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Autore: Nicola Rabbi

Dietro ogni “scemo” c’è un villaggio

a cura di Giulia Galbiati, insegnante

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole, e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare: per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita: qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri, qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.
(F. De André, Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio), “Non al denaro non all’amore né al cielo”, 1971).

Questa canzone di Fabrizio De André, cantore delle ipocrisie ma in prima istanza dei diversi, degli emarginati e degli esclusi, ci mette di fronte a un racconto, ma allo stesso tempo a un invito: ci racconta la difficoltà di essere noi stessi in rapporto agli altri, il bisogno di essere comunque accettati dalla comunità (il “villaggio”) che ci esclude, e la reazione di questa alla diversità dei singoli; ma ci invita anche a una riflessione, che sta a noi che ascoltiamo accettare o ignorare. Il “tu” molto poco impersonale con il quale inizia la canzone ci coinvolge direttamente, invitandoci a vestire panni che (così almeno ci sembra) non sono nostri: la prospettiva è quella di chi è, o è considerato, diverso.
Il matto della canzone si differenzia dagli altri in quanto non “riesce ad esprimersi con le parole”: in una comunità che non conosce altri mezzi di espressione se non quello razionale – il linguaggio appunto – il matto viene emarginato, isolato (anche, ci immaginiamo, letteralmente) all’interno del suo stesso ambiente.
Il bisogno di appartenere a una comunità, o più semplicemente di un contatto umano, lo spinge allora a una fatica immane (“[…] per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai di imparare la Treccani a memoria […]”), fatta però di parole altrui.
Impermeabile al suo tentativo di comunicazione rimane comunque la comunità, incapace di ascoltare, o forse non disposta a farlo.
Il matto è costretto a rimanere all’ombra, nell’ombra; ma quella che rimpiange è “la luce del sole”, la possibilità di essere se stesso, alla luce del sole, magari proprio all’interno di quella stessa comunità che lo ha respinto.
La diversità è chiaramente in ognuno di noi, che accuratamente la nascondiamo. Quando però questa diversità è evidente, perché si manifesta in qualcuno, allora nella comunità (ma anche nella società in generale) si innesca il meccanismo della paura.
Paura che è prima di tutto quella di risultare noi stessi il diverso: una protezione individualistica.
Ci mettiamo in posizione di difesa e arroccamento all’interno di un mondo protetto perché omogeneo, in cui possiamo nasconderci, confonderci e conformarci per non risultare, appunto, diversi. Ed estraniamo il diverso.
Il capro espiatorio di una società è significativamente quello a cui tutti abbiamo paura di tendere, perché questa tendenza è in potenza dentro ognuno di noi.
Chi, e soprattutto perché, può ritenersi allora esente da questa riflessione, da questa prospettiva?
Il “matto” non è in fondo anche il disabile, l’omosessuale, la donna, anche solo semplicemente il timido?
Ascoltare, nei diversi modi che esistono per farlo, chi è diverso da noi è il primo passo per includere e integrare.
Mettiamo dunque in discussione noi stessi e ascoltiamo: dietro ogni “scemo” c’è un villaggio, che non vuole ascoltare.

Punti blu e buchi neri: la crisi dei rifugiati e le persone con disabilità lungo la rotta balcanica

di Massimiliano Rubbi

Il 12 e 13 marzo 2016 l’European Disability Forum ha incontrato Kirstin Lange dell’UNHCR, l’Agenzia ONU che si occupa della protezione dei rifugiati, per discutere della crisi dei migranti in corso da mesi in Europa. Il risorgere di frontiere con filo spinato e nazionalismi accentuati appare assai lontano dall’auspicio del Presidente EDF Yannis Vardakastanis, ad “affrontare la crisi dei migranti in base ai diritti umani, mettendo prima la vita delle persone”, e in particolare delle persone con disabilità, più vulnerabili tanto nei contesti di guerra da cui fuggono quanto in quelli in cui vengono accolti in Europa.
Nell’incontro, riferisce Lange, le questioni sollevate sono state “la mancanza di dati disponibili sulle persone con disabilità in arrivo in Europa, la limitata accessibilità fisica delle strutture di accoglienza, la necessità che le informazioni siano
in formati accessibili (incluso l’uso di interpreti di lingua dei segni), la necessità di formazione degli attori umanitari coinvolti nella risposta, per costruire la loro capacità di lavorare con persone con disabilità, e la richiesta di un più forte coordinamento tra l’UNHCR e le organizzazioni di persone con disabilità in Europa”: tutte carenze emerse nei momenti più caldi della crisi, quando nei mesi centrali del 2015 decine di migliaia di persone hanno percorso caoticamente la “rotta balcanica” verso l’Europa centrale, ma avvertite anche oggi che tale rotta è chiusa e, con l’accordo assai discusso siglato da Unione Europea e Turchia il 18 marzo 2016, è stata rinforzata la disciplina dei respingimenti per chi, arrivato in Grecia, non chiede o non ottiene il diritto di asilo.

L’intollerabile e l’improvvisazione
Jodi Hilton, una fotoreporter indipendente, nel dicembre 2015 ha documentato per il sito IRIN, in un servizio dal titolo “Strada rocciosa: rifugiati disabili combattono attraverso i Balcani” (http://goo.gl/BQi6iN), le condizioni in cui un profugo di Homs privo di una gamba tentava di superare il confine tra Macedonia e Serbia nei pressi del centro accoglienza di Tabanovce, spinto e sollevato in una carriola su un terreno fangoso che rendeva impossibile usare la carrozzina. Hilton riferisce, anche rispetto alla sua esperienza in altri campi dei Balcani, che “c’è molta improvvisazione nell’aiuto a queste persone”, un aiuto a passare la frontiera illegale e quindi fornito solo da organizzazioni “di base” che agiscono in base al “dovere morale di non lasciare indietro qualcuno” – oppure da trafficanti di esseri umani, ma “per andare con i trafficanti devi camminare molto, ed è pericoloso, quindi non penso che molte persone disabili provino a farlo”.
La presenza di persone con disabilità anche gravi tra i migranti non è un fatto eccezionale. Boris Cheshirkov, portavoce dell’UNHCR sull’isola greca di Lesbo, ricorda che “lo scorso inverno, su ognuna delle barche che arrivavano c’erano dalle 50 alle 60 persone, e almeno una famiglia aveva un membro con una vulnerabilità significativa. Sulla spiaggia ho visto arrivare centinaia di barche, e sulla maggioranza di esse c’era qualcuno con una disabilità evidente”. La ragione principale per cui le persone con disabilità scappano da zone in guerra, affrontando un viaggio assai pericoloso anche per chi è nel pieno delle proprie capacità fisiche, è “il collasso dei servizi nei Paesi di origine, dove le persone a rischio elevato non possono più ottenere sostegno e assistenza dal governo o da altre agenzie. Molti, se non la maggior parte, fuggono all’improvviso, perché vivono con complicazioni in alcuni casi per anni, ma a un certo punto ciò diventa semplicemente intollerabile e non possono più rimanere. Perciò, in molti casi, coloro che sono giunti con una vulnerabilità, ad esempio in Grecia, considerano che la vulnerabilità sia un fattore che ha contribuito al loro movimento. Mi ricordo molto chiaramente di aver incontrato nel campo di Moria [a Lesbo] una famiglia allargata di 20 persone proveniente da Aleppo, con una nonna di circa 85 anni, i suoi figli e le loro famiglie, e uno dei suoi figli aveva una paralisi; i familiari erano commossi quando ne parlavano, e dicevano ‘lui è una delle ragioni principali per cui siamo partiti’”.
Barbara Colzi, responsabile della protezione UNHCR per la Macedonia e quindi anche per il centro di Vinojug-Gevgelija, al confine con la Grecia e di fronte a Idomeni, ricorda il caso di “un rifugiato siriano che era arrivato in sedia a rotelle con tutta la famiglia, e che ci raccontava le grossissime difficoltà per riuscire a salire sulla barca per la Grecia; il tragitto via mare è descritto come la parte più difficile, perché poi, una volta arrivati in Grecia, i profughi ricevevano un’assistenza e potevano continuare con mezzi come l’autobus” (prima della chiusura delle frontiere). Anche chi non è partito con la famiglia spesso si è aggregato lungo il viaggio a gruppi da cui ha trovato l’aiuto necessario a superare difficoltà personali anche gravi: “abbiamo visto persone che non avremmo mai detto potessero arrivare fino in Macedonia nelle loro condizioni”.
Non a tutti, però, è andata così bene. Nel settembre 2015, Jodi Hilton era in Serbia sul confine ungherese: “ho incontrato un uomo che stava spingendo un altro uomo in una carriola, lo stava spingendo sin da quando si erano incontrati in Turchia, e mi chiedeva se avevo una pompa, perché la ruota della carriola era sgonfia. Il giorno dopo ci sono stati scontri quando i rifugiati hanno cercato di assalire il confine ungherese, e quest’uomo, che era stato ferito ad Aleppo e aveva un’amputazione, si è disperso – hanno trovato solo la sua carriola”. A trovarlo è stata la polizia ungherese, come documentato dai media britannici nella primavera 2016: Ghazy Faisa Hamad, insieme a una donna con una cecità a un occhio e ad altri 9 siriani e iracheni, è comparso davanti a un tribunale di Szeged, accusato di aver partecipato attivamente alla rivolta. Secondo Hilton, “non so quanto violento possa essere stato lui, altre persone gettavano sassi e hanno tirato giù il primo steccato, e a quel punto molte famiglie con bambini e persone comuni si sono precipitate verso il confine per cercare di entrare, e per quanto ne posso capire lui è stato catturato dalla polizia perché non è potuto fuggire”. Sta di fatto che, secondo le leggi ungheresi inasprite proprio nei giorni caldi di settembre, Hamad, nel processo ancora in corso, rischia una condanna a 5 anni di carcere.

Difficili risposte per bisogni in movimento
Di fronte al flusso di persone nei mesi più intensi della crisi migratoria, ammette Kirstin Lange, “alcuni siti lungo la rotta sono stati migliori nell’assicurare un accesso egualitario (come Gevgelija, in Macedonia) mentre altri sono rimasti sotto lo standard. L’alta mobilità della popolazione all’inizio, e ora il contesto in drammatico cambiamento, hanno reso difficile per tutti gli attori rispondere in modo appropriato”. Secondo Barbara Colzi, facendo riferimento proprio a Gevgelija, “fino all’inizio di marzo, quando c’erano dalle 7.000 alle 11.000 persone
al giorno che transitavano, rimanevano solo poche ore, ma questo non vuol dire che non ci fosse una risposta per persone che avevano bisogni specifici – un’assistenza minima veniva fornita a tutte le persone con problemi medici o disabili, per esempio il trasporto dalla frontiera greca fino al centro di Gevgelija”.
Dai bisogni legati al momento più critico è nato il progetto dei “Blue Dots” (“Punti blu”), ovvero “centri di sostegno a bambini e famiglie” destinati a fornire un insieme di servizi minimi anche alle persone con disabilità. Come spiega Colzi, “abbiamo iniziato a implementare questo nuovo progetto a partire da dicembre 2015, e centrale era il fatto di utilizzare la stessa visibilità, la riconoscibilità con un punto blu, nei vari Paesi della rotta, dalla Grecia alla Macedonia e alla Serbia”. Anche se i servizi minimi descritti nel documento illustrativo del progetto sono centrati sulle esigenze generali di bambini e genitori (punto informazioni, ripristino di collegamenti tra famigliari dispersi, riunificazione familiare, spazi a misura di bambino e idonei all’allattamento), i “Punti blu” servono anche a identificare bisogni specifici e fornire assistenza di tipo medico, psicologico e fisico, oltre che, come riferisce Colzi, “servizi approvati per persone con disabilità, come bagni adattati per persone con mobilità ridotta”; secondo Kirstin Lange, l’inclusione delle persone con disabilità segue questo approccio, sicché sotto l’insegna dei “Punti blu” si potrebbe in futuro “garantire la disponibilità di interpreti di lingua dei segni e altri mezzi di comunicazione accessibili”. “Il problema” rileva purtroppo Colzi “è che nel momento in cui abbiamo iniziato a implementare questo progetto, tra gennaio e febbraio 2016, il movimento dei profughi tra i diversi centri si stava già riducendo a causa delle crescenti restrizioni alle frontiere”, fino a che la loro chiusura totale all’inizio di marzo ha costretto i profughi a fermarsi negli ultimi campi raggiunti, stanzializzandone la popolazione e vanificando la riconoscibilità dei “Punti blu”.
Il primo passo per rispondere ai bisogni dei profughi con disabilità rimane però identificarli, e anche qui i due centri macedoni di Tabanovce e Gevgelija sono un passo avanti: due report basati su dati raccolti a metà marzo e successivamente aggiornati, con la stessa metodologia, tracciano una profilazione delle due popolazioni, “intrapresa al fine di identificare individui e gruppi con bisogni specifici che possono non essersi fatti avanti da soli per rendere tali bisogni noti”. Le persone “vulnerabili” così censite sono quelle in gravi condizioni mediche, i minori non accompagnati o separati dalla famiglia o a rischio (in quanto con figli o in gravidanza), i nuclei monoparentali, le donne in allattamento o in gravidanza, le persone con disabilità e gli anziani con bisogni specifici ulteriori rispetto a quelli legati all’età. Colzi spiega che “i rapporti e la profilazione sono stati fatti dall’UNHCR con l’obiettivo di aiutare le organizzazioni partner, che non avevano la capacità di registrare tutta la popolazione e che già fornivano assistenza a persone disabili o donne incinte, senza però sapere quante fossero e poter quindi pianificare l’attività”. Alla precisione del censimento fa da contraltare la mutevolezza della popolazione, specialmente a Tabanovce: se nella prima rilevazione edita ad aprile gli ospiti del centro erano 1.024, in quella successiva, meno di due mesi dopo, erano scesi a 415. La maggior parte dei 600 mancanti si è affidata a trafficanti per cercare di entrare irregolarmente in Serbia, ma secondo Colzi chi aveva problemi di mobilità è in genere rimasto nel centro, perché per provare a proseguire “devi avere innanzitutto i soldi, ma se in più in famiglia hai una persona che non può camminare facilmente, attraversare la frontiera di notte con gruppi di altre persone non è possibile”.
Nelle strutture di accoglienza in Grecia non esistono censimenti così dettagliati, ma a Lesbo, secondo Cheshirkov, il governo greco ha promosso “azioni positive nell’identificazione delle persone a rischio elevato, come donne incinte o in allattamento, minori non accompagnati, persone con disabilità mentali o fisiche, anziani, sopravvissuti a stupri, tortura o traffico umano”. Questa identificazione è decisiva nell’isola dell’Egeo, dove oggi alcune migliaia di persone sono ospitate in due campi profughi, Moria e Kara Tepe: dal 28 marzo, entrato in vigore l’accordo UE-Turchia, il primo è diventato un “sito di detenzione” chiuso (in cui l’UNHCR ha sospeso le attività), mentre le persone vulnerabili sono state trasferite nel secondo, dove oggi “ci sono circa 900 persone, molte delle quali sono famiglie con un membro in situazione di vulnerabilità, inclusa la disabilità”. Se a Moria “il governo continua a condurre valutazioni di vulnerabilità” in un contesto in cui i nuovi arrivi sono comunque molto limitati, a Kara Tepe, riporta Cheshirkov, “stiamo conducendo focus groups con rifugiati e migranti e cerchiamo di identificare quali siano i principali problemi e sfide che percepiscono, ne stiamo prendendo nota, e ciò influisce sul modo in cui svolgiamo e introduciamo i nostri programmi”.
Sempre in Grecia, fino al 24 maggio 2016, c’era la situazione più problematica e famigerata: nel campo non ufficiale e temporaneo di Idomeni, migliaia di persone si ammassavano nel fango dal giorno della chiusura del vicino confine con la Macedonia. Proprio il giorno prima dello sgombero, la portavoce UNHCR Stella Nanou rilevava che per le persone con disabilità mancavano un monitoraggio specifico, un’assistenza mirata e anche molte attrezzature di base: “per esempio, carrozzine e stampelle dipendono in gran parte da donazioni, e c’è anche una risposta inadeguata per chi soffre di menomazioni alla vista o all’udito”. Quanto agli altri campi aperti dal governo greco nel Nord del Paese, Nanou affermava che “nessuno di loro consente di rispondere adeguatamente a queste sfide, ma questi campi formali offrono condizioni di vita migliorate a confronto di Idomeni”. Purtroppo, i campi a cui Nanou stava facendo riferimento erano quelli già attivi, e non i nuovi siti in cui le persone sarebbero state trasferite il giorno dopo. Nelle ore dello sgombero di Idomeni, una fonte di una ONG attiva in loco lamentava che di questi siti “non ne sappiamo nulla, non li abbiamo visitati, non possiamo dire altro che di avere visto le immagini di alcuni di questi campi nei social media, e sembrano altrettanto temporanei, con persone che vivono ancora in tende, una sistemazione inadatta ai bisogni di chi deve essere assistito”. A distanza di pochi giorni, mentre l’UNHCR dichiarava ufficialmente che “le condizioni di alcuni di questi siti in cui rifugiati e migranti vengono trasferiti cadono ben al di sotto di standard minimi”, il “Guardian” ha definito queste condizioni come “non adatte per gli animali”, descrivendo e fotografando magazzini con finestre distrutte in cui le tende sono piantate su pavimenti sporchi di cemento e in cui la disponibilità di acqua è come minimo intermittente, e ha segnalato che dalla popolazione di Idomeni mancherebbero all’appello 4.000 persone, ipotizzando che “stiano vivendo nelle strade di città greche come Salonicco, si nascondano nelle foreste vicino al confine macedone o siano stati portati da trafficanti a nord verso l’Europa”. Giorgos Kyritsis, portavoce del governo gre-
co, oltre a smentire questa fuga di massa ha invece sostenuto l’opportunità dello sgombero: “non diciamo che le condizioni siano perfette, vogliamo migliorarle, ma non c’è assolutamente paragone tra le nuove strutture e Idomeni. Almeno ora hanno un tetto sulla testa. Quando piove non si bagnano e non sono costretti a vivere nel fango”.

Al di là del mare
Se in Grecia sono presenti, nelle condizioni descritte, circa 50.000 profughi, la Turchia è il Paese che ne ospita di più al mondo con 3 milioni, di cui il 90% circa dalla Siria. L’accordo con la UE siglato a marzo è un’estensione dello “Strumento per la Turchia a favore dei rifugiati” creato già nel novembre 2015, e definisce il respingimento di potenziali rifugiati in Turchia, per poi prevederne la ricollocazione entro la UE ove la loro domanda di asilo fosse accolta; anche se “l’aiuto specializzato a persone con disabilità, la salute mentale e il sostegno psicosociale” figura tra i progetti umanitari immediati inclusi in una delle prime linee di finanziamento aperte in aprile, colpisce che lo “Strumento” non stabilisca standard minimi di assistenza nei campi turchi, cruciali per la stessa sopravvivenza di profughi in situazione di disabilità grave durante l’esame della domanda di asilo. E capire quale sia il livello dell’accoglienza in Turchia è molto difficile: Cheshirkov riferisce che “molti dei campi, se non la maggior parte, sono mantenuti e gestiti molto bene”, sicché “dobbiamo riconoscere lo sforzo che la Turchia ha messo in campo, inclusa l’assistenza nei campi anche alle persone con bisogni speciali”, ma al contempo ammette la diffusione di fenomeni come la prostituzione e il lavoro minorile legati alle necessità di sussistenza. Quanto all’assistenza specifica per le persone disabili, secondo Jodi Hilton, “in generale in Turchia non ci sono infrastrutture per le persone disabili, molti cittadini turchi che hanno una disabilità sono accuditi dalla loro famiglia in casa; sarei molto sorpresa se facessero qualcosa di speciale per le persone con disabilità nei campi turchi”.
La mancanza di dati impedisce di approfondire una impressione ancor più inquietante. Si stima che il 15% della popolazione mondiale abbia una disabilità; se tale condizione, come si è detto, non impedisce e anzi incentiva la fuga dalle zone di guerra, e però ostacola il passaggio illegale tra frontiere europee oggi cinte di filo spinato, ci si attenderebbe di ritrovare una percentuale analoga nei centri che ospitano i profughi. Stando agli ultimi monitoraggi citati e relativi alla Macedonia, però, a Gevgelija le persone con disabilità (incluse quelle anziane con bisogni specifici) sono 5 su 141, pari al 3,5%, a Tabanovce addirittura 8 su 415, meno del 2%. Dove è finito quel 10% abbondante che manca? Dando per buona la correttezza del censimento, e tenendo conto che pochissimi sono gli ospiti sopra i 60 anni (6 a Tabanovce, solo 2 a Gevgelija), il dubbio è che molte più persone con disabilità in fuga dalla Siria, ma anche dall’Iraq e dall’Afghanistan, siano rimaste nei Paesi di primo asilo, la Turchia ma anche il Libano e la Giordania, e si trovino in condizioni di cui non sappiamo nulla o quasi – oppure, peggio ancora, che per ogni persona con disabilità che è riuscita ad arrivare in Europa molte di più non siano riuscite a completare il viaggio.
Kirstin Lange ricorda che “l’UNHCR fa pressione sui governi perché rendano disponibili modi più sicuri e legali per i rifugiati per viaggiare verso l’Europa in base a programmi gestiti – per esempio programmi di ammissione umanitaria, patrocini privati, riunificazione familiare, borse di studio per studenti e schemi di mobilità lavorativa – così che i rifugiati non ricorrano ai trafficanti per trovare la sicurezza. Una disponibilità maggiore di tali opzioni ridurrebbe i rischi che le persone con disabilità stanno attualmente affrontando tanto nelle aree di conflitto quanto nei Paesi di primo asilo”. Né la UE né i suoi Stati membri hanno finora cercato seriamente di costruire questi “corridoi umanitari”, preferendo gestire il flusso di chi è costretto a partire in termini di mera emergenza, con i salvataggi in mare, o con una “prevenzione” tesa a mantenere i profughi, senza garanzie, fuori dai confini europei (due approcci peraltro poco coerenti tra loro, come reso evidente dalla vicenda Mare nostrum/Triton). Se la cronaca non riesce a definire l’esistenza e la collocazione di quel 10%, non è escluso che sia la storia a chiederne conto.

Le evocazioni del corpo

A cura di Mario Fulgaro

Ogni individuo è creatore, attraverso il suo agire spontaneo e naturale, del microcosmo che più gli confà. Questo microcosmo finisce a sua volta con l’influenzare, in modo molto spesso inconsapevole, l’agire dei suoi attori principali.
Il motore che avvia questo interscambio tra res cogitans e res extensa, come direbbe Cartesio, sta nella consapevolezza della prima, che non si riconosce più come realtà a sé stante ma come monade aperta a trecentosessanta gradi verso il mondo che la circonda.
Chiamo in causa la Filosofia perché di fatto l’esperienza che gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio hanno portato dopo il percorso di otto sedute di massaggi shiatsu, realizzato al Centro Documentazione Handicap di Bologna insieme a Francesca Paz e Antonio Basile, provenienti dall’Accademia Italiana Shiatsu-Do, non ci parla solo del corpo e delle sue sensazioni ma piuttosto del rapporto corpo-ambiente, del dialogo con il sé che ne deriva e delle immaginazioni che la mente riesce a dipingere a partire dalle più semplici vibrazioni derivate dallo sfioramento e dal contatto. Ideale conclusione del percorso laboratoriale sulla percezione corporea e il benessere a cura degli educatori Tristano Redeghieri e Luca Cenci, al centro della monografia di “Hp-Accaparlante” On the road.
Diario di un viaggio alla scoperta del corpo tra limiti, risorse e benessere, il percorso è stato accolto da tutti i partecipanti con entusiasmo.
Così dapprima con curiosità, poi con maggiore coscienza, attraversare le diverse tappe introspettive e corporee grazie alle tecniche manipolatorie dell’antica India, Giappone e Cina, si è dimostrato per i suoi partecipanti un volano per una conoscenza più approfondita di tutte le proprie potenzialità, ridisegnando in chiave positiva e, più precisamente, in termini di relax, pace e abbandono fiducioso, tutto ciò che in quel frangente li circondava e accoglieva in modo, all’apparenza, freddo e asettico.
Ed ecco che chi attraversava uno stato umorale buio e nero, tale da dover essere perforato per andare oltre, con lo shiatsu e le sue pratiche aveva modo di colorare il suo stato d’animo di sfumature più chiare e gioiose, quali il rosso o il giallo. Di contro balzo anche l’ambiente che ci ospitava assumeva i colori caldi della tranquillità. La rigidità mentale e del proprio corpo incontravano atmosfere interiori più pacate, in grado di trasferire ogni attenzione su altre questioni distensive e aperte alla conoscenza di sé, dei limiti.
Solo chi è in pace con se stesso è in pace con ciò che lo circonda, lo shiatsu è una palestra che aiuta a riversare le proprie attenzioni ed energie sul proprio corpo, nella sua totalità, per darne piacevolmente conto alla propria coscienza. La stanza che ci ha ospitato ha accolto sempre più, in un livello di scambio crescente i sogni, le aspirazioni e i dialoghi amichevoli tra tutti, tra gli operatori e i loro fruitori.
Lasciare andare le proprie ossessioni, mollare, dare riposo e così acquistare una nuova presenza.
“Il corpo e lo spirito: quei due sono inseparabili, non si lasciano mai – scrive lo psicologo francese Christophe André – Quando l’uno prova conforto lo prova anche l’altro, e lo stesso vale per le sensazioni negative. C’è chi allora avanza la teoria della leggenda del dualismo cartesiano, corpo e spirito come due entità separate, eppure Cartesio non affermò mai una cosa del genere. La dualità esprime soltanto una gerarchia, una convinzione sui rapporti di forza: chi dei due può far obbedire l’altro? In genere si pensa che lo spirito debba mostrarsi più forte del corpo. Invece è come in una coppia: dipende dai momenti, dalle situazioni,
che cambiano e si evolvono. E va benissimo così” (C. André, Dell’arte della meditazione, Milano, Corbaccio, 2012).

Lorella Picconi
“Da qualche tempo ho incominciato un bellissimo laboratorio shiatsu (tecniche di massaggio dalla testa ai piedi, io almeno lo chiamo così). Io sono seguita dalla terapista Francesca e contemporaneamente, insieme a me, una mia collega viene seguita dal terapista Antonio. I massaggi sono eseguiti nella stessa stanza e durano un’ora ciascuno.
Ecco il diario delle mie sedute:
Giorno uno
Per me è stata una bellissima esperienza ma, visto che era la prima volta, all’inizio ero un po’ titubante perché non sapevo come si sarebbero svolte le sedute, poi mi sono trovata benissimo. Francesca è molto brava con me, però delle volte fa delle manovre di massaggio in alcuni punti che mi fanno male.
Giorni due e tre
Queste sedute mi piacciono moltissimo e già dal terzo incontro non ho più avuto mal di pancia quando ho il ciclo. Persistono saltuariamente delle emicranie molto forti così come avevo prima.
Giorno quattro
Oggi mi sono sentita benissimo con il trattamento che mi ha fatto Francesca. Le ho parlato, spiegandole che, grazie a questi massaggi. Quando ho il ciclo, ho solo mal di testa mentre alla pancia non ho male, come invece mi capitava prima che iniziassi la mia avventura di shiatsu. Mi sono anche accorta che in seguito ai massaggi, tremo un po’ meno rispetto a prima, e di questo sono molto contenta”.

Tatiana Vitali
“L’incontro che ho preferito è stato fatto in una stanza più piccola e calda, si stava molto meglio, quando Antonio mi ha iniziato a massaggiare ho cominciato a pensare al mare perché è un posto in cui mi piace stare, e il massaggio mi ha portato proprio in questa dimensione. Era un mare molto calmo e ho sentito di nuotarci dentro, sono stata molto bene per via del massaggio che mi ha molto rilassata.
Quando Antonio mi ha girato mi ha massaggiato dalla parte sinistra, mi sono sentita bene e sicura, pur non essendo la mia parte preferita. Un punto particolare e strano dove mi ha massaggiato sono i piedi, li ho sentiti liberi e non più legati come solito, ho sentito il solletico e mi ha fatto ridere e piacere perché è una parte del mio corpo che solitamente non mi toccano. Un altro momento piacevole è stato quando Antonio mi ha massaggiato il collo, ho provato una sensazione di benessere e mi sono emozionata in modo positivo, e mi è stato utile per allontanare i pensieri negativi. Molto interessante è stato quando Antonio è passato alla pancia, perché è stato come essere su una barca in mezzo al mio elemento preferito, l’acqua, quest’ultima mi tranquillizza e mi dona serenità. Quando sono uscita dall’incontro shiatsu, come nell’incontro precedente, mi sentivo come se fossi in un altro mondo, mi sento così bene solo quando cavalco la mia bellissima cavalla Romina. Approfittando di questo momento tutto mio, ho chiesto ai colleghi due favori, il primo di lasciarmi i piedi liberi, perché è una sensazione che ho scoperto molto piacevole, e come secondo, di lasciarmi per un po’ in stanza centrale, insieme alle famose tisane e candele profumate, a godermi questa sensazione e per non distaccarmi da questo viaggio magico interiore”.

Stefania Baiesi
“La mia esperienza con lo shiatsu? È una scala di pensieri.
Primo incontro Ero tutta rigida. Secondo incontro
Mi sono sentita meglio ho provato una sensazione di calore sulle mani una sensazione piacevole di giovamento sulle spalle. Mi ero talmente rilassata che mi stavo addormentando.
Terzo incontro
All’inizio del massaggio avevo le braccia rigide, ma non l’ho detto perché ho voluto vedere se i miei arti superiori si sarebbero rilassati da soli. Questo non è successo e la prossima volta glielo dirò. Dopo aver riscaldato la stanza mi sono sentita meglio. A fine massaggio mi sono rilassata mentalmente e sono uscita spensierata.
Quarto incontro
Mi sono sentita bene, a differenza della volta prima. Mi sto affidando di più ad Antonio, infatti gli ho detto delle mie braccia stanche. Quando sono entrata ero preoccupata perché non avevo fatto la pipì. Alla fine del trattamento ero rilassata a manetta perché durante il trattamento questo pensiero era sparito. Anche le mie braccia erano più rilassate.
Quinto incontro
Mi sono sentita bene, molto meglio, rilassate anche le braccia, mi sono organizzata meglio, ho fatto pipì prima di andare a fare il massaggio e questo mi ha permesso di godermelo meglio.
Sesto e settimo incontro
Mi sono sentita bene anche se avevo i tempi stretti. Motivo per cui, alla fine, non ho fatto in tempo a far pipì e mi sentivo tutta sudata. Per questo non sono entrata tranquilla nella stanza dello shiatsu. In questo incontro mi sono messa a piangere. Mi ha aiutato a buttare fuori dei pensieri, non tutti, ma in parte sì e questo mi ha fatto stare meglio. Mi sto rendendo sempre più conto che ne avrei bisogno di più di questi momenti”.

Tiziana Ronchetti
“Dello shiatsu ricordo con piacere il dialogo con i conduttori. Durante il trattamento in un qualche modo Antonio, pur senza capire le motivazioni, aveva capito che ero un po’ molto tesa. Mentre mi svolgeva il massaggio piano piano con molta tranquillità e calma gli dicevo dove mi faceva male alla testa tanto che facevo fatica anche a respirare. Quando Antonio mi svolgeva il massaggio mi ha fatto fare un esercizio d’immaginazione. Nella prima fase dell’esercizio mi ha chiesto “Come ti senti?” Gli ho risposto subito, dicendo “Triste”. Alla mia risposta mi ha fatto scegliere un colore per la tristezza. Io ho scelto il colore nero. Dopo mi ha detto, “Bene ora prendi un foglio e mi colori tutto quel foglio di nero”. Con la mia immaginazione l’ho colorato tutto di nero. Verso la fine del disegno ho spinto talmente tanto con la punta del pennarello… Ho concentrato lì tutta la mia tensione tanto da creare due grossi buchi, lì nel foglio immaginario.
Dopo qualche minuto mi ha chiesto se avevo fatto l’esercizio. E io gli risposto di sì.
Dopo mi ha detto: “Bene ora prendi questo foglio e immagina di buttarlo via”. Allora con tutta la forza del pensiero l’ho buttato via.
Nella seconda fase dell’esercizio Antonio mi ha fatto scegliere un altro colore mio preferito, e io ho scelto il colore azzurro intenso. Allora dopo aver scelto il colore mi ha detto: “Bene ora prova a immagina-
re di cospargere l’azzurro. E io non ho immaginato di cospargere l’azzurro intenso. Ma ho cosparso anche altri colori. Il rosso e il giallo. L’esercizio dei colori durante il massaggio mi faceva rilassare, mi è piaciuto”.

Andrea Mezzetti
“Lo shiatsu? È una tecnica di massaggio che sperimentiamo in un laboratorio che facciamo il giovedì con la collaborazione di due operatori preparati. Il loro compito a mio parere viene svolto assolutamente in maniera corretta, eccezionale direi. Dove tutte le volte mi rilasso talmente tanto che mi ingubbio, mi addormento per dirlo in italiano, è troppo rilassante!
Forse dico questo perché a me è stata miracolosamente assegnata la ragazza.
In questi incontri ho sentito che i muscoli si rilassano. Il mio corpo si addormenta. In realtà non vorrei addormentarmi perché lo vedo come fallimento, ho paura di offendere i miei compagni e fuori da qui faccio fatica a chiedere aiuto. Però quando mi sveglio sto bene perché mi sento la testa libera”.

Lettere al direttore

Caro Claudio,
avrei alcune domande che la timidezza, durante il vostro bellissimo al nostro convegno, mi ha impedito di porvi. Una per Claudio e un’altra per Luca e Tristano!
Vorrei sapere se non ci sono momenti in cui pensi che la sfiga prevale sulla sfida e quindi non sia forte la tentazione di mollare tutto… E a chi dare la colpa di quella sfiga?
E poi mi chiedo… quale stato d’animo avete voi collaboratori dopo una giornata di lavoro con i disabili?
Grazie mille per questa serata piena di emozioni e di lezioni di vita!
Sarei grata di una vostra risposta! Martina

Ciao Martina…
Bella domanda! Hai perfettamente ragione, tante volte ho fatto fatica a reagire alla sfiga. Per usare un luogo comune anche io ti dico che tutte le esistenze non sono mai solo rose e fiori. Spesso ci si abbatte.
Ci sono delle tappe fondamentali però, che se riusciamo a portare a termine, possono aiutarci nel superare questi momenti. Acquisire consapevolezza nei propri mezzi. Costruirsi un’identità. Dopo anni ho capito che è inutile e dannoso cercare eventuali colpevoli per questa sfiga, perché non ce ne sono, ognuno è protagonista della sua esistenza. “Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima”, diceva Nelson Mandela, un leitmotiv che è sempre rimasto con me.
Questa convinzione è necessaria nella costruzione della propria identità, anche per liberarsi da inutili sensi di colpa.
Credo che ci sia una domanda fondamentale nel percorso di accettazione dei nostri limiti, della consapevolezza di noi stessi. Domanda che tutti si sono fatti, giovani e anziani, disabili e normodotati… “Perché proprio a me?”.
Mi è subito venuto in mente il passo del vangelo di Giovanni “Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.” (cap. 9, ver. 2-4)
La mia prima considerazione è sulla domanda, dunque sulla causa, sugli eventuali colpevoli della cecità dell’uomo. A Gesù viene praticamente chiesto se il deficit derivi dalla colpa/peccato di qualcuno. La colpa non è di nessuno, risponde, spostando l’attenzione sul senso più che sulla causa. Questa è la parte che reputo più interessante.
Un gesto creativo ed educativo evidente che evita di dare responsabilità oggettive e si concentra sul contesto più che sulla persona. Questo passaggio è stato decisivo nella mia esperienza.
Il concetto è ampio e generale e va applicato non solo nell’esperienza delle persone con disabilità ma quando si ha consapevolezza dei propri limiti e delle proprie qualità.
Per quanto riguarda invece lo sforzo di una lunga giornata di lavoro… Direi che vale per tutti i lavori! Tristano e Luca hanno scelto questo mestiere, che a volte può comportare fatica, rabbia e frustrazione ma che se fatto con passione può riempirti di soddisfazioni e orgoglio. Anzi, come sottolinea spesso Luca al Centro Documentazione Handicap, la soddisfazione che porta un lavoro ben fatto può eliminare qualsiasi stress o fatica. Un abbraccio dai bolognesi.
Claudio, Luca e Tristano e buona vita!

Carissimo Claudio
sono la mamma di Matteo un ragazzo di 18 anni affetto da encefalopatia epilettica (sindrome di Lennox-Gastaut), il quale frequenta non senza poche difficoltà la seconda superiore di Agraria. L’inclusione per lui sembra un miraggio visto che ama abbracciare i compagni e questo è motivo
di disturbo a vista degli insegnanti. Viste le crisi epilettiche poi non può frequentare la palestra, la serra interna è altro motivo di divieto. Allora io mi chiedo: non può un disabile sognare e vivere libero da pregiudizi?
Cordiali saluti, Giancarla

Cara Giancarla,
grazie per avermi scritto e scusa se rispondo solo ora.
Mi confronto spesso con dei genitori come lei, ognuno con la propria esperienza, ognuno con la propria difficoltà…
Quello che accomuna tutte queste esperienze deve necessariamente essere la forza e la speranza come dici tu di costruire un mondo libero da pregiudizi. Di lavoro ce n’è tanto da fare…
Valorizzare le qualità di Matteo comporterà delle difficoltà, ma è la strada da intraprendere. Quegli stessi abbracci ai compagni che in quel contesto scolastico sono considerati un limite, in altri contesti, dai laboratori alle discipline sportive accessibili, possono diventare risorse.
Alcuni anni fa scrissi un articolo, la storia di un soldatino di plastica con un difetto di fabbrica, con una gamba fatta male. Un soldatino che non riusciva a fare quello che facevano gli altri…
Io da bambino, mentre giocavo, lo osservavo… In un attimo eravate disposti, in posizione… ma notavo qualcosa di diverso in te. Continuavo a metterti in piedi, in condizione di combattere. Ma tu continuavi a cadere. Solo allora ho capito.
Avevi un difetto di fabbrica e non potevi rimanere in piedi”.
Proprio come me.
La prima cosa che ho pensato, caro Jack, questo il nome del soldatino nella mia fervida fantasia da pre-adolescente, è stata che la tua disabilità portava la pace. Tu potevi essere tante cose, ma sicuramente non saresti mai stato un eroico condottiero.
Avevo due possibilità per te, potevo eliminarti, farti fare il ruolo del morto oppure creare, costruirti un contesto dove potevi valorizzare le tue qualità.
Non sto parlando solo di voi soldatini, sto parlando dell’intero mondo della disabilità. Possiamo considerarci morti, invisibili, vegetali. Oppure possiamo collaborare per creare una realtà, un contesto dove poter esaltare le potenzialità e metterle a disposizione nostra e degli altri.
Come potevo valorizzare le tue qualità da soldatino disabile?
Da bravo marine dovevi mettere le tue capacità a disposizione della tua squadra, così ti ho sdraiato con il tuo mitragliatore che puntava un po’ alla rinfusa.
Ma non era quello l’importante. Importava cosa vedevi dalla tua prospettiva, cosa potevi sentire.
Ti immaginavo così, vicino al suolo, ad ascoltare il rumore e gli odori dei nemici, i passi degli invasori avvicinarsi alla base… Dalla tua visuale potevi vedere gli spostamenti dei tuoi compagni, avere una visione ampia delle cose e avere la situazione sotto controllo.
Siamo alle solite. Guardare il mondo da un’altra prospettiva rimane la carta vincente per costruire una cultura di pace. Cultura di pace che in fondo non è altro che il rispetto e la valorizzazione delle diversità, dell’alterità, poiché la disabilità è disarmante.
Un abbraccio e buona vita
Claudio Imprudente

11. Gog & Magog, libri e giochi per un’inclusione creativa

Strumenti, libri e giochi per un’educazione inclusiva e multisensoriale, materiali per lo sviluppo del linguaggio e le difficoltà di apprendimento, un servizio di consulenza pedagogica, laboratori di formazione aperti a tutti, consulenze bibliografiche. Questo è Gog & Magog negozio online attivo a Milano dal 1984 e conosciuto in tutto il territorio nazionale, che la cooperativa sociale bolognese Accaparlante ha preso in gestione da Marina e Nino Gullo.
Tradizionalmente Gog & Magog è nato rivolgendosi a terapisti, insegnanti, educatori, persone con disabilità e famiglie con l’obiettivo di proporre materiali per lo sviluppo del linguaggio e le difficoltà di apprendimento.
Con il passaggio di gestione alla cooperativa Accaparlante, la direzione di lavoro si è ampliata arricchendosi di strumenti e risorse
accessibili e inclusive per l’apprendimento e il gioco, anche in presenza di deficit sensoriali, cognitivi e motori, nell’età evolutiva e non solo.
L’interesse per i giochi inclusivi e i libri accessibili si riallaccia all’impegno che da decenni la cooperativa Accaparlante – in collaborazione stretta con l’Associazione Centro Documentazione Handicap – dedica alle tematiche connesse all’accessibilità e all’inclusione in tutti i contesti di vita, che ha portato alla realizzazione di attività come “Gioco Libera Tutti” sull’accessibilità al gioco e allo sport, “Cultura Libera Tutti” sull’accessibilità culturale, “Libriamoci”, spazio e progetti per i libri accessibili, “Ingresso Libero” sull’accessibilità ai luoghi attraverso interventi di mappatura del territorio realizzati insieme a persone con disabilità motorie, sensoriali e relazionali.
L’attività commerciale di Gog e Magog è, quindi, solo una parte di un progetto più complessivo sull’accessibilità e l’inclusività dei contesti di vita.
Per questo il gruppo di lavoro di Accaparlante, composto da pedagogisti ed educatori, affianca ai prodotti del negozio online ulteriori proposte quali laboratori formativi e di animazione – tra cui il Progetto Calamaio – consulenze educative e ricerche bibliografiche grazie al supporto della biblioteca del Centro Documentazione Handicap specializzata sui temi della disabilità e più in generale della diversità, i cui testi dal 2015 sono consultabili anche tramite OPAC.
Fra le novità messe in campo uno spazio, presso la sede del Centro Documentazione Handicap, dove conoscere e sperimentare giochi, strumenti, libri accessibili e inclusivi e il kit #MaiPiùSenza: una selezione di giochi che rispondono ai criteri di inclusività e accessibilità, di ottima qualità e provenienti da produttori attenti all’aspetto etico.

Per saperne di più:
www.gogemagog.it

10. Silenzio, si gioca!

di Martina Gerosa con Fabrizio Carucci, Chiara Foschi, Ilaria Galbusera e Onoria Neri

Preparando il piccolo contributo per questa monografia, ho recuperato alcune foto della mia infanzia in cui gioco. È veramente emozionante rivedere queste immagini e pensare a quanti e quali giochi abbiano intessuto la trama della mia vita, sia da bambina che da adulta!
Rispetto al gioco e alla disabilità, a ben rifletterci, personalmente non ho percepito limitazioni di qualche tipo, anzi. Proprio nel gioco, fin da piccola, mi sentivo felice e libera, in grado di esprimermi creativamente. Per esser certa della mia memoria, ho chiesto a mia madre come mi ricorda nei momenti ludici dell’infanzia e mi ha confermato che nel gioco non sono mai stata handicappata. Penso che in fondo i miei genitori per primi non mi abbiano mai vista come svantaggiata, ma semplicemente con un problema superabile grazie a strumenti e accorgimenti, e oltre a vedere il mio deficit hanno sempre saputo valorizzare le risorse che ho dimostrato di avere fin da piccola.
C’erano anche alcuni giochi che – tramutando quello che sarebbe stato un duro esercizio in divertente esperienza ludica – mi supportavano nel percorso di apprendimento del linguaggio, come i quartetti e le tombole, permettendomi di estendere il mio vocabolario, visto che per apprendere parole nuove per me l’unico modo era di visualizzarle in forma scritta, esattamente come nel percorso di apprendimento logopedico con i “cartoncini di Martimuma” (in appendice al libro di Paola Magi, Il pianista che ascolta con le dita, Archivio Dedalus Edizioni – AccaparlantEdizioni è il racconto de “I cartoncini di Martimuma”).
Non c’è stato gioco che non abbia sperimentato, anche inventando con poco e niente, specialmente nelle lunghe estati trascorse all’aria aperta sui monti.
Quante ore trascorse a giocare a palla contro il muro o con un semplice elastico… Per una bambina con disabilità uditiva come me, il gioco era davvero lo spazio migliore di espressione in cui cadevano barriere che potevano esserci all’asilo, come poi a scuola, dove dovevo stare costantemente in comunicazione con gli altri, insegnanti e compagni che fossero, principalmente attraverso il canale uditivo, in modo da eseguire i compiti che venivano assegnati quasi sempre a voce… Meno male che all’asilo potei trascorrere ore e ore a disegnare: il disegno è stato infatti il mio primo modo di comunicare.
È ciò che succede, a ben pensarci, anche ai bambini stranieri nelle classi multietniche di oggi: nel fare giocando, se sussistono difficoltà di comunicazione, attraverso i processi imitativi – cogliendo in particolare i movimenti e le immagini oltre le parole – ogni ostacolo viene meno.
Mi son imbattuta recentemente nel metodo TPR – Total Phisical Response, messo a punto negli anni ’70 da James Asher, professore emerito di Psicologia presso la San José State University, scoprendo che è stato applicato a Milano da Arcangela Mastromarco e altri che hanno riscontrato come i bambini stranieri appena giunti in Italia apprendano la lingua italiana attraverso un approccio multimodale legato non solo alle parole, ma al movimento fisico e agli oggetti, come alle loro immagini.
Credo che in presenza di disabilità uditiva sia la sinestesia, una delle principali caratteristiche di quasi ogni gioco, a rendere il gioco accessibile anche se eventuali parole presenti non arrivano integre alle orecchie. Nel caso dei giochi in scatola tipo i quiz l’essenziale per me era non limitarmi ad ascoltare chi declamava le domande, ma prendere in mano le carte con i quesiti e leggerli!
Ho provato a rivolgere la domanda su cosa ricordassero dei loro giochi ad amici che come me hanno vissuto fin da piccoli con una disabilità uditiva.
Chiara Foschi mi ha detto: “Io cantavo e ballavo e lo faccio ancora adesso! E giocavo a fare la maestra con le bambole!”. Le ho risposto: “Che meraviglia, tu sì che andavi oltre ogni barriera! Nel cantare e ballare io invece son sempre stata bloccata… ma chissà – mi domando infatti sempre quanto di noi dipenda dai nostri limiti e quanto invece dal nostro modo di essere, dal carattere – non è che io abbia semplicemente preso dal papà che nel ballo è sempre stato un po’ un orso? Invece per quanto riguarda il cantare… beh la mia voce l’ho sempre sentita così strana e diversa e quando ero piccola avevo come la sensazione che uscisse da me con fatica… figuriamoci allora se cantavo!”. Chiara mi ha risposto: “Sono stonatissima ma me ne frego! Ah ah ah! Oppure cantavo e canto in playback!”.
Fabrizio Carucci ha scritto: “Con me invece sono stati più severi. Non mi hanno mai fatto giocare con macchinine e costruzioni in genere (o forse molto raramente), prediligevano giochi da tavolo o comunque che giocassi con qualcuno. In ogni caso mi ricordo più la mia infanzia studiando che giocando. Ho ripreso a giocare solo da più grande.
Colpita da questa risposta di Fabrizio gli ho domandato: “Hai idea del perché non ti facessero giocare con le macchinine e le costruzioni? Io stessa con i Lego e i cubi oltre che con le bambole ho giocato molto… Il fatto che tu ricordi di aver passato nella tua infanzia più tempo sui libri e a tavolino con i giochi in scatola non è che sia da collegare alla pratica della logopedia che si doveva svolgere in quello stesso modo?”.
Mi ha risposto il caro amico: “Può darsi, mia mamma quando vuole raggiungere un obiettivo (anche adesso) fa terra bruciata di tutto il resto. Quindi immagino che lei avesse come obiettivo prioritario, almeno nei primi anni, quello di insegnarmi a parlare e impediva a me e a mia sorella di giocare o perlomeno ci limitava molto. Ovvio che quando andavo all’asilo o a casa di altri potevo tranquillamente giocare. Ma non ho nitidi ricordi di giochi e divertimento da piccolo. Il primo ricordo di gioco è di quando eravamo in campagna dove giocavamo a nascondino, moscacieca, casa sull’albero, ma ero già grandicello, dovevo avere 8-9 anni. E comunque non ho mai potuto giocare a macchinine e tanti altri giochi per bambini, solo giochi da tavolo. Il paradosso è che adesso a me piacciono molto le macchinine!”.
Ilaria Galbusera ha raccontato: “Anch’io come te non ho avuto grossi limiti e mi ritrovo nelle tue esperienze. Nei giochi di gruppo sono sempre stata una bambina molto competitiva, volevo primeggiare in tutto a dimostrazione che la sordità non è un limite e non ti ostacola nel fare qualcosa (ammetto che questo spirito di competizione e di mettermi in gioco non manca tutt’oggi).
Ricordo di lezioni di logopedia e di musicoterapia fatte tutte sotto forma di gioco, su per giù fino ai 7/8 anni, considerando che ero una bambina molto vivace. Quindi la matematica erano i pezzi dei Lego che si sommavano o si sottraevano ad altri, la grammatica era la competizione con mio fratello (a cui devo tanto se sono quella che sono ora) a chi imparava più parole, l’italiano erano le corse a chi arrivava primo fino a un tabellone, che aveva le taschine e ciascuna era nominata con una lettera dell’alfabeto, in cui bisognava inserire la giusta immagine corrispondente.
Crescendo i giochi non sono mai stati un problema, lo erano invece i cartoni animati che allora non avevano i sottotitoli. La voglia di giocare e di competere poi si è tramutata nello sport”.
I libri sono infine un mondo favoloso e insostituibile, in cui moltissimi di noi, bambine e bambini con disabilità uditiva, ci siamo rifugiati per ore e ore per apprendere in modo rilassante e divertente, mentre un’altra amica, Onoria Neri, che è ipovedente dalla nascita, ha raccontato di come lei le limitazioni le avesse proprio più sui libri, preferendo i definiti contorni delle immagini di Braccio di Ferro e della Pimpa a quelle più confuse di Topolino.

A casa di Lorella
Con mia sorella da piccole giocavamo insieme, nel corridoio di casa, a pallavolo.
Usavamo però una strategia che mi permettesse di giocare insieme a lei: usavo dei palloncini di plastica gonfiabili, così non ci facevamo male.
Sempre in casa io e lei ballavamo il Rock acrobatico e io facevo la parte dell’uomo. Solo che lei mi faceva fare le volanti. Una volta non mi ha presa in tempo e sono caduta tra i nostri due letti in camera mia, mi sono rotta un dito e ho tenuto un mese di gesso.
Lorella
Testimonianza raccolta durante un incontro sul tema del gioco nell’équipe del Progetto Calamaio

Al ritorno da scuola
Stefania: Io vorrei giocare con te! Ci stai?
Paola: Sì!
Stefania: Davvero? A cosa giochiamo?
Paola: Ho un’idea: giochiamo a Tegamini?
Stefania: Ok!
Paola: Ma come?
Stefania: Aspetta un attimo bisogna che ci organizziamo! Buona domanda, infatti bisogna che ci organizziamo! Non si può fare subito! Ora tocca a me, ci devo arrivare io da sola, se non ci arrivo io non ci arriva nessuno! Se vuoi giocare con me devi aspettare che mi organizzi, non posso farlo adesso.
Paola: Perché?
Stefania: È troppo difficile! Non me la sento di affrontarlo adesso come se niente fosse ho bisogno di tempo! Devi sapere che se faccio le cose in fretta rischio di fare le cose fatte male e questo non mi va!
So che tu mi vorresti aiutare! C’è una cosa che devo dirti e vorrei dirti a proposto di questo, a proposito del come aiutarmi! Lascia che ti spieghi, se non ti spiego come fai tu a capire bene di cosa ho bisogno! Tu devi ancora crescere almeno quanto me se non di più, a quanto ne so tu sei anche brava e intelligente ma sei ancora piccola, non sei una cima, non sei neanche un indovino, sai cos’è che manca a te rispetto a me? La mia esperienza diretta! Tu non sei in carrozza come me! Se c’é qualcosa che non capisci, che non ti è molto chiaro, se hai qualche dubbio, se non mi lasci parlare… Già sono lunga io da sola se no ho paura di perdermi e dopo come faccio se perdo il filo del discorso?!
Sorella: Tu non mi hai ancora detto che cosa ti serve per giocare con me!
Stefania: mi serve un tavolino!
Stefania
Testimonianza raccolta durante un incontro sul tema del gioco nell’équipe del Progetto Calamaio

9. Una piccola grande indipendenza

di Giuseppina Testi, Iader e Tatiana Vitali

Giuseppina, Iader e Tatiana. Una coppia di genitori e una figlia, ormai adulta, ci hanno raccontato l’importanza di rendere il gioco libero e il più possibile autonomo anche per i bambini che hanno una disabilità e di tutti gli aggiustamenti, tecnici e creativi a un tempo, che hanno reso possibile a Tatiana giocare come, e insieme a, gli altri bambini.
Si può ritrovare la loro esperienza in: Tatiana Vitali, Rita Mastellari, Francesco Ganzaroli, Giuseppina Testi, Iader Vitali,
Impossibili possibilità, Erickson, Trento, 2013.

Giuseppina
Sono la mamma di Tatiana e, in tutti questi anni, avendo avuto una figlia con tetraparesi spastica, ho cercato attraverso il gioco di darle tante possibilità. So che la prima cosa che fa un bambino quando nasce è conoscere l’ambiente, il mondo circostante, attraverso il corpo. Man mano che cresce e passano i mesi e gli anni il bambino amplia la sua conoscenza attraverso il gioco.
Ovviamente Tatiana non ha potuto fare questo perché la sua mobilità glielo impediva. Sapevo che attraverso il gioco le potevo dare l’occasione di fare delle esperienze, conoscere l’ambiente, toccare e sperimentarsi con tutto quello che c’era intorno a lei. Diversamente, un bambino con una difficoltà come la sua poteva essere molto limitato.
Ho cercato fin dall’inizio, da quando era molto piccola, di darle l’opportunità di toccare, di conoscere, le parlavo moltissimo e, attraverso alcuni semplici giochi, cercavo di farle fare esperienza. Sapevo che la conoscenza del gioco, il giocare, è molto importante per la crescita del bambino, per il suo sviluppo intellettivo, per il linguaggio, per la sua autostima. Poter giocare permette di staccarsi dalla madre, i primi giochi permettono il distacco fra la madre e il figlio. Ho cercato sempre, attraverso tanti giochi, di darle questa opportunità, di darle il piacere di giocare. Lo facevamo tutto il giorno, anche attraverso la fisioterapia (e lei ne faceva tanta) in modo che questo diventasse per lei parte di un conoscere il mondo. Attraverso le mie mani ovviamente, però così le davo l’opportunità di poter toccare, poter sperimentare, anche se forse in forma limitata, però sicuramente ho cercato tanto di farle conoscere tutti i giochi, di giocare con lei, di darle la soddisfazione di giocare. Poi ha cominciato a incontrarsi con le amichette e giocavano insieme. Tutto questo è stato possibile attraverso i giocattoli che compravamo: tutti i giocattoli che lei poteva toccare sono stati modificati da mio marito.

Tatiana
Sono un’educatrice animatrice del Progetto Calamaio della Cooperativa Accaparlante, penso che il gioco sia un’attività libera, ma per i bambini con la mia disabilità non è sempre facile giocare liberamente! Nel mio caso è stato possibile grazie a mio padre che ha inventato e creato degli ausili adatti alla mia disabilità che mi permettevano di giocare autonomamente.

Iader
Sono il papà di Tatiana e, come ha appena spiegato mia moglie, posso dire che siamo sempre stati consapevoli del fatto che il gioco per i bambini è un’attività molto molto importante, che stimola anche le loro capacità intellettive e quindi ci è sempre interessato. Quando è nata Tatiana (siamo nei primi anni ’80) non c’erano giocattoli nati con l’idea di poter essere usati da bambini con difficoltà motorie. Mi rendevo conto che Tatiana faceva molta fatica a usare i giocattoli normalmente in commercio quindi ho cominciato a pensare come poterli modificare in maniera da renderle possibile la presa con una sola mano e darle la possibilità di poter giocare anche autonomamente, senza aver bisogno di dipendere dalla mamma, dal papà o dalle amichette. Così sono nate varie idee e ci siamo resi conto che Tatiana ha sviluppato anche la capacità di giocare da sola, non aveva bisogno di essere guidata ma inventava giochi, come vedevamo fare dalle sue amichette. Prima di questi piccoli interventi tecnici lei non riusciva a farlo! E così per parecchi anni questa mia voglia di modificare i giocattoli le ha consentito una piccola grande indipendenza.
Voglio presentarvi alcuni giocattoli che ho modificato o che ho costruito ex novo.
Intanto, un gioco di simulazione costruito con le mie mani: insieme a Tatiana e ai nostri amici abbiamo sempre fatto le vacanze in gommone, in giro per i mari della Croazia così ho pensato di ricostruire in piccolo il nostro contesto abitativo. Non era semplice costruire un gommone così l’ho sostituito con una zattera sulla quale ho collocato alcune piccole bambole che rappresentavano Tatiana sulla sua seggiolina e noi genitori.
Poi ho messo la tenda, alcuni piccoli giochi, l’armadio, e così lei ha potuto giocare simulando la nostra vita di campeggio nautico.
Cicciobello. A tutti i bambini piace giocare con le bambole ma per Tatiana era difficile tenerle strette così ho applicato sulla schiena del suo amato Cicciobello uno di quei classici fermalibri di metallo facendo in modo che il bambolotto restasse seduto. Poi, per permetterle di azionare il pulsante che lo faceva piangere e che lei non era in grado di spingere, gli ho applicato una leva sulla schiena.
Il gioco dei timbri. A Tatiana piacevano molto ma non riusciva ad afferrali per il tipo di impugnatura né a colorare le immagini stampate perché erano troppo piccoline e lei aveva dei movimenti piuttosto incontrollabili, data la sua spasticità. Così ho applicato sopra ai timbri dei prolungamenti di legno, delle specie di protesi, in maniera che lei potesse afferrarli, intingerli nell’inchiostro e stamparli sulla carta. Poi noi facevamo ingrandire questi fogli con le stampe, in modo che lei potesse colorare le immagini restando nei margini di queste figure molto più grandi di quelle degli stampini. Abbiamo riempito letteralmente la casa delle sue opere d’arte!
La dama. Avevamo una comunissima dama con pedine calamitate però Tatiana non riusciva ad afferrarle perché erano troppo piccole. Così sono riuscito a trovare un gioco simile ma con le pedine degli scacchi e le ho incollate sulle pedine della dama in maniera che lei riuscisse ad afferrarle con due dita, che ce la facesse in qualche modo a prendere queste microscopiche pedine. Questo gioco ci ha seguito durante tutte le vacanze, io e Tatiana abbiamo fatto tantissime partite e, debbo essere onesto, a un certo punto ho cominciato a schivare questi impegni di gioco perché fondamentalmente a me non piace perdere e con Tatiana invece mi succedeva spesso.

8. Il gioco è un diritto

di Ivan Nanni, Aziz Rouame, Brunella Stefanelli, Daniela Tanzini, Centro Ausili Tecnologici Bologna

Sono un bambino con difficoltà motorie e posso giocare… se tu usi la tua creatività per costruire ambienti e attività ludiche che favoriscono la mia partecipazione e il mio divertimento!
• Posso comandare uno spara-bolle o una macchinina telecomandata
• posso, con un solo movimento, controllare il comando principale di un gioco della play station (calciare la palla, spingere l’acceleratore della macchina o della moto, sparare, ecc.)
◦ posso giocare con i giochi del computer con ausili adatti a me che sostituiscano il mouse e la tastiera
◦ posso comandare un registratore per sentire musica e spegnerla quando voglio
◦ posso guidare una macchinina elettrica
◦ posso andare in bicicletta con un adeguato sistema di postura
◦ se mi lasci da solo con i miei compagni possiamo inventarci un gioco insieme
◦ se fissi un gioco in alto alla parete con un filo e lo porti davanti a me, io posso giocarci ed esplorarlo senza farlo cadere involontariamente, con i miei movimenti
◦ se metti del velcro sui giocattoli posso riuscire ad afferrarli meglio indossando guantini di cotone, stai attento anche a come vengono posizionati i giocattoli e se è necessario fissarli al mio tavolino
◦ i giocattoli si possono adattare perché io possa usarli meglio.

Il CAT (Centro Ausili Tecnologici) dell’Azienda USL di Bologna gestito in convenzione dall’équipe di Ausilioteca AIAS si occupa anche di accesso al gioco e offre agli operatori e alle famiglie un supporto metodologico e tecnico per facilitare l’accessibilità al gioco in tutte le sue accezioni. Qui è possibile trovare aiuto per individuare attività e favorire l’accessibilità per consentire a bambini, ragazzi e adulti di poter giocare e partecipare ad attività ludiche. L’idea che ci guida è l’attenzione al gioco come occasione per divertirsi, pur sapendo quanto apprendimento venga veicolato attraverso il giocare.
Le richieste più frequenti che il centro riceve riguardano dove reperire i giocattoli più adatti, come sceglierli, come modificarli, che attività proporre, come accedere ai videogiochi.
A volte vengono consigliati giocattoli già modificati, reperibili presso le ditte che distribuiscono ausili, altre volte giocattoli che reperiamo sul mercato che presentano già buone caratteristiche di accessibilità, altre volte le indicazioni riguardano il posizionamento e il fissaggio di giocattoli o singoli elementi del gioco.
Puzzle, colori con impugnature particolari, spara-bolle, piccoli aerografi, questi e tanti altri giocattoli possono essere utilizzati anche da chi ha la possibilità di controllare unicamente un distretto corporeo e di fare un unico gesto volontario.
Presso il Centro Ausili un’équipe multidisciplinare è a disposizione delle persone con disabilità, dei famigliari e degli operatori per individuare il gesto funzionale per poter giocare attivamente e con il minor sforzo individuando le attività ludiche, i giocattoli e, se necessario, tutti gli strumenti che occorrono per favorire la massima partecipazione e autonomia nel gioco.
Quando ricerchiamo giocattoli da modificare nella grande distribuzione, cerchiamo soprattutto quelli che consentano lo svolgimento di attività da condividere con i compagni e che consentano al bambino e al ragazzo con disabilità di avere un ruolo attivo.

Giocare al computer
I bambini con limitazioni motorie imparano, come tanti altri, a interagire con il computer semplicemente giocando: sono infatti sufficienti un programma causa-effetto adeguato e un singolo comando esterno, per creare un ambiente ludico in cui i piccoli, divertendosi, sperimentano nuovi stimoli e nuovi modi di giocare che differiscono dal gioco tradizionale in cui è prevista l’interazione con il giocattolo.
Crescendo spesso cresce anche l’interesse per i videogame ma aumenta la difficoltà nel reperire, attraverso i canali commerciali tradizionali, i videogiochi di loro gradimento e che garantiranno loro piena accessibilità.
Questa è una situazione molto frequente per tutti quei videogamers che presentano difficoltà motorie tali da richiedere l’uso di interfacce alternative per interagire con il pc, come quelle basate sui sensori esterni e sulla scansione manuale o automatica. In casi del genere, purtroppo, non ci sono al momento molti margini tecnici per adattare prodotti commerciali preconfezionati privi di un’interfaccia speciale che consenta a chi ha difficoltà alle mani di divertirsi.
La situazione è diversa se i videogiocatori presentano lievi limitazioni motorie agli arti superiori per cui l’uso della tastiera standard e/o del joystick è ancora possibile. In casi del genere la probabilità di reperire prodotti pienamente fruibili è molto più alta considerando che molti videogame commerciali sono stati progettati per essere proprio usufruiti dagli utilizzatori mediante i tasti direzionali. La stessa considerazione è possibile farla anche relativamente a quei videogame dove il dispositivo di input previsto è eventualmente il puntamento: anche in questo caso infatti è possibile rendere il prodotto pienamente fruibile attraverso le impostazioni di Accesso Facilitato (funzionalità prevista dal Sistema Operativo Windows) che consente di emulare il mouse mediante il tastierino numerico della tastiera standard.

Giocare con le console
Quando video-giochiamo impugnando il joypad e utilizzando gli stick analogici possiamo renderci conto di quanto siano poco accessibili. Rispetto al personal computer, una console è un sistema decisamente chiuso, pensato per essere utilizzato con strumenti poco accessibili come i joypad. Solo gli esperti informatici possono modificare software e hardware, e anche per loro non è facile.
Tutti i sistemi di adattamento del computer pensati per persone con disabilità non sono direttamente trasferibili alle console di gioco che hanno evidenti problemi di accessibilità, a causa del come vengono pensati e sviluppati i videogiochi. A ciò bisogna aggiungere il fatto che molti giochi sono pensati prevedendo l’utilizzo di più tasti e più movimenti contemporaneamente.
Parlando di console dobbiamo quindi ricordare che esistono sia una componente hardware che una software. La domanda ora è: in che ambito possiamo muoverci per migliorare l’accessibilità di questi due aspetti?
Dal punto di vista dell’hardware dobbiamo tenere in considerazione che un joypad per Playstation o per Xbox consta di uno o due mini-stick e di una decina e più di tasti funzione (più i tasti di controllo). Le modifiche che si possono effettuare sono relative ad adattamenti artigianali dei sensori esterni per emulare alcune funzionalità (es: http://punto-informatico.it/2471891/PI/News/fai-da-te-gamepad-totaledisabili.aspx). L’emulazione di tutte le funzionalità, sebbene possibile, richiede tutta una serie di accorgimenti che meritano di volta in volta un’azione personalizzata che deve comprendere sia le capacità motorie che quelle cognitive della persona.
Dal punto di vista del software, invece, l’unica strada percorribile sta nel cambiamento di pensiero da parte dei creatori del videogioco: bisogna lavorare per rendere alcune caratteristiche del gioco tali da permetterne l’utilizzo da parte di persone che hanno una capacità di esecuzione dei comandi diversamente veloce rispetto a una persona normodotata.
Come in tante altre situazioni, quindi, l’accessibilità va pensata ad anteriori e non a posteriori, pur tenendo conto che un grosso ruolo dovrebbe averlo (il condizionale è d’obbligo) la fase di progettazione del gioco.
Inoltre, con ciascuna persona con disabilità va costruito un percorso comune di adattamento del gioco, in cui il CAT può mettere in campo le proprie conoscenze tecniche nella ricerca e progettazione di eventuali adattamenti.

Centro ausili tecnologici – CAT
Il Centro Ausili Tecnologici dell’Azienda USL di Bologna si occupa della proposta di ausili a tecnologia avanzata per l’autonomia e la qualità della vita delle persone con disabilità.
Le principali aree di intervento del CAT sono la comunicazione, il gioco, l’uso del pc e di altre tecnologie per la produttività negli ambiti della vita familiare, dell’integrazione sociale, scolastica e lavorativa, il controllo ambientale.
Attraverso un’équipe multidisciplinare, il CAT svolge molteplici attività rivolte alle persone con disabilità, alle loro famiglie e agli operatori della riabilitazione, della scuola e del sociale; si relaziona con le aziende del mercato degli ausili e con le realtà della ricerca.
Il CAT effettua prestazioni di informazione, di valutazione e di supporto per l’individuazione e l’uso degli ausili tecnologici, anche in collaborazione con i centri di Corte Roncati. La valutazione finalizzata alla proposta di ausili elettronici e informatici viene effettuata all’interno di un progetto personalizzato, in collaborazione con i Servizi che hanno in carico il caso; le attività di supporto sono finalizzate all’inserimento dell’ausilio nella situazione di vita e comprendono: il prestito di ausili, l’addestramento all’uso, gli interventi educativi e le personalizzazioni tecniche. Gli operatori professionali possono rivolgersi al CAT per approfondimenti su aspetti tecnici, educativi e metodologici.
L’accesso al Centro è gratuito e su appuntamento.
Polo multifunzionale per le disabilità “Corte Roncati” Az. USL Bologna
via Sant’Isaia 90
40123 Bologna
tel. 0516597711
fax 0516597737
info@ausilioteca.org
www.ausilioteca.org

7. Click4all: la tastiera fatta con qualsiasi cosa

di Nicola Gencarelli, Fondazione ASPHI Onlus

La Fondazione ASPHI Onlus dal 1980 si occupa di tecnologie digitali e disabilità, con una particolare attenzione rispetto all’accessibilità informatica. Il nostro team di ricerca è impegnato nello studio degli accorgimenti, delle strategie e degli strumenti che possono rendere le tecnologie digitali accessibili alle persone con deficit motori, sensoriali, cognitivi. Una delle linee di ricerca riguarda l’accessibilità dei giochi digitali.
Gli oggetti che ci circondano non sono progettati pensando alle esigenze di tutti. Che abilità bisogna avere per afferrare uno spazzolino, girare la maniglia di una porta, sedersi su un’altalena? Computer, smartphone e tablet, telecomandi ed elettrodomestici non fanno eccezione: digitare su una tastiera, muovere un mouse o sfiorare uno schermo touch sono attività quotidiane che richiedono movimenti precisi, controllati. Aspetti determinanti come, ad esempio, le dimensioni di un pulsante, la forma e il materiale con cui è fabbricato, la forza necessaria a premerlo, dipendono da scelte industriali che non tengono conto delle differenti abilità e disabilità motorie, sensoriali e cognitive. Abilità e disabilità che, oltre a variare da persona a persona, possono evolvere nel tempo, cambiare in modo improvviso, temporaneo o permanente.
La standardizzazione di telecomandi, joystick, mouse e tastiere è strettamente legata quindi all’inaccessibilità dei giochi digitali e dell’intrattenimento multimediale.
Esistono diverse soluzioni per favorire l’accessibilità di giochi e applicazioni ludiche al computer, sui dispositivi mobili e sulle piattaforme dedicate ai videogiochi (Xbox, Wii, Playstation). In particolare, si può fare riferimento alla consulenza dei centri ausili italiani (www.centriausili.it) per sperimentare ausili informatici che consentono di controllare un gioco digitale, un’applicazione per tablet o un televisore con interfacce alternative a quelle tradizionali: diversi tipi di sensore (a pressione, a sfioramento, a tocco), controllo vocale, movimento del capo, movimento degli occhi…
Partendo dal lavoro svolto con bambini e giovani adulti disabili presso scuole e centri di riabilitazione, il team di ricerca di Fondazione ASPHI Onlus ha sviluppato Click4all, un kit educativo che consente di costruire interfacce su misura per controllare computer, tablet o smartphone. Si possono inventare tastiere, mouse e joystick fai-da-te creati con oggetti e materiali comuni tra i più disparati: strisce di tessuto da cucire su magliette, pupazzi, guanti e cuscini; pulsanti di plastica realizzabili con una stampante 3D; forme di pongo; oggetti metallici, stagnola, calamite, disegni fatti a matita, frutta e verdura, bicchieri d’acqua. Interfacce creative e adattabili che permettono alle persone con disabilità di interagire con gli strumenti digitali per comunicare e apprendere. Ma anche per giocare, suonare, guardare foto e tanto altro. Click4all è pensato per costruire attività inclusive di gioco, apprendimento e riabilitazione per bambini e ragazzi con disabilità complesse (disturbi pervasivi dello sviluppo, disabilità intellettiva grave, paralisi cerebrale infantile). Grazie al kit, gli insegnanti possono includere alunni disabili nelle attività educative e di apprendimento che prevedono l’uso del computer; i riabilitatori dell’età evolutiva possono costruire attività ed esercizi personalizzati e motivanti grazie alle potenzialità offerte dal multimediale.
Nell’ottobre del 2015, la sperimentazione dei prototipi di Click4all ha varcato i confini italiani: la ONG di cooperazione internazionale Armadilla, da anni impegnata in Siria, ha coinvolto il team di Click4all in un progetto di collaborazione con ZAM, Centro per la riabilitazione di bambini siriani con disabilità motorie e intellettive con sede a Damasco. Dopo un breve periodo di formazione, educatori, riabilitatori e genitori dei bambini disabili siriani hanno iniziato a utilizzare con entusiasmo alcuni kit Click4all, creando nuovi modi creativi e sostenibili per far interagire i loro bambini con gli strumenti digitali.

Click4all Educational Kit è composto da:
1. Un’unità centrale in grado di connettersi
a qualsiasi tablet, smartphone e pc. Il design dell’unità centrale è compatibile con il materiale venduto da Lego e quindi modificabile con l’aggiunta di mattoncini da costruzione.
2. Pulsanti touch componibili con diverse forme e materiali per costruire interfacce interattive su misura rispetto alle diverse esigenze e disabilità. Pulsanti in plastica con meccanismo a pressione e pulsanti in plastica conduttiva con attivazione a sfioramento.
3. Pulsanti wear in tessuto morbido conduttivo da cucire su pupazzi, guanti, cuscini, magliette per creare sistemi interattivi indossabili.
4. Pulsanti fai-da-te: accessori per creare pulsanti plasmabili con il pongo e altri materiali creativi (strisce metalliche adesive, liquidi, magneti, disegni a matita) che normalmente vengono già utilizzati a scuola.
5. Un software di configurazione che permette due modalità d’interazione: “Gioca” e “Naviga”. In particolare, la modalità “Gioca” consente di accedere a un set di giochi riabilitativi/educativi causa-effetto sviluppati in collaborazione con terapisti dell’età evolutiva. Per permettere di far evolvere la complessità degli esercizi e la loro presa sui reali interessi del bambino disabile, tutti i giochi sono facilmente personalizzabili e adattabili nei contenuti multimediali (si possono cambiare suoni, immagini, animazioni).

Per maggiori informazioni:
http://click4all.com/it

Fondazione ASPHI Onlus
Fondazione ASPHI Onlus è una organizzazione non profit che da oltre trent’anni si occupa di informatica e disabilità, con l’obiettivo di promuovere la partecipazione delle persone con disabilità in tutti i contesti di vita, attraverso l’uso della tecnologia ICT (Information and Communication Technology). Partendo dalle difficoltà visive, ASPHI ha via via esteso il campo di azione a quelle uditive e motorie, mentali e cognitive, ai disturbi specifici dell’apprendimento e all’autismo. Da qualche tempo viene posta attenzione anche alle esigenze degli studenti migranti che hanno difficoltà con la lingua italiana e a quelle delle persone anziane non autosufficienti.
Al contempo si sono estese le tecnologie impiegate e il campo di applicazione che, pur privilegiando i due contesti speciali di vita costituiti dalla scuola e dal lavoro, oggi non può ignorare la sempre maggiore richiesta di partecipazione sociale (cultura, intrattenimento, viaggi, tempo libero).
Le attività di ASPHI sono rivolte alle persone con disabilità e alle loro famiglie, ma anche a chi con loro opera, insegnanti, educatori, operatori socio-sanitari, caregiver, ma anche alle aziende dove le persone lavorano, ai manager, ai colleghi. Alle aziende che producono prodotti che dovrebbero essere accessibili per tutti.
Alle strutture di residenza per anziani o a quelle di cura dove persone che hanno subito un trauma possono trovare, oltre a una riabilitazione fisica, nuove competenze e possibilità di reinserimento sociale o lavorativo.

Sede legale:
via Zamboni 8
40126 Bologna
tel. 051277811
fax 051224116
info@asphi.it

6. La tecnologia come supporto della relazione: il progetto RODDI

Intervista a Paolo Meucci, ricercatore, Istituto Nazionale Neurologico “Carlo Besta”, Milano

Chi siete e qual è il vostro ambito lavorativo?
Siamo tre ricercatori, Paolo, Ambra e Milda, che all’epoca della progettazione di RODDI, lavoravano per la stessa unità di ricerca, la SOSD Neurologia, Salute Pubblica e Disabilità, coordinata da Matilde Leonardi che fa parte della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano. Il nostro approccio di ricerca e di intervento/trattamento si basa sul modello biopsicosociale che pone attenzione all’interazione tra l’individuo e l’ambiente. La nostra formazione è di base pedagogica e psicologica ma per scrivere questo progetto abbiamo lavorato con diverse figure professionali di altre realtà. Infatti, criterio fondamentale per la buona riuscita del progetto è stata la sinergia tra diverse competenze professionali (medici, psicologi, pedagogisti, ingegneri e designer). Questo ha permesso di integrare la prospettiva strettamente medico-riabilitativa con quella pedagogica.
Oggi le nostre strade si sono professionalmente divise anche se porteremo sempre con noi questa esperienza e questo modo di lavorare in équipe. Io mi occupo a tempo pieno di autismo, sia in ambito di ricerca che di intervento. Ambra lavora come psicologa presso il Centro sclerosi multipla dell’Istituto, dove si occupa di ideazione, sviluppo, sperimentazione e valutazione di modelli di intervento e presa in carico del paziente affetto da patologia cronica neurologica. Milda si occupa di ricerca e supporto psicologico dei pazienti adulti con tumori cerebrali e dei loro famigliari, da quest’anno sta facendo la Scuola di specializzazione in Psicoterapia della Gestalt.

Da quando avete cominciato a interessarvi a giochi e/o giocattoli accessibili e cosa vi ha spinto in questa direzione?
Tutto è nato nel 2012 quando ci siamo trovati a predisporre un progetto per il Bando del Ministero della Salute rivolto ai giovani ricercatori. In quel periodo collaboravamo molto con l’Associazione l’Abilità Onlus di Milano che fa del gioco una delle attività principali dei propri interventi rivolti a bambini con disabilità e alle loro famiglie. Tramite le interazioni che avvengono durante il gioco, i bambini si divertono e hanno l’opportunità di sperimentarsi, di utilizzare funzioni di base (attenzione, memoria, imitazione, discriminazione, relazione tra gli oggetti e problem solving) e capacità più complesse, arricchendosi e riflettendo sulle proprie idee, i propri pensieri e sentimenti. Inoltre, imparano a entrare empaticamente in contatto con gli altri.
Abbiamo deciso di mettere questo approccio al centro di un progetto di studio per bambini con autismo. Questi bambini sono solitamente inseriti in protocolli riabilitativi intensivi, il gioco può invece rappresentare un momento di relax e di stacco che, se pensato e gestito adeguatamente, ha il potenziale di aiutarli a crescere, inserendosi in una quotidianità meno sanitaria e più spontanea, gravando meno sulla loro qualità di vita, restituendo loro il diritto all’infanzia. Tornando alla scrittura del progetto per il Bando, dovevamo organizzare un protocollo di ricerca a partire da questo aspetto.

Tornando ai giochi, quali sono i criteri per capire se un gioco è più o meno accessibile?
In generale non è possibile rispondere in modo univoco a questa domanda, ogni bambino, con la propria condizione di salute e il proprio funzionamento, potrebbe richiedere di apportare adattamenti specifici sul giocattolo o sull’attività di gioco.
Nello specifico caso del nostro progetto, considerando l’importanza del gioco e il fatto che i bambini con autismo hanno alcune caratteristiche che possono limitare la loro possibilità di imparare tramite il gioco e di divertirsi durante tale attività, è importante modificare o creare dei giochi che possano facilitare l’attività ludica di questi bambini, ma che cerchino anche di raggiungere l’obiettivo di coinvolgerli in interazioni sintoniche con l’ambiente così da aiutarli a sviluppare e migliorare le loro capacità comunicative e di interazione.

Perché nel vostro lavoro avete introdotto le tecnologie?
Finora la letteratura scientifica ha dimostrato l’utilità delle tecnologie al fine di creare stimoli stabili e ripetitivi in grado di attirare l’attenzione dei bambini con autismo. Inoltre, ci permette di pensare a un gioco che possa stimolare il bambino attraverso diverse modalità sensoriali, modulate in base alle reazioni che possiamo cogliere nel bambino. In più volevamo anche valutare se l’utilizzo della tecnologia potesse svolgere un ruolo di facilitatore nelle interazioni tra il bambino e il suo ambiente.

Parliamo allora del progetto RODDI.
Il progetto RODDI si è focalizzato sullo sviluppo di una piattaforma gioco che possa essere utilizzata nella prospettiva di studiare in maniera multidisciplinare il problema della relazionalità dei bambini affetti da autismo con deficit cognitivi di livello moderato o grave.
Nel corso della prima fase di progetto è stata sviluppata la piattaforma robotica RODDI. La seconda fase ha previsto il test e l’uso della piattaforma precedentemente ideata all’interno di uno studio case serie longitudinale. Hanno terminato lo studio 9 bambini (8 maschi) dei 19 inizialmente selezionati, di età compresa fra 6 e 10 anni, con diagnosi di autismo e disabilità intellettiva moderata o grave. Per ciascun bambino sono state realizzate due sessioni di gioco in interazione con un’educatrice. Nella prima sessione alla diade bambino-educatrice era richiesto di interagire utilizzando dei giochi tradizionali, mentre nella seconda sessione era richiesto l’utilizzo di RODDI.
La piattaforma robotica realizzata grazie al progetto RODDI ha permesso di raggiungere, con bambini con autismo e ritardo cognitivo moderato/grave, i seguenti obiettivi, utili per la gestione e la continuità di un programma abilitativo/riabilitativo: aggancio del bambino e motivazione al gioco proposto; miglioramento delle performances come l’attenzione sostenuta sul compito; incremento del livello di interazione tra il bambino e la piattaforma che ha facilitato, durante la sessione di gioco, la diminuzione di comportamenti stereotipati.
Il raggiungimento di questi tre obiettivi, attraverso l’utilizzo di un solo prodotto, ha risposto a quanto la letteratura scientifica mette in evidenza rispetto agli scopi primari dell’uso delle nuove tecnologie nel campo dell’autismo.
La piattaforma, in quanto facilmente riproducibile, può essere proposta e utilizzata nelle diverse realtà che lavorano con bambini con autismo e facilita la strutturazione e la definizione del setting utile allo sviluppo delle abilità del bambino. Il vincolo della piattaforma è che può essere inserita all’interno di contesti strutturati con finalità abilitative o riabilitative e serve una formazione adeguata per il suo utilizzo. Con RODDI però siamo voluti andare oltre. Ci siamo confrontati con una domanda di ricerca ancora sostanzialmente aperta: la capacità di interagire con le persone, da parte del bambino con autismo, migliora? Diversi autori mostrano nei loro studi, attraverso la raccolta di dati qualitativi, che i bambini hanno mostrato interesse verso i robot. La letteratura scientifica in materia sprona però anche verso la raccolta di dati che rispondano a un’altra domanda: è possibile che la tecnologia funga da mediatore nella relazione tra il bambino con autismo e altri soggetti? Vengono ipotizzati futuri esperimenti che potrebbero adottare una procedura di analisi in grado di misurare la direzione dello sguardo e le parole o gli enunciati che il bambino con autismo rivolge ai compagni di giochi. Dalle analisi dei dati del progetto RODDI, per rispondere a questa domanda, è emerso che nella condizione di gioco con la piattaforma robotica, i bambini producono un numero significativamente minore di enunciati e di sguardi rivolti all’educatrice. Inoltre, in questa condizione, anche le educatrici parlano di meno ai bambini, hanno una ridotta varietà lessicale e tendono a usare più richiami di attenzione per stimolare l’interazione. I risultati dello studio fanno sorgere qualche dubbio sull’effettivo vantaggio dell’uso della tecnologia per stimolare un aspetto fondamentale nella riabilitazione del bambino con autismo: la relazione.
RODDI apre a un uso della tecnologia che supporti ma non sostituisca mai la relazione. Giocando si apprende a socializzare e comunicare in maniera efficace e adeguata sia con i coetanei, sia con gli adulti. Il progetto RODDI ha introdotto elementi utili per mediare al meglio questo apprendimento, tra i bambini con lo spettro autistico e coloro che vogliono crescere e giocare con loro, e questo progetto si pone quindi come un primo passo nella definizione di uno strumento utile per studiare il gioco e l’interazione sociale nei bambini con autismo e moderata o grave disabilità intellettiva.

5. Giochi Accessibili: divertimento e interazione per tutti

Intervista a Nazzareno Giannelli e Marco Lombardi, designer

Chi siete e da dove è partito il vostro progetto?
Giochi Accessibili è una di quelle idee nate dall’incontro fra persone diverse. Partito in ambito universitario, precisamente all’interno delle aule dell’ISIA di Faenza (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) verso la metà del 2012, il progetto ha avvicinato due studenti che fino ad allora si erano solo incrociati nei corridoi della Facoltà e li ha portati a viaggiare e addentrarsi in un mondo che mai si sarebbero immaginati di esplorare. I due, all’epoca in pieno periodo pre-laurea magistrale, siamo noi: Marco Lombardi e Nazzareno Giannelli. In cerca di spunti stimolanti per la stesura della tesi, grazie alle infinite risorse del nostro professore, Mauro Mami, avemmo la possibilità di incontrare Marco Fossati, istruttore di orientamento, mobilità e autonomia personale dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza di Bologna. La sua grande vivacità e professionalità furono da subito particolarmente contagiose. Iniziammo così il nostro viaggio di sensibilizzazione e di conoscenza del deficit visivo e delle migliaia di ipovedenti e di non vedenti che popolano le nostre città. Studiammo la cosa, cercammo di fare un quadro della situazione attuale e, in accordo con Fossati, individuammo un possibile campo d’azione all’interno del quale poter applicare le nostre competenze progettuali e creative per migliorare uno o più aspetti della vita di coloro che sono affetti da minorazione visiva. Il design, dopo tutto, è questo: è studio, è osservazione, è intuizione, è carpire i bisogni delle persone e rispondervi con soluzioni intelligenti e migliorare la quotidianità per migliorare la vita.

Come avete cominciato a interessarvi a giochi e/o giocattoli accessibili e cosa vi ha spinto in questa direzione?
L’offerta di ausili che possono aiutare la persona non vedente nella sua quotidianità è abbastanza ampia, quello che riscontrammo, invece, era la totale assenza di attività socializzanti che permettessero di relazionarsi con le altre persone attraverso il gioco. L’attività ludica è qualcosa di molto importante. Fondamentale nei primi anni di vita per esperire il mondo che ci circonda, diventa poi sempre di più un mezzo di comunicazione, di socializzazione e di aiuto prezioso per la costituzione dei nostri tratti caratteriali. È quindi un’attività che non può mancare nel vissuto di ogni persona. Ad oggi, a farla da padrone in ambito di giochi da tavolo per persone con deficit visivi, sono i cosiddetti giochi classici quali dama, scacchi, domino e tris, giochi che pur mantenendo intatto nel tempo il loro fascino, risultano avere poco appeal per un’utenza giovane. Essendo progettati esclusivamente per persone con disabilità visiva risultano inoltre privi di qualsiasi componente estetica e per questo hanno un aspetto poco gradevole e poco confortevole. Tale aspetto, in apparenza superfluo, in realtà ha delle ripercussioni soprattutto sulla socialità di bambini e adolescenti ciechi e ipovedenti che si ritrovano a poter utilizzare solo giochi che risultano brutti e noiosi per i coetanei. Si può dedurre facilmente come una situazione del genere possa solo contribuire ad aumentare le barriere tra gli individui, con inevitabili ricadute negative. Attraverso lo studio e l’approfondimento di ciò che permette alle persone con deficit visivo di percepire gli oggetti, come il tatto e l’udito, si è arrivati a sviluppare giochi da tavolo strutturati su più livelli percettivi, in modo tale da renderli aperti e accessibili a più forme di comprensione e di fruizione. A questo aspetto si è aggiunta, parallelamente, la necessità di curare in ogni minimo dettaglio la componente estetica del prodotto, per renderlo fruibile a 360° senza nessuna barriera discriminante. Il caso ha voluto che Marco Fossati incontrasse due appassionati di giochi da tavolo come noi. Da qui l’idea di progettare delle attività ludiche che fossero sin da subito pensate per includere gli ipovedenti e i non vedenti senza però ghettizzarli. Il principio numero uno del progetto Giochi Accessibili infatti è proporre giochi multisensoriali, socializzanti, divertenti e accattivanti anche sotto l’aspetto grafico e rappresentativo tanto quanto i prodotti già attualmente sul mercato.

Parlateci di Giochi Accessibili, quali sono gli obiettivi? Perché avete scelto di creare giochi analogici e non digitali?
Il primo obiettivo di Giochi Accessibili è quello di eliminare le barriere discriminanti tra normodotati e disabili visivi, producendo giochi multisensoriali e interattivi, fruibili anche da persone non vedenti e ipovedenti, che sappiano mettere allo stesso tavolo amici e parenti, disabili e non. Questo è un punto fondamentale della nostra idea da marcare con decisione: Giochi Accessibili non progetta giochi per ciechi, Giochi Accessibili crea attività ludiche fruibili anche da persone con minorazione visiva, perfettamente godibili anche da normodotati di diverse età. Ci teniamo in maniera anche un pizzico ossessiva a sottolineare questa cosa, perché nei tanti mesi di sviluppo post tesi, quando le basi dell’idea si erano solidificate e iniziavano ad arrivare i primi riconoscimenti a livello regionale e ci presentavamo a tutte le maggiori fiere riguardanti il gioco e il gioco da tavolo in Italia e in Germania, questo è stato l’aspetto più complesso da trasmettere ai vari publisher di fama mondiale. Un altro aspetto per noi molto importante è stata la scelta presa sin da subito di creare giochi analogici, non digitali. Nonostante si stiano iniziando a vedere i primi esperimenti interessanti di giochi ibridi con una componente digitale che va a interagire con un’altra parte analogica dello stesso gioco, noi abbiamo preferito puntare tutto sull’offline, almeno per ora. E la motivazione è molto semplice: i nostri prodotti devono essere mezzi di interazione e di socializzazione, devono favorire il contatto e l’incontro. Questo poteva essere ottenuto senza artifici radunando le persone per una sana giocata da tavolo. Con questo non vogliamo denigrare il digitale, ignorarlo o fingere che non possa essere una strada futura per il progetto, ma crediamo fermamente che oggi, in questo 2016 sempre più iperconnesso, ci sia bisogno di un po’ di tempo ben speso offline con le persone a noi care. Il terzo punto nodale riguarda la multisensorialità e i diversi livelli d’interazione e utilizzo che questa può innescare. Dovendo progettare anche per disabili visivi, la scelta dei materiali e la forma di ogni singolo componente sono fondamentali. Amanti del legno, della carta e del cartoncino, classici materiali dei giochi da tavolo, attraverso il taglio laser siamo riusciti facilmente a ottenere i nostri primi prototipi. Per completare la componentistica ci siamo anche avvalsi della stampa 3D per la realizzazione di alcune pedine di gioco. Grazie a queste tecniche di lavorazione low cost abbiamo potuto realizzare i prototipi dei nostri primi due giochi: Codis e Trick or Treat.

Di cosa si tratta?
Codis è un gioco di strategia e abilità che prevede una lotta serrata tra codificatori. Ogni giocatore è il possessore di un codice che deve custodire e proteggere dagli avversari, cercando allo stesso tempo di riprodurlo sulla plancia di gioco prima degli altri giocatori. Unicità di Codis sono le tessere di gioco stampate con una particolare tecnica a rilievo. In questo modo l’input tattile aiuta i giocatori non vedenti a riconoscere le forme e a posizionarle correttamente in gioco e allo stesso tempo stimola su un livello non unicamente visivo chi ci vede. Cosa particolarmente interessante è che durante le fasi di testing con giocatori non vedenti, questo gioco si è rivelato anche un interessante strumento di esercitazione per bambini dai 5 ai 9 anni, che aiuta ad affinare il riconoscimento di forme tattili prima ancora di passare eventualmente all’apprendimento della scrittura Braille. Trick or Treat è invece un gioco che trae ispirazione dall’analisi dell’isolato urbano, elemento fondamentale nell’orientamento del non vedente all’interno del tessuto cittadino, e ripropone in chiave ludica lo spostarsi per le strade di un quartiere. Ricercando un valido contesto che potesse stimolare i giocatori a esplorare l’area di gioco, abbiamo deciso di ambientare il tutto durante la notte di Halloween, mettendo i giocatori nei panni di alcuni piccoli monelli in costume intenti a bussare alle porte del vicinato in cerca di dolcetti. L’ambientazione in questo caso ci ha aiutati a implementare non solo il concetto di isolato, ma ci ha anche permesso di giocare liberamente con i colori e con le forme. Ogni pedina è riconoscibile grazie alle distintive forme della testa, mentre un grande aiuto a tutti i giocatori ipovedenti è dato dal contrasto cromatico fra le varie parti componenti del gioco. Abbinando riconoscibilità tattile e colori sgargianti ancora una volta siamo riusciti a confezionare un prodotto accessibile. Ma non solo in fase di gioco bisogna aiutare i nostri giocatori non vedenti. Anche le fasi di preparazione della partita e di apprendimento delle regole devono essere accessibili. Questo è stato reso possibile grazie alla progettazione di regolamenti sia in nero che in Braille, corredati da un CD audio contenente la spiegazione passo passo della componentistica di gioco e del regolamento. Gli aspetti che confluiscono nella progettazione di attività ludiche articolate sono molti. Le possibilità da esplorare per quanto riguarda la multisensorialità e un nuovo modo di intendere i giochi da tavolo sono infinite. Non avremmo mai creduto di avere la possibilità di laurearci sviluppando un progetto così particolare e ai limiti del design di prodotto. La nostra fortuna è stata quella di aver sempre avuto un forte sostegno dai professori dell’ISIA, dagli istruttori e studenti dell’Istituto Cavazza, da diversi veterani del gioco da tavolo e da tutte le persone alle quali abbiamo avuto la fortuna di esporre le nostre idee. La strada è ancora lunga e le difficoltà sono molte, soprattutto nel momento in cui si vogliono produrre e distribuire i prodotti ideati, ma noi non ci perdiamo d’animo e continuiamo a giocare la nostra partita. Le nostre mosse per questo turno sono concluse. Ora tocca a voi.

4. Scoprire il piacere di saper fare cose belle

Intervista ad Alessandra Falconi, Centro Zaffiria

“Tanto meglio sarà l’adulto, quanto meglio avrà giocato da bambino”.Lo sosteneva Platone e noi ne siamo convinti. Giocare è fondamentale alla vita dichiunque; per il bambino è uno spazio e un tempo indispensabile.Alberto Manzi lo scriveva così: “il gioco è mezzo di scoperta, medium culturale”.

Raccontaci chi sei e qual è il tuo ambito lavorativo.
Mi chiamo Alessandra Falconi, lavoro al Centro Zaffiria che ho fondato quasi vent’anni fa, grazie al quale lavoro al Centro Alberto Manzi e mi occupo del progetto Italiantoy. Lavoro con i bambini dai 3 ai 18 anni, e mi considero una donna fortunata perché vivo in mezzo alle loro domande di senso. Autentiche.

Da quando hai cominciato a interessarti a giochi e/o giocattoli accessibili/inclusivi?
Il tema degli strumenti educativi mi interessa da sempre. Recentemente ho scritto un post sulle forme del sapere perché penso che gli strumenti per giocare siano strumenti fondamentali per scoprire il mondo. (Per chi fosse interessato: www.disegnangolo.it/disegnangolo/le-forme-del-sapere)L’esperienza laboratoriale come atelierista mi ha posto tante domande: quali strumenti usare perché i bambini possano scoprire le cose da soli? Come far venire loro il desiderio di fare e disfare? La doppia esperienza di curatrice del Centro Alberto Manzi e la formazione al Metodo Bruno Munari sono state il binario che mi ha portato a Italiantoy. Volevo che la bellezza del mondo potesse stare nelle mani di un bambino. Di tutti i bambini. Mi rendo conto che può suonare presuntuoso ma penso che occorra un sogno grande per potersi mettere in cammino verso la meta (soprattutto per non arrendersi nei tanti momenti di difficoltà). Per me il gioco deve nascere inclusivo perché deve permettere un’esperienza vera al bambino: non deve giocare da solo, né fare da spettatore. Penso che gli oggetti giocattoli debbano proporre al bambino un’attività, debbano essere strumenti nelle sue mani: così è possibile indagarne l’uso, imparare dagli errori, scoprire delle varianti, arrivare a fare dei propri progetti.

Qual è stato il motivo che ti ha spinto in questa direzione?
Gli oggetti ci presentano una questione che ancora la scuola non ha risolto: come trasformo dei concetti teorici in esperienze che il bambino può padroneggiare? Cerco tra il materiale didattico disponibile nei cataloghi scolastici: ogni insegnante si rende conto di quanto spesso il livello sia basso. L’estetica dell’oggetto sembra essere un problema superfluo, un lusso per scuole che possono permetterselo. La comunicazione visiva, tattile e sensoriale di qualità viene spesso sacrificata per inseguire un prezzo basso. Poco importa se poi quel materiale verrà usato poco perché poco stimolante. Il consumismo educativo chiede che si rispettino le sue esigenze di bilancio. Proviamo allora a riaprire quegli armadi scolastici che i bidelli hanno chiuso da tempo: kit colorati per studiare la geometria, carte da abbinare per ricomporre le forme, forme di legno che profumano di scuola. La ricerca sui materiali didattici a un certo punto si è fermata. O, forse, si è solo nascosta. Nelle cattedre di quelle maestre e quei maestri che riadattano oggetti per stimolare i loro bambini, per aprire domande sul mondo e sull’esperienza quotidiana.

Parlaci dei giochi che producete: come nascono, come li utilizzate, che riscontri avete avuto.
I giochi che ora abbiamo a catalogo sono quasi una ventina e cercano di colmare le lacune che ho provato a spiegare nelle risposte precedenti. Sono strumenti con cui provare a fare da sé, da padroneggiare grazie al giocare, scoprendo che l’errore, ad esempio, può dare informazioni utili sull’uso dello strumento e su cosa ci si può fare. Sono giochi che vorrebbero far nascere una curiosità: ad esempio, Flora Zu può essere usato da un bambino per disegnare prati ma sul sito si può scaricare gratuitamente il libro fotografico con i fiori e gli insetti nella natura. C’è quindi un livello di approfondimento che porta il bambino a cominciare da una tavoletta in rilievo per poi chiedersi: che fiore sarà? Che insetto è? Dal nome scientifico alla foto. Lo stesso disegno riprende le reali linee dell’insetto, non c’è un segno edulcorato. L’informazione visiva di quanti tipi di fiori e insetti possiamo trovare è fondamentale: permette al bambino di uscire dallo stereotipo del fiore disegnato allo stesso modo, gli permette di lavorare sulle variabili dei fiori di campo, sui tanti modi di essere di un fiore.
Non si porta il bambino a fare il lavoretto, per tutti uguale, tranne per chi incolla male…,ma si chiede al bambino di giocare con uno strumento per arrivare poi a esprimere il proprio prato: ne avremo tanti diversi a seconda di quanti sono i bambini in classe. Alberto Manzi, l’indimenticabile maestro della trasmissione “Non è mai troppo tardi” degli anni Sessanta, scriveva: “Quel che ci interessa rilevare è che con il gioco il bambino sviluppa: creatività, invenzione e ricerca, fattori che sono di primaria importanza per poter affrontare nel futuro ogni imprevisto e saper esaminare un qualsiasi problema e tentare di risolverlo”. (Agende di Casa Serena, anni Ottanta)I nostri giochi si pongono l’obiettivo di avere, in filigrana, questa carta d’identità:
1) sviluppare l’intelligenza;
2) sviluppare i processi di astrazione;
3) creare delle situazioni immaginarie per imparare a trasformare la realtà;
4) ampliare i propri limiti, per acquistare un po’ più ampia consapevolezza di sestessi, delle proprie capacità, del proprio essere tra le cose e le persone;
5) manipolare, associare, combinare in modo nuovo cose vecchie, per creare relazioniinsolite e favorire lo sviluppo del linguaggio e del pensiero.

Qual è l’approccio ai vostri giochi da parte dei bambini? E degli adulti?
I bambini li capiscono immediatamente, basta partire con un’azione gioco, come proponeva Munari. Gli adulti si dividono in due categorie nette: abbiamo per fortuna gli innamorati dei nostri giochi che sentono e capiscono quanto proviamo a sostenere la creatività e l’autenticità dell’espressività dei bambini, il loro diritto a giocare bene, con materiali belli, con i loro tempi. L’altra categoria è di chi invece non li capisce, chi li reputa troppo intellettuali, non alla portata di tutti i bambini. Lavorando nelle scuole posso invece dire che i bambini si sanno approcciare bene al materiale, con curiosità e voglia di fare. Capiscono che sono loro al centro dell’esperienza, con la loro immaginazione, la voglia di giocare a fare così e anche così, di fermarsi perché forse invece si potrebbe anche fare così. Sono bambini attenti, che si concentrano nel lavoro che stanno facendo.

Facci qualche esempio, raccontaci qualche episodio significativo.
Posso raccontarvi l’ultimo episodio in ordine cronologico: ho fatto un atelier sulle Città invisibili con il gioco Zoe Ci e i bambini avevano 4 anni. Non avevano mai lavorato con la tecnica del frottage (quella, per intenderci, del ricalco delle foglie) ed erano un gruppo di 15 bambini (a casa invece il genitore ha uno, forse due o tre bambini, la situazione è molto più semplice). Per aiutarli ho usato lo scotch di carta per fermare le tavolette e i fogli da frottare, ho mostrato però loro che strumento era nascosto sotto la carta (hanno tenuto in mano le 12 tavolette con 12 texture diverse e le abbiamo analizzate insieme) e ho poi usato uno strumento musicale per guidare il ritmo della loro mano mentre frottavano. Abbiamo fatto un girotondo del frottage e in questo modo tutti i bambini sono riusciti a fare un’esperienza positiva. Dopo aver mostrato loro la magia di come, premendo col colore apparissero dei segni, ecco che i bambini avevano la curiosità di scoprire quanti segni erano nascosti sotto i fogli. E il gioco delle monocromie permetteva l’evidenza di questi segni. Questo per farvi un esempio d’uso, uno dei tanti. Per giocare dando spazio anche al piacere dell’adulto che con i nostri giochi scopre di saper fare cose belle (e non se lo immaginava).

Centro Zaffiria
Educazione, gioco, cittadinanza digitale, creatività e partecipazione esplorate con i media. Progetti, laboratori, formazione, passeggiate nel web tra vecchi e nuovi media per educare, partecipare, creare, pensare, giocare.
Di tutto questo si occupa il Centro Zaffiria di Bellaria Igea Marina (RN) che è impegnato nell’offerta e nello sviluppo di educazione ai mass media nella scuola e nell’extra-scuola con l’obiettivo di promuovere i diritti dei bambini e la loro partecipazione sociale attraverso l’uso creativo dei media e dell’educazione artistica.
Il centro Zaffiria promuove il convegno nazionale Medi@tando, cura il Centro Alberto Manzi e il progetto di giochi educativi Italiantoy (www.italiantoy.net).
via Luzzatti 15
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3. LUDI: un network per promuovere il gioco nel bambino con disabilità

di Francesca Caprino, INDIRE – Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa

Presente in tutte le epoche storiche e a tutte le latitudini geografiche, seppure con alcune differenze di natura culturale, il gioco si caratterizza come motore dello sviluppo infantile nelle sue componenti cognitive, socio-relazionali, linguistiche, motorie ed emotive. La valenza evolutiva del gioco è attestata anche dalla sua inconfondibile presenza in tutti i mammiferi oltre che in altri animali come gli uccelli. Questi cuccioli, come i cuccioli dell’uomo, guidati da un istinto sicuro, trascorrono gran parte delle ore di veglia in attività ludiche e così facendo imparano e si preparano alla vita adulta. Attraverso le forme più semplici di gioco senso-motorio (toccare, battere, lanciare), proprie dei primi stadi dello sviluppo, e passando per tipologie più sofisticate come quelle del gioco simbolico e di finzione, i bambini esplorano l’ambiente fisico in cui vivono, apprendendone gradualmente le caratteristiche. Parallelamente, le attività di gioco, dapprima solitarie, si aprono progressivamente all’interazione con l’altro, consentendo al bambino di arricchire enormemente le sue abilità sociali, linguistiche ed emotive. Il gioco infantile è un’attività spontanea, liberamente scelta e svincolata da obiettivi estrinseci. Si gioca perché se ne ha voglia e perché giocando ci si sente più felici. La dimensione ludica permea tutte le attività del bambino: giocare è la sua principale occupazione. A riconfermare l’unanime consenso sull’importanza del gioco è arrivata, nel 1989, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che nell’articolo 31 proclama: “Gli Stati Parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale e artistica”.
Vi sono casi, tuttavia, dove la ricchezza dell’esperienza ludica e le opportunità di apprendimento ad essa connesse possono essere fortemente ostacolate se non quasi del tutto precluse. Limitazioni di natura sensoriale, motoria o intellettiva così come fattori di natura ambientale (ad esempio la mancanza di spazi e di materiali di gioco accessibili, l’indisponibilità di partner di gioco o di specifiche tecnologie assistive, la mancanza n. 6 ottobre 2016 HP-Accaparlante 16 di tempo) sono fattori che possono rendere difficile giocare, portando il bambino a una deprivazione che può aggravarne ulteriormente le condizioni globali di salute. Troppo spesso, inoltre, le proposte di gioco indirizzate a bambini con disabilità sono strettamente funzionali al raggiungimento di obiettivi di natura didattica o riabilitativa e poco spazio è dato ad attività spontanee dove il bambino non debba esercitarsi in vista di un qualche traguardo (camminare, leggere, scrivere, ecc.) ma semplicemente divertirsi. Se non sempre è possibile intervenire sulle caratteristiche funzionali del bambino, l’ambiente, nelle sue dimensioni fisiche e sociali, presenta sempre ampi margini di modificabilità, anche grazie all’apporto che ci viene dato dalle più recenti tecnologie. Le barriere possono dunque diventare opportunità. Un bambino, per una limitazione grave della vista, può non essere in grado di giocare a palla con i compagni. Ma se alla palla standard si sostituisce una palla che emette dei suoni, l’ostacolo è aggirato e il bambino può giocare. Un altro bambino che usa per spostarsi una carrozzina potrebbe non essere in grado di usare le giostre, gli scivoli e le altalene del parco del quartiere o della scuola. Se in quel parco vi fossero delle attrezzature accessibili, progettate secondo i principi del design universale, quello stesso bambino parteciperebbe senza difficoltà agli stessi giochi dei suoi coetanei. È questa la prospettiva bio-psico-sociale offerta dall’ICF, Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, ai professionisti e non professionisti che approcciano il tema della disabilità, una prospettiva che non vede la disabilità come una caratteristica interna alla persona ma come la combinazione di più fattori, individuali e ambientali. Questa stessa filosofia fa da cornice al progetto LUDI.

La rete LUDI
LUDI – Play for children with disabilities – è un progetto-azione che ha portato alla costituzione di una rete europea dedicata al tema del gioco per i bambini con disabilità e finanziata dal Programma Europeo COST, un’iniziativa intergovernativa di cooperazione europea nella ricerca scientifica e tecnologica. La rete LUDI è coordinata da Serenella Besio dell’Università della Valle D’Aosta e ha collegato circa 80 ricercatori e professionisti del settore provenienti da 30 paesi europei ed extraeuropei. La riflessione dei ricercatori del network LUDI ha preso le mosse dalla considerazione di come il tema del gioco nei bambini con disabilità negli ultimi anni sia stato oggetto di studi scientifici multidisciplinari e di progetti di nicchia, anche molto innovativi (ad esempio sono stati studiati e sperimentati robot sociali con bambini con autismo, giochi adattati con bambini con disabilità motorie e/o intellettive, sono stati realizzati dei parchi-gioco accessibili) che tuttavia non hanno portato al riconoscimento di un’area di ricerca omogenea a causa della grande eterogeneità delle condizioni riferite alla disabilità e al fatto che il gioco non è ancora considerato un elemento centrale né nella scuola né nei contesti riabilitativi. La rete scientifica LUDI, grazie all’apporto proveniente da campi diversi (psicologia, diritto, pedagogia, discipline medico-riabilitative, design, tecnologie assistive) intende sviluppare la consapevolezza di quanto sia importante garantire a tutti i bambini il pieno diritto al gioco e di come occorra mettere il gioco al centro della ricerca e degli interventi indirizzati a bambini con disabilità. LUDI si propone di mettere a punto metodologie e strumenti di intervento utilizzabili dai professionisti e dai famigliari di bambini con disabilità e di indirizzare le pratiche delle aziende che operano nel settore del gioco (produttori di giocattoli, di videogiochi, di attrezzature per parchi). L’Azione LUDI, mediante la creazione di una rete tra Università, Istituti di ricerca, ricercatori e imprese, è finalizzata a:
• mettere il gioco al centro della ricerca e degli interventi clinici e educativi rivolti a bambini con disabilità;
• aumentare la consapevolezza sull’importanza del gioco per i bambini con disabilità e migliorarne la qualità della vita e la loro inclusione sociale;
• assicurare l’effettivo esercizio del diritto al gioco di tutti; • raccogliere e sistematizzare tutte le competenze e le conoscenze esistenti in questo campo (studi e ricerche, modelli di intervento, risorse e conoscenze provenienti dai centri specializzati e dalle associazioni);
• diffondere le buone prassi provenienti dagli sforzi congiunti dei ricercatori, dei professionisti (psicologi, educatori, terapisti occupazionali), degli utenti e dei loro famigliari;
• creare nuove conoscenze sugli spazi, gli strumenti e le metodologie per favorire il gioco nel bambino con disabilità.
Per raggiungere questi obiettivi sono stati costituiti quattro diversi gruppi di lavoro (Working Groups). Il primo gruppo (WG1) è dedicato all’analisi delle caratteristiche del gioco infantile nelle diverse tipologie di disabilità e provvede a fornire una cornice teorica sulle definizioni di disabilità e sulle tipologie di gioco. Il secondo gruppo (WG2) studia le tecnologie a supporto del gioco del bambino con disabilità, prendendo in esame ciò che è già stato realizzato (ad esempio tecnologie assistive, adattamenti di giocattoli, tecnologie robotiche) mentre il terzo gruppo (WG3) si occupa di esaminare i diversi contesti in cui il bambino gioca (casa, scuola), evidenziando le eventuali barriere che ostacolano le attività ludiche. Al quarto gruppo (WG4), infine, è affidato il compito di proporre, sulla base del lavoro degli altri tre gruppi, nuovi modelli, nuove tecnologie e nuovi metodi per favorire efficacemente il gioco nei bambini con disabilità.

Risultati del primo biennio di attività e prospettive future
La rete LUDI è da poco entrata nel suo terzo anno di attività. In prima battuta, le attività sono state finalizzate a costruire la rete come una comunità di apprendimento, superando le tante differenze nei metodi, nei linguaggi e nelle impostazioni epistemologiche attribuibili alla diversa provenienza geografica e professionale dei componenti. I membri della rete hanno avuto l’opportunità di incontrarsi e di confrontarsi in incontri in plenaria a cui hanno partecipato anche esperti, esterni al progetto, che hanno ampliato la riflessione sul tema del gioco nei casi di disabilità. n. 6 ottobre 2016 HP-Accaparlante 18 Ciascun gruppo ha presentato un documento pubblico in cui sono riportati i risultati di due anni di lavoro collaborativo. Coerentemente con il modello partecipativo scelto dalla rete, tutte le attività progettuali hanno visto l’attivo coinvolgimento di persone con disabilità e di loro famigliari, tutti soggetti che sono stati chiamati a intervenire negli incontri, a revisionare i documenti dei gruppi di lavoro e a farsi promotori del progetto nei contesti di appartenenza. Il lavoro congiunto dei membri della rete LUDI ha portato a formulare due dichiarazioni:
1) il gioco, come diritto, deve essere garantito a tutti i bambini, compresi quelli con disabilità. Come corollario tutte le attività di gioco e i materiali ad esse connessi devono essere resi accessibili;
2) il gioco vero e proprio, inteso come attività finalizzata a se stessa, deve essere distinto dalle attività ludiche (il pedagogista Visalberghi le ha definite attività “ludiformi”) che, nella scuola o nei contesti clinici, vengono utilizzate per il raggiungimento di obiettivi di natura didattica o riabilitativa. Ciò che occorre promuovere, nei bambini con disabilità, è il gusto del gioco fine a se stesso.
La rete LUDI ha inoltre realizzato un database pubblico contenente un articolato repertorio di strumenti e tecnologie per il gioco. Nei prossimi due anni la rete sarà chiamata a realizzare ulteriori attività di ricerca e azione; saranno scritte delle linee guida per la valutazione dell’accessibilità e dell’usabilità dei giocattoli e delle tecnologie per il gioco e per la progettazione di strumenti, tecnologie e ambienti di gioco inclusivi, sarà sviluppata una proposta di intervento per utilizzare in modo efficace le nuove tecnologie e gli ausili a supporto del gioco nei bambini con disabilità e si provvederà a mettere a punto un modello per informare e formare gli operatori e i famigliari dei bambini con disabilità sui temi inerenti il gioco e l’inclusione. L’obiettivo, molto ambizioso, è incidere sulle decisioni politiche, sulle pratiche cliniche ed educative, sui processi produttivi, restituendo a tutti i bambini il diritto al gioco.

Bibliografia
S. Besio, M. Carnesecchi, P. Encarnação, Introducing LUDI: a research network on play for children with disabilities. Studies in health technology and informatics, Università di Aosta, 2015,pp. 689-95.
Besio, M. Carnesecchi, Quale sfida per una rete di ricerca sul tema del gioco per il bambino con disabilità?, X Congresso della Società Italiana di Ergonomia, Torino, 2013

2. Giocar non è una medicina…

di Carlo Riva, direttore, L’abilità Associazione Onlus, Milano

“Giocar non è una medicina
Ma ancor di più… è una magia!
Una magia dal gran potere
Di far del tempo un tempo insieme”.
(Amorgioco)

Fu Riccardo, fratello di un bambino con tetraparesi spastica che, come sempre fanno i bambini nella loro scoperta del senso dell’esistere che li accomuna ai filosofi, mi illuminò sull’importanza del gioco nella vita di un bambino con disabilità.
Mi guardò mentre parlavo con la mamma sulla necessità di un aiuto educativo domiciliare e disse di punto in bianco: “Io ho capito cosa non va in mio fratello. Mio fratello non ha fantasia”.
Cominciò da quella frase, da quello spirito così profondo quanto vero, la mia riflessione su gioco e disabilità. Nacquero domande, si svilupparono pensieri.
Può il limite della patologia addirittura trattenere il mondo intimo e fantastico del bambino?
Come stare in una comunicazione di vera vita con un bambino con disabilità? La paralisi del corpo è paralisi dell’intenzione?
E, quindi, come un bambino supera la paralisi e contiene il limite nella fantasia e nel piacere?
Solo giocando.

Il mondo del bambino con disabilità
Se il gioco è un diritto ed è necessario per la crescita quanto il cibo quotidiano, un tetto sotto cui abitare, l’affetto di una famiglia, l’istruzione e la prevenzione dalle malattie, va garantito al bambino con disabilità, perché siamo innanzitutto in presenza di un bambino.
La qualità della vita non è direttamente proporzionale all’entità del danno fisiologico o psicologico o della disabilità presentata; intervengono infatti una serie di fattori socio culturali e di opportunità che determinano il grado di benessere soggettivo a parità di patologia o disabilità.
Occorre allora un progetto di vita che si fondi non tanto a partire dalla patogenesi quanto dalla “salutogenesi” del bambino con disabilità e riconosca le necessità sottostanti al suo crescere: la serenità, l’autostima, l’amicizia con i pari, la possibilità di esistere e scegliere nella vita quotidiana, l’educazione appropriata, il gioco… insomma le pari opportunità. L’inclusione e la partecipazione sociale di un bambino con disabilità passano anche dal riconoscimento del diritto al gioco e al tempo libero.

Il mondo del gioco
Il valore del gioco è riconosciuto da tempo, ma il suo significato, per l’educazione e l’igiene mentale del bambino, è stato messo in evidenza dalle scoperte più recenti.
Il gioco è scoperta ed esplorazione: il bambino giocando impara, si esprime, si relaziona, esterna emozioni, esprime desideri, parla di sé e del mondo e diventa indipendente. Quindi il gioco è tutto ciò che può stimolare l’uso del corpo, dei sensi, lo sviluppo dell’anima e della mente.
Giocare è un diritto di tutti i bambini ma diventa un problema quando la difficoltà a muoversi o l’incapacità di vedere oppure ancora la scarsa capacità d’attenzione e concentrazione su di un compito compromettono le sue capacità di gioco. Se per tutti i bambini esiste un diritto al gioco, la disabilità rischia di negarlo a questi bambini, perché il gioco difficilmente compare spontaneamente, perché talvolta non sono capaci di imitare, perché i giochi tradizionali non sono pensati per chi ha difficoltà nel fare anche le cose più semplici, perché questi bambini sono lasciati fuori dai circuiti ricreativi del territorio, perché gli adulti non si stanno impegnando a sufficienza per credere nel potenziale del gioco e quindi intraprendere cambiamenti efficaci per renderlo accessibile. È infatti solo la motivazione a politiche di welfare dedicate e la mediazione creativa dell’adulto che, con tecniche appropriate di modificazione dei materiali di gioco e di strutturazione dell’attività ludica, può far sì che il bambino possa giocare: l’utilizzo di ausili tecnologici per bambini con tetraparesi spastica, l’uso di immagini facilitate nelle dimensioni e nel colore per raccontare una favola a un ragazzo ipovedente, la semplificazione visiva della sequenza di un gioco per un bambino con autismo, sono alcuni esempi per dimostrare la fruibilità di un’esperienza ludica. D’altra parte, se non c’è gioco non c’è vita e allora l’immagine di un gioco assente, povero, stereotipato va a confondersi con quella del bambino con disabilità: emarginato, isolato, lontano. Qui si rimarca non tanto l’impossibilità di fare qualcosa quanto addirittura la negazione della possibilità di essere.
La realtà di un bambino con deficit è spesso una storia fatta da tanti limiti: non sente, non parla, non sta in piedi, non regge la testa, non capisce, non prende la palla, non sa giocare… dimenticando che al di là di queste funzioni c’è un pensiero, un vissuto, un’anima che chiedono incessantemente di essere riconosciuti, indipendentemente dal fare.
L’attività di gioco è un’attività di vita di cui nessun bambino può fare a meno, qualunque sia la sua condizione di disabilità, proprio perché il gioco è il contesto in cui può esprimersi, in modo libero e da protagonista delle proprie conquiste.
Giuliana Boccardi lo aveva ben sottolineato nelle sue riflessioni quando cercava di capire perché giocare con un bambino con disabilità: “L’errore più clamoroso della riabilitazione del bambino disabile è stato ignorare ciò che forse più caratterizza il bambino come connotazione specifica e peculiare, cioè il gioco, non tanto perché si è del tutto tralasciata la dimensione del gioco quanto il dimenticare i mondi senza fine che sono dentro il bambino: le fantasie, i desideri, gli spazi, la libertà”.
Questo mondo interno del bambino è salvaguardato dalle dinamiche del gioco perché qui il bambino non si misura tanto con le proprie incapacità quanto nella libertà della propria espressività che vive nel fine unico e ultimo del gioco cioè il piacere. Non gioca per imparare a parlare, per riuscire a correre, per migliorare la coordinazione oculo-manuale, ma gioca per divertirsi, per godere della vita, per puro piacere.
Il gioco è possibile solo se sono salvaguardate le sue tre caratteristiche più importanti: la libertà, la creatività e soprattutto il piacere, il senso di benessere, il divertimento.
È nel gioco che può superare l’autoemarginazione cui spesso va incontro. La libertà di potersi esprimere nel gioco, indipendentemente da una richiesta dell’adulto, come avviene nel setting terapeutico o nell’aula scolastica, permette al bambino con disabilità di usare il proprio corpo e la propria mente senza incorrere nella valutazione e nel giudizio sulla propria corporeità.
E il gioco è anche il luogo preposto allo sviluppo della propria abilità di autoregolazione, rispetto ad altri contesti in cui è maggiore il controllo esercitato dagli adulti. Riconoscendo l’importanza dell’intervento riabilitativo precoce, necessario per lo sviluppo delle autonomie di base, per l’abilitazione motoria e psichica al contesto ambientale in cui vive, quello che è importante sottolineare è ancora una volta il diritto al gioco scevro da obiettivi prettamente terapeutici. Mi piace pensare a un bambino con disabilità che gioca perché salvaguardato in questo suo diritto e bisogno psicologico: perché c’è un desiderio e una soddisfazione, perché può incontrare un gruppo di pari e condividere una realtà comune a tutti, perché si separa momentaneamente dalla realtà oggettiva della patologia, perché c’è l’attesa piuttosto che l’esercizio, l’ascolto più che lo stimolo, l’imprevisto facilmente gestibile piuttosto che l’ansia della prestazione; e infine c’è storia.

Il mondo degli adulti
Continua Giuliana Boccardi: “Il bambino disabile ha bisogno di un adulto che abbia questa particolare disposizione, cioè che ritrovi dentro di sé questi spazi senza fine, quelli del fantastico, dell’immaginario, del possibile e dell’impossibile, per saper poi come scovare, tirare fuori quelli del bambino”.
La funzione principale di chi segue il bambino con disabilità consiste nel capire i suoi interessi e le sue attività spontanee, allo scopo di procurare i materiali adattati, strutturare occasioni e stimoli necessari per condurlo a realizzare al massimo le sue potenzialità di gioco.
Un grande impegno riguarda soprattutto le famiglie, che si ritrovano con il proprio figlio per periodi molto lunghi di tempo libero che spesso generano stress emotivo e fisico per entrambi.
Occorre un intenso lavoro educativo che porti gli operatori sociosanitari e socioeducativi a promuovere nelle famiglie il concetto di gioco e tempo libero come parte integrante nel processo di crescita del bambino con disabilità. Infatti, oltre ad agire sull’ambiente di vita del bambino vanno sicuramente modificati i contesti socioculturali, perché la famiglia, la comunità, la società riconoscano l’importanza del gioco, a partire dai propri vissuti personali.
Come diceva G.B. Shaw: “Noi non smettiamo di giocare perché diventiamo vecchi; noi invecchiamo perché smettiamo di giocare”. La svalutazione del gioco passa infatti dalla scarsa considerazione che gli adulti hanno dell’attività ludica: è una perdita di tempo, occorre impegnarsi in attività più alte (come lo studio, il lavoro, la terapia), è un’attività superflua e infantile…
È necessario così ritrovare dentro di noi gli spazi senza fine del fantastico e dell’immaginario, propri della dimensione di gioco, riscoprire l’avventura incantata dei tempi infiniti dello svago, decondizionarci (dal ruolo e dallo status sociale raggiunto) per riscoprire e appassionarci al ricordo del nostro gioco. Perché prima di essere un’attività è un atteggiamento nei confronti di se stessi e della realtà che ci circonda. Tocca allora all’adulto vincere paure, dubbi, preoccupazioni e sfidare con il bambino con disabilità i limiti della patologia nel contesto magico e terreno, sano e onnipotente del gioco.

Un nuovo mondo
Riconoscere il gioco come necessità e opportunità del bambino con disabilità vuol dire riappropriarci della sua dimensione di persona, dei suoi diritti e quindi di un nuovo mondo da garantire per una vita vera: una rilettura della disabilità e delle sue componenti all’interno della società civile.
L’ambiente ha un ruolo importante quando si tratta di bambini con disabilità, che hanno bisogno di adattamenti materiali, cognitivi, ma anche psicologici, che diano loro la dignità di partecipare alla vita sociale e di crescere. Ciò significa che le persone che condividono l’ambiente dei bambini devono cooperare e complementarsi. La sfida riguarda il sistema globale individuo ambiente: operatori sociosanitari e architetti, insegnanti e genitori, illustratori e pedagogisti, enti locali e governativi. Un impegno totale per una politica che non deleghi il gioco alla buona volontà e all’attività del terzo settore e di qualche organizzazione no-profit, ma che invece lo garantisca, all’interno dei servizi territoriali istituiti, sia ai bambini con disabilità che alle loro famiglie.
Nella società moderna tre elementi devono essere presi in considerazione per creare una nuova filosofia del gioco per il bambino con disabilità:

• la comunità e il territorio. Il gioco è essenzialmente un’attività sociale e se si riducono per i bambini con disabilità le occasioni di attività ludico-ricreative inclusive con gli altri bambini si compromette la partecipazione sociale anche delle loro famiglie. Le politiche sociali non stanno investendo sulla necessità di creare spazi ludici fruibili e accessibili a tutti i bambini;

• il mercato globale. Il gioco dei bambini con disabilità non interessa alle aziende produttrici di giocattoli, non è competitivo con la potenza pubblicitaria degli ultimi modelli di giocattoli creati da brand televisivi o cinematografici;

• i professionisti. Spesso gli operatori sociosanitari e socioeducativi non promuovono le abilità di tempo libero, preferendo solo l’approccio specialistico settoriale.

Diversità e divertimento hanno la stessa radice etimologica e cioè divertere ossia cambiare strada, modificare la consuetudine, incrinare la routine.
Se è possibile per il bambino con disabilità godere di una vita piena è allora necessario cambiare rotta insieme a lui e spingerci liberi verso un campo di girasoli dove, toccando le foglie, annusando l’aria e leggendogli le rime di una filastrocca, è possibile vivere la creatività e il piacere di un gioco senza fine che può davvero includere il limite.

Bibliografia
AA. VV., Giocare a essere “handicappati”, “HP-Accaparlante”, n. 4 – 2004
AA. VV., Il contesto in riabilitazione: giochi, giocattoli e dintorni, Officine ortopediche Rizzoli, Bologna, 1999
F. Antonacci, Puer ludens, FrancoAngeli, Milano, 2012
A. Bondioli, Gioco e educazione, FrancoAngeli, Milano, 1996
J.J. Chade, A. Temperini, 110 giochi per ridurre l’handicap, Erickson, Trento, 2000
D. Fedeli, D. Tamburri, Mi insegni a giocare?, Vannini, Gussago (BS), 2005
C. Garvey, Il gioco, Armando, Roma, 2009
I. Riccardi Ripamonti, In gioco, Mursia, Milano, 1998
C. Riva, Amorgioco. Il bambino la disabilità il gioco, Fatatrac, Casalecchio di Reno (BO), 2005
D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 2000World Health Organization, ICF, Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità, della Salute, Erickson, Trento, 2002

Associazione L’abilità
L’abilità, Strategie familiari nelle disabilità della prima infanzia, è un’associazione Onlus nata nell’ottobre del 1998 a Milano dall’iniziativa di un gruppo di genitori di bambini con disabilità e di operatori. Da allora lavora per costruire opportunità di benessere per il bambino con disabilità, offrire un sostegno competente ai suoi genitori e promuovere una cultura
più attenta ai diritti del bambino con disabilità. Il nome dell’associazione nasce da un gioco tra i due sostantivi: labilità e abilità.
Labilità come termine che riassume la condizione sia del bambino con disabilità sia della sua famiglia, una condizione di instabilità e un bisogno di punti di riferimento. Abilità come punto di arrivo di un percorso impegnativo, ma possibile: l’abilità del bambino e l’abilità del genitore di trovare insieme una strada alternativa alla normalità, che punti all’autonomia.
via Pastrengo 18 (angolo via Cola Montano)
20159 Milano
tel./fax 0266805457
info@labilita.org
www.labilita.org

1. Il gioco come esperienza vitale

di Giovanna Di Pasquale

Fra le attività praticate almeno qualche volta nel corso della vita, in qualsiasi parte del globo o in qualsiasi epoca storica ci si trovi, possiamo senz’altro mettere il gioco in cima all’elenco.
Ma il gioco, il giocare, i giocattoli sono davvero accessibili a tutti? Permettono una reale inclusione? Cosa intendiamo con questo termine? Sono molte le domande che ci possiamo fare per capire meglio il legame fra il gioco, come primaria attività umana, i giocattoli e la dimensione inclusiva attraverso la quale le persone, anche quelle con disabilità, vivono l’appartenenza a un contesto comune e integrato.
Con questa monografia vorremmo portare un contributo alla riflessione che parte proprio da queste domande.
Gioco e inclusione: se ci fermassimo al solo significato etimologico di queste parole potremmo rischiare di rimanere spaesati dall’apparente distanza che le caratterizza. Il termine inclusione rimanda all’azione di rinchiudere, chiudere dentro. Con il gioco, invece, ci spostiamo sul significato di scherzo, beffa, illusione. Qualcosa che diverge dalla realtà, la trasgredisce e quindi la reinterpreta. L’abbinamento di questi termini, gioco e inclusione, richiede allora una diversa e maggiormente contemporanea interpretazione.
Includere non può voler dire portare dentro uno spazio chiuso o determinato ma costruire legami che riconoscano la specificità e la differenza di identità. La politica inclusiva ci interroga sempre sui confini della nostra storia. “Inclusione – scrive il filosofo Jürgen Habermas – qui non significa accaparramento assimilatorio né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti”.
Per trovare elementi di continuità con questa accezione del termine inclusione, tra le tante definizioni sul gioco riprendiamo due tra gli aggettivi utilizzati dal sociologo francese Roger Caillois che ci sembrano maggiormente coerenti: gioco come attività libera e gioco come attività improduttiva. Attività libera alla quale il giocatore non può essere costretto senza che il gioco perda il suo divertimento e la sua attrazione. Questo vuol dire che ognuno sta nel gioco in modo personale e non codificabile rigidamente. Attività improduttiva poiché, da un punto di vista economico, il bambino non gioca per portare un risultato ma arriva anche a dei risultati che sono nuove creazioni, atti di trasformazione di materiali e situazioni.
La dimensione libera e soggettiva del gioco non significa però che esso non abbia dei principi guida, dei fondamenti che ne ispirano lo sviluppo, ne determinano l’essenza e ne confermano l’importanza come esperienza primaria e vitale per ogni vita. Possiamo riassumere questi principi facendo ricorso ai quattro elementi naturali. Il primo si richiama al principio fisico della terra, ha come parola chiave “baricentro” e sottolinea la funzione che il gioco ha di permettere la consapevolezza di noi stessi, del nostro corpo, dei nostri limiti e delle nostre risorse. Il secondo ci riconduce al principio fisico del fuoco perché ha a che fare con l’“energia” necessaria a mobilitarsi per il gioco, energia che diventa slancio e rimanda al piacere che scaturisce dall’esperienza ludica. Il terzo principio è legato all’acqua e implica “complicità”, ha a che fare con la fiducia e l’affidamento dunque una condizione morbida, di adattamento reciproco. Il quarto e ultimo principio simboleggia l’aria e si collega all’improvvisazione perché il gioco è anche lasciarsi andare a quello che viene.
L’atto creativo nasce proprio quando non ci si affida solo a se stessi, territorio conosciuto, ma si incontra l’altro, sconosciuto. Questo incontro, che può anche essere spiazzante, obbliga continuamente ad andare fuori da noi stessi ma restando però sempre in noi stessi, rispondendo a un bisogno di relazione che è sempre alla base del gioco e del giocare.

La logica del design for all e i giochi inclusivi
Quando parliamo di giochi e giocattoli inclusivi intendiamo giochi la cui ideazione si rifà a un’ottica di progettazione e realizzazione vicina alla progettazione for all o Universal Design.
Questo concetto nasce storicamente da un’attenzione alle problematiche connesse con la disabilità: lo si può far risalire alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso quando in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti rientrarono i veterani della Seconda Guerra Mondiale, in molti casi reduci con mutilazioni di vario genere.
Il termine Universal Design venne coniato nel 1985 dall’architetto Ronald Mace, colpito da poliomielite nel 1950, all’età di 9 anni. Egli definì l’Universal Design come “la progettazione di prodotti e ambienti utilizzabili da tutti, nella maggior estensione possibile, senza necessità di adattamenti o ausili speciali”.
I concetti di base a cui si fa riferimento partono quindi dalla consapevolezza che non esiste il cittadino standard che fruisce in un’unica modalità ma diversi modi e possibilità di usufruire degli ambienti e delle occasioni. Che è come dire che alla base delle comunità non c’è l’omogeneità ma l’eterogeneità. Oggi assistiamo in molti contesti alla realizzazione di pratiche volte a progettare in maniera inclusiva gli spazi e gli ambienti, di modo che siano fruibili da tutti, senza distinzione alcuna superando anche la specifica distinzione evidenziata dalla formula “anche per persone disabili”.
In sintesi le indicazioni che si ricavano dai principi ispiratori del design for all parlano di una progettazione e produzione che porti a un uso equo, utilizzabile da chiunque, flessibile, adatto a diverse abilità e semplice, facile da capire e intuitivo. Altri livelli evidenziati sono dati dalla percettibilità che trasmette le necessarie ed effettive informazioni all’utilizzatore, dalla tolleranza all’errore che minimizza i rischi e le conseguenze negative o accidentali e le azioni non volute, dal contenimento dello sforzo fisico per poter avere un utilizzo efficace con la minima fatica. Infine, un’attenzione mirata viene dedicata alle misure e agli spazi che devono essere sufficienti a rendere lo spazio idoneo per l’accesso e l’uso.

Gioco, giocattoli e disabilità
Questo approccio inclusivo deve marcare anche il rapporto tra gioco e disabilità. Il gioco non è un’attività riabilitativa o riabilitante, è uno spazio libero, di curiosità ed esplorazione di sé e degli altri, strumento essenziale per la crescita e la strutturazione dell’identità.
Già la Convenzione ONU dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sanciva il diritto al gioco, diritto che la più recente Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ribadisce enunciando, che “[…] gli Stati Parti prenderanno le appropriate decisioni per assicurare che i bambini con disabilità abbiano eguale accesso alla partecipazione ad attività ludiche, ricreative e di tempo libero, sportive, incluse tutte quelle attività che fanno parte del sistema scolastico” (articolo 30, comma d).
Giocare è un diritto riconosciuto ufficialmente a tutti i bambini, ma diventa un problema quando la difficoltà a muoversi o l’incapacità di vedere oppure ancora la scarsa capacità d’attenzione e concentrazione su di un compito lo compromettono. Come per altre situazioni connotate da povertà, privazione culturale, marginalità sociale, la presenza di una disabilità può diventare motivo di esclusione dal gioco. La difficoltà di accesso, l’iperprotezione della famiglia, la difficoltà a partecipare alle occasioni ricreative formali e informali nei territori, ecco alcuni dei molteplici fattori che ostacolano la traduzione concreta del diritto al gioco in una pratica quotidiana nella vita dei bambini con disabilità.

Indicatori di accessibilità
Molti dei principi che ispirano la progettazione per tutti rendono possibile realizzare giochi e giocattoli inclusivi, così come studi ed esperienze educative consolidate (tra le più note l’approccio montessoriano) hanno evidenziato caratteristiche che diventano dei veri e propri indicatori di accessibilità e inclusività.
Tra queste caratteristiche troviamo il coinvolgimento, in fase di progettazione, dei soggetti interessati e l’ascolto dei bisogni e dei desideri, dei limiti e delle risorse di cui tener conto.
Altro aspetto importante sta nel facilitare l’accesso al gioco per tutti e nel modo più autonomo possibile e insieme agli altri. Per tutti i bambini, e per certi aspetti in misura ancora maggiore per i bambini con disabilità, è necessario poter sperimentare in prima persona, senza l’aiuto diretto e la presenza permanente dell’adulto. Questa possibilità aiuta a sviluppare la capacità del corpo di avere la percezione di sé in relazione al mondo esterno.
Da questo punto di vista gioca una funzione analoga la polisensorialità verso cui i giochi inclusivi devono tendere: diversi canali sensoriali come strade diverse e complementari per poterli usare in modo personalizzato.
La modularità e la qualità nella scelta dei materiali rappresentano altri due aspetti essenziali per interpretare il gioco in modo creativo e libero perché possa diventare cibo per la crescita.
Infine ci preme sottolineare la ricerca della bellezza e dell’attrattività che questi giochi devono avere. I giochi inclusivi non sono solo giochi tecnicamente fruibili da tanti ma anche giochi desiderabili da tutti: non giochi per qualcuno ma giochi condivisi. Giochi che uniscono e che rendono tutti i bambini parte di una comunità.

Consigli di lettura
-C. Riva, Amorgioco. Il bambino la disabilità il gioco, Fatatrac, Casalecchio di Reno (BO), 2005
-N. Gencarelli, Ausili fai da te, Erickson, Trento, 2012