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Autore: Nicola Rabbi

2. Persone con disabilità e i propri tempi: tempo occupato, libero, vuoto, perso

di Mario Paolini, pedagogista

Ho avuto modo, tempo fa, di scrivere delle riflessioni sul tempo per un contributo chiestomi da “La Bottega del Possibile” di Pinerolo; il tempo è una dimensione spesso sottovalutata da chi lavora in servizi dedicati a persone con disabilità (intellettive prevalentemente), lo si osserva sia nella, a volte sconcertante, rappresentazione mentale delle persone come eterni “ragazzi”, sia nell’errata convinzione che più il tempo delle persone con disabilità è riempito di cose da fare e meglio è. Sull’ansia del fare degli educatori molto è stato detto, spesso i centri diurni per persone con disabilità esibiscono dei palinsesti ricchissimi di attività; mi capita sempre quando faccio formazione di riflettere sul fatto che se un servizio si limita al proporre lunedì piscina, martedì teatro, mercoledì cavallo, giovedì musica, venerdì festa (c’è sempre qualche compleanno da festeggiare) questo più che un progetto educativo o un progetto di vita assomiglia alla settimana della Costacrociere, e se poi ad ogni attività aggiungiamo la parola “terapia” diventando nuototerapia teatroterapia ippoterapia musicoterapia ludoterapia, il senso cambierebbe ancora. Non mi permetto in poche righe di giudicare il lavoro di altri, ma forse è utile riflettere che le attività sono un mezzo e non un fine, e chiedersi se dietro il fare tante attività c’è alle volte la paura del vuoto, colmata con mille proposte; comprendere e accogliere quelle dei genitori è importante perché forse può offrire valide proposte per affrontare qualcosa che riguarda molti bambini che non hanno disabilità ma che vivono in contesti dove è evidente l’ansia crescente di “genitori sperduti” che comprano tempo pieno per i propri figli illudendosi così di colmare il vuoto della loro assenza.
Per parlare di altri è interessante inserire nell’osservazione lo sguardo di chi guarda, tenere conto dunque non solo delle persone con disabilità e dei loro tempi ma anche di come una maggiore attenzione al tempo e ai tempi può essere un valore aggiunto che restituisce, allo stesso tempo, senso e valore al lavoro di chi dedica il proprio tempo ai tempi di altri.
Il tempo occupato è quello del lavoro, la normalità della condizione adulta, e se manca o finisce viene meno qualcosa di importante nella struttura identitaria del sé. Enrico Montobbio e Carlo Lepri ben ne hanno scritto in tante pagine, indicando quanto importante sia il lavoro, tempo occupato, nella costruzione di un’identità adulta per le persone con disabilità. È quello che gli autori indicano con “l’imparare a lavorare”, che richiede una maturazione affettiva, relazionale, che passa anche attraverso l’incontro con i limiti, con l’accettazione di se stesso non in una visione rinunciataria ma di consapevolezza della propria normalità. Credo di poter dire, in base alla mia esperienza che ormai ha superato da un po’ i trent’anni in questo campo, che questa maturazione verso l’adultità è possibile anche in persone con importanti condizioni di disabilità anche intellettiva e che tale processo è favorito, o compromesso, dalla qualità degli interventi sviluppati dalla rete della comunità educante che ruota attorno alla persona. Questione che ci riporta alla centralità del tema della rappresentazione mentale delle disabilità, ma non è di questo che ci occupiamo ora. Il tempo occupato non è solo quello del lavoro tradizionalmente inquadrato, ma riguarda qualsiasi azione che produce effetti su altri da me, in cui è richiesta cura, attenzione, competenza. Fare del volontariato stando mezz’ora a fare compagnia a qualcuno è diverso da stare mezz’ora in compagnia con un amico.
Il tempo libero è quello della regressione, quello dove sia possibile, per usare le parole di Francesca, giovane donna marchigiana con disabilità intervistata da una brava educatrice, Gloria Gagliardini, del Gruppo Solidarietà di Moie (AN), “prendermi tutto il tempo per me, non dover pensare se non che a me; magari ho voglia di fare un disegno. Senza la gente che ti dica devi fare questo, devi fare quell’altro. A volte vorrei avere un mio spazio e tempo libero, senza essere interrotta”. Tempo per me, significa che devo poter scegliere e decidere, autodeterminarsi è anche questo: non è qualcun altro che sceglie o decide, seppur in buona fede. Ci sono persone che per poter accedere al proprio tempo libero hanno bisogno di altri (e del loro tempo occupato), linee sottili che si intrecciano e che non devono ingarbugliarsi. Tempo libero come spazio di libertà, che io educatore dovrei tutelare impedendo, a me per primo, il giudizio: difficile, a volte non ci si riesce. Oggi il mercato ha invaso ogni spazio immaginabile per vendere qualcosa che riguardi il tempo libero e le stupidaggini o le truffe sono davvero tante, quindi insegnare a qualcuno a prendersi tutto il tempo per sé non è banale, la conoscenza e la cultura anche in questo campo servono a rendere libere le persone e non schiave/clienti.
Vorrei prendere in considerazione una terza dimensione, quella del tempo vuoto, il tempo dei pensieri e del pensare, del leggere un libro aprendosi a nuovi mondi, dell’ascoltare una musica lasciandosi portare in una dimensione che non consente altro perché sei totalmente rapito da ciò che accade. Il tempo per gli antichi greci era Kronos, il tempo che scorre attimo dopo attimo, ma anche Kairos, quell’attimo in cui qualcosa accade e resta, segna, cambia altri attimi, dilatandoli o accelerandoli, mutandone la direzione perché in fin dei conti il tempo della vita si contamina delle direzioni, dello spazio che gli incontri e le esperienze, le scelte ed anche la casualità, definiscono. Tutti noi, non solo alcune categorie di persone, abbiamo bisogno di altri per conoscere e vivere su di noi questa dimensione, di una comunità educante dove potersi reciprocamente incontrare, conoscere, contaminare.
Nella costruzione di un sé autentico tutte queste dimensioni del tempo sono necessarie ma non sono spesso accessibili per le persone con disabilità, poiché questi tempi dipendono spesso dal tempo occupato di qualcun altro e non è semplice pensare che il proprio lavoro deve offrire tempo libero e spazi di libertà a qualcun altro. Un primo ostacolo è a mio avviso il perdurare di una rappresentazione infantilizzante delle persone con disabilità, un imprinting difficile da modificare anche in tanti educatori, insegnanti, operatori; se la costruzione identitaria è data dal rispecchiamento che gli altri ci offrono è evidente cosa può accadere. Partendo dall’esempio di Francesca prima citato, potrebbe accadere che il disegno di cui lei parla sia orientato da qualcuno che sceglie il supporto: un foglio A4 magari riciclato non è la stessa cosa di una carta bella, dei pennarelli scoloriti non sono la stessa cosa di bei colori a tempera o a olio. Ma se chi offre il materiale pensa che la persona debba solo passare del tempo a colorare e che ciò che farà sarà, a prescindere, poco interessante, si potrebbe riflettere che quel tempo non è in realtà tempo libero ma tempo perso, qualcosa in cui le persone con disabilità sono molto esperte.
Dunque un ambiente interessante e accessibile, un ambiente inclusivo capace di fare la fatica di accogliere le differenze. Sull’accessibilità ci sarebbe molto da dire, ci sono ambienti che lo sono e altri meno, altri che proprio non lo sono, e non si deve essere distratti. Penso per esempio che ogni impianto sportivo realizzato con denaro pubblico non dovrebbe essere affidato a organizzazioni (associazioni sportive o altro) che non garantiscano l’accessibilità a tutti; barriere che si vedono e altre che si nascondono dentro le persone, amministrazioni senza soldi che trascurano un po’ di più i marciapiedi usurati e i soliti maleducati che ci posteggiano sopra (rovinandoli per giunta, una doppia multa non guasterebbe). Una cosa importante che si deve continuare a fare è rendere visibile quel che c’è e che funziona bene: mi capita spesso di incontrare persone, famiglie o anche persone impegnate nei servizi che non conoscono cosa offre il proprio territorio ed è davvero una stupidaggine a pensarci, che fa fare a tutti più fatica e rallenta la costruzione di un modello inclusivo.
Tornando all’esempio di prima, se un impianto sportivo spende dei soldi per avere degli ausili efficienti, un equo ritorno da questo investimento è direttamente proporzionale al numero di persone che vi accedono e per farlo devono anche sapere che c’è questa opportunità. Le tecniche del marketing a sostegno del bene comune sono proprio un bell’investimento.
Joey Deacon (1920-1981) è stato una persona con disabilità che ci ha lasciato qualcosa di importante per riflettere sul tempo. Nato con un parto difficile, era spastico e non poteva parlare; in casa i familiari, la mamma in particolare, riuscivano a capirlo ma quando lei morì e la famiglia fu costretta a mettere Joey in un istituto, per molti anni egli crebbe senza avere voce. Il Kairos fu l’incontro con un’altra persona disabile che, inspiegabilmente, lo capiva. Quell’incontro, quell’attimo, cambiò la vita di entrambi. Un film, Joey di Bryan Gibson del 1974, racconta la sua storia, e lo fa a partire da un libro che lo stesso Joey Deacon aveva appena finito di scrivere in collaborazione con il suo amico-interprete e altri. Il libro, Lingua legata: cinquant’anni di amicizia in una istituzione chiusa, fu tradotto in molte lingue, in Italia uscì nel 1978 per la Nuova Italia di Firenze (recensito nel 2006 da questa rivista). Che tempo era quello? Occupato, occupatissimo se per scriverlo riuscivano a procedere di tre righe al giorno ma lavorandoci chissà quante ore, ma anche profondamente libero, denso di libertà. Elogio della lentezza, della necessaria capacità di darsi tempo e dare tempo perché le cose accadano. Molte persone con disabilità richiedono più tempo per fare le cose, l’orologio viaggia con velocità diverse e non è facile ricordarsene, specie se il tempo libero deve sempre andare in conflitto con altri tempi, diventando tempo rubato.
C’è però un’altra dimensione di cui bisogna parlare, forse la più importante. Quella delle relazioni amicali, dell’avere amici e sentirsi appartenere a un gruppo, identificarsi in un gruppo, di pari. Non è certo questione che riguardi solo le persone con disabilità ma per loro spesso è molto più rilevante e difficile da ottenere e mantenere nel tempo. Un genitore di un ragazzo con disabilità sa bene quanta sofferenza sente quando vede il proprio figlio sempre a casa, nessuno che ti viene a prendere per mangiare una pizza o andare al cinema. Un genitore così si danna l’anima per cercare di supplire in ogni modo ma sa anche che non è quello che quel figlio vorrebbe e neppure lui lo vorrebbe, forse anche lui avrebbe voglia di starsene in pace e recuperare tempo per sé, fosse anche tempo perso ma per sé. In questi giorni sto tenendo un corso all’università di Pisa per la formazione degli insegnanti per il sostegno e il focus è il gruppo classe, ovvero come un buon progetto educativo (per tutti) deve favorire buone dinamiche relazionali tra pari e come la classe può essere un ambiente che favorisce, con buoni insegnanti, o annichilisce, con insegnanti che pensino che tutto sommato non è previsto dal programma, la costruzione di legami indispensabili nella strutturazione identitaria di un sé autentico. Ciò significa anche nell’incontro con i propri limiti, con le proprie differenze, accanto a quelle degli altri. Torno a citare l’intervista di Gloria Gagliardini a Francesca, perché a questo riguardo lei aveva detto di pensare che per lei inclusione è “vivere la vita insieme agli altri, con le difficoltà ma insieme agli altri”. L’intervistatrice le aveva chiesto allora “e agli altri cosa diresti?” e la risposta di Francesca in poche parole riassume lunghi discorsi: “di non aver paura della disabilità”. E aggiunge “la gente ha paura perché non ci conosce, ma se tu gli permetti di conoscerci la paura va via”. Conoscenza e cultura, per sconfiggere ignoranza e paura.
Ecco che in una riflessione sul tempo, su un tempo veramente libero, riappare la necessità di un lavoro fatto insieme da più persone e da più punti di vista per alimentare un’autentica cultura dell’inclusione, che non è buonismo ma è civismo, che non è attratta dal mercato e dalla cultura dell’io ma dalle relazioni e dalla cultura del noi, di ciò che è di tutti, come l’aria, l’acqua e le amicizie. Tra queste persone ci devono essere gli educatori ma forse è necessario recuperare un’identità smarrita o dispersa in molti ambiti non più dialoganti tra loro. Per fare questo non c’è più molto tempo: wake up.

1. Sei fuori?Il tempo libero delle persone con disabilità tra diritto e possibilità

a cura di Sandra Negri, educatrice, e Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

“Sei fuori” è un’espressione gergale che si utilizza per apostrofare una persona che si comporta in modo strano, uscendo un po’ dall’agire che definiamo normale oppure per mettere in discussione ciò che qualcuno sta cercando di farci credere, magari esagerando un racconto. Sei fuori, d’altro canto, indica lo stare in uno spazio aperto, visibile e non nascosto. Ecco, è da questi significati che prende il titolo la monografia che vi presentiamo.
Ci siamo chiesti molte volte cosa si dovesse intendere con l’espressione tempo libero per le persone con disabilità. È un diritto che va garantito? È uno spazio personale che va, al massimo, sostenuto? Si tratta di qualcosa di superfluo rispetto a ciò che è necessario come il lavoro o l’assistenza sanitaria? È un compito che spetta alle amministrazioni, alle famiglie, ai dipartimenti socio-educativi e/o al mondo cooperativo e associativo?
Attraverso i contributi raccolti abbiamo cercato di trovare alcune risposte a queste domande dando largo spazio al racconto di esperienze, personali e di gruppo, mettendo al centro il tentativo di delineare un’ipotesi progettuale. Perché è attraverso la messa in pratica di azioni concrete che si può produrre un progresso reale, inteso come la maggior crescita possibile di inclusione a partire dal benessere di tutti. Un ambiente inclusivo, infatti, è migliore per tutti.
Sei fuori, quindi, come un invito alla scoperta di nuovi spazi, fisici e relazionali, in cui potersi sperimentare il più liberamente possibile.
Sei fuori, come rischio da correre per colorare i contesti anche con immagini non consuete, con modalità di azione e relazione, inizialmente destabilizzanti, ma piene di possibili sorprese.
Sei fuori, a dimostrazione che solo certe cose è possibile realizzarle quando si pensa in grande e non ci si ferma di fronte agli sguardi dubbiosi di chi pensa che non ce la si farà mai.
Sei fuori? Sì, sono fuori e ci sto benissimo!

 Uno sparo alla “G”!

a cura di Tristano Redeghieri e Giulia Maccaferri

A febbraio abbiamo condotto un percorso di formazione per gli studenti dell’istituto D’Arzo di Montecchio Emilia (RE) che aveva come argomento sport, disabilità e volontariato. Questa attività si chiamava “Sport and roles. Sport e ruoli” e aveva lo scopo di far trovare agli studenti strategie nuove per includere il più possibile i disabili nel contesto sportivo. La formazione comprendeva due incontri pratici in palestra e una plenaria con due atleti paralimpici, Massimo Croci e Giovanni Bertani, specialità tiro a segno. È stata una chiacchierata molto interessante e, per questo, voglio condividere con voi alcuni passaggi dove si è parlato di impegno, dedizione, fatica e percorsi…

Come vi siete avvicinati al tiro a segno?
GIOVANNI: Pratico il tiro a segno dal 2008, cinque anni dopo aver fatto un incidente stradale. All’epoca mi ero chiuso in casa, non avevo voglia di uscire e non avevo più stimoli. Tramite un progetto sportivo che mi era stato proposto da vari personaggi, mi è stato offerto di fare attività per ridare nuova linfa e stimolo e creare così un nuovo incentivo alla mia vita. Una volta provato a sparare mi è piaciuto ed è iniziata la mia carriera sportiva. Questo mi ha permesso di mettermi in gioco nuovamente, di ritirare fuori delle caratteristiche, tipo l’agonismo, che a causa dell’incidente avevo represso. Grazie a questo, se prima ero chiuso in casa, ora sono sempre fuori. Il messaggio è che bisogna guardare avanti, provare e sperimentarsi; e, se si trova qualcosa che piace, bisogna metterci passione e impegno. I risultati poi arrivano.
MASSIMO: La vita è una ruota, non sai quello che ti capiterà giorno dopo giorno. Sono caduto in moto e la conseguenza è stata la paralisi alle gambe. Prima dell’incidente avevo una vita sregolata e quando mi sono trovato sdraiato su un letto di ospedale, dove se mi andava una mosca sul naso non potevo farci niente, i miei pensieri hanno iniziato a vagare.
Tutti i miei amici mi dicevano che avrei vissuto poco, non per la lesione ma perché sapevano che prima avevo una vita vivace e in quelle condizioni non potevo più averla. E non gli davo torto. Il mio pensiero era “E adesso cosa faccio?”.       Non sono più capace di fare niente, cosa sto qua a fare? Poi quel pensiero è svanito. In clinica ho visto persone messe peggio di me che riuscivano a fare delle cose e allora mi sono detto “Beh, e io mi lamento!?”. Il pensiero di mollare non c’è più stato. All’ospedale Montecatone mi hanno fatto fare molto sport e lì ho iniziato a fare tiro a segno.

Dove vi allenate?
MASSIMO: Andiamo a Reggio Emilia, Bologna, Modena, San Marino, Milano… E calcolate che ci alleniamo da due a quattro volte a settimana. Andiamo in quei poligoni dove, oltre all’assenza di barriere architettoniche, ci siano banconi adatti, non troppo alti.
GIOVANNI: Dobbiamo anche tenere a mente la disponibilità del commissario che ci fa da assistente. Non abbiamo la possibilità di allenarci da soli come fanno i normodotati. Dobbiamo sempre girare in coppia per darci una mano a vicenda, anche solo per metterci o toglierci la giacca.

Dopo l’incidente, come avete reagito alle difficoltà e anche ai risultati positivi?
GIOVANNI: Quando ho avuto l’incidente sono sempre rimasto cosciente e il primo pensiero mentre cadevo è stato “è andata!”. Poi ho pensato alla mia famiglia e mi sono detto “non può finire così”, e subito dopo ho realizzato che ero ancora vivo. Per me andava già bene così, anche se avevo perso una gamba. Invece, quando sono tornato a casa e mi sono scontrato con la quotidianità, i miei figli mi chiedevano dove era finita la gamba e mi mettevano i giochi sparsi per terra per vedere se inciampavo. Allora lì ho capito che non era più come prima. Mi ero chiuso: era più facile sedersi, evitare il problema, stare lì fermo nel comfort di casa. Chi mi era vicino, istituzioni e associazioni, ha visto che così non andava bene e mi ha proposto di fare sport. Il tiro a segno è stato il primo che ho provato e mi è piaciuto subito. Questo mi ha dato nuovi stimoli e da lì ho iniziato un nuovo percorso. Mi sono rimesso in gioco. Tutte quelle difficoltà che avevo nella quotidianità con lo sport sono sparite. Per le gare mi spostavo in areo, dormivo perfino in pulmino (se mi avessero chiesto di farlo per soldi non avrei accettato!). Ma quan- do c’è lo stimolo fai tutto. Quando abbiamo lo stimolo giusto non abbiamo difficoltà e non abbiamo barriere che ci frenano. Il segreto è crearsi lo stimolo per non fermarsi, per avere sempre un obiettivo da raggiungere. E lo sport mi ha fatto capire questo, che poi va trasferito in tutte le altre cose della quotidianità.
MASSIMO: Il primo pensiero che mi è venuto è stato “coraggio, qui ci vuole più coraggio”. Quando mi hanno dimesso dalla clinica avevo vergogna a uscire di casa in carrozzina, il giudizio degli altri mi dava fastidio. Ci sono stati quattro o cinque mesi in cui facevo al massimo duecento metri. Poi ho ripreso la patente e ora di chilometri ne faccio. Non mi sono mai arrabbiato per quello che mi è capitato, direi un’eresia se ammettessi che era meglio prima di adesso, perché ora ho acquisito delle cose che prima non avevo, non vedevo, non pensavo. Ora le sto vivendo. La mia paura più grande era non aver delle relazioni con gli altri, amici, una fidanzata. Invece, dopo, ti accorgi che non è cambiato nulla perché con la voglia di vivere si riesce a fare tutto. Sono più rilassato oggi che prima dell’incidente.

Perché vi piace tanto questo sport? Quali nuove possibilità vi ha dato?
GIOVANNI: Perché mi ha dato di nuovo la possibilità di competere, di dimostrare qualcosa, di raggiungere dei risultati. Mi ha dato la possibilità di sviluppare abilità fisiche e mentali, di metterle in pratica, di sfruttare strategie per migliorare applicandosi sempre al massimo. Se riesco a essere competitivo con me stesso posso esserlo anche con gli altri. E poi ho potuto girare tutta l’Europa.
MASSIMO: A me piaceva sparare anche prima, quindi ho seguito una mia passione. Una mia paura in questo sport è vincere, perché dopo sei obbligato a vincere sempre e a rimanere sulla cresta dell’onda. Il tiro a segno mi ha insegnato a conoscere i miei limiti e a migliorarmi sempre.

Nel vostro sport i disabili e i normodotati gareggiano e si allenano insieme?
MASSIMO e GIOVANNI: Nel nostro sport ci sono già delle discipline divise per categorie, che vanno in base all’età e al genere. A livello di federazione i disabili maschi e femmine sparano insieme e ci sono anche categorie miste. Tra disabili e normodotati le differenze non ci sono e si potrebbe benissimo sparare insieme ma questo non avviene.

Volevamo condividere con voi due cose che ci sono venute in mente mentre sbobinavamo e scrivevamo sul foglio le parole di Giovanni e Massimo.
Primo: la “sfiga” diventa una “sfida”. Il contesto dato dallo sport e dall’ambiente circostante ci permette di cambiare, grazie a nuovi percorsi, di sostituire la “G” con la “D”. Secondo: come mai non ci possono essere gare miste tra disabili e normodotati, con classifiche uniche?
Non capiamo il perché. Si dice tanto che lo sport è integrazione, inclusione, ma se i disabili gareggiano da soli, così come i normodotati, dov’è questa inclusione?
Secondo noi il percorso è a metà; spariamo veramente alla “G” facendola diventare una “D”, non solo per i disabili, ma anche per chi è a capo delle federazioni e che magari ha paura del confronto per l’ansia del risultato. Dalle parole dei due campioni noi abbiamo capito che è fondamentale prima di tutto competere con se stessi, trovare nuovi stimoli per migliorarsi sempre, per non mollare. Solo grazie al confronto, affrontando le difficoltà, parlandone insieme, capendo i pro e i contro. Poi magari non ci si riesce ma se non ci si prova vincerà sempre la “sfiga”… Quindi impugniamo i fucili e… Uno sparo alla “G”!

L’autenticità di “Sarabanda Postcomunista”

a cura di Emanuela Marasca

Irida Gjergji, attrice e violista classica albanese, immigrata in Italia da più di dieci anni, ci racconta la sua personale storia di migrante e artista, culminata nell’incontro con il gruppo jazz Hora Quartet e il drammaturgo Andrea Cosentino, con il quale ha dato vita allo spettacolo di teatro-concerto “Sarabanda Post-comunista”. Una polifonia di linguaggi, un viaggio dai ritmi forti e delicati, un’improvvisazione jazz sul tema delle radici e del ricordo, alla ricerca della propria identità.

Cos’è per te la musica?
La musica è una cattedrale. È un mezzo per accogliere il divino, l’ultraterreno, l’universo tutto, Mozart.

Che posto occupa nella tua vita?
Nelle sue infinite variazioni e forme ha da tempo immemore plasmato la mia vita.

Che percorso musicale hai seguito?
Un percorso accademico. È stato fondamentale per me. La viola è uno strumento in cui non ci si può improvvisare. Bisogna avere la tecnica per essere liberi e bisogna apprenderla a tal punto da poterla poi dimenticare.

È stato difficile nel tuo paese, sotto il regime comunista, seguire la tua vocazione artistica?
La mia famiglia è stata perseguitata dal regime comunista. Sicuramente se il regime non fosse caduto, non mi sarebbe stato permesso di frequentare il Conservatorio di Musica e di studiare all’estero. Avevo sei anni alla caduta del regime e frequentavo già la scuola di musica della mia città. Ricordo la felicità dei miei genitori allora: era una felicità astratta, che ho capito tardi. Stavano cominciando a esistere in quel momento e a immaginare la libertà del domani dei loro figli.

Parlaci un po’ della tua scelta di immigrare in Italia: sogni, speranze, mancanze, difficoltà, integrazione…*
Sono arrivata in Italia per Venezia, il Colosseo e Bellini. Il linguaggio dei sogni è differente dal linguaggio della realtà. Ovviamente, come tutti gli immigranti, ho avuto dei traumi da transculturazione. Ho sublimato questo vissuto scrivendo il testo autobiografico a cui ho successivamente dato voce e musica nello spettacolo “Sarabanda Postcomunista”.

A cosa pensi quando si parla di “diversità”?
La diversità è una qualità. Incontrare ciò che è lontano da me, incappare in un proverbio sconosciuto, sentire uno strumento nuovo, una parola diversa dalla mia per dire “meraviglia” è un guadagno.

Come è nato il vostro progetto e il vostro gruppo “Hora Quartet”?
Avevo scritto da poco “Sarabanda Post-comunista”, una biografia traslata sul tema delle radici, da cui ha successivamente ha preso nome l’omonimo spettacolo. Una riflessione sulla condizione di emigrare/immigrare e l’incertezza di questo doppio passo. Non volevo rinunciare alla musica e immaginavo di comporre lo spettacolo di brani, suoni e ritmi della tradizione popolare albanese rivisitandoli. Per questo ho proposto la collaborazione a tre musicisti di estrazione jazzistica, Giacomo Salario al pianoforte, Emanuele Di Teodoro al contrabbasso e Walter Caratelli alla batteria. In questo progetto abbiamo deciso di unire le nostri doti musicali e autoriali muovendoci in entrambi i casi a nostro agio, tanto all’interno dei canoni della musica balcanica, quanto nella composizione di brani originali, in linea comunicativa diretta e immediata con le atmosfere del testo.
Terreno comune è stato il tentativo di intrecciare il suono alla parola e di farla fluire naturalmente in aneddoti di stupore e danze animate. La complessità di fondo del testo si è avvalsa della consulenza drammaturgica di Andrea Cosentino, uno dei più noti attori e autori della scena teatrale contemporanea di cui non potrei mai dimenticare i consigli sul senso dello stare in scena, reinventandolo ogni volta con giocosità. Consigli jazz, i suoi.

Come si sono intrecciati i vostri percorsi? Non c’è una propensione artistica che ne annulli altre nonostante il mio percorso musicale sia diverso dai musicisti con i quali collaboro. Il tema caldo che ci unisce come artisti di questo progetto è un valido motivo di rieseguire i brani. “Sarabanda Postcomunista” è un viaggio dai ritmi forti e delicati. È l’ossessione di esplorare mondi sonori noti a me ma sconosciuti ai miei compagni. È la loro fatica di avere avuto nel periodo delle prove una musicista classica ma anche una custode della musica della sua terra e di averle immerse entrambe completamente nel jazz… A volte ne uscivo spaesata ma era lì che il testo e la musica cominciavano a funzionare.

Quali obiettivi ti/vi siete dati? Sono stati raggiunti?
L’obiettivo principale raggiunto è la leggerezza profonda che ho in scena quando suono e quando recito. La paura dell’errore, che eredito dalla musica classica, con loro diventa terreno di ricerca per nuove esplorazioni. Il jazz è un modo, per me, di fare finalmente teatro vivo, musica viva. L’obiettivo che mi sono data è di approfondire lo studio dell’armonia jazz e di esplorare l’improvvisazione con la viola.

Quali sono i tuoi/vostri punti di riferimento musicali?
Non sono monomaniaca della musica classica e sto maturando un gusto per il jazz, godendo di buoni ascolti e concerti suggeriti dai miei colleghi. Il nostro è uno spirito nomade che ci porta ovunque, dalla lirica alle avanguardie elettroniche. Cerchiamo di filtrare con il nostro gusto, provando alla nostra maniera, nel nostro suono.

Qual è lo spirito del vostro gruppo?
Sentire l’urgenza al contempo di creare e il rispetto della tradizione. Hora, dal quale prende nome il nostro quartetto, significa il luogo di appartenenza, il ritorno in casa. Nel nostro caso vorrei che fosse il palco, il locale, il teatro dove stiamo suonando o il battere semplicemente il piede a ritmo della musica, il nostro spirito, la nostra casa.

Quali, a tuo parere, sono gli aspetti positivi di questa esperienza?
Far riaffiorare le mie radici, far ritornare la musica ascoltata nell’infanzia in una nuova forma, condividendola con tutti, è stata un’esperienza catartica.
Ogni volta che vedo in tv le navi piene di immigrati africani, mi viene in mente la mia amica Maria Adele, che lavora in un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: dopo aver visto il mio spettacolo, mi disse di sperare che anche i ragazzi di cui si è presa cura, un giorno, possano parlare attraverso la musica e il teatro del loro percorso migratorio, contribuendo ad arricchire e meticciare la società come “Sarabanda Postcomunista” sta facendo. Il suo feedback mi ha particolarmente commosso e toccato perché mi ha indotto a pensare a un parallelismo tra il mio vissuto e quello della mia gente con la situazione contemporanea.

Un concerto, una tournée alle porte, l’attenzione dei media. Tutto questo cosa rappresenta per te?
Spesso la creazione è un processo lungo e sofferto, fatto di frustrazioni e scoraggiamenti. La risposta positiva del pubblico ha solidificato la nostra unione e reso prezioso il tempo investito.

Cosa vorresti/e raccontare e/o trasmettere al pubblico? Cosa vorresti/e che arrivasse al pubblico durante le tue/vostre esibizioni?
L’Albania della mia infanzia, quella del regime comunista ma anche quella post-comunista appunto. L’Italia immaginata e quella vissuta. I sogni dell’arte che si intrecciano con le difficoltà dell’essere immigrante ma senza mai perdere l’ironia e la leggerezza che è la caratteristica principale del testo. Lo scorrere fluido e sincopato del jazz, i tempi dispari, quasi imprevedibili delle danze balcaniche che colorano le atmosfere ora nostalgiche, ora divertenti del monologo.
La polifonia dei linguaggi, l’autenticità che è un caposaldo di questo lavoro.

Raccontaci in breve le esperienze più interessanti che hai/avete vissuto nella tua carriera musicale.
Abbiamo conosciuto tante persone con questo concerto-spettacolo, sono nate nuove collaborazioni, abbiamo inaugurato mostre e festival. Ho amici nuovi che ho conosciuto grazie a questo spettacolo e ne sono davvero felice.

Quali sono i tuoi/vostri progetti per il futuro?
La sfida è la volontà e la tenacia di promuovere “Sarabanda Postcomunista”. Non deve avere la sfortuna di tanti pro- getti che finiscono nello stesso giorno del debutto, per dare un senso a tutti i sacrifici fatti da me e i miei compagni e guardare con fiducia verso nuovi progetti futuri.

Ad ognuno il suo mestiere

di Stefano Toschi

In questi anni abbiamo più volte trattato l’argomento del lavoro in molte sue sfaccettature. Quando si accostano i temi disabilità e lavoro, vengono subito in mente alcuni ammortizzatori sociali quali il collocamento mirato e altri provvedimenti volti a favorire l’integrazione, anche in ambito professionale, delle persone con deficit. In realtà, il più delle volte si cade in binomi non proprio in linea con il principio della realizzazione personale, del lavoro nobilitante e caratterizzante l’individuo. Si pensi al ragazzo non vedente messo a rispondere al centralino, anche quando questi è un ingegnere laureato con lode: è il caso concreto di un mio giovane amico. D’altra parte, in tempo di crisi, per “portare a casa la pagnotta” tanti giovani brillanti e normodotati si accontentano di professioni di ripiego, essendo sempre di più quelli del tutto senza lavoro e senza reddito: figuriamoci i giovani che partono da una condizione di svantaggio fisico. Il mercato del lavoro è sempre più competitivo, richiede caratteristiche psicofisiche e di resistenza alla fatica e allo stress che non sono alla portata di tutti. Eppure, il lavoro è un diritto individuale fondamentale, e sarebbe un diritto la realizzazione di sé tramite esso. Nella condizione di gravità del mio handicap non ho mai sperato di poter trovare un’occupazione adatta a me. O meglio, dopo la laurea in filosofia, conseguita grazie al supporto di mia mamma, di alcuni colleghi e alla comprensione dei docenti, avrei ambito all’insegnamento, ma le mie difficoltà di espressione avrebbero reso molto difficile, se non impossibile, la comunicazione con gli studenti. Per molto tempo il fatto di non poter lavorare mi ha posto di fronte ai miei limiti fisici con prepotenza: ritenevo di avere qualcosa da dare al prossimo, ma non trovavo il modo per esprimerlo e per sentirmi inserito in un contesto sociale che, troppo spesso, misura il valore di un individuo proprio in base alla produttività. Poi sono arrivati gli inviti ai convegni in qualità di relatore, la pubblicazione dei libri, gli articoli: ho trovato, così, il modo per comunicare quello che avevo a mia volta appreso negli anni, sia sui libri di testo, sia tramite tante esperienze di vita vissuta. Dopo alcuni anni ho avuto l’occasione di tenere un seminario all’istituto di scienze religiose Santi Vitale e Agricola, realizzando, così, l’ambizione dell’insegnamento. Ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che, mentre a scuola, da studente, avevo potuto usufruire di un sostegno (seppur limitato), avevo potuto frequentare scuole ad hoc e godere di ausili, una volta passato dall’altra parte della cattedra la scuola pubblica non avrebbe mai previsto altrettante forme di supporto all’insegnamento, quante ne prevede per l’apprendimento. Leggevo di recente alcune statistiche sulle assenze dal luogo di lavoro delle cosiddette “categorie protette”: ritengo che esse potrebbero essere alquanto arginate se i datori di lavoro tenessero conto delle particolari esigenze di questa categoria di lavoratori. Ogni deficit è differente, perché lo è ogni individuo: a volte basterebbero correttivi minimi per limitare la necessità di tali lavoratori di assentarsi dalla propria mansione. Ad esempio, a me sarebbe bastato un supporto alla comunicazione, una sorta di “traduttore”, visto che non tutti comprendono quello che dico. Ho faticato a farlo accettare persino dove insegno, figuriamoci in una scuola statale: ho fatto ricorso al volontariato, è vero, ma dovrebbe essere un mio diritto esattamente come altri ausili fisici per altre forme di deficit. Purtroppo, facciamo i conti con risorse sempre più limitate e il fatto che la legge imponga l’assunzione di lavoratori svantaggiati, ma, poi, preveda solo un’ammenda amministrativa per chi non rispetta l’obbligo, fa sì che le aziende preferiscano pagare la multa piuttosto che farsi carico di un lavoratore con deficit, visto come un peso, invece che come una risorsa professionale. Ho posto alcune domande a un insegnante di una scuola pubblica bolognese, un istituto superiore. Federico Cinti ha un grave deficit visivo. Eppure, insegna lettere ed è molto amato dagli studenti, perfettamente integrato sia sul lavoro, sia nella società civile (è consigliere comunale di un piccolo Comune dell’hinterland bolognese, dirigente delle Acli, poeta e scrittore). Lasciamo parlare Federico: “Mi sono trovato a insegnare al liceo, come amo ripetere, un po’ per caso, perché altre erano le mie aspirazioni e diversi i miei progetti. Gli studenti sanno che non ci vedo, ma io so anche come sono gli studenti. Non mi pare, quindi, di essere trattato in modo diverso da loro rispetto agli altri per il deficit visivo; anzi, se mai hanno più accortezze per questo. Ricordo che una collega mi disse che aveva conosciuto una mamma che le aveva parlato di me: la cosa che aveva stupito la madre era che la figlia non le avesse detto che il suo professore di italiano e latino era cieco. Sì, insomma, la ragazza glielo aveva detto molti giorni dopo, perché preferiva – spero in quanto ammaliata dal mio fascino didattico – raccontarle le cose che le spiegavo. Il giudizio degli studenti è inflessibile e gioca su due parametri: essere preparati ed essere giusti. Questo è il motivo per cui voglio essere solo in classe, solo intendo dire con i ragazzi. Ho provato ad avere qualcuno, un assistente, ma cambiavano le dinamiche di gruppo e allora ho desistito. Unico apparente strappo a questa ferrea regola si consuma durante i compiti in classe: di solito faccio venire un mio ex-studente in qualità di guardiano, perché non copino. A proposito di ausili, cui accennavo prima, posso ammettere che non sempre gli strumenti a disposizione sono accessibili o pienamente accessibili, e mi riferisco al registro elettronico, alle lavagne multimediali, ai libri di testo. Esiste una specifica legislazione, ma l’applicazione della norma stenta un po’ a divenire prassi consolidata ed è per lo più disattesa. Di ciò ci sarebbe di che lamentarsi e parecchio. Col tempo ho trasformato l’inaccessibilità del registro elettronico in responsabilità degli studenti e oggi sono loro che compilano di giorno in giorno la burocrazia quotidiana, inseriscono voti e compiono tutti quei gesti di cui, in fondo, sono e devono essere responsabili. Mia resta, ovvia- mente, la supervisione, con l’aiuto di familiari, colleghi o amici che si prestano a questa sorta di volontariato improvvisato. Lo stesso discorso l’ho esteso ai libri di testo: siccome non tutte le case editrici mi forniscono i testi accessibili, molto spesso mi trovo a dover dare materiale che ho selezionato, magari alternativo a quello che hanno a disposizione. La consegna avviene nel modo più svariato, attraverso una semplice e-mail, ma ultimamente sempre più spesso attraverso i social quali WhatsApp o Facebook o sistemi di cloud come dropbox. Sono infine convinto che la scuola sia come la città: o è per tutti o si creano situazioni di svantaggio, di ghettizzazione. La scuola dovrebbe essere un laboratorio di inclusione, ma non a parole, non sulla carta, ma reale. Il mondo degli adulti è strano, non posso non ammetterlo, e spegne la creatività e la naturale propensione a confrontarsi con gli altri. Alle volte ho avuto la sensazione che il giudizio sulla buona riuscita del mio insegnamento da parte dei colleghi nascesse da questo: Federico, pur disabile, pur non vedente, è riuscito a ottenere il risultato come noi. Insomma, non valevo mai per quello che ero, ma per quello che non ero. Con i colleghi di corso non ho mai avuto problemi, probabilmente perché mi hanno visto all’opera da vicino, hanno notato i risultati in fieri, hanno avuto la cosiddetta prova provata di quel che valgo indipendentemente dalla disabilità. Oggi ho un rapporto cordiale coi colleghi, magari non con tutti, dato che pure io ho giustamente le mie preferenze e le mie simpatie. Con alcuni sono nate vere e proprie amicizie, come del resto con alcuni ex-studenti. Del resto, vi è una normalità anche nella disabilità”.

Simpaticamente contagiati dalla “viaggite”

di Mario Fulgaro, animatore del Progetto Calamaio

In occasione della nona edizione di I.TA.CÀ, il Festival del Turismo Responsabile, il Progetto Calamaio ha incontrato Fabrizio Marta, viaggiatore con disabilità e autore del blog “Rotellando” su Vanity Fair. Ascoltare i suoi racconti è stata davvero un’iniezione di coraggio e di bellezza, un vero e proprio contagio che ci ha subito fatto venire voglia di preparare le valigie! Qui un ritratto di Fabrizio direttamente estratto dal nostro diario di bordo.
Ipotizziamo che l’idea di viaggiare da soli o, per meglio dire, in compagnia solamente dei propri bagagli a mano, possa balenare periodicamente nella mente di ognuno; ipotizziamo sempre che questo “ognuno” sia un disabile in carrozzina e, giacché ci troviamo, ipotizziamo pure che questa voglia di evadere e sperimentarsi si spinga fino a toccare mete transnazionali, per raggiungere paesi oltreoceano. Una televenditrice sciorinerebbe a tal proposito un elenco schizofrenico di luoghi lontani e allettanti da raggiungere, così da propinare al nostro viaggiatore con disabilità un pacco regalo già bello e pronto, in pieno stile “No Alpitur”.
C’è qualcuno tuttavia che ha immaginato una possibilità diversa, pensando per esempio, di programmarsi un viaggio da sé e di personalizzarlo di volta in volta a seconda delle proprie esigenze, gusti, abilità, deficit e risorse. Un’idea assai allettante per tutti ma spesso, lo sappiamo, irta di talmente tanti intoppi e di difficoltà da rendere il sogno della partenza estremamente lento e faticoso. Un bell’esempio però ci arriva da Fabrizio Marta, giornalista e disabile in carrozzina che, vuoi per lavoro vuoi per vocazione, si è sempre sentito interpellato in prima persona su questi temi e, per questo motivo, altrettanto pronto a partire per qualsiasi tipo di“avventura itinerante”.
“Ci vuole tanta voglia di sperimentarsi e un po’ di coraggio!” è l’insegnamento che emerge direttamente e indirettamente dal semplice dialogo con Fabrizio, nato durante la partecipazione del Progetto Calamaio alla nona edizione di I.TA.C.À, il primo Festival del Turismo Responsabile in Italia, ormai divenuto un appuntamento fisso del nostro maggio bolognese.
Ad ascoltarlo viene spontaneo scavare nella propria coscienza per scoprire ogni volta quanto illusori siano tutti i timori e le perplessità sulle proprie capacità organizzative. L’autostima ne guadagna istantaneamente e così scopriamo che dalla Sicilia alle Alpi il territorio nazionale è sempre più mappato da “eccitanti” viaggi, si iniziano a scoprire le diverse usanze delle regioni italiane.
Osserviamo le immagini proposte, i video, le cartoline di viaggio. Una volta esplorato il Belpaese l’ipotesi iniziale di un viaggio oltreconfine si concretizza sempre più e l’Italia da sola inizia a non bastare. Per contenere appieno tutto il desiderio di evasione, occorre spingersi oltre, mettendo alla prova tutte le proprie energie. Non c’è disabilità che impedisca a questo punto!
La prima scelta potrebbe benissimo cadere su un paese lontano, ma dalla cultura quanto più simile, se non identica, alla nostra. Gli Stati Uniti sembrerebbero fare al caso nostro. Il passaporto assume sempre più il valore di un badge, per schiudere ogni porta e dare pieno sfogo alla “viaggite”, così come Fabrizio chiama questa sua incontenibile “smania” di viaggio, di sperimentazione, di curiosità tesa a conoscere il mondo, paragonando il tutto a una sorta di sindrome. Non se ne può che sorridere e, di quello sguardo, sentirsi complici. Gli Stati Uniti iniziano a non apparire più insormontabili nella loro tendenza alla magnificenza e grandezza, anzi, visti da vicino, diventano più umani e non solo sovraumani, come vorrebbe una certa iconografia hollywoodiana. Suscettibile anche di qualche giudizio valutativo, New York, agli occhi del nostro visitatore, inizia sempre più ad apparire come una mela da sgranocchiare con cautela e accortezza.
Infatti, rispetto all’Europa, dove l’atteggiamento della gente verso i disabili è più di premurosa attenzione, a volte anche asfissiante, negli USA il comportamento delle persone è più di consueto distacco: “Gli statunitensi presuppongono che ognuno sappia provvedere a se stesso, senza bisogno di aiuto da parte di qualcun’altro” afferma Fabrizio con nonchalance. Come nei vasi comunicanti, se da una parte la Grande Mela perde un po’ di austera grandezza, dall’altra parte crescono la sicurezza e l’autostima di chi è in viaggio, sprezzante di ogni eventuale infortunio.
Durante un viaggio, lo abbiamo già sperimentato insieme, si avverte quasi sempre l’urgenza di immortalare, con delle foto o, più ancora, con qualche filmato, i ritagli migliori della propria esperienza, da condividere in un secondo momento, una volta ritornati alla “casa base” in Italia, con amici e conoscenti. Così, anche Fabrizio ci spiega perché ha cominciato a filmare e a fotografare i luoghi o monumenti, i frangenti salienti dei suoi spazi vitali di libertà. Chi lo ascolta, percepisce tutto questo e, come una scintilla che si accende nell’animo, ne è compiaciuto.
I viaggi continuano con crescente entusiasmo, affinando sempre più le strategie di scelta sulle mete da raggiungere: “Ovviamente – spiega il reporter – prima di partire mi documento sui luoghi da raggiungere, per capire se sono adatti ad accogliermi!”.
Il materiale fotografico, multimediale e conoscitivo inizia a cumularsi. Si sente, a questo punto, l’esigenza di non tenere tutto contenuto nell’ormai stretta cerchia di conoscenze di tutti i giorni. È più che plausibile allargare anche i propri confini esplorativi a 360 gradi e, se possibile, an- che qualcosa in più. Ed è così che nasce il blog “Rotellando” che dal 2012 Fabrizio cura su Vanity Fair, dove, curiosando tra i diversi archivi, è possibile imbattersi piacevolmente in qualche filmato di viaggio. L’avventura a Copenaghen, per citarne una, riprende il nostro protagonista, con fare tranquillo e sicuro, tra le strade e i posti più caratteristici. Il filmato dà ulteriore testimonianza di quanto affascinanti siano i suoi racconti, conditi sempre di considerazioni e insegnamenti: “Ho potuto constatare che nelle città dei paesi nordici ci sono meno barriere architettoniche!”.
Rientrati dalla Danimarca e dalle sue meraviglie il nostro incontro volge al termine ma resta in noi la scia di ricordi, fotografie di paesaggi vissuti e desideri, esplorazioni da condividere, il senso di un futuro privo di condizionamenti. Parlando con Fabrizio, il tempo finisce con il vibrare sulle lancette emozionali del cuore. Si concretizza sempre più la convinzione di trovarsi di fronte a un esempio vivente di contagiosa voglia di vivere.
Non ci resta allora che ringraziarti, caro viaggiatore di Domodossola, mentre ti osserviamo guizzare via veloce sulla tua carrozzella verso la stazione di Bologna…
E noi ricordiamo sempre che, se si hanno ancora delle esitazioni a partire, l’unica soluzione sta in una trasfusione, anche di poche gocce, di “viaggite”.

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Gentilissimo signor Claudio,
sono una studentessa di Scienze dell’Educazione di Torino, ho 26 anni e sono non vedente dalla nascita.
Le scrivo ora perché sto facendo una tesi di laurea sulla disabilità, in particolare sull’inserimento lavorativo dei non vedenti. Mentre guardavo il materiale con la mia tutor mi è capitato di leggere anche il suo libro Una vita imprudente e un’intervista che lei aveva fatto nel 2003 sul libro Diversabilità a cura di Andrea Canevaro e Dario Ianes, proprio quando il 2003 divenne l’anno europeo della “diversabilità”, così come un tempo amava definirla lei.
Leggendo questo materiale sono rimasta molto affascinata da quello che lei dice, infatti mi ha dato un grande insegnamento di vita, così come hanno fatto i miei genitori. Io provengo da una famiglia piuttosto aperta a questi temi, mio padre è professore delle medie e mia mamma, ora pensionata, era insegnante di scuola dell’infanzia, è lei che oggi mi aiuta a studiare per gli esami, leggendomi ad alta voce i libri, dal momento che con la sintesi vocale sarebbe troppo noioso.
Devo molto ai miei genitori perché, fin da quando sono nata, hanno fatto in modo che la mia disabilità non fosse un problema né per me né per gli altri, anche se in questa società è difficile che gli altri accettino i nostri deficit, ma lei questo lo saprà meglio di me. L’esperienza mi ha comunque fatto capire che nella vita ci sono cose peggiori che essere non vedenti e questo l’ho imparato attraversando dei momenti difficili che non avevano strettamente a che fare con la disabilità ma piuttosto con le mie emozioni, gli incontri e i passaggi di crescita intrapresi dopo.
Mi riconosco molto sulle cose che lei dice e mi trovo d’accordo anche riguardo alle proposte che in passato lei ha fatto rispetto ai termini da usare quando parliamo di disabilità, anche a me piace l’idea di usare il termine “diversabilità” e non disabilità, credo che racchiuda in sé più significati.
Le ho scritto quindi ora non solo per chiederle consiglio rispetto alla mia tesi ma per dirle quanto apprezzo il suo lavoro e per ringraziarla per tutto quello che mi sta insegnando anche se non ci conosciamo.
Per adesso le invio cordiali saluti.
Vanessa Topa

Cara Vanessa
Che bello ricevere questa tua lettera! Solo una cosa: non mi dare del “lei”, mi fa sentire un po’ anziano.
Scherzi a parte è sempre un piacere, per me, sapere che le cose che scrivo sono utili per la cultura dell’inclusività, nel senso pratico e quotidiano, per la vita delle persone.
Il lavoro chiaramente è una parte molto importante di essa, non solo perché occupa la maggior parte del nostro tempo ma anche e soprattutto perché contribuisce alla formazione della nostra identità, all’aumento dell’autostima, al riconoscimento dei nostri limiti e alla valorizzazione delle nostre risorse. Il concetto di lavoro è senza dubbio cambiato e in futuro, com’è naturale che sia, continuerà a farlo, i mestieri di un tempo verranno sostituiti da altri oppure ne verranno immaginati di nuovi che ora ci sembrerebbero inconcepibili.
Così come i mestieri anche i vocaboli, probabilmente, cambieranno forma e significato e anche ciò che chiamavamo “lavoro”, forse, verrà chiamato o inteso in un altro modo.
In parte, a pensarci bene, accade anche oggi. Disabilità e lavoro, per esempio, non sono due parole gemelle? Di solito, si sa, si fa fatica ad accostare questi due termini, la persona con disabilità è spesso ancora associata all’inattività, all’improduttività, di base è qualcuno che non può fare o essere qualcuno.
Stando così le cose se ora facessi un gioco e dovessi disegnare su un foglio bianco una rappresentazione di tutte queste caratteristiche probabilmente disegnerei una lattina di birra vuota, solitaria e a terra. Un rifiuto insomma, uno scarto, non di certo una persona.
Non è una bella immagine, è chiaro. Eppure c’è qualcuno che l’ha presa alla lettera e ne ha fatto addirittura un mestiere inclusivo. È successo vicino a casa mia, con il gruppo de “La città verde”, una cooperativa gestita da persone con disabilità con sede a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, che si occupa per l’appunto di inserimento lavorativo per persone con deficit, impiegandole nell’ambito del riciclo rifiuti e della cura del verde. Interessante. A me piace soprattutto la parte della gestione e del recupero dei rifiuti perché la ritengo una metafora sensazionale parlando del ruolo attivo delle persone con disabilità nella società e, di conseguenza, anche nel mondo degli impieghi professionali.
Le persone con disabilità sono state storicamente scartate, rifiutate e messe ai margini specie in un mondo competitivo come quello del lavoro. Quelle stesse persone rifiutate e scartate ora lavorano per le nostre comunità andando proprio a trasformare questi rifiuti in altri elementi, differenziandoli, riciclandoli.
Includere e nello stesso tempo evitare di sprecare, di scartare, evitando di foraggiare quella “cultura dello scarto” tanto cara a Papa Francesco.
Che dire, cara Vanessa, spero di averti dato qualche spunto.
Tu continua così e fammi sapere come andrà la tua vita!
Grazie, a presto!
Claudio Imprudente

12. Un “viaggio gentile” di successi in affari

di Massimiliano Rubbi

Se avete in mente di cercare lavoro per trasferirvi in Australia e dintorni, una visita al sito web di Successful Resumes, www.successfulresume.com.au, potrebbe esservi di aiuto per avere un curriculum vitae più efficace e un primo contatto con le aziende del luogo. Dal sito non potreste però desumere la storia di John Little, l’imprenditore con disabilità che ha fondato questo servizio nel 1991 e lo ha gestito fino al 2016, una storia di grande interesse nella sua apparente “normalità”.
Nel 1989 John Little aveva già alle spalle una lunga carriera, di fotografo prima e poi di pubblicitario, e decise di vendere al suo socio in affari l’agenzia pubblicitaria che nel 1982 aveva avviato da zero, per trasferirsi con la famiglia da Sydney nel Queensland, a mille chilometri di distanza, e godersi la pensione. Le entrate però non bastavano: “per caso sono stato introdotto alla scrittura di curricula per persone che volevano un lavoro. Ho deciso che quello che si faceva al tempo non andava molto bene, e ciò che dovevo davvero fare era utilizzare le mie competenze in pubblicità e marketing per migliorare la presentazione, lo stile e l’efficacia dei curricula. Così ho portato un aspetto nuovo a vedersi nella scrittura dei curricula, e non con mia sorpresa, ma certamente con mia gioia, le persone venivano e volevano sapere quel che facevo, e volevano curricula come quelli che facevo io. E così, all’improvviso, ho scoperto di essere molto impegnato”.
A 16 anni di età Little aveva ricevuto una diagnosi di distrofia muscolare, e quando nel 1991 iniziò l’attività di scrittura di curricula sentiva di essere prossimo all’essere costretto su una carrozzina: “avevo vissuto la maggior parte della mia vita con l’idea che la mia disabilità mi avrebbe portato un giorno a quel punto, ma ho anche pensato ‘se non ce la faccio, se non posso scrivere curricula da casa, in carrozzina, possono farlo anche altri’, così ho guardato come avrei potuto formare le persone a fare quel che facevo io”. Vivere in una piccola città che era soprattutto un luogo di vacanze non lo aiutava nel cercare partner e clienti, e quindi decise di tornare a Sydney, una metropoli di 4 milioni e mezzo di abitanti, per una singolare ricerca di mercato: “a Sydney c’erano già molti scrittori di curricula, e ho telefonato a tutti, come se fossi un cliente, per sapere che cosa offrivano, come si presentavano e quali sarebbero stati i costi, e con mio piacere non erano molto bravi, e ho pensato ‘bene, posso fare meglio di voi’”. Trasferitosi di nuovo a Sydney con la moglie, avviò la sua impresa, e per farla crescere dopo un buon successo iniziale si unì a due amici con competenze imprenditoriali per costituire il franchising “Successful Resumes Australia”, da vendere come “pacchetto” ad altri licenziatari. “Come è poi saltato fuori, senza puntare in modo particolare in quella direzione, non pochi dei miei licenziatari in franchising avevano questo o quel tipo di disabilità – e perché non avrebbero dovuto, dal momento che il 20% circa della popolazione ha una disabilità”. Oggi l’impresa ha 35 sedi in franchising – la maggior parte in Australia, ma anche 6 in Nuova Zelanda e una a Singapore e Hong Kong, mentre quelle aperte in Gran Bretagna e Stati Uniti sono state chiuse per le difficoltà incontrate e perché “avevamo un sacco di lavoro da fare anche solo con quelle nella nostra parte del mondo”.
Nel 2016, a 71 anni di età e con una disabilità che continua ad aggravarsi, Little ha ceduto la gestione di “Successful Resumes” alla moglie e alla figlia; preferisce però parlare di “rallentamento” piuttosto che di “pensionamento”, anche perché non ha abbandonato la sua seconda attività. Dodici anni fa fondò infatti, con un socio in affari, un’impresa di noleggio carrozzine e scooter per persone disabili, soprattutto turisti con disabilità che sbarcano a Sydney da una crociera. “E tutto è partito semplicemente da una cosa: avevo una carrozzina che avevo aggiornato con una nuova, cercai di vendere quella che mi era avanzata e nessuno voleva comprarla, così pensai: ‘beh, cosa posso fare, penso di poterla probabilmente dare a noleggio’; misi su un piccolo sito web, e le persone iniziarono a telefonare da tutto il mondo, con l’intento di noleggiare carrozzine, e io ne avevo solo una! Così mi sono procurato un socio in affari, che guida il taxi, abbiamo acquistato alcune carrozzine manuali ed elettriche e alcuni scooter, e d’improvviso eravamo in affari”. Oggi “Wheelchairs To Go” (www.wheelchairstogo.com.au) lavora molto, soprattutto nei sei mesi estivi in cui più frequenti sono le crociere, accompagnando clienti da tutto il mondo dall’aeroporto alla nave da crociera e ritorno, o in giro per la città e i suoi dintorni con un “maxi-taxi” dotato di una rampa idraulica sul retro. “Mentre parlo, sto guardando tra due edifici locali giù al porto, e c’è una nave che fa manovra in uscita dal terminal, pronta per andare in crociera – probabilmente ci sono tante nostre carrozzine sopra”.

Consigli di amministrazione
La vicenda di un capitano d’impresa di successo con una malattia degenerativa potrebbe facilmente prestarsi a una narrazione “epica”, incentrata sulla doppia sfida con i rivali in affari e la malattia, e magari su un momento di difficoltà in cui si è a un passo dall’abbandonare tutto, per poi rialzarsi e tornare a vincere… E invece: “Sì, abbiamo avuto singoli clienti che sono stati difficili, ma immagino che è questo che accada nelle imprese centrate sul cliente. Non ho mai pensato di abbandonare”. Ripensando alla vacanza a Singapore durante la quale ha deciso di cedere ai familiari “Successful Resumes”, Little si limita a notare che “avevo già affrontato nel corso degli anni le mie difficili circostanze legate alla disabilità, non perché gli affari non stessero procedendo in modo ‘liscio’, bensì perché io non stavo procedendo in modo ‘liscio’ – il mio corpo stava iniziando a diventare goffo e a non fare ciò che avrebbe dovuto”. Il rapporto con la disabilità è stato vissuto negli anni in modo consapevole e non drammatico, facendo appello alle “abilità residue” in maniera tutt’altro che nominale: “Non è una storia triste, è solo che va così. Non sono come una persona che è stata in forma e attiva, che improvvisamente diventa paraplegica o quadriplegica per un evento catastrofico, così è davvero dura per loro. Ho avuto un gentile viaggio attraverso tutta la mia vita, sapendo che un giorno sarei stato in carrozzina, per cui per me non è stata una sorpresa, e ogni volta che c’era un deterioramento nella mia condizione ho sviluppato un modo di eluderlo, e l’ho chiamato la mia ‘nuo- va normalità’, e ho avuto ‘nuove normalità’ per tutta la vita, moltissime volte. Lo spirito e il cervello umano sono una buona cosa, si allenano a fare le cose con una nuova normalità”.
Accanto a questa grande duttilità, e non sarebbe inopportuno sostenere proprio grazie ad essa, Little mostra un notevole “fiuto per gli affari”. La sua capacità di trasformare una carrozzina in disuso in un noleggio di carrozzine viene descritta una volta di più con un certo understatement: “È stata solo una grande opportunità, buona sorte, chiamatela come volete, imprenditorialità – non ne ho idea, ma stiamo andando avanti da 12 anni”. Nel notare che molte delle migliori carrozzine sul mercato sono disegnate e prodotte da imprese condotte da persone con disabilità, l’imprenditore rileva come questa conoscenza diretta della condizione abbia anche per lui riflessi personali e commerciali: “Quando parlo con i clienti del noleggio di carrozzine, si sentono più fiduciosi a parlare con me perché li informo del fatto che sono in carrozzina, e possono farmi domande sull’accessibilità, sui problemi che potrebbero affrontare su una nave, o in una città in cui non sono mai stati prima. Posso dare loro, e mi offro di impiegare tempo in questo, consigli e informazioni che toglieranno l’inevitabile ansietà che le persone che viaggiano per la prima volta, o che non hanno grande esperienza, affrontano” quando hanno una disabilità motoria, sensoriale o intellettiva. “Si sentono molto meglio a parlare con qualcuno che ha una disabilità, possono credergli – e a me fa molto piacere”.
Senza sentirsi un esempio particolare, Little si è sempre reso disponibile a dare consigli ad altre persone, con disabilità o meno, che vogliano mettere in piedi la propria attività: “Certamente sono felice di fare da mentore alle persone: non lo faccio di professione, non metto una tariffa per farlo, ma negli anni ho dato consigli e parlato con persone che volevano entrare in affari”. Per un certo periodo, questa attività ha assunto anche una forma più strutturata: tra il 2009 e il 2010 John fondò insieme a Rob Crawford, un altro imprenditore con disabilità incontrato in rete che vive e lavora in Arizona, il “GNED – Global Network for Entrepreneurs with Disabilities” , una rete composta da persone con disabilità titolari di azienda con nodi anche tra Canada, Regno Unito e Pakistan, per fornire consigli a imprenditori con disabilità consolidati e potenziali e stabilire relazioni di affari. Questa rete oggi appare però in stand-by, come afferma Little: “Non ci ho più molto a che fare, ma per alcuni anni è stato un sito web molto efficace, e abbiamo incoraggiato le persone più che potevamo a diventare imprenditori, a seguire le proprie idee”. Anche Rob Crawford ha di fatto abbandonato l’attività nel GNED nel momento in cui da rete informale stava evolvendosi in un’organizzazione basata su iscrizioni a pagamento (un’evoluzione che non si è poi completata), e ha preferito dedicarsi, accanto alla sua attività professionale nel settore educativo con il Life Development Institute all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità attraverso il miglioramento della loro impiegabilità individuale e la costruzione di relazioni con potenziali datori di lavoro. Anche la moglie di John Little, Suzanne Colbert, è da anni attiva in questo ambito: nel 2000, per migliorare l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità (il 45% delle quali in Australia vive ancora in stato di povertà), ha fondato con il marito l’AND – Australian Network on Disability (www.and.org.au), contattando e coinvolgendo grandi datori di lavoro per fornire loro strumenti finalizzati all’inserimento di lavoratori e al servizio a clienti con disabilità. Per le attività di questa organizzazione, di cui è tuttora amministratrice delegata, Colbert ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti di carattere nazionale in Australia. Little ricorda: “ero nel consiglio di amministrazione, all’inizio, e aiuto ancora a farla funzionare. Lei diceva: ‘c’è una persona e mezza che lavora in questa attività, e tu sei la mezza’, indicando me. Facevo lavoro amministrativo, la gestivamo da casa nostra, il nostro tavolo di cucina era la nostra scrivania, e ora è una organizzazione molto grande, non gigante, ma di grande successo”. Un esempio di inserimento lavorativo promosso da AND e citato da Little è quello di “un ragazzo con un QI di 80 che un giorno lavorava in un laboratorio protetto, e guadagnava 5 dollari al giorno svolgendo noiosi compiti manuali, impacchettando cose, e il giorno dopo iniziò a lavorare con una compagnia di elettronica, che era un’impresa molto hi-tech, e ci è rimasto per 15 anni come uno dei lavoratori-chiave, svolgendo i lavori più complessi su apparecchiature altamente tecniche. Non doveva quindi essere in un laboratorio protetto, poteva fare un lavoro veramente significativo, ed essere pagato in modo appropriato”.
Come si è detto, la condizione di deterioramento progressivo delle capacità funzionali ha consentito a John Little di adattarsi alle diverse fasi della propria vita, a differenza di un evento traumatico. D’altro canto, quando Little afferma che “la disabilità mi è stata intorno per tutto il tempo”, mette sul piatto, così senza parere, quella che per tanti altri è una ragione di scoramento di vita irreversibile. Il successo negli affari non è, né può strutturalmente essere, appannaggio di tutti; il pensiero di “andare avanti e ingrandirsi” che Little ha messo costantemente nella propria attività di imprenditore, il “provarci”, senza vantarsi di doti eroiche ma sapendo che “così va il mondo”, è invece uno spirito il cui valore si estende ben oltre l’ambito dell’attività di impresa.

Siamo rimasti d’accordo su quanto di buono abbiamo in comune. Sul vantaggio di potersi misurare, del non dipendere da altri nel misurarsi, dello specchiarsi nella propria opera. Sul piacere del veder crescere la tua creatura, piastra su piastra, bullone dopo bullone, solida, necessaria, simmetrica e adatta allo scopo, e dopo finita la riguardi e pensi che forse vivrà più a lungo di te, e forse servirà a qualcuno che tu non conosci e che non ti conosce. Magari potrai tornare a guardarla da vecchio, e ti sembra bella, e non importa poi tanto se sembra bella solo a te, e puoi dire a te stesso “forse un altro non ci sarebbe riuscito”.
(Primo Levi, La chiave a stella)

11. Porta i tessuti maya su Instagram (e a Londra)

di Massimiliano Rubbi

Non è certo facile entrare a soli 20 anni nella lista delle 100 donne più influenti del mondo compilata ogni anno dalla BBC. Ma nel 2016 Isabella Springmuhl Tejada, una disegnatrice di moda guatemalteca con sindrome di Down, ci è riuscita. E tutto è cominciato con un “no” ricevuto all’Università…
Da sempre Isabella ha avuto una passione per gli abiti, e quando nel 2013 si è diplomata ha chiesto di iscriversi alla Universidad del Istmo per studiare disegno di moda, ma ha ricevuto un diniego a causa della sua condizione. Come lei stessa ci rac- conta, “quando mi hanno respinto all’Università, ho capito che disegnare era quello che volevo di più”. Isabella si è messa in azione e ha iniziato a prendere lezioni di disegno di moda, cucito e maglia in maniera indipendente. Nel frattempo, però, Isabella stava constatando la carenza di vestiti adatti alle persone con sindrome di Down: “è difficile per noi trovare abiti che ci stiano bene, perché abbiamo tipi di corpo diversi, tendiamo ad avere un torso corto, braccia e gambe corte, oppure siamo troppo magri…”.
La madre di Isabella ha sostenuto completamente la sua idea di disegnare abiti pensati per persone Down, che si inserisce in una tradizione familiare: “mia nonna era una famosa stilista in Guatemala 32 anni fa, perciò ho deciso di denominare il mio marchio ‘Down to Xjabelle’ – ‘Down’ perché ho la sindrome di Down e ‘Xjabelle’ perché era il nome dell’atelier di mia nonna”. Isabella ha creato le sue prime e più caratteristiche borse, le “Mashtates”, che sono andate vendute con incredibile rapidità; forte di questo incitamento, “con l’aiuto di mia madre ho assunto una sarta e ho iniziato a disegnare e realizzare vestiti… sono stati un successo, ho iniziato a fare soldi con le vendite e mia madre ha trasformato il suo studio d’arte in un atelier di moda”, atelier in cui da allora sono state create tre collezioni.
La svolta per “Down to Xjabelle” arriva quando nel febbraio 2016, insieme ad altri stilisti dal Guatemala, Isabella viene chiamata a partecipare alla sezione internazionale della “London Fashion Week”: “ero la prima stilista emergente con bisogni speciali invitata. Da allora, mi capitano solo cose buone, interviste e inviti da tutto il mondo… tutto!”. Nell’ottobre 2016, Isabella è a Roma per il progetto “Sogni – Del tamaño de tu sueños así serán tus logros” (“della dimensione dei tuoi sogni saranno i tuoi successi”) del Gruppo Artistico “Guatemala es Guatemala”. Un mese dopo, come detto, la BBC la cita tra le 100 donne più influenti del mondo, accanto a celebrità come Alicia Keys e alla donna politica francese Rachida Dati: “mi sono sentita così fiera di me stessa, ho lavorato duro, e sono così felice per me e per tutte le persone con sindrome di Down. Ora, le persone possono vedere che siamo capaci di raggiungere tanti obiettivi”.
“Down to Xjabelle”, con le sue collezioni pensate per tutti (non solo per le persone con sindrome di Down) e affidate alla produzione di 4 sarte, mescola consapevolmente tradizione e modernità. Da un lato, gli abiti e gli accessori realizzati dai disegni di Isabella si ispirano a colori e materiali della ricca cultura tessile tradizionale Maya in Guatemala: “continuo a disegnare quello che mi piace, usando tessuti guatemaltechi. Sono colorati e pieni di motivi, tutto è tessuto a mano e ogni pezzo è unico nei suoi modelli e nella storia che racconta. Mi ispiro agli huipiles (tuniche tradizionali delle donne centroamericane) di diversi gruppi di donne nell’altopiano del Guatemala”. Da quanto detto emerge inoltre la bella e forte relazione familiare di Isabella con la nonna Blanqui e la madre Isabel Tejada, che nel 1998, dopo la nascita di Isabella, ha creato insieme ad altre donne la Fondazione Margarita Tejada per l’inclusione lavorativa di persone con sindrome di Down, specie se in situazione di povertà.
Allo stesso tempo, “Down to Xjabelle” fa un uso avanzato delle nuove tecnologie, promuovendo e vendendo online le sue collezioni sul suo sito e sviluppando una comunità tramite i suoi account nei social media – Down to Xjabelle su Facebook e in particolare @downtoxjabelle su Instagram, dove oltre 7.000 followers commentano con entusiasmo le immagini di abiti e accessori, unici per i colori luminosi e i modelli vivaci prima che per le caratteristiche di chi li ha ideati.
Nel marzo 2017 Isabella ha partecipato alla sfilata di moda inclusiva “Runway Together, Everybody Fits In” dell’Università di Anahuac in Messico, con la sua collezione “Cornucopia”, e sempre in Messico, all’interno della settimana Intermoda di Guadalajara, è stata in luglio invitata a presentare la sua ultima collezione. “Down to Xjabelle” sta ricevendo attenzione, ordini e inviti per eventi a livello internazionale, realizzando uno dei sogni di Isabella: “Voglio aprire una boutique ed esportare i miei vestiti in tutto il mondo! Mi piacerebbe partecipare a progetti di moda. Adoro viaggiare”. E ci confessa un legame particolare con l’Italia, non solo come capitale della moda: “Mi piace soprattutto disegnare, ma ho molti interessi e hobbies. Uno di essi è cantare. Sono un mezzosoprano lirico, ho già fatto due recital, e mi piace moltissimo l’opera. Adoro Andrea Bocelli, Placido Domingo e Pavarotti. Quando ero bambina i miei genitori mi portarono a un concerto dei Tre Tenori… li adoro, come adoro Il Volo e Il Divo”.
Il successo ha cambiato Isabella? “Non penso di essere cambiata, continuo a fare quello che facevo e a disegnare. Ora ricevo aiuto nel cucire i vestiti, ma mi sento molto felice e fiera di me stessa”. Al contempo, Isabella sa di costituire un esempio per altre persone con sindrome di Down o altre difficoltà, che spesso vengono respinte anche dall’università della vita – e tuttavia l’Universidad del Istmo, la stessa che l’aveva rifiutata, di recente ha invitato Isabella a un forum sull’inclusione e ha espresso l’impegno a iniziare ad accettare studenti con bisogni speciali, dando così un riconoscimento alla forza delle parole di Isabella: “Voglio ispirare persone come me, voglio dire loro di seguire i loro sogni, di non accettare un no, di continuare a lottare per ciò che vogliono fare!”.

10. Unire le forze per essere liberi

di Massimiliano Rubbi

Valter Mahnic, nato nel 1982 a Trieste e da alcuni anni paraplegico in seguito a un’ischemia midollare, ha trasformato la necessità di utilizzare in maniera più libera e sicura i bagni pubblici, per garantirsi un’effettiva libertà di movimento nella vita quotidiana, in un ausilio brevettato, FLY, che tiene aperti pantaloni e abbigliamento, consentendo di avere le mani libere e quindi autonomia nella funzione anche con capacità degli arti superiori ridotte. FLY è prodotto dall’impresa TIK.AM., che Mahnic stesso ha fondato nel 2013, e che ha vinto il Premio Solidarietà 2015 della Regione Friuli-Venezia Giulia per la capacità di “migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, inventando e progettando prodotti semplici ed innovativi”.
Per passare da un’esigenza, legata alla condizione di disabilità acquisita, alla produzione diretta e professionale della sua idea per soddisfarla, Mahnic ha avuto bisogno della propria determinazione e competenza, ma anche di tornare a studiare e di mettersi in relazione con altri.

Da quali esperienze e idee è nata la scelta di costituire un’impresa come TIK.AM? TIK.AM. Srl è una start up innovativa, che nasce dalla volontà dei due soci fondatori, io e Salvatore Oggiano, e si costituisce per poter offrire a chi ne ha bisogno soluzioni tecniche d’avanguardia per l’autonomia e il benessere in presenza di condizioni fisico-motorie difficili o delicate. L’idea che accomuna la fondazione è FLY, un di- spositivo precedentemente brevettato da me, che facilita e velocizza il cateterismo intermittente maschile. La mission di TIK.AM. è indirizzata a fornire soluzioni innovative, semplici e sicure per agevolare la vita delle persone colpite da disabilità motorie.

Quali difficoltà avete affrontato e superato per creare TIK.AM, in termini di capitale di avvio, registrazione brevetti…?
Le prime difficoltà sono state di formazione, in quanto non ero in possesso di studi superiori né tecnici. Ho sentito quindi la necessità di integrare tale formazione seguendo alcuni corsi in “Area Science Park”, un centro di sviluppo di tecnologie innovative e formazione a Trieste. Proprio in quella occasione ho incontrato il mio attuale socio, che era lì in veste di docente. Dopo aver valutato le potenzialità del progetto, lo scoglio immediatamente successivo è stato naturalmente reperire il capitale necessario, e nonostante la presenza di vari bandi, per velocizzare, abbiamo investito di tasca nostra.

In quale momento ha percepito di essere a un “punto di svolta” nello sviluppo dell’impresa, ovvero che TIK.AM poteva effettivamente reggersi come azienda sul mercato?
Il punto di svolta nello sviluppo dell’impresa è un pensiero ardito, soprattutto per una start up innovativa. Semplificherei così: siamo riusciti a industrializzare il prodotto a renderlo performante, abbiamo iscritto l’azienda al MePA, mercato elettronico di fornitura per le pubbliche amministrazioni, tutto questo non come “punto di svolta” ma come “buon inizio”.

Nella produzione di ausili per disabili, quale valore aggiunto viene portato dal loro essere ideati da, e non solo per, persone con disabilità?
Il valore aggiunto di lavorare per le persone disabili conoscendo la disabilità da dentro ritengo si manifesti in due aspetti importanti. Il primo è quello di poter riconoscere e dedicare attenzione anche a tutte le caratteristiche secondarie di ogni ausilio, e fare in modo che anch’esse siano in linea con tutte quelle necessità non facilmente comprensibili della vita delle persone disabili. Tali necessità, scontate per la persona disabile, sono proprio per questo raramente espresse e dunque difficilmente percepite dai produttori standard. Il secondo è che “parlando la stessa lingua” di chi utilizza i nostri ausili siamo in grado di comprendere meglio le loro necessità e offrire un servizio migliore, oltre che avere una più immediata e completa comprensione dei feedback che l’utilizzatore ci dà. Ciò ci permette di migliorare costantemente prodotti e servizi.

In che modo il successo di TIK.AM ha cambiato il modo in cui percepisce se stesso e la sua condizione personale?
TIK.AM. nasce da pure energie positive; oggi sono imprenditore e intraprendo grazie alle mie idee, ma il resto della mia vita prosegue come prima di fondare questa impresa.

Pensa che il suo esempio possa essere di ispirazione per le scelte lavorative e personali di altre persone con disabilità, e se sì perché?
Penso che qualsiasi esperienza come quella di TIK.AM. possa essere un grande esempio, e l’ho comunicato in vari articoli e interviste precedenti, in quanto TIK.AM non nasce per dimostrare qualcosa, ma trasmette al contempo l’idea che dandosi da fare e lavorando con buone intenzioni che non siano incentrate solo sul profitto le possibilità di realizzarsi ci sono sempre. Questo che si sia disabili o meno – anche se, naturalmente, con le energie più limitate caratteristiche della disabilità si fa un po’ più di fatica.
Inoltre, per sua natura TIK.AM. rappresenta, tramite i suoi due soci fondatori, l’integrazione ideale tra una persona normodotata e una disabile, che uniscono le energie per realizzare insieme qualcosa di bello e positivo, e si trova quindi ad anni luce di distanza da quelle visioni che integrano a forza “perché è giusto”, “perché si deve”, e con ciò trasmettono comunque ancora una visione della disabilità come peso sociale da gestire.

Quali sono i progetti di sviluppo per TIK.AM nel prossimo futuro?
In TIK.AM. abbiamo come obiettivi attuali e futuri innanzitutto mantenere costante la qualità e l’innovatività che ci contraddistinguono, sia nell’affinamento degli ausili attuali – in vendita sul sito– che nello sviluppo dei prodotti innovativi ai quali stiamo lavorando. Oltre a ciò, l’ulteriore consolidamento del mercato nazionale e, quando saremo pronti, l’apertura verso l’estero.

9. La pasta di Capezzaia: quando la produzione è “diversa”

di Valeria Alpi

“La pasta di Capezzaia è una pasta che sa unire bontà, etica e solidarietà”: con questo slogan si presenta il pastificio di Roma, la cui pasta prende il nome dalla “capezzaia”, cioè il margine inutilizzato del campo, a simboleggiare che quella parte di società messa ai margini può invece rendere fertile qualcosa che prima non era. Per saperne di più abbiamo contattato Gianluca Rossi, responsabile di produzione.

Raccontaci un po’ come è nato il progetto.
Il progetto è nato da un piccolo laboratorio sociale a Roma, alla Comunità di Capodarco. Qui esiste un centro riabilitativo, con una quarantina di ragazzi con handicap grave, suddivisi in due turni, a produrre pasta non destinata alla vendita ma regalata alle mense della Caritas o alla mensa di Capodarco. Da lì, da quel piccolo progetto sociale sponsorizzato dal Comune di Roma, è nata l’idea di costruire qualcosa di più grande a livello industriale. Per cui nel 2007 abbiamo partecipato a un bando di gara messo a disposizione dalla Coop e l’abbiamo vinto: grazie ai contributi del ristorno dei soci Coop abbiamo avuto a disposizione circa 170 mila euro per avviare il progetto sociale della pasta di Capezzaia e cominciare questa avventura. Abbiamo comprato i macchinari, scelto la location e abbiamo iniziato a produrre. Sulla base delle ricette che ci ha dato Coop e sui prezzi cui Coop avrebbe comprato la nostra pasta per rivenderla nei propri punti vendita.
Oggi noi lavoriamo quasi e solo esclusivamente per la Coop.
Stiamo cercando di allargare la distribuzione, cercando nuovi partner per espanderci e per assumere nuovi ragazzi. E poi stiamo mettendo in campo l’idea della pasta surgelata perché per ora produciamo solo pasta fresca.
Al momento il 99,9% dei dipendenti ha una disabilità: al pastificio lavorano cinque persone disabili, tutte assunte a tempo indeterminato, e l’unico normodotato sono io. Se a fine anno parte il discorso del surgelato potrebbero aumentare i dipendenti disabili.

Quanto è importante avere un lavoro vero, essere produttivi, essere cittadini a tutti gli effetti portando nella società sia valore sociale che valore economico?
Data la mia esperienza nell’ambito della Comunità di Capodarco, vedo che tutti i disabili che trovano un’occupazione acquisiscono una loro autonomia. Quelli che lavorano per me sono soddisfatti, vengono a lavorare con la voglia di farlo, e soprattutto riescono a far quadrare il loro bilancio mensile: c’è chi si sposa o ha in progetto di sposarsi, chi si è comprato la macchina, chi ha in progetto di ristrutturare casa o di comprarla. Vivono la loro esperienza in maniera normalissima come chiunque altro.

Cosa significa produrre in un’azienda etica?
Io provengo da un altro mondo, non dal mondo della disabilità, ma da un mondo dove l’unica cosa che contava era produrre, produrre, produrre. È stato abbastanza complicato per me riuscire a entrare nell’ottica di questi ragazzi, di quello che volevano, di quello che potevano esprimere, e soprattutto ero io a dovermi calare nel loro mondo e non loro nel mio. All’inizio ho fatto fatica, sono sincero. Ero abituato ad avere alle mie dipendenze venti persone, ed eravamo come venti galline nel pollaio che dovevano solo fare l’uovo, la cosa importante era fare l’uovo. Oggi mi rendo conto che le cose importanti sono altre e non è solo la produzione. È stare dietro ai ragazzi, vedere le loro difficoltà, vedere le loro gioie quando le superano. Devo dire la verità, mi sto trovando bene e loro mi stanno insegnando che la vita non è solo denaro e produzione.

Però producono, realizzano un profitto, la parte economica c’è.
Come no, certo! Però si fa in una maniera diversa: prima c’era l’affanno della produzione, oggi non abbiamo l’affanno, abbiamo una produzione che deve essere sicuramente realizzata però non ci sono quelle aspettative di un datore di lavoro che alla base di tutto mette solamente il profitto. È ovvio che abbiamo in mente il profitto, altrimenti nemmeno esisteremmo. Il disabile che non produce e che non può entrare nel mondo economico di una società è un concetto totalmente sbagliato. Magari lo pensa chi non conosce questo mondo ma chi c’è dentro capisce che il disabile può fare ciò che può fare un normodotato e deve avere le stesse opportunità.

Avete dei riscontri dai clienti?
Abbiamo un contatto diretto coi nostri clienti tramite la nostra pagina Facebook. Tutti quelli che mangiano la nostra pasta rimangono soddisfatti. C’è anche chi critica, ma alla fine serve perché la critica fa crescere.

Beh almeno non c’è retorica, i commenti non sono solo positivi perché la pasta è prodotta da persone disabili.
È vero, ma è anche vero che se il consumatore finale non apprezzasse la nostra pasta non la comprerebbe, perché quando la acquista è nel pieno anonimato, non la deve comprare davanti a noi. Se la compra, noi la vendiamo e la produciamo, e se sono 10 anni che stiamo sul mercato evidentemente i nostri clienti la apprezzano. I numeri ci danno ragione, perché negli anni, anche se poco e anche con questa crisi che è spaventosa, siamo cresciuti e continuiamo a crescere.

Per saperne di più:
Facebook: Pasta di Capezzaia

8. PizzAut: nutriamo l’inclusione

di Valeria Alpi

Avviare uno spazio di inclusione, un luogo “lento” per trovarsi e ritrovarsi, con prodotti di buona qualità conditi da integrazione e relazione. È PizzAut, il progetto di aprire una pizzeria gestita da persone con autismo. Ne abbiamo parlato con Nico Acampora, ideatore dell’iniziativa.
Nasce da un papà l’idea di creare PizzAut, la prima pizzeria gestita da ragazzi autistici. Nico Acampora è un papà milanese di un bimbo di otto anni affetto da una grave forma di autismo. Insieme a un gruppo di genitori “come lui” ha deciso di avviare un crowdfunding per raccogliere fondi per dare il via a PizzAut: “L’idea è nata perché se sei autistico, in Italia, appena compi 18 anni, smetti di esserlo. Tutte le attenzioni riservate, insomma, spariscono, con la conseguenza che spesso gli autistici si ritrovano a essere adulti dimenticati dalla nostra società, ed esclusi dal mondo del lavoro e delle relazioni sociali. Per realizzare questo progetto abbiamo stimato la necessità di raccogliere circa 60 mila euro, ipotizzando di integrare questa raccolta con fondi propri provenienti dalle famiglie che sostengono il progetto. I fondi serviranno per lo start up, ossia l’acquisto di tutti gli arredi, dei macchinari e delle attrezzature necessarie, i percorsi di formazione destinati ai ragazzi per l’acquisizione delle competenze necessarie, l’eventuale affitto della struttura e il costo del personale almeno nella fase di avvio”.
Il crowdfunding andava a rilento fino all’intervento di personaggi noti: il primo è stato Kekko, il cantante dei Modà, che ha pubblicato un video per esprimere vicinanza al progetto. Il video è stato visto anche dall’ex premier Matteo Renzi, che ha parlato di PizzAut come di un buon progetto. “Siamo arrivati in breve tempo a un terzo del budget preventivato: il crowdfunding non ha scadenza anche se speriamo di raggiungere l’obiettivo entro aprile/maggio del prossimo anno, quindi in 12 mesi dal suo avvio”.
I ragazzi inseriti nel progetto faranno un percorso di formazione gestito dalla cooperativa La cascina bianca. Con la psicologa Simona Ravera, esperta di autismo, i genitori hanno individuato le mansioni che si possono affidare loro in una pizzeria. Possono preparare l’impasto, condire le pizze, magari riuscire a infornare e accogliere in sala.
“Il progetto vuole avviare un laboratorio di inclusione sociale attraverso la realizzazione di un locale gestito da ragazzi con autismo affiancati da professionisti della ristorazione e della riabilitazione. I ragazzi saranno avviati a una prima fase di formazione che consentirà di studiare insieme a psicologi ed educatori la mansione più adeguata per ciascun ragazzo inserito nello staff di PizzAut e soprattutto le modali- tà attraverso le quali farlo sentire auto-efficace e in equilibrio con il mondo che in quel momento sta attraversando”.
L’idea di Nico e degli altri genitori è quella di creare un luogo apposito, in continuo contatto con il mondo. Un posto dove i ragazzi autistici siano il più possibile indipendenti. Un luogo slow, per rispettare la tranquillità di chi mangia e i tempi di chi ci lavora. “Vogliamo creare un locale per la famiglia ma anche per i giovani, un luogo dove stare bene e divertirsi con prodotti ricercati, un locale dai tempi lenti dove non bisogna andare a mangiare una pizza quando si hanno cinque minuti e poi si corre via… Ma un locale dove trovarsi e ritrovarsi in una dimensione temporale e di relazione fuori dalle frenesie che mettono in difficoltà chi è affetto da autismo ma che fanno male anche ai cosiddetti normali. Un luogo lento dicevamo, con prodotti biologici e di altissima qualità serviti con altrettanta qualità”.
Come si legge nel loro sito, la vera sfida è realizzare un luogo di grande valore sociale ma anche un posto dove non bisogna andare solo perché si fa del bene ma perché si sta bene. “Sul valore sociale del lavoro con le persone con disabilità si sono scritte e dette molte cose… Attraverso queste progettualità si generano relazioni che, da un lato, aprono spazi relazionali ed esperienziali decisivi e inclusivi per la qualità della vita delle persone con disabilità, e dall’altro, incrementano il capitale sociale dei territori. Il nostro è un progetto sociale che vuole fare un passaggio ulteriore, o almeno provarci, componendosi di tanti micro progetti individualizzati che si caratterizzano e si calano su ciascuna delle persone con disabilità, pensandole però all’interno di uno staff di lavoro, coinvolgendole attraverso una ‘transizione al lavoro’ che si compone di una personalizzazione dell’intervento: dall’analisi professionale delle capacità/potenzialità dell’individuo, alla formazione sul campo, tenendo presente caratteristiche e propensioni fino all’accompagnamento costante al lavoro e durante il lavoro, in modo da non creare una dicotomia fra il valore sociale del lavoro con la persona disabile e il valore economico di questo lavoro. O comunque ridurre al minimo questa distanza”.
Per tutti coloro che contribuiranno a sostenere PizzAut, verrà creato il “muro dei mattoni”, per ringraziare i donatori che consentiranno di posizionare concretamente mattoni solidi per sostenere il progetto: “in fin dei conti per credere in un luogo lento e gestito da persone autistiche bisogna essere dei ‘grandi matti’ e quindi il muro dei ‘mattoni’ ospiterà i nominativi o le frasi di questi importanti donatori”.
PizzAut, oltre al crowdfunding online, sta anche organizzando gli “assaggi di PizzAut”, eventi sul territorio per promuovere il progetto e far parlare di autismo anche lontano dal 2 aprile, la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Io le foto della pizza che stanno facendo assaggiare le ho viste su Facebook, e posso dire che ha veramente un aspetto invitante!

Facebook: PizzAut nutriamo

7. Il sale e il lievito

di Massimiliano Rubbi

La genuinità dei prodotti alimentari che riflette quella di lavoratrici e lavoratori che li preparano, in un gruppo composto per la maggior parte da persone con disabilità cognitiva inserite a pieno titolo nelle attività e nella responsabilità per l’andamento dell’impresa. Da questa impostazione della cooperativa sociale Via Libera, in cui la proporzione minima del 30% di lavoratori svantaggiati risulta ribaltata in un 30% circa di lavoratori non svantaggiati, e dell’associazione L’Impronta ONLUS che alla cooperativa sociale ha dato vita, sono nati a Milano prima il ristorante Gustop nel 2012, e poi il panificio Gustolab nel 2014.
Abbiamo intervistato Silvia, 22 anni, e Giovanni, 24 anni, due giovani membri con disabilità della “squadra”.

Da quanto tempo lavorate presso Gustolab/Gustop? Avete avuto altre esperienze lavorative in precedenza?
GIOVANNI: Io sono assunto da due anni, e lavoro a Gustolab la mattina dalle 9.30-10.00 alle 11.00, e a Gustop dal martedì al giovedì dalle 12.30 alle 15.00. Prima ho avuto un’esperienza di un anno nel panificio di un’altra cooperativa, in cui facevo un po’ di tutto, ma non mi hanno rinnovato il contratto, e mi hanno proposto di andare a lavorare a Gustop per fare più esperienza nel settore; qui sono molto più contento. A Gustop mi occupo di stare in sala e portare i “rifornimenti”, quello che manca nel locale, stando a contatto con i clienti, oppure sto “dietro” a dare una mano, svuotare i carrelli o pulire la cucina. A Gustolab do una mano ai panificatori, soprattutto per smaltire gli ordini grossi – ad esempio, se c’è da preparare un impasto di 30 chili per il giorno dopo, lo prepariamo subito in due e lo mettiamo per il giorno dopo in “ferma-lievita”, una macchina che consente di accelerare o rallentare la lievitazione, e che ci permette di non iniziare troppo presto il turno di lavoro la mattina.
SILVIA: Io lavoro a Gustolab da più o meno tre anni. Mi hanno inserito tramite l’Afol, il centro per l’impiego, con l’aiuto di un tutor, prima con un tirocinio in laboratorio a panificare; e poi, quando due anni fa si è deciso di aprire il negozio al pomeriggio, mi sono spostata direttamente alla vendita, dove mi occupo da sola direttamente anche delle pulizie e della chiusura dalle 16.00 alle 19.00. Il sabato facciamo tutta la giornata a turni alternati, e se c’è bisogno, per sostituzione di altri che sono assenti, per necessità in spazi aziendali temporanei o per “sovrapproduzioni” che richiedono ore in più, ci sono sempre. Non ho avuto nessuna esperienza lavorativa prima di Gustolab, sono stata a casa due anni cercando lavoro e mandando i curricula ma non trovavo niente.

Come vi trovate al lavoro, sia per le mansioni che svolgete sia per il rapporto che avete con i colleghi?
SILVIA: Mi trovo bene in tutti i sensi, i miei colleghi mi mettono a mio agio, se c’è bisogno ci aiutiamo a vicenda. Il lavoro mi piace anche perché è una responsabilità nei miei confronti, alla fine ho in mano il negozio tutto il pomeriggio, e sono orgoglio- sa che abbiano deciso di assegnarmi questo compito.
GIOVANNI: Anch’io mi trovo molto bene, con i miei colleghi scherziamo sempre, ma se c’è qualche problema ci aiutiamo tra di noi per risolverlo subito. Sono sempre stato gentile e accogliente con le persone, per farle sentire come a casa quando vengono al ristorante.

In che misura vi sentite responsabili e protagonisti nell’azienda in cui lavorate?
GIOVANNI: Ti faccio un esempio relativo a un prodotto che facciamo in panificio, il “focaccione” con sale grosso e rosmarino: quando sono entrato non c’era, ho chiesto di fare una prova e l’ho fatto assaggiare, è piaciuto anche ai clienti e ora lo produciamo tutte le mattine. In questa cosa mi sono sentito molto protagonista, perché ho portato un nuovo tipo di ricetta che prima non avevamo.
SILVIA: Condividiamo tutti insieme in équipe, in incontri mensili operativi (separati dalle assemblee generali della cooperativa), le difficoltà e le esigenze.

Questo vostro lavoro ha cambiato il modo in cui vedete voi stessi e gli altri?
GIOVANNI: No, questo ambito mi è sempre piaciuto e ho fatto una scuola per farlo da grande, per impegnarmi fino in fondo e regalare delle soddisfazioni ai clienti. Il lavorare qui mi consente di vedere molte più persone soddisfatte del nostro prodotto. Sono sempre stata una persona molto aperta e attenta a risolvere i problemi, e qui ho la possibilità di farlo.
SILVIA: A me ha cambiato la vita, perché adesso ho la mia libertà, posso uscire o comprare qualcosa con i miei soldi senza chiedere ai miei genitori. Se prima ero un po’ più timida, stando a contatto con il pubblico sono stata spronata ad aprirmi anche fuori dal lavoro.

Avete degli aneddoti significativi sulla vostra esperienza di lavoro?
SILVIA: La cosa più simpatica che succede è quando i clienti ordinano qualcosa al telefono e poi non passano, o si dimenticano, e alla sera non sai se aspettarli o meno. Abbiamo molti clienti anziani, che fanno ordini piccoli ma poi si “perdono”. In genere abbiamo una clientela che viene tutti i giorni, il lunedì c’è un po’ più affluenza perché c’è il mercato di fronte, ma gli altri giorni i clienti sono quelli “affezionati”.
GIOVANNI: A volte è capitato che venissero a fare un servizio televisivo presso il panificio, e io mi sorprendevo che un panificio così piccolo fosse stato scelto dalla TV per mostrare i suoi prodotti e la lavorazione in cui mettiamo tanta passione.

Quanto pensate che conti l’aspetto sociale di Gustolab e Gustop nella scelta dei clienti di venire da voi rispetto alla qualità della vostra proposta?
GIOVANNI: A Gustop si mangia bene e con ottimi prezzi – con un menu da 10 Euro e 50 prendi un primo, un secondo, un contorno, la frutta o il dolce, l’acqua e il pane.
Sia al ristorante che al panificio andiamo molto incontro al cliente, che è quello su cui si sostengono entrambi e che spesso si affeziona a noi e ritorna. Giusto oggi al ristorante abbiamo avuto molti più clienti, perché oltre a quelli abituali è arrivata la squadra Giovanissimi del Milan, che ha organizzato per venire a mangiare anche nei prossimi giorni, e per me è una soddisfazione enorme.
SILVIA: Il pane è buono, biologico e delle diverse varietà che possono piacere ai clienti, e c’è un passaparola tra di loro. I clienti vengono però anche perché li accogliamo sempre con l’umore giusto, e chi lavora riceve una formazione anche su questa accoglienza, pur se sempre di tipo commerciale. Questo abbinare il prodotto al servizio, più che il nostro essere “sociale” che non sbandieriamo, riteniamo sia la nostra prerogativa.

Che consigli dareste a un nuovo collega appena assunto?
SILVIA: Di stare tranquillo, che lo faremo sentire a suo agio e che per qualsiasi problema o difficoltà può contare su di noi.
GIOVANNI: Come Silvia, se avrà difficoltà verrò subito a dare una mano.

Che progetti avete per il futuro? Gustolab e Gustop sono per voi un punto di arrivo o di partenza?
GIOVANNI: Per me è tutto un progetto nel futuro. Qui mi trovo bene, ci sono dei colleghi fantastici e se mi rinnovano il contratto a tempo determinato a ottobre non me la sento di andarmene. Però, un mio sogno è di aprire un bel panificio con bar e pasticceria, e in futuro voglio mettere l’esperienza che ho accumulato in comune con altri.
SILVIA: Io invece ho un contratto fisso da circa un anno, e credo di proseguire questo lavoro perché mi piace e mi trovo a mio agio.

A conclusione dell’intervista, Andrea Miotti, presidente di L’Impronta ONLUS, ricorda che per garantire il lavoro nel tempo è fondamentale che le attività funzionino da un punto di vista commerciale, e che quindi un “mantra” condiviso dal gruppo è quello dell’impegno nel lavoro, per “starci dentro” e aprire nuove opportunità ad altri.
Questo approccio sembra riuscire a battere la crisi: oltre a progetti di espansione interni alle attività esistenti, come il potenziamento del catering per Gustop e delle attività di pasticceria per Gustolab, per completare la filiera a monte si sta definendo una nuova attività di orticoltura biologica e sociale, tramite una cooperativa agricola sociale, Agrivis, fondata nel 2016 dallo stesso gruppo di lavoro e che coltiverà terreni nella campagna a sud di Milano.
Andrea pare molto contento che Giovanni voglia aprire in futuro una sua panetteria – gli chiede solo di farlo in una zona diversa di Milano!

Per saperne di più:
www.panificiogustolab.it
www.gustop.it

6. Competenze in bottiglia: Vecchia Orsa, il retrogusto sociale della birra

di Valeria Alpi

Chiacchierata con Michele Clementel, presidente della cooperativa sociale FattoriaAbilità che ha dato vita al Birrificio Vecchia Orsa.
Si chiama “Utopia”, perché è un po’ “la birra che non c’è”, frutto di tante mescolanze di spezie che nel tempo si sono modificate nelle quantità e nelle scelte; un’altra si chiama “Magnitudo blonde”, nata dopo il sisma del 2012 che colpì l’Emilia e la vecchia sede del birrificio di Crevalcore; un’altra ancora si chiama “Rye Charles”, una birra nera che nel nome indica uno degli ingredienti, la segale (rye, in inglese), ma nella pronuncia è un omaggio al grande pianista cieco.
Sono solo alcune delle birre prodotte dal Birrificio Vecchia Orsa di San Giovanni in Persiceto, alle porte di Bologna. Le birre col retrogusto sociale, come si legge nel loro sito.
Tutto nacque nel 2008 dal desiderio di una cooperativa sociale, FattoriaAbilità, di creare un laboratorio per lavoratori disabili. Nel disegno iniziale c’era una fattoria didattica, ma il progetto non riusciva a partire. Poi l’incontro con due Mastri birrai, e la prima sede, una sorta di casa messa a disposizione dalla cooperativa: la cucina era la sala per la “cotta” e il soggiorno la zona imbottigliamento – oltre a uno sgabuzzino che fungeva, in pratica, da cella calda dove rifermentava la birra. Si trovava nel podere Orsetta Vecchia in via degli Orsi di Beni Comunali di Crevalcore, da cui fu tratto il nome Vecchia Orsa.
“Nella vecchia sede di Crevalcore la produzione aveva un elevato sapore di artigianalità: l’impianto era di piccole dimensioni, l’imbottigliamento e l’etichettatura venivano effettuate manualmente, tutti i lavoratori, disabili e non, attorno al tavolo.
Queste operazioni, apparentemente semplici, erano momenti di forte integrazione e di consapevolezza di essere veramente parte importante delle fasi produttive. La produzione artigianale si sposava indissolubilmente con l’attenzione alla persona e da subito è stato possibile far partire le prime borse lavoro e gli stage di lavoratori svantaggiati”.
Il terremoto del 2012 in Emilia, invece, segnò l’inizio della seconda vita di Vecchia Orsa, che nel 2013 inaugurò il nuovo impianto a San Giovanni in Persiceto, un nuovo impianto molto più grande e con la capacità di inserire più persone con disabilità come reale elemento produttivo all’interno del contesto lavorativo.
“Oggi dialoghiamo con la Asl, il Servizio handicap adulto di San Giovanni in Persicito e il Fomal, che è un ente di formazione. Loro ci propongono delle persone che ri- tengono adatte per l’inserimento lavorativo in Vecchia Orsa, dopodiché si fa un breve periodo di prova, in stage o in borsa lavoro. Prima di affidare un lavoro, cerchiamo le peculiarità delle persone e facciamo di tutto per assecondare le loro personalità. Dopodiché li inseriamo in una lavorazione specifica che gli si addice”.
L’obiettivo però non è fermarsi allo stage o alla borsa lavoro, ma offrire un “lavoro vero”, con contratto a tempo indeterminato: ad oggi su sette persone che lavorano al birrificio, tre sono dipendenti con disabilità. “Il nostro è un lavoro vero, non è un laboratorio protetto, se noi abbiamo lo stipendio a fine mese è perché la nostra birra è buona, ne produciamo molta e la vendiamo. I lavoratori disabili partecipano a tutto il processo produttivo e devono essere-compatibilmente con le loro possibilità – produttivi per l’appunto.
Nella nuova sede abbiamo tre fermentatori da 30 hl e un maturatore della stessa capacità, che ci impongono ritmi diversi: è stato possibile aumentare notevolmente la capacità produttiva, ma abbiamo deciso di dedicare particolare attenzione alla scelta di macchinari che privilegiassero il lavoro manuale rispetto all’estrema meccanizzazione con l’obiettivo di assumere nuovi lavoratori. Partiamo dalla persona e non dal prodotto, ad esempio abbiamo acquistato un’etichettatrice automatica solo dopo esserci assicurati del fatto che presumesse comunque la presenza di più persone. Abbiamo puntato molto sulle mani e sulla manualità, ogni bottiglia viene maneggiata dalla nostra squadra almeno 6-7 volte. L’artigianalità deve implicare anche una certa manualità. Certo, scegliere di non meccanizzare la produzione proprio per offrire lavoro a persone con disabilità porta a costi maggiori e far tornare i conti è un’impresa! A volte dobbiamo scendere a compromessi sulle ore di lavoro, sugli stipendi, sulle necessità lavorative, ma quello che conta è il coinvolgimento dei lavoratori, sia disabili che ‘normodotati’, in un progetto comune di appartenenza, un progetto concreto e produttivo e non creato ad hoc su uno svantaggio”.
Vecchia Orsa ha ormai un grande successo di pubblico (nella “Guida alle Birre D’Italia 2017” la Rye Charles ha ottenuto il riconoscimento di “Grande birra”) e la richiesta aumenta, al punto che si sta valutando un ampliamento del birrificio, più assunzioni di personale disabile, e una modifica al ciclo di lavaggio per ridurre lo spreco di acqua puntando sempre più su energia da fonti rinnovabili. “Tutto ciò dimostra che anche nel sociale ci può essere l’eccellenza”.
La sede di San Giovanni in Persiceto ha anche una zona degustazione e di vendita al pubblico, e se seguirete la pagina Facebook potrete trovare tutti gli appuntamenti di sagre e manifestazioni dove Vecchia Orsa sarà presente con i propri prodotti e i propri lavoratori: “partecipare ad eventi insieme ai lavoratori diventa un’occasione privilegiata per trasmettere un messaggio di equità e integrazione sociale sinergico al- la qualità del prodotto. Per i lavoratori diventa il momento per poter toccare con mano l’importanza del loro lavoro. Chi ama la nostra birra è interessato non solo alla birra artigianale ma anche a come viene fatta. Noi diciamo ‘il retrogusto sociale della birra’, ed è il messaggio che vogliamo dare”.

Per saperne di più:
www.fattoriabilita.it
Facebook: Birrificio Vecchia Orsa

5. La Casa di Toti, biografia di un sogno

Di Valeria Alpi

C’è un albergo etico in corso di costruzione a Modica, in provincia di Ragusa, nei luoghi (per gli appassionati) del Montalbano televisivo. Un grande progetto imprenditoriale, un’attività che sarà gestita da sette o otto persone con disabilità. Una forma di cohousing, anche, e un investimento per il “dopo di noi”. Ne abbiamo parlato con Muni Sigona, ideatrice del progetto, e sognatrice, come si definirebbe lei.

Ci racconta come è nato il progetto e cosa è esattamente “La Casa di Toti”?
Io sono la mamma di Toti, che è un ragazzo autistico ad alto funzionamento. La sua problematica tocca anche la psicosi, quindi a volte ha delle crisi. Lui parla, va in moto, va in bici, ma è difficile da gestire perché ha sempre bisogno del rapporto 1 a 1 con un’altra persona. Siccome abbiamo una villa del ’700 con parco e piscina che da 25 anni è casa vacanze, ho sognato – soprattutto per pensare al futuro di Toti – di avviare una impresa nel sociale, un albergo etico, cioè un albergo gestito da ragazzi “speciali” assistiti da tutor. Quindi non sarà un albergo per disabili ma un albergo gestito da disabili, non autistici solamente, ma con varie tipologie di disabilità, con dei lievi disturbi a livello cognitivo, e ovviamente dovranno lavorare nell’impresa, dovranno pulire le camere, preparare la colazione, pensare al giardino, fare i check-in e i check-out, eccetera.
Quello che stiamo costruendo è anche una casa dove potranno vivere, perché sarà in qualche modo anche un “centro residenziale”, ma non lo voglio chiamare centro residenziale o comunità perché sarà la loro casa, in forma di cohousing. Sette o otto ragazzi “speciali” che già stiamo selezionando, dai 18 ai 25 anni, vivranno insieme e lavoreranno insieme. Vogliamo che abbiano anche una fascia di età comune perché poi dovranno crescere insieme. Intorno a questo progetto ho creato anche una Onlus, l’associazione “La Casa di Toti” e sono attorniata da genitori che condividono la nostra vita, seguono il progetto e sanno cosa significa essere genitori di ragazzi con disabilità: questo per noi è un modo per organizzarci per il “durante noi” e il “dopo di noi”.

A che punto è il progetto?
A latere della villa stiamo costruendo la Casa di Toti su 300 mq tutta su un piano; avrà solo una grande cantina al piano di sotto dove faremo una palestra e dei laboratori di meccanica perché sia a Toti che ai suoi amici piace la meccanica. In realtà l’idea è creare vari laboratori occupazionali diversificati. Avremo tre camere da letto, ognuna con bagno privato per disabili e una grande hall con tetto di vetro: stiamo facendo molta attenzione anche ai materiali e ai colori, per un discorso sensoriale di questi ragazzi. Ci sarà anche un refettorio, una cucina e una infermeria dove il tutor dormirà di notte.
Attualmente abbiamo fatto tutta l’opera in cemento armato e il tetto, siamo arrivati alle tegole. Il 26 novembre del 2016 abbiamo posato la prima pietra, e ad oggi in pochi mesi abbiamo fatto tanto, grazie soprattutto al fundraising e al crowdfunding.
L’albergo già c’è, abbiamo 16 posti letto. Certo sarà da migliorare un po’ ma contiamo di essere pronti in autunno 2018. In villa sto cercando di abbattere le barriere architettoniche e mi sto facendo consigliare da chi vive i problemi motori per migliorare la viabilità in villa, inoltre tra i ragazzi ci saranno anche una o due persone con disabilità motoria.

Ho visto che state organizzando anche tanti eventi sul territorio, per raccogliere fondi e per promuovere il progetto.
Sto cercando di diversificare le varie raccolte fondi. Quindi organizziamo eventi, soprattutto grazie alla Fondazione “I bambini delle fate” di Franco Antonello che ci sostiene. I supermercati Conad di Calabria e Sicilia hanno messo nel catalogo della raccolta punti la possibilità di contribuire alla Casa di Toti. Di recente ci siamo ag- giudicati la possibilità di avviare un crowdfunding tramite la Tim: il progetto l’abbiamo chiamato “Digitalizziamo la nostra opera nel sociale”, perché servirà per acquistare tutto quello che serve per l’informatica, il wi-fi, eccetera. È una raccolta fondi a livello nazionale e non solo al Sud e quindi per noi molto importante
Dal sito della Casa di Toti inoltre, si può acquistare la maglietta disegnata da Toti: lui ha la passione per la pittura. Oppure il mio libro Biografia di un Sogno, dove racconto il sogno del mio progetto e faccio un excursus anche di tutti gli alberghi etici esistenti al mondo. In Europa ad esempio ce ne sono già sei, di cui uno ad Asti, che però è un po’ diverso perché è gestito da ragazzi con sindrome di Down che alla sera tornano a casa, invece il nostro vuole essere un vero e proprio “dopo di noi”, dove i ragazzi vivranno e lavoreranno.
Un altro modo per sostenerci è il 5 per mille. Siamo partiti tre anni fa che non ci conosceva nessuno e quest’anno invece con il 5 per mille abbiamo guadagnato 11 mila euro, segno che il progetto circola tra sempre più persone. Anche il Presidente della Repubblica ci ha gratificati con un premio per un evento che abbiamo organizzato a Catania. La Casa di Toti sta avendo una risonanza bella, nazionale, perché è una famiglia che si sta rimboccando le maniche per il futuro del figlio e di altri ragazzi come lui.

Collaborate con l’ASL o con altri servizi del territorio?
Attualmente il centro che vogliamo costruire è privato e le persone che vivranno e lavoreranno lì le scegliamo noi, non sono inviate dai servizi sociali. Un domani chiederemo sicuramente una convenzione con l’ASL, anche per aiutare le famiglie, perché le famiglie dovranno comunque pagare un mensile. Abbiamo anche preso già dei contatti con i Sindaci dei Comuni limitrofi, perché esistono dei plafond per il sociale cui speriamo di potere accedere.

Valore sociale delle persone con disabilità, ma anche valore economico, cioè la persona disabile come cittadino capace di lavorare e di produrre: ci può fare un commento su questo aspetto spesso sottovalutato?
L’inserimento delle persone disabili nei posti di lavoro è una cosa molto importante. Noi, a parte la costruzione della Casa di Toti, abbiamo anche avviato degli stage presso le aziende che ci supportano. Tra i ragazzi che entreranno a far parte della Casa di Toti, già quattro sono stati selezionati per questi stage, quindi stanno lavorando in bar, pasticcerie, supermercati… li stiamo già abilitando al lavoro. Al momento, certo, come stage, ma la mia idea è non solo di farli rimanere a lavorare nell’albergo ma di farli entrare in queste aziende con una loro gratifica, un contratto e uno stipendio vero. Quando ci sono forme di autismo, lavorare nello stesso posto può diventare monotono, quindi mi immagino che queste persone oltre all’albergo possano gestire anche altre attività.
Mi rendo sempre più conto, però, che è vero che ci sono le leggi per l’inserimento lavorativo, ma poi la società fa ben poco.

Sogni per il futuro?
La soddisfazione più bella è che tante famiglie mi chiamano e mi chiedono come sto facendo, ed è bello dare consigli. La Casa di Toti sta diventando un progetto contagioso, e io mi auguro che non sarà solo un albergo etico ma che potranno nascere ad esempio una panetteria etica o un parrucchiere etico… Mi auguro che nasceranno altre esperienze in Italia, magari dettate da un’esigenza di una famiglia, e che potranno essere d’aiuto a questi ragazzi, perché noi genitori non siamo eterni.

Per saperne di più:
www.facebook.com/lacasaditoti.org