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Autore: Nicola Rabbi

Risponde Claudio Imprudente

Mi piace molto poter mandare un saluto al mio geranio preferito…! Questa festa in occasione della sua Laurea Honoris Causa ci appartiene. È la sua giornata ma è la nostra giornata. Io Claudio me lo ricordo mentre mi faceva campagna elettorale in modo spudorato durante le elezioni a Cagliari del 2001, lasciando tutti a bocca aperta per la sua capacità comunicativa, per le cose che diceva, per aver detto davanti a tutti “io di lui non mi fido… ma di sua figlia sì!”. Insomma era un maestro e dava la linea non solo in campo educativo e sociologico ma anche politico. Poco tempo prima aveva “sconvolto” le certezze di 1000 persone che avevamo chiamato a un convegno, docenti, educatori, pedagogisti, professionisti in genere. L’avevamo invitato perché noi genitori eravamo convinti dell’effetto devastante che avrebbe avuto sulle sicurezze degli esperti, che classificavano i nostri figli disabili gravi come dei “poveretti”, che al limite potevano ambire a socializzare con l’aiuto da parte dei normali e che nulla avrebbero potuto dare… insomma più o meno dei vegetali. E dopo la sua “lezione” i professionisti ci avvicinarono un po’ imbarazzati, ma sicuramente edificati, e ci dicevano “Ma è possibile? Un disabile che ci fa una lezione di qualità? E con che autorevolezza… non si è mai visto”. Ecco, Claudio Imprudente, anzi dott. Claudio Imprudente: le tue lezioni hanno cambiato il corso delle cose e la vita di tanti in molti ambienti e in molti luoghi. Ci voleva “solo” il riconoscimento ufficiale, qualcuno che ti riconoscesse (complimenti all’Università di Bologna) quello che decine di migliaia di persone hanno potuto ricevere da te, diventando pubblicamente una persona da ammirare, da invidiare, dalla quale imparare… per questo, sommessamente, mi piace ripetere: questa laurea, tutta tua e legata al tuo genio creativo, ci appartiene, la sentiamo anche nostra, è come se in una botta sola si fosse realizzato il riscatto per nostri “gerani”, i nostri figli che vivono con noi, che spesso sono il margine e oltre di una società che tenta di rinchiuderli al di fuori della comunità sociale. Insomma, ci sentiamo orgogliosi di te ma anche con te! E ti diciamo grazie per questo tuo essere reciproco con noi e con tutto il mondo. Che meraviglia, geranio Claudio Imprudente. E se vuoi essere di solito innaffiato da una birra, mi dispiace, ma noi abbiamo solo il mirto per irrigarti! La Sardegna tutta ti festeggia.
Marco Espa – Vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio Regionale della Sardegna

Se conosci Claudio, non lo dimentichi più, verrebbe da scrivere: perché ti tira dentro nei suoi mille progetti, ti telefona con le richieste più strane. Ti fa telefonare, a essere precisi, perché non parla, non scrive, non cammina, non si muove: la sua vita è una vita fatta di “non” fisici.
Sta tutto il giorno su una sedia a rotelle, semisdraiato, perché il fisico si regge a fatica. Parla attraverso una lavagna in plexiglass trasparente, sulla quale sono scritte a caratteri cubitali consonanti e vocali.
Le fissa, una per una, formando le parole che una persona – seduta dall’altra parte della lavagnetta, seguendo i suoi occhi – verbalizza ad alta voce. Un esercizio difficile per chi è senza pratica, e che richiede pazienza, per lui e per chi lo assiste.
Ma ne ha Claudio, di pazienza; soprattutto con quanti erroneamente, vedendolo in “quello“ stato, pensano sia una persona infelice, e sono convinti che le persone come lui, beh, sì: sarebbe meglio che il Signore li avesse chiamati subito a sé.
Il suo segreto, in fondo, è uno solo: saper accettare. Dopo, tutto diventa più facile, anche se… Dio mio, quanta fatica per arrivarci!
Incontrarlo, vederlo, capirlo non è semplice. Ti colpisce quella sua enorme bocca, spesso spalancata per non so quale scherzo dei muscoli facciali, e comunque incapace di esprimersi. Una bocca che si mangia il resto del viso, una bocca che va per conto suo, come il corpo, che se ne frega degli ordini che arrivano dal cervello.
Quando uno sta insieme un quarto d’ora con Claudio si riconcilia anche con il Padreterno. Per dirvela giusta, quando vedo drammi come questo mi chiedo: perché un Padre che ogni mattina invoco come Padre, non dico possa volere ma anche solo permettere che un essere umano debba portare handicap pesantissimi e drammatici come quello di Claudio?
Però, dopo essere stato un quarto d’ora con Claudio, esco con il dubbio che l’handicappato non è lui ma sono io, perché la sua gioia di vivere, la sua creatività, la sua felicità mi rapiscono e mi fanno essere connivente di un progetto totalmente nuovo: che è il suo.
Ride con quella bocca grandissima e sconvolgente, socializza con tutti, compresi i bambini, organizza incontri in tutta Italia… È proprio vero che quando uno è felice può trasformare una carrozzina in un aquilone!
Don Mazzi

DottorevolissimevolMente!

In quanti siamo ancora capaci e desiderosi di guardarci intorno, di assumere la fatica di analizzare ciò che accade e capire come viene visto, letto, commentato e raccontato dai Più e dai Meno?
Claudio è riuscito nell’immane sforzo di riabilitare o meglio ribaltare il valore del negativo…!
Interpretando la sintassi quantitativa, muovendosi sulla scala numerica della vita a destra e a sinistra dello zero… Ha saputo guardare e far guardare oltre il Meno, oltre la superficie dell’Intero.
Valorizzando le Virgole della quotidianità, le ha sottoposte a una lente prima mai usata, dimostrando che non ci sono solo i Numeri ma anche le Virgole…
Virgola: quel piccolo, silente, leggero segno che, nel leggere l’umano, ti fa prendere il respiro fondamentale per discutere, raccontare, ragionare, vivere e… non sopravvivere!
Grazie Claudio, col tuo leggere le Virgole ci indichi che la pausa, il silenzio, il prender tempo…
ci fanno dialogare, comunicare, relazionare con l’Altro di tutti.
Le “tue” virgole urlano l’importanza del prendere ossigeno dalle differenze per non dimenticare l’importanza universale d’interconnettere valori.
Grandi Meno fanno tanti Più.
Meno male che Claudio c’è!
Ma.Ca.&Co. (Malvicini, Caramella & Compagnia cantante)

Cari,
quante emozioni quel giorno, a Rimini. È stato un momento storico in cui la cultura dell’integrazione ha avuto modo di mostrare le sue potenzialità ed essa stessa, si spera, abbia fatto un balzo in avanti. Anzi, per rispondere al trio Ma.Ca&Co., 1,3 passi in avanti…
Emozioni intense, dicevo, ma siccome l’uomo è capace di dimenticare pressoché tutto, ho conservato tutte le lettere che mi sono state scritte prima e dopo la cerimonia di consegna della laurea: quando i ricordi si saranno affievoliti, quelle saranno lì a rinfrescarmi la memoria.
Sarà comunque difficile dimenticare “lo scandalo” che ha provocato quest’evento di confronto tra i diversi mondi della conoscenza: quello metodico delle biblioteche e dei laboratori e quello provocato dalle zone interiori dell’uomo. Così come ha concluso Ivano Dionigi, il Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, lo scandalo è “il frutto dell’essere meraviglioso e tremendo che è l’uomo”, in grado di creare, grazie alle intrinseche e sottovalutate risorse personali, l’energia atta a inciampare e provocare così come abbiamo fatto in questi trent’anni di lavoro sull’integrazione con il Progetto Calamaio. E tu, caro Marco, avevi visto giusto: i gerani possono diventare educatori!
Grazie a tutti voi, ricordate di innaffiare i gerani e di non inculcare, ma coltivare!

Raccontare la debolezza e raccontare con debolezza

Come già nella rubrica di marzo dello scorso anno, proponiamo in questo numero un confronto tra due film usciti in sala quasi contemporaneamente, verso la fine del 2010. Due pellicole molto diverse a ogni livello, ma che raccontano, entrambe, casi e vicende personali, sentimentali e familiari con l’intento di rendere anche qualcosa di quello che sta attorno. Anche qui, con proporzioni e modalità differenti. Se il titolo del primo film, Il mio nome è Khan, racchiude in sé questa tensione tra personale e politico (“il mio nome è Khan”, allo stesso tempo un’affermazione di identità nonostante la disabilità, e, seguìto da “…e non sono un terrorista”, un richiamo alla propria e altrui innocenza a priori e un invito a un rapporto e una convivenza interetnici più consapevoli e meno “sensibili” agli eventi del mondo, la cui distorta interpretazione e rielaborazione, in particolare in questi anni, ci portano a svolgere con troppa facilità discorsi che legano meccanicamente il caso e la qualità – etnici, religiosi, politici, ecc. – alla regola e alla costante comportamentale e culturale – terrorista, fondamentalista, antidemocratico, ecc.); se Il mio nome è Khan è essenzialmente questo, Dalla vita in poi tratteggia questo rapporto tra singolo e comunità in modo meno diretto e più articolato. Meno ingenuo.
Quale il primo motivo d’interesse dei due film in relazione alla nostra rubrica? Il fatto che i protagonisti di entrambi siano persone disabili e la disabilità, come tante altre figure narrative e retoriche cinematografiche, nel momento stesso in cui viene chiamata in causa, messa in condizione di operare, di produrre senso e azione, allora viene rappresentata, descritta, proposta secondo una data fisionomia, o distorsione, senza dare a quest’ultimo termine una connotazione univocamente negativa, essendo frutto (e produttore) di dinamiche più sottili e ricche. E i due film svolgono, sfruttano in modo molto diverso questo dato di partenza connotato dal deficit. Nuovamente, come un anno fa, vedremo che uno si pone come esempio più virtuoso dell’altro, sempre in base alle idee cinematografiche e culturali di chi scrive, ma anche in relazione alle caratteristiche e al metodo che questa rubrica cerca di conservare da quando è gestita dal sottoscritto, ovvero un continuo (e necessario) confronto tra forma e contenuto, al quale ci richiama ogni manifestazione artistica e creativa o, per intenderci, ogni manifestazione umana che si distingua dal fantomatico grado zero della comunicazione.
Il mio nome è Khan di Karan Johar (coproduzione significativa tra Bollywood, scusate la vaghezza, e 20th Century Fox) è un film che a livello tematico si inserisce nella linea ideale che va dal delizioso Oltre il giardino di Hal Ashby, al contraddittorio Forrest Gump di Robert Zemeckis, includendo anche Rain Man, in particolare per il tipo di disabilità (autismo- sindrome di Asperger) del protagonista, in questo caso interpretato dal famosissimo (in India) Shahruck Khan, e per le movenze cui questa costringe. Come i primi due film presi a termine di paragone, anche in questo caso il protagonista viene investito di o, meglio, si investe di una missione epocale a seguito di vicende che mantengono un forte grado di attualità e di aderenza a fatti reali recenti. In questo caso, dopo una prima parte giocata sul meccanismo del flash-back e flash-forward, che consente di raccontare origini e caratteristiche di Khan e del suo contesto sociale e familiare (immancabile la madre saggia e rispettosa), si fa riferimento all’atteggiamento di crescente e paranoica ostilità razziale verso la popolazione asiatica, in particolare se islamica, espressa da parte della società americana post-11 Settembre. E al tentativo di Khan di riferire al presidente degli Stati Uniti (dapprima Bush, tentativo vano, poi il subentrato Obama, a buon fine) che, pur essendo quello il suo nome, lui non è un terrorista, e pur essendo islamico (sposato peraltro a una induista, scalfendo quindi la diffusa segregazione identitaria tra hindu e musulmani), non è un fondamentalista. Ricompone così anche il legame con la moglie Mandira, legame molto forte, ma incapace di reggere alla morte del figlio, frutto del clima di violenza anti-islamica di cui si diceva e del quale lei (irrazionalmente, e ne è consapevole) imputa le colpe alla fede e al cognome “islamisti” di Khan. La separazione tra i due e l’obiettivo che Khan si pone creano il presupposto per dar vita a una fase on the road del film, che avvicina ulteriormente questo lavoro a quello di Zemeckis del ’94 (la corsa coast to coast di Forrest che fa proseliti), anche perché è questa peregrinazione che consente a Khan di conoscere e intervenire in alcune vicende americane significative, come l’uragano in Georgia (ovvio il riferimento a Katrina) o la denuncia di un imam integralista in procinto di replicare un attacco in terra statunitense. Ma, anche in questo caso, il modo è meno convincente e incisivo, anzi, a volte patetico: quantomeno il film di Zemeckis ci dava una rappresentazione ironica e politica del “sogno americano”, che pure nel film di Johar viene citato e, giocoforza, smentito, più volte (vedi il personaggio del fratello di Khan).
Dalla vita in poi di Gianfrancesco Lazotti (commedia che si ispira a un fatto vero di cronaca) sembra una girandola di vite deboli, un po’ come avevamo descritto un anno fa l’ultimo Almodovar: debolezza e fragilità fisica (la ragazza in carrozzina), sentimentale (l’amica), esistenziale e biografica (il carcerato), di autorevolezza rispetto al ruolo e alla sua mascolinità (il capo della polizia penitenziaria del carcere), che convivono con o nascondono una “forza potenziale” (che in molti dei personaggi avrà modo di dispiegarsi e in altri no), ma non la presuppongono automaticamente, come invece sembra poter fare la disabilità-follia di Khan in Il mio nome…, caratteristica per cui il film indiano ci ripropone un’immagine del disabile e della condizione di disabilità anni ’80 e, in definitiva, quasi unicamente, e senza una ragione forte, strumentale alla successione degli eventi. In questo allontanando anche la pellicola indiana dai due modelli citati in precedenza (Oltre il giardino e Forrest Gump), nei quali le relazioni tra “il pazzo, l’inetto, il ritardato”, il mondo che lo circonda e il modo in cui riesce ad agirvi e a modificarlo si sviluppano in modo più contraddittorio, paradossale, quasi delirante. Soprattutto nella misura in cui l’umanità del protagonista disabile apre a una comprensione maggiore della realtà stessa, e non a un rapporto con il personaggio mosso più che altro da un sentimento di empatia ruvida e speranzosa. Insomma, per l’ennesima volta (l’elenco sarebbe lungo e non riguarderebbe solo le “grandi produzioni”) il disabile iper-protagonista difficilmente riesce a essere ancorato davvero alla (a una) realtà e a essere raccontato nel rapporto con essa, mentre, laddove il deficit si pone dentro a un flusso eterogeneo di vita, relativizzato, come nel film di Lazotti, paradossalmente esprime al meglio le sue potenzialità narrative e di significato (anche simbolico, senza per questo infastidire o semplificare). Per quanto sia piuttosto condivisibile la definizione di “individualismo democratico” utilizzata, a proposito del personaggio di Khan, da Mariuccia Ciotta (il Manifesto, 26 novembre 2010). Inoltre, Dalla vita in poi ci propone un interessante confronto tra due condizioni fragili dai tempi quasi inconciliabili, alla ricerca di un momento di intersezione e condivisione, convivenza: quella di Katia, in prospettiva negativa (la degenerazione della malattia, se non ricordo male) e quella di Danilo, il carcerato, in prospettiva positiva (la scarcerazione. Tanto da rinunciare a un tentativo di fuga orchestrato proprio con Katia e probabilmente destinato a buon fine). L’esito di questo confronto discrepante nel film non viene mostrato, ma la condizione di debolezza, anche reciproca, dei personaggi che compongono la coppia consente a Lazotti di impostare una regia molto meno didascalica e prevedibile del film di Johar. Non c’è spazio per la compassione tra due fragilità, piuttosto si apre quello per un racconto reciproco privo di infingimenti e pietismi, meno sentimentale, quindi più vicino a una espressione del sentimento. Mentre, tornando all’articolo di Ciotta, è proprio quanto lei scrive su Il mio nome Khan, “non consente distanze, nella purezza del ‘matto’ trascende ogni resistenza emotiva” a non convincermi. Peraltro Lazotti affronta l’intreccio con una regia allo stesso tempo pulita e attenta ai tanti particolari centrifughi che emergono dalla sceneggiatura, dedicando molta cura anche al montaggio, laddove il film di Johar procede piuttosto per giustapposizione e successione naturale e piatta degli eventi.

Il mio nome è Khan (India, 2010)
Durata: 128’
Regia: Karan Johar
Sceneggiatura: Shibani Bathija
Produzione: Dharma Productions, Fox STAR Studios, Red Chillies Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Dalla vita in poi (Italia, 2010)
Durata: 85’
Regia: Gianfrancesco Lazotti
Sceneggiatura: Gianfrancesco Lazotti
Produzione: Rosa Film, Facciapiatta in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

L’acqua immagine

Intervista a Cecilia Camellini, nuotatrice italiana, atleta non vedente.

Venerdì 17 dicembre. Ottima data per fare la mia prima intervista a un’atleta plurimedagliata. L’appuntamento è alla Palestra Komodo di Rubiera (RE) dove Cecilia si allena. Nel tragitto da casa mia al luogo dell’appuntamento mi ripeto le domande che vorrei farle, ma mi accorgo che cambiano continuamente man mano mi avvicino al luogo dell’incontro. Arrivo con ben un’ora di anticipo per non farmi cogliere impreparato ma anche per vincere una scommessa con la sua accompagnatrice, sua madre, ma questa è un’altra storia.
Eccola, è arrivata. Gli step ci fanno da sedie. Un saluto, una risata e accendo il registratore.

Descriviti. Chi sei, cosa fai, cosa non fai?
Ho 18 anni. Vado a scuola, frequento il quinto anno del Liceo Classico, quindi mi sto ammazzando di studio. Vediamo, cosa ti posso raccontare di interessante? Ah sono stata a Pechino alle Paralimpiadi e ho vinto due medaglie d’argento. Ho fatto i mondiali in Olanda e anche qui ho portato a casa un po’ di soddisfazioni: due medaglie d’oro e due d’argento.

Ok, ma descrivi il tuo carattere.
Ah ah, impresa difficile. Spesso lascio dire agli altri cosa pensano di me, alcuni dicono che sono determinata, altri invece dicono che sono dolce, ma evidentemente non mi conoscono molto bene… Quello che so di certo è che mi piace chiacchierare con le amiche di qualsiasi cosa e in genere riesco a mantenere qualche segreto.

Cosa ti piace fare?
Oltre a nuotare? Adoro leggere e ascoltare musica. Suonavo il pianoforte ma negli ultimi tempi lo sto un po’ trascurando perché ho altri impegni. E se alla domenica non ho gare, il sabato sera è dedicato agli amici.

Ora ti faccio una domanda che nessuno mai ti ha fatto, come quando a me chiedono, chiamandomi Tristano, “Ma e Isotta dov’è?”. Perché hai iniziato a nuotare?
Ho iniziato perché nuotava mio fratello e volevo conoscere l’ambiente della piscina. Mi diceva che c’era tanta acqua e si nuotava e io gli chiedevo come si faceva a nuotare. Mi ha fatto provare. Ho fatto tutto il percorso natatorio che fa ogni bambino: dalla vasca piccola con acqua calda molto invitante, alla vasca grande dove si nuotava veramente nel vero senso della parola. Poi a 11 anni ho incontrato il mio allenatore Ettore Paccini, che mi ha preso sotto le sue ali.

Mi ricordo come eri a 11 anni perché appunto ti vedevo in piscina a Reggio Emilia e Ettore già a quei tempi mi spiegava quali erano le tue qualità sportive. Perché adesso fai nuoto e non fai qualche altro sport?
Qualcuno potrebbe suggerire che lo faccio per i soldi, ma non è il mio caso! Per ora mantengo ideali puramente romantici del nuoto.

E quali sono?
A parte gli scherzi, nuotare ormai fa parte della mia vita. È una cosa sentimentale, spirituale. Nuoto due ore al giorno e senza nuotare mi sento persa e senza nulla da fare. Mi dà la possibilità di sfogarmi e essere in costante lotta con me stessa.

Quanto ti fa mettere in gioco come persona questo sport?
Dunque, vediamo… Facendo attività agonistica e andando a scuola ci si alza al mattino presto, devo studiare sottraendo tempo al nuoto. Il nuoto stesso occupa una parte della giornata. Faccio fatica a volte e vado a nuotare senza voglia. A volte è dura sopportare allenatori. Magari vorrei andare alle Hawaii ma invece devo andare in piscina. Faccio sacrifici tangibili ogni giorno.

Scusa, ma da cosa vengono ripagati questi sacrifici? Chi te lo fa fare? Dopo tutto hai 18 anni e molti tuoi coetanei vanno a ballare, o in viaggio con gli amici… E l’amore, il divertimento?
C’è chi si diverte a ballare, io mi diverto facendo le gare! È chiaro che frequentando la piscina così spesso, molti miei amici nuotano anche loro e quindi condividiamo gli stessi sacrifici e lo stesso stile di vita. Quando ci sono grandi competizioni e possibili risultati in gioco, fare qualche rinuncia in più costa fatica, ma poi porta grandi soddisfazioni. Quest’estate, ad esempio, mi alzavo presto per essere in acqua alle 8.30 per allenarmi e ammetto che sarei rimasta volentieri a poltrire a casa; ma poi in agosto sono stata ampiamente ripagata in Olanda!

Sei pagata per nuotare? Sei una professionista o ti pagano solo se vinci?
Dunque facciamo un confronto con la nazionale inglese: gli atleti inglesi sono allenati da allenatori che allenano (visto che gioco di parole!), sia la nazionale disabili che quella dei normodotati e gli atleti disabili prendono uno stipendio per allenarsi. In Italia, non per criticare, questa cosa non accade ancora in quanti i professionisti disabili per il loro allenamento giornaliero ricevono ben poco. Per fortuna, dopo Atene, si è mosso qualcosa e adesso almeno pagano le medaglie paralimpiche, perché prima di allora non si vedeva nulla nemmeno per le medaglie vinte.

Quindi potrebbe diventare il tuo lavoro?
Non me ne vogliate ma penso di no!

Ti ho vista su una pubblicità, però eri su un cartellone e non in televisione, come mai?
Diciamo che risaltavo di più in foto che in televisione [risata]. A parte gli scherzi, questa cosa non la so. Possiamo rispondere che la gente è più abituata a vedere altri sportivi che non me. Anche se io ho vinto tanto! La gente è abituata a vedere e leggere dei risultati dei normodotati e non di noi disabili. Se ci pensi, c’è solo una trasmissione che fa vedere le nostre imprese. L’immagine di altri sportivi è più appetibile, forse.

L’immagine di sportivi famosi e vincenti, sì hai ragione è più appetibile. Sono dei modelli di vita. Un’immagine vincente, di soldi, di forza e bellezza ed eleganza nel nuotare, correre, saltare. Tutte cose che non sono spesso associate all’immagine della disabilità. Però tu mi pare che sia uguale in certi aspetti a loro, come in altri sei ben diversa, perché sei forte, vincente, bella ed elegante a nuotare. L’unica differenza è che tu sei cieca?
È un problema di cultura. Non si è ancora abituati a vedere le potenzialità che i disabili hanno, ma vedono solo le difficoltà che il mio deficit mi crea. Non riescono andare oltre. Finché la gente o la maggior parte della gente la penserà così, l’immagine rimarrà sempre quella della poverina, che fa sport solo per divertirsi o per fare una “gitarella”. Invece è vero che lo faccio per divertirmi, ma anche per vincere. Per arrivare dove sono arrivata sia nel campo dello studio e che in quello sportivo mi sono impegnata e allenata molto, facendo, come ho detto prima, enormi sacrifici. E non solo io li ho fatti io, ma anche chi mi è stato vicino in questo mio percorso. Non ho mai trovato tutto pronto, anzi, abbiamo sempre dovuto creare/trovare da soli ciò di cui avevamo bisogno (allenatori, spazi acqua, ecc).

Ma la tua immagine a scuola, tra i tuoi amici è cambiata? O rimani sempre la solita cieca che vince perché magari non sanno che fai dei sacrifici per raggiungere certi risultati?
No no, a scuola mi conoscono bene, anche perché il mio professore di educazione fisica mi fa sempre ottima pubblicità. I miei compagni di classe sanno cosa si nasconde dietro ai miei risultati, anche perché conoscono l’attività agonistica.

Io tengo dei corsi di formazione, assieme ad altri miei colleghi, ai docenti che insegnano educazione motoria, e a volte facciamo una domanda molto provocatoria: “Ma lo sport integra?”. Perché secondo me, in base alla mia esperienza che ho facendo l’istruttore di motoria ai bambini, molte volte proprio il gioco esclude automaticamente il più scarso.Quindi molte volte il gioco e lo sport allontanano le persone. Ti faccio un esempio concreto: le mie capacità natatorie sono appena sufficienti, si sto a galla ma vado piano, mi prendi in squadra con te?
Dipende da che punto di vista lo guardiamo: se il gioco è costruito in base alle proprie capacità sia fisiche che mentali dove ognuno fa quello che sa fare e anche chi è più in difficoltà in qualche modo lo fa, magari adattando le regole alle sue capacità, allora penso che questa inclusione ci sia. A livello agonistico è vero che si tende a escludere chi non è portato, chi va più piano.

Quindi tu se fossi un’allenatrice mi escluderesti?
Dipende [risata]. Il povero allenatore se deve andare a fare una gara certamente non prende te, ma automaticamente chi va più veloce.

Ultima domanda (inviata via e-mail): Mentre stavo sbobinando la nostra chiacchierata mio figlio Samuele incuriosito mi ha chiesto chi eri. Gli ho detto che hai vinto delle medaglie alle Olimpiadi. Lui ha detto ‘forte’. Poi ho aggiunto che sei cieca e lui mi ha chiesto: ‘Ma come fa a non andare contro al muro quando fa la virata?’. Sai cosa mi fa venire in mente questa sua curiosità? Che la sua curiosità sia una delle tante armi vincenti a disposizione per far conoscere le varie diversità e le loro difficoltà, renderle giocose, e credo che questo aiuti a cambiare quella immagine di cui parlavamo prima favorendo l’inclusione.
Sicuramente! Mi ricordo che quando ero alle elementari abbiamo fatto dei giochi in cui tutti eravamo bendati e così anche gli altri hanno sperimentato qualcosa di nuovo. Credo che la curiosità sia un efficace strumento per potersi conoscere meglio. Non c’è niente di più semplice che qualche domanda sincera per scoprire tante cose di tanti mondi che non si conoscono, e forse conoscendosi l’immagine che si ha di una persona potrebbe cambiare.

Il modello calamaio

Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello più classico della scuola.
Il desiderio è, da una parte, quello di ampliare il campo di azione, dall’altra quello di tentare di condividere con altri gruppi la metodologia propria del nostro gruppo di lavoro, composto da persone disabili e non, che sceglie un’organizzare secondo una logica orizzontale che pone tutti sullo stesso piano, con ruoli diverse ma identiche responsabilità. Al contrario, spesso si finisce per scegliere un’organizzazione verticale nella quale si definiscono ruoli di gestione e altri subordinati, impegnati solo nel mero agire.
Forse perché il Progetto Calamaio nasce ed è cresciuto grazie all’idea di un gruppo di persone con disabilità di proporsi come cittadini attivi, pronti a rispondere alle istanze della società e, quindi, non restare solo oggetti assistenziali, pronti a ricevere e porre quesiti.
Forse perché il contesto creatosi nel tempo ha sempre privilegiato la relazione rispetto all’azione, consentendo quindi un confronto continuo e garantendo la messa in discussione di certezze e ruoli preconfezionati.
Forse perché gli educatori che, nel tempo, si sono alternati all’interno del gruppo hanno accettato la sfida di superare una certa idea di ruolo educativo che li poneva al di sopra della relazione e hanno scelto un modello che permettesse una co-conduzione della dinamica lavorativa.
Forse per queste e molte altre ragioni, il Progetto Calamaio si è costruito, nel tempo, un modello di azione e organizzazione differente, che si pone l’obiettivo di portare ogni membro a costruirsi una propria professionalità animativa ed educativa, capace di rendere attivo il proprio ruolo all’interno della società, intendendo con questa la famiglia, la scuola, il tempo libero e il mondo lavorativo in genere.

Il ruolo sociale attivo
Per una persona normodotata è chiaro cosa significhi avere un ruolo sociale attivo, come esercitare i propri diritti e come rispondere ai propri doveri, sia sulla carta che nella realtà quotidiana.
Per una persona con disabilità il rischio che i diritti e i doveri rimangano solo belle parole, è molto alto, non solo per impedimenti dovuti a carenze legislative o handicap diffusi, ma anche per un atteggiamento proprio della disabilità: la pretesa di risoluzioni al posto di un impegno in prima persona.
Lo so, sto generalizzando e il discorso è ben più complesso, ciò non toglie però che per poter esercitare un ruolo sociale attivo è necessario che, per prima, la persona con disabilità entri in campo e si impegni, secondo la pedagogia, delineata dallo studioso brasiliano Paolo Freire, dell’oppresso che educa l’oppressore, dell’assunzione, cioè, di chi vive una situazione di svantaggio della responsabilità di proporre modelli e soluzioni alternative a quelle comuni.
Come dice Tatiana Vitali, un’animatrice del Progetto Calamaio: “È indispensabile, però, che siano le stesse persone disabili, uomini e donne, a darsi da fare allo scopo di contribuire alla modificazione di certi modi di pensare, perché dobbiamo essere noi stessi gli artefici di questo mutamento. La maggior parte delle volte, infatti, ci aspettiamo che siano gli altri gli autori dei miglioramenti della nostra vita mentre siamo proprio noi che dobbiamo assumerci in prima persona le nostre responsabilità”.

Metodo calamaio
Quello che a noi piace definire modello è innanzitutto un’esperienza maturata grazie a continue prove e confronti con persone, esperienze e esperti; un’esperienza che ci porta oggi a tentare di strutturare una modalità operativa che, oltre a essere replicabile, possa favorire quel cambiamento culturale che a noi sta tanto a cuore.
Ci sono alcuni elementi che costituiscono le fondamenta del modello.

L’accoglienza, come conoscenza del gruppo e di se stessi.
Il primo passo, fondamentale per la costruzione del gruppo, è la conoscenza che crea un clima di benessere relazionale, che consente a ognuno di sentirsi accolto e a proprio agio e di mostrarsi per quello che è e che sente, senza giudizi o imposizioni.
Un’accoglienza fatta in cerchio che permetta a tutti di guardarsi negli occhi, di esprimere il proprio pensiero, di mettersi in gioco e, allo stesso tempo, di ricevere, come si fosse davanti a uno specchio, la propria immagine attraverso il punto di vista dell’altro.

L’accoglienza porta necessariamente a un confronto diretto con il gruppo di lavoro, composto da persone con disabilità e non.
Un confronto che ti offre l’opportunità di conoscere la storia che ha permesso la formazione del gruppo stesso, gli strumenti e le metodologie che vengono messe in atto per realizzare le animazioni educative, le dinamiche quotidiane che creano momenti di confronto e di crescita comune.
Un incontro che a volte è scontro con un modo di pensare la disabilità piuttosto alternativo e che mette in crisi, che destabilizza quel tanto per poter ritrovare un nuovo equilibrio.
Da questo confronto con il gruppo nasce, ovviamente, l’incontro diretto con la disabilità, sia la propria, se parliamo della persona con disabilità, sia quella dei colleghi, se parliamo dell’educatore normodotato.
Il fatto che tutti i protagonisti del gruppo siano chiamati a confrontarsi con la disabilità, anche se in modo diverso, è un passaggio fondamentale del modello calamaio, che comporta un cambiamento culturale innanzitutto nei componenti del gruppo, secondo una logica di consapevolezza e, successivamente, di accettazione.
La consapevolezza è un obiettivo personale, che il gruppo può appoggiare e favorire, ma necessita di un percorso tutto proprio.
Per la persona con disabilità consapevolezza significa incontro/scontro con ciò che è; vuol dire “fare i conti con” e “prendere le misure”, entrare in relazione con una parte di sé che, da una parte è estremamente speciale ma dall’altra è banale come lo sono i capelli o le unghie.
Per l’educatore normodotato consapevolezza significa liberazione dal sentirsi arrivato, dal pensare di avere tutte le risposte e da un ragionare fatto di stereotipi e preconcetti. Anche per lui è necessario un cambiamento di prospettiva e un nuovo modo di relazionarsi con la disabilità, non più intesa come “problema” dell’altro ma come strumento per il sovvertimento dei preconcetti e fondamento per una nuova cultura dell’integrazione.
Per agevolare questo processo di consapevolezza il primo strumento è il confronto con persone che il percorso lo hanno già completato, attraverso il dialogo e la condivisione di attività, di spazi non strutturati e di domande senza pregiudizi: ovviamente nel rispetto dei tempi di elaborazione necessari a ognuno per affrontare la disabilità.
Successiva alla consapevolezza è l’accettazione, passaggio fondamentale che permette alla persona con disabilità di rendere la disabilità una risorsa e non più un handicap.
Solo a questo punto si può lavorare sulla valorizzazione delle abilità esistenti e sull’acquisizione di nuove. Le abilità, in una persona con disabilità, rimangono spesso nascoste o poco valorizzate e, troppo spesso la persona con disabilità, si presenta, come ama dire Claudio Imprudente, con un biglietto da visita perdente.
Valorizzare le abilità non serve per negare la disabilità, anzi è proprio nel momento in cui ci scopriamo anche abili che accettiamo definitivamente la disabilità.
Questo processo di valorizzazione, infine, permette di raggiungere un alto livello di professionalità, cioè la possibilità di esplicitare il proprio ruolo sociale e, attivamente, godere dei diritti e rispondere ai propri doveri.
Attenzione, però, a non confondere professionalità con produttività, possono coincidere ma sono anche piuttosto diverse: la professionalità ha a che fare con la relazione che, agite in ogni ambito di vita rendono sociale il ruolo, mentre la produttività ha a che fare con le azioni, necessarie, invece, per rendere attivo il ruolo.
In conclusione è opportuno dire che il modello calamaio riuscirà nella misura in cui si realizzerà in gruppo, secondo una logica di corresponsabilità. Non è pensabile, infatti, un gruppo nel quale c’è chi ha responsabilità e chi subisce le scelte oppure dove c’è chi deve cambiare punti di vista e chi, invece, funge da modello. L’organizzazione è orizzontale, secondo una logica di stessa responsabilità con ruoli diversi.

Il diritto a essere dimenticate

Dà sempre una certa speranza incontrare persone che non accettano ruoli o sentimenti preconfezionati, che pensano al se stesso futuro fuori da schemi stereotipati e che, quindi, si confrontano con la realtà in modo complesso, di quella complessità che è propria della realtà.
Sara è una persona così.
La scelta che ha fatto lo dimostra e una pagina del suo diario ce la racconta.
“Mi trovo ad At-Tuwani, villaggio palestinese che ha scelto la resistenza non violenta come risposta al conflitto e alle provocazioni. È abitato da circa 300 persone e si trova in Cisgiordania, nelle colline a Sud di Hebron in area C.
Questo implica che il villaggio sia sotto controllo militare e civile israeliano.
Tuwani è circondato da insediamenti e in particolare l’avamposto di Avan Ma’on è causa di continue provocazioni e violenze da parte dei coloni israeliani. A tal proposito, per esempio, i bambini dei villaggi vicini per recarsi alla scuola di At-Tuwani, dopo aver subito diversi attacchi violenti e ingiustificati, sono oggi costretti a essere scortati lungo il tragitto da militari israeliani.
È qui che si inserisce uno dei momenti di presenza di Operazione Colomba (corpo non violento di pace della comunità Papa Giovanni XXIII) che monitora la scorta militare affinché svolga quanto effettivamente prescritto dal parlamento israeliano.
La Palestina che sto vivendo non è affatto come quella che i media più diffusi trasmettono quotidianamente in Italia; le informazioni che entrano nelle nostre case per quanto riguarda entrambe le parti del conflitto non sembrano corrispondere alla realtà.
Ogni giorno incontro persone che hanno un passato incredibile e che quotidianamente rinnovano una scelta difficile.
La forza, la pazienza e la tenacia che questa gente trasmette sono invidiabili, uno stimolo al cambiamento d’ottica per noi abituati a vivere nella società ‘del tutto e subito’.
I risultati che qui si ottengono sono lunghi, una storia di coraggio e cambiamenti.
Nonostante la povertà dell’area in cui il villaggio si erge, l’ospitalità è un tratto distinto di una popolazione con forti tradizioni, capace di smentire i più comuni stereotipi.
Credo che sia impagabile ciò che ti insegna vedere coi propri occhi, sperimentare sulla propria pelle, mettersi in gioco al punto di decidere di condividere la quotidianità con le vittime di un conflitto, cercando di far loro capire che non sono soli e che hanno tanto da insegnare; perché è proprio quando si smette di parlare di queste realtà, che esse a poco a poco acquistano il diritto a essere dimenticate, a non esistere.
Ed è questa una delle battaglie quotidiane che il villaggio e Operazione Colomba insieme intraprendono, chiedendo semplicemente a tutte le delegazioni che passano in visita ad At-Tuwani o a tutti coloro che ascoltano una testimonianza, di non farla morire lì, ma di darle voce, perché il passaparola in questo caso è una delle vie di comunicazioni più potenti ed efficaci per abbattere l’ignoranza”.

Raccontaci qualcosa di te. Chi sei, cosa fai nella vita?
“Che dire? Ho 20 anni e abito a Borgonuovo, un piccolo paesino in provincia di Bologna.
Ho fatto il liceo delle Scienze Sociali e ora frequento il secondo anno alla facoltà di Scienze Politiche (Sviluppo e Cooperazione Internazionale) di Bologna.
Il nuoto è da sempre una delle mie passioni (e immancabile valvola di sfogo) e lavoro con i bambini nei servizi di doposcuola o insegnando nuoto.
Amo osservare e ascoltare i racconti delle persone e sono una fotografa amatoriale: potrei stare a guardare per ore due bambini giocare in attesa dello scatto ‘perfetto’ o una goccia di rugiada che scivola sullo stelo di un filo d’erba”.

Partire significa molte cose, c’è chi lo fa per svagarsi, chi per fuggire, chi per ritrovarsi.
Partire per tornare o partire per ripartire continuamente, restando nello stesso luogo o cambiando meta ogni volta.
Partire per conoscere o partire per conoscersi.

Cosa ti ha spinto a partire?
E perché proprio in Palestina?
“Beh, senza dubbio sono una persona curiosa!
Conoscere nuove persone e culture diverse è una delle mie grandi passioni.
Penso che questa partenza, ma probabilmente ancor di più il faticoso rientro in Italia, mi abbiano insegnato davvero tanto, e tanto anche su me stessa.
Una delle motivazioni all’origine della mia partenza è stato il desiderio di potermi confrontare veramente sul campo con quello che, in un futuro, potrebbe essere il mio lavoro. Il voler vedere se effettivamente quello che studio sui libri tutti i giorni, può portarmi a qualcosa che desidero davvero fare e per cui potrei essere portata.
La mia facoltà non prevede tirocinio, e così diciamo che ho deciso di crearmelo io!
Oltre questa ‘motivazione di facciata’, c’erano tanti interessi, tanta voglia di conoscere un luogo, una popolazione e un conflitto di cui ho tanto sentito parlare, ma di cui non avevo mai avuto esperienza diretta.
Credo fermamente che prima di potersi pronunciare sulle cose, se se ne ha la possibilità, sia meglio vederle coi propri occhi e farne esperienza diretta, e così ho deciso di partire.
La scelta dell’associazione non è stata casuale.
La presenza che Operazione Colomba poteva offrirmi, racchiudeva tre idee-pilastri che desideravo approfondire e mettere in pratica meglio: la nonviolenza attiva, la condivisione e la neutralità verso le parti di un conflitto (ma di sicuro non verso le ingiustizie!)”.

Come dici nel diario, la cosa più importante, forse, è il trasmettere la notizia, l’informare per combattere l’ignoranza.
Raccontaci che cosa ti ha sorpreso e che cosa, invece, hai confermato, rispetto alle aspettative che ti eri fatta.
“Per quanto sia possibile, cerco sempre di non farmi aspettative prima di esperienze di questo genere, mi aiuta a non rimanere delusa e molto spesso mi accorgo di riuscire non solo a “mettermi più in gioco”, ma anche ad assorbire molto di più quanto incontro, vivo, vedo.
Riguardo la realtà che ho trovato, ho potuto constatare che ciò che si sta creando è un regime di apartheid, questo ha portato in me sorpresa, ma anche grande ammirazione, rispetto alla tenacia, alla forza e alla volontà che le persone del villaggio mettono ogni giorno nelle piccole battaglie della vita quotidiana.
Si tratta di una realtà tanto complessa quanto contraddittoria. Sì, le contraddizioni sono all’ordine del giorno e se si riesce a guardarle dritte in faccia colpiscono forte e restano limpide tra i ricordi. Una tra le più vivide resta la scorta militare che i bambini di due villaggi limitrofi di At-Tuwani devono aspettare ogni mattina e ogni pomeriggio per recarsi a scuola o tornare a casa. La scorta è fatta da militari israeliani che si trovano a difendere bambini palestinesi dai loro stessi connazionali coloni. A parte il paradosso, credo sia impossibile (per fortuna!) abituarsi all’immagine di bambini che camminano seguiti da una jeep per poter andare a scuola”.

Sara avrebbe ancora tante cose da raccontare, come succede a chi vive un’esperienza che ti scombussola un po’ la vita.
Ti auguriamo che questo sia solo il primo di altri incontri, il primo di altri punti di vista che ti permettano di diventare ciò che desideri senza stereotipi o preconcetti, ma libera di vivere le tue passioni.

Lettere al direttore

Essere testimoni credibili non basta: serve un lavoro…

Salve signor Claudio,
le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II.
Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene tutti.
Sto chiedendo da tempo all’amministrazione comunale un lavoro e finalmente “pare” che ci sia in progetto l’apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l’altra un’assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?
Vorrei un consiglio su cosa fare.
Grazie.
Spero diventeremo amici.
Romano.

Caro Romano,
intanto grazie per avermi scritto. Mi ha fatto molto piacere.
Allora, vengo subito al dunque: credo che tu debba cogliere questa opportunità e, cogliendola, dare ad altre persone l’occasione per avvicinarsi a un mondo che probabilmente conoscono poco o male. Capisco o immagino i tuoi dubbi: non si tratterà di fare di me una sorta di esempio, guida, di oggetto-spettacolo e, in quanto tale, male interpretato, compatito, ecc.? Questo rischio c’è sempre, e lo vivo spesso direttamente, tenendo continuamente incontri, lezioni, interviste. O anche, più semplicemente, nei rapporti di amicizia. Ti faccio un piccolo esempio. Un caro amico, che vive però lontano da Bologna, qualche tempo fa mi ha scritto una lettera molto bella nella sua ingenuità. In sostanza, mi chiedeva perché le altre persone disabili che aveva avuto modo di incontrare e frequentare non gli restituissero le stesse “soddisfazioni” che gli davo io. Ecco le sue parole, un estratto dalla lunga lettera che mi aveva spedito:
“Ho accompagnato allo stadio due disabili! È una cosa che ho già fatto altre volte. È una bella cosa, per carità, mi piace, però ieri mi è capitato di fare questo pensiero: la diversabilità, quando è vissuta come un handicap, è proprio una sofferenza! E mi sono trovato triste nel provare sofferenza nello stare con loro perché ho visto sofferenza in loro! (si chiamano Patrizio e Vincenzo…) (non so bene che problemi abbiano di preciso, ma sono tutti e due in carrozzina perché non possono camminare…). Parlano tranquillamente (sbiascicando un po’ le parole), ma mi sembra che comunque siano un po’ ‘indietro’ di testa… Non lo so, mi è capitato di pensare a te e a come mi sento quando sto con te, e mi sono reso conto che è una cosa diversa!
Per quanto tu fisicamente sia conciato peggio, non c’è paragone per quel che riguarda il vivere!
A star loro vicino avverto proprio un senso di ‘sofferenza traspirante’ che mi pervade e contamina… Non lo so, è strano, però cavolo mi fanno pena!”.
Al mio caro amico non ho potuto che far presente che capivo molto bene quello che intendeva dire e che, a livello ideale, lo condivido appieno. Anzi, direi che è quello per cui mi batto e mi sbatto da trent’anni, la creazione e condivisione di un’immagine differente della disabilità che, tra le (tante) altre cose, passa anche per un impegno diretto da parte delle persone disabili rispetto alla rappresentazione che “proiettano” fuori di sé… un modo, non secondario, per incidere sull’immaginario e le idee altrui.
Con una indicazione, però, molto importante, un suggerimento per guardare le cose in modo più consapevole: a stare con me si corre il rischio di non conoscere la realtà più diffusa tra le persone disabili e nel mondo che sta attorno a loro, si corre cioè il rischio di non entrare in contatto con le condizioni di vita più “vere” delle persone con disabilità.
Spesso, appunto, il rischio è che le persone mi prendano come modello… ma è un falso modello, comunque non rappresentativo.
Con questo non voglio assolutamente dire che, quindi, nelle occasioni di confronto e di lavoro in pubblico parlo di “aria fritta” e che quello che dico sia irrealizzabile: ma la mia condizione (fisica, mentale, sociale, lavorativa…) “fa testo” fino a un certo punto. Mi dà, certo, la possibilità di dire agli altri che esistono le risorse (in senso lato) per pensare a condizioni migliori, lavorando a livello politico, culturale, ecc.
Insomma, in un certo senso la serenità e il modo in cui vivo la mia vita “disabile” potrebbe essere un orizzonte da raggiungere, perché è vero che sono riuscito a costruire un’esistenza serena e non sofferente. Ma, appunto, è una condizione da raggiungere, da costruire e non dobbiamo commettere l’errore di provare tristezza per chi ancora vive con tristezza la sua condizione, altrimenti dal circolo non si esce.
Questo, quindi, è un piccolo rischio che hanno corso tante persone che hanno passato tempo e hanno lavorato con me nel corso degli anni e capisco cosa intendi nella tua lettera, caro Romano.
Credo, però, che il gioco che ti hanno proposto le due misteriose signore valga la candela, se gestito e giocato con intelligenza e, non lo nego, furbizia, da parte tua. Devi valutare che senso le persone che vogliono coinvolgerti intendono dare al servizio, se è quello di interrogare gli altri su alcune questioni o puntare “solo” al cuore, ossia a una cosa dal respiro breve. Poi, una volta considerata la bontà delle intenzioni, starà a te compiere il passo che ti porterà a ragionare sul generale a partire dal particolare, ovvero dalla tua persona e dalla tua esperienza di uomo con disabilità. A proporre non un modello, ma un testimone e un narratore consapevole e dallo sguardo sottile e lungo.
Dimmi se queste poche parole ti sono d’aiuto. Aspetto una tua risposta per continuare il confronto su una cosa che, lo capisco, solleva dei dubbi da parte tua e non è affatto innocente né semplice.
Grazie ancora e buona vita.
Un caro saluto.
Claudio

Caro Claudio,
grazie a te per avermi risposto. Spero tanto che inizi tra noi un lungo e proficuo scambio di impressioni.
Io per natura ho un carattere timido e introverso. Ma questo, col tempo, ho cercato, e cerco sempre, di “combatterlo”, forse proprio in forza dell’essere “diversabile”. Cioè, provo a spiegarmi: forse l’essere disabile mi ha condizionato portandomi ad accentuare la timidezza. Poi, per una sorta di orgoglio o di contrasto, per qualche tempo vedevo il dover espormi come un modo per dimostrare e dimostrarmi che non mi facevo condizionare dal mio handicap.
Adesso, ti confido, non mi interessa più. Non vorrei sempre dover combattere per “dimostrare che”. Accettare serenamente il mio handicap vuol dire vivere serenamente il mio essere un diversabile. Non un genio, né un fenomeno da circo che si sente addosso o la curiosità o la compassione degli altri… quando va un po’ in giro.
Vorrei precisarti meglio la questione di cui ti parlavo nella e-mail precedente, così da darti un quadro più chiaro. Io credo che in loro (nelle persone che mi hanno proposto la cosa) ci sia della buona volontà di usare la mia storia per far capire a chi ha quindici anni, magari circondato di ogni bene e che è insoddisfatto, come il mio vivere possa dare qualche insegnamento.
La tua riflessione, le tue parole, il tuo consiglio mi sono utilissimi.
Però vorrei precisare che non ritengo di esser nulla di “speciale”, sono uno come tanti, ho pregi e difetti, vizi e virtù, ho i miei giorni di nervosismo e di serenità, i miei hobby e le mie passioni come quelli di tanti. Tutto qui… Non so cosa se ne possa tirar fuori.
Poi, caro Claudio, mi preme pure sottolineare un altro punto. Io voglio un lavoro! Non voglio solo esser presentato agli altri, ma mi serve un posto. So usare il computer e spero che questo progetto sia basato su quello, dare lavoro.
Per sette estati (due mesi all’anno) sono stato inserito in un progetto per il quale ho fatto lavoretti col pc. Poi l’estate scorsa non vi sono stato inserito, nonostante un’assicurazione circa l’esserne parte.
Beh, intanto ti ringrazio e ti terrò informato.
Grazie e a presto.
Romano.

La densa leggerezza dell’integrazione: l’esperienza con pazienti psichici della compagnia tedesca Theater Sycorax

Dal Woyzeck a spettacoli originali molto particolari, come Sehnsuchtsschwimmer (“Nuotatore nella nostalgia”) ambientato in un aeroporto, o Am Anderen Ende ist der Himmel (“Dall’altra parte c’è il cielo”) con un campo di allenamento competitivo che richiama la vita. Con 15 anni di attività alle spalle, Theater Sycorax, con sede a Münster (Nord Reno-Westfalia), è una delle compagnie teatrali che lavorano con pazienti psichiatrici più affermate e al contempo più innovative del panorama tedesco. Abbiamo intervistato Manfred Kerklau, uno dei due direttori artistici della compagnia.

Come è nato Theater Sycorax, e da quali motivazioni?
Theater Sycorax è stato fondato nel 1996 da Paula Artkamp, attrice e regista con una forte esperienza nel teatro “off”. La motivazione per avviare una produzione con persone con un background psichiatrico era basata sul desiderio di fare esperienze artistiche differenti e di offrire uno spazio per questo gruppo dove potessero occuparsi della propria creatività in un contesto non psichiatrico.
Paula Artkamp entrò in contatto con diversi ospedali psichiatrici e altre istituzioni per trovare partecipanti per questo lavoro teatrale, ma c’era grande scetticismo e avversione, così come la sensazione che fare teatro potesse non essere un buon consiglio per persone con disordini psichiatrici. Solo un’organizzazione socio-psichiatrica sostenne il progetto. Un operatore sociale accompagnava le prime prove, ma gli attori si opposero, perché durante il loro lavoro artistico non volevano essere osservati da un punto di vista terapeutico.
Dopo 14 anni di lavoro teatrale di successo, con molte esibizioni, oggi Theater Sycorax è ben avviato. A volte terapisti spediscono clienti al gruppo, e ci sono anche istituzioni che apprezzano il lavoro del teatro.
La prima produzione del teatro fu un libero adattamento di La Tempesta di W. Shakespeare. Da questo deriva il nome del gruppo (Sicorace è la strega che governava l’isola di Prospero e diede alla luce suo figlio, Calibano).
Con l’avvio del secondo progetto la guida artistica fu assunta dalla squadra composta da Paula Artkamp e Manfred Kerklau. Fino a ora abbiamo rappresentato 15 produzioni teatrali in co-direzione. La dimensione del cast dei diversi progetti teatrali andava da 7 a 17 persone. Alcune sono ancora con noi dall’inizio, ma la nostra idea è di aprire il gruppo a nuovi partecipanti per ogni nuovo progetto. Fino a ora, oltre 50 persone hanno partecipato a uno o più progetti.

Le compagnie teatrali che lavorano con persone che hanno disordini psichiatrici sembrano dover trovare un continuo equilibrio tra esigenze estetiche di sensibilizzazione sociale e terapeutiche. Se siete d’accordo con questa idea, quale equilibirio avete trovato nella vostra attività?
Il nostro lavoro si concentra sull’arte e sul potenziale delle abilità creative degli attori. Non stiamo lavorando terapeuticamente. Comunque, i principi del nostro lavoro sono nel cercare le forze e i talenti degli attori: la conferma, la comunicazione positiva e la promozione di uno spazio sicuro dove alle “cose da pazzi” è consentito di essere espresse artisticamente.
Oltre a ciò facciamo molto lavoro sul corpo: esercizi per la percezione del proprio corpo, dello spazio e del gruppo, allenamento della concentrazione e della voce e altro.

Come dite nel vostro sito web, “il segreto di essere selvaggi e diversi così come artisticamente controllati rimane”. Come gestite le esigenze speciali di ogni membro della vostra compagnia insieme all’esigenza “da regista” di controllo e ordine prima del e sul palco?
Il nostro lavoro teatrale offre uno spazio aperto con regole formali e sociali chiare per sviluppare la propria creatività. Questo approccio positivo e l’accettazione di ogni persona crea un’atmosfera affidabile per riunioni sociali oltre che per il lavoro artistico.
Nelle nostre produzioni il lavoro d’insieme è molto importante. Passiamo molto tempo nell’allenamento sul lavoro corale, sul gruppo che sostiene il protagonista della scena. In ensemble ci si prende cura l’uno dell’altro, sul palco si deve dimostrare il proprio valore insieme. Questo dà molta sensibilizzazione sociale a ognuno.
Durante il processo di lavoro c’è un sacco di input strutturato su un livello formale. Attraverso tutto quell’input e i compiti per eseguire la parte artistica (testo, connessione del testo, movimenti concreti del corpo, posizione sul palco, ecc.) gli attori non hanno possibilità di scivolare o perdersi dentro i loro mondi interiori.
Con una direzione artistica chiara ed esplicita cerchiamo di attuare il principio del sostegno personale a livello personale. Tutti i membri dell’ensemble sono integrati nello sviluppo delle scene teatrali e del lavoro artistico.

Molti degli spettacoli più recenti nel vostro repertorio sembrano trattare questioni esistenziali ma con un tono grottesco o apertamente comico. Questo approccio è il frutto di una direzione specifica quando allestite una nuova rappresentazione?
Il testo o il tema per una nuova rappresentazione viene dato dalle guide artistiche con un chiaro interesse per temi essenziali, ma le rappresentazioni teatrali si sviluppano in un processo aperto, in un senso di “work in progress”. Usando molta improvvisazione e partendo dalle possibilità e abilità degli attori, la rappresentazione teatrale si sviluppa e cambia durante le prove. Certo ci sono sempre alti e bassi, eccitazione e divertimento ma anche sopportazione e dedizione. Nel nostro lavoro cerchiamo di mantenere una leggerezza nella messa in scena di scene forti, drammatiche e profonde.

Come pensate che l’inclinazione di molte compagnie teatrali che lavorano con pazienti psichici a portare avanti un teatro di ricerca e di avanguardia incida sul loro riconoscimento, sia nell’ambiente teatrale che tra il pubblico?
Considerando le restrizioni specifiche degli attori da un lato, e dall’altro le loro esperienze individuali e straordinarie, cerchiamo di creare una forte autenticità e una “densità atmosferica” sul palco – la qualità propria di Theater Sycorax. Ciò si ottiene, tra le altre cose, attraverso il costante allenamento di gruppo e attori.
Non sappiamo se questo sia orientato all’avanguardia o alla ricerca. Cerchiamo di offrire agli attori forme di espressione, per riflettere qualcosa delle loro esperienze sul loro mondo interiore. Questo è un compito speciale, trovare queste forme e offrire prospettive bizzarre.

Avete aneddoti riferiti alla preparazione o all’interpretazione delle rappresentazioni che esprimano lo spirito del lavoro di Theater Sycorax?
Una volta avevamo una prova costumi e ricevemmo una telefonata da un’attrice – diceva che non poteva venire, perché era all’ospedale psichiatrico, ma sarebbe venuta il giorno dopo. Finimmo la prova costumi senza di lei e ci mettemmo d’accordo che lei sarebbe potuta venire alla prima e alle rappresentazioni successive andandola a prendere all’ospedale e riportandola direttamente dopo le rappresentazioni.
Spesso abbiamo avuto come ritorno il fatto che i professionisti psichiatrici riuscivano a malapena a riconoscere i loro pazienti quando li vedevano esibirsi sul palco.
Gli attori guadagnano molta autostima dal lavoro. Quando un attore iniziò, i suoi genitori lo accompagnavano in macchina alle prove, perché era molto dipendente da loro. Da allora, si è trasferito in un appartamento proprio e vive una vita mobile e indipendente.

Per informazioni:
www.theatersycorax.de

Profili di donna

Donna, una parola che indica qualcosa di molto preciso, identificabile, chiaro ma, allo stesso tempo raccoglie in sé migliaia di volti, espressioni, esperienze.
Una parola che raccoglie un mondo di idee, pensieri, sogni, opinioni, modi anche molto diversi di vivere il proprio essere donna.
Ciò che mi piacerebbe proporre, quest’anno, in questa rubrica sono le diverse facce della parola donna, le sfumature necessarie per raccontare una realtà tanto varia e interessante.
Profili diversi e, allo stesso tempo accomunati da tante sfumature, profili di donne che tentano di volgere al femminile la realtà che vivono, comuni, quotidiani, vicini.
In questo primo numero vorrei dare voce a quattro donne, diverse per età e condizione, alle quali ho chiesto come si vedono nel tempo che passa, come si immaginano guardando avanti di dieci anni, come vedono e come desiderano il ruolo della donna nella società e, soprattutto, nel mondo del lavoro.
Buoni incontri!

“Tra dieci anni avrò 29 anni. Mi immagino con un lavoro, che mi figuro sarà l’aspetto della mia vita a cui terrò di più. Il mio lavoro sarà collegato con ciò che oggi sto studiando, quindi nell’ambito dell’informatica. Immagino anche di avere una persona accanto, un compagno (non un marito!) che mi comprenda per ciò che sono e con cui vivere. Tra dieci anni la mia famiglia sarà sempre importante per me, parte integrante della mia vita.
Nel futuro uomini e donne non avranno gli stessi ruoli nella società. Le donne dovranno sempre togliere tempo al lavoro per occuparsi della famiglia e questo, secondo me, non è negativo, ma naturale. Quindi non desidero che questo aspetto della società cambi.
In quanto donna, per il mio futuro desidero semplicemente avere normalità, tutto ciò che banalmente e felicemente si sogna fin da piccoli.
Penso che essere donna non sia un limite e che la parità non possa esistere, per il semplice fatto che uomini e donne sono diversi. Le donne hanno già un ruolo molto attivo e vincente, soltanto l’hanno in campi diversi da quelli degli uomini”.

“Come mi vedo nel futuro? Ti posso dire come spero di essere, poiché ‘del doman non c’è certezza’, soprattutto con i tempi che corrono. Oppure ti posso dire come ho paura di essere. La discriminante fra le due ‘forme di essere’ è, dal mio punto di vista, il lavoro. Se, come spero, avrò un lavoro non dico remunerativo, ma per lo meno stabile (leggi: un contratto a tempo indeterminato), mi vedo sposata e con due figli. Mi vedo mamma lavoratrice, insomma. Immagino il mio lavoro gratificante e utile, decoroso e creativo. Immagino di lavorare alla pari con colleghi maschi, senza timore di essere prevaricata, sostituita o licenziata nel caso di maternità o malattia. Vorrei che il duplice ruolo di mamma e donna lavoratrice, e per questo doppiamente produttiva, fosse riconosciuto: non intendo ricevere medaglie al valore, ma solo essere sostenuta e rassicurata dal mondo del lavoro in tale duplice impegno.
Se il lavoro ci fosse ma fosse precario, così come è adesso, allora come mi vedo? Come mi vedono gli altri? Saremo tutti sulla stessa barca o mi dovrò sentire ripetere all’infinito che ho fatto delle scelte di studio, di vita, di impegno sbagliate, e che era meglio se avessi fatto, se avessi scelto, se non avessi fatto, se non avessi scelto… Dovrò sentirmi dire ancora una e poi mille volte ‘te l’avevo detto?’.
Ecco cosa significa, secondo me, la dignità del lavoro: potersi sempre dire fieri delle scelte di vita, e quindi lavorative, che si sono fatte, perché tali scelte hanno portato ai risultati sperati: stabilità, indipendenza, gratificazione, libertà di scelta”.

“Dal mio punto di vista la donna deve essere attiva e integrata nella società e non solo considerata una parte: i due sessi devono essere interscambiabili. La donna ha la propria identità, è diversa da quella maschile. Nella nostra società non c’è niente di femminile, né una filosofia, né una religione, né una politica, né una linguistica e la donna viene utilizzata dalla società come un bene domestico vedi veline, letterine in tv… Non condivido assolutamente l’utilizzo del corpo femminile come oggetto e propaganda.
Io sono una donna lavoratrice e soddisfatta del lavoro che ho scelto e cerco di assumermi le mie responsabilità per cercare di modificare e cambiare così l’atteggiamento culturale che riguarda le donne disabili. Spero, in futuro, avendo investito nello studio tanto tempo, di poter continuare lo stesso lavoro però magari con una remunerazione più sicura e più gratificante. Io mi sento una persona attiva all’interno della società e in futuro auspico che ci sia un cambiamento che ci possa portare ad avere più pari opportunità, dimostrando così le nostre capacità quali ad esempio, il saper mediare, essere contro la violenza, essere più sensibili…
In futuro penso che il valore dell’uomo e della donna non debbano essere pesati su una bilancia come parità, ma che la donna possa esprimersi nella sua pienezza, possa dar voce ai suoi diritti che ancora oggi non sempre vengono riconosciuti, possa riconoscere i suoi doveri e possa far conoscere la loro grande energia.
Con tutta la voglia di vita che possiedo voglio invitare tutte le donne, soprattutto le giovani, ad avere fiducia nel futuro, però devono impegnarsi a considerare molto di più alcuni valori fondamentali per il rispetto della persona.
Finché alcune donne useranno il loro corpo come mezzo per avere successo o carriera o altro, non si riuscirà a fare emergere il nostro pensiero che è certamente paritario a quello maschile ma che, a volte, viene considerato inferiore a causa di questi comportamenti.
Il mio punto di vista è che occorre avere tanta fiducia ma ci vuole anche l’impegno di dimostrare, creare, fare, e se ognuno in questo puzzle ci mette la sua parte il mondo andrà avanti meglio”.

“Beh, dal momento che ora ho 63 anni, direi che andando avanti tenderò a invecchiare! Tuttavia non è questo che mi spaventa, ma il timore di non riuscire a realizzare tutto quello che vorrei. Mi piacerebbe infatti continuare nel mio progetto di scrittura-ricerca per la conservazione della memoria femminile, dedicare ancora più tempo alla lettura, agli/alle amici/che, ai miei cari, ai luoghi del mio cuore, alla bellezza della natura e dell’Italia in generale… E ancora? Un altro sogno? Cantare in un coro! Ma temo che ormai la voce non sarebbe più limpida.
Per il mio futuro desidero conservare la mia salute e le molte energie che mi permettono di vivere a modo mio, senza poi dimenticare la serenità con cui vivo la mia vita familiare.
Per tutte le donne, invece, mi auguro un futuro di maggiore consapevolezza della dignità di ciascuna. Ritengo infatti che molta sia la strada che abbiamo percorso nella conquista dei diritti e della coscienza di genere, ma ora si stanno affacciando nuove realtà che ci vengono da altri paesi con le quali tutte ci dobbiamo confrontare. Non possiamo dimenticare il passato nostro e delle nostre madri, per cui è necessario che ci attrezziamo per rendere visibili disagio e condizioni altre: trovare canali, inventare strategie, aprire dialoghi con quelle culture e religioni che costringono le donne in situazioni di sudditanza. Dunque, ancora un cammino lungo e faticoso per le donne.
Sono tuttavia convinta che le donne del futuro vivranno il loro essere-donne come un valore aggiunto, che andrà ben oltre la parità tanto decantata dai governi e mai considerata. Sarà questa certezza a dare ancora più forza al loro agire”.

L’incontro che genera il nuovo, nella musica e nella vita

Intervista a Davide Ferrari, direttore artistico della Banda di Piazza Caricamento di Genova, e ai suoi musicisti. La banda riunisce giovani musicisti che provengono da Giappone, Marocco, Messico, Argentina, Sri Lanka. Il progetto prende il nome da una delle aree più multietniche della città.
La musica è per me una via di vita da percorrere, una metafora, una scienza, un mezzo, un’arte meravigliosa. Riempie quasi totalmente la mia vita.

Nel settembre 2006 è nata l’idea di costituire questa orchestra. Da una sequenza di eventi violenti interetnici in città rinasce la necessità di tornare a lavorare sul territorio urbano, rivolgendosi agli immigrati offrendogli un’opportunità professionale e creativa. Ho lanciato l’idea, è stata raccolta prima da una cantante genovese che ha iniziato a sostenermi nel progetto, poi dal Comune di Genova. Con un’audizione si è formato il primo nucleo. All’inizio i musicisti hanno reagito ai miei stimoli con diffidenza e incomprensione. Con il tempo, la pratica, l’esperienza che si viveva e i risultati hanno portato una maggior fiducia e unione. Oggi c’è un gruppo affiatato, quasi come una famiglia, con tutte le contraddizioni del caso. Nel tempo si è sviluppata una dinamica più solidale, anche se non completamente. È stato un elemento centrale del percorso quello dell’altruismo.
Gli obiettivi erano quelli di offrire un’opportunità creativa e professionale, conoscenza e valorizzazione delle individualità all’interno di un gruppo, conoscenza di nuove musiche e di nuove tecniche compositive, conoscenza della creazione di un concerto e messa in scena, opportunità di ritorno economico con l’intento di portare in Italia e in Europa un messaggio di convivenza interrazziale pacifica.
Elencare i riferimenti musicali della Banda produrrebbe un elenco troppo vasto considerando le diversità geografiche e generazionali. Per quanto riguarda l’indirizzo musicale che cerco di sviluppare sono particolarmente interessato a esperienze come gli Einsturzende Neubauten di Berlino, in chiave world music.
Ogni musicista tradizionale è estremamente legato a ciò che si porta dietro nel suo viaggio migratorio dal suo paese a un altro. Per me credo sia importante, per costoro, lentamente separarsi e avvicinarsi ad altre musiche e culture, soprattutto quelle dei luoghi in cui si è scelto di vivere. È l’incontro che genera il nuovo, nella musica e nella vita. Restare legati a ciò che siamo è controproducente per la conoscenza. Osservare e cercare di comprendere nuovi e/o differenti linguaggi può essere molto utile per il processo di integrazione. Non sono interessato alla riproposizione di musiche tradizionali suonate da musicisti non appartenenti a quella cultura. Quindi propongo l’incontro da cui si genera una nuova tradizione, contemporanea, extraetnica.
Abbiamo realizzato fino ad oggi due produzioni. Babel Sound raccoglieva le musiche create nel primo anno di attività. Ha vinto un premio da Amnesty International e questo per me è una grande soddisfazione. È un cd dove si sentono ancora molto le diverse tradizioni dei partecipanti, miscelate. Il secondo, Nu Town, è stato realizzato più velocemente, con collaborazioni come con la Squadra di Canto tradizionale genovese di Trallallero con il quale abbiamo riarrangiato Dolcenera di De Andrè. Nu Town è più contemporaneo, nel senso non proprio del genere musicale, ma nel senso che ha ritmi più urbani, testi prevalentemente in italiano, quindi meno multiculturale.
Al pubblico vorremmo arrivasse la forza della convivenza fra razze diverse, l’energia delle tradizioni, soprattutto la sperimentazione, cercando di uscire dai luoghi comuni e dalla retorica della multiculturalità. I concerti della banda sono altamente energetici. Il pubblico è invaso da una pioggia di ritmi, suoni, danze, voci. Il pubblico credo recepisca fondamentalmente quanto detto prima, ossia la forza dell’incontro tra culture diverse che si uniscono. La diversità è una grande risorsa, un’opportunità di conoscenza, spesso imprevedibile. Ma soprattutto è un processo naturale, inevitabile. Anche nella musica è così, cercando di non fare a tutti i costi la cosa diversa, poiché, in quel caso, si diventa prevedibili e inefficaci.
Per quanto mi riguarda, dal 1995 collaboro con la confraternita Sufi Gnawa del Marocco e con loro le esperienze sono state sempre molto intense. Poi con i miei maestri, Tran Quang Hai, Vietnamita, Stella Chiweshe, dallo Zimbabwe, Yungchen Lhamo dal Tibet, Joji Hirota, Giappone. Recente una grande esperienza con Antonella Ruggiero, straordinaria cantante e Celia Mara, brasiliana. Per i ragazzi della Banda credo che alcuni concerti abbiano lasciato il segno, come quello a Sarajevo, e i concerti con Antonella Ruggiero e Celia Mara, in palchi molto importanti come in Piazza San Carlo a Torino o in Croazia davanti a 50mila persone.
Il futuro: torniamo a Sarajevo a fine febbraio, abbiamo iniziato a imbastire un terzo cd, cercare di fare cose utili.

Altre voci, altri suoni, altre storie: i musicisti della Banda
Per me la banda è un progetto socio-musicale: questa duplicità è la vera forza del gruppo. Mettere assieme aspetti musicali, estetici, contingenti, e soggettivi, con valori e ricadute più sociali e umane, forse altrettanto soggettive, ma altrettanto o forse più importanti! Questo progetto funziona perché fa crescere le persone che nel corso di questi quattro anni vi hanno preso parte… Davide, il direttore, e le molte esperienze fatte assieme, dai centri socio-educativi di Montpellier, ai ricoveri per vittime di guerra in Bosnia, alle piazze di tutta Italia, mi hanno permesso di poter vivere momenti musicali, emozionali, personali legati a concetti di incontro, scontro ma anche riconoscimento e solidarietà tra le persone, a maggior ragione con persone sconosciute, diverse… Certo sono parole, solo parole, ma quando vengono realmente esperite, come nella banda, allora acquistano valore e alimentano un circolo virtuoso che porta a nuovi incontri, nuova crescita, nuova musica… Ricordandosi anche di tutti i momenti difficili che fan parte della vita e che han fatto parte della storia della banda; quindi senza mai dimenticare che la grande fortuna di poter partecipare a questo progetto socio-musicale diventa automaticamente un grande dovere: dare il meglio di sé, attraverso il lavoro socio-musicale della banda, proprio per rispetto a chi è meno fortunato, e sapendo che proprio da queste persone si riceve l’energia e l’esempio per poter dare ancora. Grazie.
(Olmo Manzano Anorve – Congas – Italia/Messico)
C’era una necessità urgente di dare un’immagine di convivenza pacifica e piacevole fra le tante “razze” residenti nella città di Genova. E Davide Ferrari, il direttore artistico, ha sentito questo appello e ha cercato di colmare questo vuoto che purtroppo hanno molte società mondiali. La Banda di Piazza Caricamento non è altro che una proiezione della società genovese o ormai quella mondiale, su un piccolo piano, che può essere una sala prove, un furgoncino, una camera d’albergo, un palcoscenico… Le persone che vi partecipano hanno scelto di convivere condividendo ritmi testi e melodie delle loro proprie provenienze.
(Abdel – Darbouka Bongos / Voce – Marocco)
Non troppi mesi dopo l’assemblaggio della Banda, il nostro direttore artistico, Davide Ferrari, ci inviò un messaggio chiamandoci “Banderos”. Non poteva esser più sottile e acuto nel trovar un soprannome che si riferisse all’appartenenza alla Banda in quanto gruppo socio-musicale senza tralasciare le singole personalità, ognuna delle quali tira la macchinosa carovana alla sua folkloristica maniera. Solo grazie all’unione sinergica di culture, idee, suoni, scontri e incontri di abitudini e attitudini diverse riusciamo ad arrivare a ingaggi che a volte neanche aspiriamo a meritare. Un sound illegale che vorrebbe arrivare dove l’orecchio non vuole sentire.
(Nadesh – Voce/Danza – India)
Che dire? Per me la Banda di Piazza Caricamento è capitata in modo fortuito e inaspettato, da un incontro avuto al Teatro della Tosse con Paola Benvenuto. L’entrare non è stato così semplice perché una volta fatta l’audizione con un funky freestyle non è stato facile farsi accettare dagli altri componenti che lavoravano assieme da più di due anni ed erano abituati a un altro danzatore. Il cammino è durato quasi tutto il mio primo anno per farmi conoscere come persona e a livello artistico, come danzatore, e non nego che ci son stati dei momenti nei quali sentivo una sorta di “forma di razzismo” al contrario. Per fortuna credendo in questo bellissimo progetto e grazie anche al maggiore spazio datomi da Davide nel corso di questi quasi due anni, direi che adesso sono perfettamente integrato. La Banda per me è come un “ricco minestrone” fatto di tanti colori, suoni, odori, sensazioni, sapori che però possono cambiare continuamente e l’aspetto interessante, nonché stupendo, è il continuo scambio che si ha all’interno – provenendo da culture, storie, razze, caratteri differenti, esperienze artistiche diverse – e all’esterno – pubblico, collaborazioni, incontri con persone con sfaccettature varie. Questa è per me la banda non dimenticando mai, anche il carattere socio-culturale che è la radice dell’intero progetto.
(Matteo Scuro – Danza – Italia)

A mali estremi, nessun estremo rimedio

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giochi: prima bisogna rispondere”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 2001)

Da filosofo, le parole di Camus mi toccano molto. Mi sono tornate in mente leggendo del suicidio del grande regista Mario Monicelli. Persino a lui, a un certo punto, la vita non è sembrata più degna di essere vissuta. Eppure, dalla vita ha avuto tutto: fama, successo, una bella famiglia, la possibilità di esprimere il proprio talento e di eccellere in esso, che è quel tipo di realizzazione personale cui ogni uomo aspira. Questa notizia è arrivata nel momento in cui la televisione, che ora ha centinaia di canali digitali da riempire di nulla, non sapendo più cosa proporre di nuovo, punta sulla sicurezza di ascolti data dai “fenomeni da baraccone”. Uso questo termine volutamente forte non perché io pensi che le persone sopra citate siano veramente dei “mostri”, seppure nel senso latino del termine, ma perché la falsa pietà o, ancora peggio, la falsa maschera scientifica con cui si affrontano questi temi rende ancora di più questi individui degni della mia com-passione (e anche in questo caso il termine è usato in senso letterale). Primo canale satellitare: si parla di gemelle siamesi, attaccate dalla nascita in modo assai invalidante. Secondo canale: la storia di un giovane che vive senza la parte inferiore del corpo. Terzo canale: malattie devastanti deturpano l’aspetto di giovani fanciulle in fiore. Lo spettatore medio guada con insana curiosità – e anche un certo disgusto – questi strani individui. Non pensa che siano persone in tutto e per tutto: la curiosità per la stranezza della natura fa accantonare nella mente di chi guarda il pensiero della condivisione della stessa umanità con queste persone. Al mio occhio di spettatore con deficit, invece, non sfugge l’aspetto più nascosto dell’animo di questi individui. Seppure diversi, seppure talvolta costretti a esibire la propria deformità in cambio di un compenso, guardano l’obiettivo della macchina da presa a testa alta. Sono consapevoli della propria diversità, ma sono fieri di essere le persone che sono. Hanno una vita difficile, ma proprio per questo sono più abituati a lottare. Le difficoltà della vita non spaventano chi è avvezzo dalla nascita alla lotta per l’auto-affermazione. Queste persone si esibiscono anche per essere di esempio agli altri, perché sanno che la loro vita è degna di essere vissuta e vogliono ricordarlo anche a chi, dalla vita, ha avuto tutto, pertanto si abbatte alla prima difficoltà. Certo, il suicidio è un atto disperato, almeno nella cultura occidentale. Oggi, persino la Chiesa concede i funerali religiosi ai suicidi, perché di questo gesto ha pietà, non vi legge un rifiuto o un segno di dispregio alla vita, ma un’azione disperata di chi ha la coscienza alterata. Io non dispenso giudizi morali, non è nemmeno questa la sede appropriata, ma il suicidio di Monicelli mi ha colpito per vari motivi. Egli non era un “artista maledetto”, un giovane tormentato da pene d’amore, una coscienza alterata da abusi e dipendenze, uno sconfitto dalla vita, un povero, un derelitto, un perdente. Era un uomo di successo, uno di quelli che hanno avuto tutto dalla vita. Era sempre stato sereno, dicono i famigliari. Poi, alla soglia del secolo di vita, una malattia. Non troppo grave, non troppo aggressiva, di quelle che a oltre 90 anni concedono una certa serenità per gli ultimi anni di vita. Però, è una malattia. Un cedimento, un’imperfezione, un piccolo ostacolo in una esistenza di quelle da metterci la firma per averla uguale. Ecco, allora, la scorciatoia per non soffrire: una finestra aperta, la capacità a quasi 100 anni di scavalcare agilmente un alto parapetto. La via più breve, quella che pone fine a sofferenze appena iniziate. Ecco, Monicelli non ha la mia com-passione. Chi, come me, non è in grado di scavalcarla da solo quella balaustra, spesso rende qualcun altro complice di questo delitto contro il grande dono della vita. Questo è il suicidio assistito, questa è la scelta dell’eutanasia. Rendere altri complici del proprio suicidio è un atto ancora più egoistico del suicidio stesso. Nella cultura orientale, il suicidio ha un alto valore di onore, di lealtà che, condivisibile o meno, non ha niente a che vedere con la viltà del non voler affrontare le sofferenze della vita e le debolezze della nostra natura umana. Tutti siamo spaventati dalla malattia, dal dolore, fisico e spirituale. Se un giovane Werther si uccide, la consapevolezza del suo alterato stato di coscienza mi rende assai compassionevole nei suoi confronti, tuttavia rimane quella rabbia di fondo per chi ha scelto la via più breve verso la tranquillità dell’anima. Da quando sono nato (e non per questo la mia condizione di deficit è per me più facile da accettare, come molti sarebbero portati a credere!) convivo con la mia diversità, col giudizio degli altri, con gli sguardi compassionevoli, con le umiliazioni, con la dipendenza da tutto e da tutti, con la totale non autosufficienza. A queste, si aggiungono le sofferenze comuni a qualsiasi persona: le malattie, la perdita dei genitori, le difficoltà quotidiane che sono tali per tutti, deficit o meno. Eppure, non un solo giorno ho pensato che la mia vita non fosse degna di essere vissuta così com’è. Come scriveva Spinoza, quando l’uomo libero pensa alla morte, la sua è una meditazione sulla vita. Nonostante la carrozzina che mi tiene ben ancorato a terra, io sono un uomo libero. La mia libertà mi è data dal pensiero, dall’intelletto, dal libero arbitrio. Ogni uomo ha la sua libertà, anche quando è in catene. Tuttavia, la libertà di autodeterminarsi non passa per la decisione sulla propria vita o sulla propria morte. Quando uno sceglie di togliersi la vita non è mai libero. Non è un atto della libertà ma della schiavitù: il timore della sofferenza, della malattia, la paura, il dolore ci rendono schiavi. Nessuno di noi è stato libero di scegliere se venire al mondo: questo significa che non possiamo autodeterminare la nostra esistenza. La compassione nei confronti di chi agisce contro la propria vita è umana e naturale, ma la condivisione non lo è.