La scrittura controllata non è una scrittura più semplice da realizzare, anzi richiede uno sforzo ben maggiore e un atteggiamento di umiltà in chi scrive che deve mettersi nei panni del suo lettore.
Le nuove tecnologie non impoveriscono la scrittura ma pongono nuove modalità. I giovani leggono di più dei loro genitori ma in generale la società italiana non è all’altezza delle nuove richieste di prestazioni linguistiche che la società oggi richiede. Intervista a Maria Emanuela Piemontese.
In appendice l’Indice Gulpease  che calcola i criteri di leggibilità di un testo.

Che cos’è la scrittura controllata?

La scrittura controllata è un insieme di tecniche di scrittura nate prevalentemente intorno all’esperienza di “dueparole”. La scrittura controllata viene spesso identificata con la semplificazione linguistica, cioè con un metodo di controllo della lingua usata per farsi capire. La scrittura controllata vuole essere qualcosa di più: un insieme di tecniche, oggettive e consapevoli, cioè che si possono imparare e quindi insegnare, per adeguare le scelte linguistiche dei testi ai diversi tipi di destinatario. In questa seconda e più ambiziosa accezione la scrittura controllata è il modo di scrivere un testo basato sul controllo della difficoltà/facilità di lettura che esso può presentare ai destinatari. Questo controllo consente di dosare (e governare) il grado di difficoltà del testo, sempre in rapporto al tipo di destinatario, al contenuto e all’obiettivo, giocando sulle variazioni, di volta in volta possibili, tendenti verso l’alto o verso il basso.   

Per scrittura controllata intendiamo perciò il risultato della capacità di smanettare la lingua e di arrivare alla definizione del grado al quale collocare le nostre scelte linguistiche e di organizzazione logico-concettuale a seconda dei destinatari ai quali ci rivolgiamo. Quindi “controllata” per noi  vuol dire più rispettosa del destinatario. La scrittura semplificata è una delle possibili realizzazioni della scrittura controllata: non è l’unica, ma certo è la più difficile da realizzare perché rappresenta il caso di controllo estremo, il più oltranzistico, dei testi, privilegiando in modo netto la comprensibilità da parte del destinatario.

Se dovesse elencare le regole di scrittura per scrivere in maniera controllata quale sarebbe il suo decalogo? 

La regola principale che guida la nostra scrittura è quella del buon senso. Il buon senso nel fare le cose, di norma, non si trova “in natura”.  Bisogna imparare a riconoscerne innanzitutto il valore, poi a costruirselo e a imparare a metterlo a frutto. In altri termini, voglio dire che per scrivere testi chiari per fini didattici o informativi, basterebbe poco: sarebbe sufficiente chiedersi continuamente, mentre scriviamo, cosa capirà di quel che stiamo scrivendo chi ci leggerà, come ci insegna Italo Calvino. Se chi scrive, infatti, fosse meno autocentrato e pensasse di più ai suoi destinatari reali gli verrebbe naturale chiamare con semplicità pane il pane e vino il vino. Va detto che la nostra cultura – tranne poche e notevoli eccezioni – non ha mai avuto il culto della semplicità. La semplicità è sempre stata vista come roba da poveri o come una scelta di vita “alternativa”, in stile S. Francesco d’Assisi. Quando scriviamo, temiamo che essere semplici possa significare spogliarci delle nostre (presunte) ricchezze e farci apparire poco colti, tendenti alla banalizzazione. 

Come riuscire a capovolgere, anche nell’arte dello scrivere, quest’idea tutta nostrana della semplicità? Da autorevoli fonti e autori abbiamo imparato alcuni concetti chiave: che la semplicità  non è né rozzezza né semplicioneria, ma piuttosto chiarezza delle idee; che la chiarezza che non è banalizzazione o negazione della complessità,  ma trasparenza del pensiero prima che delle parole;   che la trasparenza del pensiero non è inconsistenza di idee e di contenuto, ma il loro specchio in cui noi li vediamo prendere forma. Noi abbiamo provato innanzitutto su di noi a cambiare quest’idea fallace di semplicità e crediamo di esserci pure, in qualche modo, riusciti. Questo processo di revisione di un modo di essere e di pensare nel “fare cose con la lingua”, è stato accompagnato, non di rado, da incomprensioni e ironie, disinteresse  e, a volte, intolleranza da parte di molti sapienti doc.

Il problema sta nel fatto che, quando noi scriviamo, tendiamo naturalmente a pensare che il mondo sia fatto “a nostra immagine e somiglianza”. In pratica non ci poniamo il problema di chi sia il nostro destinatario e di quanto egli riuscirà a capire di quel che gli diciamo. La mancata comprensione, d’altra parte, è sempre stata, esplicitamente o implicitamente, imputata a chi legge e alle sue presunte carenze (di lingua, di interesse, di specializzazione…). 

La redazione di “dueparole” si è basata su criteri di scrittura precisi che noi amiamo chiamare di buon senso in quanto dettati innanzitutto dalla nostra preoccupazione maggiore: farci capire. In effetti, mi rendo conto che dire che sono criteri di buon senso può essere fuorviante e far pensare a modi di scrivere ovvi e irriflessi. Per noi “buon senso” vuol dire esattamente il contrario: pensare e ripensare a un testo finché esso risulti, non solo a noi, ma a chi ci rivolgiamo chiaro e comprensibile. Con questa priorità, il pensiero rivolto ininterrottamente ai nostri destinatari e grazie alle tecniche di scrittura insegnate e applicate da don Lorenzo Milani, abbiamo definito, testato, messo ripetutamente in discussione e rivisto i nostri criteri di scrittura controllata.     

Uno dei nostri criteri base è scrivere frasi e testi brevi per essere più facilmente comprensibili. Una frase troppo lunga, superiore cioè alle 15-20 parole, rischia sempre di contenere troppe informazioni, incistate l’una nell’altra per cui, alla fine, non si capisce bene né la gerarchia delle informazioni né cosa vogliamo dire davvero. Quindi fare frasi brevi, possibilmente con una sola informazione principale e solo qualche informazione secondaria, è un primo criterio per rendere più agevole la lettura e la comprensione ai lettori.  

Va detto, a scanso di equivoci, che la brevità dei testi e delle frasi non è il risultato dello spezzettamento meccanico di testi e frasi lunghe in testi e frasi più brevi. Si tratta, invece, del modo stesso di ideare e costruire il testo nelle sue varie parti, seguendo cioè una precisa gerarchia di idee, sviluppando un certo ragionamento logico (coerenza) e traducendolo in parole tra loro ben collegate (coesione). 

Di fondamentale importanza è poi la scelta delle parole che devono essere le più comuni, cioè quelle che tutti conoscono, usano e capiscono. 

Non è un caso che ci venga spesso rimproverato di usare un linguaggio troppo semplice nei nostri testi. Basterebbe chiedersi: “Troppo semplice per chi?” e riflettere sulla risposta. 

Noi pensiamo che quando una persona legge o ascolta qualcosa o qualcuno impara in proporzione a quello che riesce a capire e a memorizzare. Se utilizziamo un linguaggio troppo complesso rispetto alle possibilità di certi lettori, questi rischiano di non capire e non imparare nulla. Secondo il neuropsichiatra infantile Gabriel Levi richieste troppo elevate, fatte a certi tipi di destinatari, rischiano di danneggiarli perché costoro, oltre a non capire, accumulano senso di frustrazione e impotenza che li blocca e li porta a rifiutare di leggere altro. C’è chi pensa che un testo di una certa complessità possa aiutare, invece, il lettore a sforzarsi di capire e quindi a migliorare la sua comprensione. Noi siamo del parere opposto: chiunque legga, se legge e non capisce, non può imparare, memorizzare e riutilizzare concetti e contenuti. Il lettore è stimolato ad approfondire ciò che legge solo se capisce ciò che sta leggendo e, in modo autonomo o con l’aiuto di altri, cerca di saperne di più. 

La nostra aspirazione non è perciò eliminare, azzerare la complessità delle cose da dire, impresa per altro impossibile, ma ridurla e dosarla nei limiti consentiti dagli strumenti posseduti dai nostri lettori e dai loro livelli d’età affinché non si sentano sopraffatti.

  

Non c’è il rischio che questo tipo di scrittura risulti scialba e poco interessante da leggere?

Precisiamo che qui stiamo parlando solo della lingua della comunicazione quotidiana, non della lingua per usi letterari e artistici. Stiamo parlando di scrittura di testi prevalentemente informativi o formativi. Quella che noi proponiamo di usare, per questi tipi di testo, è la lingua comune, quella che tutti, mediamente, conoscono, usano e capiscono. 

Noi ci occupiamo di efficacia della comunicazione. Se parliamo di lingua della comunicazione, questa deve essere dunque semplice, chiara e precisa affinché i destinatari sappiano cosa fare o non fare, quando, dove, come e perché. Tuttora, la comunicazione pubblica continua a usare spesso un linguaggio inutilmente complesso, contorto e confuso perché ai burocrati appare più elegante e raffinato o più adeguato al livello delle istituzioni di appartenenza. 

Occorre intendersi, mettersi d’accordo sulle parole e su che cosa significhi eleganza, che cosa significhi più interessante… Italo Calvino, che abbiamo già ricordato, diceva che, quando si parla di lingua della comunicazione, occorre scrivere, imparando a leggerci, sapendoci mettere cioè al posto dei nostri destinatari. Per noi è elegante ed interessante, ma anche più civile e democratica la lingua di chi riesce a farsi capire e non quella di chi spande fumo, senza nessuna considerazione dei destinatari e spesso perfino di se stesso. 

Chi scrive sui quotidiani oggi o sui mezzi di informazione in generale, ha una certa attenzione per il lettore oppure no?

Nelle redazioni dei giornali e delle case editrici, come altrove, ci sono persone più attente e persone meno attente ai loro destinatari. Mediamente l’attenzione al destinatario non sembra essere la preoccupazione principale di chi scrive. Ma mai generalizzare! 

Negli ultimi venti anni l’attenzione è andata crescendo rispetto ai decenni precedenti. Infatti ora si tende a dare un po’ meno per scontate tante cose che prima, invece, non erano considerate un problema di chi scriveva (o parlava) ma di chi leggeva (o ascoltava). 

Quanto sia cambiato di fatto la cultura italiana nell’affrontare questi problemi non è facile dire. C’è ancora una forte variabilità individuale nelle diverse situazioni in cui si usa la lingua per motivi professionali. Non abbiamo (né aspiriamo a farla) una graduatoria di giornali più o meno leggibili o di autori più o meno comprensibili, ma come lettori sappiamo apprezzare le differenze. Quando leggiamo qualcosa tutti siamo capaci di renderci conto se stiamo capendo oppure no, se chi scrive sa quello di cui parla o se ha le idee confuse. La chiarezza e la comprensibilità dei testi dipendono anche dal tempo che chi scrive è stato disposto a impegnare per chiarirsi le idee prima di parlare o scrivere e poi anche dalla volontà, dal tempo (e dall’umiltà. Sì proprio umiltà!) per continuare a limare il testo finché non siano sciolti tutti i possibili nodi della comprensione. Molti ritengono che “scrivere di getto” sia, invece, la modalità più efficace, oltre che la più spontanea e gratificante. Ogni bravo scrittore, giornalista, insegnante, autore di testi di ogni genere, sa bene che, invece, non è così e che la fatica da fare è enorme.

Scrivere bene, cioè in modo chiaro, semplice e preciso, richiede, oltre a un addestramento e a un esercizio continuo, un enorme lavoro, impegno di tempo e pazienza e un grande senso di responsabilità professionale. 

Da questo punto di vista come si presenta la scrittura sul web?

Anche per la scrittura per il web vale il discorso appena fatto, sia pure con qualche differenza. Il mezzo usato e i tempi rapidissimi di viaggio e consumo delle informazioni fanno certo la differenza. Ma su questo argomento si trova di tutto e di più sulla rete. Occorre fare molta attenzione. Per fortuna ci sono anche siti e blog molto professionali come quello di Luisa Carrada (www.mestierediscrivere.it), di Alessandro Lucchini (www.magiadellascrittura.it), Giacomo Mason (www.intranetmanagement.it) e di altri blogger che meritano attenzione sia per i contenuti trattati sia per la forma utilizzata. 

La qualità della scrittura per il web dipende, ovviamente, anche dalle motivazioni e dagli obiettivi di chi ha bisogno di usare la scrittura. Chi scrive sul web e per il web con motivazioni serie, competenza e chiarezza di obiettivi impara presto quanto sia preziosa e, nello stesso tempo, volatile l’attenzione dei lettori/naviganti, se non trovano scritto in modo chiaro e immediatamente comprensibile ciò che cercano e serve loro. Perciò i professionisti della scrittura per il web conoscono il mezzo, le regole che lo governano e cercano, sempre nel rispetto di queste regole, una forma di scrittura vivace, diretta, senza fronzoli e sbrodolamenti.  

Sul web possiamo apprezzare molti stili di scrittura che sono varianti più di un parlato-scritto che di uno scritto-scritto, secondo l’articolazione proposta da Giovanni Nencioni. Basta visitare qualche blog, sito o pagine di Facebook creati per avere scambi veloci, scherzosi, a volte, anche troppo disinvolti, tra amici, colleghi (più raramente parenti) per rendersi conto degli usi diversi e molto approssimativi della scrittura. In molti casi non viene rispettato neppure il criterio minimo di formalità della scrittura. Questi usi scritti della lingua, che s’avvicinano molto di più al parlato irriflesso e meno controllato, sono tutt’altra cosa rispetto alla scrittura per il web di siti istituzionali, aziendali, commerciali, politici… 

I lettori italiani di oggi: che tipo di cultura, di istruzione e di educazione alla lettura hanno? 

Una risposta più precisa e articolata a queste domande può trovarle in due volumi veloci, ma ben documentati, e cioè la seconda edizione del volume di Tullio De Mauro, La cultura degli italiani curato da Fancesco Erbani (2010) e il volume di Giovanni Solimine, L’Italia che legge, del 2011.

Oggi siamo un popolo mediamente più istruito di quanto non lo fossimo in passato. All’epoca  dell’Unità di Italia, solo 150 anni fa, a mala pena il 2.5% della popolazione conosceva e parlava l’italiano; gli analfabeti erano il 78.5%. Oggi abbiamo circa l’1% della popolazione (secondo il censimento Istat) che si autodefinisce analfabeta. Di sicuro la capacità di usare la lingua italiana comune è oggi molto più alta di una volta, quando la quasi totalità della popolazione parlava quasi esclusivamente in dialetto.  

L’italiano comune è da alcuni anni patrimonio condiviso da quasi il 95-96% della popolazione (e il 45% conosce e usa ancora un dialetto, oltre all’italiano). Quando ho iniziato ad andare io a scuola,  nella seconda metà degli anni Cinquanta, ero in una classe di 38 bambine: di queste 2-3 parlavano esclusivamente italiano, meno di una decina parlavano/parlavamo sia il dialetto che l’italiano (ma con differente propensione personale per l’una o l’altra lingua), tutto il resto della classe parlava solo il dialetto. Per i due terzi della mia classe l’italiano era una lingua sconosciuta, poco e male imparata sui banchi di scuola, studiata davvero come una lingua straniera, come sosteneva il linguista Peruzzi. Non a caso alle medie arrivammo a iscriverci molto meno della metà, quasi un terzo, dell’iniziale classe delle elementari.

La buona notizia è che oggi è sicuramente aumentato il livello di alfabetizzazione degli italiani; la cattiva notizia è che non sempre questo aumento del livello di istruzione riesce a garantire il possesso sicuro e disinvolto della lingua per fronteggiare crescenti e sempre nuove richieste sociali. In pratica siamo sicuramente più alfabetizzati, ma la capacità di dominio sulla lingua, non solo parlata ma anche scritta, non è sufficiente per fare fronte alla vita quotidiana, come dimostrano i dati citati da Tullio De Mauro nel suo volume, a cominciare dai lavori curati da Vittoria Gallina.

A questi dati fanno riscontro quelli presentati e discussi da Giovanni Solimine: in Italia permane un’abitudine di lettura scarsa e ben inferiore alla media europea. 

Accanto ai dati che parlano di fatti, ci sono poi i luoghi comuni che circolano – non di rado – anche tra insospettabili. Si dice che oggi i giovani non sappiano più parlare in italiano, che scrivano male o peggio dei loro coetanei delle generazioni precedenti perché usano gli sms e leggono poco. Sono affermazioni che meriterebbero di essere analizzate una per una e smontate pazientemente: le fasce giovanili leggono mediamente molto di più delle fasce anagraficamente più anziane; la lingua da loro usata negli sms serve per scrivere in modo veloce, risparmiando tempo e soprattutto spazio. Non dimentichiamo che il ricorso alle abbreviazioni è nato per la limitata disponibilità di caratteri dei cellulari delle prime generazioni. 

Ma non è questo il problema o, meglio, non è questa la causa della lamentata scarsa dimestichezza dei giovani (ma di quali?) con la lingua italiana. Il problema è un altro: capire cosa c’è dietro all’uso del xke al posto di perché in testi che non siano sms. Innanzitutto come si fa ad affermare che i giovani ricorrano sempre alla forma abbreviata anche quando non scrivono sms? Solo dopo che abbiamo accertato che i giovani sappiano/non sappiano distinguere un mezzo dall’altro, gli usi formali da quelli informali della lingua scritta, possiamo allora cominciare a discutere. In qualche momento della loro formazione linguistica, qualcuno deve pur spiegare loro che scrivere xke nello scambio di sms tra amici e parenti è accettabile, perché funzionale al mezzo e al risparmio di spazio e tempo, ma non lo è più in contesti formali, come sono un compito a scuola, un esame scritto all’università o un messaggio di posta elettronica a un docente, o una domanda di lavoro e così via.  Il contesto d’uso, con il destinatario e l’obiettivo della comunicazione, fa la differenza. È inutile perciò caricare i nuovi mezzi di comunicazione di responsabilità che non hanno, così come è sbagliato caricarli di aspettative eccessive, quasi palingenetiche. Sono mezzi e mezzi rimangono. A questo punto il discorso si farebbe troppo lungo e ci allontanerebbe dal nostro discorso. In conclusione, possiamo dire che solo chi sa usare bene la lingua, scritta e parlata, sa sfruttare al meglio anche le notevoli possibilità offerte da nuovi mezzi di comunicazione. Non è detto, invece, che saper smanettare i nuovi mezzi possa significare sempre e per chiunque possesso e uso sicuro dei diversi usi della lingua. 

La società oggi richiede maggior prestazioni linguistiche al cittadino?

Oggi per poter esercitare il diritto di piena cittadinanza dobbiamo avere sempre maggiori e migliori capacità d’uso della lingua. Riempire un modulo, affrontare la lettura di una circolare ministeriale, saper interpretare le istruzioni per la raccolta differenziata, sono alcune delle richieste (non sempre banali) che ci troviamo quotidianamente davanti. Ogni giorno siamo chiamati a fronteggiare nuove situazioni comunicative sia come destinatari sia come produttori. Questo richiede a ciascuno di noi il dominio sicuro delle capacità di lettura e di scrittura. 

Fare la dichiarazione dei redditi, accedere ai servizi del sistema sanitario nazionale, iscrivere un figlio al nido alla scuola materna, fare gli esami per la patente, pagare una multa… sono tutte azioni che richiedono un’elevata capacità di saper fare cose con la lingua scritta e parlata. Le richieste di saper fare tutte queste cose sono strettamente collegate all’estensione e all’ampliamento dei diritti democratici dei cittadini delle società avanzate e complesse. Oggettivamente la vita è molto più complessa oggi, sul piano dell’organizzazione sociale, rispetto a quella di cinquant’anni fa. I nostri nonni non avevano effettivamente troppe pratiche da sbrigare. Sembra una buona notizia, ma non lo è affatto. Il motivo è presto detto: non c’era il servizio sanitario nazionale, non c’erano ospedali, non c’erano asili comunali, pochissimi arrivavano a mandare i figli all’università… 

Ricordiamoci che alle maggiori richieste sociali corrisponde, di norma, un allargamento dei diritti e dei doveri dei cittadini. Occorre quindi essere tutti più attrezzati linguisticamente se vogliamo vedere realizzati, rispettati e condivisi i diritti sanciti dalla nostra Costituzione per noi e per le generazioni future. 

 

L’Indice Gulpease e il vocabolario comune

L’Indice Gulpease è un indice di leggibilità di un testo tarato sulla lingua italiana. Rispetto ad altri ha il vantaggio di utilizzare la lunghezza delle parole in lettere anziché in sillabe, semplificandone il calcolo automatico.
Definito nel 1988 nell’ambito delle ricerche del GULP (Gruppo Universitario Linguistico Pedagogico) presso il Seminario di Scienze dell’Educazione dell’Università degli studi La Sapienza di Roma, si basa su rilevazioni raccolte tra il 1986 e il 1987 dalle cattedre di Filosofia del linguaggio e di Pedagogia dell’Istituto di Filosofia.
L’Indice di Gulpease considera due variabili linguistiche: la lunghezza della parola e la lunghezza della frase rispetto al numero delle lettere.
La formula per il suo calcolo è la seguente:

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I risultati sono compresi tra 0 e 100, dove il valore “100” indica la leggibilità più alta e “0” la leggibilità più bassa. In generale risulta che testi con un indice inferiore a 80 sono difficili da leggere per chi ha la licenza elementare, inferiore a 60 sono difficili da leggere per chi ha la licenza media, inferiore a 40 sono difficili da leggere per chi ha un diploma superiore.
Complementare all’Indice Gulpease è la valutazione del “vocabolario comune” utilizzato nel testo, ovvero la “notorietà” dei singoli termini utilizzati.
Il “vocabolario comune” è un vocabolario che misura la leggibilità di un testo considerando il grado di comprensibilità e la frequenza di uso dei termini utilizzati. In base alla frequenza e al grado di comprensibilità, le parole sono divise in sottoinsiemi concentrici. Quello più ampio è rappresentato dal vocabolario di base che nella lingua italiana contiene circa 7.000 vocaboli generalmente compresi e usati dalle persone che hanno conseguito la licenza media inferiore.
I termini del vocabolario di base sono ulteriormente ripartiti in funzione del relativo grado di diffusione e uso in “vocabolario di alta disponibilità” (circa 2.300 termini appartenenti alla vita quotidiana, ben noti ma che capita raramente di dire o di scrivere), “vocabolario di alto uso” (circa 2.750 termini usati con altissima frequenza), “vocabolario fondamentale” (circa 2.000 termini che chi parla una lingua ed è uscito dall’infanzia conosce, capisce e usa).

(Questo testo è tratto dalla combinazione delle voci “L’Indice Gulpease” e il “Vocabolario comune” tratti da Wikipedia)

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