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Autore: Nicola Rabbi

4. Un movimento senza confini

4.1. Ippopomati sulla luna
di Roberto Parmeggiani

La sensazione che si prova assomiglia a quella che deve aver vissuto Alice quando è entrata nel paese delle meraviglie. Un misto di stupore e curiosità. Una specie di smarrimento insieme alla sensazione di trovarsi in un luogo familiare.
Per arrivarci bisogna salire una scala di pietra dietro la Biblioteca Municipale di Sintra. Si raggiunge così un grande giardino su cui si affaccia una veranda con alcuni tavoli e tanti cuscini colorati. L’erba del giardino è sufficientemente morbida per potersi sdraiare o rotolare, ci sono alcune sculture con cui i visitatori possono interagire e una vista da togliere il fiato sulle colline e la città medioevale.
Ecco, in questo contesto potete trovare un luogo speciale: un misto tra una Casa della lettura e una Casa del tè.
Quando ho visitato Hipopomatos na Lua per la presentazione di un libro era fine marzo. Appena ho messo piede in quello spazio, ho immediatamente pensato che descrivesse perfettamente il senso della monografia che state leggendo.
È una libreria ma non solo.
È una sala di lettura ma non solo.
È una sala da tè con ottimi dolci ma non solo.
È un rifugio, una casa, una culla, una nave, una foresta. Chiacchiere, discussioni, sorprese, dolcezze, scoperte, avventure.
*Nazaré de Sousa, responsabile del progetto, racconta di aver dato vita a questo spazio per poter avere un luogo dove entrare e trovare qualcosa di bello e di buono, cose semplici e importanti allo stesso tempo.
“Crediamo che una parte di noi sia fatta di lettere che si uniscono una all’altra e in tutta la loro estensione ci conferiscono l’individualità che siamo. Ci costruiamo a partire dai libri che leggiamo e ci sono parti di noi che sono la somma di ciò che abbiamo ricevuto da loro. Leggere è formare l’identità e questo facciamo da quando siamo arrivati qui”.
Il pubblico che varca la soglia di Hipopomatos na Lua è il più vario, tutti interessati però a un incontro diretto con il libro. Agli adulti che riprendono i bambini invitandoli a non toccare o a fare piano, Nazaré e le sue colleghe dicono che, al contrario, quello è un luogo dove i bambini (ma anche gli adulti in verità) devono toccare e fare come se fossero a casa loro.
A differenza di altri spazi dedicati al libro, in questa strana casa della lettura al centro di tutto c’è proprio la relazione con il libro: come oggetto, come esperienza, come viaggio immaginario. Una relazione libera da stereotipi o buone maniere che, un po’ alla volta, modifica concretamente l’idea che si ha della lettura.
Non più un dovere o una scocciatura ma nemmeno un’esperienza quasi sacra e reverenziale. L’incontro con il libro, personale e unico, avviene attraverso tutti i sensi anche per il fatto di poter bere un buon tè alle tre mente e assaggiare una fetta (e che fetta!) di torta al cioccolato o al mascarpone e frutti di bosco.
Il necessario e il necessario, direi.
Perché, almeno lì, non si deve scegliere tra una cosa o l’altra ma è possibile scoprire come il pane e le rose possono trovare posto sulla stessa tavola.
Quando ho visitato la libreria, mentre parlavo con Nazaré, vedevo i bambini muoversi liberamente nella grande stanza, avvicinarsi agli scaffali e prendere liberamente i libri. Ognuno portava quello scelto o al tavolo tondo oppure sui grandi cuscini o anche in veranda, sull’amaca. Bambini diversi ed eccitati o calmi e pazienti che leggevano il libro intero oppure irrequieti cambiando più spesso testo. Ecco questa libertà, ancora una volta, mi è sembrata la metafora più adatta per descrivere un percorso di educazione alla lettura che possa funzionare: una relazione libera con il libro, scelto dal bambino per un qualsiasi motivo o per nessun motivo particolare, libero di immergersi nel testo o nelle immagini, da solo, sdraiato, seduto, appoggiato oppure in gruppo con qualcuno che legge e qualcuno che ascolta.
Libero il libro, liberi i lettori e libera la relazione.
I libri, lo sappiamo, nascono due volte: quando l’autore li scrive e quando il lettore li legge. A noi adulti il compito di creare spazi in cui questa seconda nascita possa av- venire nel modo più naturale possibile.

Hipopomatos na Lua è la prima libreria specializzata in letteratura per ragazzi e si trova nella città di Sintra (Portogallo). È aperta a tutte le famiglie per ritrovarsi attorno ai libri e alle storie. Per fare merenda si possono trovare tè, caffè, torte e biscotti.
Per saperne di più: http://hipopomatosnalua.blogspot.it

4.2.Biblioteche in movimento
di Massimiliano Rubbi, giornalista e lettore

“Se il lettore non va al libro, il libro va al lettore”. Come promuovere la lettura, specie tra bambini e ragazzi, dove l’acquisto dei libri è un lusso insostenibile per molti e le distanze rendono impossibile frequentare una classica biblioteca? Mettendo i libri in una “biblioteca in movimento” che raggiunga periodicamente le comunità e le scuole, per consegnare quelli che al primo impatto possono apparire oggetti astrusi e poi tornare a riprenderli; e il veicolo è lo stesso usato abitualmente per spostarsi dalla popolazione.
Non poche, e spesso curiose, sono le esperienze di questo tipo. Nel 1995 Obadiah Moyo, fondatore del Programma di Sviluppo per le Biblioteche e le Risorse Rurali (RLRDP), ha guidato la prima biblioteca mobile con un carretto trainato da un asino in giro per lo Zimbabwe: oggi questi “biblio-asini” sono 15, e ognuno dei carretti da loro trainati può contenere fino a 1.200 libri. Come spiega Moyo, “gli asini sono donati dai membri della comunità, e gli abitanti del villaggio in realtà fanno a gara per assicurarsi che siano usati i loro asini, perché sanno che stanno facendo progredire l’educazione entro le proprie comunità locali, e questo porta prestigio”. I libri, forniti dall’associazione Book Aid International, vanno da quelli sonori pensati per chi impara a leggere a quelli educativi e di narrativa, e “quando il carretto si avvicina a una scuola, è meraviglioso vedere l’eccitazione dei bambini quando corrono fuori a salutarlo. Ma non è semplicemente che il carretto venga scaricato e prosegua. Il carretto rimane per tutto il giorno; i bambini esplorano i libri, condividendo quel che hanno letto, e cantastorie locali della comunità arrivano per dare vita alle storie. È davvero un giorno per diffondere il concetto della lettura e per sviluppare la cultura della lettura per la quale stiamo tutti lavorando”. La nuova abitudine alla lettura ha portato in pochi anni a incrementi significativi nei tassi di successo degli esami di inglese nelle scuole secondarie dello Stato africano (in un caso, a decuplicare le promozioni in 6 anni!).
L’asino smentisce fieramente lo stereotipo che lo vede associato all’ignoranza, trasportando in giro libri e conoscenza, anche in Colombia. Il “biblioburro” ideato a fine anni ’90 dal giovane insegnante Luis Soriano, con due asini (“Alfa” e “Beto”!) e 70 libri portati in giro sui loro dorsi, continua a svolgere tuttora la sua funzione ogni sabato, tra i villaggi più isolati dei dipartimenti di Cesar e Magdalena, e con forze moltiplicate: 8 asini e 4.800 libri, in buona parte frutto di donazioni pervenute dopo che una trasmissione radiofonica si era occupata della storia. Il progetto del “biblio- burro”, oggetto anche di un documentario nel 2007, non si è fermato neppure quando el profesor Soriano, nel 2012, ha subito l’amputazione di una gamba dopo un incidente con un suo asino, e oggi, dopo essere valso al suo ideatore il premio di “Colombiano Ejemplar” nel 2014, si accinge a festeggiare il 20° compleanno. La Colombia vanta diversi esempi di biblioteca mobile: il bibliotecario Oswaldo Gutiérrez nel 2002 ha inventato la “bibliocarreta”, una carretta che la domenica porta i libri nei parchi e tra le case della città di Sabaneta, mentre la biblioteca della cittadina montana di Guatapé è già passata da un esperimento di “bibliocarreta” alla bicicletta attrezzata “PedaLeo” (“PedaLeggo”), che con il suo campanello avvisa del suo arrivo tra i negozi, prima per conoscere i gusti di lettura dei commercianti, troppo impegnati dal loro lavoro per passare in biblioteca, e poi per portare loro i libri (e riprenderli). Come sottolinea in un articolo la rete bibliotecaria di Medellin, “l’obiettivo di ‘Al son del PedaLeo’ è portare a termine una delle missioni più importanti che hanno le biblioteche di oggi: essere inclusivi. E non solo con chi ha difficoltà fisiche o psicologiche per leggere o avvicinarsi alla conoscenza, ma anche con chi per qualunque motivo non ha la possibilità di visitare la biblioteca”.
Tornando alla trazione animale (e all’Africa), risale addirittura al 1985 l’uso dei cammelli per il trasporto di libri nelle regioni aride e isolate del Kenya nord-orientale. Come riferisce il servizio bibliotecario nazionale keniota, “i cammelli trasportano i libri in scatole specificamente create per il progetto e li portano ai bambini nelle scuole isolate. Inclusi nelle scatole ci sono anche tende e tappetini perché i bambini li usino sul campo”. La biblioteca mobile su cammelli, riporta la BBC, risulta anche l’unico modo per raggiungere le popolazioni nomadi della zona nel luogo in cui si trovano e potrebbero non trovarsi più il giorno dopo, popolazioni molto povere in cui “quando un genitore ha un po’ di denaro, preferisce comprare cibo, e quando vede un libro non gli dà valore”.
Cambia la zona del mondo, cambia il mezzo di trasporto, ma non cambia il sistema: il progetto “Books-by-Elephant” si serve di 20 elefanti per trasportare libri ai bambini in 37 villaggi montuosi della Thailandia settentrionale, insieme a lavagne di metallo appositamente disegnate per non rompersi durante il trasporto sul dorso dell’elefante, un’esperienza esportata anche nelle province di Xaignabouli e Oudomxay nel Laos settentrionale: e quando arrivano gli elefanti, riferisce l’Elephant Conservation Center che si occupa del servizio in Laos insieme alla ONG Community Learning International, “molti dei bambini leggono attentamente ogni pagina nel punto in cui sono, mentre altri stringono semplicemente il libro al petto come un bene prezioso, e nella maggior parte dei casi è così, essendo il libro il primo oggetto che il bambino abbia mai posseduto”.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che le “biblioteche mobili”, con il loro effetto spesso pittoresco, siano da associare esclusivamente alle zone più isolate e depresse di Paesi economicamente arretrati, e siano destinate perciò a scomparire, con lo sviluppo socio-economico, a favore di strutture bibliotecarie “tra quattro mura”. Il 12 aprile scorso è stata festeggiata negli Stati Uniti la settima Giornata Nazionale delle Biblioteche Mobili (National Bookmobile Day), per celebrare “una parte integrale e vitale del servizio bibliotecario negli Stati Uniti da oltre 100 anni”, che “ha consegnato informazioni, tecnologia e risorse per l’apprendimento permanente ad americani di tutti i ceti sociali”. Il primo servizio di questo tipo fu istituito nel 1905 dalla bibliotecaria Mary Lemist Titcomb nel Maryland, dapprima appoggiandosi a negozi e uffici postali, poi con un carro a cavalli capace di battere le fattorie della zona con un guidatore e un bibliotecario, e infine dal 1912 con un servizio motorizzato. Anche se il loro numero è in calo negli ultimi anni, i servizi di biblioteca mobile negli USA rimangono oggi 660, concentrati in Stati tra Sud e Midwest come Kentucky e Ohio ma anche in California; alla resistenza delle biblioteche su ruote contribuisce in modo determinante il fatto che esse “possono essere spesso un mezzo efficiente di fornire servizi bibliotecari a grandi aree geografiche”, grazie a un costo di 200.000$ che è di 8 volte inferiore a quello di costruzione di una nuova biblioteca stabile. Oltre ai libri, le biblioteche mobili portano nelle comunità rurali giornali, periodici e DVD, offrono servizi di consulenza, corsi e attività, e spesso forniscono tecnologie adattive per persone con disabilità, accesso a Internet, a volte videogiochi, sempre più spesso con veicoli specializzati per obiettivi identificati da nomi come “Techno-mobile”, “JobLink”, “Kidmobile” o “ABC Express”, e con tecnologie green che riducono l’impatto ambientale dei loro lunghi viaggi. Per questo, non senza un po’ di retorica, le biblioteche mobili possono essere definite nei materiali promozionali del National Bookmobile Day “parte del Sogno Americano – luoghi di opportunità, educazione, auto-aiuto e apprendimento permanente”.
Biblioteche mobili sono presenti anche in Giappone, un Paese ad alta tecnologia e fortemente antropizzato ma che le statistiche collocano tra quelli con le minori medie di lettura al mondo, così come in Norvegia, dove sin dal 1963 la nave Epos passa l’inverno a portare libri a 150 villaggi della costa sud-occidentale, compiendo due giri di 45 giorni ognuno (occhio a non mancare il giorno in cui restituire i prestiti!), per poi essere convertita a servizio dei turisti in estate.
La biblioteca mobile più curiosa e significativa del mondo è però con ogni probabilità quella realizzata alcuni anni fa dall’assai eccentrico artista argentino Raul Lemesoff a Buenos Aires: una Ford Falcon del 1979 usata al tempo dalla giunta militare, trasformata in “carro armato” e riempita di 900 libri per diventare, secondo il nome che l’autore le ha dato, una “arma di istruzione di massa”. Lemesoff gira tuttora per le città e le campagne dell’Argentina, regalando un libro in cambio della sola promessa di leggerlo e ricostituendo periodicamente la biblioteca attraverso donazioni private, con l’obiettivo di “combattere l’ignoranza” e portare “un contributo alla pace attraverso la letteratura”. Ed è forse questa idea di “mettere dei fogli nei cannoni” che in fondo anima tutti i bibliotecari che ogni giorno, in tutto il mondo, percorrono decine di chilometri, su veicoli quasi sempre scomodi, insieme all’intento di impedire che qualcuno rimanga separato, a causa della distanza, dal libro che cambierà la sua vita.

4.3. Una biblioteca per Korogocho
di Simona Venturoli, Project Manager Servizio Progetti Estero di AIFO

Può sembrare un azzardo la realizzazione di una biblioteca a Korogocho, una barac- copoli di Nairobi e Baba Dogo con più di 200 mila abitanti, eppure Mwangaza Community Library Project questa esperienza l’ha realizzata e la sta portando avanti.
Dal 2003 AIFO (Associazione Italiana Amici di Follereau) opera in questo difficile contesto attraverso il sostegno a KoskobarK (Korogocho Slum Community Based Rehabilitation – Kenya), un’organizzazione comunitaria di Korogocho, ufficialmente riconosciuta dal governo keniota.
La biblioteca offre numerosi servizi culturali alla comunità e nei suoi locali ha sede anche un centro di riabilitazione per persone svantaggiate che lavorano all’interno di laboratori di sartoria, fabbricazione di candele e tipografia. La biblioteca ha bisogno di fondi per acquistare e riparare libri, riviste e dvd, per aggiustare le finestre e sistemare la rete fognaria.
Mwangaza in lingua swahili significa luce e questo la dice lunga sul senso di questo progetto: vuol portare la luce alle persone che vivono a Korogocho, una luce che si manifesta però sotto la forma dell’educazione e dell’informazione. Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero luce di Korogocho, ne sottolinea la funzione.
La biblioteca ha aperto i battenti nel marzo del 2012 ed è situata ai bordi dello slum di Nairobi, diventando così la meta anche di ragazzi e bambini che studiano nei quartieri vicini a Korogocho. La presenza di un libraio formato e di due assistenti volontari permette la sua apertura in tutti i giorni feriali dalle 8 alle 18 e il sabato dalle 9 alle 16. Mediamente si registra un accesso di 30 persone al giorno, con punte di 60 il sabato e nei periodi di sospensione scolastica. Nei primi 4 mesi del 2016 la biblioteca ha registrato un totale di 835 ingressi per persone sopra i 17 anni e di 312 ingressi per persone sotto i 17 anni.
Per accedervi basta pagare una piccola retta annuale, dalla quale però sono escluse le persone disabili che entrano gratuitamente.
La struttura non riceve finanziamenti pubblici e queste entrate assieme ad altre previste per il futuro (servizio di consulenza per l’uso del proprio telefono cellulare, attività di copisteria e stampa…) servono al mantenimento della struttura e per l’acquisto e la manutenzione dei libri e dei dvd.
Mwangaza Community Library è partita con il sostegno di AIFO e dell’iniziativa “Biblioteche solidali” del comune di Roma. Attualmente (fine 2016) la biblioteca dispone di circa 3.323 libri, 1.324 copie di 2 quotidiani nazionali locali, il “Daily Nation” e “The Standard”, e decine di video e materiali audio visionabili presso la sala comunitaria TV con DVD reader, dove vengono offerte anche attività di intrattenimento. Riceve e archivia anche la “Kenya Gazette” (Gazzetta ufficiale del governo). Inoltre ha attive tre postazioni per l’accesso a internet, offre un servizio di fotocopie a costo inferiore rispetto al mercato e ha una saletta dedicata ai bambini con arredi funzionali.
Mwangaza è quindi la risposta a una sfida, quella di ridurre la mancanza di spazi a Korogocho dove i bambini possono studiare e di offrire ai ragazzi una struttura ricreativa, di dare, in generale, alla popolazione dello slum un luogo dove potersi informare. A Korogocho, dove le famiglie sono composte da molti figli e le case si riducono spesso a un’unica stanza, la possibilità di aver un luogo tranquillo dove studiare è un’esigenza molto sentita. Spesso i bambini e i ragazzi non hanno la possibilità di studiare proprio per la mancanza di luoghi che nemmeno la scuola pubblica può offrire. “La biblioteca mi permette di fare i compiti – dice Achola Samuel Omondi, uno studente di 16 anni – a casa non riesco a fare bene il mio lavoro, c’è troppa confusione; qui posso trovare anche altri libri che io non possiedo”. Molti dei libri della biblioteca ri- guardano infatti le materie che gli studenti devono studiare per la scuola.
La biblioteca che apre alle 8 e chiude alle 18 ha in realtà orari elastici per venire incontro alle esigenze degli studenti e spesso i tre volontari che gestiscono il luogo la tengono aperta fino a tarda sera. È soprattutto durante le vacanze scolastiche che Mwangaza ha il suo picco di utenti; in quei giorni i posti a sedere non bastano più e i ragazzi si mettono sul pavimento per proseguire i loro studi.
Il luogo via via si è aperto anche alla popolazione residente che non studia ma ha altre esigenze. Mancano infatti nello slum i luoghi dove riunirsi e parlare, ecco allora che fuori dall’edificio è stata allestita una grande tenda chiusa collocata nel cortile interno (60 posti a sedere) dove i membri della comunità possono fare incontri, corsi di formazione, dibattiti e riunioni.
Spiega Richard Omwele, un residente: “Eravamo abituati a incontrarci nelle nostre case o semplicemente all’aperto. Adesso invece la biblioteca ci offre una tenda per le riunioni e anche le discussioni si fanno meglio. Ci sentiamo più liberi di parlare e abbiamo una certa privacy che prima all’aperto non avevamo”.
Mwangaza infine è anche un centro di riabilitazione per persone con disabilità che frequentano corsi di formazione per la fabbricazione di candele, di sartoria, di artigianato. Racconta Morris Obiero: “Sono venuto in biblioteca sperando di leggere il mio giornale preferito e invece ho seguito il corso di formazione su come fare le candele! Questo ha migliorato la mia situazione economica, ha rivoluzionato la mia vita”.

4.4. Un cambiamento possibile
di Roberto Parmeggiani

Il primo libro che Otávio de Souza Júnior César ha preso in mano è stato Don Gatón. Diversamente da molti bambini che conosco, lui non l’ha ricevuto in regalo e nemmeno ha potuto sceglierlo tra gli scaffali di una libreria o, almeno, di una biblioteca. Otávio aveva otto anni e trascorreva le sue giornate accanto al campo di calcio della favela dell’Alemão, una delle zone più violente di Rio de Janeiro. Cresceva, come molti dei bambini che lì vivevano, sognando di diventare un calciatore e poter fuggire da quella realtà troppo stretta per chi, come lui, aveva voglia di volare.
Un giorno, mentre come tanti altri giorni tutti uguali, stava rovistando tra la spazzatura, trovò una scatola con alcuni oggetti per bambini. La lotta con gli altri ragazzi fu dura, tutti volevano accaparrarsi il gioco migliore, anche se rotto o molto rovinato. La sua attenzione, però, venne attirata da un libro. Lo prese al volo (anche perché non interessava a nessun altro) e corse a casa.
Il libro in questione era proprio Don Gatón.
“Ho passato una delle notti più belle della mia vita in quel nuovo mondo che avevo appena scoperto” – racconta – “e il giorno dopo ho chiesto alla mia insegnante perché la biblioteca della scuola era stata chiusa. Lei l’aprì e da quel giorno fui l’unico che la frequentava per leggere”. Quando la biblioteca della scuola diventò piccola si spostò in una un po’ più grande anche se per raggiungerla, dalla sua favela, doveva camminare più di 40 minuti.
Quell’esperienza ha marcato profondamente la vita di Otávio.
L’incontro con i libri, con le storie, con quei personaggi gli ha permesso di immaginare un futuro diverso, di potersi pensare altro rispetto allo stereotipo del favelado senza un futuro diverso da quello di chi è venuto prima.
Oggi Otávio è uno scrittore, un narratore, è il fondatore e il coordinatore del progetto “Ler è 10 – Leggere nella favela”, che mira ad aprire biblioteche nel complesso dell’Alemão. La missione principale del programma è quella di mostrare ai bambini – circa l’80% dei partecipanti – e ai giovani, che i libri possono aprire porte e orizzonti che l’ingiustizia sociale e l’assenza dello Stato si impegnano a chiudere. Un nuovo orizzonte che valichi quello offerto dalla favela, un nuovo immaginario a cui riferirsi per pensarsi adulti.
“Ho vissuto per molti anni in una comunità violenta, dove la realtà quotidiana era molto dura, con scontri continui tra trafficanti di droga e la polizia. Una delle cose che mi rendeva più triste era il fatto che i narcos erano visti come eroi a Rio: compravano i vestiti migliori, le scarpe più belle, avevano le auto più costose”.
Per questo un giorno Otávio decise che avrebbe tentato di “invertire i valori” usando la letteratura che aveva tanto influito nella sua vita.
Cominciò a spostarsi nella comunità in cui viveva portando con sé una valigia piena di libri. Stendeva un tappeto colorato e invitava la gente ad avvicinarsi e a leggere.
Più di una volta è stato fermato dalla polizia a cui ha dovuto spiegare che in quella valigia non era contenuta droga o grandi quantità di banconote ma qualcosa di molto più importante.
Quell’esperienza di incontro e divulgazione è stato il primo nucleo di ciò che poi sarebbe diventata una vera e propria biblioteca nata anche grazie alla partecipazione di Otávio a un reality show per raccogliere fondi. Dopo aver camminato a piedi nudi sopra una corda riuscì a guadagnare 5000 dollari che poté reinvestire nel progetto. “All’inizio mi consideravano come una specie di Don Chisciotte, mi conoscevano come il pazzo dei libri”.
Oggi, grazie a tutto ciò, la comunità conta su una biblioteca stabile e altre itineranti che vanno incontro alle persone per avvicinarle alla lettura e promuovere un’educazione alla libertà di pensiero.
Oltre al servizio di prestito dei libri e alla possibilità di utilizzare spazi per studiare o anche, semplicemente, per fare comunità in un luogo tranquillo e protetto, il progetto prevede attività anche fuori dalla comunità quali la visita alla Biblioteca nazionale di Rio de Janeiro, alle librerie della città oppure gite culturali in generale. “Molti dei bambini che partecipano al progetto non avevano denaro per permettersi tali esperienze, così attraverso la letteratura abbiamo cercato anche di superare i limiti geografici”.
Quel primo libro, nelle mani di Otávio, si è trasformato in centinaia di libri che, uno dopo l’altro, hanno modificato radicalmente la realtà nella quale vivevano. Un esempio concreto dell’importanza di un luogo come la biblioteca: apparentemente innocuo ma vero promotore di un cambiamento possibile.

Nel paese dei libri
Una manciata di libri per i più piccoli (ma anche per gli adulti che leggeranno con loro) per immergersi in un mare di suggestioni, bellissime illustrazioni e piccole storie per navigare tra fiumi e nuvole di parole, per trovare parole per dire la rabbia, la gioia, la tristezza, per sorridere e lasciarsi abbracciare. A questi suggerimenti aggiungiamo un ultimo libro che racconta la storia, vera, di Alja che è riuscita a salvare quasi tutti i libri della biblioteca di Bassora, in Iraq, prima che la guerra la distruggesse.

Oliver Jeffers, Sam Winston, La bambina dei libri, Lapis, 2016
Alessandro Sanna, Castelli di libri, Franco Cosimo Panini, 2014
Quint Buchholz, Nel paese dei libri, Beisler, 2014
Sergio Ruzzier, Stupido libro!, Topipittori, 2016
Lane Smith, È un libro, Rizzoli, 2010
Silvia Borando, Questo libro fa tutto, Minibombo, 2017
Jeanette Winter, Alja la bibliotecaria di Bassora, Mondadori, 2006

 

3. Il libro come motore delle relazioni

3.1. Azioni di Memoria
di Giovanna Di Pasquale, lettrice e pedagogista

Contro la rimozione sociale
“Non per ogni oggetto c’è un nome, o per ogni proprietà un aggettivo, o per ogni azione un verbo. Anzi, è vero il contrario: soltanto pochissimi oggetti, proprietà e azioni ricevono la nostra attenzione, e vengono battezzati con una parola. Gli altri dobbiamo farli rientrare in quelli, con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà”. 

I Centri di documentazione sono luoghi particolari nel panorama degli spazi culturali, “animali strani” che sfuggono alle classificazioni troppo rigide. Parenti stretti delle biblioteche, lavorano i materiali documentativi e informativi prendendo strade diverse: “diverso è il modo in cui nascono e crescono, diverso è il criterio di ordinamento, diverso è il modo in cui si fa ricerca”.
Proprio per questa eterogeneità che li caratterizza non possiamo parlarne in termini omogenei o tanto meno pensare che esista un modello unico e univoco di riferimento. Queste realtà, nate alla fine degli anni 60 lungo il territorio nazionale, hanno storie tutte declinate al singolare, difficilmente collocabili in categorie per la specificità dei temi che definiscono la loro presenza e orientano le loro azioni. Se ci facciamo aiutare, però, da qualcosa di simile a un processo di approssimazione si può evidenziare una forte vicinanza fra le motivazioni che hanno dato origine all’esperienza dei Centri di Documentazione che nascono e si impongono come catalizzatori di energie contro la rimozione sociale di temi percepiti come scomodi o residuali dal sentire comune. L’azione e l’impegno che caratterizzano queste realtà possono venire riletti soprattutto alla luce degli itinerari esistenziali delle persone. Queste relativamente nuove forme di archivi mettono, infatti, al centro della propria identità la soggettività della persona nella sua esperienza di singolo e nei legami con l’esperienza collettiva che le accomuna. Esiste e viene riconosciuto “un bisogno d’interesse e rispetto per le soggettività, che va molto oltre la dimensione propriamente storiografica o addirittura ne prescinde ponendosi sul piano esistenziale”.
La storia dei centri di documentazione, come storia dei luoghi di raccolta e rivisitazione delle forme del sapere, si incrocia molto strettamente con le vicende sociali e politiche del nostro tempo. Nascono in Europa intorno agli anni ’40 le prime raccolte di documenti personali e informali come i diari, le lettere, le fotografie che, con taglio sociologico, diventano strumenti di comprensione di fenomeni come l’emigrazione dei contadini dall’est europeo verso l’America o l’espansione urbana di grandi metropoli come Londra o Parigi.
In Italia dagli anni sessanta in avanti vengono fondati Centri ancora oggi attivi e propositivi; disegniamo una piccola mappa di questi luoghi segnalandone alcuni in una chiave di sintesi che non vuole e non può rendere con esaustività un panorama ben più ampio e composito.
A Milano nel 1966 viene fondato l’Istituto Ernesto De Martino “per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”, a Pistoia nel 1968 nasce il Centro Documentazione, strumento di servizio nel campo dell’informazione e della controinformazione sui movimenti contemporanei. Nel 1975 a Torino è attivo il Centro Studi del Gruppo Abele sulle tematiche dell’emarginazione sociale. Due anni più tardi, nel 1977 a Palermo inizia l’esperienza del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato sulle mafie e i diritti umani. Agli inizi degli anni ’80 a Bologna prendono avvio le attività del Centro Documentazione Handicap (1982), del Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne di Bologna (1982) e del Centro Documentazione del Cassero, espressione del movimento LGBT italiano (1983). Sempre intorno a quegli anni nascono due iniziative collegate al campo della scrittura autobiografica e popolare: l’Archivio dei diari Pieve Santo Stefano, Arezzo nel 1984 e l’Archivio della scrittura popolare nel 1987 a Trento.
Come si può intuire anche solo da un breve elenco di nomi e date la storia dei centri e degli archivi è tutta dentro gli eventi storici e sociali degli ultimi cinquanta/sessanta anni della nostra storia: la Resistenza, i movimenti femministi, le testimonianze di reduci delle guerre, le forme delle culture popolari, di genere e molto altro ancora…

Preservare il passato, curare il futuro
La motivazione legata al contrasto della rimozione sociale come elemento fondante nell’esperienza dei Centri, può essere ancora maggiormente attualizzata e resa anche in termini più operativi, se la si collega ad alcune delle parole chiave a cui i centri di documentazione fanno profondamente riferimento: memoria, progetto, rete.
Il termine “documentazione” richiama esplicitamente il concetto di memoria. Le pratiche di documentazione, i servizi che utilizzano questa funzione sono pratiche e servizi di memoria. Di una memoria che ha lasciato traccia, è stata resa organizzata e comunicabile sotto forma di documenti sempre più presenti oggi anche in una forma multimediale.
Questa pluralità di forme ci aiuta a ricordare come il termine documentazione vada inteso in senso ampio come una unità informativa resa stabile da supporti che la veicolano e la rendono fruibile.
Ma che tipo di memoria è quella su cui lavora un Centro di documentazione? Una memoria che segue il passo dei cambiamenti sociali e, in alcuni casi, li precede come una sonda esplorativa tesa a raccogliere elementi per comprendere meglio ciò che appena si intravede. Come si legge nel Centro Studi Gruppo Abele, “nella prima metà degli anni ’70, la maggiore visibilità pubblica del Gruppo Abele rese necessaria l’acquisizione di una documentazione più ampia, accompagnata da tracce di letture per renderla accessibile all’esterno […] L’area della documentazione si è sviluppata sulla base di questa attenzione e si è modificata nel tempo per rispondere alle richieste provenienti sia dall’esterno che dall’interno del Gruppo Abele, rinunciando a documentare tematiche già approfondite da altri Centri di documentazione, ma lavorando su tematiche nuove, che di volta in volta emergevano sulla scena sociale e diventavano aree di intervento da parte del Gruppo Abele”.
È quindi una memoria utile perché utilizzabile, come si evince dall’Istituto Ernesto de Martino: “L’Istituto Ernesto de Martino non è stato e non è solo un archivio: è stato ed è soprattutto – in quanto punto di raccordo tra interessi storici, sociostorici, antropologici ed etnomusicologici – un laboratorio per l’analisi del comportamento sociale del mondo oppresso e antagonista (modi di produzione, forme sociali derivate e dinamiche che ne scaturiscono, processi di trasformazione e di ricomposizione della classe), per la valorizzazione della cultura orale (in particolare per la sua utilizzazione critica negli studi storico-antropologici) e del canto sociale vecchio e nuovo”.
Una memoria che non deve solo essere conservata per essere archiviata ma conservata per essere utilizzata. I centri svolgono una funzione di custodia della memoria realizzando laboratori di uso di tracce e documentazioni di esperienze proprio raccogliendo la sfida e l’impegno legato alla concezione di una memoria che è un modo per “aver riguardo del passato, ma anche un modo di preservare il futuro da pericolose semplificazioni e superficialità vivendo il presente con lo spessore della memoria e il desiderio del futuro”.
È una memoria del quotidiano quella che viene messa a fuoco e trattenuta: di ciò che è stato fatto, delle esperienze realizzate nel quotidiano, in ciò che si ripete tutti i giorni più che in ciò che si colloca nello straordinario. Memorie uniche perché legate ai percorsi biografici e a situazioni determinate, memorie multiple in grado di raccontare un periodo, un evento storico, un dramma sociale quando vengono accostate le une alle altre e rese maggiormente leggibili in una cornice più ampia.
Dall’Archivio delle scritture popolari di Trento: “L’Archivio conserva la memoria culturale scritta di uomini e donne appartenenti a ceti sociali medio bassi. Un vasto universo di scritture, di generi narrativi e documentari: sono diari, memorie autobiografiche, libri di famiglia, libri dei conti, canzonieri (di caserma, di guerra, devozionali), raccolte di poesie e di preghiere, ricettari di cucina che, tutti insieme, mettono in scena una sorta di Novecento autobiografico […] Altre scritture, come i libri di famiglia e i libri dei conti, sono legate alla casa e registrano l’andamento della vita quotidiana e lo sviluppo della famiglia”.
Emerge una memoria dei collegamenti che dalla rilettura di questa quotidianità si possono e si devono fare. Le esperienze raccolte, riorganizzate, rilette sono in grado di evidenziare delle buone prassi che per la loro natura sono legate al contesto di attuazione e probabilmente trasferibili solo a condizione di adeguarle e di riattualizzarle. “Una buona prassi è qualcosa che altri hanno fatto e che – nel loro contesto – ha funzionato, probabilmente perché aveva delle buone caratteristiche. Ed è su queste caratteristiche che il lettore è chiamato a curiosare, indagare e criticare, mettendole in relazione alla propria situazione e al proprio contesto”.
Per delineare ipotesi plausibili sul nuovo, su un futuro decisamente difficile da prefigurare, occorre usare una capacità di riflessione creativa che poggi su quanto si può apprendere dalle esperienze fatte da noi e da altri. Possiamo parlare, in questo senso, di una memoria che sostiene i progetti.
Evidenziare le possibili buone prassi presenti nelle esperienze, recuperarle e metterle in circolo: questo è uno dei mandati di un Centro di documentazione. Non solo quindi raccogliere per non disperdere le tracce significative delle esperienze quotidiane ma utilizzarle come strumento per nuove e fondate progettualità.
Progettualità che cercano di sfuggire alla posizione di autosufficienza facendo muovere i Centri di documentazione verso una logica di rete non fittizia che si traduce in uno sforzo a collaborare, cooperare con altri e rimandare ad altri che in luoghi e contesti diversi si muovono con gli stessi intenti. Scrive il Centro di Documentazione di Pistoia: “Il Centro è sempre stato luogo di collegamento fra realtà sociali, politiche e culturali e punto importante per quanti vogliono fare ricerche sui problemi e i temi a noi contemporanei e collegare gli studiosi, centri, biblioteche, archivi e varie realtà culturali di movimento degli anni Sessanta Settanta e Ottanta attraverso le loro produzioni ‘grigie’, i loro volantini, i loro opuscoli”.
La rete dunque come azione reticolare per generare nuove configurazioni, condividere esperienze e scambiare professionalità, una strada da percorrere con convinzione per rafforzare l’identità dei Centri di documentazione come spazi di conoscenza e pensiero, due tratti oggi decisamente carenti nel panorama contemporaneo.

Centro Documentazione Handicap Bologna www.accaparlante.it

Istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario www.iedm.it

Centro Documentazione Pistoia www.centrodocpistoia.it

Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” Onlus www.centroimpastato.com

Centro Documentazione Cassero Flavia Madaschi www.cassero.it

Archivio dei diari Pieve Santo Stefano Arezzo www.archiviodiari.org

Archivio della scrittura popolare www.fondazione.museostorico.it

3.2. Fare umanità prendendo se ne cura
di Elvira Zaccagnino, editore

Quando cominci a raccontare la storia del lavoro che fai, finisci inevitabilmente per raccontare anche quello che sei, che pensi, che provi a immaginare facendo quello che fai.
Sono circa ventisette anni che faccio l’editore perché la meridiana è una casa editrice che sta fisicamente in una città del Sud, della Puglia. Una città che alla fine degli anni Ottanta è stata attraversata, ma preferisco dire abitata, dall’esperienza di un vescovo che non lasciava indifferenti ma faceva la differenza.
Quando nella tua storia incontri persone come lui, puoi cogliere sfumature di senso su parole come impegno, responsabilità, cambiamento, cultura, comunità che ti danno la possibilità di scegliere con maggiore consapevolezza l’orientamento che vuoi dare alla tua vita.
La meridiana è nata trent’anni fa avvertendo il compito e la responsabilità di fare cultura del cambiamento a partire dal sud d’Italia allora avvertito come luogo dell’impossibilità al cambiamento, cronicamente malato di inerzia, destinato a essere punto terminale di un’Europa che, con la caduta del muro, spostava alle periferie di se stessa i confini.
Invece l’esperienza che negli anni Ottanta qui avvertivamo era quella che essere periferia significava cogliere e accogliere ciò che il centro non ha nemmeno la possibilità di vedere vista la distanza da ciò che è periferico: sperimentazioni, diversità, opportunità inedite.
L’impegno nelle attività di volontariato e nelle iniziative culturali che gravitavano nei gruppi diocesani, nelle parrocchie ma anche nei movimenti che si animavano grazie a don Tonino mi ha in qualche modo indirizzata naturalmente a pensare che la cultura è uno strumento forte per incidere nei propri territori e, a partire da questi, in ogni luogo dove si pensa che cambiare non solo sia possibile ma anche necessario. Un gruppo di ragazzi e ragazze, di adulti, avevano dato vita alla cooperativa la meridiana nell’87 a partire dall’esperienza di volontariato nei quartieri più periferici della città di Molfetta, paradossalmente collocati al centro della stessa città, obiettori di coscienza alcuni di loro, tra i primi a praticare questa forma di disobbedienza civile e costruttiva al servizio del Paese e della comunità, educatori e insegnanti altri. L’amicizia con alcuni di loro, la condivisione con loro di impegni mi ha fatto dire di sì quando Guglielmo Minervini mi chiese di “dargli una mano” a la meridiana. Una scommessa e una sfida. Colsi questo nella sua proposta. Così l’ho accolta e così la vivo ancora oggi.
Ci sono rimasta scegliendo di farne il mio mestiere. E devo dire senza alcuna esitazione oggi che il valore di un mestiere simile ha assunto dentro di me e va assumendo sempre di più valenza politica, di impegno civico e civile. Penso che scegliere un libro e quindi scegliere di pubblicare alcuni contenuti piuttosto che altri non sia una scelta indifferente. Scegli idee, proposte, esperienza da mettere in circolo.
Il catalogo de la meridiana fin dall’inizio ha scelto di declinare la parola Pace partendo dalla convinzione che questa si costruisce nella dimensione relazionale di ognuno, che è una dimensione educativa di forte responsabilità. Ci rivolgiamo ad adulti che avvertono il bisogno di fare del loro ruolo educativo una occasione di crescita per sé e per gli altri. Provo a spiegarlo meglio. Siamo tutti soggetti che vivono in relazione con altri: dalla famiglia, alla scuola, alla dimensione professionale – qualunque essa sia, – scopriamo noi stessi in relazione con l’altro, la nostra diversità e unicità. Facciamo esperienza del conflitto perché questo è proprio di ogni alterità. Ora, come decidiamo di attraversare questo conflitto fa la differenza di ognuno di noi. Se avvertendolo come opportunità di scoperta e miglioramento e quindi apertura e crescita o se chiudendo le nostre identità. Nella dimensione relazione consumiamo la nostra esistenza. Assunto questo, le nostre collane (cominciano tutte con la P) e i nostri libri si rivolgono a educatori, genitori, operatori del sociale, a quanti vivono la spiritualità non come assunzione di pratiche religiose vuote ma come dimensione della ricerca di ciò che è sacro in ognuno.
Di un catalogo così scopri, guardandolo a ritroso, che ha parlato di inclusione senza farne l’unica bandiera, di impegno politico senza farne una dimensione partitica, di opzione educativa prioritaria senza propagandarla con slogan. Credo oggi che la trasversalità caratterizzi i nostri lettori e i nostri testi. Un insegnante generalmente è anche un genitore, vota e quindi è un cittadino. Può essere o no un credente ma certo ha una visione del mondo e del suo senso più intimo. Certo, la nostra è una nicchia di lettori rispetto alla moltitudine. Ma i nostri sono libri che agiscono per contagio, perché usati come strumento. Forse è solo questa la ragione per cui nel nostro catalogo circa il 40% dei titoli resta vivo (cioè più volte ristampato) anche dopo 10 anni dalla sua prima uscita.
Abbiamo sempre inteso che pubblicare libri non fosse l’unica cosa che un editore può fare. Forse perché molti dei nostri libri nascono da esperienze e sperimentazioni, una volta pubblicati facciamo in modo che presentazioni, incontri, momenti formativi creino occasioni di incontro tra autori e lettori. Ho personalmente del libro e quindi dell’autore e dell’editore una visione militante. Non il salotto e i circoli letterari ma le occasioni per incontrare e far incontrare l’offerta proposta dal libro e chi sta cercando, in quel momento della sua vita, di partire da un bisogno, un confronto. Non è facile, e non sempre e in egual misura con tutti i libri, ma il provarci costantemente e farne la misura della propria identità è la traccia che proviamo a seguire con costanza. Per questo ci sono i corsi di formazione per gli insegnanti ma anche la presenza a convegni, gli incontri nelle scuole che cerchiamo di costruire intorno ai nostri libri, l’uso della comunicazione attraverso i social non solo in termini commerciali ma ragionando di contenuti e provando a cercare i nessi tra la realtà e quello che culturalmente si può fare. Trasferire e condividere un pensiero non un prodotto qual è diventato il libro.
La cultura, dico spesso, riprendendo una definizione splendida di Francesco Remotti, ha la stessa radice di cura (colere). Gli antropologi parlano di cultura intendendo il prendersi cura dell’umanità e la cultura è cura dell’umanità, è un fare umanità prendendosene cura: provando, ricercando, accudendo all’umanità che è in ognuno. E questo è un tempo in cui arrivare alle radici dell’umano che è in ognuno di noi, frammento di una umanità più ampia, rende necessario il mestiere che faccio. E farlo con la meridiana è ancora una sfida e una scommessa.

L’ultima iniziativa de la meridiana: La bottega dei genitori
Un vecchio adagio diceva che genitori non si nasce ma si diventa. Vero. Anzi verissimo. Aggiungiamo che una volta diventati genitori non si smette mai di imparare. Crescono i figli e cresciamo noi nel nostro impegno educativo con loro. Cambiano i tempi, le domande e le esigenze: le preoccupazioni e anche le occupazioni. Quella della genitorialità è una vera e propria bottega dove imparare avendo imparato ma allo stesso tempo sperimentando. Come nelle vecchie botteghe artigiane si crea dal nulla qualcosa di prezioso: la relazione unica con i nostri figli. Strumenti, attrezzi, talento e tanta cura, oltre che tempo sono necessari. E maestri di bottega che con pazienza ci accompagnano nel capire come essere genitori non secondo un modello prestabilito ma secondo l’unico e il solo modo che può renderci genitori dei nostri figli.
Apprendere la genitorialità. Non in una scuola. In una bottega che è anche luogo di incontro virtuale dove su temi e problematiche, esperienze e suggestioni ci faremo accompagnare per diventare non i migliori genitori del mondo ma quelli più in grado di prendersi cura, educando, dei propri figli in un dialogo aperto con gli altri.
Webinair (cioè seminari sul web), appuntamenti online con esperti (maestri e maestre di bottega).
Perché i mestieri più belli del mondo si apprendono andando a bottega.

3.3. Inciampare nei libri e nelle biblioteche
di Della Passarelli, editore

Credo che oggi più che mai debbano essere creati, salvaguardati e sostenuti luoghi dove la presenza di libri (e non solo: musica, teatro, arte, nuove tecnologie, cinema) possa promuovere relazioni, con se stessi e con gli altri, con il mondo e con il territorio che abitiamo. Luoghi dove ci si possa incontrare, parlarsi, prendere tempo, perdere tempo, conoscere.
Mentre scrivo (25 febbraio 2017) è appena accaduto un episodio di stupida violenza: due donne zingare, sorprese a frugare tra la merce fallata, vengono rinchiuse, insultate, sbeffeggiate e “messe in rete” da due o tre maschi dipendenti del supermercato dove accadeva il fatto; episodio rimbalzato sui social che hanno mostrato il lato peggiore degli esseri umani: la violenza delle parole a sostegno degli “eroi” che si sono divertiti a diventare carcerieri è stata scioccante. Inammissibile, direi.
Mi sorprendo ogni giorno che passa di fronte alla incapacità che abbiamo di creare un sistema forte e lungimirante, che promuova cultura e conoscenza e che ostacoli con fermezza l’ignoranza e le ideologie pericolose che da questa derivano. Basterebbe studiare alcuni dati, leggere saggi e approfondimenti, per capire che non è degli zingari che dobbiamo aver paura. Ma forse di chi li rinchiude sì…
Eppure ci sono tante azioni, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni, che potrebbero essere messe assieme, potrebbero essere sostenute e incentivate. Messe a sistema, non una contro l’altra ma una per l’altra. Sempre più difficile appare invece creare relazioni su obiettivi comuni e condivisi.
Qui sono stata invitata a scrivere di pratiche che invece possono testimoniare un cambiamento, possono essere spunto per il ribaltamento di stereotipi e la crescita di pensiero. Pratiche alle quali ho contribuito, grazie alle relazioni che attorno a queste si sono create.
A partire dalla nascita di Sinnos – la casa editrice che dirigo – in un carcere, quasi trenta anni fa. Alla fine degli anni ’80, nel Penale di Rebibbia a Roma, un piccolo gruppo di detenuti, italiani e stranieri aveva imparato a impaginare. E voleva costruirsi una possibilità di lavoro, per superare il carcere, per ritornare al mondo, aggiungendo qualcosa. Inutile ricordare qui quanto il lavoro sia elemento fondamentale della nostra repubblica democratica, sia la spina dorsale della nostra Costituzione. Che prevede, con l’art. 27, una pena mirata alla rieducazione. Vi consiglio di leggere su questo Fine pena ora, di Elvio Fassone (Sellerio 2015).
Da quel luogo dimenticato e terribile quale è il carcere, nasce Sinnos, che ha aggiunto qualcosa – come tutti i progetti editoriali che si rispettino – per i giovani lettori.
Ha fatto conoscere loro le storie delle persone che stavano iniziando ad abitare il nostro paese, le loro lingue e le loro tradizioni. Per non generalizzare mai. Per pretendere di comprendere e di scegliere come comportarsi. E oggi continua a farlo, cambiata senz’altro, alla ricerca di letteratura piuttosto che di testimonianza ormai. Ma con un timone ben fermo sulla qualità delle storie, della loro scrittura e delle loro illustrazioni, capaci di portarsi dietro valori e contenuti dai quali eravamo partiti.
I libri hanno questo grande valore: quello di aggiungere senso. Quando sono buoni libri. Trovo importante che persone che stavano saldando il loro conto con la giustizia, abbiano pensato a una casa editrice per ragazzi. Non una casa editrice qualsiasi. E così ho avuto il privilegio di assistere a un bel ribaltamento di stereotipi.
Che i libri possano cambiare molte cose, l’ho vissuto sulla mia pelle. E quando chi, più di ogni altro di noi, ha creduto nel progetto Sinnos e lo ha difeso contro perplessità e scetticismi, se ne è andato, troppo presto, è stato naturale ricordarlo con un progetto legato ai libri.
Dal 2005, ogni anno, Sinnos acquista i migliori libri per ragazzi, li aggiunge al suo catalogo, per fornire di una “Biblioteca di Antonio” una scuola che non abbia accesso ai libri e alla lettura, ma che abbia un progetto ben definito di biblioteca scolastica, che sia lungimirante.
Di luoghi così è piena l’Italia. Non ci sono biblioteche scolastiche. Pochissime biblioteche pubbliche con fondi adeguati. Pochissime librerie indipendenti. Luoghi dove ci sono libraie e librai competenti, capaci di farci conoscere autori che mai avremmo potuto trovare su motori di ricerca, ignorandone nome e opere.
C’è una storia che inevitabilmente doveva intrecciarsi con quella di Sinnos. Quella di Jella Lepman, ebrea tedesca fuggita dalla Germania nazista nel 1938; alla fine della guerra, nel 1945, viene riportata nel suo paese dall’esercito americano con il compito di rieducare donne e bambini. E capisce che solo i libri avrebbero potuto ridare all’infanzia tedesca pensiero e immaginazione. E far sì che quel paese potesse ricostruirsi, rinascere. La storia della Lepman è straordinaria. L’abbiamo tradotta in La strada di Jella. Prima fermata Monaco (Sinnos 2009), e stiamo iniziando a lavorare a una seconda edizione, più ricca di informazioni e speriamo di immagini.
La Lepman non si limita a far nascere la più grande biblioteca internazionale per bambini e ragazzi del mondo, la Jugendbibliothek (www.ijb.de), riconosciuta in tutto il mondo come il più importante centro di studio, di ricerca e di catalogazione della letteratura per l’infanzia, ma fonda IBBY, International Board on Books for Young People (www.ibby.org), in Svizzera, nel 1953. A questo comitato internazionale partecipano 75 paesi nel mondo; la presenza di un paese in IBBY consente anche la possibilità di candidare i propri autori all’Hans Christian Andersen Award , il premio nobel della letteratura e delle illustrazioni per ragazzi. I vincitori italiani per ora sono stati Gianni Rodari e Roberto Innocenti; vi consiglio di dare uno sguardo alle liste e leggere i discorsi di chi lo ha vinto. Vi renderete conto dell’importanza di questo settore dell’editoria.
La sezione italiana di IBBY cura diversi progetti, bibliografie e formazione. E stanno nascendo in questi ultimi mesi comitati locali, che possano sostenere progetti a misura, nella direzione della missione di IBBY.
Tra i progetti più “visibili” vi è senz’altro quello di Lampedusa, avviato nel 2012 che si è articolato attorno a due iniziative: la costituzione di una biblioteca per ragazzi a Lampedusa, dedicata ai bambini e ragazzi che vivono sull’isola e ai giovani ospiti del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza e la realizzazione di una selezione internazionale di Silent Book, in collaborazione con la rete IBBY International e il Palazzo delle Esposizioni di Roma.
La creazione di una biblioteca comunale nell’isola ha una valenza altamente simbolica: Lampedusa è il simbolo di tutti i luoghi remoti dove bambine e bambini, ragazze e ragazzi, non hanno accesso a libri e lettura. A Lampedusa, su 6000 abitanti, ci sono oltre 1000 bambine e bambini, ragazze e ragazzi, tutti lampedusani. Hanno accesso alle nuove tecnologie, hanno tablet e smartphone, ma gli unici libri che aveva- no fino all’arrivo dei volontari IBBY, erano quelli scolastici o messi a disposizione dalla scuola. A Lampedusa non ci sono librerie né biblioteche. Ci sono molte sale gioco, in compenso. Il progetto IBBY Italia che si sta realizzando a Lampedusa è un’occasione per portare all’attenzione delle istituzioni e della società civile i bisogni di chi cresce lontano dalla lettura. Obiettivo del progetto è sostenere l’avvio della biblioteca, con la raccolta e donazione di libri, ma anche la formazione delle tante qualificate voci dell’editoria italiana per ragazzi, per promuovere testi di qualità. Alla biblioteca di Lampedusa sono stati donati più di quattrocento titoli personale. La Biblioteca che verrà è il nome dello spazio in via Roma 34, fino a che finalmente non verrà istituita, ed è stata, soprattutto per la popolazione dei più giovani, una scoperta straordinaria. Io stessa ricordo la fila, alle 7.30 della mattina, nel novembre 2013, di bambine e bambini della primaria, in attesa che noi volontari aprissimo la porta perché potessero prendere un libro, e parlarci, prima di entrare a scuola. Prendere un libro, parlarci. All’inizio il prestito era quasi una scusa per avvicinarci, ma poi i libri li hanno iniziati a leggere davvero e sono diventati ponti, motivo di discussione e condivisione. I volontari degli IBBY Camp si fermano sull’isola una settimana l’anno, generalmente in novembre. A un certo punto, i ragazzi più grandi hanno chiesto di essere formati per gestire in autonomia la biblioteca, almeno un paio di giorni a settimana. Ecco il capovolgimento: da che li lasciavamo cupi e silenziosi, traditi da questo nostro passare, senza fermarci, nel giro di un paio di anni bambini e ragazzi lampedusani sono diventati protagonisti dei loro desideri (e della loro biblioteca). Grande potere dei libri e delle relazioni e dei luoghi che permettono alla lettura e alle relazioni di realizzarsi. Attualmente sappiamo che i lavori nella Biblioteca per Ragazzi di via Roma 34 si stanno concludendo. Si tratta ora di capire a chi ne sarà affidata la gestione.
Lampedusa quindi come un laboratorio, che mostra quello che potrebbe accadere se rimuovessimo gli ostacoli alla lettura e ai libri, se facessimo in modo che i bambini e i ragazzi naturalmente inciampassero nei libri e nelle biblioteche: nelle strade dei territori che abitano, nelle scuole.
Lampedusa è l’isola dell’approdo di tanti minori che vi arrivano dopo viaggi terribili. Era questo il primo nucleo del progetto IBBY Italia, che poi si è andato a fondere con la realizzazione di una Biblioteca Ragazzi, dopo aver scoperto quanti fossero i minori lampedusani. Tutta IBBY Internazionale, attraverso la gestione e direzione della sua sezione italiana, voleva accogliere i bambini migranti con i libri. I libri senza parole (Silent Books) affidando il racconto alle sole immagini, riescono ad annullare ogni barriera linguistica e culturale. Libri particolarmente adatti a stimolare e facilitare l’incontro tra bambini di origini diverse e, al tempo stesso, utili per gettare solide basi per l’apprendimento di un vocabolario delle immagini, veicolo privilegiato nel mondo della comunicazione globalizzata.
La selezione bibliografica attualmente è di 120 titoli, provenienti da oltre 20 paesi di 4 continenti, ogni titolo è arrivato in tre copie una delle quali rimane come fondo presso lo Scaffale d’Arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma, a disposizione di ricercatori, docenti e appassionati; la seconda copia è necessaria per realizzare una mostra documentaria itinerante, che può circolare a richiesta in Italia e all’estero; la terza arriva alla biblioteca di Lampedusa. La raccolta titoli avviene ogni due anni e si arricchisce quindi naturalmente. I libri senza parole sono stati utilizzati con grande efficacia in particolare nell’ultimo IBBY Camp, del novembre 2016.
Sulla storia e le potenzialità del progetto IBBY – Lampedusa potete leggere I tesori della lettura nell’Isola dell’accoglienza, di Elena Zizioli e Giulia Franci (Sinnos 2017).
 Leggere non è facile, ma quando diventiamo lettori allora possiamo essere in grado di interpretare la complessità della vita, possiamo essere capaci di ribellarci alle ingiustizie e di godere della bellezza delle relazioni. E noi, che siamo il presente del nostro futuro, che abbiamo il dovere di dare alla nostra infanzia tutti gli strumenti per essere consapevoli e un po’ felici, dobbiamo difendere e promuovere per loro il diritto di leggere.

Gli obiettivi di IBBY
Promuovere la cooperazione e la comprensione internazionale attraverso i libri per bambini e ragazzi. I libri offrono ai bambini una più ampia conoscenza delle altre culture, degli altri paesi, delle loro tradizioni e valori. In questo modo possono favorire il confronto positivo tra le nazioni e incoraggiare la pace e la tolleranza.
Difendere la possibilità di accesso a libri di grande qualità artistica e letteraria per i bambini in ogni luogo del mondo. La lettura allena il pensiero critico.
L’analfabetismo non è solo un problema nei paesi in via di sviluppo ma anche, sempre di più, delle nazioni industrializzate.
Stimolare la ricerca e lo studio della letteratura per l’infanzia, la produzione e la promozione dei libri per bambini e ragazzi.
Incoraggiare la pubblicazione e distribuzione di libri di alta qualità artistica, letteraria, grafica, editoriale per bambini e ragazzi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Nel cuore di IBBY c’è la convinzione che, per diventare un lettore, ogni bambino abbia bisogno di incontrare buoni libri, ricchi di emozioni, interrogativi, dilemmi, esperienze e linguaggi artistici.
Sostenere la formazione professionale e la cultura di chi lavora quotidianamente con i bambini, i ragazzi e la letteratura per l’infanzia.

3.4. La Biblioteca che verrà–Pratica di cittadinanza attiva
Intervista ad Anna Sardone, insegnante Istituto omnicomprensivo Pirandello di Lampedusa e Linosa

Chi sei e di cosa ti occupi?
Non sono di Lampedusa, ma ci vivo ormai stabilmente da diversi anni. Nel 2003 il Provveditorato agli studi di Agrigento mi ci ha mandato per una supplenza annuale e mi sono innamorata dell’isola che, secondo un percorso comune a molti, mi ha conquistata più che nella versione chiassosa e affollata della stagione estiva che conoscevo da turista, per la bellezza della sua realtà invernale. Inoltre ho scoperto ben presto che è un posto che offre molti stimoli, in cui ci si sente veramente di costruire qualcosa. Molto più di quanto avvenga in altri luoghi, anche cittadini, che sembrano offrire maggiori opportunità, ma dove in realtà, forse, si dà tutto per scontato. Mi hanno conquistato, soprattutto, gli studenti che sembrano avere una marcia in più, un valore aggiunto di sensibilità e affetto.
Insegno italiano, storia e geografia (di ruolo dal 2007) presso la scuola secondaria di I grado nell’unico istituto scolastico delle Pelagie. Si tratta infatti di un istituto omnicomprensivo con classi che vanno dalla scuola dell’infanzia alla scuola secon- daria di II grado con i suoi tre indirizzi: alberghiero, turistico, scientifico. Un plesso distaccato si trova nella vicina Linosa. Gli studenti che frequentano la scuola sono circa 1000. È una popolazione giovane quella di Lampedusa, che conta complessivamente circa 6000 abitanti.
Il fatto di essere una delle poche insegnanti stabili mi impone di assumere, all’interno della scuola, anche incarichi di tipo organizzativo. Sono funzione strumentale e mi occupo della costruzione e attuazione del piano dell’offerta formativa: in sintesi, cerco di individuare strategie e obiettivi per il miglioramento delle competenze dei nostri studenti. Tra i progetti scolastici che organizzo o ai quali aderisco, quelli di promozione della lettura sono i principali.

Raccontaci quando e perché hai cominciato a interessarti al progetto della biblioteca.
Il mio primo incontro con IBBY Italia e con i suoi magnifici volontari è avvenuto 5 anni fa quando Deborah Soria mi propose di attivare una collaborazione con la scuola per l’organizzazione di una settimana dedicata alla lettura. Inoltre mi fu illustrato il progetto per l’apertura di una biblioteca per ragazzi, che potesse essere una risorsa per i numerosi giovani lampedusani e per i giovani migranti di passaggio sull’isola. Contagiata dall’entusiasmo di Deborah e delle altre volontarie, ho accettato di lavorare con loro. Così è cominciata quella che, nel corso di questi anni, è diventata una delle manifestazioni più attese dai nostri studenti di tutte le età, grazie anche al totale e convinto appoggio della Dirigente scolastica e del Collegio dei docenti. Nella settimana di novembre che coincide con la celebrazione dell’anniversario della Convenzione dei diritti dei bambini, i volontari di IBBY si recano in tutte le classi dell’istituto e propongono ai ragazzi laboratori e attività incentrate sui libri e sulla lettura. Ho cominciato così, insieme a studenti e colleghi, a conoscere e apprezzare il lavoro dei volontari e le finalità dell’associazione. Anzi io stessa vi ho aderito.
Nel frattempo ha preso corpo il progetto della biblioteca per bambini e bambine. L’unica biblioteca, se escludiamo quella piccola e un po’ datata della scuola. Mi pare importante precisare che sull’isola non esisteva, e non esiste neanche oggi, una libreria. Semplicemente a Lampedusa non si leggeva, né tanto meno era avvertita l’esigenza che ci fosse uno spazio per bambini e ragazzi per attività legate ai libri!
Viene individuato un locale da parte dell’amministrazione comunale e lì i volontari sistemano i libri che hanno provveduto a raccogliere: libri per ragazzi, albi illustrati e i bellissimi Silent Books, libri senza parole. I libri sono selezionati da editori, librai, autori e illustratori tra la migliore produzione per l’infanzia.
Nei primi due anni la “Biblioteca che verrà” – così l’abbiamo chiamata in attesa della sua esistenza definitiva e della ristrutturazione che il Comune promette in tempi brevi – rimane aperta solo in quella settimana di novembre, sede di letture ad alta voce e di laboratori artistici e base logistica dei volontari.

Come hanno reagito i ragazzi dell’isola? E i migranti?
I ragazzi lampedusani si sono avvicinati con interesse e passione e sono diventati essi stessi volontari, partecipando a pieno titolo a tutte le attività. È proprio da un gruppo di studenti del liceo che nasce l’idea di fare funzionare la biblioteca durante tutto il resto dell’anno.
Ancora non c’erano tutti i libri, la sede non era stata ristrutturata, ma non mancava la buona volontà e la fantasia! Davanti a una richiesta così appassionata e pressante, insieme ad alcuni adulti abbiamo deciso di provare. La biblioteca per bambini e ragazzi di Lampedusa, dunque, è aperta ogni mercoledì e ogni sabato, dalla fine di novembre 2014.
Certo non ci aspettavamo i risultati che abbiamo ottenuto; soprattutto non immaginavamo tanta disinvoltura da parte dei bambini nell’accostarsi a qualcosa di total- mente nuovo per loro. Già dal primo periodo di apertura, la presenza di ragazzi venuti a fare la tessera e a prendere libri in prestito è stata massiccia. Il gruppo di volontari ha avuto da subito il suo bel da fare e, con entusiasmo e positività, non si è certo tirato indietro: letture per i più piccoli, consigli ai più grandi, dei veri bibliotecari! Gli adulti (sempre pessimisti) pensavano: “è l’entusiasmo dei primi giorni, poi ci sarà un calo”. Nelle settimane successive il calo non c’è stato, anzi, sono aumentati i tesserati, i prestiti, i volontari, le maestre con i loro alunni, i genitori che accompagnano i loro bimbi e trascorrono i pomeriggi in biblioteca, anche adesso che ci siamo spostati in un locale alternativo in attesa della fine dei lavori di ristrutturazione. Non abbiamo mai saltato un giorno di apertura: nonostante gli impegni professionali o familiari dei volontari adulti, è stata garantita sempre la presenza di qualcuno e l’efficienza del servizio. Abbiamo cominciato a organizzare piccoli laboratori artistici e letture animate per gruppi di bambini. La biblioteca è diventata il loro spazio, dove entrano con spontaneità e naturalezza, dove leggono, ascoltano, giocano, disegnano, inventano… e crescono!
Capita (non spessissimo, ma qualche volta) che si fermino i ragazzi ospiti del centro di accoglienza e che chiedano di poter leggere qualcosa. I nostri volontari scelgono con loro libri in francese, in inglese, in arabo o… senza parole. Li leggono insieme, traducono in italiano, loro ricambiano insegnando qualche parola nella loro lingua. Tutto avviene con naturalezza e allegria. Impossibile organizzare qualcosa di più strutturato: la maggior parte delle volte sono passaggi veloci quelli dei migranti a Lampedusa.
La particolarità e la forza della biblioteca è che a gestirla sono loro, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze di Lampedusa. Noi adulti li aiutiamo, ma i veri protagonisti sono loro. Come lettori sono diventati ogni giorno più esigenti: fanno richieste precise secondo i loro interessi. Oggi i tesserati sono più di 700, i prestiti circa 1900. Un vero successo, per un’isola dove non si leggeva!

Quali sono le prospettive per il prossimo futuro?
Non sappiamo bene cosa succederà nel futuro. Siamo in attesa che l’amministrazione comunale completi l’iter burocratico per l’attribuzione del servizio. Forse non sarà IBBY a gestire la biblioteca. Quello che tutti ci auguriamo è che non si perda un’esperienza importante e forse unica nel suo genere. Una pratica di cittadinanza attiva che coinvolge i giovani lampedusani e che arricchisce tutta la comunità.

3.5. Le parole giuste della Biblioteca della Legalità
di Michele Altomeni, presidente Fattoria della Legalità

“La mafia non esiste!”. Per decenni lo hanno detto i mafiosi, lo hanno ripetuto i politici loro amici e lo hanno confermato giornalisti distratti. Dovette morire Pio La Torre perché fosse approvata la sua proposta di legge in cui era scritto chiaro e tondo che la mafia esiste. E c’è scritto anche, in quella legge, che lo Stato, ai mafiosi, confisca i patrimoni.
E furono altre tragedie, la morte dei giudici Falcone, Borsellino e Morvillo e delle loro scorte, a convincere il Parlamento, sollecitato da un milione di firme raccolte dall’associazione Libera, a portare alcuni miglioramenti a quella legge, affermando che i beni dei mafiosi, oltre a essere confiscati, debbono essere riutilizzati con finalità sociali.
Ne sono passati di anni, eppure, non molto tempo fa, abbiamo dovuto sentire l’allora presidente della Regione Lombardia affermare che sì, la mafia esiste, ma non al Nord, è roba di siciliani, calabresi, campani…
Proprio nella ricca e laboriosa Lombardia, tra Erba, Lecco e Como, gomito a gomito con la ’Ndrangheta, checché ne dica l’allora presidente, operava una mafia locale seminando violenza per raccogliere ricchezze. Finché non li hanno beccati. A quel punto però il boss e la sua famiglia si erano trasferiti in campagna, nelle ridenti colline marchigiane, a Isola del Piano, un paesino di 600 anime. E, neanche a dirlo, nemmeno nelle Marche la mafia esiste.
Il casolare, come previsto dalla legge promossa da Libera, è stato assegnato al Comune, e da questi a un’associazione di volontariato che l’ha trasformata nella “Fattoria della Legalità”. Ma non ci sono animali, almeno per ora, non si coltiva la terra, per adesso. Si piantano idee, si semina cultura, si allevano speranze. È una casa dell’antimafia sociale, l’antimafia che nasce dal basso, dalla gente comune. Qui vengono ogni anno decine di classi di scuole di ogni ordine e grado, a sentirsi dire che la mafia in realtà esiste, ma ognuno può fare qualcosa per farla esistere di meno. E durante l’estate si organizzano campi di lavoro e di studio. E feste. La Fattoria è una stella. Puoi anche non andarci mai. Ma sai che c’è, e tanto basta a sentirti parte di una famiglia. Così ogni tanto arriva qualcuno con un’idea in tasca e pian piano quell’idea prende vita. Attira altre persone che cominciano a coltivarla.
E così è nata anche la Biblioteca della Legalità. Fin dall’inizio una storia alla rovescia. Sì, perché alla Fattoria un giorno è arrivata una grande libreria, dono della CGIL e di un mobiliere. Una libreria vuota, se la guardi, è come un bimbo affamato. Ti stringe il cuore e senti subito il bisogno di nutrirlo. E così, Elisabetta e Valeria, magistrati dell’ANM di Pesaro, hanno proposto di riempirla di libri per ragazzi. Abbiamo chiamato altri amici che di libri se ne intendono: IBBY Italia, il Forum del Libro, l’Associazione Italiana Biblioteche, l’ISIA di Urbino, editori, scrittori e appassionati lettori.
Il “manifesto” che ha unito tutti questi soggetti dice che “il progetto vuole diffondere la cultura della legalità, della responsabilità e della giustizia tra le giovani generazioni, attraverso la promozione della lettura, nella convinzione che le storie abbiano un ruolo fondamentale nella comprensione della realtà e siano strumenti utili anche per promuovere questi valori al fine di costruire un immaginario condiviso all’interno del quale il principio di vivere nella legalità acquista una centralità fondamentale”.
Da questo paiolo magico è nata una prima bibliografia di 101 titoli, dai libri illustrati per bambini più piccoli ai romanzi per i più grandicelli, ma anche fumetti, saggi e storie vere.
Quando i libri sono arrivati abbiamo capito subito che quel tesoro di parole non potevamo lasciarlo sugli scaffali in attesa che qualcuno venisse a sfogliarlo. E allora le abbiamo dato un nome. Bill, che sta per Biblioteca della Legalità, ma con una L in più per Libera, che non è solo un richiamo all’associazione di don Ciotti a cui ci sentiamo legati, ma anche al fatto che pur avendo nella Fattoria la sua casa, per lo più viaggia e incontra persone. Soprattutto bambini, alunni di scuole elementari e medie che durante l’anno scolastico decidono di ospitarla per un periodo ed entrare in quelle storie per tirarne fuori ciascuno i pensieri e i sogni che vuole.
Bill è di quelle creature ribelli che vogliono subito imparare a camminare con le proprie gambe e ampliare gli orizzonti. Così come le sono subito parsi stretti gli scaffali e le pareti della Fattoria della Legalità, ha ben presto alzato lo sguardo oltre le colline e i fiumi della provincia di Pesaro e Urbino. Ha allargato la famiglia trovando altre reti di persone, enti e associazioni pronte ad accoglierla e darle nuove case e strade da percorrere. Ed ora Bill è un’idea che si sta diffondendo in tutta Italia. Ne sono già nate ad Ancona, Padova e Alessandria. Ne stanno nascendo a Roma, Sabaudia, Piandimeleto, San Benedetto del Tronto… e a noi della Fattoria è già chiaro che nessuno potrà più fermarla.
È libera di andare dove vuole la nostra Bill, nasce per questo, per viaggiare e portare a spasso le sue storie. Però la sua forza è la rete, l’unione di tante idee e mani. Per questo ci siamo dati strumenti e occasioni per non perderci mai di vista e raccontarci sempre i paesaggi attraversati.
Per esempio, all’inizio di ogni anno scolastico organizziamo un incontro. Lo chiamiamo “Corso di formazione”, ma questo nome non rende l’idea del vortice di emozioni e di belle relazioni che ogni volta si creano. Vi partecipano gli insegnanti che vogliono ospitare la Bill, ma anche i referenti delle varie reti nate o nascenti in giro per l’Italia. A fine anno festeggiamo il ritorno a casa di Bill organizzando una giornata di giochi e creatività alla Fattoria con le scolaresche che hanno ospitato i libri. Sul sito e sulla pagina Facebook lasciamo traccia delle varie avventure.
Nel frattempo Bill è cresciuta. La bibliografia è passata da 101 a 202 libri. Anzi, a dire il vero sono 203, perché proprio in questi giorni è andata in stampa un’antologia interamente dedicata a lei.
La storia continua ma, piuttosto che scriverla, invitiamo te che hai appena letto questo articolo ad aggiungerne un pezzo facendo nascere anche vicino a te una Bill.

Per saperne di più:
Facebook: biblioteca della legalità info@bibliotecadellalegalita.it

Un’antologia dedicata a Bill
Parole, figure, libri per narrare ai ragazzi responsabilità, diritto, giustizia, dignità
I libri di una speciale biblioteca che vuole diffondere la cultura della legalità tra le giovani generazioni, attraverso la promozione della lettura, sono i protagonisti di Bill Biblioteca della Legalità.
Parole, figure, libri per narrare ai ragazzi responsabilità, diritto, giustizia, dignità, un libro, una antologia che offre una polifonia di voci, di parole e immagini, che intreccia scritture.
Storie firmate da magistrati, da scrittori, da editori, da figure diverse della società civile che, pagina dopo pagina, dichiarano lo spirito libero di Bill mentre IBBY Italia, in accordo con il Gruppo Bill, cura la regia del tutto. Intesse i fili, attesta l’esistenza di una comunità in un indice che accompagna il lettore nella lettura, offrendo parti- colari stazioni di posta in cui fermarsi a riflettere, a pensare, a sognare.
Bill è una pubblicazione che dichiara l’importanza della circolazione delle storie, delle narrazioni che si trasmettono da una persona a un’altra, che circolano come circolano i libri, passando di mano in mano.
Si propagano le idee, prendono forma i pensieri.
Un’antologia per tutti, grandi e piccoli assieme, dentro e fuori dalla scuola, dalla biblioteca, dalla famiglia, dalle aule di giustizia e in molti altri luoghi ancora, perché le storie qui contenute possano raccontare altre storie in un processo germinativo che vede le sue radici in parole importanti quali libertà, diritto, bellezza.
Silvana Sola Presidente IBBY Italia

Bill biblioteca della legalità Parole, figure, libri per narrare ai ragazzi responsabili- tà diritto, giustizia, dignità, Bologna, Giannino Stoppani, 2017.

3.6. Biblioteca Collina della Pace–Un mondo di opportunità per una vita migliore
 di Paola Tinchitella, bibliotecaria

Inaugurata il 23 aprile 2016 da Biblioteche di Roma, la Biblioteca Collina della Pace si erge sulla cima di una collina, per anni abbrutita da un ecomostro e dimenticata dal mondo, quale icona del bene che vince sul male, della legalità che schiaccia l’illegalità, della forza benefica data dall’unione dei cittadini e delle istituzioni per raggiungere un obiettivo comune e condiviso.
Una biblioteca e un centro di aggregazione per sottolineare, proprio in questi spazi comuni, il segnale forte di ciò che si può ottenere da un bene confiscato alle mafie, grazie all’impegno di ogni cittadino singolo o associato. La sua partenza è da ricercare in un legittimo desiderio di riqualificare la Borgata, il suo successo nella scelta di intraprendere il percorso attraverso la promozione e diffusione della cultura, con particolare attenzione alla diversità, all’intercultura, all’inclusione, al sociale. Uno strumento nelle mani di adulti responsabili che operano per seminare e far crescere nei ragazzi la cultura della legalità, la cura dell’ambiente circostante, l’attenzione verso i deboli e gli indifesi, l’inclusione di ogni soggetto a tutti i livelli.
I bibliotecari non si sono trovati soli nell’ideare e progettare attività e servizi destinati al territorio, attività e servizi che avevano come strumento centrale la promozione del libro. Grazie alla rete territoriale attivissima, preesistente alla nostra apertura, si sono potuti definire – in un anno di vita della Biblioteca – molteplici progetti che hanno coinvolto scuole, singoli cittadini, piccole e grandi associazioni che da sempre perseguono azioni di sostegno alla cultura della legalità in senso lato, della difesa delle minoranze, della prevenzione e del supporto all’ambiente e alla salute collettiva. In poche parole l’obiettivo è il bene comune!
Per la settimana di festa, dedicata all’apertura nell’aprile del 2016, non a caso è stato coniato il titolo Un mondo di opportunità per una vita migliore, pieno di promesse per questa estrema periferia che nasconde substrati di povertà assoluta affiancati da un grande bisogno di riscatto. Le attività che si sono alternate da mattina a sera hanno affrontato, in maniera ludica o laboratoriale per i più piccoli e sotto forma di incontri di formazione, laboratori e conferenze per gli adulti, i temi di legalità, beni confiscati, diritti umani, ambiente, che sono stati di orientamento anche per tutte le attività progettate in seguito, in un continuo confronto con insegnanti, ragazzi e genitori, associazioni, enti pubblici e privati.
Proprio nell’ottica dell’attenzione ai territori di confine e al disagio connesso a questa condizione, la Presidenza del Consiglio ha voluto che il Protocollo d’intesa e dei meccanismi di gestione del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile fosse presentato a Collina della Pace.
Questa realtà così attesa e oggi molto amata è una promessa mantenuta per i 3000 studenti che la popolano e, se analizziamo i tanti progetti messi in campo in questo primo anno, quello che sicuramente ha fatto la differenza nell’educazione e nella crescita di valori indiscussi per una società civile è stato mettere al centro il confronto e il rispetto reciproco, guardando al passato per migliorare il presente e garantire a tutti un futuro dignitoso. Tutti, ragazzi e adulti, sono stati maestri e alunni, dedicando anche parte del loro tempo libero per lavorare gomito a gomito a progetti comuni.
Tra i tanti, ricordiamo due progetti che hanno coinvolto gli Istituti comprensivi del VI Municipio di Roma: Ribelli della montagna con proiezioni dedicate, mostre e vetrine, incontri con gli ultimi partigiani ancora viventi e gli enti che ne custodiscono la memoria, e Leggo di te, leggo di me, partito nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che ha trovato nell’inclusione del maschile e femminile il leitmotiv per prevenire la violenza, dichiarando chi siamo e cosa proviamo senza preoccuparci di sentirci fragili, maschi e femmine, anziani e bambini. Anche questo è un passo verso giustizia e legalità per imparare a distinguere tra male e bene, scegliere senza compromessi, riconoscere gli abusi e i soprusi, rifuggire l’ambiguità di una relazione malata che non rende felici e tantomeno liberi.
Tanti incontri e la scoperta della necessità di aprire all’interno della Biblioteca lo Sportello d’Ascolto Collina della Pace: una risposta al bisogno di sentirsi accolti senza condizioni, pregiudizi.
È stato dedicato spazio anche alle mamme in attesa e ai piccolissimi, con tante letture animate nell’ambito del progetto nazionale Nati per Leggere.
Abbiamo poi dedicato la Mediateca un giorno a settimana all’alfabetizzazione infor- matica di soggetti con disabilità cognitive medio-gravi coinvolgendo, in veste di tutor, anche gli studenti dell’Alternanza Scuola Lavoro. Anche questi sono passi importanti verso l’integrazione e la cooperazione per una società equilibrata nella condivisione del patrimonio culturale e del bene comune.
La cultura della legalità è da sempre la ragione d’essere di questa nostra realtà e del territorio che la circonda, il parco antistante la Biblioteca è stato intitolato a Peppino Impastato, giornalista e attivista ucciso dalla mafia, il cui ricordo è particolarmente caro agli studenti e alle associazioni di Quartiere. Fin dall’inizio, molte delle attività con i ragazzi sono state dedicate a questo filone, fra queste una maratona di lettura sul libro di Alessandro D’Avenia Ciò che inferno non è che ha visto utenti di tutte le età avvicendarsi alla lettura in sequenza delle pagine dedicate a Don Pino Puglisi.
Tutte azioni che trovano faro e guida in questa grande voglia di abbattere muri lasciando che la legalità innondi le nostre piccole e grandi scelte, facendo sì che lealtà e giustizia crescano insieme ai nostri figli e camminino con loro. Ogni persona entrata in Biblioteca dal 23 aprile ad oggi aveva negli occhi questo bisogno di partecipare al cambio di rotta, di rendersene protagonista. Lo stesso sguardo era nei nostri occhi di bibliotecari quando Silvana Sola e Della Passarelli, incontrando la nostra realtà l’hanno riconosciuta degna di essere una Bill – Biblioteca della Legalità per Roma e Lazio.
Ora tutti, bibliotecari, associazioni, studenti, insegnanti, cittadini attendiamo trepidanti la Biblioteca della Legalità a Collina della Pace, prevista per settembre 2017. Siamo tutti pronti a fare la nostra parte e a dare il nostro prezioso contributo. Anche questa sarà una bella sfida e ci vedrà coesi nel raggiungimento del bene comune. Avere cura delle periferie, delle aree e dei soggetti svantaggiati resta il nostro primo obiettivo e riconosciamo in Bill la prima prevenzione per la salute culturale e sociale delle generazioni future: liberi di leggere, liberi di scegliere.

3.7. Libri Sotto Casa, libreria itinerante in bicicletta
Intervista a Luca Ambrogio Santini, libraio

Raccontaci chi sei, cosa facevi e come ti è venuta in mente l’idea di una libreria viaggiante.
Diciassette anni fa, all’alba dei miei quarant’anni, decisi di cambiare decisamente vita. Oltre a sposarmi e diventare padre, ho scelto di lasciare il lavoro fisso per diventare imprenditore di me stesso trasformando in attività lavorativa due mie passioni: i libri e i dischi. Ho aperto una libreria in un quartiere di Milano che non ne aveva più alcuna, davanti al neonato Teatro Auditorium, casa dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi. Vendevo anche cd, avevo 45 metri quadri, un microstore di quartiere (era l’epoca in cui stavano aprendo ovunque enormi megastore).
Dopo tredici anni e diversi tentativi per salvarla ho dovuto cedere alla crisi economica e alla crisi di lettura e ho chiuso. Non volevo perdere tutti quegli anni di esperienza, lavoro e contatti con il territorio e volevo continuare a fare questo bellissimo mestiere senza i costi fissi a cui un negozio costringe. Ho scoperto il “commercio itinerante”, solitamente utilizzato dai caldarrostai o dai venditori di fiori agli angoli delle strade e l’ho unito a un’altra mia passione: la bicicletta. Così ho inventato la prima libreria itinerante a pedali, LibriSottoCasa, che da poco più di un anno è dotata anche di una rossa fiammante cargo bike chiamata Libretta, la libreria in bicicletta.

Cosa è di preciso “LibriSottoCasa”? Come sono organizzate le tue giornate? Dove trovi i clienti?
LibriSottoCasa è un tentativo di mantenere umano il rapporto tra libraio e lettore in questo periodo storico, caratterizzato dall’enorme successo delle vendite online. I miei clienti ordinano i libri via telefono, e-mail o incontrandomi per strada, ed io nel più breve tempo possibile provvedo al reperimento e alla consegna a casa o appunto sotto casa, cioè in una serie di negozi di vicinato che mi aiutano in questo. Tutti i giorni quindi vado dai grossisti per ritirare i libri ordinati e posso così vedere di persona tutte le uscite e le novità delle maggiori case editrici. Questo è molto utile per continuare a dare anche consulenza e consiglio: la parte più bella ed emozionate del mio lavoro. Posso creare una mia proposta tra le novità in uscita che porto sulla mia Libretta agli angoli delle strade del mio quartiere o molto più spesso a eventi della mia zona: presentazioni, incontri culturali, mostre, concerti, mercati, feste di piazza.
Un altro aspetto positivo importante che ha portato questo cambiamento, oltre all’abbattimento delle spese fisse, è il non avere più orari rigidi. Posso amministrare i tempi della mia giornata in maniera molto più libera e quindi trovare più spazio da dedicare alla mia famiglia.
La maggior parte dei clienti me li porto dietro dall’esperienza della vecchia Libreria Largo Mahler, ma molti sono anche nuovi, probabilmente affascinati da questo modo diverso di ricevere i libri direttamente da un libraio con cui poter anche scambiare pareri e impressioni sui libri e non solo. Rinunciano per questo anche agli sconti importanti che la concorrenza online può proporre.

Quali sono le tipologie di libri che ti vengono più richiesti?
Non ci sono generi più richiesti, anche perché le quantità di venduto non sono altissime (rispetto a quando avevo il negozio ovviamente le vendite sono molto diminuite). Diverso è ciò che vendo sulla mia libreria ambulante: lì propongo molti libri per bambini e narrativa, più una piccola specializzazione sui libri che trattano di mobilità dolce, o meglio di urban bike, tutto ciò che concerne il muoversi in bicicletta in città. Inoltre tendo sempre a proporre piccolissimi editori, con cui ovviamente esiste un’affinità.

Ti occupi anche di libri per ragazzi?
Certamente sì. Da quando ho incominciato a fare il libraio ho tessuto una serie di rapporti importanti con le scuole del quartiere. In molte di esse organizzo settimane del libro in cui per diversi giorni una libreria si sposta a scuola, i bambini per una volta possono scegliere i libri che preferiscono e hanno anche l’occasione di incontrare scrittori e illustratori. Mi piace molto il mondo dell’editoria per ragazzi, che è anche uno dei settori meno in crisi in assoluto.

Raccontaci qualche episodio particolare (la richiesta più strana, il luogo di consegna più lontano e/o più “lontano” dall’idea di lettura…)
Non mi vengono in mente episodi da segnalare, diciamo però che la caratteristica della mia attività, ma lo è in generale per i librai indipendenti, è quella di non arrendersi davanti ai difetti del mercato e tentare sempre di soddisfare il cliente, anche nei casi più difficili. Magari bisogna ordinare un libro da pochi euro a una piccolissima casa editrice in Sicilia e le spese di spedizione superano il margine di guadagno della libreria. Ma lo si fa perché il nostro è un servizio. Vedere la soddisfazione di una persona che si è riusciti ad accontentare nonostante sapesse della difficoltà di reperimento del libro è impagabile.
A casa degli anziani mi capitano le scene più emozionanti: c’è chi mi offre un caffè, chi un bicchierino, tutti mi fermano per chiacchierare un po’.
Spesso mi capita di consegnare libri presso uffici o imprese le più diverse. Oltrepassare certe cancellate di multinazionali con la mia biciclettina, per di più per consegnare dei libri, oggetti anomali lì dentro, è certo un’esperienza strana, diversa. Vengo a conoscere mondi a me molto lontani, ma spesso persone interessantissime.

È ancora necessario documentare, raccogliere e creare luoghi (intendendo con luoghi anche un’esperienza come la tua) in cui il libro sia al centro e diventi strumento oltre che di conoscenza anche di relazioni e superamento delle differenze? Cosa ne pensi? Il libro, secondo la tua specifica esperienza, è ancora un ponte, come diceva Jella Lepman, per immaginare un futuro nuovo?
Il libro è un oggetto che può aiutare a soddisfare i bisogni delle persone, esattamente come del buon pane di un capace fornaio o i giusti chiodi di un esperto ferramenta, ma il libraio, come il bibliotecario, ha un ruolo diverso, non soddisfa solo quel bisogno del cliente, gliene propone di altri, gli propone “il mondo”. Attraverso la lettura si arriva dappertutto, si viaggia nel tempo, nello spazio, ma soprattutto dentro se stessi.
Ci sono sempre meno librerie, meno edicole e meno biblioteche, ma l’uomo non ha mai letto tanto come in questo periodo. Solo che non legge libri ma legge su supporti elettronici, si informa sui social network e lì interviene su tutto come non si è mai fatto nei tempi passati. Ma questa è una cultura spezzettata, e la scuola ci mette del suo: noto che i giovani di oggi non sempre hanno il senso del tempo e dello spazio.
Dobbiamo aiutare le persone a tornare al libro, che sia cartaceo o digitale, perché è un’esperienza che non ha eguali.
Quindi è importantissimo il ruolo del libraio indipendente che deve essere da sprone ai lettori e tra gli indipendenti quella manciata di itineranti (in Italia siamo sei o sette) che portano i libri alla gente, che li fanno uscire dai luoghi accademici.

3.8. La Grande Fabbrica delle Parole–Parole per tutti, nessuno escluso
di Francesca Frediani, responsabile de La Grande Fabbrica delle Parole

I muri sono il contrario dei ponti. Impediscono di guardare al di là. Non si possono attraversare. Rendono quello che c’è dall’altra parte inaccessibile.
Alcuni bambini davanti alla parola scritta, ai libri, ai luoghi della cultura trovano dei muri. Invisibili, ma ugualmente inesorabili.
Sara è ipovedente. Prende un libro, lo avvicina agli occhi e lo rimette sullo scaffale scuotendo la testa.
Xiao è arrivato in Italia da poco. Ha nove anni, e non sa scrivere né in italiano né nella sua lingua di origine. Non parla: sta chiuso in un silenzio che è allo stesso tempo un riparo e una prigione.
Davide disegna molto bene. Quando gli suggerisco di andare alla pinacoteca di Brera, per copiare i disegni dei grandi artisti e imparare da loro, mi risponde che lui a Brera non ci può andare. Lo caccerebbero fuori, dice, perché non è posto per lui.
Sara e Xiao li ho incontrati a La Grande Fabbrica delle Parole, il laboratorio di scrittura di Insieme nelle Terre di mezzo Onlus di cui sono responsabile, che si occupa soprattutto di bambini e ragazzi a rischio di marginalizzazione culturale. Davide è il motivo per cui faccio questo mestiere. L’ho conosciuto anni fa in una scuola forte- mente “di frontiera” dell’hinterland milanese e le sue parole non le ho mai digerite. Mi ha fatto capire quanto siano reali ed efficaci le pareti invisibili che impediscono l’accesso ai luoghi della cultura.
La Grande Fabbrica delle Parole non è solo un laboratorio di scrittura, in cui imparare a conoscere i libri mettendosi in gioco in prima persona. È soprattutto un incessante lavoro di smantellamento di barriere. Ha sede a Milano e lavora principalmente con i bambini e i ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado.
Per raggiungere le scuole con gli alunni più a rischio e non creare disparità di accesso i suoi laboratori sono gratuiti.
Dal 2009 a oggi più di 7000 bambini e ragazzi hanno partecipato gratuitamente ai nostri laboratori, grazie anche alla qualificata e appassionata presenza dei nostri tutor-volontari.
La metodologia riprende il modello di 826 Valencia, scuola di scrittura non profit creata dallo scrittore Dave Eggers e dall’educatrice Ninive Calegari a San Francisco. Siamo stati i primi, nel 2009, a portare questo modello in Italia, e l’abbiamo integrato con l’eccellenza italiana (Rodari, Munari, Lodi, Montessori). Abbiamo lavorato e lavoriamo perché ogni attività sia totalmente inclusiva, accessibile e fruibile con soddisfazione da qualsiasi livello di competenza linguistica e cognitiva.
Sono tante le attività di scrittura, e ogni anno ci arricchiamo di belle ed eclettiche collaborazioni (dal rapper Dydo Huga Flame al Museo degli strumenti musicali antichi del Castello Sforzesco, dal Museo del Novecento ai Cracking Art, da Accaparlante e il Pio Istituto dei Sordi a Dave Eggers).
Al laboratorio i bambini trovano insieme le parole per raccontare la propria storia, si danno il permesso di sbagliare – perché gli errori raccontano di strade nuove che hanno provato a percorrere, invece di accontentarsi di quelle già segnate –, fanno esercizio del diritto all’espressione, sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Insomma, vivono la cultura nel suo significato più profondo, quello di territorio di ascolto reciproco, di arricchimento di senso, in cui ogni singola storia conta perché unica.
Quello che facciamo noi adulti è semplicemente rimuovere gli ostacoli che si frappongono tra i bambini e la gioia di raccontarsi con la propria voce autentica. Alcune volte si tratta solo di sedersi alla loro altezza, invece di “troneggiare” dall’alto, per eliminare una distanza che alcuni di loro traducono in aspettative a cui conformarsi. In altri casi la sfida è più difficile. Per ogni bambino bisogna trovare la parola giusta, o il silenzio giusto che lo faccia sentire accolto.
Altre volte bisogna individuare, ad esempio, l’ausilio tecnologico che aiuti Sara a ingrandire le pagine del libro che ha preso in mano, in modo che possa leggerlo per davvero e non debba rimetterlo sullo scaffale.
Abbattere muri.
Ne vale la pena, perché i bambini ci riportano ogni giorno non solo al senso autentico della scrittura, ma anche al senso autentico delle cose.
Per questo voglio concludere con i versi di un grande poeta, che ha appena imparato ad allacciarsi le scarpe:

“Io sono
l’odore dell’acqua
e il rumore del cielo”.
Omi, 9 anni

Per saperne di più: www.grandefabbricadelleparole.it

3.9. Storie per tutti
di Belén Sotelo Fernández, educatrice

La genesi del progetto
Qualche tempo fa ero immersa nella lettura di un libro che evidenziava, sulla base di svariate ricerche, come “i bambini con disabilità della comunicazione siano esposti meno dei coetanei sia al linguaggio orale che alla narrazione orale e alla lettura ad alta voce […] i bambini con disabilità e complessi bisogni comunicativi sono quelli che avrebbero più vantaggi dall’essere esposti alla lettura ad alta voce non prestazionale, anche molto precocemente, e che hanno più bisogno del ‘su misura’ e che spesso sono invece quelli a cui meno si legge, più tardi, e per i quali non si trovano mai libri adatti”.
Interessata da tempo alla accessibilità dei libri per l’infanzia, ora mi trovavo a interrogarmi sull’accessibilità alle letture ad alta voce, come diverse facce della stessa moneta.
Spesso nelle biblioteche ci sono iniziative di letture ad alta voce, talvolta in diverse lingue, letture tematiche per la ricorrenza di eventi, oppure eseguite con diverse modalità di “messa in scena”; ma queste letture, quanto o in che modo sono pensate per essere fruibili da bambini con disabilità? Qual è l’offerta culturale pensata per questi bambini, sia in termini quantitativi che qualitativi? I dati delle ricerche che parlano di bambini con bisogni comunicativi complessi, possono essere estendibili anche ai bambini con altri bisogni speciali?
È così che nel 2016 ha preso vita “Storie per tutti”, un progetto di letture ad alta voce accessibili, per bambini tra i 3 e gli 8 anni. Dopo una prima edizione sperimentale molto positiva di 3 appuntamenti è stata realizzata una seconda edizione con 20 ap- puntamenti itineranti per Bologna e comuni limitrofi (nonché appuntamenti straor- dinari, come ad esempio alla Fiera Bookcity di Milano).

Perché “Storie per tutti”?
Crediamo che l’accesso alla cultura e all’arte in tutte le sue forme sia un diritto di tutti e che esse debbano essere pensate prendendo in considerazione le diverse abilità. E così Storie per tutti nasce con l’intento di offrire ai bambini un’occasione inclusiva rendendo lo spazio/tempo del racconto un momento piacevole e fruibile da tutti, anche per chi non accede al libro e alla lettura in modo convenzionale. A tal fine vengono diversificati le modalità e gli strumenti comunicativi per rendere la lettura accessibile e coinvolgente con strategie di comprovata efficacia.
Riteniamo che le letture ad alta voce siano importantissime per qualsiasi bambino durante la prima infanzia per tutte le valenze che esse assumono, legate a modelli di comunicazione positivi e affettivi. Secondo Laura Anfuso, studiosa di letteratura per l’infanzia: “Leggere ad alta voce ai bambini è importante perché sollecita il loro desiderio di esplorazione e di scoperta, sviluppa la costruzione autonoma di un’immagine del mondo e di se stessi, favorisce la conoscenza di qualcosa di cui non sapevano di aver bisogno, nutre la capacità di dare un nome ai sentimenti, consente l’espressione libera e consapevole delle emozioni, nutre il bisogno di silenzio, di ascolto, di accoglienza reciproca, di un confronto aperto con gli altri”.
Questo progetto vuole essere un modo per dare una risposta alla mancanza di accessibilità alle letture ad alta voce e vuole promuovere l’accessibilità come fondamento della civiltà e della cittadinanza. In più vuole favorire una visione del ruolo sociale della persona disabile come cittadino attivo e favorire la sua partecipazione alla vita quotidiana della comunità.
Ci sembra importante poter offrire, soprattutto alle famiglie con bambini con disabilità, altri contesti dove poter vivere esperienze piacevoli durante il tempo libero, essendo spesso le esperienze di questi bambini, al di là della propria casa o la scuola, abbastanza limitate.

 Ecco qui le parole di Emma, la mamma di un bambino che ha partecipato alle letture:
“Sono la mamma di un bambino con autismo di 6 anni, di nome Vittorio. I giorni più complicati sono per noi il sabato e la domenica, quindi cerchiamo sempre nuovi contesti e nuove situazioni per poter arricchire queste giornate per mio figlio. Vittorio inizialmente è stato accompagnato per questo percorso dalla nonna. Già dal primo incontro la nonna mi riferisce di un ambiente molto sereno, rilassato, adeguato ai tempi di attenzione di suo nipote, dichiarando tanta gioia nel vederlo molto interessato. Le letture successive sono risultate ancora più coinvolgenti. È ormai diventata una piacevole abitudine mia e di mio figlio seguire Storie per tutti. Sono rimasta affascinata dalla loro presentazione sulle intenzioni del percorso: ritenere che l’arte e la lettura siano diritti per tutti. Posso affermare che con questo percorso ciò è stato ampiamente garantito a mio figlio. Penso che vi siano tante esperienze di lettura con i bambini, ma in Storie per tutti ho notato la volontà, la competenza, la formazione per saper narrare anche ai bambini con fragilità. È una gioia immensa vedere tutta l’attenzione e l’interesse che ha mio figlio nel seguire le Storie”.

“Storie per tutti”… dove?
La volontà di portare questo progetto in luoghi pubblici e di coinvolgere individui svantaggiati e non risponde al desiderio di fare di questo momento un tempo prezioso di incontro, di socializzazione, di coesione della comunità agendo anche come opera di integrazione culturale e intergenerazionale e di sensibilizzazione empatica verso la diversità, cioè di legittimazione di rappresentazioni diverse.
Così, attraverso i nostri appuntamenti itineranti, le Storie sono arrivate a diverse biblioteche, spazi lettura, ma anche a luoghi più inusuali come parchi pubblici, ReMida Terre d’Acqua (centro di riuso creativo dei materiali di scarto aziendale) oppure al Galaxy, struttura per l’accoglienza di famiglie con problematiche abitative in cui abitano un gran numero di famiglie migranti e dove probabilmente il bisogno di occasioni come questa è molto grande ma le opportunità quotidiane molto minori.

Quali letture? Cosa significa “su misura”?
Per le storie ad alta voce utilizziamo 3 modalità diverse per cercare di renderle al più possibile “su misura”:

  • Letture in simboli: il testo viene convertito in simboli utilizzando i simboli WLS (Widgit Literacy Symbols), utilizzati nell’ambito della Comunicazione Aumentativa e Alternativa
  • LIS (Lingua dei Segni Italiana): le letture vengono accompagnate dalla traduzione simultanea in LIS
  • Narrazioni polisensoriali: le letture vengono rappresentate sui diversi piani sensoriali offrendo ai bambini sollecitazioni tattili, uditive e olfattive.

Per “mettere in scena” le letture, utilizziamo svariate tecniche rappresentative tra le quali proiezioni, ombre, kamishibai, illustrazioni dal vivo. Alcune letture sono anche accompagnate con musica dal vivo.
Ecco i pensieri di Giulio un bambino che ha partecipato alla narrazione polisensoriale:
“Io sbirciavo un po’ perché se no con quei occhiali rimanevo cieco! Mi piaceva tanto l’acqua e la sabbia, mi ricordava il mare! Mi sono divertito un sacco ma poi non mi piaceva quando c’era la pioggia perché mi bagnavo i capelli e poi a casa mi devo asciugare con il phon. Poi meno male che il vento non era forte, se no volavo via!”.

Per la scelta delle storie, abbiamo cercato di fare una selezione molto accurata, in quanto siamo consapevoli della grandissima responsabilità che ha l’adulto in questo processo.
Le tematiche che abbiamo scelto sono svariate, ma sicuramente hanno la prevalenza storie che parlano del valore della diversità e dell’auto-accettazione insieme ad altre storie che raccontano il mondo che ci circonda in modo evocativo e con un’alta dose di senso dell’umorismo.
Altri criteri dei quali abbiamo tenuto conto nello scegliere le storie, sono stati la qualità delle illustrazioni e la complessità della loro possibile “lettura”, le suggestioni della storia, la ricchezza del vocabolario, l’equilibrio tra storie potenzialmente conosciute e altre inedite.
Presente che è futuro
Per concludere, riporto le impressioni di due genitori, una mamma e un papà i cui bambini (e loro stessi) hanno partecipato alle letture.
“Ho avuto il piacere di partecipare a due letture che, indirizzate a bambini dai 3 agli 8 anni, si sono rivelate un momento prezioso sopratutto per me: è stata un’occasione per sperimentare modalità di comunicazione speciali. In viaggio invento era una narrazione polisensoriale nella quale io e i miei due figli più piccoli siamo stati bendati; privati del senso della vista, ci hanno raccontato la storia permettendoci di visualizzarla attraverso tutti gli altri sensi con l’ausilio di materiali da manipolare, profumi da cogliere, musica, rumori, vento… una modalità di lettura molto diversa dalla classica lettura di un albo illustrato per bambini, per noi nuova ed entusiasmante nella quale mi sono sentita coinvolta totalmente sia nel ruolo di ascoltatore che di genitore ‘cieco’ accompagnatore”. (Francesca)

“Abbiamo partecipato diverse volte agli incontri di Storie per tutti e ogni volta è stata una piacevole scoperta. Molto bello il fatto di coinvolgere di volta in volta persone nuove che si mettono a disposizione con quello che sanno fare (suonare, raccontare storie…) e con la loro umanità. Un ringraziamento anche a loro! Tutti dovremmo mettere parte del nostro tempo a disposizione degli altri e soprattutto dei bambini.
Penso che ad Alessandro siano piaciute soprattutto le storie con la musica dal vivo (chitarra, tromba…) e le esperienze sensoriali, quelle in cui i bimbi toccano con mano, odorano e utilizzano sensi meno utilizzati come appunto il tatto.
Probabilmente sottovalutiamo il fatto che questi incontri costruttivi e divertenti per i bambini siano molto importanti anche per i grandi, per i genitori. Ad esempio in uno di questi incontri ho avuto modo di conoscere dei libri che ignoravo.
Libri che parlano ai bimbi della diversità. Ma parlano soprattutto a noi grandi, che abbiamo sicuramente più pregiudizi e paura del ‘diverso’ dei bambini”. (Marco)

Questi rimandi ci danno una grande gioia e una grande spinta per continuare a lavorare guardando al futuro, speriamo che Storie per tutti continui a crescere e che questo progetto diventi un “grido” per dimostrare e ricordare che l’accessibilità non deve essere un accessorio, un optional, ma deve assolutamente essere parte inscindibile della progettazione culturale.

2 L’orizzonte verso cui guardare

2.1.“Luoghiterzi”disocialità culturale
di Marco Muscogiuri – Politecnico di Milano / Alterstudio Partners

Ho iniziato a occuparmi di progettazione di biblioteche all’inizio degli anni Duemila, e ho pubblicato il mio primo libro su questi temi – Architettura della Biblioteca – nel 2004. Non posso fare a meno di constatare che, rispetto ad allora, le modalità di fruizione e diffusione della cultura e dell’informazione hanno subito enormi cambiamenti: tablet e smartphone non erano sul mercato; quasi non esistevano i social network; servizi come Google Books Search erano ancora agli inizi; erano poco diffusi gli e-book, che al contrario, oggi coprono in alcuni paesi una fetta molto significativa del mercato editoriale.
Tutto ciò premesso, è lecito domandarsi se tale crescita vertiginosa delle nuove tecnologie dell’informazione non renda obsoleta persino l’idea stessa di costruire nuove biblioteche. Una parziale risposta a questa domanda è data dalla constatazione che mai come in questi ultimi vent’anni sono state rinnovate o costruite così tante biblioteche in tutto il mondo, tra cui, senza dubbio, le più grandi e ambiziose mai realizzate, e altre ancora sono attualmente in cantiere.
Tuttavia, i nuovi strumenti e le istanze della società dell’informazione stanno cambiando profondamente ruolo, funzioni e contenuti della biblioteca, in un modo che non ha precedenti nella storia: non solo per le differenti modalità di conservazione dei documenti, rese possibili dalla digitalizzazione e dall’accesso in rete, ma soprattutto in quanto emerge la richiesta di nuovi servizi bibliotecari, inedite esigenze di conoscenza e informazione, differenti forme di mediazione e di consultazione dei documenti, nonché un differente ruolo del bibliotecario e un diverso rapporto tra utente e biblioteca, tanto che da alcuni anni si parla di Library 2.0.

Negli ultimi dieci anni si è assistito a un sostanziale spostamento del focus della biblioteca dal patrimonio librario alle modalità di accesso alle risorse documentarie (cartacee o digitali che siano). L’accento e l’attenzione sono passati dalle modalità di organizzazione delle collezioni alle modalità di mediazione e comunicazione; dal possesso dei documenti all’accesso (anche remoto) ai documenti stessi; dalla messa a disposizione di materiali documentari (adeguatamente mediati dall’attività di supporto bibliografico) all’erogazione di servizi culturali e di reference più articolati. Infine, ha riacquistato una nuova e vitale importanza anche la fisicità del “luogo” della biblioteca, nei suoi spazi e nei suoi arredi.
La funzione primaria che la biblioteca ha sempre avuto è quella di centro di diffusione e trasferimento della conoscenza e di promozione della lettura, di supporto alla formazione nel modo più ampio possibile. Le nuove tecnologie dell’informazione non inficiano questa funzione della biblioteca, anzi la amplificano: la biblioteca pubblica diventa anche centro e laboratorio di informazione contro il digital divide, porta di accesso e strumento di orientamento nell’universo multimediale.

Biblioteche e capitale sociale
Ma, sempre più, cresce oggi anche il suo ruolo di luogo di aggregazione sociale, punto di riferimento per la comunità locale e nuova piazza urbana. Progressivamente nelle città scompaiono i luoghi collettivi di aggregazione, soprattutto per i giovani, sostituiti dai centri commerciali e polifunzionali di intrattenimento, a cui in vario modo è delegata la gestione del tempo libero dei cittadini e l’impostazione dei suoi contenuti. La quotidianità finisce troppo spesso per risolversi nell’ambito di relazioni di natura quasi esclusivamente funzionale: tra casa, scuola, lavoro, luoghi del consumo. Ma è sempre più evidente la richiesta di “luoghi terzi” – per citare il sociologo americano Ray Oldemburg – che non siano i centri commerciali dove vige la compulsione all’acquisto, bensì luoghi dove coltivare interessi conoscitivi di varia natura, dove poter avere anche libere occasioni di incontro e di scambio con gli altri. Da questo punto di vista una biblioteca pubblica, concepita in modo moderno e accattivante, può essere, più di un pub o di una caffetteria, un “terzo luogo” per eccellenza, in quanto è uno dei pochi luoghi realmente “pubblici” rimasti, un luogo “sicuro” e “neutrale”, in cui possono incontrarsi e conoscersi persone diverse per età, cultura, ceto sociale, provenienza.
Ma il valore delle biblioteche si iscrive in un orizzonte di significato anche più ampio. Nella società contemporanea assumono sempre più valore beni immateriali come l’informazione, la conoscenza e la creatività, che sono riconosciuti essere fattori determinanti per lo sviluppo economico di un territorio o di una nazione. Questo è tanto più vero in un paese come l’Italia, in cui settori come il turismo, il design, la moda, la gastronomia, che si basano su “beni simbolici”, possono mantenersi e dare i loro frutti migliori solo se sono iscritti in un “ecosistema culturale diffuso”, che non può prescindere dall’investimento nella cultura, nella scuola, nella formazione in generale. Inoltre, è ormai assodato che il lifelong learning e l’aggiornamento delle proprie competenze siano diventati i principali fattori chiave di competitività. Per queste ragioni, l’offerta culturale locale non può ridursi a semplice intrattenimento, proponendo consumo di “prodotti culturali usa e getta”, ma deve investire in strutture e azioni finalizzate a durare nel tempo, e a rafforzare quello che è “capitale sociale” del territorio, diventandone motore e collante dello sviluppo socio-economico. In tutto questo le biblioteche possono giocare un ruolo essenziale come “infrastrutture” per la conoscenza e l’informazione: luoghi per la socialità culturale, per lo sviluppo della creatività e dei propri talenti, per favorire il dialogo interculturale e intergenerazionale.

Nuovi modelli, nuove frontiere
L’impatto sociale delle biblioteche può essere enorme e le biblioteche vanno dunque intese non soltanto come gangli del sistema della cultura, ma anche del sistema del welfare, luoghi di inclusione e coesione sociale, utili anche e soprattutto per le fasce più deboli della popolazione.
All’estero vi sono casi particolarmente eclatanti: pensiamo alle open libraries danesi, fortemente incentrate sulla digitalizzazione e al contempo luoghi di aggregazione sociale, in cui sono erogati anche numerosi servizi al cittadino, oppure alle Common Libraries del Regno Unito, dove vi sono spazi dedicati alla creatività, al tempo libero o al bricolage, eccetera. Ma le contaminazioni non finiscono qui, e in molte città, da Colonia a Pistoia, da Helsinki a Cinisello Balsamo, vediamo nelle biblioteche un fiorire di maker space e fab lab, laboratori del cosiddetto “artigianato digitale”, una versione tecnologica e digitale di quel “saper fare” che discende dalla letteratura grigia e dalla manualistica da bricoleur, che in vario modo ha sempre trovato ospitalità negli scaffali delle biblioteche pubbliche.
Pensiamo, infine, alle Idea Store di Londra: un modello innovativo di biblioteca di grande successo, che integra servizi bibliotecari, servizi per la formazione e il tempo libero, servizi per il cittadino e spazi di socialità. Anche esperienze recenti italiane, come la Biblioteca “Sala Borsa” di Bologna o la “San Giorgio” di Pistoia, il “Pertini” di Cinisello, la “Tilane” di Paderno Dugnano, il “Multiplo” di Cavriago, la MedaTeca di Meda (MB) e varie altre presentano risultati di tutto rispetto, e dimostrano come in questo settore sia l’offerta a creare la domanda, e come anche in Italia biblioteche concepite in modo innovativo riescano sempre ad avere un successo enorme e un enorme impatto sulla città e sulla comunità.

“Un bel posto dove andare”
Perché una biblioteca abbia successo, l’architettura dell’edificio, gli spazi e gli arredi in esso contenuti, sono fondamentali tanto quanto i servizi offerti. Gli edifici bibliotecari devono essere attraenti e confortevoli: devono essere dei luoghi speciali, in cui sia piacevole andare e intrattenersi, facili da utilizzare, ospitali. È questo uno dei principali motivi per cui in alcuni paesi del Nord Europa al progressivo calare dell’indice dei prestiti non corrisponde un progressivo calo della frequentazione delle biblioteche. Nel momento di massima diffusione dei social network le biblioteche devono puntare su quell’unica cosa che Google, Facebook o Amazon non hanno e non avranno mai: la fisicità di un bel posto dove andare, la possibilità di accedere a molte risorse documentarie contemporaneamente usufruendo della mediazione competente di un bibliotecario, la possibilità di incontrare amici o persone che non si conoscono.
Oggi le biblioteche sono al bivio, soprattutto in Italia in cui vertono in una situazione di grave arretratezza, tra la possibilità di acquisire un importante ruolo di “condensatore urbano” e il rischio di scomparire del tutto, soppiantato da altri servizi “pubblici”, dalle finalità commerciali più o meno palesi. Per sopravvivere la biblioteca deve essere in grado di accogliere la sfida e rinnovarsi, arricchirsi di contenuti, diventare un centro culturale integrato: di servizi per la cultura, la formazione, l’informazione, l’immaginazione, la creatività, lo studio, il tempo libero, la socializzazione. Ridefinendone il ruolo e le funzioni, è necessario ridefinire anche la configurazione e le caratteristiche dell’edificio biblioteca: ricercando forme, linguaggi e soluzioni architettoniche in grado di riaffermare il valore dell’istituzione, di comunicare contenuti innovativi e di esprimere fortemente il nuovo ruolo che essa può avere nella società contemporanea.
Le biblioteche pubbliche devono porsi, oggi, come “catalizzatori urbani per la promozione di politiche culturali”. E non è un caso che in questa mia definizione di biblioteca non vi sia un riferimento diretto alla promozione della lettura e dei libri, anche se questo deve restare il core business della biblioteca: ritengo infatti che, investendo soltanto nella promozione del libro e della lettura, la biblioteca non riuscirà ad attrarre quel 70% della popolazione che, stando alle statistiche correnti in Italia, non compra e non legge libri [ISTAT], oppure quel 36% della popolazione che in Italia non utilizza internet [CENSIS], o quel 47% di italiani che risultano essere “analfabeti funzionali” [OCSE].
Ma sono proprio queste persone ad avere maggiore bisogno delle biblioteche. E quest’utenza potenziale non la si può attrarre soltanto con la promozione dei servizi legati al libro e alla lettura, né si può lasciare solo ai centri commerciali e polifunzionali la delega di occuparsi del tempo libero di questa così ampia fetta della popolazione.
Le biblioteche pubbliche vanno dunque progettate per intercettare soprattutto coloro che non sono utenti abituali: o perché non sono interessati ai libri e alla lettura, oppure perché, al contrario, sono “lettori forti” ma non sono interessati ai servizi attualmente offerti dalle biblioteche. Una biblioteca “amichevole”, accessibile e aperta a tutti, che non intimorisca coloro che non sono abituati ad andarci ma che anzi li attragga e li incuriosisca, e che al contempo soddisfi tutte le necessità di coloro che invece già conoscono e usano le biblioteche e che qui troveranno potenziati tutti i servizi

2.2 La biblioteca vive, la biblioteca muore
di Alessandro Riccioni, bibliotecario e scrittore

Il titolo di questo breve contributo mi serve a sottolineare come il dibattito sul ruolo delle biblioteche sia sempre vivo ma, a volte, viziato da ottimismi e pessimismi eccessivi. Cercherò qui di sviluppare alcune riflessioni sul ruolo delle biblioteche, in modo particolare su quelle definite “di pubblica lettura”: quelle dei quartieri, dei paesi, delle realtà esterne al mondo della cultura accademica. È ormai evidente che proprio queste sono le biblioteche che devono sostenere una vera e propria sfida per la sopravvivenza.

Come premessa
La realtà del nostro paese presenta situazioni molto diverse, con servizi di eccellenza accanto ad altri sull’orlo della chiusura. La politica sembra sempre più dimenticarsi delle biblioteche, i finanziamenti sono spesso ridotti al lumicino e ancor più scarso è l’interesse per i luoghi del libro e della lettura. Eppure, in molte città e in molti paesi, anche piccolissimi, i bibliotecari continuano, pur tra mille difficoltà, a reinventare di giorno in giorno la propria biblioteca per farne un luogo vivo, accogliente, in cui la gioia dell’incontro sia il primo passo per ogni percorso di conoscenza, informazione, studio. Con una testardaggine e un coraggio davvero insoliti, per il tempo in cui viviamo, i bibliotecari cercano di rimanere fedeli ad alcuni semplici obiettivi: la gestione delle informazioni, il sostegno all’utenza, la promozione della lettura, l’educazione alla lettura come strumento principe di formazione di una consapevolezza dell’essere cittadini, tutti, qualunque lingua parliamo, dovunque siamo nati e cresciuti, di qualunque età o condizione siamo. Il vero lavoro dei bibliotecari, a mio avviso, ha oggi a che fare più con la formazione di una coscienza, di un’appartenenza, che con le competenze professionali o gli aspetti tecnici, per quanto importanti questi siano. La biblioteca è infatti uno dei crocevia di tutti i mutamenti della società contemporanea, uno dei punti di riferimento per un’utenza “allargata”, e per questo non può e non deve escludere nessuno, anzi, dovrà coniugare il verbo “includere” nel senso di invitare qualcuno a entrare in casa per farne lo spazio comune, il luogo della condivisione, il luogo della costruzione del patrimonio di conoscenze e informazioni che si accumulano, a volte con una velocità impensabile, e che hanno quindi bisogno di essere analizzate, sistemate, con un lavoro che non può essere delegato solo ai tecnici che vi lavorano. La biblioteca deve sapere incontrare i nuovi cittadini, le nuove povertà (economiche e culturali), i nuovi bisogni di utilizzo degli strumenti più aggiornati di ricerca delle informazioni, e le nuove modalità di comunicazione e fruizione di un patrimonio sempre in divenire, in continua mutazione eppure in continuo dialogo con quanto già esiste.
Partendo da queste premesse, la biblioteca non può più essere solo il centro di documentazione, il patrimonio che ospita, il luogo del protrarsi della memoria. Certo, essa è la “casa” dove quelle cose stanno e dovranno continuare a stare, ma è anche il luogo dove si cerca di comprendere il cambiamento e di viverlo insieme a tutti coloro che la frequentano. Un luogo libero, gratuito, aperto, inclusivo, vorremmo anche dire sicuro, un luogo di vita e non solo di cultura. Mai come oggi, la biblioteca è lo spazio dove cercare risposte, ma soprattutto dove continuare a farsi domande su quanto sta accadendo nel mondo, su quanta parte di ciò che accade possa essere compreso e magari anche modificato e migliorato.
Una biblioteca, per dirla in altre parole, vive solo se sa “andare incontro”, se sa essere appunto la casa di tutti. Perché ciò avvenga, è necessario che chi ci lavora, oltre a conoscere gli aspetti tecnici della sua professione, riesca a mantenere vivo l’interesse per il contesto in cui il suo servizio è inserito. È la comunità che dovrebbe creare la sua biblioteca, tramite l’esplicitazione di esigenze, desideri, curiosità, bisogni che solo lì possono trovare ascolto. L’ascolto, però, ha sempre bisogno di energia aggiunta, di fantasia aggiunta.
Un aiuto concreto, e uno stimolo al dibattito in corso, lo possiamo trovare nelle biblioteche e centri di documentazione che potremmo definire “a tema”, realtà il cui patrimonio documentale è stato costruito per rispondere alle nuove sfide che impongono cambiamenti al nostro modo di intendere e di vivere la società (diritti, disabilità, nuove povertà, esclusione sociale, immigrazione, nuovi analfabetismi).
Queste esperienze sono certamente una fonte di suggerimenti e di pratiche virtuose, lo sprone perché le biblioteche ripensino e rilancino il loro ruolo “sociale”, un ruolo che, in verità, hanno sempre svolto, magari senza gli strumenti e le competenze necessarie, ma con una volontà davvero encomiabile. La nascita e lo sviluppo di queste realtà ha avuto anche il merito di ribadire che il patrimonio di ciascuna biblioteca è e resta vivo solo se attorno a esso si costruiscono progetti, percorsi, attività, se la divulgazione e la promozione dei documenti ritrova un senso nel presente e riesce a farsi materia per il futuro.

Per parte mia
La mia piccola esperienza di bibliotecario “di montagna” (come amo definirmi), si origina da uno sguardo il più attento possibile alle trasformazioni del servizio bibliotecario nel corso degli anni e si basa su una visione forse non molto ortodossa di una delle regole fondamentali della biblioteconomia, e cioè che “la biblioteca è un organismo che cresce”, visto non tanto nel senso di patrimonio in espansione, bensì come organismo che cresce con gli utenti, nel tempo e nel luogo dove ha sede. In fondo, siamo tutti, e di nuovo, i bambini di Jella Lepman, la donna che iniziò un lungo e prezioso lavoro di educazione (rieducazione) degli adulti attraverso i bambini orfani dell’orrore nazista; siamo i bambini con nelle mani libri-ponte capaci di accendere il dialogo con l’altro e di farsi strumenti di un possibile e migliore futuro. Abbiamo perciò l’obbligo di considerare, e utilizzare, i libri (ma anche i nuovi strumenti oggi a disposizione) per crescere tutti lettori e cittadini forti, consapevoli, curiosi. Dobbiamo infatti dire che, quando una biblioteca è riuscita in qualche modo a sopravvivere, e a farlo anche abbastanza dignitosamente, lo ha fatto dove e se ha saputo dialogare con le altre istituzioni che hanno a che fare con l’educazione e la formazione, in primis le scuole di ogni ordine e grado. Se molte sono ormai le positive esperienze di relazione biblioteca-scuola, è invece ancora un tema da discutere e sviluppare quello dei progetti rivolti alle famiglie, poiché, spesso, l’ambiente in cui i nostri bambini crescono è un ambiente non solo senza libri, senza storie, ma anche senza più curiosità e voglia di scommettere su un futuro migliore.

Semi-finale
Ho cercato, spero non troppo confusamente, di riflettere sulla vita delle biblioteche, su quelle che ho imparato a conoscere e frequentare. Ho cercato di indicare una piccola strada, lastricata più da pietre di passione che da pietre teoriche e professionali. Ora è il momento di dare un senso, seppure con un leggero senso di paura, alla seconda parte del titolo: la biblioteca muore. La biblioteca muore se rinuncia al suo ruolo di luogo d’incontro, di possibilità aggiunta, di spazio libero e inclusivo. La biblioteca muore se chiude gli occhi al mondo, se crede di essere neutrale, salva, immune da tutto ciò che la circonda. La biblioteca muore, è doveroso dire anche questo, se le si toglie il carburante: risorse umane competenti e denari. E questo, soprattutto nel nostro travagliato paese, sta purtroppo accedendo spesso, troppo spesso.

Quando le società sportive possono ospitare tutti

di Cristina Ferrarini

“All inclusive sport” è la più ampia iniziativa di rete della provincia di Reggio Emilia impegnata a inserire bambini e ragazzi con disabilità nelle società sportive del territorio. Il suo obiettivo è creare le condizioni perché i bambini e i ragazzi con disabilità possano praticare sport con i coetanei e partecipare alla vita delle società sportive del loro territorio. In che modo? Creando un’alternativa ai percorsi sportivi dedicati esclusivamente ai diversamente abili, puntando piuttosto sul loro inserimento in più ampie società sportive “inclusive”, capaci di ospitare tutti, grazie alla presenza di Tutor di sostegno correttamente formati.
Un progetto piccolo ma ambizioso, che sta concludendo la sua fase sperimentale e che mira, nel lungo periodo, a provocare un cambiamento culturale.

Sport agevoli
Ci racconta Federica Severini, responsabile dell’area progettazione sociale di DarVoce, Centro Servizi per il Volontariato di Reggio Emilia: “Siamo partiti tre anni fa con le Associazioni di Volontariato che si occupano di disabilità come il GIS (Genitori per l’Inclusione Sociale), la Fa.Ce (Famiglie Celebrolesi) e Valore Aggiunto: chiedevano che i loro ragazzi potessero fare sport il pomeriggio con gli amici, proprio come i compagni di classe. Insieme a loro, abbiamo messo in rete tanti soggetti che si occupano di sport e disabilità e abbiamo mappato le società sportive della provincia di Reggio, scoprendo che molte di loro sono aperte all’inclusione ma nella pratica non si sentono preparate per accogliere i ragazzi diversamente abili in squadra”.
“All inclusive sport” ha così dato il via a un programma di formazione per Tutor sportivi, che conta oggi 45 iscritti: man mano che si liberano risorse economiche, queste vengono impiegate per inserire i ragazzi con disabilità nelle società sportive, affiancando a ciascuno di loro un Tutor di sostegno, ingaggiato per favorire l’integrazione e la progressiva acquisizione di autonomia dell’atleta nel gruppo.
Per fare questo, “All inclusive sport” si avvale di figure di coordinamento, i cosiddetti Supertutor: professionisti impegnati da anni nell’inclusione sportiva, che offrono il loro tempo al progetto per orientare le famiglie nella scelta della società sportiva e per accompagnare i Tutor nel loro percorso di crescita accanto ai rispettivi atleti con disabilità.
In questo momento “All inclusive sport” sta dialogando con oltre 70 società sportive “aperte all’inclusione” nella provincia di Reggio Emilia e sta seguendo l’inserimento di 20 fra bambini, ragazzi e adulti nel judo, nel calcio, nel football americano, nel basket, nell’atletica, nel pattinaggio… seguendo i desideri e le inclinazioni dei ragazzi.
Ma il progetto sta acquisendo un’eco sempre più ampia. Ci dice ancora Federica Severini: “Oggi non ci chiamano più solo le associazioni di volontariato. Ci chiamano gli insegnanti, che identificano ragazzi con disabilità particolarmente bisognosi di fare sport al di fuori della scuola in compagnia dei loro coetanei, così come le famiglie che hanno conosciuto il progetto da amici o conoscenti. E soprattutto, ci chiamano le società sportive che vorrebbero iniziare un percorso inclusivo e chiedono un piccolo aiuto per partire. Noi speriamo che sia questa la chiave di svolta, perché ogni società sportiva che diventa inclusiva potrà accogliere negli anni decine e decine di ragazzi con disabilità. Così i numeri decuplicano e il nostro sforzo ha un senso. Così l’inclusione diventa normalità e non più l’eccezione di poche società sportive virtuose”.
“All inclusive sport” fa parte di “Reggio Emilia Città senza Barriere” del Comune di Reggio Emilia, e conta sul prezioso sostegno di tante realtà locali pubbliche e private, come Fondazione per lo Sport, Consorzio Renergy International, Farmacie Comunali Riunite, Banco Popolare BSGSP, Intesa San Paolo, Montanari e Gruzza Spa e Banca Prossima. Al progetto aderiscono inoltre a vario titolo le sedi locali di numerose realtà come il Comitato Paralimpico, il Centro Sportivo Italiano, la UISP, l’ASL, l’INAIL, la Fondazione Durante e Dopo di Noi, le cooperative sociali di educatori.
E, come in ogni progetto di questo tipo, sono soprattutto le persone a fare la differenza.
A una mamma di un bambino con autismo inserito in una scuola di judo abbiamo chiesto: “Qual è la cosa che ti piace di più dello sport?” Ci ha risposto: “La cosa che mi piace di più dello sport ha un nome, si chiama Carla, è la nostra allenatrice inclusiva. Non le cose, ma le persone fanno la differenza. Chi lavora per le persone, cambia la vita delle persone.
Carla, con nostro figlio Mattia e con noi, ha fatto questo. L’allenamento di judo è diventato un appuntamento irrinunciabile della nostra settimana, porta grandi benefici in termini di autonomia, autostima, divertimento e amicizia. Auguro a chiunque di avere un bambino come Mattia e di poter vivere con lui tutti i momenti gioiosi che stiamo vivendo noi”.

Blues Run The Game

 di Ghighi Di Paola

È il Blues a comandare il gioco, questo pensa il ragazzo americano mentre sta andando a Londra. Non è un ragazzo ordinario, è un chitarrista cantante: Jackson C. Frank.
Nome assolutamente sconosciuto nel mondo del rock e poco noto anche ai più fedeli ascoltatori di folk e blues. Eppure… eppure Jackson C. Frank ha tutto per diventare un mito della musica: una chitarra e una voce, una vita dissoluta, sfigata, tragica, epica, triste e dolorosa. Diversa. Tutta da raccontare insomma. 1954, Cheektowaga, Stato di New York, nella scuola elementare della città esplode una caldaia che ustiona Jackson per metà del corpo, uccidendo la maggior parte dei suoi compagni di classe. Gravemente ferito viene ricoverato all’ospedale, dove nei giorni seguenti il suo maestro porta con sé una chitarra con l’intenzione di distrarlo.
Ma accade di più, la chitarra diventa la sua compagna, le lezioni del maestro di scuola lo aiutano enormemente nel complesso recupero psicologico.
La passione per il folk lo sostiene per tanti anni, scrivere canzoni significa per il giovane Jackson entrare nei circuiti musicali che lo affascinano così tanto.
I suoi pezzi piacciono, la sua voce sfumata e malinconica lascia il segno, inizia a farsi concreta l’idea che il futuro potrebbe essere quello di musicista. Le incognite di una vita da artista però non lo convincono e, senza abbandonare la sua fedele chitarra, si iscrive all’Università per una più pragmatica laurea in giornalismo.
Mentre la fantasia galoppa però, un evento sconvolge i suoi piani: ha 21 anni e riscuote il monumentale rimborso dell’assicurazione per le lesioni subite nell’incendio.
Ricchissimo, la vita dello schivo e timido Jackson cambia ancor più drammaticamente, si dà alla pazza gioia, alcool e droghe, compra macchine costosissime – sembra che la Jaguar fosse la sua preferita – e frequenta tutti i locali e i club di blues americani.
Siamo a metà degli anni ’60 e le sue due passioni, la musica e le auto, lo portano in Inghilterra dove conosce e incontra alcuni tra i principali esponenti della scena folk inglese.
L’esuberanza del periodo, la vivacità di Londra contagiano nuovamente il giovane Jackson e sarà un altro americano come lui, nientemeno che Paul Simon, a rimanere incantato dalle canzoni di questo introverso e silenzioso connazionale. E Simon gli propone di produrre un disco.
È in quei giorni del 1965 che prende forma un capolavoro musicale: l’unico album mai registrato da Jackson C. Frank, omonimo, un concentrato di ballad affascinanti e malinconiche, con la voce calda di Jackson che snocciola pensieri e intimità varie.
Il tono è introspettivo, la chitarra segue gli umori dell’artista e l’inquietudine armonica del brano Blues Run The Game conquista il pubblico inglese e altri famosi cantautori del calibro di Nick Drake o John Renbourn che la suoneranno spesso.
Le vendite del disco però vanno male, l’assegno dell’assicurazione si consuma tra macchine e alberghi e, poco tempo dopo la pubblicazione dell’album, Jackson comincia a soffrire anche di disturbi psichici.
Decide di tornare in America ma a questo punto il ’68 è alle porte, ed è il rock e la rivoluzione giovanile a sconvolgere il mercato discografico, mentre le suggestioni più intime, l’introverso folk di Jackson C. Frank, sono di colpo diventate preistoria
E la tragica storia di Jackson C. Frank riprende il suo corso fatale.
Va a vivere a Woodstock, si sposa, per mantenersi lavora in un piccolo giornale e diventa papà di due figli. Ma il figlio maschio si ammala, muore e insieme al matrimonio crolla anche il suo delicato equilibrio.
Pochi anni più tardi John Renbourn, il mitico maestro del folk britannico fondatore dei Pentangle, riceve una lettera da Jackson in cui confusamente racconta che durante la scrittura e la registrazione del suo secondo album, affari personali e privati lo hanno costretto a fermarsi, che è stato sfortunato, che ha sentito che Renbourn sta suonando ancora i suoi pezzi e che sarebbe felice di incontrarlo.
L’indirizzo, scoprirà Renbourn, commosso dalla lettera, corrisponde a un istituto di cura di Woodstock.
Frank è scivolato in una profonda depressione.
Renbourn lo cerca, gli raccontano che sì, c’era un ragazzo che corrisponde alla sua descrizione ma che era davvero strano anche per gli standard di Woodstock.
Finirà per incontrarlo di nuovo solo negli anni ’90, a Buffalo, dove Jackson era nato e dove era tornato a vivere con i genitori: “è stato uno shock vederlo”, racconterà l’artista britannico, “era molto sovrappeso, sembrava davvero distrutto, i suoi occhi erano folli, ma ci siamo seduti insieme, tutti i ricordi ci son venuti dietro e lui si è tranquillizzato”.
A metà anni Ottanta Jackson aveva cercato anche di trovare aiuto a New York dal suo amico Paul Simon, ma finisce a vivere per strada continuamente ricoverato in ospedali psichiatrici.
Qui il destino si fa ancora più crudele, un’insinuazione di lieto fine s’affaccia: introvabile per anni, un suo vecchio fan lo rintraccia, lo convince a trovare le energie per incidere nuove canzoni e lo aiuta ad accettare un nuovo ricovero.
Mentre Jackson lo sta aspettando vicino alla panchina dove ha dormito negli ultimi giorni ci sono dei bambini che giocano con un fucile ad aria compressa e lui, colpito, rimane cieco da un occhio.
Freak Antoni, il poeta, lo diceva spesso, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo.
Jackson C. Frank muore senza casa e senza soldi a cinquantasei anni, il 3 marzo del 1999. È stato un grande cantautore ma ha inciso un solo album, un vinile che una piccola etichetta inglese ha ristampato lo scorso anno: cercatelo, è proprio bello.

Su Sofia Rocks, la web serie che propone altri sguardi

di Stefano Toschi

Beati noi
Spesso, navigando sul web in cerca delle ultime notizie dal sociale o dal variegato mondo della disabilità, riesco ad andare oltre i soliti volti noti (e le solite “carrozzine note”!) e mi imbatto in persone altrettanto interessanti, che si fanno portavoce di messaggi degni della mia attenzione. L’ultima volta, quasi per caso, mi sono imbattuto in Sofia Rocks, video blogger “su quattro ruote”, autrice di alcune puntate di una web serie in cui tocca temi legati alla disabilità.
La mia curiosità è stata attirata, inizialmente, dal nome (Sofia, per un filosofo, è sempre significativo, inoltre ho una cara amica la cui figlia si chiama allo stesso modo, ed è altrettanto… rock). Secondariamente, io sono un cultore del vivere slow, mi prodigo in elogi della lentezza (non potrei fare diversamente, visto il ritmo a cui parlo, mangio, tento di fare qualche movimento, ecc.) e il confronto con qualcuno che si dice rock già nel nome mi incuriosiva.
Sofia è una giovane donna che ha diverse cose in comune con me: bolognese d’adozione (veneta d’origine), laureata in Filosofia, è disabile da quando, a 5 mesi, a causa di un intervento al cuore andato male ha definitivamente perso l’uso delle gambe. Come spesso accade, da una conoscenza casuale si scoprono affinità con chi non si sarebbe mai aspettato di incontrare. La sua immagine, invece, è decisamente diversa dalla mia, posato intellettuale (!) di mezza età (!!!!!!!).
Sofia è decisamente grintosa: borchie, trucco nero, abiti di pelle, suona la chitarra elettrica, è vegana e campionessa di sci alpino. Nella sua presentazione, la disabilità non viene nemmeno citata: solo seguendo le puntate della web serie si evince la sua condizione. Come me, combatte per cambiare la mentalità delle persone, dei datori di lavoro, degli amministratori locali, degli insegnanti. Dai suoi brevi documentari emergono idee che condivido in pieno e altre che non mi trovano d’accordo. Condividiamo, ad esempio, la positiva esperienza da studenti di Filosofia dell’Università di Bologna. Come me, si è sentita accolta e senz’altro Sofia è stata anche aiutata dall’età. Ai miei tempi non esisteva un ufficio così efficiente per studenti disabili e molto del lavoro di aiuto e supporto lo hanno fatto, con me, i miei genitori e colleghi di studio (tuttora miei grandi amici!). Oggi mi pare tutto più “istituzionalizzato”, con i pro e i contro di ciò. Non godere di strade battute mi ha aiutato a stringere amicizie solide e durevoli, a saper apprezzare notevolmente qualità che, prima, non sapevo neppure di avere, a godermi ogni piccola conquista e a fare da precursore a tanti altri studenti gravemente disabili. Anche per Sofia, l’Università di Bologna, oltre agli esami, ai corsi di studio, alle Facoltà, offre di più: vere esperienze di vita e un trampolino di lancio verso il futuro.
Condividiamo, poi, l’importanza che attribuiamo ai traguardi, spesso modesti o scontati per i normodotati, che ci fanno sentire persone complete e “abili”, ognuno di noi con le proprie caratteristiche peculiari.
Sul tema del lavoro, condividiamo la posizione secondo cui, posta la necessità di un ambiente aperto e accogliente alle diverse abilità e datori di lavoro predisposti a valorizzare anche i dipendenti con deficit, la differenza vera la facciamo noi stessi. Non ha senso aspettare qualcuno che ci risolva i problemi: sta a noi riuscire a capire in cosa siamo abili – e diversi da chiunque altro – e saper valorizzare le differenze, mettendole a disposizione della società, degli altri, del nostro lavoro, dei colleghi. Dobbiamo essere i primi consapevoli di noi stessi: se non ci valorizziamo noi, chi lo potrà fare? L’assistenzialismo non è la via maestra per l’integrazione. A maggior ragione oggi, in un’epoca in cui la tecnologia, la tecnica, la scienza ci aiutano a semplificarci la vita, abbiamo molti meno “alibi” di una volta e non possiamo proprio più puntare al compatimento. Ora abbiamo anche molti più esempi positivi e virtuosi di persone disabili di successo, anche in campi che una volta erano primariamente preclusi, ad esempio lo sport. Superare limiti che sono tali anche per la gran parte delle persone cosiddette normali consente di raggiungere una forte autostima e andare oltre limiti che sono più psicologici e sociali che fisici.
Ho trovato molto delicato anche lo stile di trattazione dei temi dell’affettività e della sessualità per le persone disabili. L’argomento è complesso, tuttavia non riesco a condividere la sua posizione sulla figura dell’assistente sessuale. Continuo a trovare umiliante per la persona disabile ricorrere a un aiuto pagato dallo Stato invece di fare le proprie esperienze come tutti, scontrandosi con la realtà di avere le proprie sconfitte e le proprie soddisfazioni. Conosco tante persone con deficit che hanno o hanno avuto relazioni soddisfacenti, che, laddove la disabilità glielo consenta, sono diventati genitori appagati, pur fra tante difficoltà e pregiudizi. Vivere anche la sessualità come un diritto istituzionalizzato, a mio avviso, toglie importanza alla nostra sfera di humanitas nel suo complesso, relegando alla soddisfazione di un bisogno fisico ciò che costituisce, invece, la vera e profonda natura relazionale dell’uomo.
A Sofia vorrei proporre un altro tema per una prossima puntata della sua web serie: il rapporto tra disabilità e religione. Comunque la si pensi, l’ambito spirituale è importante, sia perché il volontariato cattolico svolge un ruolo fondamentale nella vita di molti disabili, sia perché  la domanda sull’esistenza di Dio e sulla sua bontà coinvolge le persone che si ritengono svantaggiate in questa vita. Leggendo la sua autobiografia mi sono trovato perfettamente d’accordo con l’affermazione che le persone disabili non sono diverse dalle altre: io direi che ogni persona è contemporaneamente diversa e uguale a tutte le altre e che la normalità non esiste o, se esiste, sta proprio in questa apparente contraddizione. Un altro aspetto che mi ha colpito del racconto della sua vita è che, pur essendo diventata disabile a causa di un errore medico, non ha mai coltivato rabbia, ma è riuscita a vedere la bellezza della sua carrozzina. Questo dimostra che la disabilità può essere vista in maniera positiva, anche da chi, suo malgrado, ne è protagonista, e non soltanto come una disgrazia che rovina la vita. Questa è anche la mia esperienza: io ci sono arrivato grazie a un lungo cammino di fede oltre che umano e mi piacerebbe confrontarmi con la giovane e grintosa Sofia su questo punto.
Insomma: la vita è bella anche con qualche deficit e tutto dipende da come ognuno di noi guarda questa prospettiva, o meglio, da come viene educato a guardarla: anche le persone che ci circondano (familiari, amici, ma anche soggetti istituzionali, colleghi, datori di lavoro, medici, vicini di casa, ecc.) giocano un ruolo fondamentale nella nostra consapevolezza di essere abili a qualcosa. La disabilità non è una questione che riguarda soltanto il singolo individuo, ma tutta la comunità in cui egli è inserito e cresce. Per questo io, come Sofia, ho dedicato la mia vita a lottare per chi non ha avuto la fortuna di avere la nostra grinta, le nostre possibilità, il nostro carattere, affinché a cambiare non sia la nostra condizione, ma gli occhi di chi ci guarda. Spero che Sofia legga questo articolo e che magari voglia iniziare un dialogo con un suo collega filosofo.

Io sono Mateusz

di Andrea Mezzetti

Chi lo avrebbe mai detto che sarei finito su una rivista a parlare di cinema? Certo, il cinema è una delle mie passioni, lo frequento spesso e mi piace molto farmi stimolare da ciò che vedo. Pur essendo abbastanza riservato, ho accettato volentieri di condividere con voi i miei pensieri su alcuni film che reputo di particolare interesse.
Io sono Mateusz è il lungometraggio di cui vi parlo in questo numero. Dico subito che si tratta di un film particolarmente intenso. Mateusz è una persona gravemente disabile, considerata inizialmente incapace di relazionarsi, avrà la possibilità solo una volta adulto di uscire dal suo guscio di incomunicabilità.
La vicenda vede il protagonista ingabbiato dai canoni sociali e medici predominanti, che lo vorrebbero non in grado di intendere e comunicare al mondo esterno, quindi prigioniero del suo stesso corpo. La relazione che si instaura con lui è di tipo puramente assistenziale, ma an- che in questa funzione il tipo di assistenza prestata non è del tutto adeguata, perché troppo “meccanicistica”.
La valvola che permette di andare oltre e più in profondità, scardinando ogni fredda e apparente analisi conclusiva, è rappresentata dall’empatia mostrata dapprima dall’amore materno, poi da una volontaria della struttura in cui era accolto. Tutto ciò non bastava perché c’era ancora da scontrarsi con le convenzioni di una società, nello specifico quella polacca dei primi anni 2000, che contrastava ogni novità di approccio.
La caparbietà discreta del protagonista, perdonatemi questo ossimoro, permetterà di attirare l’attenzione di altri assistenti della struttura quali la logopedista, la psicologa, fino a una giornalista tutta intenta a voler raccontare in un suo libro la storia di Mateusz permettendo quindi di aprire più canali di dialogo con il mondo che lo circondava, sia nella struttura che al di fuori di essa.
Ho parlato prima di empatia perché credo che sia quello lo strumento che permette a tutti di mettersi in relazione in modo paritario: tra disabili e non, tra un presidente e il suo subalterno, tra un sindaco e un operatore ecologico, solo per fare alcuni esempi, superando e arricchendo di contenuti conoscitivi in grado di svelare altri punti di vista, prospettive e aspetti prima sconosciuti anche ai più esperti della materia. È quello che accade appunto tra la volontaria e Mateusz quando questa comprende come dialogare alla pari, intuendo di dover imboccarlo in modo più adeguato fino a diventare la sua ragazza (anche se per un periodo relativamente breve).
Ancora più evidente è l’empatia che sorge tra Mateusz e la logopedista, la quale scopre la capacità dell’assistito di riconoscere le immagini e abbinarle a determinate parole, articolando frasi in grado di aprire alla comunicazione e, di conseguenza, al dialogo con le altre persone.
Questa esperienza riesce a svelare ai più esperti della struttura quanto le capacità intellettive dell’essere umano siano misteriose e in grado di spiazzare ogni conoscenza raggiunta.
Tale scoperta darà la possibilità a Mateusz di poter accedere a una struttura più adeguata alle reali capacità intellettive che finalmente si erano riscontrate.
Nonostante questo, però, ogni decisione veniva comunque demandata, per ordine di forza superiore, ad altri. Molto spesso, come nel caso del protagonista del film anche nella vita reale, è il disabile che dovrebbe sentire su di sé ogni responsabilità di decisione, scegliendo la strada più adatta da perseguire, cambiare o, più ancora, desiderare e raggiungere. Una società in crescita verso vette più civili e, per questo, più includenti, dovrebbe permettere tutto questo prestando tutti gli strumenti adatti a realizzare, in concreto, ogni aspirazione.
Il film è a tratti pesante, in particolare per alcune scene molto forti e soprattutto per come mette in luce la condizione del ragazzo. Ma questo è anche il suo pregio, non nasconde nulla, offre agli spettatori tutta la durezza di una vita piena di difficoltà, permettendo quindi di conoscere un po’ di più ciò che prova chi vive una condizione di disabilità grave.
Una condizione così forte, quella del protagonista, che mi ha portato a commuovermi e ad arrivare con fatica alla fine del film. Anche io sto in carrozzina, per cui certi aspetti li ho sentiti molto vicini. Tra questi quello che più mi ha colpito è l’atteggiamento dei genitori: da una parte mi sono sembrati comprensivi e attenti alle esigenze del figlio mentre dall’altra a volte scocciati, soprattutto l’atteggiamento della madre, quasi scontrosa nei confronti del figlio. Ma anche in questo caso ho apprezzato la sincerità del racconto che rende il film una rappresentazione fedele della realtà che molte persone vivono ogni giorno.

Più Accessibilità Sensibilità Semplicità per l’inclusione di tutti

di Martina Gerosa

Con l’aumento del tempo libero nella società contemporanea – chiamata anche “civiltà del tempo libero” (Joffre Dumazedier) – e con l’incremento della consapevolezza di aver diritto di partecipazione alla vita sociale e culturale da parte delle persone in condizione di disabilità, si apre decisamente la sfida di rendere accessibili e fruibili Conoscenza, Cultura, Arte… da parte di tutti, eliminando non solo le barriere fisiche, ma anche quelle sensoriali.
Quando tra la gente comune si pensa alle barriere, è più facile focalizzare l’attenzione su gradini, pavimentazioni irregolari e su tutto ciò che può costituire un ostacolo a chi si muove sulle ruote. Più raramente si presta attenzione alle barriere invisibili contro cui va a sbattere chi non vede e/o non sente bene oppure chi vede e/o sente per nulla. O agli ostacoli che si possono incontrare nella comprensione di testi espressi con parole difficili e con uno stile complesso per chi ha delle limitazioni di linguaggio o di tipo cognitivo.
Nella platea di potenziali spettatori, fruitori, visitatori rientrano non solo le persone con disabilità e in modo particolare sensoriali, ma anche stranieri, anziani… L’accessibilità alla cultura e all’informazione, non solo la mobilità accessibile, è un diritto basilare sancito dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità; è divenuta norma in oltre 150 Paesi del mondo, l’80% di quelli che fanno parte dell’ONU, in Italia è la legge numero 18 del 2009. Ci viene detto chiaramente negli articoli 9 e 30 che l’accessibilità è un principio ineludibile e che bisogna trasformare la realtà così che diventi inclusiva, accessibile a tutti, in ogni ambito del vivere collettivo: nella vita culturale e ricreativa, negli svaghi e nello sport. Che significa concretamente? Banalmente poter vedere un film o un video, andare a teatro, prendere parte a un convegno, accedere a un servizio pubblico, visitare un museo, usufruire delle informazioni da internet, partecipare alla vita sociale e anche politica…
Per eliminare le barriere sensoriali possono essere necessari interventi aggiuntivi come l’inserimento di strumenti e tecnologie o di particolari sistemi e applicazioni o, in altri casi, quando le tecnologie sono già previste nella dotazione di un determinato spazio (ad esempio una sala per spettacoli), basterebbe prestare cura e attenzione fin dalla fase di progetto e far supervisionare l’allestimento degli impianti tecnici da parte di esperti di accessibilità culturale, per far sì che siano adeguati allo scopo di rendere fruibile quello che vi accadrà.
In altri casi l’abbattimento delle barriere sensoriali richiede semplicemente un cambio di mentalità e di atteggiamento, come quando si comprende che non è sufficiente predisporre – in un qualsiasi URP, Ufficio Relazioni con il Pubblico – un tradizionale numero telefonico, ma che sia bene predisporre un sistema multimodale affinché il servizio sia accessibile attraverso canali comunicativi diversi. Già anni fa, un Comune alle porte di Milano introdusse la possibilità per ogni cittadino di scegliere la modalità che gli era più congeniale per rapportarsi alla Pubblica Amministrazione: fax, telefono, e-mail, sms, chat, video chat…
Un elemento che rende difficoltoso definire le soluzioni che consentano di rendere accessibili servizi, eventi e iniziative a tutte le persone e in particolare a quelle con disabilità sensoriali è legato al fatto che chi ha un deficit visivo e/o uditivo funziona in modo sempre particolare (a ben pensarci le differenze sono anche tra chi si muove sulle ruote: può essere o no autonomo nel dirigere la propria carrozzina). Così non è automaticamente garantita l’accessibilità di un convegno a tutte le persone con disabilità uditive se s’introduce un servizio di interpretariato di lingua dei segni piuttosto che un sistema di sottotitolazione in diretta: sarebbe bene garantire entrambi i sistemi di accessibilità. Ma di volta in volta, in presenza di risorse limitate, è da verificare cosa sia preferibile, rispondendo oltre che ai criteri dell’accessibilità universale, inclusiva diremmo, anche al principio, enunciato nella convenzione ONU, dell’accomodamento ragionevole, definito come l’“insieme delle modifiche e degli adattamenti necessari e appropriati che non impongano un onere sproporzionato o eccessivo, adottati ove ve ne sia necessità in casi particolari, per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali”.
Rendere accessibile uno spettacolo teatrale così come un percorso museale non è cosa banale. Perché tanti sono gli aspetti da tenere in considerazione, l’ottimale in questi casi è lavorare in team multidisciplinari, affinché sia garantita “una pluralità di modalità comunicative e un uso appropriato delle tecnologie, facendo ricorso alla multisensorialità, all’interattività degli strumenti” come recita il “Manifesto della cultura accessibile a tutti” formalizzato nel 2012 a Torino. Occorre raggiungere un equilibrio tra ridondanza e semplicità: entrambe necessarie se si punta a un’“accessibilità inclusiva” che consideri ogni forma di disabilità, in particolare quelle legate ai sensi ma anche altre come ad esempio quelle collegate alle sindromi autistiche e cognitive.
Di strada in questi anni se ne sta facendo, ma molta è ancora da fare.
Nel nostro Paese iniziative e percorsi culturali accessibili stanno sviluppandosi, ma si tratta di iniziative di cui chi potrebbe esserne interessato spesso e volentieri non ne viene a conoscenza… Così è stato creato PASSin (www.passin.it) uno spazio web dove si raccolgono informazioni su iniziative culturali accessibili alle persone con disabilità sensoriali, con difficoltà di vista e/o di udito, ma non solo. Si tratta di uno strumento per l’inclusione e la partecipazione di tutti in cui l’attenzione è focalizzata sui canali di accesso e non sulle tipologie di disabilità, con la consapevolezza che uno strumento o un approccio possa agevolare diverse categorie di persone, anche tra i cosiddetti “normodotati”.
L’idea di PASSin è nata dall’incontro di alcuni amici che nel 2014 si sono trovati, un giorno di novembre, in un teatro, per partecipare insieme a un bellissimo spettacolo accessibile alle persone con disabilità uditive grazie alla sottotitolazione e alla lingua dei segni.
PASSin ha visto la luce nell’anno di Expo 2015, grazie al Comune di Milano – Settore Politiche sociali che ha dato, tramite un bando finalizzato all’abbattimento delle barriere sensoriali, un finanziamento alla cooperativa Accaparlante per l’avvio del progetto sviluppato fin dal principio con il supporto dell’azienda BitCafè. Tale progetto è stato realizzato grazie a persone con competenze professionali diverse: un ingegnere, un informatico, una disability manager, un giornalista e un’artista. Attualmente il progetto PASSin è in via di sviluppo grazie al sostegno della fondazione Pio Istituto dei Sordi e si stanno ricercando nuovi fondi per implementarlo ulteriormente e renderlo interattivo.

Manifesto PASSin
PASSin si rivolge a chi è interessato alla Cultura e all’Arte senza barriere, per cercare di rispondere a un bisogno informativo di una parte sempre più ampia della popolazione.
PASSin è uno spazio del web dove si raccolgono informazioni su iniziative accessibili alle persone con disabilità sensoriali, con difficoltà di vista e/o di udito, ma non solo, per l’inclusione e la partecipazione di tutti.
PASSin nasce dalla conoscenza degli ostacoli invisibili come quelli che s’incontrano quando si va a vedere un film senza udire e capire le parole o a visitare un museo senza vedere quadri e sculture con gli occhi.
PASSin raccoglie le notizie relative agli eventi che accadono in area milanese, e non soltanto lì perché c’è da imparare dall’esperienza di chiunque lavora per rendere il mondo più accessibile e migliore per tutti.
PASSin scopre e valorizza i luoghi dove si sperimentano tecnologie straordinarie o a volte semplicemente sensibilità e atteggiamenti diversi, attenti a chi fa fatica a discriminare con le orecchie o a comprendere con la vista.
PASSin si realizza grazie a un laboratorio in cui si sono messe in gioco persone con competenze professionali diverse, in rete con esperti dedicati ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione nella vita culturale e sociale, in ogni parte d’Italia.
PASSin è un cantiere aperto alla partecipazione di tutti coloro che sono interessati a sviluppare conoscenza e informazione su tutto quello che aiuta a supera- re le barriere della comunicazione attraverso la multisensorialità.

(S)guardi e ri-guardi Il calore della lampadina spenta

 di Ma.ca.co.

“Non sappiamo più guardare! Viviamo in un universo saturo d’immagini ma è come se fossimo ciechi!
Dobbiamo tornare a interrogarci sulla percezione e la memoria visiva. Solo così potremo riconquistare la capacità di guardare il Mondo!”.
(Bilal)

Ogni giorno, in ogni istante siamo investiti da una massa abnorme di informazioni, una quantità di comunicazioni nuove, monouso, a basso costo, dalle quali corriamo il rischio di essere sommersi.
L’emergenza legata allo smaltimento di parole, frasi, immagini, testi in gran parte non utilizzati ci impone un cambiamento di prospettiva capace d’indirizzarci verso un’eco-comunicazione.
La rubrica “(s)guardi e ri-guardi” si propone come esercizio di sosteni(A)bilità basato sul riuso/riciclo, sul ridare vita, utilizzo altro/diverso, opportunità ulteriore ad articoli, parole, interviste, frasi, pubblicità, foto, disegni, pagine internet, social, altrimenti destinati alla “discarica della comunicazione”.
Sarà nostra cura differenziare i prodotti, incorporare materiali riciclabili, ridurre la quantità di scarti, usare una modalità di confezionamento riutilizzabile affinché il lettore/fruitore possa acquisire suggestioni emotive e forse anche metafore didattiche che gli permettano di aumentare la propria efficienza energetica (fare meno fatica per…), facilitare l’accesso alla manutenzione (considerare altri punti di vista…), ripensare a un nuovo rapporto con le cose, i vissuti, gli altri, considerando non i problemi ma le risorse e, nell’apparente inutilità scoprire opportunità di creAzione.
Sfidare il senso comune del valore dell’informazione crediamo significhi cercare un rapporto nuovo con la comunicazione e la capacità/possibilità di autorappresentarsi nei contesti collettivi essendoci in prima persona, sfiorandosi, entrando in contatto.
Nell’editare la rivista, Quintadicopertina ha utilizzato caratteri, interlinee e spaziature che hanno reso più comoda la lettura approfondendo una sorta di ergonomia tipografica che ben si adatta all’identità di “HP-Accaparlante”.
Alla luce di questi approfondimenti risulta più che mai necessario compiere un passaggio, rivoluzionario per la quotidianità contemporanea, che consiste nel passare dal fare cose di comodo” al sentirsi comodi nel fare cose: occorre apportare al processo culturale e al movimento associazionistico, elementi di etica ed estetica della comodità (del benessere, del sentirsi bene… non “a disagio”, ecc.) individuando gli assi portanti di un’epistemologia dell’inclusione operativa.
Per implementare queste trasformazioni occorre incentivare il pensiero creativo imparando a considerare le cose non solo per quello che sono ma anche per quello che potrebbero essere. Occorre superare il ricorso esclusivo a una logica sequenziale (che presuppone la soluzione diretta di un problema partendo dalle considerazioni più ovvie) e ricercare l’acquisizione di sensibilità, punti di vista alternativi: idee, intuizioni, spunti fuori dal dominio della conoscenza e delle rigide catene della logica.
Famoso è il rompicapo de “l’elettricista pigro e i tre interruttori” di Edward De Bono. In una stanza chiusa è contenuta una lampadina a incandescenza; in una seconda, non direttamente visibile dalla prima, ci sono tre interruttori. Solo uno di questi interruttori accende la lampadina. Potendo azionare i tre interruttori a proprio piacimento e potendo andare nella stanza chiusa solo una volta per verificare lo stato della lampadina, come si può determinare l’interruttore in grado di accenderla?
Le condizioni iniziali sono: lampadina spenta e interruttori in posizione off. Come esempio per l’utilizzo dell’intelligenza creativa De Bono propone la seguente soluzione: si mettono due interruttori (che chiameremo 1 e 2) su ON, si attende qualche minuto e se ne spegne uno (noi diremo il numero 1), quindi si va a controllare la lampadina: se la lampadina è accesa l’interruttore giusto è il numero 2; se la lampadina è spenta ma calda l’interruttore giusto è il numero 1; se la lampadina è spenta e fredda l’interruttore giusto è il numero 3. L’approccio diretto al problema si rivela impossibile: da un punto di vista puramente logico una lampadina può essere solamente accesa o spenta quindi essere in uno di due stati. L’unico modo per risolverlo è utilizzare una ulteriore condizione parallela “fisica” (una lampadina accesa si scalda) che permetta di aggiungere un terzo stato differente dai due.
La nostra scommessa è quella di provare a farvi sentire, con una minuscola rubrica il calore di quella lampadina spenta.
“Non vediamo le cose come sono le vediamo come siamo”.
(Anaïs Nin)

Valori di scena. Il teatro di 3ème Rideau e i suoi protagonisti con disabilità mentale

di Massimiliano Rubbi

Europa Europa
Il teatro che vede e rende protagonisti persone con disabilità mentali ha ampiamente compiuto il passaggio dai laboratori in centri specializzati ai più prestigiosi palchi mainstream – in Italia come in Francia, dove il Festival di Avignone ha ospitato sulle sue plance nel 2012 gli attori con Sindrome di Down di Disabled Theater e nel 2016 Ludwig, un roi sur la Lune portato in scena dalle persone con disabilità di Atelier Catalyse. Resta nondimeno interessante, di questo che è or- mai un genere teatrale, seguire le esperienze “di base” (difficoltà incluse), specie quando combinano protagonismo fattivo delle persone con disabilità, tensione alla qualità artistica e impegno a una sensibilizzazione non pietistica. È il caso della compagnia 3ème Rideau, attiva da alcuni anni nella città alsaziana di Mulhouse, il cui progetto, secondo il fondatore Joel Roth, “si riassume nel valorizzare le persone toccate da un handicap mentale tramite l’angolazione della scena”.
Il nome di “Terzo Sipario” è così spiegato dalla compagnia: “in un teatro ci sono sempre due sipari: il più noto è il sipario boccascena che separa il palcoscenico dalla sala e indica l’inizio e la fine di uno spettacolo. Il secondo è il sipario fondale o tela, il sipario che chiude la decorazione della scena, in lontananza. Noi ci proponiamo di scoprire un terzo sipario, ancora più distante da noi (si può pensare), quello che rivelerà i personaggi come te e me ma segnati dalla differenza, dall’handicap, dalla disabilità… Un sollevamento di sipario che alla fine non sarà su nessuna di queste differenze che segnano le persone, un sollevamento di sipario che ci farà dimenticare l’handicap sociale, mentale o fisico. Dietro il Terzo Sipario si nasconde forse ciò che non viene mai mostrato, l’umano piuttosto che l’attore, l’uomo piuttosto che la storia”.

Collettivo teatrale
3ème Rideau nasce nel 2010 dall’impegno di Joel Roth, educatore tecnico specializzato, e si costituisce in associazione autonoma, aperta alla partecipazione di tutte le persone con deficit mentale della regione di Mulhouse, nel 2013, più o meno contemporaneamente alla messa in scena del primo spettacolo, Et avec ceci? (E con questo?). Le “due direzioni complementari” della filosofia della compagnia sono così descritte da Roth: “promuovere il posto delle persone portatrici di un handicap nella società, favorendo il loro riconoscimento”, e “valorizzare le persone cosiddette handicappate”.
Gli spettacoli nascono da un lavoro graduale e non predeterminato da parte di tutta la compagnia: “anzitutto, i nostri spettacoli sono senza testo, tutto sta nel movimento, negli atteggiamenti, su un sottofondo musicale. Per due ragioni, prima di tutto per non mettere in difficoltà i nostri attori, e poi per rispetto del pubblico: quando ci si deve concentrare per capire un attore, ci si allontana dalla qualità che vogliamo per le nostre realizzazioni. Creiamo quindi tutte le scene insieme, in squadra; solo la messa in scena non è collettiva, per il resto, il tema, le idee, la musica, tutto si svolge con tutta la troupe”. L’obiettivo resta “mostrare uno spettacolo di qualità”, le rappresentazioni si aggirano intorno a un’ora di durata, e per questo si lavora “con un certo rigore: essere amatoriali non significa non poter avere tecniche di scena come una troupe professionale”. Tuttavia, la creazione collettiva dello spetta- colo consente di integrare anche gli apporti personali più difficili da definire e meno prevedibili: “uno degli attori non parla, non si sa mai che cosa farà, come reagirà. Eppure, quando recitiamo è diverso dalle prove, si trova completamente nel suo ruolo di attore e arriva a far applaudire il pubblico – è anche rimasto sul palco mentre doveva uscire, tanto era felice”.

Non essere “una compagnia in più”
Mulhouse è una città media in una regione periferica, in una nazione come la Francia in cui la centralità culturale della capitale è assai marcata. Ciononostante, per 3ème Rideau non si parla per ora di tournée, “essendo la preoccupazione il tempo a disposizione per realizzare il nostro progetto. Preferiamo recitare quando siamo pronti, e occorre tempo per creare insieme i nostri spettacoli”. Le modalità collettive e amatoriali della scrittura scenica non abbreviano il processo: dopo Et avec ceci?, “ci abbiamo messo un po’ più di due anni per creare e preparare un nuovo spettacolo, la mancanza di finanziamento ci obbliga a prenderci ancora più tempo per la produzione di costumi e per le esigenze tecniche”. Roth appare inoltre molto attento a che il progetto non si sovrapponga alle altre compagnie attive nel contesto locale, con cui pure a volte esistono contatti: “non prendiamo in alcun modo il posto di un’altra compagnia sulla scena culturale. Sul palco non c’è nessun attore cosiddetto ‘normodotato’, questa particolarità e il fatto di non avere attività commerciale non ci pone come un concorrente per le compagnie sul luogo. Non siamo venditori del nostro spettacolo allo stesso titolo di una troupe di professionisti, recitiamo solo per noi, al fine di permetterci di soddisfare le nostre esigenze”.
Questa ritrosia non impedisce a 3ème Rideau di curare una comunicazione, minimale per scelta e non per necessità, che costituisce una delle caratteristiche più interessanti del progetto e che si estende volutamente al di fuori della scena. Secondo Roth, “qualunque cosa si faccia, le nostre azioni devono andare nella direzione di una valorizzazione, poniamo una cura precisa in una comunicazione semplice”. Per questo, ad esempio, sui manifesti degli spettacoli non sono messi avanti i profili degli attori con il loro handicap, “per invitare il pubblico a venire a vedere uno spettacolo ‘normale’ e non di persone con disabilità”, mentre sui social network vengono pubblicate solo foto in cui i protagonisti siano “a proprio agio”, “belli e soprattutto non ridicoli”.
Per questa valorizzazione delle persone con disabilità, agli spettacoli si affiancano altri mezzi comunicativi come fotografia, video e interventi in scuole e luoghi pubblici. In questo senso va la mostra fotografica tratta dallo spettacolo Et avec ceci?, che 3ème Rideau ha potuto realizzare raccogliendo 900 Euro in donazioni, nei primi mesi del 2015, sulla piattaforma di crowdfunding Ulule. Immagini e testi mostrano le diverse fasi di realizzazione dello spettacolo come “avventura umana”, utilizzando il cliché fotografico per affrontare il cliché sulla persona cosiddetta ‘handicappata’”. Roth spiega che così “la scena può farsi invitare in una scuola, un altro luogo di esposizione, per essere vista da un pubblico altro rispetto a quello che va a vedere gli spettacoli. È un modo per avvicinare più persone possibili. Certo c’è l’aspetto di promozione della troupe, ma ciò che ci interessa è dimostrare che in scena non c’è differenza, la mostra lo permette proprio come uno spettacolo ma non per lo stesso pubblico e non con lo stesso supporto”.
Il prossimo spettacolo della compagnia, En trois mots (In tre parole), sarà in scena a luglio e ottobre 2017. Roth anticipa che in una scena saranno concentrati di- versi elementi “tristi” che gli attori hanno portato nel lavoro preparatorio a partire dalla propria esperienza, in base a “una delle cose che facciamo meglio: raccontare la ‘vita’ piuttosto che inventare storie a partire da niente”. Se non passate da Mulhouse, potete comunque seguire il lavoro della troupe su http://3emerideau.blogspot.it/ o tramite Facebook o Twitter.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
sono Elena Colombo, figlia di Antonia e Paolo. Frequento il terzo anno di Design del Prodotto Industriale e quest’anno affronteremo come tema generale di tesi il cibo e la sostenibilità. Dobbiamo quindi progettare un device, un servizio o un prodotto riguardante questo tema tramite ricerca, contatto con le persone, prototipazione e progettazione.
Partendo da questo vasto argomento io ho deciso di dedicarmi al cibo in relazione alle disabilità.
All’inizio avevo pensato di fare un progetto per le nuove realtà di ristorazione che vedono come protagonisti le persone disabili mentali e Down ma parlando con i professori non convinceva molto l’idea. In seguito a ciò mi è stato consigliato di vedere la disabilità nei suoi punti di forza, giocando attraverso cibo e sensi, per esempio pensare a quei sensi che sono più sviluppati in persone che hanno problemi di vista o di sordità (cene al buio, ecc.), oppure allargando il campo della disabilità a problemi di lingua come il turismo nelle grandi città che provoca problemi di comunicazione o ancora dedicarsi a uno specifico problema di disabilità che ha delle problematiche legate al cibo.
Mi farebbe quindi piacere sapere cosa ne pensi, sapere la tua relazione con la nutrizione e conoscere il tuo punto di vista. In attesa di una tua risposta ti ringrazio per la disponibilità.
Cari saluti, Elena Colombo

Ciao Elena,
grazie per avermi scritto, il tema che porti è interessante e benché ogni giorno ci coinvolga direttamente non se ne parla infatti così spesso. Per cominciare ti butto lì una piccola immagine, così ci rifletti: un uomo di mezza età che viene imboccato da un altro uomo di mezz’età. L’atto di imboccare, si sa, è cosa comune quando si incontra una persona con disabilità grave, semplicemente perché costituisce una prima necessità. Imboccare tuttavia non è un’azione qualsiasi, è un fatto che comporta una relazione, una relazione molto stretta e a volte sbilanciata, non a caso di solito siamo abituati a pensare a chi imbocca come a una mamma che nutre il proprio bambino.
Guardandola da questo punto di vista è facile cadere nel medesimo cliché e istituire cioè una dipendenza diretta tra chi dà il cibo e chi lo riceve, da lì all’equazione disabile uguale bambino il passo è breve.
All’interno di questa riflessione credo tuttavia che trovi spazio anche un’altra parola: responsabilità. Guardandomi spesso in giro noto come ancora di questi tempi dar da mangiare a qualcuno che potrebbe rischiare di affogarsi con l’acqua o che fa fatica a deglutire, può essere visto come un pericolo e non come un’opportunità di crescita da parte di entrambi i protagonisti coinvolti. Trovare del personale disposto a prendersi questa responsabilità da un lato, e una persona con disabilità capace di esplicitare i propri bisogni dall’altro, può perciò alle volte risultare difficile.
Quando mi confronto a proposito della parola responsabilità, su ciò che questa comporta in termini di azione e relazione, mi rivolgo sempre sia ai disabili che a chi li affianca e cito a tal proposito un episodio. Una volta mi è capitato, mentre ero a casa durante un pomeriggio di relax, di chiedere a una mia amica la cortesia di mettermi davanti alla televisione. Prontamente la mia amica ha preso la mia carrozzina e l’ha posizionata davanti alla tv. Benissimo, dirai tu, la tua amica è stata gentile, e ti ha correttamente messo dove chiedevi. Peccato che io non avessi specificato che ipotizzavo di guardare la tv da accesa… Avete capito bene, mi sono ritrovato davanti a una tv spenta di fronte alla quale la mia amica immaginava volessi passare l’intero pomeriggio. Risate seguenti a parte, ti pongo cara Elena, questa domanda: la responsabilità in questo caso di chi era? Mia o sua? Lei avrebbe potuto capirlo, certo, ma non è infrequente che una persona voglia semplicemente prendersi un momento per riposare nell’angolo preferito di casa sua, quindi una simile opzione, anche da parte mia, non era del tutto improbabile.
Ecco allora che la responsabilità è chiaramente di entrambi, sua, per aver eseguito senza mettersi in dialogo con me, mia per non essere stato chiaro nella richiesta. Il passaggio tra azione e relazione, non mi stancherò mai di ripeterlo, è infatti il fondamento di ogni rapporto, educativo e non solo.
Vale ovviamente anche per il cibo, a volte si ha un bel dire a spingere la persona con disabilità verso l’autonomia quando ci si ritrova a dipendere completamente da altri, si innescano facilmente dinamiche di potere, seppur inconsapevoli che mettono chi riceve il cibo sempre in una dimensione di “richiedente”, alle volte pesante o fastidiosa. Ciò non toglie che non è possibile entrare nella testa di tutti e che tutto passa attraverso la conoscenza. Far conoscere, esplicitare e così affermare la propria personalità e identità è compito di chi necessita di una mano, allo stesso modo agevolare questa dinamica lo è da parte di chi si mette in gioco alla pari dell’altro.
Non dimentichiamo poi che il cibo è piacere, mangiare bene fa parte del benessere, qualcuno sostiene addirittura della felicità. Meglio, sostengo io, farlo divertendosi, in compagnia, nei luoghi che preferiamo e mangiare sempre quello che ci piace!
Detto ciò, buon appetito! Un caro saluto e buona vita

 

Carta dei diritti e dei doveri dello spettatore

DIRITTI DOVERI
Svago e divertimento

 

Avere a disposizione un luogo caldo, dove cioè si respira del “calore umano”, sia nel rapporto con gli altri spettatori che nel rapporto attore-pubblico

 

Avere a disposizione un luogo di conoscenza e di cultura

 

Entrare in un altro mondo in punta di piedi

 

Evadere dalla routine quotidiana per entrare in vite altrui

 

Silenzio

 

Pausa tra un atto e l’altro/Abolire le pause

 

 

Potersi alzare, se necessario, durante lo spettacolo

 

 

Avere la possibilità di scegliere il proprio posto a sedere a seconda delle proprie abilità e caratteristiche fisiche (altezza etc.)

 

Una buona acustica

 

 

 

 

 

Bagni attrezzati e a norma di legge

 

 

 

Prezzo del biglietto accessibile o a offerta libera

 

 

 

Accoglienza informale

 

 

Essere spettatore a trecentosessanta gradi e poter esprimere la propria opinione in diversi contesti

 

Poter dire serenamente “questo spettacolo non mi è piaciuto”

 

Poter parlare direttamente con gli attori e confrontarsi con loro quando uno spettacolo ci piace su come si sono preparati/hanno vissuto la preparazione dello spettacolo o lo studio sul personaggio

 

Poter andare a teatro anche in jeans e maglietta

 

Spontaneità

 

 

Caos

 

 

 

Rimanere a teatro anche a fine spettacolo, senza la fretta di dover uscire subito, per confrontarsi a caldo sullo spettacolo

 

Abolire le differenze in termini di costi alla prenotazione dei biglietti che assicurano una fruizione migliore a chi può permettersi di pagare di più

 

Vivere uno spazio in cui non ci sia solo un teatro ma anche altri spazi di condivisione e conoscenza reciproca per il pubblico (bar, librerie, spazi da vivere e per creare)

 

 

Sentirsi meglio

 

Clima di disponibilità

 

Armonia

 

Conoscere

 

Piacere

 

 

Sentirsi vivi

 

 

Saper vivere e assaporare l’attesa

 

Puntualità

 

 

 

 

Rispetto dei luoghi (mantenere la pulizia etc.)

 

Spegnere il cellulare

 

Lasciarsi andare

 

 

Mantenere il silenzio durante lo spettacolo

 

Mettersi in gioco

 

 

Diritto a non partecipare, libertà di scelta se essere o meno coinvolti fisicamente durante lo spettacolo

 

Non alzarsi durante lo spettacolo

 

 

 

Far crescere l’inatteso e coltivare la bellezza e le scoperte che abbiamo fatto, sforzandoci, anche se siamo stanchi, di non perdere le occasioni offerte dallo spettacolo così come non dimenticarci di vivere fino in fondo i nostri interessi

 

Passaparola

 

Pensare il teatro come un’istituzione per la propria città o il proprio paese

 

 

Esprimere le proprie emozioni durante lo spettacolo

 

Concentrarsi e farsi coinvolgere dalla storia

 

 

 

Perdersi

 

 

Non essere reperibile per nessuno

 

 

 

 

 

Far durare l’applauso come una liberazione

 

Dare soddisfazione agli attori e a chi ha lavorato allo spettacolo

 

Sperare sempre in una svolta, anche quando lo spettacolo non ci piace

 

 

Devi essere sempre pronto a essere coinvolto

 

 

 

Rompere gli schemi tradizionali

 

 

 

 

Entrare/mettersi in relazione con gli altri spettatori

 

 

Partecipare

 

Imparare a essere più allegri e spiritosi

 

 

 

Coccolarsi

 

Rilassarsi

 

Mettersi in dialogo con la propria intimità

 

 

Reincantare” quello che ci circonda

7. Le utopie di Dioniso. Sitografia e consigli di lettura

Link utili
Accaparlante http://laquintaparete.accaparlante.it www.accaparlante.it>

I teatri
www.itcteatro.it www.teatrocasalecchio.it www.arenadelsole.it www.testoniragazzi.it www.teatrodelleariette.it
Esperienze http://inclusiveartsnetwork.com http://3emerideau.blogspot.it www.altrevelocita.it
Audience development www.beniculturali.it http://ec.europa.eu ww.mhminsight.com www.theaudienceagency.org www.fitzcarraldo.it

Letture
Altre velocità (a cura di), Un colpo, Angelo Longo Editore
R. Barthes, Sul Teatro, Meltemi
B. Brecht, Scritti teatrali, Einaudi
P. Brook, La porta aperta, Einaudi
A.M. Cascetta, Elementi di drammaturgia, Pubblicazioni I.S.U. Università Cattolica di Milano
F. Cruciani, Lo spazio del teatro, Laterza
F. De Biase (a cura di), Audience development, audience engagement, FrancoAngeli
M. Gualtieri, Senza polvere, senza peso, Einaudi
M. Marino, Lo sguardo che racconta, Carocci
M. Marino, Teatro da mangiare?, Teatro delle Ariette
B. Munari, Verbale scritto Corraini
B. Munari, Il cerchio, Corraini
K. Smith, Risveglia la città, Terre di Mezzo

 

6. A luci accese

Quando uno spettacolo finisce di solito si accendono le luci, gli attori escono sulla ribalta e scattano gli applausi… Benché alcuni studiosi di oggi non lo ritengano strettamente necessario, per noi l’applauso si è rivelato sempre un grande momento liberatorio, oltre che, ci piace ancora pensare, una forma di gratitudine e di rispetto nei confronti del lavoro degli artisti.
Il tempo dell’applauso, se goduto, è infatti un momento speciale per tutti, è l’attimo in cui l’attore e lo spettatore scaricano le tensioni, in cui si vedono in faccia, è l’attimo della complicità, dello sguardo d’intesa che si scambia con un amico con cui ci si capisce senza parlare.
Non sempre tuttavia, la società ci lascia il tempo per alimentare queste belle sensazioni.
Al giorno d’oggi quando per esempio andiamo a vedere una mostra, un film o a teatro, siamo spesso costretti a scappare via, a inserire l’appuntamento con la cultura in mezzo a flussi di azioni e di eventi molto diversi tra loro che, quasi sempre, finiscono per impegnarci sullo stesso livello. La stanchezza che ne deriva, lo sappiamo, è grande.
Sarà per queste elucubrazioni, ma spesso nel fuggi-fuggi verso automobili e mezzi che di solito segue agli spettacoli mi è capitato di pensare alla Seggiola delle visite brevi di Bruno Munari (sì, ancora lui), una seggiola pensata per l’appunto per stare “in prestito”, né dentro la casa di qualcuno né fuori. La seduta che è a metà tra il sedersi e lo stare in piedi, ideale da poggiare al muro, l’ha resa infatti nel tempo una perfetta sedia da pianerottolo dove ci si saluta e si conversa compatibilmente al buon senso, pena le lamentele dei vicini.
Le pubbliche relazioni che coltiviamo negli spazi della cultura, ci siamo accorti, si poggiano spesso su seggioline così.
Con il Progetto Calamaio tuttavia, complice la necessità di non dimenticare giacche, cappelli e borse, ci vuole sempre un po’ più di tempo. Nel mezzo di quelle attese si scherza, ci si guarda intorno, gli attori si fermano per rispondere a eventuali domande anche dopo le interviste ufficiali… Il tempo dell’uscita insomma risulta sempre più dilatato.
Questo fermarsi a parlare, che abbiamo speso con direttori artistici, critici e artisti alla fine di ogni spettacolo, è stato tuttavia quello che ci ha permesso di fermarci a riflettere sulle reciproche peculiarità, di immaginare dei percorsi insieme e soprattutto di godere di un tempo calmo e dilatato che nasceva prima di tutto dal bisogno delle persone con disabilità.
Ne sono successivamente nati convegni, partecipazioni a spettacoli, ulteriori incontri, relazioni e scambi che qualcuno ha poi deciso di coltivare in autonomia, soprattutto c’è chi, come Diego, quando il teatro lo ha visto ha chiesto anche di farlo. È successo con l’incontro con la compagnia di rifugiati Cantieri Meticci, incrociati ormai tre anni fa durante la preparazione dello spettacolo Il violino del Titanic di Pietro Floridia. Quel miscuglio di ragazzi stranieri della sua età, tra i 20 e i 30 anni, che parlavano male come lui ma che sembrava non fosse un problema, lo ha spinto a provare a seguirne i laboratori. L’accoglienza calorosa che ha ricevuto, pur necessitando di qualche mediazione e portando in luce delle difficoltà, ha dimostrato un ulteriore scarto di accessibilità, confermando che a teatro non è necessario parlare la stessa lingua se ci si mette in reciproco ascolto. Il corpo ci ricorda che si può anche stare zitti, basta usare i vocaboli dell’immaginazione, colmare una distanza. Perché il teatro – ci ha insegnato il laboratorio di educazione alla visione “La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta” – è sempre essere attori e spettatori insieme.
Ed ecco allora che il nostro cerchio si chiude, riportandoci a Barthes, al coro, al theatron en plein air con cui abbiamo aperto il nostro racconto.
Sia che vi sentiate più spettatori inattesi o più habitué, speriamo di avervi appassionato o quanto meno spinto a esplorare questo mondo con maggiore fiducia.
Per concludere, un piccolo regalo, un dialogo corale, annusando il vento e interrogando le stelle, ai confini del cerchio, nel nostro teatro scoperchiato:
Buio. Cicale
TIZIANA: Che poi il teatro…
FRANCESCA: Che sia proprio questa cosa qui?
STEFANIA MIMMI: Va beh, è difficile spiegare…
DIEGO: Un pochino
CLAUDIO: Cioè?
MARIO: In fondo è un desiderio primigenio
LORELLA: Non sentirci soli ci ha fatto stare bene
TATIANA: È inebriante anche quella sensazione di inconcluso
STEFANIA BAIESI: Un solo sguardo ed è un poter dire
TRISTANO: Essere continuamente
PATRIZIA: Vita e morte
LUCA: Morte e vita
ROBERTO: Senza polvere
SANDRA: Senza peso
LUCIA: Come parole lisce…
MANUELA: … Ritmate sul respiro
ERMANNO: Oh! Che gioia!

Il Progetto Calamaio vi aspetta a teatro ma vi esortiamo a scriverci su http://laquintaparete.accaparlante.it o a rivolgervi a lucia.cominoli@accaparlante.it per ulteriori informazioni.

Nel frattempo… Buone future visioni a tutti!

5. La formazione del pubblico. Esperienze di audience development

5.1 Cosa fanno i teatri. Conversazione con Micaela Casalboni, attrice di ITC Teatro di San Lazzaro di Savena (BO)
Il percorso che abbiamo intrapreso insieme con La Quinta Parete ci ha portati a focalizzare lo sguardo dall’accessibilità alla cultura in senso lato sul ruolo e l’esperienza a teatro dello spettatore con disabilità. Un ruolo e un’esperienza che abitano prima di tutto una presenza. Partirei proprio da qui. Presente è “qualcuno che è nello stesso tempo nel quale si parla” e ciò coinvolge la persona in termini di fruizione ma, facendo un passo indietro, anche in termini di accesso a. Quanto è frequente oggi la presenza della persona con disabilità in platea? È cambiato qualcosa rispetto al passato?
Qui all’ITC è cambiato sicuramente, basti pensare che quando abbiamo iniziato, nel lontano 1998 nella platea appena messa a posto c’era una sedia! Da allora, quando si incrociavano spettatori con disabilità in linea di massima alla fine dei saggi, la situazione è decisamente migliorata. Oggi ci capita molto spesso di avere tra il pubblico spettatori in carrozzina o non udenti, con alcuni dei quali, come voi e Fondazione Gualandi, abbiamo attivato percorsi specifici, relativi allo scambio dei saperi e alla fruizione dello spettacolo stesso attraverso per esempio la sovratitolazione.
Sto pensando ora alla parola “presenza” che hai usato… Una parola interessante perché la presenza è anche una caratteristica specifica del teatro, in cui è tutto lì, gli attori sono nella stessa stanza del pubblico, prima di tutto nei loro corpi. La presenza è una questione molto, molto importante che quando ci fa interfacciare con nuovi pubblici alle volte ci fa sentire inadeguati, desideriamo accogliere tutti e ci chiediamo continuamente se facciamo abbastanza. Ogni volta ci mettiamo in gioco, imparando mano a mano, e lo facciamo non solo nei confronti della disabilità, lo facciamo in direzione di un’accessibilità in senso lato, inserendo per esempio una cartellonistica in più lingue per i migranti con cui lavoriamo da diversi anni, conservando l’ambizione di rendere il nostro sito bilingue, con una prima versione italiano-inglese, impegnandoci per offrire agli studenti, fin dalle prime superiori, ingressi a 1 euro per agevolarne la partecipazione autonoma.
Come attori e registi invece sperimentiamo l’accessibilità anche nella realizzazione stessa dello spettacolo, in alcuni dei quali, come nel caso di Le Parole e la città, lo spettacolo itinerante con cui abbiamo celebrato i 20 anni del Teatro ITC con il coinvolgimento di tutte le realtà cittadine che hanno collaborato con noi, abbiamo sperimentato una traduzione simultanea in più lingue, di testi registrati che il pubblico poteva ascoltare in italiano, inglese e arabo per esempio, grazie a delle cuffie con sensori che si attivavano non appena ci si avvicinava ai singoli palchetti, mentre lo spettatore assisteva alle azioni dei performer. In altri casi, come ne La magnifica illusione, abbiamo immaginato uno spettacolo senza parole, solo agito, con un forte gioco di luci, capace così di coinvolgere persone con disabilità sensoriali, adulti, adolescenti, bambini, di far convivere insomma nello stesso spazio presenze diverse.
Lo stesso metodo de Le Parole e la città lo abbiamo usato anche incontrando il mondo del volontariato di Bergamo con il progetto “Arcipelaghi” che ne raccoglie le storie all’interno dello spazio di un ex-carcere. Tutto questo per dire che la riflessione sul pubblico con disabilità porta con sé quella sugli altri pubblici, se migliori l’accessibilità per la prima, facilmente lo farai anche per gli altri, e viceversa.

Ogni persona e quindi ogni potenziale spettatore porta con la propria autenticità, lo fa nel rapporto con l’attore ma anche nei confronti del pubblico. Grazie al vostro spettacolo Diario di una follia di Stato ci siamo liberamente ispirati alle Istruzioni alla servitù di Jonathan Swift e agli esercizi mattutini di obbedienza e normalità eseguiti dagli attori, i ragazzi di Crossing Paths, per ricostruire le tappe della nostra entrata a teatro. Ne è nato un ironico vademecum “Sconquasso, istruzioni per l’uso”. Quanto vi siete riconosciuti in quanto casa ospitante nelle tappe di questo passaggio di accoglienza negli spazi del teatro?
L’esperienza di avervi qui ci ha fatto vedere a noi stessi noi stessi. Uso questo gioco di parole per dire che spesso abbiamo sentito di aver ricevuto molto di più di quello che avevamo dato, ci avete fatto notare, attraverso le vostre visioni, cose a cui non avevamo pensato ma in cui ci siamo fortemente riconosciuti. Lo sconquasso per esempio, che da noi è sempre benvenuto, non ci sembrava un problema, ci sentivamo predisposti ad accogliervi, sapevamo di avere la rampa, che superato il numero di 3 e 4 carrozzine sarebbe stato necessario fare un punto organizzativo e magari dotarsi di una maschera in più, insomma niente di che. Le dinamiche però su cui voi avete giocato e ironizzato hanno messo in discussione l’entrata di tutti gli altri spettatori, inevitabilmente contagiati da una prossimità forse non del tutto attesa, una cosa che non avevamo considerato. Quando ho letto quel vademecum, oltre a riportarmi con affetto a un percorso educativo molto caro, quello con gli adolescenti di Crossing Paths, ho riso moltissimo, avrei voluto appenderlo all’entrata, nel foyer e, ti dico, forse prima o poi lo farò! La stessa sorpresa l’ho avuta leggendo la restituzione sul nostro Teatrobus… Le immagini che gli avete costruito intorno erano le stes- se da cui noi siamo partiti quando abbiamo deciso di sperimentare questa nuova avventura, quella cioè di costruire un teatro su un autobus. Uno spazio, lo sappiamo, molto poco accessibile ma che non vi ha fermati, vi è bastato chiedere aiuto per salirci su. Un bello schiaffo a certe preoccupazioni che a volte gli artisti si fanno perché in quel caso di fare piani organizzativi non c’è stato proprio il tempo! Io, devo ammettere, sono una specialista nelle preoccupazioni ma lo sono di più in veste di attrice. Quando ho interpretato Ofelia in Tiergartenstrasse 4 per dirne una, in cui raccontavo la storia una disabile con un ritardo mentale che stava per essere coinvolta nel programma di sterminio previsto durante il regime nazista, ero piena di dubbi. Per interpretare Ofelia in passato avevo studiato modi di parlare, gestualità e corporeità di un certo tipo di disabilità. La sera in cui sapevo che voi sareste stati tra il pubblico, mi ripetevo continuamente “con che faccia mi trovo ora a rappresentare io tutto questo?”. L’ansia, la paura, sono trappole in cui si rischia di cadere, succede anche con il pubblico che applaude e basta, ti chiedi se avrà davvero capito, se avrà davvero apprezzato. Il teatro però ti insegna a vivere l’incontro in maniera empirica e ciò che ti dà forza è prima di tutto l’incontro umano. Questo è fare teatro, e io me lo porto sempre dietro. Quando mi chiedono che cosa faccio, non rispondo mai “faccio l’attrice”, rispondo sempre “faccio teatro” ed è accaduto anche a voi: non vi abbiamo semplicemente proposto uno spettacolo, abbiamo “fatto insieme teatro”.

Come attrice e regista sei stata più volte coinvolta nell’incontro con gli educatori e gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, nella fase di preparazione alla visione dello spettacolo come in Diario di una follia di Stato ma anche leggendo il riscontro seguito alla visione di Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia. Cosa ti ha lasciato questo scambio? C’è qualcosa in particolare che porti ancora con te?
Quello che mi ha colpito è stata senza dubbio la capacità spontanea di andare alla radice, ogni volta in maniera diversa. In certi casi le restituzioni riassumono lo spettacolo in tre parole con grande semplicità, in altri il tutto è reso più complesso e ti fa notare aspetti del tuo modo di recitare o di dirigere a cui non avevi pensato. Ciò che resta è senza dubbio la dimensione poetica, il dono di un incontro. Nella restituzione di Ofelia, di cui conservo ancora il disegno di Attilio Palumbo sul mio dekstop, ho sentito fortissima la percezione di questa dimensione, che anch’io, che avevo lavorato con grande umiltà, avevo ricercato nella rappresentazione con l’idea cioè di lavorare su un doppio binario, di oltrepassare la mimesi dell’attore e di arrivare più all’interno per disegnare un personaggio poetico. Ofelia, quando guardo il disegno ci penso ancora, mi ha costretta a un esercizio di verità, non di realismo ma di verità, che è un’altra cosa. Ofelia che inizia da me, finirà con qualcosa di diverso da me. La disabilità, forse, ti porta a confrontarti con un meccanismo piuttosto simile. Dei nostri incontri di preparazione agli spettacoli poi ricordo senza dubbio Lorella, ne ha sempre una per ogni argomento e, un po’ come Ofelia, deve sempre dire quello che pensa, anche se inopportuno. In quell’occasione io e i ragazzi ci siamo divertiti moltissimo e, sarò onesta, non pensavo che sarebbe accaduto, immaginavo di dover- mi concentrare molto nel capire e nel dover farmi capire. Invece siamo stati accolti benissimo, Stefania Baiesi, Mario e tutti gli altri presenti si sono aperti con un atteggiamento di grande protettività nei confronti dei ragazzi, ci si parlava tra fratelli umani e l’insieme, tra tutte quelle risate, affrontando temi seri, è stato un po’ toccante.
Un’altra cosa che mi ha colpito è stata la vostra partecipazione all’incontro organizzato in Università dalla professoressa Zanetti, insieme al Teatro Testoni Ragazzi e all’oggi Teatro Laura Betti nell’ambito del convegno “I diritti dei bambini e delle bambine a una piena cittadinanza culturale”, c’eravate tu, Sandra e Tatiana. Ricordo l’ironia con cui dialogavate con Tatiana, il gioco del “avete capito?” quando Tatiana, che ha difficoltà nel linguaggio, parlava, una sorta di rimbalzo di battute alla Totò e Peppino, delicate ma decisamente comiche, perfette per rompere il ghiaccio. A partire dalla disabilità, ci avete riportati a una dimensione di quotidianità, a una dimensione di allegria e spronato a capire che non si può sempre parlare solo di “sfiga”!

L’accessibilità, così come il tema della sessualità, sottolinea provocatoriamente il giornalista con disabilità Claudio Imprudente, sta sempre di più diventando una moda. Claudio ne sottolinea questo aspetto, soprattutto relativamente al fatto che spesso a chi oggi affronta queste tematiche mancano dei passaggi di conoscenza sulla disabilità in senso stretto. Una riflessione un po’ scomoda che però ci offre l’opportunità per ampliare una domanda di fondo. Che cosa rende accessibile un teatro? Come porsi dunque di fronte alle specificità di un pubblico sempre più variegato?
È necessario, come anche voi sottolineate, che i pubblici comincino a guardarsi tra di loro. L’audience development sta lavorando in ambito europeo proprio su questo: come far sentire le persone accolte in un processo dinamico che non cambia di luogo in luogo ma da individuo a individuo, indipendentemente dalle categorie di appartenenza. Bisogna ragionare in termini di mescolanza e di spazi terzi che possano favorire i tempi dello scambio, della conoscenza e della socializzazione in apertura alle specificità.
In Danimarca, Svezia, Francia, Germania e Inghilterra si ragiona da tempo su questi aspetti e anche nei teatri tradizionali sono previsti altri spazi deputati a questi momenti, i foyer sono concepiti come le zone del salotto di una casa, ci sono angoli per leggere, per mangiare e bere per chiacchierare e rilassarsi, darsi un tempo prima e dopo la visione.
Che ci sia una moda, come ci stuzzica Claudio, è possibile, ma mi dico anche che se poi la moda ci porta a rendere accessibili degli spazi ben venga! Penso che dipenda dai casi, che non si possa fare di tutta l’erba un fascio, distinguere per esempio il concetto di accessibilità da quello di teatro sociale è un primo passo per non cadere in certi tranelli.

Il lavoro degli ultimi tre anni del Teatro ITC si sta soffermando moltissimo proprio sull’audicence developement, in direzione anche di modifiche strutturali, di una revisione degli spazi e di un ripensamento complessivo del luogo teatro, qualcosa che va oltre alla definizione di “luogo dello sguardo” per spostarsi sempre di più sul piano della relazione e dell’educazione con e per il pubblico. Cosa nascerà? Quali sono le utopie del prossimo futuro?
Sì, come teatro ci piacerebbe molto aderire agli spazi europei sopracitati e a sviluppa- re in questa direzione i suggerimenti dell’audience development, la Compagnia dell’Argine sta bene all’ITC ma indubbiamente è ormai uno spazio stretto. A questo proposito, grazie a un aiuto esterno, presto avremo la possibilità di acquistare un tendone da Circo, una vera e propria nuova sala che sarà posta nella piazza esterna accanto al teatro, che, oltre a essere totalmente accessibile in termini architettonici, ci permetterà di condurre in uno spazio teatrale i nostri laboratori come quello, per re- stare in tema, ormai diventato consuetudine con “Gli amici di Luca”, che coinvolge le persone reduci da esperienze di coma de La Casa dei Risvegli, uno spazio che può essere aperto anche ad aperitivi, eventi itineranti, incontri o ulteriori spettacoli.
A ciò si aggiunge il progetto Futuri Maestri, una riflessione che coinvolgerà oltre tremila bambini e ragazzi, di cui mille sulla scena, su ciò che è il mondo contemporaneo, a partire dalle parole-chiave lavoro, amore, crisi e immigrazione. Nel 2008 l’ITC ha mutato forma giuridica, da teatro è passato a cooperativa sociale, mi piace che a un certo punto abbia il coraggio di dire quello che oggi è.
Il teatro non è uno spazio vecchio dove va gente vecchia, bisogna togliere polvere prima di tutto alle idee, mischiare gli sguardi, aprire le porte, metaforiche e non.

5.2. Educare alla visione a scuola con “Crescere spettatori”. Conversazione con Agnese Doria di redazione Altre Velocità

Che cos’è “Crescere spettatori”?
È un progetto che è nato in maniera ancora più strutturata nel 2015 quando Altre Velocità ha ricevuto il finanziamento ministeriale del MiBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), accreditandoci tra gli enti che si occupano in Italia della formazione del pubblico. Il nostro lavoro ha radici più antiche ma questo riconoscimento, oltre a permetterci una maggiore strutturazione, ci ha concesso di ottenere a livello nazionale una riconoscibilità forte.
“Crescere spettatori” sono i laboratori che noi teniamo in orario curriculare all’interno delle scuole ormai di quasi ogni ordine e grado, a partire dalle elementari attraverso le secondarie di primo e secondo grado, nelle ore quindi che alcuni insegnanti di diverse materie, come per esempio italiano e storia dell’arte, offrono al laboratorio. Il fatto che non si tratti di laboratori opzionali extrascolastici ma che gli incontri rientrino nel monte ore obbligatorio è per noi molto importante perché pone i ragazzi di fronte all’inaspettato. Molte volte infatti quando entriamo in classe i ragazzi non sanno bene chi siamo e che cosa siamo venuti a fare, a volte non lo sanno neanche le insegnanti, la cosa bella però è che quando si rompe il ghiaccio ed entriamo e raccontiamo quello che facciamo, spesso quei ragazzi o ragazze che mai avrebbero scelto un laboratorio di educazione allo sguardo si ritrovano a essere in qualche modo incuriositi e affascinati da questa nuova prospettiva, che non li convoca a “fare” ma semplicemente a “osservare”. I più piccoli ci hanno molto stimolato in questa direzione, abituati cioè alla dimensione fattiva che fa parte della vita scolastica, in cui c’è molto “esterno” che entra quotidianamente nelle classi richiamandoli per l’appunto alla dimensione laboratoriale della concreta attività e del teatro recitato.
In questo caso noi agiamo in maniera differente, li richiamiamo allo sguardo e all’ascolto con un posizionamento che loro percepiscono come nuovo, complice una tradizione pedagogica che da Ciari, Munari e Freinet ha sempre spinto verso l’artigianato. Noi non abbiamo pedagogicamente nulla contro questi approcci ma pensiamo semplicemente che un posizionamento sullo sguardo e su “il non fare” sia oggi altrettanto indispensabile.
Sono dunque laboratori sullo sguardo in cui noi, a seconda delle età dei ragazzini, usufruiamo di una cassetta degli attrezzi diversa che è uno strumentario per saper iniziare a guardare uno spettacolo ma soprattutto per cominciare a saper fare domande all’opera d’arte. Spesso domandiamo che cosa ci sta chiedendo l’opera, quali domande fa al pubblico e viceversa quali sono quelle che il pubblico fa all’opera, spronandoli a chiedersi quindi che cosa loro cercano nell’opera e ad argomentare motivazioni che vadano a fondo, in direzione di una complessità.
Avendo ricevuto il riconoscimento del Ministero, della Regione Emilia Romagna e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna ovviamente si è creata una rete di partnership regionali ed extraregionali che ci permette oggi di entrare in diversi contesti scolastici. Con il Teatro Arena del Sole entriamo in tutte le scuole di Bologna e provincia, con il Teatro delle Briciole entriamo nelle scuole medie del parmense, insomma iniziamo ad avere una mappatura piuttosto vasta che vorrebbe poi costituire una ricerca sul campo a livello sociologico, affinché in futuro diventi una pubblicazione che possa dare voce a quella che per noi che sta diventando una metodologia di intervento e naturalmente ai suoi protagonisti.
D’altronde noi ci siamo inseriti in un periodo storico che proviene dall’eredità della grande animazione teatrale in cui finalmente il teatro è stato portato nelle scuole e che ha avuto una grande stagione, una stagione però che sembra essersi un po’ dissolta nell’aria.
Noi raccogliamo quell’eredità trasformandola dal punto di vista della spettatorialità anche perché storicamente siamo spettatori tutti i giorni, dal secondo che viviamo alle pagine Facebook e ai siti che andremo a visualizzare, in tutto questo mare magnum bisogna restare vigili, capire come orientarsi, quali sono le domande da porre, quali le fonti attendibili. Cerchiamo di dare degli strumenti che sono dedicati alla visione di uno spettacolo ma allargando lo sguardo ci piacerebbe che fossero strumenti per saper guardare l’arte in generale e, per allargarlo ancora di più, in maniera utopica ma presente, per saper guardare il mondo.

Tornando per un attimo all’interno della dimensione di inaspettato da cui, dicevi, prende avvio il vostro dialogo con le classi, c’è stato qualcosa che ha colto di sorpresa anche voi, che ha rovesciato cioè il vostro modo di guardare all’universo dei bambini e dei ragazzi di oggi?
È una domanda bella e a cui è difficile rispondere perché ogni classe è un microcosmo a sé e ha talmente tante peculiarità che è impossibile generalizzare. Ci capita spesso tuttavia che i ragazzi siano entusiasti di andare a teatro e anche qualora non siano dei grandi frequentatori trovano comunque che la possibilità che la scuola gli offre di accedere allo spettacolo, anche usufruendo di eventuali scontistiche, sia pur sempre un’esperienza positiva.
Parlando di scuole superiori, poi, bisogna considerare che quando si raggiunge un’età biografica in cui il ragazzo inizia a operare delle scelte se non sulla vita almeno sui suoi hobby, tendenzialmente non sceglie di andare a teatro, un po’ perché ha dei costi elevati un po’ perché gli spettacoli sono di sera. Il cinema resta più accessibile, spesso ci scontriamo con loro infatti su un lessico e delle aspettative più legate al grande schermo che alla visione dello spettacolo dal vivo. Quando però poi lo incontrano, raramente ne escono scontenti. Inoltre sono termometri sempre in azione e ce lo dimostrano non appena ci mettiamo a dialogare.
La prima cosa che chiedo loro all’entrata in classe è se sono spettatori, se vanno a teatro e in quali teatri, quali sono cioè i contesti che frequentano e in cui si riconoscono nel panorama territoriale. Mi è capitato una volta che fossero loro a farmi conoscere una realtà che non conoscevo, dichiarandosi spettatori del “Festival 20-30” e grazie a loro ho scoperto un mondo. I ragazzi sono sempre dei grandi motori, hanno le antenne, hanno un fiuto da cui è giusto farsi trasportare.

In diversi paesi europei il teatro è portato e vissuto all’interno della scuola come disciplina di pari dignità insieme alle altre materie scolastiche. Avviene lo stesso anche in Italia?
No perché non c’è la struttura, e nonostante oggi ci sia una proposta di legge per far entrare il teatro come materia curriculare siamo ancora lontani da una definizione. Questo apre sicuramente delle riflessioni. In un momento dove tutto si sta smaterializzando, il teatro rappresenta una grande forza, è tutto, rappresenta il corpo, le temperature della voce, hai un tuo simile in un contatto visivo attore-spettatore insostituibile… Vero è che rispetto a questo noi ci interroghiamo ancora sul che cosa significhi entrare in classe. Noi siamo delle meteore nelle vite dei ragazzi, il nostro progetto può durare da due a un massimo di sei ore. Come relazionarci all’habitat e alle dinamiche che regnano nella classe? È giusto disarcionarle o no? È giusto en- trare in dialogo o no? In tutto questo in cui ci sentiamo ancora in un percorso in fieri, mi sembra che il fatto che qualcosa rimanga esterno non è del tutto negativo. È un motore comunque pazzesco che un ragazzo decida di andare a fiutare fuori e che questo accada al di là della famiglia e della scuola, in quanto lui si sente finalmente autore di decidere quello che vuole andare a fare, perché sempre minore è per i ragazzi anche la scelta di spazi di ozio, che si rivelano sempre più assottigliati. In quel luogo, vivaddio, non si sa bene che cosa si faccia ma qualcosa si muove, che sia teatro, musica o incontri, lì finalmente qualcosa accade.
È chiaro che la domanda si sposta su un piano politico. Quali sono quei luoghi vivi dove qualcosa accade e dove i ragazzi possono trovare qualcosa che sia di qualità e in cui siano liberi di andare? Questo era ai miei tempi un ruolo assolutamente rivestito dai centri sociali. Ci deve essere un territorio di libertà. Portarlo dentro così come è, soprattutto in una scuola che oggi va sempre di più verso i tecnicismi, è sicuramente importante; detto ciò credo anche che a un certo punto si possa dare ai ragazzi una scintilla che, se vogliono, possono portare avanti da soli, con forme che si devono inventare e che noi adulti non possiamo prevedere.

Dai licei alle elementari. Che strumenti avete usato per avvicinare i bambini all’ascolto?
La sperimentazione con le elementari la stiamo ancora affinando ma abbiamo trovato degli escamotage. Abbiamo per esempio una griglia di riferimento, che usiamo anche alle superiori, che racconta la scena a partire dagli elementi tecnico-formali, dal visibile cioè, come la scena, le luci, gli attori, i video, eccetera, con cui andiamo ad analizzare anche l’invisibile, quello che invece sulla scena non si vede. Con i bambini facciamo esattamente questo, rendendolo però materico, mostriamo loro la visibilità, entrando in classe con un performer, poi mano a mano la astraiamo. Dopo di che ci sono degli esercizi fisici di sguardo, diverse modalità per guardare una cosa, un piccolo training in cui li costringiamo a mettersi in movimento.

Hai mai incontrato alunni con disabilità nelle classi che hai incrociato?
Se ti riferisci a un handicap conclamato non mi è mai successo, anche se alle superiori ho incrociato dei ragazzi seguiti da un sostegno. Per quanto riguarda medie e elementari abbiamo incontrato classi con una percentuale molto alta di BES ma francamente se non me lo dicono personalmente non me ne accorgo… Per come sono organizzate le nostre attività anche i bambini più “lenti” trovano spazio per dare il proprio contributo, anzi spesso le insegnanti notano con piacere come emergano personalità che in genere fanno fatica a esprimersi, essendo le nostre lezioni molto partecipative e soprattutto collaborative.
Il modulo che va per la maggiore è quello di quattro ore, due ore prima dello spettacolo e le due ore successive, accade sempre che quando iniziamo a teorizzarlo, chi si dimostra molto vivace nella prima parte stia poi zitto nella seconda e viceversa, questo perché mentre prima occorrevano degli strumenti di razionalizzazione, a seguito dello spettacolo, grazie agli strumenti concreti e visibili che il teatro offre, anche chi ha delle difficoltà riesce più facilmente ad accendersi e a infervorarsi.
A volte, chi ha voglia, prende degli appunti e li deposita su carta ma lo fa liberamente, senza obblighi e costrizioni. Proviamo così a ribaltare etichette, posizioni e ruoli prestabiliti in cui hai la massima libertà d’azione quando l’insegnante non c’è, perché si crea un territorio in cui puoi muoverti su regole nuove; questo sarà probabilmente il passaggio a cui tenderemo in futuro.

Insieme al Progetto Calamaio ci hai introdotto al bellissimo spettacolo di Giuliana Musso, La fabbrica dei preti. Che cosa ricordi di quell’incontro? Ti capita spesso di incontrare persone con disabilità in platea?
Ammetto di essere piuttosto abituata a vedere persone con disabilità tra gli spettatori. Mi capita all’Arena del Sole ma anche in occasione di festival che si stanno aprendo in questa direzione, come per esempio con Gender Bender. Rispetto al nostro incontro ricordo invece di essere stata un po’ frontale, proponendo una lezione piuttosto classica in cui forse avrei potuto lasciare più spazio agli interlocutori, mi piacerebbe poter tornare oggi con il bagaglio d’esperienza che ho conquistato nelle classi con “Crescere spettatori”. Ricordo tuttavia un grande entusiasmo, soprattutto al momento dello spettacolo, all’arrivo a teatro, una comunità in movimento, capace di spostare energia, una cosa che si percepiva sia nei ragazzi sia in chi li accoglieva.

5.3 Dall’estero. L’esperienza inglese di IIAN e quella francese di Troisième Rideau
“La cultura è un elemento positivo che può facilitare l’inclusione sociale rompendo l’isolamento, favorendo l’espressione di sé, supportando la condivisione di emozioni e portando un’‘anima’ nelle misure messe in campo nell’affrontare le privazioni ma- teriali. Come mostra l’evidenza, la partecipazione culturale può avere grande impatto sul benessere psicologico delle persone.
Così citano le prime pagine del Report dell’OMC (Open Method of Coordination) dell’Unione Europea nell’ambito del Piano di Lavoro per la Cultura 2011-2014, a proposito delle politiche e delle buone pratiche di recente proposte sul piano euro- peo dalle arti pubbliche e dalle istituzioni culturali a favore di un migliore accesso e di una più estesa partecipazione alla cultura.
Il Report è del 2012 e l’Inghilterra, insieme a Francia, Italia, Germania, Spagna, Svezia e Danimarca, era ancora annoverata tra le esperienze degne di nota.
Cambiamenti sullo scenario politico a parte, l’Inghilterra, che porta con sé una favolosa tradizione teatrale, è sicuramente oggi con la Francia uno dei paesi più attenti al coinvolgimento e alla formazione dei pubblici. Tra questi anche quello con disabilità.
Lo scorso 7 marzo 2015 ci è capitato di presentare come Accaparlante il lavoro svolto con “La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta” al Festival Visioni di Futuro de La Baracca Teatro Testoni Ragazzi. Insieme a noi, sul palco, c’era un giovane ragazzo con disabilità, Daryl Beeton, uno dei fondatori di IIAN (International Inclusive Arts Network). Daryl è un attore e un regista che da anni si occupa a Londra e in giro per il mondo di circo teatro e teatro ragazzi prima di tutto in quanto artista e acrobata, dedicando particolare attenzione, anche in base alla sua esperienza, al tema della diversità e dell’accessibilità.
Oltre ad aver realizzato bellissimi spettacoli per i più piccoli come il recente A Square World in cui ha affrontato il tema delle barriere architettoniche utilizzando con ironia, poesia e profondità alcune forme geometriche, Daryl si è impegnato moltissimo nella realizzazione di un network internazionale rivolto senza distinzioni ad artisti e spettatori, lo IIAN per l’appunto, a favore dell’accessibilità dei pubblici, in particolar modo quello con disabilità.
 Altra esperienza che merita una menzione è senza dubbio quella francese di Troi sième Rideau a Mulhouse in Alsazia, di cui ci parla in maniera approfondita Massimiliano Rubbi nella sua rubrica di «Hp-Accaparlante» Europa Europa: un gruppo di attori con disabilità che non solo sono autori e protagonisti dei propri spettacoli ma che cercano con varie azioni di restituire al pubblico il processo delle prove, attraverso un diario di bordo in fieri che li porta a mettersi in gioco, a porsi domande che mirano alla realizzazione dello spettacolo ma che si interrogano anche sul senso che questo potrà avere o non avere per il pubblico e i modi in cui, qualora ci sia una disabilità, possa esserne fruito, uno scambio alla pari molto vicino all’approccio del Progetto Calamaio, che potete visionare sul loro blog: http://3emerideau.blogspot.it.
Per chi desiderasse documentarsi ulteriormente a fine volume troverà alcuni link utili e una breve bibliografia. I siti e i portali che oggi raccolgono le azioni a favore della partecipazione culturale sono molti e si evince come, perlomeno in Europa, la comunità internazionale stia prendendo direzioni condivise nella ridefinizione di norme, progettazioni e prassi.
Al di là di questi passaggi fondamentali, l’approccio più interessante tuttavia resta per noi ancora quello indicato da Simona Bodo, lo sguardo cioè sui terzi spazi in cui si sviluppa quel “patrimonio culturale immateriale” fatto di strumenti, oggetti e know-how tramandati da generazioni, che consentono di ricreare costantemente le culture nelle relazioni che passano attraverso il confronto tra i gruppi e le comunità.
Si potrebbe dire che, anche se si sa che il teatro fatto e visto fa bene sul piano pratico, non basta. Le comunità di appartenenza, le occasioni, restano infatti quello che più di tutto ancora condiziona l’apertura o la chiusura dei processi, e spesso una normativa illuminata non è fondamentale.
Resta il fatto che, come sottolineava Agnese Doria, chi trasmette la cultura ha un compito limitato: possiamo accendere una scintilla ma la scelta, di coltivarla o meno, spetterà pur sempre al singolo e questa libertà non può e non deve essere un comportamento prevedibile.
Ce ne parla a suo modo, nel prossimo intervallo, Alessio Plona, volontario del Servizio Civile Nazionale 2015-2016, qui alla sua prima esperienza di spettatore all’ITC Teatro con l’Hamlet travestie di Punta Corsara

Intervallo n 4. La mia prima volta a teatro. Un racconto di Alessio Plona, volontario del Servizio Civile Nazionale 2015-2016
Arrivare a Bologna, la dotta o la rossa a seconda delle preferenze, senza essere mai andato a teatro potrebbe suscitare un po’ di vergogna, e in effetti… Se da un lato le condizioni contestuali (venire da un piccolo paese, scuole superiori a indirizzo commerciale, amicizie “non troppo appassionate” al tema) non mi hanno aiutato molto, c’è da dire che la mia pigrizia e il mio poco spirito decisionale non mi hanno mai fatto incrociare questa strada, seppur avessi sempre voluto. Quindi quale occasione migliore di poterci andare se non all’interno del Servizio Civile? Ambiente formativo, protetto e in cui poter crescere… Ammetto, ero leggermente teso ed emozionato come credo che capiti quando per la prima volta si affronta qualcosa. Dico “affronta” col senno di poi, perché se dovessi pensare a una parola con cui definire questa mia esperienza direi “vulcano” di energia. Non ho sicuramente le competenze adatte per fare una valutazione artistica/tecnica sullo spettacolo, ma poco importa. Quegli attori di Punta Corsara per me sono stati eccezionali, un fiume in piena che ti travolge. Posso dire che sono uscito dall’ITC scosso, in senso positivo ovviamente, perché non mi aspettavo così tanta energia, così tanta vigoria sproporzionata, usando un termine calcistico. Non è facile descrivere le sensazioni provate: felicità, stupore, anche un pizzico di disorientamento…Emozioni contrastanti? Forse, chissà….Non sono mai stato bravo in effetti, ma penso sia “semplicemente” un qualcosa che ti muove, che non ti permette di staccare dalla realtà per un lasso di tempo sufficiente a dire “Ops, ma è già finito?”. Sarà stato lo spettacolo in napoletano, quindi vivo, caloroso, divertente e accogliente, che mi facilita in questa descrizione di quanto provato? Non so, però di una cosa sono certo: a teatro ci voglio tronare anche se non so ancora quando ne avrò il tempo!