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Autore: Nicola Rabbi

11. Un’avventura solo per ipovedenti? Un viaggio a piedi da Bologna a Firenze

di Fabrizio Rigotto, Club Alpino Italiano Bologna Est

Dal 21 al 29 maggio un gruppo di persone ipovedenti, assieme agli accompagnatori di escursionismo del gruppo territoriale CAI Bologna Est della sez. CAI “Mario Fantin” di Bologna, hanno percorso a piedi i 120 km del cammino della Via degli Dei, calpestando così le strade e i sentieri che, svalicando l’Appennino, uniscono Bologna a Firenze.
Una sfida avente come armi solo un paio di scarponi ai piedi e uno zaino pesante sulle spalle, al fine di promuovere la mobilità degli ipovedenti, diffondendo la conoscenza e la comprensione dell’ipovisione e i problemi legati alle malattie degli occhi, con particolare attenzione all’accessibilità. L’idea s’inserisce all’interno della campagna #YellowTheWorld, ingiallire il mondo, attraverso la quale l’associazione NoisyVision si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica colorando idealmente il mondo di giallo, poiché questo è il colore che persone con problemi di vista riescono a vedere meglio. I maestri compositori di quest’avventura sono due persone dal grande carisma, Dario Sorgato e Donato Di Pierro, entrambi ipovedenti, entrambi legati dalla stessa passione per l’escursionismo, entrambi capaci di muovere e incoraggiare gli animi delle persone che incontrano sul loro cammino.

Qui inizia l’avventura
L’organizzazione di Dario e Donato è partita molti mesi prima, poiché non è semplice costruire da zero un’iniziativa così complessa. E quasi casualmente, proprio nel momento di decidere le tappe del percorso, nasce anche la collaborazione con il gruppo territoriale CAI Bologna Est, collaborazione che sarà il preludio di un’amicizia tanto forte quanto inaspettata.
Il gruppo così composto decide di percorrere i 120 km del tracciato in nove giorni, durante i quali la parola d’ordine sarà camminare per quasi tutta la giornata. Il giorno prima di iniziare il cammino tutto il gruppo si riunisce a Bologna e si conosce per la prima volta, tra l’euforia della sfida e la tensione della partenza; per gli organizzatori tutto è pronto, hanno nella mente tutto il percorso, i punti di ristoro, le lunghezze e le altimetrie delle tappe, ma ancora non conoscono quali saranno le vere difficoltà da affrontare.
Si parte da Bologna il 21 maggio, con il sole caldo e alto nel cielo, con le note gioiose della Banda Rossini di Bologna e con la “gialla compagnia” che attraversa il centro del capoluogo emiliano donando alla città un nuovo colore, ovviamente giallo, e un’allegria coinvolgente. Anche perché il gruppo di camminatori è composto da persone provenienti da tutta Europa (Finlandia, Islanda, Irlanda, Germania, Olanda, Spagna e Italia) che fin dal primo giorno riescono a unire con incredibile naturalezza i diversi bagagli culturali che portano ognuno nel proprio zaino.
Passata Bologna si prosegue sulla sponda del fiume Reno; qui il percorso sembrava non presentare particolari problematiche, ma il fango ha reso il fondo estremamente scivoloso, e questo particolare tecnico cambia completamente la difficoltà di questo tratto e i tempi previsti di percorrenza. Siamo all’inizio dell’avventura e il pensiero che si possa trovare questo tipo di fondo anche nei giorni successivi fa apparentemente preoccupare il morale degli organizzatori. Già, apparentemente, perché i ragazzi della gialla compagnia sfoderano una straordinaria capacità di ribaltare le situazioni avverse, affrontando le difficoltà con grande determinazione e forza di volontà.
Questo è lo spirito che ha accompagnato il gruppo per tutto il cammino, uno spirito travolgente che non ha risparmiato nessuno tra i partecipanti. Chiunque si sia unito al cammino, o abbia semplicemente salutato il passaggio dalla propria porta di casa, è stato travolto da un’onda gialla di gioia e di voglia di non mollare mai!
Il percorso prosegue, giorno dopo giorno, inerpicandosi tra i sentieri appenninici, col bosco a fare da timido compagno di viaggio e con le ginestre gialle in fiore a colorare e salutare il passaggio della compagnia. Si passa per Monzuno, Madonna dei Fornelli, si calpesta il selciato dell’antica strada romana fino ad arrivare al Passo della Futa. Poi, svalicato il passo appenninico, giù in picchiata verso Sant’Agata e San Piero a Sieve, nel cuore del verde Mugello. In quest’ampio tratto ci sono state tappe più semplici e percorsi più tecnici, salite faticose e discese anche con forti pendenze. Ma ogni passo è stato percorso mettendo nelle gambe una forza prorompente, che se nei primi giorni era l’espressione del carattere di ogni persona, pian piano è diventata il carattere unico di un gruppo compatto e determinato, unito nella sfida e anche nella gioia. Dal Mugello il gruppo prosegue per il Santuario di Monte Senario, da dove s’intravede Firenze per la prima volta… Allora il cuore inizia a battere forte, la sfida assume il volto della vittoria, e l’emozione non lascia trattenere le prime lacrime. Domenica 29 maggio la gialla compagnia attraversa Firenze sotto la pioggia e conclude la propria avventura in Piazza della Signoria. Le gocce di pioggia si confondono con le lacrime di gioia. È stata un’avventura vera: vera nelle difficoltà, vera nei sentimenti, vera come la forza che ha unito ogni partecipante, vera e unica come la natura compagna di tutto il viaggio. E alla fine, oltre a tutto questo, rimane nel cuore, come un grande insegnamento lasciato in eredità, la capacità di trasformare la complessità della vita in occasioni da saper cogliere, unendo sempre coraggio e forza di volontà senza mollare mai!

Dalla fine al principio

di Donato Di Pierro, NoisyVision, Retina Italia Onlus

Ero in camera, a sistemare un po’ di documenti della camminata. Ho preso tutto il fascicolo dell’avventura, raccolto dentro una cartellina, ovviamente gialla. Patrocini, delibere comunali, tonnellate di e-mail per organizzare i pernottamenti e le varie tappe… Stavo riguardando quei fogli quando ecco che salta fuori all’improvviso lui: L’ATTESTATO.
Un foglio di cartoncino giallo e nero con il logo del CAI, di NoisyVision e di Retina Italia Onlus che certifica la partecipazione dei miei piedi alla traversata da Bologna a Firenze che ha, ancora una volta, cambiato la visione che avevo della mia patologia e del mondo dei Visually Impaired, ovvero noi ipovedenti e non vedenti. E in quell’istante è stato come rendersi conto di essere definitivamente tornati alla realtà. Nei giorni successivi all’avventura ho sempre avuto una parte di me come spiritualmente distaccata dal corpo. Avevo la testa e un pezzo di cuore sui sentieri che una volta furono percorsi dai Romani.
Più volte il profumo dolce delle ginestre odorose è stato rievocato dalla mia memoria, e puntualmente mi sono girato nella ricerca di quella cornice gialla fiorita che per tutto il viaggio ha circondato il gruppo di coraggiosi avventurieri che ho avuto al mio fianco.
Ripensando a quelle giornate sull’Appennino mi sono più volte chiesto se fosse stata tutta una bolla, quell’esperienza, o se la vera bolla in cui viviamo senza rendercene conto è in realtà il nostro quotidiano, cui siamo oramai troppo abituati. Tante, forse troppe emozioni ho collezionato, infilando un passo dietro l’altro mentre seguivo le impronte dei miei nuovi amici. Il ricordo che conserverò di quest’avventura è il senso di grande libertà e serenità che mi ha pervaso a ogni passo, in ogni minuto. Avevo intorno persone di nazionalità diverse, ma per tutto il tempo ho percepito la totale assenza di limiti spaziali. Tutti insieme uniti dalla stessa voglia di condivisione, alla scoperta delle nostre essenze. Mi sono sentito uguale a ognuno di loro, pervaso da un senso di umanità che, temo, nel nostro mondo si sta perdendo sempre di più…

10. Per un turismo accessibile nei parchi e nelle colline di Bologna

di Monica Palmieri, Settore Marketing Urbano e Turismo del Comune di Bologna

Ci occupiamo ogni anno dell’organizzazione del trekking urbano
(http://www.bolognawelcome.com/trekkingurbano) quindi, limitatamente a questo evento, organizziamo in collaborazione con delle associazioni locali e delle istituzioni, dei percorsi che vogliamo siano anche accessibili. Fino all’anno scorso avevamo, grazie alla collaborazione con l’Istituto dei ciechi Francesco Cavazza, delle iniziative accessibili per non vedenti e ipovedenti; da quest’anno abbiamo tentato di aprirci a un altro mondo, a un altro tipo di disabilità. Siccome per i turisti siamo abituati ad adottare soluzioni che quelli del settore chiamano tailor made, cioè quelle iniziative tagliate su misura a seconda dei propri interessi e delle proprie esigenze, a maggior ragione riteniamo che nel mondo della disabilità ci voglia quest’attenzione particolare. Questo è un esperimento perché noi non ci occupiamo di servizi sociali e di servizi per persone disabili nella vita di tutti i giorni, ma nel nostro piccolo questo potrebbe essere un punto di partenza anche per tante altre cose perché ci rendiamo conto che questa città ha molto da migliorare e da imparare.
Con il CAI di Bologna abbiamo cominciato dalle piste ciclo-pedonabili, poi chiaramente si tratterà anche di coinvolgere gli altri settori del Comune di Bologna. In questa prima iniziativa, che abbiamo chiamato “Paratrekking lungo il canale di Reno”, abbiamo percorso la ciclo-pedonale lungo il canale Reno, dallo stadio fino al parco Talon. Il percorso, lungo 4 km, prevede un tempo di percorrenza di tre ore ed è stato testato da un architetto specializzato dell’Associazione GArBo – Giovani Architetti Bologna insieme a una ragazza in sedia a rotelle per verificarne l’agibilità. Le persone con disabilità hanno potuto partecipare al trekking sia da sole, sia con un accompagnatore.
Cominciamo da qui, cioè un timido inizio, ma che sia un inizio davvero, in vista di futuri sviluppi. Poi chiaramente il CAI avrebbe in mente di rendere accessibili anche questi sentieri sulla prima collina che hanno aperto negli ultimi anni, sentieri di raccordo fra la città e la collina. D’altronde per raggiungere la collina a noi basta buttare l’occhio fuori della porta, è veramente vicina, ricca di emergenze architettoniche e naturalistiche. L’obiettivo sarebbe questo, però ovviamente dobbiamo pensare a un progetto che si sviluppi negli anni, non sono tempi brevi. Bisogna impegnarsi e prepararlo.
Penso si possa lavorare molto sul turismo accessibile, perché ritengo che ci siano ancora troppe poche offerte a fronte di una richiesta molto ampia. Questo può essere un inizio, poi si potrebbe pensare per esempio a percorsi multisensoriali. In “Paratrekking lungo il canale di Reno” ci siamo mossi nello spazio, però sarebbe interessante anche pensare a percorsi che non siano necessariamente aperti soltanto a persone con disabilità, ma che siano inclusivi, come nel caso dei percorsi accessibili per non vedenti: la loro ricchezza è proprio nel confronto continuo tra chi ha la fortuna di vederci e chi no.

9. L’esperienza del CAI: se la montagna diventa terapeutica

di Giuseppe Cavalchi, accompagnatore di Escursionismo CAI di Reggio Emilia e membro del Consiglio Direttivo del CAI Emilia-Romagna

Come è nata questa esperienza che ha visto alcuni soci del CAI di Reggio Emilia coinvolgere nelle loro escursioni delle persone con problemi di salute mentale?

All’inizio del 2014 abbiamo iniziato un rapporto di collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’ASL di Reggio Emilia, con frequenti contatti e incontri con gli operatori del servizio. Con loro abbiamo iniziato a costruire questo percorso; loro avevano già alle spalle una consolidata esperienza decennale in attività analoghe in cui però erano presenti solo educatori e utenti. Partendo quindi da questa loro esperienza abbiamo cominciato a pensare di organizzare escursioni in cui fossero presenti operatori, utenti e soci del CAI. Le prime escursioni insieme le abbiamo fatte nel settembre del 2014, poi grazie agli stretti rapporti con degli amici del CAI di Bologna abbiamo fatto diverse uscite nel territorio bolognese. La prima escursione si è svolta nel Parco di Monteveglio. La possiamo definire il vero battesimo di questa esperienza, abbiamo fatto inoltre un’escursione nel Parco del Contrafforte Pliocenico e anche nel Parco Storico di Monte Sole. Nel panorama italiano, sempre in ambito CAI, ci sono regioni come la Toscana, la Lombardia e il Trentino in cui questo tipo di attività è svolta ed esiste da più tempo.

Che percorsi avete fatto?

Noi con il termine “montagnaterapia” intendiamo un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e socio-educativo finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione di individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; questo approccio è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna. Proprio per questo puntiamo molto all’inclusione sociale. Normalmente si tratta di escursioni di 4-5 ore di cammino, ma che occupano tutta la giornata, dalla mattina alla sera. Diverse escursioni le abbiamo fatte in territorio bolognese, abbiamo fatto il giro da Zappolino, su fino all’abbazia di Monteveglio, siamo saliti a Monte Adone partendo da Brento, abbiamo fatto un pezzo della via Cassia e anche un’escursione nel Parco Storico di Monte Sole; sono tutti posti per noi facilmente raggiungibili con l’autostrada, molto fruibili e che non presentano delle particolari difficoltà escursionistiche pur rimanendo itinerari molto interessanti dal punto di visto storico, paesaggistico e naturalistico. Nella scelta degli itinerari evitiamo escursioni con delle difficoltà tecniche, anche se nell’autunno 2015 siamo andati al Corno alle Scale e alcuni sono saliti in cima dai Balzi dell’Ora, un tratto di sentiero attrezzato che presenta già difficoltà maggiori.
La nostra esperienza, come CAI Reggio Emilia, è solamente con le persone con problemi di salute mentale, ci sono però tante iniziative realizzate da altre sezioni CAI che coprono tutte le disabilità, fisiche e psichiche. C’è un grosso livello di autonomia nelle varie sezioni CAI e ogni realtà porta avanti le attività che riesce a realizzare nel proprio territorio in base ai legami che si costituiscono con le altre realtà locali che operano nel settore. Facendo anche parte del Consiglio Direttivo del CAI Emilia Romagna ed essendo il referente in Consiglio della costituenda Commissione Medica, posso riassumere anche altre esperienze analoghe in regione: il CAI di Bologna organizza diverse “camminate della salute”, la sezione di Parma svolge anche lei da anni un’intensa attività di montagnaterapia, ci sono esperienze in Romagna di attività di speleologia, in grotta quindi, con persone con disabilità fisiche. Come CAI Emilia Romagna cercheremo di mettere il più possibile in contatto queste esperienze così che possano anche essere prese come esempio da altre sezioni in regione.

L’esperienza del CAI di Reggio Emilia si caratterizza rispetto alle altre sezioni?

L’esperienza di Reggio Emilia è un po’ particolare perché siamo riusciti a mescolare utenti, operatori e soci CAI; è proprio questo che ci distingue rispetto a tante altre realtà che normalmente realizzano iniziative specifiche riservate ai soli utenti. All’interno di tutte le nostre attività abbiamo programmato almeno un’escursione al mese alla quale possono partecipare tutti.
La fascia degli utenti va dai 35 ai 50 anni e finora non abbiamo mai avuto alcun inconveniente. Le difficoltà che incontrano gli utenti non sono soltanto di carattere fisico o tecnico, ma spesso sono difficoltà diverse: non tanto difficoltà durante il percorso, dove di solito i problemi sono legati alla stanchezza fisica, quanto, per esempio, lo stare fuori di casa così a lungo, dalla mattina alla sera, o durante gli eventuali spostamenti in pullman, lo stare chiusi per varie ore in uno spazio stretto.

Avete incontrato delle difficoltà, come era il clima nel gruppo?

Le prime volte noi accompagnatori ci siamo chiesti come comportarci, l’atteggiamento che abbiamo avuto è stato quello di osservare ciò che facevano gli operatori confidando sulla loro esperienza. E così abbiamo fatto le volte successive. Dopo ormai due anni oserei quasi dire che non abbiamo fatto nulla, la nostra presenza la definirei quasi una presenza-assenza, nel senso che ci siamo, siamo vigili sia per le eventuali difficoltà lungo il sentiero sia per cogliere i normali momenti di stanchezza o difficoltà, ma cerchiamo sempre di intervenire il meno possibile lasciando quindi una maggior libertà alle dinamiche di gruppo. L’atmosfera è quella di un gruppo di amici che va a camminare, si chiacchiera e si scherza in compagnia, non c’è mai stato bisogno di un intervento particolare. Ci si conforta durante la salita, ci si congratula quando si arriva in cima o si supera un pezzo di sentiero difficile, tutto quello che si fa andando in montagna, compreso condividere una fetta di salame o un pezzo di formaggio. Questa esperienza ha dato tanto anche a noi accompagnatori, nel confrontarci con una realtà diversa, nello scoprire che si possono fare cose molto belle con poco. Per noi è quasi più impegnativa l’organizzazione dell’escursione che non l’escursione vera e propria; questo perché la scelta dell’itinerario, dei tempi e delle pause è importante per la riuscita dell’escursione.

Perché si parla di montagnaterapia?

Il benessere che si prova andando in montagna è per tutti, utenti e non. Si tratta di socializzare, di stare all’aria aperta, di cercare di portare a casa sensazioni positive, di sentirsi soddisfatti per aver superato una difficoltà. Queste sensazioni positive che abbiamo andando in montagna ce le portiamo a casa e, per un po’ di tempo, le possiamo utilizzare nella vita di tutti i giorni. L’effetto benefico della montagna e delle escursioni in montagna riguarda proprio tutti.
Finora abbiamo parlato di salute mentale, ma lo stesso discorso si può fare per le disabilità fisiche. Ci sono numerosi esempi di persone che, ad esempio, arrampicano con alti gradi di difficoltà e che hanno anche grossi handicap fisici, magari perché hanno un arto solo o entrambi gli arti amputati. Noi, nella nostra attività di montagnaterapia, cerchiamo di beneficiare dell’ambiente della montagna e del contatto della natura, non cerchiamo l’estremizzazione del gesto atletico o l’agonismo. Ci interessa il beneficio che viene dal semplice camminare, dallo stare in mezzo alla natura, dall’entrare in un bosco, dallo stare all’aria aperta, dal godere di un bel panorama, ma soprattutto socializzare; a quest’ultimo aspetto ci teniamo particolarmente. Anche per questo le nostre escursioni non presentano particolari difficoltà: se si aumentano la difficoltà delle escursioni, automaticamente si riduce il numero di partecipanti, quindi il gruppo diventa piccolo.
L’importante è scegliere attività che siano accessibili. Una delle cose su quali noi stiamo attenti è riportare delle esperienze positive, quindi l’obiettivo, la cima, deve essere raggiungibile, la difficoltà superabile. L’esperienza positiva avuta in montagna la possiamo così riportare nel mondo reale quando si torna a casa. Tra i nostri futuri progetti c’è un’escursione che preveda di passare la notte in rifugio. Anche questa è un’altra difficoltà da superare: stare fuori di casa, dormire con degli altri, non avere bisogno della propria intimità.

Che cos’è il Bi-decalogo del CAI e perché questa vocazione sociale della tua associazione?

Come disse Annibale Salsa, ex Presidente Generale del CAI, “il Bi-decalogo è un codice di auto-regolamentazione, un’obbligazione morale che i soci del CAI si impegnano a contrarre in rapporto al comportamento da tenere nei confronti dell’ambiente e dei territori montani”. Ad esempio, nel Bi-decalogo si parla di incentivare il più possibile l’uso dei mezzi pubblici o di mezzi di gruppo, il che vuol dire frequentare la montagna con pullman o ancor meglio con mezzi pubblici, l’esperienza del CAI di Bologna con l’iniziativa “Treno-Trekking” è la perfetta sintesi di questo concetto. Rispetto dell’ambiente e frequentazione della montagna, queste due cose devono viaggiare assieme.
Il CAI ha una vocazione sociale perché è nel sociale, ogni anno nuove persone si avvicinano alla montagna e si avvicinano in modo diverso perché la società cambia e non possiamo pensare che la società non influenzi il nostro andare in montagna. L’indimenticato Renato Casarotto, l’alpinista vicentino scomparso sul K2 nel 1986, disse “il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro ci sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto me stesso, nel bene e nel male”. Nel portare noi stessi nella zaino, portiamo in montagna la società in cui viviamo, credo però che come CAI possiamo anche aiutare a rendere possibile il percorso inverso, portare nella società un po’ di montagna. Lungo i sentieri ci si saluta, un ciao e un sorriso non si negano a nessuno, in rifugio si condivide la tavola in cui si mangia e spesso la camerata in cui si dorme. In montagna ci si chiama per nome, non esistono più certe barriere che spesso, per convenzione, esistono nella vita di tutti i giorni. Credo che questo ruolo sociale il CAI lo debba avere sino in fondo cercando di far sì che il suo credo e la montagna possano influenzare la società e non solo viceversa. Per quanto riguarda la montagnaterapia, due anni fa c’è stato il convegno nazionale in Sardegna, c’erano circa 130 persone a camminare, con vari livelli di disabilità. Quest’anno il convegno nazionale è appena terminato e si è svolto a Pordenone. Sono numeri importanti, su cui dovremmo tutti noi riflettere. Di montagnaterapia ha parlato anche il Presidente Generale Vincenzo Torti al Congresso Nazionale degli Accompagnatori di Escursionismo che si è svolto a Siena i primi di novembre. L’attenzione del CAI a queste tematiche sta crescendo sempre di più, nonostante qualche difficoltà di carattere burocratico da gestire; proprio perché la società sta cambiando non ci possiamo dimenticare che purtroppo sono in aumento le persone che hanno difficoltà di vario tipo, a questo effetto sociale bisogna in qualche modo dare una risposta. Non è necessariamente qualcosa dovuto all’età media della popolazione che avanza, perché la popolazione è in media più sana rispetto al passato, però le persone in difficoltà sono in aumento esponenziale, sia se guardiamo le disabilità fisiche, dovute a incidenti stradali per esempio, sia le disabilità di carattere psichico, dovute all’aumentato consumo di psicofarmaci per esempio. Quindi il CAI non può non tener conto di questo. Poi è difficile riuscire a gestire questi progetti, ci vuole un gruppo di persone disponibili a portarlo avanti, perché le barriere ci sono. Credo però che il CAI, visti anche i riscontri positivi dell’attività di montagnaterapia, non possa rinunciare a svolgere anche un compito sociale, specialmente in quest’ambito.

8. Superare il concetto di accessibilità della natura. L’esperienza della Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi

di Alberto Benchimol, progettista e fundraiser in ambito sociale
Mi avvicino all’handicap come maestro di sci negli anni ’80, in Italia non si faceva niente specialmente nello sci. Mi era capitato di andare negli Stati Uniti che erano anni luce avanti all’Italia e avevano tanti programmi per la disabilità. Nel 1984 sono diventato maestro di sci e ho iniziato a occuparmi di sci lavorando con gli Istituti Ortopedici Rizzoli. In Trentino feci un corso di specializzazione e oggi sono docente della provincia autonoma di Trento nella formazione dei maestri.
La mia fondazione si chiama “Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi Onlus”. Silvia Rinaldi è la figlia di uno dei fondatori principali, Giuliano Rinaldi, che è deceduta in montagna. In onore della figlia il padre fondò uno sci club. Dopo le Olimpiadi di Torino ho visto che la disabilità e lo sci stavano prendendo una grande spinta e ho proposto al padre di creare una fondazione intitolata a Silvia, lui ha acconsentito insieme alla figlia Paola e alla mamma.
La Fondazione, essendo una Onlus, si occupa di sport per persone con disabilità. Ci occupiamo di progetti sportivi con persone disabili e, marginalmente, con ragazzi che hanno disagio sociale. Poi la mia idea è stata quella di fare attività integrate, non limitarci solo a gruppi di persone disabili, ma usare lo sport come strumento di integrazione. Le attività vengono svolte con tutti i livelli di abilità e anche con ragazzi e adulti non disabili.

In natura non esistono barriere architettoniche insuperabili
Ci troviamo con persone che hanno la disabilità certificata, ma quando ci mettiamo alla prova fisica, come sciare, possono passare tranquillamente avanti a persone non disabili. Per ogni disabilità esiste un livello di prestazione che noi andiamo a scovare, in modo che ogni persona possa stare con gli altri e fare le cose al suo livello. Ognuno ha il suo settore di disabilità, tu puoi essere disabile in montagna rispetto a Simone Moro che scala gli 8000 metri. Io stesso sono disabile a correre rispetto a chi fa i 9’90 sui 100 metri. Per non parlare di sportivi con disabilità come Alex Zanardi che dimostrano che con l’allenamento si può superare qualunque limite.
Noi lavoriamo nell’ambiente naturale, dove non ci sono barriere architettoniche, o meglio, ci sono, ma ci sono altre soluzioni. Uno scalino di 1 metro in montagna può essere di fianco a uno scalino di 20 cm. Si possono sempre trovare soluzioni in un ambiente aperto. Nella natura si può scegliere: se faccio trekking, posso scegliere fra vari percorsi, dal facile al più difficile. Al contrario se una città ha molte barriere architettoniche, rimane con molte barriere architettoniche e in un certo posto non ci arrivi.

Le attività della Fondazione

Seguiamo un progetto con l’ASL per i disabili adulti con i quali facciamo trekking nei parchi di Bologna: Villa Ghigi, Parco Talon, Parco dei Cedri, Parco dei Ciliegi, Villa Angeletti, Giardini Margherita.
Poi organizziamo anche mini trekking in luoghi dell’Appennino: Monte Sole, Corno alle Scale, Cimone, Lizzano. Andiamo anche al mare d’estate.
Cerchiamo percorsi ogni anno un po’ diversi per esplorare il territorio circostante. Non solo l’ambiente riduce le barriere architettoniche, ma l’ambiente ha un valore per se stesso. A parte l’aria più pulita, il contatto con la natura fa bene ai disabili e ai ragazzi. Lo diceva Konrad Lorenz: senza contatto precoce e continuativo con la natura, la persona non si sviluppa bene.
Noi siamo partiti storicamente con persone non vedenti e siamo partiti con l’attività sportiva dello sci con persone non vedenti. Poi ci siamo allargati a 360°, anche a seconda del tipo di richieste che ci arrivano da chi ci contatta, come le famiglie per esempio, che ci prospettano un problema e con cui cerchiamo una soluzione. Ad esempio con l’arrampicata per i non vedenti. Sono un gruppo di 3 ragazzi che hanno iniziato con i nostri corsi, e poi hanno proseguito verso l’agonismo; a quel punto noi non c’entriamo più perché non ci occupiamo di sport agonistico. Sono le Federazioni che se ne occupano con il Coni e le società sportive.
Pur venendo dallo sport paralimpico, non mi occupo di agonismo, perché poi ci vogliono allenatori.
Oltre alle persone non vedenti nel settore dell’arrampicata si è aperto il fronte dei bambini con autismo. A Bologna è stata aperta la palestra in via del Fonditore, “Urban Clymbing”; l’arrampicata è uno sport in ascesa, è anche diventata disciplina olimpica, ci sarà a Tokyo, non so se è già anche sport paralimpico. A Bologna mancava questa possibilità, una palestra di arrampicata. Opportunità anche per i ragazzi con disabilità. Essendo in ambiente chiuso non ha gli inconvenienti dello sci come la nebbia e il freddo.
Il trekking lo facciamo con adulti con disabilità psichica e relazionale, a questi si è aggiunto un gruppo di ragazzini con la sindrome di Down e da quest’anno un ragazzo sordo. I sordi hanno la sola esigenza di avere a fianco un interprete per il linguaggio dei segni, quindi con noi vengono anche i loro operatori e i loro educatori. Facciamo un progetto con il Comune di Bologna che si chiama “Parchi in movimento”, assieme alla UISP. Ogni volta bisogna vedere con che tipo di persone si ha a che fare, non c’è uno standard. Bisogno capire le esigenze essenziali, come se c’è bisogno di una carrozzina, o se un non vedente ha bisogno della guida.
Oltre lo sci facciamo ciclismo; i non vedenti e le persone in carrozzina vanno in tandem o con le handbike. Ci sono anche handbike elettriche e fuoristrada. In passato abbiamo fatto un progetto con l’ex Provincia a Monte Pizzo; la Provincia comprò 2 carrozzine elettriche che si guidano con un joystick con cui si potevano anche fare le salite, il noleggio di queste due carrozzine era gratuito, ma adesso il progetto è finito.

Non creiamo percorsi adattati

La natura offre più alternative ai disabili che non le nostre città. Noi non pensiamo a percorsi creati ad hoc, non andiamo a modificare l’ambiente, primo perché non abbiamo i soldi, secondo perché il disabile deve poter scegliere, non può essere relegato a un percorso che può fare solo lui.
Occorre superare l’idea di percorso adattato o open, si va a vedere di volta in volta, cercando di rimuovere gli ostacoli, ma soprattutto cercando di individuare le alternative che offre la natura. Vogliamo anche superare il concetto di accessibilità che è perdente, sia per i limiti che ha, sia perché si pone il problema della valutazione su ciò che può o non può fare la persona disabile. Ci sono trekking in montagna dove persone disabili vanno e persone non disabili non vanno. Ci sono persone con disabilità che vanno sull’Everest e sul K2. Come si fa a dire che un percorso è accessibile o meno? Non si tratta tanto di modificare l’ambiente, quindi, ma sono le persone che si organizzano, tenendo conto delle caratteristiche di chi è coinvolto.
L’arrampicata in questo senso è eccezionale. Ci sono percorsi con varie difficoltà, e la persona si allena per superare i propri limiti come fanno i normodotati. Non possiamo dire a priori cosa può fare e dove arriverà. Bisogna superare quest’idea dell’adattamento dell’ambiente e dei percorsi, oltretutto è complicato anche dal punto di vista della manutenzione e le attrezzature finiscono poi per cadere in disuso.
Fondazione per lo sport Silvia Rinaldi Onlus
Via San Felice 22, 40122 Bologna
info@fondazioneperlosport.it
http://www.fondazioneperlosport.com

7. Consigli di lettura

Lanfranco Abele [et al.]
Laboratorio bosco. Riflessioni e attività per la progettazione e la realizzazione di percorsi didattici in educazione ambientale
Azzano San Paolo, Junior, 2002

Con interventi di Giovanna Alatri [et al.]
In giardino e nell’orto con Maria Montessori. La natura nell’educazione dell’infanzia
Roma, Fefè, 2010

Monika Bezdek, Petra Bezdek e Ursula Bezdek
Giochi e attività nel bosco e in città
Idee per divertirsi e imparare nella scuola dell’infanzia
Trento, Erickson, 2013

Monica Campana, Fiorella Zangari
Educazione ambientale e teoria dell’attaccamento.
Esperienze e modelli per la crescita affettiva nella scuola dell’infanzia
Trento, Erickson, 2012

Mirella D’Ascenzo
Quando l’outdoor education non si chiamava così.
In R. Farnè e F. Agostini (a cura di) Outdoor education. L’educazione si-cura all’aperto
Parma, Edizioni junior-Spaggiari, 2014

A cura di Roberto Farnè e Francesca Agostini
Outdoor Education. L’educazione si-cura all’aperto
Parma, Junior, 2014

Peter Gray
Lasciateli giocare
Torino, Einaudi, 2015

Richard Louv
L’ultimo bambino dei boschi
Milano, Rizzoli, 2006

Laura Malavasi
L’educazione naturale nei servizi e nelle scuole per l’infanzia
Parma, Junior, 2013

Nadia Nicoletti, Niccolò Barbiero
L’insalata era nell’orto. L’orto a scuola e nel tempo libero
Milano, Salani, 2009

M. Schenetti , I. Salvaterra, B. Rossini
La scuola nel bosco. Pedagogia, didattica e natura
Trento, Erickson

A cura di Gianfranco Zavalloni
Orti di pace. Il lavoro della terra come via educativa
Bologna, Emi, 2010
(a cura della biblioteca del Centro RiESco, Comune di Bologna Settore Istruzione)

 

6. Un “Atelier del corpo”

di Alessandro Mattioli, istruttore di nuoto e allenatore di Triathlon, formatore UISP, e Glauco Fantini, insegnante di Educazione Fisica, fondatore dell’associazione Anni Magici.

Il progetto “Atelier del corpo” nasce da una collaborazione tra UISP di Reggio Emilia, Anni Magici ASD e Istituzione Scuole Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia per valorizzare il linguaggio motorio.
Nel percorso proposto, le esperienze e le scoperte che si realizzano in particolare nelle aree verdi attivano nei bambini la ricerca di strategie soggettive e di gruppo per affrontare sfide motorie, giochi di equilibrio e di orientamento nello spazio. Imitazione, improvvisazione, ripetizione e variazione sono elementi strutturanti le relazioni tra bambini e adulti e le esperienze agite, coerenti con l’idea di mente-corpo interconnessi, in cui aspetti cognitivi, emozionali ed emotivi sono integrati e non separabili.
L’idea è quella di proporre un’esperienza motoria diversa dalle classiche, privilegiando l’educazione all’aperto, perché il contatto con la natura costituisce un forte stimolo per corpo e sensi: sassi, alberi, cespugli, foglie, rami, corde… sono le attrezzature a disposizione dei bambini nei parchi delle varie scuole. Siamo convinti che muoversi all’aria aperta sia un valore di enorme importanza anche se ci rendiamo conto che molti genitori pensano che i bambini, quando escono, rischino di ammalarsi e di farsi male.
A tal proposito sono previsti alcuni incontri con i genitori, e durante il primo ribadiremo che le malattie da raffreddamento si diffondono soprattutto al chiuso e che il contatto quotidiano con la natura è fonte di esperienze motorie-sensoriali e stimolo della creatività.
Il movimento è senz’altro il linguaggio privilegiato, ma si colloca all’interno di un unico progetto educativo e pertanto aperto ad accogliere il bambino nella sua unicità e completezza, con la sua straordinaria capacità di reinventare qualsiasi linguaggio.

Gli intenti dell’Atelier
Gli intenti dell’Atelier sono:

  • continuare l’approfondimento, nel confronto con gli educatori sportivi, sul linguaggio del corpo e il movimento ampliare le prospettive intrecciando occasioni e contributi che emergono dagli approfondimenti in corso sui linguaggi: natura digitale, risonanze, grafica e narrazione
  • costruire momenti di scambio e dialogo con i genitori delle sezioni coinvolte sui temi del benessere, la cura e la cultura del corpo e del movimento
  • prevedere e progettare confronti tra gli educatori e gli insegnanti coinvolti per presentare e condividere caratteristiche e peculiarità del contesto sezione, dinamiche di relazione del gruppo, interessi e saperi dei bambini
  • pianificare incontri progettuali in cui prefigurare intrecci tra l’esperienza motoria e le ricerche che già sono in essere nelle sezioni
  • attivare uno sguardo attento che valorizzi e riconosca qualità e potenzialità dell’ambiente, per costruire contesti significativi e pertinenti in cui si realizzeranno gli incontri con i bambini.

Documentazione
Produrre una documentazione del percorso di “Atelier del corpo”, per dare visibilità e valorizzare la riflessione congiunta tra insegnanti ed educatori impegnati nell’esperienza con i bambini. Costruire materiali di studio e sintesi sui quali confrontarsi in itinere negli appuntamenti di formazione.Progetto nel progetto “Atelier del corpo” vuole intrecciarsi con il progetto generale di sezione per arricchirlo e ampliarlo aumentandone il valore. L’educazione motoria non vuole essere un’esperienza separata dalle altre, ma vuole essere integrata con le altre e arricchita dalle altre.

Coinvolgimento dei genitori
Ai genitori verrà presentato il progetto con le sue caratteristiche prima o durante l’esperienza, inoltre a fine progetto vi sarà un incontro dove genitori e bambini condivideranno un momento di gioco come festa-incontro finale.
Il coinvolgimento delle famiglie risulta molto importante in una tipologia di progetto come questo, la mancanza di cultura del movimento spesso porta a pensare che un progetto di educazione motoria sia una proposta pre-sportiva non capendo la differenza sostanziale.

5.Corpo, relazione, movimento… per i bambini

di Giacomo Busi, Roberto Parmeggiani, Rosanna De Sanctis

Il progetto “Corpo, relazione, movimento” realizzato grazie al contributo del Comune di Bologna Area Benessere di Comunità in collaborazione tra Associazione d’iDee e Associazione CDH di Bologna, è uno strumento sperimentale di educazione alla salute per i ragazzi delle scuole dell’obbligo che stiamo svolgendo da settembre in cinque scuole primarie e una scuola media di Bologna Quartiere Saragozza e coinvolge 150 bambini. Mai come oggi l’attività fisica, intesa soprattutto come “attività del camminare”, coinvolge aspetti fondamentali della nostra vita. Muoversi a piedi continua a interessare una molteplicità di aspetti culturali, di cui si sente sempre più il bisogno di riappropriarsi. Ma ci sono anche altri aspetti importanti. L’intenso benessere psicologico e fisico che si prova dopo una passeggiata non è l’unico effetto positivo del camminare: una vasta quantità di studi scientifici, come è noto, ha dimostrato che l’attività fisica svolta con regolarità induce anche numerosi benefici per la salute.
Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità:
• la sedentarietà è il quarto fattore di rischio di mortalità su scala mondiale
• patologie legate all’inattività sono le malattie cardiovascolari, il diabete e l’obesità
• l’obesità e il sovrappeso sono in aumento anche tra i bambini
• una modica attività fisica riduce del 50% i rischi di queste patologie, produce benessere fisico e mentale e determina un calo sostanziale del rischio di ipertensione, osteoporosi e delle conseguenze psicologiche della vita sedentaria quali lo stress, l’ansia, la depressione e il senso di solitudine
• camminare o andare in bicicletta per circa 30 minuti al giorno riduce del 50% i rischi di malattie cardiocircolatorie, sviluppo del diabete in età adulta, e obesità; e riduce inoltre del 30 % il rischio di sviluppare ipertensione.

Nella pubblicazione “Global recommendations on Physical activity for Health” (2010) l’OMS definisce i livelli di attività raccomandati. Secondo queste linee bambini e ragazzi di età compresa fra i 5 e i 17 anni dovrebbero compiere almeno 60 minuti di attività fisica al giorno e la maggior parte di essa dovrebbe essere aerobica. Nonostante queste evidenze manca ancora la consapevolezza dell’importanza del movimento fisico per la salute e l’automobile è quasi sempre utilizzata anche per compiere tragitti molto brevi, inferiori ai 3 km. Gran parte dei bambini e degli adolescenti di oggi spesso conducono una vita sedentaria tra la scuola e il computer.

Cammina, che ti passa
Esiste una relazione significativa, sostenuta da evidenze scientifiche, che collega il camminare e lo stato psico-corporeo dell’essere umano. Secondo i ricercatori, infatti, camminare in mezzo alla natura, magari in compagnia di altre persone, riduce lo stress percepito e aumenta il benessere mentale. Le passeggiate all’aperto, specie se fatte insieme ad altre persone, si sono dimostrate avere un grande impatto sul benessere di chi si trova in condizioni psico-corporee non soddisfacenti.
Una ricerca comparata dell’University of East Anglia (UEA), Regno Unito, pubblicato sul “British Journal of Sports Medicine” ha analizzato 42 studi, per un totale di 1.843 partecipanti in 14 diversi paesi: dai risultati emerge che le persone che fanno regolari camminate di gruppo riescono a mantenere bassa la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca, a controllare i livelli di colesterolo e ridurre la propria massa corporea, allontanando così il rischio di ictus. Quindi, camminare in gruppo aiuta a tenere lontane molte patologie e mantenere un buono stato di salute. Infatti, camminare in gruppo è uno dei metodi più facili e veloci di aumentare il proprio livello di salute: le persone che camminano in gruppi tendono anche ad avere un atteggiamento più positivo verso l’attività fisica e a sentirsi meno isolate. Anche con le persone che tendenzialmente rivelano un basso livello di energia e movimento, le camminate in gruppo possono rappresentare un forte catalizzatore e un agente che stimola emotivamente l’adozione di comportamenti sani. L’analisi dimostra che le persone che camminano regolarmente in gruppo hanno registrato cali statisticamente significativi della pressione media arteriosa, della frequenza cardiaca a riposo, dell’indice di massa corporea e del livello totale di colesterolo. Inoltre, camminare in gruppo migliora la capacità respiratoria, attraverso un aumento della potenza polmonare. Infine, questo miglioramento delle funzionalità fisiche generali si associa a un miglioramento dell’umore e a una diminuzione dei rischi di sviluppare umore depresso. Camminare in gruppo rappresenta quindi un’attività sicura e piacevole, che ha un grande potenziale benefico sia per la salute fisica che psicologica [Hanson, 2015].

Raccolta d’informazione e la progettazione di percorsi
Al centro del progetto troviamo l’informazione sull’importanza del movimento per la salute fisica e psichica dell’individuo e la riacquisizione graduale dell’abitudine a camminare soprattutto nei brevi spostamenti urbani, nel tempo libero e nel fine settimana.
Tra gli obiettivi:
• indagine su quanto tempo i bambini e ragazzi dedicano all’attività fisica
• apprendere che il movimento fisico produce effetti positivi sulla salute ed è un importante fattore di protezione dalle malattie
• apprendere una modalità corretta di camminare
• individuare brevi percorsi sicuri all’interno del territorio comunale
• il cammino come viaggio di conoscenza di se stessi.

Azioni e raccolta delle emozioni
• Incontri in aula scolastica e “in cammino” sul territorio
• somministrazione questionario iniziale
• lavoro in piccoli gruppi
• facili camminate nei parchi della città. In tali occasioni ci si concentrerà sulle sensazioni ed emozioni provate ascoltando il proprio corpo in movimento
• compilazione questionario pre e post camminata
• elaborazione dell’esperienza della camminata.

Camminare in tanti modi diversi
La riflessione sull’importanza del movimento, soprattutto quello quotidiano, legato al benessere ma anche al piacere dato dalla possibilità di godere dello spazio fisico in cui viviamo, ci ha spinto a riflettere anche sul tema dell’accessibilità e dei diversi modi di camminare.
L’apporto specifico dell’Associazione CDH, attraverso gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, ha riguardato proprio questo aspetto. Nell’incontro svolto a scuola i bambini e i ragazzi sono stati invitati a fare esperienza della diversità attraverso l’incontro diretto con persone con disabilità.
Una riflessione, quindi, partendo dall’esperienza, dalle sensazioni e dalle emozioni vissute in prima persona. Successivamente, attraverso giochi di ruolo e domande, abbiamo ampliato il ragionamento volto a produrre una maggiore consapevolezza di sé e dell’uso del corpo, di quello della persona con disabilità e del proprio. La conoscenza riduce le distanze e i pregiudizi, ci permette di parlare con libertà anche di ciò che spesso sentiamo come inappropriato e di scoprire punti di contatto tra noi e chi consideriamo diverso. Ecco allora che è possibile scoprire che Francesca gioca a tennis come Andrea oppure che Francesca preferisce andare al parco in compagnia come Elisa e Giulia oppure che a tutti piacciono i pic-nic. L’incontro al parco e la camminata sono stati poi l’occasione per avere un riscontro diretto su ciò di cui avevamo discusso in classe e per confrontarci con quegli aspetti concreti che possono rendere più difficile o, al contrario, facilitare l’accesso al parco.
Dopo brevi tratti di camminata i partecipanti hanno espresso le loro sensazioni rispetto a cosa percepivano dello spazio (suoni, odori, temperatura e tipo di terreno) e a come questo cambiava addentrandoci sempre più nel parco. Allo stesso modo anche l’animatore con disabilità presente esplicitava il suo sentire coinvolgendo i partecipanti mettendoli a confronto con le diverse risposte.
Uno spazio specifico è stato lasciato alla valutazione degli ostacoli e alle possibili soluzioni, più o meno creative. Tra tutte si è convenuto che, al di là della necessità di ridurre le barriere architettoniche, una delle strategie più efficaci per superare eventuali difficoltà e per godere appieno del piacere del camminare è la relazione. Fare insieme, condividere, sperimentare mettendo in comune le diverse abilità.

I promotori del progetto
Associazione d’iDee si occupa da più di 12 anni di sviluppare progetti che contri- buiscano a una società più solidale, capace di tutelare i diritti delle minoranze, anche attraverso la diffusione di iniziative culturali, formative, ricreative che contribuiscano a creare una diversa sensibilità collettiva. Il nostro intento è quel- lo di costruire interventi educativi che, valorizzando le differenze, agevolino le persone in situazione di disagio nel loro percorso di crescita personale, e sociale. L’Associazione Centro Documentazione Handicap, nata nel 1996, gestisce un centro di documentazione sui temi dell’handicap, del disagio sociale, del volontariato e del terzo settore e vuole essere un laboratorio culturale aperto sui temi dello svantaggio e della diversità. Si propone di favorire una cultura in cui le persone svantaggiate siano soggetti di diritto, protagoniste del cambiamento personale e sociale e di dare a ogni persona svantaggiata la possibilità di un’inclusione basata sulla valorizzazione delle sue risorse. Ciò che spesso sentiamo come inappropriato e di scoprire punti di contatto tra noi e chi consideriamo diverso. Ecco allora che è possibile scoprire che Francesca gioca a tennis come Andrea oppure che Francesca preferisce andare al parco in compagnia come Elisa e Giulia oppure che a tutti piacciono i picnic. L’incontro al parco e la camminata sono stati poi l’occasione per avere un riscontro diretto su ciò di cui avevamo discusso in classe e per confrontarci con quegli aspetti concreti che possono rendere più difficile o, al contrario, facilitare l’accesso al parco. Dopo brevi tratti di camminata i partecipanti hanno espresso le loro sensazioni rispetto a cosa percepivano dello spazio (suoni, odori, temperatura e tipo di terreno) e a come questo cambiava addentrandoci sempre più nel parco. Allo stesso modo anche l’animatore con disabilità presente esplicitava il suo sentire coinvolgendo i partecipanti mettendoli a confronto con le diverse risposte. Uno spazio specifico è stato lasciato alla valutazione degli ostacoli e alle possibili soluzioni, più o meno creative. Tra tutte si è convenuto che, al di là della necessità di ridurre le barriere architettoniche, una delle strategie più efficaci per superare eventuali difficoltà e per godere appieno del piacere del camminare è la relazione. Fare insieme, condividere, sperimentare mettendo in comune le diverse abilità.

4. Educazione all’aperto, un’antica strategia estremamente attuale

di Andrea Ceciliani, Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita, Università di Bologna
L’outdoor education (da ora OE) è una strategia educativa diffusa in tutto il mondo, basata sul concetto di esperienza vissuta fuori dalla porta, all’esterno, partendo dagli spazi quotidiani (i giardini scolastici) per spingersi negli ambienti semi-naturali (parchi pubblici o simili) o naturali (boschi, foreste, montagne, ecc.). Diversi studi hanno mostrato come l’OE sia una strategia educativa da affiancare all’insegnamento tradizionale in aula, palestra, sezione, perché l’ambiente esterno crea nuove opportunità, presenta sfide sia per gli educatori sia per gli allievi. La natura può divenire uno strumento per facilitare l’apprendimento e una fonte gratuita di materiali per l’apprendimento da utilizzare in diversi modi [Brodin & Lindstrand, 2006; White, 2006].
L’OE esprime un concetto di apprendimento focalizzato sul posto, sul luogo. Questa locazione può essere un ambiente naturale come una foresta o un altro setting rurale naturale, oppure può essere un parco pubblico (semi-naturale), il giardino scolastico o una area urbana. La scelta del posto è illimitata all’interno dell’insegnamento OE, l’importanza risiede nell’apprendere in un autentico ambiente che riflette o rinforza il contenuto o insegnamento [Dahlgren & Szczepanski, 1998 p. 19].
L’apprendimento outdoor è esperienziale perché consente di apprendere dalle situazioni concrete ed educa a riconoscere e risolvere problemi e sviluppa la competenza di pensiero critico [Gilbertson, 2006, p. 7].
Un altro significativo aspetto è l’approccio interdisciplinare dell’OE, in quanto l’ambiente esterno coinvolge, per forza di cose, tutte le aree della personalità del soggetto rispetto al classico apprendimento al chiuso, ad esempio: studiare matematica in un parco naturale non solo focalizza la materia in sé e per sé, ma sollecita anche apprendimenti sulla natura della foresta, sul clima, sul movimento corporeo, sulla relazione con l’ambiente e gli altri, ecc. Nelle esperienze all’aperto i membri del gruppo si sentono più connessi gli uni agli altri, sono maggiormente stimolati verso l’aiuto reciproco rispetto a quando essi apprendono all’interno [Passarelli et al, 2010, p. 121]
L’ OE non ha una definizione stabilita, distinti autori sottolineano differenti aspetti nelle loro definizioni che individuano diversi approcci. Gilbertson [2006] descrive una distinzione tra educazione all’avventura (Adventure Education) caratterizzata dalle sfide motorie che l’ambiente propone (arrampicare, superare ostacoli naturali, saltare fossi, ecc.), apprendimento all’aperto (Outdoor Learning) che pone il focus sull’ambiente come un magnifico laboratorio ed educazione ambientale (Environmental Education) basata sull’affiliazione alla natura, sul suo rispetto e sulla sua utilità. [Gilbertson, 2006 p.4]. Altri autori [Dahlgren et al, 1998; Hammerman et al, 2001; Passarelli et al, 2010] pongono questi tre approcci sotto un unico ombrello.
Da quanto appena espresso, l’OE appare fortemente connessa con i diffusi concetti di apprendimento agito (learning by doing) o avere le mani nelle attività (hands-on activities) o giocare l’apprendimento (play for learning), cioè essere veri protagonisti delle proprie esperienze di apprendimento e sviluppo [Higgins & Nicol, 2002; Brodin & Lindstrand, 2006]. “È condivisa l’idea educativa secondo la quale i bambini apprendono meglio attraverso il gioco libero […] tipico dei bambini per tanti motivi: è piacevole, auto-motivato, immaginativo, spontaneo” [Ceciliani, 2011, p. 415].
Già Dewey [1990] sottolineò l’importanza di un metodo in cui i bambini possano apprendere attraverso la libertà di pensiero, di giudizio, d’azione, in un connubio di situazioni pratico-teoriche, cioè esperienze dirette e concrete che insegnano a prendere iniziative e ad assumersi responsabilità [Gilbertson, 2006, p. 9]. Apprendere nella e dalla natura, apprendere attraverso l’agire diretto nelle situazioni vissute ha una tradizione più lunga della scuola teoretica centrata sull’insegnante. Nonostante ciò il concetto di OE non è ancora pienamente recepito dal sistema educativo. Mentre l’istruzione tradizionale, centrata su chi insegna o guida, stimola maggiormente l’udire e il vedere, l’apprendimento esperienziale outdoor stimola tutti i sensi. Il tatto in particolare (la manipolazione) crea il connubio mente-mano sull’apprendimento, crea la profonda connessione con l’obiettivo concreto rispetto al solo leggere o vedere. L’azione stessa, nelle situazioni all’aperto, implementa le abilità motorie, l’emozione di agire, la relazione diretta con i problemi che spesso, nelle situazioni al chiuso, vengono scarsamente sollecitate. Un tale contesto, tra le altre cose, rende l’esperienza più libera, interessante, divertente e sollecita un sentimento positivo verso l’apprendimento in generale.
Le attività di OE incrementano le opportunità di attività fisica che, nell’attuale società, assumono un aspetto importante rispetto alla sanità pubblica di giovani generazioni sempre più sedentarie, soggette a moderne disfunzioni legate all’ipocinesi: sovrappeso, obesità [Eisenmann 2006; Lopez et al., 2006], involuzione delle capacità motorie [Filippone et al, 2007], disfunzioni posturali [Trevelyan et al, 2006].
Per tali ragioni l’opportunità di giocare e apprendere nell’ambiente esterno è stata inclusa nel curricolo educativo scolastico in molti paesi [Björklid, 2005] e, nel prosieguo della crescita, pensata come strategia idonea allo sviluppo delle competenze di vita (life skills), dell’apprendimento nell’arco della vita (life long learning), perché basata sulla sfida di situazioni problema che impegnano la persona nella ricerca di risposte e soluzioni individuali e di gruppo. In sintesi le attività all’aria aperta e nella natura, costituiscono una cornice di apprendimento basata sull’esplorazione e il gioco libero come opportunità arricchite di sviluppo, maturazione e promozione della salute psico-fisica (senso-motoria, cognitiva, emotiva, affettiva, sociale) [Brodin, 2009, p. 99].

OE ed educazione alla sostenibilità ambientale
Il contatto diretto con la natura rischia di essere sminuito nell’odierna società, dove un maggiore ammontare di interazioni avviene attraverso la tecnologia digitale che, se non ben impiegata, può creare disconnessione con la realtà [Brodin, 2009, p. 22]. La tecnologia, viceversa, può integrarsi come supporto all’OE attraverso l’uso subordinato di cellulari o tablet che possono documentare le esperienze attraverso foto, filmati, coordinate GPS da richiamare e analizzare in momenti successivi.
Un tale approccio diviene rispettoso anche dell’educazione ambientale: non è più necessario strappare la foglia, o catturare l’insetto, per uno studio successivo, ma basta fotografarlo o filmarlo per fissarlo su una memoria digitale fruibile a lungo nel tempo. Un importante effetto dell’OE, allora, è l’incremento di un positivo sentimento verso la natura, una sorta di armonia e unità ritrovata che implementa il senso di libertà, di benessere, di rispetto, dell’ambiente che ci circonda [Gurholt, 2014, p.
241] e, nel contempo, incrementa consapevolmente la responsabilità ecologica e l’amore verso la natura: “Se la gente realmente ama e ha cura dell’ambiente naturale, sarà più incline ad agire per proteggerlo e conservarlo” [Hill, 2013, p. 23].
L’odierna urbanizzazione, l’estremo utilizzo della tecnologia, possono minare la naturale e umana relazione con la natura, sortendo effetti negativi sui comportamenti assunti verso l’ambiente visto unicamente come risorsa da sfruttare [Higgins,1996]. Investire più tempo nel contatto con l’ambiente naturale, cominciando nell’infanzia, per educare in e con la natura, può sollecitare comportamenti ecologicamente rispettosi anche nella vita quotidiana, come il risparmio dell’acqua o il riciclaggio dei materiali di scarto [Mannion et al., 2013, p. 794].

OE e il luogo, il posto, l’ambiente
Il luogo di apprendimento è un elemento chiave all’interno dell’OE. L’ambiente esterno offre innumerevoli cornici didattiche in cui può svilupparsi l’apprendimento ma, nonostante ciò, pochi insegnanti o educatori si allontanano dalla classe o dal locale chiuso, per aiutare i loro allievi ad apprendere [Brodin, 2009, p.20]. Questo può essere spiegato con la concezione riferita al grado di sicurezza e ai rischi potenziali [Mannion et al, 2013 p 798] che l’ambiente all’aperto presenta rispetto allo spazio chiuso, libero da fattori esterni come il tempo atmosferico o dalle distrazioni causate da situazioni impreviste e inattese.
La pedagogia del luogo descrive una cornice che è correlata all’ambiente, alla considerazione che esso può divenire un sito di apprendimento. Inoltre un posto diviene intriso di significati attraverso le interazioni che le persone hanno con esso [Hill, 2013, p. 25], ciò significa varietà interpretativa e relazionale che varia, da persona a persona, caratterizzando situazioni dinamiche e non statiche.
Ogni posto, poi, si apre a diverse possibilità educative, la pedagogia del luogo usa queste opportunità uniche in ordine all’insegnamento al e sul posto [Gilbertson, 2006 p. 13]: una lezione sulla flora può essere molto più stimolante e personalizzata in un parco pubblico o in un bosco, una lezione sugli animali acquatici può suscitare massimo interesse e comprensione se realizzata vicino a un fiume o laghetto, un apprendimento relativo alla geografia fisica dei luoghi è senz’altro più proficuo se realizzato con un trekking che li attraversi. Pertanto è importante scegliere il posto giusto per il giusto apprendimento o la giusta esperienza.
Non si può pensare al luogo dell’OE facendo solo riferimento al bosco o all’ambiente selvatico, ignorando i posti più vicini a noi. I luoghi fondamentali, per una educazione all’aperto, sono quelli quotidianamente fruibili, ivi comprese le aree abitative locali, in cui scoprire quanto l’ambiente aperto possa offrire [Hill, 2013, p. 26]. A livello scolastico, ad esempio, il luogo all’aperto fondamentale è il giardino della scuola o il quartiere di residenza, utilizzabile tutti i giorni, entrambi preparatori a eventuali uscite o escursioni didattiche in altri luoghi come parchi pubblici, fattorie, boschi o foreste. Il giardino scolastico non deve essere vissuto solo come luogo ricreativo [White, 2004], ma deve assumere la veste prioritaria di luogo educativo quotidiano.
L’OE, se acquisita come valida strategia educativa, non può essere relegata a uscite sporadiche o settimanali, ma deve accompagnare costantemente il cammino formativo dell’infanzia e adolescenza per divenire uno stile di vita nell’età adulta e anziana. Abituare i bambini ad avere confidenza con l’ambiente esterno relativo al proprio quartiere di residenza, con la propria scuola, i giardini, i parchi in esso presenti, significa indurre sicurezza nei luoghi di vita e facilitarne il loro utilizzo anche nel tempo libero.

OE: inclusione e socializzazione
L’OE è un processo in divenire dove il supporto reciproco e le innumerevoli opportunità di azione rendono le esperienze estremamente inclusive [Gair, 1997].
L’inclusione può essere definita in diversi modi: essere parte di un gruppo, avere accessibilità alle attività da svolgere, avere eguali opportunità di partecipazione.
D’altra parte, come sostengono Hopkins e Putnam [1993], tre sono i componenti importanti nell’OE:
1) se stessi: la partecipazione individuale nelle esperienze OE può sollecitare e incrementare la consapevolezza di sé e l’autostima;
2) gli altri: il gruppo richiede relazione, cooperazione e forgia le competenze sociali;
3) l’ambiente circostante: provvede una cornice ricca di stimoli in continuo cambiamento, che sollecita svariate attività, anche di sfida (soluzione di problemi). Quando poi l’ambiente esterno diviene l’arena delle proprie avventure, ad esempio nelle attività scout o nel trekking itinerante, la conoscenza e la consapevolezza della natura contribuisce allo sviluppo psico-fisico dei partecipanti grazie al tipo e varietà di esperienze, al lavoro di gruppo, alla relazione amicale con i partner, all’assunzione di leadership [Brodin, 2009, p. 100].
Proprio il lavoro di gruppo, sollecitato nelle situazioni OE, viene attivato dalla impossibilità, molto spesso, di poter raggiungere gli obiettivi da soli per cui si rende necessario lavorare insieme, aiutarsi reciprocamente, sostenersi emotivamente e, in ultima analisi, prendersi cura dell’altro. In una cornice di gruppo, come quella appena descritta, si aggiunge la necessità di prendere decisioni e confrontarsi con le conseguenze che da esse derivano, in altri termini si sottolinea la necessità di partecipare attivamente, consapevolmente e, anche attraverso l’esperienza educativa dell’errore, in modo competente [Massey & Rose, 1992].

OE e inclusione delle persone disabili
Diversi studi hanno mostrato che le attività outdoor promuovono l’inclusione delle persone disabili [Cuvo et al., 2001; Doctoroff, 2001; MacKay, 2002; Holman et al 2003; Spencer, 2003; Magnusson, 2006; Todd & Reid, 2006] purché si operi un adattamento dell’ambiente all’aperto e si curi sia la qualità delle situazioni educative sia la leadership [Brodin & Lindstrand, 2006].
Sul versante dell’inclusione le attività OE mostrano benefici effetti psico-fisici, riferiti al benessere individuale, sentirsi bene, e alla salute, stare bene [Brodin, 2007]. Tuttavia il valore dell’OE per le persone con disabilità, adulte o giovani che siano, è stato spesso sottostimato e trascurato, anche pensando all’apprendimento lungo l’arco della vita come sottolineato dalla Commissione Europea.
L’OE, viceversa, è molto naturale per i bambini piccoli, significa libertà, divertimento, piena possibilità di muoversi e agire con poche restrizioni: correre, saltare, arrampicare, esplorare la ricchezza della natura come una naturale sfida che coinvolge tutti. Nell’infanzia, l’educazione 0-6 anni è una cornice inclusiva di cui tutti i bambini (nella loro diversità anche estrema) ne sono parte. Come sottolinea Brodin [2009, p. 105] fino all’età di 4 anni i bambini si accettano per quello che sono e le loro differenze creano pochi problemi, il loro veloce e differenziato sviluppo rende comune il senso di diversità, dopo questo periodo il bambino inizia a divenire più sensibile alla varietà di differenze. Quando i bambini iniziano la scuola a 6 o 7 anni di età, le differenze tra loro appaiono più visibili, nel gioco libero diviene più evidente la difficoltà di alcuni bambini a prendervi parte, il disabile allora riconosce di avere limitazioni rispetto ai pari. Negli anni successivi l’orientamento verso la competizione e lo sport può determinare l’esclusione dei bambini meno abili o con problemi. L’OE può essere un’attività molto più inclusiva rispetto all’educazione tradizionale in forza di svariati motivi:
• stimola il desiderio di apprendere attraverso il divertimento e la semplificazione dei compiti richiesti propone il gioco libero come la più vitale e naturale modalità di apprendere, per tutti i bambini [Gray, 2015]
• presenta poche restrizioni rispetto al chiuso: spazi più ampi per muoversi, nessuna forzatura a dover stare fermi e seduti, possibilità di esplorare l’ambiente [Bjorklid, 2005; Dahlgren & Szczepanski, 2005]
• rende più semplice, alle persone con disabilità, l’essere rilassate e in agio. Le persone disabili hanno bisogno di un ambiente tangibile per facilitare la ricezione, l’elaborazione e l’immagazzinamento delle informazioni, hanno bisogno di tempi di apprendimento dilatati, sono facilitate da situazioni concrete che possono bilanciare i loro bassi livelli di astrazione, hanno bisogno di ricorrere al corpo-movimento per vivere e comprendere i concetti di spazio, tempo, qualità, quantità e causa-effetto
• facilita l’apprendere attraverso tutti i sensi (gusto, odorato, visione, tatto, udito) attraverso l’agire concreto sull’ambiente e le situazioni [Brodin, 2009]. Nell’educazione all’aperto può risultare più semplice facilitare la partecipazione strutturando i compiti e promuovendo routine, attraverso l’utilizzo o la predisposizione di: ambienti accessibili, materiali adatti e destrutturati (meno tecnici), azioni facilitate, soluzioni di problemi personalizzabili [Doctoroff, 2001; Brodin & Lindstrand, 2006]. Nel caso delle persone con disabilità può essere necessario instaurare delle routine come forma di supporto che possa facilitare il loro coinvolgimento e partecipazione.
Considerando le varie tipologie di disabilità ci sono differenze nell’evidenziare programmi di OE, ad esempio: l’accessibilità delle persone su sedie a ruote differisce da quella di persone con difficoltà di apprendimento, oppure il termine bambini con bisogni speciali descrive tutti i bambini che sono caratterizzati con un certo tipo di disabilità. L’educatore deve considerare i bisogni individuali e l’accessibilità dei bambini per poter applicare l’OE.
L’approccio integrale dell’OE può essere visto nel fatto che apprendere all’aperto sollecita i livelli fisici, emotivi, cognitivi, sociali e spirituali degli individui [Gilbertson, 2006, p. 5]. Ciò apre nuove possibilità di apprendimento rispetto alla educazione tradizionale che chiaramente pone la sua attenzione sul livello cognitivo. Per i bambini che hanno problemi di apprendimenti a livello cognitivo, l’OE propone nuovi modelli e livelli di apprendimento. Ogni persona può utilizzare lo stile individuale con cui apprende più efficacemente e utilizzare le varie forme di intelligenze indicate da Gardner [1987].
OE può dunque sostenere i bambini con bisogni speciali le cui attitudini verso l’apprendimento e la scuola sono spesso demotivate da esperienze di fallimento legate a una educazione selettiva basata sulla prestazione [Wilson, 1994, p. 159].
Molti bambini con disagi di vario tipo, che vivono insuccessi nella educazione tradizionale in classe, dimostrano successo nelle situazioni di apprendimento all’aperto [Price, 2015; Gilbertson, 2006, p. 54] incrementando l’autostima e la sicurezza di sé [Berger, 2008; Passarelli et al, 2010].
Il riuscire a fare…, il sentirsi capace di…, sappiamo molto bene, sono aspetti essenziali dell’apprendimento in ordine alla motivazione e al piacere di essere partecipi delle esperienze formative. L’OE con la sua ampia gamma di approcci e situazioni può incoraggiare l’attitudine di questi bambini e può convertire l’apprendimento in un eccitante e piacevole processo. Queste emozioni positive aprono la mente a un’ampia gamma di opzioni cognitive e comportamentali [Passarelli et al, 2010, p. 122] e inoltre incrementano la quantità e qualità degli apprendimenti stessi. L’inclusione richiede un elevato livello di collaborazione all’interno della classe, e quando i gruppi apprendono insieme all’aperto si osserva un incremento nel livello di interazione sociale e cooperazione tra pari [Berger, 2008 p. 323]. I bambini con bisogni speciali sono spesso iper-protetti dai genitori, istruttori o insegnanti, sebbene sia cruciale dare a questi bambini una possibilità di distinguere se stessi e avere opportunità di dimostrare le loro abilità e competenze. Un possibile approccio per raggiungere questo obiettivo è veicolato proprio dall’OE, dalle sfide che propone, dalle svariate esperienze che possono garantire a ciascuno di mostrare il proprio talento personale nell’apprendimento [Dahlgren et al., 1998, p. 17].

Considerazioni conclusive
L’OE rappresenta una strategia educativa che completa e approfondisce l’educazione tradizionale, soprattutto dal punto di vista qualitativo. L’esperienza concreta, emotiva, conoscitiva con l’ambiente esterno, si realizza attraverso la relazione diretta con gli eventi e le situazioni là ove queste si manifestano, di prima mano, in pieno coinvolgimento di tutta la persona.
L’educazione all’aperto sostiene il naturale bisogno umano di contatto con la natura e il piacere di agire in essa e con essa, anche in relazione a una maggiore consapevolezza che l’ambiente naturale è la nostra casa e richiede amore, ancor prima che rispetto.
Nella moderna società, industrializzata, tecnologica, digitale, l’OE ripropone la centralità del corpo e del movimento, l’uso della sensorialità, la sollecitazione del benessere psico-fisico e il piacere di essere protagonisti del proprio agire, del proprio decidere, apprendere ed evolvere. Tutta la strategia è orientata a rivestire di umanità lo sviluppo e la crescita di ciascun individuo, ricollocandolo nella culla delle sue radici, quella terra, quell’ambiente che, ormai abituati a padroneggiarlo in tutti i sensi, anche negativi, non consideriamo più come nostra casa e ricchezza immensa per la nostra vita.

3. la grande esperienza delle scuole libertarie

Nel numero estivo 2016 della “Rivista Anarchica” è apparso uno speciale sulle esperienze delle scuole libertarie in Italia; riportiamo uno stralcio del servizio curato da Francesco Codello, selezionando quelle esperienze che più hanno puntato sull’educazione all’aria aperta; gli interventi sono stati scritti dagli operatori e dai genitori delle scuole stesse.

I bambini di Fucina Buenaventura saltano, si arrampicano, corrono…
C’è un luogo nella campagna, a Piumazzo, a metà strada tra Modena e Bologna che si nasconde tra vigne e alberi di pere, tanti alberi di pere. È una villa settecentesca dimenticata lì all’ombra delle prime colline, troppo piccola e troppo grande. In fondo al giardino c’è la casa del custode, un angolino che sembra stare in disparte. Il giardino e la villa sono popolati di paesani di Piumazzo, di woofer [lavoratori agricoli stagionali volontari n.d.r.] che si fermano nella bella stagione parlando mille lingue, di persone di ogni età che praticano scultura e altre attività con varie associazioni. La casa del custode è popolata dai bambini di Fucina!
I bambini di Fucina saltano, si arrampicano, corrono con grossi stivali di gomma colorati che poi si tolgono per scaldare i piedi davanti alla stufa mentre si immergono in libri piccoli come loro. I bambini spuntano dalla serra che hanno costruito una martellata alla volta, raccolgono erbe selvatiche, e quelle che non mangiano le catalogano con pazienza da amanuensi.
Gli adulti accompagnatori si vedono poco, ma hanno molti occhi pronti a cogliere ogni dettaglio, e ognuno di quei dettagli diventa argomento di discussione, di confronto, forse lo spunto che fa fiorire ipotesi per una ricerca, o forse una situazione nuova da condividere e affrontare.
Altri adulti, i genitori, si vedono ancora meno eppure sono presenti, silenti, un po’ stanchi ma con le maniche sempre rimboccate, e fanno in modo che tutto questo succeda.
Fucina Buenaventura è una comunità auto-educante e autogestita che ora coinvolge un gruppo di bambini tra i 4 e i 9 anni, i loro genitori, gli accompagnatori, diversi insegnanti volontari di materia, qualche saggio e molti amici.
Spesso qualcuno si affaccia a Fucina desideroso di partecipare: l’avvicinamento è cauto, un passo alla volta, e la relazione preziosa, da coltivare; ci sono incontri, laboratori, tempi larghi per conoscersi e piacersi oppure allontanarsi.
Fucina ha una sua stagionalità: a primavera, come gemme, si incontrano le famiglie, che fioriscono verso l’estate dopo che le radici hanno avuto modo di farsi forti, quando si decide di essere insieme parte di questo percorso e gli accompagnatori studiano sul nuovo gruppo, i genitori modificano lo spazio – materiale quanto interiore – per accogliere ognuno, i bambini si conoscono; a settembre spuntano le prime fronde che vanno a farsi sempre più vigorose ed elastiche ogni anno che passa.
A Fucina Buenaventura l’assemblea, basata sul consenso, è luogo gestionale ma anche di confronto, in cui ci si interroga e ci si accoglie, in cui genitori, accompagnatori e insegnanti volontari, con pari dignità, elaborano le decisioni.
Il dialogo è assiduo, nella condivisione dei valori e dei metodi come nell’organizzarsi: questo porta una forte coesione e un grande accrescimento – di gruppo, ma anche personale – attraverso la disponibilità a mettersi sempre in discussione e incoraggiando l’ascolto delle ragioni dell’altro, in una pratica continua di cura e riassestamento.
Il quotidiano, invece, è autogestito e organizzato dai bambini e dagli accompagnatori attraverso le proposte che arrivano da ognuno: non c’è valutazione ma continuo confronto, non ci sono gerarchie tra persone e nemmeno tra i saperi.
fucinabuenaventura@gmail.com
http://www.fucinabuenaventura.wordpress.com

I Prataioli: un borghetto, una casa senza recinzioni, aperta al mondo
È difficile parlare dei Prataioli, se non partendo dallo spazio in cui viviamo ogni giorno.
La casa che tra bambini e adulti stiamo autogestendo si trova al Piccolo, un borghetto circondato da prati e boschi a Pavullo nel Frignano (Modena).
Per scelta non ci sono recinzioni che ci separano da essi, ognuno e ognuna si sposta liberamente all’interno e all’esterno, e i confini che delimitano il nostro movimento individuale sono stabiliti in base a limiti naturali – le strade sterrate che ci circondano – o ad accordi collettivi. Lo spazio interno è costituito da 4 stanze, disposte su due livelli: una stanza atelier; una “stanza morbida” con cuscini e materassi e zona lettura; la “stanza della concentrazione”, dedicata a chi sta intraprendendo il percorso della scuola primaria e a coloro che desiderano stare in un luogo silenzioso in cui possano concentrarsi, un’aula autogestita da bimbi e bimbe, con piccolo teatrino.

È nella dimensione collettiva che vengono prese le decisioni: nell’assemblea fra bambini/e e accompagnatori/trici si affrontano i problemi che giorno per giorno emergono, si cercano soluzioni e se necessario si creano nuove regole, si propone e si sceglie cosa fare, ci si confronta; ma non meno importante è l’assemblea degli adulti che, gestendo concretamente il progetto e riflettendo costantemente sul suo senso, fa sì che i percorsi emersi nella comunità dei bambini e dalla loro assemblea, si possano realizzare.
Ciò che quotidianamente impariamo nasce dalla possibilità di vivere e fare esperienza diretta di ciò che ci sta attorno e che ci interessa: ricerchiamo assieme ciò da cui siamo attratti, seguendolo passo per passo, secondo i tempi che ogni percorso richiede. Per farlo inventiamo materie (come “Esplorazioni”, un’originale variante della geografia nata dalla nostra passione per le mappe); approfondiamo il nostro legame col territorio trasformando i nostri martedì in giornate itineranti, alla scoperta del mondo oltre il Piccolo, e tessendo relazioni con chi lo vive (sono molto più buone le uova quando le si va a chiedere alla vicina!); viviamo avventure rocambolesche armati tanto di spade di cartone quanto di lenti d’ingrandimento per indagare il microcosmo che sfuggirebbe al nostro sguardo; impariamo a leggere in cima agli alberi e a far di conto in bottega con la lista della spesa in mano… Perché questo è il sapere: una relazione col mondo e non il mero ottenimento di informazioni su di esso.
iprataioli@gmail.com

Lilliput e Serendipità: un asilo e una scuola nel parco
A Osimo in provincia di Ancona nel 2009 nasce Lilliput, nel 2013 nasce Serendipità, entrambe le esperienze sono guidate da una ricerca pedagogica appassionata che fa dello sviluppo libero e olistico del bambino il suo aspetto fondante. L’osservazione attenta dello sviluppo di ciascun bambino e la preparazione di un ambiente adeguato fornisce al bambino il nutrimento necessario a soddisfare le sue esigenze di crescita. Crediamo che lo sviluppo di ciascun bambino avvenga in modo olistico e che ogni sua parte (cognitiva, fisica, emotiva, psicologica) meriti attenzione senza distinzioni di livello o gerarchia. Crediamo che il bambino vada supportato nel suo sviluppo emotivo e nella conoscenza di sé, del proprio mondo interiore, delle proprie emozioni attraverso la cura del dialogo e dell’alfabetizzazione emotiva. Crediamo che i bambini abbiano il diritto di imparare a scegliere, attraverso la conoscenza di sé e la pratica della vita collettiva conviviale. Crediamo che il bambino possa diventare capace di responsabilità verso il proprio percorso di sviluppo solo se lasciato libero di scegliere, di sbagliare, di capire, di ricominciare.
Serendipità [se-ren-di-pi-tà] n.f. invar.: lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che vedere con quanto ci si proponeva o si pensava di trovare | attitudine a fare scoperte fortunate e impreviste; capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale.
Il nostro nome: una dichiarazione di intenti, la sintesi di un approccio educativo, la base e la sostanza del nostro progetto, un augurio. Serendipità è l’esito naturale di un progetto nato nel 2009 nel cuore di un parco pubblico di Osimo, in una piccola casa dall’aspetto onirico. Un asilo sperimentale, Lilliput, è nato per “serendipità” e fondato sulla ricerca pedagogica, sull’osservazione, sulla cittadinanza attiva, sul buonsenso, sulla speranza. Una sperimentazione che ha coinvolto anche le famiglie, andando a sostenere e tutelare quella fascia della maternità e dell’infanzia che aveva pochi spiragli di ascolto e riconoscimento nella nostra zona. L’apertura di una realtà in continuità rivolta alla fascia dell’infanzia e della primaria è stato un dovere e un diritto.
Se Lilliput è inserito all’interno di un parco, per Serendipità è stato scelto l’ambiente rurale, una casa in mezzo alle campagne marchigiane, un grande giardino, un ettaro di terra incolta per l’esplorazione autentica della varietà e complessità biologica e campi a perdita d’occhio, perfetti per esplorazioni e avventure. La terra è la nostra classe, le passeggiate senza meta le nostre discipline, i portoni a cui bussare i nostri compiti, i dialoghi con gli anziani i nostri programmi, la memoria il contenuto dei nostri quaderni. Una delle impronte più determinanti del nostro approccio educativo con i bambini è quella Montessoriana, di cui prendiamo i principi, i concetti, la filosofia e lo sguardo delicato e scientifico sullo sviluppo del bambino.
Lo spazio interno della scuola è un ambiente preparato, ogni materiale e area sono studiati per rispondere ai bisogni psico-fisici dei bambini rispettando le differenti fasi evolutive, costantemente osservate e corrisposte attraverso l’ambiente. La nostra idea di libertà e autonomia dei bambini è strettamente collegata all’organizzazione e studio dello spazio. L’indipendenza di pensiero passa anche attraverso l’indipendenza d’azione e apprendimento. Il paradigma è completamente ribaltato, rifuggiamo la centralità dell’insegnamento a favore della sovranità dell’apprendimento, i bambini imparano da sé, conquistando il loro sapere attraverso l’interazione con l’ambiente circostante, fatto di relazioni e sperimentazioni. I bambini apprendono dalla vita, da ciò che accade, dalle passioni che li muovono, dalle domande che incontrano nelle piccole cose quotidiane, incidentalmente, o come ci piace dire, per serendipità, cioè scoperte inattese, capitate mentre si cercava altro, che diventano centrali nella nostra ricerca.
Una delle caratteristiche della nostra realtà è quella del sostegno e dialogo con le famiglie. Prima di poter iscrivere i propri figli, le famiglie devono seguire un percorso insieme di 6 mesi, con lo scopo di costruire una cornice di senso e valori all’interno della quale inserire poi le pratiche. Un percorso di decostruzione, e di comprensione delle proprie scelte. Lo scopo non è dare risposte né affermazioni ai genitori, ma aiutarli e aiutarci a porci le domande giuste, rispolverando i bambini educati che siamo stati e gli adulti educanti che siamo diventati, un percorso di ricerca personale di liberazione dalle catene delle aspettative, paure, ansie, speranze, desideri, che sono il principio per un’autentica educazione libertaria e liberatoria. Gli adulti, sia genitori sia accompagnatori, lavorano insieme per rendere possibile tutto questo per gettare le basi di quella che amiamo definire “una comunità educante”, non punto di partenza ma meta del nostro progredire come genitori e accompagnatori, come esseri umani che continuamente mettono in discussione le pratiche implicite, date per scontate, per scegliere, finalmente. Serendipità per noi non è un servizio di cui usufruire ma un progetto a cui partecipare in corresponsabilità. È scegliere di scegliere.
lilliput2009@hotmail.it

I Saltafossi: per un’educazione non autoritaria
Ci siamo incontrate a Bologna una decina di anni fa intorno ad un’utopia e un sogno: dare vita a un progetto educativo basato sulle pratiche dell’educazione non autoritaria, libertaria e democratica e volto alla sensibilizzazione delle persone grandi e piccole alla relazione, all’arte, all’ecologia, un progetto dove le scelte filosofiche, economiche e operative andassero nella direzione di uno stile di vita equo e solidale, sobrio e felice.
Il gruppo di accompagnatori è un collettivo che cresce insieme e si confronta continuamente.

Tutti i Saltafossi grandi e piccoli si confrontano per capire se per quella persona è possibile intraprendere un così complesso percorso di convivenza e rispetto reciproco dove è necessario smontare le proprie idee pregiudiziali sull’educazione e mettersi in gioco in una relazione non adulto-centrica e autentica. Il ruolo dell’adulto come accompagnatore ma anche come testimone, coordinatore e ricercatore.
Siamo ospiti di due grandi case attigue dove vivono e convivono con la scuola due famiglie che hanno partecipato alla fondazione del progetto. Le case si trovano nelle campagna di Cadriano alle porte di Bologna.
In questi spazi abbiamo organizzato seguendo le richieste dei bambini una grande e fornitissima biblioteca, un luogo per la danza e le attività teatrali, musicali e psicofisiche, un luogo dove è possibile accedere ai materiali per atelier artistici o di assemblaggio, una fornita cassetta degli attrezzi, macchine da scrivere, computer, macchina da cucire, lavagne, mappe geografiche, giochi da tavolo, giochi vari. Tutto quello che ci serve… che ogni giorno un gruppo di bambini riordina per lasciare la casa alla vita dei suoi abitanti.

assmerzbau@gmail.com

http://www.associazionemerzbau.wordpress.com

2. La natura ad un passo da casa

Il Parco Villa Ghigi è un grande laboratorio naturale, che cresce dentro la città e per la città: un luogo speciale di sperimentazione, in cui osservare, fare, apprendere, mettersi in gioco, collaborare, condividere esperienze.
Un’area verde di circa 30 ettari di proprietà comunale a breve distanza dal centro storico di Bologna e già immersa in un contesto collinare, con belle vedute sulla città e sulle più antiche emergenze architettoniche sorte in collina. Lungo i sentieri si incontrano lembi di bosco, ampi prati, siepi e arbusteti e bei filari di peri, meli, susini, azzeruoli e fichi appartenenti a cultivar tipiche del bolognese.
Si tratta di un mosaico di ambienti che disegnano un paesaggio vario e suggestivo, dove si rinvengono numerose specie animali tipiche dell’ambiente collinare, un luogo particolarmente vocato all’educazione ambientale e un prezioso serbatoio di biodiversità.
Qui di seguito riportiamo due progetti che declinano in modo diverso l’interazione con la natura, nell’idea che noi tutti abbiamo bisogno di piante, animali e di elementi naturali e questa fondamentale esigenza deriva da un lontano passato, quando l’uomo viveva a stretto contatto con la natura.
Questo legame sembra essere innato, qualcosa di profondo con una base genetica, legata all’evoluzione della specie.
Nel progetto “La scuola nel bosco” il contatto è istintivo, non mediato, emozionale e la selvatichezza del contesto gioca un ruolo importante.
In “Natura come cura”, invece, gli elementi naturali diventano un mezzo per perseguire specifici obiettivi (in orti, giardini, aree verdi belle e curate) in un certo senso si può dire che qui la natura è governata anche se in realtà continua a sorprenderci con la sua imprevedibilità.

L’esperienza al Parco Villa Ghigi
La Fondazione Villa Ghigi ha la propria sede all’interno del parco Villa Ghigi, opera nel campo della tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente mediante azioni tese a promuovere la conservazione dell’ambiente, la diffusione delle conoscenze sugli aspetti naturali e storico-paesaggistici del territorio e una fruizione consapevole e matura degli stessi.
All’attività di educazione ambientale, che ne ha fatto uno dei centri più noti e attivi in campo regionale e nazionale, affianca un notevole impegno nella divulgazione e nell’analisi, pianificazione e progettazione ambientale, con particolare riguardo per la valorizzazione degli aspetti naturali, paesaggistici e storici del territorio bolognese ed emiliano. In accordo con il Comune di Bologna, dal 2004 la Fondazione gestisce il Parco Villa Ghigi sulla base di un programma ricco e articolato che punta a custodire e accrescere il suo patrimonio vegetale, attraverso interventi di ripristino e arricchimento, adeguandosi di anno in anno alle esigenze e suggestioni dei progetti che animano questa area verde pubblica. Sempre dal 2004 la manutenzione del Parco è affidata alla Cooperativa sociale Agriverde.

1. Tutti fuori!

Quando la redazione di “HP-Accaparlante” ha proposto una monografia su “Natura ed educazione”, non ho esitato un momento e ho accettato con entusiasmo. Credo fortemente che ci sia un connubio molto forte tra educazione e natura, un’intima simbiosi dove entrambi traggono vantaggio. Le mie esperienze personali e i contatti con esperti hanno rafforzato questa idea. Sono pienamente convinto che lo spazio educativo venga influenzato dallo spazio fisico e per questo le lezioni di qualsiasi disciplina dovrebbero prevedere un momento in classe e un momento sperimentale all’esterno. Ciò serve per assimilare meglio le nozioni studiate sui libri e per creare una motivazione più concreta tramite l’esperienza e il contatto diretto con la natura. Arianna Bussolati al convegno di Negrar organizzato dalla Rete di Cooperazione Educativa fa una proposta interessante e incalza il pubblico con queste parole: “Perché non usare i sassi per calcolare, dopo aver permesso la manipolazione… O per fare insiemi e categorie… Ma anche soppesarli, lanciarli, valutare l’impatto che hanno in acqua o sulla terra, creare muri, dighe, stradine, opere artistiche… Le impronte nella sabbia o nella terra o i segni su un albero aprono tutto un mondo di letture possibili, comunque propedeutiche al leggere”. Dopotutto anche Andrea Ceciliani dice che “L’azione stessa, nelle situazioni all’aperto, implementa le abilità motorie, l’emozione di agire, la relazione diretta con i problemi che spesso, nelle situazioni al chiuso, vengono scarsamente sollecitate. Un tale contesto, tra le altre cose, rende l’esperienza più libera, interessante, divertente e sollecita un sentimento positivo verso l’apprendimento in generale”. Tutto questo avviene solo se, come dice sempre la Bussolati “A patto di lasciare gradualmente che esplorino, tocchino, osservino, inventino, creino, curino, sbaglino, correggano, conoscano i propri limiti e le proprie abilità, imparino”.
Voglio chiudere questa riflessione con le parole che spesso ripeteva la mia maestra delle elementari e che ancora oggi echeggiano nei miei pensieri di un adulto più consapevole: “Bimbi! Tutti fuori!”.
Quando la redazione di “HP-Accaparlante” ha proposto una monografia sulla natura ero vicino a Tristano e, ascoltando la sue proposte, mi sono posto alcune domande: perché ogni sabato parto e vado in collina o in montagna a fare lunghe passeggiate, spesso con amici, sia che ci sia bello o brutto tempo? Perché si sta così bene semplicemente camminando in un bosco? E le persone con disabilità possono avere anche loro questa opportunità? Cosa offre il territorio in cui vivo?
Questa monografia infatti consta di due parti, una dedicata all’outdoors education e l’altra che tratta la natura che include, che permette cioè a persone con difficoltà diverse di viverla bene. Ora, io non sono poi tanto sicuro che la natura abbia questo desiderio di inclusione, ma so che passeggiare in compagnia all’aperto apre anche i cuori e avvicina le persone.
Ho delimitato il campo di indagine al territorio che circonda Bologna, con qualche incursione in altre località emiliane, per poter meglio approfondire il discorso.
Ero partito con l’idea dell’importanza dell’offerta di strutture che permettano alle persone con disabilità di vivere la natura, e questo per svantaggi di vario tipo; ad esempio la costruzione di stradine piane per chi va in carrozzina, l’allestimento di cartelli di spiegazione in Braille e/o in un linguaggio facile da leggere, ma poi, ascoltando varie voci, mi sono reso conto che l’elemento centrale era un altro: la relazione, il fatto che ci fosse un gruppo di persone che accettasse al suo interno la diversità, per fare un’esperienza comune all’aria aperta. La natura infatti offre, a differenza delle nostre città, una molteplicità di percorsi alternativi e, allora, ecco che in gruppo si può scegliere quello che più adatto.
Attenzione però, queste considerazioni non devono legittimare la noncuranza, la non presa in carico del problema di costruire delle facilitazioni minime da parte di chi ne ha la competenza.
Ad esempio i percorsi attrezzati hanno un loro valore, una loro utilità, ma non sono la risposta definitiva.
Infine, anch’io concludo con un’esortazione: dopo aver camminato a lungo tra le nostre parole, tutti fuori, nei boschi…

Il tennis in carrozzina, per scoprire nuovi movimenti (e momenti) di sé

di Francesca Aggio, animatrice Progetto Calamaio

L’anno scorso mi sono recata insieme alla mia famiglia in vacanza alle isole Mauritius e quando i miei genitori giocavano a tennis io li osservavo. Sul campo, a fianco mamma e papà, c’era un uomo che sembrava una statua di bronzo, appena lo vidi rimasi senza fiato e credetti che madre natura avesse donato tutta la perfezione del mondo e dell’universo a lui. Si presentò come Ivan, era un ex campione di tennis russo che aveva deciso di trasferirsi a vivere in quell’isola.
Ivan si occupava anche di insegnare il tennis in carrozzina a chiunque volesse, e da subito mi convinse a provare. Grande gioia e stupore, mi piacque immediatamente.
Appena tonata in Italia, tormentai i miei perché volevo assolutamente continuare e qui la fortuna ci assistette, perché proprio nella mia città insegnava Alberto Setti, istruttore e responsabile nazionale del tennis in carrozzina. Dovevo però
scegliere se continuare il teatro che credevo fosse per me molto importante o iniziare a diventare una sportiva. Volevo mettermi in gioco, provare qualcosa di diverso e dove solo io fossi protagonista. Col tempo capii sempre di più che mi ero innamorata di questo sport, il tennis mi ha dato la sensazione di libertà, mi ha permesso di avere una valvola di sfogo, mentre imparo a colpire una pallina non mi sento sotto esame.
Sono tranquilla, se sbaglio ripeto l’esercizio e mi entusiasmo alla fine di ogni lezione, perché capisco che il mio corpo ha utilizzato parti che fino a quel momento non solo pensavo di non essere in grado di usare, ma nemmeno di avere. Un esempio potrebbe essere la posizione del mio polso destro che è sempre uguale, perché credevo di saperlo usare solo in quel modo, ma quando tengo la racchetta e devo piegare o meno il polso per impugnarla diversamente a seconda se il risultato è un dritto o un rovescio, mi accorgo che posso spostarlo come devo. Alberto è sicuramente una persona con grandissima capacità professionale, e con tanta pazienza e fiducia. Lui stesso mi dice che ogni venerdì, con me come con tutti gli altri suoi allievi, è un mettersi in gioco insieme, lui insegna, ma nello stesso tempo lui impara. Non mi pone e non si pone limiti, insieme scopriamo. Le sensazioni sono tante e tutte piacevoli, sia fisiche che psicologiche.
Con il tennis sto scoprendo che non si deve mai rinunciare alle cose, ho fatto tanti progressi, ma non solo dal punto di vista sportivo ma soprattutto di crescita personale, perché ero una persona che davanti alla prima difficoltà rinunciava, invece ora sto imparando che devo credere un po’ di più in quello che faccio.
Non devo pensare in modo negativo, ma tutto deve essere uno sprono per crescere personalmente senza temere il giudizio altrui. Le prime volte se c’era solo la mamma a vedermi, non era un problema, ma se veniva anche papà, diventavo più ansiosa, temevo un suo giudizio. Era un comportamento molto infantile, e ora questo sport mi sta aiutando ad avere un mio autocontrollo, mi devo assumere la responsabilità di fare bene o sbagliare, senza mettermi troppo in crisi, ma accettare che non tutto riesco a fare.
Consiglio ultimo: provate il tennis, il divertimento è assicurato!
Per rendere più comprensibile quello che ho voluto condividere con voi, ho preparato delle domande che ho posto ad Alberto, il mio istruttore.

Secondo te a che età si dovrebbe cominciare a giocare a tennis?
Diciamo che un’età giusta non esiste, per darti comunque qualche riferimento i bambini mediamente possono iniziare tra i 4 e i 5 anni. Con gli strumenti attualmente utilizzati, racchette corte e leggerissime campi e reti di dimensioni ridotte oltre a palle lente e leggere, alcuni bimbi iniziano addirittura ad apprendere i primi rudimenti attorno ai 2-3 anni. La cosa importante da sapere è che proprio l’uso di questi strumenti rende la prima fase di apprendimento molto semplice e poco traumatica per il corpo ancora esile di un bimbo di quell’età.
Concludo anche affermando che, chi inizia più tardi, trova comunque terreno fertile per iniziare uno sport che, aldilà del lato agonistico, permette di essere praticato per tutta la vita con grande soddisfazione.

Nella tua carriera da giocatore quali sono stati i risultati che hai ottenuto?
Purtroppo non eccelsi. Sono stato classificato in 3° categoria nella prima metà degli anni ’80. Ho iniziato proprio nel 1986 invece a intraprendere il percorso dell’insegnamento che, ad oggi, posso affermare mi ha dato molte più soddisfazioni.

Perché hai deciso di intraprendere questa avventura con le persone in carrozzina?
È stata inizialmente una casualità. Nei primi anni di insegnamento avevo avuto un ragazzino di nome Fabian Mazzei. Fabian da grande appassionato di sport non si limitava al tennis ma giocava a calcio e sciava. Proprio durante una gara amatoriale di sci ha subito un incidente che gli ha cambiato la vita. La mancanza delle reti di protezione laterali al percorso ha fatto sì che la sua caduta si sia trasformata in incidente gravissimo, la sua corsa dopo la caduta si è purtroppo fermata contro un albero che gli ha spezzato la schiena. A 19 anni, dopo un lungo percorso riabilitativo, Fabian deve accettare l’idea di vivere la sua vita su due ruote invece che su due piedi. Ma lo sport rimane una fiamma viva dentro di lui e inizia, sempre nel nostro centro sportivo, a giocare in carrozzina. In pochi anni diventa il più forte giocatore d’Italia e la sua carriera di giocatore lo porta ad avere esigenze che la dirigenza di allora non poteva soddisfare, cosa che inevitabilmente ci allontana. Durante un Campionato Italiano giocato a Bologna riprendiamo i contatti e dopo qualche anno di tentennamento nel 2007 mi chiede di diventare il suo Coach. La sfida mi sembrava interessante, dovevo dimostrare a me stesso di essere in grado di ampliare e trasformare le mie conoscenze da insegnante di tennis. La mia curiosità è stata inevitabilmente stuzzicata e abbiamo iniziato il nostro percorso che, nel giro di un anno, ha portato Fabian a raggiungere il suo best ranking: n. 18 del mondo. Nei due anni successivi i suoi continui miglioramenti hanno dato grande visibilità al mio lavoro e mi hanno permesso di entrare a far parte del board tecnico della Nazionale di tennis in carrozzina di cui oggi sono Responsabile Tecnico Nazionale.

Avevi avuto già modo di interagire con persone disabili?
Sì, ma di altro tipo. Avevo avuto, nei primi anni di insegnamento, una ragazzina con sindrome di Down, inserita in un gruppo di bimbi. Una bellissima e impegnativissima esperienza che è però terminata dopo un anno.

Con che tipo di disabilità lavori?
Solo con quella di tipo fisico. Non ho competenze sulle altre tipologie di disabilità nonostante l’esperienza fatta nei miei primi anni di insegnamento come già riferito.

Quando hai iniziato a insegnare alle persone con disabilità quali sono state le difficoltà che hai incontrato?
Io personalmente nessuna. Le difficoltà sono soprattutto legate alle barriere architettoniche e al reperimento degli strumenti necessari, le carrozzine sportive. In Italia siamo ancora indietro nello sviluppo dell’accessibilità sia per motivi strutturali, città vecchie e quindi difficilmente modificabili con i giusti criteri di accessibilità, che per motivi culturali, ad esempio la gestione della disabilità con parametri molto diversi da quelli esclusivamente assistenzialisti. Ma il problema non è solo di chi non vive a stretto contatto con la disabilità e pensa che le persone disabili debbano vivere in un mondo a parte anziché essere parte del mondo. Ti posso dire che difficoltà molto grandi sono invece legate alla mentalità delle persone che gravitano attorno alla persona disabile, te ne indico una su tutte: la scarsa volontà di creare indipendenza, autonomia. Il tennis è uno sport individuale e responsabilizza molto chi lo pratica, si vince e si perde per proprio merito o demerito, e porta a una grande comprensione di noi stessi. Questa cosa ha un valore enorme per una persona disabile che ha bisogno di appropriarsi o di riappropriarsi della propria autonomia. Purtroppo questo valore estremamente positivo a molti fa paura.

Hai dovuto modificare qualcosa nel tuo metodo di insegnamento?
Non molto in realtà, è chiaro che alcuni aspetti fondamentali sono assolutamente diversi e quindi sono dovuto partire proprio da questi, ma il metodo di insegnamento che utilizzo per i normodotati si adatta perfettamente. Provo a chiarire il concetto: è evidente che chi gioca muovendosi su due ruote deve risolvere un problema fondamentale che chi si muove su due piedi non deve affrontare, l’uso degli arti superiori per chi gioca in carrozzina ha come obiettivo sia la mobilità sul campo da tennis che la gestione della racchetta per colpire la palla. Serve quindi creare una perfetta sinergia tra i due movimenti in modo che entrambi sviluppino energia e precisione. Bisogna poi considerare che la disabilità fisica è estremamente articolata: pensa alla differenza che può esserci tra chi ha subito l’amputazione di un piede e un tetraplegico o una persona affetta da spina bifida. Quindi, se già ogni individuo ha caratteristiche proprie che lo rendono differente da tutti gli altri, queste differenze vengono amplificate dalle variabili relative alla disabilità che lo contraddistingue. Il residuo funzionale, quindi la catena muscolare di cui può disporre, oltre ai fattori nervosi che regolano la motricità sono tutti aspetti da considerare, ma diventa tutto molto semplice se si conoscono i principi basilari che permettono al giocatore di svolgere il compito che è chiamato a svolgere sul campo: cioè colpire la palla per mandarla dalla parte opposta del campo. È chiaro che se prendiamo i grandi campioni come esempio di questo compito può sembrare (anzi lo è) tutto molto complicato, visto che la loro capacità di generare energia con grandissima precisione è incredibile; bisogna però considerare che ogni gesto tecnico ha una base di partenza che può essere considerata molto semplice per la stragrande maggioranza delle persone, basta quindi focalizzarsi su questi aspetti tecnici per creare le condizioni che possono portare quindi a ottenere il risultato richiesto. Proprio questa cosa mi ha permesso di utilizzare buona parte della mia struttura metodologica trasferendola e plasmandola sulle necessità delle persone disabili.

Hai seguito delle lezioni o hai semplicemente provato sperimentando un nuovo metodo?
Certamente mi sono dovuto documentare, soprattutto sulla parte medica, ma la sperimentazione ha avuto ed ha, ancora tutt’oggi, un ruolo fondamentale. Ogni mio allievo è stato vittima di sperimentazione da parte mia. Detto così però non sembra molto bello per cui provo a chiarire cosa intendo: ogni miglioramento che riesco a produrre in un giocatore comporta una variazione nel suo schema tecnico-tattico che, inevitabilmente, mette in evidenza anche aspetti negativi. È chiaro che se il lavoro viene svolto correttamente questi aspetti negativi incidono in percentuale minore sulla qualità del gioco, ma sono presenti e vanno osservati perché ci danno spunto sul percorso da intraprendere da quel momento in avanti. Per quel che riguarda il mio rapporto con la disabilità poi è stato fondamentale ascoltare e osservare le reazioni che Fabian per primo e tutti gli altri poi hanno durante le lezioni. Ritengo comunque che la cosa più importante sia avere sensibilità sul movimento in generale, cioè percepire ed elaborare i movimenti delle persone che hai di fronte tentando di ricreare su se stessi quelle condizioni che, nel bene e nel male, condizionano il risultato finale per poter evolvere o modificare i riferimenti utilizzati fino a quel momento. Mi sono quindi messo sulla carrozzina sportiva per capire come reagisce ai diversi stimoli il corpo di chi la utilizza, analizzando su me stesso ogni colpo del tennis e ogni spostamento necessario a coprire il campo. Da questa base e analizzando diversi video di match tra i migliori giocatori del mondo ho potuto creare le basi per il mio lavoro su Fabian che è stata quindi la mia prima cavia.

C’era qualcosa che ti spaventava?
Sono sincero non mi sono mai posto questa domanda, non perché fossi certo dei miei mezzi ma perché nel lavoro di un tecnico sportivo il fallimento è sicuramente l’aspetto più frustrante e quindi anche quello a cui bisogna abituarsi. Ma come nella prestazione sportiva, anche in quella che offre un tecnico questo aspetto diventa un forte stimolo al lavoro e alla perseveranza, quindi ho solo dedicato le mie energie alla ricerca della soluzione dei problemi che, di volta in volta, dovevo affrontare. Altro motivo per cui non mi sono posto il problema è che non ho mai sofferto di quella che potrei chiamare la paura delle differenze. Io ho a che fare con delle persone, con dei giocatori di tennis e il fatto che si muovano su due ruote anziché su due piedi non cambia nulla.

Cosa ti permette di continuare questa esperienza?
Sicuramente il fatto che mi dà forti stimoli. Sono una persona molto curiosa e la mia curiosità viene fortemente stimolata dalla ricerca di soluzioni a problemi che ancora non ho dovuto affrontare.
Per fortuna questo aspetto è relativo a entrambi i miei campi d’azione, sia quello con le persone disabili che quello con le persone normodotate. Per sintetizzare: vedere che un mio allievo riesce fare oggi qualcosa in più di ieri e la sua soddisfazione sono per me fonte di energia incredibili.

Lo rifaresti?
Certamente!

Il tempo di AllegroModerato

a cura di Emanuela Marasca

Tic… tac… tic… tac… L’orologio
le ore, il tempo, il tempo che scorre… Notte, giorno, il tempo solare… Autunno, inverno, primavera, estate, il tempo delle stagioni…
Tic… tac… tic… tac… Il metronomo
L’orologio dei musicisti…
È lui che misura e scandisce il tempo in musica…
Adagio, andante, mosso, allegro, moderato…
“Tieni il tempo” mi ripeteva continuamente il mio professore di violino, quando eseguivo gli studi per violino di Curci, e le mie ore di studio passavano dall’adagio… all’andante… al mosso… all’allegro moderato.
Ma l’orologio? Lui continuava a scandire il suo ritmo… Tic… tac… tic… tac… Il mio gatto continuava a sonnecchiare sul mio letto… A volte mi chiedevo se le sue fusa andavano a ritmo dell’orologio o del metronomo. Il suo era un tempo lento… E il mio? Abbastanza variabile!
Spesso oggigiorno si sentono frasi come “Non ho tempo”, “Il tempo passa troppo in fretta”, “Ammazzare il tempo”, “Ognuno ha i suoi tempi”. Io mi soffermerei su quest’ultima frase “Ognuno ha i suoi tempi”, cosa vuol dire? Il rispetto del tempo, il tempo che ognuno di noi per caratteristiche fisiche, psichiche e in relazione al contesto di vita si dà.

“Allegromoderato” è il tempo che ha scelto di darsi un’orchestra di Milano davvero particolare, composta da una cinquantina di musicisti tra cui persone con deficit psichici, che abbiamo contattato e che il presidente Marco Sciammarella porta avanti con grande impegno e con svariate attività.
Ve la presentiamo…

Il tempo di AllegroModerato
AllegroModerato è una cooperativa nata nel 2011 dall’esperienza ventennale della scuola di musicoterapia Esagramma, è gestita da insegnanti con competenze specifiche e con una lunga esperienza nella pedagogia e nella didattica musicale speciale. Le famiglie sono parte integrante della cooperativa e partecipano attivamente alle iniziative.
AllegroModerato accoglie persone molto diverse, con storie, famiglie e patologie diverse: ad esempio sindrome autistica, sindromi genetiche (Down, Williams, X fragile…), ritardo cognitivo, disturbi del comportamento, disturbi generalizzati dello sviluppo, disabilità sensoriale.
Sono persone che spesso fanno fatica a indirizzare il pensiero, modulare le emozioni, differenziare le esperienze, elaborare la complessità dei rapporti. Questo può impedire l’immagine di un sé come adulto, la condivisione di eventi gratificanti e prestigiosi, la conquista di solide e personali passioni, l’assunzione di responsabilità, la condivisione di spazi e tempi che non siano solo funzionalmente riabilitativi ma relazionai, cooperativi e comunicativi.
Ogni soggetto umano, per quanto sia compromesso dalla malattia nella propria autonoma dotazione di risorse e competenze, ha diritto alla possibilità di maturare la propria immagine di sé e la propria capacità di fronteggiare la realtà in termini adeguati alle capacità di cui
dispone e che può anche conseguire mediante opportuni itinerari di formazione e sostegno.
AllegroModerato crede che anche nel quadro di uno stato pronunciato di deficit psichico e mentale, l’educazione estetica (quella musicale in modo speciale) presenta caratteristiche idonee all’introduzione di una dimensione qualitativa dell’esistenza e dell’integrazione personale.
La musica è un’esperienza immediata, accessibile, gratificante. La musica ha anche un range di complessità sintattica e combinatoria molto elevata. Questa ricchezza consente elaborazioni significative dell’esperienza personale: ascoltarsi e ascoltare. Coinvolge e rinforza l’aspetto partecipativo mentale ed emotivo e permette modulazioni e condivisioni del “pensare” e del “sentire”. Permette modulazioni ed espressioni di pensieri ed emozioni anche quando la parola, gesto, rappresentazione sono compromesse.
Proprio là dove la difficoltà della gestione del pensiero, nel modulare le emozioni, nel differenziare le esperienze, elaborare i rapporti è più compromessa, più elevata/ricca deve essere la risposta musicale, che allora appare come una protesi raffinata e complessa. La musica colta porta in sé una collaudata attitudine a nutrire il legame del sentire e del pensare. L’idea quindi è che ricchezza e complessità possano nutrire l’evoluzione di atteggiamenti mentali, emotivi, relazionali migliori. Non ci sono criteri di preclusione, per ognuno viene studiato un percorso che tiene conto delle caratteristiche ed esigenze particolari.

Le attività
I corsi attivi in AllegroModerato sono: Propedeutica Orchestrale, Corso Orchestrale di Strumento, Musica da Camera, Coro, InBand, MusiMatica e l’Orchestra Sinfonica.
Sono praticati tutti gli strumenti dell’orchestra, in modo particolare i legni (violini, viola, violoncelli, contrabbassi), le percussioni, marimba, pianoforte conduttore. Mentre per la InBand sono utilizzate tastiere, sax, batteria. Il Coro ha un repertorio vario: canti popolari e di autori contemporanei, musica antica, colonne sonore e melodie composte espressamente per il Coro.
L’Orchestra è il punto di arrivo dell’impegno degli allievi nei corsi individuali e di gruppo, e i risultati che consente di ottenere sono importanti. Suonando insieme, infatti, gli allievi con difficoltà possono realizzare la soddisfazione di mettere in pratica le conoscenze musicali acquisite nei corsi Orchestrali di Strumento e Musica da Camera, e partecipare al risultato condiviso, sperimentando forme di cooperazione, attenzione, reciprocità, in modo responsabile e apprezzato. Un successo, anche in termini di padronanza di sé e di risultati comunicativi, che spesso sorprende chi ascolta e che va al di là di ogni aspettativa.

Concerti
Per sostenere la cultura della solidarietà, L’Orchestra, il Coro, la InBand e la Musica da Camera si esibiscono anche al di fuori dei consueti spazi da concerto, con particolare attenzione al lavoro sul territorio.
I musicisti di AllegroModerato suonano in orchestra con musicisti professionisti o con altre orchestre e si esibiscono in tutta Italia e all’estero, partecipando a numerosi concerti ed eventi di grande prestigio. Citiamo alcune esperienze nazionali ed internazionali: a Gyor con i giovani dell’Orchestra Filarmonica di Gyor, a Mosca in occasione del Moscow International paramusical Festival, a Milano nel maggio 2025 con i musicisti inglesi della Charity Symphony Orchestra di Southampton, oppure con musicisti italiani come Stefano Bollani a Treviso, con Eugenio Finardi a Milano, con Mussida a Bolzano.

Progetti speciali
Il progetto “Tutta un’altra musica” consiste in un’attività di laboratori musicali/ orchestrali per i bambini degenti presso i reparti di pediatria dell’ospedale Niguarda Ca’ Granda e dell’ospedale San Carlo di Milano all’interno dei quali vengono realizzati. È caratterizzato dalla figura dei tutor, musicisti con disabilità fisiche o psichiche della Cooperativa AllegroModerato che intendono svolgere un’attività di volontariato mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze musicali a favore dei bambini degenti. È caratterizzato anche dalla singolare situazione che vede stare insieme bambini normodotati e persone con disabilità che, accomunati dall’esperienza del limite, cercano di affrontarlo positivamente in un’esperienza di condivisione e di bellezza.
Va a configurarsi quindi come un ribaltamento dell’immaginario comune che identifica la persona con disabilità solo come oggetto di cure e non come portatore di abilità.
Ciò che motiva l’impegno delle persone disabili di AllegroModerato a dar vita al progetto “Tutta un’altra musica” e quindi di prendersi carico di persone deboli, o altrettanto deboli, è il profondo bisogno da parte loro di vivere l’esperienza della donazione di sé, del proprio tempo, delle proprie capacità in una dimensione di gratuità. Questa, da una parte, indica la maturazione di un vissuto umano educato e per questo in grado di incidere nel reale, e dall’altra comunica una dimensione della disabilità che non si esaurisce nel mero limite fisico o psichico, ma anzi, che trasforma proprio l’esperienza del limite in una ricchezza da donare.
C’è però un altro tipo di motivazione che sottende il progetto e riguarda i secondi beneficiari, ovvero i bambini degenti negli ospedali. Il ricovero di un bambino in ospedale rappresenta, per lui e per i suoi genitori, un momento estremamente delicato, spesso doloroso e difficile da affrontare. Inoltre la degenza, prolungandosi anche per mesi, rischia di diventare un tempo privo di stimoli per la mancanza di attività specifiche e adeguate a vivere quel tempo in una dimensione educativa e non di abbandono del piccolo a (ACP) e dalla Società Italiana di Scienze Infermieristiche Pediatriche (Sisip), solo un ospedale su tre offre ai bambini l’opportunità di partecipare ad attività ludico-creative (letture, laboratori e altro).
“Orchestra in spiaggia”: ogni anno AllegroModerato organizza nell’ultima settimana di giugno uno stage musicale al mare. Il lavoro è finalizzato all’approfondimento della musica d’insieme in un contesto di condivisione e convivialità. Un’occasione per trovare nuovi stimoli musicali e fare esperienze di autonomia e responsabilità. Il corso è dedicato ai musicisti che vogliono tuffarsi in un’esperienza di musica a tempo pieno e realizzare, alla fine del corso, un concerto sinfonico importante. “Un’Orchestra a scuola”: AllegroModerato realizza laboratori orchestrali rivolti agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Il particolare approccio proposto consente a tutti, anche senza conoscenze musicali pregresse, di sperimentare il significato di fare parte di un’orchestra sinfonica. In più, suonare con i musicisti con disabilità esperti permette agli studenti di vivere un’esperienza particolarmente significativa ed emozionante. I laboratori di “Un’Orchestra a scuola” possono essere realizzati presso la sede di AllegroModerato o presso gli istituti scolastici.
“Orchestra in classe/scuola” è invece un approccio originale agli strumenti rivolto a studenti delle scuole primarie, secondarie e superiori, che eseguono rielaborazioni di pagine famose della letteratura sinfonica. Il metodo infatti, consente di esplorare gli strumenti musicali e la sintassi della musica colta senza le necessarie conoscenze tecniche e teoriche. Questa esperienza assume valore maggiore per le classi che accolgono bambini o ragazzi con difficoltà, perché occasione di reale integrazione e condivisione. “Seminari musicali residenziali”: per un fine settimana piccoli gruppi composti da allievi e insegnanti lavorano insieme in luoghi piacevoli al mare o in montagna. Un’occasione per fare esperienze musicali, di autonomia e responsabilità, in un contesto di condivisione e convivialità.
Infine “Musica Dentro”, concerti e laboratori nelle Carceri.

Le mie statue permettono di toccare cose che nessuno ha mai toccato

di Nicola Rabbi

“Non hanno voluto farmelo toccare, perché il direttore del museo Cappella Sansevero a Napoli diceva che potevo rovinarlo; ma stiamo parlando di marmo, il ‘Cristo velato’ è un unico pezzo di marmo”. Chi sta parlando è Felice Tagliaferri, è un artista, uno scultore e ha un’altra particolarità, è non vedente da quando all’età di 13 anni un’atrofia del nervo ottico lo ha colpito. Lo spiacevole episodio del museo però diventa per lui l’inizio di una sfida che lo porterà a realizzare una copia dell’opera.
“Quando un vedente guarda una porta, guarda l’insieme della porta, ma per un non vedente la cosa è diversa; lui per poterla percepire deve ricostruirla centimetro per centimetro, in questo modo io ho rifatto il Cristo. Un collaboratore del Museo Tattile Omero di Ancona mi ha descritto centimetro per centimetro come era fatta la statua e, mentre lui parlava, io me la figuravo e creavo un mo-
dello in creta. Siamo stati per tre giorni praticamente chiusi in una stanza, poi, una volta uscito, ho impiegato due anni a scolpirla”. L’ha intitolata il “Cristo rivelato”, nel senso che, rifacendolo, l’aveva velato per la seconda volta, ma anche l’aveva reso accessibile, svelato, ai non vedenti che avrebbero potuto toccarlo a loro piacimento.
Felice Tagliaferri abita a Tavernelle, poco fuori Bologna, è uno scultore attivo da una ventina di anni che dal 2006 ha un suo atelier ne “La chiesa dell’arte”, una piccola chiesa restaurata grazie a una fondazione bancaria locale, che raccoglie le sue opere. “Lo scultore fa ciò che vede, lo scultore cieco vede ciò che sente” afferma Felice e in effetti è proprio così, le sue statue non sono solo da vedere ma anche da toccare e con il tatto ti accorgi del significato. Felice mi prende le mani e le porta su una palla di marmo bianco con un buco in mezzo. Poi me la fa per- correre con i polpastrelli fuori e dentro e mi dice: “Vedi fuori come è liscia ma dentro nel buco, profondo e difficile da raggiungere, diventa ruvida e tormentata” ed è un modo per farmi capire che quella palla rotta è l’uomo che fuori dà una certa immagine, mentre al suo interno ne ha un’altra, ben diversa.

Hai mai toccato l’onda del mare?
“Le mie statue poi permettono di toccare cose che nessuno ha mai toccato” mi dice in modo enigmatico, poi mi fa tastare l’onda del mare, i capelli mossi dal vento, l’ombra dell’uomo e l’immagine nello specchio: in effetti tutte situazioni non afferrabili, se non grazie alle statue di Felice. Una grossa testa di Cristo bendato attira la mia attenzione: “Mi è venuto in un momento di ironia – spiega sorridendo – solo io cieco? No, anche lui”.
Questa testa sarà esposta prossimamente all’ingresso dei Musei Vaticani, cosa che farà del suo autore l’unico artista vivente presente nelle collezioni.
Inaspettatamente Felice dice di non sentire un rapporto stretto tra la sua arte e il suo essere non vedente, nel senso che si sente prima artista e la sua disabilità viene dopo. “L’arte si fa perché fa star bene, fai l’arte perché ti piace e questo ti basta. Se poi il tuo prodotto è anche gradevole e ha un riscontro commerciale allora meglio ancora, ma l’arte c’entra soprattutto con il benessere della persona”.

L’albero indiano che include
E allora dov’è il tocco dato dalla situazione di essere una persona con disabilità? Sicuramente nella prospettiva del lavoro di Felice, il suo impegno continuo di toccare gli altri attraverso la sua arte e sostenere chi ha incontrato le sue stesse
difficoltà. L’esempio più eclatante del suo impegno, ma è solo un esempio, è il suo coinvolgimento in un progetto della CBM (Christian Blind Mission), la più grande organizzazione non governativa che fa prevenzione e cura delle malattie degli occhi nei paesi poveri del sud del mondo.
“Mi hanno chiesto di andare in India, mi hanno chiesto di portare questa esperienza di vita a dei bambini che avevano bisogno di tutto. Un corso di formazione anche agli educatori che provenivano da varie parti del paese”. È andato in un remoto stato dell’India nord orientale ai confini con il Bangladesh e ha insegnato a dei bambini con vario tipo di difficoltà e a degli operatori come si fa a lavorare la creta. In 15 giorni di laboratorio alla Betany school di Shillong hanno a poco poco costruito un albero di creta fatto da mille mani diverse. Tutta questa esperienza è stata documentata grazie a un bel documentario girato da Silvio Soldini che è partito assieme a Felice che è anche voce narrante del film (www.youtube.com/watch?v=cpvM3fYhHwA).
Il suo ultimo progetto è invece dedicato alla Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità; lo ha concretizzato in un’opera dove una grossa risma di fogli di carta – la Convenzione appunto – è tenuta in posizione verticale da due mani: “Nello spazio bianco voglio la firma scolpita delle persone che hanno delle grosse responsabilità civili; un modo per dire questa è la Convenzione, è una cosa pesante, come questa opera di marmo, vuoi impegnarti per farla rispettare?”. I primi che vuole incontrare saranno Sergio Mattarella, Riccardo Segni (rabbino capo della Comunità ebraica di Roma) e Papa Francesco e ci riuscirà di sicuro.

Il lavoro che debilita l’uomo

di Stefano Toschi

Ultimamente le notizie di maltrattamenti a persone disabili o anziane che avvengono nelle case di cura o centri diurni sono diventate quasi all’ordine del giorno. Il lavoro di cura, d’altra parte, non è e non è mai stato un lavoro come un altro. Lavorare con e per le persone fragili ha tante e tali implicazioni umane, relazionali, personali che non trova paragoni con nessun’altra professione. Non a caso, si colloca fra gli impieghi con il più alto rischio di burn out e di pressoché inevitabili ripercussioni sulla psiche e la sfera personale del lavoratore. Confrontandomi sull’argomento con alcuni amici che lavorano in strutture residenziali e analizzando i recenti fatti di cronaca, ho cercato una spiegazione al crescente fenomeno dei maltrattamenti, pur essendo difficile trovarne una univoca. Ritengo che parte della responsabilità possa essere attribuita alla crisi valoriale della nostra società, causa e contemporaneamente conseguenza della imponente crisi economica che stiamo attraversando. Laddove la logica produttivista ha avuto la meglio, il lavoro è stato mercificato ed è stato mercificato anche il lavoratore, nel suo tempo dedicato alla professione, ma anche nel suo tempo libero, il lavoro di cura è diventato sempre di più una non-scelta. Oggi, lavoratori domestici, badanti, colf, assistenti alla persona ci si improvvisa, magari avendo alle spalle qualche corso teorico pratico, finanche qualche titolo, ma certamente non una reale vocazione all’impegno sociale e per il prossimo. Tanti disoccupati senza alcun interesse o capacità relazionale adatta a questo tipo di lavoro si sono riciclati perché si tratta di un servizio in cui la richiesta resta sempre alta. Sicuramente, almeno in parte, questa situazione è da imputare alla crisi economica, che ha richiamato in questo ambito professionale l’interesse (di puro sostentamento materiale) di tante persone che non avrebbero mai pensato, altrimenti, di potersi e volersi mettere al servizio delle persone con deficit. In un circolo vizioso di insoddisfazione lavorativa, personale e socio-economica, la situazione va a discapito prima di tutto degli assistiti. Il lavoro di cura, inoltre, ha un impatto economico spesso insostenibile sulle famiglie. Una badante convivente costa circa 1200, 1300 euro al mese (più contributi) a una famiglia, cui si aggiungono il valore del vitto e dell’alloggio. Le rette delle case di cura e di riposo, per lo meno a Bologna, arrivano ai 3500, 4000 euro al mese. Per l’assunzione di una collaboratrice familiare, peraltro, non è prevista alcuna compartecipazione alla spesa da parte dei servizi di welfare pubblici o del Servizio Sanitario Nazionale: si possono detrarre solo i contributi Inps, pratica che mira a disincentivare il lavoro nero, ma non incide significativamente sull’esborso di cui l’assistito deve farsi carico. Questo fa sì che le famiglie tentino di trovare strade alternative, a discapito, fra le altre cose, della professionalità delle persone a cui ci si rivolge. I corsi da OSS costano molto, poiché sottostanno a rigidi regolamenti; Infermieristica è diventata una vera e propria laurea: la richiesta economica di questi professionisti, naturalmente, è aumentata proporzionalmente al riconoscimento sociale che ne è conseguito e all’aumentare delle spese che lo specializzando ha dovuto sostenere per conseguire il titolo. Sempre di più, dunque, le famiglie hanno cercato di applicare l’arte dell’arrangiarsi, cercando strade alternative e affidandosi (e affidando i propri cari) a dubbi personaggi senza titoli e requisiti idonei.
Come afferma nel suo articolo Roberto Bortone pubblicato su “Agora Vox” del 19 marzo 2016, i casi di maltrattamenti accadono in una casa di riposo, spesso di provincia, in cui gli anziani vengono maltrattati, picchiati, umiliati. Anziani fragili e malati che non hanno più gli strumenti per difendersi, per cui i figli si sentono sollevati dai doveri dell’accudimento, ritenendo di avere già fatto abbastanza per loro sistemandoli nella struttura e, magari, andando ogni tanto a trovarli. In genere si trovano sempre sul web video che testimoniano quanto accaduto, girati dalle telecamere nascoste della Polizia che indaga a seguito delle segnalazioni. A volte le immagini diffuse sul web si confondono nella nostra mente, perché i casi ormai sono tanti, troppi. Ma a rileggerli tutti assieme il quadro che se ne trae è fosco, terribile. E pone delle domande. Nelle cronache locali e nazionali gli esempi si sprecano. 2013 a Terni: anziani maltrattati, picchiati e torturati in casa di riposo. Poi Nepi, in provincia di Viterbo. Ci sono i casi di un anziano caduto dalle scale con la carrozzina e di una dentiera scambiata per mesi a Mantova. Nel 2014 in Molise sono stati arrestati un medico e alcuni infermieri per maltrattamenti.
Un altro caso eclatante a Prato, dove oltre alle violenze avvenivano furti ai danni degli anziani ricoverati.
Nel 2015 a Palermo sono state chiuse due case di riposo dove gli anziani venivano legati alle sedie e picchiati. È successo ancora a Nuoro, Genova, Anzio e poi a Salerno. Si scrive, ogni volta, un copione già visto, fatto di qualche perplessità dei parenti, una soffiata, una denuncia, lunghe indagini, telecamere nascoste a documentare le brutalità e poi gli arresti. Fino ad arrivare agli episodi eclatanti di questo inizio d’anno: a quello di Roma, dove è stata scoperta una casa di cura lager in cui gli anziani venivano regolarmente picchiati e costretti a prendere medicinali scaduti. Oppure alle immagini choc di Vercelli, che documentano le violenze su anziani e disabili terminate con 18 arresti e la chiusura della struttura. Da ultimo, i due episodi che hanno sconvolto la provincia di Parma: gli anziani venivano sedati e costretti a rimanere immobili a letto. In un’altra struttura, erano addirittura costretti a mangiare sul pavimento e insultati dagli infermieri. Solo negli ultimi due anni sono decine i casi scoperti. Per non parlare di un altro triste caso (tra i tanti) di cronaca che ha per protagonista, questa volta, un’infermiera operante in un ospedale pubblico, condannata per avere effettuato iniezioni di potassio come personale forma di eutanasia su alcuni anziani pazienti. Ormai la diffusione di una mentalità che monetizza qualsiasi cosa, anche il valore delle persone, induce a considerare anziani e disabili fardelli di cui sbarazzarsi il prima possibile, accompagnando, quando non facilitando, la loro dipartita.
In tutti i servizi giornalistici televisivi in cui si parla di casi di maltrattamenti viene usata la parola lager per indicare la struttura residenziale nella quale avvengono. Mi sono interrogato sul senso di questo paragone, al di là dello slogan giornalistico e, confrontandomi con alcuni amici, mi sono sentito rispondere che il termine mira a paragonare la condizione degli operatori a quella delle SS che lavoravano nei campi di concentramento e di sterminio, in quanto entrambi rappresentano l’ultimo anello della catena, gli esecutori di ordini che vengono dall’alto. A me questo paragone non convince, prima di tutto perché vige per ciascuno di noi il principio di autodeterminazione per cui la responsabilità delle proprie azioni deve essere considerata sempre personale. Non a caso, la difesa di Adolf Eichmann (uno dei principali responsabili operativi dello sterminio degli ebrei) al processo per genocidio e crimini contro l’umanità subito nel 1961 in Israele e reso noto ai più dal-
la filosofa Hannah Arendt, ovvero “eseguivo degli ordini”, è diventata tristemente nota come “l’incarnazione dell’assoluta banalità del male”. Anche se può essere vero che gli operatori sono soggetti a turni di lavoro molto duri e faticosi con una paga sicuramente inadeguata, e che sono abbandonati a se stessi, non avendo quasi nessun supporto psicologico, tuttavia essi non ricevono certamente l’ordine di torturare e di uccidere, ma di prendersi cura dei propri assistiti, non fosse altro perché sono proprio questi ultimi la fonte di guadagno della casa di cura in questione. Quindi secondo me il paragone tra le case di cura dove avvengono i maltrattamenti e i lager è più da ricercare nella spersonalizzazione degli ospiti che in un caso come nell’altro li riduce a puri e semplici numeri su cui si può infierire. Sicuramente è vero che il sistema di assistenza ai malati, agli anziani e ai disabili, così come è concepito dal nostro welfare, può dirsi esso stesso malato, ma ciò non toglie la responsabilità individuale del singolo operatore che, come qualsiasi altro lavoratore, è chiamato a svolgere al meglio i propri compiti. Pensando alla mia vita, posso dire che, da quando è morto mio padre, ho sempre avuto bisogno di qualche operatore, dapprima soltanto qualche ora, poi dalla morte di mia madre, per tutta la giornata e per la notte.
Devo affermare che non ho mai avuto problemi di maltrattamenti fisici o psicologici, anche perché, vivendo a casa mia, con mia sorella che abita al piano di sopra con la sua famiglia, con molti amici che mi vengono a trovare quotidianamente, non sono mai stato abbandonato a me stesso. Tuttavia, non è stato sempre facile gestire i rapporti professionali con queste persone, soprattutto perché essi erano inevitabilmente intersecati con un rapporto umano e personale che si sovrapponeva al rapporto di lavoro.
Quando, poi, si aggiunge la convivenza, che è difficile persino per gli amici o per le coppie, il rapporto professionale diviene talvolta quasi marginale in confronto all’aspetto relazionale. L’unico episodio davvero spiacevole si è verificato quando ho dovuto comunicare a un mio assistente che, per organizzarmi durante la malattia e il conseguente decesso di mia madre, avrei dovuto fare a meno del suo lavoro, perché mi offriva una disponibilità oraria limitata, mentre io, a quel punto, avevo bisogno di una presenza ben più costante. Lui si è sentito tradito ed è arrivato a insultarmi e a minacciare me e mia madre, sul letto di morte, gettandoci in uno stato di tale prostrazione psicologica da impormi di dirgli di non venire più da un giorno all’altro, rinunciando al preavviso di legge. Questo dopo anni di collaborazione e dopo avere condiviso con lui una parte per me assai significativa della mia esistenza, coltivando un rapporto di vera amicizia anche con le rispettive famiglie, arrivando a farmi capire come, invece, per lui io fossi stato solo lavoro e una fonte di sostentamento materiale.
A parte il mio caso, il problema dei maltrattamenti nelle strutture pubbliche è sempre più grave e diffuso sia in Italia, sia all’estero. Come arginare questa deriva? O, per lo meno, il fenomeno dei maltrattamenti? Non ho ricette miracolose. Penso che aumentare i controlli con le telecamere non sia una soluzione, per lo meno non sufficiente, anche se aiuta a scoprire i casi e a punire i colpevoli, perché è comunque una soluzione a valle che può combattere i sintomi ma non le cause del problema. La questione andrebbe affrontata a monte, quanto meno al momento della selezione del personale, valutandone la consapevolezza che non si tratta di svolgere un lavoro come gli altri, ma una attività di grande responsabilità, in cui c’è bisogno di qualcosa di più di due braccia e due gambe robuste. Si potrebbe parlare, piuttosto, di animo e coscienza robuste, ma sono parole fuori moda, che, tuttavia, almeno in questo lavoro dovrebbero avere ancora un senso, se comprese nel loro giusto significato.