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Autore: Nicola Rabbi

Riprendere il tempo che resta

Quando questa rubrica verrà pubblicata, il film di cui parleremo non sarà più in sala da tempo: cercatelo, comunque, se possibile in modo legale, ma non negatevi la possibilità di vivere il racconto di Jacques Audiard, regista nei confronti del quale personalmente nutro una considerazione ambivalente, ma che con l’ultimo Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os) ci offre numerosi spunti di riflessione e “acuminate” ragioni d’emozione…
Un film in cui, “accidentalmente”, la disabilità/handicap si inserisce e “lavora” in uno dei modi che più ci convincono, ovvero come elemento costante, qui anche presente in modo esplicito sin dai primi minuti, ma non limitante e riferito a un singolo individuo. Anzi, come tratto che qualifica non tanto la persona, quanto il mondo che questa vive e sulla quale questo preme.
Come scrivono i due autori della sceneggiatura, Audiard stesso e Thomas Bidegain, nelle note di regia, riferendosi al libro (edito in Italia da Einaudi) da cui il film trae ispirazione, “C’è qualcosa di veramente coinvolgente nella raccolta di racconti Ruggine e ossa (Rust and bones) di Craig Davidson: il quadro di un mondo vacillante, all’interno del quale dei percorsi individuali, dei destini semplici, si trovano enfatizzati dal dramma e dagli eventi. Una rappresentazione degli Stati Uniti (ma il film è ambientato in Francia, n.d.r.) come un universo razionale dove i corpi lottano per procurarsi un loro spazio, per tentare di stravolgere il destino che gli è stato riservato”.
È questo “destino disabile/handicappato” che accomuna tanti personaggi del film e che non riguarda la sola Stephanie (un’ottima Marion Cotillard), che perde le gambe in seguito a un incidente di lavoro. Un elemento che imporrebbe uno scarto sofferto nelle vite di ognuno il quale può essere perseguito e raggiunto e, contemporaneamente al contrario, restare come possibilità inespressa. In entrambi i casi, attraverso un percorso che Audiard è abile a mostrarci in tutta la sua sofferente dolcezza e ambivalenza. Utilizzando una regia “espressionista” e, cito sempre le note di regia, esprimendo “un’estetica brutale e contrastata”: non si pensi però a una regia nervosa, adrenalinica o, peggio, voyeuristica, maliziosa, morbosa. Audiard, in questo lavoro, sembra capire i suoi personaggi e sa come restituirne il dolore, i limiti, i bisogni, gli errori, le tensioni reciproche. Delineando l’uomo come essere fallace e dolce, insieme di contraddizioni vissute ed espresse, subite e replicate, in un rapporto con la società che lo vede sempre come produttore e vittima delle contraddizioni e dei contrasti che quella determinano e informano. Mai, in definitiva, come semplice essere oppresso.
In questa realtà contrastata, indefinibile, si inserisce anche la condizione di disabilità di Stephanie che, da persona bisognosa di un aiuto per superare o almeno convivere con quella condizione imposta e acquisita, si rivela motore di conoscenza e cambiamento altrui. È convincente questo tentativo di narrare la “liquidità” dei rapporti e delle condizioni umane, mai date una volta per tutte, se l’individuo si mostra consapevole di poter modificare, in qualche modo, la sua sorte: e l’elemento liquido, introdotto già dai titoli di testa e relativo al lavoro svolto da Stephanie (istruttrice di orche), è un elemento formale costante, che partecipa alla costruzione di momenti esteticamente ed empaticamente molto coinvolgenti.
Convince anche la dolcezza con cui il regista “tocca” e racconta il corpo menomato di Stephanie, che, nel suo “mancare di qualcosa”, sempre secondo questa sorta di logica dell’imperfezione delle cose, paradossalmente compensa la prestanza e la compiutezza del corpo di Alì (Matthias Schoenaerts), il vero personaggio principale della pellicola. E il corpo di Stephanie, pur non subendo trasformazioni successive (protesi removibili a parte), si modifica nella misura in cui Stephanie stessa modifica il rapporto che ha con questo nuovo corpo che è stata costretta ad abitare. E poi, o insieme, libera di imparare ad amare e godere.
Anche a questo livello fisico, materico (il titolo restituisce bene anche questo senso) di notevole importanza nell’economia narrativa del film, il regista tesse una tela complessa di rimandi, contrasti, repulsioni, affinità, dolore e desideri. Una rigenerazione, una riscoperta fisica (un abuso consapevole, se volete, nel caso di Alì) che accompagna e sollecita (o può minacciare) una rinascita emotiva ed esistenziale.
Audiard pure sul punto, a volte, di “scivolare” nella costruzione di questo racconto naturalista, riesce comunque a mantenere una tensione dell’immagine forte e non compiacente o conciliata, e a descrivere quasi con rabbia i destini di persone intente a riprendersi il tempo che resta. 

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os)
(Belgio, Francia, 2012)
Durata: 120’
Regia: Jacques Audiard                                                                                                             Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Juliette Welfling
Musiche: Alexandre Desplat
Interpreti: Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Céline Sallette, Bouli Lanners, Corinne Masiero, Jean-Michel Correia, Armand Verdure
Produzione: Page 114, Why Not Productions, France 2 Cinéma, Les Films du Fleuve
Distribuzione: BIM

E io l’ausilio me lo faccio in casa. Un concorso in Francia condivide le idee che migliorano la vita quotidiana

Si è tenuta il 15 giugno scorso a Parigi la premiazione della 15° edizione del “Concours des Papas Bricoleurs et des Mamans Astucieuses”, un concorso nazionale promosso dalla catena del bricolage Leroy Merlin e dall’associazione Handicap International, cui partecipano gli amanti del fai da te che hanno realizzato un ausilio originale “fatto in casa” per migliorare la vita di un familiare con disabilità. Tra le invenzioni vincitrici dell’edizione 2012, oggetto di brevi video illustrativi sul sito www.handicap-international.fr, un poggiapiedi retrattile da applicare alla sedia, un fasciatoio a borsetta da usare in piscina dove le cabine non consentono di entrare con la carrozzina, e un “dito bourguignon” per manovrare agevolmente i comandi a tasto di una carrozzina elettrica.
Abbiamo parlato della storia e degli obiettivi del concorso con Nicole Crochet, responsabile del servizio di mobilitazione per Handicap International in Francia.

Come è nata l’idea di questo concorso? E come si sono costituite le collaborazioni che lo rendono possibile oggi?
Il signor Facon (oggi deceduto), padre di una bambina disabile chiamata Perrine, incontrò una ventina di anni fa un membro della Direzione di Leroy Merlin, che, in occasione di un Telethon, proponeva un’animazione di bricolage in un grande magazzino. Il signor Facon aveva avuto l’idea di creare un’associazione di papà bricoleurs, come lui genitori di bambini e ragazzi disabili e desiderosi di creare ausili semplici e non costosi, che rispondessero ai bisogni dei bambini come dei genitori: semplificare il quotidiano e condividere le proprie “trovate” fra genitori.
E di anno in anno l’idea si è ingrandita. Handicap International è stato il primo partner di questo progetto, che mirava ad andare al di là degli scambi in un’associazione del nord della Francia, per promuovere il concetto sul piano nazionale. L’idea di aprire gli scambi attraverso un concorso (i premi sotto forma di buoni acquisto sono offerti dai grandi magazzini Leroy Merlin) era un invito a proporre innovazioni non di mercato al maggior numero di persone. Grazie alla rivista Déclic [“Scatto fotografico”, ndr], dedicato alle famiglie di bambini e adolescenti disabili con ogni tipo di deficit e creato da Handicap International, altri partner sono venuti a unirsi al progetto: in principio la federazione dei servizi di aiuto a domicilio (rete di terapisti occupazionali), e più tardi altre associazioni di famiglie di persone disabili. I dossier di deposito delle realizzazioni tecniche sono disponibili in tutti i grandi magazzini Leroy Merlin, e su richiesta presso Déclic o Handicap International.

Quante idee hanno partecipato al concorso in questi anni?
Il concorso ha appena festeggiato il suo 15° anniversario, e contiamo più di 300 invenzioni pubblicate e 50 invenzioni premiate.

Come sono assegnati i diversi premi di ogni edizione?
Una giuria composta di rappresentanti di ogni partner, come pure una giuria di famiglie di bambini e ragazzi disabili, si riuniscono ogni anno nel mese di marzo per selezionare i candidati in un primo momento, e poi per scegliere le invenzioni premiate. I genitori conferiscono 2 premi, i partner 4 premi.

Quali ausili presentati in questi anni vi hanno colpito di più?
Tutti gli ausili hanno il proprio interesse, e non siamo in grado di sceglierne uno piuttosto di un altro, essendo l’essenziale proporre un adattamento semplice, non costoso, fuori dalle reti di mercato, accessibile al maggior numero di persone e che offra tutte le garanzie di sicurezza.

Gli ausili che partecipano al concorso sono realizzati da bricoleurs esperti, o anche da principianti/amatori?
Il concorso è aperto a tutti i bricoleurs amatori; i professionisti non hanno diritto a partecipare.

Ci sono anche delle “mamme bricoleuses”?
Il nome esatto del concorso è “concorso dei papà bricoleurs e delle mamme astute”; nell’ultima edizione, avevamo lo stesso numero di maschi e di femmine che ci hanno inviato le proprie candidature.

Che voi sappiate, ci sono stati ausili “fatti in casa”, tra quelli premiati o in concorso in questi anni, la cui idea sia stata sfruttata per avviare produzioni industriali? E come funziona il “riuso” da parte di altre famiglie?
Le invenzioni che vengono pubblicate non devono essere oggetto di commercializzazione, devono essere fabbricate in un pensiero di condivisione ed essere di riproduzione facile e gratuita. Tenuto conto del loro carattere “su misura”, queste innovazioni non entrano nel settore di mercato, che non avrebbe alcun interesse commerciale a duplicare le invenzioni dei parenti.

Come funziona il “riuso” da parte di altre famiglie?
Noi mettiamo in contatto le famiglie (quelle che creano e quelle che desiderano riprodurre l’invenzione) affinché condividano le loro idee e le loro astuzie di bricolage. Il concorso dei papà bricoleurs e delle mamme astute permette dei begli incontri tra famiglie che condividono le loro creazioni e il loro “segreto di fabbricazione”. E gli incontri sono sempre più numerosi ogni anno.

La marcia delle tartarughe ninja

Quando ho accennato ai miei colleghi l’idea di scrivere un articolo su Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello devo ammettere che sono stato un po’ deriso. “Claudio, sono anni che scrivi su tantissimi argomenti, ma cosa c’entrano i grandi del Rinascimento italiano con i tuoi temi?”.
Vero. Amo l’arte, ma non posso improvvisarmi tuttologo.
Non mi avevano capito. Io volevo parlare delle tartarughe ninja.
Ammetto che fino a qualche giorno fa non conoscevo proprio nulla di queste quattro tartarughe mutanti, se non i loro nomi così affascinanti.
Poi una sera in pizzeria, seduto davanti a un bambino e a una quattro stagioni, sono stato “costretto” ad ascoltare le avventure e la storia delle tartarughe ninja e del loro maestro Splinter.
All’inizio ascoltavo distratto, poi lentamente (proprio come una tartaruga!), man mano che il bimbo spiegava la loro trama ho iniziato a pensare, a collegare… La vita ai margini, le lotte per la giustizia, una corazza come protezione, la collaborazione.
Non è che anche questi personaggi fantastici possono darci un contributo culturale? Non sono forse una metafora delle conquiste ottenute negli ultimi cinquant’anni di battaglie per un mondo più accogliente e inclusivo?
Io credo proprio di sì.
Partiamo dal loro contesto, da dove provengono: le tartarughe ninja vivono nascoste, nelle fogne, nel sottosuolo della città, lontane dagli sguardi della gente. Ovviamente ho subito fatto il paragone con il mondo dell’handicap.
Un mondo che spaventava, dunque tenuto nascosto almeno fino alla legge sull’integrazione dei primi anni Settanta. Quel mondo turbava così tanto da non dover essere nemmeno argomento di discussione. Poi qualcosa è cambiato.
È cambiata la mentalità, sia delle persone disabili che della collettività.
L’innovazione dunque è stata legislativa, ma soprattutto culturale.
Dopo tante battaglie così, la diversità non era più rintanata nel sottosuolo. Proprio come le tartarughe ninja, è uscita in superficie per mescolarsi nella società che non poteva più fingere di non vedere.
C’è di più. La metafora tartaruga ninja-disabilità offre un altro spunto interessante. La tartaruga ha una corazza con funzione protettiva, che le è indispensabile per vivere, per proteggersi fisicamente e psicologicamente dalle avversità.
Anche un disabile può avere la sua corazza: la sua carrozzina.
Questa ha una grande funzione difensiva e di sostegno, per resistere agli urti della vita, direbbe Luca Carboni. Un ausilio che dà sicurezza, quindi, sia dal punto di vista fisico che morale, sempre che venga interpretata non come una sfortuna o come un peso, ma come uno scudo. È quello che fanno le tartarughe ninja.
Tartarughe che combattono le battaglie per la giustizia, organizzate sotto la sapiente guida di un “coordinatore” ratto, che crede nel lavoro di gruppo e che ha fiducia nei suoi collaboratori (chiaramente prendo le distanze dai loro metodi di lotta…). Proprio come le molte associazioni che in questi anni hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza delle abilità diverse.
Metafore potremmo trovarne ancora… Salutando i miei colleghi Raffaello, Michelangelo, Donatello e Leonardo vi invito a scrivere sulla mia mail claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook, alla ricerca di altre metafore…
Avanti… Marche!

Lettere al direttore

Caro Claudio,
buongiorno!
Mentre leggevo il tuo articolo sulle tazzine da caffè un po’ storte, non so perché mi è venuto in mente il guerriero Bruce Lee che disse: “Sii come l’acqua… svuota la tua mente, sii senza forma, senza limiti. L’acqua in una tazza diventa tazza, in una bottiglia diventa bottiglia. Sii come acqua amico mio!”.
E se l’acqua (o il caffè) prende la forma a seconda dell’involucro, diventa più importante la forma o il contenuto?
Un saluto sincero,
Silvia

Cara Silvia,
quando ho ricevuto la tua bella lettera mi sono chiesto se Bruce Lee conoscesse una mia vecchia poesia, scritta nel lontano 1983 quando l’Italia aveva appena vinto i mondiali e l’urlo di Tardelli riecheggiava ancora… […] Nella baia, un’onda/si appoggia sulla/terra/e subito ritorna in mare. […] Intanto il mare/continua diventare terra/e la terra continua diventare mare.
Questa poesia è stata scritta con una voluminosa Olivetti grigio-verde, la mia amica macchina da scrivere, fedele compagna di viaggio tra realtà e fantascienza che hanno portato alla scrittura della maggior parte delle mie immaginazioni e dei miei pensieri. Mi piace pensare che a ognuno di quei tasti ne sia rimasto attaccato uno… Al tempo scrivevo con il solo uso del mio naso, non c’erano i computer né tablet, né ipad… L’inchiostro diventava carta e la carta inchiostro, nel senso che l’inchiostro si modellava sulla carta e la carta si lasciava modellare con fluidità. È proprio quello che succede qui, con l’acqua-caffè di cui parli tu citando Bruce Lee e con le tazzine dell’uomo con i baffi che descrivevo io qualche tempo fa in un articolo pubblicato sul Messaggero di Sant’Antonio.
Bisogna imparare a diventare elementi plasmabili e adattabili, sia che questo riguardi la forma (la tazzina e la bottiglia per intenderci) o il contenuto (l’acqua e il caffè). La disabilità è un contenitore affascinante proprio perché ci chiama alla trasformazione, a farci cioè materie duttili a cambiare le nostre forme, a entrare di volta in volta in sagome e figure sempre diverse.
Bisognerebbe spiegare questo concetto a Bruce Lee, che, anche se per lui è difficile da comprendere, va comunque spiegato…
L’uomo con i baffi

Ciao Claudio, sono Francesca, una delle gemelle dell’articolo, meglio la gemella disabile.
Sono entusiasta dell’articolo pubblicato, perché hai perfettamente capito cosa volevo dire e non hai stravolto nessun significato.
Quando Federica torna dall’Università glielo faccio leggere e poi ti dico il suo commento.
A presto “collega disabile”
Francesca Aggio

Cara Francesca,
sono molto contento che l’articolo uscito su www.superabile.it ti sia piaciuto e che ti sia riconosciuta nelle mie parole. Riuscire a descrivere il complesso rapporto che esiste tra fratelli, soprattutto quando si parla di disabilità, non è cosa semplice e tu sei riuscita a farlo davvero con grande freschezza e immediatezza.
Mi piace per questo citare le tue parole quando, a proposito di te e della tua amata-odiata gemella Federica, scrivi: “Appeso al frigorifero in cucina c’è una calamita con su scritto: sorelle per caso, amiche per scelta. È proprio quello che penso, alcune volte ci riusciamo, altre un po’ meno…”.
A parte il fatto che io vado matto per le calamite e che ne ho il frigo letteralmente tappezzato, tante quante i miei avventurosi viaggi in giro per il mondo, questa frase mi ha colpito perché sintesi perfetta delle contraddizioni e dei contenuti più delicati di un tema così affascinante e importante.
Il rapporto simbiotico infatti che quasi sempre si viene a creare, nonostante ci si trovi, come tu sottolinei, a essere uniti un po’ per caso, spesso rischia di degenerare in gelosia da entrambe le parti. Amore e odio, iperprotezione e indifferenza in questi casi sono spesso faccia della stessa medaglia proprio come il nord e il sud dei magneti. Come poli magnetici cioè, ci si attrae e ci si respinge costantemente.
Così come tu aggiungi: “A volte creiamo insieme delle alleanze per combattere i nostri genitori, in due otteniamo risultati migliori, oppure ci diamo una mano a vicenda nella scelta dei regali per i rispettivi fidanzati. Ci capita anche di andare a passeggiare e chiacchierare”.
Il limite tra complicità e conflitto è talmente labile e sottile che, come ci insegna la vostra calamita, diventa una questione di scelta, con cui imparare a misurarsi insieme giorno per giorno.
Che dire? Grazie ancora una volta, Francesca, per le tue parole e per aver condiviso con noi la tua esperienza. Che ne dici, mi porti una calamita?
Claudio Imprudente

Ognuno è qualcuno

Qualche giorno fa ho chiamato il mio amico Said, per sapere come stava. A causa del terremoto dorme in tenda con la sua famiglia. Chiacchierando mi dice che la sua vita è cambiata dal giorno alla notte, per certi versi anche nel bene. Gli chiedo in che senso. Mi dice che in quel campo, è qualcuno anche lui, come gli altri.
Circa un anno fa, in questa stessa rubrica, scrivevo che “si è sempre meridionali di qualcuno” (cfr. “HP-Accaparlante”, 2 -2011), intendendo con ciò la necessità di ridefinire i confini nazionali, non per disegnare nuove cartine ma per riconoscere che, ormai, le cose sono cambiate e che non ci si può tirar fuori dal gioco della globalizzazione.
Forse pensano lo stesso le tante persone che aderiscono ai gruppi neonazisti nati in Europa e che, ora come ora, godono di un certo successo.
Anche loro pensano che non ci si possa più rifiutare di partecipare a questo processo e scelgono di farlo definendo nuove regole, imponendo un pensiero che non si basa sull’indifferenza ma sul riconoscimento delle diversità. Tale riconoscimento si trasforma nel punto di partenza per stilare classifiche e trasformare le differenze in fattori determinanti per l’acquisizione o meno di diritti. Se sei A vai bene mentre se sei B non vai bene, quindi non ti meriti nemmeno i diritti fondamentali.
Ciò che mi interessa di questo ritorno di fiamma del pensiero che definiamo nazista, non è tanto l’estremismo che, ovviamente, mi preoccupa e sento che dovrebbe farci alzare le antenne, soprattutto nei luoghi educativi dove si vive concretamente la relazione con la diversità e dove si formano le future generazioni. Ciò che mi preoccupa sul serio è la quotidianità, i discorsi e gli atteggiamenti che, persone medie, mettono in atto ogni giorno per strada, nei negozi, mentre guidano, bevono un caffè, prendono un aperitivo. Parole di disprezzo, di paura, di sospetto, di rifiuto, di giudizio, di condanna, di volgarità, di offesa.
Parole, mi direte, solo parole.
Solo parole, giusto, che però, come fossero piccoli colpi di scalpello, costruiscono un pensiero, la concezione dell’altro, il modo di accogliere chi arriva. Piccoli colpi che trovano terreno fertile nella paura, nell’ignoranza, intesa in senso letterale, nella non conoscenza dell’altro e della sua cultura. Paura e ignoranza dalla quale nascono pregiudizi e convinzioni sbagliate.
E piano piano, giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo si costruisce la cultura, con le sue altezze e le sue immaturità, che, allo stesso tempo, influenza e viene influenzata dalle persone che la vivono, che cammina tra i vicoli di città e paesi.
Poi, però, a un certo punto, tutt’un tratto succedono cose che non avresti mai voluto ti succedessero, che ti stravolgono la vita, che cambiano totalmente i parametri di riferimento, i tempi, i ritmi, i luoghi, le relazioni. Con conseguenze terribili e dolorose, tragiche e violente.
A un certo punto, in questa quotidianità, succede un terremoto, non simbolico ma reale, quello che fa tremare la terra, il corpo, l’anima.
Non hai più la casa e, se ce l’hai, non sai più se è sicura, non hai più il tuo bar, il tuo negozio, l’edicola, la chiesa, il vicolo… Insomma non hai più i tuoi confini, quelli che in un qualche modo definivano il territorio emotivo, lo spazio della tua identità.
E ti ritrovi in una tenda, a condividere un tavolo, un bagno, un prato, una paura con altre decine di persone che forse avevi incontrato per strada qualche volta ma che non avevi mai considerato, non per cattiveria ma perché, pensavi, non aveste tanto in comune.
E l’esperienza, assolutamente tragica, diventa l’occasione obbligata per fare i conti con gli altri, quelli che volevate vicini e quelli che tenevate lontani, quelli che parlano il tuo stesso dialetto e quelli che, a stento, parlano l’italiano, quelli che “lui è come un fratello” e quelli che “con lui ho chiuso”. Un’occasione, un’opportunità, non priva di ostacoli, soprattutto legati alla gestione dello spazio, delle consuetudini, del cibo.
Tra quelle tende, però, succede ciò che sarebbe auspicabile succedesse tra le vie di una qualsiasi città. Gli abitanti delle tendopoli, abbassate le difese, riescono a vedere l’altro non per ciò che rappresenta ma per ciò che è, uscendo dallo schema del pregiudizio, conoscendo la persona e non l’immagine che hanno di essa. Si definisce, in questo modo, una nuova geografia, con nuovi confini, nuovi punti cardinali, un nuovo territorio relazionale nel quale si è tutti sulla stessa barca. Nel quale, come dice il mio amico Said, ognuno è qualcuno, con la propria identità, la propria storia, le proprie consuetudini. Ciò che cambia, infatti, non sono tanto le persone, quanto il contesto fisico e relazionale, quello spazio dentro il quale ogni singolo si muove e definisce la relazione con l’altro.
Questa relazione è ciò che chiamiamo inclusione.
Concludendo, il mio non vuole essere l’elogio del terremoto, nemmeno il tentativo di trovare un aspetto positivo in una situazione tragica. Ho solamente trovato interessante l’espressione del mio amico Said il quale, con quelle parole, ha raccontato più di tanti discorsi cattedratici sul tema dell’integrazione.
Salutandomi, Said mi dice che deve andare perché è il suo turno di pulire i bagni. Hanno organizzato i turni a seconda della nazionalità… C’è ancora molto da fare.

Metodologie e tecniche musicali per le disabilità: un indirizzo di studi per “educatori musicali”

Il Conservatorio “Cesare Pollini” ha raccolto in questi anni un’importante eredità che deriva dalla tradizione iniziata da storiche istituzioni cittadine rivolte all’educazione e formazione di coloro che presentano bisogni speciali con un particolare riguardo verso la formazione musicale.
Tale cultura e sensibilità ha permesso non solo di mantenere viva l’attenzione verso le disabilità nel contatto con il mondo della musica ma anche di cercare di fornire e sviluppare programmi educativi e formativi che possano offrire ulteriori soluzioni e prospettive di relazione e inclusione.
Tra le fondazioni cittadine più importanti in questa direzione è fondamentale la presenza a Padova dell’Istituto per ciechi “Luigi Configliachi” la cui fondazione risale al 1838 a opera del Sacerdote Professore Cavaliere Luigi Configliachi (1787-1864) e oggi a lui intitolato. Primo istituto in Italia organizzato per accogliere esclusivamente persone cieche, istruirle, educarle, indirizzarle a un lavoro personale redditizio, finanziariamente valido e con lo scopo di restituirle alla vita sociale attiva, prevedeva tra gli indirizzi educativi la musica teorico pratica ossia lo studio del pianoforte e dell’organo. Tra le scuole attivate al suo interno, oltre a una scuola di musica creativa, erano presenti tre corsi musicali, di strumento e composizione, pareggiati al Conservatorio di Stato dal 1953. Nel 1960 la scuola a indirizzo musicale divenne sezione staccata del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia e, in seguito, con la statizzazione del locale Istituto Musicale Pareggiato “Cesare Pollini”, fu assegnata al Conservatorio padovano. Ancora negli anni ’80 vi si insegnavano pianoforte (3 cattedre), organo e composizione, con le relative materie complementari.
Ancora negli anni ’70, mentre le varie Sezioni staccate di Conservatorio presso i più grossi istituti per i ciechi d’Italia avevano cominciato a chiudere a una a una per effetto della nuova politica di integrazione, la sezione di Padova sopravvisse ancora grazie all’idea di praticare l’integrazione “alla rovescia”: ammettere cioè i vedenti alla scuola dei ciechi. Ciò nonostante, agli inizi degli anni ’90 una circolare ministeriale dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione impose la chiusura anche di questa sezione poiché non aveva più le dimensioni minime per diventare autonoma; fu quindi accorpata alla sede centrale.
La sensibilità del M.tro Claudio Scimone, allora Direttore del Conservatorio permise non andassero perdute la ricchezza di competenze che si erano formate; si attivò con decisione affinché il patrimonio costituito dalla cospicua Biblioteca Braille e dall’esperienza e competenza degli insegnanti fosse valorizzato e potesse svilupparsi ancora. Ottenne dalla Fondazione Cassa di Risparmio più di un finanziamento per l’acquisto di dispositivi tecnologici e per l’avvio di attività a favore della didattica della musica ai non-vedenti.
L’emanazione nel 1999 della legge 509 di riforma dei Conservatori e delle Accademie – anche se a tutt’oggi non ancora pienamente applicata – permise l’istituzione del primo Triennio sperimentale di “Scrittura Musicale Braille e metodologie didattiche per portatori di handicap”. Lo scopo di tale triennio era quello di formare operatori musicali che fossero in grado non solo di insegnare la musica a giovani non vedenti ma che, conoscendo il Braille musicale, fossero di trascrivere le musiche in tale protocollo avvalendosi anche dei programmi informatizzati che si stavano allora diffondendo. Fu in questi anni che ci si aprì ulteriormente alla ricerca sia sull’utilizzo dello scanner per la musica e la sua traslitterazione in codice Braille in collaborazione con alcuni ricercatori del locale dipartimento del Centro Nazionale delle Ricerche, sia a nuove modalità di insegnamento assistito. In questa prospettiva di ricerca alcuni dei docenti impegnati in quest’area parteciparono a importanti gruppi di lavoro internazionali.
La presenza poi nei laboratori di didattica di bambini con difficoltà e la costante frequenza nelle giornate aperte del Conservatorio e nelle visite richieste dalle diverse scuole di studenti con disabilità portò l’attenzione verso una visione più ampia del problema. Non di meno fu la consapevolezza che in Italia, all’interno delle varie Istituzioni formative, non esistevano curricula didattici che potevano riferirsi all’uso di pratiche musicali e tecniche ritmico-corporee orientate a favore dei diversamente abili e in attività di integrazione-inclusione e recupero sociale a fronte di una richiesta purtroppo in costante crescita.
Il corso di Scrittura Musicale Braille nel 2006 si trasformò così nell’ancora sperimentale Triennio in “Metodologie e tecniche musicali per le disabilità” che divenne finalmente corso ordinario nel nuovo ordinamento degli studi dei Conservatori e delle Accademie varato recentemente nel 2010.
Fin dall’inizio il corso dedicato alle disabilità si prefiggeva di dare adeguati strumenti musicali e psico-pedagogici in grado di orientare l’attività musicale agli obiettivi previsti dalle diverse situazioni occupazionali di rilievo pedagogico speciale con attività musicali, nelle aree del sostegno, dell’integrazione e del recupero. La figura professionale che si intendeva formare era di “Educatore musicale professionale” la cui formazione permettesse il suo inserimento come operatore-educatore competente nell’ambito delle didattiche musicali sia nel contesto della scuola dell’obbligo, sia in strutture di formazione extra scolastiche socio-pedagogiche e socio-sanitarie del recupero sociale, del disagio, dell’integrazione in una équipe, affiancando gli altri operatori. Lo scopo era, e rimane, quello di facilitare la comunicazione e l’apprendimento del soggetto disabile attraverso la promozione e la crescita del proprio “vissuto corporeo”, strutturando situazioni favorevoli a un percorso propedeutico o di sostegno nell’insegnamento e uso della musica. Nel caso di persone non vedenti insegnare i primi rudimenti della notazione musicale Braille, assistendoli anche con attività di trascrizione.
La recente riforma degli studi ha favorito l’ulteriore sviluppo del percorso di studi, l’ha trasformato in uno degli indirizzi nel quale si articola oggi il corso di studi per il Diploma accademico di primo livello in “Didattica della Musica e dello strumento” nel Conservatorio di Padova; l’altro indirizzo è “Metodologie della didattica e della comunicazione musicale”. Per tale motivo sono stati in parte rimodulati obiettivi e programmi in conformità con quanto previsto dalle declaratorie nazionali.
Oggi il corso per il diploma accademico di primo livello in “Didattica della musica e dello strumento – Metodologie e tecniche musicali per le disabilità” intende fornire competenze e tecniche artistiche specifiche tali da consentire la realizzazione concreta della propria idea didattico/artistica a favore di soggetti con diversa abilità. A tal fine è dato particolare rilievo all’acquisizione degli strumenti pedagogici e psicologici fondamentali e specificamente orientati, oltre allo studio delle principali tecniche strumentali e vocali e dei linguaggi compositivi relativi all’ambito della didattica della musica. Il fine è di porre il diplomato in grado di orientare e adeguare la propria attività musicale agli obiettivi previsti dalle diverse situazioni occupazionali di rilievo nell’ambito della didattica speciale (o specializzata) con attività musicali, nelle aree del sostegno, dell’integrazione-inclusione e del recupero.
Il curriculum di studi del corso si presenta articolato e complesso tra discipline dell’area musicale (strumentale, pedagogico e didattica, storico musicale e antropologica) e socio-sanitaria (psicologica, medica). Esse provvedono nel fornire agli studenti gli strumenti idonei per affrontare un’utenza che presenta bisogni speciali in situazioni diversificate e complesse e per avere la possibilità di approfondire sempre più quest’area di interesse nelle diverse aree nelle quali la ricerca è oggi attiva. Per tale motivo ampio spazio è dato non solo alle discipline formative e teoriche ma anche alle attività di tirocinio attivo nelle diverse situazioni di bisogno e in differenti fasce d’età attraverso convenzioni con le istituzioni formative non solo del territorio. Per il raggiungimento degli obiettivi importante è la collaborazione dell’Università attraverso una convenzione e fattivo il sostegno dell’Ufficio Scolastico Provinciale.
Il piano del corso di studi è consultabile nel sito web del Conservatorio dove sono presenti le indicazioni per ogni ulteriore chiarimento: www.conservatoriopollini.it.

“È tutto vero!”. Storia del potenziale creativo presente nello sport

Tutto è iniziato nella Bassa Bresciana, città di Ghedi per la precisione, quando fui coinvolto da un mio collega nella sperimentazione di un laboratorio sportivo rivolto a bambini e adolescenti.
La sperimentazione, almeno dal mio punto di vista, era anche su me stesso: la mia esperienza con il mondo della diversabilità era piuttosto superficiale, la mia visione complessiva su sport e disabilità molto stereotipata.
Unire lo sport e la disabilità, secondo la mia prospettiva da profano, poteva voler dire una corsa con l’handbike (e solo grazie all’esposizione mediatica di Alex Zanardi), una partita di basket in carrozzina o qualche altra “strana” competizione vista in tv durante le Paralimpiadi pechinesi.
Per questo faticavo a capire, a concepire un laboratorio sportivo per ragazzi con handicap che fosse diverso dalle solite tecniche, dai soliti approcci, generalmente più fisioterapici che sportivi.
L’esperienza iniziale di Ghedi ha stravolto le mie convinzioni.
Un gruppo di ragazzini, con età, deficit e qualità differenti tutti coinvolti da protagonisti in questa nuova avventura di gioco-sport adattabile.
Non riesci a correre su una gamba sola? Bene, le usi tutte e due ma lo fai saltellando.
Non riesci a saltare quell’ostacolo? Ok, ne mettiamo uno più basso ma lo salti due volte.
Non riesci a realizzare tiri liberi a canestro perché è troppo alto? No problem, mettiamo il canestro più basso ma hai una sola possibilità.
Questi esempi casuali solo per mostrare l’approccio del laboratorio volto non a cancellare la difficoltà, ma semplicemente a modificarla: anche perché senza la difficoltà manca la sfida e di conseguenza il divertimento.
Rispettare i tempi e i modi di tutti, coinvolgere senza escludere nessuno, utilizzando l’enorme potenziale creativo presente nello sport: con questo pensiero abbiamo attivato dei percorsi “Calamaio e sport” in diversi istituti secondari di primo grado della provincia di Reggio Emilia.
Percorsi strutturati in tre giornate-incontro, animate da due educatori e un ragazzo diversabile, partendo da semplici giochi di ruolo utilizzati come attività di presentazione per conoscere i ragazzi e il loro rapporto (esistente o meno) con la pratica sportiva in generale.
Utilizzare lo sport per costruire integrazione partendo dalla possibilità di variare le regole, di adattarle in base alla specificità di ognuno proprio per rendere tutti protagonisti, disabili o meno.
Il compito assegnato ai ragazzi per l’ultima giornata è proprio questo: inventare un gioco con regole “modificabili” per permettere a tutti di poter partecipare, uomini, donne, giovani, anziani, disabili e normodotati. Tutti in gioco e tutti con un obiettivo preciso da perseguire.
La creatività è inventare nuove regole adattabili a chi gioca, non necessariamente adattarsi alle regole prestabilite. E saranno gli studenti in questione i primi a sperimentare questi possibili “nuovi sport”.
E posso assicurarvi che la fantasia dei ragazzi porta alla creazione di giochi spesso strampalati (forse sarebbe più coerente dire assurdi!), a volte modificati durante la prova stessa, ma sempre molto divertenti e soprattutto integrativi, come da obiettivo.
L’ennesima conferma che è possibile tirare fuori la creatività dallo sport, dal gioco e grazie a questa costruire l’integrazione.
Un esempio concreto è quello del baskin, abbreviazione di basket integrato.
Nel novembre scorso abbiamo partecipato a Cremona, città natale di questo nuovo sport, a un corso di aggiornamento per capirne qualcosa di più: il risultato è stato piacevolmente sconvolgente.
Se la storia dello sport ha sempre corso su due binari paralleli (es. giochi olimpici/paraolimpici) il baskin riesce a superare questi cliché mostrandosi in tutto e per tutto come sport integrante.
Il baskin non è uno sport per disabili, è anche uno sport per disabili.
Alcune tra le caratteristiche fondamentali sono quelle che cerca di trasmettere lo stesso “Progetto Calamaio” anche nelle attività al di fuori del discorso sportivo:

  • fare integrazione significa eliminare l’approccio unilaterale, dunque aiutarsi e venirsi incontro;
  • assegnare dei compiti, degli obiettivi, in base alle diverse capacità di ciascuno, in modo da ottenere un contributo da tutti;
  • cooperare, utilizzare lo sport di squadra come funzione socializzante evitando forme di assistenzialismo che possono minare crescita e capacità di migliorare;
  • norme di comportamento, regole chiare e condivise indispensabili per creare la cooperazione di cui parlavamo sopra;
  • incentivare le responsabilità individuali.

Ho fatto questo accenno al baskin perché ritengo personalmente questo sport esemplificativo se vogliamo parlare di integrazione sportiva.
Un altro laboratorio creativo sullo sport al quale ho partecipato è quello sulla lotta danza, un progetto ormai attivo a Bologna da anni.
La lotta-danza è un metodo psicofisico che utilizza il gioco e il contatto fisico guidato per facilitare la comunicazione dell’individuo con se stesso e con gli altri.
La parte che lega questa attività alle altre che ho portato avanti è proprio questa duplice funzione: fare movimento e fare sport, ma senza mai sottovalutare la funzione sociale che lo sport stesso si porta dentro.
Un laboratorio davvero interessante, rivolto anche a ragazzi con gravi deficit cognitivi disposti a mettersi in gioco e “lottare” per raggiungere anche il minimo miglioramento/obiettivo.
Concluso, fra l’altro, con il saggio finale e la conquista di una coppa per i nostri ragazzi…
Ma l’esperienza più significativa portata avanti quest’anno è quella dell’“Atelier motorio” un progetto nato dalla collaborazione tra la nostra cooperativa “Accaparlante” e la polisportiva “Masi” di Casalecchio di Reno.
L’idea era quella di imitare il progetto sopracitato partito a Ghedi, unire persone disabili e normodotate di ogni tipo, persone con le qualità più differenti, tutte insieme per fare giochi, sport, attività fisica, di tutto di più.
Qui mi sono reso conto ancora meglio dell’importanza di quella duplice funzione di cui parlavo sopra, un inizio sempre leggero, un “social time”, partendo dal nostro quotidiano, dai nostri problemi a scuola o nel lavoro fino alle nostre esperienze piacevoli, gli amori, i concerti, gli spettacoli. Poi tutti pronti a sudare con le più creative (a volte perfino improvvisate, viste le specificità degli utenti) e divertenti attività.
Non ci siamo fatti mancare proprio nulla, come in tutti gli ambienti sportivi che si rispettino, dalle urla di gioia per insperati risultati raggiunti fino ai pianti di dolore per imprevisti infortuni muscolari.
Ragazzi che hanno iniziato il corso con naturali dubbi e perplessità e hanno terminato l’anno sportivo (con pizza e birra tutti insieme) chiedendomi quando si sarebbe ripartiti. Una sentenza sulla riuscita di questo innovativo progetto. Una piacevole conferma sul fatto che è possibile integrare, utilizzando lo sport come strumento.
Immagino che testimonianze di questo genere ne avete già lette su “HP-Accaparlante”.
Questa è solo la mia esperienza.
Indispensabile per farmi capire che è possibile trasformare in fatti tante belle parole.

Lo spettatore inatteso. Il laboratorio di educazione alla visione “La Quinta Parete”

Se il paradosso parte dal palco
Che cosa significa per una persona disabile andare a vedere uno spettacolo? Quello che significa – sarebbe corretto e ovvio rispondere – per uno spettatore qualsiasi… Un’occasione festiva d’incontro, un momento di divertimento e di riflessione, un’esperienza estetica, il tempo di una relazione unica e irripetibile con l’attore e via dicendo.
Eppure non è così, non solo perché la maggior parte dei teatri presentano ancora grossi problemi in termini di barriere architettoniche e di accessibilità, ma anche e soprattutto perché lo spettatore disabile a teatro semplicemente non c’è. Se lo troviamo, il più delle volte accade sul palco, protagonista in realtà di percorsi laboratoriali dagli esiti spettacolari obbligati, all’interno di un processo artistico dalle finalità prevalentemente ludiche e terapeutiche. Tutto questo andrebbe benissimo se, paradossalmente, non ci ponesse subito di fronte alla messa in mostra di un’eccezionalità intrinseca che porta con sé un altrettanto spontaneo e dibattuto problema di ruoli.
Il pericolo principale sotteso a questa dinamica è la ben nota politica della pietà, basata secondo la definizione di Hannah Arendt, sulla distinzione tra esseri umani che soffrono ed esseri umani che non soffrono, in cui emerge l’insistenza di sguardo dei secondi sulla sofferenza dei primi, la svalutazione del processo artistico a favore di quello psicologico, la macabra curiosità nei confronti del “mostro”. A ciò si aggiunge l’autoreferenzialità di una platea composta unicamente da famigliari, operatori del settore educativo, teatranti, in cui il “fuori” non è mai veramente chiamato ad accettare e riconoscere l’attività appresa. Fenomeni e rischi, questi, propri di tutto il cosiddetto teatro sociale, che si estendono dal mondo dell’immigrazione a quello del carcere.
In questo modo lo sguardo dell’altro, ciò che tautologicamente è racchiuso quale essenza stessa della parola “teatro” (letteralmente “il luogo dello sguardo”) viene a mancare in tali contesti dei suoi termini di sfida. Come afferma Salvo Pitruzzella: “Lo sguardo dell’altro può essere fonte di autorizzazione, ma anche negarla: ‘L’inferno sono gli altri’, sosteneva Jean-Paul Sartre. Quello che il regista chiede è di porsi di fronte a questa contraddizione, e trascenderla con uno sforzo eroico, o con un atto disperato” (cfr. S. Pitruzzella, L’importanza dello sguardo dell’altro, in “ Catarsi teatri delle diversità”, 24, dicembre 2002, p.17). Atto che ponga in luce il conflitto, le contraddizioni e gli scontri dei ruoli e della visione. Ma se provassimo allora a fare davvero uno sforzo eroico, a scendere un gradino più in basso e a ribaltare i ruoli a partire dalle nostre stesse posizioni? Ci accorgeremmo che si può parlare di integrazione dal palco come dalla platea, dalla parte dell’attore e da quella dello spettatore, dall’eccezione alla regola e dalla regola all’eccezione.

Entrare, accedere, conoscere
Entrare a teatro, una volta superata la rampa, aver ricevuto l’accoglienza delle maschere, essersi fatti strada tra gli altri spettatori nel foyer, aver riconosciuto e raggiunto il proprio posto nelle prime file presso i corridoi e le uscite di sicurezza, è tutto sommato per una persona disabile un fatto semplice se siamo disposti ad accettarne la logica della lentezza. Accedere invece è qualcosa di più impegnativo, che implica uno sforzo e un’attenzione speciali. Se infatti l’entrata non è che un’azione meccanica e ordinaria, l’accesso implica un’azione creativa ed extra ordinaria, dove la qualità dell’incontro con l’evento coincide con la qualità stessa della sua percezione. In una parola, non si accede senza conoscere.
Al di là di offrirci uno spunto per continuare a ripensare la parola “accessibilità”, c’è ora da chiedersi che cosa un tale assunto può indicare di fronte alla visione di uno spettacolo teatrale e più in generale di fronte alla creazione artistica. Si potrebbe rispondere, per cominciare, che per lo spettatore disabile e non la fruizione passa sempre attraverso l’esperienza e la frequenza di un linguaggio. Sembra scontato ma non lo è. Pensiamo alle numerose volte in cui certi gruppi di tempo libero, case famiglia e cooperative letteralmente parcheggiano nello spazio-teatro i propri utenti, proponendo loro spettacoli di scarsa qualità… Spettacoli amatoriali, dialettali o prettamente legati alle formule dell’infanzia si susseguono per ore di fronte ai consumatori perplessi o passivi, mentre i promotori delle uscite o sono altrove o a malapena conoscono i titoli delle opere. Andare a vedere una performance, andare al bar, al cinema o a mangiare una pizza è la stessa cosa. In questo modo, è indubbio, allo spettatore resta in mano ben poco, pronto a entrare a teatro con la completa certezza di uscirne tale e quale. Se una volta fuori dallo spazio scenico poi, non sentiremo in noi alcun accenno di cambiamento, potremo proprio star sicuri di aver perso del tempo o, ancora peggio, di esserci terribilmente annoiati.

“Non potremmo ammirare la leggerezza del linguaggio se non sapessimo ammirare anche il linguaggio dotato di peso” diceva Italo Calvino (cfr. I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2002, p. 19).

Qualità e consapevolezza sono due passaggi importanti, due elementi costitutivi dell’arte stessa e dello sguardo dello spettatore, che in quest’ottica dovrà saper fare delle scelte che varranno la pena solo se in grado di suggerire rivoluzioni e cambi di prospettiva. È chiaro che la consapevolezza si acquisisce nel tempo e che l’esperienza, quando limitata da un’autonomia parziale, deve essere, almeno inizialmente, indirizzata e mediata. Il discorso quindi vale, a nostro parere, anche per gli operatori e gli accompagnatori normodotati del settore assistenziale e educativo, che dovrebbero provare a confrontarsi sulle proprie offerte in sinergia con figure e professionalità specifiche dell’ambiente artistico.
Cominciare ad ammirare o semplicemente a partecipare alle caratteristiche e ai contenuti di un linguaggio, tuttavia, non significa diventare improvvisamente spettatori critici capaci di maneggiare codici eleganti e complessi, sarebbe un tentativo inutile sia per chi presenta deficit cognitivi importanti sia per chi ha come obiettivo di fondo la mediazione.
Quello che è interessante nell’atto teatrale è piuttosto l’incontro in presenza e la sua connaturata capacità di fare leva su parole come autostima, divertimento e relazione in grado di rendere il disabile non solo il protagonista di un’attività ma anche il fruitore di un’opera di qualità in quanto cittadino parte e partecipe del suo tempo. Integrarsi nel gioco della scena con il resto dei partecipanti sarà allora il passaggio conseguente e successivo. Come arrivarci? Imparando a entrare, accedere e conoscere fino a lasciare delle tracce.

La Quinta Parete
Insieme al Gruppo Calamaio del Centro Documentazione Handicap abbiamo intrapreso quest’anno un primo viaggio nel mondo del teatro, possibile grazie alla visione gratuita di nove spettacoli offertaci dal Teatro Testoni di Casalecchio di Reno e dal Teatro Itc di San Lazzaro, entrambi della provincia di Bologna.
Si tratta di due teatri ben noti alla città, da anni operanti sulle aree periferiche in direzione dell’inclusione e dell’educazione di un pubblico ancora composto, cosa ormai rara, più da gente comune che da addetti.
Qui siamo entrati al solito come gruppo integrato, composto dagli animatori disabili e dagli educatori del Gruppo, per dare vita a una redazione “mista”, La Quinta Parete, in cui si è giocato, scritto e discusso sugli spettacoli a cui, di volta in volta, abbiamo gradualmente avuto accesso. Abbiamo scoperto così che il teatro accade in un tempo e in uno spazio unico e irripetibile ma anche che uno spettacolo può continuare a vivere in noi ben oltre la rappresentazione, che esiste un prima e un dopo la visione e che su questo si possono spendere creazioni, pensieri e immaginazioni. Nel farlo ci siamo fatti aiutare da tecniche di scrittura creativa, dall’intervento di critici teatrali e dall’incontro con gli artisti stessi. Le ombre di Teatro Gioco e Vita di Cane Blu, l’intervista impossibile con l’Antigone delle Belle Bandiere, i lirismi di César Brie o ancora il viaggio Nel profondo degli abissi sul Teatrobus sono solo alcuni degli scenari delle nostre esplorazioni in cui anche voi potrete ora immergervi.
Oltre infatti alla nostra stessa presenza, rumorosa, imprevedibile e dal resto del pubblico visibilmente inattesa, a testimoniare le tracce del passaggio ci ha pensato anche un blog, http://laquintaparete.accaparlante.it/. Integrarsi ha così significato per noi segnalare la nostra entrata in sala con lo scopo di regalare alla cittadinanza tutta nuovi spunti, logiche e aperture sui temi offerti dalla visione, a partire da parole come giustizia, utopia e comunità che riteniamo di valore e importanza comuni.

Scrivere non basta
Fino ad ora abbiamo visto quello che lo spettatore, disabile o non, può fare per approcciarsi più consapevolmente alla fruizione del mondo dell’arte e del teatro. Restano però da capire quali siano oggi in tal senso i compiti del teatro e della sua voce critica.
“Scrivere non basta”, affermava Franco Quadri, il più illustre critico teatrale italiano degli ultimi trent’anni. Il compito della critica, continuava, non sta nel giudicare un’opera quanto piuttosto nel farla esistere, nel fornire delle chiavi di lettura che mantengano stretto il legame e il contatto tra l’opera, lo spettatore e il suo tempo.
Da questo punto di vista l’atto della scrittura è solo la punta di un iceberg, che va a valorizzare il processo creativo da un lato, e il tempo della relazione dall’altro.
Ciò che oggi viene a mancare alla critica è proprio il secondo passo: la conoscenza dello spettatore a cui si rivolge. Il teatro contemporaneo ha già forato la quarta parete, quella tra il pubblico e la scena. Ne resta a nostro parere in piedi ancora una quinta, quella che separa il teatro dalla realtà.
Prima di sfondarla, ci esorta il Calamaio, cominciamo a macchiarla.

Per informazioni:
http://laquintaparete.accaparlante.it/
http://www.itcteatro.it/
http://www.teatrocasalecchio.it/
lucia.cominoli@accaparlante.it 

Disabilità e adozione: scoperta e conquista

È di pochi giorni fa la notizia che la Corte d’Appello ha concesso l’adozione a una famiglia cui era stata negata in prima istanza dal Tribunale dei Minori, in quanto già genitori di un ragazzino disabile. Il tema dell’adozione è sempre molto delicato e riguarda la disabilità sotto molteplici punti di vista, nel caso siano disabili i genitori intenzionati ad adottare, il bambino da adottare o, come in questa circostanza, un fratello. Nel caso in questione, il Tribunale dei Minori aveva definito questi genitori “troppo vulnerabili”, perché completamente dedicati alle cure del figlio disabile. Dunque, secondo questa sentenza, i fratelli di disabili dovrebbero essere tutti soggetti infelici, trascurati, squilibrati. Ora, questo tema dei fratelli di disabili è diventato molto attuale, anche grazie ad “HP-Accaparlante”. Il tema è stato ben sviscerato e affrontato in maniera competente, seria e completa. Dunque, il mio intervento non vuole aggiungere nulla a tutto questo. Se non che, anche io, ho una sorella. Sana ed equilibrata, anche lei, come quasi sempre avviene, dopo la morte dei nostri genitori si è fatta carico della mia assistenza, seppure aiutata da assistenti domiciliari e amici. Tuttavia, chiaramente, lei mi aiuta a coordinare i rapporti con i miei operatori. Ha una sua famiglia e un lavoro, ma, fortunatamente, abita accanto a me. Come spesso succede, la malattia di mia mamma, seppure anziana, ci ha colti alla sprovvista, perché lei aveva quella forza d’animo e quell’energia che solo le mamme dei disabili possono trovare dentro di sé. Nostra madre, nonostante la malattia, ci sembrava immortale. Invece, infine, ci ha lasciati. Aveva sempre pensato lei a me in tutto e per tutto, con l’aiuto di un operatore e di tanti amici, perché, come avviene di frequente, i genitori di figli con handicap hanno l’idea, a ragione o a torto, che nessuno possa occuparsi meglio di loro del proprio figlio. Quindi, io e mia sorella, insieme, ci siamo trovati ad affrontare una ben pesante “eredità”. Il nostro rapporto è certamente cambiato, ma in meglio. Si è fatto più stretto, più confidenziale. Siamo più uniti e più affettuosi, anche se, talvolta, mia sorella mi confida di essere stanca, affaticata e, nei momenti più difficili, mi dice che, se avesse potuto scegliere, questa “eredità” l’avrebbe volentieri evitata. Mi racconta di come, da bambina e poi da ragazza, spesso si sia sentita trascurata e messa da parte da nostra madre che, al di là del carico della mia assistenza, era comunque una donna forte e dalla personalità ingombrante, dunque il rapporto madre e figlia, immagino, sarebbe stato ugualmente un po’ difficile, come solo fra donne sa essere. Ma fortunatamente per lei e anche per me nostro padre era molto presente in famiglia, anche se lavorava parecchio, e noi quattro eravamo uniti. Nonostante questo, nonostante i piccoli momenti di sconforto derivati dai tanti problemi quotidiani e dalla stanchezza, mia sorella è stata capace di rivoluzionare la sua vita per me, di modificare completamente la sua routine, di rendermi totalmente parte della sua famiglia. Si preoccupa per me esattamente come faceva mia madre, naturalmente con uno stile diverso. Ha imparato a fare cose che mai avrebbe immaginato di fare. D’altra parte, in qualsiasi famiglia il figlio maggiore si sente trascurato quando arriva un fratellino o una sorellina, che attira su di sé, inevitabilmente, la maggior parte delle attenzioni e delle cure dei genitori. Racconto tutto questo perché io e mia sorella siamo una ricchezza e un affetto insostituibile l’uno per l’altra. Ma, soprattutto per lei, le difficoltà della quotidianità sono tante. Dunque, pensare che a una famiglia sia stata negata l’adozione perché ha un figlio naturale disabile, mi fa sorgere molti dubbi. È un problema controverso. Certamente, non credo che i genitori del ragazzino disabile abbiano voluto adottare un bambino per trovare un futuro “badante” al loro figlio naturale. Questo mi sembra banale anche senza conoscere il caso specifico. Prima di tutto, come si suol dire, nessuno può sapere che figlio gli capita, anche se si parla di figli naturali. Non tutti i figli sono disposti, una volta cresciuti, a farsi carico del lavoro di cura della famiglia d’origine, sia che si parli di fratelli, sia che si parli degli stessi genitori, una volta anziani. Inoltre, può capitare che anche i ragazzini idonei all’adozione, soprattutto se non sono piccolissimi, abbiano a loro volta una serie di problemi, soprattutto psicologici e di adattamento. Dunque, un ragazzino adottato e uno disabile necessitano entrambi di attenzioni particolari. Qualche tempo fa, alla cronaca era balzato il caso, invece, di un genitore disabile a cui era stata negata l’adozione, nonostante il partner fosse assolutamente normodotato. Si trattava, peraltro, di una disabilità sensoriale, dunque che non inficiava così significativamente la capacità del genitore di assolvere appieno i suoi compiti. Tanto che, peraltro, sono tantissimi i genitori naturali che presentano lo stesso tipo di deficit. Pochi giorni fa, si è tenuta a Milano la Giornata delle Famiglie. Ad essa, ha aderito anche Ai.Bi. Amici dei Bambini, Associazione di ispirazione cattolica, il cui presidente ha preso una posizione molto decisa e, per così dire, audace, sul tema dell’adozione dei bambini disabili. Marco Griffini ha infatti dichiarato che “in assenza di famiglie adottanti, è giusto consentire ai minori con problemi di salute o handicap e a gruppi di fratelli, di essere adottati anche da persone single, com’è peraltro già previsto per l’adozione nazionale, e da adottanti con età superiore ai limiti stabiliti dalla legge vigente”. Una presa di posizione, questa di Ai.Bi., destinata a far molto discutere in ambito cattolico. Al “Family Day” ha provocato fermi rifiuti, ma anche caute aperture come quella di Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita. A noi non resta che raccogliere la sfida, perché credo che, riguardo a questo argomento, la voce delle stesse persone con disabilità, dei loro fratelli e genitori, sia la fonte più autorevole da cui partire per una riflessione approfondita, che non dimentichi di mettere sempre al primo posto il bene dei minori adottati o in attesa di esserlo. Una famiglia composta anche da un membro disabile può essere più aperta e più pronta ad accogliere le difficoltà di un bambino in adozione. Questa non è una regola generale che valga per tutti, ma è una possibilità collegata a tanti fattori. D’altra parte, che ci piaccia o no, la nostra vita dipende da tante casualità fortuite oltre che dalla nostra volontà e dalle nostre decisioni. Nessuno può scegliersi il padre e la madre così come nessuno può scegliersi il proprio figlio, è un dono del destino o, per chi crede, di Dio. Fortunatamente è ancora così, nonostante tutti i tentativi per programmare le caratteristiche e per evitare che nascano bambini con qualche problema. Questa sì che è una vera discriminazione. Così come l’eugenetica e la possibilità di scegliere le caratteristiche estetiche del proprio figlio sembrano un’aberrazione degna di Frankenstein o, più tristemente, di Hitler, altrettanto sarebbe terribile poter scegliere “sul catalogo” un figlio adottivo. Distinguere l’adozione di un bambino disabile o meno, già di per sé dovrebbe aprire qualche questione morale. Per questo, considerare motivo ostativo la presenza pregressa di un figlio naturale portatore di deficit significa quantomeno sottovalutare le capacità sia dei genitori, sia di entrambi i bambini interessati. Certamente, la procedura che porta all’adozione è lunga e complessa, dunque i casi specifici vengono valutati singolarmente, alla luce delle loro peculiarità. Tuttavia, dovendo esprimere un giudizio generale, credo che il deficit di per sé non debba mai essere motivo di limitazione di tutta una serie di azioni che non vengono negate a famiglie in cui l’handicap non è presente. Anche perché la disabilità, purtroppo, può sempre sopraggiungere in un secondo momento per qualche membro della famiglia, e a quel punto non si potrebbe certo revocare l’adozione. Credo, pertanto, che i motivi per cui una famiglia possa essere ritenuta “non idonea” debbano essere altri, ma comunque è giusto valutare caso per caso, come, difatti, la nostra legislazione prevede che avvenga. Il destino o la Provvidenza devono fare il proprio corso. L’uomo deve darsi delle regole ma non può pretendere di prevedere le vicende e di scegliere tutto, anche perché i bambini devono portare meraviglia che nasce dallo stupore.

Il movimento più grande e naturale

Come nelle rubriche precedenti anche in questa racconterò l’arte attraverso l’esperienza di un artista e racconterò l’artista attraverso il mio personale punto di vista, per come lo conosco attraverso la mia esperienza diretta. Che è allo stesso tempo limitata, personale e, per questo, solo un punto di vista.
Pur essendo nato nel 1606, trecentosettanta anni prima di me, Rembrandt Harmenszoon van Rijn è passato spesso nella mia vita e, quasi come un fratello maggiore, mi ha offerto la sua esperienza, raccontata attraverso le sue opere e il suo viaggio interiore.
Qui parlerò in particolare di due opere, non le più famose, che sono state uno stimolo e uno spunto di riflessione.
Rembrandt nasce a Leida in Olanda, quarto dei sei figli sopravvissuti, con il padre mugnaio e la madre figlia di un fornaio. Non per voler vedere in ogni elemento un punto di contatto ma io sono il quarto figlio di una famiglia di fornai. Comunque, proseguiamo.
La sua città natale diventa un importante centro umanistico, grazie anche alla presenza di un’importante università (ricordo che sono nato e vivo tutt’ora a Bologna!), ciò permetterà al pittore di crescere circondato da un’attività culturale vivace e ricca di stimoli.
Rembrandt andò a bottega da alcuni pittori dell’epoca che lo aiutarono ad apprendere prima il mestiere poi l’arte, caratteristica che gli permetterà, nel 1627, di aprire la sua prima bottega. Da quel momento, con alti e bassi, la sua vita sarà quella di un artigiano/artista, generoso anche nell’accogliere molti giovani allievi, sposo con alterne felicità (perderà la prima moglie molto giovane) e padre poco presente, che vedrà morire il figlio prima di lui.
Una vita in attacco, comunque, la sua, alla ricerca di ciò che lui definisce il movimento più grande e naturale. Non sono in  grado di dire se sia riuscito nel suo intento, fatto sta che spesso, quando guardo le sue opere, ritrovo qualcosa di me, un’emozione, un’espressione, una storia. Ed è questo che mi attrae in generale della pittura e, in particolare, di Rembrandt: la capacità di raccontare storie rendendo partecipe lo spettatore, anche a distanza di centinaia di anni, di aver creato davvero un movimento temporale che, al di là degli anni, coinvolge in modo naturale gli spettatori.

Il ritorno del figliol prodigo
Nel 1966, ormai anziano, Rembrandt dipinge uno dei quadri che più amo per la forza con la quale racconta un evento che è allo stesso biblico e personale. Non solo per ciò che riguarda la vita del pittore ma per l’essere umano in generale.
Ho incontrato questo dipinto mentre scrivevo la mia tesi di laura. Il tema su cui stavo lavorando era il ruolo del maschile in educazione e, in particolare, quello del padre. In quei tempi leggevo moltissimi testi che riguardavano il ruolo paterno sia a livello familiare che, più in generale, a livello sociale. Le regole che storicamente e culturalmente hanno definito i confini e la presenza del padre all’interno dei percorsi di crescita dei figli, come procacciatore di cibo prima e di denaro poi, le sue assenze e, ultimamente, la crisi di tale ruolo e la ridefinizione di una presenza alternativa e non emulativa di quella materna.
Il quadro di Rembrandt mi si presentò come la sintesi perfetta tra le tante parole che stavo leggendo in quei tempi e l’esperienza concreta di tanti padri alle prese con un ruolo difficile da decifrare; come se raccogliesse in quelle pennellate un aspetto che spesso rimane nascosto, quando si pensa al compito paterno. Quando dipinge quel quadro, Rembrandt aveva probabilmente forti problemi di vista e, come il figliol prodigo, necessitava di un abbraccio paterno che lo perdonasse, non tanto perché avesse dei peccati da espiare, bensì perché quell’abbraccio rappresenta l’ultimo atto di un percorso di accettazione personale che vede rappresentato il pittore sia nel padre che abbraccia che nel figlio che viene abbracciato ma anche, in parte, nel figlio maggiore che osserva addolorato tale scena.
Ecco allora che il racconto biblico diventa metafora di quello personale di Rembrandt e, di conseguenza, del percorso che riguarda ogni essere umano e, in particolare, quello di ogni padre: la definizione del proprio ruolo si realizza nell’incontro tra il figlio, che rappresenta il nostro passato e il padre, che invece rappresenta il nuovo percorso che siamo chiamati a intraprendere. Ruolo paterno che, come se si trattasse di un cerchio, nasce e si completa in quell’abbraccio che pacifica e ridefinisce, che finalmente rende liberi di agire senza il condizionamento del proprio passato.
Interessanti sono anche i molti particolari del dipinto che hanno attirato l’attenzione dei critici ma anche di psicologi che hanno dato una lettura più esistenzialista.
Le due mani del padre, una femminile e una maschile, a rappresentare quanto il ruolo paterno non si definisca in opposizione ad atteggiamenti femminili; la cecità del padre consumata per aver guardato incessantemente l’orizzonte, fiducia, quindi, nel ritorno del figlio; il colore che ammanta il dipinto che racconta la gioia e il dolore, una varietà di emozioni che coinvolgono tutti i personaggi presenti. Tanti particolari che esplicitano la complessità ma anche la ricchezza del rapporto con la paternità. Quello di Rembrandt ma anche il mio e, forse, anche il vostro.

Autoritratto – 1630
Sorpreso, della sorpresa che ti prende quando vedi qualcosa di strano, che forse fa anche un po’ paura.
Capelli scompigliati, bocca arricciata, occhi tondi e piccoli.
La prima volta che ho visto l’autoritratto che Rembrandt ha realizzato nel 1630, ho pensato: “Ma quello sono io?”. Ho percepito una certa somiglianza con l’artista non solo e non tanto per ciò che ci accomuna a livello estetico (anche io ho spesso i capelli scompigliati, ho gli occhi piccoli, arriccio la bocca…), bensì perché, ancora una volta, il pittore entrava nella mia vita, seppur casualmente, con un profondo significato.
Per Rembrandt l’autoritratto non è solo un esercizio di stile, ne realizzerà, infatti, più di settanta nella sua vita. Sono il segno di come amasse giocare con diversi ruoli, proponendosi di volta in volta come soldato, mendicante, borghese; tanti ruoli, però, che raccontano anche la complessità di una vita interiore che, seppur soddisfatta per ciò che lo circonda, pone il proprio sguardo verso diversi orizzonti, desiderati o sognati. Anche in questo caso, la grandezza dell’artista sta nello svelare qualcosa di comune a tutti, semplice per certi versi, ma che acquista sostanza e significato proprio nel momento in cui ne diventiamo coscienti. Il tema dell’autoritratto, inteso come ricerca e costruzione della propria identità, mi appartiene e mi interessa sia livello personale che in quanto educatore che lavora con persone, bambini o disabili adulti.
Autoritrarsi, in fondo, significa mettersi in contatto con se stessi, guardarsi da un punto di vista differente, dall’esterno, tentando di vedere ciò che vedono gli altri, ri-conoscersi, quindi, scoprendo qualcosa di sconosciuto; è un incontro, in fondo, l’occasione per definire i confini del proprio viso, della propria pelle, i  nostri limiti epidermici e sentirli non come un ostacolo ma come un contenitore, il continuo punto di partenza tra il dentro e il fuori e tra noi e il mondo esterno; è rendere concreto ciò che facciamo in modo troppo scontato, cioè dirci chi siamo per poter continuare a diventare noi stessi.

Chi è Rembrandt, quindi?
Quale autoritratto lo rappresenta di più?
Quale ruolo esprimeva al meglio la sua vera identità?
Difficile dirlo e, personalmente, poco interessante.
Perché ciò che mi colpisce e, quindi, ciò che diventa utile alla mia esperienza, non è tanto il bisogno di una verità storica ma ciò che l’artista definisce come “il movimento più grande e naturale”, l’essenza tradotta in arte che anche oggi ammiriamo, sentiamo e che, in un qualche modo, si mescola alle nostre cellule e ci forma. Per cui mi chiedo: chi sono io? Qual è la mia immagine? Il ruolo che più mi rappresenta?

Il ciclista-pensatore: quando la disabilità è solo un tratto imprescindibile come gli altri

È sempre difficile determinare quello che fa di un film un bel film. Anche quando usciamo da una proiezione con un senso di soddisfazione “estetica” pieno, è complicato stabilire quali siano stati, tra i tanti che compongono un prodotto cinematografico, quegli elementi che ci hanno catturato e convinto. L’operazione, peraltro, sarebbe inopportuna, dal momento che è il modo in cui questi vengono combinati, “sintetizzati”, a restituirci la verità di quello che abbiamo visto. Lo sguardo analitico, pure interessante per indagare la struttura e la composizione di un film, non è sufficiente. Le cose si complicano ancora di più se il film nasce quasi “per caso”, ovvero se al regista la materia filmica capita tra le mani involontariamente, senza che ci sia dietro una volontà esplicita, un progetto ragionato. Perché, in questo “caso”, si tratta di avere quell’intuito, non solo cinematografico, che ti permetta di capire quell’oggetto e di renderlo sotto forma di immagini in un modo che sia, al tempo stesso, rispettoso dell’oggetto e significativo per chi vedrà quelle immagini. A Great Macedonian rientra in questa categoria di film, e il regista, Renato Giugliano, sicuramente in quella categoria di autori che sanno porsi di fronte alla casualità senza timore, con pazienza conoscitiva, con la capacità di mettersi “al servizio” della materia, senza piegarla o enfatizzarla, aprendosi ad essa. Caratteristiche e attitudini che, anche a questo livello forse del tutto casualmente, condivide con il protagonista del documentario nel suo approccio all’esistenza e alle sue “crepe”. Ecco, sembra esserci un’assonanza di fondo, anche precedente alla creazione delle immagini, tra autore e soggetto, ed è forse questa che, con sguardo sintetico appunto, potremmo indicare come elemento di forza e di equilibrio di questo film. Solido nella dolcezza che sa esprimere e nella fluidità mai spettacolare delle sue immagini.
La trama del documentario è molto semplice: nell’estate del 2009 Dejan parte in bicicletta da Skopje, nel cuore macedone dei Balcani, per un lungo viaggio solitario verso la Francia. Un grande impegno, un’avventura contro i propri limiti, alla ricerca di un’armonia interiore, ma allo stesso tempo della prova che la vita può continuare a essere la stessa nonostante tutto. Dejan, infatti, indossa una protesi al posto della gamba sinistra, persa, quattro anni prima, a causa di un incidente con una macchina agricola in una fattoria organica in Francia nella quale lavorava. Anche il piede sinistro, peraltro, ha subito lesioni che non gli consentono un’articolazione perfetta. Sappiamo poi che nel 2010, forte di questo successo, ha attraversato Cile e Argentina, e nel 2011 ha portato la sua bicicletta in Cina per una nuova e più ambiziosa avventura. Ma questo sta fuori dal film che riprende Dejan in occasione del suo primo tentativo di viaggio in solitaria.
In un’intervista, il regista racconta di aver scoperto solo dopo tre giorni la protesi indossata da Dejan, in occasione del loro primo incontro in Macedonia. Una “svista” densa di significato, che Giugliano sembra voler condividere con noi spettatori: è solo al diciottesimo minuto che viene esplicitata la presenza di una gamba artificiale, solo da quel momento la disabilità di Dejan irrompe nel film anche a livello tematico. E, in parte, forse in modo improprio, siamo spinti a re-interpretare quanto detto e raccontato da Dejan fino a quel momento alla luce di questo nuovo dato. In modo improprio perché il suo discorso, anche senza l’“ombra” di questo stato di cose (la disabilità), non solo ha solide basi, ma è rivelatore di verità e portatore di suggestioni ed emozioni di grande intensità. Fino a quel momento possiamo intuire la presenza di un deficit soltanto attraverso piccoli dettagli disseminati dal regista (il più “beffardo”, perché apparentemente insensato, è il cartello all’interno di un centro commerciale che invita a dare precedenza, alla cassa, a persone disabili e donne incinte), cui però attribuiamo rilevanza solo ex post.
Come scrive Chiara Checcaglini su mediacritica.it, “la scelta del regista è lasciare completamente la parola a Dejan, che parla con la voce e col corpo, e con entrambi comunica le sue convinzioni: che il limite è lì per essere superato, che ogni privazione può trasformarsi in stimolo, che la vita non è altro che il continuo trasformare in opportunità gli incidenti di percorso, di qualsiasi entità essi siano”. Un ragionamento complesso sulla necessità della normalità e della sua riconquista, da intendersi, però, soltanto come punto di partenza per modificare quella stessa normalità. La macchina da presa segue Dejan da vicino, lo “accompagna” nello svolgimento di gesti legati alla quotidianità e di azioni legate al suo viaggio, le pedalate, le soste, gli esercizi… Un sottofondo di immagini che valorizza, nella loro intensa e gioiosa sobrietà, le differenze dei movimenti e della gestualità di Dejan e lascia spazio alla forza del suo racconto, sempre in bilico tra “diario di viaggio”, cronaca di quanto fatto e incontrato sino alla breve pausa nella città di Bologna e riflessione sulle ragioni e l’urgenza, non solo personali, di questo mettersi alla prova.
È articolata e ricca di sfumature la sapienza di Dejan: “Negli ultimi due anni, quando sogno, non ho più due gambe come è sempre stato, ma sono così come sono adesso, ma per qualche motivo ho trovato il modo di camminare. È come se fossi su un campo magnetico e riesco a camminare e a correre. È strano. È come se mi accorgessi che è così facile camminare, senza intoppi, regolare”. Poi un ritorno alla dimensione reale, senza smentire quella onirica descritta poco prima: “Non posso dire di godere dei problemi della vita. Godere non è la parola esatta… ma fanno sì che tutto l’insieme appaia… reale, che ne valga la pena”.
Da segnalare la colonna sonora, composta da brani “classici” in voga al tempo della Jugoslavia unita e del regime di Tito, che replicano nel documentario la colonna sonora che accompagna mentalmente Dejan lungo il percorso; rispetto al pedalare da solo, in strade spesso trafficate, Dejan racconta sorridendo: “È così che la vedo, una lunga meditazione. È questione di concentrazione, non di ciclismo. Guardi il tuo spazio sulla carreggiata, di solito è un piccolo spazio, in cui non dovresti dar fastidio alle macchine, altrimenti loro si innervosiscono e ti innervosisci anche tu. Invece ti concentri su una cosa e vai, e ti mette pace. Non penso a niente in particolare, è solo… calma. Non so, pedali… semplicemente… di solito ho delle canzoni in testa, che si ripetono, pezzi famosi della ex-Jugoslavia, forse perché ho attraversato parti della ex-Jugoslavia da cui mancavo da molto tempo, e tutte queste canzoni che non ricordo neanche bene, saranno almeno di venti anni fa. E mi vengono in mente, sono diverse canzoni, e mi si ripetono per tutto il viaggio, come in un jukebox”.
A Great Macedonian è un lavoro difficile da raccontare, ricorrere alle parole di Dejan aiuta solo in parte, perché il regista è molto abile a inserirle in una successione di immagini che svolgono un ruolo più complesso del semplice corredo: non invadono mai il campo, non tendono ad attribuire tratti mitici al protagonista, ma dimostrano, fotogramma dopo fotogramma, che saper raccontare, saper restituire un racconto altrui presuppone sempre una pregressa capacità di accoglienza e di ascolto. A partire da questa, assumendola come irrinunciabile punto di partenza, Renato Giugliano trova la forma più incisiva per disegnare il ritratto di questo solare e affabile ciclista-pensatore, del quale la disabilità è solo un tratto imprescindibile come gli altri.

A Great Macedonian (2009)
Durata: 58’
Regia: Renato Giugliano
Sceneggiatura: Renato Giugliano
Fotografia: Renato Giugliano
Montaggio: Renato Giugliano
Produzione: RLP

“Dopo di noi” in Belgio. Uno sguardo nell’esperienza del servizio “Support-Ahm”

Il tema del “dopo di noi” o “dopo genitori” è sempre più avvertito dalle famiglie che includono persone con disabilità, man mano che l’aspettativa di vita di queste si allunga; tuttavia, i servizi che se ne occupano sembrano ancora poco diffusi, e le loro prassi ancora da consolidare e confrontare. Nella Vallonia, la regione francofona del Belgio, da diversi anni l’AFrAHM – Association Francophone d’Aide aux Handicapés Mentaux (Associazione Francofona di Aiuto ai Disabili Mentali) sostiene i genitori negli accorgimenti da predisporre per i loro figli per garantire al meglio la loro qualità di vita quando essi non ci saranno più, ma solo di recente questo sostegno è stato riconosciuto istituzionalmente come servizio “Support-Ahm” e ha potuto estendersi alla regione di Bruxelles. Abbiamo parlato di questo servizio con Cécile Javaux, direttrice e assistente sociale del Support-Ahm di Bruxelles.

Quando è nato il servizio, e da quali bisogni?
Il concetto di “dopo-genitori” fu pensato negli anni ’70, ed è nato dalle inquietudini dei genitori concernenti il futuro dei propri figli. Il nostro servizio di accompagnamento Support-Ahm + Bruxelles è riconosciuto in quanto tale dal 15 dicembre 2011. Esso esiste in Vallonia da più di 10 anni, e desideriamo che le nostre famiglie di Bruxelles possano beneficiare del medesimo servizio.

Come funziona oggi il servizio?
Il servizio si propone di accompagnare le famiglie nella loro riflessione, di sostenerle nelle loro decisioni, di informarle, di collaborare con i partner coinvolti nella presa in carico della persona con disabilità. Il servizio non si sostituisce ai genitori, al tutore o all’amministratore dei beni: vuole essere complementare agli attori che intervengono sul campo, e agisce in collaborazione, come un legame tra loro, garantendo un sostegno adeguato della persona che ha un deficit intellettivo; a seconda dei bisogni, è presente a riunioni differenti (progetto personalizzato, mediazione…). I desideri dei genitori e le riflessioni condotte insieme sono riprese in un contratto, che evolve lungo tutto l’accompagnamento: è dunque, per il servizio, uno strumento che permette di assicurare un sostegno personalizzato della persona, e questo per una durata di numerosi anni.
Almeno una volta all’anno, il servizio incontra l’utente nel suo luogo di vita e redige un rapporto di visita che trasmetterà alle persone designate dai genitori. Per il servizio, è l’occasione di vedere come vanno le cose per la persona e di agire di conseguenza (sostegno dei parenti, fare appello al giudice, riunire i diversi attori…).

Quante persone fruiscono del servizio? E quanti casi di persone con disabilità che hanno già perduto i propri genitori seguite oggi?
Attualmente accompagniamo 40 persone nel “dopo-genitori”. Queste famiglie sono seguita da assistenti sociali e assistenti psicologhe (se necessario).
Il numero di orfani seguiti ammonta a 8 persone, ma attenzione: occorre sapere che 18 dei nostri assistiti non hanno più che un solo genitore con più di 70 anni, e questo significa quindi che la nostra vigilanza deve essere accresciuta, sapendo che, inoltre, la maggior parte vivono in casa e non potranno purtroppo rimanervi da soli.

Quali problemi e questioni a proposito del “dopo di noi” sono più avvertite dai genitori quando sono in vita?
La questione di base è “come diventerà nostro figlio quando non ci saremo più?”. Finché sono vivi, i genitori sono inquieti riguardo all’alloggio, al sostegno affettivo, al tempo libero e alle questioni concernenti le successioni… Il servizio ha come obiettivo di rimanere una risorsa per la persona con disabilità per lunghi anni, in modo da garantirle una qualità di vita.

Quali soluzioni sono più spesso adottate alla morte dei genitori e parenti, quando la persona con disabilità viveva in casa con loro?
Le soluzioni sono nella maggior parte dei casi ricercate durante la vita dei genitori; noi tentiamo di mettere in opera una rete intorno alla persona, rete familiare e rete professionale. In questo contesto, siamo quindi portati a collaborare con gli altri servizi (centro diurno, centro residenziale, servizio di accompagnamento, ETA [cooperativa sociale di inserimento lavorativo, NdT] …). Delle 8 persone orfane che seguiamo ora, 1 è alloggiato in un centro residenziale adattato alle persone con deficit intellettivi, 3 vivono in famiglia, 3 vivono in casa di riposo per anziani e 1 vive da solo, in autonomia. Di giorno, solo la metà di loro ha un’attività, che sia in centro diurno o al lavoro; le altre sono inattive, e vivono in casa di riposo o in famiglia. Per le persone senza attività, se necessario, si mette in campo un accompagnamento educativo e/o psicologico – gli educatori e/o psicologi fanno parte del nostro servizio.

Avete rapporti con altre associazioni o istituzioni che si occupano dello stesso problema in Europa?
I contatti che abbiamo con gli altri Paesi si svolgono attraverso Inclusion Europe, Inclusion Internationale e l’EDF – European Disability Forum; penso che la problematica sia la stessa in altri Paesi, ma a mia conoscenza nessuna soluzione (simile alla nostra) è stata ancora messa in campo. Abbiamo anche presentato il nostro servizio in occasione di un congresso in Canada, sembravano molto interessati… ma non conosco il seguito.

Per informazioni:
www.afrahm.be

Accessibilità culturale

Di fronte alla mancanza di risorse, alla crisi che toglie ossigeno, alla speranza è possibile mettere in campo due atteggiamenti diversi, non alternativi ma spesso complementari.
Da una parte potremmo recriminare che, proprio perché mancano risorse e sostanze, possiamo semplicemente adattarci alla situazione, fare ciò che si riesce, agire dentro i confini dettati dalle mancanze e, quindi, ridurre al minimo le azioni.
Dall’altra parte, si potrebbe fare ricorso a risorse alle quali non avevamo pensato, provare creativamente a immaginare soluzioni sperimentali, mettersi insieme e trovare percorsi condivisi e, quindi, instaurare relazioni.
Con lo spirito evidenziato da questa seconda alternativa la Cooperativa Accaparlante e l’Associazione CDH lavorano da molti anni sul territorio bolognese e non solo, tentando di provocare un cambiamento culturale rispetto al tema della valorizzazione delle diversità. Anche nell’anno passato abbiamo cercato di costruire una rete di persone e realtà diverse tra loro, con l’obiettivo di lavorare insieme attorno al tema dell’accessibilità culturale.
Con questa definizione si intende la possibilità per tutti di godere appieno delle proposte culturali e di svago del territorio; la possibilità di farlo come spettatori attivi che non si preoccupano solo di riempire il tempo libero con attività più o meno piacevoli ma si occupano di costruirsi un ruolo culturale attivo. Accessibilità intesa non solo come mancanza di barriere architettoniche che consentano di entrare senza impedimenti o di usufruire di un bagno in maniera agevole, ma soprattutto come diritto di entrare in relazione con un ambiente accogliente che non percepisca la disabilità e, più in generale la diversità, come un ostacolo insormontabile ma che possegga gli strumenti per superare imbarazzo e disagio trasformando l’incontro con l’altro in una risorsa per tutti; accessibilità non come recriminazione di qualcosa che non c’è ma come assunzione di responsabilità per rispondere a un desiderio di partecipazione che ci accomuna e ci permette, non tanto di parlare di disabilità o di diversità, ma di provare a guardare ciò che ci circonda da un diverso punto di vista.
Accessibilità culturale come cultura dell’accessibilità che possa trovare terreno fertile nelle diverse realtà che compongono la società e mettere radici, non solo in eventi straordinari, ma tra le pieghe della quotidianità. 

Intorno a un tavolo rettangolare
Sabato 2 giugno, festa della Repubblica ma anche festa della Cooperativa Accaparlante, ci siamo ritrovati attorno a un tavolo rettangolare insieme agli amici con i quali, in modo più concreto, abbiamo condiviso proposte relative al tema dell’accessibilità culturale, per raccontarci le diverse esperienze, mettere insieme idee e emozioni e progettare lavori futuri.
Ho voluto sottolineare che il tavolo era rettangolare perché ciò racconta bene la nostra idea di relazione. Un tavolo come quello, infatti, al contrario di una tavola rotonda, non determina uguaglianza e parità a partire dalla forma, ma la parità e l’uguaglianza si definiscono a partire dalla diversità dei ruoli e dall’adattamento di ogni partecipante. I posti sono tutti diversi, offrono visuali differenti e, a volte, ti ritrovi sullo spigolo, scomodo forse, ma punto di incontro di due linee, di due pensieri, di due opinioni. Un tavolo rettangolare non nasconde le diversità bensì le integra e riporta la responsabilità di tale integrazione alle persone che siedono attorno a esso.
Come fossimo intorno al quel tavolo, proviamo a sintetizzare le esperienze realizzate e i progetti che ci piacerebbe costruire in futuro.
Con il Museo civico archeologico di Bologna abbiamo proposto alcuni incontri all’interno delle iniziative “Se lo conosci lo frequenti”, una serie di incontri realizzati dal museo in collaborazione con realtà del territorio volte a far diventare il museo patrimonio di tutti, cominciando a costruire percorsi di cittadinanza attiva attraverso l’uso consapevole del patrimonio culturale e della memoria civica. In particolare, insieme, abbiamo proposto due incontri che, partendo dalle figure rappresentate sui vasi della collezione attica, hanno condotto i partecipanti alla scoperta dell’altro. Chi è il diverso in fondo? È la donna, è il giovane, è il vecchio, è la persona con disabilità, è lo straniero o è semplicemente chi è diverso da noi? Un’interazione interessante che ha permesso ai visitatori di godere della proposta culturale tipica del museo, arricchita dalla presenza degli animatori, anche con disabilità, del gruppo Calamaio che hanno offerto il personale punto di vista sul tema dell’incontro.
Abbiamo conosciuto le operatrici del dipartimento educativo del MAMbo (www.mambo-bologna.org) l’estate scorsa, un po’ per caso. Il primo passo della collaborazione ci ha visto insieme nella realizzazione di alcuni incontri di formazione reciproca che ci hanno permesso di conoscerci e di definire un percorso laboratoriale comune che avesse al centro il tema dell’identità e della relazione con l’altro, sempre prendendo spunto dalle opere d’arte presenti nel museo. Nel corso dell’anno abbiamo, quindi, incontrato al museo quattro classi in percorsi di quattro incontri che hanno affrontato il tema della diversità partendo dall’autoritratto, attraverso il valore del contesto fino a un “passaggio obbligato” che ha portato tutti a confrontarsi, anche fisicamente, con l’altro.
La Quinta Parete, invece, è una redazione mista, composta dagli animatori disabili e dagli educatori del gruppo Calamaio, che si è confrontata criticamente sui temi e le suggestioni offerte dalla visione di alcuni spettacoli ospitati dal Teatro ITC di San Lazzaro e dal Teatro Testoni di Casalecchio di Reno. Un vero e proprio lavoro di redazione, coadiuvati dall’intervento di critici teatrali e dall’incontro con gli artisti stessi. Persone con disabilità, spettatori critici che hanno tentato di lasciare una traccia del proprio passaggio non sopra ma sotto il palco.

Azioni e relazioni
Le tre esperienze raccontate convergono, non solo intorno al tema dell’accessibilità culturale ma, soprattutto, danno risposta al desiderio di fare insieme, di costruire relazioni, di intrecciare reti che siano, oltremodo, un messaggio chiaro di cosa si intende quando si parla di integrazione. Un’integrazione che chiede di mettere in comune le esperienze per perseguire obiettivi comuni, per raggiungere i quali ognuno può fare la propria specifica parte non in modo esclusivo ma lasciandosi contaminare dalle esperienze altre. Azioni e relazioni che si intrecciano per tentare di diminuire la distanza tra le parole e i fatti o meglio per far sì che le parole che indirizzano il nostro agire si trasformino sempre più spesso in fatti concreti che modificano il nostro fare.
Ripartire, quindi, dalle relazioni che danno poi forma alle azioni.
Relazioni, non solo tra persone, ma anche tra contesti, tra storie, tra esperienze figlie dello stesso territorio.
Relazioni che pongono il loro orizzonte sempre un po’ più avanti, per fare in modo che il presente non diventi il luogo comodo in cui riposarsi ed elogiare il lavoro svolto ma il punto di partenza per nuove sfide, nuove domande da cui partire per trovare risposte efficaci.
I progetti per il prossimo anno sono tanti e riguardano sia il poter dare continuità a ciò che si è realizzato nell’anno appena passato sia nuove proposte che possano soddisfare le nuove esigenze emerse.
Nuovi incontri, quindi, per le scuole del territorio soprattutto in collaborazione con il dipartimento educativo del MAMbo con il quale continuerà il percorso “Insieme ad arte. Un percorso educativo per l’integrazione” ma anche con il Museo civico archeologico con il quale coinvolgere anche un pubblico più adulto, sempre alla scoperta dell’altro.
Continuerà anche l’attività di La Quinta Parete che allargherà i suoi orizzonti, coinvolgendo e formando altri spettatori che lasceranno le loro tracce nel blog.
E poi molto altro, idee concrete ma anche molti desideri che curiamo con attenzione.
Se ne avete qualcuno anche voi, venite a trovarci attorno al nostro tavolo rettangolare.

Lettere al direttore

Caro Claudio, mi chiamo Francesco Leone, ho 55 anni e sono un luogotenente in congedo dell’Arma del Carabinieri. A febbraio 2007 venni colpito da una tipologia di ictus che, sebbene in forma lieve, mi portò alla riforma per inidoneità al servizio.
Tenga presente che, dopo aver prestato servizio in varie località dell’Emilia Romagna e svolto missioni all’estero nell’ONU e nella NATO, ero stato destinato presso l’Ambasciata Italiana di  Buenos Aires. Il desiderio di impegnarmi nel sociale e lo spirito di avventura erano vivi in me fin da ragazzino e furono la molla che mi spinse all’arruolamento, proprio agli inizi degli “anni di piombo”, e mai si assopirono tanto che, superati ormai i 50 anni, aspettavo con trepidazione il trasferimento in Argentina per affrontare una nuova sfida.
Eppure fui ricoverato per alcuni giorni, in prognosi riservata, presso l’Ospedale di Forlì e, ben conscio di quanto mi stava accadendo e delle conseguenze che la patologia sofferta avrebbe comportato nella mia vita, rimasi comunque stupito quando il medico che mi ebbe in cura asserì testualmente: “i casi come il tuo sono rari, mi dispiace, sei stato sfortunato”.
Non riuscivo a capire con quale metro egli valutasse il termine “sfortuna” quando io ero in vita e non avevo subito gravi conseguenze. Col senno di poi, ho solo un rimpianto: immerso nella mia attività non aver provveduto a visite e cure mediche al primo insorgere di alcuni sintomi della patologia che ritenevo dovuti solo a “stress da lavoro”. Credo che, sebbene il Padreterno abbia per ognuno di noi un suo “progetto”, l’essere umano può, in determinati contesti e limiti, specialmente nelle piccole cose, prevenire e/o porre rimedio a eventi che gli possano creare danno. Mi lascio anche una valida giustificazione: ho pensato  agli altri e non a me!
Non mi sono infatti mai chiesto di chi fosse la colpa, né mi è mai passato per la testa di dare responsabilità a terzi, incluso Dio.
La colpa non è di nessuno. Questa è la vita! Mi ritengo fortunato, mi guardo sempre dietro vedendo situazioni umane e sociali molto peggiori delle mie e, sebbene sia un cattolico peccatore, ringrazio il Signore per avermi dato la possibilità di rimanere ancora al mondo, vicino ai miei cari.
Grazie per la sua disponibilità ad ascoltarmi!
Saluti,
Francesco Leone

Caro Francesco,
tanto per cominciare ti ringrazio di avermi scritto una lettera dove mi hai raccontato un pezzetto della tua storia.
Devo confessarti che quando ho letto la prima riga il pavimento sotto di me ha tremato e ho dovuto fare subito mente locale pensando se avessi mai commesso qualche furto o qualche frode o se, cosa più probabile, qualcuno mi avesse denunciato per offesa al pubblico decoro… Sai, in questi tempi nulla è scontato! Scherzi a parte, è quando ricevo lettere belle come la tua che ritrovo il senso del mio lavoro.
Ho un’altra confessione da farti. Nella mia vita, a dire il vero, ho avuto sul serio a che fare con l’arma, nel senso che anche mio padre era della polizia. Nelle tue parole così ho rivisto un po’ delle scene della mia infanzia, come per esempio il bel ricordo di mio padre che, pur essendo maresciallo di polizia, girava con la fondina vuota… A saperlo eravamo in pochi tant’è che dopo la sua morte non è stato facile trovarla per restituirla… L’aveva nascosta in un cassetto chiuso a chiave, di cui, ovviamente, nessuno era in possesso. Ma torniamo a noi. Sono d’accordo con te rispetto a quello che scrivi sul senso di colpa. Pur essendo un sentimento che può sorgere sul momento spontaneo non è imputabile né a te, né a nessun Altro. Quello che conta, caro Francesco, è proprio quello che hai fatto e stai facendo tu: reagire attraverso la vicinanza e la cura che per primo hai riservato ai tuoi cari. La qualità delle nostre relazioni è infatti il solo antidoto alle supposte “sfortune” che possono capitarci.
Che dire, grazie ancora per la tua testimonianza, la prossima volta però mi aspetto anche una bella barzelletta, ovviamente sui carabinieri!

Caro Claudio,
ho letto nel “Messaggero di Sant’Antonio”, il suo scritto “Na’ tazzutella  e caffè”.
Io, prendo il caffè, quasi sempre in tazzulella di vetro, perché  mi piace così.
Alcuna volte, lo prendo con tazzine uguali  a quelle nella foto..
Claudio, mi dispiace, non so molto bene scrivere in italiano. Sono una donna spagnola del nord, la mia cittá si chiama Santander.
Sto imparando un po’ l’italiano, é una lingua che mi piace moltissimo, é bella bella.
Tutti i mesi, ricevo la rivista. Sono molto felice, quando arriva alla mia casa.
Molte parole non le capisco, però con il mio dizionario spagnol-italiano , vado imparandolo..
Aspetto con molta impaziensia la rivista di aprile.
Un saluto bello, ragazzo.
Marián

Olè! Dalla Spagna con furore! Che bello, cara Marián, ricevere una lettera d’oltralpe! Quando sento parlare spagnolo mi vengono in mente due immagini, o meglio, due tonalità di rosso, quelle del mantello del torero nella corrida (dove spero sempre che il vincitore sia il toro) con le sue grida, polvere e schiamazzi e la maglietta rosso-blu del grande attaccante del Barcellona Messi, che mi emoziona sempre con i suoi stupefacenti e sempre creativi goal!
Chissà se anche Messi, negli spogliatoi, si gusterà il caffè in tazzine come le nostre… Sì, proprio quelle dell’uomo con i baffi…
Io da quando le ho comprate non riesco più a farne a meno, benché alla vista apparentemente scomode e imperfette. Ma, come già raccontavo nell’articolo che hai letto, è bastato poco per rendermi conto che in realtà era proprio la loro forma sbilenca a renderle così comode e simpatiche. Una piccola metafora, questa, che ho scelto di usare per suggerirvi un modo semplice e immediato per guardare alla disabilità e scoprire che anche l’imperfezione, se creativamente usata, può trasformarsi non solo in qualcosa di utile ma anche in qualcosa di bello, non in senso estetico ma in termini di peculiarità e originalità
La disabilità dunque ci costringe a fare un passaggio culturale in questa direzione, dalla cultura della bellezza a quella dell’originalità, dall’inutilità alla specificità.
Infine ho gustato il mio caffè, con due cucchiaini di zucchero, in una di quelle tazzine, imperfetta, di colore rosso acceso… e devo dire che era davvero delizioso!
Un giorno, spero, mi offrirai un bel caffè in una tazzina rosso-blu!

8. Bibliografia

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