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Autore: Nicola Rabbi

20. Il problema del copyright

Il fatto è capitato nel 2003, l’esponente radicale Paolo Pietrosanti, non vedente, ha messo on line  il romanzo “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” per permettere anche a chi non vede di poter ascoltare (tramite uno screen reader e un sintetizzatore vocale) il libro della Rowling. Chi lo voleva leggere doveva pagare solamente la somma spettante per il diritto d’autore, circa il 20% del prezzo di copertina. L’iniziativa non è passata inosservata e Pietrosanti ha dovuto retrocedere perché è stato citato dall’editore Salani dinanzi al Tribunale civile di Milano.
Questo esempio ci illustra come le nuove tecnologie possano garantire ai disabili quei diritti che non vengono rispettati (in questo caso l’accessibilità a un’opera letteraria). Questa possibilità di fatto è stata negata per una questione di copyright; in questo articolo vogliamo parlare proprio del diritto d’autore, dei cambiamenti cui esso va incontro con l’avvento dei nuovi strumenti di comunicazione digitale e di come la normativa si stia modificando e spesso non nella direzione dell’interesse del singolo cittadino (abile o disabile che sia).

Il diritto d’autore al tempo di internet
Il mezzo digitale permette una riproducibilità di qualunque opera (testuale, sonora, visiva), una riproducibilità veloce, dove le copie sono identiche all’originale e la distribuzione è immediata. Questa situazione permette, come mai è stato possibile in passato, la condivisione delle conoscenze, ovvero la possibilità di dare a chiunque (chiunque sia collegato alla rete beninteso) degli strumenti adeguati per comprendere e agire nel mondo che lo circonda. Questa idea di condivisione dei dati e di cooperazione senza fini di lucro è, d’altronde, uno dei tratti costitutivi della rete telematica. Fin dai suoi esordi, internet (ma allora non si chiamava così) si è caratterizzata proprio per lo spirito di condivisione delle risorse e del libero scambio di informazioni e dati; la rete è stata sviluppata e popolata da ricercatori che credevano nella cooperazione al di là degli interessi privati.
Ma la rete allora ha mantenuto le sue iniziali promesse di condivisione di beni immateriali per tutti? No, non è proprio così: esiste un problema, anzi un diritto a essere precisi, ed è il diritto d’autore, il copyright, ovvero la legittima aspettativa dell’autore di un brano musicale o di un testo di vedere un riconoscimento economico del proprio prodotto intellettuale. A dire il vero a farsi sentire di più non sono tanto gli autori, ma i detentori di quei diritti, ovvero l’editore, la casa discografica, ecc. Dato che il rispetto del copyright non riguarda la singola nazione, ma oramai si pone in un ambito planetario (globale), esiste una tendenza normativa a proposito; dice Franco Carlini, giornalista, nel suo libro Divergenze digitali (Roma, Manifestolibri, 2002): “Negli ultimi 20 anni le protezioni si sono fatte molto più robuste, con la tendenza a diventare eterne e impenetrabili, e non già a vantaggio del pubblico e nemmeno dei creativi artisti, ma a esclusivo beneficio degli editori dei nuovi e vecchi media”.

Il file sharing
I casi di cronaca più eclatanti a proposito di rispetto del copyright nel tempo di internet riguardano la musica e il sistema di file sharing. I programmi di file sharing sono quelle applicazioni che permettono di condividere delle risorse di ogni tipo (dati audio, video, animazioni, testi). Quando le si installa nel proprio computer richiedono quale parte della memoria della tua macchina vuoi condividere; in quella parte metteremo tutti quei dati che noi “doniamo” agli altri, e quella parte, solo quella, sarà la parte visibile della memoria del nostro computer ogni volta che noi ci colleghiamo alla rete. Così vale per ogni utilizzatore di questi programmi, ciascuno ha una parte della memoria della sua macchina che “offre” all’esterno e in quella parte mette le cose che probabilmente più gli piacciono. Le risorse offerte si sommano in un’immensa banca dati e, quando gli utenti diventano milioni, noi abbiamo milioni di sezioni di memoria in cui ricercare i brani musicali, i video o i testi che desideriamo.

Che fare?
Ho usato il verbo cercare perché questi programmi sono una specie particolare di motori di ricerca (come quelli che troviamo sul web), ma più specializzati e anche più efficaci.
Questo sistema è stato duramente attaccato da editori, case di produzione musicali, ecc., ma al di là del diritto legittimo del copyright, è venuto il momento di rendere più elastico questo diritto in un panorama dove le nuove tecnologie di comunicazione hanno cambiato le carte in tavola. Bisognerebbe inventare una normativa che oltre a preservare questo diritto, non ostacoli la condivisione delle conoscenze, ma anzi la promuova.
Torniamo all’esempio dei disabili o di quelle persone che lavorano nell’ambito non profit (insegnanti che fanno cd-rom con gli studenti, prodotti multimediali di associazioni o cooperative sociali…): non sarebbe il caso di pensare a forme di pagamento più leggere o addirittura a forme gratuite di utilizzo? Anche in questo caso, le motivazioni riguardanti l’interesse economico privato non possono essere l’elemento centrale da cui partire ma solo un aspetto da affiancare a quello, altrettanto importante, dei diritti umani e dei diritti dei cittadini (abili e disabili, del nord e del sud del mondo).

19. Il diritto alla privacy

Quando utilizziamo internet siamo “esposti” verso l’esterno. Tutto ciò che facciamo, come chattare, spedire e-mail, registrarsi in alcuni siti o servirsi di vari servizi, viene in qualche modo registrato, ne rimane una traccia insomma. Questo comporta un problema di privacy, ovvero il nostro diritto (sacrosanto) di tenere segreti i nostri dati personali per non essere invasi da pubblicità o da proposte commerciali che non abbiamo richiesto e nemmeno ci interessano. Ma è anche un nostro diritto quello di non essere spiati e controllati da nessuno, nemmeno dalle autorità pubbliche. Possiamo accettare questo controllo solo in determinate circostanze che riguardano l’ordine pubblico e la sicurezza, ma anche in questo caso devono essere fissate delle regole e dei confini.

Un nuovo diritto digitale
È il diritto all’anonimato e quindi di conseguenza alla privacy di chi utilizza internet o le altre tecnologie di comunicazione. Tutti noi dovremmo impegnarci per difendere questo diritto, da cui dipende parte della libertà che potremo avere come cittadini nei confronti dello Stato negli anni a venire. E non è cosa di poco conto.
Fra tutti i diritti digitali questo, come sottolinea Stefano Gulmanelli nel suo bel libro Popwar, il Netattivismo contro l’ordine costituito (Milano, Apogeo, 2003), è il più difficile da conseguire perché, dopo i fatti tragici dell’11 settembre, gli apparati statali occidentali si sono mossi verso una sorveglianza più stretta di ciò che accade in rete. A dare man forte a questo atteggiamento contribuiscono molti i mass media che danno un’immagine di internet come un luogo pericoloso dove terroristi, pedofili e altri maniaci scorrazzano indisturbati (teniamo presente che internet è anche un temibile concorrente per ciascuno di loro, siano essi quotidiani o televisioni).

La privacy in rete
In realtà è molto più sicuro per un terrorista infilare una lettera nella buchetta che usare un’e-mail; infatti di tutto ciò che facciamo in rete rimane una traccia (anche se non per sempre) che può essere individuata e utilizzata per tracciare un nostro profilo. “A me cosa interessa? Io non ho niente da nascondere”, potrebbe commentare un lettore. Ed è proprio questo il punto debole dei tentativi che vengono fatti dai vari attivisti per garantire questo diritto alla propria privacy; la stragrande maggioranza dei cittadini non ritiene importante questo diritto, se non quando si viene invasi dallo spamming. Purtroppo non è così; anche uno stato democratico (come è il nostro) se ha questi poteri di controllo (di sorveglianza) del cittadino diventa potenzialmente pericoloso.
Si è sorvegliati in rete come nelle strade dalle telecamere sempre accese. Scrive Stefano Rodotà, garante della privacy su “la Repubblica” del 23 giugno 2003 (citato anche da Gulmanelli nel suo libro): “Ogni forma di accesso alle comunicazioni scambiate fra cittadini viene ritenuta legittima […] la sorveglianza si trasferisce dall’eccezionale al quotidiano, dalle classi pericolose alla generalità delle persone”.
Un decreto del 2003 del Governo obbliga tutti i gestori telefonici e gli Internet Provider a conservare i “dati di traffico” dei loro clienti degli ultimi 5 anni. Questo significa che tutto ciò che abbiamo fatto su internet negli ultimi 5 anni può essere ricostruito da un magistrato che ne faccia richiesta. “Ma io non faccio niente di male” viene da dire a questo punto, e questo è vero per quasi tutti, così come è importante che un magistrato possa attingere a certe informazioni per i casi che riguardano i fatti di terrorismo, mafia, rapimenti… Ma se il meccanismo si incrina, se avvengono delle distorsioni, dove può rifugiarsi “chi non ha fatto niente”? Dove trova il suo angolo di libertà, dove non arriva l’occhio del “Grande Fratello”? Ma non è tutto.

Echelon, Carnivore e i mostri che verranno
Si sviluppano su internet continuamente nuovi sistemi di controllo come Echelon e Carnivore; il primo è un sistema satellitare statunitense capace di intercettare qualsiasi comunicazione sia essa via fibra ottica, via satellite, via onde radio, via cellulari; gli europei hanno accusato gli Stati Uniti di avere usato Echelon per motivi commerciali e tra breve lanceranno in un orbita circolare 30 satelliti che avranno la medesima funzione (il sistema Galileo). Carnivore invece è un sistema, assai usato dall’FBI, per controllare la navigazione su internet e lo scambio di e-mail. Ma chi controlla i controllori?

14. Siti web e disabili

Come sono organizzati i siti web che si occupano di disabilità in lingua italiana? Che tipo di informazione danno e quanto sono utili? Nel 1997 ho cercato di rispondere a queste domande pubblicando un libro (assieme a Carlo Giacobini) intitolato “L’handicap in rete”, dove, attraverso l’intervista a una ventina di gestori di siti e l’analisi indiretta di un altro centinaio, avevamo descritto come il mondo dell’associazionismo dedicato al tema della disabilità usava i nuovi strumenti del comunicare. In realtà nel libro avevamo fatto di più; avevamo illustrato il funzionamento delle mailing list e dei newsgroup tematici e avevamo realizzato una storia della telematica sociale. La telematica non si è subito identificata con internet ma è qualcosa che inizia ben prima dell’avvento della grande rete, e questa è una storia poco conosciuta. Per chi volesse leggere il testo, che è costantemente aggiornato e ancora attuale in alcune parti, lo può trovare online. Il lavoro era stato realizzato nel ’97 in un periodo in cui gli utenti internet in Italia erano poche centinaia di migliaia e non i milioni di oggi. Le pagine web in lingua italiana non contenevano animazioni, file audio o video, ma offrivano per lo più testi e immagini. 

Una nuova ricerca
Recentemente la IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione) di Milano ha prodotto una ricerca proprio sull’argomento, utilizzando una metodologia più rigorosa, e questa novità ci offre l’occasione per avere un quadro dei siti web che oggi in Italia si occupano di disabilità. Il sito, che raccoglie i risultati dell’indagine, lo potete trovare.
Sono 177 i siti delle associazioni analizzati, alcuni direttamente (indagine sul campo), altri visitando semplicemente il sito (indagine sul desk).
Dall’analisi risulta che è cambiata la consapevolezza  nei confronti del mezzo; da un uso del sito come un depliant o una semplice vetrina, si è passati alla realizzazione di strumenti di comunicazione interna (rivolta agli associati) e per la visibilità esterna, fino ad arrivare all’idea di fornire dei servizi. Il web oggi è utilizzato dal mondo dell’associazionismo per informare, creare degli archivi, far circolare le “buone prassi”, e si cerca anche di offrire della consulenza e della formazione on line. Dall’indagine svolta sul campo si nota che la posta elettronica è molto utilizzata, mentre la frequenza con cui vengono aggiornate le pagine web è ancora molto scarsa (solo la metà dei siti esaminati direttamente viene aggiornata settimanalmente o mensilmente).
L’indagine sul desk punta invece a mettere in rilievo altri fattori; la maggior parte dei siti ha un buon livello di usabilità (intendendo con questo termine “la proprietà di un servizio digitale che lo rende ‘facile’ da navigare e usare”). Più carente invece è l’usabilità dei contenuti, ovvero vengono scritte pagine con testi troppo lunghi, che si presentano graficamente male (per non parlare dell’uso di immagini troppo pesanti da scaricare) e con dei link poco chiari. La mancanza di risorse ad hoc è il motivo, sostengono i curatori della ricerca, di queste carenze professionali.

Le community e i servizi on line: un’utopia ancora lontana?
Dalla ricerca emerge la scarsa diffusione degli strumenti di community, ovvero la mancanza di mailing list, forum, chat, proprio quegli strumenti che permettono una partecipazione più attiva degli utenti (associati) che nel caso della disabilità sono le voci, importantissime, dei disabili, dei genitori, degli operatori sociali.
Anche i servizi online sono offerti solo da una minoranza dei siti esaminati e quei pochi riguardano soprattutto la consulenza medica e psicologica.
Fermiamoci ora un attimo sull’utilità dei servizi on line con alcune considerazioni. La loro efficacia dipende molto da che cosa si vuole offrire, avendo ben presenti i limiti che il mezzo ancora presenta. Uno sportello on line non può sostituire certo il servizio offerto da uno sportello reale o anche da un semplice sportello telefonico, dato che la presenza dell’operatore permette uno scambio insuperabile (nemmeno da una chat). Servizi on line efficaci, con la tecnologia di oggi, sono quelli che offrono dei prodotti molto definiti, che rispondono a domande precise (l’offerta di documenti scaricabili, la presenza delle FAQ, banche dati relativi a indirizzari di associazioni, volontari…).

Quanti utenti?
Stranamente la ricerca non dice nulla sul numero di visitatori di questi siti. Eppure questo è un dato importante; sapere se giornalmente l’home page viene letta da 500 persone o da 50 significa che il sito, grazie alle informazioni interessanti che offre o alla community particolarmente brillante, attira degli utenti e che questi ritornano perché hanno trovato in un angolo della rete un posto veramente utile e importante per loro.
Un ultimo dato quantitativo per concludere: le regioni con più siti che si occupano di disabili  (e che sono stati recensiti nella ricerca) sono la Lombardia (47), il Lazio (35) e l’Emilia-Romagna (17). Seguono il Veneto (13), la Toscana (12) e il Piemonte (10).

13. Leggi e governi

Come hanno affrontato gli ultimi due governi (rispettivamente di centrosinistra e di centrodestra) il tema dell’accessibilità del web? Facciamo una breve carrellata degli eventi più significativi.
Il passato governo di centro-sinistra aveva promulgato la circolare 6 settembre 2001 (n. AIPA/CR/32), intitolata “Criteri e strumenti per migliorare l’accessibilità dei siti web e delle applicazioni informatiche a persone disabili”. In questa circolare vengono “specificati i criteri da rispettare nella progettazione e manutenzione dei sistemi informatici pubblici, per favorire l’accessibilità ai siti web che mettono a disposizione di cittadini e imprese informazioni e servizi interattivi mediante tecnologie e protocolli internet e alle applicazioni informatiche utilizzate dal personale della pubblica amministrazione e da cittadini e imprese per i servizi resi così fruibili”.
Questi criteri sono quelli suggeriti nella guida del WAI (Web content accessibility – guidelines 1.0) del consorzio W3C (www.w3.org).
Nel mondo virtuale capita più spesso che in quello reale, dato che i siti della pubblica amministrazione stanno cercando di essere conformi alle linee guida del WAI (Web Accessibility Iniziative). In Italia esiste l’AIPA (Autorità Informatica della Pubblica Amministrazione) che ha costituito nel luglio 2000 il gruppo di lavoro “Accessibilità e Tecnologie informatiche nella PA”, “finalizzato al superamento delle barriere tecnologiche che oggi limitano i disabili nella fruizione dei servizi in rete”. Ricordiamo tre siti per chi voglia approfondire l’argomento: www.pubbliaccesso.it e www.webxtutti.it/index.htm e www.webimpossibile.net.

Cosa fa questo Governo
Nel 2003 è stato pubblicato il Libro Bianco, intitolato “Tecnologie per la disabilità”, che si prefiggeva di dare indicazioni su un disegno di legge e suggerire le azioni necessarie a promuovere l’inserimento dei disabili in una società tutta basata sull’informazione. Il libro è stato scritto dalla “Commissione interministeriale sullo sviluppo e l’impiego delle tecnologie dell’informazione per le categorie deboli”, una struttura istituita nel 2002 dal Ministro per l’Innovazione assieme ai Ministri della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali.
La pubblicazione, che ha visto la collaborazione di associazioni, operatori dell’industria ICT e amministrazioni, ha messo in evidenza le seguenti mancanze:

  • molti siti web, anche quelli delle pubbliche amministrazioni, non sono accessibili ai disabili;
  • se un individuo cerca delle risposte ai suoi bisogni nelle nuove tecnologie, non riesce a trovare informazioni utili e aggiornate;
  • nemmeno la Sanità Pubblica conosce pienamente le potenzialità offerte dalle tecnologie;
  • manca anche la conoscenza e la sensibilità dell’opinione pubblica e degli operatori dell’ICT;
  • non esistono dati affidabili sull’uso delle tecnologie da parte dei disabili.

Nel 2004 la grande novità è stata l’approvazione della cosiddetta “legge Stanca” (l. n. 4 del 9.1.04, “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”).
L’elemento di maggiore rilievo è il fatto che le amministrazioni pubbliche non potranno stipulare contratti per la realizzazione o la modifica di siti internet se gli stessi non rispetteranno i requisiti di accessibilità. La legge diventerà pienamente operativa agli inizi del 2005; il Consiglio di Stato, infatti, ha dato parere favorevole allo schema di Regolamento di attuazione approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso luglio.
La “legge Stanca”, che è una delle prime normative al mondo in materia di accessibilità delle risorse informatiche e dei servizi della pubblica amministrazione, è stata criticata da alcune associazioni di disabili per il fatto che l’accessibilità di un sito viene valutata solo in base a delle regole tecniche, mentre la verifica degli utenti (validazione umana) non è obbligatoria.

7. Biglietti on line per il tempo libero

Internet permette di risparmiare tempo offrendo la possibilità di compiere azioni direttamente da casa propria attraverso il computer. Se decidiamo, nel corso della settimana, di andare a teatro, invece di uscire per prendere in anticipo un biglietto per quello spettacolo, a volte possiamo farlo tramite alcune semplici operazioni al computer, risparmiando il tempo che occorre per immergersi nel traffico urbano per raggiungere il botteghino ed evitando l’eventuale  coda (risparmieremo solo tempo e non denaro, come vedremo più avanti).
Questo vantaggio diventa ancora più significativo nel caso di persone che hanno difficoltà nel muoversi; per una persona con un deficit motorio ogni spostamento richiede una certa programmazione che permetta di superare le barriere architettoniche che si incontrano ogni volta (e di imprevisti ce ne sono sempre tanti); poter acquistare da casa propria un biglietto semplifica un po’ la vita.

Come si fa
Di solito la procedura per acquistare un biglietto on line è molto simile in tutti i siti sul web che offrono questo servizio. Le prime volte però si possono incontrare delle difficoltà, specie se il sito non è ben progettato, rendendo la vita difficile ai propri utenti.
Prendiamo come esempio il più noto dei siti in questione. TicketOne (www.ticketone.it) presenta direttamente in home page la serie di eventi più in rilievo e nel bordo in alto una suddivisione degli eventi (concerti, mostre, teatro…); in alto a sinistra, proprio sotto il logo, è posto il motore di ricerca interno dove è possibile selezionare gli eventi per data, luogo, nome. Una volta che abbiamo scelto lo spettacolo, basta cliccare sopra con il mouse e ci appare una schermata che offre una serie di servizi: la descrizione dell’evento, le indicazioni su come raggiungerlo (se si è fortunati vi sono anche delle indicazioni sulla presenza di barriere architettoniche)  e finalmente le modalità di acquisto del biglietto. Le opzioni di solito sono l’acquisto on line (buy on line), oppure l’utilizzo del servizio “Pronto pagine gialle”, oppure tramite dei punti vendita locali. Non sempre sono presenti tutte queste opzioni.
Ma procediamo nell’operazione: scegliendo la modalità buy on line, l’interfaccia che ci si presenta offre altre possibilità di scelta (il numero del posto o del settore); una volta fatta la nostra scelta (che avviene selezionando una casella tramite un colpo di mouse) possiamo decidere se vogliamo ritirare il biglietto appena acquistato al botteghino (di solito si deve andare un’ora prima) o farcelo pervenire direttamente a casa tramite un corriere espresso. Scegliendo il pulsante avanti si procede nell’operazione finché non si arriva al momento del pagamento che può avvenire in modi diversi (carta di credito, bonifico bancario). Esistono, naturalmente, delle spese aggiuntive che riguardano i costi di commissione e i diritti di prevendita (ma sono cifre nell’ordine di pochi euro). Molto spesso, come è il caso di TicketOne, prima di acquistare il biglietto occorre registrarsi presso il sito. Questa operazione non richiede molto tempo ed è facile da completare.

Ma è una cosa sicura?
Gli italiani fanno fatica a usare la carta di credito online, un po’ perché è un metodo di pagamento non pienamente diffuso, e un po’ perché si ha il timore delle frodi via internet. Bisogna dire però, al di là di molto allarmismo che circola sui mass media, che i siti che fanno vendita on line hanno dei sistemi di sicurezza che proteggono i dati inviati dall’utente (indirizzo, numero di carta di credito…); e i siti più affermati dispongono anche di una sorta di certificazione che garantisce la sicurezza nelle operazioni che si fanno tramite loro. 

Altri siti
Per terminare questa prima parte dedicata all’acquisto dei biglietti online, ecco alcuni indirizzi di altri siti molto noti in rete: Charta (www.charta.it) che offre  la possibilità di vedere, tramite una piantina, il teatro dove si vuole andare e scegliere i posti ancora liberi (e sapere quali sono e dove, è una possibilità decisamente utile a una persone disabile); TicketWeb specializzato nell’area milanese (ma vende biglietti anche per l’Arena di Verona); Boxol (www.boxol.it); BoxTicket.

6. I weblog, diari molto personali

È il fenomeno della rete più discusso negli ultimi due anni, tanto che se ne parla anche alla televisione o nei periodici di carattere più divulgativo; sono i weblog (detti anche semplicemente blog), dei diari personali dove una persona racconta se stessa, o parla di un tema che le sta a cuore. Ma cos’è che rende particolari questi diari, e perché dovrebbero essere argomento d’interesse i fatti (personali) degli altri? Vediamo di darne alcune spiegazioni.

Io “sono” e pubblico
Se c’è una cosa che internet ha sempre promesso, questa è stata l’interattività, ovvero la possibilità di interagire con gli altri grazie a un dispositivo di facile uso. A differenza della televisione o dei quotidiani, a differenza quindi di altri mass media, la rete permette di essere attivi, di poter rispondere a delle domande, di dire la propria idea, di ricercare informazioni e di ottenere servizi. La comunicazione poi non è di tipo da uno a molti (vedi i casi precedenti), ne da uno ad uno (come è nel caso del telefono), ma da molti a molti. Questa situazione permette al lettore di diventare scrittore, permette all’autore di confrontarsi con i suoi lettori.
Se queste sono le premesse, le nuove tecnologie hanno dovuto maturare per poter offrire ai semplici utenti questa possibilità, e i blog sono attualmente lo strumento più semplice per comunicare sul web. Attualmente le persone che nel mondo hanno un proprio blog sono più di un milione e questo dato la dice lunga a proposito del successo che stanno avendo.
Eppure la loro storia è molto recente: il primo blog viene edito negli Stati Uniti (nel 1995) e tratta di argomenti tecnologici, ma lo sviluppo avviene con la creazione di un software (nel 1999) che permette a chiunque, anche a chi sia completamente a digiuno di html (il linguaggio di marcatura attraverso cui vengono scritte le pagine web), di creare delle proprie pagine. Il primo sito di riferimento in lingua inglese è www.blogger.com. I navigatori di lingua italiana partecipano da subito all’idea ma bisogna aspettare il 2001 per la nascita dei due principali siti di riferimento in lingua italiana che offrono la possibilità di creare un proprio blog (www.blog.it, www.splinder.com).

Come funzionano
Il loro successo è spiegabile anche con la facilità con cui si può costruire un proprio blog abbastanza personalizzato (uno spot pubblicitario su Splinder dice proprio “Il tuo blog in cinque minuti”). Per farlo, gratuitamente, basta andare su uno dei siti sopraelencati. Di solito i software utilizzati permettono una certa personalizzazione grafica (colore, disposizione del testo, immagini…) e, una volta impostato il proprio blog, si può iniziare a scrivere, ognuno secondo il proprio progetto. Ogni scritto pubblicato in rete può essere commentato da un qualsiasi lettore e il suo commento sarà subito raggiungibile tramite un collegamento. L’autore può personalizzare ulteriormente il proprio prodotto suggerendo dei collegamenti (di solito ad altri blog amici) o le proprie letture preferite.

I miei problemi, di cosa ho bisogno, ti voglio consigliare
Come nel caso delle reti sociali e dei newsgroup, questo strumento permette di confrontarsi con il mondo intero, permette di uscire dalla propria cerchia ristretta di relazioni personali e di intrecciarne nuove. Ma a differenza degli altri, i blog permettono uno spazio per sé ancora maggiore e la costruzione di un discorso più completo. Andando sul sito si può fare una ricerca per tema sui blog, e se noi mettiamo le parole “disabilità”, “disagio”, “personale” ci troviamo di fronte a innumerevoli esempi di diari personali. In questi blog le persone si raccontano, parlano del proprio problema, cercano un confronto con gli altri.
Ci sono due tipi di blog; quelli più propriamente personali (dove uno si racconta) e quelli di carattere informativo (dove si fa appunto informazione e si danno consigli su un tema/problema che si conosce). http://mardo.splinder.com/1080781200 è un tipico esempio di blog, frequentemente aggiornato, che tocca anche il tema della disabilità. http://reumatoide.splinder.com/ è invece il caso di una persona che parla della propria malattia. Infine http://teha.splinder.com/ è il blog di una psicologa che parla di disabilità. Come si può vedere, i blog vengono costruiti da punti di vista diversi, hanno una durata molto variabile e soprattutto un avvicendamento velocissimo, dato che ogni giorno ne nascono di nuovi.
Dal punto di vista del lettore una domanda sorge spontanea a questo punto: ma che attendibilità hanno, che fiducia si può avere in chi scrive? Nessuna, o meglio cominciate a leggerli, e se vi piaceranno, se vi diranno qualcosa (a voi e anche agli altri con cui ne parlerete in rete) allora comincerete già ad avere fiducia e a intessere un rapporto, magari intervenendo con qualcosa di proprio.

3. L’integrazione scolastica su internet 

Recentemente al Centro Documentazione Handicap di Bologna ho ricevuto una telefonata da un’insegnante di sostegno del sud Italia che mi chiedeva informazioni su come presentare un progetto per la scuola. Il suo direttore didattico aveva spedito una circolare dove informava della possibilità di poter contare su un buon finanziamento per progetti indirizzati all’integrazione scolastica di alunni disabili. Il suo problema era che non aveva mai fatto progetti di questo tipo, né sapeva dove reperirli già pronti. Per poterle dare una risposta avrei dovuto conoscere bene il territorio dove viveva (l’organizzazione dei servizi, la presenza di associazioni locali,…) conoscenza che certo non avevo; è qui che entrano in gioco le nuove tecnologie.
Per prima cosa ho cercato, utilizzando il motore di ricerca Google (www.google.it), le associazioni locali che, occupandosi di disabilità o addirittura di integrazione scolastica, forse avevano già fatto qualcosa o avevano dei suggerimenti, poi le ho dettato siti specializzati che raccoglievano esperienze e infine le ho consigliato di iscriversi a una mailing list (dw-handicap@yahoogroups.com) particolarmente attiva in questo periodo. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro e di averle dato una mano.
Quando le ho chiesto un indirizzo e-mail per mandarle altre informazioni, mi ha detto che raramente aveva occasione di navigare su internet e l’unico indirizzo e-mail di cui disponeva era quello della sua scuola e che usavano tutti (e oltretutto era un indirizzo complicatissimo).
In questa piccola storiella sono raccolte assieme le potenzialità e le contraddizioni dell’utilizzo delle nuove tecnologie.
Abbiamo una richiesta che fino a 10 anni fa avrebbe comportato ore o forse giorni di ricerca per poter dare una minima risposta; ora invece, con i potenti strumenti offerti dal web, si riescono a recuperare le informazioni in pochi minuti (informazioni che a loro volta andranno verificate, si intende).
Abbiamo una “ricevente” in un primo momento soddisfatta ma che, quando arriva il momento di tirare le somme di quanto “ha avuto”, si accorge che molte delle informazioni ottenute andrebbero ricercate a loro volta utilizzando internet, ma… lei internet non ce l’ha!
È questa una contraddizione che si riscontra spesso quando si ha che fare con le nuove tecnologie, contraddizione che non deve scoraggiare, ma che anzi deve rendere evidente un altro diritto che tutti abbiamo, quello di poter disporre e di poter usufruire della telematica, di essere connessi insomma, di essere tutti in rete.

I migliori siti del web
Dove andare cercare sul web le informazioni che riguardano la scuola e la disabilità? Non è facile stilare un elenco di risorse sempre valido, molti siti web hanno la caratteristica di iniziare bene, nel senso di offrire una buona informazione e dei servizi, ma poi di arenarsi; altre volte capita l’opposto, dei siti nati in sordina hanno dei momenti di grandi vitalità. Questa discontinuità deriva dagli scarsi investimenti che ancora si fanno sull’informazione via web, che rimane comunque costosa da produrre.
Proviamo comunque a stilare un breve elenco valido per qualche mese (così ci mettiamo la coscienza a posto).
Educazione&Scuola – sezione handicap si rivolge soprattutto agli insegnanti, ha delle sezioni di news e appuntamenti abbastanza aggiornate; da qui ci si può anche iscrivere alla mailing list “sociale-edscuola”). In generale sono diversi i siti fatti dagli insegnanti di sostegno o curriculari, com’è il caso del FADIS – Federazione Associazioni di Docenti per l’Integrazione Scolastica.
Un altro gruppo di siti (e si tratta del maggiore) tratta di ausili e software didattici. Qualche indirizzo: Handitecno, tecnologie per l’handicap nella scuola; AREA, uno dei primi siti in lingua italiana apparsi sul web e che ancora funziona, l’Ausilioteca di Bologna (www.ausilioteca.org).
Handylex (www.handylex.org/) è invece un servizio della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare); uno dei primi ad apparire sul web, dimostra una continuità nel tempo facendo un’informazione legislativa sempre attendibile (nella home page è presente un collegamento dal titolo “Diritto allo studio”).
Un buon esempio, invece, di raccolta di articoli sul tema dell’integrazione scolastica scritti da insegnanti, persone disabili e genitori si può trovare sul sito del Centro Documentazione Handicap (www.accaparlante.it) all’interno dell’archivio che raccoglie gli articoli della rivista “HP-Accaparlante”. Ricordiamo infine il sito della casa editrice Erickson (www.erickson.it) specializzata proprio sui temi dell’integrazione scolastica.

2. Informarsi in rete

Sono centinaia i siti in lingua italiana che trattano di disabilità, alcuni generalisti altri specializzati su una precisa tematica, ma se cerchiamo quelli che fanno un’informazione aggiornata e scritta con criteri giornalistici (sinteticità, chiarezza, semplicità) allora il campo si restringe a due o tre nomi.  

Il difficile rapporto tra mass media e disabilità
Numerose ricerche hanno dimostrato che il sociale viene scarsamente notiziato sui mass media e, quando questo avviene, i motivi che lo portano alla ribalta sono per lo più legati a fatti di cronaca nera o a eventi straordinari; l’inchiesta, l’approfondimento sono generi scarsamente praticati e anche i toni e lo stile della notizia tendono a diventare più suggestivi. Questo vale anche per le notizie che riguardano il mondo della disabilità.
Facciamo un esempio concreto: si parla di integrazione scolastica quando un ragazzino in carrozzina non riesce a entrare a scuola o quando i genitori protestano per il comportamento aggressivo di uno studente (facciamo ancora un esempio) autistico. Ma si dovrebbe invece parlarne in modo più contestualizzato, fornendo al lettore gli strumenti minimi per comprendere una tematica complessa. Raramente questo avviene.
Molte volte chi opera nel campo della disabilità o chi la vive direttamente si è sentito tradito dai mass media per rappresentazioni non precise o addirittura distorte. Questo genera un clima di diffidenza che ha portato anche a delle incomprensioni reciproche. Da parte giornalistica si accusa il mondo del sociale di non avere alcuna dimestichezza con la logica dei media, con le sue regole di notiziabilità (che poggiano su precisi valori notizia) che vanno rispettate. In Italia è soprattutto la Comunità di Capodarco che ha cercato di sensibilizzare i giornalisti da una parte e chi “opera nel sociale” dall’altra attraverso una serie di seminari (Redattore Sociale) che si tengono ogni autunno.
L’informazione prodotta direttamente dal “sociale” invece consisteva fino a qualche anno fa nella realizzazione di periodici su carta che presentavano, nella maggior parte dei casi, gli stessi difetti comunicativi, ovvero un linguaggio difficile per addetti ai lavori, un pubblico di riferimento molto limitato (i propri soci), la mancanza di qualsiasi tecnica giornalistica nella redazione degli articoli, nella loro titolazione, nella presentazione finale.

Signore e signori, ecco il digitale
Questa situazione è cambiata bruscamente con l’avvento della rete che ha permesso la moltiplicazione dei prodotti informativi a basso prezzo. È vero che alcune situazioni si sono ripetute (certi siti di associazioni sono veramente poco utili così come la notiziabilità del sociale rimane difficile anche on line) ma nel complesso la rete ha permesso un maggiore scambio di informazioni tra le associazioni, tra il mondo del sociale e i mass media, o direttamente verso un pubblico più vasto.
È grazie alla rete che oggi possiamo disporre di molte più informazioni sul tema della disabilità senza dover fare delle faticose ricerche in libreria o informarsi telefonicamente, ma è anche vero che occorre avere degli strumenti che permettano di selezionare l’essenziale.
A oggi (inizio 2005) per chi voglia essere informato sul tema della disabilità esistono pochi  siti che sono aggiornati di frequente e scritti in modo chiaro. Innanzitutto l’esperienza di Superabile (www.superabile.it) dell’Inail (Istituto Nazionale Assistenza Invalidi sul Lavoro) che diventa operativo nel 2001 sotto la direzione di Franco Bomprezzi. Nel 2003 il gruppo editoriale Kataweb vince l’appalto del sito che si presenta come il portale del mondo della disabilità. Ancora più puntuale e aggiornato è il sito di Redattore Sociale, l’agenzia di stampa specializzata in informazione sociale. Il sito è a pagamento e offre per lo più notizie brevi, accompagnate però da schede di approfondimento. Anche Vita, il settimanale del non profit, offre nella sua versione on line un canale tutto dedicato alla disabilità.
A livello locale, invece, segnaliamo Bandiera Gialla (www.bandieragialla.it), il portale del sociale dell’area metropolitana bolognese che realizza continuamente informazione sul tema della disabilità (in questo caso per trovare le risorse è meglio fare una ricerca per categorie usando il motore di ricerca interno al sito: www.bandieragialla.it/motore.php?c=2).
Contiene oltre 600 articoli sui vari aspetti della disabilità l’archivio on line della rivista “HP-Accaparlante” rintracciabile al seguente indirizzo.
Infine ricordiamo i siti di due sportelli informativi, uno del comune di Torino e l’altro del comune Bologna che si caratterizzano per un’informazione di servizio di carattere locale ma molto puntuale.
La rete offre anche vari strumenti per poter fare una rassegna stampa on line in pochi secondi; si tratta di una sorta di motori di ricerca specializzati solo su siti di informazione giornalistica che sotto l’indicazione di una o più parole chiave (handicap, disabilità, autismo…) stilano un elenco di articoli dedicati a quel tema con il link alla fonte diretta. Il più famoso è il servizio offerto da Google (news.google.it/nwshp?hl=it&gl=it).

14. Bibliografia

Balsamo C. (a cura di), Dai fatti alle parole. Riflessioni a più voci sulla documentazione educativa, Bergamo, Junior, 1998
Tassinari A., Documentare le esperienze educative e di integrazione,  in Balsamo C. (a cura di), Le documentazioni si presentano, Regione Emilia Romagna, Rete dei CDI, Laboratorio di Documentazione e Formazione Comune di Bologna, 2000
Bisogno P., Teoria della documentazione, Milano, FrancoAngeli, 1979
Biondi G., La società dell’informazione e la scuola, Bergamo, Junior, 2000
Gherardini P. e Nocera S., L’integrazione scolastica delle persone Down. Una ricerca sugli indicatori di qualità in Italia, Trento, Erickson, 2000
Canevaro A. e Ianes D. (a cura di), Buone prassi di integrazione scolastica, Trento, Erickson, 2001 Zanelli P. (a cura di), La qualità come processo, Milano, FrancoAngeli, 2000
Medeghini R., Dalla qualità dell’integrazione all’inclusione. Analisi dei modelli e della capacità inclusive di un’organizzazione scolastica, Brescia, Vannini Editrice, 2006
Massa R., La documentazione come strategia pedagogica e come tattica educativa, in Bergonzoni A, Cervellati M., Serra M. (a cura di), Documentare tra… memoria e desiderio, I.R.R.S.A.E Emilia Romagna, Comune di Modena, CDE Modena, Provveditorato agli Studi di Modena, Provveditorato agli Studi di Parma, Comune di Bologna, Assessorato Politiche Scolastiche e Sport, Comune di Cesena, CDE di Cesena, Provveditorato agli Studi di Forlì, 1998
Petrucci F. e Silimbani R., Il rapporto con le risorse esterne alla scuola, in CDH Bologna e CDH Modena (a cura di), Bambini, imparate a fare le cose difficili, Trento, Erickson, 2003
Cremonini G., Le logiche del racconto, Bologna, Thema Editore, 1991
Sclavi M., L’arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, Bruno Mondatori, 2003
Di Pasquale G. e Maselli M., L’arte di documentare, Milano, Marius Edizioni, 2002
Morin E., La testa ben fatta, Milano, Raffaello Cortina, 2001

13. Il progetto di documentazione educativa regionale per i servizi 0/6

di Marina Maselli 

La sempre crescente attenzione alla pratica e allo sviluppo di una cultura della documentazione trovano una concreta e significativa testimonianza nello sviluppo di progetti fortemente voluti e sostenuti dalla regione Emilia Romagna che si è sempre dimostrata sensibile a questo tema, ritenendo che il consolidamento delle pratiche di documentazione rappresenti un investimento prezioso per la valorizzazione della progettualità dei servizi e per un più complessivo innalzamento della qualità del sistema.
È a partire da queste premesse che ha preso vita nel 2002 il progetto sperimentale di sistematizzazione e implementazione della documentazione educativa su scala regionale, promosso dall’Assessorato alla Promozione delle Politiche Sociali e di quelle Educative per l’infanzia e l’Adolescenza.
L’obiettivo del progetto è quello di dare diffusione alle esperienze più significative realizzate nei servizi per la prima infanzia della regione relativamente all’area della progettazione educativa.
Per la realizzazione del progetto ci si avvale di una gamma di risorse:
a) il Laboratorio di Documentazione e Formazione del Comune di Bologna, a cui è affidato il compito di raccordare i flussi informativi, materiali e progetti realizzati nelle varie realtà della regione e di alimentare l’archivio di documentazione educativa regionale, presso cui confluiscono le documentazioni inviate dalle varie province, la cui consultazione è possibile accedendo al sito
b) I coordinamenti pedagogici provinciali, in collaborazione con i Centri di Documentazione, relativamente alla conoscenza e alla partecipazione attiva nella progettazione che caratterizza il proprio territorio, oltre che alla valorizzazione, diffusione e scambio di esperienze.
L’Amministrazione regionale ha inoltre rafforzato l’attenzione alla documentazione aprendo una riflessione sul tema della documentazione con:
– l’istituzione di un gruppo di lavoro ristretto (GreD, Gruppo regionale di Documentazione) rappresentativo dei nove coordinamenti pedagogici provinciali, tramite i referenti da loro indicati;
– la realizzazione di seminari regionali (Teoria e pratica della documentazione nella progettazione educativa, La documentazione educativa come risorsa nella costruzione della rete regionale, Le occasioni per la documentazione: incontro, confronto, raccordo e scambio) e momenti confronto e scambio sul percorso realizzato aperti a tutto il territorio regionale nelle sedi provinciali;
– le pubblicazioni “Documentare per documentare” già pubblicata, “ Le occasioni per la documentazione: incontro, confronto, raccordo e scambio” in corso di realizzazione.
Allo scopo di sostenere i servizi nella produzione di una documentazione in itinere relativa ai progetti educativi è stato costruito, dal gruppo di lavoro ristretto, uno strumento “Scheda per la documentazione regionale” che ha già visto una sperimentazione nelle varie province.
Per chi fosse interessato a conoscere lo strumento e l’evoluzione complessiva del progetto, può accedere al sito regionale.
O prendere direttamente contatti con il Laboratorio di Documentazione e Formazione del Comune di Bologna al recapito telefonico: 051/644.33.12 chiedendo di Carmen Balsamo e Marina Maselli, consulente per il progetto regionale. 

5. Indice: le parti in gioco2

di Lucia Onfiani

Leggibilità è la possibilità di:
– intendere il significato delle parole;
– interpretare il pensiero e il sentimento di qualcuno;
– raccogliere, radunare e trasformare in parole azioni, emozioni, vissuti;
– sostenere il proprio pensiero attraverso il pensiero altrui.
È possibile rintracciare, all’interno di una documentazione come quella di “Simone mangiava un limone…” alcuni di questi significati? Quale impostazione ci permette di aumentare il livello di leggibilità di una documentazione?
La rilettura e l’analisi che è stata compiuta sulla documentazione è stata sicuramente molto utile e produttiva per dare risposta a questo quesito; la riproponiamo in questa sede in qualità di esempio soffermandoci a riflettere in particolare sull’indice. 

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L’indice “mette in gioco” le parti costitutive del documento, permette di avere uno sguardo d’insieme della struttura complessiva della documentazione: c’è una premessa, un’introduzione, una conclusione e bibliografia consigliata e il corpo centrale che esplicita l’articolazione del testo.
Nell’indice considerato l’aspetto, che a colpo d’occhio colpisce, è l’alternanza tra nuclei narrativi e capitoli di approfondimento.
I nuclei narrativi costituiscono, attraverso episodi, flash, testimonianze, il racconto e definiscono il contesto in cui si è sviluppata l’esperienza. Gli approfondimenti sono citazioni dai testi utilizzati dalle insegnanti per documentarsi sulle problematiche del caso. Essi forniscono uno sfondo teorico importante, non solo per ricevere informazioni sul deficit dell’alunno, ma anche come sostegno alle scelte didattiche operate.
Diamo uno sguardo all’interno di alcuni nuclei, come esempio, per far capire meglio l’impostazione.
Il primo nucleo narra l’incontro tra Carlo, nome di fantasia del bambino psicotico con tracce autistiche protagonista dell’esperienza, le insegnanti e la classe: allo sgomento e sconforto iniziale succede la presa d’atto che Carlo fosse in quella classe in carne e ossa e quindi in tutti i modi ne dovesse fare parte. Gli approfondimenti che seguono definiscono il profilo del deficit soprattutto dal punto di vista dell’interazione sociale, della comunicazione e dei sintomi comportamentali. Così al terzo nucleo “Un po’ di didattica” la narrazione è dedicata alla programmazione individualizzata prodotta dalle insegnanti e a quegli aspetti più attinenti al tema attorno al quale si è sviluppata la documentazione, cioè la comunicazione. Il racconto, in questo nucleo è arricchito anche da due sezioni (attività didattiche) con esempi di materiali prodotti dall’alunno stesso.
Dato il tema affrontato, gli approfondimenti che seguono sviluppano punti di attenzione che occorre avere nella costruzione di un programma didattico per bambini autistici e alle procedure da seguire.
L’impegno posto per costruire un materiale con questa struttura, pur nella non esaustività del racconto, restituisce una documentazione in cui le parti sono ben unite e in accordo tra loro e il legame, tra i diversi nuclei, propone un ritmo espositivo.
L’alternanza tra i nuclei narrativi e gli approfondimenti permette, inoltre, di inquadrare, in un contesto teorico, i dubbi, i problemi, le sofferenze di Carlo e delle insegnanti così come anche le strategie educative individuate, frutto anche di un lavoro di ricerca e studio su materiali bibliografici.
Una breve sottolineatura sull’introduzione e sulla conclusione, due voci importanti dell’indice sempre curate dalle autrici. La prima raccoglie le motivazioni che le hanno spinte a raccontare un’esperienza così particolare; la seconda riprende il percorso, di riflessione e rilettura dell’esperienza, che è stato operato per documentarla, mettendo in evidenza aspetti di trasferibilità anche in altri contesti.

2. Le procedure

di Carmen Balsamo

Il vocabolario definisce procedura come: modi e norme che devono essere seguite dai magistrati e dalle parti per un regolare svolgimento del processo (regole). In ambito educativo possiamo parlare di piste metodologiche utilizzate per dispiegare l’azione educativa didattica.
Le procedure nell’ambito del processo di documentazione possono essere tutti quei passaggi che scandiscono il percorso di costruzione della documentazione: a partire dall’aggancio progettazione documentazione (la documentazione rende memoria di un intervento educativo pensato, realizzato/adattato e vissuto) alla formazione di un gruppo che se ne fa carico, alle azioni metodologiche che fondano le operazioni di selezione che la compongono.
Come nasce una documentazione?
Deve esserci prima di tutto un progetto educativo ben strutturato e la volontà di mantenerne memoria. La prima premessa, per approdare a una documentazione che non sia solo atto dovuto e burocratico, è quindi che ci sia una forte motivazione del gruppo degli educatori/insegnanti a realizzarla e a monte ci sia una seria progettazione del percorso didattico oggetto del documentare.
La documentazione è infatti fortemente ancorata alla progettazione educativa e alla valutazione.
Come l’esperienza educativa vede coinvolti nell’ideazione progettuale educatori /insegnanti questi stessi autori possono farsi carico di una riflessione sull’esperienza stessa e divenire protagonisti del processo di documentazione. Documentare implica una capacità di distanziarsi dal vissuto, una capacità critica, un interrogarsi su intenzioni, attese, risultati raggiunti rispetto ai bambini /ragazzi e rispetto all’efficacia del proprio operato. Questo distanziamento richiama un atteggiamento “valutativo” che, se condiviso dal gruppo di lavoro, può produrre importanti occasioni di confronto e di scambio con altre figure professionali o altri interlocutori coinvolti nel progetto (ad esempio operatori dell’AUSL, famiglia, …).
Per alcuni autori infatti la documentazione “è un processo che si situa tra l’esperienza e la riflessione sull’esperienza”. La documentazione può facilitare l’acceso alla dimensione maturativa di valutazione/riprogettazione. Documentazione e didattica si costruiscono insieme: sono, come qualcuno ha sostenuto nel gruppo, “un progetto e un processo contemporaneo”.

Progetto di fattibilità per realizzare una documentazione educativa
Si è già sottolineato come la documentazione ha bisogno di un gruppo che se ne fa carico e ha bisogno di essere organizzata e prevista. Gli aspetti proposti sono pertanto di tipo relazionale e di tipo metodologico. L’intenzionalità di produrre una documentazione chiama in causa la necessità di una rete relazionale, la capacità di mettersi in gioco degli educatori, la definizione del gruppo che si farà carico della sua produzione. Il passaggio poi dall’intenzionalità al prodotto documentario finito passa attraverso la gestione dell’intreccio di alcuni assunti metodologici di base: cosa documentare (la selezione del tema, dell’aspetto del progetto che diviene oggetto di documentazione), chi documenta (gli autori, i curatori della stesura), per chi documentare (quali i destinatari), come documentare (che forma dare alla nostra documentazione, come orientare la scelta delle informazioni, la loro organizzazione, i linguaggi con cui comunicarli). Queste domande stanno alla base del progetto di fattibilità, dello studio cioè di un progetto di documentazione ancorato alle possibilità del contesto e che individui elementi e indici che consentano di organizzare i materiali a disposizione.
Redigere un progetto di documentazione implica appunto il prevedere prima.
Quando si programma questa o quella attività o progetto educativo, buona abitudine è decidere all’inizio se lo si vuole documentare. Spesso avviene l’esatto contrario: ci si accinge a documentare alla fine di un’esperienza. Il prevedere prima permette di pensare ad esempio alla registrazione di momenti salienti dell’esperienza (mantenere foto, annotazioni) e non trovarsi con esubero di materiali su alcuni passaggi dell’esperienza e su altre tracce carenti e doverle ricostruire senza appoggio di dati. Il prevedere prima permette anche di darsi un tempo per documentare.
È importante quindi darsi un tempo, individuare le risorse umane e un’organizzazione per poter dispiegare il percorso documentario.
Il percorso di documentazione è scandito da tappe in itinere: definizione di obiettivi, per poter passare dalla raccolta di materiali vari al dare forma a un prodotto, con la scelta di supporti e linguaggi comunicativi adeguati, per veicolare quei contenuti, rispetto a un determinato fruitore.
Lo sviluppo pertanto è dalla raccolta di materiale grezzo – documenti intermedi, testimonianze: resoconti degli insegnanti, elaborati, disegni, foto – alla rielaborazione degli stessi.
Abbiamo messo in campo parole come selezione, scelta. La documentazione è infatti frutto di operazioni di selezioni: l’evento rivive in una documentazione, per le parti che, chi la compone, seleziona come significative e pertinenti. Questo è un aspetto operativo importante e non così semplice come a prima vista potrebbe sembrare. Facendo riferimento al nostro lavoro nei Centri di documentazione e al lavoro diretto con gli insegnanti questa è un’azione difficile per il personale docente che documenta: la scelta implica escludere, lasciare fuori porzioni di esperienza. È importante quindi trovare un filo conduttore che possa organizzare le scelte. Creare documentazione porta a pensarla come operazione complessa. Una voce nel gruppo ha sottolineato che: “La documentazione è un’operazione della mente non è una mera raccolta, è comprensione. È un fermare l’attenzione per capire e interpretare, è un percorso per poter riusare quella conoscenza”.

Procedura del servizio di documentazione
Fino a ora abbiamo utilizzato il termine procedura per connotare le azioni necessarie per realizzare un prodotto documentario, ma lo stesso termine può anche venir usato nell’accezione di procedure di un servizio di supporto alla realizzazione di documentazioni. Ci spieghiamo meglio.
Spesso gli insegnanti si rivolgono ai nostri Centri per essere assistiti nel percorso documentario. Il Centro allora mette a disposizione competenze e la propria struttura per supportare gli insegnanti a realizzare un prodotto finito e a promuoverne la diffusione.
Esiste così anche una procedura del servizio di documentazione.
Parliamo allora dell’articolazione di:
– consulenze e/o percorsi di formazione;
– tecnologie messe a disposizione del processo (editing, stampa del fascicolo, supporto alla realizzazione video);
– diffusione e conoscenza della documentazione attraverso l’invio dei materiali e/o momenti di presentazione delle esperienze presso gli ambienti del Centro.
Molti Centri hanno così codificato una struttura di consulenza caratterizzata dalla presenza di operatori per raccogliere i bisogni e le aspettative degli utenti, l’esplicitazione delle motivazioni al documentare, l’ascolto dell’esperienza. È offerto un supporto metodologico per la definizione del progetto di fattibilità. Gli utenti sono aiutati a individuare i curatori, a redigere un indice della documentazione, a raccogliere le testimonianze, a definire l’articolazione del testo (tema centrale e individuazione dei nuclei narrativi) e i destinatari.
In questo caso il progetto di documentazione terrà presente l’organizzazione interna alla scuola e la possibilità degli incontri di consulenza presso il Centro prevedendo gli apporti reciproci: il lavoro degli insegnanti, l’apporto del pedagogista o di altri interlocutori previsti dalla documentazione e gli esperti del Centro. Un esempio di Struttura di servizio Consulenza è offerto dal centro Memo di Modena che, illustrando come è nata la documentazione portata nello scambio di gruppo, sottolinea le motivazioni degli autori ed evidenzia i livelli di lavoro proposti dagli operatori del Centro e previsti dalla consulenza.

7. Bibliografia

Andrea Mannucci, Crescere insieme. I diversabili e l’acquisizione dell’autonomia: la metodologia e le attività educativo-riabilitative di un Centro Diurno Tirrenia, Edizioni Del Cerro, 2005
Maurizio Colleoni, Simona Colpani, Damiano Previstali (a cura di) “Fare spazio alla disabilità nei reticoli della comunità” Inserto in: Animazione sociale, agosto/settembre 2005, pp.34-65
Paola Carozza La riabilitazione psichiatrica nei centri diurni. Aspetti clinici e organizzativi, Milano, FrancoAngeli, 2003
Donatella Celli, Emma Rossi Oltre il limite. Segni, storie, esperienze attorno e oltre l’handicap, Roma, Edizioni Scientifiche Magi, 2001

Risorse web dalla rivista HP-Accaparlante
Stefano Siroli “Il mandato sociale degli educatori”, 2000
Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n. 27 di Bologna, “Proposta degli operatori dell’handicap adulto”, 1988
Cristina Bollini  “Un centro per autolesionisti”, 1990
Sandro Bastia Al centro dell’attenzione, numero monografico, 1998

Cronache paralimpiche

di Giovanni Preiti

“La Paralimpiade è una storia tutta da vivere, fatta di migliaia di capitoli, scritti da mille mani diverse. È un mosaico composto da tantissime tessere, l’una indispensabile per la vita dell’altra” scrive nella brochure di presentazione della squadra italiana, il Presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), Luca Pancalli.
Sono passati ormai mesi dalla chiusura delle Paralimpiadi di Pechino, evento che sicuramente segna la storia dello sport, come dice Pancalli; ora mi trovo qui a raccontare cosa è successo. Intanto i numeri: gli  atleti italiani sono stati 84 (insieme a sei atleti guida) su un totale di circa 4.000 partecipanti, in rappresentanza di 150 Paesi. Fare l’elenco sarebbe troppo lungo, per non fare ingiustizie, vi riporto il link dove potrete rintracciare il curriculum di ognuno, con i vari atleti divisi per disciplina
Voglio solo citare due nomi, entrambi al femminile: la portabandiera della squadra italiana, la trentasettenne atleta veneta Francesca Porcellato, che a Pechino ha disputato la sua settima Paralimpiade (sei estive e una invernale), accompagnata dalla sedicenne modenese Cecilia Camellini, la più giovane.
Abbiamo riportato in totale 18 medaglie, una in meno di Atene 2004, piazzandoci al 28° posto dopo Paesi come l’Ucraina, il Kenya, il Messico, la Korea, la Tunisia, la Polonia, l’Iran e Hong Kong. Se dovessimo seguire le parole di Rocco Crimi (sottosegretario con delega allo sport) secondo cui “I paralimpici rappresentano il grado di civiltà di un Paese”, ci troveremmo evidentemente a un grado di civiltà piuttosto basso. In realtà lo stato dello sport disabili in Italia, come il nono posto tra i normodotati, non dipende di certo solo dal nostro piazzamento nel medagliere di Pechino, ma sicuramente è un dato importante sul quale dobbiamo fare molte riflessioni per il prossimo quadriennio.
Molte sarebbero le cose da citare su questo evento mondiale, ma la storia è fatta soprattutto dagli uomini e dalle donne, e ce ne sono tanti da menzionare come Matt Cowdrey australiano, cinque ori e tre argenti nel nuoto, grande rivelazione di questi Giochi. Come lui, in piscina, i cinesi hanno sostenuto il grande idolo di casa, He Junquan, completamente senza braccia da quando aveva cinque anni per aver toccato un trasformatore, che ha catalizzato l’attenzione del pubblico che gremiva il Water Cube a ogni sua gara. He Junquan ha raggiunto il suo obiettivo: cinque gare, cinque medaglie d’oro. Natalie Du Toit è invece il Pistorius della piscina, non solo perché è sudafricana come lui e amputata a una gamba. Natalie, che ha partecipato anche all’Olimpiade del mese scorso, giungendo sedicesima nella maratona del nuoto (10 km), aveva solo da perdere, come Pistorius. E, come lui, ha anche rischiato di farlo. Un fenomeno, eletta con il premio Whang Youn Dai come la migliore dei Giochi insieme al panamense Said Gomez, ipovedente, presente ai Giochi da Barcellona. E poi Chantal Petitclerc, canadese, paraplegica da quando aveva 13 anni, un fenomeno in carrozzina, oro in tutte le gare a cui ha partecipato: 100, 200, 400, 800 e 1500 m. O Kenny Darren, ex ciclista junior della nazionale junior inglese, cerebroleso dopo un incidente in gara al Tour d’Irlanda: ha vinto cinque medaglie, quattro d’oro e una d’argento, dietro al fenomeno spagnolo Ochoa. Imbattibile anche in questa edizione Esther Vergeer, la miglior tennista in carrozzina di tutti i tempi. A 27 anni, in carrozzina da quando ne aveva otto dopo un’operazione alla spina dorsale per risolvere un difetto avuto alla nascita, la Vergeer ha vinto singolo e doppio, portando a 345 le gare in cui è imbattuta. Un record aperto e probabilmente mai superabile. E la polacca Natalia Partika, amputata a un braccio, che ha partecipato alla Olimpiade, come la Du Toit. Ha vinto un oro nel singolare, ma è stata sconfitta nella partita decisiva della finale a squadre, che ha consegnato l’ennesimo oro alla Cina. La dimostrazione che Olimpiade e Paralimpiade sono sempre più vicine. Il celebrato, anche troppo da tutti i media mondiali, Oscar Pistorius  con le vittorie nei 400, 100 e 200, anche se quella nei 100 soffertissima vinta per 3 centesimi. Infine voglio ricordare la nazionale maschile australiana di basket in carrozzina, che contro pronostico ha battuto in finale il Canada del fortissimo Patrick Anderson.
Ora parliamo dei media: circa 5.000 gli addetti alla comunicazione accreditati per i Giochi Paralimpici di Pechino 2008, tra operatori del BOB (Beijing Olympic Broadcasting), delle televisioni, della stampa e fotografi, basti pensare che solo la BBC è stata presente a Pechino con 80 operatori. L’euforica Steffi Klein, Senior Manager dei Media e delle Comunicazioni dell’International Paralympic Committe, ha dichiarato nella conferenza stampa d’apertura: “Inutile dire la mia soddisfazione nel leggere questi dati, numeri che fanno di queste Paralimpiadi una delle più importanti di sempre in termini di visibilità e di risalto dato dai media a un evento del genere”.
E per quanto riguarda l’Italia? Io ho provato a chiedere a chi ho incontrato in questi giorni, tra cui anche giornalisti sportivi della mia città, e la risposta è stata che hanno visto poco o nulla. Del resto io stesso, da appassionato e dotato di satellite a casa, sono riuscito a vedere poco, sicuramente anche a causa dell’orario scomodo delle dirette! Ho notato ancora una grande indifferenza. Ogni giorno su RaiDue alle 9.30 c’è stato uno speciale di una mezz’ora, poi dalle 10.30 alle 14.30 ci sono state quattro ore di dirette su RaiSportPiù (digitale terrestre) e RaiSportSat (satellite), dove Lorenzo Roata è stato un ottimo cronista dell’evento paralimpico, dimostrando la competenza che ha acquisito in questi anni sullo sport disabili coadiuvato dal bravo e esperto Claudio Arrigoni; prezioso è stato anche il contributo tecnico dei commentatori che la Rai ha assoldato tra le fila dei tecnici del Comitato Italiano Paralimpico. Il sito web della Rai ha trasmesso le dirette in streaming. Eurosport aggiornava i risultati tramite le sue news, come pure Sky sulle medaglie italiane. Sui giornali non si è visto molto, qualche articolo sulla Gazzetta dello Sport, e pochi altri. Tutto questo è stato sicuramente insufficiente, naturalmente in quei giorni era ovviamente più importante parlare della ben più seguita, famosa e pagata nazionale di calcio, che per poco non è scivolata sulla “buccia di banana” Cipro, e del polso rotto di Gattuso, invece di dedicare qualche minuto alle Paralimpiadi. Naturalmente era colpa del mancato interesse da parte del pubblico, ma è un cane che si mangia la coda; come fa il pubblico a mostrare interesse per qualche cosa che non conosce e non può vedere? Come sottolineato dalla portacolori

 Il disabile nobilita il lavoro

di Stefano Toschi

Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell’Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. Il giovane è stato scelto solo a causa delle sue effettive capacità lavorative e svolge una professione attinente al suo titolo di studio, ovvero il diploma di geometra. Questo caso ha destato curiosità e ammirazione perché, di solito, le aziende non assumono disabili se non sono costrette a farlo dalla normativa vigente e, in ogni caso, difficilmente inseriscono nel loro organico un dipendente con qualche deficit inquadrandolo nel livello adeguato alle sue competenze, o permettendogli di svolgere una professione che abbia qualche attinenza con i suoi titoli di studio e le sue capacità.
Pertanto, accostando le parole “disabili” e “lavoro” sembra di creare un ossimoro, una contraddizione. Non a caso, è proprio con la rivoluzione industriale, e quindi con l’ampliamento delle possibilità di trovare un lavoro, che nasce il concetto di handicap. Quest’ultimo, infatti, è inteso essenzialmente come la mancanza di capacità di compiere una attività lavorativa. Storicamente, dunque, il termine, che ha il suo corrispettivo italiano nel vocabolo “disabilità”, ha accezione negativa, rimarca una mancanza, un’incapacità di svolgere una determinata funzione sociale fondamentale, come quella del lavoro. Questo concetto sembra suggerire che, chi non è abile e svolgere un certo tipo di attività produttiva, non è abile tout court, è dis-abile, appunto.
Se si pensa all’importanza che ha il lavoro nella nostra Costituzione, si coglie subito quale significato umano, morale e sociale acquisisca la disabilità da tale punto di vista. Già nel primo articolo si legge che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Esso è un diritto e un dovere, come precisa l’articolo 4. Viene spontaneo chiedersi se anche per una persona con deficit il lavoro abbia entrambe queste caratteristiche. Lo stesso articolo 4 prosegue dicendo che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
A questo punto, è possibile fare due considerazioni. La prima riguarda quel “secondo le proprie possibilità”. Una persona disabile, spesso, può svolgere una funzione non direttamente produttiva, ma non per questo di minor peso sociale. Il lavoro, che è uno strumento fondamentale nella realizzazione di un individuo, non deve prevaricare le altre caratteristiche della persona, come invece di solito avviene. Quasi sempre, infatti, una persona usa la propria professione come biglietto da visita, come garanzia, come prova delle proprie capacità. Alle persone con deficit, nel migliore dei casi, viene riconosciuto un ruolo “spirituale” nella società, ma più in funzione degli altri, che di se stessi. Ovvero, vengono considerate persone bisognose di aiuto e di assistenza e che, pertanto, hanno la capacità di tirare fuori il meglio dai cosiddetti “normali” che hanno a che fare con loro. Anzi, sono essi stessi oggetto e fonte del lavoro di tante persone “normali”, che lavorano nel sociale, come si usa dire. In genere, viene loro negata la possibilità di avere un ruolo attivo nella società, anche dal punto di vista del lavoro.
Leggendo alcune statistiche reperibili sul web, si riscontra come sia presente fra i soggetti con disabilità un bassissimo livello di istruzione. Quasi la metà degli iscritti alle liste di collocamento per le categorie protette, infatti, risulta non avere adempiuto nemmeno l’obbligo scolastico. Questa situazione non è necessariamente causata dai limiti fisici o intellettuali che possono avere le persone in questione, quanto dalle barriere che la società, i governanti, i pregiudizi pongono sul cammino di un disabile, barriere culturali che nulla hanno da invidiare a quelle architettoniche. Naturalmente, esistono dei correttivi e degli ammortizzatori sociali che permettono a persone con deficit di trovare una professione: ad esempio, le aziende con più di 15 dipendenti sono obbligate a inserire nel loro organico lavoratori appartenenti alle categorie protette.
Tale considerazione apre la porta ad altre due osservazioni. La prima riguarda la definizione di “categorie protette”: non si capisce esattamente da chi o da cosa queste persone debbano essere protette, ma soprattutto non è chiaro chi le protegga. E qua si inserisce la seconda osservazione: è da considerarsi una tutela il fatto che coloro i quali, nonostante qualche deficit fisico, hanno studiato e magari si sono laureati e specializzati, debbano poi accettare, per vivere, di essere sottoimpiegati in professioni inadeguate alla loro preparazione? Questa domanda viene posta, di solito, in riferimento ad altre categorie di persone, quali le donne o i lavoratori stranieri immigrati. Sui giornali si legge spesso di persone immigrate che, seppur laureate nel loro Paese d’origine, lamentano di trovare in Italia solo lavori da colf o operaio. Oppure, si legge di donne che devono rinunciare alla carriera e accontentarsi di lavori non qualificati solo perché madri di famiglia. Queste testimonianze, in verità molto frequenti, scuotono l’opinione pubblica e alimentano le discussioni. Invece, se è il lavoratore disabile a essere sottoimpiegato, come avviene poi nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne meraviglia, quasi come se fosse del tutto normale che un limite fisico impedisca anche la piena realizzazione professionale.
La condizione di disabilità è ancora una volta rivelatrice. Non lo è soltanto dei limiti umani naturali che tutti abbiamo, ma che nei disabili sono semplicemente più trasparenti, perché evidenti e quindi non occultabili. In questo caso lo è anche dei problemi e delle contraddizioni della società, perché ogni persona dovrebbe fare il lavoro per cui è portata, dovrebbe essere assunta per merito e non per raccomandazione o per obblighi di legge. Il lavoro non dovrebbe essere soltanto una fonte di reddito, ma soprattutto un’occasione di realizzazione personale. La celeberrima frase “il lavoro nobilita l’uomo” nasce proprio nel contesto della grande rivoluzione borghese del Settecento: coloro che non erano nobili di nascita erano consapevoli di guadagnarsi gli stessi onori con il sudore della fronte. Ma se il lavoro nobilita l’uomo, pare che per ora non sia neppure in grado di elevare un po’ il disabile dalla sua carrozzina!