Intervista a Maria Emanuela Piemontese docente alla Facoltà di Filosofia, Lettere, Scienze Umanistiche e Studi Orientali dell’Università di Roma. Assieme a Tullio De Mauro ha ideato e realizzato alla fine degli anni ’80 la prima rivista a scrittura controllata in Italia; si chiamava “dueparole” ed era un’esperienza all’avanguardia in Europa.

Com’è nata la rivista “dueparole” e come si è evoluta?

La nostra rivista è nata per rispondere a varie esigenze e cercare così di colmare un vuoto culturale, lamentato da varie parti ma da nessuno adeguatamente ascoltato e considerato.  

Innanzitutto vale la pena ricordare che, negli anni Settanta, il Parlamento italiano ha approvato una serie di misure “rivoluzionarie” sull’integrazione degli alunni disabili nella scuola. 

“due parole” nasce quindi dall’incontro tra le trascurate, se non ignorate, esigenze formative e informative di allievi con certe caratteristiche e l’onda positiva generata dalla legislazione sull’integrazione delle persone con varie forme di disabilità nelle scuole. Nasce così la figura dell’insegnante di sostegno che doveva affiancare – nelle varie classi – i ragazzi con qualche tipo di problema (svantaggiati sociolinguisticamente, portatori di forme varie disturbi dell’apprendimento ecc.) nei processi di apprendimento. Nasceva però un problema: una volta finiti gli anni della scuola dell’obbligo, questi ragazzi non avevano più né la mediazione di un insegnante che li aiutasse ad accedere ai mezzi di informazione, dal telegiornale al giornale radio, dal quotidiano al periodico, né trovavano testi, scritti e parlati, adeguati al loro livello di comprensione. Non c’era un giornale che questi ragazzi potessero leggere autonomamente, senza registrare ulteriori frustrazioni nella comprensione, né c’era un giornale radiofonico o televisivo capace di informare, senza dare per scontata una miriade di informazioni che non tutti possono già avere.

È stato così che, all’inizio degli anni Ottanta, molti genitori e operatori sociosanitari si siano rivolti a Tullio De Mauro (allora docente di Filosofia del linguaggio nell’Università La Sapienza di Roma) ponendogli la domanda: “Cosa possiamo far leggere ai nostri figli, ai nostri allievi, una volta usciti dalla scuola dell’obbligo? Cosa li può tenere informati su quello che succede intorno a loro, man mano che diventano adulti?”. La domanda fatta a De Mauro fu trasformata immediatamente in un progetto piccolo, ma ambizioso assai: provare, insieme ai genitori e agli operatori sociosanitari, poi con i nostri allievi dei corsi di Filosofia del linguaggio, a scrivere testi accessibili per quel particolare tipo di destinatario.

Dai primi tentativi di produrre testi molto semplici, dal punto di vista linguistico e dell’organizzazione logico-concettuale per destinatari con qualche forma di problema della comprensione, è nato nel 1989 “due parole. Mensile di facile lettura”, con una storia già lunga alle spalle. Fin dall’autunno del 1983, infatti, docenti e ricercatori della cattedra di Filosofia del linguaggio hanno organizzato a La Sapienza corsi di scrittura per gli studenti, ben prima che venissero istituzionalizzati i corsi di scrittura funzionale o professionale nati dopo la creazione dei corsi di studio in (poi facoltà di) Scienze della comunicazione. 

L’obiettivo iniziale dei nostri corsi era cercare di capire se e come si può ottimizzare la scrittura di testi didattici, di lettura e di informazione adulta, in considerazione di destinatari specifici. Questi corsi hanno trovato continuità a La Sapienza in un seminario durato dal 1983 al 1989, tenuto da Tullio De Mauro, Massimo Vedovelli e da chi scrive. In quegli anni abbiamo iniziato a sperimentare i nostri criteri di scrittura in centri di formazione professionale ai quali accedevano, dopo la scuola dell’obbligo, molti ragazzi con problemi. A questa nostra sperimentazione hanno partecipato, oltre ad alcuni operatori sociosanitari, alcune docenti di sostegno della scuola dell’obbligo, come M. Teresa Tiraboschi e Angela Saponaro, gli studenti iscritti al seminario. In questo modo siamo diventati tutti redattori di “dueparole”.

Durante gli anni di progettazione e realizzazione dell’iniziativa, avevamo già capito che, prima o poi, ci saremmo trovati di fronte a un allargamento notevole dei tipi di destinatario. Ad apprezzare “dueparole” non erano, infatti, solo le persone con ritardo mentale o con forme di svantaggio socioculturale, ma anche persone con  problemi di lettura e comprensione dei testi (soprattutto anziani) e con problemi di vista. Il fatto che “dueparole” avesse scelto un certo tipo di corpo tipografico e una dimensione superiore a quella utilizzata da tutti i giornali italiani e l’uso di molto spazio bianco per dare alla pagina leggerezza grafica e agli occhi dei lettori un po’ di respiro, facilitavano notevolmente la lettura a molte persone. Infatti il giornale si presenta sobrio nelle scelte grafico-tipografiche e molto controllato nel modo in cui sono scritti i testi. In sintesi, “dueparole” richiedeva una serie di attenzioni e competenze precise (grafiche, giornalistiche, linguistiche…), ma richiedeva anche redattori disposti ad abbandonare l’abitudine di scrivere per sé e a imparare a scrivere in modo più oggettivo, controllato, senza sentirsi sminuiti. La scrittura controllata è un punto di arrivo (e di ripartenza continua) che non ha nulla in comune con la cosiddetta scrittura personale, creativa, e ancor meno con quella comunemente definita “di getto”.

Forse si fa fatica a credere che per fare un giornale come “dueparole”, che aveva solo 8 pagine e mediamente 2 o 3 articoli a pagina, impiegavamo un mese e oltre.

 

Qual è la differenza fra il modo di scrivere “dueparole” e la free press, i quotidiani gratuiti, che per snellezza e brevità degli articoli possono avere una qualche somiglianza?

No, non c’è alcuna somiglianza tra “dueparole” e la free press e spiego subito perché. Mi sento di poterlo affermare con tanta nitidezza perché ho seguito numerose tesi di laurea sui quotidiani che cadono sotto l’ombrello della free press.

La free press riprende, per lo più, le notizie così come date dalle agenzie stampa, senza cioè rielaborarle. “dueparole” prendeva spunto dalle notizie più importanti del mese riportate nei bollettini, allora cartacei, dell’agenzia Ansa, messi a nostra disposizione dal direttore dell’epoca, Sergio Lepri. Dopo lo spoglio dei bollettini, la redazione procedeva collegialmente alla selezione delle notizie, privilegiando quelle di interesse più generale (politica interna, estera, cultura, spettacoli, vita in casa) e utili all’autonomia personale dei nostri lettori. Per esempio, abbiamo fatto quasi ogni anno articoli sulla legge finanziaria: in essi davamo priorità a ciò che cambiava nell’assistenza sanitaria e ai riflessi diretti di questi cambiamenti sulla vita dei nostri lettori, come il costo dei ticket, i cambiamenti nelle prestazioni sanitarie… 

Come mai questa esperienza è terminata?

Intanto non direi terminata, ma – scaramanticamente – sospesa. Nessuno di noi redattori ha mai smesso di credere nella validità della nostra esperienza e quindi tutti speriamo, prima o poi, di tornare “più belli e più forti che pria”. Ciò premesso, non è facile elencare quali e quante cose abbiano reso difficile, dopo l’entusiasmante fase di progettazione e realizzazione, la continuazione, negli anni, dell’esperienza di “dueparole”.  Provo a elencarne qualcuna, cercando di non arrivare a usare toni polemici. 

Innanzitutto la nostra era una redazione di volontari e non di “professionisti” (come sono, invece, i colleghi dei nostri gemelli nordici). Vale a  dire che i redattori inizialmente erano giovani studenti, poi sono cresciuti e diventati adulti, quasi tutti con un loro lavoro a tempo pieno, una loro famiglia e relativi problemi. Ciò nonostante, per anni, essi hanno continuato a garantire il loro contributo, volontario e sempre entusiastico, all’iniziativa sia negli anni del formato cartaceo (1989-1997) sia successivamente per la versione on line (2001-2006), anni, questi ultimi, in cui qualche gettone siamo pure riusciti miracolosamente a garantirlo.   

In secondo luogo, “dueparole” era un mensile. Avevamo perciò un’esigenza tutta nostra, a causa della periodicità: trattare quasi solo notizie di attualità i cui effetti durassero nel tempo. Noi la chiamavamo – con un ossimoro – attualità permanente. La periodicità mensile del nostro giornale costituiva però un vincolo troppo grosso. Il nostro obiettivo (o sogno) era farlo diventare presto settimanale, come “8 Sidor” , per uscire dalle strettoie della periodicità mensile. Ma questo passaggio richiedeva o avrebbe richiesto: a) un certo numero di persone a tempo pieno o a tempo parziale, b) in qualche modo pagate con tariffe professionali e non più costrette a fare una forma di volontariato eterno; c) una sede fisica, attrezzata ed efficiente; d) una sponda editoriale “forte”,  capace cioè di far farsi carico della diffusione e distribuzione del giornale, per farlo conoscere e crescere. Abbiamo provato con ben due editori che hanno fatto, a loro detta, tutto quel che hanno potuto. Non abbiamo motivi per non crederci, ma non abbiamo superato il numero di abbonati sufficienti per pagare solo le spese di tipografia e spedizione. Abbiamo provato a seguire, per anni, anche altre strade, bussando evangelicamente a molte porte. Molte ci sono state aperte per farci raccontare la nostra esperienza e il nostro progetto, ma tutte si chiudevano immediatamente alle nostre spalle, appena usciti. Sui nomi scritti sulle targhe di queste porte taccio.

Ai fini della sospensione dell’iniziativa più determinanti delle prime due difficoltà appena ricordate sono stati: probabilmente l’essere arrivata troppo in anticipo rispetto alla  cultura e sensibilità comune su questi temi, in Italia; la sordità e il disinteresse unanime dei nostri politici, in altre faccende affaccendati, anche di quelli preposti alle cariche teoricamente più vicine, più specifiche,  per avere motivo di prestare attenzione non tanto alla nostra iniziativa, quanto ai bisogni e alle richieste di una bella fetta della nostra società, trascurata, dimenticata, quella fetta alla quale “dueparole” ha cercato, con i suoi pochi mezzi, di rispondere.   

Non possiamo far passare qui sotto silenzio però che “dueparole” ha visto la luce solo grazie alla fiducia da sempre accordataci e poi a un finanziamento straordinario assegnatoci, nel 1989, dal mai abbastanza compianto rettore de La Sapienza, Antonio Ruberti. Solo l’Università di Roma La Sapienza ha supportato il nostro progetto, riconoscendo la valenza formativa per i nostri studenti del nostro seminario sulla scrittura e, nello stesso tempo, l’utilità sociale dell’iniziativa da esso nata.

Maria Emanuela Piemontese

emanuela.piemontese@uniroma1.it

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