Skip to main content

Autore: Nicola Rabbi

Il Calamaio di strada

di Roberto Parmeggiani

Domenica 3 agosto 2008
Ore 6:30
Aeroporto di Bologna.
Destinazione San Paolo, Brasile.

Da qui iniziano le mie vacanze estive, vacanze davvero speciali perché mi porteranno di nuovo in terra brasiliana (di nuovo perché ho già vissuto un anno e mezzo a San Paolo… ma questa è un’altra!). Questa volta comunque sto andando in vacanza.
Riposo, cultura, mare, natura… ma non solo.
Da quasi 3 anni sono entrato a far parte del Centro Documentazione Handicap di Bologna e in particolare del Progetto Calamaio che ormai condiziona in modo assoluto la mia vita.
È proprio per questo che la mia vacanza brasiliana sarà anche l’occasione per indossare gli “occhiali da calamaio” e indagare un po’ la situazione delle persone con disabilità in quel meraviglioso Paese.
Qual è il termine corretto per tradurre in portoghese la parola disabilità?
Questa è la prima domanda che mi sono posto perché volevo capire, a partire dai termini stessi, come si era evoluta la percezione della disabilità.
Fino a qualche hanno fa in Brasile, per definire una persona con disabilità, si usava solamente la parola deficiênte (si pronuncia diversamente ma ha lo stesso significato che in italiano). Parola corretta ma nel tempo caricata di un significato negativo, offensivo. Come da noi, lo sviluppo culturale ha fornito un bell’involucro a questa realtà che mette in crisi il comune modo di vedere. Ecco quindi che le persone con disabilità guadagnano il titolo di pessoas portadoras de deficiência (persona portatrici di deficit) e successivamente di pessoas com necesidades especiais (persone con necessità speciali) ormai contratto in pessoas especiais (persone speciali).
Guai a te a chiedere cos’hanno di tanto speciale, la maggior parte ti risponderebbe che in fin dei conti ognuno di noi ha delle necessità speciali, quindi ognuno di noi è speciale.
Ma proprio per questo mi vien da pensare: che bisogno c’è di usare questa definizione, che è valida per tutti, in modo specifico solo per color che hanno un deficit, quasi a sottolineare la necessità più che la specialità?
Come dice Claudio Imprudente, il problema non sta nel contenitore ma nel contenuto, per cui non nel termine che usiamo ma nel significato che gli diamo.
Certo è, però, che accontentarsi di seguire la strada delle “belle parole” raramente porta a riempire di contenuto una definizione politicamente corretta.
Capito questo, ho indossato i miei “occhiali calamai” e mi sono guardato intorno.
Ho visitato alcune scuole speciali e un paio di centri per minori disabili abbandonati, ho fatto mille domande agli operatori, ai genitori ma anche a persone comuni. Insomma l’obiettivo, raccogliere dati per poter confrontare la realtà brasiliana con quella italiana, è stato raggiunto.
Solo in parte.
In parte perché, alla fin fine, ciò che più mi ha colpito passeggiando per le strade di San Paolo o per quelle di Salvador, sono state le tantissime persone disabili che vivono in strada.
Direte voi che è normale, in un paese nel quale i moradores de rua (persone senza fissa dimora) sono milioni, la percentuale dei disabili sarà comunque alta.
Non posso che darvi ragione ma la cosa che più salta all’occhio e che è diventata quindi oggetto del mio interesse, è la creatività che queste persone, moltissimi i giovani, mettono in azione per superare le difficoltà provocate dal mix tra la loro disabilità e la vita in strada.
Eccomi allora partire per soddisfare la mia curiosità incontrando alcune “persone speciali”.
Edson, 32 anni ha subito un trauma nel parto, per cui ha una gamba più corta e il piede girato all’indietro.
Luciano, 27 anni, invece le gambe non le usa assolutamente, è paraplegico a causa di un incidente. Per muoversi nelle strade di San Paolo si siede su uno skateboard e si spinge con le mani.
Flavio ha12 anni e non ha le mani, perse in un incidente, ma riesce comunque a far roteare in aria delle bacchette di legno colpendole con l’avambraccio.
Questi sono solo alcuni dei ragazzi che ho conosciuto sulle strade paulistane mentre ero impegnato in una delle mie attività preferite: passeggiare per le vie di una città più o meno sconosciuta perdendomi senza mèta, godendo con sorpresa di ciò e di chi casualmente incontro.
Lo stesso è successo con questi ragazzi, anche se devo precisare che non li ho proprio incontrati da solo ma in compagnia di un educatore che con i senza tetto ci lavora quotidianamente. Questo perché la loro situazione di vita è davvero complicata, vivono per strada e sono obbligati a tenere alta la guardia, a sviluppare la diffidenza e ad arrangiarsi in un qualche modo, spesso a spesa dei turisti. Un deficit culturale da aggiungere al deficit fisico.
Se però dimostrano di riuscire a superare il deficit fisico con stratagemmi creativi, il deficit culturale sembra rimanere una barriera insormontabile.
Il Progetto Fenix invece viene realizzato presso l’OAF di Salvador di Bahia ed è realizzato in collaborazione con l’Università di Torino. Il progetto è finalizzato ad aiutare i bambini con grandi difficoltà di apprendimento, dovute alle più svariate ragioni: povertà del contesto familiare e culturale, alimentazione insufficiente, complicazioni accusate dalla madre durante la gravidanza, carenze affettive…
Gli strumenti principali, messi a disposizione dei bambini per poter superare ritardi e difficoltà, sono videogiochi educativi, soprattutto matematici che hanno il pregio di non porre problemi di lingua.
In questo modo si offre ai bambini la possibilità di recuperare ritardi o imparare strategie appropriate per poter superare le difficoltà di apprendimento. Gli operatori sono consapevoli che tutto ciò non è sufficiente senza un supporto anche a livello più generale, sanitario e culturale. È per questo infatti che i bambini sono inseriti in un progetto ampio che li vede coinvolti in un percorso pedagogico che utilizza il tempo scolastico in modo creativo, offrendo così azioni di sostegno diversificate, dall’ambito della nutrizione a quello del supporto psicologico, dall’espressività artistica all’acquisizione di competenze tecniche.
Questi incontri mi hanno permesso di scoprire una realtà molto stimolante, ma sopra ogni altra cosa hanno dato il via a un viaggio creativo, un sogno a occhi aperti, un desiderio che non potevo tenere chiuso dentro di me, e che ho già condiviso con chi potrà trasformarlo in realtà.
Mi sono immaginato un Progetto Calamaio di strada, itinerante, che invece di entrare nelle classi si sparge lungo i marciapiedi trasformando le arterie urbane da scuole di rifiuto a scuole di cittadinanza, utilizzando i contenuti e le dinamiche proprie del Progetto più classico.
In fondo c’è un file rouge che accomuna l’esperienza dei disabili in strada con quelli appartenenti al Progetto Calamaio: è il desiderio/necessità di superare le difficoltà (più o meno culturali) proponendo un’immagine di disabile vincente, che metta in luce le abilità e non i deficit, che si confronti con i propri limiti ma non ne rimanga schiacciato, che possa così affermare e praticare il proprio diritto a una cittadinanza piena, responsabile dello sviluppo culturale, sociale e anche materiale di tutti.
Canalizzare tanta creatività necessita di strutture, impegno e denaro ovviamente, e necessita anche di un radicale cambiamento di stile di vita… è forse impossibile? Ricordo che vi sto raccontando un sogno, ciò non toglie però che i sogni si possono anche realizzare, magari un pezzo alla volta.
Si potrebbe cominciare, per esempio, rendendo le persone con disabilità non solo oggetto di assistenza ma anche soggetti attivi di cittadinanza perché questo significa garantire un coinvolgimento attivo nella definizione e nella costruzione del proprio futuro e quindi di quello di tutta la società. Per la maggior parte delle persone questo coinvolgimento è intrinseco al proprio essere cittadini, mentre per chi ha una disabilità (di qualsiasi tipo) è necessario che questa priorità venga esplicitata, in modo che diventi oltre che diritto anche dovere.

Mercoledì 27 agosto 2008
Ore 23:45
Aeroporto di Bologna.
Di ritorno da San Paolo, Brasile.
La mia vacanza è finita e, come tutte le belle vacanze, rimarrà come un bel ricordo, un sogno da realizzare nuovamente.
Oltre alle spiagge bahiane, al buonissimo cibo, alla musica, al Pelourinho di Salvador e all’Avenida Paulista di San Paolo, nella valigia mi porterò anche il Calamaio di strada… prima o poi diventerà realtà, in fondo volere è potere!

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Carissimo Claudio,
ho pensato di comunicarti in breve la mia esperienza relativa al primo incontro con l’handicap.
Ero giovane, sui 19-20 anni, e a me e ad altri ragazzi della mia parrocchia di Torino era stato chiesto di fare servizio presso una casa di spiritualità per aiutare dei giovani con problemi di handicap. Ci siamo quindi recati presso questa casa e all’inizio l’impatto non è stato facile, soprattutto con qualche persona che parlava in modo per me incomprensibile. Mi pareva di essere piombata in un mondo difficile da affrontare e, non riuscendo a dialogare con alcune persone, mi era quasi venuta la tentazione di rinunciarvi. Tuttavia la tenacia e la forza di volontà di M., una ragazza spastica che faceva ogni sforzo per comunicare con me, hanno avuto la meglio e tra noi è nata una bellissima amicizia, fatta di complicità, battute di spirito, ecc., tant’è che negli anni successivi, durante l’estate, ho partecipato a dei soggiorni a Rimini in compagnia di persone con problemi di handicap e M. era in camera con me. Erano gli anni ’70 e la presenza di persone con problemi non era ancora ben accetta in tutti gli alberghi, per cui a volte ci sono state delle difficoltà, ma M., forte della sua convinzione, che occorresse “farsi vedere” e conoscere dai “cosiddetti” sani in ogni luogo da essi frequentato, ha insistito per andare col gruppo anche in discoteca e per ballare con alcuni di noi. Voglio precisare che M. si è poi laureata e sposata e ha fondato un’associazione per aiutare i suoi amici. Questa esperienza per me è stata veramente di stimolo e di arricchimento e mi ha fatto pensare che a volte l’handicap è più nella mente dei normodotati che in coloro che hanno qualche problema in più, ma una forza di volontà, una grinta e un’energia da vendere…
Complimenti e grazie per i tuoi articoli e un caro saluto!
Anna Antoniono in Tomatis

Cara Anna,
la tua lettera è stata per me come la madeleine per Proust: c’è una sorta di aderenza totale tra la vicenda tua e di M. e la vicenda mia e di persone che nel tempo mi sono state vicine; una somiglianza tale che a ogni rigo che scorrevo mi tornavano in mente momenti della mia vita passata (a parte il matrimonio della tua amica… io sono ancora orgogliosamente “solo”… fidanzato): piaceri e difficoltà, delusioni e tentativi riusciti, rapporti più o meno intensi, ecc.
Però il fatto che mi ha colpito di più è che, come spesso capita, raccontando l’esperienza di ogni persona con disabilità, per quanto diversa una dall’altra, è come se raccontassimo qualcosa della società in cui viviamo: non perché la persona disabile sia un soggetto esemplare del mondo, ma perché spesso la sua presenza e la sua biografia ne fanno emergere le contraddizioni, le difficoltà, le “anormalità”. Ne svelano i pregiudizi, le insensibilità, i rapporti di forza asimmetrici. Le persone disabili portano inscritti nelle loro vite i segni del loro passaggio nel mondo con una evidenza maggiore: ecco perché possono essere testimoni privilegiati e credibili della storia del mondo stesso. Una volta mi è stato chiesto quale fosse il ruolo del disabile nella società. Mi è stato difficile scegliere, ma, dovendolo fare, risposi che era quello dell’evidenziatore. Ma qual è il compito dell’evidenziatore? Sottolineare le cose più importanti e i punti più critici, così da ricordarseli e da farne oggetto di riflessione approfondita.
Ai tempi in cui studiavo non esistevano ancora gli evidenziatori, in ogni senso: né come oggetto di cancelleria né come soggetti in grado di svolgere quel compito sociale. Col tempo io sono diventato un evidenziatore di colore azzurro: sì, hai capito bene, azzurro come i campioni del mondo. Vedi che anche l’azzurro sa incidere sulla storia?

Ciao Claudio! Sono Donatella, ti scrivo perché penso tu possa aiutarmi. Sono la madre di una bimba di quasi due anni (Margherita) con quel qualcosa di speciale che fa sempre pensare. Margherita è strabica e per questo motivo dovrà portare per non so quanto tempo una benda ortottica (è previsto un intervento dopo i tre anni), che si fa mettere costantemente e pazientemente da quando aveva sei mesi. Io sono un’illustratrice di libri didattici per l’insegnamento dell’italiano a stranieri ma il mio sogno è quello di illustrare libri per bambini e perché no… scriverli!
Questa “banale diversità” di Margherita mi ha portato a pensare di scrivere e illustrare un libricino che abbia come protagonista una bimba con una benda (un regalo per Margherita dalla sua mamma). Sai! Spesso penso a quando sarà più grande e alle domande alle quali non so se saprò rispondere; io in famiglia ho avuto due nonni non vedenti e avendoli amati tanto non ho mai visto la loro “diversità” e li ho sempre ammirati per quel qualcosa in più di speciale che avevano.
Ora non voglio annoiarti ulteriormente e quindi ti chiedo se puoi consigliarmi sulla direzione da prendere; non sono una pedagoga, non ho alcuna esperienza in merito e non so da dove iniziare. Se non ti chiedo troppo e questo sarai tu a dirmelo, avrei pensato di buttar giù qualcosa, una traccia, da farti leggere per sapere cosa ne pensi, altrimenti attendo tuoi suggerimenti, piccoli input; chi meglio di te.
Ah! Se hai da suggerirmi qualche lettura per Margherita (sai adora i libri e penso sia un ottimo strumento per far passare certi messaggi). Ti ringrazio già da ora per tutto quello che vorrai e potrai fare per noi due; anche se l’importante è sapere che ci sono persone belle come te.
Ciao, un abbraccio.
Donatella da Perugina

Cara Donatella,
la tua lettera ha stimolato in me ricordi letterari: il primo è una filastrocca con testo di Gianni Rodari, e recita così: “Un signore di nome Stanislao,/ incontrò un gatto e gli disse ciao./ Il gatto tra sé pensò/ “Che ignorante però! /Non sa nemmeno dire bene MIAO”. Che, secondo me, descrive bene (e in modo sintetico) due aspetti imprescindibili: il riconoscimento reciproco dell’esistenza di codici molteplici, diversi, e la necessaria bidirezionalità di ogni processo di integrazione e di comunicazione. In quella filastrocca, sbaglia Stanislao a dire “Ciao” a un gatto, ma sbaglia anche il gatto a pensare che il “Ciao” sia un “Miao” mal riuscito o mai imparato.
Nel secondo ricordo, una fiaba di M. A. Pacheco e J. L. Garcia Sanchez, si racconta di un pianeta i cui abitanti hanno un solo occhio dotato di determinate caratteristiche visive. In questo pianeta un giorno nasce un bambino che di occhi ne ha due e con qualità diverse. Questa nascita comporta un’iniziale diffidenza e un disagio diffuso nella comunità, ma poi il bambino stesso e i suoi concittadini capiscono il valore della sua differenza sensoriale nell’“allargare” il campo del visibile e i parametri del giudizio che diamo di quanto esiste al mondo.
Vedi, Donatella, come tu sai il mondo dipende da come lo guardiamo, e questo non significa che vi sia un modo univoco o più giusto, tutt’altro, ma solo che il mondo vive e respira della pluralità degli occhi di chi lo guarda. E che tutti possono trovare spazio, ragione, cittadinanza, a patto che si riconoscano reciprocamente come legittimi, che uno integri se stesso con l’altro e non che lo includa cancellandone le qualità. È bellissimo quello che mi scrivi riguardo al rapporto con la diversità dei tuoi nonni, perché sei stata in grado di cogliere la ricchezza insita nella loro “differenza”. Spesso il distacco e la difficoltà nascono quando ciò che è diverso lo viviamo come estraneo, strano e incomprensibile. Quando facciamo della “diversità” di un deficit la ragione della “stranezza”, dell’“estraneità” di una persona.
Insomma, non è importante se diciamo “Miao” o “Ciao”, “Bau” o “Tau”, ma il fatto che sia il “Miao” che il “Ciao” possano coesistere e restituirsi a vicenda una parte del mondo che singolarmente ognuno dei due ignorava e non comprendeva.
Che aggiungere, cara Donatella? Tanti Miao Miao con fusa a te.

10. Sportelli specialistici versus Sportelli sociali

di Valeria Alpi

Nel momento in cui questo numero di “HP-Accaparlante” viene chiuso in redazione, ancora non sappiamo il futuro e il destino del Centro Risorse Handicap del comune di Bologna. Quello che sappiamo per certo è che – comunque vadano le cose – questo sportello specialistico sulle tematiche della disabilità non esisterà più nelle forme e nei modi che lo hanno contraddistinto per più di otto anni. Il Centro Risorse Handicap, o più brevemente CRH, da otto anni è lo sportello Informahandicap del Comune, e fornisce informazioni specializzate sulle tematiche della disabilità a tutti coloro che per un qualche motivo si trovano in contatto con l’handicap: quindi non solo persone disabili, ma anche familiari, operatori, funzionari o operatori di enti locali, membri di associazioni, volontari, educatori professionali, insegnanti, studenti, ecc. Finora è stato la porta di accesso ai servizi, una specie di bussola per orientarsi nel mare magnum di una rete di servizi estremamente complessa e differenziata come quella del territorio bolognese. Ma è stato anche una bussola per orientarsi nel vasto mondo delle agevolazioni nazionali. Con la nuova realtà degli Sportelli sociali, le porte di accesso e le bussole saranno altre e altrove. Cosa succederà? È difficile prevederlo pienamente, soprattutto considerando ancora le fasi di sperimentazioni e di avvio lento degli Sportelli sociali. Però qualche considerazione può essere fatta, proprio partendo da questo osservatorio privilegiato che è il CRH. Personalmente ho partecipato alla nascita di questo sportello, nel quale ho lavorato fin dalle origini. E quindi conosco i risultati ottenuti per noi operatori e per i nostri utenti. Come si potranno confrontare gli Sportelli sociali con questa complessità acquisita dagli sportelli specialistici? Vediamo di partire dalle origini.

A domanda, risposta: ma non basta
“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scrive I. Calvino ne Le città invisibili (Milano, Oscar Mondadori, 1993, p. 44). Una città a misura d’uomo è una città che risponde alle tue domande, ai tuoi bisogni. Ma quali sono i bisogni di una persona disabile? Quali domande potrà mai porre? Con questi interrogativi si partì, nel 1999, per la raccolta di tutto il materiale documentativo che sarebbe servito al CRH. Il CRH nacque da una collaborazione tra il comune di Bologna e il Centro Documentazione Handicap, che aveva ormai maturato una più che ventennale esperienza sul tema della disabilità. Gli operatori del CRH sarebbero state dunque persone provenienti dal Centro di Documentazione, persone quindi abituate a fare informazione e documentazione sulla disabilità. Non solo: il Centro di Documentazione possedeva già delle risorse informative e una banca dati abbastanza sostanziosa sulle opportunità che il territorio bolognese offriva a una persona disabile. Era quindi il partner più papabile per la costruzione di un nuovo sportello Informahandicap del Comune. L’esigenza di questo sportello era molto sentita, sia dalle istituzioni, che dai cittadini, proprio perché i servizi e le risorse bolognesi erano frammentate in più uffici e in più competenze, e il cittadino non sapeva mai dove rivolgersi per ottenere per esempio il contrassegno handicap per l’auto, o un assegno di cura, o dove prenotare la visita per l’invalidità, o dove chiedere degli ausili per la vita quotidiana. Si desiderava mettere in piedi uno sportello informativo che fungesse da punto di raccolta di tutte le informazioni possibili. Non era quindi pensato come uno sportello che si prendesse anche in carico alcune procedure: il contrassegno per l’auto, sempre per rimanere sull’esempio, non sarebbe stato rilasciato materialmente dallo sportello, ma lo sportello avrebbe fornito l’informazione sicura e precisa di dove andare per il rilascio. Si prepararono dunque dei veri e propri “libroni” (come li abbiamo sempre chiamati), divisi per argomento: barriere architettoniche, lavoro, agevolazioni fiscali, tempo libero, sport, associazionismo, previdenze economiche, servizi sanitari e sociali, ausili/tecnologie, trasporti, e via dicendo. Lì dentro, in quei raccoglitori, si pensava di avere tutte le risposte per l’utenza. Ricordo ancora il primo utente che venne allo sportello il giorno in cui c’ero io (si va a turni): la risposta alla sua domanda non c’era! Un anno passato a raccogliere documentazione e non bastava! Fu presto chiaro, dunque, che le persone spesso hanno bisogni imprevedibili, per i quali – a sangue freddo – non si è attrezzati. Non si poteva reagire secondo il modello funzionale stimolo-risposta, bisognava valutare caso per caso, anche empaticamente, e riaggiornare la documentazione (e le risposte) sulla base degli input dei cittadini. A volte, addirittura, la risposta non esisteva neppure. Quello che si cercava al nostro sportello era anche un dialogo, una ricerca di ascolto, una voglia di instaurare una relazione con persone che conoscevano la disabilità e sapevano come approcciarla. Con la pratica quotidiana, e con l’aumento sempre costante e maggiore del numero di utenti (più di 1.500 persone solo nel 2007), siamo riusciti ad aggiornare la nostra banca dati e ad aggiornare noi stessi assumendo più competenze e consapevolezza. Le risposte sono state costruite sui bisogni dell’utenza, e i bisogni dell’utenza sono emersi con l’ascolto. Quando tutto fu più chiaro, sentimmo l’esigenza di raggiungere l’utente con informazioni che gli potessero essere utili, per prevenire in qualche modo i suoi bisogni. Creammo un bollettino telematico, da inviare attraverso la posta elettronica con tutte le notizie e le novità sul mondo dell’handicap. Nonostante, però, fossimo già nei primi anni del 2000 – e quindi è pochissimo tempo fa – la posta elettronica era ancora poco usata dai nostri utenti e con il bollettino telematico non riuscivamo a raggiungere tutti. Parallelamente, allora, ideammo una newsletter cartacea trimestrale, “Metropoli”, che ovviamente non poteva aggiornare gli utenti in tempo reale, ma comunque raggiungeva tutti. Quando la pratica di Internet entrò in tutte le case, “Metropoli” divenne allora più una newsletter di approfondimento: in base alle domande che ci venivano poste allo sportello Informahandicap, riuscivamo ad avere un quadro di quali argomenti fossero ancora poco chiari alle persone, o riuscivamo a cogliere gli aspetti sui quali la conoscenza (anche nostra) era lacunosa e andava approfondita.
Come cambierà questo “prendersi cura” dell’utente con i nuovi Sportelli sociali? Il timore non dipende dall’esperienza o dalla volontà degli operatori. Ovviamente all’inizio è tutto complicato, troppe domande, un po’ di panico, “aiuto dove trovo l’informazione?”… Poi con la pratica anche gli Sportelli sociali sapranno orientarsi tra le loro banche dati e orientare l’utente. Il problema, a mio avviso, è numerico. Lo Sportello sociale si deve occupare di tutto il sociale, quindi non solo di disabili, ma anche di stranieri, anziani, minori in difficoltà, adulti in situazioni di disagio… Le informazioni che deve fornire sono su tutte le aree, per cui – per la logica dei grandi numeri – saranno (probabilmente) informazioni solo di superficie. Non può esserci il tempo materiale per approfondire nel dettaglio ogni singola materia del sociale. E si teme non ci sarà il tempo per riaggiornare tutte le proprie informazioni sugli input dei bisogni dell’utenza. I bisogni sono stati in qualche modo vagliati (o profetizzati) durante la fase di formazione degli operatori, e durante la costruzione materiale (attraverso un portale web a uso degli operatori) delle informazioni. E verranno vagliati attraverso la raccolta dati dell’utenza, per poter orientare al meglio le future politiche sociali. Ma l’utente interverrà davvero nella ridefinizione del servizio, come è successo al CRH? Ovviamente lo Sportello sociale non nasce per raggiungere tali livelli di specializzazione. Nasce per avere un punto unico di informazione sul bisogno, in modo da agevolare il cittadino e offrirgli la possibilità di avviare direttamente con lo Sportello sociale alcune procedure, come ad esempio prendere un appuntamento con l’assistente sociale che seguirà il caso. In questo senso, lo Sportello sociale offre alcuni vantaggi in più rispetto a uno sportello come il CRH che non prendeva in carico delle procedure soprattutto a carattere assistenziale. Ma, come accennato prima, i bisogni sono spesso imprevedibili. Dove finiranno le domande più specialistiche che non troveranno risposta negli Sportelli sociali? E come uguagliare, invece, quelle procedure che il CRH nel tempo è venuto a gestire? Proseguiamo con la storia.

Il valore aggiunto dell’informazione
Col tempo le risposte del CRH sono diventate sempre più articolate e complete, e organizzate con sempre maggiore logica e attenzione all’utenza, fino alla costruzione di un sito web e di una Guida on line, contenente tutte le informazioni in nostro possesso e divise per aree tematiche. Il patrimonio di informazioni che si trovano ora sul sito del CRH potremmo dire che è preziosissimo; ma mi sembra di fare pubblicità gratuita, mentre l’attenzione va posta sul fatto che via via si è scelto di trasportare sul web il nostro materiale in modo da poterlo aggiornare più velocemente, e a costo zero (un aggiornamento di una Guida cartacea per esempio comporta non pochi costi tipografici). Inoltre è una strategia pensata per l’utente, per facilitarlo, per potergli fornire indicazioni anche fuori dall’orario di sportello, per mettergli a disposizione del materiale che si trova con difficoltà: ad esempio, proprio su quest’ultimo punto, abbiamo cercato di pensare a quanti moduli si trova davanti una persona disabile (modulo per la richiesta dell’invalidità, modulo per la detrazione del 36% per l’abbattimento delle barriere architettoniche, modulo per ottenere la patente speciale, ecc.) nel suo percorso tra la burocrazia italiana; abbiamo noi stessi cercato questi moduli, scansionati e messi on line come documenti scaricabili e stampabili. Il gradimento dell’utenza (non solo disabili, ma anche assistenti sociali) è stato superiore alle aspettative. E questa è un’idea che è stata possibile solo grazie a una conoscenza molto approfondita della materia, e alla conoscenza di tutte le fasi della vita di una persona disabile.
Si è arrivati a un punto in cui non si danno solo informazioni su dove andare e su quali contributi o agevolazioni fiscali si possono ottenere, ma si forniscono anche consigli e indicazioni su quale procedura è meglio seguire per il proprio caso. Con l’esperienza accumulata negli anni in tema di barriere, auto e ausili, qualche anno fa il Comune decise di affidare al CRH anche la raccolta dei bandi sulla legge 13/89 (contributi per l’abbattimento delle barriere architettoniche) e sulla legge regionale 29/97 (contributi per acquisto/adattamento auto e ausili per la vita quotidiana). Quando una persona arriva allo sportello perché ha delle barriere in casa e vuole sapere se il Comune “dà qualche soldo”, vengono fornite tutte le indicazioni per accedere ai contributi che eroga il Comune, e un aiuto nella compilazione dei vari bandi, che non sono sempre di facile comprensione. Ma l’informazione non si ferma lì. Vengono fornite indicazioni anche sulle agevolazioni che può applicare la ditta che eseguirà il lavoro, e su quelle che si possono ottenere con la detrazione nei redditi l’anno successivo. Inoltre, si valuta la tipologia di lavoro che la persona deve eseguire nella propria abitazione e si consiglia quale bando fare, quale legge seguire, dove è più facile ottenere un finanziamento, cosa mettere sotto un bando e cosa sotto un altro, come farsi fare le fatture per poi rendicontare le spese scorporate, ecc. Tutte queste procedure passeranno di competenza agli Sportelli sociali. Saranno loro che dovranno dire all’utente se esiste la possibilità di avere “qualche soldo”, saranno loro a fornire i moduli e a dire eventualmente in che maniera compilarli. Ma tutto ciò che c’è oltre ai quattro fogli di carta del modulo?
Inoltre il CRH ha raggiunto anche una solidità a livello nazionale. Perché conoscere la materia della disabilità significa sì conoscere il territorio e le risorse del territorio, ma anche tutte le normative nazionali, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dell’invalidità civile e dello stato di handicap, le provvidenze economiche (le varie pensioni), i permessi lavorativi, le agevolazioni fiscali. Il CRH è diventato, quindi, nel tempo un punto di riferimento per tutte le altre Regioni d’Italia. Insieme a quello di Milano, quello di Bologna è uno dei più importanti sportelli Informahandicap nazionali. Sono in molti anche coloro che ci contattano perché vogliono trasferirsi a Bologna o perché vengono a studiare all’Università o perché vengono semplicemente in gita. E anche qui si ascoltano i vari percorsi di vita e si consiglia su come è meglio muoversi. È importante avere un servizio che si possa raggiungere sempre e a più livelli (con uno sportello fisico aperto al pubblico, attraverso il telefono, attraverso la posta elettronica, guardando il sito) e che sia disponibile anche solo per un consiglio, prima di attivare determinate procedure o prima di fare scelte definitive.
L’intreccio di rapporti e di scambi informativi che il CRH negli anni ha instaurato sconfina dalla “bolognesità”, ma soprattutto sconfina anche dallo stesso settore della disabilità, almeno per come è comunemente inteso. Ad esempio il CRH ha anche scambi con gli uffici di collocamento, con gli enti di formazione professionale, con tutto il settore dei trasporti (aerei, treni, navi…), con gli amministratori di condominio, coi sindacati, con le aziende per quanto riguarda il settore delle buste paga e della gestione del personale (in caso di assunzioni di disabili, o a seguito dei permessi lavorativi che una persona disabile o familiare può ottenere), con gli esercenti per conoscere se devono veramente applicare l’Iva agevolata al cliente oppure no, con i centri regionali di “secondo livello” su barriere e ausili (CRIBA e CRA), con i CAAD-Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico, di cui anche il CRH fa parte come sportello informativo, ecc. Lo schema seguente può aiutare a riassumere i tipi di scambi informativi (unidirezionali con la freccia solo in un senso, bidirezionali con la doppia freccia) tra il CRH e tutte le realtà con cui viene in contatto.
Come si può notare, le varie realtà si rivolgono al CRH, ma la doppia freccia sta a indicare anche che il CRH impara e si aggiorna tramite questi contatti. Come riuscire a non disperdere questo patrimonio? La soluzione, come detto all’inizio, per ora non possiamo fornirla, proprio perché il comune di Bologna sta ridefinendo tutta l’organizzazione dei servizi, e ancora non è stabilito se e come mantenere lo sportello specialistico sulla disabilità. Di sicuro, il CRH di ora “cesserà di esistere”. Di sicuro non diventerà un centro di “secondo livello”, quindi un centro di esperti che possa fornire una consulenza più particolareggiata, anche se questa sembrava la strada più logica da percorrere. La paura, sempre presente nelle istituzioni, è quella di duplicare un servizio. Lo Sportello sociale dovrà servire proprio per avere una sorta di servizio unico, per cui mantenere uno sportello come il CRH sembra un doppione. I fatti dimostrano (e dimostreranno) che non è così; d’altra parte anche per il cittadino non è semplicissimo sapere dove rivolgersi: allo Sportello sociale o al CRH? Perché non a entrambi – mi verrebbe da dire – se il caso è complesso? O perché il CRH non potrebbe essere mantenuto, se non per l’utente, almeno per gli operatori dello Sportello sociale nei casi più difficili?
Può sembrare un commiato, con una vena malinconica e nostalgica, ma il timore è che la ricchezza di conoscenze e il surplus informativo, che ci è costato tanto lavoro e sudore, vada prima o poi perduto. Come operatori, se non dovessimo più esercitare il contatto con l’utenza, perderemmo in parte la capacità di tenere “le antenne dritte”, di indovinare i bisogni ancora prima che vengano espressi, di tenerci così frequentemente aggiornati, di sapere riformulare le risposte in base all’utenza. E se anche avessimo la possibilità di fare una specie di “passaggio di consegne” con i nuovi operatori dello Sportello sociale, non potremmo mai davvero trasmettere nel dettaglio le soluzioni per ogni singolo caso che potrebbe verificarsi.
Per il momento, tutto è ancora in fase di passaggio. Almeno fino al 31 dicembre 2008 il CRH rimarrà invariato, mentre gli Sportelli sociali sono già operativi. I nuovi operatori di sportello, ancora digiuni della materia, si stanno rivolgendo al CRH per la consulenza, anche per le domande più facili (quantomeno più facili per noi, ma per loro che iniziano tutto è complicato), e molto spesso ci rinviano gli utenti cui non sanno rispondere. Gli utenti, per ora, non sono affatto disturbati dal non trovare subito le risposte allo Sportello sociale, anzi: sono molto soddisfatti quando vengono da noi e vengono accolti a 360 gradi, anche se hanno dovuto fare un giro in più. Ma dopo il 31 dicembre? Certo, forse è un lusso il modo con cui abbiamo sempre trattato gli utenti, considerandoli e conoscendoli soprattutto in quanto persone e non come numeri. O forse, chi può dirlo, la “morte” del CRH potrebbe anche riservare inaspettate sorprese e la possibilità di mettere le proprie competenze al servizio di qualcos’altro di utile per l’utenza e di migliore.
Come già citato, “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, faceva dire Calvino a Marco Polo nel suo Le città invisibili, immaginando un dialogo tra l’esploratore veneziano e il Kublai Kan. E Kublai Kan rispondeva: “O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere”. Saprà lo Sportello sociale godere della domanda?

9. La nascita degli Sportelli sociali: questioni aperte

di Massimiliano Rubbi

La descrizione del processo di creazione degli Sportelli sociali, che sta arrivando al traguardo di realtà consolidata in Emilia Romagna dopo una sperimentazione avviata nel 2003, è descritta in maniera approfondita in altri articoli di questo numero di “HP-Accaparlante”. Un dubbio è lecito: una sperimentazione durata ben 5 anni è legata soltanto alla complessità del suo frutto, o lascia trasparire l’esistenza di problemi sotto traccia? Proviamo a elaborare ed evidenziare alcune criticità legate all’esperienza pionieristica emiliano-romagnola.

Professioni e “specialità della casa”
Un primo e specifico nodo irrisolto riguarda la professionalità degli operatori di sportello sociale. In base a quanto esposto in altra parte di questo numero, alcune realtà locali hanno destinato allo sportello assistenti sociali o comunque operatori provenienti dai servizi sociali, altre dipendenti con funzioni di front office in altre aree o con mansioni amministrative. È piuttosto difficile costruire un profilo professionale per una struttura che ancora non esiste, e pare probabile che la formazione per i nuovi operatori sia stata sinora costruita come “contro-formazione”, ossia come apprendimento di rudimenti del servizio sociale per chi proveniva da aree amministrative e viceversa, con una infarinatura aggiuntiva in materia di raccolta e organizzazione dell’informazione. Se in una prima fase questo assetto può apparire adeguato, quando gli Sportelli sociali saranno elemento consolidato delle strutture pubbliche locali occorrerà porsi il problema del contenuto professionale delle mansioni dei suoi operatori, definito non più come fusione di ruoli preesistenti ma come profilo a sé stante. Nel frattempo, ci si può attendere che il percorso di convergenza verso lo sportello professionale riguardi più gli operatori di provenienza amministrativa che quelli già impegnati nei servizi, dal momento che questi ultimi sono “merce rara” negli organici degli enti pubblici (anche per il sistema delle deleghe alle ASL e per le esternalizzazioni dei servizi operativi) e comunque rimangono necessari per la gestione dei servizi dietro lo sportello di accesso; esiste di conseguenza il rischio, in assenza di una adeguata e solida formazione, di un approccio burocratico allo svolgimento dei servizi di sportello.
Un altro problema, seppure in questo caso “di abbondanza”, attiene al destino degli Sportelli sociali specialistici. In alcuni settori, come disabilità e immigrazione, questi servizi si sono fortemente sviluppati negli ultimi anni, a partire da impulsi di varie realtà pubbliche (enti locali, ASL) e private (associazioni di rappresentanza, cooperative sociali), e però in genere, data la natura gratuita della consulenza informativa fornita, con qualche forma di contributo pubblico alla gestione. È appena il caso di notare che il numero di questi sportelli in Emilia Romagna è piuttosto corposo (8 Informahandicap e ben 138 sportelli per stranieri), e che solo in piccola parte essi sono completamente interni all’ente locale, ciò che consentirebbe un reinserimento diretto degli operatori nel nuovo sportello sociale. Non è quindi chiaro quale futuro avranno questi sportelli una volta attivati punti di accesso di carattere pubblico con le stesse finalità informative estese a tutto il settore sociale: assorbimento negli sportelli sociali? Mantenimento dell’attuale servizio di front office rivolto direttamente alla cittadinanza? Attribuzione di sole funzioni “di secondo livello” (consulenza specialistica agli Sportelli sociali sui temi di interesse)? Puro e semplice “distacco della spina”? Gli orientamenti in materia sembrano lasciati alle singole amministrazioni locali, senza una chiara scelta regionale; la Delibera di Giunta Regionale 432/2008, nel giro di poche righe, prevede per gli sportelli specialistici l’integrazione nella nuova rete di Sportelli sociali (e dunque, a rigor di termini, la loro scomparsa come erogatori di informazioni direttamente alla cittadinanza – esperienze a noi vicine confermano la validità di questa lettura), il coordinamento con essa come strutture specialistiche (sportello di secondo livello) e la possibilità di svolgere la funzione di Sportello sociale per i cittadini che vi si rivolgano direttamente (creando però una sovrapposizione costosa e che può generare più confusione che benefici, specie se perseguita “a macchia di leopardo” rispetto alle zone geografiche e ai settori). Due possibili soluzioni, seppure poco compatibili tra di loro, si affacciano dalla più recente normativa regionale: il finanziamento come strutture esterne di promozione sociale (la Delibera 432/2008 cita espressamente questa possibilità in riferimento agli sportelli per stranieri – anche se non parla di finanziamenti specifici), oppure l’integrazione nel sistema di fornitura effettiva dei servizi pubblici, perdendo il carattere di servizio specificamente informativo (per il settore della disabilità la dinamica dei Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico, e il loro futuro come delineato dal Fondo Regionale per la Non Autosufficienza, possono fornire un esempio di “internalizzazione” delle competenze informative specialistiche all’interno del sistema dei servizi).
In questo quadro ancora magmatico, che potrebbe cristallizzarsi in modo molto differenziato sui diversi chilometri della Via Emilia, il rischio è di disperdere un patrimonio di competenze che quasi sempre si è caratterizzato come orientato al bisogno dell’utente più che alla struttura organizzativa, e che per questo ha saputo spaziare oltre il mero panorama dei servizi pubblici locali per costruire un quadro di conoscenze globale legato allo specifico stato di bisogno – così, gli Informahandicap conoscono (tendenzialmente!) ogni cavillo delle norme fiscali per gli adattamenti dei veicoli, e gli sportelli stranieri sanno informare sulle bizantine procedure necessarie per il regolare soggiorno in Italia, che pure riguardano il livello locale solo in quanto emanazione delle normative nazionali. Quanto i neonati Sportelli sociali sono in grado di fare a meno di questo patrimonio consolidato, e quindi ricostruire ex novo nozioni, esperienze e relazioni?

Effetti sul retroscena
Ulteriori criticità possono essere sintetizzate nella domanda: “Quale impatto avrà la creazione dello Sportello sociale sulla struttura retrostante dei servizi sociali?”. In parte questo aspetto è già stato previsto e analizzato, come dimostra l’esperienza della Provincia di Bologna, descritta altrove in questo numero, per la condivisione del flusso di dati informatici tra i diversi attori del servizio sociale. Si tratta tuttavia di un’esperienza unica in Regione, e comunque attinente alla sola dimensione tecnico-informatica – anche se non dovrebbe essere sottovalutato l’influsso che modifiche in questo ambito, strumento ormai insostituibile di lavoro, possono esercitare sugli aspetti procedurali e organizzativi. Per ora, a quanto è possibile capire, le sperimentazioni dello Sportello sociale hanno raccolto e organizzato logicamente la struttura dei servizi esistente, ma non hanno proposto con determinazione una sua riorganizzazione condivisa a livello distrettuale o addirittura regionale, per giungere a uno schema unico che, a partire dai bisogni prevedibili, delinei una medesima serie di servizi attivabili ai diversi livelli. La Delibera 432/2008 si propone come obiettivo strategico “la definizione di un sistema unificato, di livello distrettuale, di accesso ai servizi e agli interventi, che preveda criteri e modalità comuni”, ma dà a tale obiettivo un respiro triennale (dunque a Sportelli sociali già avviati e a regime) e non parla di una più radicale unificazione regionale delle procedure e dei servizi offerti – se ciò sia frutto di realismo, di mancato coraggio o di rispetto delle autonomie locali non è facile capire.
È certo vero che, come l’esperienza della città di Bologna insegna, la sovrapposizione tra creazione degli Sportelli sociali e ristrutturazione complessiva dei servizi può moltiplicare i problemi di organizzazione, generando il rischio di naufragio totale. Cionondimeno, l’attenzione all’integrazione tra sociale e sanitario, seppure complessa ed essenziale per costruire quella “cartella integrata dell’assistito” che può essere considerata un punto di arrivo per il sistema degli Sportelli sociali, in questi anni di sperimentazione ha probabilmente offuscato le differenze – talvolta rispondenti ad aspetti idiosincratici più che a effettive specificità locali – all’interno di ciascuno dei due sistemi, complicando la raccolta di informazioni e impedendo di eliminare duplicazioni e sanare lacune. Uno Sportello sociale avviato saprà notare, anche con il necessario concorso degli utenti, queste duplicazioni e queste lacune, e saprà imporsi sulle strutture esistenti per migliorare l’assetto dei servizi senza sentirsi dire da queste: “tu pensa solo a dare informazioni”?
Molto dipenderà anche da una questione di fondo, ossia se i servizi sociali, complessivamente e nei singoli settori, saranno potenziati, mantenuti o smantellati, in base alle scelte finanziarie, di dotazioni di personale e organizzativo/burocratiche dei diversi livelli politici. L’esperienza italiana di questi ultimi anni, seppure con lodevoli eccezioni, si colloca in un quadro di risorse calanti, bisogni crescenti e tendenza all’accontentare tutti, senza la capacità e la fermezza di perseguire alcuni obiettivi forti a costo di abbandonarne altri pur meritevoli. Da qui le tendenze al risparmio sui costi in quasi tutti i settori, e di conseguenza la parcellizzazione dei servizi e dei loro fornitori, che se da un lato può consentire un rapporto più diretto ed efficace tra fornitore e fruitore del servizio, dall’altro rischia di minare la possibilità di diritti effettivamente esigibili per tutti (non a caso l’emanazione dei LIVEAS o LEP, i livelli essenziali delle prestazioni sociali da garantire a livello nazionale, è ancora in alto mare a 7 anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione). Lo Sportello sociale si trova e si troverà quindi a mettere insieme le informazioni relative a diversi soggetti, con procedure spesso differenti, che costituiscono un sistema a volte integrato, a volte “disintegrato” rispetto a quello che le esperienze locali più avanzate avevano costruito negli scorsi decenni. Al contempo, come detto, lo Sportello potrà dare un contributo essenziale nel ricomporre il sistema sulla base dei bisogni emergenti e di quelli divenuti marginali, anche se magari importanti in passato. In questo modo, con una applicazione consapevole e non costrittiva del principio di sussidiarietà, sarà effettivamente possibile quello che già oggi lo Sportello dovrebbe garantire, ossia l’opportunità di una scelta informata da parte del cittadino con bisogni di carattere sociale tra diversi possibili fornitori.

8. Bologna e il sociale, tra passato e futuro

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come si raccorda la creazione degli Sportelli sociali con la storia dei servizi in una realtà avanzata, specie negli scorsi decenni, come quella bolognese ed emiliano-romagnola? Ne parliamo con Elve Ghini, responsabile dei servizi sociali a Bologna negli anni ’80 e ’90 e oggi Assessore ai Servizi alla Persona nel Comune di Anzola dell’Emilia (BO).

Cosa è successo tra gli anni ’70-’80 e la necessità odierna di ricomporre l’accesso ai servizi?
È successo che la legge 328 del 2000 ha definito un quadro normativo e organizzativo che non tiene conto delle disomogeneità molto forti presenti nel panorama nazionale per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi sociali territoriali, che in alcune realtà sono addirittura assenti o presenti in misura molto ridotta; mentre in altre realtà più articolate, come Bologna, troviamo invece una miriade di servizi specializzati per target di popolazione che sono molto preparati tecnicamente sulle specifiche aree, ma molto poco in rete. Servizi che, a causa delle numerose variazioni organizzative che in questi anni li hanno riguardati, facendoli passare dalla dipendenza dai vecchi Consorzi socio-sanitari a quella dall’USL, a quella dai Comuni e/o dai Quartieri e dall’ASL, e ancora dal Comune centrale, hanno moltiplicato i punti di accesso non sempre nell’ottica di agevolare il cittadino, ma certamente per specializzare le competenze sempre più complesse necessarie per affrontare vecchi e nuovi bisogni, creando molteplici agenzie sparse sui territori, poco collegate fra loro se non dalla buona volontà degli operatori, ma non di certo secondo processi organizzativi e procedurali chiari, trasparenti, semplici, accessibili.
La ricomposizione dell’accesso, prevista dalla 328, è quindi necessità urgente e ineludibile perché il cittadino possa trovare un punto chiaro dove avere informazioni, sostegno, presa in carico e orientamento alle opportunità esistenti, ma accanto a essa è necessaria la definizione dei livelli essenziali di assistenza, che nessun governo è riuscito a licenziare dal 2000 a oggi. La riduzione progressiva delle risorse, non in assoluto ma in relazione al moltiplicarsi dei bisogni e alla loro differenziazione e ai costi sociali che ne derivano, e anche l’aver utilizzato molte, forse troppe, risorse dedicate a centri specialistici, prodotti di nicchia che funzionano bene ma cui accedono poche persone selezionate (es. centri famiglia, spazi giovani), hanno messo ancor più in evidenza differenze e disparità fra i cittadini nell’accesso ai servizi, che vanno assolutamente colmate con politiche organizzative più trasparenti ed eque.

Gli Sportelli sociali oggi pongono enfasi sull’informazione e l’orientamento del cittadino per una sua scelta tra i servizi. Questo aspetto informativo era valorizzato anche 30 anni fa?
Non si chiamava Sportello sociale, ma segretariato sociale, ed era garantito anche allora da personale amministrativo e da Assistenti Sociali che ricevevano un grande aiuto dalla rete informale, che era molto più vicina alle istituzioni di oggi, in un momento molto difficile nel rapporto fra cittadini e istituzioni, anche a causa del dilagare dell’individualizzazione dei rapporti sociali e della crescita esponenziale della sofferenza degli individui in una società sempre più complessa ed esigente verso il singolo; questa situazione attuale produce un costante aumento della domanda socio-assistenziale (casa-lavoro-aiuto economico) e una richiesta di aiuto e di sostegno sempre più complessa agli operatori, che dal canto loro sono sempre meno attrezzati e supportati da strumenti di lavoro che un tempo erano più diffusi, come il lavoro in équipe, l’integrazione fra professionisti specializzati nei diversi campi o i percorsi di aggiornamento e di formazione continua che affrontavano le problematiche dai diversi punti di vista.
Anche per questo, spiegare ai cittadini con una Carta dei Servizi quali oggi siano i servizi a loro disposizione a Bologna sarebbe impossibile, perché molti servizi non sono ad accesso diretto ma sono attivabili solo dagli assistenti sociali all’interno dell’organizzazione dei servizi, dopo un’attenta valutazione delle risorse disponibili e la definizione di un progetto condiviso fra operatore e utente-famiglia.

Come si è evoluto il ruolo delle associazioni di volontariato o di rappresentanza nell’accesso e nell’erogazione dei servizi, e nel segnalare bisogni insoddisfatti?
Molte associazioni di volontariato e di rappresentanza costituivano già molti anni fa il primo livello di rapporto mediato fra il cittadino e le istituzioni (penso ad esempio ai sindacati dei pensionati, diffusi su tutti i territori comunali), per segnalare i bisogni nascosti e insoddisfatti, per aiutare le persone ad avvicinarsi ai servizi e per avvicinare le risposte preconfezionate dei servizi ai bisogni personali dei cittadini.
Oggi le associazioni di rappresentanza o di volontariato sono molto più numerose, articolate e diffuse, ma c’è un grande problema, a mio parere non ancora affrontato, di governo della comunità, la quale, se non trova luoghi per progettare e confrontarsi sui bisogni, rischia di disperdere le risorse a cui sempre più spesso queste organizzazioni possono accedere direttamente (5 per mille, Centri di Servizio per il Volontariato, Bandi regionali ed europei, Fondazioni), e di rendere autoreferenziale la programmazione degli Enti Locali, delle ASL o delle neo-costituite ASP, producendo una separazione invece che un’integrazione fra le politiche sociali che vengono decise e attivate in una determinata comunità.
Uno dei principi fondanti delle istituzioni, cioè quello di offrire risposte omogenee a parità di bisogni, può realizzarsi solo attraverso l’esercizio della funzione di regolazione dell’agire dei diversi attori sociali presenti in un territorio, riservandoci come enti pubblici di mettere in atto quelle politiche che la società organizzata non è stata in grado di attivare da sola. Questo può avvenire solo se c’è una forte integrazione fra i diversi soggetti che operano in una comunità, e solo così si potranno utilizzare al meglio le poche risorse disponibili.

Ora che a livello nazionale i livelli si sono (più o meno) uniformati a quella che era un’esperienza pionieristica di Bologna, quale può essere il ruolo della città e dell’Emilia Romagna nell’aprire una nuova fase di sviluppo dei servizi sociali?
È difficile rispondere, perché chi oggi, come me, vive il processo di riorganizzazione appena avviato, fatica a ragionare in una prospettiva di sviluppo, schiacciato com’è dal capire dove si trova, cosa deve fare e che senso dare a quello che gli viene chiesto di fare. Comunque, bisognerebbe ripartire davvero dall’ascolto individuale e collettivo delle persone che vivono nei nostri territori, attraverso le forme organizzate di rappresentanza ma anche attraverso le relazioni individuali che si realizzano all’interno dei processi di aiuto. Solo dopo aver ricominciato un lavoro continuativo di comunità, e aver valorizzato le risorse umane formali e informali che operano in questo ambito, andremo a definire sulla base di conoscenze precise e costanti nel tempo le nuove linee di progettazione/pianificazione articolate secondo uno schema metodologico, che è un classico collaudato per i servizi sociali, ormai utilizzato anche in altri campi diversi dalle scienze umane:
– cosa serve a quella persona per migliorare la sua condizione sociale;
– chi può fare che cosa al minor costo possibile;
– chi deve essere responsabile di quel processo di aiuto;
– quali risultati vogliamo raggiungere possibilmente condivisi con l’utente e la sua famiglia;
– chi può finanziare le azioni ritenute necessarie.

7. La “divisione del lavoro”. La costituzione degli Sportelli sociali a Bologna

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Nella costruzione degli Sportelli sociali risulta fondamentale un adeguato coinvolgimento degli operatori, che necessariamente passa tramite la mediazione sindacale. Sul caso bolognese abbiamo sentito Mirella Monti, rappresentante sindacale CGIL presso il comune di Bologna e direttamente coinvolta nella non facile trattativa che ha portato alla recente costituzione degli Sportelli in città.

Come è stato impostato l’avvio degli Sportelli sociali da parte del comune di Bologna per quanto attiene a figure professionali adibite, sedi di servizio, ecc.?
Gli Sportelli sociali sono una delle due articolazioni del nuovo Servizio Sociale Territoriale (SST) dei 9 Quartieri, e sono la porta di accesso dei cittadini agli interventi del servizio sociale; l’altra articolazione è data dal Servizio Sociale Professionale, costituito dalle sole Assistenti Sociali, che è il vero punto dove vengono individuati gli interventi ed erogate le prestazioni sociali relative a quasi tutte le tipologie di disagio sociale, da quelle riguardanti i minori e le famiglie a quelle degli adulti e degli anziani, con esclusione delle forme di disagio qualificate come prevalentemente sanitarie – disabilità, dipendenza da sostanze, psichiatria.
Il comune di Bologna ha programmato l’apertura degli Sportelli sociali nei quartieri della città ipotizzando una dotazione di dipendenti composta esclusivamente da personale con qualifica amministrativa, consistente nel personale già in servizio presso i Servizi Sociali Anziani addetti ad attività amministrative, rinforzato nel numero da altro personale amministrativo proveniente dagli uffici dei servizi sociali precedentemente centralizzati che, nel nuovo disegno organizzativo del sistema di welfare locale decentrato, non trovavano una nuova collocazione. La prima proposta dell’Amministrazione Comunale alle Organizzazioni Sindacali, risalente al mese di settembre 2007, prefigurava una dotazione organica di due amministrativi per ogni sportello (per un totale di 20 persone), con la previsione di una apertura oraria totale nei giorni della settimana, sabati e due pomeriggi settimanali compresi. Dopo le osservazioni rilevate, che segnalavano l’impossibilità di poter garantire, con solo quella dotazione di personale, l’apertura prevista, l’Amministrazione ha poi ampliato tale numero con un aumento di personale per ogni sportello, raggiungendo la cifra complessiva di 56 amministrativi per 10 Sportelli sociali cittadini (uno sportello per ogni quartiere, tranne Navile che ne ha previsti due). Nell’ipotesi poi dell’Amministrazione potrebbero venire aperti, dopo una fase di assestamento, anche eventuali altri sportelli decentrati, magari non in tutte le giornate, presso luoghi di grande frequentazione dei cittadini (ad es. presso qualche centro sociale o ricreativo, o presso grandi ipermercati). In ogni caso le sedi degli Sportelli sono state, normalmente, individuate presso le sedi dei Quartieri. Il tema delle sedi logistiche non è stato comunque facile da risolvere, perché non tutti i quartieri avevano, e hanno, spazi sufficienti, e soprattutto di agevole accesso per i cittadini e con collocazione sicura per il personale. Questo personale amministrativo sarà coordinato da una Assistente sociale, che non svolgerà però attività di ricevimento del pubblico, ma svolgerà funzioni di programmazione e consulenza al personale addetto e sarà di sostegno e supporto nelle situazioni di ricevimento più difficili.

 Quali innovazioni e quali difficoltà ha comportato la transizione agli Sportelli per le diverse figure tecniche (assistenti sociali, educatori) e amministrative dei servizi sociali comunali?
Le difficoltà e le innovazioni sono numerose e complesse, perché l’apertura degli Sportelli sociali è coincisa con il ridisegno del sistema dei servizi sociali in città, con il decentramento ai Quartieri, con l’ipotesi di affidamento di alcuni servizi e attività alle nuove ASP cittadine (Poveri Vergognosi e Irides), con il trasloco degli uffici nella nuova sede, con la decisione di collocare le funzioni educative degli educatori professionali fuori dai Servizi Sociali e all’interno di una nuova Area Infanzia e Adolescenza dei Quartieri, in un’ottica di maggiore attenzione all’attività di prevenzione e di lavoro sul territorio e di comunità più che alle prese in carico individuali e assistenziali.
Le innovazioni stanno nel riportare a ogni territorio tutte le tematiche sociali portate dalla cittadinanza (dai minori agli anziani, passando per gli adulti), con il decentramento ai quartieri, nell’individuare un unico punto di accesso dei cittadini al nuovo servizio sociale territoriale, e, come già prima accennato, nel separare la funzione educativa da quella sociale. Le difficoltà stanno, in primis, nell’avere organizzato tutta questa operazione senza una grande preparazione precedente (ad es. facendo gruppi di lavoro misti e che potessero produrre delle proposte organizzative minimamente condivise, o magari facendo una sperimentazione prima in un solo quartiere), con molta fretta e facendo coincidere in modo contestuale tutti i cambiamenti. Per cui, per quanto riguarda gli Sportelli sociali, le difficoltà sono quelle di aver previsto esclusivamente personale amministrativo e di averne modificato le mansioni svolte precedentemente, che erano prevalentemente di natura amministrativa e burocratica, in mansioni di natura relazionale e comunicativa (accogliere le persone, dare informazioni e orientare, provare a decifrare in un primo momento la domanda del cittadino), tutto questo senza aver valutato se le persone erano o meno in possesso di queste attitudini (trattare con le persone, per di più in situazione di bisogno, non è come trattare degli atti e della carta) e, soprattutto, senza avere, prima dell’apertura degli Sportelli, effettuato una benché minima formazione sulle competenze relazionali.
Per quanto riguarda le Assistenti Sociali, la difficoltà, per come la avverto io, è nell’integrazione fra gruppi e competenze precedenti (prima suddivise in Minori e Famiglie, Adulti, Anziani) e anche, per quanto riguarda le A.S. del precedente Servizio Minori, nella perdita della figura dell’educatore professionale, con la quale si era consolidata una determinata modalità di lavoro e collaborazione che deve essere rivista. Questa difficoltà di integrazione operativa e organizzativa non viene aiutata dalla logistica, poiché, in molti quartieri, le assistenti sociali non possono condividere gli spazi, a causa dell’insufficienza dei locali, per cui i gruppi rimangono separati in sedi diverse e anche lontane (chi si occupava di anziani in un luogo, chi si occupa di minori in un altro, chi degli adulti in un altro ancora).  Per quanto riguarda gli educatori, la difficoltà consiste nel fatto di essere stati assegnati ai quartieri e all’Area Infanzia e Adolescenza senza una proposta e un modello di organizzazione e di funzioni già ideato e prospettato da qualcuno; pertanto, nella prima fase, si è creata una situazione di incertezza su cosa fare di diverso, all’interno della nuova ottica dell’amministrazione, e come ridefinire il rapporto con le assistenti sociali, relativamente alle competenze e alle tipologie degli interventi educativi e sociali.
Per tutto il personale poi si è vista azzerata qualche funzione specializzata acquisita nel tempo (ad es. sulle emergenze sociali, sui minori abbandonati, sull’immigrazione, ecc.) e sulla quale ci si era impegnati e formati.

A Bologna, oltre che con le dinamiche di decentramento e riorganizzazione citate, l’avvio degli Sportelli sociali si è intrecciato con il trasloco nella nuova Sede Unica. Dal punto di vista sindacale, quali difficoltà nella relazione con gli operatori si sono generate a causa di queste sovrapposizioni?
Le difficoltà, come in parte già espresso prima, sono state nell’accelerazione di tutta l’operazione, per cui dalla data dell’apertura della trattativa con l’Amministrazione Comunale, il 16 maggio, in un mese si è arrivati alla sottoscrizione del pre-accordo (24 giugno), e poi dopo altri 45 giorni alla formalizzazione del decentramento, con l’atto del Settore Personale e Organizzazione di assegnazione dei dipendenti ai Quartieri il 6 agosto. Tutto ciò nel pieno dei mesi estivi e di ferie dei lavoratori e del trasloco degli uffici nella nuova sede comunale. Come già detto, inoltre, non c’era stata una preparazione precedente dei diversi gruppi di operatori, sicché per molti le novità e le modificazioni del lavoro sono state davvero sostanziali (assegnazione a nuovi servizi, trasloco, attribuzione di nuovi e diversi compiti), senza un percorso almeno partecipato e senza una qualche formazione. Questo ha comportato la difficoltà di non poter avere certo tempo per confrontarsi, per approfondire le problematiche che si aprivano, per poter condividere – almeno in parte – gli obiettivi dell’intero progetto e il percorso per raggiungerli. È davvero mancato un coinvolgimento e una partecipazione a questo disegno organizzativo.

Ritenete che l’avvio degli Sportelli sia stato accompagnato, da parte dell’Amministrazione, da idonee iniziative di sensibilizzazione, valorizzazione economica e motivazione di chi negli Sportelli andrà a lavorare? E quale clima riscontrate tra i prossimi operatori degli Sportelli?
Parte di queste considerazioni sono già state accennate, e si può dire che sono state diverse le mancanze sullo Sportello sociale. Innanzitutto non tutto il personale era stato precedentemente coinvolto in una informazione o formazione di base sulle ragioni dell’apertura di questi sportelli, ai sensi della normativa nazionale e regionale, per cui, per qualche dipendente, questo servizio era una novità assoluta; inoltre, come già evidenziato, l’Amministrazione Comunale non ha condiviso l’importanza di valutare le motivazioni di questo personale, minimizzando l’importanza delle competenze relazionali in questo servizio. Ho già detto che la formazione, invece che essere svolta precedentemente all’avvio degli Sportelli, sarà invece contestuale e successiva alla loro apertura, sia per la parte relazionale e comunicativa, che per quella di informazione e informatica (utilizzo di programmi e di schede dei diversi servizi), con il rischio che il personale non sia pienamente in grado, sin dal primo giorno, di saper rispondere correttamente ai cittadini che si rivolgono allo sportello.
Per quello che riguarda la valorizzazione economica, tema prettamente di natura contrattuale e sindacale, l’accordo ha previsto tre tipi di valorizzazione: la progressione verticale dalla cat. B alla cat. C Amministrativa (per il personale ancora in cat. B); il riconoscimento dell’indennità di sportello per ogni turno di presenza al ricevimento del pubblico; l’individuazione di un Progetto incentivante per tutti i dipendenti oggetto della riorganizzazione e decentramento ai quartieri, pari a 110.000 Euro complessivi per tutto il personale e con quote differenziate in relazione a criteri di diverso impegno e modifiche lavorative.
Il clima fra gli operatori è quindi in parte di obbligatorietà, in parte di incomprensione dell’urgenza nella tempistica, in parte di sensazione di non esser stati messi nelle migliori condizioni per poter svolgere una adeguata accoglienza ai cittadini (sia per il ricevimento che per le risposte e informazioni).

In base al percorso che ha portato all’accordo sindacale del 24 giugno 2008, quali consigli dareste su cosa perseguire e cosa evitare ai vostri colleghi di un Comune, anche di dimensioni più piccole, che si accinga a istituire un servizio di Sportello sociale?
Il consiglio che si può sempre dare è di informare preventivamente e in modo chiaro le persone, di farle partecipare attivamente alla definizione delle proposte operative e organizzative, valorizzando così le conoscenze che loro hanno del lavoro da punto di vista pratico e concreto, raccogliendone suggerimenti e osservazioni che sono dati dalla esperienza. Questo approccio aiuterebbe a evitare problemi successivi e contribuirebbe a creare un buon clima interno al servizio e una buona relazione con i cittadini. Ma questo modello partecipativo non è più molto di moda, è forse una nostalgia di qualche sindacalista, mentre sembra prevalere, nelle amministrazioni, una impostazione dirigistica e molto gerarchica.  

6. “L’importante è partecipare”. Il coinvolgimento degli utenti nei servizi sociali in prospettiva europea

di Massimiliano Rubbi

Lo Sportello sociale, come previsto nella normativa della Regione Emilia Romagna, ha l’obiettivo di garantire l’accesso al sistema dei servizi. Tale accesso è generalmente inteso in termini di informazione completa sulla gamma dei servizi disponibili, in base alla situazione e alle esigenze specifiche del singolo utente; molto meno chiaro è però se, e con quali modalità e limiti, l’utente possa partecipare tramite lo Sportello sociale alla definizione dei servizi stessi. In effetti, sia la legge nazionale 328 del 2000 che quella regionale 2 del 2003 non definiscono con particolare precisione le modalità con cui i singoli utenti, o organizzazioni rappresentative di una loro pluralità, possono contribuire al disegno e alla gestione dei servizi.
Una modalità di partecipazione è certo costituita dallo strumento dei Piani di Zona, che le leggi citate istituiscono. Tuttavia, a ben vedere, nella L. 328 la partecipazione a tali percorsi è riservata ai soggetti, pubblici e privati, che “concorrono, anche con proprie risorse, alla realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali previsto nel piano”. Al dibattito partecipano solo gli avventori che accettano di stare con l’oste dietro il bancone – con i prevedibili effetti sulle valutazioni di qualità del vino. Anche strumenti come la Carta dei Servizi, che pure la legge meritoriamente prevede, costituiscono una opportunità di governare l’antitesi tra l’erogatore e il fruitore del servizio, ma non si orientano a una sintesi condivisa che incida sull’organizzazione e gestione del servizio stesso – davanti a un reclamo, la capacità di ripensare le proprie prassi da parte di chi fornisce il servizio rimarrebbe così un elemento di eccellenza e non di gestione ordinaria.
Più aperta in questo senso la legge regionale, che promuove “la partecipazione attiva dei cittadini, delle organizzazioni di rappresentanza sociale, delle associazioni sociali e di tutela degli utenti, assumendo il confronto e la concertazione come metodo di relazione”, includendo soggetti non direttamente coinvolti nell’erogazione dei servizi e dunque in condizione di valutarli dall’altra parte del tavolo. È però facile sperimentare come culture organizzative, vincoli di bilancio, restrizioni normative o altri ostacoli di vario genere blocchino spesso tanto il processo di partecipazione attiva degli utenti alla definizione dei servizi, quanto il suo prodotto. In linea generale, comunque, l’accento della normativa che ha ridefinito l’ordinamento dei servizi sociali all’inizio di questo secolo è prevalentemente sull’accesso, mentre più limitata è l’attenzione a processi di condivisione più avanzati e per questo di più difficile attuazione.
Nel 2004, il Comitato Europeo per la Coesione Sociale del Consiglio d’Europa ha adottato un rapporto curato dal ricercatore britannico Brian Munday, intitolato User Involvement in Personal Social Services, che analizza le strategie di coinvolgimento degli utenti nei servizi sociali in diversi paesi europei. Il documento, disponibile in inglese sul sito web del Consiglio d’Europa (www.coe.int, sezione “Social Cohesion” – “Social Services”), descrive in maniera sintetica ma accurata quale potrebbe essere una futura missione degli Sportelli sociali – senza nascondere gli sconvolgimenti che questa prospettiva implica rispetto alla cultura consolidata dei servizi.

Livelli diversi di partecipazione: la valanga e le barriere
Il rapporto introduce una distinzione analitica tra tre livelli con cui gli utenti “mettono piede” nei servizi. A un primo livello sta la partecipazione, che si limita alla raccolta di informazioni fornite dagli utenti da parte dei fornitori di servizi; segue il coinvolgimento, che dà agli utenti l’opportunità di un impatto effettivo sui servizi; infine troviamo l’empowerment, che implica una cessione di potere e controllo da parte degli erogatori dei servizi ai loro utenti, tendendo verso una vera e propria co-gestione. Già pensare a servizi sociali che accettano di consegnare le proprie “chiavi di casa” ai loro fruitori risulta un gesto quasi sovversivo, rispetto alle prassi cui decenni di approcci paternalistici ci hanno abituato; tuttavia, anche in questo caso il primo passo potrebbe essere il più lungo. Infatti, sottolinea il rapporto, “sembra esserci una ‘legge’ generale che opera in questo campo, secondo cui più progresso si compie nel coinvolgimento dell’utente, più grande è la consapevolezza delle limitazioni di tale progresso”, sicché, una volta aperti i servizi al contributo dell’utenza, la partecipazione di questa potrebbe creare una sorta di valanga verso gradi sempre maggiori di condivisione nell’organizzazione. In questo processo il rapporto riconosce espressamente quanto le associazioni di rappresentanza della disabilità siano avanzate, con lo slogan “niente per noi senza di noi” che informa già da molti anni la loro attività.
È comunque bene evitare facili ottimismi, perché esistono molteplici ostacoli al processo di partecipazione. Una prima barriera è spesso posta dagli operatori dei servizi, che di rado appaiono entusiasti di condividere con altri i meccanismi di gestione del proprio lavoro. Sussiste certamente una questione di potere da conservare, e magari di opacità da mantenere, tanto più se è fondata l’ipotesi appena esposta di un processo sempre più profondo e veloce di coinvolgimento, ma questo non spiega tutte le resistenze. Come sottolinea il rapporto, “il coinvolgimento può essere visto [dalla burocrazia] come ‘caotico’, sconveniente, che richiede molto tempo e contrario al liscio operare di un’organizzazione gerarchica e routinizzata. La persistente esistenza e forza di questa barriera non dovrebbe essere sottostimata”. Va tra l’altro considerato che quella dei servizi sociali è una organizzazione spesso in peculiare sofferenza rispetto ad altre più puramente amministrative, e di conseguenza “il coinvolgimento dell’utente può essere visto come una non gradita richiesta aggiuntiva al tempo e all’energia di uno staff dei servizi sociali che è già sotto forte pressione”. Paradossalmente, quindi, ci si deve attendere che il principale impulso a un approccio bottom-up venga dall’alto, dalla direzione politica, più che dalla base operativa dei servizi sociali, e non è difficile attendersi in quest’ultima riluttanze travagliate più che entusiastico supporto.
Al tempo stesso, il rapporto non nega un fondamento alle possibili obiezioni degli operatori, in quanto “le preferenze degli utenti per il coinvolgimento hanno necessarie implicazioni di risorse. C’è un prezzo da pagare da parte di agenzie e loro finanziatori per un coinvolgimento genuino – non è certamente a costo zero”. La responsabilità decisionale della politica non riguarda quindi solo la capacità di imporsi su routines organizzative burocratiche e consolidate, ma anche quella di destinare al coinvolgimento risorse specifiche, ciò che potrebbe anche comportare la riduzione di altre voci di spesa, qualificandosi come investimento a medio-lungo termine solo laddove si riesca a tenere ferma la barra sull’utilità della condivisione con l’utenza. Tale costanza può risultare ancor più difficile in quanto non v’è da attendersi necessariamente che l’utenza reagisca con passione, almeno nell’immediato: “il coinvolgimento effettivo pone richieste agli utenti che spesso non sono comprese o consentite”. L’utente coinvolto nella gestione e programmazione dei servizi può non comprendere cosa gli si propone di fare, oppure può comprenderlo benissimo ma ritirarsi dall’offerta per mancanza personale di tempo e voglia, anche a motivo della propria vulnerabilità sociale (ma non solo: quanti genitori si offrono con ardore per fare i rappresentanti di classe nelle scuole dei propri figli?). Il rapporto cita l’esempio dei Paesi Bassi, che hanno introdotto forme di finanziamento diretto di gruppi di utenti e pazienti per la loro partecipazione al disegno dei servizi – e non, come in Italia può essere più comune, per la conduzione diretta degli stessi a costi più bassi di quelli consentiti dalla gestione pubblica –, ma per valutare gli orientamenti (e le inerzie) delle direzioni politiche dei servizi occorre ricordare che la scelta di adottare un approccio “partecipazionista” non troverà ponti d’oro (e consensi elettorali) immediati.

Le buone pratiche
Il rapporto di Munday, oltre a evidenziare le criticità del processo di coinvolgimento, effettua una analisi comparativa tra alcuni Stati del panorama europeo rispetto a diversi aspetti dello stesso, e propone linee guida teoriche e buone pratiche esistenti per garantire una migliore attuazione di tale processo. Di particolare interesse risulta la sezione legata al coinvolgimento dell’utente a livello locale, che è poi quello che maggiormente ci si può attendere da uno strumento come lo Sportello sociale. 

Elemento cruciale per il coinvolgimento degli utenti nei servizi è l’informazione. Da un lato, l’informazione sui servizi esistenti è necessaria per consentire l’elaborazione di proposte innovative: “agli utenti potenziali ed effettivi dei servizi sociali dovrebbero essere fornite informazioni chiare e accurate su tutti i principali aspetti dei servizi disponibili. È difficile essere coinvolti se un utente non sa che cosa è disponibile”. Di qui l’esigenza di fornire informazioni in più lingue, data la crescente percentuale di utenti stranieri, e tramite Internet. Il contenuto e il taglio dell’informazione non devono inoltre essere definiti dall’alto, perché “una priorità è fornire informazioni di cui gli utenti stessi hanno indicato di avere bisogno – non solo ciò di cui altri pensano che possano avere bisogno”. D’altro canto, occorre la massima sincerità nell’informare gli utenti sull’effettivo grado di coinvolgimento ammissibile alle condizioni date, senza promettere ciò che non si può mantenere: “la mancanza di chiarezza può generare disillusione e una riluttanza a venire coinvolti”. Al contrario, particolare importanza riveste la creazione di un sistema di diritti “esigibili” (formalmente tutelati dalla normativa) e “accessibili” (fruibili senza perdersi in un mare di carte e sportelli), che richiedono, per essere tali, una solida struttura di comunicazione a valle dei servizi.
Vengono poi forniti ulteriori suggerimenti, a partire dalla constatazione che, trattandosi di servizi sociali e non di altro genere, alcuni utenti avranno bisogno di assistenza specifica per essere coinvolti. Un’altra indicazione riguarda le procedure di reclamo, per certi versi il “grado zero” del coinvolgimento, che devono essere chiaramente definite (e comunicate) quanto a modalità di proposta da parte degli utenti e a tempistica di esame (in questo senso la Carta dei Servizi, se compiutamente applicata, può essere ritenuta uno strumento più che sufficiente). Viene poi rilevato come il coinvolgimento deve essere previsto a partire dai primi passi di progettazione dei servizi, specie se nuovi: “gli utenti sono giustamente critici quando il coinvolgimento è limitato a essere consultati su servizi già programmati che non hanno l’opportunità di influenzare”. Ulteriore elemento decisivo è la formazione specifica degli operatori dei servizi sulla tematica del coinvolgimento: “personale inadeguatamente formato può altrimenti impedire seriamente l’implementazione del programma di coinvolgimento degli utenti di un’agenzia”. Parzialmente problematica può infine risultare la gestione di una contraddizione esistente nella rappresentanza: da un lato gli utenti paiono preferire una rappresentanza diretta, e non tramite associazioni o ONG, ma dall’altro i servizi devono raffrontarsi anche con queste ultime, in quanto rappresentative di un numero più ampio di utenti e comunque indispensabili controparti nella prospettiva “partecipazionista” sostenuta dal Rapporto.
Il documento si chiude con tre esempi di buone pratiche già attive in Europa: i budget personali di cura gestiti direttamente dagli utenti (che tengono insieme coinvolgimento diretto e risorse limitate, sia pure a patto di una certa perdita di potere dei servizi), esperienza che nei Paesi Bassi coinvolgeva, nel 2003, 60.000 utenti per un importo di 750 milioni di Euro (il numero di utenti stimati è oggi intorno ai 100.000, e l’importo oltre il miliardo di Euro); i “Consigli di cura sociale”, organismi multilaterali tra utenti, familiari, operatori e rappresentanti delle istituzioni locali, che la Lettonia ha introdotto in diversi servizi residenziali; infine, i sistemi di Ombusdman o difensore civico istituiti, con gradi diversi di incisività, specie nei paesi nordici (Norvegia, Islanda).
Parlando di coinvolgimento nell’organizzazione e gestione dei servizi sociali, non andrebbe comunque dimenticata una buona pratica essenziale, l’esistenza dei servizi stessi, spesso minacciata dai tagli economici e di personale: “i diritti degli utenti di ottenere certi servizi sono anche più fondamentali dei diritti al coinvolgimento. Se i servizi non esistono, o possono essere ottenuti soltanto soddisfacendo criteri di selezione in continuo mutamento, allora il coinvolgimento dell’utente può essere virtualmente insignificante”.

Quando sei nato non puoi più nasconderti
Come si è cercato di mostrare, coinvolgere l’utenza nella gestione e organizzazione dei servizi è attività complessa, che richiede molte attenzioni e può rivoluzionare l’assetto dei servizi stessi. Il povero Sportello sociale, appena nato o addirittura nelle fasi finali di gestazione, potrebbe contestare che un ruolo chiave in questo difficile processo non gli spetta: lui è nato per informare e nulla più. L’obiezione è comprensibile ma non troppo legittima, per diversi motivi. Anzitutto, si è già sostenuto che l’informazione ha un ruolo chiave nel garantire un pieno e consapevole coinvolgimento: la struttura che si prende in carico unitariamente questa funzione si trova, volente o nolente, implicata nel processo di inclusione degli utenti, anche quando, magari inconsapevolmente, lo impedisce o lo scoraggia. Inoltre, e in maniera più rilevante, lo Sportello sociale come mera informazione presuppone un quadro concettuale del servizio sociale che il rapporto del Consiglio d’Europa assimila a quello del “supermercato”: l’utente va (o naviga), si informa sui servizi esistenti e sceglie tra di essi come il consumatore razionale della teoria economica (che è di per sé un’astrazione di carattere quasi mitico). Quanto può essere considerato tale, per esempio, il cittadino un familiare del quale è in vista di dimissioni protette dopo un ricovero ospedaliero, e che deve fare fronte alle presumibili limitazioni all’autonomia domestica del proprio caro? E poi, gli scaffali del supermercato sociale sono davvero simili a quelli che siamo abituati a frequentare per la spesa domestica, o questo scambio si avvicina di più, anche nei contesti più avanzati, alle tessere annonarie dell’economia di guerra (scelta nulla o limitata, quantità razionate, customer satisfaction di là da venire)?
Anche se è difficile avviare riflessioni su un servizio appena sorto e spesso ancora sperimentale, si può ragionevolmente pensare che presto gli operatori dello Sportello sociale non potranno limitarsi a mostrare l’esistente agli utenti reali o potenziali, ma riceveranno da essi, e probabilmente matureranno anche in se stessi, spunti per rinnovarlo e forse sconvolgerlo. Se le strutture dei servizi sapranno aprirsi a questa nuova partecipazione, la creazione degli Sportelli sociali potrà raggiungere risultati che oggi non possiamo predeterminare, ma che supereranno di gran lunga le aspettative legate alla loro ideazione.

5. Tra software e linguaggi condivisi, le potenzialità di uno Sportello sociale a regime

a cura di Valeria Alpi

Da un punto di vista logistico e operativo, creare integrazione tra i nuovi Sportelli sociali e i servizi già esistenti sul territorio è un compito assai oneroso, sotto molti punti di vista. Quali primi passi sono stati compiuti? A che punto si è arrivati? Quali potenzialità possono essere sfruttate in futuro? Ne abbiamo parlato con Fabrizia Paltrinieri, Ufficio di Piano Provinciale, Servizio Politiche Sociali e per la Salute della Provincia di Bologna.

L’inizio in un software
Può forse apparire strano, ma il progetto di integrazione tra sportelli sociali e servizi territoriali è partito proprio da un software, precisamente il “Garsia”, un sistema informatizzato che è in grado di migliorare la comunicazione e omogeneizzare gli strumenti di valutazione tra i differenti attori coinvolti nel processo di erogazione del servizio, sia che essi appartengano all’ambiente sociale o all’ambiente sanitario.
Esisteva, nella Provincia di Bologna, una esperienza pregressa, a opera dell’Azienda USL ex Bologna Nord, quindi il distretto della Pianura Est. Lì si utilizzava già il Garsia e quindi si aveva già uno sportello integrato. Via via, sei distretti su sette hanno acquistato il software, l’unico rimasto escluso era il comune di Bologna. “Come Provincia a quel punto ci siamo dati e abbiamo svolto un ruolo di coordinamento, cosa che credo non abbia fatto alcuna altra Provincia. Dico ‘ci siamo dati’ perché di fatto la Regione non aveva affidato un ruolo di coordinamento preciso, ma a noi sembrava necessario, dato che si partiva dall’esperienza pregressa della Pianura Est per creare gli Sportelli sociali. La funzione di coordinamento era utile anche in vista di un abbattimento di costi, perché occorreva concertare con la ditta produttrice del software per dotare i vari distretti del Garsia. Inoltre noi non volevamo ‘solo’ gli Sportelli sociali, ma una rete di Sportelli sociali, ritenendo la rete sicuramente un valore aggiunto. Per noi l’obiettivo primario era ottenere un vero e proprio osservatorio provinciale del bisogno. Abbiamo sempre cercato di mantenere all’interno del progetto anche il comune di Bologna. Questo Comune, negli anni, ha operato tutta una valutazione dell’organizzazione dei servizi, attualmente in ridefinizione, e ha poi deciso di decentralizzare ai Quartieri l’organizzazione e di utilizzare lo stesso software.
Possiamo dire che molta della caratterizzazione dello sportello della Provincia di Bologna dipende dal software comune, dato che si è partiti da lì e non da un progetto condiviso di sportello”. 

Integrazione tra servizi comunali e aziendali
Gli Sportelli sociali non sono ancora operativi in tutta la Provincia allo stesso modo. “I modelli organizzativi che stanno dietro lo Sportello sociale sono abbastanza diversi. Abbiamo dei territori con sportelli che hanno già la fase della presa in carico e territori con sportelli che si fermano alla fase precedente.
Quello che è importante sottolineare è che il progetto Sportelli sociali porta una grande integrazione tra i servizi socio-sanitari del Comune e dell’Azienda USL, proprio perché nato dall’Azienda USL ex Bologna Nord in collaborazione coi Comuni. Anzi, potremmo dire che lo Sportello è stato proprio il volano dell’integrazione tra servizi comunali e aziendali”.
Ovviamente il progetto di Sportello non funziona ancora a regime dappertutto, e nello stesso modo.
Facciamo un esempio di come può funzionare uno sportello a regime. Prendiamo il caso di una persona anziana. Si presenta la domanda allo sportello e si prende un appuntamento con l’assistente sociale che andrà a verificare la situazione dell’anziano; successivamente, con l’Unità di Valutazione Geriatrica si andrà a fare materialmente la visita alla persona, per capire qual è la soluzione adeguata per la persona stessa, se gli serve l’assistenza domiciliare o quella residenziale, ecc.
“Nel momento in cui l’utente si reca allo sportello, l’operatore dovrebbe inserire in automatico i dati della persona, e tutti i dati sulla sua situazione e sui suoi bisogni. Questo sistema informatico dovrebbe permettere lo scarico immediato dei dati di chi si presenta. I Comuni possono avere quindi la situazione di chi si reca allo sportello, anche a livello distrettuale coi Comuni di distretto, e noi come Provincia possiamo avere sotto controllo la situazione proprio con l’osservatorio provinciale del bisogno, che ci permette di avere i dati in tempo reale sulle domande allo sportello”.
Una volta che questo sistema sarà a regime, questa ricchezza di dati sarà utilissima anche per la programmazione delle politiche sociali e sanitarie. “Noi come Provincia abbiamo funzioni di rilevazione della domanda e del bisogno, e abbiamo sempre monitorato con varie banche dati l’offerta dei servizi, mentre la domanda del bisogno è sempre stato un po’ un tema scoperto. Sappiamo quali servizi offriamo, ma non abbiamo un sistema di rilevazione della domanda così definito, salvo in qualche caso, magari facendo una ricerca o un approfondimento”.
Il problema qual è? Che questo monitoraggio sarà efficace quando lo sportello sarà a regime. “Per ora non tutti i Comuni inseriscono i dati, per cui abbiamo dati parziali. Soprattutto di Bologna, che è entrata adesso nel progetto, per cui per ora abbiamo un buco abbastanza consistente. Abbiamo quindi pensato di fare un accompagnamento all’utilizzo ottimale di questi strumenti, abbiamo dato delle risorse ai Comuni capofila perché sostenessero l’utilizzo di questo progetto. C’è stato un investimento molto grande, con risorse dei Comuni, della Regione e dell’Azienda USL. La Regione, dopo i finanziamenti iniziali per la fase di sperimentazione, ha ripreso i finanziamenti chiedendo ora però una serie di contributi. Per cui si richiede uno sportello in ogni distretto e un set minimo di informazioni che devono tornare alla Regione, perché la Regione vuole avere una serie di dati che risultano utili anche al suo livello programmatorio. Poi si vuole una connessione con gli sportelli tematici, specialistici, che già esistono sul territorio, come ad esempio il Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna o l’Ufficio Stranieri. Nella Provincia di Bologna almeno abbiamo tutti lo stesso software, nelle altre Province ci sono software diversi e pagare le varie integrazioni è oneroso. Allora, visto che partiamo in vantaggio come Provincia, vogliamo curare di più il fatto che ci sia l’uso di questi strumenti”. 

Il problema dei linguaggi condivisi
Chi si occupa di tematiche sociali sa però che l’integrazione passa sia da strumenti pratici, operativi, sia da strumenti in qualche modo più culturali. Nasce quindi il problema del linguaggio che si usa per definire un servizio o un bisogno. Chi si occupa di disabilità, ad esempio, può utilizzare termini diversi per indicare una situazione di disagio rispetto a chi si occupa di stranieri, o di minori. Mentre lo Sportello sociale deve riunire in sé tutte le tematiche del sociale in un solo ambiente condiviso. Inoltre di solito i vari servizi hanno già un sistema di monitoraggio dell’utenza; ma passare da un sistema personale e personalizzato a un sistema comune per tutte le aree e integrato con tutti i servizi territoriali potrebbe addirittura cambiare le modalità di accoglienza dell’utente e cambiare il modo di relazionarsi con chi ci sta di fronte. Quindi, come gestire tutto il materiale informativo delle varie aree del sociale e renderlo uniforme per gli Sportelli sociali? Come monitorare l’utente e rilevare il suo bisogno in un database che comunichi il bisogno con un linguaggio condiviso e non interpretabile di volta in volta?
“È un processo molto lungo, che richiede molte attenzioni. Noi, sul tema del linguaggio, eravamo partiti da un portale che fosse a uso degli operatori nel momento in cui gli operatori devono dare le informazioni, in modo da avere sotto gli occhi tutto il set dei servizi disponibili. Quindi il primo passo era mettere a disposizione sul portale tutti i servizi pubblici disponibili e che già conoscevamo. Poi c’era da integrare questi servizi con tutte le altre informazioni che provenivano dal prezioso mondo del Terzo Settore: era impossibile infatti mappare da soli tutti i servizi del privato sociale. Poi c’era da mettere on line anche un portale per il cittadino.
Un punto fondamentale è che bisogna anche avere molto bene in mente come definire il bisogno per poter fare l’intreccio coi servizi. Bisogna anche formare gli operatori dei Comuni per aggiornare le varie informazioni con i loro servizi. Abbiamo cercato di condividere il più possibile il linguaggio, tenendo presente, per la definizione dei servizi, le classificazioni delle schede di rilevazione dell’Istat, che già ogni Comune compila per poter stimare le spese in materia sociale”.  

Gli operatori di sportello, tra ricerca di motivazione e potenzialità future
Chi è l’operatore di uno Sportello sociale? “Anche qua dipende dal Comune. In alcuni Comuni si è ipotizzato di mettere un assistente sociale. Qualcuno ha messo figure comunque con competenze nel sociale, qualcuno ha messo figure con competenze amministrative. Resta centrale il tema della formazione degli sportellisti. La formazione deve essere condivisa, così come le informazioni e le modalità di approccio.
Un’altra differenziazione è che alcuni Sportelli hanno servizi socio-educativi, tipo il nido o i servizi per la casa, laddove nel Comune queste funzioni sono svolte da quell’ufficio; altri invece rimangono sul sociale puro o sul socio-sanitario.
Tutto questo in una fase di sperimentazione è accettabile, poi forse una volta a regime ci vorrebbe più omogeneità”.
Inoltre non bisogna dimenticare che tutta la sperimentazione è partita dai servizi per gli anziani, e anche Garsia è incentrato su quel tipo di utenza. Bisognerebbe passare all’estensione di Garsia, dell’informazione e della presa in carico anche alle altre categorie, come i disabili, i minori, gli stranieri, ecc. Questa estensione è prevista, anche se già il monitoraggio è su tutte le aree. L’articolazione verticale dell’informazione e della presa in carico, però, non è semplice da uniformare su tutte le aree. “Sui minori, per esempio, è un’articolazione molto complessa, e si sta pensando di comprare il software per questa categoria. È un po’ più complicato perché gli operatori con i minori compilano già un software regionale molto dettagliato, che richiede molto tempo, per cui dovremmo fare un database che sia un po’ integrato con quello che già compilano, se no l’operatore si trova a dover compilare due database molto dettagliati. D’altronde la Regione ha investito molto nel software già in uso nell’area minori, che dà tutto un monitoraggio preciso dell’utenza che alla Regione serve. Inoltre per esempio a Bologna i minori sono in carico ai Comuni, in altri Comuni all’Azienda USL, quindi integrare tutto diventa complesso”.
I Comuni stanno quindi valutando se comprare Garsia o no per tutte le aree del sociale.
Se Garsia fosse a regime, le interconnessioni che il progetto prevede sono molto ampie: “Ci sarebbe ad esempio una interconnessione tra sportelli sociali e i CIP, i centri per l’impiego. Un adulto va a chiedere allo Sportello sociale un aiuto perché ha perso il lavoro e l’operatore di sportello può sapere se questa persona dall’altro lato sta seguendo le proposte formative o lavorative che gli fa il centro per l’impiego, e si possono incrociare i dati.
Per ora si tratta di un progetto ancora in fase sperimentale, nei comuni di San Pietro in Casale e Imola. Tutte le informazioni degli sportelli sociali sono comunque collegate con l’Azienda USL. Una potenzialità molto interessante ad esempio è la connessione con gli ospedali e con le dimissioni protette per gli anziani. È il software che ha permesso una interconnessione di questo tipo, lo sportello sociale è solo quello che c’è davanti, ma poi dietro si può creare una rete tra le persone fondamentale proprio grazie al software. Quando ho un anziano che esce dall’ospedale è fondamentale dire: ci sarà un servizio territoriale dell’Azienda USL che entro tot giorni ti contatterà, e ti verrà proposto un servizio domiciliare o residenziale.
Dietro lo sportello sociale si crea quindi una rete e un obbligo delle persone di lavorare in rete.
Le potenzialità sono enormi, si tratta di capire se si riesce a governare queste potenzialità.
Inoltre resta il problema della motivazione degli operatori a usare questo software: esso infatti è solo uno strumento, un mezzo, ma dietro i mezzi ci sono le persone”. 

4. L’esperienza dello Sportello sociale di Castelfranco Emilia

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come viene percepita la costituzione degli Sportelli sociali da parte dei Sindaci e degli amministratori locali? Un parere relativo al suo territorio offerto da Sergio Graziosi, Sindaco di Castelfranco Emilia (MO).
Lo Sportello sociale, avviato nell’anno 2004 in applicazione della DGR 2749/03 e tuttora collocato in ogni Comune del Distretto di Castelfranco Emilia, costituisce un punto unico di accesso alla rete dei servizi sociali e socio-sanitari integrati. Lo Sportello sociale si raccorda con altri punti di accesso presenti sul territorio in particolare con quelli sanitari.
Lo Sportello sociale rappresenta, finalmente, il punto di congiunzione tra offerta e domanda di servizi socio-sanitari, e cioè il punto di incontro tra il Comune, responsabile di prevenzione, cura e reinserimento sociale, e il cittadino/persona, incontrato e servito non più quale soggetto itinerante tra prestazioni offerte da un’organizzazione strutturata per uffici/ambulatori e quindi standardizzata per bisogni presunti di una persona altrettanto presunta bisognosa. Di quale male? Fisico o sociale? E se trattasi di male fisico, quale lettura sociale e quale ricaduta sociale avrà sul sistema sociale organizzato?
Il legislatore ha lasciato libera l’amministrazione di organizzare il sistema organizzativo distrettuale quanto a qualità e quantità della politica socio-sanitaria, ma detta libertà è limitata da norme che richiedono:
– di non ridurre il modello a pura declaratoria ripetitiva della norma stessa, e quindi tacendone i contenuti attuativi;
– di non mantenere l’organizzazione dello stato “quo ante” che la norma stessa ha inteso abrogare e/o modificare.
I Piani di Zona Triennali (2002-2004 e 2005-2007 e Piano attuativo 2008) hanno fatto proprie le Linee guida della Regione Emilia Romagna, che prevedevano l’unificazione dell’accesso ai servizi socio-sanitari e socio-educativi al fine anche di ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie causate da insufficiente informazione, da barriere organizzative e/o burocratizzate, frammentate e localizzate in modo dispersivo.
I Comuni del Distretto socio-sanitario di Castelfranco, con l’apertura dello Sportello sociale, accolgono la più ampia tipologia di domanda/bisogno socio-sanitario ed educativo.
Pertanto lo Sportello sociale costituisce anche la base generale e universale di indicatori di stima del bisogno e quindi per:
– la formazione e l’aggiornamento del sistema informativo zonale;
– l’adozione di politiche socio-sanitarie e socio-educative programmate;
– la segnalazione di reclami che richiedono soluzioni e proposte migliorative del funzionamento dei servizi;
– l’assistenza al cittadino/persona per la ridefinizione eventuale del progetto di intervento familiare e/o individuale, qualora sia ritenuto necessario e/o indispensabile la progettazione di un piano di intervento anche polivalente teso alla soluzione dello stato di non autosufficienza lavorativa, abitativa, relazionale, sanitaria e funzionale della persona e/o del suo gruppo di appartenenza.
Lo Sportello sociale quindi si colloca quale punto nello spazio sociale che incontra il cittadino/persona e non il cittadino/cliente.
Nell’anno 2007 lo Sportello sociale è stato implementato con un servizio di orientamento e mediazione al lavoro, rivolto a famiglie che assistono persone non autosufficienti e assistenti familiari, e da un servizio di InformaDonna, in collaborazione con soggetti del Terzo Settore.
 Il riscontro da parte della cittadinanza è dimostrato dai dati che seguono, con gli accessi allo sportello sociale nell’anno 2007, che risultano in costante aumento rispetto agli anni passati:
Lo Sportello sociale richiede che l’operatore preposto abbia interiorizzato e preso in seria considerazione il principio di sussidiarietà, perché la direzione di marcia che dovrà segnare i prossimi anni vada verso il passaggio dal welfare state alla welfare society, ossia nella direzione di una società del benessere più autodiretta, più responsabilizzata, meno burocratizzata, meno compressa dall’alto e più giusta.
Sarà l’Ufficio di Piano, in via di costituzione, l’interprete della volontà politica, a programmare la direzione di marcia che accompagnerà l’operatore nell’azione di responsabilizzazione della persona e di approfondimento degli impedimenti che di fatto impediscono alla persona l’esercizio libero dei propri diritti. Il programma infatti individua quantità e qualità di servizi pubblici e privati e il modello organizzativo che concretamente ne assicura concreta attuazione, nonché entità dei costi a carico della comunità. La comunicazione dello Sportello sociale deve essere pertanto trasparente e autorevolmente orientata; ciò significa che all’aspettativa di risposta deve fare seguito un progetto ponderato rispetto al costo sostenibile.
L’armonia operativa continua tra programma di politica sociale – Ufficio di Piano – Sportello sociale ed équipe di progetto rappresenta il presupposto indispensabile per un cambiamento sostanziale e conforme a legge.
Le criticità e gli spunti di riflessione per il futuro emersi in sede del convegno del 20 ottobre 2007 riguardano:
– integrazione tra punti informativi e sistemi informativi sociali e sanitari;
– rapporto/integrazione tra Sportello sociale e sportelli settoriali, compresa l’integrazione dei sistemi informativi;
– rapporto con il Terzo Settore: come garantire l’aggiornamento delle banche dati e collegamento con gli sportelli informativi;
– sistemi informativi molto costosi e di aggiornamento difficile;
– personale: aumento dei costi, forme di contratto, problema dei comuni più piccoli che hanno personale adibito a più funzioni.
Alla luce di quanto sopra esposto, e delle recenti linee guida regionali in materia di Sportelli sociali, è in corso dall’anno 2008 una sperimentazione, nel solo comune di Castelfranco Emilia, di uno Sportello socio-sanitario unificato e integrato.

3. Gli sportelli sociali in Emilia Romagna

a cura di Francesca Ragazzini – Regione Emilia-Romagna – Servizio Programmazione e Sviluppo dei Servizi sociali

Premessa
La Legge Regionale 2/03 di riforma del sistema di welfare regionale ha previsto lo sviluppo degli Sportelli sociali quale strumento che garantisce l’accesso dei cittadini al sistema locale dei servizi sociali e socio-sanitari.
L’obiettivo principale che sottende alla istituzione e alla promozione degli Sportelli è quello di creare un sistema capace di uniformare e rendere fruibile il complesso di informazioni sul sistema dei servizi pubblici e privati e sulle relative procedure di accesso. La funzione di accesso rappresenta infatti un nodo cruciale dello sviluppo del sistema a rete dei servizi, e lo Sportello è lo strumento operativo che regola l’accesso. Nell’attività di informazione e orientamento si giocano i diritti dei cittadini di accedere al sistema secondo criteri di trasparenza e equità, e la capacità e il compito delle Amministrazioni di riconoscere ed entrare in contatto con i bisogni reali e la domanda espressa dai cittadini.
Nel corso del 2003, con Del. 2749 della Giunta Regionale, è stata avviata una sperimentazione regionale per l’avvio degli sportelli sociali, a sostegno della quale la Regione ha stanziato 800.000 Euro.
La sperimentazione si è conclusa nel corso del 2007 e ha dato come risultato l’avvio di 32 esperienze locali di Sportelli sociali, molto eterogenee sul piano organizzativo, della dimensione territoriale coperta, del livello delle informazioni, dei target di popolazione soddisfatti. Ciò che però ha accomunato le esperienze e fatto ritenere che la sperimentazione fosse stata nel suo complesso molto positiva è l’occasione creata per i vari ambiti territoriali per:
– costruire una vasta rete di soggetti, pubblici e privati, che insieme hanno promosso la ricostruzione e la mappatura del sistema dei servizi locali;
– realizzare, in alcuni casi, una proficua collaborazione con il sistema sanitario al fine da facilitare l’informazione e l’orientamento dei cittadini sul sistema complessivo dei servizi sociali e socio-sanitari. Il raccordo ha riguardato i sistemi informativi di supporto agli sportelli, la ricostruzione del sistema dei servizi, la rete complessiva dei punti fisici di informazione e orientamento (Sportelli sociali e Sportelli unici delle attività distrettuali), a cui il cittadino si può rivolgere, e, infine, la condivisione dei percorsi di valutazione e di accesso ai servizi, anche attraverso la predisposizione di schede comuni di accesso degli utenti;
– ripensare nel suo complesso il sistema dell’accesso e quindi lavorare sugli aspetti dell’organizzazione e dell’integrazione delle professionalità.

Gli elementi di criticità emersi dalla sperimentazione sono stati soprattutto legati al tema del personale, in particolare per l’elevato livello di precarietà del personale impiegato e per il quale in molti casi vi è stato anche un investimento formativo consistente. Inoltre, si è posta la necessità di rinforzare e consolidare l’integrazione con il sistema sanitario (a livello di punti informativi e di sistemi informativi) e di definire e rivedere le relazioni, la conoscenza reciproca e il livello di integrazione e coordinamento tra lo Sportello sociale e gli sportelli tematici/settoriali (per stranieri, disabili, ecc.). Infine, si è posto il problema di rafforzare e sviluppare strumenti e modalità operative che consentano di utilizzare i dati quali-quantitativi sugli accessi per avere un quadro ulteriore sui bisogni del territorio, che sia utilizzabile anche ai fini della programmazione dei servizi.

Il Piano sociale e sanitario regionale 2008-2010
Nel PSSR 2008-2010, di recente approvazione, si è affermato l’obiettivo che, nell’arco del triennio, a tutti i cittadini della regione, sia garantito:
– il diritto all’accesso alla rete dei servizi e delle prestazioni sociali e socio-sanitarie;
– il diritto all’informazione e alla presa in carico;
– il diritto, nell’ambito della regolazione del sistema integrato e delle risorse finanziarie che lo sostengono, a un piano assistenziale individuale appropriato.
Per il perseguimento di tale obiettivo viene indicata come essenziale la definizione di un sistema unificato, di livello distrettuale, di accesso ai servizi e agli interventi, che preveda criteri e modalità comuni.
È importante quindi che si avvii un programma unitario di profonda trasformazione dell’attuale realtà dell’accesso ai servizi sociali, socio-sanitari e sanitari, anche attraverso sistemi informativi collegati che consentano la comunicazione tra i diversi servizi nella prospettiva di risposte unitarie e personalizzate ai bisogni delle persone.
Come obiettivo intermedio, propedeutico al raggiungimento dell’obiettivo strategico, c’è quello di realizzare da subito l’integrazione possibile di tutti i punti informativi e di accesso, mettendo in rete le realtà esistenti.

Le linee guida per la promozione dello sviluppo degli Sportelli sociali (Del. GR 432/08)
Per sviluppare gli obiettivi del Piano regionale, nel corso del 2008 è stata emanata dalla Giunta regionale una delibera (Del. 432/08) che prevede linee di sviluppo degli Sportelli sociali e avvia un programma regionale di sostegno per il quale, per l’anno 2008, sono stati stanziati 1.400.000 Euro.
Il programma, che presumibilmente sarà sostenuto con risorse regionali per circa un triennio, dà seguito all’esperienza della sperimentazione e promuove la diffusione su tutti i distretti degli Sportelli sociali, connotati come punti unitari di accesso ai servizi sociali e socio-sanitari, nei quali il cittadino trovi risposta ai bisogni di 1) informazione, 2) ascolto – orientamento, 3) registrazione e primo filtro della domanda di accesso ai servizi, e possa essere avviato verso percorsi di valutazione e presa in carico secondo il modello dell’integrazione gestionale e professionale previsto nel Piano Sociale e Sanitario Regionale (PSSR).
Nel programma sono stati individuati alcuni obiettivi:
– nel corso del triennio ogni Comune afferente all’ambito distrettuale deve dotarsi di almeno una sede fisica di Sportello sociale. Lo Sportello sociale deve avere caratteristiche di visibilità per il cittadino e di accessibilità tali da favorire il contatto con il maggior numero di cittadini;
– allo Sportello sociale spetta il compito di compilare una scheda di accesso che contiene un set minimo di informazioni sull’utente e sulla richiesta, e di avviare eventualmente alle fasi di valutazione e presa in carico, che saranno svolte dalle strutture professionali integrate. La scheda di primo accesso è la base per l’avvio del percorso del cittadino nel sistema dei servizi, ed è visibile agli operatori dei servizi che successivamente procederanno alla presa in carico e alla definizione dei singoli servizi da erogare. I dati di primo accesso e le informazioni relative a presa in carico e interventi erogati al singolo e al suo nucleo familiare costituiscono i contenuti di una “cartella integrata” dell’assistito;
– come previsto dal PSSR, è obiettivo del triennio avviare un percorso graduale e progressivo di integrazione funzionale tra gli Sportelli sociali e gli sportelli unici distrettuali e di costruzione di forme di collegamento e raccordo operativo tali da garantire che gli utenti, in entrambe le sedi, siano correttamente indirizzati rispetto al bisogno assistenziale manifestato. Gli Sportelli sociali e gli sportelli unici distrettuali, pur mantenendo competenze proprie specifiche, devono concordare dei livelli minimi di informazione comune da offrire agli utenti, al fine di semplificare i percorsi informativi e di orientamento della persona nell’accesso ai servizi distrettuali. Tale processo di raccordo deve essere sostenuto e accompagnato con azioni formative, a carattere integrato, rivolte agli operatori dei due sportelli;
– lo sportello sociale si connota, come già esplicitato, come punto unitario di accesso ai servizi sociali e socio-sanitari. È pertanto attraverso lo Sportello sociale che si avviano percorsi di accesso ai servizi. Nell’arco del triennio gli sportelli tematici esistenti su un territorio devono integrarsi e coordinarsi nella rete degli Sportelli sociali, connotandosi sempre più come punti di informazione e accesso di carattere specialistico per l’avvio di procedure con alto contenuto tecnico (es. Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico), per la valutazione e presa in carico o per attività di promozione sociale con riferimento ad alcune categorie di cittadini (es. Sportelli informativi stranieri). Gli sportelli tematici pubblici possono svolgere la funzione di Sportello sociale qualora il cittadino si rivolga direttamente a loro e per la parte di servizi da essi erogati. Qualora invece si evidenzino o giungano richieste per bisogni multipli, quando non di specifica pertinenza degli sportelli tematici, si impegnano a fornirne segnalazione allo Sportello sociale per l’avvio degli adeguati percorsi di accesso.
Accanto a questi obiettivi specifici vi è un obiettivo più generale che deve caratterizzare lo sviluppo degli Sportelli sociali, ed è che il personale dello Sportello sociale debba poter essere messo nella condizione di svolgere, con professionalità e continuità, le funzioni di:
– informazione al cittadino sul sistema dell’offerta di servizi pubblici e/o del privato sociale operante sul territorio;
– orientamento personalizzato rispetto al ventaglio delle opportunità concretamente attivabili;
– accompagnamento del cittadino all’avvio del percorso assistenziale (per esempio fissando direttamente gli appuntamenti con l’assistente sociale attraverso un servizio condiviso di “agenda”);
– supporto nella compilazione e di accoglienza di richiesta di prestazioni/interventi standardizzati e non complessi, quali contributi economici, ecc.
L’impiego di personale stabile è pertanto un elemento fondamentale per dare continuità, qualificare e rendere più efficace l’azione dello Sportello sociale. La formazione e l’adeguata preparazione degli operatori sono inoltre necessari per sviluppare e consolidare la capacità degli operatori di svolgere le funzioni sopra descritte.
In questo quadro generale la Regione si impegna a realizzare alcune azioni di supporto agli ambiti distrettuali nella realizzazione di azioni formative, di scambio di buone pratiche e di collegamento tra sistemi informativi regionali e sistemi informativi locali, al fine di garantire la massima integrazione e avviare un percorso di rilevazione e condivisione regionale delle informazioni sulla domanda.

Conclusioni
È, in definitiva, un obiettivo regionale “importante” quello di consolidare il sistema di accesso rendendo sempre più visibile e vicina alla popolazione l’informazione sui servizi, migliorando e portando a regime le positive esperienze fino a oggi realizzate nel territorio regionale.
Nella più ampia riorganizzazione del sistema dell’accesso promossa dal PSSR e che passa attraverso l’integrazione istituzionale, gestionale, delle risorse e delle professionalità, lo Sportello sociale assume il compito di “informare”, nella consapevolezza che all’informazione si lega però sempre più la necessità di “orientare” il cittadino. Ove possibile, infatti, è cioè necessario fornire al cittadino gli strumenti per conoscere e valutare le diverse alternative a disposizione e identificare la scelta più opportuna, oppure essere inviato direttamente a percorsi di valutazione integrata e multidisciplinare, facilitandogli quindi l’ingresso nel sistema dei servizi.
Per fare questo la Regione ha scelto di sviluppare una rete di punti unitari di accesso, gli Sportelli sociali, che svolgono il loro servizio in sedi ben visibili e che al contempo, integrandosi e coordinandosi con tutte le realtà presenti su un territorio (sportelli unici distrettuali, sportelli tematici, privato sociale, ecc.), possono rendere diffusa la funzione di accesso, attraverso raccordi e forme di segnalazione.
Ciò che appare fondamentale oggi quindi è che tutti i soggetti presenti su un territorio si connettano tra loro, si conoscano e si riconoscano reciprocamente, per assolvere a questa funzione di informazione diffusa, evitando la proliferazione, senza un disegno preciso, di sedi informative, e che il cittadino si confonda nella ricerca delle informazioni e pertanto venga ritardato nell’intraprendere il giusto percorso dentro i servizi.

2. Il senso di un’innovazione

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

A quale logica ha obbedito, nella mente del legislatore regionale, la creazione dello Sportello sociale? Ne abbiamo parlato con Gianluca Borghi, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Emilia Romagna nel 2003 (quando fu promulgata la Legge Regionale n. 2 che ha istituito gli Sportelli sociali) e oggi Consigliere Regionale.

Quale ruolo hanno gli sportelli sociali all’interno del sistema integrato dei servizi sociali delineato dalla L.R. 2/2003?
Nel disegno della Regione, lo Sportello sociale si configura come parte integrante del Segretariato sociale di zona, che è il servizio che deve garantire unitarietà di accesso, capacità di ascolto e primo filtro, orientamento, analisi della domanda, azioni di accompagnamento, collegamento e sviluppo delle collaborazioni con altri soggetti, pubblici e privati. All’interno di questo più ampio servizio, lo Sportello sociale svolge una specifica azione di “front office”, di gestione del primo contatto, di informazione, orientamento e invio ad altri servizi, e di “back office” ovvero di raccolta e di elaborazione periodica dei dati sulle prestazioni richieste e offerte dal sistema dei servizi. I primi colloqui e la eventuale presa in carico sono fasi successive al primo contatto, e riguardano più direttamente i servizi specifici.
Vi è dunque una linea che distingue il primo accesso, il front office presidiato dallo Sportello sociale, da un lavoro che può conseguire a esso e che riguarda l’approfondimento del caso, l’accompagnamento, e così via. Questa linea, certo di non semplice definizione, non può trovare una soluzione standard valevole a prescindere dalla storia, dalla organizzazione, dalle risorse di ciascuna zona. Ciascun territorio infatti deve definire l’ambito di azione dello Sportello sociale all’interno del più vasto Servizio sociale di base.
Lo Sportello sociale, infine, per svolgere pienamente le sue funzioni, deve trovare punti fisici di accesso molteplici, opportunamente dislocati sul territorio distrettuale. Tale rete deve essere garantita dalle Amministrazioni comunali, attraverso una valorizzazione dei punti di accesso già esistenti, quali URP, sportelli settoriali (es.: sportelli Informafamiglia, Informahandicap, Informagiovani), ecc.

Sulla base di quali indirizzi ed esperienze, sia locali che nazionali, è stato concepito lo strumento degli Sportelli sociali?
La Regione Emilia-Romagna ha seguito il dettato nazionale (L. 328/00 e Piano sociale Nazionale 2001-2003) e nella L.R. 2/03 ha previsto l’istituzione degli Sportelli sociali. Nel 2003, quando l’Emilia Romagna ha dato avvio alla sperimentazione, le esperienze in altre regioni non erano molte. L’idea della sperimentazione è nata proprio per capire come sul piano organizzativo, gestionale, dell’integrazione con altre realtà presenti sul territorio si potessero sviluppare gli sportelli. La Regione con la sperimentazione ha voluto stimolare le zone a:
– ricostruire e fare una mappatura di tutte le basi informative sui servizi e i soggetti operanti presenti sul territorio;
– progettare un sistema informativo in condivisione e accessibile da altri soggetti presenti sul territorio, in primis l’Azienda USL;
– progettare, costruire e organizzare una rete di sportelli fisici anche utilizzando sedi già esistenti e note ai cittadini (es. URP);
– creare una rete estesa di collaborazioni con soggetti terzi (associazioni, privato non profit, ecc.), che alimenti costantemente un flusso informativo ampio, non frammentato e aggiornato rispetto alle risorse che il territorio offre e che produca sul territorio un sistema di “antenne” rispetto ai bisogni e alla domanda della popolazione;
– formare gli operatori, in quanto lo Sportello sociale deve poter contare su personale competente, con un buon grado di conoscenza del sistema dei servizi, sia pubblico che privato, accompagnata a capacità relazionali e di ascolto;
– stimolare l’elaborazione di un sistema di analisi dei bisogni e della domanda sul territorio. 

Quali erano le aspettative degli organi politici regionali sugli Sportelli sociali al momento dell’approvazione della legge? E dopo questi anni di sperimentazione, quale bilancio si può trarre dall’esperienza maturata in Regione?
La sperimentazione è stata nel suo complesso molto positiva e partecipata. I 32 progetti che ne sono nati costituiscono oggi una base ottima perché l’esperienza si possa diffondere su tutto il territorio. A questo punto, anche a seguito dell’approvazione del Piano sociale e sanitario regionale da parte dell’Assemblea legislativa il 22 maggio 2008, è possibile ripensare in maniera complessiva tutto il sistema dell’accesso nell’ottica dell’integrazione così ampiamente promossa dal piano. È importante sapere che non partiamo da zero, perché a livello locale la sperimentazione ha prodotto delle reti e dei collegamenti che ora saranno ulteriormente valorizzati. Le linee guida approvate con Delibera della Giunta Regionale 432/08 vanno proprio nel senso di rafforzare i collegamenti, per non duplicare le sedi di accesso e per garantire al cittadino e alla sua famiglia di essere seguito e accompagnato in tutto il suo percorso dentro i servizi, dal momento in cui chiede un’informazione al momento in cui fruisce di uno o più servizi. Questo grazie anche all’idea di collegare non solo i luoghi, ma anche i sistemi informativi che registrano i vari passaggi, e soprattutto di connettere le persone che a vario titolo partecipano al percorso che il cittadino compie all’interno dei servizi.

1. Introduzione

di Valeria Alpi e Massimiliano Rubbi

Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura, già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginando di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovar posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte. L’una racchiude ciò che è accettato come necessario mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.
(Italo Calvino, Le città invisibili, sezione “Le città e il desiderio”, Milano, Oscar Mondadori, 1993, pp. 31-32).

Le città e il desiderio è il titolo “preso in prestito” dal libro Le città invisibili di Calvino. Le città e il desiderio è anche il concetto che sta (o dovrebbe stare) alla base del percorso di comunicazione e informazione tra istituzioni e cittadini. Soprattutto il concetto di desiderio può essere declinato sotto vari aspetti. È il desiderio delle istituzioni, di essere più presenti per i cittadini. È il desiderio dei cittadini, di avere dei servizi “su misura” per i propri bisogni (e desideri). È il desiderio di una “città ideale”, in cui l’offerta dei servizi sia più razionale ed efficiente nella risposta alle domande. Se, infatti, la “complessità del reale” è il fulcro di tanta parte della riflessione filosofica del ’900, la “complessità del sociale” è qualcosa con cui si è scontrato chiunque di noi abbia avuto bisogno, in qualche momento della propria vita, di un aiuto da parte delle istituzioni. Divisione tra servizi sociali e assistenziali, ulteriore scomposizione di ognuno di questi rami in branche (iper)specialistiche, collocazione logistica e orari di ricevimento diversi per ognuna di esse… La divisione del lavoro del servizio sociale, che ha sicuramente garantito una miglior qualità nel trattamento dei singoli casi grazie a competenze specifiche sempre più raffinate, ha però creato spesso labirinti nei quali possono perdersi anche i cittadini più avveduti e dotati di mezzi conoscitivi, per non parlare delle persone il cui stato di bisogno include carenze in questo senso.
Per ricomporre in un unico punto l’accesso a questo sistema molto articolato di assistenza, ovvero per operare una “riduzione di complessità”, la Regione Emilia Romagna, sulla scorta della normativa nazionale più recente e in particolare della Legge 328/2000, ha istituito nel 2003 gli Sportelli sociali. Ne è nata una sperimentazione pluriennale di questa nuova modalità con cui i cittadini, tramite un ufficio territorialmente vicino e (idealmente) accogliente, possono esprimere i propri bisogni e ricevere una prima indicazione sulle possibilità di aiuto esistenti. L’effettiva partenza degli sportelli sociali è più recente, e ad esempio per la città di Bologna data solo al 2 ottobre 2008 – con qualche intoppo.
Quali sono le logiche che hanno portato verso la creazione degli Sportelli sociali (che così si chiamano in Emilia Romagna, ma che con altri nomi possiamo o potremo trovare anche in altre regioni italiane ed europee)? Su quali linee e priorità si è mossa la sperimentazione che ne ha permesso la costituzione? Che tipo di rapporti si sono costituiti da un lato con le strutture informative di ambito sociale e pubblico già esistenti, e dall’altro con il sistema di erogazione effettiva dei servizi? Quali problemi si sono riscontrati in questi anni “sperimentali”, e quali sono rimasti aperti? Ma soprattutto: sono in grado gli Sportelli sociali di realizzare il desiderio che l’offerta dei servizi e la domanda dei cittadini si incontrino veramente e sappiano dialogare? O lo Sportello sociale rischia di rimanere un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza?
Con un patchwork di interventi di soggetti che a vario titolo (politici, amministratori, funzionari, operatori, sindacalisti) sono stati coinvolti, “HP-Accaparlante” cerca di fare il punto su una delle più importanti innovazioni degli ultimi anni nell’ambito dei servizi sociali.

Ascoltare con altri occhi, tra Berlino e Napoli

a cura di Emanuela Marasca

“Ad armi pari”. È così che Ivan Dalia, un giovane e talentuoso pianista non vedente, ha voluto intitolare
un evento realizzato circa due anni fa a Napoli. Si trattava di un concerto al buio, per ascoltare con altri occhi. Perché un concerto al buio? “Per ascoltare con altri occhi” rispose in quell’occasione Ivan. “Il buio è una condizione normale per chi non vede, ma assolutamente nuova per chi ascolta; al buio cadono le barriere, si perde la cognizione del tempo. E poi è un modo per uscire dalla schiavitù e dal condizionamento delle immagini che distraggono dalla purezza dell’ascolto”.
Ci siamo incuriositi e abbiamo contattato Ivan Dalia per porgli qualche domanda e saperne di più sulla sua vita, che al momento si districa tra Napoli e Berlino.

Il percorso

Suono da venti anni e in questo tempo la musica è riuscita a darmi confusione, visione nel senso artistico, disciplina, un po’ di saggezza, molta vita, conoscenza, analisi, una motivazione seria per vivere, apertura, bellezza… e poi credo che potrei continuare a lungo…
A dire la verità sono stati i miei genitori a spronarmi a studiare la musica. In un primo momento non volevo, mi sembrava noioso; poi a 11 anni ho sentito una forte esigenza, è stato come se si fosse aperto un mondo e da quel momento ho capito che avrei fatto il musicista.
Non ricordo bene le mie prime lezioni di piano ma ho iniziato sicuramente con la musica classica. Avevo 2 maestri, uno cieco che mi insegnava il solfeggio e un altro vedente, che mi faceva lezioni di strumento.
Ho avuto qualche difficoltà nel trovare dei libri di musica più contemporanea. Tecnicamente ho avuto bisogno di tempo per capire come muovermi sulla tastiera; poi ho incontrato dei musicisti che mi hanno aperto diversi orizzonti ma questo non significa che oggi io sia riuscito a capire tutto, anzi. La più grande difficoltà è nata quando ho incominciato a comporre.
Ho cambiato diversi maestri e mi sono confrontato con differenti pianisti in modo tale da avere un’ampia scelta; dopo un grande momento di crisi all’età di 23 anni, in cui ho pensato di abbandonare il piano, ho iniziato a pensare con la mia testa e ad avere più fiducia in me stesso.
Per quanto riguarda la composizione, il grande problema dei ciechi è scrivere e leggere. Oggi in parte sembra risolto tramite uno strumento magnifico che si chiama computer, ma io purtroppo sono una frana con il computer e questo rappresenta uno dei più grandi problemi della mia vita perché non so usarlo e soprattutto non mi piace.
Oggi sembra che ci siano molte possibilità per i ciechi per la scrittura musicale, ma un grande problema è anche la lettura e credo che questo sia un po’ più difficile da raggiungere. Oggi sono alla ricerca di un assistente fisso che possa leggere e scrivere e spero di trovarlo presto.

L’arte, l’amore e altro ancora…
Marina Abramovic ́ dice che gli amici, le persone più care, devono amare la tua arte e devono sempre darti forza perché uno dei problemi degli artisti è quello di avere alti e bassi, ma molto alti e molto bassi. In questo ritengo di essere stato fortunato, tranne per la questione “donne”: alcune non accettano il secondo posto, forse terzo, e quindi nascono i problemi…ma quando tutto ciò viene accettato significa che l’amore verso di te e la tua arte c’è e in quel momento ti senti ancora più forte.
Quando vado in vacanza devo sempre avere un piano e una tastiera a disposizione, e sapere che almeno ogni due giorni, massimo tre, posso stare da solo e suonare. Anni fa dovevo andare in vacanza con la mia ragazza, lei è greca e volevamo andare a Zante per un mese. Eravamo agli inizi della nostra relazione, io dissi: “Non posso venire se non c’è un piano” e lei rispose: “Ma sei pazzo, come faccio a trovare un pianoforte?”, ma alla fine ebbi la bellissima notizia che l’amico che ci ospitava aveva una sala prove con tastiere, batteria, casse, mixer e a quel punto feci i biglietti ed è stata una delle vacanze più belle: mare stupendo, musica, sole, cibo e bella gente.

Comporre musica per film tra Napoli e Berlino
Nella realizzazione delle colonne sonore mi faccio guidare sicuramente dal regista che mi spiega cosa vuole, cioè il senso, il carattere di cui ha bisogno, e a quel punto ci vuole una buona comunicazione.
L’impatto visivo chiaramente è molto importante nel cinema: infatti i ciechi non possono godere dell’arte multimediale perché non vedono, ma questo nella realizzazione di una colonna sonora è rilevante fino a un certo punto. Il tuo assistente deve spiegarti momento per momento cosa succede, i cambiamenti di camera di facce, tutto, minuto per minuto e a volte anche secondo per secondo, poi sta a te immaginare. Comunque la cosa più importante è capire cosa vuole il regista.
Lavorare tra Napoli e Berlino? Sono due città completamente differenti in tutti i sensi; il pubblico è molto diverso, Napoli poi è la mia città e quando suono lì fra il pubblico vedo l’amore. Per quanto riguarda i repertori, le mie composizioni sono un po’ diverse perché, passando molto tempo al nord, il temperamento cambia e questo si sente anche nella vita e in tutto.
La mia ricerca ora è finalizzata a trovare un punto di incontro con la musica più commerciale, utilizzando sonorità più vicine al rock, alla tecno, drum and bass, con armonie jazz.

Bibliografia
Ivan Dalia nasce a Capua il 3 luglio 1985. Fino all’età di 10 anni vive e cresce a Teverola, un piccolo paese di provincia a pochi chilometri da Napoli. All’età di otto anni inizia a maturare un forte interesse per la musica: dal momento che non ha ancora le idee chiare sullo strumento da scegliere, il padre gli regala un piccolo piano a muro e subito dopo gli trova un maestro di pianoforte.
A 11 anni si trasferisce a Napoli per motivi di studi e ottiene l’ammissione al corso di pianoforte classico presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Si appassiona, anche grazie alla sua insegnante, alla musica antica, ai primi strumenti a tastiera e partecipa a corsi di perfezionamento di clavicembalo e forte piano. All’età di 14 anni dapprima scopre l’improvvisazione, cominciando con la scala pentatonica blues, in seguito resta affascinato dal jazz, dalla musica etnica e dalla musica classica contemporanea.
All’età di 16 anni comincia a esibirsi davanti al pubblico in vari locali della scena napoletana, suonando musica etnica con musicisti italiani e stranieri. Dopo qualche anno inizia a formare i primi gruppi di musica jazz e all’età di 20 anni si esibisce sul palco del festival Marechiaro Jazz, con il grande artista, pietra miliare della storia del jazz, Tootz Tielemans. A 22 anni vince il Primo premio al concorso internazionale per musicisti non vedenti in Russia, dove presenta anche alcune sue composizioni. All’età di 26 anni completa gli studi di piano classico al conservatorio di Napoli con il massimo dei voti. È in questo periodo che, per continuare la sua ricerca pianistica e compositiva, si
trasferisce a Berlino dove continua a lavorare come compositore, scrivendo colonne sonore per video d’arte e musiche per teatro sperimentale.

Per saperne di più:
www.facebook.com/daliaivan

Missione Roosevelt. Il plotone su sedie a rotelle dei Tony

di Lucia Comignoli

Clifton Circus “Il denaro non comprerà mai la salute, ma starei volentieri su una sedia a rotelle tempestata di diamanti”. Così, citando la scrittrice statunitense Dorothy Parker, tra le più celebrate nel Novecento per l’ironia sarcastica dei suoi provocatori poemetti, i Tony Clifton Circus introducono una delle loro ultime fatiche, la performance Missione Roosevelt, vera e propria invasione di spazi urbani da parte di spettatori su sedia a rotelle (ma non disabili) con cui hanno percorso le strade di diverse città d’Italia e di Francia, seconda patria d’adozione del gruppo.
Nato nel 2001, a omaggio del personaggio anti-comico inventato da Andy Kaufman, quello dei Tony Clifton Circus, all’anagrafe Nicola Danesi de Luca e Jacopo Fulgi, è un esempio di quel Nuovo Teatro che oggi rifiuta di farsi ingabbiare in etichette di genere ma che ama piuttosto ribaltare nei fatti i rapporti di sguardo tra attore e spettatore di pari passo con l’idea di spettacolo, riconducendo così l’opera ad azioni performative extra-quotidiane e inaspettate che riportano al centro l’essere umano in sé e per sé, tra i luoghi che abita (o crede di abitare) e nelle sue relazioni abituali, giocando sull’effetto a sorpresa e sul capovolgimento delle aspettative.
In questo senso il “circo dell’anomalia”, così come loro stessi lo hanno chiamato, è appellativo che non si riferisce alla diversità in senso stretto ma all’etimo della parola, dove anomalo non è ciò che è estraneo ma ciò che è “privo di regola”.
A testimoniarcelo è stata lo scorso settembre l’invasione operata per le strade di Parma di Missione Roosevelt, performance ospite di Insolito Festival, il primo festival estivo della città in collaborazione con Teatro delle Briciole/Fondazione Solares delle Arti.
Il titolo ammicca alla figura di Roosevelt, presidente degli Stati Uniti tra il 1932 e il 1945, il padre del New Deal, il pacchetto di riforme socioeconomiche, cioè, tra cui il Social Security Act, che permise al paese di uscire dalla Depressione degli anni Trenta e di introdurre per la prima volta l’assistenza sanitaria, l’indennità di disoccupazione e di vecchiaia a servizio dei cittadini. Una figura immagine di progresso e cambiamento sociale che tuttavia è anche legata alla disabilità, a causa della poliomielite che lo colpì nella seconda parte della vita e che non amò affatto mettere in mostra. Pochissime infatti sono, ancora oggi, le foto che ritraggono la figura del presidente americano in carrozzina, nonostante l’impegno concreto nella cre-
scita e nel finanziamento che egli dedicò fino alla morte alla creazione di nuove strutture di cura. Acuto stratega e promotore della “Grande Alleanza” con il Regno Unito di Winston Churchill e l’Unione Sovietica di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale, la sua è naturalmente una figura legata anche all’iniziativa militare, conduttore simbolo di equilibrio e di forza,
uno migliori secondo la storia politica made in USA.
Nulla di tutto questo è sfuggito ai Tony Clifton Circus che hanno immaginato e realizzato una vera e propria invasione per i parchi e le strade di Parma, chiedendo agli spettatori più o meno ignari di sedersi su una sedia a rotelle e di condurre insieme un percorso a forza di braccia giocando ai limiti di un’ipotetica esplorazione militare. Una provocazione che nasce
dall’umorismo cinico del gruppo, che tuttavia poco spazio ha lasciato alle pulsioni “guerresche” per addentrarsi piuttosto su quello che il movimento in carrozzina comporta nel semplice attraversamento dello spazio urbano, senza per questo mai nominare lei, la carrozzina per l’appunto, oggetto tabù e qui ridotto a semplice mezzo di trasporto.
Si comincia la marcia suonando il citofono di una casa da cui usciranno tutti e si parte dallo stesso punto; all’inizio ci si confronta con il nuovo ausilio, dai più mai usato, ci si prova a spostare, a spingersi con le ruote, a frenarsi, a regolare la velocità. Poi si parte guidati da Mr e Mrs Roosevelt, in questo caso Jacopo Fulgi e Diane Bonnot, e in fila per uno si seguono le loro indicazioni. Ne segue un percorso urbano tradizionale che tuttavia si rivelerà a prove e a ostacoli nel suo essere tale quale, così come lo ha portato cioè a essere la planimetria della città, con qualche aggiunta qua e là, tra cui salite, percorsi a slalom, obiettivi da raggiungere, il tutto, come si suol dire, in mezzo alla gente che passa.
Potrà capitare allora che qualcuno rimanga indietro o si blocchi ed è lì che il cortocircuito si fa interessante. Perché è quando sopraggiunge la difficoltà che l’azione contatta la reazione dell’altro, come ad esempio un passante che si trova improvvisamente a rispondere a una richiesta d’aiuto da parte di una persona disabile che realmente nemmeno lo è.
Un gioco di ruolo, si potrebbe dire, portato all’estremo, che porta con sé tutto quello che in noi si instaura nella relazione con ciò che percepiamo improvviso, inaspettato e fuori strada, ciò che ci fa inciampare sul tragitto e non ce n’eravamo accorti.
Benché manchi il deficit in senso stretto, l’handicap si presenta comunque in tutta la sua concretezza e lo fa con un pizzico di ferocia in più, sia di fronte allo spettatore su carrozzina che è diventato attore, sia di fronte allo spettatore-passante che si ritrova suo malgrado coinvolto. Ansia, senso d’inadeguatezza e impotenza da un lato, senso di colpa per la coscienza della menzogna in atto dall’altro e, nello stesso tempo, il desiderio furioso di uscire da quella difficoltà.
Nel frattempo Mr e Mrs Roosevelt cantano motivetti e incitano a superare le prove e a raggiungere gli obiettivi; tra i passanti alcuni si godono la scena, altri se ne vanno sdegnati, altri ancora restano attoniti. Il plotone nell’insieme ride e si diverte, di fatto è il protagonista di un gioco, vuole vincere e arrivare alla fine.
Una volta conclusa la gincana e raggiunta la meta si tira il fiato, si esulta e ci si rialza, con un po’ di fatica, dal mezzo ormai divenuto tutt’uno con il corpo tanto ne ha condizionato i movimenti e il raggio d’azione.
Le braccia fanno malissimo e nello stesso tempo è forte la gioia di rimettersi in piedi, di riprendere confidenza con i propri polpacci, piedi e ginocchia.
Sembra che tutto finisca qui, con un bel “ce l’abbiamo fatta”, niente di più. Quel che resta sono solo delle sedie a rotelle immobili e sparse. Ed è qui che fa capolino il “per fortuna”. Perché se prendere le distanze è rassicurante nello stesso tempo all’interno del plotone c’è un senso di fastidio che permane. Lo specchio, il senso di colpa, benché smorzati (o forse alimentati) dall’ironia dei Tony Clifton Circus, li hanno portati molto vicino a qualcosa che hanno sempre ignorato e c’è sempre stato, nei confronti del rapporto con la disabilità su cui non si sono mai soffermati ma soprattutto nei confronti dell’altro da noi che potremmo benissimo essere.
Per capirlo non è servito un convegno o incontro in presenza. È bastata un’azione molto semplice, così come il gruppo l’aveva immaginata: “Vogliamo attraversare uno spazio urbano, fare un percorso e lasciare un segno, una traccia colorata al suolo. Vogliamo condividere con voi il piacere del proibito, il piacere di utilizzare un oggetto tabù. Utilizzare un oggetto per la prima volta, forse solo questo basta, forse solo questo giustifica tutto. La sedia a rotelle è lo strumento e l’oggetto di Missione Roosevelt, il simbolo di tutto ciò che non ci riguarda oggi si fa nostro, la metafora dello svantaggio attraverso la quale conquistare la città. Un’esperienza urbanistica, una performance partecipata in cui il pubblico, accomodato su una sedia a rotelle, si trasforma in un piccolo plotone, una gioiosa macchina da guerra”.
Verso che cosa a noi deciderlo. Loro intanto lo hanno fatto. Con Amore e anche un po’ di Odio. Firmato Tony Clifton Circus.

Per saperne di più:
www.tonycliftoncircus.com
www.solaresdellearti.it

Giochi in Uso: laboratorio di gioco-sport che inizia dal saper fare

a cura di Paola Solfitti, responsabile Progetto Sport per la cooperativa Zanzebia

Da un lungo corso di formazione tenuto dalla Cooperativa Accaparlante di Bologna, finanziato dall’Ambito distrettuale n. 9 Bassa Bresciana Centrale, nasce a Ghedi un gruppo di educatori del progetto Calamaio, che nel 2006 forma l’associazione di promozione sociale Zanzebia.
Nel 2010 l’associazione si trasforma in Cooperativa Zanzebia, che continua a operare nel campo della cultura della disabilità in tutta la provincia di Brescia con il Progetto Calamaio e dal 2011 gestisce un asilo nido con una capacità recettiva di 30 bimbi.
Un altro progetto importante della cooperativa, partito nel 2010, è “Utile e dilettevole – Quando lo sport aiuta la buona vita”.
Anch’esso parte da una necessità manifestata dal nostro territorio, quella di rendere più accessibile la
pratica sportiva, e viene strutturato sulla base della collaudata esperienza della Cooperativa Accaparlante nel campo sport-disabilità. L’intero progetto ha perseguito il fine di stimolare l’offerta di attività sportive indirizzate alle persone con disabilità attraverso azioni di sensibilizzazione, formative e informative per arrivare a costruire nuove e reali occasioni di integrazione sociale di ogni cittadino.
Dal lavoro di mappatura del nostro ambito territoriale e di ricognizione dell’offerta di attività sportive dedicate ai cittadini con disabilità, infatti, è emerso che nessuna associazione sportiva offre opportunità sportive specifiche per le persone disabili, che si trovano costrette a praticare attività motoria solo attraverso i centri diurni specializzati o come fisioterapia, oppure si rivolgono alla città, dove trovano proposte rivolte prevalentemente a soggetti con disabilità fisiche.
Questo percorso ha portato all’individuazione di una realtà sportiva disponibile a sperimentare un progetto pilota. Nasce così “Giochi in Uso: laboratorio di gioco-sport che inizia dal saper fare”, un’attività sportiva sperimentale strutturata in 6 incontri per un gruppo di ragazzi disabili di età compresa fra gli 8 e i 14 anni.
A settembre 2011, l’attività sperimentale si trasforma in un’attività strutturata sull’intero anno seguente. Un educatore (Tristano) della Cooperativa Accaparlante, attraverso un corso di formazione e un lungo percorso di affiancamento, ha condotto due educatori della Cooperativa Zanzebia (Linda e Vanessa) e un allenatore della società sportiva Uso Ghedi (prima Paolo e poi Matteo) ad acquisire autonomia nella gestione dell’attività motoria con i ragazzi disabili. Questo ha consentito al progetto pilota di divenire una prassi consolidata e di diventare potenzialmente reiterabile anche in altre società del
nostro territorio.
Il gruppo di ragazzi di Ghedi e Leno, con disabilità prevalentemente psichiche (ad esempio disturbi dello spettro autistico), che è aumentato fino a 13 ragazzi, si allena tutte le settimane per un’ora e mezza ed è stato inserito progressivamente in questa società sportiva già consolidata, l’Uso Ghedi, che offre l’opportunità di giocare a calcio a bambini e ragazzi di tutti gli ordini scolastici.
Questo laboratorio sportivo settimanale parte dal “saper fare” di ogni bambino per fargli sperimentare il
superamento del limite, attraverso l’acquisizione di competenze sia corporee che relazionali. I risultati sono molto soddisfacenti e hanno permesso a ogni partecipante, in base alle proprie possibilità, di sviluppare capacità a livello sia motorio (coordinamento, concentrazione, resistenza) che relazionale (condivisione delle consegne, lavoro in gruppo, autostima).
Per la quinta annualità, che è partita a ottobre 2014, infatti, il gruppo dei ragazzi dei “Giochi in Uso” parteciperà ad alcune gare provinciali del SOI (Special OlimpicS Italia) nella disciplina dell’atletica leggera. Riteniamo che l’esperienza della “gara” rappresenti un ottimo stimolo per i ragazzi che potranno vivere un’esperienza di gruppo nuova, mostrando le competenze acquisite in questi anni di attività sportiva.
A causa della mancanza di fondi e, in primis, dell’essere venuto meno dal 2013 del finanziamento del- l’Ambito zonale n. 9, molte azioni preventivate dal progetto iniziale, soprattutto un corso di formazione per gli operatori e tecnici delle altre società sportive del territorio, rimangono ancora inagite e sarebbero invece fondamentali per creare un terreno fertile affinché alcuni ragazzi del laboratorio possano cominciare a praticare sport nelle società sportive dei rispettivi paesi.
Un ringraziamento per la salvaguardia del laboratorio sportivo “Giochi in Uso” va alle Amministrazioni comunali di Ghedi e di Leno, che si sono fatte carico del costo di parte dell’attività (una parte è coperta dalle rette dei ragazzi), dopo il venire meno dell’Ambito zonale.
Un altro contributo importante alla buona riuscita del progetto è stata la costante partecipazione volontaria di educatori che hanno coadiuvato nel lavoro (Beppe, Devis e Luca) e di un gruppo di studentesse dell’Istituto di istruzione superiore “Blaise Pascal” di Ghedi (Paola V., Elisa, Paola Z. e Chiara); la loro presenza ha reso possibile un lavoro personalizzato sul singolo bambino, che ha risposto in modo più adeguato alle reali necessità del gruppo.
Un altro punto di forza dei “Giochi in Uso” sono stati i genitori, che hanno creduto nel progetto fin dall’inizio, motivando i loro bambini, ma anche i loro amministratori, ad acquisire consapevolezza dell’importanza del laboratorio.

La testimonianza degli educatori
Sono Linda, educatrice e psicomotricista, e mi occupo da quattro anni del progetto “Sportivamente Giocando”. Lo sport con la disabilità viene qui inteso come una forma di gioco regolamentato. Nella relazione con i ragazzi speciali è necessaria l’empatia, soprattutto nei primi incontri dove non si conoscono le personalità dei bambini, che dal momento che vengono inseriti in un nuovo contesto hanno bisogno di un riferimento che riesca ad accogliere e capire le loro esigenze ed emozioni.
L’attività prevede un momento iniziale di accoglienze che dà la possibilità ai ragazzi di sentirsi “protagonisti”, poiché trovano uno spazio in cui condividere le loro emozioni e proporre loro stessi attività di gioco.
I materiali che utilizziamo per l’attività non sempre sono disponibili nella struttura che ci accoglie. Per questo portiamo materiale in nostro possesso, materiali di riciclo che ci permettono di costruire i nostri percorsi di gioco. A ogni incontro i ragazzi manifestano la voglia di partecipare in modo propositivo alle attività, regalandoci grandi soddisfazioni attraverso l’affetto e il sorriso. Durante l’attività i ragazzi comunicano a livello corporeo sia l’entusiasmo, la voglia di cimentarsi in nuove esperienze, sia i momenti di frustrazione. È proprio in questa circostanza che il ragazzo ha bisogno di ricevere il mio sostegno per superare gli ostacoli del gioco attraverso alcune varianti. Tutto ciò permette un miglioramento dell’autostima e delle proprie potenzialità anche al di fuori di questa attività.
(Linda Fezzardi, educatrice Progetto Sport della cooperativa Zanzebia)

Sono Matteo, un giovane laureato in scienze motorie. Rappresento la figura che cura l’aspetto motorio dei ragazzi. Cerco di trasmettere loro informazioni, schemi ed esperienze motorie attraverso esercizi, giochi e sport per arricchire il loro bagaglio motorio e acquisire una maggiore autonomia nei diversi momenti della giornata. L’attività con i ragazzi è molto stimolante perché, nonostante questa venga programmata, tutto viene messo in discussione dalle infinite variabili di risposta che scaturiscono dai ragazzi. Uscire dagli schemi è all’ordine del giorno e questo fa emergere ogni volta la necessità da parte mia di ricercare continuamente informazioni, modalità e mezzi alternativi, a volte fantasiosi, per creare un ambiente ottimale ai ragazzi. Perché, come ho imparato, è l’ambiente circostante che crea e amplifica le disabilità.
(Matteo Zacco, educatore-allenatore del Progetto Sport per la società sportiva Uso Ghedi)

La testimonianza dei genitori
Siamo i genitori di alcuni bambini che frequentano ormai da quattro anni il laboratorio di gioco-sport “Giochi in Uso”. Siamo stati testimoni della sua nascita, co-promotori della sua continuazione e ormai ci sentiamo veramente parte di una grande “famiglia”.
I nostri figli hanno delle disabilità, che rendono per loro difficile affrontare uno sport di squadra: accettare le regole, coordinare i movimenti, capire gli obiettivi, essere competitivi “né troppo né troppo poco”, riuscire a sentirsi protagonisti attivi del gioco, quando questo gioco non è stato pensato per le loro particolarità. Ciò li rende frustrati e rinunciatari. Abbiamo fatto dei tentativi per trovare degli sport “su misura”, ma la proposta che ci viene offerta di solito è quella di un preparatore personale, molto costoso, e non riguarda mail un’attività in squadra con altri bambini. Al di là della competizione, lo sport di squadra ha un forte valore formativo e aggregativo per tutti i bambini, dove si afferma la personalità e il carattere, dove si mette alla prova la propria capacità di interagire con gli altri… Si vede quindi come questa attività ci stia molto a cuore, perché non ne troviamo altre che ci diano la stessa possibilità di rapportarsi gli uni con gli altri “alla pari”, e dove ciascuno può, e deve, dare il massimo con quello che ha.
Abbiamo visto crescere i nostri bambini, fare passi avanti che non ci saremmo mai immaginati, li abbiamo visti riconoscersi come parte di un gruppo di amici che si cercano, che si sostengono, che si divertono. Si divertono! Trovano gratificazione e realizzazione di sé nello svolgimento dell’attività. Eppure, come in tutte le squadre, si litiga, ci si spintona, ci si arrabbia… Ma ogni settimana noi assistiamo quasi increduli al loro entusiasmo alla prospettiva dell’appuntamento della palestra. Hanno già dimenticato le offese, gli spintoni, i torti dati e subìti e non vedono l’ora di ricominciare a gareggiare, segnare punti, colpire quella palla o quel palloncino, farsi una risata, stendersi a terra quei dieci minuti finali per il rilassamento, dove tutti hanno imparato la regola del rispettare il momento di relax degli altri.
Noi genitori continuiamo a non trovare alternative valide a questa attività e pertanto speriamo che si vada avanti, che si riesca a proseguire, a continuare a proporre l’attività di gioco-sport per bambini e ragazzi con disabilità. Speriamo di vedere nuove iscrizioni, e magari la formazione di più squadre; sarebbe bello che realtà simili si diffondessero nel territorio, ci sarebbero diverse squadre che potrebbero affrontarsi in tornei, e magari si potrebbero organizzare squadre differenziate per livello e per età. Crediamo che per favorire questa diffusione debbano attivarsi enti quali la neuropsichiatria, le ASL, i Comuni, per far arrivare alle famiglie l’informazione che questa realtà esiste e funziona. Una mamma che si è aggiunta di recente ha affermato che da almeno 13 anni aspettava un’attività del genere, e solo l’anno scorso ha saputo del progetto.
(Cristina, Pietro, Raffaela, Antonella, Stella)

Per informazioni:
Zanzebia Cooperativa Sociale Onlus
Via G. Falcone 12 – 25016 Ghedi (BS)
tel./fax 030/9031979
cell. 331/30.99.261