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Autore: Nicola Rabbi

5. “Chiudi gli occhi e guardami”: gli sguardi degli altri e gli sguardi delle famiglie sul corpo

Il tema delle immagini culturali ci porta per parallelismo al tema degli sguardi. I limiti delle altre persone ci fanno scoprire i nostri limiti. Cosa guardiamo allora? Come? Perché se frequentiamo una persona disabile rischiamo di vedere solo la fragilità, la dipendenza, e non il suo essere uomo o donna? Perché abbiamo bisogno di consenso e approvazione da parte degli sguardi degli altri per sentire legittimata la relazione di coppia con una persona che ha una diversità? Cosa succede se sono gli stessi genitori a vedere il figlio o la figlia come diversi, e a ritenere impossibile che un altro o un’altra possano desiderarli? Se lo sguardo dei familiari sul corpo è squalificante? Ne abbiamo parlato con Giorgio Rifelli, medico, specialista in psicologia clinica, direttore del Servizio di Sessuologia del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, dove insegna.

Perché si fa fatica a parlare di sessualità, nonostante il mondo mediatico sia sovraccarico di immagini afferenti la sessualità (e i suoi aspetti commerciali)?
La sessualità è un territorio a elevato rischio, è un argomento particolarmente coinvolgente. In genere si colpevolizza molto l’assetto religioso di uno Stato. In Italia si colpevolizza la Chiesa, in realtà la Chiesa è solo un falso bersaglio. La sessualità è in sé un argomento difficile e potenzialmente disordinante. E siccome sulla sessualità si fondano le relazioni sociali, allora la ragione sostanziale per cui c’è sempre un atteggiamento di cautela nei confronti della sessualità nasce proprio dal timore – seppure inconsapevole – di mettere a rischio le basi strutturanti della società. 

Perché si fa fatica a inserire la persona disabile dentro al tema della sessualità, e quali sono le difficoltà delle persone disabili a trovare un partner?
Il problema non riguarda solo la disabilità in sé, ma è più generale. Innanzitutto siamo una cultura che privilegia la vista come organo di scambio relazionale, contrariamente ad altre culture, per esempio quella ebraica che privilegia la parola. Nel momento in cui noi tendiamo a privilegiare la vista, e quindi l’immagine, il primo impatto relazionale è quello che io vedo. Quindi quello visivo è il primo momento in cui si è o no interessati all’altro. Che poi da qui nasca o non nasca un interesse affettivo o sessuale può essere secondario. Per cui ci ritroviamo ad avere non solo l’emarginazione che il disabile tendenzialmente subisce, ma anche questa emarginazione estetica. E quindi prima di accedere alla persona, perché poi ovviamente i legami affettivi e le relazioni non crescono esclusivamente sull’aspetto fisico, il più delle volte in realtà possono partire da lì ma poi continuano a crescere sugli aspetti della personalità, del carattere, delle ideologie, delle scelte, ecc., occorre avere una certa frequentazione del mondo della disabilità, per poter capire cosa c’è oltre la disabilità. E questo rende più difficili i rapporti e i possibili affetti che possono nascere. C’è anche un altro equivoco, cioè che la sessualità viene interpretata più facilmente come attività sessuale, mentre nella sessualità c’è anche una componente affettiva, una componente emotiva, c’è la propria identità di uomo, di donna. 

Una volta però che le persone si sono conosciute, al di là della disabilità, cosa ulteriormente ostacola la vita di coppia?
Nella relazione c’è di fatto un inganno sostanziale, cioè noi non relazioniamo con le persone ma con quello che le persone secondo noi rappresentano. Quindi alla partenza di un rapporto noi abbiamo a che fare con i nostri fantasmi, non con quello che è l’altra persona. Per cui la difficoltà è andare oltre le proprie immagini o quello che io attribuisco all’altro. Questo è un altro degli elementi che rendono più difficile una relazione con una persona disabile, perché si fa fatica a mettere addosso i propri fantasmi, le proprie fantasie o parte di sé, nella figura di una persona che porta una disabilità. In qualche maniera ci si cerca abbastanza simili e ci si esclude a priori. E quindi il disabile diventa persona senza sesso, asessuata, che poi è anche il problema del rapporto genitoriale ed educativo. Come mai, ci si chiede, una persona che non ha disabilità visibili si interessa a una persona con disabilità visibili? Se questo interesse non è motivato da ragioni infermieristiche, dal bisogno esclusivo di proteggere e di curare, allora si può cominciare a costruire insieme qualcosa, una relazione paritetica. 

Quali sono le paure delle persone disabili?
Le paure delle persone con disabilità di costruire una coppia o realizzare un’esperienza anche semplicemente sessuale nascono soprattutto dalla difficoltà che spesso sono proprio gli stessi disabili i primi a non accettare la propria disabilità. Il primo a essere cauto e ad autoescludersi in queste situazioni è proprio il disabile, ovviamente favorito poi da tutta una serie di dati del contesto e da esperienze frustranti. 

Come reagiscono i genitori quando emerge la sessualità dei loro figli?
In genere la sessualità dei figli mette in gioco la sessualità dei genitori. Quindi la maggiore attenzione quando lavoriamo con i genitori è quella di far capire loro che non si devono preoccupare della sessualità dei loro figli, ma di quanto quella sessualità metta in discussione il loro modo di vedere le cose. Ma questo vale anche per gli educatori che ad esempio lavorano nei centri: soprattutto là dove ci si confronta con la disabilità psichica è facile che la sessualità emerga, ad esempio col fatto che un ragazzo si masturba in mezzo agli altri. Davanti a questo evento non abbiamo particolari strumenti se non quelli tipici dell’educazione, cioè insegnare che certe cose si fanno in un posto e non in un altro. Ma di fatto è il corpo degli educatori che entra in crisi o in panico, perché non ha strumenti, e non ha strumenti soprattutto perché non è in prima persona abituato ad affrontare la cosa. Il problema nasce proprio dalla difficoltà a organizzare la propria sessualità e il proprio rapporto con la sessualità. Per cui si è messi totalmente in gioco, è il caso in cui il re è nudo.
Ufficialmente le famiglie tendono a infantilizzare molto il figlio, e quindi a ignorare il problema. Purtroppo a volte in alcune famiglie si interviene al contrario. Ci sono mamme che masturbano i propri figli. Questo da un punto di vista umano è comprensibile, è un prendersi in qualche modo cura, però da un punto di vista educativo è totalmente scorretto. 

Quanto incide lo sguardo delle famiglie sul corpo con disabilità?
Penso per esempio a delle osservazioni sociologiche sui ruoli, per cui nelle famiglie si costruiscono delle immagini stereotipate per ciascuno dei componenti, che finiscono per essere delle identità imposte e ricercate da chi le ha subite: ci sono ad esempio i figli che sono maldestri e saranno sempre maldestri, ci sono i figli che si sporcano a tavola, per cui saranno sempre quelli che si sporcano a tavola. Per cui c’è un identikit che la famiglia costruisce e verso cui i componenti tendono ad andare. Addirittura questo meccanismo lo si usa anche per spiegare la genesi dei criminali, cioè l’ultimo della classe deve essere l’ultimo della classe per tutta la vita e quindi cercherà sempre di identificarsi in una figura negativa. Una famiglia che è squalificante verso un corpo, o addirittura rimuove la presenza di un corpo, favorisce anche nel figlio la rimozione del corpo e questo vale per tutti, non solo per le persone disabili. Di fatto, soprattutto nella patologia sessuale, il rapporto col proprio corpo è un rapporto spesso conflittuale e nasce da un atteggiamento distanziante della famiglia rispetto al corpo. Abbiamo, ad esempio, degli adulti trentenni che non si lavano i genitali o che arrivano a trent’anni con una fimosi perché non si sono mai guardati. Quindi lo sguardo della famiglia sul corpo vale sia ovviamente per chi ha una disabilità sia per chi non ce l’ha. È vero che i figli sono tutti belli a mamma sua, ma in cuor suo la madre sa che sono come sono. A volte è un atteggiamento che ipertrofizza la negatività, è squalificante.
Inoltre, come dicevo prima, nella nostra cultura occidentale lo sguardo è il senso privilegiato, rispetto alla parola, ed è lo sguardo per noi la via attraverso cui si strutturano le relazioni. Quindi parlare di sguardo delle famiglie non è solo una metafora, è un dato molto reale. 

Paradossalmente la famiglia è quella che in qualche modo è sempre sul corpo della persona disabile, per l’igiene quotidiana o per gli spostamenti, quindi quel corpo lo percepisce molto bene eppure nello stesso tempo lo rimuove…
C’è questa grande contraddizione: ce l’ho sempre davanti al naso ma non lo vedo. Ho bisogno di rielaborarlo. D’altra parte credo che sia il problema maggiore di tutte le persone che non hanno pratica di disabilità, perché la prima cosa che si fa è proprio quella di far finta che non ci sia. A volte anche gli stessi disabili tendono a fare così, ad esempio le persone non vedenti usano moltissimo la parola vedere.
Lo sguardo dei familiari è quello che costruisce l’identità corporea, o ne favorisce la costruzione.
Proprio attraverso lo sguardo noi rileviamo, questo per un problema di percezione, le incongruenze, cioè siamo alla ricerca di una sorta di armonia che ci tranquillizzi. Per cui l’occhio cade facilmente su quello che non è nell’ordine delle cose. Abbiamo il “vizio” percettivo per cui possiamo fare a meno di notare una persona che fisicamente si presenta come apparentemente normale, ma basta una cosa anche piccolissima e la notiamo.
Una mia collaboratrice una volta, per un concorso, scrisse questo verso: “Chiudi gli occhi e guardami”. Credo che in questa frase ci sia la chiave di tutto: per poter realizzare veramente un rapporto con l’altro, devo andare oltre quello che vedo, perché quello che vedo mi tradisce perché si riempie dei miei fantasmi. In qualche maniera nelle famiglie succede che non si va oltre, e quindi si rimane bloccati intorno a quella che può essere l’immagine immediata. Subentrano anche tante dinamiche, ad esempio il fatto che il figlio possa rappresentare una produzione non ideale, quindi i sensi di colpa che si riversano su questo aspetto; e le rimozioni sul corpo diventano anche più facili, senza rendersi conto che poi si fa peggio di quello che si potrebbe fare. 

4. Persone e immagini

Il tema delle immagini per la nostra cultura è di fondamentale importanza. Sono le immagini che abbiamo in mente che creano la cultura collettiva. Mi spiego meglio con un esempio. Da molti anni ormai mi occupo di ricerche sulla maternità delle donne disabili, che per ora hanno prodotto due monografie di “HP-Accaparlante” (cfr. Mamme. Nessun aggettivo dopo il punto. Madri disabili: percorsi di adeguamento di sé tra difficoltà e soluzioni del 2005 e Ti sento, ti tocco, ti “vedo”, tu lo sai. Percorsi di maternità per le donne non vedenti del 2010). Durante le ricerche mi sono confrontata con molte donne con disabilità e con molte persone che lavorano nel mondo della disabilità. L’elemento chiave che emergeva era che mancavano le immagini mentali di riferimento, sia alle persone “normodotate” sia alle stesse donne disabili. Se pensiamo alla parola “madre”, infatti, ci emerge subito il fotogramma della donna abile a prendersi cura dei figli, magari una donna che tiene il figlio con un braccio e con l’altro braccio sorregge le borse della spesa. Ovviamente un’immagine del genere non riusciamo ad adattarla sull’immagine di una donna disabile, e subito ci chiediamo “Ma come farà una donna disabile a gestire un figlio e le attività quotidiane?”. Le stesse donne con disabilità, quando desiderano un figlio oppure già hanno un figlio, si devono confrontare con questa immagine collettiva. Si generano dunque tante paure e tanti equivoci. Occorre costruire delle immagini di riferimento sul tema della sessualità e dell’affettività, costruire veri e propri fotogrammi di pensieri e parole e magari anche volti, sia per le persone disabili che possono così confrontarsi con altre persone disabili che vivono la stessa situazione, sia per tutte le altre persone, comprese le famiglie, che possono così arrivare a pensare a situazioni di possibilità e non solo di negazione. Il racconto che seguirà è proprio organizzato per “istantanee”: le frasi sono riprese dal lungo lavoro di interviste, a cura di Priscilla Berardi e Adriano Silanus, realizzate per costruire Sesso, amore & disabilità. Ovviamente la parola scritta è forse meno potente dell’immagine visiva del documentario, ma anche la parola scritta riesce a creare immagini mentali e – ci auguriamo – immagini culturali.

Gabriele
Sono Gabriele Viti*, ho 35 anni anche se di testa ho forse 10-12 anni. Ho una spasticità molto interessante, che mi ha condizionato la vita, però devo dire che mi ha anche consentito delle esperienze particolari che formalmente, se non avessi avuto questo handicap, non avrei mai vissuto. 
[*Gabriele Viti è anche autore del testo Il Kama Sutra dei Disabili e protagonista del documentario Il Kamasutra del Disabile, di Alberto D’Onofrio (inserito nella serie “Erotika italiana” prodotta da Cult/Fox).

Qual è l’atteggiamento generale delle persone verso l’affettività e la sessualità delle persone disabili?
Non vorrei essere drastico ma credo che questa domanda se la pongano in pochi. In Italia c’è la consuetudine di associare la persona disabile al malato, ma il disabile è solo una persona che vive in condizioni fisiche diverse. Penso che la maggioranza della popolazione italiana veda quindi la disabilità come qualcosa da curare, come un oggetto di pietà, e alle persone disabili si garantiscono i diritti fondamentali: salute, forse lo studio, forse il lavoro. Però poi basta, perché “vi si dà lo studio, la salute, il lavoro, volete anche il sesso? Cominciate a esagerare!”.
La disabilità fa anche paura: quando io vado in giro da solo vedo la gente che non si avvicina; quando chiedo un indirizzo dieci persone fanno finta di non capire; in treno, il vicino di sedile si sposta perché pensa che gli attacchi qualcosa.
Però bisogna anche dire che la responsabilità non si può dare tutta agli altri, anche noi disabili dobbiamo prenderci la nostra dose di colpa, perché dobbiamo smettere di nasconderci e uscire dai recinti. 

Quali sono le paure sia delle persone non disabili che delle persone disabili di instaurare una relazione di coppia?
Io credo che da parte del disabile ci sia la paura di non essere all’altezza di soddisfare o di dare una qualità di vita soddisfacente al partner. E credo che le persone cosiddette normali, dal canto loro, se instaurano un rapporto sentimentale con un disabile devono fare una bella battaglia, con gli amici, con i genitori e con tutto il mondo più prossimo a loro, perché sicuramente non è visto come naturale che una ragazza o un ragazzo attraente decidano di avere una relazione vera con una persona che non è nelle stesse condizioni.
L’ultima storia che ho avuto si è conclusa un po’ perché lei non era sicura al 100%, ma soprattutto perché c’erano i genitori di lei molto, molto ostili. Addirittura la madre mi ha chiesto se sapevo far l’amore… Poi nell’anno che siamo stati insieme, i genitori hanno apprezzato il mio grado di intelletto, ma non digerivano che la loro figlia stesse con uno storpio.
La sicurezza nella relazione viene prendendo coscienza ad esempio del fatto che quando si va al ristorante io bevo con la cannuccia, o che lei mi deve tagliare la pizza. Sono tutte cose piccole, però devono essere accettate.
La mia prima storia è stata quando avevo 20 anni e lei 25, ma è stata colpa mia se è finita, perché mi vergognavo a uscire con i suoi amici. Il processo di accettazione di sé e della consapevolezza di sé sono molto lunghi e io mi vergognavo a farmi vedere davanti ai suoi amici a bere con la cannuccia, mi vergognavo di non essere come loro. Ora questo non mi interessa, ma a 20 anni non avevo questi strumenti culturali e psicologici per dire “Gabriele, è così, o ti adatti o stai a casa”.
Quando ero adolescente chiedevo molto spesso a mia sorella se sarei stato in grado di pomiciare, perché nel mio essere adolescente baciare con la lingua voleva dire essere accettato. Infatti, le persone con la mia disabilità di solito a volte perdono la saliva e onestamente non è che sia molto bello, per cui l’idea che una ragazza accettasse la mia saliva per me era più importante dell’atto sessuale in sé, voleva dire che mi aveva accettato in tutto.
Una volta mi è capitata una situazione in cui una ragazza voleva stare con me, ma io l’ho rifiutata. Mi vergogno molto a dirlo, l’ho rifiutata perché era grassa. Quindi ho discriminato: anch’io sono dentro questo giro della discriminazione, e quindi l’ho vissuta come una doppia sconfitta: tu che lotti contro la tua discriminazione sei quello che subito discrimina.
Un disabile come me che ha difficoltà del linguaggio ha difficoltà a trovare una escort disponibile, perché si associano subito le difficoltà di linguaggio a instabilità mentali. Per cui quando telefono mi riattaccano. Un mio amico non vedente mi ha chiesto se gli potevo cercare su internet qualche ragazza, quindi prima mi sono dovuto far spiegare i suoi gusti. Questo fa capire la difficoltà che ha un disabile a raggiungere anche semplicemente un rapporto sessuale a pagamento. Se noi tentiamo poi di aprire la tenda della disabilità al femminile, lì siamo all’età della pietra. Ringrazio di essere un uomo perché se fossi stato una donna avrei avuto molte difficoltà in più. Ogni volta che partecipo a convegni sulla sessualità e disabilità, i tre quarti della mia relazione sono rivolti a questo argomento, su come fare per dare questo diritto a tutti. Io lo definisco un diritto, non un diritto legale, ma un diritto sociale.
Credo che prima di dare consigli agli adolescenti disabili, si dovrebbe dare un consiglio ai genitori: io ho avuto alle spalle genitori che hanno creduto nelle mie possibilità e che, anche se con paura, mi hanno permesso di sbattere la testa in terra, sia in senso metaforico, ma anche in senso reale. I genitori tendono a mettere una palla di vetro sopra il figlio pensando di proteggerlo, in realtà creano una disabilità maggiore. Io credo che ogni disabilità può essere migliorata a livello di autonomia. 

In che modo si superano le difficoltà a letto?
Conoscendosi e rispettandosi. 
Secondo me nell’atto sessuale l’essere disabili ha un peso relativo, perché a letto l’handicap sparisce. Nel senso che se tu vai a letto con una persona vuol dire che già tante barriere sono cadute, quindi entra in gioco il vero essere dei due. 

Valentina
Sono Valentina, ho 26 anni, la mia disabilità è dovuta a un’asfissia cerebrale che mi ha portato a non poter camminare e ad avere un parziale uso degli arti superiori.
I miei compagni di classe alle scuole medie non mi consideravano come un’ipotetica fidanzatina, ero l’amica in carrozzina e punto. Le altre ragazze erano corteggiate, considerate, ma nel mio caso non era così. È stato forse il periodo più brutto della mia vita perché mi vedevo cambiare fisicamente, non accettavo il fatto di non poter fare determinate cose. Magari qualche ragazzino era più interessato, ma i suoi amici non dovevano saperlo, perché si vergognava a farsi vedere con me.
Alcuni ragazzi sarebbero tentati di conoscerti dal punto di vista affettivo ma sono frenati dai problemi che tu hai. Altri non si fanno problemi, ma pensano che una persona disabile voglia per forza una storia seria. Sono frenati perché pensano “tu magari ti affezioni, io passo per quello che ti fa stare male”… C’è sempre l’occhio di riguardo verso la donna disabile, “poverina la faccio soffrire, sicuramente lei vuole l’amore romantico, con il lieto fine”. La persona disabile, come qualsiasi altra persona, può essere romantica e vivere il sesso con sentimento e soltanto con sentimento, come può cercare invece solo l’avventura. Il fatto di avere una disabilità non significa avere un’idea diversa del sesso. Personalmente la vivo in maniera più romantica e non nego che vorrei una bella storia d’amore.
Parlo di sessualità solo con la mia migliore amica. Le volte che provo a farlo con gli altri amici della compagnia mi guardano come se stessi parlando di una cosa che non conosco, sono imbarazzati. Probabilmente non credono che io abbia avuto esperienze sessuali e sentimentali. Pensano che non avrò un compagno, che io mi debba accontentare della mia vita da single o che al massimo potrò trovare un compagno con disabilità.
Quando nasci disabile e tutti intorno a te pensano che i disabili siano asessuati, ti viene inculcato questo concetto ed è più difficile emanciparsi.
Il mio corpo adesso lo vivo discretamente, mi piaccio a giorni, e a giorni non mi piaccio per niente. E mi sento più carina e più desiderabile grazie ad alcune esperienze che ho avuto, però non mi sono mai tanto piaciuta, non ho mai avuto una grossa autostima, ci sto provando piano piano.
Vedere che un ragazzo ti può desiderare fisicamente e ti trova carina e desiderabile come le altre donne, ti fa pensare di non essere poi quel mostro che credevi. Ma forse qualsiasi ragazzina di 15 anni si trova brutta e inadeguata e magari a 25 si trova più carina, è un discorso di maturità e di conoscenza del proprio corpo.
Ho un istinto materno molto forte però mi sto rassegnando al fatto che non avrò dei figli, anche se non ho una patologia trasmissibile geneticamente, però non ho un compagno stabile e varie altre difficoltà. Forse i miei genitori non vivrebbero questa scelta molto serenamente, perché mi dicono che avere un figlio è una responsabilità molto grande, mi chiedono se sarei in grado, e mi fanno notare che è già difficile trovare qualcuno che mia dia una mano, figuriamoci trovare qualcuno disposto ad aiutarmi anche con un figlio nei primi anni di vita.
Lui è stato il primo che non ha dato peso alla mia disabilità, non mi vedeva come un’amica, non mi vedeva come una ragazza sfortunata, non mi vedeva come l’oggetto curioso del desiderio, ma mi vedeva come una ragazza carina. Mi faceva sentire normale, desiderabile, bella. E anche lui rispecchiava i miei canoni estetici e caratteriali. Però non era interessato ad avere una storia seria, per cui è finita. La stessa cosa può capitare in realtà anche alle altre ragazze “normodotate”, nel modo in cui sentiamo una relazione non c’è differenza. Adesso non continuerei una storia se mi rendessi conto che lui sta solo giocando, perché in quel periodo mi rendevo conto che stava giocando però mi andava bene così. Sicuramente ora non mi innamorerei più così facilmente di un uomo solo perché rispecchia quello che ho sempre aspettato.
Le persone disabili dovrebbero cominciare a uscire di più, a pensare che si possono fare varie cose compatibilmente con le proprie limitazioni, perché se iniziamo noi ad avere dei preconcetti sulla disabilità automaticamente li avranno anche gli altri. Dobbiamo smettere di dire “non ci provo con quel ragazzo perché mi dirà di no perché sono disabile”, magari ti dirà di sì…

Nino
Sono Nino, ho 30 anni, e ho la SMA 2, l’atrofia muscolo spinale. Si chiamava così, ora ci danno una sigla.
Magari in chat o con gli sms le ragazze si lasciavano andare, ad esempio con frasi “Tu sei l’uomo giusto”, “Fossero tutti come te”, poi però quando c’era da avvicinarsi, quando dal mentale, dal poetico, si doveva passare al piano fisico, si tiravano totalmente indietro.
Nessuno mi ha mai chiesto che tipo di rapporto io avessi con la sessualità, e questo un po’ mi dispiace perché mi piace far conoscere le mie problematiche, e non perché voglio farmi commiserare ma perché vorrei che la gente avesse una mentalità più aperta e si potesse rendere conto della realtà. E la realtà è che abbiamo una sessualità.
L’assistenza sessuale, la proverei? Forse sì, ma c’è sempre il fatto che mi ci devono accompagnare. A volte sarebbe più complicato farmi accompagnare e farmi venire a riprendere che la cosa in sé. Un altro aspetto che mi frena tanto è il busto, il corsetto, che me lo può togliere chiunque, ma per metterlo fino all’anno scorso lo sapeva mettere soltanto mia madre. Magari ora che lo sa fare anche mio padre, sarebbe forse più facile dire a un genitore uomo che a mia mamma di accompagnarmi da eventuali assistenti sessuali.
Quello che mi capitava con la mia ragazza era che per la gente non era mai la mia ragazza: poteva essere mia sorella, mia cugina, mia zia, l’infermiera di notte, l’infermiera di giorno, l’escort, ma non poteva mai essere la mia ragazza. Lei era in imbarazzo.
A volte invece mi è capitato che lei magari mi frequentava, eravamo un po’ più intimi, però davanti agli altri non voleva che questo si vedesse, cosa che io non riuscivo ad accettare. Ho avuto una storia di quasi un anno con una ragazza con cui ho voluto mettere da subito le cose in chiaro su quello che potevo fare e non fare. Lei ha avuto la volontà di informarsi anche con il mio fisioterapista.  

Antonio
Mi chiamo Antonio, ho quasi 33 anni. La mia disabilità è dovuta a una mielolesione, ho avuto un incidente sportivo quando avevo 16 anni e ho riportato la frattura di due vertebre cervicali e la lesione del midollo spinale.
Magari quello che posso dare adesso in un rapporto con una persona rispetto a quello che potevo dare prima è molto di meno. Questa cosa mi fa partire un po’ scoraggiato e mi sento sconfitto in partenza, il dubbio che mi rimane sempre è se quello che ho adesso da offrire può essere abbastanza per la persona che ho di fronte, è questo che mi frena nell’avere coraggio di conoscere qualcuno.
Quando ci siamo conosciuti è la stata la sua voglia di conoscermi a tutti i costi che mi ha lasciato spiazzato. Era una mia insicurezza pensare di non interessare alla persona che ho di fronte. Questo mi ha dato più fiducia in me stesso. Lui non conosceva la disabilità quindi ha imparato. Ho dovuto spiegargli come funziona la quotidianità, con le mie esigenze fisiche e fisiologiche, i miei tempi, come si va in bagno, come ci si veste. Era aggiungere a quello che emotivamente e intellettualmente gli davo un tassello in più per conoscermi completamente.
La bellezza estetica è strettamente correlata a una relazione. Non dico bellezza fisica in generale perché dipende da chi hai di fronte e da quello che cerca la persona che hai di fronte. Io, essendo limitato a livello fisico, nella bellezza mi sento inferiore. Penso di poter piacere per alcuni aspetti per altri no, però non ho la sicurezza di poter piacere al primo impatto, perché la mia sicurezza è minata dal fatto di credere di non poter arrivare fino in fondo a una relazione al 100%. A livello affettivo mi sento pronto, ma a livello fisico mi sento di mancare in qualcosa. Il rapporto con lui è iniziato che io ero già in carrozzina, quindi evidentemente questo gap della bellezza estetica associata alla disabilità lui l’aveva già superato, avendo voluto conoscermi a tutti i costi, quindi aveva superato l’impatto visivo o forse per lui non c’era neanche l’impatto visivo. Magari poi nel quotidiano io gli ho messo “i puntini sulle i” perché vedesse cosa c’era oltre la carrozzina, però il problema era già stato superato da lui a monte. Io sono passato dal movimento in assoluto al non movimento. Come aspetto estetico avevo un fisico invidiabile, ora il corpo è completamente cambiato. Ho avuto all’inizio grandi difficoltà ad accettare il nuovo corpo, sia a livello estetico sia a livello funzionale. Ho avuto anche problemi alimentari perché la non accettazione del nuovo corpo mi provocava rifiuto del cibo. Però poi sono riuscito ad accettare… anzi forse accettare non è il termine giusto… sono riuscito a viverlo questo nuovo corpo come va vissuto. Ho imparato a farlo giorno per giorno, e continuo a farlo giorno per giorno. Conosco il mio corpo ma mi dà fastidio non averne il controllo come prima. Il mio corpo lo vivo pur non potendone disporre al 100%. Lo percepisco e ne ho anche cura, perché devo preservarlo da altri tipi di decadimenti, devo stare attento a non stare troppo seduto, a idratarlo per evitare le piaghe, insomma devo farmi bello anche io. Qualcuno ogni tanto negli incontri via chat mi dice “Peccato, se non avessi questi problemi saresti un bel ragazzo”.
La cosa che mi fa un po’ sorridere è che i miei genitori vedono la figura mia, del disabile, dissociata completamente da un’ipotetica storia a livello sessuale. Per esempio una volta in discoteca ho avuto un contatto intimo con una persona che mi ha lasciato evidenti segni sul collo, ma i miei genitori hanno pensato che qualcuno mi avesse picchiato.
Mi è capitato che i miei colleghi facessero spesso battute sull’omosessualità non pensando che chi lavora con loro fianco a fianco anche se è in sedia a rotelle può avere quei gusti sessuali.

Un fenomeno a parte: i devotees
Le persone disabili, soprattutto in chat, possono venire contattate dai cosiddetti devotees.
“Il devotismo (in italiano) – spiega Giorgio Rifelli, medico, specialista in psicologia clinica – è una forma di perversione, o parafilia come si dice oggi, dove si mescolano le carte di due dimensioni diverse, quella del feticismo – perché nel devotismo c’è una particolare passione per una cosa, ad esempio per un arto mutilato o per una protesi – ma anche quella del sadismo, perché la persona disabile porta già delle mutilazioni, incarna la persona danneggiata, quindi alle fantasie del sadico porta già la soluzione. Cioè il devoto non ha bisogno di produrre una fantasia dove aggredisce e danneggia la persona, perché c’è già la persona danneggiata.
La persona disabile che è oggetto di attenzioni di un devoto, se all’inizio può essere anche contenta, nel tempo finisce per sentirsi ancora più disabile e non considerata come persona”.
“I devotees – racconta Valentina – sono secondo me la croce e la delizia delle donne con disabilità. Alcune donne disabili vedono nei devotees l’ultima spiaggia, però quasi mai queste storie diventano storie d’amore. È sicuramente un feticismo, in alcuni casi diventa una patologia psichiatrica, perché alcuni cercano solo donne amputate, sono attratti dall’amputazione o dalla menomazione o dalla paralisi, ma non dalla persona in sé. Alcuni me l’hanno detto espressamente di essere dei devoti nelle chat per disabili. Altri invece, quando avevo 16 anni, non sono stata in grado di riconoscerli perché non sapevo che esistessero.
Poi ci sono anche i caster (da to cast, ‘prendere lo stampo’), che sono attratti dalle protesi ortopediche e le indossano nel privato e girano con la carrozzina pur non essendo disabili. Ci sono anche molte donne caster.
Ci sono anche i wannabe (contrazione di want to be, ‘voler essere’) che sono coloro che vorrebbero essere disabili.
Infine ci sono i pretender che si fingono disabili non nel quotidiano ma solo nella vita privata.
C’è un po’ di tutto, e le persone dovrebbero essere informate”. 

3. Sesso, amore & disabilità

Sesso, amore & disabilità è stato presentato in anteprima nazionale al pubblico il 30 ottobre 2012 all’Auditorium Biagi di Sala Borsa a Bologna, all’interno della programmazione del Festival “Gender Bender”. Da allora si sono succedute varie proiezioni sul territorio nazionale, non ultima quella al Festival “Nati per vincere?” di Carpi, ad aprile 2013. Il documentario è stato richiesto anche per corsi all’Università di Bologna, e per corsi di formazione a esperti del settore, ed è disponibile per chiunque ne faccia richiesta.

“Salute, forse lo studio, forse il lavoro, però basta, non ci chiedete altro, perché che cosa volete? Vi si dà lo studio, la salute e il lavoro, volete anche il sesso? Cominciate a esagerare!”. Esordisce così Gabriele Viti, uno degli intervistati di Sesso, amore & disabilità, il film-documentario alla cui realizzazione ho collaborato, insieme ad Adriano Silanus, Priscilla Berardi, Raffaele Lelleri e Jonathan Mastellari, che mostra la storia di circa trenta uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, di ogni età e stato relazionale, che si raccontano in prima persona davanti alla telecamera.
Il documentario porta per la prima volta sul grande schermo le tematiche della vita sessuale e affettiva delle persone disabili fisiche e sensoriali. All’inizio non sapevamo dove ci avrebbe condotto il progetto, non eravamo sicuri di poter trovare persone da intervistare che volessero rendersi così visibili, con nome, cognome, città di provenienza. Abbiamo lanciato un comunicato stampa per cercare intervistati, e le richieste sono state oltre le aspettative. Tre anni di lavoro, 50 ore di registrazioni video-filmate, e più di 9.000 chilometri percorsi in tutta Italia, sono diventati un docu-film di 105 minuti, che cerca di sfatare tabù, imbarazzi, silenzi, equivoci e pregiudizi. La forza del documentario è proprio il “metterci la faccia”, raccontarsi in un aspetto della propria vita intimo e riservato, per dare visibilità a un tema che passa sempre in secondo piano. Le persone disabili, le famiglie, gli insegnanti, gli educatori, gli amici, i volontari sono sempre impegnati tutti i giorni a risolvere alcune questioni pratiche: trovare ad esempio degli accompagnatori per gli spostamenti, o degli assistenti domiciliari, o non vedersi ridotte le ore dell’insegnante di sostegno… Ci si trova di fronte a barriere architettoniche, a barriere culturali, a diritti che vengono meno. Si è impegnati nella ricerca di una propria autonomia e vita indipendente, o si è preoccupati per il “dopo di noi”. Ci sono sempre questioni che sembrano avere la precedenza, e alla sessualità e all’affettività si riserva uno spazio e un tempo residuo. Invece anche le persone disabili, come tutti, vogliono e possono vivere la propria sessualità. L’essere umano tende naturalmente al piacere, al benessere fisico e affettivo, e l’idea che le persone disabili siano asessuate è stata finora un comodo alibi per risposte che la nostra società e la nostra cultura non sono pronte a dare.
Le narrazioni e le emozioni degli intervistati di Sesso, amore & disabilità sono uno strumento di informazione sia per chi non ha frequentazioni particolari con la disabilità, sia per chi la disabilità la vive quotidianamente. Spesso le persone disabili hanno assorbito dall’ambiente socio-culturale in cui sono immerse tanto pietismo e tanto distacco che finiscono per essere le prime a discriminare se stesse e a non mettersi in gioco. A volte non è neppure l’ambiente in cui vivono ad affievolire le speranze e l’idea di proporsi come partners, ma il bombardamento di immagini, commenti, opinioni che mostrano come ideale una bellezza, una perfezione e uno stile di vita che nel paragone con se stessi sembrano irraggiungibili.
Sesso, amore & disabilità tocca anche tanti temi ricorrenti nel mondo della disabilità: ad esempio la famiglia, l’autonomia, l’autodeterminazione di sé, la diversità dei corpi, la bellezza, le professioni educative. Non dimentichiamo che per trovare un/a partner servono occasioni, bisogna uscire, incontrare gente sempre nuova, anche più volte, per consolidare i rapporti e farsi conoscere. Ma molte persone che hanno serie limitazioni della mobilità di occasioni per uscire ne hanno poche, non hanno tanti accompagnatori e vivono in una notevole mancanza di privacy. Di solito si pensa la persona disabile inserita in un contesto assistenziale e riabilitativo, con dei Servizi e delle associazioni ad hoc, con degli spazi dedicati, degli adattamenti, dei bisogni speciali. Si fa fatica a immaginarla in un contesto del tutto normale. Il documentario porta in scena invece proprio l’aspetto della normalità, quei lati della vita e dei sentimenti che appartengono a tutti. O forse potremmo dire che porta in scena la diversità come un aspetto che riguarda tutti.
La conoscenza è la chiave di tutto. La visibilità. Ad esempio quando una coppia in cui c’è una persona con disabilità gira a passeggio con il partner, nessuno pensa che quello sia il partner: per tutti è la badante o al massimo un amico. Katia, una ragazza sorda, lamenta invece l’“audismo” delle persone udenti, che per comunicare vogliono sempre solo sentire, anche quando a parlare sono persone sorde, e non accettano di fare quel piccolo sforzo che sarebbe necessario per socializzare e unire i due mondi. Sulle persone non vedenti invece si possono avere timori di trovarsi con una persona totalmente dipendente da altri. Ci sono tanti dubbi, tante paure, tante distanze. Occorre conoscere e farsi conoscere, abituarsi alla e nella diversità. Sesso, amore & disabilità permette questa conoscenza, con volti, storie, sguardi, sorrisi, risate. La voce intima e non interpretata dei protagonisti è accompagnata da quella dei loro amici, familiari e partner e da quella di esperti e il video è montato come un collage in cui le interviste sono proposte lungo un percorso che tocca diversi temi, introdotti da brevi riflessioni fuori campo, dall’innamoramento alle difficoltà fisiche, dalla vita di coppia alle possibilità tecnologiche e mediche, dalla maternità agli stereotipi della società.
Sesso, amore & disabilità è promosso e realizzato dall’Associazione Biblioteca Vivente di Bologna, in collaborazione con le associazioni Centro Documentazione Handicap di Bologna ed Equality Italia, e con il patrocinio istituzionale della Regione Toscana, della Regione Veneto, della Provincia di Ferrara, della Provincia di Genova, della Provincia di Gorizia, della Provincia di Macerata, della Provincia di Milano, del Comune di Felizzano (AL), del Comune di Bologna, del Comune di Napoli, del Comune di Sassari, del Comune di Udine, del Comune di Venezia e dell’Ospedale Riabilitativo di Montecatone (Imola, BO).
Il documentario è stato realizzato completamente attraverso il volontariato e il crowdfunding, cioè il finanziamento dal basso da parte di persone che hanno creduto al progetto e hanno voluto versare una quota per contribuire. Il DVD ha sottotitoli in italiano per le persone non udenti, e in inglese, francese, spagnolo per una distribuzione europea. Inoltre è accompagnato da una traccia di audiodescrizione per le persone non vedenti.
L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha riconosciuto il progetto come “iniziativa di rilievo nell’ambito delle attività di prevenzione e contrasto delle discriminazioni”.

Per saperne di più:
valeria@accaparlante.it 

2. Sessualità è Relazione, per realizzare compiutamente se stessi

di Priscilla Berardi

Prima di addentrarci nelle tematiche dell’affettività e sessualità delle persone disabili, lasciando spazio anche ai diretti interessati, è necessario fare chiarezza sui termini. Cosa intendiamo quando parliamo di sessualità? E quando parliamo di sessualità e disabilità? Lo abbiamo chiesto a Priscilla Berardi, medico, psicoterapeuta, formata in sessuologia, e coordinatrice del film-documentario Sesso, amore & disabilità.

Di cosa parliamo quando parliamo di Sessualità? È riduttivo associare la sessualità unicamente al sesso. Sessualità comprende – nel senso di accogliere in sé – il sesso e al tempo stesso lo spiega, lo descrive e lo comunica. La sessualità è la comunicazione di un desiderio e di un piacere attraverso il corpo, in un linguaggio non verbale e universale; è l’incontro con l’Altro per conoscerlo e per conoscere se stessi; è la cura di sé e l’espressione di un proprio modo di essere, di esprimersi, di sedurre. Vivere la propria sessualità è un modo per crescere, per affermare la propria personalità, per realizzare compiutamente se stessi, per giocare con l’Altro.
Il percorso di sviluppo della sessualità è comune a tutti gli individui, disabili e non: nasciamo sessuati non solo per il fatto di avere degli organi genitali, ma anche per la comunicazione che da subito si instaura, attraverso il corpo, il movimento e i cinque sensi, con chi ci ha generati e poi via via con un mondo sempre più vasto. Nel contatto e nello scambio cresciamo emotivamente e cognitivamente, attraverso l’attivazione di circuiti neuronali e la graduale sperimentazione di ciò che siamo in grado di proporre di noi stessi e di ricevere dall’Altro. Se le esperienze sono piacevoli sin dall’infanzia, e lo sguardo che osserva il nostro corpo è benevolo, quel nostro corpo ci sarà amico, ne avremo una percezione di libertà, sicurezza, affidabilità: sapremo donarlo e rispettarlo.
Nella disabilità è più difficile maturare una percezione positiva del proprio corpo: il movimento è ostacolato, c’è dolore, mancano la vista o l’udito – che sono i prìncipi del controllo dell’ambiente e della comunicazione col mondo –, c’è bisogno di assistenza, di strumenti esterni, si viene esaminati e manipolati a fini diagnostici e riabilitativi… Tutto dice al disabile che non è uguale agli altri, che così com’è c’è qualcosa che non va. Quel corpo, da guscio che lentamente si schiude, può allora diventare gabbia che costringe e limita. Addio sensazioni di libertà e affidabilità, addio piacere!
Eppure sotto tutte quelle difficoltà e quelle limitazioni, il corpo e i sensi del disabile sono ancora vivi e sessuati. E non perché continuano a funzionare gli ormoni e le vie nervose, ma perché attraverso quella pelle, quelle mani, quei piedi, quegli occhi, ancora si esprime un individuo in tutta la sua personalità, desideri, aspirazioni e capacità di scambiare piacere col mondo esterno.
Nella cultura della performance e della normalità omologata, che esibisce modelli di perfezione estetica e funzionale come icone da adorare e imitare, e che riconduce anche la sessualità a regole e stereotipi, c’è poco spazio per linguaggi ed esperienze alternativi. Eppure la Sessualità è prima di tutto Relazione, con tutta la sua componente emotiva, intima, interazionale. E nella relazione non conta quanto perfettamente si fa una cosa, ma il modo del tutto personalizzato e quindi originale di farla. È un cammino, originale e creativo, per co-costruire e raggiungere un obiettivo. Se saremo in grado di difendere l’immagine che abbiamo di noi stessi e i nostri desideri anche di fronte alle critiche degli altri, se sapremo uscire dall’idea standardizzata di prestazione e lasciarci andare con pazienza e fiducia alla guida e alla scoperta l’uno dell’altro, saremo in grado di conoscere tutte quelle carezze, quei baci, quell’erotismo pienamente soddisfacente perché creato apposta per noi, modellato sul nostro corpo. E ci sentiremo autori anche del piacere dell’Altro. Vale sia per chi è disabile sia per chi non lo è. Il mondo del piacere e del fare l’amore è variegato e le differenze tra i membri di una coppia possono essere stimolanti, così come può essere gratificante la complicità che viene dal trovare insieme la strada comune al di là delle difficoltà.
Certo per co-costruire la relazione con una persona disabile ci vuole fantasia, consapevolezza di sé, pazienza, costanza, maturità. Il disabile deve abbandonare la paura del rifiuto e imparare a proporsi; il non disabile deve vedere il potenziale partner come persona alla pari e non come persona da “badare”: deve accettare di essere essenzialmente simile al disabile nonostante tutte le evidenti differenze. Non è facile fare i conti con i limiti dell’Altro, ma soprattutto con i propri. Coppie miste, di persone non disabili e disabili fisici, di non disabili e non udenti, di non disabili e non vedenti, ne esistono sempre di più. È la conoscenza reciproca, l’apertura dei canali recettoriali, linguistici e intellettuali che ha permesso a queste coppie di incontrarsi.
Per questo serve parlarne, informare, fornire occasioni per sperimentare e sperimentarsi. Solo negli ultimi anni la discussione sull’argomento sessualità e disabilità si è diffusa ai non addetti ai lavori, a un pubblico più vasto che forse, a differenza di quarant’anni fa quando il dialogo su questi temi è iniziato, è ora pronto per ascoltare, riflettere e metabolizzare una nuova visione delle cose. Ci si è accorti che non si può più rimandare, che il retaggio culturale che vuole il disabile asessuato, bambino, fatto solo di buoni sentimenti e problemi pratici su come lavarsi e vestirsi è superato. La persona disabile rivendica il proprio diritto a vivere la propria Identità di Persona integralmente, inclusa la propria identità sessuale. La masturbazione, la prostituzione non sono più sufficienti. È necessario cambiare il pensiero socio-culturale affinché le persone, disabili e non, si incontrino e si mescolino. Vanno abbattute le barriere mentali, ultimo baluardo di un rapporto gerarchico tra chi è “normale” e chi è “da assistere” e “fuori schema”. Ben vengano i film, i documentari, le conferenze, gli articoli, le lezioni magistrali. Ben venga un’educazione sessuale e affettiva fatta ai disabili per insegnare a corteggiare, a conoscere e usare il proprio corpo, le sue funzioni, le risposte agli stimoli, il piacere che può provare e donare e non solo la sofferenza, al fine di annullare la scissione mente-corpo. Un’educazione che mostri che ognuno ha un proprio stile di seduzione e che protegga dagli abusi dei malintenzionati. Ben vengano le opportunità per le famiglie, gli educatori, i medici, gli insegnanti e tutte le figure coinvolte nella cura della sessualità o della disabilità, di mettersi in discussione e analizzare i propri pregiudizi. Ben venga l’abbattimento delle barriere architettoniche che permetta ai disabili di fare vita mondana e culturale e non solo associativa, così da abituare la gente comune alla normalità della loro presenza e ad avvicinarsi e toccare con mano quelle paure e quei tabù che ci offuscano la mente.
In fin dei conti, se ci pensiamo bene, tutti siamo nudi quando nasciamo. 

1. Un filo conduttore di trent’anni


A cura di Valeria Alpi

“Sesso e handicap: a quanti si rizzano i capelli sentendo un simile accostamento? Quanti si vestono di teorie e moralismi per non ammettere che le relazioni affettive e sessuali fanno parte integrante delle persone disabili come di qualsiasi individuo? […] Salvo iniziative sporadiche però, il tema delle relazioni affettive e sessuali delle persone handicappate è tutt’oggi tabù e chi trasgredisce questa regola desta ancora grande scalpore […] Con queste premesse abbiamo iniziato il lavoro di raccolta di materiale riguardante la sessualità a cui è seguita la formazione di un gruppo di studio come risposta all’esigenza di conoscere e approfondire un tema così sentito da ciascuno di noi.
E così abbiamo scoperto che sul problema dei rapporti interpersonali, sui problemi della tenerezza, dell’amore, della sessualità, tutti hanno difficoltà a entrare nella mischia, ma che è anche comodo utilizzare queste difficoltà per insabbiare ancora una volta la sessualità dei ‘diversi’. La ricerca del gruppo non coinvolge soltanto le persone handicappate, vogliamo arrivare dentro la cosiddetta ‘norma’ non soltanto per mettere in discussione la relatività di questo termine, ma sopratutto per comprendere le vere motivazioni che spingono tanti ‘normali’ a reazioni così diverse di fronte alla vita sessuale e affettiva di chi non rientra nei canoni. Capire i perché di chi nega, prima di tutto a se stesso, l’esistenza di un corpo vivo e teso verso gli altri; chi invece, per contro, coglie di questa persona solo l’oggetto di cure riabilitative; chi ha orrore di pensare il proprio figlio handicappato mentre fa l’amore; […] e l’impossibilità di compiere l’atto sessuale, come se l’amore avesse un solo binario in cui poter correre, e i soliti modelli da ricalcare: ‘lui’ forte e conquistatore, ‘lei’ bella e oca, pronta a essere rapita”.
Ammettiamolo: a parte la parola “handicappato” che forse ai nostri giorni stona un po’, queste righe avrebbero potuto benissimo essere state scritte solo qualche settimana fa. Invece sono estratte dall’articolo intitolato “Sesso negato” di Maria Cristina Pesci, medico, psicoterapeuta e sessuologa, che inaugurava il numero “uno” (così era scritto sulla copertina dell’epoca) del primo numero della rivista “HP-Accaparlante” del 1983. La rivista compie quest’anno trent’anni di vita, e devo dire mi emoziona avere questo filo conduttore con il 1983: proprio per il compleanno, riproponiamo il tema della vita affettiva e sessuale delle persone disabili, tema che ha contraddistinto la storia del Centro Documentazione Handicap e della rivista fin dai suoi esordi. Allo stesso tempo, questo parallelismo è preoccupante. Dopo trent’anni possiamo ancora ripetere gli stessi concetti: la sessualità delle persone disabili come un tabù, come un qualcosa che disorienta, fa paura, crea dubbi, ansie, aspettative…; e la diversità dei corpi, ancora “recintati” in tempi, modalità e luoghi “non normali”…
Sono passati trent’anni e questi contenuti sono ancora di potente attualità, anzi necessitano di tornare prepotentemente di attualità. Eppure, potreste obiettare, se ne parla, se ne parla molto, mai come in quest’ultimo anno se ne è parlato così tanto. È vero, il tema della vita affettiva e sessuale delle persone disabili è tornato di moda: innanzitutto con www.loveability.it, un sito internet che raccoglie le storie d’amore, o il desiderio di storie di amore, delle persone disabili o di chi ruota intorno alla vita di una persona disabile; e poi con la campagna sull’assistenza sessuale, al fine di introdurre anche in Italia alcune figure professionali esistenti già in altri Paesi europei. Entrambi gli argomenti sono rimbalzati su tutti i massmedia, con un tam tam ininterrotto sul fatto che le persone disabili non sono angeli o bambini, non sono persone asessuate, ma hanno – come tutti – il diritto a una vita affettiva e sessuale. La parola “diritto”, anzi “diritto di scelta”, è arrivata sui giornali, nelle trasmissioni televisive, nei siti internet, nei blog, on air sulle frequenze radiofoniche, come se prima non ci fosse stato nulla e ora invece si dovesse pretendere un diritto a tutti i costi. Ma parlare di sessualità tocca corde profonde in chi ascolta, perché la sessualità dell’altro coinvolge anche noi stessi, ci mette in discussione, risveglia domande su chi ci sta di fronte e le riflette su di noi. Siamo pronti a rispondere a noi stessi, alle persone disabili e ai loro familiari? Siamo pronti a superare e ad aiutare a superare i pregiudizi, le paure, le difficoltà, i silenzi? Occorre tornare, allora, al nostro filo conduttore, che per trent’anni ha costruito cultura e formazione sui temi dell’affettività e della sessualità delle persone disabili. Occorre accompagnare i nuovi temi emergenti e la voglia delle persone disabili di uscire allo scoperto con le loro storie e le loro emozioni, con un percorso culturale che permetta di soffermarsi su alcuni nodi cruciali della questione: esiste una sessualità normale e una disabile, o esiste solo la sessualità? Quali emozioni e sentimenti le ruotano intorno, quali desideri, paure, condizionamenti? Quale creatività possiamo mettere nei rapporti? Come aiutare un corpo “recintato” e “sminuzzato” in più parti a conoscersi e a esprimersi come un intero? Se non riusciamo a portare avanti un accompagnamento culturale insieme alle proposte di nuove tematiche emergenti, rischiamo paradossalmente di rimanere indietro, e di avere dei vuoti di senso. È vero, i temi sono urgenti, ma già la saggezza popolare fa notare che la fretta è una cattiva consigliera. Come Centro di Documentazione Handicap in tutti questi anni non ci siamo mai stancati di fare informazione, di raccogliere documentazione, e di attivare formazione e consulenza per persone disabili, famigliari, educatori e operatori, sui temi dell’affettività e della sessualità delle persone disabili. Il lungo e approfondito lavoro monografico Le passeggiate sono inutili. Suggerimenti possibili e impossibili nel confronto tra sessualità e handicap, di Donata Lenzi e Maria Cristina Pesci (“HP-Accaparlante”, 2001) ne è la prova. Ed eccoci ancora una volta qui, a riflettere su queste tematiche, proponendo risposte o suggerendo altre domande su cui ri-partire e lavorare. Questa monografia si rivolge a tutti, agli esperti del settore, agli educatori, agli insegnanti, agli operatori, ai volontari, alle famiglie, alle stesse persone disabili, ma anche a chi non ha particolari conoscenze del mondo della disabilità. È una voce narrante – proprio a partire dalle parole delle persone con disabilità – che vuole suggerire immagini, come delle vere e proprie istantanee fotografiche, per poter ripensare i nostri schemi mentali e guardare con nuovi occhi chi ci sta di fronte. La monografia si sviluppa idealmente in tre parti, a cominciare dalle storie di  Sesso, amore & disabilità, un lungo lavoro di documentazione video filmata cui ha collaborato anche il Centro Documentazione Handicap. Il film-documentario, con la regia di Adriano Silanus e il coordinamento scientifico di Priscilla Berardi, porta per la prima volta sul grande schermo le tematiche della vita sessuale e affettiva delle persone disabili, senza pietismi né retorica, e senza avere paura delle parole e dei pensieri. La seconda parte della monografia pone, invece, al centro dell’attenzione il corpo con disabilità, attraverso il racconto di alcune esperienze laboratoriali condotte all’interno del Progetto Calamaio. L’ultima parte della monografia affronta infine le differenze di genere, l’importanza dell’educazione sessuale, e i nuovi temi emergenti, come l’assistenza sessuale, attraverso la voce di chi lavora fuori dall’Italia.

Accedere direttamente all’oggetto libro, per conoscere, pensare, essere

Di Tatiana Vitali

Quello che state facendo in questo preciso momento, cioè leggere, è un’attività allo stesso tempo banale e complessa. Una di quelle azioni che per piacere o per dovere, ci vede protagonisti moltissime volte al giorno. Tutti però in modi diversi.
Per questo, in questo secondo appuntamento, vorrei condividere con voi qualche riflessione a proposito di un progetto nato due anni fa dalla collaborazione tra la cooperativa “Accaparlante”, il CAT – Centro Ausili Tecnologici di Bologna e la Mediateca di San Lazzaro di Savena sull’accessibilità alla lettura per persone con deficit motorio o comunicativo e la costruzione del libro modificato e personalizzato.
Due percorsi paralleli “Lo scaffale sulla lettura accessibile” e un ciclo formativo di base di primo e secondo livello rivolto a insegnanti, operatori culturali, educatori e familiari hanno regalato, soprattutto ai lettori più giovani, nuove soluzioni e proposte creative legate alla lettura su misura.
Ad aprire le porte dello scaffale, lo scorso novembre, l’incontro “Leggere per vivere” alla Mediateca di San Lazzaro di Savena, ospite la scrittrice e illustratrice Arianna Papini che ci ha raccontato dove nascono le sue illustrazioni e i suoi libri. Libri cui noi, animatori del Progetto Calamaio, siamo legati da lungo tempo, inseparabili strumenti delle nostre animazioni. Insieme a lei anche Manuela Trinci, psicoterapeuta infantile e studiosa di letteratura per l’infanzia, con un intervento dal titolo ironico e importante Babbo, perché sono scema?… I libri raccontano dolore, solitudine e fatica della diversità.
Ne sono susseguiti altri quattro incontri, in cui si è cominciato a parlare di “libri per tutti e accessibilità della lettura”, ideati per permettere alle persone con disabilità motoria, sensoriale, comunicativa o con disabilità multiple di accedere alla lettura a partire da piccoli accorgimenti, dalle mollette da bucato inserite all’esterno delle pagine, al cartoncino per inspessire le pagine stesse fino al volta pagina elettronico, ausilio tecnologico in piena regola. Sono queste soluzioni pratiche e piuttosto semplici che ci consentono di accedere direttamente e senza troppe mediazioni all’oggetto libro. In seguito si è cominciato a parlare di libri tattili, dedicati a non vedenti e ipovedenti e si è accennato in questa sede anche al mondo degli audio libri.
Il terzo appuntamento è stato dedicato alla parte teorica sulla CAA, la Comunicazione Aumentativa Alternativa. Facciamoci aiutare da Maria Antonella Costantino: “la Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) è ‘ogni comunicazione che sostituisce o aumenta il linguaggio verbale’ ed è ‘un’area della pratica clinica che cerca di compensare la disabilità temporanea o permanente di individui con bisogni comunicativi complessi’ (ASHA, 2005). L’aggettivo ‘aumentativa’ sta a indicare che tende non a sostituire ma ad accrescere la comunicazione naturale, utilizzando tutte le competenze dell’individuo e includendo le vocalizzazioni o il linguaggio verbale esistente, i gesti, i segni, la comunicazione con ausili e la tecnologia avanzata”.
In parole povere la CAA è un linguaggio utile per persone che hanno difficoltà linguistiche, più o meno gravi, persino per chi non riesce proprio a emettere suono.
A questo punto si è cominciato a mostrare la differenza che c’è fra libri modificati e personalizzati. La conoscete? Il libro personalizzato è un libro che parte da una nuova storia, dai desideri del lettore e da quello che il lettore può fare. Cosa diversa, invece, è parlare di libro modificato, perché, in quel caso, si modifica una storia già esistente in commercio attraverso simboli codificati internazionali.
Infine, all’ultimo incontro, è venuto il bello, la parte pratica: costruire un libro modificato a partire dalla fiaba classica de I tre porcellini, pensata per un bambino di scuola materna. Divisi in gruppi e partendo dalla modifica, dalla riduzione e dalla semplificazione del testo si è giunti così alla creazione di una vera e propria pagina. Purtroppo in quell’occasione non c’è stato più il tempo ma le fasi successive sarebbero state quelle della scelta delle immagini e la traduzione del testo in simboli. Un percorso davvero stimolante!
Accrescendo la comunicazione naturale, la CAA non è infatti uno strumento utile solo per le persone con disabilità ma può diventare occasione di conoscenza per tutti, capace com’è di stimolare le nostre azioni e reazioni creative. Prendo ora spunto da una frase del mio collega Claudio Imprudente quando ci racconta che “adattare non significa semplificare”.
Il libro modificato è proprio un ausilio che se ci consente una relazione fisica diretta con il supporto non la riduce alla semplice fruizione bensì l’amplifica, fornendo all’incontro con la stessa ulteriori stimoli e suggestioni, costringendoci ad andare a fondo, alle radici e alla sintesi del racconto, e questo, è un dato di fatto, è un’esperienza unica per tutti i lettori.
Per questo Accaparlante e CAT hanno scelto di proseguire la collaborazione con la Mediateca in questa direzione, continuando la relazione con l’oggetto libro anche con l’utilizzo di tecniche e tecnologie specifiche come il software Symwriter e l’elaborazione delle immagini oltre che la traduzione di libri individuati dai corsisti e dai docenti.
Perché, in fondo, il libro è l’ausilio più personale, che possiamo portare sempre in tasca e condividere con gli altri. E la lettura è l’azione che più di altre ci rende liberi perché ci permette di conoscere, pensare, essere.

Per informazioni:
Annalisa Brunelli – annalisa@accaparlante.it
Brunella Stefanelli – bstefanelli@ausilioteca.org 

La corsia degli incurabili

Di Lucia Cominoli

Corsia degli incurabili è un atto unico per un attore solo, composto in versi dalla poetessa Patrizia Valduga. Il protagonista, un malato su sedia a rotelle, vive e lotta contro l’immobilità, la sua e quella della società italiana, superficiale e corrotta, espressione manifesta della dittatura televisiva degli ultimi anni.
L’omonimo spettacolo, riletto e diretto nel 2010 da Valter Malosti, regista di Teatro di Dioniso di Torino, ha avuto per protagonista Federica Fracassi, attrice e fondatrice di Teatro I di Milano. Il Teatro dell’Elfo (MI) ne ha ospitato lo scorso gennaio una nuova replica, segnalata tra le migliori proposte della stagione nazionale.

… ora e nell’ora della nostra morte.
Ave Maria… Buongiorno, nuovo giorno!
E ave alla vita! … della nostra morte!

Piena di grazia, il Signore è con te…
Quello spicchio di luce è il nuovo giorno.
Il Signore è con te, luce, è in te…

… e nell’ora che passa la paura.
Mia dolce luce, gioventù del giorno,
tu spicchio di giustizia vera, giura

che qui, a noi, soldati del dolore,
non porterà troppo dolore il giorno,
che a tutti i giusti gemiti del cuore

si darà ascolto… ci sarà pietà…
almeno per un giorno, questo giorno…
Pura luce, misura d’umiltà,
giura che sarà giusto il nuovo giorno,
che sarà azzurro più di ogni altro giorno

(Allegramente)
Che programmi per oggi? Su vediamo:
un migliaio di cose a cui pensare.
Beh, un migliaio… non esageriamo!

Quello spicchio di luce è il nostro giorno:
l’azzurro lo dobbiamo immaginare;
alba e tramonto, aurora e mezzogiorno

stanno più su, da quelli col denaro.
E con tanto di stelle, luna e sole.
Ma mica se li godono, sia chiaro.

La chiamano così: democrazia.
(Con violenza)
Non c’è più rispetto per le parole!
si usano a vanvera!… Santa Maria…

madre di Dio! E ti credo che il mondo
è così stronzo! È questo vile oltraggio
alle parole il motivo profondo!

È il continuo oltraggiare le parole
che vede i furbi sempre col vantaggio
e lascia noi qui sotto senza sole!

Ma tu ora sole salpa, dai, coraggio,
fa vela verso loro, e fa buon viaggio.

Patrizia Valduga, poetessa veneta, quando scrisse questi versi diciotto anni fa, nell’agosto del 1995, lo fece pensando a Franca Nuti, attrice torinese. Un bel confronto quello tra la moglie del poeta e critico letterario Giovanni Raboni e una delle più popolari signore del teatro anni ’80,  premio Ubu come miglior attrice. Corsia degli incurabili, atto unico per un attore solo, non è certo una prova facile, nemmeno per lo spettatore più sensibile.
In scena una lotta alla sopravvivenza senza esclusione di colpi, protagonista un malato generico su sedia a rotelle impegnato a trascorre gli ultimi giorni tra il desiderio della fine e un’incurabile voglia di bellezza. La poesia, calmante e ansiolitico, ne è l’unica e inarrestabile esplosione segreta.
Scomodo e complesso, Corsia degli incurabili è un testo che si affronta con una buona dose di coraggio, proprio come hanno fatto altri due premi Ubu dei giorni nostri, il regista di Teatro di Dioniso di Torino Valter Malosti e  la lodatissima Federica Fracassi, attrice e fondatrice con Renzo Martinelli dello spazio Teatro I sulla cerchia dei Navigli milanesi.
Già composto nel 2010 e ripresentato a gennaio al Teatro dell’Elfo di Milano, lo spettacolo è stato accolto anche quest’anno con grande entusiasmo, capace ancora com’è di riversare lo sguardo sui morbi non solo del singolo ma dell’intera società contemporanea,  tra canto e grido, tra soavità e furia.
Endecasillabi, le parole, combinati in terzine e distici alla maniera sirventese, quella dei padri danteschi, scivolano in raffinate e ironiche litanie, rampogne, rimpianti delle montagne, ferite liriche in cui balenano il ricordo di amori tinti d’oro e d’azzurro, della giovinezza veneziana, di notti da trecento ore. Finché non si arriva al presente e la sofferenza lascia il posto all’indignazione.
Chi è davvero il terminale nell’Italia berlusconiana? – ci chiede la Valduga – il malato o il pubblico della dittatura televisiva? Che cosa resta a un poeta che non può più muoversi di fronte alla semplificazione, alla dimenticanza, allo svuotamento del corpo e del linguaggio? Il popolo ignora i suoi cantori e quel che è peggio è che anche li ammazza, lasciandone la voce solitaria e inascoltata.
Indimenticabile, l’interpretazione di Federica Fracassi si misura, sottile ed energica, tra i registri del sublime e la più banale attualità.
La disabilità è qui condizione simbolica di immobilità corporea, esistenziale e politica.
Un’icona volutamente patetica e stereotipata, quella della donna “soldato del dolore”,  che si ribalta nell’impetuosità della parola, nell’intensità dell’accusa e negli ironici commenti a margine del quotidiano.
Complice il volto pallido, il camice bianco e i capelli rossissimi dell’attrice,  dove anche l’immagine più consueta, la pianta-vegetale, si fa surreale e fantasmatica senza perdere di vista il concreto, il luogo comune, il trito e ritrito della “normalità”:

[…] Le tivù ci hanno fatto l’incantesimo…
Se non scarica il cielo una saetta,
tutti servi del secolo ventesimo!

Classifiche, sondaggi, lotterie…
siamo solo strumenti di collaudo
per i bordelli… o per le osterie…

Che cosa non si deve sopportare!
Se penso che c’è ancora Pippo Baudo
che son trent’anni che mi fa cagare…

Trent’anni? ma saranno anche quaranta…
E la paghiamo noi… ha certi prezzi…
lui munge le sue vacche lì… e ci canta

le canzonette… fa i pettegolezzi…
Se mai esco di qui mi fanno a pezzi!

La regia di Valter Malosti amplifica il romanticismo decadente della rappresentazione insieme alla sua vocazione più contemporanea in un contraddittorio di luci e di musiche, di suoni barocchi e inquieti, di riferimenti colti e  di omaggi popolari. Tra questi Gluck e Beethoven,  Chris Watson e Fausto Romitelli, Carmelo Bene e Uri Caine, Giovanni Lindo Ferretti e Caruso fino alle romanze da pianoforte di Francesco Paolo Tosti.
Sospeso tra tradizione e ricerca il Teatro di Dioniso di Malosti come al solito straborda, per arrivare alle radici del discorso, ambiguo, irriverente e sensuale, così come lo è la nostra protagonista immobilizzata.
Sul teatro di poesia la critica si è spesa moltissimo ma nulla, in questo caso, ci sembra più vicino alla sua origine dei punti 3 e 9 della Lode della scrittura. Dieci tesi per un teatro organico del drammaturgo, poeta e pedagogo Giuliano Scabia che così annota:

[…]
3) La scrittura di un testo è innanzitutto un atto di ricerca radicale e organica. Una ricerca spinta fino alle estreme capacità di tensione del linguaggio e delle visioni del mondo, dentro le strutture del proprio tempo.

[…]
9) Ciò tuttavia fa pensare che di fronte a forme diverse ma convergenti di conformismo uno degli elementi di validità della scrittura teatrale consista nello spingersi al limite estremo di tollerabilità nei confronti di tutta la situazione esistente, nell’essere il meno tattica possibile, nel ricercare il livello più alto di scontro. Ciò che rende rischiosa e verificante la scrittura è questo trovarsi in continuo stato d’assedio: assediante e assediata.

Radicale e organica è qui anche la ricerca sulla disabilità, una ferita acquisita, ostentata, non idonea, dichiaratamente non conforme. Quello della Valduga è un corpo estraneo che se lo vive sulla pelle, un sismografo capace di cogliere le dissonanze di un paese che non si prende più sul serio e che ha perso i vocaboli. Alla fine se qualcosa resta ai cantori è la responsabilità di un gesto esteso, l’agitazione delle idee, la trasformazione dell’immaginario, agli altri la necessità di scavare all’interno di quelle immagini fino alle loro fondamenta. 

Rimetteremo in moto cento cieli…
d’oro e d’azzurro… oh, d’azzurro e d’oro…
se staremi distesi e paralleli…

sì, mettimi una mano tra i capelli…
sto migliorando… vedi che miglioro…

Per informazioni:
www.teatrodidioniso.it
www.teatroi.org

Una costante “novità”

Di Luca Giommi

Una cosa è certa, il Festival del Cinema Nuovo non è un nuovo festival di cinema. Giunto all’ottava edizione in sedici anni di vita (la manifestazione è a carattere biennale), il concorso lombardo risulta uno dei rarissimi, in Italia, in grado di garantire un elemento spesso sottovalutato, ovvero quello della continuità nel tempo, fondamentale non solo per chi dedica le sue energie per l’organizzazione e lo svolgimento del festival stesso, ma anche, e soprattutto, per chi decida di realizzare i film e per favorire la costruzione di un seguito di spettatori forte, fedeli o meno. E per chi, come chi scrive, ha l’opportunità di osservare l’evoluzione dell’evento e la crescita costante della qualità dei film selezionati (con l’accortezza di riportare nell’opuscolo i titoli di tutti i lavori iscritti), molti dei quali, peraltro, a opera di cooperative sociali ed enti che al festival partecipano da anni e che si confrontano con la produzione di un’opera filmica (cortometraggi in questo caso) con consapevolezza sempre maggiore in ogni momento della realizzazione di un film (scrittura, regia, montaggio, recitazione, ecc).
Questa consapevolezza “in divenire”, per molte di queste realtà, è possibile proprio perché esiste un luogo che quei lavori potrà ospitarli e mostrarli. La realizzazione di un’opera, l’esigenza di un’opera, certo, prescindono da uno scopo ben individuato, tanto più se, oltre al risultato finale, pesa in maniera così rilevante il processo della realizzazione (il coinvolgimento delle persone disabili in primo luogo), ma la certezza di un’occasione in cui rendere pubblico il frutto di un lavoro funziona da potente motore “motivazionale”, per non dire del piacere di rivedersi su un grande schermo condividendo il momento con altri, tanti, spettatori (circa 3.000 le presenze dall’Italia e dall’estero, un decimo circa quelle di persone disabili, un dato da ritenersi positivo).
Il Festival del Cinema Nuovo è un concorso internazionale di cortometraggi interpretati da persone con disabilità, questa la condizione minima per partecipare, ma sarebbe di sicuro interesse indagare, per ogni singolo lavoro, in quali e quante fasi della produzione dei corti le persone disabili abbiano avuto un ruolo attivo, con quali margini propositivi. Che ruolo giochi, per le varie cooperative, questa attività all’interno del lavoro che quotidianamente portano avanti. Nell’impossibilità di svolgere un lavoro analitico di questo tipo, riportiamo dall’opuscolo, molto curato, che accompagna i tre dvd dell’ottava edizione, il senso e le caratteristiche della proposta, così come pensata dagli organizzatori del festival, diretto, sin dagli esordi, dallo psicologo Romeo Della Bella.
“Si ritiene utile ribadire la peculiarità della nostra proposta. Altri (anche registi illustri) hanno proposto film sulla disabilità, con molta profondità e suggestione, svolgendo un’opera altamente meritevole di sensibilizzazione e di approfondimento. Altri hanno presentato portatori di handicap protagonisti nel rappresentare se stessi, evidenziando le loro capacità e prospettando anche possibilità progettuali per alcuni di loro. Altri ci hanno presentato magnifici documentari su varie attività espressive. Noi non vogliamo percorrere queste strade, anche se le apprezziamo e le condividiamo. Noi vogliamo valorizzare esperienze cinematografiche che i nostri giovani attuano nelle loro piccole Comunità. E nei ruoli più vari: in storie comiche, romantiche, poliziesche, avventurose…: vere fiction!”. Logicamente appropriate le finalità: “Anche l’attività cinematografica, se ben gestita, può produrre quei processi benefici di autostima e gratificazione che si possono innescare attraverso ogni attività creativa. Basta riuscire a canalizzare le loro molte positività che spesso non vengono valorizzate. Anche loro (le persone disabili) hanno capacità di rischio, vitalità, voglia di immedesimarsi in ruoli diversi, gusto di sognare. Anche voglia di fare cinema. Vogliamo, insomma, offrire un’altra possibilità di esprimersi. […]  Non vogliamo cadere nella trappola di far diventare terapia ogni esperienza. Però quando il piacere della espansione creativa-emotiva dell’operatore si allinea e integra con il piacere dell’espansione creativa-emotiva del giovane disabile, ne scaturisce un contatto “incandescente”, che fa scoccare la scintilla della vera terapia. Naturalmente c’è vero effetto terapeutico e la positività si generalizza in ambienti e situazioni diverse e si prolunga nel tempo. Ma se far cinema aiutasse anche solo a far star meglio e ad avere gioia di vivere nel qui e ora, non sarebbe poi cosa da poco”.
Il Festival del Cinema Nuovo può contare su una fitta rete di soggetti e istituzioni che ne garantiscono la realizzabilità: oltre al Comitato Organizzatore composto dal Comune di Gorgonzola (MI), sede del concorso, ci sono Pubblicità Progresso, ANFFAS, Coop. Soc. “Il Sorriso”, riceve il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Regione Lombardia, della Provincia di Milano e di Mediafriends Onlus. Tra gli sponsor ufficiali, lo stesso Comune, la Banca di Credito Cooperativo, la Cooperativa di Consumo Nobile e Brambilla, ANFFAS Martesana, ACLI Gorgonzola e Trebosi.
Varia, come sempre, in maggioranza tendente a una sorta di “variegato” comico che invita alla riflessione, la proposta filmica del 2012. Si distinguono, a nostro avviso, per una pluralità di elementi intrinseci all’opera, Anche se piove non mi bagno (C.D.I. Dip. Sal. Mentale Az. Sanit. Provinc. – Catania); Francesco e Bjorn (Centro Studi sulla Comunicazione W.O.C.E. – Zoagli – GE); Nonsocheditte (Centro Riab. “Vaclav Vojta” Coop. Soc. – Roma); Sulla punta dei piedi (CSE Coop. Soc. “Il Sorriso” – Pessano c/Bornago – MI); Awakening (Coop. Soc. “Il Ponte” – Villa Carcina – BS); La Panchina (Assoc. Volontariato “Quelli del Sabato” – Bellinzago Nov. – NO).

Referente: dott. Romeo Della Bella
E-mail: tonodb@libero.it
Tel. e Fax: 02/951.44.67
Segreteria: 331/991.19.93

Gioco libera tutti


Di Stefania Baiesi

Il progetto “Gioco libera tutti” è un nuovo laboratorio del Progetto Calamaio.
L’obiettivo è quello di far scoprire una modalità competitiva sana, divertente, giocosa e non violenta che favorisca le relazioni tra le persone e permetta l’inclusione nel gioco anche di chi ha abilità diverse, perché l’elemento fondamentale diviene non più la lotta per primeggiare ma la sfida creativa che consiste nel creare un gioco capace di far divertire insieme ognuno, con i propri limiti e le proprie abilità. In questo approccio diventa prioritario il rapporto con ogni singolo bambino che viene aiutato a trovare il proprio specifico modo di giocare con il gruppo e con le regole del gioco. Il laboratorio è stato realizzato in due classi quinte della scuola primaria “Elia Vannini” di Medicina (BO), con il contributo della cooperativa sociale “Il girasole” della medesima cittadina.
Hanno condotto il progetto l’educatore Luca Cenci e l’animatrice disabile Stefania Baiesi.

Perché un progetto sull’educazione motoria come questo? Quali sono gli obiettivi?
Gli obiettivi sono gli stessi del Progetto Calamaio, il Progetto “Gioco libera tutti” è un percorso nuovo, sperimentale, con nuove regole, che mira all’inclusione sociale attraverso il gioco e lo sport delle persone all’interno di una classe, di una squadra, di un gruppo parrocchiale o dei campi estivi. Le attività svolte tengono conto delle varie dinamiche d’inclusione sociale, non solo per quelle persone che hanno un deficit specifico, ma per tutti.
Tutti, appunto, devono avere un ruolo attivo nelle attività che proponiamo. Io con la mia carrozzina avrò dei ruoli specifici, così come il bambino che per timidezza fatica a esprimersi o quello sovrappeso con problemi di accettazione, anche a livello emotivo.
Difficoltà che si ripercuotono anche nelle relazioni con gli altri compagni.
Un passo centrale, dunque, è mantenere un occhio di riguardo alle differenze che alle volte possono essere più o meno visibili. Il gioco diventa strumento per l’integrazione, e utilizzando la creatività abbiamo inventato nuove regole condivise da tutti e abbiamo mostrato come tutti noi, nonostante le nostre diversità, possiamo ricoprire un ruolo attivo.
Il Progetto “Gioco libera tutti” è un progetto tutto nuovo. Variano metodologie e strumenti (il gioco in questo caso, con le sue regole e il contesto sportivo), gli obiettivi però rimangono i soliti: costruire e rafforzare le relazioni per una reale integrazione. Per questa volta si è deciso di sperimentarlo in una scuola Elementare di Medicina.
Dopo tanto tempo mi sono ritrovata come animatrice, ho riscoperto me stessa e il mio ruolo con i bambini. Mentre li osservavo giocare e divertirsi mi sono riposta delle domande, che spesso con il nostro lavoro spesso diamo per scontate… Che cosa stiamo facendo? Perché lo facciamo? Domande che sembrano scontate, ma in realtà non lo sono…
Da qui sono partita per una lunga riflessione, sono entrata in una dimensione diversa, una dimensione nuova e ho riscoperto il senso del mio lavoro, ho ripreso il gusto del mio lavoro, mi sono divertita molto anch’io.

Qual è stata la molla, come sono arrivata a capire?

Attraverso il sorriso di un bambino. È cominciato tutto da quel sorriso, una conferma per me che il nostro lavoro stava funzionando, che le nostre nuove regole divertivano molto, dopo di che, ci siamo sciolti sempre di più, sia io sia i ragazzini, poi pian piano siamo arrivati al dialogo, facilitato dal contesto del gioco.
È stato tutto un crescendo, verifica finale compresa: un’esplosione di biglietti scritti, le loro emozioni a non finire sul percorso fatto insieme, condite da disegni e cuoricini.
Come è stato il mio lavoro? Una difficoltà che ho sentito inizialmente è stata il non aver mai partecipato a certi giochi, perché non erano ancora stati adattati alle mie caratteristiche fisiche, tranne quelli che negli anni avevo imparato attraverso l’esperienza del Progetto Calamaio (l’uomo nero, il basket, il paracadute, ecc.), quindi, ho dovuto anche io mettermi di nuovo in gioco, imparando tutte le regole da zero.

Il ruolo di Luca? Luca mi ha dato una direzione rispetto a ciò che dovevo fare, l’ho visto lavorare negli incontri per la prima volta e, a mio modesto parere, francamente è stato molto bravo, l’ho visto molto preparato.
Come ho visto i bambini? Dall’inizio alla fine degli incontri è cambiato molto il clima, i ragazzini si sono divertiti molto, li ho visti sempre meglio, sempre più attivi e dinamici, come immaginavo, non ho mai avuto dubbi su questo, visti i nostri strumenti come il gioco e il divertimento, usati come tramite essenziale, nel nostro nuovo Progetto. Si è partiti dal silenzio, sintomo del disagio iniziale, per poi arrivare a stabilire un dialogo, costruire una relazione, un rapporto. Ad esempio nel primo incontro i bambini erano in imbarazzo di fronte al mio handicap e tendevano a evitare il contatto con me. Negli ultimi incontri invece, litigavano quasi per spingere la mia carrozzina e giocare con me!
Carmela, l’insegnante di classe, è stata molto partecipe, si è messa in gioco fin dall’inizio anche fisicamente, spingendo la mia carrozzina. Un ringraziamento va anche all’insegnante di sostegno e di educazione motoria che in completo accordo con l’insegnante di classe, ha permesso lo svolgimento delle attività nelle sue ore.

Ringraziamo la cooperativa “Il Girasole” per la loro disponibilità e la loro gentile collaborazione.                      

Quando il Calamaio macchia la classe

Di Roberta Zini, insegnante di sostegno

Sono tre anni che il Progetto Calamaio conduce dei percorsi a Correggio (RE) con classi delle elementari grazie al sostegno del Trocia Beach, un evento nato in ricordo della morte di un ragazzo soprannominato “Trocia”. Quest’anno ne sono stati realizzati quattro, e alcune maestre che hanno partecipato agli incontri hanno spedito delle considerazioni. Pubblichiamo quelle di Roberta Zini, insegnante di sostegno della classe 5° A della scuola primaria “San Francesco d’Assisi” di Correggio.

Correggio, mercoledì 6 marzo 2013
Eccoci, ecco il fatidico mercoledì 6 marzo che tanto ho aspettato.
Non esageriamo! Si aspetta con apprensione un evento tanto importante, si aspetta qualcosa che ti cambia la vita, non l’arrivo di esperti a scuola.
Eppure è così, perché arrivare a questo 6 marzo ne ho passate delle belle: intervenire più volte al Collegio docenti per essere sicura che il progetto passasse… per tutti i dati degli esperti da inviare in segreteria…, e la segreteria che ti chiama e ti dice che qualcosa non va, l’applicata che mette fretta, la mail che non funziona, io che tengo il cellulare spento… Perché riesco a complicare sempre tutto?
Inizia la lezione e non guardo l’orologio: non c’è l’ho.
Squilla il telefono in aula e ci avvertono che Loro sono arrivati.
Smarrimento: ci dobbiamo preparare, ma a differenza di altri incontri, gli alunni non sanno tanto per cui si aspettano il solito approccio. Pensano sia solo necessario chiudere il quaderno e vedere un po’ chi entrerà da quella porta, invece l’insegnante Elena dice che bisogna preparare l’aula.
Io non sento le sue parole, se non dal corridoio, perché ormai sono sgusciata fuori ad accogliere i nostri ospiti. E loro sono lì nello stesso corridoio con un sorriso da invidiare.
Avete presente quando nell’arco di una frazione di secondo ti vengono in mente mille cose? È proprio così anche per me.
Al primo passo iniziano i pensieri di paura: speriamo tutto vada bene, che il progetto parta col piede giusto, perché altrimenti la colpa ricadrà su di me (Beh tanto la colpa è sempre mia; l’abbiamo deciso tacitamente con tutta la classe); e se hai ragazzi non dovesse piacere? Ma peggio ancora, questi tre, chi sono? Se sono degli psicologi, siamo fregati, sai quanti aspetti noteranno? Ci diranno che non abbiamo saputo fare questo, valorizzare quest’altro, indirizzare quest’altro ancora… e aggiungeranno che ormai è troppo tardi perché ormai siamo alla fine della classe 5°… Robby, ma perché ti sei infilata in questa situazione!
Al secondo passo prendono il sopravvento i pensieri compensativi positivi e sfodero un vero sorriso smagliante. Penso: evviva siamo nelle vostre mani e adesso concediamoci un momento di crescita alternativa. Robby vivila al meglio!
Entriamo in aula dove regna il caos di voci e il rumore dei banchi, sedie che si spostano. Dalla mia posizione ho modo di notare le espressioni degli alunni e non posso non notare gli occhi che cadono su Stefania e la sua carrozzina. Il rumore si attenua, ma per alcuni non c’è miglior occasione per due chiacchiere, approfittando anche del fatto che la sistemazione dei banchi non è terminata.
Tristano, Stefania e Susetta entrano e ti aspetteresti un saluto invece come prima frase Tristano se ne esce con queste parole: “Che puzza! Ma vi siete lavati? Alzi la mano chi ieri sera si è lavato”.
Vergogna! Rossa in viso, mi affretto a spalancare la porta finestra, e, nonostante il mio mal di gola, accetto di patire un po’ di freddo per non deludere i nostri ospiti. Che figuraccia! Partiamo bene! Ma perché non ci ho pensato prima?
Nel frattempo tutti hanno la mano alzata e sostengono di non essere la fonte della puzza. Sudo al pensiero che adesso ci verranno ad annusare tutti uno per uno e io sarò la peggiore.
Tutti confermano di essersi lavati, più o meno convinti e Tristano ancora più sprezzante commenta: “Che bala!” e per essere ancora più incisivo lo scrive alla lavagna in grande.
L’attenzione è catturata. Gli sguardi dei nostri alunni non sono più per Stefania, ma adesso sono per questo strano personaggio con l’erre moscia che articola bene i suoni. Parla come se ogni parola fosse tonda e lui la volesse ammorbidire tutta. Non so spiegarmi, ma ogni suo vocabolo è pieno. Sarà un altro modo di catturare l’attenzione, ma a me, come esperto è piaciuto subito, fin dalla prima volta che ci siamo parlati al telefono: è rassicurante.
Mi avvicino a Susetta, dolcissima, due occhi che parlano da soli e le chiedo di passarmi la sua giacca e quella di Stefania.
Poi inizia un momento scherzoso tra Tristano e gli alunni e infine ci accomodiamo sulle sedie disposte a circolo, ognuno dove si trova in quel momento; no, io solo mi siedo dove mi trovo perché gli altri sono andati a cercare gli amici.
Mi manca il branco, quella barriera che mi dà un poco di sicurezza. Di me si vede tutto. Non so come, ma lo sguardo scende sui miei piedi e… accidenti! Ma che razza di calze ho infilato questa mattina? Al buio ho frugato nel cassetto e ho preso le più morbide, ma… sono giallo limone!
Quelle da casa. Wow sono il massimo! Un vero pugno in un occhio con questo mio modo di vestire scuro, serio, vecchio. Pazienza, mi inventerò una scusa, dirò che volevo essere un po’ divertente. Però intanto tengo i piedi ben sotto la sedia, così almeno non si dovrebbero vedere le calze.
Della prima parte introduttiva ricordo ben poco, preoccupata dal fatto che devo fare le foto. Mi alzo per prendere la macchina fotografica, ma Elena mi ferma e mi suggerisce di lasciar perdere: distoglierei l’attenzione. È vero perché io sono già distratta.
Mi risiedo, sono tra Bano e Letizia, un particolare interessante.
Tristano, Susetta e Stefania non si presentano e io mi chiedo se dobbiamo farlo noi, ma poi Tristano chiama bimbi i nostri alunni e io noto gli sguardi accigliati di alcuni, perciò apro la bocca per dire che questi non sono più bambini, ma ragazzi. Tristano non sorvola su questo particolare, ma prende spunto per capire meglio i criteri di categorizzazione degli alunni e da una breve discussione ne esce che io rientro negli adulti, ma Elena è già negli anziani. Lei si ribella, ma il suo intervento con protesta ha risultati scarsi: le toccherà far parte della terza età.
Tristano apre il suo zaino da montagna e ci passa dei foglietti che simulano una carta di identità. Ci chiede di compilare il foglietto in modo segreto e di consegnarlo a Stefania.
Ok, cosa ci vuole per dare le mie generalità. E invece no, non è così scontato, perché oltre al nome mi viene chiesto qualcosa che non è un dato oggettivo (altezza, età, colore dei capelli o professione); devo scegliere e dire agli altri qualcosa di mio che forse nessuno mi ha mai chiesto, il soprannome è ovvio, mi chiamano tutti così, ma le mie preferenze no. Che cosa faccio? Compilo più o meno senza essere troppo sincera o mi lascio andare? Ma io che trasmissione preferisco? Boh, guardo solo il telegiornale e quella faccia di… Mentana! Ci metto il tg? No, non è il mio preferito.
Un gioco? E chi gioca? A cosa mi piacerebbe giocare? E poi la musica. Sì adesso sto riassaporando il piacere della musica con i miei figli, ma anche se qualche brano mi piace, mi prende, non ho la più pallida idea di chi mai lo stia cantando con tutti questi nomi stranieri. Ma a me quali cantanti hanno lasciato qualcosa? Mi tocca andare a vent’anni fa; e andiamoci!
Cosa vorrei fare da grande? Beh, visto che è permesso sognare: la fornaia mi andrebbe  a genio.
Nel frattempo siamo disturbati da qualcuno che entra (durante queste attività non dovrebbe esserci nulla che arrivi dall’esterno a rompere la magia). Elena esce e al suo rientro la dobbiamo aspettare, perché lei non ha avuto il tempo di compilare. Potrebbe essere un’attesa un po’ noiosa e invece comincio a notare qualcosa di strano: tutti sorridono un poco imbarazzati, come se il mio disagio l’avessero vissuto anche loro.
Bano mi chiede consiglio su alcune risposte che non riesce a verbalizzare, Ugo è lì intorno a me, in piedi, ma non è venuto da me. O meglio, era venuto, ma io l’ho ignorato e lui si è rivolto a Letizia, chiedendole un aiuto. Gulp, non me ne sono neanche accorta!
Cosa succede Robby, ti lasci prendere così tanto dall’attività che non fai neppure il tuo lavoro? Già il mio lavoro. Sono qui per aiutare Ugo a integrarsi e poi non lo aiuto? O forse sì? Ugo si rivolge a una compagna e lei l’aiuta con naturalezza. Questa è l’integrazione. Sì, stando al mio posto ho aiutato Ugo. Che considerazione strana!
Intanto Tristano sparge i nostri bigliettini sul pavimento e ci invita a fare un gioco di conoscenza.
Elena legge le caratteristiche scritte sul primo bigliettino, ovviamente tralasciando nome e soprannome e lascia a noi il compito di scoprire di chi si tratta. Per alcuni alunni è semplice, per altri è quasi impossibile riconoscerli. Li osservo: Gabriele non si smentisce mai, si agita sulla sedia, si alza, non riesce a stare fermo e interviene con battute che, a mio parere, lasciano trasparire troppa confidenza; Davide è agitatissimo, più in movimento di Gabriele, ma fin da subito, tanto che Tristano appena seduti si era dovuto mettere vicino a lui. Scivola sulla sedia, diventa un tutt’uno con la sedia stessa, poi ride, urla, cade dalla sedia o vi si sdraia. Ha sempre qualcosa in mano da farsi scivolare sulle labbra, tiene la bocca aperta e si accarezza le labbra con le mani o degli oggetti; almeno sorride; Ivan, che temevamo potesse catalizzare l’attenzione su di sé, traffica con oggetti tra le mani, sta scomposto e fa qualche battuta di troppo, parla, si muove, ma in fondo in fondo è attirato e incuriosito da questi tre adulti che escono dai normali schemi degli altri adulti. Sembra pensare: “Questi non li sfido, li osservo e me li studio, perché hanno quel non so che di interessante”.
Vittorio, Ugo e Umer si dondolano sulla sedia, sempre a rischio di caduta. Li richiamo, eseguono, poi subito dopo riprendono; Alex sembra un po’ sulle sue, come se giocare fosse da piccoli, ma ci sta; Alice è felice (c’è venuta anche la rima); Mattia è un po’ agitato; le quattro ragazze alla mia sinistra ci sono, partecipano, ma stanno un po’ a guardare, sembrano più grandi dei compagni. Sono grandi o hanno timore di mostrarsi? Camilla e Letizia no, anzi, Letizia si dimostra adulta per qualche considerazione che fa solo con me, quasi fossimo complici in segreto. Camilla interviene cercando di dare il suo massimo, di non essere banale. Ginevra e Alessandra, più taciturne ascoltano; Kaynaat ascolta e presta attenzione con il desiderio di partecipare, non di giudicare, come le è solito: questo non è un confronto, una gara, non c’è giudizio; oggi ci divertiamo; Rebecca si sente a suo agio, ma scruta questi tre personaggi e il loro modo un po’ bizzarro di lavorare; Abdullah si diverte, ma si agita e strofina spesso le mani, mostrando così involontariamente il suo arto rigido; poi c’è Antonio che, forse perché è seduto vicino a Tristano o forse perché viene coinvolto nel gioco, è più sorridente e sciolto del solito, tenta anche qualche battuta; Bano sorride ma resta timida.
Il gioco prosegue e man mano che si legge ogni foglietto, è semplice riconoscerne l’autore anche solo dall’espressione imbarazzata che fa.
Arriva il turno di Sara; alla lettura della sua carta d’identità si copre il volto, diventa rossa e si vergogna terribilmente, sfoderando una risata che mette a disagio tutti noi. A ogni indizio Sara si agita, alza persino le ginocchia, come se potesse richiudersi a riccio, poi inizia a piangere e a ridere insieme. Indoviniamo subito il suo nome e lo diciamo in coro, ma per lei è un’ulteriore invasione della sua intimità. Ora deve andare lei a scegliere e leggere un nuovo foglietto. Rossa, paonazza, con gli occhi bagnati e tanto disagio, se lo mette davanti al volto e si rifugia accanto alla carrozzina di Stefania per leggerlo; lo tiene sul volto a pochi centimetri dagli occhi, giusto la distanza per riuscire a vedere le scritte, ma tenta di coprirsi mentre legge velocemente per far sì che il suo protagonismo finisca il presto possibile.
Al foglietto di Davide scopriamo che lui non è riuscito ad aprirsi e ha compilato solo una voce.
Il gioco termina. Tristano se ne esce con una nuova attività: ora presenteremo una storiella.
Gli alunni vengono coinvolti. Ma guarda che bel modo di entrare nell’argomento; la prendono da lontano, così quasi non ci accorgiamo di affrontare un argomento importante. E poi come è importante il teatro, come può aiutare una persona ad aprirsi!
Kaynatt deve ora aiutare Re 33 a cercare i bottoni (le nostre unghie) e io spero proprio che non capiti da me. Sicuro che non verrà, in queste occasioni si guardano i compagni, non le maestre. Poi lei, sempre così sicura, così pungente verso tutti, andrà dalle sue amiche o cercherà di accontentare chi dice “Io io!”.
E invece no, si avvicina a me, viene a guardare le mie unghie, le deve mostrare a Tristano. Le mie martoriate unghie di cui sa che mi vergogno: la prima fonte di sfogo di tutte le mie insicurezze. Vorrei rifiutarmi vorrei dirle che mi ferisce, anche perché le insegnanti (chiaramente chi le unghie non se le mangia) ripetono spesso che mangiarsi le unghie è una cosa terribile, che non è igienico per chi lo fa e per le persone che accanto. È vero, ma io non ce la faccio e ogni volta vorrei scomparire. Tristano commenta e conferma che le mie unghie sono uno schifo. Ok, è un gioco e voglio giocare. Va bene concordo è uno schifo. So bene che ha ragione e che ha detto la verità. So bene che anche lui ne è convinto, ma non mi fa così terribilmente male. Tristano ha sottolineato una mia debolezza, un limite, una diversità e io detta così in questo contesto, pur di fronte a una cruda verità, penso di averla accettata serenamente. Il gioco prosegue, osservo gli alunni e apprezzo la partecipazione di chi, con fatica, è riuscito a mettersi in gioco, come Alessandra che, tutta rossa e abbastanza a disagio, ha saputo fare il pacco regalo a meraviglia, con un pizzico di fantasia. La mia testa però, lo ammetto, è sempre alle mie unghie. Ci avviciniamo a Stefania, la Sovrana dei Sovrani e i bambini (ops!), ragazzi, restano meravigliati per le sue unghie (capirai). Ugo mi si avvicina e mi dice: “Hai visto che belle, non come le tue”. Ok Stefy, grazie. Sono una permalosona, ma questa volta l’hanno spuntata loro. Hanno ragione sono brutte, ma pace, finisce qui, avrò anch’io qualcos’altro di buono.
La rappresentazione finisce e qui inizia il nostro momento di riflessione che parte dalla ricerca di una soluzione a un problema di Re 33.
Escono frasi bellissime, non sono tanto retoriche; escono i nostri problemi quotidiani di convivenza in classe. I nostri tre amici ci assegnano un compito per mercoledì e la nostra abbondante ora e mezza è volata via.
Grazie ragazzi. Grazie adulti.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Caro Claudio,
credo che la vicenda di Oscar Pistorius abbia sconvolto tutti, ma credo anche possa essere lo spunto per una riflessione. Tutti noi conosciamo la sua storia, il suo coraggio, la sua determinazione, tutti lo consideravamo un eroe. Ed è proprio questo lo sbaglio: indipendentemente dal fatto che lui abbia ucciso volontariamente la sua fidanzata o che sia vera la sua versione, quella di un tragico errore, resta comunque il fatto che lui ha sbagliato, e questo è innegabile. Se anche alla fine del processo si scoprisse che è stata una terribile fatalità, ai nostri occhi lui non sarebbe più lo stesso di prima. Il fatto è che troppo spesso abbiamo dimenticato che erano solo le sue gambe a essere fatte di titanio, il suo corpo, il suo cuore, la sua anima non erano fatti di metallo indistruttibile. Tutti abbiamo sempre dimenticato che lui è un ragazzo normale, e purtroppo anche una vicenda così tragica entra nell’ambito della “normalità”. Quanti casi purtroppo simili a questo si sentono ogni giorno… Le persone diversamente abili non sono per forza migliori dei normodotati, ed è giusto così. Trattarli come eroi li rende comunque diversi dagli “altri”, è un modo differente di discriminarli, pretendendo da loro sempre la perfezione. Oltretutto la cosa più triste è che nessuno pensa alla giovanissima ragazza uccisa dall’uomo che amava, o all’atleta che aveva tutto e che in un attimo ha rovinato la sua vita, ognuno di noi in questo momento è solo concentrato nella delusione che il suo gesto ci ha provocato.  Ci siamo sentiti traditi, come se la sua colpa non fosse di aver tolto la vita a un essere umano, ma quella di averci distrutto un mito. Pensa quanto siamo egoisti… Anche quando sento le varie interviste a Bebe, la ragazzina che tira di scherma nonostante le abbiano amputato tutti e quattro gli arti, ogni tanto mi chiedo se sia giusto additarla come esempio. In fondo è solo una bambina… Se un giorno dovesse scoprirsi fragile e non avesse più voglia di lottare, cosa succederebbe? Riuscirebbe a capire l’immenso valore della sua vita, indipendentemente da quello che ha fatto e quello che farà in futuro, o penserà di poter essere amata solo finché rimarrà un esempio per gli altri? Ripeto, è solo una bambina… Se da una parte è ovvio e normale ammirarli, sono la prima a farlo, dall’altra mi chiedo se sia giusto caricarli di una responsabilità così grande.
Un abbraccio,
Elena

Cara Elena,
la tua è solo una delle decine di lettere e-mail che mi sono giunte sul “caso Pistorius”. Lettere indignate, di rabbia, di delusione e di sgomento, voci di persone normodotate o con disabilità che avevano “adottato” un mito, ora ridotto completamente in frantumi come una stella in polvere. Quanto è accaduto è in effetti terribile, e fa male a tutti, al mondo dello sport e della disabilità e in primis, non dimentichiamolo, a Reeva Steenkamp e alla sua famiglia. Non mi interessa ora sviscerare le ombre della tragedia in sé, perché ogni giorno escono nuove notizie, sviluppi veri e falsi, cronachette che più che d’informazione sanno di gossip di cattivo gusto. Quello che mi interessa, piuttosto, sono le conseguenze culturali di tale gesto.
Un mito, dunque. L’uomo che aveva superato il limite della disabilità, che, pur senza gambe, qualche mese fa aveva sfidato e superato a Londra gli uomini più veloci del mondo. Mi domando se non sia proprio qui il punto critico. Non intendo fare un’analisi psicologica, non ne sono capace, mi chiedo solo se, dopo aver combattuto e oltrepassato il confine del riscatto dalla disabilità, il nostro atleta non sia stato in grado di gestire e riconoscere a se stesso che un limite esiste e esisterà sempre, per tutti, folgorato da quello che oggi appare un vero e proprio delirio di onnipotenza.
Quanto pesa, in questo senso, la responsabilità di essere dei leader? L’onere di essere degli esempi, di essere sempre perfetti, è così duro da gestire?
Sopportare questo ruolo non è affatto facile, bisogna davvero, imparare a dosare le forze, altrimenti si rischia di soccombere.
Parlo per esperienza, il binomio onere-onore è una responsabilità che, nel mio piccolo, sento spesso anch’io in molte situazioni. Nelle attività scolastiche tanto per cominciare ma anche nei convegni, durante le interviste… In questi casi sento il “dovere” di ponderare i miei atteggiamenti, di sbagliare il meno possibile per il ruolo che rivesto non solo per me stesso ma anche e soprattutto per gli altri.
Pensaci Elena, il rischio con la disabilità è in fondo sempre lo stesso: o sei uno storpio da buttare giù dal monte Taigeto o sei quasi una divinità. D’altronde lo scrivi bene tu nella tua bella lettera e lo sapevano bene anche i Greci, che, nei banchi di scuola, ci hanno regalato a riguardo due esempi perfetti.  Edipo, zoppo e bandito dalla nascita in previsione della sua colpa incestuosa, e Tiresia, l’indovino cieco portatore della verità del Fato. L’importante, al solito, è estremizzare.
Il confine è come sempre sottile, quasi invisibile ma c’è ed è palpabile.
Claudio Imprudente

La musica non è altro che rumore, finché…

Di Manuela Marasca
La musica non è altro che rumore, finché non raggiunge una mente in grado di riceverla”.
(Paul Hindemith)

È stata questa citazione di Paul Hindemith (violinista e compositore) il punto di partenza di un laboratorio sull’ascolto, che ho proposto al gruppo delle “nuove leve” del Progetto Calamaio.
Ogni mercoledì, da un paio d’anni a questa parte, dedichiamo ai più giovani entrati nel gruppo di lavoro questo spazio in cui, insieme a colleghi più esperti, lavoriamo sulla consapevolezza del proprio deficit per poter acquisire contenuti e competenze necessari a intervenire come animatori nelle scuole con l’équipe del Progetto Calamaio.
A questo laboratorio hanno partecipato: Diego, Danae, Giacomo, Francesca, (le “nuove leve” Calamaio), Lorella, Tiziana e Stefania (animatrici disabili del Progetto Calamaio), Saad (volontario), Concetta (tirocinante universitaria).
Venendo da una formazione musicale, volevo apportare in qualche modo la mia esperienza e, attraverso di essa, costruire un viaggio musicale e di sperimentazione sull’ascolto.
È stato di certo un percorso di sperimentazione anche per me!
Questo “viaggio”, composto di cinque tappe, è iniziato con queste domande: “Ascoltare e sentire per voi è la stessa cosa?”, “Che differenza c’è per voi tra suono e rumore?”.
Abbiamo iniziato così a ragionare sul fatto che “ascoltare” può significare ascoltare con attenzione, prestare attenzione a tutto; “sentire” invece può significare udire distrattamente.
Se consultiamo il vocabolario alla voce “ascoltare” troviamo proprio “udire con attenzione”, e fin qui ci siamo… Ma alla voce “sentire” troviamo: “avvertire sensazioni e impressioni suscitate da stimoli esterni; prenderne coscienza, provare sentimenti e reazioni emotive intime”.
Il sentire è quindi una conseguenza dell’ascoltare. Qualsiasi “cosa” arrivi al nostro orecchio, dà degli stimoli al corpo e alla mente e così avvertiamo emozioni, sensazioni, ricordi, odori e perfino sapori. Ricerche condotte da specialisti di medicina neonatale dimostrano come già nel periodo prenatale esista un’attitudine alla percezione e alla memorizzazione di eventi ritmici-sonori. Il feto si rivela sensibile a tutto ciò che è suono, ritmo e movimento, in stretto rapporto con affetto, fantasia e memoria.
Successivamente abbiamo ragionato invece sulla differenza tra suono e rumore.
Siamo arrivati a conclusione che il “suono” è qualcosa di gradevole che arriva al nostro orecchio, il “rumore” invece è quel qualcosa di sgradevole che arriva al nostro orecchio. In effetti questa differenza è molto soggettiva. Non ci resta che provare… Per cinque minuti tutti in silenzio… mettendoci in ascolto dei rumori e suoni che ci circondano. Sembra una cosa banale, ma pur essendo tutti nella stessa stanza, ognuno ha captato almeno un suono o un rumore diverso dall’altro, classificandoli anche diversamente. Questo ci ha fatto riflettere sul fatto che giorno per giorno siamo sottoposti a un inquinamento acustico e senza rendercene conto non facciamo più caso a certi suoni della natura, come il canto degli uccelli o il fruscio del vento tra gli alberi.
L’importanza del silenzio in questo caso ci ha dato modo di soffermarci e metterci in ascolto persino del nostro respiro, del nostro battito cardiaco, dei nostri pensieri e del nostro corpo.
Siamo poi passati ad analizzare il timbro e i diversi timbri di voce. Tra un gruppo di persone conosciute, si riesce a individuare la persona, anche senza vederla, dal timbro della voce o anche dai passi. Da qui siamo partiti con vari giochi per allenarci alla concentrazione e per sviluppare e raffinare il nostro “ascolto” nel distinguere i timbri di voce delle persone, e anche da quale direzione ci arriva un suono o un rumore. Alcuni giochi prevedevano di bendare gli occhi e vi assicuro che non è assolutamente facile orientarsi, seppur in un piccolo spazio, per identificare la provenienza di un suono. Per alcuni è stata un’esperienza nuova oltre che divertente!
Ho chiesto loro poi di compilare una scheda di identificazione sonoro/musicale.
Questo mi ha permesso di capire e conoscere meglio alcune caratteristiche, gusti, esperienze, abitudini dei partecipanti e le influenze sonoro/musicali cui sono abituati e che hanno fatto parte e/o fanno ancora parte della loro vita quotidiana.
Dopo molti giochi di allenamento è arrivato il momento dell’ascolto vero e proprio di un brano musicale. Ho proposto un brano new age molto rilassante con canti di uccelli, scorrere di un ruscello, con accompagnamento di un brano al pianoforte.
Ogni partecipante doveva decidere dove e come collocarsi, scegliere una posizione comoda. Alle persone in carrozzina ho detto che, se preferivano, potevano anche essere aiutate a sdraiarsi a terra. Tutte sono volute rimanere sulla carrozzina. Dopo 8 minuti di ascolto, a ognuno ho dato un foglio per descrivere sensazioni, emozioni, luoghi, ricordi o altro che affiorasse alla mente.
È stato un lavoro molto impegnativo e profondo da cui sono emersi molti aspetti interessanti. 

Stefania: Ho provato un senso di libertà nell’ascoltare questa musica. Ho pensato a quando vado in vacanza, al mare, alle onde, all’acqua che mi dà una sensazione di piacere e di libertà e gioia, potendo muovermi nell’acqua senza la carrozzina e sentire il mio corpo libero, che si muove senza alcun aiuto. Ho pensato a quando andavo in piscina da piccola.

Francesca: Mi sono sentita molto tranquilla e ho iniziato a viaggiare con la mente, mi sono venute in mente delle foto di quando ero piccola in una casa immaginaria, molto bella e molto grande con la mia famiglia e con alcuni amici e c’era anche una persona anziana che mi raccontava le storie del suo passato… A un certo punto mi sono sentita un po’ di nostalgia addosso… Mi è venuta anche una gran voglia di scappare da qualcosa che non so cos’è…

Diego: Mi sono sentito bene, molto bene, mi è venuto in mente il mare. Mi sono sentito contento, più rilassato. Ho pensato a un paesaggio di montagna, con fiumi che scorrono e uccellini che cantano. Mi sono sentito più libero, solo in mezzo alle montagne e molto contento. Poi ho pensato di essere con una ragazza in questo posto di montagna…

Giacomo: Gioia, dolcezza, ho pensato al colore azzurro e ai violini…

Danae: Il canto degli uccellini è molto dolce. Mi sentivo come se stessi volando sopra le nuvole. Ho sentito anche il rumore di un tuono che a me fa molta paura perché è molto forte. Il ruscello mi ha fatto sentire come se nuotassi. Il piano mi ha fatto provare una sensazione di dolcezza.

Lorella: Mi è venuta in mente Senigallia, le onde e gli uccelli che volano mi hanno fatto provare tante emozioni interiori di serenità, camminare sulla spiaggia, l’odore della salsedine tra i capelli… La paura del temporale con lampi e tuoni mi hanno fatto sentire abbandonata a me stessa.

Nella maggior parte delle persone, dunque, è stata un’esperienza emozionale che ha suscitato un forte senso di libertà e si è attivato un effetto sul processo percettivo della sensibilità dando anche spazio a immagini e visioni fantastiche.
Gli elementi musicali che abbiamo sperimentato nell’ultima fase di questo laboratorio sono stati il ritmo e il tempo. Per una persona “normodotata” è quasi istintivo che all’ascolto di un brano musicale ritmato venga da battere un piede, scuotere la testa, saltare e muoversi se non addirittura scatenarsi e ballare. Questo, alle persone disabili non sempre accade o può accadere. Ho chiesto a ognuno di scegliere un brano musicale a piacere, e su questi brani abbiamo sperimentato con vari giochi i ritmi, per imparare a ricevere e stimolare le parti del corpo al ritmo, ascoltando un brano musicale. Qui si è potuto notare che all’inizio ognuno si limitava a muovere sempre le stesse parti del corpo, non avendo ancora appieno la consapevolezza delle potenzialità e dei limiti del proprio corpo.
Proprio tenendo a mente questo passaggio del nostro lavoro, ripenso alla frase del violinista e compositore Paul Hindemith da cui sono e siamo partiti. Alla fine del viaggio attraverso gli elementi della musica partendo dal rumore, poi il suono, il silenzio, il timbro, le emozioni e sensazioni, il ritmo e il tempo vorrei aggiungere alla frase di Hindemith un elemento: “il corpo”.
Allora “La musica non è altro che rumore, finché non raggiunge una mente e un corpo in grado di riceverla”.

Un italiano vero

Di Stefano Toschi

Il tema della cittadinanza è molto presente nel dibattito politico di questi mesi. La questione principale che viene posta riguarda il diritto di cittadinanza, che in Italia si ottiene, ad oggi, solo “per sangue” e non “per nascita” sul territorio italiano. Tuttavia, un caso particolare ha richiamato la mia attenzione. Il caso di Cristian Ramos va oltre il problema dello ius solis e dello ius sanguinis. Cristian ha, infatti, qualcosa in più di tanti altri: un cromosoma. Il cromosoma 21.
Cristian ha la Sindrome di Down. Ha da poco compiuto 18 anni e ha già subito il primo abbandono quando era ancora in fasce. Il padre naturale, italiano (dunque, Cristian sarebbe di fatto già italiano, data la nazionalità paterna), non lo ha riconosciuto e ha abbandonato la mamma del ragazzo, colombiana, invitandola ad abortire o a confinare il piccolo in un istituto. Ma la mamma coraggiosa ha scelto di far nascere il suo bambino e di allevarlo da sola.
In Colombia nessuno sa che Cristian è nato: la famiglia della giovane non avrebbe accettato la sua scelta, proprio come il padre. Per l’Italia, invece, Cristian non può neppure essere considerato cittadino italiano. Il motivo? Qualsiasi forma di deficit cognitivo pregiudica, secondo la legge italiana, la possibilità di prestare un giuramento consapevole e una manifesta volontà di diventare cittadino. Questo, nonostante l’Italia abbia da tempo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili (che all’articolo 18 stabilisce chiaramente come “il diritto alla cittadinanza non possa esser negato per motivi legati alla disabilità”). Il ragazzo frequenta le scuole superiori, ha tanti amici, gioca a pallone, nuota, ha degli hobby e una vita sociale brillante. Si sente perfettamente italiano e l’unica cosa che non capisce è il motivo per cui non possa esserlo anche di fronte alla legge. La domanda che viene da porsi prima di ogni altra è: sulla base di quale criterio lo Stato italiano giudica i cittadini stranieri che fanno domanda di cittadinanza perfettamente consapevoli dell’impegno che si stanno assumendo?
Il testo del giuramento è il seguente: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Ora, pensare alle parole di questo giuramento, da italiano, fa veramente sorridere. Sulla base di questa frase importantissima, dovremmo togliere la cittadinanza quantomeno a tutti quelli che delinquono. Non parliamo della fedeltà alla Costituzione: quanti sono i cittadini italiani che non l’hanno mai letta e non hanno nemmeno idea di cosa ci sia scritto nella principale fonte giuridica dello Stato? Quanti conoscono il lavoro e il pensiero dei Padri Costituenti sottinteso al cuore pulsante della nostra Repubblica? Una mia cara amica lavora allo Sportello Immigrati di un Patronato. Ha visto giurare tante persone analfabete, che avevano dovuto imparare a memoria, non senza un notevole sforzo, le semplici parole del giuramento. Figuriamoci quale consapevolezza potevano avere questi neo italiani! Ha visto giurare persone che non comprendevano in italiano cosa vi fosse scritto in quella frase ed è stata necessaria per loro una traduzione, per poi imparare a memoria la versione italiana. Ha visto tante donne residenti in Italia da anni ma tenute in casa dai mariti e chiuse all’interno della loro comunità diventare cittadine italiane senza avere mai nemmeno parlato una parola della nostra lingua o conosciuto una singola tradizione del nostro Paese. Cristian, che è addirittura nato in Italia, che non sa una parola di colombiano, non ha altri parenti che una madre coraggiosa, che ha sfidato tutto e tutti per farlo nascere e donargli tutto il suo affetto, incurante della disabilità del figlio, non è forse ben più consapevole di tanti italiani della propria appartenenza? Come possiamo considerare “ospiti” persone come Cristian e la sua mamma, quando spesso il nostro Stato premia con la cittadinanza persone che hanno commesso reati? Non dovremmo forse essere orgogliosi di avere concittadini così coraggiosi?
A ciò si aggiunge anche il paradosso dei natali biologici del ragazzo, figlio di un italiano (sì, un italiano “vero”) che ha rifiutato di riconoscerlo appena appreso del suo deficit. Può dunque un cromosoma in più vincolare una scelta simile? Sappiamo che alla vicenda si è interessato anche il Ministro Cancellieri, che si è detta molto sensibile al tema, dunque ci auguriamo che tutto vada a buon fine. La cosa che mi fa più pensare è che questo ulteriore ostacolo per le persone con una qualche disabilità intellettiva, che, nel caso della trisomia 21, peraltro, può essere anche abbastanza lieve, incentiva ulteriormente quella mentalità dilagante sempre più orientata all’eugenetica.
Ho letto recentemente che, in Italia, su 100 feti diagnosticati con Sindrome di Down entro il quinto mese di gestazione, ben 98 vengono eliminati mediante interruzione volontaria di gravidanza. All’atto di compiere accertamenti diagnostici invasivi come la villocentesi o l’amniocentesi, alla gestante che si accinge a effettuare le analisi vengono consegnate, durante la consulenza genetica, dunque ancora prima di conoscere l’esito dell’esame, tutte le indicazioni su modalità e strutture abilitate per effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza. Come se non fossero previste alternative. La futura mamma, già psicologicamente molto provata dall’attesa del risultato, si sente dire che la scelta più egoistica, quella che rovinerà la vita del bambino con deficit e di tutta la famiglia, è quella di farlo nascere, una scelta molto più egoista rispetto all’interruzione di gravidanza. Ritengo che questa sia una mistificazione, una deformazione della realtà. Di certo non voglio arrogarmi la capacità di discernere il bene dal male meglio di nessun altro, né intendo giudicare le scelte di alcuno, sia chiaro. Comprendo bene la sofferenza che porta con sé un simile dilemma, qualunque sia la soluzione ad esso. Ma posso portare il mio esempio.
Io, fino a qualche giorno di vita, stavo benissimo. Un bambino sanissimo, qualsiasi diagnosi prenatale mi avrebbe definito perfetto. Poi, una breve malattia, i danni irreparabili, la tetraparesi spastica. La mia famiglia non ha potuto scegliere. Non ha potuto “sapere prima” cosa li aspettava. Certo, avrebbero poi potuto optare per l’istituto o chissà quale altra soluzione. Forse non hanno potuto manifestare il coraggio di una scelta, ma è chiaro che io voglio pensare che, in ogni caso, anche sapendo prima cosa li e ci aspettava, avrebbero scelto me. Me, che oggi sono quello che sono, con i miei limiti più “trasparenti” di altri, ma con tanti limiti che sono tipici anche delle persone cosiddette normali. Anzi, forse anche con qualche limite in meno, per certe cose. Voglio poter pensare che, nel bene o nel male, ho per lo meno “riempito” la vita dei miei genitori, di mia sorella, dei miei amici, delle persone che mi stanno accanto e che mi vogliono bene, pur con tutte le innegabili complicazioni del caso. Non voglio certo dire che la vita della mia famiglia sia stata facile… anche se mia mamma non ha mai dovuto preoccuparsi ad esempio delle uscite notturne in motorino o che facessi uso di droghe! Però, a parte le battute, esattamente come tutte le altre mamme, la mia ha dovuto preoccuparsi quando facevo tardi la sera con gli amici, quando sapeva che avevo bevuto un bicchiere di troppo in compagnia, quando sono andato veloce in macchina con qualche amico o ho fatto il bagno in mare subito dopo mangiato.
Purtroppo, o per fortuna, oggi siamo in grado di prevedere, o meglio di diagnosticare, precocemente un difetto genetico di nostro figlio, ma come possiamo giudicare cosa sia meglio per lui? Non possiamo prevedere cosa diventerà nostro figlio. Quanti figli, nell’arco della vita, si rivelano essere come i genitori li hanno sognati? Eppure, chi di noi penserebbe mai di sopprimere un figlio che non sia all’altezza delle nostre aspettative? Quanti figli “normodotati” deludono profondamente i genitori, prendendo cattive strade? Quanti, invece, in presenza di qualche deficit, si rivelano ben al di sopra delle aspettative che erano state riservate per loro alla nascita, rendendo fieri e orgogliosi i propri genitori?
Vi lascio riflettere sulle parole di Khalil Gibran: valgono per tutti i figli, “normali”, con deficit, con un cromosoma in più, con una abilità in meno.

“I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d’essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo”.

Tony Cragg e Matthew Barney: vocaboli nuovi per nuove relazioni

Di Roberto Parmeggiani

Tony nasce nel 1949, a Liverpool. A vent’anni lavora come tecnico in un laboratorio di biochimica finché decide di seguire un percorso di formazione artistica durante il quale approfondirà il rapporto tra arte e scienza con un particolare interesse per la materia.
Matthew nasce nel 1967, a San Francisco. Si trasferisce con la famiglia in Idaho dove otterrà ottimi risultati sportivi. Dopo una laurea artistica a Yale, pagata facendo il modello, si trasferisce a New York dove da subito conquista il mondo artistico della città.
Tony accumula oggetti di vario tipo trovati un po’ ovunque con i quali realizza poi le sue installazioni oppure crea composizioni più scultoree utilizzando legno, gesso, vetro e altri materiali.
Matthew è principalmente un video-artista o meglio questa è l’etichetta che meglio lo definisce. Ironico, presenta opere ricche di intrecci e significati.
Tony e Matthew due artisti contemporanei che, come i veri artisti, raccontano il contemporaneo guardando al futuro o guardandolo dal futuro, offrendo quindi spunti di riflessione, punti di vista, vocaboli nuovi per raccontare l’attuale, quello che viviamo quotidianamente, che ci capita, nel quale siamo immersi più o meno consapevolmente.
Matthew e Tony, così diversi per origine, per produzione, per linguaggio.
Così diversi eppure, ai miei occhi di perfetto non critico d’arte e non conoscitore dei linguaggi artistici, con alcuni punti in comune che riesco a identificare in alcuni vocaboli: desiderio, limite, fragilità, interazione.
Parole che non risolvono il bisogno di comprendere e che non definiscono i confini dell’operato dei due artisti. Sono le parole della mia esperienza, del territorio della mia relazione con loro. Un territorio ancora in espansione che percorro con curiosità e interesse. In queste parole trovo la definizione per alcuni aspetti dell’esistenza umana che condivido con voi.

Desiderio e fragilità
Ho sempre pensato che ci sia un rapporto strettissimo tra questi due termini.
Il desiderio espone alla fragilità e la fragilità fa parte dell’anima del desiderio.
Matthew mette al centro della sua arte il desiderio indefinibile, sempre mutevole, in evoluzione, irruento nella sua manifestazione ma, allo stesso tempo, leggero e soave.
Tony ci parla della fragilità attraverso l’esposizione di oggetti comuni, assemblati secondo una logica descrittiva. Fragili ma non per questo deboli o destinati alla rottura, alla frammentazione. Fragili perché esposti nella loro nudità.
Desiderio e fragilità anche come componenti della natura, in modo specifico di quella umana che continuamente si ritrova a fare i conti con la spinta verso il cambiamento, l’evoluzione, la condivisione e, di conseguenza, l’esposizione e il rischio che tale cambiamento porta con sé.
Guardando i video Cremaster di Matthew o le sculture di bicchieri e bottiglie di Tony vedo fondersi questi due concetti come si fondono nell’esistenza di un essere umano in modo misterioso e allusivo, di immediata comprensione ma difficilmente afferrabili.
Dal punto di vista specifico di questa rivista si può osservare come le parole desiderio e fragilità vengano spesso usate per raccontare l’esistenza delle persone con disabilità o, più in generale, di quelle svantaggiate come se ciò fosse qualcosa che riguarda quella categoria in modo particolare, rappresentativo.
I due artisti, invece, ci mostrano come ciò non sia vero. È come se ci dicessero che il rapporto tra il desiderare e l’esperienza della fragilità fa parte del DNA dell’essere umano, indipendentemente dalle altre caratteristiche che ci differenziano. E che ciò è allo stesso tempo bellissimo e terribile a seconda del modo in cui si affronta la questione, in cui accettiamo ciò che siamo e da lì iniziamo a costruire la nostra identità.

Limite e interazione
Matthew lavora ai progetti Drawing Restraint (disegnare con restrizioni) nei quali si pone l’obiettivo di disegnare superando limiti che lui stesso si impone. Per esempio, in uno di questi l’obiettivo è disegnare su un muro e il limite è quello di essere frenati da un elastico che rende difficoltoso raggiungere il muro stesso.
Tony raccoglie detriti e rifiuti urbani di ogni genere per poi assemblarli in sculture o installazioni che definiscono il senso del materiale grazie all’interazione con l’umanità.
Anche in questo caso le due parole hanno un significato che travalica il lavoro artistico e che parla anche alla nostra esperienza umana.
Anche in questo caso, le opere dei due artisti ci permettono di superare il pregiudizio secondo il quale i limiti come il valore dell’interazione siano concetti riconducibili a qualche categoria di persone e basta.
Ciò che però più mi interessa di queste due parole è la loro influenza reciproca.
I limiti che Matthew si pone esaltano ciò che succede solitamente, cioè che per superare un ostacolo o una difficoltà dobbiamo entrare in relazione, interagire con il limite stesso e con l’ambiente, fisico e relazionale, nel quale siamo inseriti.
Allo stesso modo quando Tony affronta il tema dell’interazione con i materiali, si scontra con il limite che tale relazione sottopone alla sua attenzione e, forse, dalla quale prende forma proprio la sua opera.
L’interazione con i limiti e i limiti in relazione con il contesto sono concetti essenziali per il benessere di ognuno. A tutti, infatti, quotidianamente, viene chiesto di fare i conti con i propri limiti e di affrontare la sfida dell’accettazione e del superamento (due facce della stessa medaglia) che è vincente solo se inserita in un contesto dalla cui interazione dipende, quasi sempre, la vittoria o la sconfitta.

10. Tutti (o quasi) i libri e i film citati, in ordine di apparizione

Franco Ferrini, La musa stupefatta o della fantascienza, Messina-Firenze, D’Anna editrice, 1974 

Guido Ferraro e Isabella Brugo, Comunque umani, Roma, Meltemi, 2008

Fabio Giovannini, Mostri, Roma, Castelvecchi, 1999 

Tommaso Pincio, Gli alieni, Roma, Fazi, 2006

Michel Bishop, Il segreto degli Asadi, Milano, Nord, 1986

Guido Barbujani e Pietro Cheli, Sono razzista ma sto cercando di smettere, Roma-Bari, Laterza, 2008
Genevieve Makaping, Traiettorie di sguardi, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2001

Mary Shelley, Frankenstein, varie (quasi infinite) edizioni

H. G. Wells, L’uomo invisibile, idem

H. G. Wells, La guerra dei mondi, idem

H. G. Wells, Nel paese dei ciechi, idem

H. G. Wells, La macchina del tempo, idem

Sven Lindqvist, Sei morto!, Milano, Ponte alle Grazie, 2001

Stanley Winbaum, Odissea marziana, varie edizioni

Olaf Stapledon, Il costruttore di mondi, Longanesi, 1972, Milano

Tuiavii di Tiavea, Papalagi, varie edizioni Stampa alternativa e Nuovi equilibri

Isaac Asimov, Homo Sol: in varie edizioni Urania dell’antologia Asimov Story 

Fredric Brown, Sentinella, in molte edizioni (anche scolastiche)

Fredric Brown, Il vecchio, il mostro spaziale e l’asino, varie antologie

Fredric Brown, Marziani, andate a casa, varie edizioni; per la fine del 2012 è annunciata una riedizione da Delos Books, Milano

L’uomo che cadde sulla terra, regia di Nicholas Roeg

Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla terra, Milano, Mondadori (1973) e poi Roma, Minimum Fax, 2006

Joseph Green, Chi è intelligente?, Milano, Urania, 1974

Star Trek (l’intera serie tv)

Orson Scott Card, Il gioco di Ender, Milano, Nord, 1987 

Fred Hoyle, La nuvola nera, varie edizioni; la più recente è Milano, Feltrinelli, 2003

Stanislaw Lem, Solaris, varie edizioni Mondadori (anche in e-book)

Stanislaw Lem, L’invincibile, Milano, Oscar Mondadori, 2003

Isaac Asimov, Nemesis, Milano, prima Urania e poi Cde, 1992
Octavia Butler, Ultima genesi, Milano, Urania, 1987

Octavia Butler, Ritorno alla Terra, Milano, Urania, 1988

Arthur C. Clarke, Le guide del tramonto, Milano, varie edizioni Urania 

Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, Roma, Editori Riuniti, 1986

Walter Miller jr., Benedizione oscura, in varie antologie

Ray Bradbury, Cronache marziane, Milano, varie edizioni Mondadori (l’ultima del 2012 negli Oscar)

Henry Slesar, Gli emigranti dal volto azzurro, in varie antologie

Leigh Brackett, I negri verdi, idem

Philip Dick, Vedere un altro orizzonte, Milano, Bompiani; ripubblicato come Svegliatevi dormienti da Fanucci (ultima edizione 2012)

Robert Sawyer, La genesi della specie, Roma, Fanucci, poi Milano, Urania, 2008
Robert Sawyer, Fuga dal pianeta degli umani, Milano, Urania, 2009
Robert Sawyer, Origine dell’ibrido, Milano, Urania, 2009

L. Sprague de Camp e Peter Schuyler Miller, Gorilla Sapiens, Milano, edizioni Urania del 1953 e 1979

Pierre Boulle, Il pianeta delle scimmie, Milano, varie edizioni Mondadori, l’ultima nel 2001 Gianluca

Casseri ed Enrico Rulli, La chiave del caos, Vicenza, Punto d’incontro editore, 2010 (ritirato dopo la
strage di Firenze e poi rimesso in commercio)

Sydney Van Scyoc, Un mondo da salvare, Milano, Urania, 1986

Philip Josè Farmer, Un amore a Siddo (anche con il titolo Gli amanti di Siddo): varie edizioni, la più recenyte è Milano, Mondadori, 2008

Philip K. Dick, Umano è, in molte antologie
Philip K. Dick, I nostri amici di Frolix 8, varie edizioni; l’ultima è Roma, Fanucci, 2012
Philip Dick, Le pre-persone, in varie antologie

Theodore Sturgeon, Un mondo ben perduto, in varie antologie
Theodore Sturgeon, Venere più X, varie edizioni, Milano, Urania (la più recente nel 2004)

Naomi Mitchison, Memorie di un’astronauta, Milano, La Tartaruga e poi Urania, 1995

James Tiptree junior (Alice Sheldon), Le donne invisibili: pubblicato nella rivista “Robot” ma oggi introvabile in italiano

Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre, varie edizioni, l’ultima è Milano, Tea, 2003
Daniele Barbieri e Riccardo Mancini, Di futuri ce n’è tanti, Roma, Avverbi, 2006

Theodore Sturgeon, Cristalli sognanti, varie edizioni; la più recente è Milano, Urania, 2005
Theodore Sturgeon, Nascita del superuomo, ultima edizione Milano, Urania, 2003; con il titolo Più che umano, Milano, Giano, 2005

Leo Szilard, La voce dei delfini, Milano, Feltrinelli, poi Napoli, Ancora del Mediterraneo, 2004; ne esiste anche una edizione (illustrata da Gipì) da Orecchio Acerbo che ora si può leggere gratuitamente in
pdf

Robert Sheckley, Mai toccato da mani umane, varie edizioni, Milano, Urania (l’ultima nel 2003)

Arkadij e Boris Strugackij, Picnic sul ciglio della strada, Milano, Urania e poi Marcos Y Marcos, 2003

Arthur C. Clarke, Incontro con Rama, Milano, Urania e poi (1991) Bur Rizzoli

Andrè Gorz, Addio al proletariato, Edizioni Lavoro (esaurito)

Isaac Asimov, Crumiro, in varie antologie

Clifford Simak, Oltre l’invisibile, Milano, Urania, 1977

Isaac Asimov L’uomo bi-centenario, in molte antologie

Philip Dick, L’impostore, in varie antologie

Lester Del Rey e Raymond Jones, Alieno in croce, Milano, Urania, 1982

James Blish,  Guerra al grande nulla, Milano, Urania e poi Nord, 1997

John Wyndham, I trasfigurati, Milano, varie edizioni Urania (l’ultima nel 1980)

Robert Sheckley, Accademia, in varie antologie
§
Philip Dick, Follia per 7 clan, Roma, Fanucci, 2012

Minority Report
, regia di Steven Spieberg

Theodore Sturgeon, Ultime notizie, in varie antologie

David Compton, Sinthajoy, oggi introvabile

Marge Piercy, Sul filo del tempo, Milano, Eleuthera, 1990

La sceneggiatura del telefilm è nell’antologia L’umanità è scomparsa, curata da Rod Serling, Milano, Urania, 1992

Howard Fast, Cephes 5, nell’antologia La mano, Milano, Urania, 1974

Manuel Scorza, La danza immobile, Milano, Feltrinelli, ultima edizione 2007

Paul Press, Le porte dei cieli, Milano, Nord, 1984

Charles Sheffield, Progetto Proteo, Milano, Nord, 1986

Patricia Warrick, Il romanzo del futuro, Bari, Dedalo, 1984

Gian Antonio Stella, Negri, froci e giudei & co., Milano, Rizzoli, 2009

Isaac Asimov (prefazione), Storie per giovani alieni, Milano, Bur Rizzoli, esaurito

Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, Roma, Editori Riuniti, 1986