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Autore: Nicola Rabbi

6. La figura dell’educatore all’interno del Gruppo Calamaio

di Mario Fulgaro e Sandra Negri

Raccontare un gruppo educativo è sempre complicato. Lo è ancora di più quando il gruppo educativo in questione si pone l’obiettivo di ridefinire il rapporto tra utente ed educatore cercando di costruire un contesto in cui la collaborazione e la condivisione del percorso è centrale. Per questo abbiamo pensato di raccontare il Gruppo Calamaio dando voce ai due protagonisti della relazione educativa.

Dal punto di vista di Mario Fulgaro, animatore con disabilità
Uno dei segreti per vivere bene sta nel rapportarsi a se stessi in modo pacifico, così da confrontarsi con gli altri in modo altrettanto sereno. Occorre, infatti, tirare un sospiro di sollievo e sorridere sempre, sia di fronte alle innumerevoli circostanze che il mondo ci mette davanti, sia di fronte allo scambio di informazioni che si ha con chi ci sta accanto, anche se per un arco di tempo limitato. Questo accade sempre e in ogni ambito, sociale o politico o, in senso ampio oppure più “ristretto”, in campo educativo.
È indispensabile, dunque, fare riferimento a una qualche figura guida che ci aiuti a superare ogni tipo di impasse. Parafrasando l’alto pensiero contenuto nella Maieutica di Socrate, potremmo dire che “nessuno riesce ad agire da solo” e ognuno ha bisogno di qualcun altro che lo sproni a sviluppare le proprie abilità, nella giusta direzione. Ogni “tratto di strada” è compiuto, oltre che in circostanze idonee, anche e so- prattutto assieme a qualcun altro. Non siamo delle “cellule” autosufficienti in tutto e per tutto.
Quando si entra a far parte del Gruppo Calamaio, ognuno è carico del proprio bagaglio culturale ed esperienziale, utile e fondamentale per arricchire il gruppo lavorativo di nuove “nozioni relazionali”. Infatti, non c’è alcuna forzatura, tutto si lascia fluire con spontaneità e naturalezza. Poco alla volta, poi, sotto la guida degli educatori, ci si ritrova a contribuire, con il proprio “corredo di sapere”, al lavoro corale di tutti. Si entra subito in sintonia con gli educatori attraverso armi invincibili, quali l’ironia e lo spirito di gruppo.
Il ruolo principale dell’educatore, all’interno del Gruppo Calamaio, è quello di analizzare, guidare e indirizzare le potenzialità messe in campo da tutti.
La sorpresa, se non la meraviglia, che investe chi ha scoperto un proprio talento da poter sfruttare, si manifesta, di solito, in un largo sorriso di soddisfazione. Il clima di amicizia e allegria, che si viene a instaurare tra educatori e disabili, favorisce la nascita di forti legami di appartenenza. Così, lo spirito di gruppo che ne consegue, rafforza il bisogno di confrontarsi e scambiare informazioni di sé, con naturalezza e spontaneità: “Che ne dite di prendere un caffettino?”, “Sì sì, ma io prendo il caffè macchiato, tipo cappuccino!”.
Giorno per giorno si inizia a percorrere un pezzo di strada comune, ognuno in modo personale, perché le differenze, se coordinate bene tra loro, sono alla base di una crescita collettiva. Chi si smarrisce per un attimo, trova l’aiuto e la collaborazione dell’educatore che, con i suoi consigli e suggerimenti, agevola una più regolare gestione di tutte le dinamiche interne al gruppo di lavoro: “Aiuto! Chi può aiutarmi?”, “Vengo io, non ti agitare come al solito!”.
Il dialogo acquisisce un valore prioritario e, per consentire un suo svolgimento pacifico, il rapporto tra i membri del Gruppo Calamaio, educatori e disabili, è di tipo paritario. Si scambiano pareri e proposte tra colleghi di lavoro, sicché i possibili ammonimenti sono vissuti come “consigli educativi”. Inevitabilmente, differenze di ruolo possono emergere e, molto spesso, affiorano, ma solo come fattore volto a valorizzare il compito di ognuno, non come elemento discriminatorio. Il dialogo ha un potere risolutivo di grande rilevanza ed è quello che l’educatore utilizza, per dirigere le energie proprie e altrui, in vista di una soluzione condivisa. È facile, così, che si faciliti una condivisione di intenti da parte di tutti: “Quale colore va meglio sul nostro volantino, il rosso o il verde?”, “Direi il verde!”, “Allora metteremo il rosso!”, “Ok!”.
In un gruppo di lavoro così grande, è inevitabile che possano sorgere situazioni di malinteso o, addirittura, di stallo. In questi frangenti, gli educatori sanno bene che devono mettersi in discussione, per riuscire a superare ogni fase critica. Ogni volta, l’intero gruppo ne ha beneficiato in termini di compattezza, trovando, appunto, negli educatori i suoi punti di riferimento: “Io sto bene con loro. Io con io ed io con loro, senza alzate di testa!”.
Il rispetto dei tempi di ciascuno è strategia essenziale, sia per cercare di studiare il modo più idoneo per intervenire, sia per dare tempo all’altro di entrare in sintonia con il contesto creatosi attorno. La crescita di un gruppo sta nella sua dinamicità interna: “Se non ti senti in forma stamattina, puoi rilassarti un po’ sulla poltrona”, “Magari!”.
Condividendo anche aspetti del vivere quotidiano, quali pranzi, merende, feste, convegni…, sorgono, anche in queste occasioni, legami affettivi di amicizia e di condivisione di intenti e piaceri. Il veicolo, che è alla base di tutta questa evoluzione relazionale, è dato dal tipo di approccio ironico e autoironico. La leggerezza con cui si vivono tali eventi, non va a inficiare la distinzione di ruolo, del tutto naturale, che sussiste tra educatore e persona con disabilità. Infatti, durante le occasioni di svago, non mancano episodi educativi.
Può cambiare il contesto in cui si agisce, ma non lo spirito con il quale si affrontano le diverse situazioni. È proprio questa la chiave di successo dell’educatore: riuscire a creare le condizioni per colorare, macchiare, in modo allegro e contagioso, la realtà in cui si opera.

Dal punto di vista di Sandra Negri, coordinatrice educativa
Educare: dal latino educĕre «trarre fuori, allevare».
Essere educatori al Progetto Calamaio significa ciò che “essere educatori” significa in ogni contesto educativo. Ma mi spingo oltre: significa ciò che “essere in relazione” significa in ogni contesto di vita.
Ho cominciato la mia esperienza di educatrice all’interno del Centro Documentazione Handicap quando ero giovane e poco esperta di questa professione, ma soprattutto non avevo esperienza alcuna nelle relazioni con la disabilità. Mi sono ritrovata davanti a persone adulte, con deficit motori importanti e una grande consapevolezza di sé, di chi erano, di chi volevano essere, di ciò che sapevano, volevano e potevano fare in ambito lavorativo… e anche di ciò che non potevano, volevano e sapevano. Ecco, il primo impatto è stato da subito di una situazione ribaltata rispetto al mio immaginario. Io non sapevo nulla e i miei cosiddetti “utenti” sapevano tanto. La risposta più semplice era affidarmi, lasciarmi condurre, lasciarmi “allevare” in questa nuova veste che non sapevo ancora indossare.
È stata una bellissima iniziazione. E da allora – che il nostro gruppo di strada ne ha percorsa tanta – questo è ancora il punto centrale del nostro lavoro educativo. Gli educatori cercano sempre di affidarsi al sapere che la persona con disabilità porta in sé e all’occasione di crescita e di nuova conoscenza che rappresenta.
Attorno al riconoscimento dell’altro come parte attiva e indispensabile della relazione educativa, che è il punto centrale del nostro stile di lavoro, si snodano tanti altri aspetti, tutti fondanti e insostituibili del nostro accompagnare e accompagnarci reciprocamente nel percorso di miglioramento di noi stessi e del contesto in cui viviamo.

Relazione – conoscenza di sé e dell’altro – messa in gioco
Parlare di relazione non significa osservare semplicemente un elemento dell’educazione, ma affrontare l’essenza dell’educazione stessa come esperienza umana che accade tra le persone. Partendo da sé e dalla consapevolezza di chi siamo e di cosa mettiamo in gioco, attraverso la relazione avviene poi la conoscenza reciproca; quella vicinanza sensoriale e percettiva che fornisce informazioni e stimoli affinché l’altro possa rappresentare una risorsa e un’occasione di scambio, fino a diventare condivisione empatica sul piano personale e lavorativo. Si tratta di un lavoro lungo e complesso, di un percorso che richiede disponibilità a lasciarsi coinvolgere e cambiare. E quando diviene consuetudine e abilità stabile, il gruppo si fa luogo di crescita profonda per ognuno.

Creatività – apertura al nuovo – sperimentazione – improvvisazione
La disabilità ci obbliga a fare i conti con l’inatteso, l’ignoto. Ci costringe a reinventare la relazione e la collaborazione a ogni passo del nostro percorso e a ogni nuova strada che intraprendiamo. Impossibile prevedere, progettare, fare piani che verranno, con ampia probabilità, modificati. L’handicap, che è ostacolo, difficoltà, ci mette sempre davanti a un bivio: lasciarci frenare o inventare una nuova soluzione. Questo allenamento all’improvvisazione è materiale prezioso nel quotidiano per creare realtà, legami, progetti e idee nuove. La capacità appresa e allenata alla creatività è risorsa preziosa nel superamento delle criticità, nella ricerca delle risposte alle incognite che il lavoro educativo presenta e nell’incontro con l’altro, mai uguale a se stesso, sempre da conoscere e riconoscere.

Relazione alla pari – relazione di cura e di aiuto
Se la relazione è scambio, lo è anche quando si tratta di ruoli e competenze. La figura dell’educatore e quella dell’utente non sono mai definite in modo netto e chiaro. Questo è ancora più presente all’interno di una relazione che, per sua natura, è collaborazione e compartecipazione a un progetto e un’attività produttiva–la realizzazione di incontri rivolti alle scuole sui temi dell’inclusione di tutti dove l’animatore con disabilità ricopre il ruolo centrale. Nello stesso contesto e nello stesso momento, educatore e animatore con disabilità rivestono funzioni molteplici e sovrapposte dentro una relazione che è sia di condivisione che di cura. Si sperimenta contemporaneamente l’integrazione delle rispettive competenze nella conduzione dell’incontro e la rappresentazione della dinamica di aiuto laddove il deficit del collega con disabilità impedisca l’autonomia sul piano motorio o relazionale. Si realizza la piena espressione di ciò che è l’incontro e il rapporto umano fra gli individui, che sono necessariamente differenti, in cui sempre compaiono elementi quali lo scambio, l’aiuto, il sostegno, la mediazione e il piacere della comune adesione all’esperienza.

Piacere – benessere – divertimento – ironia
Ogni relazione si costruisce a partire da ciò che siamo, ciò che sentiamo. Quanto più investiamo nelle nostre relazioni, tanto più queste ci gratificano, ci danno soddisfazione e ci procurano piacere. Questo genera necessariamente un ciclo virtuoso per il quale, dalla soddisfazione e dal benessere si attiva il desiderio di entrare in una maggiore profondità relazionale che ci procurerà ancora il piacere e il gusto per quell’incontro. Il benessere inteso proprio come benessere e benestare è un tratto distintivo dei rapporti tra le persone all’interno del Progetto Calamaio. È un benessere dato dall’intensità, dalla passione, come anche dalla leggerezza e dall’allegria che ognuno porta nel gruppo. Un’alchimia fortunata che fonda da sempre le sue radici su un aspetto che, parlando di disabilità, è molto interessante: l’ironia. Ancora una volta è il rapporto alla pari che ci aiuta, che autorizza l’educatore, il “normodotato”, a toccare l’intimità dell’altro, e quindi anche la sua disabilità, con il rispetto, ma anche con la leggerezza che diventa gioco e complicità.

Uno spazio dove prendersi cura delle proprie fatiche: il gruppo educatori
Conoscenza, creatività, relazione alla pari e benessere sono alcuni degli elementi essenziali in ogni relazione, affinché sia tale. Riempiono di calore e colore un percorso di accompagnamento e di cura che porta in sé anche un grande carico di fatica perché ci fa continuamente toccare con mano le fragilità, nostre e degli altri. Per mantenere alta la qualità del lavoro e del benessere di tutti, noi educatori sentiamo il bisogno di uno spazio fisico e temporale dove prenderci cura delle nostre fatiche fisiche ed emotive. Lo abbiamo trovato nel modo in cui viviamo il gruppo educatori: un luogo indefinito, senza una connotazione precisa, dove ci stanno i rapporti personali, gli affetti di tanti anni condivisi, la complessità di tutte le nostre variegate personalità e i diversi approcci lavorativi. È uno spazio che abitiamo in ogni attimo della giornata lavorativa, ma che, in alcune occasioni, ha bisogno di mettere un confine tra sé e il resto. Sono le settimanali riunioni educatori, dove il confronto fra noi non ha interruzioni e risulta più “produttivo” e, da alcuni anni, alcune giornate nel periodo estivo dove, in una sede distaccata, accompagnati da ogni comfort, rileggiamo il lavoro svolto nell’anno lavorativo appena concluso e programmiamo quello che da lì a qualche mese ricomincerà. È una vera coccola. Un’occasione in cui ci guardiamo in faccia, esprimiamo e condividiamo come stiamo, cosa sentiamo per noi e per le persone con disabilità e sappiamo di trovare ascolto e comprensione incondizionati.

5. Il valore sociale

Con il contributo di:
Clara Colli, Coop. Soc. Solaris-Triuggio (MB)
David Scagliotti, Coop. Soc. Azione Solidale-Milano
Giovanni Vergani, Coop. Soc. Novo Millennio-Monza
Luca Gorlani, Coop. Soc. Il Vomere-Travagliato (BS)
Luciano Bedin, Coop. Soc. Primavera 85-Treviso
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale e psicologia di Comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 27 aprile 2017.

Quando usiamo l’espressione “valore sociale” ci riferiamo a qualcosa di utile agli altri. Produrre valore sociale significa produrre “beni comuni”, che possono essere condivisi da tutti, contribuendo così a rendere le nostre comunità più giuste e più vivibili. Produrre beni comuni ed esprimere valore sociale significa facilitare l’incontro tra le persone, fra diverse realtà sociali, che elaborano così le proprie parzialità e le proprie fragilità, come elemento di fertilità e crescita.
La relazione con l’altro è alla base del significato profondo del valore sociale, riconoscere dentro se stessi il bisogno di essere in relazione può produrre valore per la vita di ciascuno.
Questo orizzonte di pensiero ci porta a non ridurre il valore sociale a un mero rapporto con la comunità in termini utilitaristici. Il valore sociale pone al centro la questione di essere “nella” e “con la” comunità, qualcosa che certamente ha a che fare con il “fare per”, ma che più profondamente ha a che fare con un’appartenenza, con un “essere con”.
Parlare di valore sociale espresso dalla persona con disabilità riguarda il riconoscimento della sua capacità di giocarsi in un ruolo “vero” nella comunità. Riconoscere che la persona con disabilità non è il suo limite, ma che il suo valore si gioca nella sua esistenza, nella sua storia, in ciò che la abita profondamente e la fa diventare essere in relazione e in cerca di relazioni.
Il fatto che le persone con disabilità possano concorrere a generare valore sociale permette loro di porsi come risorse, di acquisire conoscenze che possono essere messe a disposizione di altri. Si attivano contesti e occasioni in cui la dimensione dell’“io” si connette alla capacità di vivere il “noi” e alla costruzione di esperienze di attenzione nella prossimità della quotidianità.
Le persone con disabilità sono cittadini con peculiari risorse e criticità all’interno di una comunità. In questo senso il loro valore è quello di rinforzare legami e senso di comunità e questo porta a una migliore convivenza, intesa come la capacità di conoscere e trattare la differenza, nonché di rintracciare negli altri le risorse di cui sono portatori.
L’appartenenza a un contesto è connessa alla costruzione di legami e rapporti che si mantengono nel tempo, mettendo ognuno in gioco qualcosa di importante per l’altro, creando così un “debito reciproco” in cui diventa possibile andare verso la logica del dono, verso forme di retribuzione e di ritorno differenti, perché la relazione porta sempre con sé una quota di gratuità. Il “debito” così inteso non viene perciò legato a un “dovere” verso l’altro, ma al desiderio di mantenere una relazione.
Per produrre valore sociale occorre consentire alla persona con disabilità di sentirsi appartenente alla comunità, riconoscendosi come attore attivo, ovvero sentire e riconoscere di essere valore per la comunità, potendo influenzarla ed essere portatore di cambiamento al suo interno.
L’attenzione al valore sociale è un invito a uscire dall’affidarsi alla sola logica dei “diritti”, che rischia di ridursi a una concessione prestazionale di qualcuno verso qualcun altro, per guadagnare quella dell’implicazione reciproca, attivando e affiancando dinamiche co-evolutive, di corresponsabilità della relazione.
Esprimere valore sociale diviene, quindi, occasione anche per le famiglie delle persone con disabilità di rivedere l’immagine e le modalità relazionali messe in atto nei confronti dei loro famigliari, uscendo dalla logica della sola rivendicazione dei diritti. Per un servizio, lavorare alla produzione di valore sociale significa intercettare una domanda esterna, diventare protagonisti attivi della vita del territorio, accompagnare le persone con disabilità nel contesto “esterno” perché si attivi con il “fuori” una relazione importante che risponda a un’autentica domanda di vita.
L’operatore sociale si trova a sviluppare in modo nuovo la sua funzione di costruttore di relazioni e legami, in un modo meno orientato alla gestione della persona all’interno dei servizi e maggiormente aperto alla dimensione di attivazione delle reti territoriali e facilitazione delle relazioni. Un ruolo capace di stimolare l’incontro, di portare verso il territorio, di sviluppare possibilità di legami, di accompagnare processi di appartenenza.
Come detto da Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale e psicologia di Comunità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse, “il lavoro dell’operatore non è in risposta al bisogno di un soggetto – il disabile e la sua famiglia – ma dell’intera comunità entro cui vive il soggetto disabile. Si tratta di diventare citizenprofessional. Essere citizenprofessional è prima di tutto identità: significa vedere se stessi come un cittadino con uno speciale expertise che lavora a fianco di altri cittadini con i loro speciali expertise al fine di risolvere i problemi della comunità che richiedono lo sforzo di tutti. Non si tratta semplicemente di un’immagine idealizzata, ma nasce da una radicata consapevolezza che i problemi realmente rilevanti nella cura della salute, nell’educazione e nel welfare non possono essere risolti dai professionisti da soli e nemmeno da un’azione da parte delle sole istituzioni. I citizenprofessionals sono in possesso di un corpus di conoscenze relativo alle interconnessioni tra la dimensione personale e pubblica della loro pratica professionale. Devono poter contare su una serie di competenze nel facilitare il dibattito pubblico e nel catalizzare l’azione collettiva. Nel contesto del loro normale lavoro di prestatori di servizi, essi devono essere capaci di intrecciare la dimensione individuale e pubblica rispetto alle tematiche che i loro pazienti si trovano ad affrontare e, quando i tempi sono maturi, sono in grado di coinvolgere altri cittadini nel dibattito pubblico e in progetti di azione locale che affrontino i problemi della comunità. L’operatore diviene dunque un catalizzatore di risorse, di reti, accompagnatore di processi che toccano solidarietà, impegno civico, costruzione di cittadinanza. Egli è un facilitatore di costruzione di beni relazionali, una categoria strettamente connessa alla reciprocità, alla fiducia, alla gratuità”.
Ciò conduce a uscire dal presupposto che il lavoro degli operatori sociali debba porre la sola “persona al centro”, ci accompagna dalla centralità delle risorse a quella delle relazioni, che sostanziano la qualità della vita delle persone. Al centro delle attenzioni degli operatori deve esserci la comunità nel suo intreccio di relazioni.
Tale traiettoria di lavoro è possibile solamente dentro una logica di forte sinergia che introduce in un processo di lavoro orientato verso un terzo, il territorio, uscendo dalla relazione duale con la persona con disabilità per aprirsi verso una comunità chiamata a prendersi cura di se stessa e della quale i servizi, gli operatori, le persone con disabilità e le loro famiglie fanno parte.
Il Servizio Pubblico assume la fondamentale funzione di garanzia. Non è chiamato a gestire direttamente i processi, ma a garantire un lavoro di tenuta nella rete dei soggetti del territorio evitando che si producano diseguaglianze.
Rimane aperto il tema della misurabilità dell’impatto sociale del valore sociale prodotto. La sua valutazione è necessaria per comprendere quanto le politiche sociali, le modalità di finanziamento e l’insieme dei sostegni allo sviluppo della cooperazione sociale siano stati efficaci ed efficienti rispetto agli obiettivi. Dal momento in cui si comincia ad applicare un approccio di tipo economico, diventa fondamentale porre l’accento sull’importanza della misurabilità, sapere quanto un’organizzazione è disposta a spendere e per quale risultato. Bisogna cominciare a parlare di valore aggiunto e di valore sociale prodotti, a fianco di un preciso valore economico generato. È fondamentale dimostrare che la cooperazione sociale è un soggetto economico che gestisce risorse in modo efficiente, e congiuntamente è un soggetto sociale che promuove inclusione e benessere in modo efficace.

 Centro Polivalente di utilità sociale “Atlantis”
Castelfranco Veneto (TV)
Direttrice dott.ssa Raffaella Munaretto
tel. 0423706704
r.munaretto@lincontro.it

Progetto
Seminar libri

Esperienza
“Libero scambio” di libri, all’interno di una “libera biblioteca”, presso il supermercato Coop del Centro Commerciale “Giorgione” di Castelfranco Veneto (TV). L’iniziativa ha permesso ai clienti della Coop e alla cittadinanza tutta di prendere in prestito uno o più libri in spazi di bookcrossing nei negozi Coop, senza alcuna registrazione, e di riportarli indietro dopo qualche tempo.
Il contributo delle persone con disabilità coinvolte a rotazione, affiancate da Oss ed educatori, si è concretizzato in: catalogare i libri, etichettandoli e riparandoli se rovinati; posizionarli sugli scaffali; relazionarsi con i fruitori della biblioteca. Il progetto si è sviluppato anche dopo l’orario di chiusura del nostro Centro, attraverso tre iniziative: laboratorio di letture animate per bambini; incontro di formazione sui prodotti certificati Fairtrade (prodotti equosolidali); cash mob ossia promozione dei prodotti Fairtrade tra i clienti del supermercato, azioni alle quali hanno partecipato pure le famiglie.

Elementi innovativi
Aver realizzato un’esperienza pre-lavorativa, non retribuita, dove le persone con disabilità hanno appreso il significato di impegno e di rispetto dei tempi e di esecuzione dei compiti assegnati; essersi sentiti parte di un territorio, nel riscoprirlo come opportunità, nell’“utilizzarlo” per co-costruire percorsi sociali, per generare relazioni, per sensibilizzare la cittadinanza, nell’ottica dell’inclusione; aver generato capitale sociale, valorizzando il capitale umano disponibile; aver creato l’occasione per un “laboratorio di Vita” e aver fornito una risposta di servizio alla domanda “chi viene oggi alla Coop?”.

 Cooperativa Piano Infinito – Montecchio Maggiore (VI)
Valentina Castagna, Luca Borinato
tel. 0444492415
cdpapicchio@pianoinfinitocoop.it

Progetto
Fermi tutti: siete circo…dati

Esperienza
Circo sociale adattato: laboratorio rivolto alle scuole primarie del territorio che coinvolge cinque persone con disabilità in qualità di insegnanti esperti di circo, supportati da due adulti. Le classi coinvolte sono state 12 per un totale di circa 200 alunni.

Elementi innovativi
Il circo adattato è uno strumento utile a favorire la comunicazione con gli altri, consente la riscoperta del corpo come strumento di relazione, migliora l’autostima e l’immagine di sé. Le persone coinvolte hanno perciò la possibilità di accedere a ruoli sociali ben definiti e hanno la possibilità di confrontarsi con ruoli autentici. In un contesto culturale dove la normalità è dominante e le differenze non sono riconosciute come valore, i bambini diventano parte attiva di un cambiamento e l’inclusione sociale della persona disabile diventa valore sociale.

4.La co-progettazione

Con il contributo di:
Guido Bodda, Coop. Soc. Il sogno di una cosa-Collegno (TO)
Paola Ricchiuti e Caterina Boria, Coop. Soc. Itaca-Pordenone
Lucia Cavallin, Coop. Soc. Solidarietà-Treviso
Roberto Guzzi, Coop. Soc. Il Germoglio-Cassina de’ Pecchi (MI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Gino Mazzoli, psicologo sociale, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 13 giugno 2017.

Co-progettare rende possibili processi di lavoro più efficaci rispetto alla persona con disabilità e alla sua relazione con il contesto.
La co-progettazione è un percorso e la cogestione il suo naturale proseguo. Il lavoro di co-progettazione consente lo sviluppo di azioni condivise che non dipendono solo da noi stessi.
Co-progettare e co-gestire significa superare la semplice offerta progettuale proposta in modo univoco, andando oltre il raggio di azione del singolo soggetto e alla logica della negoziazione spartitoria (come ad esempio accade nella dinamica degli appalti).
Si possono agire processi di co-progettazione e cogestione su tre livelli distinti:

  • con le persone con disabilità, nella logica dell’autodeterminazione e del riconoscimento dei “saperi” e dei “poteri”;
  • con il territorio (associazioni, enti, istituti scolastici, cittadini…), funzionale allo sviluppo di comunità;
  • tra istituzione pubbliche e Terzo Settore, con la finalità di una configurazione condivisa dell’architettura dei servizi.

I processi di co-progettazione e cogestione attivano dinamiche inclusive e generative in vari modi:

  • favoriscono la riconnessione delle risposte ai bisogni, attivando modelli che non si fondano unicamente su percorsi procedurali, bensì trovano il loro fondamento anche sulla fiducia e il riconoscimento dell’altro;
  • rompono il processo di delega ai Servizi nella gestione dei progetti di vita delle persone con disabilità. I nostri servizi finora hanno spesso generato dinamiche di autoreferenzialità, incastrando sempre più le persone con disabilità nel ruolo di dipendenza. Grazie a questi percorsi le persone con disabilità possono agire ruoli sociali reali, accrescere le proprie relazioni con i territori e la capacità di starci in autonomia;
  • permettono ai diversi soggetti coinvolti di crescere ed evolvere spingendoli ad affrontare domande insolite. Ogni organizzazione, infatti, tende al mantenimento della propria identità e omeostasi: l’altra faccia della medaglia di questo processo è la routine (abbiamo sempre fatto così perché dobbiamo cambiare?). La necessità del cambiamento diventa evidente nel momento in cui la co-progettazione permette alle realtà di intercettare energie potenziali interne ed esterne all’organizzazione;
  • forzano la logica dei titoli formali (ad esempio “famigliare”, “dirigente”, “operatore”…): nei processi di co-progettazione c’è maggior circolarità e simmetria nei ruoli. Possono essere portati più facilmente competenze e punti di vista diversi, arricchenti e preziosi al di là dei ruoli formali;
  • ci si attesta su un paradigma di Welfare Generativo, allontanandosi dalle logiche classiche del Welfare State e stimolando nelle persone fruitrici di servizi partecipazione e messa in campo di risorse proprie che possono essere “ridistribuite” a favore di tutta la Comunità.

Le principali difficoltà che possiamo incontrare nei processi di co-progettazione sono di diverso tipo:

  • la rinegoziazione dell’identità della persona con disabilità e di tutti i soggetti in gioco: il soggetto disabile non è più solo destinatario di cura, ma assume anche un ruolo attivo, avendo maggiore voce in capitolo;
  • una perdita del potere di tutti i soggetti che operano con la persona con disabilità e una sua redistribuzione più equa e dinamica;
  • tra i diversi soggetti ci sono differenze di linguaggi, di obiettivi, di approcci, di intenti e di significati per le quali è necessario un lavoro di sintesi e mediazione;
  • l’incertezza sugli esiti: il prodotto finale della co-progettazione è incerto e bisogna avere la capacità di accettare che il risultato sia qualcosa di inaspettato. Deve esserci una certa tolleranza dell’incertezza a fronte dell’assenza di risposte immediate;
  • la necessità di una metodologia efficace e di una leadership ibrida che mantenga la neutralità.

In questa logica per gli operatori è difficile:

  • rompere le routine, lasciare il primato delle competenze tecniche e uscire dai confini di un’identità professionale definita in modo statico;
  • aprirsi a variabili non controllabili e a relazioni che mettono nelle condizioni di reinventarsi con flessibilità, di prendere decisioni, di assumersi responsabilità e rischi lasciando la confort zone rappresentata dal servizio;
  • esporsi a maggiore visibilità rispetto al contesto: gli operatori sono molto più “visibili” poiché entrano in un campo di interazione con più e nuovi soggetti e si trovano a gestire più piani di lavoro contemporaneamente.

A fronte delle difficoltà a cui la logica della co-progettazione espone gli operatori, è utile nominare quali gli aspetti che possano, invece, motivarli.
La posizione classica dell’operatore è quella del custode della persona con disabilità. Questa posizione limita molto la possibilità di accorgersi che nei territori in cui i servizi vivono ci sono bisogni che generano domande a cui anche i servizi per le persone con disabilità possono contribuire a dare risposte. In una logica di co-progettazione i servizi per le persone con disabilità possono contribuire al processo di rilevazione del bisogno, di co-costruzione della domanda e di co-progettazione delle risposte al bisogno stesso. Questa dinamica è ostacolata dal fatto che servizi e operatori tendono a muoversi dietro alla spinta di un mandato, immaginandosi principalmente come esecutori. Con difficoltà ci si immagina parte attiva rispetto a una domanda del territorio.
Lavorare secondo una logica di co-progettazione significa anche aprirsi a un lavoro incrementale nel quale, come detto, in modo un po’ spiazzante, non si definisce tutto all’inizio. Questa caratteristica può implicare anche una certa instabilità dei progetti.
Attivare processi nella logica della co-progettazione significa cercare di essere percepiti come risorsa integrativa e non alternativa/oppositiva all’esistente. Per farlo, se i servizi vogliono essere risorsa per il territorio e creare inclusione sociale, devono attingere a competenze che vanno oltre la pedagogia. Occorrono saperi mirati in relazione all’area produttiva di cui ci si intende occupare. Ricercarli, coltivarli, può anche permettere di riscoprire e rivalutare le passioni degli operatori, spesso celate nel lavoro quotidiano.
Essere disponibile a confrontarsi, scontrarsi, scambiarsi, ad essere in moto verso l’altro è la condizione necessaria per poter usare la co-progettazione, uno strumento, un mezzo per creare valore e inclusione sociale.
Questo strumento può facilitare soggetti che hanno necessità, storie, esperienze, domande, bisogni, interessi diversi e che devono lavorare insieme per un unico obiettivo. Il tener vivo e chiaro l’obiettivo rende fattibile e costruttiva la co-progettazione. Soprattutto quando siamo di fronte a situazioni complesse e articolate.
Co-progettare significa trovarsi in situazione orizzontale e paritaria, quindi spostarsi dall’idea che vi sia un unico modello di funzionamento di tipo gerarchico o piramidale.
Per l’avvio di esperienze di co-progettazione occorrono setting in cui gli attori in gioco possano avviare delle trattative e nei quali la centralità sia sul fare. Occorre considerare la complessità delle organizzazioni, nelle quali la parte formale è sempre meno rilevante di quella informale. Il problema delle esperienze di co-progettazione non è la partenza, ma la loro tenuta nel tempo.
Utilizzare questo strumento per progettare mette nella condizione di “dover rinunciare a qualcosa”. Il risultato finale di un percorso di co-progettazione sarà sicuramente diverso dal pensiero iniziale di ogni soggetto.
Lo strumento della co-progettazione ha bisogno di cura, ascolto e delicatezza da parte di tutti i soggetti coinvolti, ma chiede anch’esso di essere curato; è necessario definire in modo esplicito la figura che si occupa di tessere le relazioni, di seguire i processi, di gestire le informazioni e le comunicazioni tra tutti i componenti. Questo lavoro di cura deve essere affidato in modo chiaro e concordato a un soggetto (facilitatore, network management) a cui è riconosciuta questa funzione, funzione che può anche essere gestita a turno.
I limiti diventano la parte del gioco da affrontare e superare con la partecipazione e con le differenti risorse dei soggetti coinvolti nella ricerca di soluzioni possibili.
La fiducia che può instaurarsi permette di raggiungere un grado di partecipazione e consapevolezza che porta a risultati non previsti.
Questo strumento può essere applicato a una problematica che un soggetto pone, ma anche a un percorso in cui l’insieme dei soggetti si trova per cercare un obiettivo comune, all’interno delle organizzazioni, tra organizzazioni paritarie, tra entità diverse e miste.
È uno strumento per creare partecipazione e legami con i contesti che ruotano attorno ai soggetti di una rete e che può muovere in modo attivo il territorio.
La co-progettazione può anche finire quando l’obiettivo è stato raggiunto.

3. Il partenariato con le famiglie

Con il contributo di:
Clara Colli, Coop. Soc. Solaris-Triuggio (MB)
Daniele Ferraresso, Associazione La Luna-Padova
Giovanna di Pasquale e Sandra Negri, Coop. Soc. Accaparlante-Bologna
Lisa Gollino, Azienda Assistenza Sanitaria 5 “Friuli Occidentale”-Pordenone
Luca Borinato, Coop. Soc. Piano Infinito-Montecchio Maggiore (VI)
Natalino Filippin, Paola Schiavetto e Lucia Mantesso della ULSS8 Asolo-Treviso
Roberta Geria e Costanza Rashmi, Coop. Soc. Domus Laetitia-Sagliano Micca (BI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Valter Tarchini, psicologo sociale dello Studio APS di Milano, condivise nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 14 settembre 2017.

La disabilità è un “viaggiatore inatteso, è sempre qualcosa di inaspettato per il suo presentarsi come rottura traumatica all’interno del viaggio esistenziale”, scrive Carlo Lepri in Viaggiatori inattesi: appunti sull’integrazione sociale delle persone disabili.
L’esperienza ci insegna che le persone adulte con disabilità adulte raramente escono dal nucleo familiare: crescono, diventano uomini e donne, ma la relazione che le contraddistingue le riporta sempre a un legame di dipendenza che le riposiziona in una dimensione senza età. L’impatto della disabilità può perturbare il ciclo vitale, congelandone spesso il naturale evolversi.
Costruire una storia familiare equilibrata, se è presente una disabilità, è difficile. Per renderlo possibile servono processi di accettazione profondi, dolorosi, lenti. Infatti, nella maggioranza dei casi, è più facile passare ad atteggiamenti di protezione eccessiva o di allontanamento, oppure a una specializzazione dei ruoli con la parte femminile che cura e la parte maschile che costruisce o rivendica.
Per molti anni la disabilità è stata gestita in proprio, nel cortile di casa, con le famiglie allargate e solo quando le famiglie “non ce la facevano più”, i genitori lasciavano i figli agli istituti.
C’è stata poi una fase in cui le famiglie si sono organizzate in associazioni, diventando gestori diretti, dando avvio a sperimentazioni che poi si sono trasformate in servizi stabili.
All’intensa fase di costruzione di servizi, di delega e specializzazione di questi è seguita una critica profonda delle famiglie. I servizi, cresciuti negli anni in quantità e in qualità, per molte famiglie non sembrano comunque essere mai sufficienti.
La strutturazione dei servizi ha dato libertà agli operatori di costruire, ha dato speranza e sollievo ai genitori, ma ha anche tenuto fuori i famigliari dai processi di cura e di scelta.
In questi ultimi anni assistiamo a una maggior partecipazione, competenza e capacità contrattuale da parte dei genitori che tendono a essere sempre meno dipendenti dai servizi.
Inoltre, il ridursi delle risorse pubbliche ha portato a un ulteriore periodo di ripensamento e riorganizzazione. Quindi i ruoli e le relazioni tra i tre grandi sistemi, famiglia, terzo settore e pubblico, stanno nuovamente cambiando.
Il cambiamento è all’insegna dell’inclusione e innesca processi che hanno bisogno dell’impegno di ciascuno e di una legittimazione reciproca. Tutte le parti in gioco hanno bisogno di essere confermate dalle altre.
La co-progettazione diventa quindi fondamentale.
“L’inclusione della disabilità è immaginabile come un percorso di reciproca interazione tra potenzialità e limiti, messi in campo tra persone e gruppi diversi tra loro che accrescono le proprie possibilità identitarie proprio grazie alla reciprocità che si genera e alle evoluzioni che questa condizione rende possibile”.
Sta emergendo il passaggio dalla cultura dei servizi che danno risposte ai bisogni, ai servizi che si basano sui desideri delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Occorre quindi formare gli operatori in maniera diversa. Siamo di fronte alla necessità di costruire modelli che aiutino le famiglie ad avere sempre più potere contrattuale, risorse e strumenti. In questo senso è interessante creare occasioni di incontro per le famiglie e di co-costruzione e co-progettazione tra operatori e famiglie: questo può portare, tra le altre cose, ad ampliare il range delle competenze disponibili nei gruppi di lavoro. Naturalmente è necessario un tempo interno ai servizi in cui si programma, ma lo è altrettanto un tempo in cui si dialoga sul senso delle cose tra operatori e famiglie.
Certo, non è possibile coinvolgere tutte le famiglie, poiché molte di esse non hanno i mezzi, non sono formate o pronte, hanno bisogno di essere accompagnate. È però certamente possibile coinvolgerne una parte, che potrà poi assumere una funzione di volano.
Le famiglie e le persone con disabilità vengono messe nella condizione di committenti che esprimono domande oppure di utenti che ricevono servizi, dimenticando che essi sono cittadini e persone.
È importante che il progetto di vita della persona con disabilità venga definito in un’ottica di mutualità e che si ingaggino le famiglie come persone e cittadini del territorio.
Le alleanze che si andranno a costruire saranno sofisticate e richiederanno da parte degli operatori la disponibilità ad assumersi il rischio di abbandonare i setting professionali classici, poiché i setting espellono gli elementi della qualità della vita e poiché la vita è più larga del setting: purtroppo persiste il pensiero che un dialogo diverso con la persona con disabilità, la sua famiglia e il contesto delegittimi l’operatore.
Quando parliamo di relazione dei servizi per persone con disabilità con le famiglie, ci muoviamo spesso fra poli opposti ovvero tra autonomia e dipendenza. Il concetto di autonomia è generalmente legato al “saper fare delle cose”, a un aspetto prettamente quantitativo, “più cose so fare, più sono autonomo”. Quello di dipendenza ci riporta al già evocato strettissimo rapporto di cura afferente al mondo familiare.
Quando si lavora con la disabilità sarebbe opportuno lavorare sull’interdipendenza. La progettualità non è mai per l’autonomia, ma per l’articolazione delle dipendenze, perché siano più ricche e qualificanti.
Lavorare sulle interdipendenze significa principalmente lavorare sul rapporto con il contesto, con l’esterno, perché è lì che esistono le risorse, le possibilità e le soggettività. La progettualità deve essere sulla relazione tra persone con disabilità e ambiente, persone con disabilità e famiglia, famiglia e contesto.
Nel coltivare e accrescere le interdipendenze gli operatori si trovano esposti allo sguardo dell’altro e devono imparare a reggerlo. Riuscire a guardare la persona nelle sue interdipendenze fa sì che il servizio non sia qualcosa di alternativo, ma di sostegno alle famiglie e al contesto.
Al fine di rendere l’interdipendenza qualitativa ed evolutiva è fondamentale conoscere la famiglia. L’altro, per diventare partner, ha bisogno di essere conosciuto e riconosciuto. L’ingaggio delle famiglie nella progettualità permette di restituire loro il ruolo di soggetti e risorse.
Spesso non c’è continuità nella conoscenza delle famiglie, che passano da un servizio all’altro seguendo la crescita del proprio figlio. È fondamentale conoscerle, invece, perché possano essere realmente partner nella progettazione del percorso di vita della persona con disabilità e possano diventare una risorsa, insieme agli operatori, per i propri congiunti e per il territorio. La conoscenza può permettere di creare un’alleanza con le famiglie per leggere e affrontare insieme le difficoltà e tentare di superarle.
Per favorire la costruzione delle alleanze tra operatori e famiglie alcuni strumenti utili possono essere:

  • la ricostruzione delle biografie e delle storie familiari;
  • il Manuale di vita: strumento che permette alla famiglia di raccogliere e condividere sia informazioni e aspetti importanti della biografia della persona con disabilità, sia informazioni più particolareggiate e apparentemente meno rilevanti, ma che possono essere molto utili nel momento della fuoriuscita dal nucleo familiare. Facilita un vero e proprio passaggio del testimone;
  • i gruppi trasversali con operatori e famigliari;
  • i gruppi di auto-mutuo-aiuto per famigliari delle persone con disabilità.

Lavorare sulle interdipendenze, sul loro accrescimento e sviluppo, permette di in- contrare e costruire relazioni dove l’altro può esprimere delle richieste a cui dare risposte e/o, cosa assai preziosa, produrre dei pensieri che generano delle domande, uscendo così dal tema del dialogo come domanda-risposta e producendo un meccanismo di pensiero che genera conoscenze e risorse.
Resta aperto il tema del potere: qual è il ruolo dell’ente pubblico, quale quello del terzo settore, come sostenere le famiglie?
Occorre tenere bene in considerazione, e non è per niente scontato farlo, che ogni attore all’interno delle relazioni di aiuto gioca delle ambivalenze dalle quali si può uscire trovando dei contesti dove si dia parola alle cose, dove l’ambivalenza possa essere riconosciuta diversamente, uscendo così dalla dicotomia potere/conflitto.
Le ambivalenze richiedono che nelle dinamiche gerarchiche tra operatori e utenti si esca dalla logica delle asimmetrie fisse e si accolga quella delle asimmetrie variabili per la quale, poiché si sanno cose diverse, il potere è distribuito più uniformemente tra i soggetti in relazione. Fintanto che la relazione si svolge intorno a una domanda specifica, è difficile aprirsi al dialogo e la tensione è verso la costruzione di ruoli definiti.
Adottando questo approccio si genera fiducia, che però non è data una volta per sempre. Diventa interessante riflettere su quale contenitore possa sostenerla. I due estremi sui quali possiamo muoverci sono quelli dell’istituzione e dell’impresa. Occorre ricercare un contenitore che abbia la dimensione della persistenza propria dell’istituzione e quella dell’innovazione propria dell’impresa.
Serve un lavoro continuo per creare legami di fiducia e mantenerli nel tempo attraverso la relazione. È necessario tendere a uno scambio di energie, di diverse letture dello stesso tema, a un continuo rimodulare, ri-immaginare, rimettere in discussione. Gli operatori se la sentono davvero di mettersi a progettare con le famiglie?
Famiglie, operatori e servizio pubblico sono chiamati in questa logica a cedere un po’ del proprio potere. Operatore e servizio pubblico non devono porsi come gli unici in grado di dare le risposte ai bisogni delle persone con disabilità in nome del fatto che hanno dalla loro parte la tecnica, la professionalità e le risorse economiche; la famiglia deve uscire dalla convinzione di essere la sola a saper gestire al meglio la persona con disabilità.
Solo se tutti cedono una parte del proprio potere si possono creare alleanze e pensare a un futuro assieme.

2. Costruire e regolare organizzazioni congruenti all’approccio inclusivo e generativo

Con il contributo di:
Eleonora Gastaldello e Francesca Dal Bosco, Coop. Soc. Giovani e Amici-Terrassa Padovana (PD)
Guido Bodda, Coop. Soc. Il sogno di una cosa-Collegno (TO)
Mauro Tommasini, Coop. Soc. La Rete-Trento
Roberta Geria e Costanza Rashmi, Coop. Soc. Domus Laetitia-Sagliano Micca (BI)
Nel paragrafo sono incluse riflessioni tratte dall’intervento di Franca Olivetti Manoukian, psicologa sociale e fondatrice dello Studio APS, nell’ambito del Laboratorio Metodologico di Immaginabili Risorse tenutosi a Brescia il 19 ottobre 2017.

Per lavorare in un’ottica inclusiva, capace di generare valore sociale, è centrale considerare il contesto in cui si è inseriti. Conoscere e capire il contesto in cui si è immersi ci consente di promuovere e sviluppare un’organizzazione che si muova davvero come un sistema il più possibile in sintonia con esso.
È necessario delineare spazi d’azione e individuare interlocutori al di fuori dei servizi, nella comunità. Aprire lo sguardo avrà ricadute anche sulla cultura del lavoro nelle organizzazioni stesse. I tempi e le regole del lavoro si modificheranno poiché l’organizzazione diverrà partecipe e co-costruttrice di processi nel territorio.
La strutturazione interna dell’organizzazione, il suo clima e l’approccio nei confronti delle persone con disabilità e degli operatori stessi devono essere coerenti con la filosofia di valorizzazione delle diversità promossa all’esterno. Rispetto alla costruzione di organizzazioni congruenti all’approccio inclusivo e generativo, è di centrale importanza la coerenza tra la comunità che le organizzazioni vogliono costruire all’esterno e la comunità che vivono al loro interno, tra tutti coloro che la compongono.
Così come i servizi fungono da fattore di coesione tra il centro e le periferie delle nostre comunità, così, poiché spesso nella periferia delle organizzazioni stesse emergono stimoli interessanti, questi devono essere comunicati e condivisi con il centro. Spesso i servizi hanno un’elevata componente di artificialità, governati come sono dal bisogno di protezione nei confronti delle persone con disabilità. L’esigenza di aprirsi all’esterno per ricercare qualcosa di nuovo e di vero nella realtà nasce dalla necessità di disordinare i servizi, disordinare, cioè, qualcosa che non risponde più, o risponde solo in parte, alla realtà. Lo iato tra mondo interno ai servizi e domanda di vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie è una spinta potente al cambiamento delle organizzazioni. Un importante propellente per questo cambiamento può essere l’interazione tra i soggetti destinatari dei servizi e i soggetti promotori poiché in questa interazione si generano interessanti possibilità di sviluppo.
Aprirsi all’esterno significa anche lavorare per e con la comunità per costruire linguaggi comuni e condivisi tra servizi e cittadinanza affinché si possa percepire la disabilità come una risorsa.
Destrutturarsi creativamente, guardare al territorio andando oltre meccanismi organizzativi statici, disordinare, significa ragionare nell’ottica di azioni concrete parzialmente prevedibili e non completamente certe, significa andare verso una titolarità condivisa del processo tra istituito e istituente, significa che la tecnica apre spazi dove costruire cambiamenti e non diviene un fattore di irrigidimento delle relazioni, di segregazione motivata da esigenze di protezione, di ulteriore strutturazione di realtà artificiali.
Un irrigidimento delle organizzazioni non consente di vivere costruttivamente nella realtà, non permette naturalità e facilità nelle relazioni e un riconoscimento delle diverse competenze ovvero una valorizzazione delle differenze.
In questo processo di apertura e dinamizzazione, il ruolo della leadership nelle organizzazioni non scompare, anzi, diventa funzionale a far convergere l’organizzazione nel suo complesso verso un processo comune condiviso.
Si delinea un’organizzazione decentrata e policentrica la cui leadership ne coordina l’identità e ne diviene fattore coesivo.
Tutti gli attori coinvolti devono imparare ad assumere micro decisioni riconducibili a un senso comune del quale chi esercita la leadership è custode.
L’apertura al territorio pone le organizzazioni in una prospettiva di permanente Ricerca-Azione. Si tratta di un cambiamento importante rispetto alla logica della gestione e dell’erogazione di prestazioni. È però una prospettiva che richiede vigilanza di fronte ad alcuni rischi, primo fra tutti la percezione di essere gli unici detentori della conoscenza e per questo di sapere sempre quale sia la miglior risposta per le persone con disabilità.
Tra le maggiori difficoltà, da un punto di vista organizzativo, troviamo anche quelle connesse alla formazione degli operatori, che deve essere costante e porsi l’obiettivo di portare tutto il gruppo di lavoro a operare per raggiungere un’identità di azione condivisa.
Pensiamo impegnativo anche gestire i processi, che in un sistema di rete in movimento diventano molto dinamici e flessibili. Teniamo conto anche della varietà dei soggetti con cui ci si relaziona, dei vincoli normativi spesso in contrasto proprio con la progressiva dinamizzazione dell’azione e della necessità di individuare una domanda esterna che sia reale.
Dobbiamo, quindi, riuscire a cambiare il nostro linguaggio, imparare a percepirci come un gruppo in cammino, capace di creare reciprocità, mantenendo però la nostra identità poiché il primo obiettivo delle organizzazioni è e deve rimanere quello di migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità.
In questa prospettiva il ruolo dell’operatore non può più essere quello di una mera figura educativa e le alleanze diventano centrali. Alleanze tra servizi e mondo profit, tra pubblico e privato, da cui possono nascere delle possibilità inattese, poiché la pluralità di approcci e visioni arricchisce e valorizza un’organizzazione.

Cooperativa Itaca Cooperativa Sociale Onlus – Pordenone
Caterina Boria Responsabile Area Disabilità
tel. 3482653567
c.boria@itaca.coopsoc.it

Progetto
“Casa Mander” – Comune di Sequals (PN)

Esperienza
La Cooperativa Itaca sostiene nel suo operato l’approccio di rete, collabora in co-progettazioni e co-gestioni di servizi alla Persona sia con enti pubblici sia con associazioni del privato sociale.
“Casa Mander” è nata dalla creazione di azioni di Sviluppo di Comunità e Cittadinanza Attiva attraverso la collaborazione con l’Ambito socio-assistenziale 6.4, Azienda Sanitaria, Comune e Terzo settore.
Il progetto, in alternativa al centro diurno, promuove un luogo/spazio fisico e relazionale dal quale si sviluppano azioni tese alla prosocialità, all’inclusione sociale, alla valutazione e valorizzazione delle competenze, all’aggregazione e all’autonomia anche abitativa. La cornice progettuale ha promosso lo sviluppo sociale dal punto di vista dell’accoglienza ma anche delle economie, connotandosi dunque come progetto orientato ad accrescere processi innovativi in una forma di presa in carico comunitaria, in cui la parte economica e il welfare si intrecciano in un’ottica generativa.

Elementi innovativi
Ulteriori peculiarità sono rappresentate dall’avvio, “a seguito di” e “a sostegno di” altre progettualità affini e complementari come:

  • Progetto Tempo Libero all’interno del quale un gruppo di persone con disabilità si incontra settimanalmente in maniera strutturata e guidata al fine di pianificare azioni a sostegno del proprio tempo libero.
  • Gruppo Appartamento: i partecipanti al Progetto “Casa Mander” possono sperimentare la gestione della quotidianità, delle relazioni, della cura del sé in un contesto abitativo a bassa soglia.
  • Aiuto alla Comunità: palestra di civismo dove il gruppo educatori/utenti si mette a disposizione dei cittadini o delle situazioni che richiedono un aiuto concreto.

Cooperativa Sociale Il Sogno di una Cosa Onlus – Collegno (TO)
Guido Bodda
tel. 3929639971
guidoele@hotmail.com

Progetto
Training delle tre A: Adultità, Autonomia, Autodeterminazione

Esperienza
L’idea di fondo è sviluppare un nuovo tipo di servizio, un servizio di sostegno e accompagnamento alla vita adulta, inserito nella filiera dei servizi per la disabilità (che prevede quindi step successivi), che sostenga e accompagni le persone con disabilità intellettiva nel percorso verso l’adultità, verso il massimo della autodeterminazione e indipendenza possibile in funzione del loro progetto di vita.

Elementi innovativi
Creazione di un servizio “leggero”, con una prospettiva di “accompagnamento” più che di presa in carico, un servizio in cui i giovani con disabilità sono inseriti per un periodo limitato, 2/3 anni. Strutturato in modo “integrato” rispetto ai diversi ambiti della vita adulta: occupazione, affettività/identità/relazione, autonomia abitativa.
Obbiettivi: garantire una migliore qualità della vita alle persone disabili stesse, in sintonia con la Convenzione Onu; promuovere la visione della disabilità come risorsa per tutti; favorire al contempo un risparmio nel medio lungo periodo.

Azienda per l’Assistenza Sanitaria 5 – Pordenone
Servizi territoriali residenziali e semiresidenziali
Pamela Franceschetto
tel. 0434369896
pamela.franceschetto@aas5.sanita.fvg.it
Lisa Gollino
tel. 0434369733
lisa.gollino@aas5.sanita.fvg.it

Progetto
Le Unità Educative Territoriali (UET) nell’area vasta pordenonese

Esperienza
Ogni UET, promuovendo relazioni con il territorio, ha costruito una sua area di interesse prevalente (es. cura del verde, sostegno alimentare alle persone economicamente fragili…), utile a favorire percorsi di integrazione, aumento del benessere e presa in carico comunitaria per la persona con disabilità.

Elementi innovativi
La specificità di questo servizio è la finalità ultima della presa in carico comunitaria, ovvero la costruzione di percorsi in cui la persona con disabilità diventa capace di agire all’interno di un contesto senza la presenza dell’operatore. Ciò diventa possibile grazie alla costruzione di legami inediti con i soggetti della comunità. Il servizio classicamente inteso, viene meno: le UET hanno per lo più sede presso realtà private del territorio (es. parrocchia, associazione sportiva, casa del volontariato, case civili…), al fine di favorire l’incontro con l’altro dal servizio e di contaminarsi con la vita e gli attori della comunità, laddove questi si trovano quotidianamente.

1. Le ragioni per una Rete: l’inclusione delle persone con disabilità come risorsa per la crescita dei contesti

Con il contributo di: Cristian Paindelli, Coop. Soc. Lambro-Monza
Giovanna di Pasquale e Sandra Negri, Coop. Soc. Accaparlante-Bologna
Giovanni Vergani, Coop. Soc. Novo Millennio-Monza
Laura Deviardi e Costanza Lanzanova della Coop. Soc. La Nuvola-Orzinuovi (BS)
Leonardo Peracchi della Coop. Soc. Animazione Valdocco-Torino
Luca Borinato, Coop. Soc. Piano Infinito-Montecchio Maggiore (VI)
Luca Gorlani, Coop. Soc. Il Vomere-Travagliato (BS)
Lucia Cavallin, Coop. Soc. Solidarietà-Treviso
Natalino Filippin, Paola Schiavetto e Lucia Mantesso della ULSS8 Asolo-Treviso
Nel paragrafo sono incluse le riflessioni tratte dai contributi di Marco Brunod, professore a contratto presso la facoltà di psicologia dell’Università di Milano Bicocca e Ivo Lizzola, professore di pedagogia sociale presso l’Università di Bergamo, condivise nell’ambito dei Laboratori Metodologici di Immaginabili Risorse rispettivamente del 12 dicembre 17 e del 14 marzo 17.

Immaginabili Risorse è una rete informale di soggetti di varia natura (enti pubblici, fondazioni, cooperative sociali, associazioni, persone con disabilità) che, sul territorio del centro-nord Italia, si sono connessi intorno all’idea di promuovere l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
Accomuna i soggetti della rete l’idea che, per promuovere tale obiettivo, sia necessario favorire in primo luogo un cambiamento culturale, centrato sulla modalità con la quale le nostre comunità si rapportano alle persone con disabilità e, per esteso, alla diversità in genere.
Quando parliamo di inclusione sociale e di progetti inclusivi che la promuovano, ci riferiamo alla relazione tra persona con disabilità e contesto nel quale vive.
La Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità afferma che la disabilità è il frutto della relazione tra persone con menomazioni e il loro contesto di vita. Per questo motivo ha senso parlare di lavoro con la disabilità se ci si rivolge anche alla comunità nella quale le persone con disabilità vivono: i progetti inclusivi non si limitano a prendersi cura delle persone con disabilità ma, in qualche misura, si rivolgono anche alle comunità nelle quali queste persone vivono. L’inclusione è necessaria per favorire un reale miglioramento della qualità della vita di questi cittadini e delle nostre comunità.
Il modo attraverso il quale questo dialogo tra comunità e persone con disabilità si sviluppa passa attraverso l’idea di reciprocità, ovvero una modalità di porsi in relazione nella quale il rapporto tra servizi, persone con disabilità e comunità non sia qualificato dal solo “prendere” dei primi. Non si tratta di progetti nei quali viene promosso un atteggiamento caritatevole (nel senso deteriore del termine) o progetti rivendicativi (nel senso dell’ottenimento di diritti). Si tratta, invece, di opportunità costruite per rivelare alla comunità il valore aggiunto rappresentato dalla presenza della diversità contenuta nella disabilità. Ciò è possibile se le persone con disabilità, grazie alla mediazione/facilitazione dei servizi, si dispongono ad assumersi responsabilità adeguate nei confronti della loro comunità.
Dunque l’inclusione sociale è promuovibile in un’ottica di reciprocità e la reciprocità è attivabile in una dimensione generativa nella quale i servizi producano valore sociale anche per le comunità nelle quali esistono.
I tre concetti di inclusione, reciprocità e generatività sono tra loro connessi, solo dal primo al terzo, in una logica progressiva: se c’è generatività ci sono reciprocità e inclusione, ma un’intenzionalità inclusiva non è detto si apra alla reciprocità e alla generatività.
La rete di Immaginabili Risorse ha dunque una funzione di aggregazione, connessione, diffusione di buone prassi. Una funzione di enzima che possa permettere alle comunità e ai servizi di assimilare il valore sociale contenuto nella diversità di cui sono portatrici le persone con disabilità, facilitando la relazione tra servizi e contesto e accompagnando il contesto a strutturare risposte adulte, non dominate dalla paura dell’esistenza delle persone con disabilità.
La rete di Immaginabili Risorse ha alcune caratteristiche peculiari che la rendono strettamente coerente con le idee che intende promuovere.
I soggetti interessati si aggregano alla rete sulla base della condivisione di alcune ipotesi di fondo.
Tra i membri della rete, quelli disponibili (anche in considerazione della vicinanza territoriale) partecipano a un gruppo di coordinamento che si confronta periodicamente e formula proposte alla rete allargata.
La scelta di mantenere una natura informale, pur con le evidenti difficoltà gestionali connesse, è una discreta garanzia a che il sistema non lavori per il proprio mantenimento e la propria autoconservazione.
La tenuta del coordinamento e della rete si regge su un gentlemen’s agreement, caratterizzato dal fatto che tutti coloro che sono parte della rete lo sono in forza della loro disponibilità a portare il loro contributo al suo funzionamento.
L’approccio di Immaginabili Risorse è centrato sull’idea di inclusione sociale e di generatività, ma noi ci domandiamo: è davvero necessario un nuovo approccio? C’è bisogno di Immaginabili Risorse? Il percorso che la rete ha intrapreso dal 2011 serve a qualcuno?
Riteniamo necessario puntualizzare che l’approccio che proponiamo è francamente discontinuo rispetto al quadro complessivo e prevalente nelle politiche sociali in generale e in particolare in quelle rivolte alle persone con disabilità.
Non abbiamo pretese di esaustività relativamente alle progettualità già esistenti e caratterizzate dall’attenzione all’inclusione e alla generatività, e non vogliamo risultare indirettamente squalificanti rispetto a tanti che quotidianamente si impegnano onestamente nel servizio alla vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie, ma riteniamo necessario suggerire un cambio di rotta indispensabile anche e proprio a vantaggio delle stesse persone con disabilità, delle loro famiglie e degli operatori impegnati nei servizi.
È chiaramente presente nei codici deontologici di assistenti sociali, psicologi ed educatori professionali, il richiamo al tema dell’autodeterminazione e dell’autonomia delle persone di cui sono chiamati a prendersi cura.
Eppure, nonostante questo presupposto sia fondante per queste professionalità così centrali nella costruzione dei progetti di vita delle persone con disabilità, è pur vero che il legislatore sente la necessità di richiamare continuamente nei dispositivi normativi (si pensi alla legge 328/2000 o, più recentemente, alla legge 112/2016) al rispetto dell’autonoma, all’individualizzazione dei progetti e all’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Questo suggerisce che esista, a fronte di una coerenza formale tra la cornice deontologica che racchiude l’operatività e il quadro normativo di riferimento, una incoerenza sostanziale.
Tale incoerenza sostanziale fa emergere la necessità di pensare a un cambio di rotta che riconduca a un effettivo rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione delle persone con disabilità.
Porre attenzione all’agire inclusivo significa dare rilievo alla relazionalità quale elemento centrale che orienta l’incontro con l’alterità. Costruire relazioni sane, costruire comunità e, in ultima analisi, salute, è il fine dell’operatore sociale; parlare di inclusione sociale nell’ambito dei servizi è però cosa impegnativa, perché esprimerne anche le sole premesse attiva reazioni difensive negli operatori. Il vero fine dell’operatore sociale mal si concilia con ciò che, in ossequio alla cultura prevalente nel mondo dei servizi, ci conduce verso l’erogazione di prestazioni definite dall’alto e non co-costruite con chi ne beneficia direttamente.
Pertanto, affermare che l’operatività si distanzia da questo approccio significa smascherare un sostanziale tradimento del mandato professionale che si è ricevuto come operatori.
Per questo tutti gli operatori affermano ovviamente di lavorare in modo inclusivo.
La scelta di imboccare la strada dell’inclusione sociale non è semplice né presa una volta per tutte. L’operatività, immersa nelle organizzazioni, ci richiama a scegliere e riscegliere quotidianamente lo sguardo inclusivo e ci rammenta quanto sia facile abbandonarlo.
Passare dal primato della prestazione a quello della relazione è possibile, determinante e decisivo. Costruire e lavorare in un servizio di taglio “relazionale” significa essere disposti a lavorare sul piano della prossimità. Osando, si può dire, dell’affetto.
In una prospettiva inclusiva la considerazione della complessità come paradigma fondante è di vitale importanza e si associa all’invito che emerge dalla rete di Immaginabili Risorse a orientarsi all’accettazione della dinamicità della persona, del servizio, del contesto. Si può osservare come, al contrario, l’inerzia della quotidianità del lavoro nei servizi prema per una staticizzazione, una cronicizzazione della visione della persona con disabilità, della sua famiglia, delle comunità e, non ultimo, delle stesse identità professionali degli operatori.
Per tenere vivo uno sguardo dinamizzante è necessario dotarsi di modalità partecipative e inclusive che favoriscano dei processi di emersione dei reali desideri, l’espressione delle potenzialità e l’attivazione delle risorse delle persone direttamente interessate e presenti nei territori di appartenenza.
Occorre, cioè, favorire processi partecipativi, in cui le persone con disabilità e i loro familiari, insieme agli operatori, possano co-progettare e co-costruire gli interventi e le proposte che li riguardano. Si intende in tal modo uscire dalla logica assistenziale per abbracciare una logica di sviluppo di comunità e progettazione partecipata degli interventi. La chiave di volta sta nel passare da un modello di intervento basato sulla mancanza, che spinge a creare attorno a questa una risposta preconfezionata, a modelli centrati sulla competenza (community developement) che considerino il territorio come fonte di soluzioni collettive autodeterminate, che aprano spazi a orizzonti creativi inaspettati.
L’ottica di riferimento è quella dei diritti di cittadinanza costituzionalmente riconosciuti, a cui corrispondono livelli uniformi ed essenziali di assistenza. Si fa riferimento anche alla valorizzazione della persona, della famiglia, delle formazioni sociali secondo il principio di sussidiarietà sociale o orizzontale. In base a tale principio lo Stato riconosce e sostiene l’iniziativa delle formazioni sociali e dei corpi intermedi nelle loro azioni finalizzate al bene comune, alla solidarietà, alla corresponsabilità in un’ottica di politiche sociali di community care.
La persona con disabilità richiede non solo cura, ma competenza e attitudine alla capacità di “prendersi cura”, contrastando ogni forma che tenda a concentrare l’attenzione sulla medicalizzazione e sulla sanitizzazione.

“Il soggetto pulsionale”
Pensare la persona nel cuore del sistema dei servizi significa che essa non è oggetto di prestazioni e risposte, ma è il “soggetto pulsionale” (cuore) che sceglie, decide e partecipa allo sviluppo del proprio progetto di vita e al processo di partecipazione sociale.
È certo che mettere al centro la persona complessifica le cose, espone l’operatore a un rischio maggiore, ma apre anche a possibilità inaspettate.
Esistono indubbiamente difficoltà e resistenze di vario tipo.
Resistenze culturali da parte degli stessi operatori, che sono invitati ad accettare la propria “decrescita”, il farsi da parte per lasciare uno spazio, con la consapevolezza che questo potrebbe anche restare “vuoto” e farli così percepire inefficienti; resistenze delle famiglie, resistenze della persona con disabilità al cambiamento, limiti e vincoli organizzativi.
È quindi necessario pensare a:

  1. un progetto di vita: non basta offrire “soluzioni” esterne organizzate che spesso risultano statiche, frammentate, limitate, chiuse. Bisogna cogliere i bisogni di una persona nel suo arco di vita (e quindi che si modificano) attraverso una lettura che parta dall’oggi, individuando prospettive per il domani e ricordando e valorizzando i percorsi già intrapresi ieri;
  2. una vita di relazione: spesso si è più attenti all’aspetto funzionale della collocazione delle persone con disabilità e degli stessi operatori nei servizi che non alla significatività della relazione e ai processi di partecipazione;
  3. luoghi e spazi di vita: bisogna promuovere la vivibilità del contesto nel quale la persona è inserita, vi è la necessità che il soggetto sviluppi processi di partecipazione e appartenenza che diano valore all’esistenza, bisogna porre attenzione agli spazi dei servizi al fine di dare dignità anche alla più grave disabilità;
  4. porre attenzione alle situazioni di vita in quanto nelle persone e nelle famiglie possono avvenire rapidi cambiamenti, dovuti all’evolversi della persona o a eventi familiari e sociali;
  5. uno spostamento di potere dall’operatore alla persona con disabilità che consenta a quest’ultima di prendersi delle responsabilità e cominciare a rispondere di quanto le è possibile;
  6. co-costruire un senso del progetto di vita che sia in continua evoluzione con la persona e con il suo personale e quotidiano percorso di crescita.

 La reciprocità è un concetto che richiama l’idea di scambio con il contesto, di osmosi tra servizi, persone con disabilità e comunità. Riferita al mondo della disabilità, essa suggerisce un cambiamento culturale importante, che invita a superare la concezione secondo la quale le persone con disabilità siano solo destinatarie di risorse e di cure. Perché si attivino dinamiche di reciprocità occorre che, a fronte di una situazione statica dove la collettività fornisce le risorse e i servizi si prendono cura delle persone con disabilità, i servizi, per il tramite degli operatori, si propongano quali produttori di valore sociale, si candidino cioè a restituire, ove possibile, alla collettività il valore connesso all’esistenza stessa delle persone con disabilità.
È necessario che l’operatore ponga se stesso insieme alla persona con disabilità in una condizione di rischio, di partecipazione e messa in gioco di sé in una dimensione più ampia e offra se stesso come accompagnatore di un’altra persona maggiormente (forse) fragile, in un terreno neutro, al servizio di un altro (la comunità) molteplice, sconosciuto e vasto. Bisogna, dunque, uscire dalla dinamica di dipendenza dell’approccio assistenziale e di potere, dalla relazione duale operatore-utente, per costruire un rapporto che conferisca potere e autodeterminazione alla persona con disabilità e ai suoi caregivers. Il ruolo dell’operatore diventa, quindi, quello di mediatore nei contesti di vita della persona, aiutando i contesti a maturare una visione, modalità e strumenti relazionali diversi e affiancando la persona con disabilità nell’interazione. In questa dinamica l’operatore lavora affinché la persona metta in campo le proprie competenze e abilità, affrontando e imparando a riconoscere e a gestire i propri limiti.
All’interno di questa dimensione si ridefiniscono e possono crescere relazioni di maggiore intensità, alimentate dal principio del piacere, dell’interesse, della curiosità, di un senso di utilità spendibile, di responsabilità.
Risulta fondamentale a tal fine l’esperienza del “gruppo educativo” come palestra di vita, come assaggio delle dinamiche di altri gruppi, come micro-comunità, dove operatori e persone con disabilità possano usare la prossimità come strumento di lavoro, cercando di aumentare le capacità di tutte le persone di esprimere una responsabilità sociale verso gli altri, cominciando da chi è parte del gruppo stesso.
Processi reali di crescita e cambiamento avvengono solo se accompagnati da analoghi processi di crescita e cambiamento a cui si dispone l’operatore stesso insieme alla persona con disabilità, dove potenzialità, fragilità e vulnerabilità vengono messe in gioco da parte di entrambi in un ambiente da scoprire e attraversare insieme.
In questo senso sapere di agire per migliorare il proprio territorio permette di scoprire che il lavoro può essere più gratificante, consentendo di fare delle cose piacevoli, mettendo in campo competenze trasversali, rompendo in questo modo alcuni pregiudizi che appesantiscono il lavoro quotidiano.
La destrutturazione, la disponibilità a correre il rischio della confusione, l’apertura al contesto, derivanti da un approccio inclusivo e generativo, sono una questione di stile, organizzativo e personale anche del singolo operatore.
Infatti, affinché si inneschino dinamiche di reciprocità, è utile considerare un aspetto forse troppo spesso trascurato, ovvero il benessere degli operatori. Gli operatori, co- me l’organizzazione, hanno bisogno di cure. Oltre a valorizzare le competenze nel contesto organizzativo è funzionale, cioè, creare occasioni di crescita degli operatori anche e proprio partendo dal loro benessere sul luogo di lavoro. La cura dell’operatore da parte delle organizzazioni diviene, quindi, un elemento interessante e funzionale alla costruzione di connessioni tra il servizio e quelle competenze degli operatori che difficilmente troverebbero punti di contatto con la vita lavorativa.
Affermare che lo stile organizzativo, il benessere dell’operatore e la sua cura da parte dell’organizzazione sono importanti al fine di facilitare l’avvio di dinamiche di reciprocità è anche un invito a prendere consapevolezza del fatto che quello che vogliamo per il fuori, per le nostre comunità, dobbiamo praticarlo anche per il dentro, per le nostre organizzazioni. È utile essere portatori di coerenza tra ciò che desideriamo costruire per la vita delle persone con disabilità e ciò che costruiamo nelle nostre organizzazioni.
Questa strada ci porta a immaginare un nuovo profilo di competenze, un nuovo senso professionale, che comprende anche elementi quali la spontaneità e la naturalezza, il piacere e il benessere. Un profilo che chiede flessibilità, capacità di mediare linguaggi nell’approccio alla disabilità, capacità di gestire e cedere il potere, capacità di comunicare e rendere appetibile ciò che si è e ciò che si fa, capacità progettuali e di management. Un profilo che chiede di uscire dall’autoreferenzialità e aprirsi ad altri ambiti di competenza non tradizionali, di imparare a lavorare in rete, a co-progettare e a co-costruire.
Provando a osare e delineando addirittura una nuova definizione di “operatore inclusivo”, lo potremmo denominare “enzima creattivo” oppure “attivatore appassionato di relazioni connesso al piacere di vivere” o, secondo la definizione di Andrea Marchesi, “addetto al generatore di energia sociale” (cf. “Animazione Sociale”, 9/ 2017).
In questa prospettiva l’operatore, più che occuparsi dei bisogni, è orientato a cogliere i desideri delle persone con disabilità. Solo partendo dai desideri è possibile accettare di percorrere insieme strade più rischiose. Se ci si occupa dei desideri è importante riuscire ad ascoltarli, accoglierli e rilanciarli all’inizio e durante i percorsi che vengono costruiti insieme. Ciò implica importanti responsabilità, ma è anche un’opportunità di maggior autenticità nelle relazioni.
Se, come detto, si palesa la necessità di un cambiamento di rotta dal punto di vista culturale, possiamo a questo punto definire le conseguenze organizzative di tale cambiamento e le implicazioni per l’operatore (ma non solo).

 Il Germoglio Cooperativa Sociale – Cassina de’ Pecchi (MI)
Roberto Guzzi amministrazione.germoglio@gmail.com

Progetto
Ti ospito a casa mia

Esperienza
Co-housing: progettazione, sistemazione e avvio di un appartamento a bassa protezione che accoglie tre persone con disabilità lieve.
L’appartamento è inserito in un condominio di circa dieci famiglie.

Elementi innovativi
Sperimentazione di una soluzione abitativa in cui una persona con disabilità proprietaria di un appartamento accoglie altre due persone con disabilità di pari o simile livello.
Le persone sono seguite da due assistenti familiari (dopo il rientro dal lavoro o dal centro diurno e durante i fine settimana) e da una coordinatrice per dieci ore settimanali.
L’idea è co-progettata tra Cooperativa, Amministrazione Comunale, un Comitato a cui partecipano gli Amministratori di Sostegno, i volontari e altri familiari della rete della Cooperativa.

Laluna Onlus Impresa Sociale – Casarsa della Delizia (PN)
Direttrice dott.ssa Erika Biasutti
tel. 3288179044
associazione.laluna@gmail.com
Coordinatore educativo Daniele Ferraresso
tel. 3288197522
daniele.cjasaluna@gmail.com

Progetto
Laluna Nuova 2.0

Esperienza
Progetti di Vita Indipendente e Progetti di Autonomia.

Le esperienze riguardano le persone con disabilità, anche con difficoltà, e mirano al recupero delle autonomie e a una ri-abilitazione sociale che miri a una inclusione reale.

Elementi innovativi
Progettazioni di partecipazione alla Vita Indipendente in forma di comunità, piccolo gruppo e co-housing. Le progettazioni si sostengono attraverso forme di convenzione con l’Azienda Sanitaria e la compartecipazione familiare. Le forme di indipendenza più avanzata prevedono una responsabilità di spesa che comprende tutto eccetto eventuali presenze educative. Le persone con disabilità sono supportate nei processi di svincolo dalla famiglia, favorendo il reinserimento sociale in tutti i suoi aspetti (tempo libero, amicizie, lavorativo…).
La sensibilizzazione del territorio mira alla costruzione di una rete che permetta la realizzazione delle progettazioni e la continuità delle stesse.
Il risultato mira a uno spostamento di potere educativo alla persona che diventa, nella misura in cui è possibile, responsabile della propria vita, esercitando la propria autodeterminazione.
Concorrono a questi risultati la persona che è la protagonista, la famiglia, i parenti significativi, gli amici, il territorio.

L’operatore sociale come Network Management
Nell’ambito di Immaginabili Risorse è sempre più presente e richiamata l’importanza di destrutturare i servizi, poiché la destrutturazione e la rottura della linearità aiutano a innescare dinamiche inclusive e generative.
Lo “spacchettamento” dei servizi può consentire di passare da una loro gestione tradizionale a una organizzazione per progetti rispondenti all’approccio inclusivo.
L’operatore sociale assume quindi, nei confronti della rete, la funzione di Network Management, che mette in evidenza l’importanza della gerarchia funzionale al fine di consentire alle reti di vivere.
Le reti sono strumenti sofisticati che non funzionano per inerzia, autoregolandosi, ma vanno manutenute continuamente. Il Network Management, particolarmente coerente con il posizionamento dell’operatore sociale nella logica di Immaginabili Risorse, assolve proprio a questa specifica attività funzionale.
Occorre specificare che, se si parla di Network Management si parla di una funzione e non di un ruolo. Le funzioni di Network Management sono dedicate a far funzionare la rete.
Parlando di network, parliamo di reti attivate per produrre qualcosa. Parlando di management ci riferiamo a un complesso di azioni gestionali, a un lavoro di cura dello spazio e delle relazioni che permette a un sistema complesso di funzionare. Prendersi cura di sistemi complessi, farlo con riguardo, attenzione, delicatezza, è un esercizio non legato al posizionamento di potere formale, ma all’assunzione di responsabilità funzionale. Tratteggia un agire diverso dal consueto. Le reti sono luoghi dove l’uso della gerarchia non è utile al funzionamento.
In un approccio tradizionale i servizi sono orientati a lavorare cercando di soddisfare i bisogni delle persone con disabilità.
Nella nuova prospettiva proposta da Immaginabili Risorse è strategico considerare, quale materia prima del lavoro delle reti, i problemi, intesi come i fenomeni percepiti con sofferenza dalla persona con disabilità.
Le reti sono, quindi, dedicate a trattare al meglio e trasformare problemi complessi. Si aggregano in funzione del problema da trattare e non in base a logiche di rappresentanza.
Nell’esercizio della funzione di Network Management occorre tenere presente che, nelle reti, esistono sempre due tensioni: quella cooperativa e quella competitiva. Occorre che ci sia qualcuno in grado di regolarle e favorire la coesione della rete in ragione della trasformazione del problema complesso per cui è nata.
Le funzioni di Network Management sono:

  • Facilitare comunicazioni e cooperazione.
  • Curare la ricomposizione e l’integrazione dei diversi contributi.
  • Gestire la cooperazione e agire la competitività in una logica negoziale evitando prevaricazioni di posizioni dominanti.
  • Rinforzare una metodologia di intervento multi-prospettica per incrementare la comprensione dei problemi e sviluppare azioni innovative.
  • Utilizzare strumenti che permettano di non disperdere dati e informazioni relativi alle attività svolte.
  • Valorizzare uno sguardo valutativo sui processi e sui risultati. Per valutazione si intende il rendere esplicito e condivisibile il processo di trasformazione fatto al fine di ri-orientare costantemente le azioni progettuali messe in atto.

Alla condivisione dei concetti cardine dell’approccio di Immaginabili Risorse seguirà la loro articolazione nelle dimensioni vitali per una loro concreta implementazione.

 Comune di Trento Servizio
Attività Sociali
tel. 0461884477

Progetto
I progetti personalizzati di sostegno all’abitare autonomo

Esperienza
Sostenere percorsi di autonomia abitativa e di vita a favore di persone con disabilità attraverso l’affiancamento di un’accogliente persona, anche richiedente protezione internazionale, capace di aiutare la persona disabile in alcune attività quotidiane.

Elementi innovativi
Il diritto della persona con disabilità a determinare la propria condizione alloggiativa, in un’ottica di autonomia e di inclusione, trova concretezza nella disponibilità empatica e resiliente di volontari/accoglienti che si affiancano e la sostengono in alcune attività quotidiane, nel trascorrere del tempo assieme, nel condividere una relazione autentica d’aiuto. L’accogliente può anche convivere con la persona con disabilità, è formato e sostenuto da una dedicata équipe di operatori sociali, non assume compiti né prettamente assistenziali né educativi.

 Azione Solidale società cooperativa sociale Onlus – Milano
David Scagliotti
tel. 0248304931
david.scagliotti@azionesolidale.com

Progetto
Azione Solidale in un Housing Sociale

Esperienza
Un CAD (Centro Aggregazione Disabili), uno SFA (Servizio Formazione all’Autonomia), un CSE (Centro Socio Educativo) e un appartamento di sperimentazione hanno sede nel progetto di Housing Sociale “Cenni di cambiamento” di Milano, con attività di utilità sociale rivolte ad abitanti, associazioni e commercianti dell’Housing Sociale e del quartiere.

Elementi innovativi
Lavorare in un tale contesto richiama all’esplorazione e alla costruzione di nuove competenze. Un lavoro quotidiano con l’imprevisto, con condizioni che possono cambiare repentinamente. L’imprevisto non riguarda più solo la relazione che connette l’educatore a utenti e famiglie, la rete si allarga nelle interazioni con i commercianti e gli abitanti, con maggiore flessibilità e creatività. Fare un passo indietro è un ulteriore apprendimento sperimentato: saper stare in silenzio, lasciare che le cose accadano e osservare le situazioni educative, permettere la sperimentazione di spazi di libertà e non solo di autonomia.

Immaginabili risorse: Le nuove sfide dell’operatore sociale

a cura di Riccardo Morelli, assistente sociale dell’UnitàZonale Disabilità dell’Ambito delPiano Sociale di Zona di Garbagnate Milanese

“La collaborazione è un modo speciale per lavorare insieme. Richiede tre distinti tipi di sforzo concertati: cooperazione (agire in modo finalizzato a un obiettivo comune), coordinazione (sincronizzazione degli sforzi e condivisione delle risorse) e co-creazione(produzione insieme di un nuovo risultato). Questo terzo elemento, la co-creazione, è quello che distingue la collaborazione da altre imprese collettive: è un atto fondamentalmente generativo. La collaborazione non ha a che fare con il raggiungimento di un obiettivo o con l’unione delle forze; è creare qualcosa insieme che sarebbe impossibile creare da soli”. Così scrive J. McGonigal nel suo libro La realtà in gioco (Casa Editrice Apogeo, 2011).
Leggerete il frutto della collaborazione tra un numero ampio di soggetti afferenti alla rete di Immaginabili Risorse. La bellezza delle pagine che seguono sta proprio nel fatto che da esse traspare la forza dell’incontro. Da esse emerge come il tutto non sia la semplice somma delle singole parti.
La complessità e l’ampiezza che la Rete ha assunto ci ha richiamato a fare uno sforzo di sintesi, che ha come obiettivo quello di sistematizzare e rendere maggiormente organico il pensiero attorno ai temi dell’inclusione sociale e della generatività.
Quanto segue è frutto del lavoro di molte persone e chi scrive ha avuto il solo compito di provare a tessere e cucire tra loro le parti di un discorso, cercando di renderlo il più organico e funzionale possibile allo sviluppo e alla comunicazione del pensiero della Rete.
Le pagine che verranno sono, in effetti, il prodotto del prezioso lavoro di un collettivo di operatori.
Si ringraziano per il prezioso supporto la dott.ssa Paola Bavagnoli della Scuola Maria Consolatrice S.c. sociale di Milano e la dott.ssa Donata Scannavini presidente dell’associazione AMALO-auto-mutuo-aiuto Lombardia di Milano.

Quando sul campo da calcio scendono gli Insuperabili

di Gabriele Scabbia, collaboratore Reset Academy

Insuperabili di nome e di fatto.
Sono i ragazzi con disabilità motorie, comportamentali e relazionali della Reset Academy, l’accademia dei giovani calciatori che può vantare testimonial del calibro di Marcello Lippi nelle vesti di presidente onorario.
Quando scendono in campo gli Insuperabili, che è anche il nome della Onlus e della Scuola calcio per atleti disabili dove giocano, non hanno eguali per la quantità di energie che investono su ogni centimetro d’erba, allenamento dopo allenamento, sempre con grande entusiasmo, sfidano se stessi e i propri limiti.
Per loro, prima ancora della vittoria o della sconfitta, quello che conta è mettere sudore e cuore in ogni pallone calciato, in ogni tiro parato, in ogni azione realizzata.
“La pratica dell’educazione fisica e dello sport è un diritto fondamentale per tutti.
Ogni essere umano ha il diritto fondamentale di accedere all’educazione fisica e allo sport, che sono indispensabili allo sviluppo della sua personalità” (Art. 1, Carta Internazionale per l’Educazione e lo Sport, UNESCO 22/11/1979). Attraverso il calcio il Progetto mira a garantire la crescita e l’integrazione di ragazzi con disabilità all’interno della società.
Offrendo un servizio alle famiglie presenti sul territorio, con l’obiettivo di ampliare sempre più il bacino di persone praticanti attività sportiva in Italia. Come indicato da Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), ad oggi ci sono “70.000 persone con disabilità che praticano sport a fronte di un potenziale di 700/800.000 ragazze e ragazzi che in Italia potrebbero farlo”.
In linea con quanto espresso nella “Convenzione ONU sui diritti delle Persone con Disabilità (2007)” il progetto Insuperabili vuole offrire una risposta innovativa alle persone con disabilità per lo sviluppo di abilità e competenze sociali, passando così da una logica assistenziale di cura a una logica di promozione del benessere e della qualità della vita, che permette al soggetto disabile di porsi in una prospettiva di potenzialità.
I registi degli Insuperabili sono due giovani amici, Davide Leonardi e Ezio Grosso, capaci di mollare le sicurezze di un lavoro in banca e di realizzare un progetto all’avanguardia unico in Italia.
Infatti, nel 2012, studiano, importano e adottano il modello inglese di scuola calcio per disabili per soddisfare il desiderio sportivo di un’amica affetta da sindrome di Down. Al primo allenamento sono presenti solo 4 ragazzi. Da allora però il progetto è cresciuto e oggi i tesserati a Torino sono quasi 170 mentre sul territorio nazionale sono presenti con 13 Academy a Torino, Ivrea, Genova, Milano, Rovetta (Bergamo), Sant’Ambrogio di Valpollicella, Chioggia, Bologna, Roma (2 sedi), Real Casarea Napoli, Parabita (Lecce) e Siracusa.
Complessivamente quasi 420 atleti, di cui 30 ragazze, con un’età compresa fra i 5 e i 35 anni e due atleti sessantenni.
Ogni team di ragazzi, in base alle diverse necessità, è seguito da tecnici, educatori, psicologi, logopedisti e fisioterapisti. “L’approccio è multidisciplinare: c’è una parte tecnica e una educativa”, illustra Davide, “questi ragazzi hanno delle potenzialità enormi, il problema era capire come farle emergere. L’importante è non avere un atteggiamento pietistico nei loro confronti”.
Il progetto Insuperabili si prefigge di diffondere una metodologia di lavoro trasversale su tutto il territorio nazionale, basata su una programmazione per obiettivi annuali e mensili. A seguire gli atleti c’è un team multidisciplinare composto da differenti figure, un team tecnico e un tecnico psicoeducativo sia per gli allenamenti sul campo sia per l’attività di programmazione, di monitoraggio e di verifica.
Seguendo una metodologia trasversale su tutte le scuole calcio, ogni team di lavoro identifica gli obiettivi atletico sportivi e psicoeducativi su cui si focalizzerà il lavoro della squadra nell’arco dell’anno. Oltre agli obiettivi di gruppo vengono identificati degli obiettivi a breve, medio e lungo termine per ogni singolo atleta. A partire da questi obiettivi si pianificano e programmano gli allenamenti della stagione con cadenza mensile, che vengono monitorati attraverso delle riprese video e la compilazione di schede di valutazione sia sotto il profilo tecnico sportivo che sotto quello psicoeducativo, compilati ad ogni allenamento dal team di riferimento.
Il monitoraggio che affianca il lavoro sul campo è costante grazie a briefing a fine allenamento focalizzati sulla seduta di attività, riunioni di team con frequenza bimensile, riunioni con le famiglie e con i servizi di riferimento per un lavoro in rete.
Il progetto Insuperabili è completamente autofinanziato attraverso eventi benefici, sponsorizzazioni e crowdfunding. Un ruolo attivo, da protagonisti lo hanno anche i numerosi testimonial, che scendono in campo a fianco degli Insuperabili e sostengono il progetto, tra cui Giorgio Chiellini, con la fascia da capitano, Gianluigi Buffon e Emiliano Viviano, a difesa della porta, Paolo Cannavaro, Lorenzo De Silvestri, Daniele Baselli, Papu Gomez, Andrea Petagna e il giornalista Gianluca Di Marzio.
Ma gli Insuperabili non sono solo sport. Infatti, tra i principali obiettivi che la Onlus si prefigge, c’è quello dell’inserimento di persone disabili nel mondo del lavoro. A Torino quest’anno è stato inaugurato il primo “Insuperabili Shop”, un negozio di abbigliamento che occupa 4 atleti disabili.
E siccome le storie belle meritano di essere narrate, è nata l’idea di trasformare gli atleti Insuperabili e i loro testimonial in un “cartocampioni”, donando loro, così come per grandi eroi del calibro di Spiderman e Batman, l’immortalità.
La sceneggiatura è stata ideata e realizzata da due professionisti, Fabrizio Accatino, sceneggiatore di Dylan Dog, e Mattia Simeoni, fumettista.
È proprio nei cartoni che la vita viene semplificata e l’essenziale portato a livello dell’attenzione.
Come nel film Space Jam, solo che il gioco non è il basket, manca Michael Jordan e i principali protagonisti, anziché Bugs Bunny e gli altri cartoni animati della Warner Bros, sono ragazzi reali diversamente abili uniti dalla stessa passione per il calcio e per i campioni dello sport.
Le prime puntate del fumetto sono scaricabili gratuitamente dal sito internet www.insuperabili.eu.
Gran parte del successo degli Insuperabili deriva dall’aver imparato, nello sport come nella vita, a “non mollare mai”, a coltivare una passione con la grinta necessaria grazie all’intuizione di famiglia, amici e preparatori atletici.

 Il rap, la musica ribelle per eccellenza

di Tyrone Nigretti, critico musicale e scrittore

È proprio il caso di dire che le diverse espressioni artistiche si incontrano… In primavera Lucia, Tommaso ed io, Emanuela, partiamo per andare a presentare le poesie del nostro collega Mario, tra i protagonisti del Festival Internazionale della poesia di Milano. Mai ci saremmo immaginati di incontrare lì in mezzo anche un “critico musicale”, e che critico! Tyrone Nigretti, questo è il suo nome, un nome buffo, ma che incuriosisce: il suo significato è “terra di Eoghan”, una delle 32 contee di Irlanda.
Abbiamo scambiato qualche chiacchiera e dalla poesia siamo passati alla musica. “Vuoi vedere che è appassionato di musica celtica?” – mi sono detta.
Eh no, il nome non ha contagiato il suo alter ego.  È la musica rap la sua passione, quella che lui definisce la musica ribelle per eccellenza.
Ed ecco cosa ci racconta Tyrone sul rap.
Ogni genere musicale, volendo, potrebbe essere in grado di comunicare tanto ai propri ascoltatori, ma il rap è la musica ribelle per eccellenza, capace di abbattere muri e frontiere, capace di cambiare situazioni che necessitano una nuova prospettiva. Il rap è un microcosmo facente parte di una cultura più vasta: l’hip hop. L’hip hop nasce in America, dal Bronx, intorno agli anni ’70. Questa musica, e ancor di più questa cultura, non si impone di inventare nulla, bensì di reinventare; come spiega Grandmaster Caz in “The Art of Rap”. I beats hip hop (le basi su cui i rapper cantano) sono sempre frutto (o quasi) di hit già conclamate.
Ma non è solo questo ciò che fa del rap una musica che si reinventa sempre, ma è anche l’obbligo di rimanere sempre giovane, di essere aperto a nuovi suoni e nuove culture.
È un genere duro, che, purtroppo, in Italia, la massa accetta solo nella forma più docile e mansueta, rifiutandone la vera natura aggressiva e senza peli sulla lingua.
Solo nel 2006, il rapper Fabri Fibra, con l’album Tradimento, è riuscito a portare il rap a un livello più alto, a un pubblico più ampio, senza snaturarne la sana durezza. Ancora, le radio, nonostante dischi d’oro e di platino dei vari rapper, si rifiutano di passare il rap, almeno che non venga addolcito.
Avevo un desiderio: volevo fare il rapper, e non ci sono riuscito. Poi volevo fare il beatmaker (colui che produce la musica hip hop), ma non ce l’ho fatta… Insomma, volevo far parte della cultura hip hop; disabile dalla nascita, ero l’“emarginato” per eccellenza. Intuivo che quella musica e quella cultura così piene di rabbia (ma anche di voglia di riscatto) avrebbero potuto farmi bene.
Iniziai l’ascolto di alcune hit, una su tutte, appunto, fu proprio “Applausi per Fibra” (dell’album Tradimento). Percepivo il malessere dentro quella canzone, ma anche una forte voglia di riscatto sociale. Era la mia musica. Approfondii quell’interesse che oggi è divenuto una vera passione.
Prima YouTube, poi i dischi, e infine i live mi hanno permesso di conoscere persone, di dialogare, di confrontarmi, di scoprire la mia vera vocazione: la scrittura in prosa.
Cominciai, con scopo ludico, a recensire dischi e vari progetti rap italiani. Pubblicavo le recensioni su Facebook, giusto per farle leggere agli amici e ad altri fan del genere, e a loro piacquero. Ogni volta che mi trovavo un disco tra le mani dovevo recensirlo, era divertente. Fino a che le mie recensioni non arrivarono all’occhio attento di Paola Zukar (Big Picture Mngmnt), manager di Fabri Fibra, Marracash, Clementino e Tommy Kuti. Non è esagerato dire che: se oggi il rap è riuscito a conquistarsi una buona fetta del panorama musicale in Italia, oltre che agli artisti sopracitati, è grazie a lei. Ma in che modo questa donna c’entra con me?
Il mio malessere, durante l’adolescenza e poco dopo, diventava sempre più pressante e rischiava di lasciarmi interdetto, senza la voglia di reagire o sapere cosa fare.
Nel 2011 arrivò una vera e propria sveglia per la mia coscienza: Dietrologia – I Soldi Non Finiscono Mai, libro di Fabri Fibra.
Grazie a quel libro compresi che essere hip hop significa farcela con le proprie forze, fare un balzo in avanti, salire più in alto. Per questo mi misi a scrivere un libro, in prosa, come mi riusciva meglio e come mi piaceva di più.
Lo comunicai su Facebook, sempre agli amici, e la notizia piacque, ancora.
Paola mi comunicò il suo interesse di leggerlo, ed è grazie a lei, e ovviamente a Rizzoli editore, se nel 2015 ho pubblicato il mio primo libro: Fattore H – Slalom di un disabile nella nostra società.
Credete sempre in ciò che vi appassiona, e non smettete mai, anche se avete tutti contro. Perché se riuscirete a credere in voi stessi, anche altri cominceranno a credere in voi.
Per saperne di più: www.facebook.com/tyrone.nigretti

 Violenza familiare di lungo termine. La sterilizzazione forzata delle donne con disabilità

di Massimiliano Rubbi

L’assemblea generale, svoltasi il 13-14 maggio 2017 a Madrid, dell’European Disability Forum (EDF), che riunisce a livello europeo le associazioni rappresentative delle persone con disabilità, ha presentato una bozza di rapporto intitolato “Mettere fine alla sterilizzazione forzata contro donne e ragazze con disabilità”; il rapporto definitivo, redatto insieme alla Fundación CERMI MUJERES con sede a Madrid e frutto di un lavoro avviato nel 2015 entro un piano per l’uguaglianza di genere, è stato pubblicato dall’EDF a fine novembre e presentato il 5 dicembre in un’udienza al Parlamento Europeo. La questione delle sterilizzazioni forzate era già stata toccata da un appello contro la violenza rivolta alle donne lanciato in occasione dell’8 marzo 2017 da una coalizione di 25 associazioni e ONG, tra cui la stessa EDF, Amnesty International e ENAR – Rete Europea contro il razzismo. L’appello ricorda come “le donne con disabilità sono soggette a essere vittime di violenza con una probabilità da 2 a 5 volte più alta rispetto alle donne non disabili, e sono soggette a sterilizzazione e aborto contro la loro volontà”, e invita pertanto l’Unione Europea a ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne, approvata nel 2011 e già sottoscritta da 45 Stati.
An-Sofie Leenknecht, coordinatrice per i diritti umani dell’EDF, spiega la scelta di adottare un report e dedicare un’attenzione specifica al tema della sterilizzazione forzata delle donne con disabilità “perché è una pratica che purtroppo avviene ancora oggi, e che è poco nota e documentata. Volevamo aumentare la consapevolezza dei politici europei e nazionali su questa negazione dei diritti sessuali e riproduttivi, senza il consenso libero e informato della donna con disabilità”. Una pratica che, secondo quanto riportato da ricercatori e articoli di stampa, appare colpire oggi in particolare le donne appartenenti a minoranze vulnerabili, come quelle con disabilità mentale ma anche la comunità Rom, nei Paesi dell’Europa orientale in cui la sterilizzazione forzata era procedura diffusa durante il periodo comunista, ma su cui si dispone ancora di dati più che incompleti.

Il consenso come diritto
Il rapporto EDF definisce la “sterilizzazione” come “un processo o atto che rende un individuo permanentemente incapace di riproduzione sessuale”, sterilizzazione che è “forzata” quando “intrapresa senza conoscenza, consenso o autorizzazione della persona che è soggetta alla pratica, e quando ha luogo senza che vi sia una seria minaccia o rischio per la salute e la vita”. L’impostazione dichiarata del rapporto è quella di “un approccio alla disabilità basato sui diritti umani – che incorporano il diritto di prendere le proprie decisioni, i diritti riproduttivi e la capacità giuridica”; la sterilizzazione forzata è quindi “parte di un modello più ampio di negazione dei diritti umani delle donne e ragazze con disabilità”, collegata alla loro esclusione da una cura complessiva della salute riproduttiva e sessuale, alla cattiva gestione di gravidanza e parto e alla negazione del diritto alla genitorialità. La stretta connessione con la gravidanza e le sue conseguenze, ma anche con il vissuto personale delle mestruazioni, spiega perché la sterilizzazione forzata riguardi sì anche i maschi, ma su scala proporzionalmente molto più ridotta.
Il rapporto ricorda come la sterilizzazione forzata abbia un debutto storico, più che un precedente, nei programmi eugenetici della prima metà del Novecento, i quali, combinando un’impostazione ideologica alla sua asettica praticabilità tecnica, “miravano a garantire che solo gli ‘adatti’ e ‘produttivi’ fossero una parte della società, e gli altri non esistessero e/ o non si riproducessero”. Sarebbe però fuorviante pensare soltanto ai programmi ideati dai regimi totalitari, in particolare alla sterilizzazione forzata “contro le malattie ereditarie” che il nazismo adottò già nel luglio 1933, pochi mesi dopo il suo avvento al potere (e ben prima di passare nel 1939 all’eutanasia con la “Aktion T4”). Nel rapporto EDF si segnala come molti Stati USA e il Canada abbiano sterilizzato persone con disabilità intellettiva, insieme a “criminali” e “stupratori”, per tutta la prima metà del XX secolo; come la Svezia abbia messo in pratica, tra il 1934 e il 1976, un programma di sterilizzazione eugenetica che ha coinvolto oltre 20.000 persone; come la sterilizzazione forzata di persone con disabilità, specie se intellettiva, sia ancora una realtà (ancorché, come detto, difficile da quantifica- re) in Australia, dove non vigono leggi che la proibiscano, e in Spagna, in cui dati ufficiali per il periodo 2010-2013 parlano di “una media [annuale] di 96 sentenze di tribunale che autorizzano la sterilizzazione di persone con disabilità che sono state private della loro capacità giuridica”. Anche dopo la delegittimazione di una giustificazione eugenetica (almeno nella sua forma esplicita e istituzionale), si continuano quindi a praticare sterilizzazioni forzate. Perché? Il rapporto EDF individua con efficacia tre “miti”: “per il bene della società, della comunità o della famiglia”, inclusa la “spesa finanziaria extra dello Stato che deve fornire servizi sociali alle persone con disabilità”; perché “le donne con disabilità sono incapaci di essere madri”, a dispetto del fatto che “la ricerca non abbia mostrato una chiara relazione tra il livello di educazione o l’intelligenza di padri e madri e l’essere un buon padre o una buona madre”; “per il bene delle donne con disabilità”, come protezione da gravidanze indesiderate (rispetto a cui la sterilizzazione definitiva accresce però la vulnerabilità all’abuso sessuale) o dallo stress indotto dal ciclo mestruale in ragazze e donne con “autismo o severi disturbi di apprendimento” (uno stress ritenuto evidentemente più sopportabile della destabilizzazione fisica e mentale indotta dalla definitiva soppressione della capacità riproduttiva).
L’argomentazione fondamentale che l’EDF contrappone a queste giustificazioni verte sulla già citata piena capacità giuridica della persona con disabilità, e quindi sulla necessità del suo consenso informato per ogni trattamento sanitario. Un riferimento costante è la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), siglata nel 2006 e ratificata dalla UE nel 2010: “la CRPD sancisce un cambio di paradigma secondo cui le persone con disabilità sono titolari di diritti su una base di eguaglianza con gli altri. La CRPD pertanto riconosce che le persone con disabilità sono ‘persone davanti alla legge’ e hanno capacità giuridica su una base di eguaglianza con gli altri. Questo approccio implica un allontanamento dal ‘processo decisionale sostitutivo’ verso sistemi di sostegno più personalizzati. […] La CRPD si allontana dal modello della tutela e sottolinea il bisogno di un processo decisionale supportato, al fine di garantire il pieno godimento del diritto alla capacità giuridica per le persone con disabilità”. Di qui una sezione dedicata dal rapporto alle riforme giuridiche che stanno introducendo la “capacità giuridica assistita” in Irlanda, Svezia e Germania, così come, in altra parte del testo, i rilievi mossi ai singoli Stati dal Comitato ONU incaricato di vigilare sull’applicazione della CRPD, che spesso contestano la possibilità, mantenuta nelle giurisdizioni nazionali, di una decisione totalmente terza in merito alla sfera sessuale e riproduttiva dell’individuo. Sempre dall’impostazione legata alle convenzioni ONU discende, in modo coerente e significativo, la totale chiusura del rapporto EDF rispetto alla sterilizzazione di minorenni, affidate per definizione, in diverso grado, alla tutela dei genitori o soggetti esterni: “per prima cosa, la sterilizzazione non deve essere attuata su bambine.
Il ‘Comitato sui diritti dell’infanzia’ [che vigila sull’applicazione della corrispondente Convenzione ONU] ha identificato la sterilizzazione forzata di ragazze con disabilità come una forma di violenza e ha notato che ci si attende che gli Stati [aderenti alla Convenzione] proibiscano per legge la sterilizzazione forzata di bambine con disabilità.
Il Comitato ha inoltre spiegato che il principio dei ‘migliori interessi del bambino’ non può essere utilizzato ‘per giustificare pratiche che confliggano con la dignità umana e il diritto all’integrità fisica del bambino”. Tra le raccomandazioni finali, di conseguenza, troviamo che “si dovrebbe assicurare un’interdizione su qualunque sterilizzazione di persone sotto i 18 anni, a meno che sia attuata per salvare una vita o in un’emergenza medica”, oltre alla necessità di una ricerca sul “consenso informato” che includa il “controllare con urgenza i processi e le procedure utilizzati nella sterilizzazione di persone che sono state dichiarate ‘incapaci’ di concedere il proprio consenso informato”.
La questione non è comunque affidata al solo lavoro delle istituzioni: “solo quando capovolgeremo le convinzioni sociali prevalenti riguardanti il diritto delle donne e delle ragazze con disabilità a prendere le proprie decisioni sulle proprie vite, accorderemo loro il diritto di essere se stesse”.
A chiudere il rapporto EDF è il resoconto della testimonianza personale di una donna affetta da sordità, la quale, dopo aver sposato un uomo con lo stesso deficit e aver tentato invano di rimanere incinta, viene a sapere che i propri genitori (udenti) la avevano fatta sterilizzare anni prima, quando era già adulta, approfittando della sua limitata capacità di lettura e dell’assenza di un interprete in linguaggio dei segni. “La donna ha affrontato sua madre, che le ha detto che il dottore pensava che la sterilizzazione fosse la cosa migliore da fare per bloccare la trasmissione del gene della sordità alla generazione successiva della famiglia”. La donna ha successivamente adottato un bambino e ha “infelicemente accettato la propria situazione”.

Individuare il soggetto debole
Nel febbraio 2015, la “Corte di protezione” di Londra, titolare del giudizio su casi che implicano la “mancanza di capacità fondamentale”, è stata chiamata a prendere una decisione sul caso di DD, “una donna di 36 anni con disordine dello spettro autistico e un disturbo di apprendimento lieve/borderline con un QI di 70”, con un’esperienza di “abuso fisico e forse sessuale” nell’infanzia, una relazione stabile con BC, con disturbi di autismo e apprendimento più gravi di lei, e “una storia ostetrica straordinaria, tragica e complessa: ha avuto sei figli oggi di età tra 6 mesi e 12 anni, tutti allevati da assistenti sostitutivi permanenti, cinque di essi in famiglie adottive. DD non ha contatto continuo con alcuno dei suoi figli.
DD non ha mai dimostrato il desiderio o la capacità di impegnarsi nel livello di sostegno che è probabilmente richiesto per assicurare la sicurezza di un bambino nella sua cura”. Dopo una serie di 5 gravidanze ravvicinate (in 3 casi tenute nascoste fino alle 24 settimane previste per l’aborto volontario, e portate a termine in 4 casi con parto cesareo), per DD era “altamente probabile che il rischio di una futura gravidanza, specialmente se nascosta, l’avrebbe condotta alla morte” per complicazioni perinatali.
Data la “resistenza sempre più determinata di DD al consiglio e al sostegno medico e/o professionale”, la Corte è stata incaricata di valutare la sua capacità di decidere su una contraccezione di lungo termine o sulla sterilizzazione e, in assenza di tale capacità, di valutarne l’adozione forzata “nei migliori interessi di DD”.La sentenza della Corte ha decretato l’impossibilità per DD di prendere decisioni su se stessa e disposto la sua sterilizzazione terapeutica, e lo ha fatto sulla base di un’analisi articolata, tanto della storia del caso discusso quanto delle norme a esso applicabili, esplicitando la cicostanza che “questo caso non riguarda l’eugenetica” bensì la salvaguardia della vita dell’interessata, e la necessità di “tenere conto del modo meno restrittivo di conseguire l’obiettivo ultimo”. In diversi punti del dispositivo si fa riferimento alla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” (ECHR), un documento siglato nel 1950, seppure con successive modifiche, e dunque di impianto assai più antico della CRPD, ma tuttora vigente: in particolare, in uno dei passaggi iniziali della sentenza, la legittimità di intervento nel caso viene individuata nel fatto che “coloro che mancano di capacità hanno gli stessi diritti umani di tutti gli altri, e hanno il diritto di godere di tali diritti senza discriminazione in virtù della loro mancanza di capacità. L’ECHR riconosce tuttavia che in determinate circostanze può essere giustificabile interferire nella loro vita privata e privarli  anche della loro libertà”. A questo riferimento all’articolo 8 della Convenzione, in materia di rispetto della vita privata, si aggiunge poi una discussione sull’articolo 12, relativo al diritto di contrarre matrimonio e fondare una famiglia, mentre subito dopo la CRPD, ratificata dal Regno Unito ma non integrata nella sua legislazione, viene liquidata come non pertinente e comunque non giuridicamente applicabile al caso.
La ricostruzione della vicenda compiuta dalla sentenza porta a escludere che DD sia stata “abbandonata a se stessa”. Sono citate le testimonianze di decine di operatori sociali e sanitari che negli anni si sono occupati della coppia, riferite anche a episodi specifici, e si conclude che “DD e BC sono stati e sono fieramente resistenti al supporto medico e professionale”, con “livelli di cooperazione molto limitati da entrambi” e anzi “opposizione e rifiuto dell’aiuto”. In alcune interazioni con gli operatori, DD (che, come BC, non partecipa al processo) afferma di ritenersi “normale” e di voler essere trattata come tale, e rivendica “il mio corpo è mio” in base a una questione di “diritti umani”, respingendo quindi il coinvolgimento di professionisti socio-sanitari nella propria esistenza. DD, riportano le note mediche, ha ricevuto sia da adolescente che da adulta informazioni sulla contraccezione, e ne ha utilizzato diverse forme nel corso degli anni, ma in maniera non continuativa, e dunque inefficace, senza fornire spiegazioni ritenute ragionevoli.
Un elemento che viene citato quasi di passaggio, in quanto non pertinente al caso (il cui oggetto è come detto la tutela della salute di DD), assume nondimeno un rilievo particolare nel considerare la vicenda nel suo complesso. “Due bambini sono nati a casa sua, descritta come non igienica e invasa da animali domestici; un parto era stato apparentemente compiuto con mezzi pericolosamente poco ortodossi (c’erano prove, anche se lo si è negato, che BC avesse usato pinze per barbecue come forcipe); la possibilità limitata di DD e BC di prendersi cura di questi due neonati a casa (prima che intervenissero le autorità) è stata osservata essere notevolmente dannosa per i neonati”. Dopo Ladybird Ladybird di Ken Loach, è legittimo dubitare dei presupposti politici e quindi della correttezza della ricostruzione da parte del sistema di assistenza sociale britannico, ma il rifiuto di DD di comparire in giudizio (sulla base del rifiuto di interferenze sopra citato) non consente di valutare un eventuale contraddittorio.
Premettendo che “l’EDF non può giudicare, perché non siamo a conoscenza di tutti gli elementi e della storia del caso”, An-Sofie Leenknecht commenta la sentenza affermando che “gli standard di diritti umani e la CRPD non sono stati rispettati, dal momento che alla donna è stata negata la capacità giuridica, e pertanto la capacità di decidere lei stessa, con il necessario supporto, in merito alla sterilizzazione. Questo è uno dei diritti fondamentali in base alla CRPD (articolo 12 sul processo decisionale supportato) che non è stato rispettato dal sistema giudiziario britannico”. L’approccio centrato sui diritti umani presuppone la considerazione della donna con disabilità come soggetto vulnerabile, la cui capacità di decisione autonoma va supportata e al contempo protetta da interferenze e prevaricazioni esterne. E tuttavia, è difficile non osservare che i figli nati dalle gravidanze di DD, portate oltre il termine per l’aborto volontario, si pongono come ulteriore soggetto vulnerabile meritevole di tutela, rispetto a cui il diritto alla decisione autonoma della madre trova una possibile limitazione. Se il rapporto EDF ricorda che “per le donne con disabilità psicologiche dovrebbe essere menzionato il pregiudizio che potrebbero nuocere ai loro figli. La giustificazione ‘pericolosità’ viene utilizzata per limitare i loro diritti in molte aree della vita.
Questo nonostante le prove evidenti che sono più spesso le vittime, piuttosto che gli autori, della violenza”, non si può cadere nel pregiudizio opposto, ovvero ritenere che le condizioni di pericolo per i figli non possano mai sussistere. La scelta dell’affidamento dei neonati ad altri non viene né discussa dalla sentenza né, a quanto risulta da un giudizio precedente sulla stessa vicenda, contestata dai genitori; la Corte, peraltro, si propone di evitare che DD stessa si ponga in pericolo di vita, sulla base della scelta di affrontare un’ulteriore gravidanza – e rimane assai dubbio che l’opzione per una contraccezione non permanente e per l’eventuale aborto terapeutico in caso di gravidanza, implicando una sorveglianza stretta (e, come si è visto, rifiutata ed elusa dall’interessata) da parte dei professionisti socio-sanitari tenuti alla tutela di DD, sarebbe risultata meno invasiva e “paternalistica”. È la sentenza stessa a sostenere che “è molto più probabile che in questo contesto la sterilizzazione, in realtà, la liberi da ulteriori intrusioni nella sua ‘vita privata’ da parte di professionisti, mentre l’inserimento di una spirale (portando con sé un maggiore bi- sogno di monitoraggio e sostituzione/rimozione a tempo debito) non lo farebbe”: e il “contesto” in cui matura questo giudizio, in sé decisamente paradossale, è stato creato, con l’eccezionalità della sua storia ostetrica, proprio da un supporto più rispettoso dell’autonomia decisionale di DD e BC e della loro vita sessuale.
Queste considerazioni portano a ipotizzare che il tema della sterilizzazione forzata pertenga al campo “accidentato” della bioetica, sociale e basato sulla definizione di confini, non meno che a quello “lineare” del diritto umano, individuale e inalienabile. Come se ciò non bastasse, la questione mette in discussione proprio quel ruolo di rappresentanza nei con- fronti della società che generalmente viene accordato in modo incondizionato ai genitori delle persone con disabilità (come implicito, ad esempio, nella formulazione linguistica “dopo di noi”), e anzi traccia nette linee di frattura tra la loro valutazione dell’interesse dei figli e la stessa integrità psico-fisica di questi ultimi. Per fare un esempio in più: la stessa Corte di protezione britannica, nel febbraio 2013, ha respinto la sterilizzazione di una studentessa 21enne con sindrome Down richiesta dai suoi genitori, in una famiglia che la sentenza pur non manca di definire “amorevole, vicina, dedita e di supporto”. Le raccomandazioni finali del rapporto EDF sostengono, al contrario, che “ogni richiesta di sterilizzazione deve essere considerata una procedura che è attuata ‘sulla persona con disabilità’ e non ‘per la persona con disabilità’”. È quindi auspicabile che di sterilizzazione forzata, e più in generale di sessualità delle donne con disabilità, si discuta più spesso di quanto avviene oggi – senza paura di affrontare anche nodi che potrebbero risultare assai problematici e dolorosi.

 Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente claudio@accaparlante.it

Caro Claudio,
l’altro giorno stavo riflettendo sulla parola “bellezza” e mentre ripetutamente la recitavo nella mia testa, mi accorsi che stavo pensando a voi del Progetto Calamaio.Etimologicamente parlando la parola bellezza significa: qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima, è da questo che si genera connessione tra l’idea di bello e quella di bene. Ecco, sta tutto lì… lì in quella connessione fra bello e bene. Non è forse vero che se proviamo del bene nei confronti di una persona a noi cara, automaticamente ai nostri occhi risulta bella? Mi viene da pensare a una mamma e un papà con il proprio bambino, a due ragazzi che si amano, a due genitori, agli amici. Quando il bene entra in gioco e sprigiona la sua forza è in grado di valicare ogni ostacolo, anche quello fisico.
Ebbene eccomi qui che scrivo a voi per ringraziarvi di tutto, perché quel bene di cui parlavo prima è subito entrato in azione e ha distrutto piano piano tutte quelle barriere che ci impediscono di vedere l’altro da un’altra prospettiva. Quel paio di occhiali che indossavo a una sola gradazione, piano piano hanno iniziato ad andare oltre, per prima cosa cambiando montatura, poi provando lenti differenti, infine sono andati in profondità, valicando le cornici del superfluo e del superficiale ed è proprio in questa profondità che ho scoperto voi: una grande équipe che mi ha accompagnata, che ha lasciato un segno, posizionandosi nel mio cuore nella sezione “ricordi più intimi e preziosi”.
Grazie perché ognuno di voi è stato importante in questo mio percorso e mi avete insegnato tanto, molto più di tutti i libri letti e studiati finora.
Volevo lasciarvi con queste righe scritte da un professore… righe illuminanti, che ho sempre riletto nei momenti difficili perché danno forza e speranza a tutti gli educatori un po’ addormentati o frustrati, a coloro che hanno perso la voglia di lottare e di mettersi in gioco, a chi si è fermato anche solo per un po’ e a chi per sempre.
L’“educatore dell’oltre” è in grado di coltivare il senso della propria “eccezionalità” e “irripetibilità”, evitando che esse vadano a discapito dei sentimenti e dei vissuti di eccezionalità e irripetibilità dei soggetti ai quali si rivolge. Egli sa cogliere il valore della propria differenza, senza spezzare i legami con il contesto sociale, consapevole che la persona può essere rispettata solo se, all’interno delle organizzazioni e dei contesti di cura, vige anche una cultura del rispetto reciproco che consenta agli operatori di concentrarsi realmente sui loro interlocutori, anziché piegarsi su di sé.
L’educatore dell’oltre è “incompiuto e connesso con il mondo”, sa mettersi in ascolto più che fungere da modello e, quand’anche i suoi modelli vengano veicolati e proposti con forza, egli sa che devono poter essere rifiutati. L’educatore dell’oltre educa e vive con lo sguardo rivolto oltre questi ripari, perché l’educazione sia anche rifugio, non solo rifugio, anche dipendenza, non solo dipendenza, anche errore, non solo errore: apertura a un mondo, nel quale la paradossalità possa essere sciolta, perché esso offre, finalmente, più di una via d’uscita.
Un abbraccio a tutti voi animatori… unici e irripetibili.
Vi voglio bene… Silvia

Cara Silvia,
che bellezza! Come diceva un noto comico “è bello ciò che è bello ma che bello, che bello, che bello!”.
Si scorge fin dalle tue prime parole che il Calamaio ha lasciato su di te la sua macchia indelebile, dove, come ci piace dire proprio quando incontriamo i giovani educatori di domani, la diversità diventa davvero la parola più contenta di spiegare al mondo intero la bellezza di un pensiero!
Mi vorrei ora soffermare però sull’ultima parte della tua lettera, in cui sottolinei il ruolo dell’educatore, qualcuno capace non solo di risolvere le situazioni e avanzare proposte ma anche qualcuno in grado di accettare e di confrontarsi con i propri limiti. Rispetto ai miei tempi, oggi le figure educative sono molte più di prima, più giovani e spesso molto più specializzate. La responsabilità che queste figure hanno però è la stessa di allora, ancora tanta, benché ultimamente messa in crisi dalle difficoltà nel mondo del lavoro.
In estate, di solito, ci sono per esempio gli educatori che si occupano dei cosiddetti “campi estivi”, dall’estate ragazzi, dai pomeriggi di gioco alle gite fuori porta. In questi contesti, educatori e operatori rappresentano per i ragazzi un’occasione di divertimento, riflessione ed evoluzione, che difficilmente ricapiterà, e sarà proprio il loro approccio a fare la differenza, così come emerge dalla tua esperienza. Educare in questi ambiti significa mettere costantemente alla prova la propria creatività, nell’offrire ai bambini e agli adolescenti qualcosa che sia sempre nuovo e calibrato rispetto ai loro limiti e risorse, oltre che nel fare uscire le potenzialità e i caratteri propri di ognuno. Per farlo bisogna essere pronti ad accettare anche le proprie difficoltà e sconfitte, trasmettendo l’idea che essere se stessi è il primo passo per conoscersi e entrare spontaneamente in relazione con gli altri. Voglio allora esortare i giovani educatori di domani a insegnare ai più piccoli a stare insieme, a impegnarsi per far scoccare in loro la scintilla, a offrire uno spunto che possa essere colto e coltivato durante l’anno, a mostrarsi sinceri perché anche le vacanze, così come ci suggerisce l’etimo della parola, possano essere l’occasione per renderci liberi e favorire l’autenticità.
Questa, a mio parere, la missione dell’educatore.
Grazie per il tuo passaggio Silvia e buona vita!
Claudio Imprudente

6. Una pista di lavoro

Una definizione di tempo libero che ci può aiutare a concludere la nostra riflessione ci viene offerta da Maria Carmen Belloni: “Il tempo libero è quella quota di tempo che gli individui tendono a riempire con attività scelte liberamente, non soggette a vincoli imposti dall’esterno, non finalizzate a lucro, e ritenute fonte di piacere e/o di riposo. In questa definizione si evidenziano le caratteristiche di autodeterminazione, libertà ed edonismo che fanno del tempo libero, nelle società moderne, un tempo socialmente costruito e un insieme di attività che si contrappongono al tempo lavorativo” (Enciclopedia delle Scienze Sociali, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1998).
In conclusione di questa monografia vorremmo tentare di definire una pista di lavoro che metta in luce gli aspetti più importanti per costruire percorsi e progetti di tempo libero innovativi, realmente inclusivi e che tengano insieme la possibilità di scegliere liberamente, senza vincoli posti dall’esterno, con l’obiettivo di vivere esperienze di piacere e benessere.
Quali sono gli elementi irrinunciabili nella strutturazione di un progetto di tempo libero per persone con disabilità?

La presenza di volontari
Un progetto di tempo libero che si pone l’obiettivo di favorire relazioni alla pari, amicali potremmo dire, deve prevedere e valorizzare la partecipazione di volontari, possibilmente coetanei delle persone con disabilità coinvolte. La relazione con persone non legate a lavori di cura è essenziale anche per il processo di autodeterminazione necessario alla crescita di tutti. Ciò detto, la strutturazione di un progetto a lunga durata necessita anche di un coordinamento che può di certo essere affidato a un operatore.

La libera scelta dei partecipanti
Chi partecipa a un progetto di tempo libero deve essere messo nelle condizioni di poter scegliere liberamente sia l’attività da svolgere, che le persone con cui svolgerle. Questi sono due elementi molto importanti e spesso non valorizzati. Viene data precedenza all’operatività del fare qualcosa, del riempire il tempo mentre ognuno di noi, secondo la propria esperienza, sa bene che il contenuto di ciò che facciamo e con chi lo facciamo è altrettanto, se non più importante, del fare in sé.

In gruppo o da soli
Troppo spesso, per necessità organizzative o di risparmio economico, si creano gruppi eterogenei che non tengono conto dei singoli bisogni ma che hanno l’obiettivo di dare una risposta generalizzata. Diversamente, pur nel rispetto della sostenibilità organizzativa, tutti abbiamo il diritto di poter partecipare alla vita sociale scegliendo se prendere parte ad attività di gruppo in cui incontrare tante persone diverse magari attorno a un interesse comune oppure uscire da soli, con un volontario ovviamente, non essendo vincolati quindi alla dimensione gruppale, a scelte per forza condivise e alla presenza di un numero alto di persone.

Incontro tra proposta e risposta
Esistono attività adatte o meno per il tempo libero delle persone con disabilità? Noi crediamo di no. Pensiamo che ognuno debba essere sostenuto nella possibilità di frequentare i luoghi e le esperienze preferite. Per fare questo, un progetto di tempo libero deve favorire l’incontro tra la proposta – che venga dalle persone con disabilità oppure dai volontari – con la risposta basata sulla condivisione dello stesso interesse e, quindi, del raggiungimento di un piacere e un benessere che sia di tutti.
Inoltre, in questo modo, si evita un altro problema, quello della poca varietà delle proposte, spesso omologate e suggerite dall’alto. La condivisone dell’interesse permette poi di trovare soluzioni non previste, condivise e il più diversificate possibile proprio perché frutto di un incontro unico.

5. Riflessioni attorno ad alcune esperienze

Le proposte e le esperienze di tempo libero cambiano a seconda del territorio in cui si realizzano, dell’utenza a cui si rivolgono, degli obiettivi che ci si pone ma anche degli alleati che si possono trovare nei contesti in cui si realizzano. Ciò non è sempre ovvio e, anzi, sarebbe auspicabile che ogni progetto potesse trovare il proprio personale modo di esprimersi, adattandosi ai bisogni dei partecipanti, in relazione al contesto nel quale si svolge il progetto.
In questo capitolo abbiamo raccolto alcune esperienze, con caratteristiche abbastanza differenti, che ci permettono di mettere in luce alcuni aspetti che riteniamo interessanti nel momento in cui si pensa all’organizzazione di un progetto di tempo libero.

5.1. Vado al museo
di Paola Bartoli, Fondazione Dopo di Noi di Bologna

L’esperienza proposta dalla Fondazione Dopo di Noi di Bologna mette in luce come la relazione con le agenzie culturali del territorio possa diventare una risorsa sia da un punto di vista di diversificazione delle possibili attività, sia per ciò che riguarda la possibilità di vivere i luoghi della città come tutti, con l’obiettivo cioè di poter godere della loro bellezza.
Nell’affrontare la complessa tematica del “dopo di noi”, grande attenzione viene riservata a progetti che intendono stimolare e potenziare le autonomie abitative e relazionali delle persone con disabilità, al fine di avviare percorsi per la vita indipendente, al di fuori del contesto familiare.
In questi percorsi di sviluppo delle autonomie, la gestione del tempo libero ha una grande importanza perché va a colmare vuoti che generano discriminazioni ed esclusioni rispetto alla possibilità di frequentare i luoghi e di partecipare alla vita sociale. Il progetto Vado al Museo intende quindi offrire un incoraggiamento all’acquisizione di autonomie e un loro consolidamento, proponendo alle persone con disabilità un ambito di esplorazione solitamente precluso perché ritenuto troppo complesso e che mette in moto competenze, creatività, aggregazione e inclusione. Come terreno per sviluppare questa sfida si sono scelti alcuni musei del Sistema Museale di Ateneo della città di Bologna, che i ragazzi con disabilità sono andati a visitare in seguito a incontri preparatori. L’obiettivo era quello di conquistare e affascinare un potenziale nuovo pubblico, messo nelle condizioni non solo di pianificare un’uscita, ma di confrontarsi con un contesto stimolante anche se a volte ostico.
Non, quindi, fruitori passivi, ma protagonisti del proprio incontro con nuovi luoghi e conoscenze. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa dieci persone con disabilità intellettiva che hanno visitato cinque musei, una volta al mese.
Gli incontri preparatori alla visita sono stati ospitati nelle aule didattiche dei diversi Musei e sono stati condotti dagli insegnati che il sistema museale ha messo gratuitamente a disposizione del progetto. Durante gli incontri, sono state fornite ai ragazzi alcune informazioni sul luogo che avrebbero visitato e sulla collezione ospitata. A carattere divulgativo, questi appuntamenti erano orientati ad appagare le più ricorrenti curiosità e gli interrogativi più profondi, lasciando spazio allo stupore che anche la scienza che si vuole rigorosa e razionale non manca di destare. Per le visite, invece, si è ritenuto di lasciare i ragazzi liberi di percorrere gli spazi museali senza una guida per consentire al loro sguardo di stupirsi ed emozionarsi, soffermandosi su ciò che avrebbero ritenuto meritevole di interesse.
A conclusione del percorso, si è pensato di organizzare alcuni incontri con i partecipanti insieme a un gruppo di lavoro coordinato dall’Associazione Culturale Mirada per elaborare racconti a fumetti relativi alle visite effettuate. Disegnatori e sceneggiatori professionisti lavoreranno quindi a fianco delle persone con disabilità che saranno protagoniste delle storie realizzate.
Ogni museo visitato sarà quindi raccontato attraverso una storia a fumetti che sarà poi divulgata sui siti internet dei partner del progetto e su altre piattaforme digitali.

5.2. Effetti collaterali
di Stefano Truccolo e Gennaro Spina, educatori

Ciò che raccontano i due educatori, dipendenti pubblici, mostra il valore di quella che possiamo chiamare contaminazione degli spazi. Il successo di un progetto di tempo libero, infatti, si misura anche dalla sua capacità di perpetuarsi o riprodursi indipendentemente dall’intervento di un mediatore.

Il progetto per cui lavoriamo non si occupa di tempo libero. Non è tra le premesse operative né tra gli obiettivi attesi. Le conseguenze sul piano dell’uso del tempo libero della nostra attività sono dunque da considerarsi “effetti collaterali”.
Per capire meglio di cosa parliamo sarà necessario dare un minimo di informazione sulla natura del progetto che stiamo conducendo. Il primo dato riguarda il nostro status: operiamo in un servizio a gestione diretta (quindi pubblico, non appaltato al terzo settore) rivolto alla disabilità adulta. Quattro anni fa il responsabile del servizio per cui lavoriamo si presentò nelle strutture (centri diurni) con il mandato di abbandonare le stesse per “territorializzare” la nostra azione. Ovviamente nessuno capì nulla. Il primo anno trascorse tentando di dare un significato pratico alle parole d’ordine che ci erano state impartite. Le linee guida erano sintetizzate in tre obiettivi generali: incrementare le autonomie delle persone coinvolte; rendersi “attraenti” offrendo prestazioni alla comunità; perseguire la presa in carico comunitaria (progressiva scomparsa dell’operatore in favore di una gestione totalmente indipendente – o a bassissima soglia di protezione – della relazione tra utente e tessuto sociale di appartenenza).
Bisognava uscire dal sistema dei centri diurni in cui avevamo operato fino a quel momento, cercare luoghi attrezzati per ospitare una comunità indipendente, capace di autosufficienza per quanto concerne trasporto, alimentazione e igiene. Il luogo, preferibilmente non un appartamento, doveva essere frequentato da un pubblico eterogeneo e occasione di confronto, relazione e scambio di utilità, secondo il presupposto che il disabile sarebbe stato preso in carico dalla comunità solo se capace di offrire una contropartita.
Gli operatori destinati al progetto, le cosiddette risorse umane, sono stati quantificati nel numero di due. Gli utenti da sei a nove (alcuni su cinque giorni, altri presenti una o più giornate), reduci dall’esaurimento del percorso nel Servizio di Integrazione Lavorativa oppure usciti dal sistema scolastico senza prospettive di immediata occupazione.
La risposta alla domanda è venuta tre anni or sono dall’ASD Rugby Pordenone, società che conta circa quattrocento iscritti e una prima squadra che milita nel campionato nazionale di serie C. Come si conviene la squadra dispone di una Club House, luogo aperto alla frequentazione degli associati e dei simpatizzanti e sede deputata a giocare il “terzo tempo” (nel rugby i tempi di gioco sono tre: due sul campo e uno a tavola fraternizzando dopo la battaglia condotta sul campo). La Club House, che dispone di cucina, bar e sala da pranzo, oltre agli spazi destinati alle funzioni organizzative (segreteria, presidenza…), era il luogo ideale, e a portata di mano, per sperimentare processi di autonomia e integrazione. L’azienda sanitaria locale (AA- S5) e la ASD hanno così sottoscritto una convenzione che prevede che la UET (Unità Educativa Territoriale) venga ospitata a titolo gratuito in cambio di una collaborazione che prevede l’espletamento di semplici mansioni (parte delle pulizie e del riordino, parte della manutenzione del verde e delle strutture…).
L’aspetto saliente di questa esperienza però non si è caratterizzato in questo scambio ospitalità/lavoro, che pure si è prodotto e continua a generare reciproca utilità. L’aspetto più rilevante si è rivelato essere quello su cui meno si potevano accampare pretese o aspettative. Ciò che sopra ogni altra cosa ha determinato il valore di questa esperienza è stata la possibilità concretizzata di generare relazioni positive e naturali, non forzate, non indotte ma spontanee. Così spontanee da non necessitare della mediazione degli operatori per mantenersi vitali. Una delle conseguenze, forse la più inattesa per quanto auspicata, è stata l’estensione della frequentazione ben oltre i limiti dell’orario di operatività del servizio. Una frequentazione spontanea, dettata dal reciproco piacere dell’incontro, che è andata a occupare quello spazio definito tempo libero. Senza entrare nello specifico delle singole situazioni va detto che il fenomeno della gestione spontanea del tempo libero non riguarda tutte le persone a vario titolo coinvolte nel progetto: abbiamo individui che si muovono autonomamente nel territorio utilizzando il trasporto pubblico, altri che vengono impediti dal farlo dalla famiglia, livelli di funzionalità eterogenei, età, esperienze e interessi diversi. Tutte circostanze che determinano ovviamente risposte non omogenee. Le persone più indipendenti, con maggiore propensione all’iniziativa, hanno però avviato relazioni, non dipendenti dal progetto e non mediate dagli operatori, con gli attori non istituzionali (gestori della Club House e collaboratori della ASD) entrati a far parte della loro quotidianità. Così ormai da qualche anno sugli spalti del campo di gioco a fare il tifo per la squadra di casa ci sono le persone con cui lavoriamo, lì allo stesso titolo di tutti gli altri tifosi e con lo stesso scopo: godersi qualche ora di sport la domenica pomeriggio.
Se dovessimo assumerci il rischio di sintetizzare la richiesta che ci viene fatta dall’utenza, alla luce dell’esperienza in cui abbiamo investito tutte le nostre energie negli ultimi tre anni, potremmo esprimerla in una parola ambigua, temuta, spesso evitata da chi lavora in questo ambito: normalità. Quello che ci viene chiesto, e quello che insieme abbiamo generato, è una normale esperienza di vita e di relazione, dove ogni componente si sente finalmente libero di esprimere gusti, inclinazioni, interessi, affetti… come dovrebbe accadere in qualsiasi mondo ideale.

5.3. Voglio uscire!
di Rita Bagnoli, Cooperativa Solaris di Carate Brianza

Al centro di questa esperienza due elementi interessanti: i volontari come primi interlocutori per l’attivazione di relazioni non educative e il più possibile aperte; il protagonismo della persona disabile che ha la possibilità di avanzare proposte attorno alle quali aggregare l’interesse di altri.
Il Servizio Valore Volontario nasce come risposta alle esigenze di tempo libero per le persone con disabilità giovani e adulte che presentano la richiesta, anche attraverso i loro genitori (sollievo familiare), di poter fare qualcosa durante il proprio tempo libero.
Una richiesta che si trasforma nel perno della filosofia del servizio, la risposta a una banale esigenza spesso negata: “Voglio uscire!”.
Fin da subito è stata necessaria una segreteria in grado di raccogliere le richieste delle persone disabili e rendere possibile la loro trasformazione in un atto concreto: l’incontro tra un volontario e una persona disabile che vede il realizzarsi di un piccolo sogno.
Il Servizio Valore Volontario intende configurarsi come servizio sociale e non come semplice agenzia di tempo libero. La sua struttura è modellata in modo da poter accogliere le richieste di aiuto da parte di persone in situazione di disagio, analizzarne i bisogni, adoperarsi per dare una risposta e adeguarsi alle diverse nuove necessità.
Le proposte che il Servizio effettua sono attività inserite nel contesto sociale presso le normali agenzie di tempo libero (pizzerie, discoteche, birrerie, ecc.) e quest’ultimo aspetto è il segno distintivo dell’idea alla base dell’organizzazione. Non vengono organizzate attività presso la sede delle associazioni appartenenti, che vengono utilizzate esclusivamente come un ufficio organizzativo, ma ci si rivolge esclusivamente, salvo rare eccezioni, alle offerte che il territorio e la città mettono a disposizione.
Il Servizio, insomma, vuole riproporre e avvicinarsi il più possibile alla normalità sociale.

I principi cardine su cui poggia tutta l’attività sono:

  • il tempo libero è un “diritto” fondamentale: negare questo significa togliere alla persona uno spazio importante di vita, di crescita e di espressione di sé. Stabilire che il tempo libero sia un diritto sgombra il campo da parole come “possibilità” o “opportunità” e fissa un principio che sancisce l’importanza e l’inviolabilità dello spazio di tempo libero per le persone con disabilità;
  • la persona disabile è una persona sotto tutti gli aspetti: portatrice di sentimenti, desideri e bisogni, è titolare di diritti e di doveri. Proprio per questo bisogna riconoscere, nella diversità che caratterizza tutte le persone, lo stesso diritto a soddisfare bisogni e interessi anche legati alla voglia di svagarsi e divertirsi. È un principio importante perché ha permesso di intraprendere iniziative per la promozione del diritto al tempo libero e alla libera circolazione e fruizione degli spazi cittadini e non;
  • il rispetto dell’individuo: è il valore necessario e fondamentale per riconoscere e valorizzare la diversità, l’originalità e la soggettività. Questo concetto deve essere applicato tanto ai soggetti con disabilità, quanto ai volontari. Spesso il volontario, infatti, in nome di una sorta di identificazione come persona sana, buona e fortunata, è portato ad aiutare l’altro dimenticando se stesso, le proprie esigenze e i propri limiti cercando di esaudire tutte le richieste.

In una relazione con una persona disabile questo atteggiamento, tutt’altro che equilibrato ed equo, non fa che confermare il disequilibrio della relazione, la disparità delle condizioni dove il sano è colui che aiuta, accontenta l’altro e, a volte, addirittura si sostituisce a lui mentre il disabile è colui che deve essere aiutato, in continua condizione di dipendenza e che non può fare altro che adeguarsi a questo ruolo, pena la perdita del ruolo del volontario.

Un equilibrio delicato
Uno degli aspetti più controversi e pieno di contraddizioni è quello del diritto al tempo libero in relazione con l’aspetto delicato e importante dell’incontro tra la persona disabile e il volontario, senza il quale crollerebbe l’impianto del Servizio.
La figura del volontario rappresenta indubbiamente l’elemento di primaria importanza sia per la possibilità di effettuare le attività che per l’originalità della sua figura.
Attraverso un’uscita si realizza la possibilità di allontanarsi dal contesto familiare permettendo la crescita, favorendo il normale passaggio all’adultità e la concretizzazione di quello spazio di confronto con persone non guidate da un’intenzionalità educativa, con cui potersi misurare e dove poter esercitare finalmente piccole o grandi scelte.
Durante quell’uscita il volontario è un compagno di serata, una persona che decide di condividere del tempo insieme ad altre per un interesse comune. Quello che succede tra queste persone dipende direttamente dalle persone coinvolte.
Si allaccia, a questo punto, un’altra considerazione, centrale per il Servizio: il tempo libero diventa un ambito di vita, il più possibile vicino alla realtà di tutti i giorni, di conseguenza non può essere troppo protetto o filtrato.
Riassumendo possiamo definire la proposta del Servizio come quello spazio dentro il quale avviene la cosa più importante, cioè la relazione tra la persona con disabilità e il volontario. Questo incontro può esaurirsi nello spazio della serata o può svilupparsi nel tempo e quindi acquisire un valore non predefinito.
Un’altra riflessione riguarda lo strumento principale che il Servizio ha identificato come facilitatore dell’incontro tra volontario e utente: il divertimento.
Elemento costruttivo del tempo libero, il divertimento avvicina in maniera più soft, ma a volte più efficace le persone tra loro. Avere la possibilità di conoscere la persona con disabilità come capace di divertirsi e far divertire ci permette – e lo permette anche alla persona disabile stessa – di cambiare la percezione stereotipata.
La persona con disabilità è generalmente abituata a rapportarsi con persone “specializzate” (medici, fisioterapisti, educatori, psicologi, ecc.), in relazioni finalizzate alla cura e spesso fatica a impegnarsi in un rapporto diverso dove è chiamato a farsi conoscere e apprezzare per come è e per come è capace di essere.
Compiere queste azioni o avere la consapevolezza che si potrebbero compiere e ri- cercare come compierle, è un fattore altamente educativo per la nostra utenza, oltre a favorire la conquista di autonomia.

Organizzazione e operatività del Servizio
È estremamente importante iniziare la descrizione dell’operatività del servizio dai suoi utenti. Le proposte, infatti, nascono e si evolvono partendo dalle caratteristiche specifiche degli utenti che ne fanno richiesta, il tutto in una data situazione culturale e territoriale.
L’utenza del servizio è molto eterogenea per il tipo di disabilità, per la sua gravità e per i percorsi istituzionali effettuati.
L’età minima di ammissione degli utenti è diciotto anni mentre non è prevista una età limite. Questo per due fondamentali motivi: è necessario che la persona disabile sia maggiorenne e quindi abbia la capacità e possa assumersi la responsabilità di prendere decisioni mentre la non esistenza di un limite massimo è dovuto al fatto che crediamo che se una persona vuole e può divertirsi, l’età non debba essere un fattore discriminante. Per scelta dello staff operativo il Servizio è aperto a utenti del nostro territorio, cominciando da chi è già conosciuto all’interno dei nostri servizi.
I modi e le strade per arrivare al Servizio possono essere diverse:

  • attraverso una segnalazione da parte dell’operatore del servizio di appartenenza, il quale valutando l’idoneità della persona, segnala la possibilità di accedere al nuovo servizio e nel caso in cui la persona disabile sia interessata, si procede con l’incontro con gli operatori di Valore Volontario;
  • attraverso il passa parola, alcune persone contattano direttamente il servizio dicendosi interessate;
  • altri, invece, arrivano dopo lunghe ricerche presso uffici e sportelli informativi.

Per accedere al Servizio è necessario sostenere alcuni colloqui con gli operatori durante i quali, dopo aver valutato l’idoneità, si traccia un profilo dell’interessato arrivando a formulare una proposta di inserimento adeguata alle caratteristiche e alle preferenze della persona stessa. Inoltre vengono spiegate le modalità di utilizzo, le diverse possibilità, le regole.
Il Servizio, per ovvi motivi di sicurezza e organizzazione, limita l’ingresso ad alcune tipologie di persone disabili e questo perché realizzando attività in locali pubblici e in situazioni di grande contatto con persone è necessario salvaguardare la sicurezza e la tranquillità durante le uscite. Ricordiamo che la serata viene gestita solamente dai volontari (e non da educatori) che potrebbero non essere sufficientemente preparati alla gestione di casi gravi.
Per quanto riguarda le attività possiamo distinguere tre diversi filoni:

  • le uscite serali su richiesta: sono tutte le domande di uscita che le persone iscritte al Servizio rivolgono agli operatori. Per poter accedere a questa possibilità è necessario che la persona con disabilità contatti (personalmente, per telefono o con la posta elettronica), la segreteria effettuando la richiesta (che può essere più o meno specifica). La domanda accolta dalla segreteria, diventa la proposta di uscita per i volontari che hanno dato la loro disponibilità e che possono accettare o meno a seconda dei propri gusti e interessi. Le uscite possono essere singole o di gruppo. Sono le richieste degli utenti a essere i motori del servizio, generalmente si tendono a creare piccoli gruppi di 5 persone (1 auto) o una decina di persone in tutto (2 auto), salvo casi eccezionali come feste o compleanni;
  • i gruppi fissi: si tratta sempre attività di uscita serale, ma si distinguono in quanto sono veri e propri gruppi composti sempre dagli stessi volontari e dagli stessi utenti. Non hanno quindi una storia limitata a una uscita, ma diventano un punto di riferimento stabile almeno per l’arco dell’anno;
  • gli appuntamenti: al contrario delle uscite su richiesta, in questo caso si tratta di attività proposte dal Servizio e alle quali sia i volontari sia gli utenti possono aderire liberamente. Comprendono uscite pomeridiane, uscite serali speciali, gite, weekend, vacanze e feste. Sono spazi che si mantengono per diversificare il tipo di attività proposte e il loro contenuto.

Ormai da qualche anno il progetto prevede anche l’offerta di vacanze o weekend per tutti gli iscritti che ne fanno richiesta. Si cercano di soddisfare tutte le esigenze e di formare piccoli gruppi (7/8 persone al massimo) con un educatore e alcuni volontari.

Gestione del Servizio
Il Servizio Valore Volontario è gestito, attualmente, da due educatori professionali che si occupano essenzialmente della programmazione.
Operativamente i due educatori fanno riferimento a due ambiti diversi: Carate Brianza per Cooperativa Solaris e Lissone per Associazione Stefania. Gli operatori svolgono la regia per l’organizzazione dell’uscita e permettono così l’incontro che consentirà alle persone, disabili e non, di vivere esperienze di tempo libero. Per un operatore è necessario e importante acquisire conoscenze su tutte le persone pre- senti nel Servizio. Alcuni volontari, oltre alle normali attività, si rendono disponibili come supporto alla parte organizzativa.
La funzione dell’educatore nel Servizio Tempo Libero non si risolve solo nella progettualità, ma si sviluppa nella gestione delle richieste, nella formazione dei volontari, nell’incontro con le famiglie, nel continuo monitorare l’andamento del progetto rispetto alle proprie finalità e in tutte le attenzioni che una struttura complessa come questa necessita.
È inoltre l’operatore che, monitorando le possibili offerte, elabora progetti e ricerca i finanziamenti necessari alla copertura delle attività, progetta e realizza gli eventi di formazione, cura le campagne di ricerca volontari e il progetto delle vacanze a cui partecipa.
I volontari rappresentano indubbiamente la principale risorsa e paradossalmente, pur trattandosi di un servizio destinato e rivolto alle persone con disabilità, sono anche le figure che richiedono un maggiore investimento da parte degli operatori.
Rappresentano l’anima stessa del servizio e il fondamento della metodologia basata sulla relazione spontanea tra persone.
I volontari sono i primi realizzatori dell’integrazione delle persone disabili nel tempo libero, sono coloro con i quali gli utenti sperimentano relazioni spontanee e paritarie.
Al volontario vengono sottoposte mensilmente le proposte delle persone con disabilità (cinema, pizzeria, discoteche, concerti, ecc.) e ognuno, sulla base dei propri interessi, aderisce o meno. In pratica al volontario viene chiesto un impegno per un solo incontro mensile, con richiesta di fare cose normali e abituali e di provare a condividerle con le persone con disabilità.
Al centro di tutto rimane la relazione intesa come possibilità e opportunità d’incontro tra persone.
Come già evidenziato più volte, la formazione riveste particolare importanza nella gestione dei volontari. Pur ribadendo l’assenza di finalità educative e la non intenzionalità, la formazione consente la trasmissione di nozioni e modi di pensiero oltre che conoscenze pratiche utili durante le attività. Obbligatorio pertanto, per chi volesse fare il volontario, la partecipazione a un corso annuale e a serate di approfondimento.

5.4. Sperimentarsi nel quotidiano
di Leila Rumiato, Cooperativa Itaca di Pordenone

Una buona prassi è quella dei territori, intesi come reti di soggetti che collaborano su diversi livelli offrendo servizi spesso alle stesse persone, e che sollecitano le realtà della cooperazione sociale (che ovviamente di quei territori sono parte) perché immaginano risposte il più specifiche possibili. Ecco due esempi di progetti rivolti a persone con disabilità medio-grave.
Nati dalla sollecitazione dei servizi territoriali, delle famiglie e degli utenti di alcuni servizi alla disabilità adulta, si sono concretizzate due progettualità di tempo libero (Progetto Durante Dopo Noi e Gruppo Tempo Libero) il cui obiettivo principe è la socializzazione in ottica di contrasto della solitudine e dell’emarginazione, la partecipazione alla vita della propria comunità locale e allargata, attraverso il riconoscimento e il lavoro in gruppo di pari così da qualificare il tempo libero delle persone con disabilità, favorendo contesti aperti e destrutturati (diversamente da quanto avviene durante la settimana, nel corso della quale le persone con disabilità si trovano inserite in un contesto di centro diurno).
Entrambe le progettualità sono inserite entro una più ampia cornice progettuale in rete, orientata alla creazione di azioni di Cittadinanza attiva, attraverso la co- progettazione tra Enti Pubblici del Pordenonese (Ambito socio-assistenziale 6.4, Azienda Aas5, Comune di Maniago, Comune di Sequals) e Terzo Settore (Cooperati- va Itaca Pordenone), in collaborazione stretta con altri servizi territoriali quali la Comunità alloggio casa Carli1, Gruppo appartamento Il Girasole2, progetto UET So- limbergo3 e altri Servizi educativi territoriali.

Perché progetti di “tempo libero”?
Frequentemente il tempo libero della persona disabile rischia di essere vissuto, percepito, concepito come “tempo vuoto” rispetto ad altre “attività” occupazionali di vario ordine e grado; inoltre le persone con disabilità cognitiva, quand’anche lieve, si trovano nella difficoltà di poter mantenere la loro partecipazione a un gruppo di pari che spesso risultano “troppo veloci”, “troppo impegnati”, “poco disponibili” rispetto alle reali esigenze della persona con disabilità.
E ci si dimentica che, prima di essere disabili, esse sono persone con abilità e risorse importanti, attuali e attualizzabili, che troppo poco hanno la possibilità di potersi sperimentare nel quotidiano in situazione di pariteticità.

Quali gli obiettivi?
Nella progettazione dei due percorsi (DDN e GTL), è stato chiaro da subito che gli obiettivi di servizio si intersecavano con gli obiettivi personali e individuali.
Possiamo sintetizzare gli obiettivi di lavoro in linea generale, in tre dimensioni:

  • individuali, per lo sviluppo del benessere emozionale, del benessere fisico, l’incremento delle risorse personali, potenziamento dell’empowerment soggettivo, ampliamento dell’autonomia personale;
  • di gruppo, quali la promozione e/o mantenimento delle abilità/competenze relazionali, promozione delle competenze comunicative e di ascolto attivo, inclusione sociale, aggregazione;
  • trasversali, come prosocialità, cittadinanza attiva, attività e partecipazione.

Naturalmente tali obiettivi sono stati diversamente calati sulla realtà di gruppo (due gruppi molto differenti) che abbiamo incontrato.

Progetto Durante Dopo Noi (DDN)

Il progetto è rivolto a persone adulte, con disabilità grave (cognitiva e fisica), che durante la settimana frequentano attività di centro diurno o occupazionali. L’idea progettuale che ha guidato il gruppo di lavoro è quella di consentire, pur nella “gravità” della disabilità, alla persona il diritto/dovere di essere soggetto attivo, impegnato in un proprio percorso di abilitazione che ne valorizzi al meglio tutte le potenzialità di sviluppo, inclusione, interdipendenza con la rete comunitaria e sociale in cui vive, superando la prospettiva infantilizzante – che vede il disabile, specie se grave, come l’eterno bambino da accudire e proteggere – per lasciare spazio a una visione volta all’adultità-possibile, promuovendo la valorizzazione della persona in quanto tale, offrendole un sostegno all’autonomia e arricchendo le sue opportunità di sperimentarsi.
Data la compromissione dovuta al grado di disabilità, si è scelto di organizzare due piccoli gruppi di 4/5 persone con tre operatori di diverse professionalità (1 educatore e 2 addetti all’assistenza), in modo che potessero trovare risposta sia le esigenze più socializzanti che quelle relative alla cura della persona in ottica di massimo rispetto della dignità.
Il gruppo, che si incontra nelle giornate di sabato e domenica (a weekend alterni) presso uno spazio messo a disposizione dal Comune di Maniago, vive e si sperimenta in una dimensione puramente ludica e relazionale, in uno spazio “fuori casa” che diventa il paese in cui essi risiedono e tutta la zona limitrofa, spingendosi anche fino al luogo di provincia più vicino; parole d’ordine “viversi il proprio tempo libero!”.
E così, iniziando da una colazione al bar tutti insieme, il gruppo stabilisce di volta in volta degli itinerari e/o delle attività che consenta loro di potersi vivere pienamente una giornata in compagnia, leggerezza e divertimento, “essendo paese”, “facendo paese”, ma anche svolgendo in gruppo quelle “normali attività” quali una chiacchierata al centro commerciale, un picnic nel parco o un buon pranzo a una sagra, escursioni sul territorio o ancora godersi un bel film al cinema… insomma, “niente di speciale…” e tuttavia tutta quella speciale normalità troppo spesso negata alle persone con disabilità grave. Il progetto ha altresì consentito ai famigliari delle persone inserite, di riappropriarsi di spazi propri, nella sicurezza e nella gioia di poter sapere il proprio figlio/familiare viversi la propria “normale-possibile-adultità”.
Gli operatori coinvolti sono chiamati a riconoscere la complessità dell’azione inclusiva e ad agire il proprio ruolo in un processo più ampio e globale, con un’attenzione a cogliere e rimuovere gli ostacoli che frenano o impediscono i processi inclusivi. In questo senso, l’operatore viene chiamato a favorire progettualità che si adattino alle persone rimettendo al centro le relazioni tra esse e la comunità di appartenenza, per favorire opportunità di esperienza sociale il più aderenti possibile al progetto di vita della persona stessa. Per raggiungere tale obiettivo, è fondamentale dapprima analizzare i bisogni, le aspettative e i desideri di ciascuno, manifesti o meno, e provare a individuare risposte che, oltre ad essere individuali e personalizzate, risultino anche flessibili.

Gruppo Tempo Libero (GTL)
Il progetto GTL è rivolto a persone adulte, con disabilità lieve e funzionalità medio- alta (con ritardo cognitivo), che durante la settimana sono impegnate in attività lavorative (Borsa lavoro) o in attività occupazionali diurne. L’esigenza di incontrarsi per “fare gruppo” è nata da richiesta diretta di coloro che ne sono diventati i partecipanti in seguito, e che segnalavano di vivere un senso di solitudine e isolamento che li faceva molto soffrire. I tentativi di aggregarsi a gruppi di coetanei erano per lo più falliti e per la maggior parte di loro si era strutturato un vissuto di esclusione e un senso importante di inefficacia e incapacità relazionale. Dalle osservazioni raccolte nei luoghi di lavoro o occupazionali, emergeva altresì una reale incompetenza o scarsa competenza relazionale, che probabilmente li aveva nel passato posti in situazioni di disagio.
Si è pertanto deciso di avviare il gruppo con la presenza di due operatori qualificati (una psicologa e un educatore) con il compito di facilitatori sia della comunicazione, che di eventuali pianificazioni e programmazioni si fossero resi necessari. Una delle maggiori difficoltà riscontrate nei componenti del gruppo era infatti risultata proprio la capacità di pianificare e/o programmare in maniera autonoma ed efficace, una qualunque uscita o attività di gruppo.
Al fine di rendere tutti i partecipanti responsabili della propria crescita e del proprio tempo, si è proceduto inizialmente con incontri individuali così da raccogliere e concordare con ciascuna persona gli obiettivi di lavoro e di crescita nel gruppo, e per i quali il gruppo avrebbe rappresentato uno strumento e uno spazio/occasione di sperimentazione. Durante tali incontri, ciascuna persona è stata guidata a individuare una propria risorsa da mettere a disposizione del gruppo. Successivamente, in gruppo sono state definite le regole di partecipazione e gli obiettivi comunitari.
Parola chiave “autodeterminarsi e crescere insieme” .
Durante i primi incontri sono emerse immediatamente diverse tematiche “calde”, che il gruppo ha voluto condividere proprio con l’intento di imparare a conoscersi (nel duplice significato e senso di conoscere se stesso e di conoscere gli altri componenti del gruppo): sofferenza comune per un passato di frequente bullismo subito; interesse alla dimensione affettiva e di sessualità; desiderio di sperimentarsi in uscite di gruppo di vario grado.
La scelta degli operatori è stata quella di orientarsi verso il cooperative learning, affinché il gruppo potesse diventare risorsa per il singolo e il singolo rappresentare risorsa per il gruppo. Tale scelta metodologica punta a incentivare i partecipanti ad agire “da adulti”, rendendoli sempre più protagonisti della propria vita. Per questo nei primi mesi si è scelto di lavorare su quelli che sono i principali compiti di sviluppo della persona verso l’adultità ma che risultavano compromessi nella maggioranza se non totalità delle persone coinvolte: fiducia di base, ovvero acquisizione e interiorizzazione di una “base sicura” da cui poter partire ed esplorare l’ambiente e sperimentarsi in nuove relazioni (in questo senso il gruppo poteva rappresentare una nuova base da cui partire); appartenenza ovvero il sentirsi accettato e sviluppare il senso di “far parte di…”; accettazione di sé intesa come capacità di darsi valore all’interno delle relazioni. Durante tutto il percorso iniziale (che si è definito più lungo di quanto al principio ipotizzato), i partecipanti sono stati coinvolti sia in attività ludiche (“aperitivi insieme”) che di riflessioni personali e interpersonali, sempre con l’obiettivo di crescita e condivisione. Importante è stato costruire un rapporto di fiducia tra i partecipanti in modo che potessero tutti sentirsi accolti e non giudicati per quello che dicono e fanno, avendo la possibilità di dare libera voce ai propri bisogni e desideri, diversamente da quanto spesso accade nel contesto lavorativo e familiare.
Dopo qualche mese, è stato possibile assistere ad attività di gruppo “autogestite” (seppur spesso supervisionata nella parte programmatoria dagli operatori) sempre più spontanee, frequenti e sempre più adeguate. Tuttavia il gruppo, su specifica richiesta dei partecipanti, ha voluto fortemente mantenere anche la parte dialogica, per confrontarsi su tematiche sempre più “di spessore”. Ne è nato così un percorso che a partire dall’approfondimento delle esperienze di bullismo subìto, ha affrontato tematiche sulle emozioni, sulle relazioni amicali, personali, fino a tematiche più propriamente legate alla sessualità. Il tutto condito da momenti ludici per lo più promossi dagli stessi partecipanti (caffè, aperitivi, pizze, balli insieme, ecc.) fino alla volontà di sperimentarsi, come gruppo in attività di ballo caraibico o programmare una “lista uscite” per tutto l’anno, che prevedessero sia uscite in autonomia (ad esempio sagre o escursioni sul territorio) che viaggi maggiormente impegnativi che richiedono il supporto di un operatore presente.
L’intervento educativo richiesto ai facilitatori in questo percorso (a differenza del DDN) si attua, in questo senso, attraverso l’instaurarsi di una relazione basata sulla fiducia, sulla confidenza, sull’empatia nonché sull’accettazione della personalità altrui, aiuto a reagire in maniera positiva alle sollecitazioni e ai cambiamenti e stimolo all’autovalutazione. Essenziale la disponibilità all’ascolto e all’accoglienza, in una posizione di “provocatore di pensiero”, ma nell’attenzione a “non sostituirsi” mai all’altro: l’operatore può aiutare la persona a raggiungere la piena autodeterminazione non solo realizzando percorsi in cui insegni a saper fare, ma anche creando opportunità di crescita emotiva e di supporto/promozione/sperimentazione delle proprie competenze relazionali.
In prospettiva futura si prevede di promuovere la massima autonomia nella gestione del proprio tempo libero e dare maggior spazio nell’affrontare tematiche di rilievo e/o di sofferenza e/o di crescita personale e/o di ruolo sociale su argomenti specifici. Si è inoltre costruita l’opportunità di collaborare con la scuola per progettare un percorso di prevenzione al bullismo in cui i partecipanti al GTL possano sperimentarsi come peer educator con i ragazzi delle scuole elementari e medie, raccontando i propri vissuti e le proprie esperienze, anche al fine di esorcizzare la posizione di “vittima” vissuta e sperimentata per molto tempo.

5.5. F.I.E.S.T.A.
di Roberto Parmeggiani

Quest’ultima esperienza mette al centro un aspetto abbastanza innovativo: la collaborazione di diverse associazioni impegnate sul medesimo territorio. Questo aspetto, a volte critico per la fatica di uscire dal proprio contesto di riferimento, ha però permesso di mettere in rete energie e progettualità nuove che individualmente sarebbe più difficile realizzare.
Il progetto F.I.E.S.T.A. (Fare Inclusione E Socializzazione Tramite Autodeterminazione per essere davvero liberi nel tempo libero) nasce all’interno del Comitato di progettazione integrata per la disabilità (COPID) organismo nato a Bologna allo sco- po di aprire un tavolo permanente di confronto tra i servizi sociali e sanitari e le associazioni di disabili e/o dei loro famigliari “finalizzato alla co-progettazione e alla condivisione di interventi innovativi su bisogni specifici del disabile”. Più in generale, obiettivo del COPID è quello di “contribuire allo sviluppo di una società solidale – si può leggere nel regolamento – in cui i diritti siano esigibili, in cui sia rafforzata quella coesione sociale che da sempre caratterizza la comunità locale e che rappresenta una risposta unitaria ai bisogni delle persone con disabilità e delle loro famiglie”.
Le funzioni principali del comitato sono quelle di stimolare e rafforzare una cultura di inclusione sui temi della disabilità, favorire la sperimentazione di buone prassi, promuovere la co-progettazione di rete e facilitare l’integrazione tra diversi servizi. In particolare, svolgerà il suo ruolo soprattutto attraverso azioni di progettualità, attiva e concreta, sviluppata in modo partecipato e integrato.
Le associazioni, oltre trenta, inizialmente coordinate dalla direzione Sociosanitaria del Distretto, hanno individuato alcune aree di intervento – area benessere, area sostegno, area autonomia, area formazione, area tempo libero – a partire dalle quali, divise in sottogruppi, hanno co-progettato interventi che potessero rispondere ai bisogni delle persone con disabilità in generale.
Quelle che si sono occupate in particolare di tempo libero – Aias onlus; Anffas; Centro Documentazione Handicap; Comunità dell’Arca – Arcobaleno, Passopasso; Agfa; Gli amici di Luca Onlus; DiDi ad Astra; Fondazione Gualandi a favore dei Sordi; Associazione Noi Insieme a Sherazad – dopo un percorso in cui hanno condiviso i bisogni legati al tema individuando come prevalenti quelli relativi all’occupazione del fine settimana, hanno sviluppato un percorso laboratoriale cercando di differenziare l’offerta in modo da raccogliere il maggiore interesse possibile. Oltre a quattro laboratori e a un servizio di sovra titolazione di spettacoli teatrali, sono stati preventivati alcuni eventi pubblici che avevano l’obiettivo di coinvolgere persone del territorio favorendo così inclusione e socializzazione.
Le diverse proposte, che hanno visto la partecipazione di circa trenta persone adulte con disabilità, di età variabile, si sono svolte il sabato pomeriggio alternandosi in modo da consentire a chi interessato di partecipare anche a più attività.
Il laboratorio teatrale e quello di danza aveva l’obiettivo di utilizzare l’espressione artistica come strumento espressivo capace di sviluppare nei partecipanti diverse competenze cognitive e comunicative, facilitando la socializzazione tra i membri del gruppo e la capacità di porsi in maniera creativa verso se stessi e gli altri.
Il laboratorio comunicare-cucinando, attraverso un vero e proprio corso di cucina e l’uso della scrittura in simboli per tradurre e rendere più accessibili le ricette, ave- va l’obiettivo di sviluppare abilità manuali, competenze cognitive e comunicative favorendo la relazione in un contesto piacevole e rilassato.
Nel gruppo Network i partecipanti hanno avuto l’occasione di migliorare le competenze di utilizzo dei social network con l’obiettivo di documentare, presentare e divulgare le esperienze dei diversi laboratori.
Il servizio di sovra titolazione, infine, ha permesso di rendere più accessibili alcuni spettacoli teatrali realizzati presso il teatro Arena del Sole di Bologna.
Il COPID, nato come sperimentazione per l’anno 2016/2017, continuerà la sua attività, anche in relazione con il Distretto Sociosanitario pur mantenendo la propria autonomia per ciò che riguarda la scelta delle aree di intervento e delle azioni attraverso le quali rispondere ai bisogni espressi.

4. Asso piglia tutto

di Mario Fulgaro, animatore del Progetto Calamaio

Molto spesso non occorre, necessariamente e con urgenza, ricercare spazi di libertà dove agire; a volte basta guardarsi attorno e scoprire che sotto alla goccia del naso già è possibile respirare un piccolo antro di libertà. Si abbassa lo sguardo, si asciuga la goccia, si inala una boccata d’aria e in quel momento si sollevano gli occhi verso il mondo. Si scopre così un mini universo da incontrare e abbracciare. L’importante è spingersi in avanti, mettersi in gioco verso un naturale e spontaneo connubio con tutto ciò che la vita ci offre lietamente e gratuitamente. Se si entra in questa ottica, è facile individuare e scegliere gli anfratti più lieti e piacevoli da incontrare: “Mi piace tanto il riso e, se questo è abbinato a un ottimo sushi, la libidine raggiunge il suo ottetto, la sua configurazione più stabile, l’acme”. Non me ne privo e inizio anche a invitare gli amici a uscire, sotto lo slogan: “chi mi ama mi segua, altrimenti mi segua lo stesso”.
Il sasso è lanciato nell’immaginario lago “Sushi”; adesso occorre solo aspettare i tanti rivoli di risposta da parte di chi ha voglia di ricoprirsi di salsa di soia oppure di quella agrodolce, da cospargere per riempire il palato di insaziabile desiderio di sperimentare. “Ma sai che anche a me piace degustare le pietanze culinarie giapponesi!”. Giulia ne è coinvolta di già. Qualcosa di nuovo e piacevole sta per nascere, forse un “guscio di divagazioni”, pronto a esplodere e raggiungere ogni anfratto o vicolo o spiazzo di libertà. Non c’è tempo da perdere, il conto alla rovescia è partito e con esso anche la decisione di scegliere il luogo ideale da raggiungere, ribattezzato “Pancia mia fatti capanna!”. Google sciorina un elenco abbastanza ricco di ristoranti da conquistare e, quando si ha voglia di evadere, il successo è garantito a prescindere. Il motore della macchina rulla i suoi tamburi e, al grido di “Tanto abbiamo il pass disabili!”, ci si può sentire padroni della città. Ogni parcheggio per disabile, vicino al locale, può essere nostro, con sospiro di satisfaction.
Superato il primo potenziale ostacolo del parcheggio, non resta altro che riuscire a trattenere la grande voglia di mangiare, mettersi comodamente sulla carrozzina, sospingerla con cautela e fare la grande entrata nel ristorante. Gli occhi brillano di curiosità: “C’è posto per noi due?” si chiede quasi con inchino samurai. La scelta del posto a sedere dà il via a un vero e proprio rito religioso-culinario, dove il sacro si sposa alla perfezione col profano e la degustazione si spera sia lenta per non farla fi- nire subito. Si compie il mitico e grandioso passaggio dalla sedia a rotelle alla sedia offerta dal ristorante, come uno dei tanti avventori del locale, dopodiché si lascia in disparte, in castigo e a dieta la carrozzina. Si appoggiano i gomiti sul tavolo per prendere e dispiegare il menù: “In questo ristorante ci sono anche le foto, oltre ai nomi dei vari tipi di sushi che ti portano” mi dice Giulia, risollevandomi da ogni tipo di imbarazzo; dopotutto, anche l’occhio vuole la sua parte e, in questo frangente specifico, orienterà ogni mia scelta da compiere.
Sul menù leggo: Sushi Nigiri, Temaki, Hosomaki, Uramaki, Sushi Sushimi Chirashi eccetera eccetera…, con tanto di foto invitanti: “Ti impressionerò di sicuro per quanto mangerò!” dico a Giulia, quasi a voler legittimare la mia incontenibile fame stile Sol Levante. “Non preoccuparti Mario, io mangio almeno quattro piatti al giapponese!” questa è la risposta che suona come sfida a mangiare ad libitum: “e che all you can it sia, evvai!” penso, con la certezza di riempire all’inverosimile il mio stomaco d’ogni varietà di sushi.
Si parte, dunque, con una sfilza di abbondanti antipasti, alcuni dei quali bissati perché troppo buoni. Non temo più di fare figuracce, anzi, la mia insaziabile voglia di sushi, ricoperto da delizioso riso, mi spinge a compiere un altro rito. Quando vivo attimi incantevoli di libertà, infatti, mi piace immortalarli nella memoria, guardandomi attorno e respirando lentamente anche il più nascosto atomo di ossigeno, da lasciare in asfissia chi mi sta accanto. Per fortuna Giulia mi sta di fronte e ha sufficiente aria per sopravvivere; ne sorrido compiaciuto e intanto continuo a sospirare di contentezza. In questi momenti, vorrei tanto espandere tutta la mia felicità negli animi altrui, per condividerla in un giro armonico e infinito, in grado di toccare nel profondo le corde del cuore. Grande sospiro allora e sguardo verso il basso, a fissare ogni pietanza che scorre sotto il mento, per poi solleticare e stimolare l’olfatto e il palato in segno, adesso, di intimazione alla Alberto Sordi: “Sushi, m’hai provocato?… e io me te magno!”.
Il giorno dopo, io e Giulia condividiamo la nostra esperienza culinaria con colleghi e amici, suscitando un discreto “successo” e voglia di reiterare con altri nuove esperienze “mangerecce”. Tutti iniziano a proporre un luogo da raggiungere entro i confini di Bologna, fisicamente, ed entro i confini mondiali, “esoticamente” parlando: “Si potrebbe andare al ristorante greco!” dice qualcuno, “No, no, meglio l’indiano!” controbatte qualcun altro, “E che ne dite del thailandese?” chiede timidamente qualche coraggioso, ma su tutti domina la proposta di tigelle e crescentine, oltre che di tipica cucina bolognese a Montecapra. “Bologna la Grassa vince sempre su tutto!” penso, sorridendo sotto i baffi. So benissimo che si gioca in casa di Balanzone, tipica maschera bolognese “saccente e presuntuosa”, quindi non obietto, anzi mi lascio trascinare dalle voglie gastronomiche altrui, in fondo a me interessa uscire dalle quattro pareti di casa e assaporare ottime pietanze in compagnia.
Il giorno designato per la nostra sortita a Montecapra sembra promettere bene sin dal mattino. Infatti, il sole di inizio luglio ha deciso di rallegrare, con i suoi caldi raggi, finanche ogni cantuccio assopito e distratto dell’animo e di tutta la natura attorno. Si leva lo sguardo al cielo, quasi a voler scoprire nell’immenso degli spazi definiti dove far esplodere i desideri più segreti, in un gioco pirotecnico di emozioni e sensazioni intense: “L’estate esercita sempre un fascino particolare e ammaliante su di me, rendendomi tanto felice da toccare punte di autentica euforia!” affermo a chi mi sta accanto. La mia macchina è pronta a far vibrare, con forza e decisione, le corde dei suoi cilindri. C’è solo da attendere un autista esperto e dotato di patente. Giulia sembra fare al caso: “Per fortuna la mia macchina è una Dacia come la tua e riesco a capire alcuni suoi particolari meccanismi!” conferma l’autista prescelta. Si parte, quindi, con baldanza.
Le strade di Bologna, agli occhi inesperti di chi, come me, è sprovvisto di patente, appaiono tutte uguali e senza una definizione ben precisa. Mi lascio condurre, convinto di raggiungere la località prescelta, entro i tempi necessari a trovare le varie “pappatorie” ancora fumanti. I confini bolognesi, a un certo punto, cedono il passo a una lunga e tortuosa strada in salita, ma il desiderio irrefrenabile di tigelle, piadine e crescentine sprona ad andare avanti. In fondo, anche il più refrattario e indolente pigrone del mondo sarebbe spronato ad avanzare senza indugi. Si sa che la fame e la gola sono in grado di sconfiggere ogni barriera insormontabile, quindi una semplice stradina di provincia finisce con l’assumere le sembianze invitanti di un trampolino di lancio verso una sicura abbuffata: “Non riesco a trattenere l’acquolina in bocca!” penso con voracità.
Il bello di viaggiare con un’autista abile e attenta è trovarsi in una situazione come quella appena descritta, infatti prima di ogni curva è quasi d’obbligo avvisare, con un colpo di claxon, potenziali automobilisti provenienti dal verso opposto. Sembra di essere stati invitati a un sontuoso matrimonio e più si “strombazza”, più il matrimonio diventa, simbolicamente, principesco. Se ne sorride allegramente.
Il ristorante spalanca le sue braccia, invitando i suoi avventori a parcheggiare nello spiazzo antistante: “Finalmente siamo arrivati, à nìn potèv piò!” (trad. non ne potevo più!) esclamo in bolo-pugliese. Gli altri colleghi e amici salutano, sbracciandosi e sorridendo: “Uèèèhhh, siamo tutti qui! Entriamo?” parole sante, che risuonano al mio udito come invito a ingozzarmi.
Il tavolo a quattro posti sembra proprio fatto apposta per noi: io, Giulia, Patrizia e Tommaso. L’appetito reclama il suo quinto posto, in primo rilievo rispetto agli altri, tanto da spronare la ricerca immediata della cameriera, per ordinare tutte le pietanze tanto agognate. Lo stomaco borbotta di sano appetito. Oltre alle già citate tigelle, piadine, crescentine, si aggiungono sottoli e sottaceti e un coraggioso ordine di primo piatto da parte di Tommaso. Come sempre accade, la cena assume la valenza di un patto a quattro, come il patto atlantico, dove si dividono equamente i piatti da divorare. Lo spirito di gruppo sprona ognuno ad andare oltre la cena e ricercare, anche con la forza del pensiero e della mente, legami di vario tipo. Così tra una spiritosaggine e l’altra, si finisce con il condividere esperienze personali di vita, dal chiacchiericcio da pianerottolo ai discorsi più consistenti di lavoro, genitorialità e religione. Proprio quest’ultimo tema funge da pretesto a Tommaso, dalle origini italo-giapponesi, per erudire la sparuta platea di amici su argomenti filosofico-religiosi circa il Buddismo e il Karma. La cosa si fa interessante e incuriosisce tutti.
A fine cena, attraverso un giro turistico in macchina, per luoghi caratteristici della zona, si sente la necessità di smaltire i chili di troppo acquisiti e tutti i sensi di colpa a essi collegati. I sorrisi di ognuno legano, ancor di più, gli spiriti, tanto da rendere irrisoria la mia osservazione: “La mia badante vorrebbe che io rientrassi presto stasera, ma mi sa che…” e all’unisono si conclude “…resterà delusa!”. Proprio in quel momento, un grande cancello ostacola l’accesso a un ampio spiazzo, antistante una sorta di abbazia. Si cerca invano un ingresso laterale o, più ancora, posteriore: “Non sarà mica la vendetta della badante a impedirci di entrare? Se fosse davvero così, sarebbe lo spunto per un film horror!” penso, sentendomi, per un attimo, un regista alla Dario Argento. “A cosa stai pensando, Mario… alla badante?” con questa domanda, accompagnata dai risolini di tutti, comprendo che sta rafforzandosi uno spirito di gruppo, equiparabile al migliore dei legami di amicizia.
La voglia di vivere fino in fondo la serata, spinge a divagare sui possibili prossimi appuntamenti: “Il 18 è il mio compleanno, che ne dite di organizzare qualcosa?” domando con discrezione, trovando la piena approvazione degli altri. “Si potrebbe andare all’indiano, è da un po’ che ne parliamo!”. Il gruppo non perde occasione per ricompattarsi su proposte di svago e divertimento, proprio come un “asso piglia tutto”, non si priva di nulla. Ecco il nome da dare al neogruppo di anici: Asso Piglia Tutto!
Festeggiare il mio compleanno in un ristorante indiano è davvero un’ottima idea, da riempire i pensieri di felicità. Giulia è puntuale come un orologio svizzero e io, altrettanto preciso, ho già la chiave della Dacia e il contrassegno per disabili in mano. Una spruzzatina di profumo sotto le orecchie, giusto per dare l’impressione di essere quello che non sono, cioè un fighetto dell’Orsa Maggiore, una “aggiustatina” all’immancabile marsupio poggiato sull’addome e via si parte in direzione della Nuova Delhi di via S. Felice. “Mio fratello mi ha detto che la cucina indiana è molto piccante!” dico a Giulia con espressione del viso poco rincuorante, “Non è detto, basta fare attenzione e scegliere bene!” la risposta sicura spazza via ogni potenziale perplessità.
Il traffico scorrerebbe spedito e veloce se non fosse interrotto dai tanti semafori rossi. La fame, però, non reclama alcuna fretta, anzi lascia che lo scorrere del tempo faccia lievitare i desideri culinari più curiosi. “Alla fine anche Andrea ha deciso di venire. Bisognerà raggiungerlo in Piazza dei Martiri, dove ha la fermata l’autobus proveniente da Minerbio! Ti dispiace se poi andiamo a prenderlo?” la bella notizia di Giulia mi riempie di gioia: “Nessun problema! Sono arcifelice che anche Don Calogero sia dei nostri stasera!”. Il duo pseudo-malavitoso del “Gruppo Calamaio”, costituito da me, alias Don Vituzzo, e Andrea, per l’appunto Don Calogero, può rimanere cristallinamente compatto.
Il parcheggio, riservato ai disabili, è subito occupato dalla mia Dacia, a poca distanza dal ristorante. Giulia prende la carrozzina dal portabagagli, la apre per bene e con cura, la posiziona davanti ai miei piedi instabili e aspetta che io compia il “prodigioso saltello” dal sedile dell’auto alla sedia a rotelle. Nonostante questo piccolo o grande sbattimento, a seconda dei punti di vista, si respira una gran voglia di vita e di libertà: “La vita è nostra!” ribadisco per l’ennesima volta a Giulia che, con aria compassata, risponde “Cerchiamo di raggiungere Andrea a Piazza dei Martiri adesso!” ne sorridiamo. Anche questa serata promette bene.
D’altronde penso sia nella natura umana ricercare condivisioni rilassanti e serene. Il “guscio di divagazioni” sta imparando a esplodere, pronto a coinvolgere, di contagiosa allegria, quanti nutrano anche un piccolo bisogno di aprirsi al mondo.
Peccato che l’ora si sia fatta tarda e il sonno post-cena, inversamente proporzionato, si affacci sempre più con prepotenza; è segno che l’ora del desio è ormai giunta! Libertà. Tempo libero. Probabilmente ognuno di noi ne darebbe un’interpretazione diversa. Parliamo della possibilità di scegliere, consapevolmente, come riempire gli spazi di libertà personale. Ma chi può dire di essere davvero padrone del proprio tempo?

3. Libero da cosa?

di Sandra Negri

“A vivere nell’incertezza, senza sicurezze, senza programmi mete, lasciandomi trasportare come un uccello sospinto dalla brezza, ecco cosa ho imparato nei miei pellegrinaggi. Ti stupisce che a sessantadue anni possa partire di nuovo all’improvviso per vagare senza itinerario né bagaglio, come un ragazzo in autostop, che me ne vada per un tempo imprecisato e non ti chiami ti scriva e che al ritorno non ti possa dire dove sono stato. Non c’è nessun segreto, Alma. Cammino, tutto qui. Per sopravvivere ho bisogno di pochissimo, quasi nulla. Ah, la libertà!”.
(Isabel Allende, L’amante giapponese)

Tempo libero: libero da cosa? Arriveremo forse a una risposta solo dopo avere raccolto e messo al centro i pensieri e le idee dei protagonisti di questa nostra riflessione: le persone con disabilità che usufruiscono dei servizi di tempo libero o che vorrebbero usufruirne ma per varie ragioni non possono, o che scelgono di uscire da alcuni servizi perché non si identificano nelle loro proposte…
“Il tempo libero è quando puoi fare delle cose in autonomia, quando non hai delle regole, delle cose che altri ti obbligano a fare”. Francesca
“Per me il tempo libero non c’è senza aiuto; o meglio, c’è un pochino”. Diego “Uscire fuori con gli amici. Ultimamente sono andato a cena con i miei compagni di classe che non vedevo da 30 anni. Siamo andati in un ristorante in collina. Uno di loro è venuto a prendermi in macchina a casa e abbiamo passato una bella serata in compagnia. Mi sono divertito un casino! E lo rifarei! Mi brillano gli occhi se ci penso!”. Ermanno
“Mi piace fare teatro, ma non lo considero tempo libero perché è impegnativo”. Diego

Subito, dalle prime risposte che abbiamo ricevuto, abbiamo sentito il bisogno di cambiare il punto di vista. Stavamo parlando sì di tempo libero, ma non secondo la logica della maggior parte delle persone, non secondo modalità e meccanismi della balotta del sabato sera. Era chiaro che stavamo parlando di qualcosa di molto più complesso, molto più articolato e, soprattutto, molto meno facile di come lo possiamo percepire nella nostra consuetudine. Ma quindi si tratta di un’altra cosa? Dobbiamo dargli un altro nome? Dipende… forse, a volte, sì.

Per me Tempo Libero è…
Tempo per me.
Uscire.
Spazio per coccolarsi.
Divertimento.
Tempo in cui non ho niente da fare e posso gironzolare. Fare le cose che mi piacciono.
Fare ciò che ho voglia di fare al di fuori del lavoro.
Quando sto in casa da sola perché non ho i miei genitori e posso fare quello che mi pare.
Difficile.
Ecco… se fino alla penultima risposta si poteva pensare a qualcosa di comune a tutti noi, l’ultima ci porta su un altro livello, ci mette di fronte a un aspetto che non prendiamo spontaneamente in considerazione, che conosciamo e, allo stesso tempo, ci spiazza. Proseguiamo con l’intervista.

In che cosa il tempo libero è difficile?
Organizzazione: orari dei volontari, distanza km dell’evento, quante persone, orari di rientro.
Tempo necessario per progettare. Trovare volontari.
Trasporti.
Costi.
La famiglia: potrebbe ostacolare.

Pare abbastanza chiaro che le persone con disabilità hanno una lunga serie di ostacoli da superare prima di raggiungere il risultato “tempo libero”. Mi ricordano un po’ le Dodici Fatiche che Ercole dovette affrontare per espiare il fatto di essersi reso colpevole della morte della sua famiglia. E quali colpe dovrà mai espiare il nostro “eroe” per essere obbligato ad affrontare tutte queste prove?

Tempo libero: da chi, da che cosa?
Dal lavoro.
Dalla famiglia.
Dalla quotidianità.
Dai vincoli, programmi, impegni, orari. Da ciò che decidono gli educatori per me.
Da quando è cambiata la coordinatrice del gruppo appartamento, decido io.

Ancora una volta le prime risposte ci illudono di trovarci in un terreno comune, fino a quando non arriva l’ultima che parla di decisioni prese da altri. E troviamo una grande contraddizione: tempo libero nel quale non sono libero di decidere come spenderlo. Mmmm… l’analisi si fa complicata.

Chi decide il vostro tempo libero?
Gli altri. A volte sono obbligata. Provo fastidio e non mi diverto.
La mia famiglia. Senza la loro approvazione io non posso organizzarmi in autonomia.
I servizi socio educativi, che mi hanno proposto un gruppo con un programma già definito.
Gli educatori del mio centro. Non è possibile pensare a proposte diversificate per tutti. Siamo in troppi.
Lo decido io. Questo mi fa sentire più libera, più tranquilla, più contenta, più soddisfatta, più grinta, più adulta, più responsabile.

Questa volta l’ultima risposta ci stupisce in modo positivo. Ci riporta a una dimensione conosciuta: quando siamo in grado di prendere decisioni che ci riguardano, di qualunque genere siano, stiamo bene, ci sentiamo a nostro agio, padroni della nostra vita e delle nostre scelte. Siamo motivati a metterci in gioco, a rischiare situazioni nuove. Ha un senso crescere.

Se tu fossi un/una referente del servizio socio educativo cosa faresti?
Organizzerei dei gruppi misti.
Darei alle persone la possibilità di decidere se fare o no le attività proposte. Proporrei sia attività fisse che sporadiche: alcune potrebbero essere fisse, altre si potrebbero decidere di volta in volta.
Ascolterei i desideri delle persone con disabilità e farei in modo che possano fare ciò che desiderano.
Organizzerei dei fine settimana di vacanza.
Verificherei se le strutture sono attrezzate e accessibili. Farei fare esperienze a contatto con animali e con la natura.

Che ruolo hanno le persone con disabilità nell’organizzazione di servizi e progetti per il tempo libero? Quanto vengono coinvolte nella progettazione? Secondo la nostra esperienza, questo accade di rado, nonostante abbiano le idee molto chiare su ciò che desiderano, ciò che a ognuno di loro piace o non piace. Se io entro in un’agenzia di viaggio, la prima cosa che mi viene chiesta è quando e dove voglio andare. Se questo avvenisse anche all’interno dei servizi per il tempo libero nascerebbero idee nuove, originali e adeguate alle persone a cui questi servizi sono rivolti.

Questo avrebbe un senso, sia per le persone interpellate rispetto alle loro scelte, ma probabilmente anche per chi, a quelle scelte, dovrebbe dare risposte. Questo richiederebbe certamente un cambio di prospettiva, uscire da schemi consolidati e entrare in un’organizzazione flessibile e creativa. Una fatica iniziale che verrebbe ripagata da un sistema maggiormente gratificante, a misura delle persone che vi lavorano e che usufruiscono di quel lavoro, che potrebbero diventare parte attiva di quel sistema, esserne uno degli ingranaggi.

Quando hai del tempo libero cosa fai?
Vado a cavallo.
Faccio fisioterapia.
Vado al ristorante con il volontario. Vado nel cortile del centro che mi ospita. Chiacchiero con amici.
Vado a vedere concerti con il gruppo del tempo libero. Gioco con il papà.
Sto da sola.
Organizzo il lavoro.
Coloro.
Faccio shopping con mamma. Faccio foto.
Esco con gli amici.
Guardo la tv.
Ascolto la musica.
Faccio passeggiate.
Cucino.
Attività organizzate dal gruppo. Faccio le parole crociate.
Guardo video e foto di quando ero piccola.

A questo punto della chiacchierata emerge un altro aspetto molto importante e che rappresenta un nodo complesso: le relazioni. Le risposte a questa domanda mettono in evidenza come il tempo libero, il riposo, il divertimento, siano spesso associati o alla solitudine oppure alla condivisione “forzata” del tempo e delle attività in contesti quali la famiglia e realtà strutturate come il gruppo educativo, quello del tempo libero o dei volontari. Il vuoto delle amicizie spontanee, scelte e gestite fuori da organizzazioni di altri, affonda le sue radici nel lungo e difficile percorso verso la vera inclusione delle persone con disabilità. Con tale termine intendiamo una reale autonomia per muoversi e spostarsi, per frequentare contesti non necessariamente afferenti alla disabilità; una efficace rete di servizi accessibili a tutti; un processo culturale al cui interno la collettività, le famiglie, il mondo del lavoro, le persone con disabilità stesse sentano sempre di più familiarità e confidenza con l’amalgama delle tante differenze che vivono le nostre città e i nostri contesti di vita.

L’inclusione può avvenire anche tramite il tempo libero?
Sì, ti permette di non stare tra le quattro mura e scappare dalla quotidianità e dalla monotonia.
No, se si tratta di un’uscita con disabili, sempre vincolata ai contesti della disabilità, dove si segue il gruppo in modo obbligato e senza possibilità di scelta.
Sì, se ci sono anche i volontari, altre persone con cui posso parlare d’altro e con cui posso confrontarmi ed esprimere i miei gusti e le mie preferenze.
Sì, perché i luoghi per tutti, come i teatri, facilitano l’incontro fra le persone.

Una questione di libertà
“Per me tempo libero è quando puoi fare delle cose in autonomia, quando non hai delle regole, delle cose che sei obbligato a fare. Non lo considero libero quando sono gli altri a dire quello che devo fare. Quando sono io a organizzare delle cose che mi fanno stare bene, tipo: una cena con gli amici. Possono essere delle cose che mi vengono spontaneamente, tipo: disegnare. Fare delle passeggiate per me è tempo libero, fermarmi a guardare un tramonto, andare al cinema e scegliere io quello che voglio vedere. Una cosa che mi piacerebbe, ma che purtroppo non riesco tanto perché nessuno mi accompagna è andare a teatro. In estate mi diletto a scrivere testi di film e poi in famiglia li rappresentiamo, scegliendo anche le colonne sonore. Quando vado nella casa di campagna mi piace nuotare in piscina e mi rilasso, è un modo di alleggerire le mie tensioni. Mi piace fotografare, mi organizzo con qualcuno della mia famiglia, scelgo i posti. Questo capita spesso in viaggio, uso una macchina fotografica piccolina che mi lego al braccio. Passo del tempo libero con il mio fidanzato, guardando film al computer, giochiamo a carte, andiamo a cena fuori, andiamo in biblioteca, a fare shopping”. Francesca
“Tempo libero è fare delle cose piacevoli, tipo andare al mare sia con i miei genitori che con un gruppo organizzato. Andare a visitare i musei. Esco spesso con mio pa- dre e andiamo nei pub, in discoteca, a prendere un gelato. Sono cose che propongo io e lui mi aiuta ad attuarle. Viaggiare per me è tempo libero”. Diego
“Felicità, passare del tempo con la mamma, andiamo a mangiare un gelato, a fare shopping”. Federica
“Un tempo per distrarsi. Uscire fuori con gli amici. Per me la vacanza è un tempo libero. Quando vado in soggiorno mi diverto e sto bene in compagnia degli educatori. Il venerdì pomeriggio con l’educatore vado in Montagnola, in sala borsa, al cinema, ai Giardini Margherita, a mangiare un gelato, a fare la spesa. Passo del tempo libero anche con mio fratello Davide che è l’unico disponibile della famiglia. Andiamo in campeggio, a mangiare una pizza o la piadina ci divertiamo”. Ermanno
“Intendo Tempo Libero quando esco con il mio gruppo appartamento perché spesso posso scegliere cosa fare. Quando gli educatori sono pochi e non si riesce a uscire è tempo stracciaballe. Io non sono dell’idea che le persone disabili non abbiano tempo libero. Sono dell’idea che bisogna anche crearselo. Per esempio, tempo libero è anche uscire senza la mamma, con chi considero amico”. Tiziana
Molte delle persone con cui abbiamo parlato sottolineano l’aspetto della libertà legata alla possibilità di scelta. Il tempo è libero se e quando posso scegliere cosa, dove, come, quando e con chi. La libertà è uno dei beni fondamentali di ogni uomo. Ma la possibilità di esprimersi, di determinare autonomamente le proprie scelte, di agire senza costrizioni non è poi così scontata. Anche scelte meno impegnative, come quelle legate al tempo libero, non sono per molti soggetti sinonimo di gioia, allegria, ma di costrizioni, impedimento, impossibilità.
Il pedagogista americano Wehmeyer definisce l’autodeterminazione come “l’agire come agente causale primario nella propria vita e compiere delle scelte e prendere decisioni riguardanti la propria qualità di vita, libere da indebite influenze esterne o da interferenze”. Fra le quattro caratteristiche essenziali del comportamento autodeterminato, egli individua l’autonomia comportamentale, che riguarda l’individuazione, il prendersi cura di sé, l’agire in accordo con le proprie preferenze, con i propri interessi, con le proprie abilità, l’agire in maniera autonoma, liberi da indebite influenze nelle diverse attività che si effettuano e nei diversi contesti di vita (casa, tempo libero, lavoro, attività sociali).
Le attività che svolgiamo nel nostro tempo libero ci coinvolgono in maniera globale, influendo sulla nostra vita non solo ricreativa ma pure sociale, culturale, intima.
Avere la libertà di… significa vivere in maniera gratificante, contribuendo alla piena realizzazione personale. Gli incontri, le amicizie, il prendersi cura, sono spesso le maglie più gratificanti della rete di relazioni che ci costruiamo. Non agevolare o reprimere tali possibilità, crea invece occasione di esclusione, emarginazione e solitudine.
Il tempo libero è ancora troppo spesso un problema e questo è un segnale tangibile del fatto che il percorso verso l’inclusione sociale della persona con disabilità è ancora lungo e ricco di ostacoli da affrontare e superare. Il salto di qualità che le persone con disabilità desiderano è quello di un tempo libero dove davvero siano liberi di…, fuori dalla famiglia e con un’ampia gamma di possibilità. Chiedono di poter frequentare le persone con cui stanno bene, negli ambienti “di tutti”, durante le normali attività che chiunque svolge per divertirsi e rilassarsi. In queste condizioni riescono a rapportarsi con gli altri al pari, sentendosi non più “diversi”, ma persone che, nello scambio, danno e ricevono. Pur essendoci grosse difficoltà strutturali (ad esempio le barriere architettoniche) e ancora parecchie problematiche culturali, la persona con disabilità può avere oggi maggiori opportunità e maggiore capacità di “far sentire la propria voce”, anche nelle scelte legate al tempo libero. Accanto alle esperienze “ghettizzanti” rivolte solo a persone specifiche, in alcune realtà territoriali, si iniziano finalmente a promuovere esperienze di tempo libero integrato. Un tempo libero, non solo possibile ma soprattutto preferibile, non creato ad hoc per il soggetto disabile, ma dove egli abbia la possibilità di essere libero di scegliere e partecipare a qualsiasi attività, insieme ai propri amici, disabili e non.
Essere liberi di divertirsi, socializzare, interagire, amare, non far nulla, sbagliare, sognare… è vivere.