Gabriele Pallotti, linguista (assieme allo storico Giorgio Cavadi) ha scritto un intero libro di facile lettura, non sacrificando però la piacevolezza della scrittura a un’eccessiva semplificazione e sottolineando aspetti della storia che di solito non troviamo nei libri scolastici.

Perché hai scritto questo libro e a chi è rivolto?

Il libro è stato scritto inizialmente pensando a dei lettori che non hanno l’italiano come lingua materna, residenti in Italia e all’estero. Poi, sempre più persone mi hanno fatto notare che sarebbe stato utile anche per parlanti nativi dell’italiano, sia con particolari difficoltà scolastiche o deficit nella comprensione, sia senza particolari svantaggi, ma semplicemente un po’ smemorati di storia e forse con qualche cattiva esperienza alle spalle di studio di questa bellissima materia. Il libro così ha preso una piega un po’ diversa: forse un po’ meno facile, ma di lettura più piacevole e scorrevole per il lettore italiano medio.

Quali sono i contenuti e in che modo si discosta dai normali libri di storia?

Il libro tratta della storia italiana da Roma ai giorni nostri: più di duemila anni di storia in 150 pagine. Come abbiamo fatto? Abbiamo ridotto moltissimo le informazioni nozionistiche: nomi di re, imperatori, papi, politici, eroi e generali, date, luoghi, terminologie tecniche. Il libro cerca di far capire le dinamiche sociali, politiche ed economiche di un’epoca, senza approfondire i dettagli del chi, cosa e quando. Questa estrema riduzione di un certo tipo di contenuti ci ha consentito di dare informazioni che invece non si trovano di solito nei libri di storia. In particolare, abbiamo approfondito molto la storia sociale: come si viveva, lavorava, mangiava in diverse epoche, chi comandava, chi era comandato, perché si litigava e si combatteva. Spesso si parla di denaro: quanto costava andare alle terme al tempo dei Romani? Quanto guadagnava un pittore nel Rinascimento? Come spendeva lo stipendio un operaio dell’800? È un argomento che di solito tutti trovano interessante, e che dà un’idea concreta di tante dinamiche sociali di un’epoca, favorendo anche il confronto con l’oggi. Questa è un’altra caratteristica del libro: dove opportuno, il lettore viene invitato a notare corrispondenze tra fatti del passato e del presente. Ad esempio, il clientelismo che affligge l’Italia di oggi ha radici antiche di duemila anni. Il sistema feudale del Medioevo sopravvive nell’università italiana, e così via.

La tecnica di scrittura che hai utilizzato su quali requisiti poggia? Quali regole hai seguito?

Non parlerei di vere e proprie regole. Ci sono dei principi che si basano sui numerosi studi di psicologia della lettura che hanno dimostrato quali aspetti di un testo rendono la lettura più difficile. In base a questi principi, uno cerca di evitare le difficoltà gratuite: frasi complesse, lessico non di base, impliciti e difficoltà nell’identificazione dei referenti. Però il nostro modo di scrivere risulta un po’ più difficile di quello di altre pubblicazioni classificate “di facile lettura”.

Perché? Non volevate correre il rischio, con una scrittura troppo semplice, di non riuscire a catturare l’attenzione del lettore?

Dopo una prima redazione, in effetti molto facile, ho pensato che essa risultasse troppo monotona, noiosa, poco gradevole per i lettori nativi. Allora ho, sempre in modo controllato e consapevole, introdotto alcune caratteristiche nel testo che comportano una difficoltà di comprensione leggermente maggiore, ma che rendono l’effetto finale molto più piacevole. Ad esempio, ho tolto un po’ di ripetizioni e ridondanza, ho usato qualche parola non proprio di base ma più espressiva o precisa, ho allungato qualche frase perché così suonava meglio.
Non credo che esista un solo modo di scrivere semplice e chiaro: la nozione chiave di “controllo” della scrittura va applicata sempre in relazione a un destinatario e uno scopo. Per un certo periodo ho sostenuto che non esiste il “troppo facile”. Ora penso che riformulerei questa affermazione. Un livello di facilità adeguato per un bambino molto piccolo, uno straniero appena arrivato, una persona con un livello di istruzione minimo o con un deficit cognitivo, può risultare troppo facile per altre persone con maggiori competenze, che troverebbero il testo faticoso, frammentario, poco stimolante. Non dimentichiamoci che per leggere serve anche la motivazione: se un testo non piace, uno non lo legge. L’estetica ha un ruolo, è un fattore da considerare. Poi, sempre in modo consapevole e razionale, uno può decidere, e con buone ragioni, di sacrificare l’estetica in nome della comprensibilità, ma ci sono  altre ragioni che possono portare a fare il contrario. Certo, per documenti di utilità pubblica, darei sempre la precedenza alla comprensibilità.

Gabriele Pallotti, Giorgio Cavadi, Che storia! La storia italiana raccontata in modo semplice e chiaro, Roma, Bonacci editore, 2012

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