musica come ascolto:
esistono tanti modi di ascoltare, ma tutte le modalità d’ascolto che pratichiamo ci fanno comprendere l’esistenza di noi stessi.
L’ascolto è l’essenza della nostra realizzazione, è la messa in atto di tutte le componenti di cui siamo costituiti e la musica ci guida alla comprensione di queste. Infatti non si ascolta solo con le orecchie, ma anche con gli occhi, col corpo, col tatto, con la testa, ogni nostra parte è coinvolta.
Osservare con gli occhi per compiere un gesto musicale ha fatto sì che fossero coinvolti ragazzi che generalmente vengono esclusi da determinate attività per alcune loro caratteristiche fisiche.
Ma quale gioia la musica recava loro! Ed erano, essi, in grado di stare attenti al gesto che veniva chiesto loro di compiere, in armonia con tutti.
La musica ha provocato dei cambiamenti, sia nei ragazzi disabili, sia nei ragazzi stagisti, recando in tutti una crescita del livello di attenzione e una maggiore consapevolezza dello stare insieme, dell’ascoltarsi e una cosciente capacità di autocontrollo.
Abbiamo notato tutti che c’erano ragazzi che tendevano a mettersi in mostra disturbando con i loro interventi a voce alta, ma nel giro do poco tempo avevano già diminuito il volume della voce e i loro interventi si erano già diradati molto.

Musica come osservazione e ascolto di regole
 Capacità di appropriarsene per saper gestire il proprio corpo, il proprio pensiero e sapersi divertire all’interno di esse. Dirigere un movimento del corpo per obbedire ad un gesto musicale del direttore e riuscire a comprendere come funziona l’insieme ha contribuito a mettere insieme una piccola orchestra di percussioni in cui ragazzi disabili e normali erano trattati sullo stesso piano.

Musica come mezzo di sovversione delle regole
Ragazzi disabili, che sono benissimo in grado di commuovere, di straordinaria fantasia, di coraggio e vogliosi di trasmettere gioia con la musica.
Disabili che riescono a far valere le loro intenzioni con un gesto musicale, non solo per comandare ma anche per sorridere e divertirsi. Essi sconvolgono il pensiero dei “normali” perché non ci rendiamo conto delle potenzialità umane e della bellezza di un semplice gesto.
Chi si sarebbe aspettato da Raffaele Saggese, ragazzo con sindrome di Down, un concerto di sax tenore, con brani che richiedono una precisione ritmica molto rigorosa e arrangiati su basi ricche di contrattempi? Oltretutto Raffaele aveva anche un suono molto pastoso ed una emissione di fiato da far concorrenza ad un maratoneta!

Musica come rispetto
Significa piena fiducia e massimo ascolto in chi ti sta di fronte!
Forse è stata la parte più toccante del laboratorio di musicoterapia perché ha coinvolto le nostre parti più profonde.
In particolare, il gesto di una persona “diversa” ha un senso molto ricco di significato, perché si vede di meno ma è portatore di tante sfumature di pensiero che non siamo abituati a cogliere nella nostra gestualità quotidiana.
Queste persone non hanno bisogno di farsi sentire, perché suonano con il corpo, con gli occhi, col sorriso con un semplice gesto che spesso noi trascuriamo perché non notiamo.
L’assenza di movimento, o di reazione corporea, in queste persone, non significa mancanza di gioia e poca voglia di partecipare, ma mette alla prova la nostra capacità di saper osservare, ascoltare e comprendere la loro sfera umana.
Il laboratorio che abbiamo effettuato coi ragazzi disabili mi ha insegnato che non si tratta solamente di ripetere i loro gesti cogli strumenti, ma di capire quei movimenti così lievi, osservare le loro intenzioni per ascoltare il loro volere e pensiero.
La musica era il loro pensiero che veniva interpretato da noi, che cercavamo di ascoltarli.
Un altro aspetto che mi ha colpito è quello di non affrettare le nostre conclusioni, perché questi ragazzi sono in grado di ribaltare il nostro modo di vedere, perché non li conosciamo e quindi dobbiamo avvicinarci a loro con molta umiltà e fiducia.
Durante il laboratorio, ad un’apparente indifferenza da parte di un ragazzo disabile si è verificata invece una sua partecipazione emotiva molto grande, perché al cessare dell’attività musicale egli gesticolava per segnalare che non voleva smettere.
Ci vuole molta esperienza di osservazione e pratica musicale per giungere ai livelli di comunicazione espressi durante il laboratorio di musicoterapia di Bergamo.
Occorre molta competenza musicale e capacità di interpretazione perché ogni gesto sonoro dia un senso al movimento compiuto dal paziente. La musica dona colore alla vita contribuendo all’espressione delle nostre emozioni. Per questo un musicoterapeuta deve sapere cosa compie con un gesto musicale per saper osservare, accogliere e guidare con la musica.

Musica per suonare insieme
Vorrei descrivere la mia esperienza personale nei vari momenti in cui sono stato coinvolto come musicista-pianista sordo.
Quando ho suonato a quattro mani con Giulia le parti del Peer Gynt di Grieg ho sentito che si era creata una specie di magia.
L’attacco del brano, il suono che usciva, l’espressione della musica, mi hanno fatto comprendere che le cose stavano andando per il verso giusto.
Quando suonavo ero avvolto in un vortice sonoro, comprendevo che il mio corpo recepiva i suoni dalle mani e dai piedi per passare attraverso il torace, le braccia e nello stesso tempo ero investito dai suoni che uscivano dalla cordiera del pianoforte a mezzacoda. Il mio corpo era coinvolto in una specie di danza in armonia con il movimento musicale dei brani.
La gioia che avevo in corpo era grande e ciò mi ha permesso di suonare con vitalità e soprattutto di ascoltare meglio la musica. Non mi sentivo menomato perché sordo, anzi, mi sono reso conto di essere stato una unità corporea-spirituale, perché il mio corpo ha funzionato in modo molto efficiente come cassa di risonanza per generare in me un piacere e una gioia profonda.
Convibravo con lo strumento e con la magia che si era creata!
Il brano di Schubert è stato significativo perché mi ha completato sia musicalmente, sia trasversalmente, ed ho fatto esperienza di guida musicale, di ascolto e di empatia sonora. Decisione e precisione ritmica, espressione musicale si possono riportare anche a livello metaforico nei rapporti umani.
Il suono del violoncello apparteneva anche a me, poiché lo sentivo nel mio petto e risuonava perfettamente con il mio canto interiore.
Mentre accompagnavo al pianoforte cantavo dentro di me la parte del violoncello, rendendomi conto dei suoi respiri, delle sue appoggiature, dei suoi echi sonori e dei contrasti.
Decisione nel tenere il tempo, significa saper portare avanti un progetto tenendo un certo ordine ma sapendo ascoltare e osservare anche gli altri.
L’osservare i gesti musicali dell’altro aiutano a creare una migliore comprensione dell’espressione e del tempo musicale, un gioco di partecipazione e di complicità con l’altro.
Con l’esecuzione della mia composizione sono entrate in gioco tutte le componenti descritte sopra, in modo molto più accentuate.
Ascoltare se al movimento delle braccia corrispondeva una certa vibrazione del suono e, allo stesso tempo, una percezione corporea, stare attento al tipo di tocco e alla regolarità di tatto-tasto-suono, suscitare sorpresa, meraviglia e stupore, corrispondenza fra realizzazione sonora e pensiero mentale-musicale, rendere partecipi e vivi gli altri delle mie emozioni ma anche far sorgere in chi mi ascoltava un proprio modo di ascoltare, spero il più completo possibile!

www.musicoterapia.it

2. Il musicista del silenzio

Intervista a cura di Giovanna Di Pasquale e Emanuela Marasca

Intervista a Christian Guyot, percussionista e insegnante, animatore di un atelier musicale per persone con disabiltà uditive a Parigi (c.guyotmusique@orange.fr ;c.guyotmusique@wanadoo.fr)

Sono nato in Marocco, che sia venuto da  lì l’amore per le percussioni?
Ci sono vissuto solo per un dozzina d’anni prima di venire in Francia, ho scoperto la musica verso i quindici anni con la pop music, Jimmy Hemdrix, ecc..poi un giorno verso i venti anni ho lasciato gli studi per dedicarmi seriamente alle percussioni. I miei prodigiosi maestri: James Grangereau (varietà), Kenny Clarke (jazz), Raymond Chazal (tamburo), Sylvio Gualda (classica) e Miguel Fiannaca (afro-cubana). In seguito ho lavorato all’Università di musicologia Paris 8, e dopo una dozzina d’anni di “apprendistato” ho ottenuto due primi premi come percussionista,  la laurea della Fondazione di Francia, il diploma in musicologia, il diploma internazionale in percussioni al Centro Acanthe…tutti questi percorsi mi hanno permesso di ascoltare altri musicisti, di imparare prima di tutto la musica e di arricchirmi al livello dell’ascolto. E’ stato un percorso impegnativo e di lunga durata, che ha richiesto molta pazienza …e non è certo finito!
Dopo tutti questi anni di esperienze professionali la musica mi ha permesso di migliorare il linguaggio orale e l’ascolto degli altri. Io ho cominciato esattamente nel 1969, ed eccomi adesso quarant’anni dopo! Si continua ad evolvere perché non si ha mai finito di apprendere!
Con una sordità profonda si può arrivare a fare musica? E la musica che cosa è? E’ l’arte dei suoni. Nella vita professionale la scelta di essere percussionista  è molto difficile soprattutto quando si tratta di stare in mezzo agli altri, non ci si può mostrare sordi.
Suonare in un orchestra è un’esperienza che non è sempre facile, per esempio suonare le parti dei timbali nei “Carmina Burana” di Carl Orff è stato un ruolo molto importante  ma anche un’esperienza indimenticabile. Lo stesso per altre esecuzioni con orchestre molto diverse.
La musica è un linguaggio universale. Qualunque sia la disabilità, la religione, la razza delle persone si può sempre arrivare a creare un linguaggio musicale, teatrale, ritmico. Si possono usare giochi musicale, con oggetti concreti, colori, grafismi, quadri di pittori contemporanei, moderni, classici. Il fine è di creare un opera o un insieme, la cosa più importante + però il piacere di suonare, il piacere di essere insieme.
Nel 1987 ho aperto un atelier di percussioni per persone sorde o con disabilità uditive in un conservatorio nella città di Sursnes, poi qualche anno dopo presso la Schola Cantorum a Parigi.
Abbiamo una pedagogia molto diversa dagli altri conservatori. Lo scopo di questo atelier è di imparare ad ascoltare i suoni attraverso dei giochi musicali, degli ensemble, il teatro musicale..fino allo sbocciare completo di tutte le persone.
Il pubblico, che cosa è? Persone venute per ascoltare e scoprire il mio vissuto attraverso la mia musica, io trasmetto tutti i giorni le emozioni al pubblico con la musica come succede anche attualmente nel mio recital di percussioni dal titolo “Christian Guyot,  il musicista del silenzio”.

Finché c’è dialogo c’è speranza

di Stefano Toschi

Nel momento storico in cui sembra mancare di più, tutti lo invocano. Nel contesto dei post, dei tweet, degli slogan a senso unico, è il dialogo il grande assente della nostra esistenza.
Come dice l’etimologia stessa, c’è un “passare attraverso” le parole che caratterizza la nostra civiltà, il nostro stare in società, la nostra necessaria vita di relazione. Per Socrate è proprio il dialogo a fornire gli strumenti per evitare di commettere errori, siano essi di logica, ma anche morali, perché c’è sempre un fondamento etico nel dialogo. Ed è proprio nei campi fondamentali della vita che esso si rende necessario: nella religione, in politica, fra cittadini e istituzioni, in famiglia, fra amici, fra generazioni, fra culture. Solo attraverso il confronto ci si arricchisce e si trova una sintesi fra le posizioni.
Nel mio caso il dialogo deve usare spesso intermediari. Infatti, non tutti riescono a comprendermi quando parlo e il mio interlocutore deve porsi in condizione di massima attenzione e ascolto. Questo aspetto, che può apparire un limite, in realtà si trasforma in una risorsa e un arricchimento reciproco. Mi capita di parlare a ragazzini in età scolare che, si sa, non sono particolarmente portati all’ascolto. Eppure, forse perché lo prendono come un gioco, forse per curiosità, le mie difficoltà di espressione li inducono a un silenzio di cui i loro stessi genitori, insegnanti ed educatori si stupiscono. Vorrei raccontare un piccolo episodio che è avvenuto mentre ero in vacanza al Villaggio senza barriere Pastor Angelicus, vicino a Tolè, sull’Appennino bolognese.
Tra i volontari che seguivano le persone con deficit c’era anche una ragazza musulmana, Chaimaa, italiana di origini marocchine. Io non faccio mistero con nessuno della mia fede. Chaimaa frequenta per amicizia un gruppo cristiano.  È  stata  l’unica a chiedere di parlare con me, in mezzo a decine di volontari cattolici, e questo mi ha ricordato l’episodio dei dieci lebbrosi ,dei quali l’unico a tornare per ringraziare Gesù era un samaritano. Era venuta anche l’anno scorso ed era rimasta colpita da un mio intervento. Così quest’anno ha deciso di parlare con me. Anche questo è un aspetto essenziale del dialogo: il meditare dentro di sé quello che un altro ci ha detto, per comunicarlo nuovamente in seguito ,per approfondire insieme. Chaimaa mi ha letto un articolo che aveva scritto sul tema della guerra e della pace. Ma soprattutto mi ha parlato della sua ricerca di Dio. Lei usava sia il nome Dio che il nome Allah, ovvero sia il nome italiano che quello arabo. Miha parlato del suo desiderio di stare da sola con Dio. Sentiva un forte bisogno di preghiera personale. Ascoltandola, mi è venuto in mente quel brano di Matteo in cui Gesù dice:“Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,5). Con noi c’era un amico prete, don Davide, il mio accompagnatore al Villaggio senza barriere. Ha ricordato che le prime volte che dormiva in stanza con me, al mattino presto mi sentiva borbottare; solo dopo un po’ di tempo ha capito che stavo pregando. Io sono un po’ “luterano”in questo: per me la preghiera è prima di tutto personale, poi c’è la preghiera della Chiesa. Se non c’è un dialogo personale con Dio, la preghiera comunitaria rischia di diventare un alibi per non pregare sinceramente. Come dice sant’Agostino, Dio è intimior intimo meo, “più intimo della mia intimità”. Con Chaimaa ci siamo trovati pienamente d’accordo sul punto della necessità di pregare personalmente. Io le ho raccontato la mia esperienza degli esercizi spirituali ignaziani. Lei, pur non avendo mai sentito parlare di sant’Ignazio, ne è rimasta molto interessata. Ci siamo lasciati con quello che Ignazio chiama il “gusto spirituale” di una ricerca di rapporto autentico con Dio, oltre che con una nuova amicizia basata sul rispetto reciproco.
Ecco perché penso che anche il dialogo interreligioso acquisisca più senso se lo si costruisce a partire non tanto dai movimenti, dai gruppi, dai vertici, ma dalle persone. È il dialogo a due quello dell’intimità, quello in cui è meno probabile sentirsi giudicati, o minoritari. Dialogare vuol dire ascoltare e com-patire, cioè sentire le stesse cose che sente l’interlocutore, specialmente le sue gioie e le sue sofferenze. Non vuol dire dare sempre ragione all’altro o fare proprio il pensiero altrui.
L’essenza del dialogo, di qualunque natura esso sia, è l’avanzare insieme verso un obiettivo. Potrebbe essere la conoscenza reciproca, oppure quella di un principio, ma dovrebbe condurre le parti dialoganti verso una realizzazione comune: non necessariamente una sintesi, ma, almeno, la consapevolezza dell’altrui posizionamento. Possiamo dare molti nomi a ciò che ci spinge a cercare il confronto: senz’altro è l’assenza di esso che causa molte delle più comuni incomprensioni.
Il dialogo con persone con deficit può risultare più difficile. Talvolta non sono in grado di esprimersi facilmente, come nel mio caso, oppure non riescono proprio a farlo. Altre volte, hanno veicoli comunicativi diversi, il cui approccio richiede all’interlocutore un ulteriore sforzo a livello di ascolto, di attenzione, di impegno nel cercare di comprendere. Ma è proprio questo scoglio che permette un “secondo livello” di arricchimento nel confronto.
Ho tanti amici con deficit fisici così significativi da non permettere loro di esprimersi verbalmente: per anni, molti di loro sono stati ritenuti deficitari anche dal punto di vista intellettivo, solo perché nessun professionista incontrato sulla loro strada era stato in grado di ascoltarli, di osservarli realmente, con attenzione, tanto da arrivare a capire che erano perfettamente senzienti, anzi, spesso, con un’intelligenza ben sopra la media: semplicemente non erano capaci di esprimersi tramite i canali tradizionali. Oggi, senz’altro, la tecnologia viene in nostro aiuto, ma quando ero più giovane, se non fosse stata per la determinazione delle mamme e dei papà miei e di questi amici, oggi saremmo probabilmente considerati dei subdotati. Invece, è avvenuto esattamente l’opposto:ognuno di noi si è poi realizzato e affermato nella vita, secondo i propri carismi, le proprie aspirazioni e attitudini. È stato quel dialogo intimo e speciale fra un figlio e i suoi genitori che ci ha sostenuti nella nostra battaglia di riconoscimento dei rispettivi talenti; ma è sufficiente una maggiore attenzione ed empatia da parte di qualsiasi interlocutore per arrivare a comprendere fino a che punto può spingersi il dialogo con tutti coloro che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada. Le storie che hanno da raccontareglialtrisonospessobellee interessanti:senonlosono,magarine abbiamo noi una da raccontare a loro. Pronta per essere ascoltata.

 Verso un Canada accessibile. La lunga consultazione per una legislazione federale che non c’è

di Massimiliano Rubbi

 Il governo canadese insediatosi nell’autunno 2015 e guidato dalla figura, divenuta iconica anche in Europa, di Justin Trudeau, ha dimostrato un’attenzione specifica al tema della disabilità sin dalla sua costituzione. Per la prima volta nella storia del Paese, a un ministro sono state esplicitamente attribuite responsabilità specifiche sulle “persone con disabilità”, integrate (sotto dipartimenti separati) a quelle del preesistente Ministero dello Sport: un abbinamento che suona curioso, rispetto alle connessioni più consuete con le politiche sociali o il lavoro, ma che ben si attagliava al profilo del ministro designato Carla Qualtrough, con un passato di atleta paralimpica nel nuoto e poi di membro del Comitato Paralimpico delle Americhe.
Nella lettera di mandato di Trudeau a Qualtrough, in modo ancor più significativo, la prima priorità individuata per il Ministero era “guidare un processo di coinvolgimento con province, territori, comuni e portatori di interesse che conduca all’approvazione di una legge per i canadesi con disabilità [Canadians with Disabilities Act]”. Il Canada infatti difetta di una normativa federale generale sull’accessibilità, a differenza del suo vicino statunitense e di alcune delle sue stesse province interne – a partire dalla più popolosa, l’Ontario, che sin dal 2001 ha un “Ontarians with Disabilities Act” e che nel 2005 ha integrato la sua normativa con l’obiettivo esplicito di “rendere la provincia pienamente accessibile entro il 2025”. Il percorso verso una legge federale sull’accessibilità non è ancora compiuto mentre scriviamo, ma appare di notevole interesse anche per le modalità con cui è stato intrapreso come, appunto, “percorso”.

In ascolto da due orecchie
Il Governo federale ha avviato nel giugno 2016 un processo di consultazione nazionale, lanciando il sito web “Accessible Canada” attraverso cui tutti i cittadini sono stati invitati a dire “cosa significa accessibilità per loro e cosa potrebbe significare per le loro comunità”, nonché organizzando 18 incontri in varie aree dello Stato, 9 tavole rotonde per mettere a confronto associazioni di persone con disabilità, esperti universitari e rappresentanti dell’industria, e un forum nazionale giovanile. Fonti governative sottolineano che nell’impostare la consultazione “sono state identificate – ove possibile – le migliori prassi, particolarmente rispetto al garantire un processo accessibile. Per esempio, gli incontri di persona sono stati pianificati per essere pienamente accessibili a una gamma di disabilità – fornendo sottotitolazione dal vivo in inglese e francese, Lingua dei Segni americana e del Québec, e servizi di mediazione per partecipanti sordo- ciechi. Nel Canada settentrionale è stata fornita anche la lingua dei segni Inuit”. La massima accessibilità è stata garantita anche per il sito web e per le modalità di contatto a distanza degli organizzatori. Il processo di consultazione è stato quindi l’occasione per testare nella pratica (e nei costi) gli standard di accessibilità che potranno essere imposti in futuro.
La consultazione si è chiusa il 28 febbraio 2017, con la partecipazione di oltre 6.000 cittadini e 90 organizzazioni, e i suoi esiti sono stati sintetizzati nel maggio 2017 in un rapporto governativo dal titolo “Creare una nuova legislazione nazionale sull’accessibilità: cosa abbiamo imparato” . Sono così state identificate linee generali e priorità per la nuova legislazione: ad esempio, che sia “ambiziosa”, che stabilisca definizioni di disabilità e di accessibilità al contempo coerenti, ampie e precise, e che includa “meccanismi  forti  di  conformità  e  di esecuzione che potranno essere applicati progressivamente”, il cui controllo sia affidato a una autorità indipendente.
Il Governo federale non si è tuttavia accontentato di condurre “le consultazioni più ampie e più accessibili sui temi della disabilità mai viste in Canada”, e, pur traendo dal loro esito “un orientamento chiaro sulla strada da percorrere”, ha ritenuto di finanziare direttamente alcuni portatori di interesse nel campo della disabilità, con 2 milioni di dollari canadesi (più di 1.200.000 Euro) su due anni, per aiutarli a coinvolgere le persone con disabilità nel percorso verso la nuova legislazione. Una delle organizzazioni finanziate è la “Alleanza per un Canada inclusivo e accessibile”, che riunisce 16 associazioni di persone con disabilità, e che di fatto ha raccolto il testimone del processo partecipativo governativo organizzando ulteriori consultazioni tra marzo e luglio 2017. Steven Estey, responsabile del settore internazionale del Consiglio dei canadesi con disabilità, ha lavorato a queste consultazioni, e ne spiega l’utilità notando che il Governo ha condotto le proprie soprattutto in grandi città: “il Canada è una grande nazione vuota, abbiamo un territorio enorme e 30 milioni di persone; forse 5 città hanno più di un milione di abitanti, il resto di noi vive in paesi piccolissimi o medie città. Le questioni relative all’accessibilità, per esempio, sono molto diverse nei grandi centri urbani da quanto non siano nelle piccole città, o nelle comunità isolate nel Nord o vicino al Polo Nord. Ciò che volevamo fare era quindi parlare ai canadesi che vivono nelle città secondarie e nei paesi più piccoli, per ascoltare cosa vogliono”.
Anche questo processo di consultazione ha prodotto due rapporti nelle sue diverse fasi, e i toni di alcune testimonianze appaiono più schietti: “la società pensa che per qualcuno con una disabilità vada bene avere il 70% di quello che hanno le altre persone”, oppure “nessuno vuole pagare le persone con disabilità. Ci si attende che le persone con disabilità lavorino da volontari, o per meno del salario minimo. Questa è schiavitù sottile”. I rapporti evidenziano molte questioni concrete da risolvere, a partire dalla condizione di povertà in cui vivono molte persone con disabilità (secondo dati governativi, nel 2011 le persone con disabilità avevano un tasso di impiego del 49% rispetto a quello del 79% tra i non disabili, e nel 2014 il 23% delle prime era in una condizione di basso reddito contro il 9% dei secondi), mettono in evidenza la doppia discriminazione cui sono soggette le persone con disabilità appartenenti alle comunità aborigene, e non nascondono che “i bisogni di diverse persone con disabilità a volte confliggono”, pur dichiarando la possibilità di trovare punti di equilibrio soddisfacenti. Si rileva inoltre, una volta di più, la necessità di una legislazione di livello federale, a fronte di un quadro dei servizi di assistenza e integrazione sociale che, oltre ad avere modalità di accesso “che disorientano e richiedono molto tempo”, sono gestiti da ogni provincia a proprio modo, costituendo un ostacolo non di rado insormontabile per le persone con disabilità che vorrebbero trasferirsi, spesso proprio per accedere a un lavoro, da una parte all’altra del Canada.

Mostrare i denti
Una consultazione così articolata è stata accolta positivamente dalla comunità delle persone con disabilità, la cui condizione era stata a lungo tenuta lontana dai riflettori. Secondo fonti governative, inoltre, il processo ha già prodotto un mutamento concettuale significativo per quella che, ricordiamo, era nata come normativa “per i canadesi con disabilità”: “dal momento che la legge porterebbe benefici anche ai canadesi che non si autoidentificano come persone con una disabilità. Quando il Governo, nel maggio 2017, rendeva noto “cosa aveva imparato”, la stampa anticipava che la proposta di legge sarebbe arrivata alla Camera dei Comuni all’inizio del 2018, ma la presentazione in parlamento è poi slittata a giugno 2018; nel frattempo, tra agosto 2017 e gennaio 2018, il Ministero competente ha avuto due avvicendamenti al vertice, anche se secondo Estey il ritardo non è da attribuire a questo. La Camera dei Comuni ha completato le tre letture richieste dal sistema parlamentare canadese nel novembre 2018, e nel febbraio 2019 si è avviata la discussione in Senato; per entrare in vigore, la legislazione sull’accessibilità dovrà essere approvata da entrambi i rami del Parlamento entro giugno 2019, quando il Governo entrerà in campagna elettorale in vista del termine della legislatura. Esiste quindi la possibilità che il vasto lavoro svolto non sfoci in alcun esito effettivo, e venga passato al prossimo governo, che potrebbe dimostrare una minore sensibilità sul tema.
Questa possibilità è resa ancor più probabile dal fatto che il testo licenziato dalla Camera dei Comuni è stato criticato come troppo “timido” dalle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità: secondo una di esse, la “AODA – Alleanza per la legge per l’accessibilità dei cittadini dell’Ontario con disabilità” (www.aodaalliance. org), “questa proposta non impone che alcuna barriera per la disabilità sia rimossa o impedita. Le buone intenzioni non trasformano una legge debole in una legge forte ed efficace”. Per questo in una lettera aperta del 30 ottobre 2018 ben 95 associazioni, esprimendo “significative preoccupazioni in merito”, avevano proposto 9 emendamenti per rafforzarlo. La Camera non ha raccolto   queste   preoccupazioni, e le organizzazioni stanno quindi esercitando pressione perché sia il Senato a farlo, nella discussione in aula e nelle probabili audizioni in programma – e tuttavia, la legge entrerà in vigore solo se approvata con il medesimo testo dalle due assemblee parlamentari.
Il rischio che i passaggi parlamentari portassero all’approvazione di norme “annacquate”, grazie all’affermazione di interessi diversi da quelli delle persone con disabilità, era del resto già noto. Estey afferma che “ovviamente, gli interessi del settore privato sono verso la minore regolazione possibile”, e che pertanto buona parte del suo lavoro attuale è “dietro le quinte, sviluppando relazioni con i membri del Parlamento così che possiamo parlare con loro a tempo debito. Le imprese stanno facendo azione di lobbying, e così anche sta facendo la comunità delle persone con disabilità”. Uno degli elementi che più chiaramente emerge dalla consultazione è la necessità di una legislazione “con i denti”, capace di imporre regole stringenti e standard ben definiti, magari destinando le sanzioni per il mancato rispetto delle nuove normative al finanziamento di incentivi per rientrare in requisiti ancor più rigidi. Imprese come banche, compagnie aeree ed emittenti radio-televisive, private ma soggette a regolazione federale, hanno spesso codici di autoregolamentazione su base volontaria in materia di accessibilità, che però si sono finora rivelati insufficienti a garantire una valida e tempestiva risposta ai bisogni delle persone con disabilità. Nelle parole di Estey, “non ha senso avere una legge senza denti, nessuno vuole aspettare le cose, per cui abbiamo bisogno di un robusto meccanismo di applicazione”, analogo a quello in vigore, grazie a leggi specifiche e ormai consolidate, negli Stati Uniti e in molte nazioni europee. Ciò contribuisce a spiegare la posizione di “all in” adottata dalle associazioni rappresentative rispetto alla discussione in Senato: “Perché non dovremmo semplicemente accettare la proposta di legge così com’è? Nessuna legge è perfetta. Perché non dovremmo semplicemente metterla in atto e poi provare a lavorarci? Non è meglio di niente? Stiamo rischiando di perdere tutto cercando di migliorare questo disegno di legge? […] Questa non è la nostra strategia, per ragioni ottime e testate nel tempo, basate su molti anni di esperienza ‘in trincea’ nel promuovere leggi in questo settore. Abbiamo imparato che il modo migliore per essere sicuri di non compiere ulteriori progressi è rinunciare a provare. Fino a quando un disegno di legge non ottiene l’ultimo voto di cui ha bisogno per diventare legge, c’è sempre un’opportunità per migliorarlo. La nostra tenacia è la nostra forza”.
È il Governo, nondimeno, a riconoscere che “la nuova legislazione federale da sola non può rimuovere tutte le barriere. Tutti hanno bisogno di lavorare insieme, nel settore sia pubblico che privato, per creare nuove opportunità di piena cittadinanza e partecipazione per le persone con disabilità e per aiutare a cambiare il modo in cui pensano le persone.
È anche per questo che il Governo del Canada offre molti programmi che sostengono le organizzazioni e le persone con disabilità rispetto alla loro inclusione nelle comunità, aiutandoli ad assicurarsi posti di lavoro e migliorando i servizi loro offerti. In aggiunta a queste misure, stiamo anche lavorando per un cambiamento di cultura, e aumentando la consapevolezza del potenziale delle persone con disabilità”. Fermo restando il ruolo di esempio che, per ammissione del Governo stesso, le istituzioni pubbliche devono guadagnarsi e mantenere rispettando per sé stesse i requisiti di accessibilità che impongono a tutti, le consultazioni svolte sul tema negli scorsi mesi possono davvero segnare un cambio di passo nell’immagine, e di conseguenza nella condizione, della comunità delle persone con disabilità nella società canadese – naturalmente, a patto che si traducano in una legislazione all’altezza di questa ambizione.

4. Sono soltanto un viaggiatore. Lettera di Gabriele Del Grande ai Futuri Maestri

di Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore

La presente lettera è stata resa pubblica dalla compagnia Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena, ideatrice del progetto Futuri Maestri, al cui omonimo spettacolo finale abbiamo assistito con il Progetto Calamaio durante l’anno 2017. Tra i grandi maestri, chiamati come ospiti a ogni replica, ci fu anche Gabriele Del Grande che in quella occasione la recitò di fronte a oltre mille bambini e ragazzi.

Cari ragazzi, mi hanno detto che cercate un maestro, ma io sono soltanto un viaggiatore. Al massimo posso aiutarvi a preparare la valigia. Ormai ho una certa esperienza…
Eccone una! Mi raccomando prima di partire deve essere completamente vuota. Dentro ci sono tutte le vostre sicurezze. Buttatele! Alleggeritevi! Fate spazio all’avventura! All’imprevisto! Anzi buttate pura la valigia… Alla vostra età tutto quello che vi serve lo avete già nel cuore.
La mappa? No, neanche quella. Perché le strade si imparano soltanto perdendosi. Ecco finalmente qualcosa di interessante! Un filo rosso. Servirà a non dimenticarvi da dove siete venuti. Quando lo srotolerete scoprirete che in fondo al filo rosso è legato un sacchettino. Dentro ci sono dei gioielli. Sono i vostri sogni e le vostre fragilità. Per quanto lontano possiate andare, saranno sempre con voi. Abbiatene cura. E quando troverete qualcuno con cui sognare insieme senza paura di mostrargli le vostre fragilità, avrete trovato un compagno di viaggio.
A quel punto non sarete più soli a camminare. E avrete bisogno di questa chitarra. Perché ogni piccola conquista del viaggio va celebrata con gioia! Ballerete insieme al raggiungimento di ogni tappa. E sulle salite più dure canterete i motivi che vi hanno spinto a partire. E quando vi accorgerete di aver sbagliato strada, canterete ancora più forte, a squarcia gola e fino a perdere la voce. Perché avrete un dannato bisogno di bellezza e di nostalgia per rimettervi in moto.
A quel punto sarete pronti per aprire questo libro. Adesso se lo sfogliate è ancora vuoto. Completamente bianco. Non c’è scritto niente. Ma quando avrete sbagliato strada almeno una volta e inizierete a chiedervi perché non vi siete portati dietro né una mappa né una valigia, aprirete il libro e ci troverete narrata la vostra avventura.
E allora avrete anche voi una storia da raccontare. La vostra! E avrete finalmente trovato voi stessi. E sarete pronti ad amare. E l’amore – vedrete – cancellerà metà di quello che i vostri maestri vi hanno insegnato. E così facendo vi renderà liberi e folli al punto giusto per aprire il mio ultimo regalo.
È un seme.
È il vostro futuro.
È piccolo, vero?
Eppure questo seme vi insegnerà tutto quello che c’è da sapere nella vita. La fatica di lavorare il terreno.
La cura nel coltivare un piccolo arbusto. L’attesa per vederlo crescere.
E infine la gioia e la pace del raccoglierne i frutti.
Perché un giorno questo piccolo seme diventerà un grande albero. Basta che ci crediate.
Buon viaggio ragazzi.
Ovunque siate diretti.

3. Buoni e cattivi. Esperienze di diversità per una cultura di pace

“Bambini di farina”, un laboratorio per bambini che ha collegato pane e diversità, mettendo al centro il racconto di alcune donne migranti con la preparazione del pane e l’incontro con la disabilità; le sperimentazioni Hip Hop con le classi multiculturali delle scuole medie Saffi del rione Pilastro; le esplorazioni del libro modificato nei simboli della CAA, di agile lettura anche per chi ancora non conosce l’italiano, il contatto con i volontari con del Servizio di Giustizia Minorile e con la compagnia teatrale Cantieri Meticci, gli scambi internazionali, con Serbia, Albania, Ucraina, Inghilterra, Spagna e il Brasile, i cineforum e le discussioni interne… Non sono mancate in questi anni le occasioni formative ideate e condivise che hanno ampliato su più livelli il raggio del nostro impegno volto al dialogo tra le culture.
Alcune di queste le potete incontrare sul blog del Progetto Calamaio (http://progettocalamaio.accaparlante.it), altre nella Biblioteca del Centro Documentazione Handicap di Bologna, altre ancora nel ricordo e nelle parole che non sono andate perdute.

3.1. Il tempo per pensare
“La maggior parte delle persone che conosco dicono di trovarsi in una ‘situazione di stallo’, nella più totale incapacità di inquadrare lucidamente la situazione.
Un modo per farlo potrebbe forse consistere nell’abbracciare una concezione trasversale del dolore, cercando di comprendere in che modo lavorino le metriche del lutto, cercando ad esempio di comprendere perché il bar mi colpisca al cuore in un modo che gli altri obiettivi sembrano invece non fare. La paura e la rabbia possono gettare con assoluta fierezza tra le braccia dello stato di polizia. Suppongo che sia questo il motivo per cui mi trovo meglio con chi si trova invece nella situazione di stallo. Ciò significa che si prendono del tempo per pensare. Ed è difficile pensare quando si è paralizzati dallo spavento. Ci vuole tempo per farlo, e qualcuno che sia disposto a farlo insieme a te – qualcosa che ha la possibilità di accadere, forse, in un rassemblement non autorizzato”.
Judith Butler, 13 novembre 2015

Lunedì 23 novembre 2015, a seguito dei tragici fatti del Bataclan che dieci giorni prima sconvolsero con un attentato a un concerto la città di Parigi e il mondo intero, negli spazi del Progetto Calamaio decidemmo che era venuto il tempo di fermarsi. Tirare il fiato, prenderci il tempo di una pausa, metterci insieme per pensare, condividere le sensazioni, il disorientamento. Qui il ricordo di quell’importante momento in cui per la prima volta abbiamo coniato il termine “cultura di pace” e nel nostro lavoro abbiamo riconosciuto il seme di una piccola, grande, risorsa.
Presenti: Sandra, Manu, Claudia e Lucia con Eleonora, Alessio e Barbara con l’intero gruppo Calamaio

Che cosa è accaduto di recente nel mondo e di cui si parla dappertutto? Proviamo a dircelo liberamente. Come dei writers lasciamo alcune scritte sul muro di fronte a noi…
La Francia, la guerra, Parigi, terrorismo, è successo un casino, Isis, attentati, in Africa, arresti, bombe sugli aerei, si cercano persone, mandante sconosciuto, cosa sta succedendo in Belgio, che decisioni si stanno prendendo a livello politico, è tutto bloccato, paura, una domanda: “di problemi ne abbiamo già abbastanza noi, perché preoccuparci anche di quel mondo?”, “in questo mondo però ci viviamo e dobbiamo interessarci di quello che ci accade intorno”, è coinvolta anche la scuola e più in generale lo sono i bambini, rischi in Italia, c’è fuori chi non vuole o ha paura di fare inclusione, un conto è informarsi un conto è caricarsi dei problemi del mondo, non mi è chiaro il ruolo di Putin, si cerca una soluzione per tutto il mondo, hanno colpito i luoghi della cultura, “cosa ha a che fare tutto questo con la disabilità?”, noi lavoriamo in ambito culturale, non possiamo farci niente, ci interessa conoscere la disabilità così come viene vissuta negli altri paesi, tutto questo continuerà anche nel nostro futuro? C’è qualcuno che già sa ma tace per non spaventare le persone o che già sa come risolvere la situazione, un po’ di colpa ce l’abbiamo anche noi europei, il problema è nel dare le armi, il problema sono quelli che le fabbricano per fare del male, si fa fatica a parlarne.

Vi abbiamo fatto questa domanda per capire che ruolo possiamo avere noi, che lavoriamo nelle scuole, nella trasmissione di una cultura di pace. A dire il vero noi facciamo cultura di pace da tanti anni, entrando nelle classi a parlare di diversità e confrontandoci con bambini di tante culture diverse e stiamo attenti a osservare quella che è la cultura che ci circonda, intesa non solo come relazione con la diversità ma come “aria che si respira”…
Stefania B.: Io stavo riflettendo sul fatto che l’intercultura ce l’ho in macchina… Con i miei autisti che ogni giorno mi portano al lavoro, ce l’ho anche a casa, a Casa Santa Chiara dove un nostro operatore che è albanese mi ha spiegato come funziona tutta la faccenda dei Balcani.

Claudia: In quello che avete detto non è per niente uscito il tema della religione, dell’Islam o dei musulmani.

Barbara: Eh già… Cosa c’entrano secondo voi in tutto questo?

Stefania B.: A me fa paura parlarne. Parlarne con loro vorrebbe dire toccare un tema, un punto delicato.

Stefania M.: È rischioso, perché vai a toccare l’intimo di una persona.

Tatiana: Non bisogna generalizzare. Non è che adesso tutti i musulmani sono cattive persone, molte sono brave persone.

Francesca: Per me i musulmani possono fare quello che vogliono basta che non vadano a invadere il nostro modo di vivere, cosa che ora stanno facendo, hanno in mano loro tutto quanto. L’Europa dovrebbe un po’ svegliarsi, capire che cosa vogliono. Stefania B.: In realtà mi sembra che queste persone agiscano più dal punto di vista “pratico” che fare tanta filosofia…

Eleonora: È anche vero che dichiarano di agire nel nome di Dio…

Andrea: A me non va di parlarne. Come dicevo abbiamo già abbastanza problemi perché dobbiamo caricarci di quelli del mondo? E poi la parola pace è una parola troppo grossa.

Tiziana: Un conto è informarci, un conto è caricarci di quello che accade, secondo me poi ci interessa anche parlare di questo per conoscere la disabilità nei vari paesi.

Tatiana: Nella scuola l’intercultura è diventata un tema molto importante, se ne parla spesso, se noi lavoriamo nelle scuole dobbiamo considerarlo.

Lorella: Il problema è che la cultura musulmana, che è una brutta razza (fanno cose per me tremende) vuole eliminare la nostra cultura cattolica… la nostra cultura in generale…

Emanuela: Ma secondo te i terroristi sono degli uomini religiosi? Lorella: Sì, sono musulmani.

Emanuela: Ma tu lo conosci l’Islam?

Lorella: L’Islam è una religione di terroristi.

Emanuela: L’Islam come la religione cattolica è una religione di pace. Quindi loro non si comportano come dei veri musulmani, né come delle persone religiose. Tiziana: Secondo me i terroristi sono terroristi perché hanno paura…

Lucia: Titti, sei diventata una sociologa! Anch’io la penso come te, perché un ragazzo di vent’anni arrivi a uccidere gli altri e se stesso, vuol dire che non ha nulla da perdere, che ha paura di qualcosa e che questa paura si è impossessata di lui trasformandosi in odio…

Stefania B.: Forse ha a che fare con la diversità, hanno paura della diversità perché la diversità fa paura.

Tiziana: Comunque anch’io vivo su di me l’intercultura, con Vica. Sandra: Vuoi spiegare a tutti chi è?

Tiziana: La madre delle mie nipoti. Sandra: E la compagna di tuo fratello. Tiziana: Sì, è la compagna di mio fratello.

Sandra: Torniamo alla domanda iniziale. Perché ci interessa parlare di cultura di pace? Da tanti anni lavoriamo a scuola sul tema dell’educazione, ci occupiamo di cultura collettiva, delle percezioni delle persone nei confronti dell’altro, prestiamo attenzione a quello che sentono i bambini.

Come possiamo fare noi a lavorare con le scuole in tutto questo? A livello culturale, secondo voi, di che cosa c’è bisogno?Tutti: Pace, armonia, mantenere la calma, mantenere la pace, conoscerci, dialogo, niente guerra, ma che cosa possiamo fare noi per dire di no alla guerra?

Andrea: A me non va di parlarne, la parola pace è una parola troppo grossa.

Sandra: È vero, è una cosa complessa. Ma noi non siamo qui per parlare di geopolitica né di storia, non è nelle nostre competenze. Ciononostante io penso che possiamo avere un ruolo importante nel trasmettere una cultura di pace. Se io sento la pace come una cosa lontana va a finire che la tengo a distanza e non la alimento. Il rischio è anche quello di cedere al clima di paura e di grande preoccupazione che tutti noi viviamo che significa poca pace. A me fa quasi più paura vedere una persona sull’autobus che guarda con disprezzo un marocchino di un attentato, perché se l’attentato è un’azione violenta, plateale e, si spera, accidentale, qui la violenza è una costante. Se io identifico qualcuno che non conosco come il nemico è pace? Questo per me non è pace, avere paura di un altro non è pace.
A noi interessa lavorare con i bambini su questo, insegnare loro a fare esperienza di tante diversità perché fare esperienza di diversità conduce alla pace.

Stefania B.: Io da studente avevo proprio una compagna mulatta, madre italiana e padre somalo…

Danae: Io ero in una classe piena di cinesi.

Claudia: Beh, anche tu sei un po’ interculturale o sbaglio?

Danae: [sorride] No, non sbagli… Brasiliana, argentina, italiana…

Francesca: Per rispondere ad Andrea, ma questo è solo il mio parere, io la sento in maniera diversa. Io penso che non dobbiamo stare nel nostro piccolo.

Andrea: Ma io non penso che dobbiamo farlo.

Lucia: Provo a interpretare il tuo pensiero. Tu dici: è giusto informarsi ma poi non è una mia responsabilità…

Andrea: No, la responsabilità non c’entra niente. Per me la parola pace è proprio troppo grossa, soprattutto adesso.

Sandra: Proprio per questo dobbiamo farla vedere di più, proprio perché è una parola grossa, concretizzarla. L’obiettivo è quello di rendere la pace più vicina a noi. Più la considero grossa più la sento lontana.

Lucia: Anch’io penso che sia importante spenderci a scuola a favore della pace, anche perché è dalle esperienze che facciamo fin da bambini che tutto si costruisce. Forse Andrea vuole mettere in campo il fatto che ci sono tante contraddizioni all’interno della parola pace ed è difficile giudicare una situazione in cui ci sono di mezzo, politica, religione, interessi…

Emanuela: Per questo dobbiamo essere pronti, anche per poi affrontare le classi a scuola. Con i nostri giochi conduciamo spesso i bambini a parlare di paura, di pregiudizi. Dobbiamo essere preparati.

Claudia: Qualcuno potrebbe fare delle domande…

Sandra: Dobbiamo sempre partire da noi, dalle nostre paure.

Danae: Io spesso, quando sento certe cose alla televisione, scappo in camera per la paura.

Lorella: Io mi sono affacciata alla finestra qualche giorno fa perché ho sentito un forte colpo e ho pensato a una bomba…

Alessio: È successo anche a me, alla partita contro la Romania, appena ho sentito un petardo mi sono spaventato…

Per oggi ci fermiamo qui, tutto quello che abbiamo raccolto in questo momento di sosta sarà il nostro punto di partenza per realizzare insieme un lavoro che ci porti a concretizzare quella che per noi è cultura di pace.

2. “Da dove vengo io. Giocare all’incontro delle culture”.

Diario di un laboratorio a cura di Progetto Calamaio
di Lucia Cominoli

Un giorno, dei cavalieri attraversano un villaggio.
Montano cavalli nervosi.
Indossano begli abiti
e parlano con voce sonora.
Chiedono foraggio,
acqua, carne e pane…
(F. Place, Il Re dei Tre Orienti)

2.1. A ciascuno la sua tribù
Avete mai sentito parlare degli Aymara? Abitano vicino al Lago Titicaca, tra la Bolivia e il Perù. Sapevate che gli Evenchi sono una popolazione nomade della Siberia e che i Mãori della Nuova Zelanda sono famosi per i loro bellissimi tatuaggi? Gli uomini Wodaabe invece vengono scelti dalle donne sulla base del sorriso, in autunno partecipano a una festa, chiamata Guérewol, dove i ragazzi si esibiscono davanti alle ragazze con canti e balli, durante i quali le giovani scelgono il loro fidanzato. Per attirare l’attenzione dell’amata i Wodaabe prestano molta cura ai loro denti. Più i denti sono grandi e bianchi, così come gli occhi, più il successo è assicurato!
Ci sono popoli nel mondo dagli usi e i costumi che non hanno nulla a che fare con i modelli cui siamo abituati e che molto spesso sono portatori di credenze e tradizioni affascinanti che possono aggiungere qualcosa al nostro modo di guardare agli altri e alla terra tutta.
Il libro di Liuna Virardi ABC dei popoli (Terre di mezzo Editore, 2016) ci ha offerto subito lo spunto per approcciarci al tema in modo leggero e profondo insieme, buttandoci verso l’esplorazione e la conoscenza di comunità completamente diverse dalle nostre fino ad arrivare a immaginare di ricrearne delle nuove. Che cosa succederebbe se potessimo dare vita a un nuovo popolo? In quali territori abiterebbe? Sarebbe nomade? Stanziale? Uomini e donne avrebbero tutti gli stessi diritti? Quali i cibi preferiti? E i disabili? Ci sarebbe spazio anche per loro?
Lasciandoci andare alla fantasia abbiamo iniziato così a percorrere strade nuove, sbizzarrendoci sui nostri desideri e senza mai voltarci indietro. D’altronde l’esploratore svedese Sven Hedin (1865-1952) diceva sempre: “Non cammino mai sulle mie orme. È contro la mia religione”.

 Scheda tecnica
Partecipanti
15 animatori con disabilità 2 educatori
6 volontari

Durata
2 h, 1h e 30’ di attività e 30’ di restituzione.

Luogo
Un’ampia stanza

Obiettivo generale
Acquisire consapevolezza della presenza nel mondo di società culturalmente diverse dalla propria, imparare a osservare e mettere in crisi i modelli di appartenenza.

Obiettivi specifici
Scoprire nel confronto con gli altri partecipanti usi e costumi di paesi e luoghi lontani in cui riconoscere altre forme di diversità socialmente accettate, guardare alla diversità come a un valore e a una ricchezza e non come a una mancanza, scoprire che anche popolazioni che possono farci paura anche dal punto di vista dell’aspetto fisico, racchiudono sempre, nei loro modi di agire e di apparire, storie e significati complessi, proprio come noi.

Attività
I partecipanti vengono divisi in quattro gruppi e a ciascuno viene consegnato un rotolo di stoffa grezza, legato da una cordicella. Si tratta un taccuino improvvisato, ispirato a quelli degli esploratori di fine Ottocento, il nostro nuovo diario di bordo, in cui, di volta in volta, raccoglieremo il lavoro dei singoli incontri.
I gruppi vengono divisi per popoli: Aymara, Evenchi, Mãori e Wodaabe.
Ogni gruppo scopre chi è il popolo che gli è stato assegnato e insieme agli altri partecipanti comincia a discuterne, scoprendone abitudini, costumi e tradizioni. La discussione viene condivisa con il gruppo esteso e guardiamo insieme quattro brevi video legati ai popoli scelti.

Il decalogo
Ogni gruppo, a partire dalla visione dei video e dai racconti appresi sulla propria nuova tribù, cerca di capire di che cosa si compone l’identità di un popolo.
Proviamo a stilare insieme un decalogo: clima, cibo, casa, struttura familiare, lavoro, religione, feste e ritualità, arte, religione, istruzione.

Materiali
4 tavoli
Proiettore
Libro ABC dei popoli di Liuna Virardi, Terre di mezzo Editore Rotoli di stoffa bianchi e spago
Stampa a colori delle figure di quattro popoli a scelta su cartoncino. Sul fronte l’immagine, sul retro la descrizione.
Lente di ingrandimento. Le osservazioni dei partecipanti

DANAE: Io non ho mai conosciuto tutti questi popoli perché non mi ricordo quasi mai di guardare il mio mappamondo che ho a casa. Il mio popolo era Wodaabe. Ho scoperto una lingua nuova, come si vestono, dove abitano, i cibi che mangiano diversi dai nostri.

SIMONA: Tra i cibi mi ha colpito il matoke, una sorta di banana verde che viene preparata con un misto di verdure e carne, c’è anche in Uganda… Sembra buona!

MARIO: Cerco di vivere ogni esperienza della vita come se fosse sempre e comunque la prima volta, cercando di tenere, al contempo, alta la mia apertura mentale verso tali “novità”. Tutto è da scoprire e riscoprire nelle sue infinite sfaccettature, arricchendo l’animo anche di quelle conoscenze e usanze altrui. Infatti, l’essere umano è lo stesso in ogni parte del mondo, cambia il tipo e il grado di evoluzione sociale che, a sua volta, plasma il comportamento umano. Le danze e il tipo di corteggiamento dei popoli esaminati e conosciuti somigliano tanto ai luoghi “discotecari” o alle feste di piazza che si vivono altrove. Ci si avvicina, si sorride, si sceglie la “preda” con la quale interloquire. Le ragazze sfoggiano gli abiti più variopinti e provocanti, di modo da attirare le attenzioni degli uomini che, a loro volta, scimmiottano sguardi e comportamenti da latin lover. Ci si incontra e si conosce l’altra persona fino a decretare e manifestare le proprie preferenze e scelte. Tutto è da sempre e dappertutto uguale nella “ars amatoria” messa in scena dagli attori coinvolti. Cambiano solo le usanze e mode, ma in definitiva il gioco è sempre lo stesso.

 2.2. L’identikit dei popoli
Scoprire che gli elementi di cui si compone l’identità di un popolo sono gli stessi per tutti ci ha fatto rivedere alcuni punti di vista. Abbiamo capito che tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di alcune necessità fondamentali: mangiare, dormire, amare e sognare.
Intorno a queste necessità primarie e al clima, prima ancora che le contaminazioni storiche, si sviluppano le identità umane e delle popolazioni. Le stesse a cui tentano di rispondere i migranti al momento della fuga. Eddie Vedder, il frontman dello storico gruppo grunge dei Pearl Jam, usò proprio queste parole in riferimento all’esodo siriano e ad alcuni atti terroristici ad esso legati durante un suo concerto. “Vogliamo tutti le stesse cose”, disse. Un bel modo che il rocker utilizzò per alimentare nel suo pubblico una cultura di pace, esortandolo così a non cedere alla paura e contemporaneamente rivolgendosi ai ragazzi che potrebbero essere sedotti da forme di ribellione violenta.
Complice la musica, che come sempre insieme al cibo si dimostra lo strumento più rapido all’avvicinamento tra le culture, prendiamo spunto da Eddie e andiamo avanti con il nostro decalogo. Una volta che avremo destrutturato e reso più accessibili alcune tradizioni e specificità riusciremo infatti a distinguere quelle che sono le radici comuni dalle interpretazioni indotte, per riconoscerci a nostra volta un elemento possibile tra i tanti, non certo l’unico.
Che cosa faremmo se, per una volta, avessimo totale carta bianca? Quali usi e costumi metteremmo in campo? E soprattutto, quali sono gli elementi che compongono l’identità nel nostro popolo, sia esso italiano o non?

Scheda tecnica
Partecipanti
15 animatori con disabilità 2 educatori
6 volontari

Durata
2 h, 1h e 30’ di attività e 30’ di restituzione

Luogo
Un’ampia stanza

Obiettivo generale
Riconoscere in tutti i popoli e le culture comuni valori di fondo.

Obiettivi specifici
Acquisire consapevolezza sulle caratteristiche della popolazione di appartenenza e individuare quelle dell’altro, sviluppo delle proprie competenze critiche e creative.

Attività
A ciascun partecipante viene consegnato un identikit da compilare, dal titolo “Come è fatto il tuo popolo? Prova a comporre il tuo identikit!”. Ognuno dovrà inserirvi: clima e natura, cibo, casa, struttura familiare, scuola e educazione, lavoro, tradizioni, lingua, religione, forma di governo.
Inventa il tuo popolo
Con i materiali esposti sui tavoli, viene chiesto a ogni gruppo di creare e disegnare una maschera su un cartoncino, inventando un popolo di fantasia, dopodiché comporre l’identikit del proprio nuovo popolo a partire dal decalogo di riferimento. Le maschere verranno esposte con una piccola targa.

Materiali
4 tavoli
4 cartoncini
Colori a cera, timbri, pennarelli, gli elementi cartacei proposti sul libro ABC dei popoli, scaricabili al link indicato nell’ultima pagina, matite, piume e tutto quello che l’estro vi suggerisce!
Lente di ingrandimento. Le osservazioni dei partecipanti

SARA: Fare l’identikit è stato molto difficile.

FRANCESCA: Mi sono resa conto di sapere proprio poche cose del mio paese, alcune domande non me le sono proprio mai fatte, non ci ho mai pensato.

DANAE: Per me l’identikit è stata l’occasione per scoprire qualcosa in più del paese dove sono nata, il Brasile. Me lo sono portata a casa e ho provato a verificare con mia madre e mio fratello se alcune cose che avevo immaginato sono vere oppure no.

LORELLA: Il mio popolo? Balla tutto il giorno!

ERMANNO: Il mio va a pescare!

DIEGO: Il mio non fa la guerra.

MIMMI: Il mio abita al caldo.

SIMONA: Nel mio comandano le donne.

TATIANA: Il mio vive al mare ed è custode della Luna.

Tenda n.2 A casa di Stella – Brasile e Argentina
Conversazione con Stella Dante Morales – impiegata e mamma di una ragazza con disabilità
Ho lasciato l’Argentina con mio marito e mio figlio Alexis, nel ’99, quando mia figlia Danae, che è disabile, aveva 13 anni. In Argentina c’erano le scuole speciali e Danae a 10 anni ha cominciato ad avere delle crisi epilettiche difficili da gestire. Ci siamo messi in moto per cercare un contesto che fosse il possibile adatto a lei, che potesse offrirci maggiori libertà e tutele. Prima di partire abbiamo fatto un po’ di ricerca ma l’Italia ci è sembrato uno dei paesi più aperti in questo senso, inoltre, io che sono di origine italiana, avevo già il passaporto italiano, quindi la scelta è stata poi quella più naturale.
Quando siamo arrivati, benché l’accoglienza rivolta a Danae sia stata buona, dal punto di vista medico come da quello scolastico, non è stato facile per noi trovare una casa e un lavoro. I primi tempi abbiamo vissuto in un hotel. Quando poi dovevamo finalmente lavorare non avevamo modo di stare con Danae né di pagare qualcuno che potesse stare con lei, non potevamo lasciarla a casa da sola e al contempo c’era l’affitto. Ho cercato in tutti i modi degli aiuti extrascolastici, anche rivolgendomi ai servizi sociali ma non è stato possibile trovarli. Per anni siamo stati costretti a lavorare in nero, nel precariato più totale. Le cose sono migliorate lentamente. Oggi mio marito Anton lavora come impiegato pubblico, io in passato ho lavorato in Regione e per la scuola, come mediatrice culturale. Mi occupavo dei bambini e dei ragazzi provenienti dal Sud America che parlavano lo spagnolo e vivevano in contesti familiari problematici. Penso che il ruolo del mediatore sia molto importante e prezioso e che non venga abbastanza riconosciuto. Avere una persona di riferimento con cui potersi confrontare e di cui fidarsi è importante per gli studenti ma lo è anche per i genitori e gli insegnanti che aiuti da un lato a orientarsi nelle burocrazie di un altro paese e dall’altro con forme di pensiero diverse dalle tue. Con Danae le difficoltà sono iniziate alle superiori, alla Scuola d’Arte che ha frequentato, dove, rispetto alle medie, l’inclusione è stata carente. La difficoltà maggiore era che le figure educative e di sostegno che la affiancavano cambiavano continuamente e ogni volta si doveva ripartire da zero. Non volevano neanche portarla in gita di classe, ma l’ultimo anno mi sono impuntata.
Sono problemi questi che affrontano tanti ragazzi con disabilità, anche italiani, non c’entra da dove vieni. Le leggi ci sono ma molto dipende da chi ti capita.
Fortunatamente in Italia esiste la legge di diritto allo studio e questo rispetto ad altri paesi cambia di molto le cose. Se c’è qualcosa che non va puoi farlo presente, il diritto è sancito dalla legge e come tale puoi impugnarla.
La Costituzione dice anche che siamo tutti uguali, un altro principio importante che può sempre essere ribadito. In questo senso l’Italia rappresenta un’eccellenza rispetto ad altri paesi, come la Francia per esempio, dove i disabili sono molto poco tutelati. Dal punto di vista degli stili di vita non ho molto da dire… Mi piacciono, sono molto vicini a quelli dell’Argentina e del Brasile. Vivevo in Brasile quando Danae è nata. Posso dire che, forse, lì fa molto la differenza, ancora più che in Italia, la tua disponibilità economica. Se hai soldi ti vogliono tutti, nei migliori centri e nelle migliori scuole, altrimenti no.
Né io né la mia famiglia abbiamo mai affrontato problemi legati al razzismo. Di base ci siamo sempre sentiti accolti. Bologna poi, è davvero bellissima.
Penso che ci siano razzisti e persone accoglienti in Sud America come in Italia e così dalle altre parti del mondo. Sei tu che scegli da che parte stare. Quando facevo la mediatrice, insegnavo ai ragazzi di essere orgogliosi della propria storia e delle proprie origini, lo dico anche oggi e lo dico anche a mia figlia.

 2.3. Indovina chi viene a cena
Vi ricordate Indovina chi viene a cena? La commedia di Stanley Kramer del 1967 con protagonisti Sidney Poitier, Katharine Hepburn e Spencer Tracey?
Si raccontava la storia di una ragazza statunitense che, innamoratasi di un medico afroamericano, lo invitava a casa dei genitori per presentarlo loro in vista dell’imminente matrimonio. A portare avanti numerose perplessità non furono in quel caso solo i genitori della ragazza, furono anche quelli del giovane, preoccupati per le rispettive differenze culturali. Al di là dell’happy end annunciato, quello che di questo film fece storia fu innanzitutto la rappresentazione non stereotipata di Poitier, un attore nero, qui non caratterista ma a tutti gli effetti protagonista, qualificato, per giunta, con un mestiere e uno status di tutto rispetto. Tutto il film insomma si basa sull’effetto sorpresa, sul colpo di scena che, in un baleno, destruttura i pregiudizi della vecchia generazione.
Ognuno di noi, anche chi porta con sé una disabilità, conserva stereotipi e
pregiudizi, a volte appresi in famiglia, altre volte condizionati dalla paura di ciò che non si conosce.
Ecco allora che abbiamo provato a farci anche noi interpreti di una cena improvvisata immaginando di ospitare alla nostra tavola alcune figure generiche, prive di nome e cognome, identificabili solo come categoria: uno zingaro, uno sportivo, un musicista, un attore, uno scrittore e via dicendo.
La convivialità, in particolar modo il cibo e la musica, come già ci dicevamo, sembra essere la forma più spontanea di incontro dal basso, gestita cioè nel quotidiano dalle persone, capace di favorire il miglior coinvolgimento. La convivialità, per fortuna è resistente, resistente al ventriloquismo della politica e ai modelli imposti.
Una volta che il tuo ospite immaginario avrà accettato l’invito, che cosa gli chiederesti? Inutile fingere e trattenere le domande, gli stereotipi, per dirla con Beppe Severgnini, esistono. Meglio giocarci a cena che nasconderli sotto il letto! Segnaliamo che la presente attività, da noi rielaborata e personalizzata, viene spesso utilizzata anche nei percorsi scolastici sui diritti umani a cura di Amnesty International.

Scheda tecnica
Partecipanti
15 animatori con disabilità 2 educatori
6 volontari

Durata
2 h, 1h e 30’ di attività e 30’ di restituzione

Luogo
Un’ampia stanza

Obiettivo generale
Confrontarsi con i propri stereotipi a partire dalla conoscenza e dall’informazione, dalla dimensione della convivialità e dell’incontro.

Obiettivi specifici
Sviluppare nel dialogo con l’altro la capacità di elaborare domande coerenti con il proprio pensiero iniziale, verificare la veridicità delle proprie credenze, farsi sorprendere da se stessi: spesso ci comportiamo in maniera più tollerante di quello che professiamo e viceversa.

Attività
Su ogni tavolo sono presenti un piatto di carta e una lista di persone che i partecipanti potranno invitare alla loro tavola: uno sportivo, uno zingaro, un cinese, un disabile, uno scrittore, un attore, un omosessuale, un esploratore e un missionario.
Si chiede ai partecipanti seduti a ogni tavolo di sceglierne uno e di immaginare cinque domande da porgli o porle.
Alla fine viene svelata l’identità dell’ospite e dalle biografie proviamo a rispondere insieme alle domande. Le risposte ci sorprenderanno! Perché?
Ecco qui i nostri ospiti:
Lo sportivo – Bebe Vio
Lo zingaro – Bireli Lagrène (musicista)
Il cinese – Ho Wu Yin Chingv (poetessa)
Il disabile – Stephen Hawking (scienziato)
Lo scrittore – Zadie Smith (scrittrice anglo giamaicana)
L’attore – Rami Malek (il pluripremiato attore arabo) L’omosessuale – Ricky Martin
L’esploratore – Marianne North (esploratrice dell’800)
Il missionario – Alex Zanotelli
Segue discussione sugli stereotipi e le esperienze personali di incontri con persone di diversa nazionalità.

Materiali
4 tavoli
piatti, posate, bicchieri, bevande e tovaglioli biro/pennarelli
scheda degli ospiti (sul fronte il nome, sul retro una breve biografia)
Lente di ingrandimento. Le osservazioni dei partecipanti

TATIANA: Non so perché ma gli zingari mi attirano e respingono insieme. Aver incontrato un musicista mi ha tranquillizzato. Mi piacerebbe sapere perché il loro popolo è così legato ai cavalli, il mio animale preferito.

MARIO: Speravo di incontrare una bella ragazza cinese e mi sono ritrovato con una professoressa dell’Università di Pechino… Una poetessa però… Qualche argomento di conversazione lo troverò di sicuro!

DANAE: Ho scoperto che Ricky Martin ha un secondo cognome, Morales, proprio come il mio!

ANDREA: Non pensavo che Ricky Martin fosse omosessuale, non me lo aspettavo. A me gli omosessuali non piacciono. Non so se davvero non puoi sceglierlo se esserlo o no. Ne ho invitato uno alla mia tavola proprio per questo, per fargli alcune domande. Molte persone gay però sono artisti, e gli artisti mi piacciono.

Tenda n. 3 A casa di Tommaso – Italia e Giappone
di Tommaso Mitsuhiro Suzude, fotografo e volontario del Servizio Civile Nazionale 2016/2017
Nuvole. Un ingombrante strato incornicia la cima del monte Fuji e la nasconde alla vista. Questa montagna è l’essenza della cultura giapponese, il suo simbolo per eccellenza – o almeno così me l’hanno sempre descritta. Io, infatti, sono nato sotto le mura del Colosseo, nella periferia della capitale. Quello giapponese è mio padre, che negli anni ’70 si è trasferito per frequentare l’Accademia delle Belle Arti. Mia madre, viterbese d’origine, conobbe mio padre grazie al Buddismo di Nichiren Daishonin e da questa unione siamo nati io e mia sorella.
Crescere in una famiglia mista ha avuto i suoi pro e contro e solo con il passare degli anni ho imparato ad apprezzare quelle differenze che prima mi facevano soffrire. Spesso, infatti, la diversità porta ad avere dei conflitti non solo verso gli altri ma anche con se stessi. A capire che non ero come i miei coetanei non c’ho messo molto: a scuola compresi subito che la mia era una famiglia speciale e che gli altri bimbi il venerdì sera non mangiavano sushi. L’incontro di queste due culture ha generato in me una certa confusione, che fortunatamente col tempo si è evoluta in una forte consapevolezza: ogni individuo è unico e ha il diritto di esprimere quello che ha dentro di sé in piena libertà. Accettare a pieno le mie origini mi ha permesso di arricchire di vari colori il mosaico della mia vita.
Facendo il Servizio Civile al Centro Documentazione Handicap, ho avuto modo di incontrare un altro tipo di diversità. Nonostante la mia esperienza personale, l’approccio alla disabilità mi ha colto impreparato e solo condividendo la quotidianità, giorno dopo giorno, il mio ritmo si è armonizzato con quello di chi mi circondava. Durante una delle attività formative, il laboratorio “Intercultura”, abbiamo avuto modo di affrontare il tema della discriminazione e del rispetto reciproco ed è stato affascinante vedere come il pregiudizio fosse presente anche in quelle persone così sensibili al tema delle differenze.
La conoscenza è l’arma più forte per abbattere i muri dell’odio e creare una convivenza armoniosa e innovativa. Vinciamo la paura dentro di noi e permettiamo ai tanti stimoli esterni di arricchirci costantemente!

2.4. L’Atlante dei pregiudizi e il paese dove non andresti mai
Stereotipi e pregiudizi non sono solo una questione personale. Esiste un vocabolario condiviso di luoghi comuni che varia di paese in paese in cui è praticamente impossibile non identificarsi. Ad accorgersene è stato il disegnatore bulgaro Yanko Tsvetkov, che ha dedicato un libro ai pregiudizi della vecchia Europa, raccogliendoli in cartine geografiche in cui compaiono gli stereotipi che i singoli paesi tendono ancora ad associare agli altri. In Italia se diciamo Germania pensiamo ai würstel, o a dei “maniaci della precisione”, se diciamo Svezia ci viene in mente l’Ikea, a nominare l’Irlanda scatta l’associazione con il rugby e così via, fino agli accostamenti più scomodi e dissacranti, su cui l’artista ha scatenato tutta la sua ironia. Difficile però dargli torto, sono cose che si sentono dire, e ciò vale anche per noi, che spesso siamo definiti come “pasta, pizza e mandolino”, “Berlusconi”, “terzo mondo”, “plagiari”, a seconda del paese che ci giudica.
Tsvetkov ha raccolto le sue mappe satiriche ne L’Atlante dei pregiudizi (Rizzoli 2016), che, guarda caso, è subito andato a ruba.
A noi del Progetto Calamaio l’ironia di per sé piace moltissimo e nei nostri laboratori è una costante, ma in questo caso il rischio era quello di avvallare un sentimento di passività diffusa nei confronti degli stereotipi, non potevamo fermarci alla risata, la riflessione sarebbe rimasta innocua. Bisognava dunque entrare nel merito e costruire il proprio atlante, prima di venire condizionati da quello altrui.
Abbiamo così provato a disegnare una nostra, grande, cartina geografica in cui i partecipanti, oltre ad abbinare delle parole e dei pensieri ai singoli paesi, hanno cercato di individuare dove esattamente si trovavano sulla mappa che avevano a disposizione. Molti non ne avevano consapevolezza, disabili e non, italiani o stranieri che fossero. Quante volte parliamo di cose che non sappiamo dove siano collocate?
Condividere insieme i pregiudizi dei gruppi è stato fondamentale. Ma non ci siamo fermati, siamo andati più in là. Abbiamo chiesto a ciascuno di dirci in quale paese non avrebbe mai voluto recarsi e perché. Pensate che tutti abbiano evitato l’Africa? Vi sbagliate. Stati Uniti e estremo Nord sono stati tra i più criticati…

Scheda tecnica
Partecipanti
15 animatori con disabilità 2 educatori
6 volontari

Durata
2 h, 1h e 30’ di attività e 30’ di restituzione

Luogo
Un’ampia stanza

Obiettivo generale
Verificare la conoscenza effettiva che abbiamo dei paesi che giudichiamo positivamente o negativamente e la rispondenza al vero degli stereotipi ad essi legati.

Obiettivi specifici
Acquisire maggiore consapevolezza di dove sono collocati i paesi e le loro caratteristiche fondamentali, condividere con gli altri le proprie supposizioni accettando opinioni diverse dalla propria, sfatare alcuni pregiudizi, scoprire da dove provengono le motivazioni che li sostengono.

Attività
Disegnare una grande mappa del mondo vuota.
Divisi in quattro gruppi, consegniamo due fogli a ogni gruppo, uno con una mappa del mondo, e un altro con un elenco dei paesi che la compongono.
Dopo aver collocato sulla mappa i singoli paesi, partiamo con un’associazione di idee da assegnare ad ognuno.
Il lavoro viene condiviso.
A partire dalle mappe de L’Atlante dei pregiudizi ci confrontiamo su quelli dei vari gruppi e vediamo se combaciano, se si riconoscono o no.
Consegniamo un foglio sul quale ognuno dovrà scrivere un paese dove non andrebbe mai e perché.

Materiali
Mappamondo Mappe
Il libro L’Atlante dei pregiudizi
Lente d’ingrandimento. Le riflessioni dei partecipanti

STEFANIA M.: Ho scoperto che in Finlandia l’inverno è molto freddo, così come il Nord in generale. Proprio perché non mi piace il freddo non mi piacerebbe andarci, il Marocco, che è caldo e dove sono già stata, credo sia più vicino ai miei gusti.

ERMANNO: Anche io non andrei al Nord. Fa freddo, con il ghiaccio e la carrozzina…

Swish! Si scivola e poi ahi, ahi, ahi!

STEFANIA B.: Io non andrei mai in America. Non mi piace il fatto che si mangino solo hamburger, coca-cola e patatine, non mi piace il presidente Trump e soprattutto non mi piace che le persone si possano tenere in casa le armi.

DIEGO: Io non andrei mai in Africa, in Siria e nel mondo arabo in generale, perché lì c’è la guerra.

DANAE: Io invece non andrei in Iran e in Afghanistan, secondo me anche lì c’è la guerra, lo avevo sentito dire in televisione.

2.5. L’ospite inatteso
Le risposte e le motivazioni che ci hanno dato i nostri colleghi con disabilità sono state molto interessanti e non del tutto scontate. Quello che abbiamo notato è che le scelte sono state piuttosto uniformi, motivo per cui non è stato difficile ridividerci in gruppi per metterle a soqquadro e regalarci una bella sorpresa.
Iran-Iraq e Afghanistan, Africa, Marocco e Siria, Stati Uniti, Alaska-Finlandia e Russia sono stati indicati come i paesi da evitare. La fortuna ha voluto che in quei giorni al Cdh avessimo con noi qualcuno che in quei paesi c’era stato o che addirittura vi era nato.
Detto fatto e abbiamo costruito una grande tenda, con tappeti, cuscini, un tavolino da tè e una sedia in cui i partecipanti sono stati invitati a entrare, immaginandosi ospiti di un cittadino proprio di quei paesi in cui non avrebbero voluto recarsi e, in parte, è successo veramente.
Inutile dire la ricchezza delle domande e delle risposte scambiate, anche le domande più banali hanno arricchito e accresciuto la conoscenza tra tutti noi, insegnandoci moltissime cose nuove e affrontando di petto i dubbi di ciascuno. Nella tenda siamo stati ospitati da Azadeh, tirocinante iraniana, da Simon, volontario ugandese del Servizio Civile Regionale, da Tommaso, italo-giapponese che ci ha condotti a New York, da Valeria, giornalista con disabilità che, con la sua mitica macchina, è arrivata fino a Capo Nord.
Alcuni pregiudizi sono stati confermati, altri addirittura ribaltati, tanto che c’è chi aveva paura di recarsi in Iran ed ora è curiosissima di esplorare le bellezze di Teheran.
A conclusione l’incontro con un ospite inatteso, Abdullah Mohamed Yousef, per tutti noi Yousef, autista per la Cooperativa Società Dolce, che dalla Somalia è arrivato a Siena, per poi raggiungere Marzabotto e infine arrivare a Bologna.
Dentro la tenda lo ha intervistato Mario Fulgaro, un nostro collega con disabilità. Ora Yousef si racconta nuovamente, svelandoci qualcosa anche del suo lavoro di autista.
Racconta a tale proposito la nostra collega con disabilità Stefania M.: “L’incontro con Yousef mi ha sorpresa perché per la prima volta è venuto qua al Cdh a incontrarci, a raccontarci del suo paese e di come è cambiata la sua vita. Questa è una cosa che non fa mai, perché di solito mi accompagna e mi viene a prendere. Io però non gli avevo mai chiesto niente su di lui. Scherziamo sempre, questo sì”.

Tenda n 4. A casa di Abdullah Mohamed Yousef – Etiopia e Somalia
Conversazione con Abdullah Mohamed Yousef, autista Cooperativa Società Dolce
Io sono dell’Etiopia, cittadino etiope, vengo da una città che si chiama Gursum, sono cresciuto in Somalia a Arghesa, mi sono sposato, ho avuto dei figli lì, poi dopo la guerra sono tornato in Etiopia, poi sono uscito dall’Africa, ho fatto il passaporto e sono venuto in Italia nel 1990.
Sono venuto in Italia come turista, con il visto perché era un modo per uscire, una soluzione per espatriare e non avere delle difficoltà. Poi a quel tempo c’erano i mondiali di calcio, anni ’90, e allora era più facile avere il visto turistico per il calcio.
Come adesso ognuno aveva le proprie idee per uscire dal paese, ma la maggior parte volevano uscire con la scusa di andare a seguire i mondiali e poi da lì ognuno seguiva i suoi programmi, c’è chi è rimasto qua, chi è andato via verso altri paesi dell’Europa o in America. Era una specie di scalo l’Italia e lo è ancora.
Io sono venuto qui da solo, non conoscevo nessuno.
Quando sono arrivato, ho conosciuto altri miei compaesani somali che mi hanno dato una mano, non conoscevo neanche il sistema e le regole del paese, non sapevo come comportarmi. Loro mi hanno dato un aiuto e mi hanno consigliato la strada da percorrere, mi hanno aiutato a orientarmi.
Mi sono presentato in Questura come rifugiato e mi hanno rifiutato e poi mi sono sposato con una ragazza somala, tramite lei ho avuto il permesso di soggiorno e poi piano piano mi si sono aperti gli occhi.
Prima di arrivare a Bologna sono stato un anno a Roma, lì ho cominciato a individuare la strada da seguire e poi tramite la ragazza somala che ho sposato ho trovato un lavoro a Siena, sono stato un anno lì e poi sono venuto a Bologna e sono qua dal 1992. In questi due anni ho fatto lavori saltuari di giardinaggio, contadino… A Bologna sono stato quattro, cinque mesi senza lavoro, poi da quando ho cominciato ho sempre lavorato. Ora mi trovo molto bene qui.
Sono venuto qua tramite un amico che era a Marzabotto. All’inizio ero in appoggio da lui, poi mi sono rivolto all’Acli e alcune agenzie di collocamento e ho conosciuto due persone, Gianni Selleri e Carla Battaglia. Voi conoscete molto bene il centro residenziale per persone con disabilità che è intestato a loro, dove abita anche la vostra collega Stefania M. La signora Carla Battaglia si occupava degli inserimenti lavorativi in Acli e tramite loro ho iniziato a lavorare in uno stagionale nell’ambito alberghiero, sia io che mia moglie.
I signori Selleri e Battaglia avevano una residenza estiva per soggiorni di persone con disabilità a Igea Marina. Ci lavoravano cuochi, giardinieri, donne delle pulizie… C’erano persone di diverse nazionalità, argentini, pachistani, domenicani.
La sera mi ricordo che ci ritrovavamo nel giardino tutti insieme con gli ospiti della residenza e si facevano delle feste, oppure uscivamo in centro a prenderci un gelato.
Ho iniziato a lavorare con loro, mi hanno messo in regola e piano piano sono riuscito ad avere tutti i documenti necessari per lavorare. Tramite i signori Selleri e Battaglia ho conosciuto anche Carla Ferrero (responsabile dei trasporti e dei soggiorni delle persone con disabilità prima in AIAS, e poi quando l’appalto è passato alla Società Dolce ha continuato a occuparsi dell’organizzazione dei soggiorni).
Dopo l’esperienza di Igea Marina, Carla Ferrero mi ha proposto il lavoro di autista nei trasporti delle persone con disabilità.
Quando sono arrivato in Italia non sapevo parlare la lingua italiana, “masticavo”. Per imparare mi sono iscritto a un corso di italiano che facevano alla Caritas, ci andavo due volte alla settimana, abitando inizialmente a Marzabotto era un po’ difficoltoso. Per fortuna poi ho trovato lavoro a Igea Marina. Quando si è tra compaesani somali è difficile che si parli un’altra lingua, invece quando ho iniziato a frequentare persone italiane mi è diventato più facile parlare, era necessario parlare in italiano altrimenti non ci capivamo.
Ora sono circa vent’anni che lavoro come autista per persone con disabilità ed è molto diverso. I primi anni non mi relazionavo tanto con loro perché innanzitutto non parlavo bene la lingua e poi perché non conoscevo bene le situazioni. Dopo che ho imparato bene la lingua, ho incominciato a comunicare con loro.
A volte quando non conosco la persona mi trovo ancora un po’ in difficoltà, e forse anche loro quando mi vedono nero si spaventano un po’. A volte mi è capitato di sentire un anziano che frequenta un centro diurno che quando mi ha visto ha detto “Oddio, anche questo…”. Invece con chi conosco bene ci scherzo molto, così anche gli altri si rendono conto che non sono quello che pensano.
I primi disabili che ho conosciuto erano gli utenti dell’AIAS che erano al centro Selleri-Battaglia, poi ho conosciuto Stefania M., Ermanno, Stefania B., Mario, quando li accompagnavo al CDH che prima era in via Legnano. All’inizio non avevo confidenza con loro, li accompagnavo e basta, poi piano piano le cose sono cambiate e ho cominciato a conoscerli bene a parlare con loro e a scherzare.
Devo dire che questo lavoro mi piace.
Avevo la voglia di guidare fin da bambino, ero quasi ossessionato e alla fine ho trovato il lavoro giusto per me. Mi piace anche perché si conoscono nuove persone. Tutti i giorni sono dei bei ricordi, si scherza, io mi diverto con le persone che stanno ai miei scherzi, mi trovo bene a lavorare in questo ambiente.
Nel mio paese ci sono persone con disabilità ma non ci sono queste organizzazioni che si occupano di loro, se ne occupa sempre la famiglia. È difficile vedere una persona disabile che va in giro in carrozzina, quello di cui ha bisogno glielo fanno recapitare a casa, anche se sono tranquilli, non è una vergogna.
Entrare nella tenda del vostro laboratorio con Mario è stata una cosa bellissima! Quando uno vede una persona diversa, si fa una idea, ma quando la conosci, la ascolti, scopri tante cose e non è più come la pensavi. Se non ci si confronta non ci si capisce e ognuno va con le sue idee per la sua strada. La cosa più bella è stata quando ognuno mi ha fatto la sua domanda.
Per fare integrazione, per me, basterebbe poco. L’unica cosa secondo me è comportarsi bene e rispettare qualsiasi persona da entrambe le parti, avere rispetto per tutti è la cosa che ti porta sulla buona strada.

1. Prime terre

di Lucia Cominoli

Certo, i migranti li vediamo di tanto in tanto sui media, ne discutiamo, ma anche qui: tutto significa niente. Al massimo cataloghiamo i migranti nella categoria di vittime, con la conseguente ovvia retorica. Questa preoccupazione (narrativa) è la base di partenza del libro di Alessandro Leogrande, “La frontiera” (Feltrinelli). Leogrande è molto bravo perché interviene sulle questioni a freddo. Non sta nel tumulto a sentire il polso della piazza, nemmeno avvia inchieste jukebox, metti i soldi e ascolta la canzone che ti piace sentire. No, comincia dove gli altri finiscono. E invece di alzare il tono (non vuole preoccuparci per eccesso di pessimismo, nemmeno tranquillizzarci per smodato uso di ottimismo) ascolta gli altri se vuoi aiutare qualcuno ascoltalo.
(Antonio Pascale, Frontiere e migranti. Come si racconta il trauma di un mondo che cambia, “Il Foglio”, 2 marzo 2016)

L’ultima volta che ci siamo incontrati vi abbiamo lasciato in mano un diario di viaggio. Una raccolta di esperienze, suggerimenti, punti di vista e buone pratiche nate a partire dal laboratorio “Dove non sono stato mai. Il viaggio tra immaginario, attese e possibilità”, che nell’anno scolastico 2014/15 abbiamo realizzato con gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio della Cooperativa Accaparlante di Bologna.
Insieme a loro abbiamo esplorato i desideri, le paure e le fantasie che precedono il momento della partenza, per poi scoprire, più nel concreto, che cosa vuol dire per una persona con disabilità motoria e/o cognitiva predisporsi al trasferimento in un luogo “altro”. Un trasferimento dentro e oltre i confini dell’identità, che si può preparare e personalizzare, anche quando il sogno ci sembra molto, troppo, lontano. Basta, lo abbiamo visto, un piccolo sforzo di consapevolezza in direzione di semplici autonomie (come scegliere il bagaglio più adatto alla propria destinazione per esempio), valorizzare il dialogo con le famiglie e le figure educative di riferimento, documentarsi e tenersi informati, grazie all’offerta sempre più ampia di associazioni, agenzie, strutture turistiche e alberghiere oggi dedicate al turismo accessibile.
A fare la differenza tuttavia, a farci venire voglia di partire, di trovare il coraggio per chiedere ai propri genitori di andare in vacanza da soli o di ipotizzare nuove mete, sono state le facce e i racconti. Le avventure vissute dai viaggiatori con e senza disabilità che abbiamo incrociato lungo il cammino ci hanno infatti consegnato ricordi intensi e presenti: immagini, odori, sapori, venti.
Quasi tutti hanno riportato con sé il volto di qualcuno, con una lingua diversa magari, con un colore della pelle diverso magari, con un abito luccicante magari, così bello da lasciarti ancora il colore sulle mani.
Viaggiare è incontrare altri mondi, paesi, è farsi ospiti nella casa di chi ti è straniero. Non sempre, la cronaca ce lo ricorda purtroppo ogni giorno, il passaggio è indolore. Molto spesso il viaggio si trasforma in fuga e chi si sposta lo fa migrando in cerca di un futuro migliore o per sopravvivere alla fame, alla guerra o ad altre situazioni di conflitto e, si sa, non è detto che raggiunga la meta né tanto meno che sia ben accolto.
Quando a settembre 2016 ci siamo recati alla Società Geografica Italiana a presentare il nostro lavoro al Festival della Letteratura di Viaggio di Roma, abbiamo subito percepito le ambiguità che questo tema, di base spensierato, si trascina ormai dietro.
Parlare di viaggi e di viaggiatori non può che oggi implicare tutti i dati, compreso il retro del quadro, come le migrazioni di massa e le vite dei suoi protagonisti.
Il “grande esodo” della nostra epoca, così come qualcuno lo ha definito1 , sta già profondamente cambiando il tracciato dei confini, i rapporti tra i popoli, modificando gli assetti e le culture nel quotidiano.
Quel settembre, a Roma, tra i relatori del festival c’era anche lo scrittore Alessandro Leogrande, presentava il suo ultimo libro, La frontiera, edito da Feltrinelli. Come noto Leogrande è improvvisamente scomparso, lasciando un grande vuoto tra gli intellettuali italiani.
Il suo sguardo, che per lungo tempo ha indagato da vicino la crisi migrante con sensibilità e pragmatismo, è stato commentato da un altro scrittore a noi caro, il campano Antonio Pascale, che nella nostra precedente monografia ha firmato il racconto inedito Dialogo nel buio, dedicato a una personale esperienza di percorso sensoriale sulla spiaggia con un gruppo di persone non vedenti.
Citarlo in apertura ci è parso un filo rosso essenziale, una linea di continuità ideale al nostro percorso che ora vuole spostarsi sull’incontro diretto con l’altro, sull’incrocio dei saperi e soprattutto, come sottolinea Pascale, sull’atto dell’ascolto quale primo strumento a favore di una società curiosa, aperta, inclusiva.
Il 2008 è stato proclamato Anno europeo del dialogo interculturale, una sanzione ufficiale, si potrebbe dire, di un dato di realtà che ha preso forma ben prima: la presenza sempre più rilevante di cittadini con patrimoni culturali “altri” nel nostro paese.
I contesti in cui lavoriamo con i percorsi sulla diversità a cura del Progetto Calamaio sono tra quelli che per identità e tradizione più di tutti finiscono per coinvolgere i nuovi cittadini e i loro patrimoni. La scuola, i luoghi della cultura, gli spazi dedicati all’assistenza della persona con disabilità sono sicuramente ambiti per natura aperti all’incontro.
A scuola incontriamo quotidianamente bambini e ragazzi di seconda e terza generazione, provenienti in particolar modo dal Nord Africa, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Europa dell’Est, dal Sud America, dalla Cina e dalle Filippine, che si sentono italiani a tutti gli effetti e che a volte, soprattutto i più piccoli, esitano sul momento a dichiarare le proprie origini.
Nei musei, a teatro, nei luoghi del divertimento e dello svago le narrazioni e il lavoro dei migranti stanno trovando voce e cominciando a farsi strada non solo nella denuncia o in una maggiore ricezione dell’offerta ma in alcuni casi anche nella direzione e nella progettazione di iniziative capaci di favorire processi di integrazione attraverso i linguaggi dell’arte. Accade anche a casa, sul lavoro, in vacanza, nel privato del tempo libero, sfere in cui i nostri colleghi con disabilità sono spesso circondati da figure che svolgono lavori cosiddetti “socialmente utili”: autisti, badanti, Oss, accompagnatori.
L’intercultura insomma è parte integrante della nostra vita.
Eppure, ci siamo accorti, i media, i pregiudizi storicizzati e in alcuni casi le paure indotte dai vissuti familiari, pongono ancora censure e distanze tra ciò che viviamo e ciò che pensiamo.
I difficili e complessi avvenimenti della storia recente, dagli attentati alle chiusure nazionaliste dell’Occidente, ci hanno costretto a prenderci del tempo per pensare. Educare alla diversità oggi non è più per noi solo una sfida è diventato un atto di responsabilità. Fare esperienza dell’incontro con chi è diverso da noi è alimentare la cultura di pace. Ecco allora che la disabilità diventerà ancora una volta l’occasione per farsi lente di ingrandimento sul reale, per modificare e ampliare il punto di vista, per valorizzare le differenze e riconoscere nelle specificità dell’altro un arricchimento delle proprie.
Fare formazione in quest’ottica implica ovviamente qualche consapevolezza in più da parte nostra e soprattutto da parte dei nostri colleghi con disabilità.
Come fare, ci siamo chieste, ad affrontare un tema tanto delicato con persone che, pur vivendo delle difficoltà su di sé, o forse proprio per questo, non sono immuni da paure e pregiudizi? E noi, educatori, ne siamo completamente privi? Quanto noi e i nostri colleghi conosciamo della storia dei loro autisti, dei volontari e delle badanti, con cui da tanti anni ci interfacciamo?
Così, da queste semplici domande, nell’anno scolastico 2016/2017, è nato “Da dove vengo io. Giocare all’incontro delle culture”. Un laboratorio che ha messo insieme gioco e approfondimento, rivolto agli animatori con disabilità del Progetto Calamaio e ai volontari del Servizio Civile Nazionale 2016/17. Tra quest’ultimi erano presenti alcuni stranieri, che in prima persona si sono spesi con entusiasmo nella realizzazione dei materiali preparatori alle attività, alla documentazione e soprattutto al racconto del loro vissuto, dandoci modo di fare esperienza diretta della dimensione del racconto, fino a condurci là, in quei territori di confine dove le culture si toccano.
“A ciascuno la sua tribù”, “L’identikit dei popoli”, “Indovina chi viene a cena”, “L’Atlante dei pregiudizi”, “Il paese dove non andresti mai”, “L’ospite inatteso”, sono state le tappe del nostro percorso di conoscenza di cui qui, ancora una volta, vi lasciamo in custodia il diario di bordo, corredato da alcune proposte di attività, materiali didattici e dalla voce di chi lo ha sperimentato.
A offrire riparo al cammino, alcuni bivacchi d’eccezione, tre tende, dei cui abitanti siamo stati ospiti e che qui ci hanno offerto il loro sguardo, soffermandosi sulle proprie storie di migrazione ma anche sugli usi e i costumi dei propri paesi, rendendoci parte di un vero e proprio samar, parola araba che indica “la veglia prolungata fino a tardi, molto dopo il calar del sole, nell’incanto del racconto, in una danza ininterrotta di parole” .
Esperienze, giochi, riflessioni e laboratori intermedi, sperimentati a scuola e nella sede del Centro Documentazione Handicap di Bologna, completano la mappa di questo piccolo, multiforme itinerario interculturale.
“Porta con te solo quello che conta” è la tipica frase che ci si sente dire quando si compie un salto nel vuoto. Noi abbiamo pensato di portare nello zaino alcuni libri, e una lettera, quella che Gabriele Del Grande, il giornalista e artista trattenuto in Turchia e poi rilasciato lo scorso anno a causa del suo lavoro, ha indirizzato ai bambini nello spettacolo Futuri Maestri della Compagnia Teatro dell’Argine, e alla cui lettura pubblica abbiamo assistito con il Progetto Calamaio.Lanterne e fuoco, a illuminare le imprese dei nostri mediatori, le foto di Tommaso Mitsuhiro Suzude. 

Tenda n.1 A casa di Simon Peter – Uganda
Dalla conversazione con Simon Peter Kabari, volontario del Servizio Civile Regionale 2016/2017
Io mi chiamo Simon Peter Kabari. Sono di origine ugandese e sono qua da otto anni con la famiglia, sono venuto per gli studi. Adesso sto facendo un corso di Oss (Operatore, Socio, Sanitario). Sono venuto qua con la famiglia perché mia mamma si è sposata con un italiano.
Avevo 15 anni, ero abbastanza giovane… E qui era tutto un mondo nuovo per me! La prima cosa che mi ha colpito in Italia è stato il clima, il tempo, perché da noi non fa così freddo come qua! Noi siamo abituati a stare al sole con i 30/ 40 gradi. Invece qua quando fa freddo… Uno shock vedere la neve!
Quando sono arrivato in Italia mia mamma era già sposata con il suo compagno e viveva già qui ma da poco. Anche mia mamma non era abituata al clima, alla lingua… La lingua è abbastanza difficile. Diciamo che, rispetto a molti miei coetanei africani, sono stato molto fortunato! Venire qua è stato molto facile, il fatto che mia mamma si fosse sposata qui ha reso le cose più semplici per me. Sono venuto come studente, ho fatto le scuole, ho fatto l’alfabetizzazione prima per un annetto alle medie, anche se in realtà le avevo già fatte nel mio paese, ma ho dovuto rifarle qui con i ragazzi più piccoli di me. Andavo a scuola la mattina e di pomeriggio facevo un corso di italiano.
All’inizio è stata dura, nelle lezioni non capivo proprio niente, gli insegnanti non parlavano né l’inglese, né il francese e anche farsi delle amicizie era difficile.
Per fortuna a un certo punto ho incontrato un ragazzo filippino che, siccome da loro hanno come seconda lingua l’inglese come da noi, mi ha aperto la strada. Mi spiegava cosa veniva detto in classe, dopo la scuola mi portava in giro, mi faceva conoscere la città, mi insegnava un po’ la lingua pian pianino. È stato il mio primo amico! Si chiama Peter anche lui, me lo ricordo bene.
Dopo aver finito le scuole medie mi sono iscritto alle scuole superiori, ho fatto cinque anni alle scuole Fioravanti, un istituto tecnico, mi sono diplomato come manutentore. Il diploma mi è servito a farmi entrare nel mondo del lavoro, ho fatto gli stages, che sono anche andati bene, sono stato richiamato un po’ di volte. Tuttavia quello non era il mio mondo!
Mi è piaciuto di più quello dell’educazione, che ho incontrato facendo il Servizio Civile da voi, perché ha a che fare con la nostra vita quotidiana in qualche modo. Una delle cose che mi ha spinto a scegliere il Servizio Civile con delle persone con disabilità è che quando ero più piccolo nel villaggio dove abitavo avevo un parente disabile, un mio cugino di nome Nelson. Non si sapeva cosa avesse ma era talmente disabile che non riusciva a fare niente, l’unica cosa che poteva fare era guardare, era proprio immobilizzato.
I nostri parenti lo lasciavano a casa e andavano a lavorare nei campi e io rimanevo a casa con lui perché mi sentivo in colpa… Come fai a lasciare lì una persona che non si può muovere, non può parlare, non può fare niente… e io mi ero preso questa responsabilità fin da piccolissimo e ho iniziato a prendermi cura di lui. Gli davo da mangiare, lo aiutavo nei suoi bisogni e cercavo di tenerlo un po’ più attivo, provavo di tutto… Quando sono stato preso al Servizio Civile ho messo insieme tutte le mie vecchie esperienze e mi sono spinto avanti. Diciamo che grazie a lui, mi è venuta voglia di fare questa esperienza.
Al CDH all’inizio non sapevo a cosa andavo incontro, cosa avrei trovato… poi ho iniziato a conoscere i ragazzi, uno a uno, e non era come me l’aspettavo. Mi aspettavo di trovare persone come mio cugino bisognose di assistenza in tutto. Qui invece mi sono accorto che la disabilità non è solo assistenza, la disabilità si manifesta in tanti modi e il CDH mi ha dimostrato questo, perché ho conosciuto dei ragazzi tutti con disabilità diverse, sono state esperienze che mi hanno fatto crescere mentalmente e anche divertire.
Ho anche imparato da loro e spero che anche loro abbiano imparato qualcosa da me per quel poco che ho dato. Per me è stata una esperienza veramente bella… Mi ricordo che mi svegliavo tutte le mattine e dicevo: “devo andare… c’è Ermanno… c’è la Titti… tutti che mi aspettano…”. Quindi ti svegli di mattina già carico!
Anche voi educatori siete stati veramente simpaticissimi. Svegliarsi sapendo che tutti ti aspettano, questo è stato veramente una cosa positiva. Non ho mai avuto un’esperienza così!
Quando invece ho lavorato nelle fabbriche, lì ti svegliavi di mattina e ogni scusa era buona per non andare, non avevo proprio voglia. Grazie a questa esperienza che ho avuto con i ragazzi del CDH, un’amica di mia madre che lavora in una comunità di minori mi ha proposto un lavoretto a Funo, dove andavo tutte le sere e nei weekend, c’era anche qualcuno con disabilità. Lì dovevo badare a ragazzi piccoli che vivevano in comunità, ragazzi che avevano problemi familiari. Anche lì mi sono trovato bene, a seguito dell’esperienza al CDH mi è sembrato tutto naturale. Il laboratorio interculturale a cui ho partecipato è stato una bella esperienza, non me l’aspettavo. È stato bello nel senso che ho dovuto conoscere altri paesi, perché io avevo una mentalità talmente diversa di come sono gli altri paesi… Ho avuto la possibilità di conoscere culture diverse dalle mie. Già che sono in Italia, questo è già qualcosa in più per me che sono nato in Uganda e ho vissuto tutta un’altra vita, lì è tutto diverso da qui e quindi facendo questo laboratorio ho aggiunto altre conoscenze che non sapevo. Ad esempio l’Etiopia che si trova in Africa è un paese che io non conoscevo proprio, anche se si trova in Africa. La maggior parte della gente pensa che l’Africa sia un paese unico. Lo dico ancora che non lo è, è un continente. Grazie all’incontro con Yousef ho imparato qualcosa in più rispetto al mio continente, l’Africa. Mi è piaciuto perché ho dovuto spiegare ai ragazzi come viviamo in Uganda, i nostri comportamenti, le differenze con l’Italia.
Tante, poi, le domande che mi hanno fatto i ragazzi che mi hanno colpito come “perché in Uganda c’è sempre la guerra?” e anche un’altra “perché siete neri?”. Hanno fatto bene a farmi queste domande, così sono riuscito a spiegare un po’ di più rispetto al mio paese. Ci sono state le guerre fino agli anni Ottanta, ma ora l’Uganda diciamo che è un paese libero, non ci sono più guerre, è un paese tranquillo. A proposito invece del colore della pelle invece non ci avevo mai pensato… Essendo però che siamo sempre esposti al sole… Cambia la cosa. Come dite? Ahahah! Sì, forse è vero, siete voi che vi siete sbiancati!
Penso sarebbe bello sperimentare questa attività a scuola, perché i ragazzi più piccoli hanno sempre questa curiosità di sapere, di conoscere, è meglio che imparino già da piccoli a sapere qualcosa sui diversi paesi, poi più crescono e più imparano. Io la consiglio!
Consiglierei anche ai ragazzi stranieri della mia età di fare amicizia con le persone del posto, perché la maggior parte dei miei amici africani, quando arrivano qua rimangono in gruppo fra di loro, si chiudono e questa è una cosa sbagliatissima.
Per conoscere bene la cultura del paese, il modo in cui si vive e per imparare bene la lingua bisogna stare con le persone del luogo e raccontare qualcosa di sé. Basterebbe “sfruttare” i contesti, la scuola, le associazioni, le opportunità come il Servizio Civile che ho fatto io… ti aprono un mondo. Tutti i servizi che coinvolgono le persone, le attività che propongono, sono cose molto utili.
Io vi voglio ancora ringraziare per avermi dato la possibilità di partecipare al laboratorio sull’intercultura, mi è veramente piaciuto, siete stati molto bravi. È stata una esperienza che me la ricorderò sempre.

Rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo

di Massimiliano Rubbi

 In quale mondo vogliamo vivere nel 2030? Le prospettive di sempre più breve termine in cui siamo immersi escludono domande di questo tipo dal nostro orizzonte abituale, ma non da quello di organismi internazionali come l’ONU, che nel settembre 2015 si è data una risposta approvando la “Agenda 2030”, un documento che riprende la struttura degli 8 “Obiettivi di sviluppo del Millennio” (MDG – Millennium Development Goals) adottati nel 2000 e li sviluppa ulteriormente in 17 “Obiettivi di sviluppo sostenibile” (SDG – Sustainable Development Goals), collegati a 169 risultati specifici da raggiungere. E in questo quadro si può porre la domanda più specifica: quale mondo del 2030 vogliamo costruire con e per le persone con disabilità?

Un ombrello universale
Il fatto stesso di specificare la domanda costituisce un progresso non scontato. Negli Obiettivi di sviluppo 2000-2015, infatti, non si nominava nemmeno una volta la condizione di disabilità, mentre le “persone con disabilità” sono citate 11 volte nell’Agenda 2030. In particolare, riferimenti sono contenuti negli obiettivi 4, per una “educazione di qualità”, 8, per un “impiego pieno e produttivo”, 10, per la “riduzione delle disuguaglianze”, 11, per “città inclusive”, e 17, sugli “strumenti di implementazione”. L’attenzione risulta ancor maggiore se consideriamo i 18 riferimenti alle persone “vulnerabili”, che includono, in base al paragrafo 23 della dichiarazione generale che sottolinea la necessità del loro empowerment, “tutti i bambini, i giovani, le persone con disabilità (oltre l’80% delle quali vive in povertà), le persone con HIV/AIDS, gli anziani, i popoli indigeni, i rifugiati, gli sfollati interni e i migranti”. Come rilevano le organizzazioni globali IDDC – International Disability and Development Consortium e IDA – International Disability Alliance in un loro documento illustrativo,“il movimento per la disabilità  preferisce il termine ‘a rischio’ piuttosto che ‘vulnerabile’, ma ‘vulnerabile’ è più ampiamente accettato dai governi all’ONU. A causa della delicatezza dei negoziati per l’Agenda 2030, non è stato possibile cambiare questo termine”. Specie se accettiamo questa estensione semantica, i risultati da raggiungere entro il 2030 riguardano una gamma decisamente vasta di ambiti della vita delle persone con disabilità, che tengono conto dei diversissimi gradi di sviluppo del contesto in cui si trovano: “[misure di protezione sociale che garantiscano] sostanziale copertura dei poveri e dei vulnerabili” (1.3), “costruire e adeguare le strutture scolastiche in modo che siano adatte alle esigenze [di tutti]” (4.a), “un adeguato ed equo accesso ai servizi igienico-sanitari e di igiene per tutti ed eliminare la defecazione all’aperto, con particolare attenzione ai bisogni […] di coloro che si trovano in situazioni vulnerabili” (6.2), “la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutte le donne e gli uomini, anche per i giovani e le persone con disabilità” (8.5), “fornire l’accesso a sistemi di trasporto sicuri, sostenibili e convenienti per tutti […] con particolare attenzione alle esigenze di chi è in situazioni vulnerabili” (11.2), “fornire l’accesso universale a spazi verdi pubblici sicuri, inclusivi e accessibili” (11.7).
L’estensione e la profondità degli obiettivi, e la loro applicazione ai contesti nazionali molto diversi rappresentati all’ONU, implicano che ogni Stato è tenuto a definire una propria strategia per lo sviluppo sostenibile, con specifiche priorità e strumenti per perseguirle – un’innovazione non scontata rispetto ai precedenti Obiettivi di sviluppo del Millennio, la cui impostazione di fondo nella lotta contro la povertà era il riallineamento dei Paesi sottosviluppati a quelli ricchi. Inoltre, viene riconosciuto che non sarà possibile raggiungere risultati significativi senza l’azione coordinata del “settore privato” nella sua interezza, “dalle microimprese alle cooperative e alle multinazionali, e delle organizzazioni filantropiche e della società civile”. Nei termini del paragrafo 52 della dichiarazione generale, che riecheggiano un celebre slogan del movimento per la disabilità, “è un’Agenda delle persone, dal popolo e per il popolo – e questo, crediamo, assicurerà il suo successo”.

Riconoscere le specificità
Certo, l’effetto “libro dei sogni” è dietro l’angolo, e anche IDDC e IDA ricordano come l’Agenda 2030 sia “un impegno politico, non un documento legalmente vincolante”. In questo senso può essere interpretata  la  significativa  assenza di riferimenti, in tutta l’Agenda, alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), dal 2006 punto di riferimento per il miglioramento delle condizioni di vita di questa fascia di popolazione. Se infatti la Convenzione, sia pure con i limiti di applicazione effettiva inerenti  agli  accordi  internazionali, si incardina sulla nozione di “diritto umano” inviolabile e inalienabile, l’Agenda traccia piuttosto un sentiero da seguire, fornendo indicazioni comuni a tutti coloro che si trovano nei suoi diversi punti, e valorizzando i progressi più che la posizione in sé. Ciò non esclude che si possano tracciare collegamenti generali o puntuali tra i due documenti ONU, come hanno fatto ad esempio il progetto Global Disability Rights Now e di nuovo IDDC e IDA, secondo cui “solo utilizzando la CRPD per implementare i SDG si potrà garantire che non vengano create o perpetuate esclusione e disuguaglianza, come barriere istituzionali, attitudinali, fisiche, legali e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, tra le altre barriere all’inclusione e alla partecipazione delle persone con disabilità”.
Forse più significativo è un problema rilevato sempre da IDDC e IDA in un altro documento in  merito  al  monitoraggio periodico sullo stato di attuazione degli obiettivi dell’Agenda 2030. Mancano infattitantounadisaggregazionedeidati rilevati dagli indicatori generali perla “sottopopolazione” costituita dalle persone con disabilità, quanto un set di indicatoricheriflettalaspecificitàdi tale sottopopolazione entro gli obiettivi dell’Agenda. La prima, tecnicamente semplice (basterebbe rilevare attraverso un set di domande la condizione di disabilità di chi risponde ai censimenti e alle indagini a campione), eviterebbe possibili distorsioni nella lettura dei dati: ad esempio, un calo del tasso di disoccupazione potrebbe nascondere il fatto che a restare senza lavoro siano in proporzione maggiore le categorie svantaggiate, e così impedire i necessari interventi mirati. Anche indicatori specifici, come la “percentuale di insegnanti in servizio che abbiano ricevuto formazione sul campo negli ultimi 12 mesi per insegnare a studenti con bisogni educativi speciali” o la “percentuale di veicoli di trasporto pubblico  che  rientrano  negli  standard minimi nazionali per l’accessibilità da parte di persone con disabilità”, già suggeriti nel 2015 dal segretariato ONU per la CRPD, sarebbero indispensabili per impostare e monitorare politiche inclusive. Il sentiero tracciato dall’Agenda 2030 per il prossimo decennio è chiaro e sarebbe difficile non condividerlo – e, come già detto, perché una società possa percorrerlo in avanti è necessario lo sforzo di tutte le sue componenti, non solo dei decisori politici. Sarà nondimeno cruciale capire, nei prossimi anni, quali progressi potranno essere garantiti da scelte politiche in linea con l’Agenda 2030 restando all’interno del quadro di compatibilità economiche dell’attuale periodo post-crisi, e quanto la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda richiederà una revisione anche profonda di questo quadro, con la considerazione in termini di “bilancio vincolante” delle sostenibilità sociale e ambientale a livello globale.

16. AiLeS Associazione per l’Inclusione Lavorativa e Sociale delle persone svantaggiate.

AiLeS è un’associazione per promuovere l’inclusione lavorativa e sociale delle persone svantaggiate, senza distinzioni di condizione personale, età, genere, etnia, religione, cultura e paese di provenienza, che assume come finalità prevalente la progettazione, programmazione, organizzazione, realizzazione di: attività formative-orientative, corsi di formazione professionale, tirocini formativi, borse lavoro, azioni di accompagnamento e di supporto all’apprendimento di competenze relazionali e prestazionali facilitanti l’inserimento occupazionale mirato, con particolare riguardo alle situazioni soggettive di più grave disagio e rischio di emarginazione.
Ne fanno parte:
Accaparlante cooperativa sociale a r.l. Onlus www.accaparlante.it
Anastasis cooperativa www.anastasis.it
Csapsa cooperativa sociale servizi educativi formativi www.csapsa.it
Gavroche associazione di volontariato www.facebook.com/associazione.gavroche
La carovana cooperativa sociale www.lacarovanacoop.com
L’orto cooperativa sociale www.cooperativalorto.com
Piazza Grande cooperativa sociale www.piazzagrande.it
Sea coop cooperativa sociale Onlus www.seacoop.coop
SIC Consorzio di iniziative sociali