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Autore: Nicola Rabbi

Intervallo n.2. La funambola. Impressioni appese a un filo dallo spettacolo Casa dolce casa di Marcello Chiarenza

 di Tiziana Ronchetti

Bologna, 26 gennaio 2013, Arena del Sole
Ho deciso
oggi faccio la funambola,
ché al circo ieri sera mancava.
Me ne sto in bilico, sul filo.
Faccio le capriole, sul filo.
Con una mano sola.
Con un piede solo.
Mi ci sdraio sopra.
Come se potessi.
Cammino sulle mie acrobazie.
A braccia aperte.
Concludo tutto con un bel salto finale.
Mi impegnerò a tal punto da lasciarmi andare.
Così da avere la sensazione.
Così da avere l’emozione.
Volare.

3. Oltre la scatola. Il terzo spazio e le nuove forme del partecipare

3.1 Portanti, divisorie, scorrevoli… A che cosa servono le pareti?
Dal teatro en plein air all’edificio così come lo conosciamo. Diciamocelo, se pensiamo allo spazio teatrale italiano la prima immagine che ci viene in mente non è il theatron ma è un palco con un bel sipario di velluto rosso. Sarà forse un caso? Non proprio. Non potendo mai prescindere dal rappresentare la società in cui abita, il teatro ha infatti nel corso del tempo cambiato molte volte forma e funzione, il che, come ha sottolineato lo studioso Fabrizio Cruciani, è stato un percorso graduale e controverso.

“Il passaggio dal ‘luogo’ al ‘teatro’ è il punto di arrivo di tensioni complesse e non univoche che danno esito, in Europa, alla sala barocca o all’italiana, sia nella definizione della scenografia che della sala e del palcoscenico; e da cui nascono i ‘mestieri’ dell’architetto teatrale e dello scenografo. Questa realtà delimitata è stata ipostatizzata e resta, nella cultura, lo spazio del teatro, nonostante le inquietudini e le fratture del teatro del Novecento”

Il nostro palco con sipario rosso insomma e i suoi dorati decori di stucco.
Un dato di realtà, quello che riassume Cruciani, che tuttavia non è stato del tutto impermeabile alle rivoluzioni del XX secolo.
Ad essere per lo più messi in crisi infatti non furono tanto gli elementi strutturali del teatro in sé e per sé ma tutti quegli elementi di convenzione che per anni hanno condizionato, ostacolato o limitato la visione del pubblico, sottolineandone una presa di distanza da quanto accadeva sulla scena. Tra questi la più nota è la cosiddetta quarta parte, quella parete immaginaria che nel teatro all’italiana del tardo Seicento cominciò a frapporsi costantemente tra l’attore e lo spettatore, figurine ora di una scatola ideale, in cui lo spazio della scena, delimitato dal palcoscenico, restava poggiato sulle tre pareti principali del fondale e delle quinte laterali.
Una divisione costretta dunque, che, benché immaginaria, si è fatta rappresentazione di una scissione tra le responsabilità di chi guarda e quelle di chi agisce sulla scena che non è sfuggita ai grandi registi delle Avanguardie e del dopoguerra.
Dagli anni Cinquanta in poi Brecht, Strehler, il Living Theatre, Grotowski e i loro successori si impegnarono con forza per abbattere la quarta parete, utilizzando gli strumenti della scena quali occasioni per modificare in termini fisici, percettivi e relazionali l’atto della visione, coinvolgendo lo spettatore nell’opera stessa, arrivando persino a toccarlo ma più in generale richiamandolo al suo ruolo di testimone, capace, proprio come nel teatro greco, di trovare nell’arte il momento privilegiato per partecipare emotivamente e politicamente della propria epoca.
Un Nuovo Teatro fu ciò che ne derivò, la cui nascita viene ufficialmente sancita dal Convegno di Ivrea nel 1967, spostando ulteriormente l’attenzione sulla dimensione politica e al contempo rituale dell’atto teatrale, per poi sovvertire ulteriormente gli schemi negli anni Ottanta e Novanta con i Teatri Novanta e il Postmoderno che hanno messo al centro l’atto performativo dell’attore, in un dialogo fortemente corporeo con lo spettatore e l’utilizzo delle nuove tecnologie quali partiture drammaturgiche di spettacoli che non necessariamente debbono avvalersi di un testo scritto per definirsi tali.
Tutti questi cambiamenti hanno ovviamente trovato risposta nel pubblico, che si è modificato parallelamente agli spazi, alle forme e alle funzioni che il teatro ha portato nella Storia con sé.
Da arte popolare per eccellenza a manifestazione statale della cultura aristocratica e borghese, il pubblico del teatro italiano aveva di fatto finito per cercare in quel luogo la conferma di uno status quo, più che una messa in crisi di sé. L’atto stesso di andare a teatro ha cominciato a diventare un lusso per pochi, portando in auge la diffusione di certi generi piuttosto che altri, primo tra tutti l’opera lirica. Ciò non toglie per fortuna che il teatro non abbia mai perso la sua natura rivoluzionaria. I registi, gli attori e i drammaturghi (compresi quelli dell’opera) non si sono mai risparmiati dall’indagare le proprie epoche, denunciandone con i mezzi a loro disposizione ambiguità, ingiustizie e mancanze, spesso riprese con forza anche dagli autori del Novecento e del Nuovo Teatro che di tutto questo hanno reso protagonista a pari merito il pubblico, la cui conformazione ha perciò cominciato a rifarsi più variegata. Il teatro sociale, così come le attuali riflessioni e aperture sui temi dell’accessibilità e della specificità dei pubblici, sono quindi eredi diretti delle esperienze del Nuovo Teatro che nel theatron e nell’esperienza rituale hanno ripescato i loro fondamenti teorici principali.
Se parliamo di disabilità tuttavia, parlare genericamente di ritorno alle origini non basta: la cultura che di volta in volta ne ha accompagnato e condizionato l’immagine, e di riflesso la partecipazione delle persone che la vivono all’interno della società, ne ha segnato prepotentemente nel tempo la presenza o meno in determinati contesti, con uno scarto decisamente maggiore rispetto ad altri tipi di pubblico. Le rappresentazioni che la Storia ci ha lasciato della disabilità sono infatti complesse e contraddittorie e lo stesso teatro non ha mancato di restituircele. Lo ha fatto con le opere che ha portato sulla scena, alle volte in termini tragici, facendo coincidere l’handicap con le colpe dei protagonisti, altre in termini comici, dalle battute alle acrobazie dei giullari; lo ha fatto persino in termini magici e morali, riservando così al personaggio con disabilità il potere di interpretare il destino e i comportamenti umani.
La disabilità sul palco dunque c’è sempre stata ma per lungo tempo è apparsa come portatrice di un’eccezionalità. L’arrivo del Nuovo Teatro invece ha sancito una presa di posizione diversa, soprattutto dalla fine degli anni Settanta in poi. L’attore disabile è ora il protagonista, sia fruitore di percorsi rivolti all’espressività e al benessere personale o artista tout court, egli è ora creatore dotato di un’autorialità sua propria, un passaggio fondamentale che dalla scena ha finito per contagiare anche il pubblico.
Aumentando le autonomie politiche di pari passo con il cambiamento nella percezione collettiva della parola “diversità”, anche i luoghi della cultura hanno cominciato a popolarsi di nuove presenze e così anche la dicotomia palco-platea ha finito per assottigliarsi.
Ciononostante il desiderio sincero di molte strutture di aprire oggi i propri spazi all’entrata di un pubblico con difficoltà motorie e/o cognitive si trova spesso ancora a fare i conti con le architetture del teatro all’italiana, che come ci faceva notare Cruciani, connota ancora la maggior parte degli spazi scenici del nostro paese, il che, soprattutto nei piccoli centri, rende l’accesso allo spettacolo piuttosto complicato. A mettersi in mezzo ci sono infatti difficoltà legate all’accessibilità e alla fruizione, a causa per esempio di gradinate sprovviste di rampa all’entrata o alla struttura ad alveare dell’edificio, sviluppata su platea, palchi e palchetti secondo un principio di separazione gerarchico che non rende unanime la visione. Reali problemi di sicurezza poi, fungono da barriere altrettanto imponenti, a causa di pendenze, spazi di passaggio ridotti e bagni non a norma.
Questa carenza tuttavia, benché storicamente legittimata, non è irrimediabile e potrebbe condurre a un ripensamento degli spazi che, pur restando in un’ottica di ristrutturazione conservativa e condivisa, sarebbero capaci di rispondere alla domanda degli spettatori su scala nazionale e non solo locale.
Paesi come Danimarca, Svezia, Inghilterra, Germania e Francia hanno da tempo inserito la relazione con il pubblico come parte integrante della propria quotidianità progettuale e anche lo spettatore con disabilità vi trova un ruolo specifico. Rispetto all’Italia, complessivamente ai primi esperimenti in tal direzione, c’è da chiedersi quanto i teatri siano effettivamente non solo accessibili per, ma realmente frequentati da persone con disabilità.
C’è chi non vede il problema, dichiarandosi abituato a condividere lo spettacolo con pubblici di tutti i tipi, c’è chi sottolinea un’assenza e infine chi pone il problema della modalità con cui viene scelto e poi fruito uno spettacolo dalla persona a seconda del tipo di disabilità, sensoriale, motoria e/o cognitiva che questa porterà.
Gli ultimi dati dell’Istat sottolineano nel quadro di statistica ufficiale La disabilità in Italia, che fino ai 24 anni la percentuale di persone disabili che ad oggi si sono recate a teatro è praticamente la stessa di quella del resto della popolazione normodotata. Dai 25 anni in su invece il divario aumenta sensibilmente, e in particolare si sottolinea come nella fascia 25-44, solo l’11,3% delle persone con elevata disabilità vada abitualmente a teatro, contro il 21% della popolazione non disabile con caratteristiche simili.
È la metà.
Un dato interessante, quello dell’Istat, che svela non solo le inclinazioni delle persone con disabilità ma come le loro autonomie e le possibilità di scelta cambino spesso in relazione ai contesti di accompagnamento che le circondano di pari passo con l’età.
Fino ai 24 anni infatti la maggior parte dei ragazzi che frequenta il contesto scolastico, compresa l’Università, si muove tendenzialmente con il supporto della sfera educativa e familiare.
Successivamente, in particolar modo se la persona possiede un deficit cognitivo, diventa sempre più difficile trovare occasioni non mediate per muoversi in una prospettiva di adultità, soprattutto quando non si tratta di inserimento lavorativo, percepito dalla collettività come legittimo, ma di svago, piacere, cultura e tempo libero. In quest’ambito, anche qualora la persona dimostri un interesse specifico verso qualcosa, a meno che la famiglia non si attivi per lei, la grande domanda sottesa resta infatti: con chi posso andare? O ancora, se la persona dimostra una sensibilità spiccata verso un ambito artistico ma non è in grado di reperire informazioni e scegliere da sola, chi la indirizza?
A provare a rispondere a queste domande ci sono le cosiddette uscite del tempo libero, in cui gli accompagnatori, prevalentemente volontari, propongono all’utente una rosa di possibilità, dalla pizza, al cinema, al bowling, dove al teatro viene dedicato spesso uno spazio marginale e purtroppo non sempre di qualità, privilegiando i nomi del piccolo schermo o sale parrocchiali che hanno il pregio dell’accessibilità ma che si rivolgono più specificatamente a bambini e ragazzi.
Portanti, divisorie, scorrevoli… Sembra che, ovunque ci si giri, le pareti da sfondare non siano mai finite.
I teatranti lo sanno bene e sarà forse per questo che “la quinta parete” è un titolo che è stato scelto da molti per declinare sotto varie sfumature progetti, convegni, messe in scena, qualcuno nella cerchia dei critici ci ha anche scherzato su, proprio a indicarne l’improvviso proliferare.
Coincidenze a parte è certo che l’esigenza di ampliare i consueti spazi dello spettacolo a nuovi pubblici e a nuovi modi di fruirne la proposta artistica risponde a una mancanza comunitaria sentita da tutti, complice il bombardamento e la schiavitù dei social, della politica detta e non agita, della distanza crescente nelle relazioni tra i singoli, della schizofrenia reale-virtuale.
Disabilità e teatro viaggiano però su un terreno diverso e con molte similitudini, come il fatto che quando li incontri non puoi fare a meno di confrontarti con la dimensione presente di un’esperienza condivisa.
Sulla base di tutti questi presupposti in parte ancora irrisolti, il laboratorio “La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta” ha provato a inserirsi nei processi in atto mettendo alla prova nel gioco partecipato della visione le attuali definizioni, target e complicanze senza allarmismi ma poco buonismo, lasciandoci andare al divertimento e ai suoi rovesciamenti.
Che ci sia forse un terzo spazio al di là delle pareti

3.2 Quel vuoto in mezzo a noi
Quando individui che provengono da gruppi di appartenenza diversa (etnica, religiosa, sociale…) provano a mettersi in dialogo all’interno di un contesto culturale rappresentativo del patrimonio storico-artistico di uno dei due, si cerca oggi di condurre i propri ospiti in percorsi che mirano a un’inclusione il più possibile partecipata, serena e accogliente.
Musei, teatri, biblioteche e qualunque altra istituzione culturale apra le porte del proprio spazio, lo fa infatti ormai quasi sempre con attività e visite guidate pensate per consegnare all’altro una narrazione di sé completamente comprensibile e fruibile, previa un’analisi delle competenze, delle credenze e dei codici degli interlocutori profonda e meditata.
Simona Bodo, ricercatrice e consulente in problematiche di diversità culturale e inclusione sociale nei musei, ha tuttavia sottolineato come questo meccanismo, benché nasca in buona fede, evidenzi in realtà una disparità di opportunità nel dialogo fra i soggetti. Chi accoglie tende infatti a rivolgersi all’altro con strumenti e identità sue proprie che spesso ci portano a far coincidere le strategie messe in atto a favore dell’integrazione con quelle dell’educazione.
Un’analisi pungente che rimette in discussione le dichiarazioni d’intenti di chi fa e trasmette cultura.
La ricercatrice, che prende in analisi in particolare il dialogo interculturale, osserva prendendo a prestito le parole di Richard Sandell, come le istituzioni culturali “siano inequivocabilmente coinvolte nelle dinamiche della (dis)uguaglianza e nei rapporti di potere tra gruppi diversi grazie al ruolo che essi giocano nella costruzione e nella diffusione di narrative sociali dominanti. Le istituzioni culturali non sono affatto neutre. Quello che decidono di rappresentare diventa fatto: si rafforzano stereotipo, si segmentano pubblici etc. Quindi la responsabilità è enorme. Promuovono certi valori a scapito di altri e quindi fanno trend. Essi hanno una precisa responsabilità di misurarsi con questioni di diversità e uguaglianza”
Il modo con cui ci approcciamo alla diversità dunque, ne condiziona la rappresentazione, il che, quando si parla di strutture custodi di patrimoni condivisi, può finire per spostare tendenze in una direzione piuttosto che in un’altra, contribuendo a ridisegnare o a cristallizzare la cultura con ricadute tangibili sulle scelte politiche, la vita sociale e il diritto.
Come fare allora a istituire un dialogo paritario tra i soggetti che compongono la nostra “multi-società”?
La risposta, secondo Simona Bodo, risiede nel terzo spazio, quello spazio vuoto cioè che intercorre tra due individui che si incontrano, uno spazio che non è ancora stato attraversato e che per questo può essere immaginato e ricreato insieme da zero. Saranno allora “spazi terzi” tutti quegli spazi in cui “gli individui siano in grado di oltrepassare i confini di appartenenza e diventare creatori della propria identità, invece di vedersela automaticamente attribuire in base a criteri univoci. […] Spazi in cui, riprendendo la definizione Unesco di patrimonio del 2003, i musei sono chiamati a riconoscere e accettare che il patrimonio possa essere costantemente ricreato da comunità e gruppi (inclusi quelli tradizionalmente emarginati dai circuiti consolidati della cultura) e non esclusivamente da una ristretta comunità professionale”
Quel vuoto in mezzo a noi, quello spazio che sta tra due individui che si incontrano è quindi la chiave per cominciare a ricreare e ad agire insieme la cultura. Un approccio che vale per i musei ma che vale anche per il teatro, quando per esempio propone a migranti, persone con disabilità o terza età, laboratori dagli esiti spettacolari obbligati che spesso rivelano autori e attori straordinari ma che tendono a circoscrivere la nascita di nuove e importanti relazioni all’urgenza del momento.
Un pensiero su cui i registi e gli attori del Teatro ITC di San Lazzaro si stanno interrogando da tempo, come ci ha raccontato l’attrice Micaela Casalboni nella conversazione che trovate più avanti nella monografia.
E da parte del pubblico? Cambia qualcosa? Per noi del Progetto Calamaio no, o almeno questa è la conclusione a cui siamo arrivati a seguito del nostro laboratorio di educazione alla visione. L’entrata a teatro e la successiva rielaborazione degli spettacoli da parte degli educatori e degli animatori con disabilità del gruppo ha infatti permesso di ripensare le visioni in chiave interpretativa a livello personale ma anche di farci conduttori nella formazione di critici e artisti sul tema dell’accessibilità, nelle sue tre componenti principali: ingresso, accoglienza, fruizione.
Fare per e fare con, una differenza che da trent’anni è il marchio di fabbrica del Progetto Calamaio e che ora, finalmente, comincia a trovare spazi istituzionali di confronto.
Un presupposto semplice ma a suo modo rivoluzionario, una spinta per contribuire a ricomporre lo scarto tra la comunità, non più incalzata a consumare passivamente prodotti culturali e gli spazi stessi, concepiti non più per essere visitati ma come luoghi di relazione, protagonisti di incontri e processi in continua evoluzione

3.3 Accessibilità. Pubblicità o progresso?
“L’accessibilità ormai è diventata una moda, quasi tutti i contesti, dalle palestre, agli spazi culturali, ai bar, agli alberghi, la usano per farsi pubblicità”.
Un’affermazione senza peli sulla lingua, come è nello stile di chi l’ha pronunciata. Sono parole, qualcuno di voi forse le avrà riconosciute, del giornalista con disabilità Claudio Imprudente, uno dei fondatori del Centro Documentazione Handicap di Bologna e del Progetto Calamaio, che settimanalmente affianco nella stesura dei suoi articoli.
Da un certo punto di vista, ho pensato, difficile caro Claudio darti torto… L’accessibilità è un valore aggiunto e apre senza dubbio l’ingresso a nuovi pubblici potenziali, confrontarsi con la disabilità è politicamente corretto e si potrebbe addirittura arrivare a trarre la conclusione che chi la mette in atto è qualcuno che “si comporta bene”. Adeguamento ai nuovi target ma nobili intenti. Un’ottima combinazione, certamente, per le strutture ospitanti che sembrerebbe mettere tutti d’accordo.
L’affermazione di Claudio tuttavia insinua un dubbio non tanto sugli intenti ufficiali ma su quanto tali strutture abbiano conoscenza e consapevolezza reali di quelle che sono le esigenze e i bisogni della persona con disabilità, che non sempre si limitano a un’entrata agevole, a un sorriso o a biglietti ridotti al cinema e a teatro.
Allo stesso modo si potrebbe rispondere che se la moda esiste è perché c’è stata negli ultimi anni una richiesta, che le persone con disabilità, soprattutto quelle giovani, come i dati Istat ci hanno dimostrato, fruiscono più di prima degli spazi cittadini e dei luoghi deputati al divertimento e allo svago, il che, va detto, è un grande progresso.
E poi, si sa, non esisterà mai uno spazio accessibile per tutti, parlare di disabilità è in fondo parlare di umanità, tante e sottili sono le diversità all’interno della stessa, e ciò che potrà andare bene per qualcuno sicuramente non lo sarà per qualcun altro. La differenza, per tornare al discorso di Simona Bodo, si misura a nostro parere nei luoghi della cultura soprattutto sul piano della restituzione, sul come cioè in termini di comunicazione, pratiche e approcci l’immagine della disabilità verrà poi esternalizzata.
Un aspetto che tocca nel profondo la questione formativa riguarda poi, per dirla con Silvia Mascheroni: “il salto di ruolo compiuto dai protagonisti dei progetti: da testimoni della loro comunità e dunque destinatari del progetto, a interpreti dei bisogni e delle istanze dei loro pari, con la consapevolezza e la responsabilità di poter diventare i risolutori di quel disagio, di quelle difficoltà vissute nell’esperienza dell’incontro con il patrimonio, poiché con la professionalità acquisita si promuove una comunicazione non più incompleta e incomprensibile all’interno degli spazi. La mediazione è forte di conoscenze esperte, ma attenta alla storia di ognuno, si arricchisce di altri percorsi e di altre narrazioni, costruendo una mappa sensibile condivisa, sollecitando uno sguardo critico e attivo”
Con quest’approccio il Progetto Calamaio ha fatto il suo ingresso a teatro, ricavandone l’occasione per creare un terzo spazio.

2. Prologo. Attore e spettatore. Un incontro en plein air

Non è indifferente, è addirittura essenziale che lo spettatore sia un uomo fatto di carne, la cui sensibilità, più fisica che cerebrale, possa accogliere in ogni momento del dramma il mistero e l’interrogativo diffuso che nascono dal vento e dalle stelle
Proverò ora a cominciare da ciò che accadde prima, come ogni prologo che si rispetti. Tutto quello che gli educatori e gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio di Accaparlante di Bologna hanno realizzato intorno al fare e all’osservare il teatro ha preso infatti vita dalla tensione verso un luogo, un luogo ambito, sognato, immaginato e infine ripensato collettivamente da zero.
Uno spazio vuoto insomma, quello del nostro teatro esteriore e interiore, in cui entrare e sperimentare alla luce del sole, senza prestare attenzione ai limiti e alle difficoltà di ognuno di noi, ma piuttosto un teatro en plein air, per usare più precisamente le parole del linguista e semiologo Roland Barthes, che negli anni Cinquanta si innamorò dello spettacolo, delle sue origini e soprattutto della visione “epica” che ne ebbe il regista tedesco Bertolt Brecht.
Il teatro en plein air per eccellenza che ci propone Barthes, cui anche noi abbiamo idealmente attinto, è il teatro della tragedia antica, il theatron, il luogo dello sguardo che nella Grecia del V secolo a.C. raggiunse l’apice della fioritura divenendo rappresentante di una società che in quel luogo riconosceva l’occasione per rispecchiarsi e porsi domande fondamentali: chi siamo? Chi sono gli dei? Come si fa politica?
Quanto le passioni dell’inconscio e il rapporto con la tradizione condizionano il nostro modo di percepire le relazioni tra gli uomini, la giustizia, il sesso, i costumi e il potere?
Ciò che ci è sembrato subito interessante tuttavia è che le domande su cui il teatro greco si è interrogato, pur attingendo a piene mani dalla sfera del sacro, non sono mai stati quesiti puramente esistenziali. Peculiarità straordinaria di quel mondo fu infatti la capacità di esercitare i linguaggi della poesia e della filosofia attraverso la techné, l’artigianato cioè del fare artistico, una peculiarità che permise ai cittadini di allora di avvalersi naturalmente della cultura come di una modalità pratica e immediata per dialogare più consapevolmente sul presente.
Ad aggiungere a questo dialogo un’energia senza precedenti, ce ne siamo accorti sulla nostra pelle, fu l’elemento che tutt’oggi ne rende possibile l’esistenza: il corpo. Il teatro greco ci insegna che, così come non c’è intimità maggiore del guardarsi negli occhi, allo stesso modo non c’è teatro senza corpo, il corpo vivo dell’attore, colui che agisce, e il corpo vivo dello spettatore, colui che osserva, che di quell’intimità fisica di sguardo saranno chiamati a farsi protagonisti e custodi o per meglio dire “testimoni”.
Responsabile per eccellenza della testimonianza e punto di vista critico sulle conseguenze derivate dai fatti è il coro, in genere la voce del popolo, che all’unisono riflette sulle implicazioni morali e politiche dei singoli avvenimenti, conducendo così lo spettatore alla catarsi, la purificazione-liberazione cioè dalle passioni o dalle paure contingenti, resa possibile dal fatto di vederle rappresentate di fronte a sé, al centro della scena.
Il luogo dove questo scambio si esplicita ne amplifica decisamente la spinta e il senso, complice la circonferenza dello spazio-cerchio, un grande occhio simbolico dove tutti non solo possono democraticamente assistere allo stesso modo all’azione ma vedersi e percepirsi gli uni con gli altri come parti di un’unica comunità.
Sopra di noi nient’altro che il cielo, intorno a noi la natura così com’è. Quello del theatron dunque è un luogo aperto, scoperchiato, privo di limiti strutturali se non quelli funzionali all’entrata e all’uscita di pubblico e artisti. In quel luogo però ci si ferma, si compie la scelta di essere lì, insieme a qualcuno di uguale e diverso da noi, che in quel momento decide di compartecipare della nostra esperienza. Per capire meglio la profondità di questo meccanismo apparentemente labile, usiamo ancora le splendide parole di Barthes:
“La natura offre alla scena l’alibi di un altro mondo, la sottomette a un cosmo che la sfiora con i suoi riflessi imprevisti. L’immersione dello spettatore nella polifonia complessa del teatro en plein air (sole che si nasconde, vento che si alza, uccelli che volano via, rumori della città, fresche correnti) restituisce al dramma la singolarità miracolosa di un evento che ha luogo una sola volta. La potenza del teatro en plein air dipende dalla sua fragilità: lo spettacolo non è più un’abitudine o un’essenza, è vulnerabile come un corpo che vive hic et nunc, insostituibile, che può tuttavia morire in un istante. Da qui deriva il suo potere di lacerazione, ma anche il dono della sua freschezza, che purifica le scene dalla polvere, l’attore dal suo mestiere, i costumi dal loro artificio, e fa di tutto ciò l’insieme aleatorio di una bellezza che crediamo di non poter più vedere così ordinata”

Lo spettacolo quindi come organismo vivo, atto generativo, fragile e vulnerabile perché imprevedibile nello scambio dell’incontro tra attore e spettatore, in cui chiunque in qualsiasi momento può interrompere, modificare, condizionare, direbbero i critici più contemporanei, la temperatura dell’azione.
Attore e spettatore sono il centro di quest’esperienza viva, senza la loro compresenza il teatro non esisterebbe. Lo riassume con chiarezza l’antropologo Piergiorgio Giacché:
“Non è possibile a teatro sentirsi solo – come può avvenire o si può avvertire al cinema, anche quando si è in tanti. Il ‘pubblico’ a teatro è un NOI che non si riesce a eliminare nemmeno quando ciascun spettatore celebra e crede alla sua singolarità.
La sua sensazione e opinione è singolare, ma la sua partecipazione è corale anche quando come nella nostra epoca – non c’è più una collettività sociale sostanziosa e sostenuta dai singoli.
Il teatro – sia pure per anacronismo ma ancora di più per immanenza e fisicità – riproduce il corpo del pubblico e lo impone ad ogni singolo spettatore, che lui lo voglia o no; e questa sensazione di appartenenza fa parte della fruizione e la influenza ed a volte diventa determinante”

Accedere agli interrogativi del vento e delle stelle, sostituire la materia cerebrale con la corporeità, diventare noi. Il teatro è un cerchio che si può disegnare dappertutto. Cominciamo.

Intervallo n.1. Dentro la casetta di legno. Voci dallo spettacolo Goodnight Peeping Tom di Chiara Bersani

di Tatiana Vitali, Mario Fulgaro, Sandra Negri, Roberto Parmeggiani e Pinuccia Vitali (a cura di Lucia Cominoli)

Bologna, 3 novembre 2016, Teatro del Baraccano – Gender Bender Festival
Dentro la casetta di legno c’è una grande finestra e ci sono due esseri umani
Dentro la casetta di legno gli esseri umani si muovono
Ci sono molti specchi
E una rondine libera, che svolazza in giro
Ogni tanto il volatile va a sbattere contro la gabbia dei corpi
Alle volte è un gran vociare
Altre volte le labbra si sfiorano
Scsst! Fai silenzio!
Schiena contro schiena
Calamite umane
Ti assicuro
Me l’hanno detto loro
Ti assicuro
Sono uscite dalla finestra
Respirano
Ti dico che li ho visti
Stanno sempre insieme
Abitano in mezzo a noi
Mangiano,
bevono, ridono
Ti guardano di nascosto
Sembrano tutti felici
Si stringono la mano
Non sanno tenere un segreto

1. Chi è di scena?

ATTENZIONE ATTENZIONE

È vietato l’ingresso ai non addetti al lavoro
È vietato il lavoro ai non addetti all’ingresso
È ingrassato l’addetto ai non vietati al lavoro
È lavato il gessetto ai non addetti all’ingrosso
È addetto all’ingresso il non vietato al lavoro
È avvallato il lavoro all’ingresso del foro
È levato di dosso il divieto del tetto
È addossato il divieto ai non venati di rosso
È
arrossato il viadotto ai derivati del cloro
È venduto il cruscotto con paletti di gesso
È ingessato il bompresso ai maledetti del fosso
È mozzato il permesso ai garetti del toro
È maledetto il congresso dei cavilli del moro
È forato il moretto nei contratti del coro
È contrito il foretto ai lavori del messo
È
cessato il forzetto al divieto dell’oro
È venduto il merluzzo non senza decoro
È dettato il permesso ai verdetti del foro
È vietato l’ingresso agli addetti al lavoro.

(B. Munari, Verbale scritto)

Che cosa ci spinge ad andare a teatro? Come mai vedere uno spettacolo dal vivo è un’esperienza diversa da tutte le altre? Perché fa così bene a chi lo fa e a chi lo guarda? Ci possiamo entrare proprio tutti? E io che non sento e che non ci vedo bene, come faccio? Finito lo spettacolo che cosa mi resta? Gli attori e gli spettatori possono parlare tra di loro?
Tutte le volte che nel gruppo di educatori e animatori con disabilità del Progetto Calamaio della Cooperativa Accaparlante di Bologna si comincia qualcosa di nuovo le domande si scatenano a raffica, un passaggio essenziale per poi iniziare a discutere, imparare e progettare su ciò che ci sembra appassionante e importante.
In questo caso a smuoverci è stato il teatro, una delle arti più antiche, da qualcuno di noi già conosciuta e praticata, da qualcun altro invece quasi del tutto ignorata oppure percepita come noiosa, anzi, diciamocelo pure, noiosissima!
Lo spunto che ha acceso la scintilla è arrivato nel 2011 da uno spettacolo in scena all’allora Teatro Testoni di Casalecchio di Reno (BO), oggi Laura Betti, si trattava de La Repubblica dei bambini, uno spettacolo di Teatro Sotteraneo e Teatro delle Briciole, due compagnie che ammiro e che avevo avuto modo di conoscere come critica recensendone alcuni lavori per delle riviste di settore. A spingermi a portare tre componenti del gruppo allo spettacolo fu soprattutto in quel caso il tipo di partecipazione con cui gli artisti avevano previsto di coinvolgere i bambini, una partecipazione attiva che li avrebbe condotti a costruire sul palco una micronazione, a eleggere i propri rappresentanti e a svelare nelle loro risposte-azioni alcuni “comportamenti di massa”.
Inutile dire che lo scambio che ne derivò andò ben oltre alla riflessione pedagogica su cui inizialmente avevo fatto leva per convincere il Calamaio a provare questo nuovo tipo di esperienza. L’entusiasmo e la voglia di restituire agli artisti il dono che ci avevano fatto si dimostrò grande, così come capita quando uno spettacolo funziona: avevamo voglia di parlarne ancora.
Così, con un pizzico di fiducia donatami in primis dai colleghi, in particolare dall’educatore e scrittore Roberto Parmeggiani e successivamente dalla coordinatrice del Calamaio Sandra Negri, il gruppo ha iniziato il percorso di educazione alla visione “La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta” che, grazie alla collaborazione con il Teatro ITC di San Lazzaro di Savena (BO) e più sporadicamente con il Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO) e ai teatri Arena del Sole e La Baracca-Teatro Testoni Ragazzi di Bologna, continua ancora oggi.
Un percorso in principio tutto nuovo, che ha coinvolto gli educatori e gli animatori del Progetto Calamaio sullo stesso livello, incominciando a interrogarsi sull’esperienza teatrale e i suoi aspetti, dallo spazio alla struttura scenica, dai temi offerti dagli spettacoli fino alla riflessione sull’accessibilità degli spazi, complici giochi, attività di scrittura creativa e incontri, che si sono avvalsi ogni volta di strumenti diversi, non ultimo il contributo di critici e artisti.
Ne sono venute fuori delle belle, che sono state depositate in un blog, http://laquintaparete.accaparlante.it, una testimonianza divertente e tangibile del nostro passaggio, una restituzione e una traccia che per noi è stata anche indicazione di quello che si è più o meno modificato nel panorama culturale bolognese di questi in anni, in termini di proposta, di apertura e di accoglienza in sinergia con le attività di documentazione del Centro Documentazione Handicap e della Cooperativa Accaparlante.
Cuore della monografia dunque sarà proprio il racconto delle tappe che hanno scandito l’entrata del Progetto Calamaio a teatro, un “manuale per spettatori inattesi”, così come lo abbiamo intitolato, che vuole sovvertire le etichette e sfatare il pregiudizio di un’arte goduta solo da cerchie ristrette o, peggio, dagli addetti al lavoro, gli stessi a cui Bruno Munari ci propone con ironia di vietare qualche volta l’ingresso. Più che regole prestabilite o cartelli di divieto tuttavia a mischiare le carte ci ha pensato da sé la nostra presenza, caotica e confusionaria ma anche allegra e vivace, inaspettata nel suo carattere di imprevedibilità, perlomeno all’inizio, nei luoghi che ci hanno ospitato.
In tal senso se dovessimo dare un suggerimento a un potenziale spettatore inatteso… beh, gli diremmo di farsi un po’ incosciente, di non aver paura di relazionarsi con il personale di sala e di buttarsi. Un po’ di incoscienza, per esempio, ci ha permesso di salire senza troppe remore sul Teatrobus dell’ITC di San Lazzaro (BO), ufficialmente inaccessibile, o di farci portare a braccia sulle scale dell’odierno Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO) pur di ascoltare le parole dell’attore e regista César Brie.
Stabilire ora se le persone con disabilità si rechino frequentemente a teatro o meno è questione ancora dibattuta, c’è chi ne rileva la presenza, soprattutto nei contesti più istituzionali o addirittura nei festival più contemporanei, chi invece identifica le inadeguatezze strutturali dei nostri edifici storici come la manifestazione lampante di una scarsa domanda e chi pone un discrimine tra lo spettatore con una disabilità motoria e quello con una disabilità cognitiva.
Monitorare la presenza degli spettatori a teatro tuttavia, così come per i musei e per gli altri luoghi della cultura, è oggi compito, tra gli altri, dell’audience development, un processo strategico definito dal Sottoprogramma Cultura della UE, cui abbiamo scelto di dedicare la prima e la seconda parte del nostro manuale dando voce ad alcune delle più recenti riflessioni operanti sul campo a partire dalle definizioni di “terzo spazio”, accessibilità culturale e formazione del pubblico in relazione, quest’ultimo in particolare, all’ambiente scolastico. Voci che ci sembra possano offrire a tutti suggestioni concrete e stimolare pratiche condivise in ulteriori contesti.
A intervallare lo sguardo sullo stato dell’arte due chiacchiere dal foyer con l’illustratore Attilio Palumbo, autore dei disegni sullo spettacolo Tiergartenstrasse
4. Un giardino per Ofelia di Pietro Floridia e gli scritti degli educatori e degli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, composti in occasione di alcune opere cui abbiamo preso parte. Parole, le loro, che ci richiamano al momento di una pausa, al buio della sala, a un tempo lento che ci conduce al centro delle atmosfere dello spettacolo, atmosfere che con forza ci riportano vicino alla voce degli artisti, ripresa e percepita con profondità nella sua essenza umana, contraddittoria e poetica. Ringrazio per questa forma di abbandono e di impegno i miei colleghi con disabilità Lorella, Mario, Tatiana, Tiziana, Stefania Mimmi, Stefania Baiesi, Ermanno, Francesca, Mattias, Sara e Diego che hanno condiviso con me il desiderio e l’importanza di essere spettatori, abbracciando la bellezza di un luogo sconosciuto che hanno macchiato e contagiato con la loro energia.
Ringrazio anche gli educatori Roberto, Sandra, Manuela, Patrizia, Luca e Tristano che si sono messi in gioco in prima persona al pari degli altri e che mi hanno dato la possibilità di condividere una passione e accrescere una professionalità in un contesto apparentemente non deputato, così come, l’ho scoperto strada facendo, è la specificità di Accaparlante.
Se c’è una cosa che l’incontro con la disabilità mi ha insegnato in questi anni è infatti che qualsiasi tematica, situazione o contesto ti ritroverai ad affrontare, il deficit, la mancanza, sarà sempre nel suo essere limite la risorsa di partenza con cui guardare creativamente alla realtà, a non darla mai per scontata, a crederla modificabile e, soprattutto, a farlo insieme.
Una menzione speciale alla creatività va con affetto a Federico Mazzoleni, in arte Brochendors Brothers, che ha corredato con i suoi bellissimi disegni le nostre scoperte e in particolare i lemmi di un semiserio Dizionario dello spettatore che potete visionare anche sul blog. La composizione del dossier di foto e immagini che insieme a La carta dei diritti e dei doveri dello spettatore trovate al centro del volume è invece a cura di Nicola Rabbi.
Ringrazio infine a nome di tutto il gruppo le maschere, i servitori civili, i volontari del Servizio Minorile, gli uffici stampa, i direttori artistici, i critici e gli artisti che ci hanno dato la possibilità di farci spettatori partecipanti e di coltivare con loro le nostre immaginazioni.

Nei sogni non tutti devono essere normali

 A cura di Luca Errani, educatore

Fra i 1200 musicisti del Rockin’1000, nella seconda impresa musicale del “That’s live” allo Stadio di Cesena c’erano anche due rocker davvero speciali, Samuele e Moreno assieme a Silvia della Comunità L’Arca Arcobaleno di Bologna. Sono le voci principali della band dei Fuoritempo.
Da 15 anni la Comunità L’Arca Arcobaleno, che si trova a Granarolo dell’Emilia, si impegna nel coltivare importanti relazioni con amici e vicini e nell’accoglienza di persone diverse per capacità, età, cultura e formazione, che scoprono un nuovo senso della propria vita condividendo doni e fragilità.
Tra le tante iniziative e i numerosi progetti volti a favorire l’inclusione sociale e a valorizzare i talenti di ogni individuo, nasce in Comunità il gruppo dei Fuori-tempo, un gruppo di una decina di amici (con e senza disabilità apparente) che condivide la passione e l’entusiasmo per la musica.
Presto decidono di creare una vera e propria band. Si trovano settimanalmente per provare e così iniziano anche i primi concerti non solo all’interno della Comunità ma anche sul territorio.
Potevano farsi scappare un’occasione come quella del Rockin’1000?
Rockin’1000 nasce nel 2015 da un’idea di Fabio Zaffagnini: poter suonare un brano musicale dei Foo Fighters con 1000 musicisti. L’esperimento riuscirà talmente bene da convincere con la cover Learn to fly i Foo Fighters a suonare a Cesena ed è così che il team di Rockin’1000 deciderà di fare un intero concerto rock con mille musicisti, davanti a un pubblico pagante di oltre 14mila persone con una gestione tecnica e del suono che ha richiesto la preziosa collaborazione di alcuni membri dello staff dei Muse e degli ACDC.
I Millini – questo è il nome che è stato dato alla rockband più grande al mondo – erano guidati dal maestro Marco Sabiu, ma erano presenti anche altri grandi del mondo della musica e dello spettacolo co- me Cesareo, il chitarrista di Elio e le Storie Tese, Saturnino, bassista di Jovanotti, Livio Magnini, chitarrista dei Bluvertigo, Federico Poggipollini chitarrista dei Litfiba e di Ligabue, Ballo, bassista di Cesare Cremonini, Nevruz e i giovani Alteria, Cesare “Mac” Petricich chitarrista dei Negrita, Nikki, conduttore di Radio Deejay e Raoul e Mirko Casadei a fare gli onori di casa.
Con tale e ghiotta occasione i Fuoritempo decidono di inviare il proprio video di candidatura… e vengono accettati.
Ma l’entusiasmo iniziale deve ben presto fare i conti con la realtà e con i suoi limiti. Chi far partecipare? Come poter fare se la regola alla quale bisogna attenersi è quella di stare sul palco dall’inizio alla fine del concerto? Sembrano piccoli ostacoli ma quando un’organizzazione deve gestire 250 batterie, 250 chitarre elettriche, 250 bassi, 250 cantanti e più di una ventina di tastiere, violini e cornamuse, ogni variabile diventa una montagna insormontabile.
A metà giugno è ufficiale: i Fuoritempo entreranno in scena nel pezzo finale, quello storico del Rockin’1000, Learn to fly dei Foo Fighters e i rappresentanti dei Fuoritempo saranno i loro cantanti, Samuele, Silvia e Moreno.
Alle prove in preparazione del grande evento parteciperà l’intera band, perché vuole accompagnare i propri cantanti in questa esperienza e perché ognuno di loro sente che quella sera sarà almeno col cuore nel campo dello stadio. In realtà quasi tutti i rappresentanti dei Fuoritempo saranno proprio tra il pubblico la sera del 24 luglio a sostenere i propri amici e a condividere da vicino l’entusiasmo di questa esperienza magica. La sera del concerto l’immenso pubblico, le luci, gli applausi fanno da cornice a un quadro altrettanto bello: “l’emozione di cantare e ballare insieme a tanti altri musicisti è inspiegabile – dicono i cantanti dei Fuoritempo – sembra di essere davvero famosi… quelle 14mila persone allo stadio Manuzzi sono lì anche per noi! Fare musica, fare rock insieme… non ha prezzo”. Fabio Zaffagnini, l’ideatore del Rockin’1000, durante il concerto ci dice proprio questo: “Stay together and play rock and roll”, perché la musica ha il grande potere di unire le persone, al di là di ogni conflitto e diversità. Ma la festa per i Fuoritempo non si esaurisce la sera del 24 luglio…
Il giorno successivo si festeggia tutti in- sieme al ristorante con un bel brindisi in riva al mare, sulle spiagge romagnole e i Fuoritempo ripercorrono insieme le tappe che li hanno portati fin qui, con tanta emozione. Mesi – quelli che anticipano l’evento – di sacrifici e di prove, dove gli elementi di difficoltà non sono pochi ma quando si hanno passione e voglia di mettersi in gioco anche le sfide più grandi diventano possibili da superare.
Prima di Rockin’1000, per poter partecipare all’evento, tutti insieme si lavora per far sì che la candidatura possa essere accettata: Chiara e Tiziana preparano il video da inviare per la selezione, ed è così che i Fuoritempo nei mesi che precedono l’evento fanno tantissime prove, per imparare bene la canzone da cantare allo stadio Manuzzi di Cesena. E la selezione verrà passata!
Il 23 luglio il gruppo dei cantanti parte per le prove e il giorno seguente tutti insieme si parte dalla Comunità per il grande concerto.
Silvia, Samuele e Moreno vanno subito allo stadio per le ultime prove e per i preparativi mentre il resto del gruppo si  riposa in albergo e aspetta con ansia il concerto.
“Rockin’1000 è uno stadio pieno di gente, il palcoscenico è grande come il campo di calcio e il direttore arriva con una grossa moto: i Fuoritempo cantano al concerto! Ognuno è immerso nella musica, ballare tutti assieme è bellissimo e vedere tutti che cantano è fantastico.
Siamo felici! Questa mattina raccontiamo alla signora che ci ha preparato la colazione che ieri sera cantavamo al microfono e la felicità della musica non finisce…”: questo è quello che i Fuoritempo vivono sulla loro pelle e raccontano con le loro parole!
In un bar di Cesena, il mattino successivo, un amico della band che si trovava lì per lavoro non ha potuto fare a meno di ascoltare il racconto di una donna che parlava con il barista del grande evento del Rockin’1000. Diceva di quanto l’aveva emozionata vedere sul maxi schermo un ragazzo che cantava con una grinta e un forte impatto emotivo che mai aveva percepito in nessun altro concerto. Non conosciamo questa signora che però ha aggiunto: “Sulla maglietta del ragazzo c’era scritto ‘Dentro questa maglia c’è un fenomeno’”. Da lì abbiamo scoperto che il ragazzo di cui stava parlando era proprio Samuele.
Su Facebook una mamma di una bambina di 4 anni con disabilità ha scritto questo: “Avete realizzato un sogno anche per noi da casa, che così possiamo sperare che i nostri figli disabili possano realizzarsi davvero appieno come persone!”.
Rockin’1000 è stata un’esperienza entusiasmante ma non solo… È stato un modo per dire che insieme si possono fare tante cose, è stato dare la possibilità a persone con disabilità cognitiva di poter sognare, è stato testimoniare che nei sogni non tutti devono essere persone normali, è stata un’ulteriore conferma che la musica ci permette di fare aggregazione, senza confini né barriere.

Tutti in gol! Camminando

 di Luca Cenci e Alessio Plona

Il calcio camminato è arrivato a Bologna! Grazie al comitato di Bologna della Uisp è ora possibile scendere in campo e far valere la propria classe!
Ma cos’è il calcio camminato? Il Calcio Camminato o Walking Football nasce in Inghilterra nel 2011 e propone un nuovo modo di pensare il calcio per consentire a uomini in età avanzata di poter scendere ancora sul rettangolo verde. In seguito a un sondaggio effettuato nei vari circoli di anziani (over 50) è emerso non solo l’incredibile volontà di dedicarsi ancora alla pratica sportiva ma una passione speciale per il football. Peter Reddy, professore e ricercatore presso l’Aston University di Birmingham, tramite una ricerca sui benefici di questa pratica sportiva tra gli over 50, ha constatato come il Walking Football produca divertimento e benessere anche se sostenuto a ritmo blando.
Ma con quali le regole? La più importante: è vietato correre! La corsa viene considerata fallo di gioco! Inoltre è essenziale tenere la palla bassa (non può superare l’altezza della vita, dunque il pallone a rimbalzo controllato è altamente consigliato). La gara si svolge in un campo da calcetto e si gioca in sei contro sei per circa trenta minuti, divisi in due tempi. Risultati? I benefici riguardano principalmente la salute e la socialità. Secondo i ricercatori “gli studi condotti finora hanno dimostrato che il calcio può essere efficace nei casi di lieve o moderata ipertensione e che l’elevata attività aerobica ad esso connessa produce notevoli miglioramenti nell’ossidazione dei grassi e nella potenza aerobica”. E quindi “Il calcio rappresenta un modo fantastico per stare in forma e godere di buona salute”. Noi del Centro Documentazione Handicap non potevamo non sperimentare questa nuova attività che permette di togliere le scarpe dal chiodo anche ai più anziani o a chi ha degli acciacchi fisici.

L’esperienza di Alessio Plona, volontario del Servizio Civile al Progetto Calamaio del CDH di Bologna
Giocare a calcio è sicuramente la cosa più bella del mondo, non c’è dubbio, ma se non si potesse più correre, se si potesse solo camminare, cosa accadrebbe? Il calcio camminato stravolge tutto, ma non per questo rende meno entusiasmante e ricco di emozioni questo sport. Le gambe faticano a non partire, qualche scatto involontario è inevitabile, soprattutto all’inizio quando ancora si necessita di assimilare le novità. I movimenti devono essere rapidi e pronti a dare un aiuto, un’opzione al proprio compagno. L’intelligenza calcistica si accentua per poter permettere di sbloccare la situazione, per riuscire a trovare uno sbocco verso la porta avversaria. Le differenze di età si assottigliano per lasciare spazio all’esperienza, in un clima di socialità e felicità che si rifanno ai veri valori, almeno quelli che dovrebbero essere, del calcio.
La mia esperienza in quel di Castelmaggiore (BO) è stata decisamente bagnata, ma come si dice “sposa bagnata… sposa fortunata”. Appena ho visto le squadre, la prima cosa a cui ho pensato è stata le differenze di età degli attori in campo.
Non mi era mai capitato di giocare con un range di età così ampio, ma come ho poi imparato questa differenza nel calcio camminato si assottiglia, fino quasi a dissolversi. Mi sono divertito parecchio a giocare, ma ammetto di essere stato in grande difficoltà. La scuola calcistica da cui provengo è decisamente provinciale: palla lunga e pedalare. Per non parlare del quasi assente stretching e della scarsissima mobilità articolare e posturale, poco rassicuranti dato i miei venticinque anni e decisamente opposti alle qualità richieste da questo sport. Tra un istinto naturale nel partire con la corsa e l’impresa di trovare il passo veloce e rapido negli spazi, ho avuto modo di sperimentarmi aguzzando quelle strategie poco utilizzate prima e poco consone alla mia impronta calcistica. Il campo di calcio a 5 implica di per sé spazi più stretti e un gioco fatto di movimenti brevi e rapidi che creino spazio e inserimenti, con il pallone che deve girare per aprire alla possibilità di segnare. L’atto del camminare sembra non essere compatibile con queste caratteristiche, invece giocando ci si accorge che non è assolutamente vero. I movimenti per andare incontro al pallone, per allargare il gioco e creare gli spazi sono innumerevoli, così come quelli difensivi per creare una ragnatela entro cui imbrigliare la squadra avversaria. Quello che più mi ha colpito e che forse meno mi sarei aspettato sono gli uno contro uno. Nella prima partita la mia lentezza di movimento mi obbligava, almeno così ero convinto, a staccarmi dall’area per venire a raccogliere la sfera e cercare il tiro da fuori area, con scarsissimi risultati peraltro. A un certo punto però, dopo essermi fatto superare con disinvoltura con dribbling da un allegro signore over 60, che mi ha lasciato fermo come un sasso mentre lo guardavo dirigersi verso la porta, ho capito che poteva esserci il posto a qualcosa di più. Purtroppo le mie doti non combaciano esattamente con quelle del classico numero 10, ma la gioia di aver macchiato la mia prestazione con un gol dopo una finta di corpo in area non me la toglie nessuno. Alla fine il risultato non ci ha sorriso, ma come amo spesso dire “ha vinto lo sport”. È stata davvero una bellissima esperienza che suggerisco a tutti, ma vi do un consiglio: non pensate che sia una passeggiata!
Per saperne di più: http://www.uispbologna.it; uispbologna@uispbologna.it

Il desiderio e la creatività. Siamo uomini o animali?

di Stefano Toschi

L’argomento della sessualità è ciò che di più intimo e privato possa esserci, quindi scrivo questo articolo rispettando tutte le opinioni e le sensibilità. Da quello che ho letto documentandomi su internet, mi sembra che la figura dell’assistente sessuale abbia in se stessa delle contraddizioni piuttosto evidenti. Secondo la definizione a oggi più accreditata, “l’assistenza sessuale è una forma di accompagnamento erotico volta ad aiutare i disabili a scoprire la loro sessualità – intesa nel senso più ampio possibile – e il loro corpo in un percorso verso una maggiore autostima”, come afferma la svizzera Judith Aregger (assistente sessuale dal 2009). “Le persone con disabilità fisiche, quelle con disabilità mentali, le persone autistiche hanno bisogno di un percorso personalizzato. Perché se con i disabili fisici per comunicare è sufficiente il linguaggio, con persone affette da altre forme di disabilità serve, invece, scoprire nuove forme di comunicazione, che si declinano da individuo a individuo”. Da questa dichiarazione mi sembra che appaiano alcune contraddizioni e alcuni punti critici di tale lavoro. La prima riguarda le regole di ingaggio: infatti mentre dalla testimonianza della Aregger sembra che l’assistente sessuale dica che “Tutte le decisioni sono nelle mani del disabile, e che non ha mai forzato nessuno”, secondo la testimonianza di un’altra assistente sessuale appare un lavoro con regole ben precise che non possono e non devono essere mai trasgredite. Indica delle norme, gli accordi preliminari. Chi richiede l’assistenza va istruito: non ci saranno penetrazioni, baci, scambi di fluidi, sono io a guidare la partita. Non tutti quelli che chiedono sono accettati, bisogna selezionare al massimo, assicurarsi di non imbattersi in una patologia a rischio, bisogna mantenere il distacco sufficiente a non diventare il fulcro dell’esistenza di chi non riesce a trovare, a causa della sua disabilità, una dimensione affettiva e sessuale. Assicurarsi che ogni sì e ogni no che si decide di dire siano motivati ampiamente e pazientemente (non scordiamo che la maggior parte di queste persone non ha esperienza relazionale con l’altro sesso o ce l’ha minima) e che si mantenga il giusto equilibrio tra dolcezza e severità, insomma. Impresa non da poco.
Un altro problema che a me pare evidente è la diversità dei casi di disabilità in cui l’assistente sessuale è chiamata a operare o ad adoperarsi: infatti mentre nei casi di disabilità fisica è la persona con deficit che può chiedere l’intervento e può concordare le modalità dello stesso, nel caso di disabilità psichica chi decide se e quando fare ricorso a questo tipo di rapporto di assistenza? E in quale modalità? E con quale diritto? Ma la vera questione secondo me è un’altra, che coinvolge la dignità della persona con disabilità: perché soltanto lei avrebbe bisogno di ricorrere a questo tipo di aiuto, forse non è in grado di avere rapporti affettivi e sessuali come tutti? Siamo sicuri che sia un proprio diritto e non una forma sottile di emarginazione per i poveri handicappati che non ce la fanno neanche ad avere una storia con un’altra persona? Pensando al mio gruppetto di amici disabili ognuno di noi ha avuto i suoi innamoramenti e le sue storie. Qualcuno si è sposato, qualcuno convive, altri hanno fatto altre scelte di vita, ma nessuno di noi ha mai pensato di chiedere l’aiuto di un’assistente sessuale almeno fino a quando ha avuto la speranza di un rapporto normale. È così bello scoprire nel rapporto con l’altro la propria affettività e la propria sessualità, perché dovremmo togliere la gioia di queste scoperte a qualche persona che non si ritiene in grado di sopportare le fatiche che comporta la relazione con l’altro?
Cito a questo punto la tesi di Francesca Bellandi, una mia amica di Vicenza che si è laureata alla Cattolica di Milano, con un lavoro dal titolo: “La persona con disabilità fisica e la relazione affettiva”.
Nel terzo capitolo viene riportata la testimonianza di un ragazzo disabile che mi ha particolarmente colpito per la differenza di prospettiva che ho riscontrato tra lui e me.
Racconta N.Z.: “Caratterialmente come corteggiamento non sono un tipo da dichiarazioni in pubblico, fiori, prostrazioni e robe del genere. Se potessi sarei molto più semplice: classico giro all’aperto, una lunga chiacchierata, la birra che non guasta mai e poi da cosa nasce cosa, e sai che sono molto insistente se voglio. Peccato che per una questione di altezze non ce la faccio visto che con la carrozzina mi devono spingere, quindi lei starebbe dietro e faccio un po’ fatica a realizzare i primi contatti, braccio intorno al collo e giù di lì, il problema c’è anche se ci si siede su una panchina sono sempre frontale e mai a fianco”.
È facile notare come le problematiche che fa emergere questo ragazzo non sono problemi di portata colossale, o difficoltà che chiedono l’intervento di un super eroe. Questa testimonianza riportata dalla Bellandi mi ha colpito perché per questo ragazzo il problema è soltanto tecnico, cioè si chiede soltanto come abbracciare e baciare una eventuale partner. Mentre io al contrario mi chiedevo se una ragazza normale avrebbe potuto innamorarsi di una persona disabile come me, non mi chiedevo tecnicamente come avrei fatto perché ho sempre pensato che se c’era l’amore i problemi si potevano risolvere.
La Bellandi nel quarto paragrafo arriva a trattare precisamente il tema dell’assistente sessuale: non esistono ricette preconfezionate su come va gestita la sessualità con le persone con disabilità, tuttavia ritengo che l’esperienza di alcuni Paesi europei, dove esistono associazioni che utilizzano dei professionisti che si prestano per prestazioni sessuali, non sia la risposta adeguata e che si rifà all’idea che la sessualità è puramente un atto di sfogo. Io mi chiedo quali possano essere i benefici psichici, fisici e relazionali acquisiti dalla persona oggetto di queste prestazioni o in misura maggiore i danni che ne derivano (al disabile) dal subire un simile trattamento. Si perde completamente di vista la dimensione umana dell’atto con la supremazia dell’essere animale dell’uomo.
A novembre del 2012 è comparsa nel sito Firmiamo.it una petizione per istituire, anche nel nostro Paese, la figura dell’assistente sessuale. Lanciata da Max Ulivieri, web designer e blogger de ilfattoquotidiano.it, affetto da una grave disabilità, la proposta senza nessuna pubblicità, ha raccolto circa 5.000 firme. Non riportiamo il testo integrale, ma solo alcuni stralci.
“L’assistenza sessuale alla persona affetta da disabilità fisica o mentale nasce per permetterle di fruire di una pratica necessaria, più spesso indispensabile, al suo benessere psicofisico”.
“L’assistenza sessuale si configura come una pratica soprattutto relazionale, empatica e comunicativa. Attraverso il periodo in cui si svolgerà la sessione d’incontro tra la persona che lo richiede e l’assistente, il fulcro dell’interesse sarà nello stabilire un rapporto empatico.
Quello che l’assistente debitamente pre- parata deve riuscire a trasmettere all’altro è innanzitutto l’accettazione del suo corpo attraverso l’esplorazione manuale, l’accarezzamento, il massaggio.
Concedere un momento di profondo benessere e attenzione all’altro inteso nella sua dimensione olistica, globale”.
“La durata indicativa della sessione d’incontro è un’ora e mezza.” L’argomento è delicato e divide, continua la Bellandi. Anche in Italia si comincia a parlare soprattutto nel web di assistenza sessuale per i disabili. A rispondere all’appello in Rete sono state in maggioranza persone comuni, senza alcun handicap. Il progetto ripropone iniziative diffuse nel resto dell’Europa. Nel 2002, a Zurigo, nacque il primo progetto di uno specifico corso di formazione per assistenti sessuali per disabili, inizialmente ebbe un largo consenso e molti sostenitori, che però ben presto tornarono sui propri passi e tolsero il loro appoggio perché contrari a quella che definivano “una forma di prostituzione latente”. Il progetto fu ripreso nel 2004 dalla FaBS (Fachstelle Behinderung und Sexuali- tät) che diede inizio alla prima formazio- ne per assistenti sessuali, come percorso finale di un processo educativo molto complesso centrato sul rispetto dell’altro, sull’etica e sull’ascolto. La formazione degli assistenti sessuali per disabili è già attiva in Germania, Gran Bretagna, Olanda e paesi scandinavi.
Tutto questo vive di un errore concettuale che sta alla base del fraintendimento che ha portato a pensare questa come la possibile risposta al complesso disagio espresso da alcuni disabili nel vivere la loro sessualità. Vogliamo chiarire alcuni passaggi della petizione e analizzare gli errori concettuali.

Alcuni errori concettuali
Cosa vuol dire disabilità? La disabilità è una situazione di svantaggio sociale conseguente a menomazione e/o handicap intellettivo che limita o impedisce l’adempimento di un ruolo normale per un dato individuo in funzione di età, sesso, fattori culturali e sociali. Una realtà individuale che, una volta socializzata,  ha delle conseguenze per l’individuo sul piano culturale, sociale, economico e ambientale.
Cos’è la sessualità? A cosa è legata? Si tratta di un aspetto dell’essere umano profondamente legato in egual misura a tutte le dimensioni dell’individuo: corporeità, dimensione psicologica, relazionale, affettiva, cognitiva e culturale.
Le difficoltà per chi vive la realtà della disabilità non sono certo dovute alla propria volontà, ma sono il frutto di una visione distorta dell’altro, voluta dalla società moderna, in cui chi non vive secondo certi canoni deve essere emarginato. Pertanto se proprio si volesse ingaggiare una battaglia sociale, i propri sforzi sarebbero da indirizzare verso l’integrazione e la tutela dei più deboli, in modo che siano gli unici privilegiati della società.
Solo così si realizzerebbe il concetto di desiderio, che va ben oltre la mancanza di qualche cosa; si concretizzerebbe la possibilità per l’uomo di ampliare le proprie capacità conoscitive ed espressive, permettendone infine l’affermazione e la valorizzazione di tutte le sue potenzialità.
Carnalità come bisogno. Ciò che, invece, gli autori della petizione vogliono far passare per desiderio è un aspetto totalmente diverso della natura umana, ovvero quello del bisogno, presentandolo come diritto a una soddisfazione in tempi brevi secondo modalità e significati prestabiliti, immutabili.
Approfittando dell’esperienza di un vuoto e l’insoddisfazione che ne consegue, tentano di strumentalizzare, con grande confusione mediatica e concettuale, tutto ciò che ruota attorno a questa mancanza, facendo passare il proprio operato per volontariato, presentandosi come paladini dei diritti dei più deboli, ottenendo anche un discreto consenso, dovuto più che altro all’ignoranza specifica dell’argomento che caratterizza l’uditorio contemporaneo. In sintesi, mentre il bisogno appartiene alla sfera biologica dell’uomo in quanto gli permette la sopravvivenza e la conservazione della specie, il desiderio rende l’uomo soggetto creativo, capace di comunicazione, unico e originale, perché inedita è la modalità di relazione di ogni persona; in altri termini propongono un modello di terapeuta che col proprio lavoro realizza la degradazione del desiderio a un’azione specifica, rendendo l’uomo un po’ meno uomo.
La Bellandi conclude con le parole di un giovane trentenne con disabilità: “I disabili (come me) sono uomini, non animali da far sfogare! Adesso le chiamano terapiste sessuali – guardate quanto amano fare del bene ai disabili: i bambini li uccidono nel grembo materno se le analisi li riconoscono tali, somministrano loro l’eutanasia se li vedono soffrire (per ora solo in Belgio?), e ora per dar loro dignità e pari diritti somministrano loro il sesso libero perché, considerati al pari delle bestie, sempre per pietà devono sfogare i loro istinti naturali. Io sono un disabile e voglio essere trattato da essere umano, ovvero la sessualità la voglio vivere con dignità all’interno di un rapporto d’amore che mi unisce a una donna nel matrimonio. Questo veleno se lo beva chi l’ha sputato, grazie”.
Pensare la mercificazione della sessualità significa pensare che l’uomo è una merce da vendere e utilizzare a proprio piacimento. La sessualità, la relazione affettiva è un prezioso dono che ciascuno deve avere la possibilità di vivere nella propria vita con dignità e rispetto di sé e dell’altro. Questo è anche il mio pensiero, il rapporto sessuale ha senso soltanto in un rapporto di coppia che comprenda tutti gli aspetti della vita.

Di che colore colorare la pelle”? Risponde Humanae – Work in progress

di Roberto Parmeggiani

Fin da quando siamo bambini, ci viene insegnato che se vogliamo disegnare una persona, dobbiamo stare attenti ai colori: gli occhi sono azzurri, neri o marroni, così come i capelli che sono neri, marroni, biondi o rossi. E la pelle? Di che colore è? La pelle delle persone è rosa, ovviamente. Un po’ alla volta, poi, scopriamo che ci sono alcune eccezioni e che quindi gli orientali dobbiamo colorarli di giallo, gli indiani d’America di rosso, gli africani di nero e qualcun altro anche di marrone.
Insomma, cresciamo rinforzando i nostri stereotipi, dividendo le persone in categorie e, soprattutto, imparando che c’è un colore giusto, il rosa e ci sono gli altri colori, il rosso, il giallo, il nero e il marrone, un po’ meno giusti.
Angélica Dass è una fotografa brasiliana, sposata con uno spagnolo, di origine belga. Nata a Rio de Janeiro, vive a Madrid dove svolge il suo lavoro.
L’artista, prendendo spunto proprio dalla sua esperienza personale, da questa mistura di diverse origini, mette alla base dei suoi progetti l’idea di rompere con il pensiero comune che certe cose devono essere come sono e non possono cambiare.
Perché una signora adulta non può mettersi dei calzini colorati? Perché un bambino non può mettersi delle scarpe rosa? Perché devo disegnare le persone usando solo cinque colori?
Anche a lei, infatti, come a molti europei, hanno insegnato che esistono differenti razze che si possono riconoscere attraverso il colore della pelle, che ci sono colori giusti e colori sbagliati e che alla base di tutto ciò c’è un pensiero comune che definisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Per smontare questa teoria Angélica Dass ha realizzato diversi progetti artistici.
In De pies a cabeza (Dai piedi alla testa), per esempio, vengono fotografati i piedi e il volto delle persone per poi essere messi a confronto. L’effetto, per lo spettatore, è quello di smarrimento perché gli abbinamenti sono inaspettati, le scarpe non sempre combinano con l’idea che ci siamo fatti della persona dopo averle visto il volto.
Il suo progetto più importante, però, è Humanae. Si tratta di una riflessione sul colore della pelle delle persone a partire dai codici che questo colore’ può rappresentare.
Classificando le tonalità del colore della pelle secondo la scala Pantone (http://www.pantone.com), azienda tradizionalmente conosciuta in tutto il mondo per catalogare i colori, la fotografa dimostra che siamo di così tanti colori diversi che sarebbe impossibile classificare tutte le etnie presenti sulla terra. In Humanae siamo tutti così diversi, che tutti siamo uguali.
“Dividere la popolazione come bianca, nera, gialla, parda (marrone) o indigena è una delle cose più kafkiane che si possa fare, cominciando dalla parola indigena che non è un colore. La definizione ufficiale di ‘pardo’, poi, è una descrizione perfetta di questa confusione: ‘non bianco’ e non inquadrabile come giallo o nero. Questa mescolanza è una delle essenze dell’essere brasiliano”.
Proprio in Brasile comincia il percorso della fotografa, un work in progress che raccoglie già migliaia di foto.
I primi ritratti furono quelli dei suoi famigliari, poi gli amici, i vicini e infine chiunque fosse interessato a partecipare al progetto. Attraverso il passaparola e i social network ha coinvolto centinaia di persone, prima nella sua città poi nel mondo intero. Ora Angélica, infatti, segue la sua mostra e invita gli abitanti delle città in cui viene ospitata a partecipare al progetto. Il suo obiettivo è quello di ampliare sempre più il numero di immagini. Non si pone limiti perché, in fondo, l’unico limite sarebbe quello di fotografare tutti gli uomini presenti sulla faccia della terra. Humanae non è solo uno spunto di riflessione per lo spettatore che, guardando quel catalogo di ritratti e colori, viene messo di fronte a una verità tanto scontata quando negata. Il progetto coinvolge emotivamente tutti i partecipanti, ognuno dal proprio punto di vista.
“Prima di sedersi per essere fotografati, faccio una domanda – Qual è il tuo colore? – Quando la persona esce dallo studio, è ansiosa di scoprire a quale tonalità appartiene e quando lo scopre si stupisce sempre di quanto ciò cambi la sua forma di pensare”.
Questo ampio progetto fotografico, in fondo, afferma che siamo di un colore qualunque. Uno tra i tanti possibili, una sfumatura tra le infinite sfumature. Pur incentrandosi sulla definizione e la catalogazione dei colori, questo progetto artistico non vuole dare importanza al colore in sé, bensì al fatto che non è possibile scegliere e definire di che colore è la pelle di un essere umano.
La fotografa, però, ci tiene a sottolineare che il suo non è un progetto con pretese educative. È arte. “Lascio il messaggio nell’aria, la gente lo vede e trae le sue conclusioni… Magari che il mondo, un giorno, la pensi come me”.
Perché in fondo è questa la cosa più interessante. Aprire una breccia nel pensiero comune, perché chiunque si trovi a voler disegnare una persona possa scegliere il colore che preferisce o che più lo rappresenta, senza pensare di sbagliare, senza avere la percezione che ci sia una scelta migliore e una peggiore.
Perché in fondo, alla domanda – Di che colore devo colorare la pelle? – la risposta giusta è: Qualunque!
Per maggiori informazioni: http://www.angelicadass.com

Studenti inclusi. Come l’Agenzia Europea per i BES studia le forme di finanziamento e promuove la partecipazione

di Massimiliano Rubbi 

 Nel 2016 ha festeggiato i 20 anni di attività l’Agenzia Europea per i Bisogni Educativi Speciali e l’Istruzione Inclusiva, un’organizzazione indipendente (ma finanziata dai Ministeri dell’Educazione con il sostegno dell’Unione Europea) il cui obiettivo è “migliorare le politiche e le prassi in materia di educazione rivolte a studenti con disabilità e bisogni educativi speciali”. Nata nel 1996 per iniziativa del governo danese come “Agenzia Europea per lo Sviluppo nei Bisogni Educativi Speciali”, come piattaforma per la cooperazione nell’educazione inclusiva tra i 17 Stati aderenti, l’Agenzia coinvolge oggi 29 Paesi: i 28 Stati membri dell’Unione Europea, eccetto Bulgaria e Romania (ma Regno Unito incluso – almeno per ora), cui si aggiungono Islanda, Norvegia e Svizzera. L’Agenzia, sulla base di programmi annuali e pluriennali, raccoglie e analizza i dati e le esperienze dei singoli Paesi nel campo dell’educazione inclusiva, cura con esperti nazionali progetti tematici su alcuni argomenti prioritari, conduce audizioni, seminari e altri eventi di sensibilizzazione pubblica e diffonde informazioni sul tema, con rapporti annuali e altri documenti disponibili sul sito web http://www.european-agency.org.
È importante rilevare che gli Stati aderenti hanno sistemi educativi differenti, che in diversi casi prevedono per gli  alunni con disabilità l’inserimento in scuole speciali, e tuttavia nel 2015 hanno concordato “una visione definitiva per i sistemi di istruzione inclusiva”, impegnandosi a fornire a tutti gli studenti “opportunità di formazione significative e di alta qualità nella propria comunità locale, insieme ai loro amici e coetanei”. Il cambio di denominazione della struttura, avvenuto nel 2014, attesta un’evoluzione teorica dalla “integrazione” alla “inclusione” già prefigurata nelle parole pronunciate nel 1996, nella conferenza di lancio dell’Agenzia, da Margrethe Vestager, allora Ministro dell’Educazione della Danimarca (e oggi temutissima Commissaria Europea alla Concorrenza): “Per diversi anni, ci siamo battuti per la realizzazione di una scuola per tutti – non una scuola normale in cui cerchiamo di integrare gli alunni etichettati come disabili, ma una scuola organizzata in modo tale che non sia necessario o giustificato etichettare o segregare uno qualsiasi dei discenti. Credo che tutti i paesi europei abbiano questo obiettivo in mente, ma che nessuno di noi lo abbia ancora raggiunto”.

La buona spesa
Tra le attività correnti dall’Agenzia c’è un progetto triennale 2016-2018 sul finanziamento delle politiche per i sistemi di educazione inclusiva, basato sulla cooperazione diretta dell’Agenzia con i Ministeri dell’Educazione di Italia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e Slovenia e con l’Università Ramon Llull di Barcellona e sostenuto dalla Commissione Europea. Un progetto annuale preliminare condotto nel 2015 ha prodotto un “Rapporto di informazioni generali”, pubblicato nel giugno 2016, dal quale già emergono elementi significativi sul te- ma, a partire dalla “scarsità complessiva di dati quantitativi e qualitativi sul finanziamento dell’istruzione inclusiva” (l’ultimo, e forse unico, studio sul tema è stato prodotto sempre dall’Agenzia nel 1999, prima della crisi e delle politiche di austerità, e riguarda solo i 17 Stati allora aderenti).
Il rapporto sottolinea la necessità di passare da un approccio “basato sui bisogni”, in cui il problema è legato allo studente, a un approccio “basato sui diritti”, in cui è il sistema educativo a doversi fare carico delle esigenze diversificate di tutti. Questa distinzione è mutuata da un testo di Urban Jonsson, pubblicato nel 2003 e relativo ai programmi di sviluppo umano ONU in Africa, secondo cui in un approccio basato sui bisogni essenziali nessuno ha un obbligo preciso a rispondere a quelle che, in un approccio basato sui diritti, sono legittime rivendicazioni. “I bisogni essenziali possono, in linea di principio, essere soddisfatti at- traverso azioni benefiche o caritatevoli. Le azioni fondate su un approccio basato sui diritti umani si basano su doveri legali e morali a compiere un obbligo che permetterà a un soggetto di godere del proprio diritto”. Come indiretta conseguenza, “l’approccio basato sui bisogni essenziali spesso mira a ottenere risorse aggiuntive per aiutare un gruppo emarginato a ottenere accesso ai servizi. Un approccio basato sui diritti umani, al contrario, richiede che le risorse esistenti nella comunità siano condivise in modo più equo, in modo che tutti abbiano accesso agli stessi servizi”.
Il diritto a un’educazione inclusiva comporta costi che possono essere coperti in diversi modi. Da un lato, i finanziamenti possono essere erogati ai singoli studenti con bisogni educativi speciali, alle scuole ordinarie oppure alle scuole speciali; dall’altro, la gestione di tali finanziamenti può essere demandata a un livello “centrale” (statale, o regionale negli Stati federali), “intermedio” (autorità regionali e locali, emanazioni territoriali delle istituzioni educative nazionali) oppure alla singola scuola. Il rapporto si pronuncia a favore della gestione a livello intermedio per la maggiore “autonomia e flessibilità” delle autorità locali, sebbene un controllo dal livello centrale sia dichiarato “necessario al fine di prevenire frodi e cattiva gestione”, mentre appare meno prescrittivo quanto ai destinatari ideali del finanziamento, data la complessità dei soggetti coinvolti nella governance del sistema educativo – compresi i genitori, con il loro “potere crescente” di controllo sulle scuole. Significativa appare però l’annotazione per cui alcune forme di finanziamento “potrebbero essere un incentivo a etichettare i discenti come aventi bisogni educativi speciali, a vantaggio delle scuole, ma a detrimento di pratiche di insegnamento e sostegno più flessibili”.
Secondo il rapporto, “la flessibilità nel finanziamento, nelle politiche e nelle pratiche in aula, consentendo agli insegnanti di avere pieno sostegno dall’intero sistema scolastico, è la chiave per un’educazione inclusiva efficace”. A questa asserzione si può tuttavia obiettare che la “flessibilità” può essere declinata anche come inclusione educativa variabile a seconda delle risorse umane ed economiche disponibili, in assenza di livelli posti come inderogabili sul piano nazionale (o europeo), entrando così in diretta contraddizione con un approccio “basato sui diritti”. Il rischio di sottomettere l’educazione inclusiva alla compatibilità finanziaria può apparire ancor più grave nell’attuale crisi economica – eppure, secondo il rapporto, gli studi indicano “una connessione debole tra risorse di per sé e risultati di apprendimento”.
Decisivo non risulta quanto si spende in educazione, ma come: recenti ricerche sul campo condotte negli USA concludono che “il sostegno finanziario per discenti provenienti da ambienti svantaggiati e minoranze porta a un risultato più alto, mentre fondi supplementari diretti a quelli provenienti da ambienti più privilegiati non hanno lo stesso risultato”, e che per il ruolo cruciale degli insegnanti più dell’incentivazione salariale conta la motivazione professionale, giacché “l’impegno degli insegnanti per l’educazione inclusiva è uno dei fattori chiave per la sua implementazione” – un impegno che peraltro, a fronte di sfide sempre nuove nel lavoro quotidiano, richiede un investimento formativo costante.
In questa prospettiva va valutato il miglioramento del sistema formativo che le istituzioni europee, con una promessa non sempre tradotta in pratica, si danno come priorità di lungo termine a partire dalla Strategia di Lisbona. Con gli stessi soldi si può promuovere un’educazione “inclusiva” come una “esclusiva”: e va nella seconda direzione la crescente attenzione ai risultati in una logica di competizione tra studenti e tra scuole. Il rapporto riconosce che “alcune caratteristi- che che sottolineano l’efficacia delle scuole possono ostacolare l’educazione inclusiva”, creando tra loro “una conoscenza sleale”, e individua una possibile via per conciliare rendicontabilità e inclusività nell’analisi dei “miglioramenti scolastici, che sono diversi dai risultati scolastici”, ma la retorica delle “eccellenze” rimane per l’inclusione educativa forse ancor più insidiosa dei tagli di bilancio.

Consigli di classe
Nonostante quanto si potrebbe dedurre dalla “centralità dei diritti”, la complessità della governance e la sfida posta da una nozione totalizzante di “valutazione della prestazione” mettono in evidenza che l’educazione inclusiva è prodotto,  prima e più che di scelte istituzionali, di una cultura che la supporta e di pratiche che la consolidano nella quotidianità delle scuole. Per questo acquistano una par- ticolare importanza le “Raccomandazioni del Lussemburgo”, frutto dell’udienza svoltasi il 16 ottobre 2015 presso la presidenza lussemburghese del Consiglio UE, con la partecipazione attiva di 72 studenti con e senza disabilità provenienti da 28 Paesi membri dell’Agenzia. Durante l’udienza, dal titolo “Educazione inclusiva – Agisci!” e che faceva seguito a precedenti esperienze analoghe svoltesi nel 2003 e nel 2011 a Bruxelles e nel 2007 a Lisbona, i giovani delegati hanno presentato le esperienze di educazione inclusiva nelle proprie scuole, anche per consentire di apprezzare i progressi raggiunti rispetto alle udienze precedenti (alcuni partecipanti alle quali erano presenti come moderatori o osservatori), hanno evidenziato le criticità che rimangono e avanzato le proprie proposte, in momenti seminariali e poi in una sessione plenaria finale. Le Raccomandazioni del Lussemburgo, presentate nel novembre 2015 al Consiglio dei Ministri dell’Educazione dell’Unione Europea, sintetizzano gli esiti dell’udienza, disponibili in forma più analitica in un documento pubblicato nel giugno 2016 che riporta anche alcune testimonianze dirette dei delegati.
Il documento e le Raccomandazioni si strutturano in 5 indicazioni operative, la prima delle quali, “tutto quel che riguarda noi, con noi”, riprende uno slogan ben noto sostenendo la necessità di coinvolgere nelle decisioni le organizzazioni giovanili e di persone con disabilità e i genitori, e anche di promuovere consigli di allievi nelle scuole. La seconda raccomandazione “scuole senza barriere” è meno ovvia di quanto appaia, se l’accessibilità necessaria si estende all’adattamento dei trasporti pubblici (preferibili ai trasporti dedicati), agli ausili e anche alla diffusione di e-books e dispositivi elettronici per evitare che il peso di zaini pieni di libri costituisca una barriera – sottolineando che “non esistono soluzioni universali” e perciò “le scuole devono essere flessibili e capaci di improvvisare alternative”. “Abbattere gli stereotipi”, la terza raccomandazione, “sta tutta nel concetto di ‘normalità’. Se accettiamo che tutti sono diversi, allora chi è ‘normale’?”, sicché occorre portare tutti i bambini a sentirsi parte di un gruppo senza emarginazioni. Ciò viene meglio specificato dalla quarta raccomandazione, “la diversità è la mescolanza, l’inclusione è ciò che fa funzionare la mescolanza”, la cui portata è chiarita dall’indicazione secondo cui “la principale richiesta dei giovani è stata che gli insegnanti e il restante personale si concentrino sempre su ciò che si riesce a fare, piuttosto che su ciò che non si riesce a fare”: un atteggiamento positivo, incentrato sulle soluzioni e non sui problemi, e capace di tenere conto, ancora una volta con “flessibilità”, delle capacità di ognuno.
La quinta e ultima raccomandazione, “diventare appieno cittadini”, ha un rilievo particolare perché, contro le attese, la “piena cittadinanza” da promuovere non è solo quella delle persone svantaggiate. Infatti, “tutti i discenti hanno bisogno di imparare insieme al fine di vivere insieme […] questo è il primo passo nel processo verso l’inclusione sociale. Più sono giovani i discenti quando si riuniscono, meglio è per l’apprendimento della reciproca tolleranza e il rispetto delle differenze” (sono attese per il 2017 le conclusioni di un progetto triennale dell’Agenzia sull’educazione inclusiva nella prima infanzia). Ancor più esplicito è il Rapporto prima citato: “la corretta attuazione dell’integrazione scolastica ha risultati positivi per tutti i discenti, non solo i discenti con bisogni educativi speciali che sperimentano l’inclusione e la diversità, ma anche per tutti i discenti che possono migliorare le competenze trasversali o soft skills, [che] includono collaborazione, creatività, problem solving, capacità di comunicazione e pensiero critico. Molti ricercatori sostengono che, quando si tratta di preparare i discenti alla loro vita lavorativa e sociale, queste capacità di apprendimento permanente sono importanti tanto quanto le conoscenze acquisite a scuola”. A chi obiettasse che i vantaggi dell’inclusione individuati dalla ricerca accademica sono di difficile raggiungimento nell’esperienza concreta della classe, i giovani delegati risponderebbero testimoniando che “nella maggior parte dei casi, insegnanti e compagni sono tolleranti e comprendono la loro disabilità, fintanto che si dà loro il tempo per comprendere la situazione – le eccezioni sono molto rare”. Forse la migliore risposta a chi, sulla base di considerazioni di mera performance scolastica, sostiene nei Parlamenti o nei consigli di classe l’opportunità di (ri)costituire gruppi scolastici uniformi e depurati dagli elementi che “rallentano l’apprendimento”: una classe eterogenea è il riflesso di una società eterogenea, e imparare a farne parte è “questione di tempo”.

 

Il valore sociale delle persone con disabilità: la provocazione di Immaginabili Risorse

a cura di Valeria Alpi

C’è una rete nata a Milano, dal nome “Includendo”, che ha dato vita a “Immaginabili Risorse”. Includendo si propone come laboratorio di ricerca-azione strutturato attorno alle strategie e alle metodologie efficaci per una reale inclusione sociale delle persone con disabilità nei contesti del territorio. In pratica delle “immaginabili risorse”. Anche il Centro Documentazione Handicap e la cooperativa Accaparlante fanno parte di questa rete, condividendo i motivi di partenza e gli obiettivi raggiungibili. Per saperne di più, abbiamo intervistato Maurizio Colleoni, psicologo ed esperto di politiche e servizi nell’ambito della disabilità, nonché responsabile scientifico di Includendo.

Come nasce la rete?
Immaginabili Risorse nasce da un circuito di realtà prevalentemente della Lombardia che volevano provare a discutere la possibilità di incrementare la concretizzazione dell’inclusione della disabilità attraverso la capacità di generare valore sociale.
Le diverse realtà, i diversi servizi, sia di tipo diurno che di tipo residenziale, avevano già uno scambio mutualistico con altre realtà rispetto ad esempio le scuole, gli anziani, la gestione del verde, la gestione della filiera alimentare, e discutendo si è fatta l’ipotesi che questi scambi potessero essere interessanti anche per altre realtà. Si è scoperto che sono molti i soggetti di natura diversa e dimensioni diverse, e anche di orientamento di lavoro diverso, che però si muovono tutti dentro questa prospettiva.
Che poi, se ci pensiamo bene, è la scoperta dell’acqua calda: i servizi sono anche dei depositi di capitale perché ci sono competenze, professionalità, attrezzature, strutture, gruppi di lavoro, reti e connessioni con l’esterno. Allora il fatto che tu ti rendi disponibile a dare una mano a chi ti sta intorno non fa altro che favorire l’inclusione tra i servizi e l’esterno.
L’altra faccia della medaglia è che questa logica è sporadica, occasionale, legata a contingenze particolari.
L’obiettivo di Immaginabili Risorse è fare in modo che questa logica diventi sostanziale e non solo occasionale. Costruire un circuito che alimenti esperienze e riflessioni, un contenitore di soggetti, di esperienze, di logiche che possa aiutare tutti a risolvere problemi che sono comuni a tutti.

Come crescere come rete? Qual è la vostra funzione e quella dei servizi?
Immaginabili Risorse ha organizzato il suo primo meeting a novembre del 2014, cui hanno partecipato più di 400 persone.
Non ci aspettavamo un’affluenza così consistente, e questo è stato un ulteriore stimolo e anche una provocazione perché ci siamo detti “C’è una domanda dietro, c’è un interesse, cosa possiamo fare noi? Andare avanti”.
Abbiamo fatto un’assemblea nell’aprile del 2015 e la decisione è stata: non vogliamo dare vita a un altro soggetto formale come ad esempio la Fish, ma vogliamo mantenere un profilo di informalità. Siamo così andati a costruire un secondo appuntamento nell’aprile del 2016 all’Università Bicocca di Milano, con ancora più affluenza e più adesioni alla rete.
Il coordinamento è costituito da una dozzina di realtà di diverse province della Lombardia per una questione puramente logistica; poi però dall’assemblea di aprile 2015 altre realtà si sono dette interessate a essere dei referenti esterni, tra cui Accaparlante. Inoltre sta per uscire con la FrancoAngeli il libro con gli atti del meeting di aprile 2016 e a novembre 2016 faremo un’altra assemblea.
La nostra logica è quella di un movimento di idee, non di un soggetto che intende candidarsi a gestire dei servizi o delle politiche. Si potrebbe anche dire che la nostra funzione è quella di essere un enzima cul- turale. Noi poniamo una domanda: “È possibile che i servizi siano generativi di vita migliore per tutti? Fattori di crescita vitale in maniera ecologica e non solo in sostegno a una categoria di persone con minori risorse di altri?”. Questa un po’ è la provocazione.
I servizi hanno tre funzioni: una emancipativa nei confronti delle persone con disabilità, cioè il loro compito è fare in modo che i disabili tirino fuori tutte le risorse che hanno; una restitutiva, nei confronti della società, che significa che i disabili per vivere meglio devono stare dentro i processi dei territori, quindi vanno restituiti al proprio territorio, ovviamente tutelando chi rischia di essere messo ai margini. Se però vuoi essere emancipativo e restitutivo devi avere anche una funzione trasformativa.

Uno dei vostri punti di forza è che l’inclusione passa dal fatto che la persona disabile deve avere un ruolo attivo, di piena cittadinanza. Tanto è vero che il meeting di quest’anno si intitolava “Il valore sociale della persona con disabilità”…
L’inclusione è il cambiamento reciproco di storie e biografie che si incontrano. Cioè non è “io sono generoso e ti accetto”, ma è “io faccio delle cose per te e tu fai delle cose per me, nei tuoi limiti e nelle tue potenzialità”.
A livello teorico inclusione vuol dire che le differenze di soggettività devono tutte avere diritto di esistenza. Però vuol dire anche che tutti si prendono qualche responsabilità. In questa logica l’operatore non è più colui che deve gestire la persona con disabilità, ma colui che rende possibili dei movimenti, delle compatibilità tra forme di esistenza diverse. Il suo ruolo diventa più quello di un garante piuttosto che di gestore diretto. Di uno che guarda da un altro angolo, regola le relazioni, aiuta, interviene ma non è lui che fa le cose col disabile. Questa è un’altra provocazione di Immaginabili Risorse.

Si fa fatica a immaginare la persona disabile come adulta, e quindi in grado di mettere delle risorse in tutti i settori, dal turismo all’economia, una persona che può produrre valore non solo sociale ma anche economico come gli altri…
Eh, questo è un retaggio culturale. Noi veniamo da una cultura di secoli dove le persone con disabilità sono sempre state viste come un mistero, come una minaccia, come una colpa divina. La Convenzione ONU finalmente introduce l’idea che le persone con disabilità sono prima di tutto persone. Un grande passo avanti è avvenuto negli anni ’60 col movimento di lotta per i diritti civili e lotta contro l’emarginazione: in quella fase almeno è passata l’idea che le persone con disabilità avessero diritto a delle attenzioni specifiche, e non venissero semplicemente isolate e emarginate. La Convenzione introduce un passo ulteriore. Quindi si chiede ai servizi di deutentizzare le persone. È una sfida impegnativa che chiede di lavorare sugli spazi di autodeterminazione, chiede ad esempio che anche i disabili psichici possano prendere parte alle decisioni che riguardano la loro vita. Chiede il riconoscimento di diritti soggettivi che finora erano preclusi, quelli legati alla sfera affettiva, sessuale, relazionale. E chiede anche la possibilità per le persone disabili di prendersi delle responsabilità, per quello che riescono. Le persone sono quel qualcuno che ha diritti e doveri, e questo va riconosciuto anche alle persone con disabilità psicofisica, cosa che finora era poco presente.
È complicato perché dalle famiglie – da un punto di vista teorico – questa cosa è subito accettata, ma da un punto di vista concreto è problematico. Così come per molti è difficile pensare che una persona con sindrome di Down possa avere una vita sessuale. È un po’ come la sessualità nella terza età: ora si accetta ma per tanto tempo veniva percepita come una sorta di distorsione, una perversione.

Progetti per il futuro?
Nel futuro immediato l’assemblea, e il volume con gli atti del meeting, ma soprattutto l’obiettivo è che si attivi un laboratorio di riflessione metodologica attorno a cosa significa produrre valore sociale, al come si fa e alle sue valenze inclusive. Come si fa in concreto a produrre valore sociale, cosa significa, quali sono i problemi, quali sono le questioni che si incontrano, come cambia il lavoro degli operatori, cosa significa essere registi e meno attori. Su questo credo che dobbiamo fare un passo avanti come rete.
Per saperne di più: http://www.includendo.net

 

22. Un orizzonte

di Andrea Canevaro

Caro Accaparlante, o meglio: care e cari Accaparlanti,
la vostra storia è fatta di sfide e non vedo la ragione per non continuare. Le sfide che ancora non si sono risolte sono certo molte. Ne scelgo alcune, pensando che siano nelle vostre corde.
La prima ha un nome tristemente noto. È l’assistenzialismo. Che può far credere che tutto sia dovuto. Che siano gli altri a dover preoccuparsi di noi, di me. Che i diritti non siano in coppia con i doveri. E molti altri “che”. L’assistenzialismo si porta dietro quasi sempre il vittimismo. Se uno è sempre e solo vittima, ci dovrebbe essere il sospetto che ci stia quasi bene, in quella parte. Che, se non ha via d’uscita, e neppure la cerca, ha come conseguenza che esige risarcimenti, ma con l’implicito convincimento che nessuno sarà in grado di risarcire davvero. Ma li chiede. Anzi: li esige. E se può, lo fa in TV, tanto una trasmissione che denunci qualcosa e qualcuno e faccia piangere si trova sempre.
Un’altra sfida è quella dell’autoreferenzialità. Abitiamo il mondo. Che va verso gli 8 miliardi di abitanti. Possiamo fare come se gli altri non ci fossero? È difficile crederlo. Possiamo accorgerci degli altri solo quando fanno danni? È quello che stiamo facendo, con risultati tragici, e con un risultato silenzioso che rischia di non essere avvertito: la scomparsa della verità, sepolta dalle varie corruzioni. La verità è anche sapere che negli altri c’è qualcosa di buono, e non solo male, minacce, eccetera.
L’autoreferenzialità è una implosione continua, un’erosione interna, un’autofagia – cosa vuol dire? Servirsi del vocabolario, prego… – , o, se volete, un verme solitario che fa il parassita dentro il nostro stomaco e riduce la vita a diventare una camera d’aria bucata. È anche un’autolatria – vocabolario? –. Il povero Narciso, amando se stesso riflesso nell’acqua, annegò. Annegò nell’autoreferenzialità.
Ne consegue una terza sfida che chiamiamo fare un progetto. Senza un progetto non si riesce a stare al mondo. Martin Luther King diceva: “Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva appieno il vero significato del suo credo.
Riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Ma qualcuno, anonimo, ha detto anche “Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”. Avere un sogno e vivere, con gli altri, in un progetto. Che non può accontentarsi di ripetere. Deve scoprire nuovi orizzonti, e combattere le nostalgie. Le nostalgie sono birichine: ti dicono quello che ti fa piacere, e ti nascondono i ricordi spiacevoli. Lo fanno apposta. Per farti star fermo, in loro compagnia. E così la realtà non comincia. Diffidate, care e cari Accaparlanti, delle birichine nostalgie.
Tutti noi abbiamo bisogno di progetto. Un esempio tra tanti. La guerra nella ex Jugoslavia si è conclusa con un accordo che divideva quella comunità in diverse entità statali su base etnico-religiosa. Quanto di più approssimativo si potesse immaginare. Ma l’accordo nasceva nell’ipotesi che il progetto dell’Europa esercitasse un ruolo attivo e superasse la provvisorietà dell’accordo. Il progetto Europa è fermo, e ne soffriamo tutti.
Anche il terrorismo si può vincere con un progetto. Chi vive senza un progetto lo chiede come può, anche con la dinamite.
Abitare un progetto nel mondo. È una sfida che può aiutare a superare il determinismo dello stereotipo. Che segna un destino per chi viene fissato in una categoria, come handicappato, tossico, clandestino… Lo stereotipo determina un destino. Un progetto può mettere in disordine questo determinismo.
Care e cari Accaparlanti, le sfide non mancano, e sono per tutti, non sono sfide riservate a chi ha una disabilità. Ma questa è una caratteristica che è nel vostro DNA, care e cari Accaparlanti: vincere le sfide non solo per noi, ma per tanti e forse per tutti.
Ciao
Andrea Canevaro

21. Sei Lustri. Il Progetto Calamaio e il lavoro nelle scuole… anno dopo anno

di Maria Rosa Trombetti, educatrice ASL e insegnante scuola dell’infanzia

Sei Lustri!
Splendenti, sfavillanti, brillanti, carichi di idee.
Un tempo fatto di aspettative, di sogni, di pensieri, di immaginazione.
Sei lustri! Un buon tempo per chiedersi ciò che si è fatto e per domandarsi cosa si farà.
Sei lustri ancora, per inventare un futuro diverso, per tutti; per essere sempre portatori sani di innovazione del cuore, del sentire e del cambiare.
Un tempo ricco di relazioni vere, profonde, importanti, allacciate forse per caso ma resistenti all’uso.
Calamaio, una garanzia di vivacità, sicurezza e affidabilità per tracciare percorsi verso confini per nuove menti.
Sei lustri, come il tempo di internet ma una rete di contatti non virtuali carichi di passione e di persone vere, con le loro storie, aspettative e percorsi.
Calamaio, come ridere di gusto insieme, un contagio in ogni incontro, per testimoniare che a scuola l’entusiasmo si propaga, che l’allegria è sana.
Le maestre ridono con i bambini, perché sentono vero, essenziale e autentico ciò che si vive dentro l’avventura del Calamaio.
Il Calamaio che arriva a scuola è vissuto come entità nella quale si entra a far parte attraverso il fare, l’agire e il sentire insieme.
Il luogo diventa magico, negli occhi dei bambini c’è lo stupore, la curiosità, la partecipazione; nelle maestre c’è la consapevolezza partecipata; il progetto diventa programmazione futura, per non perdere il filo da annodare anno dopo anno, per sentirsi dentro il Calamaio, per immaginare la possibilità di offrire esperienze verso il cambiamento per un nuovo modo di pensarsi e di pensare i bambini co- me cittadini attivi di domani.
Calamaio una scommessa valida per rilanciare uno stile, una modalità di fare attivamente scuola nuova.
Sei lustri ancora, per raccogliere, valorizzare, discutere, migliorare, per non fermarsi; un tempo per essere ancora propositivi, per assaporare la soddisfazione di avere partecipato e avere creduto nell’immaginare per le persone nuove prospettive, nuovi punti di vista, per ribaltare la disabilità in occasione, risorsa, ricchezza da mettere a disposizione, senza negare difficoltà contingenti e di gestione ma scommettendo sulla positività.
Sei lustri ancora per sentirsi legati con responsabilità diverse nuove e condivise. Buon compleanno Calamaio!

Filastrocca del pescatore
Un pescatore assai Imprudente
aveva
un sogno nella sua mente,
aveva soltanto molto coraggio quando iniziò un nuovo viaggio.
Prese un’idea un po’ strampalata
che trasformò in rete fatata,
rete fatata che se ti cattura
trasforma
la vita in una avventura.
Dentro la rete finiscono in tanti
e sono felici tutti quanti,
perché si allarga a dismisura con entusiasmo e senza paura.
Dentro la rete, lo scopri da te,
ciascuno
trova un posto per sé;
ci sono mani che stringono mani
per trasformare ieri in domani.
Dentro la rete ci sono persone,
si mettono in gioco con tanta passione;
le loro storie sanno stupire,
fanno pensare e divertire.
Dentro la rete ci stanno i bambini
che allargheranno i loro confini.
C’è il Calamaio! Si fa grande festa! Si canta, si ride, mai ci si arresta.
Si viaggia in carrozza, si vola nel cielo
poi si dipinge un arcobaleno,
si lascia una traccia ed un’impronta
e resta il ricordo di ciò che conta.
Dentro la scuola e poi in famiglia
diventa
più grande la meraviglia,
diventa vero scoprire che
ciascuno
è bello per quello che è.
Un pescatore assai Imprudente
aveva un sogno nella sua mente.
Gira di qua gira di
adesso quel sogno è la nostra realtà.

20. Per una didattica dell’inclusione. Il libro modificato e la collaborazione con le scuole medie “Saffi”

di Roberto Parmeggiani, educatore Progetto Calamaio e scrittore

 L’Associazione CDH e la Cooperativa Accaparlante ormai da trent’anni sono impegnate per promuovere, attraverso incontri di animazione e percorsi di formazione, una cultura dell’inclusione che permetta a tutti, al di là delle singole diversità, di svolgere appieno il proprio ruolo sociale.
Da sempre crediamo che la scuola sia il luogo privilegiato da cui partire per favorire questa rivoluzione culturale capace di vedere la diversità come elemento costitutivo dei contesti sociali e non come difficoltà a cui porre rimedio.
Per questo, da quando il nostro gruppo di lavoro si è trasferito presso il Quartiere San Donato e, in particolare, nella zona del Pilastro, abbiamo stabilito un contatto con le realtà scolastiche della zona alle quali abbiamo proposto una collaborazione attraverso la quale realizzare percorsi di animazione per i bambini e i ragazzi e percorsi di formazione per gli insegnanti, sul tema della relazione con la diversità, la valorizzazione delle abilità e la didattica inclusiva.
In questo contesto è nato il progetto “Il libro modificato. Per una didattica dell’inclusione” volto a coinvolgere tutte le classi delle scuole medie “Saffi”. In particolare, il percorso che ha coinvolto i ragazzi delle classi terze ci ha portato a riflettere sul contesto in cui vivono per poi raccontarne possibilità e difficoltà, desideri e paure, utilizzando il linguaggio in simboli, un modo per rendere più accessibile la scrittura e lettura per persone che hanno difficoltà di comprensione di diverso tipo.
Durante gli incontri, condotti dagli animatori del Progetto Calamaio, i partecipanti hanno potuto conoscere il mondo dei libri accessibili e, nello specifico, hanno imparato a utilizzare il programma Symwriter attraverso cui è possibile scrivere testi in simboli. Il Pilastro secondo noi, quindi, è il punto di vista di questi nuovi cittadini che rappresentano il futuro del quartiere e della città.
Ogni studente ha lavorato su tre elementi che scandiscono anche la struttura dell’opuscolo che abbiamo poi prodotto. La carta d’identità attraverso cui, in maniera anche scherzosa, ognuno si è presentato. La mappa emotiva la cui struttura è stata elaborata da un gruppo integrato dei partecipanti ai cantieri che hanno lavorato alla realizzazione del progetto Pilastro 2016 e che ha permesso ai ragazzi di descrivere il Pilastro tenendo conto di queste cinque categorie: il luogo in cui abitano, i loro punti di riferimento, gli spazi legati ai momenti di socializzazione, i percorsi che effettuano abitualmente e i luoghi che ritengono non accessibili, sia fisicamente che relazionalmente. Un testo emotivo in cui hanno raccontato un’esperienza significativa legata al quartiere.

19. L’alternanza scuola-lavoro. Le ragazze del Liceo “Da Vinci” in stage al Calamaio

Gentilissima Sandra,
l’anno scolastico è ormai terminato ed è tempo, per noi insegnanti, di bilanci… L’esperienza di Alternanza Scuola Lavoro svolta dalle alunne al CDH è stata davvero significativa. I feedback che abbiamo avuto come scuola sono stati molto positivi e vorrei ringraziarti, Sandra, insieme a tutto lo staff e agli utenti del Centro, per aver saputo organizzare al meglio la permanenza delle alunne.
Nei questionari di gradimento sul progetto, somministrati agli alunni, le valutazioni sono state tutte molto positive… Inoltre tutte le ragazze avrebbero voluto che lo stage durasse più di una settimana.
Nell’inviare a tutti un caro saluto e sperando di poter collaborare di nuovo in futuro con voi, lascio la parola alle alunne, riportandoti alcuni passi delle loro relazioni sull’esperienza svolta.
Eleonora Maroni

… Quando ho iniziato non ero totalmente consapevole di quanto il contatto con queste persone mi avrebbe potuto trasmettere sia a livello emotivo sia sul piano umano. Relazionarmi, parlare, aiutare, interagire con loro mi ha aiutato anche a demolire quei pregiudizi che prima mi frenavano nello stabilire un contatto con le persone disabili, superando così l’handicap non solo di queste persone ma in un certo senso anche il mio.
Infatti, come spesso ci è stato detto durante questa esperienza, il deficit o mancanza non è annullabile in quanto situazione soggettiva, mentre l’handicap in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione può essere ridotto o annullato (purtroppo anche aumentato).
…Durante l’alternanza scuola lavoro sono stata al CDH, ovvero il Centro Documetazione Handicap, dove sono stata subito accolta in un’atmosfera familiare e, al contrario di quello che pensavo, davvero molto allegra…
…Ho capito che dietro l’apparenza dei corpi e delle disabilità ci sono delle personalità e delle identità forti, di ragazzi, uomini, donne… e spesso anche una grande intelligenza che può dare e insegnare molto. Si respira una forte intelligenza relazionale…
…La mia esperienza al CDH la definisco costruttiva, ma allo stesso tempo divertente. In una settimana sono riusciti a combinare questi due aspetti in modo tale che potessimo conoscere, imparare, scoprire senza mai annoiarci…
…Oltre ad averci fatto ridere e ad averci accolto nel migliore dei modi, educatori e disabili ci hanno fatto partecipare alle loro attività, facendoci scoprire nuove realtà come il libro modificato…
…La loro è una grande famiglia e ti accolgono subito come benvenuti. Ho percepito subito questo calore appena entrata, anche se all’inizio avevo qualche paura di non riuscire o non partecipare…
…Non ringrazierò mai abbastanza il CDH per avermi cambiata positivamente e fatta sentire a casa…