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Autore: admin

In questi 20 anni

Ho fatto molti traslochi e non sono riuscito a ritrovare i dati del ’67/’68 diquando, cioè, ho cominciato la mia attività. Ho fatto a mente un elenco dellestrutture. C’erano: Villa Torchi e Villa Amati per gli insufficienti mentali eper gli handicappati psichici, c’era Villa Getzemani per i Down; c’era VillaSerena ancora per handicappati psichici, c’era Villa Teresa per le paralisicerebrali, c’era la scuola speciale del Lazzaretto per i caratteriali, c’eranodue Istituti; a Bologna c’era un tessuto di istituzioni per l’intervento neiconfronti dei bambini e dei ragazzi con una serie di problemi. Quindi il puntodi partenza, per quello di cui io posso essere testimone, è questa rete diistituzioni; il punto di arrivo provvisorio, nel senso che poi la storiacontinua è di scomparsa delle istituzioni speciali, di realizzazione di unapolitica di inserimento; ci sono dai nidi alla media, nella fascia da O a 14 anni circa, 512 bambini e ragazzi inseriti nelle struttureeducative a Bologna; ci sono 105 persone nei Centri di formazione speciali, cisono 71 persone assistite nei Centri per gravi. In questi 20 anni ci sono statetante dispute ideologiche e tante cose fatte; è abbastanza difficile, secondome, fare un bilancio, pesando sui due piatti le dispute da un lato e le cosefatte dall’altro; credo che il filo conduttore significativo, al di là dellediverse posizioni di ciascuno, sia stato quello di aver lavorato per renderepalese una condizione occulta. Credo che in questi 20 anni si sia messo in motoun processo che non ha certamente reso Bologna più accogliente ma certamente hamesso in moto gli handicappati, le loro famiglie, gli operatori dei servizisanitari, gli operatori scolastici, quindi una parte dei ‘carciofi’, e tutti glialtri ‘carciofi’ che non sono operatori; gli operatori sono una razza particolare di ‘carciofo’ forse un più pungenteperché abituata a difendersi. Si è messo in moto un processo materiale eculturale che ha implicato e continua ad implicare cambiamenti di condizione,comprese le condizioni materiali, e cambiamenti di mentalità.
Un processo non risolvibile soltanto sul piano dei servizi e delle modifichestrutturali, in quanto richiede anche un salto culturale che non si realizza unavolta per tutte e che quindi va continuamente riconquistato.
Credo che in questo processo abbia svolto un ruolo fondamentale, come ruolo diprotagonista in prima persona, un gruppo di portatori di handicap – che èquello a cui io sono più affezionato, perché appunto ho questo rapportopersonale che dura da 20 anni il cui operato io valuto così rilevante non perragioni emotive ma perché ritengo che con questo gruppo di handicappati, in cuil’handicap sostanzialmente consiste in un impedimento fisico, siamo costrettinon a discutere di "handicap", sull’"handicap", ma adiscutere con chi ha l’handicap. Abbiamo quindi spazi di fuga ideologica moltopiù ridotti, molto più circoscritti, perché in loro è pienamente consapevolela coscienza della propria soggettività come soggettività normale, e dellapropria oggettività come oggettività diversa.

Uno sponsor per l’handicap

Rispetto a tutto questo processo risulta determinante, alla fine, il ruolo delcampo culturale: delle correnti culturali, delle tradizioni culturali checaratterizzano
la scena su cui operiamo. In questo processo pesano, per un verso, lasensibilità, l’abitudine di tolleranza, la capacità di accettare il diverso eper altro verso, pesa la tendenza, invece, a privilegiare gli aspetti dellamassa normale e a dare espressione privilegiata, se volete, alle culture delconformismo. È un campo che permea le amministrazioni e chi ci opera a diversotitolo, le famiglie, gli operatori e gli stessi handicappati. È unaarticolazione del campo culturale che porta, per esempio, alcuni a sottolinearela socialità dell’handicap, l’handicap come fatto sociale; mentre porta altri,invece, ad accentuare il polo della privatezza e quindi a sottolineare comel’handicap sia un fatto personale, famigliare, lo penso che entrambe leproposizioni siano vere e che entrambe poi possano portare a trabocchettiideologici per un verso assistenzialistici. Portare all’estremo la posizione"l’handicap è un fatto sociale" può implicare che competa solo allasocietà organizzata in quanto tale a dare risposte, e tutte le risposte e peraltro verso a tipo chiusura, iperprotettività, chiusura nella privatezza.
Faccio adesso l’amministratore: e enuncio quelli che mi sembrano essere, oggi, iproblemi più importanti sul tappeto; sono legato all’infanzia ed allora vedo dipiù, per deformazione professionale in questo caso, i problemi delle fasce piùgiovani, ma sono pienamente consapevole anche dei problemi delle fasce piùmature d’età. Nel settore dell’infanzia credo che la questione cruciale, oggi,sia quella di mantenere l’opzione della integrazione scolastica, dando strumentidi professionalità, di esperienza professionale, più adeguati, di fronte adattacchi che passano attraverso l’economicismo della critica allo stato sociale ed attraverso ritorni di ordine culturale che,magari privilegiando aspetti di tecnologie della rieducazione svalutano larilevanza della socializzazione.
La seconda questione cruciale è, credo, quella di garantire degli standards di prestazione tecnologica, adeguati al livello di sviluppo delle conoscenzetecnologiche, attraverso l’organizzazione dell’Ausilioteca: è un obiettivo ambiziosoche, tra l’altro, vede come partners dell’ipotesi l’AIAS e il PresidioMultizo-nale della USI 27.
Terzo nodo, è quello di riuscire a superare un’ottica che si illuda dirisolvere assistenzialisticamente tutte le questioni di "offerta diopportunità". È frase circonvoluta che, vorrei tradurre in termini moltosemplici: io penso che dobbiamo perseguire, associazioni ed amministrazioni, unapolitica che riesca a coinvolgere tutte le forze della società, comprese quelleeconomiche, nel problema di fornire maggiori opportunità a chi ha limitazioni.Dobbiamo quindi riuscire a costruire, secondo me è un problema politico, un sistema misto di offerta di opportunità; vale, per esempio, perl’ambito della fruizione culturale in genere; non vedo perché anche in questosettore non si debbano incalzare forze economiche per sponsorizzare una seriedi iniziative. Pongo una ultima questione che mi sembra la più importante:quella di riuscire a mantenere in piedi un sistema che valorizzi le capacità diprodurre. Questo è un discorso che nel settore dell’handicap vale in piùambiti; cito tre esperienze di cooperazione produttiva: quella che porta avantil’Anffas, per esempio "Azzurroprato"; e quelle che si sono realizzatein questi anni, con ottimi risultati anche se poco conosciuti, da parte di exdegenti dell’ospedale psichiatrico, presso l’Area autogestita e nel Laboratoriodi Tessitura della Area autogestita. Infine, esperienze di produzione culturaledi altissimo livello come nel caso della Biblioteca Tamarri-Fortini, che si sonodimostrate in grado di produrre cultura, di produrre strumenti di comunicazione;cosa che magari 20 anni fa, né io né altri avremmo pensato possibili.

È facile gridare allo scandalo

"Meglio che niente" è l’espressione che per prima mi è venuta allamente leggendo le interviste e i commenti all’inchiesta su handicap eprostituzione.
"Meglio che niente" sembra una frase dettata dalla superficialità,dal facile compromesso come filosofia di vita, e spesso infatti diventa uno"stile" nella quotidianità di una persona con handicap. Gli ambiti incui questo stile detta legge sono talmente frequenti che, ribaltando ilproblema, sarebbe interessante scovare situazioni di vita in cui la personahandicappata non sia, per definizione, quella che deve accontentarsi.
Tornando in particolare sul tema, che evidentemente mi porta a deviare…, sipuò scoprire che realtà come quella della prostituzione hanno inaspettatamentepunti d’incontro non troppo artificiosi col mondo dell’handicap, anche se, messain questi termini, è facile gridare allo scandalo.
Ma, in fondo, non penso che le grida saranno mai troppo alte, in fondo "amali estremi, estremi rimedi"; così si dice e così diventa una soluzionepossibile, pensare alla prostituzione come risposta alla domanda di un rapportoaffettivo o sessuale di chi è handicappato. Il tema facilmente potrebbeallargare il campo su altri aspetti della diversità e troveremmo che lesoluzioni non si discostano di tanto.
Fin qui nulla di nuovo: la domanda iniziale "Esiste uno specificodell’handicap nel fenomeno della prostituzione" forse avrebbe già trovatouna risposta adeguata, probabilmente già scontata in partenza. L’handicap, cometema troppo spesso sotterraneo e di pochi, non rappresenta in fondo che unadelle tante facce di un isolamento affettivo molto più diffuso e generale.Così anche per la prostituzione, che normalmente è un aspetto ritenutodistante e diverso e che poi si scopre molto più conosciuto e vicino.
E allora, dov’è il problema? Il dubbio che in definitiva non esista, o che iltutto faccia parte di una falso problema, come spesso viene definito il temadella sessualità quando rapportato all’handicap, è legittimo. E allora i contitornano… peccato che dietro le sigle "A", "B","C", e potremmo tranquillamente arrivare in fondo all’alfabeto, sinascondano persone che sulla propria pelle, e quindi anche sul proprio corpo,vivono i segni tangibili di questo isolamento. Il compromesso, il "meglioche niente", come unica opportunità è molto spesso la chiave comune almondo dell’handicap, a quello della prostituzione e alle persone che abitano inquesti mondi; compromesso per esistere, per sentire, per "sentirsiuomo" come sottolineano alcune interviste. E le donne con handicap? Cosahanno a che fare con una simile soluzione, dove sta per loro un compromesso?Nessuna nota di rivendicazione. Forse solo un altro punto interrogativo: chiscrive è "pur sempre" una donna. E così fare un commento conclusivoad un lavoro che ha avvicinato l’handicap alla prostituzione diventa facile edifficile allo stesso tempo: dipende, guarda caso, dai punti di vista, dai panniche ciascuno desidera rivestire. Allo stesso modo può esser facile e difficileascoltare il racconto di chi, a vario titolo, testimonia le proprie personaliconvinzioni aspettandosi quasi inevitabilmente un giudizio. Il viaggio puòanche concludersi qui e una strada possibile diventa quella di riconoscere ilrischio che facilmente si corre nel frammentare i significati, dimenticando lastoria che comunque costituisce lo sfondo di ciascuna persona

Doctor H

Come potrebbe essere, più in concreto, il vissuto degli handicappati
all’interno dell’Università? Quale i suo rapporto con le strutture, i compagni,
i professori. Stefano Toschi racconta la sua esperienza.

Sono Stefano, dottore in Filosofia, lau reato dal 19 marzo 1987, handicappategrave in una città che si vanta d’essere all’avanguardia per quello cheriguardi l’handicap e che sotto certi aspetti lo è. Il mìo ambiente familiaremi ha indiriz 7atn fin ria ninrnln a considerare importante l’aspetto intellettuale della mia personalità vista anche la gravita delmio handicap che non mi permette nemmeno di poter sfogliare autonomamente lepagine dei libri, per cui terminati gli studi liceali mi sono iscrittoall’Università nell’ormai lontano 1980. Nella scelta del corso di laureainfluirono motivi contingnti come il fatto che alcuni amici avevano optato peril corse di laurea in Filosofia, mentre io avre preferito quello in Storia.Quindi, per ragioni tecniche come accompagnamento e spostamenti da una lezioneall’altra, fui quasi costretto a scegliere Filosofia. Una decisione di cui orasonc molto felice, ma che allora mi faceva ur po’ paura.
Una volta deciso l’indirizzo degli studi è iniziato il confronto con ledifficoltà tecniche ed oggettive che ostacolavano la mia lebera frequenza allelezioni. Per es. ho dovuto cambiare il piano di stud del 1° anno perché lelezioni di Letteratura Italiana si tenevano in un’aula inagibile per portatori di handicap a causadelle barriere architettoniche. Così per un gradino in più o per un ascensorein meno ho dovuto cancellare l’esame di Letteratura Italiana dal mio curriculumdi studi.
Il primo anno io ed Andrea Tinti, un amico e collega sia nell’handicap che neglistudi, seguivamo insieme le stesse lezioni dato che così era più comodospostarci da un posto all’altro essendo accompagnati dalle stesse persone,mentre, verso la fine dei nostri studi, quando ormai avevamo preso confidenzacon il mondo universitario seguivamo ognuno le lezioni che ci interessavanomaggiormente essendo riusciti a far combinare gli orari delle nostre lezioni conquelli di alcuni nostri amici disponibili ad accompagnarci all’Università.Inizialmente credevo che per sostenere un esame fosse necessario frequentare lelezioni mentre poi ho capito che il meccanismo era diverso: bastava accordarsicol professore sul programma da portare per sostenere l’esame e quindi ci sirivedeva il giorno dell’esame. Questo discorso però è valido solo per lefacoltà umanistiche, dato che nelle facoltà scientifiche la frequenza allelezioni è quasi sempre fondamentale per potere sostenere gli esami. All’inizio,quando lo studente è una delle tante matricole, ad usare questi accorgimentinon ci si pensa nemmeno ma poi tutto ciò diventa naturale, si entra inconfidenza con qualche professore, magari quello con cui si sosterrà la tesi, eallora qualche barriera si assottiglia e le difficoltà diminuiscono. L’esempiodi un altro studente handicappato grave che prima di noi si era iscrittoall’Università,Luca Pieri, per me è stato molto importante, dato che se ci riusciva lui asuperare le molteplici difficoltà dell’esperienza universitaria perché nondovevamo farcela noi?
Un altro dei problemi che ho dovuto affrontare è collegato direttamente al mio handicap: ossia le mie difficoltà fonetiche. Se queste difficoltà nonsi presentavano particolarmen-te durante le lezioni, ecco che il problema siripresentava puntuale ad ogni esame.
Infatti ho sempre avuto bisognon][SIZE=5][COLOR=navy][B][COLOR=black][FONT=Arial]??[/FONT][/COLOR][/B][/COLOR][/SIZE][/FONT]
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[FONT=Times New Roman][SIZE=5][COLOR=navche succede durante l’esame, e questo è vero perqualsiasi studente, handicappato o non handicappato.
Altri invece si preoccupavano nel vedermi sudare durante l’esame e mi chiedevanose non volessi fermarmi un po’ a riprendere fiato non capendo invece che quandosono concentrato e parlo è naturale che sudi, mentre fermarmi è negativoperché come qualsiasi altra persona mi deconcentro e perdo il filo deldiscorso.
Alla distanza di un anno dalla tesi riguardando questa esperienza posso dire cheè stata positiva sia per le cose buone che ho visto e sia sopratutto perché hoimparato ad affrontare e vincere le difficoltà che mi si ponevano di fronte,cioè i problemi legati sia al mio handicap specifico sia ad alcuni aspettiumani e tecnici, di cui abbiamo parlato, dell’Università.
Ho scritto queste cose e molte altre ne avrei da scrivere, ma l’intenzione diquesto articolo è soprattutto quella di dimostrare che un disabile, fra milledifficoltà, può arrivare all’alloro ed essere Doctor H.

Prostituzione: una proposta inaccettabile?

Partendo dal presupposto che in qualsiasi contesto culturale, almenooccidentale, l’handicappato ha sempre avuto grosse difficoltà ad esprimere lapropria sessualità, e quindi è stato per così dire costretto a ricorrere alla"puttana del villaggio", cerchiamo adesso di capire se e in che misuratale fenomeno è valido ancora oggi come fenomeno abituale. Nel fenomeno dellaprostituzione esiste o no uno "specifico" dell’handicap?Ovvero, imotivi che portano una persona handicappata, ad avere rapporti con prostitute ela relazione con esse, operano in un contesto particolare riferibile solo allapersona handicappata fisica o possono essere generalizzati anche per le altrecategorie di clienti non disabili? Cerchiamo indirettamente di rispondere. Quasiimmancabilmente nei convegni e nelle sedi in cui si parla di handicap esessualità emerge puntuale la problematica che vede l’handicap legato quasi afilo doppio con la prostituzione. Del resto i luoghi comuni che si riferisconoalla figura del cliente della prostituta lo mostrano spesso come un individuocon forti problemi psicologici o difetti fisici.
Per motivi di spazio e tempo abbiamo limitato la nostra piccola indagine alcampo dell’handicap fisico lasciando scoperto tutto quel filone assai complessoche è la diversità psichica. Non è molto il materiale che siamo riusciti araccogliere sul tema e siamo stati costretti a "crearci" i datitramite delle interviste da noi elaborate, diverse a seconda delle categorie dipersone interpellate. Abbiamo individuato tre categorie: persone disabili, operatori/educatori e, infine, prostitute. I tre soggetti socialimaggiormente coinvolti, nonché interagenti tra loro. I limiti del nostro lavorosono fondamentalmente due: il primo si riferisce al genere di personehandicappate intervistate che ha come principale caratteristica un livelloculturale medioalto, sono quasi tutte persone ben inserite nel contesto sociale;il secondo, collegato al primo, è il numero ridotto di persone intervistate.

Le persone con handicap

Ogni persona da noi intervistata vive una propria situazione di rapporto con sestesso e con il mondo, che traspare dalle risposte date alle varie domande. Ilprimo gruppo di domande verte sul modo in cui gli intervistati vivono ilrapporto con l’altro sesso. Dalle risposte emerge una varietà diatteggiamenti: "A" giudica abbastanza buoni i suoi rapporti conl’altro sesso, con il quale però riesce ad avere solo rapporti di caratteresentimentale e sessuale; per "B" sembra che l’handicap non sia ungrosso ostacolo a questo fine. "C" mostra una discreta sicurezza neirapporti con le ragazze, ma al momento di instaurare una relazione’di caratterepiù intimo, puntualmente l’altra persona si tira indietro. "D" è uncaso atipico nell’universo dei nostri intervistati, in quanto pur avendo unrapporto di coppia vi ha rinunciato per motivazioni di carattere religioso.Questo fatto lo si può vedere anche nei rapporti che ha instaurato con l’altrosesso che sono di tutta tranquillità. Con "E" si entra in unaconflittualità molto accesa in cui la donna è vista allo stesso tempo comemeta e
come nemico. "F" attualmente è sposato, vive il suo rapportofelicemente anche se in passato aveva avuto esperienze relativamente tranquille."G" afferma di trovarsi abbastanza bene e di non avere problemi conl’altro sesso. Il secondo gruppo di domande tocca direttamente l’argomento,specifico dei rapporti mercenari; anche in questo caso emerge una varietà diatteggiamenti e risposte al problema. "A" dice: "Non sono andatoancora a puttane, qualche volta ci ho pensato, ma ho concluso che lasoddisfazione era solo sessuale e non affettiva… ma la cosa rimane una ipotesiaperta in futuro".
"B" afferma: "Ho preso in considerazione questa possibilità manon ci sono mai andato, perché non ne ho mai avuto bisogno, ho potuto sfogarmicon altre ragazze". Per "B" è meglio avere rapporti sessuali conla propria ragazza, anche se andare cpn delle prostitute può servire a sentirsipiù "uomo", nonostante l’handicap.
La risposta di "C" è molto conflittuale al suo interno, nel senso chepur non escludendo l’ipotesi, non la mette in atto per motivi etico-religiosi;del resto ci si rende conto che un rapporto mercenario non può certamentesoddisfare le proprie esigenze psico-affettive. Come "B" pensa checomunque possa servire ad affermarsi come uomo nella sfera sessuale e fisica."D" rifiuta in modo categorico l’ipotesi: "Non vorrei avere unamore barattato, l’amore è un valore più grande… e poi non risolve i tuoiproblemi, quando hai scopato sei daccapo". Con "E" si passa allaconcreta attuazione dell’ipotesi: ci va da otto anni,
una volta alla settimana accompagnato da amici. "Quando incontro una che mipiace più delle altre le chiedo dove abita, chi è, vorrei avere un piccolorapporto di amicizia, però è difficile… Ultimamente ho avuto una storia conuna ragazza carina ma dopo dieci volte mi ero rotto i coglioni, mi viene vogliadi cambiare, lo scelgo… Mi sento soddisfatto dopo il rapporto, senti di averefatto una buona scelta…".
"F" dice no: "Non mi piace, mi fa schifo, non mi basta come tipodi cosa, lo trovo molto riduttivo… Faccio fatica a separare il discorsoaffettivo da quello sessuale!". Per "G", "tutti quanti lohanno pensato, sì anch’io, per forza, se una persona non riesce a trovare unapproccio con l’altro partner… allora se li inventa, se li crea con la suafantasia… ma io non voglio, perché ci devo andare per forza, io quellasoluzione la rifiuto personalmente, con tutte quelle belle malattie che ci sonoin giro… Non è l’amore vero, è artificiale". Con "H" si tornaalla concretizzazione del rapporto mercenario: ci va da 10 anni con i soldi el’aiuto di amici. Ci va perché non ne può più di stare senza donne e dopo ilrapporto si sente scaricato. "Preferirei un rapporto normale, ma se ciònon viene continuerò". In ultimo a tutto abbiamo domandato cosa nepensassero dell’istituzione, come avviene in altri paesi, di apposite operatricisessuali per persone handicappate, operatrici anche con una adeguatapreparazione sul problema dell’handicap. Mentre "D", "F" e"G" rifiutano questa possibilità equiparando le operatrici sessuali adelle prostitute, gli altri giudicano favorevolmente la cosa anche se con sfumature diverse, in ogni modo certi problemi, come le esigenzeaffettive, rimangono.

Una prostituta

Questa intervista è stata effettuata in casa della professionista. È stataresa possibile dalla mediazione di una terza persona che l’ha realizzatamaterialmente. È l’unica testimonianza del genere che siamo riusciti araccogliere.
D. Le è mai capitato di lavorare con una persona handicappata fisica?
R. Si, ho due utenti fissi da quindici anni, uno accompagnato dal padre e unodall’operatore.
D. Che tipo di emozione le ha suscitato il suo primo rapporto con una personahandicappata?
R…. con lui (si riferisce all’operatore che ha mediato la nostra intervista,ndr) avevo una conoscenza profonda di fiducia e affetto perché mi aveva risoltoproblemi pratici di ricovero in Istituto per alcuni miei bambini… di frontealla sua richiesta di prestazioni per rallegrare qualche ragazzo che non avevamai avuto delle donne, ho ritenuto di provare, come maestra. In un primo momentol’operatore mi ha umiliato dicendo che avrebbe pagato il servizio, lo lo facevoper fargli un favore. In seguito conoscendo i ragazzi ho avuto meno problemi.
D. Che tipo di prestazioni ha di solito? Come sono i preliminari?
R. Li metto a loro agio, si deve sempre parlare, il tempo è molto più lungorispetto agli altri clienti. Lavorando in casa, nell’attesa, li faccioaccomodare in salotto dove c’è la televisione; poi sono a loro disposizione, lirilasso sul letto con massaggi vari mentre parlano dei loro problemi.
D. La persona handicappata le ha nai fatto confidenze sul perché la venga acercare? Per lei, perché viene?
R. Mi viene a cercare perché non ci sono donne che lo vogliono, le donne nonvogliono una scopata con l’handicappato perché gli fa schifo.
D. Nota delle differenze di comportamento nei suoi confronti tra una persona"normale" e una persona handicappata?
R. L’handicappato è più sensibile nei preliminari ed è molto pudico nellospogliarsi e nella prestazione. Anche se è molto svelto non ha problemi e nonchiede perché se gli metto il preservativo, non fa problemi come gli altri.
D. Ha dei rapporti extraprofessionali con loro?
R. No, sono tutti portati dall’operatore.
D. Cosa ne penserebbe di operatrici sessuali che lavorano in maniera specificacon persone handicappate?
R. Non sono competente, tutto andrebbe delegato alla disponibilità dellasingola persona, salvaguardando la sua situazione personale.


Gli operatori

Gli operatori sono parte attiva nell’eventuale rapporto tra persona handicappatae prostituta per quanto riguarda i problemi logistico-organizzativi (il contattocon la prostituta, il trasporto…). Naturalmente non sono solo gli operatori asvolgere queste funzioni, poiché come trapela dalla nostra inchiesta, moltevolte sono gli amici, o addirittura i familiari, a farlo. Abbiamo però sceltodi ascoltare gli operatori poiché il problema li coinvolge nella loroprofessione.
La sfera della sessualità è ritenuta da tutti gli intervistati come unproblema "aperto", un problema che li ha coinvolti più volte e a cuisi è fatto fronte con difficoltà e mancanza di mezzi. E che sovente li hacolti alla sprovvista. A proposito dell’uso della prostituta per risolvere le esigenze sessuali dei loro utenti, L dice: "non avrei impedimentimorali, fondamentalmente sarei d’accordo, cercherei però di salvare un po’ dicontenuto nel rapporto… comunque non potrei farlo con una persona (utente) checonosco a malapena, ci vuole un minimo di confidenza".
Aggiunge M.: "Individualmente queste sono cose difficili daaffrontare". In altri operatori ritorna la distinzione già incontrata trasfera sessuale e sfera affettiva, che in tale rapporto rimane comunque scoperta.In generale tra gli operatori c’è una certa disponibilità a sperimentare ognistrada che possa essere utile se non alla soluzione comunque a sollevare ilproblema.

Handicap in Camerun

QUESTA VOLTA PER LA RUBRICA "MONDO" ABBIAMO ESAGERATO: IL NOSTRO MONDO
È PER QUESTO NUMERO IL CA-MEROUN (AFRICA). GRAZIA MARINELLI HA UNITO L’UTILE AL
DILETTEVOLE E, ATTRAVERSO ALCUNE INTERVISTE, CI RACCONTA COME È VISTO E GESTITO
L’HANDICAP IN UNA CULTURA COSÌ LONTANA DA NOI.

Sono stata in Cameroun nel dicembre scorso.
Il Cameroun è un paese africano all’altezza dei Tropici, ora repubblica dopoessere stata colonia sia dell’Inghilterra che della Francia; è attualmente unodegli stati africani più sviluppati. Lo scopo del mio viaggio era quello diandare a trovare Sandra, una mia amica che lavora là da un anno e mezzo comevolontaria per l’organizzazione di volontariato Cooperazione Internazionale inqualità di terapista della riabilitazione.
Durante questo mese ho cercato di raccogliere più informazioni possibili sucome in questa cultura viene affrontata la tematica dell’handicap nei suoi variaspetti.
La situazione era per me abbastanza facilitata dal fatto che essendo anche iouna terapista, ho potuto lavorare insieme a Sandra per un paio di settimane neivillaggi intorno alla città di Sangmelima.
Mi è stato possibile venire a contatto con persone camerunesi e non che sioccupano di handicap ma, sia mentre ero all’interno della situazione che ora adistanza di un mese dal mio ritorno, mi rendo conto che è impossibile avere lapretesa di capire anche solamente qualcosa di una cultura tanto diversa dallamia.
Per questo non vi parlerò delle mie impressioni personali, confuse edisorganizzate, ma riporterò 3 delle interviste che ho fatto a persone chelavorano nel settore, dando così ad ognuno di voi l’opportunità di fare le proprie considerazioni.

INTERVISTA A NOUHOU SALI Agente sanitario di MOKOLO (Cameroun)
D:
Qual’è il tuo lavoro?
R: Agente di cure sanitarie primarie. Lavoro per un’organizzazione Canadese,sono in pratica un animatore che si occupa di aiutare gli abitanti dei villaggia far emergere i problemi reali ed individuare le possibili soluzioni ad essi,questo sia in campo sanitario che ambientale ed edilizio.
D: Hai contatti diretti con il settore dell’handicap nello svolgimento del tuolavoro?
R: No, non ho contatti diretti ma mi capita di vedere delle personehandicappate.
D: Quando si parla di handicap cosa si intende?
R: Handicappata è una persona che non è normale, non è formata, non si muoveoppure non vede etc.
D: Chi si occupa della persona handicappata? (famiglia, istituzioni o villaggio)
R: Di solito se ne occupa la famiglia; ogni tanto il ministero degli affarisociali manda delle carrozzine ma senza un criterio ben preciso.
D: Questi bambini frequentano la scuola pubblica?
R: Pochi frequentano la scuola e comunque solamente i portatori di handicapfisico e non psichico.
D: A tuo avviso perché accade questo?
R: Generalmente il problema è di tipo economico oppure è l’ignoranza deigenitori che li porta a credere che il bambino è sbagliato ed è quindi inutileche frequenti la scuola.
D: Come trascorrono la giornata i bambini handicappati?
R: Stanno in casa con la madre oppure giocano con gli altri bambini.
D: Sono accettti bene dagli altri bambini?
R: Si, sempre.
D: Quali sono le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro?
R: Dipende; quelli che sono andati a scuola riescono a trovare un lavoro e amantenersi, gli altri generalmente cercano di arrangiarsi, alcuni fanno i sartio i parrucchieri oppure il piccolo commercio; altri ancora fanno i mendicanti.
D: Che tipo di relazioni sociali si instaurano generalmente con gli altri?
R: Sono accettati molto bene, si sposano, hanno figli e conducono una normalevita familiare. Molti uomini cercano di sposare donne handicappate perché dannomolti bambini.
D: Dal punto di vista culturale e/o religioso, qual’è la spiegazione che vienedata dell’handicap?
R: Non ci sono cose che spiegano l’origine dell’handicap, è Dio che l’ha fatto.Qualcuno dice che se ad esempio ad uno manca un piede c’è un motivo per cui Diol’ha creato così, perché altrimenti con entrambi i piedi sarebbe statopericoloso per gli altri. La famiglia comunque non centra niente in questodisegno divino.

INTERVISTA A DANIELA PINELLI, insegnante italiana.
D:
Di che cosa ti occupi qui in Camerun?
R: Insegno matematica generale al C.E.T.I.C. di Sangmelima che è paragonabilead una scuola professionale in Italia; è statale e dura quattro anni, ildiploma è falegname, meccanico etc.
D: Nel tuo lavoro hai contatti diretti con l’handicap?
R: Ho alcuni ragazzi handicappati, ma molto ,eno rispetto alle altre scuole.
Tutti gli alunni saranno circa 550, la maggior parte vengono da fuori, daivillaggi e quindi si devono arrangiare ed essere autonomi. Di handicappati ce nesono una decina.
D: Che tipo di handicappati?
R: Uno solo è in carrozzina, probabilmente un poliomielitico, altri 3 sonozoppi.
D: Secondo te perché sono così pochi?
R: Quello che mi hanno detto i ragazzi è che una volta uscito da casa tua deviarrangiarti, se tu sei handicappato, la struttura non è adeguata e la gente titratta normalmente, non usa accorgimenti, non ti spinge la carrozzina. Nonesiste considerazione dell’handicap dal punto di vista educativo. Ad esempio glizoppi sono esonerati dal fare ginnastica, ma le punizioni corporali le prendonocome tutti gli altri.
D: Che tipo di rapporto c’è con gli altri ragazzi?
R: Vengono accettati molto bene dagli altri; a volte hanno un soprannome tipo"lo sciancato" ma non viene usato con senso di derisione e anche ilragazzo handicappato la prende bene. Ci sono ragazzi zoppi che giocano comunquea calcio o fanno gli arbitri; le ragazze hanno attività meno movimentate. Indefinitiva direi che non c’è proprio alcuna differenziazione.
D: Dal punto di vista delle relazioni sentimentali e sessuali?
R: Non c’è l’isolamento che esiste in Italia, hanno le loro storie come tutti;parlando con loro mi sembra che sia nel sociale che nel privato siano benintegrati e non emarginati (e in questo senso si danno molto da fare), vivonocon gli altri.
D: Esistono in Cameroun insegnanti d’appoggio o programmi differenziati perl’handicap? Ad esempio fino ad ora
abbiamo parlato di deficit motorio, ma rispetto all’handicap di tipo psichico? 
R: Per quel che so io non esistono né insegnanti d’appoggio, né programmidifferenziati. Esiste solo una scuola per ragazzi sordomuti.
Nella mia scuola non ci sono ragazzi con handicap psichico e secondo alcuni mieicolleghi camerunesi non ne troverai mai nelle scuole, tranne forse nei villaggi,perché secondo loro per l’handicap psichico non c’è nulla da fare, sono venutimale e non vale la pena fare nulla per loro.
D: Ritornando alla tua scuola, per quel che puoi sapere, essendo una scuolaprofessionale, le possibilità di inserimento lavorativo dei ragazzi conhandicap sono buone?
R: Per quel che ne so io, per gli zoppi ad esempio, che fanno lavoro di officinao altro direi che le possibilità sono le stesse degli altri, per quelli incarrozzina invece che dovrebbero fare un lavoro d’ufficio di tipo commerciale,il problema è maggiore. Infatti la logica fondamentale qui in Cameroun è cheuno deve essere in grado di arrangiarsi, quindi se non ci sono le strutture nonè possibile svolgere delle attività. Qui l’handicap non è considerato; èuguale agli altri solo se è in grado di arrangiarsi, se nò è tagliato fuori.D’altra parte l’handicappato chiede aiuto solamente se ha assolutamente bisogno.
D: C’è qualcosa che vuoi aggiungere?
R: Si. La mia impressione è che qui l’handicappato sia molto più combattivo,non sente la tendenza ad isolarsi, fa tutto ciò che è in grado di fare.

INTERVISTA A ALESSANDRA PA-SQUI, terapista, italiana
D:
Da quanto tempo lavori qui?
R: Da 14 mesi.
D: Di cosa ti occupi?
R: Sono terapista della riabilitazione ir un centro privato per bambinihandicappati di proprietà dei Padri ConceziO’ nisti italiani e poi lavoro anchesul teni torio.
D: Che tipo di intervento attui in quest due settori?
R: Nel centro lavoro durante il periodc scolare, perché i bambini abitano Imentre per le vacanze tornano a casa Per alcuni di questi bambini mi occupc dirieducazione, per altri il centro è ur punto di riferimento per poter andare èscuola oppure stanno lì perché a casa genitori non se ne occupano.
D: Con che tipo di handicap lavori?
R: Sono tutti bambini poliomelitici tranne uno che è paraplegico, sono unatrentina, tutti in età scolare da 6 e 17 anni.
D: E sul territorio?
R: Ho iniziato un lavoro di ricerca de casi di handicap, villaggio per villaggiovisitando i bambini e spiegando ai geni tori che è possibile fare degliesercizi i casa o servirsi di un apparecchio oppu re mandare il bambino alCentro. Que sto tipo di approccio ha però avute scarsi risultati per diversimotivi: innanz tutto i genitori non sono terapisti quind non sempre eseguono gliesercizi cor rettamente, poi chi si occupa dei barn bini sono le donne che giàhanno une vita lavorativa durissima (dalle 5 di mal lina alle 7 di sera); infineil tipo di approccio (una donna bianca che arriva i chiedere di vedere ibambini senza ur discorso precedente di sensibilizzazione) non eracomprensibile. Successivamente ho cambiato il tipo di impostazione di questolavoro. Mi sono appoggiata ad un infermiere che già ai 5-6 anni si occupadella sanità in 17 villaggi ed ha sensibilizzato la popolazione, individuandoun agente sanitario all’interno di ognuno di essi e cercando di far vedere lacura dell’handicappate come facente parte del discorso sanitàrio. In questomodo è stato possibile anche iniziare un discorso di accettazione, socializzazione e scolarizzazione del bambino handicappato in quanto sirimane nel suo ambiente (il villaggio). Da qui anche il Centro ha cambiato lasua impostazione visto che si tende ad attuare un’integrazione nel villaggio,riducendo al minimo l’internato, al di fuori della costruzione degli apparecchie della rieducazione vera e propria.
D: Uscendo un attimo dallo specifico del tuo lavoro, che tipo di handicap siincontra in questo paese: motorio, psichico o sensoriale?
R: Al Sud ci sono soprattutto poliomelitici ed altri handicap di tipo motorio.La vaccinazione antipolio non è obbligatoria (come nessun’altra) e infatti icasi di pollo sono di meno nelle zone vicino ai dispensari (sempre gestiti damissionari occidentali). Al nord invece ci sono molti non vedenti perbilarziosi o oncocercosi che sono patologie portate dalla puntura di insettiche vivono nei corsi d’acqua soprattutto stagnante. Di handicappati mentali neho visti pochi in quanto nella maggior parte dei casi vengono tenuti in casaanche perché non vi sono strutture in grado di occuparsene.
D: All’interno dell’ordinamento sociale chi è che si occupa della personaportatrice di handicap?
R: Chi se ne occupa è il villaggio, in particolare le donne anziane, poi cisono degli interventi sporadici del Ministero degli Affari Sociali (e non diquello della Sanità) che da qualche sovvenzione o manda qualche carrozzina. Poici sono dei Centri di Rieducazione sia Pubblici che privati sempre intesi comeinternati. Questo accade al sud; al nord invece vengono istituiti dei corsi peri genitori ai quali viene insegnato come rieducare i propri figli.
D: Chi prepara questi corsi?
R: Generalmente ordini religiosi, quindi strutture private.
D: Per quel che riguarda l’accettazione dell’handicap a livello sociale,familiare etc?
R: È accettato come si accetta una cosa venuta male, ma in questaaccettazioneè sottinteso il fatto che l’handicappato se la deve sbrigare da solo. Non sipensa ad esempio alle barriere architettoniche o ad aiutarlo in alcun modo, devefarcela da solo; ad esempio se ne è in grado va a scuola camminando sulleginocchia o a carponi, ma raramente qualcuno lo accompagna. Però il fatto cheuno si sposti a carponi o altro non preoccupa nessuno, è quasi una cosanormale.
D: Esiste qui un discorso di emarginazione?
R: Non è un discorso di emarginazione voluta, però un handicappato avrebbebisogno di attenzioni diverse, strutture, scuole etc e queste non ci sono quindiè emarginato in partenza.
D: E l’inserimento con gli altri?
R: Gli handicappati fanno con gli altri quello che riescono a fare, non vienerifiutato ma è lui che, a seconda delle sue possibilità, si inserisce o menoin mezzo agli altri; se ha un piede torto ad esempio gioca a pallone con glialtri. Non viene rifiutato se cerca di inserirsi, ma nessuno fa comunque nullaperché questo avvenga.
D: Che mi dici dell’inserimento di tipo lavorativo?
R: II discorso è lo stesso, dipende dalle possibilità. Non esistono strutture,lavori protetti o altro. Molti fanno lavori d’ufficio.
D: Esiste una normale vita sentimentale e sessuale per il portatore di handicap?
R: La vita sentimentale è come quella di tutti gli altri e direi anche quellasessuale. Vi sono comunque grosse differenze tra quelli che sono gli interessidei maschi e quelli delle femmine, sono divisi in due gruppi distinti sin daquando sono molto piccoli. Le attività di tipo sessuale sono difficili soltantose la disabilità è molto grave: qui infatti una enorme importanza è rivestitadalla procreazione e soprattutto per le donne handicappate è difficile che cisia sterilità, quindi il loro ruolo fondamentale viene mantenuto.

È tutta colpa delle barriere

Le barriere architettoniche sono considerate dalla maggioranza dei docenti come
una delle cause che più hanno ritardato l’iscrizione di studenti disabili all’università.
ci è stato fatto notare come gli edifici non proprio recenti siano ricchi di
scale, passaggi poco agevoli, aule con banchi non praticabili da una persona che
debba rimanere sopra ad una carrozzella. Le cause di tutto questo? Spesso una
mancanza di volontà da parte dell’amministrazione che da sempre si è trovata a
dover rispondere in primo luogo alle esigenze che interessavano la stragrande
maggioranza degli studenti.


Un esempio di questa mancanza di volontà ci è stato riferito dal prof. Susiniriguardo alle ridottissime dimensioni dell’unico ascensore della facoltà diLettere e Filosofia. "Nella colonna montante che è situata a fiancodell’ascensore non è mai stato attivato un secondo ascensore perchél’amministrazione universitaria non ha mai stanziato la somma sufficiente, cheuna volta era di 2.000.000 mentre ora sarebbe notevolmente maggiore e così lacolonna montante nella quale poteva essere installato un ascensore più grandeè utilizzata come magazzino delle scope".
Il rettore Roversi Monaco ci ha detto che ormai il discorso delle barrierearchitettoniche poteva dirsi in via di risoluzione dato che dal 20.4.1988sarebbero partiti i lavori per l’eliminazione di tutte le barrierearchitettoniche da tutte le aule ed istituti dell’Unviersità (il testointegrale dell’intervista al rettore è stato riportata nel n° 1 diAccapar-lante 1988). Abbiamo cercato di verificare con i presidi di facoltà, con l’Istituto per i Beni Culturali, con la Soprintendenzaper i Beni Ambientali ed Architettonici e con l’Ufficio Tecnico dell’Universitàle dimensioni di questo progetto. I presidi di Facoltà alla nostra domanda sefossero stati interpellati relativamente a questi lavori ci hanno fornitosoltanto risposte negative, anche se ci è stato detto che l’amministrazioneuniversitaria e più propriamente l’ufficio tecnico potevano procedere anchesenza sentire il loro parere. Ma anche le persone più direttamente coinvolte da questo discorso come l’architetto Gremmo (Soprintendente ai BeniArchitettonici ed ambientali) non sono risultate a conoscenza di questo progettoper l’eliminazione delle barriere architettoniche. La Soprintendenza ha infattigiurisdizione vincolante sui palazzi storici che ospitano facoltàuniversitarie, come nel caso della facoltà di Lettere e Filosofia o delDipartimento di Italianistica, e quindi l’Università, in ogni caso, devepresentare il progetto dei lavori alla Soprintendenza.
A questo punto abbiamo preso contatti con l’organo competente allo svolgimentodi questi lavori, ossia l’Ufficio Tecnico dell’Università. Il capo serviziodell’Ufficio Tecnico ci ha detto che sono previsti lavori per l’adeguamento allenorme antiinfortunistiche ed anti-incendio e lavori per l’eliminazione dellebarriere architettoniche. Ora stanno vagliando i progetti presentati dallesingole ditte prima di distribuire l’appalto. I finanziamenti ci sono, però ilavori non partiranno senz’altro prima di settembre e non è detto che si mettamano subito alle barriere. Questa notizia da un lato ci fa piacere perchéconferma la volontà di eliminare le barriere architettoniche, d’altra parte cifa pensare alla leggerezza e alla eccessiva sicurezza con cui il Rettore harisposto alla nostra domanda cercando di fare apparire come immediato un progetto che vedrà la luce a circa un anno di distanza dallesue parole. L’unica cosa che vorremmo sperare è che non si paragoni le esigenzedi uno studente handicappato in materia di barriere architettoniche al pericolodi incendio o di infortunio.
Nel percorso obbligato di ogni studente universitario una tappa decisiva èrappresentata dalle biblioteche. Le tre biblioteche maggiormente frequentatedagli studenti dell’Università di Bologna sono la Nazionale Universitaria, (chenonostante il nome è sottoposta al Ministero per i Beni Culturali),l’Archiginnasio e la biblioteca di Palazzo Montanari (le ultime due dicompetenza comunale). Come tutti sanno queste tre biblioteche sono ospitate intre palazzi ricchi di storia e di barriere architettoniche su cui è difficile,anche se non impossibile intervenire. Questa mancanza di volontà la possiamoriscontrare ad esempio per la biblioteca dell’Archiginnasio. In questo caso ildott. Pisauri (responsabile dell’Istituto per i Beni Culturali) ci ha detto che"non sarebbe necessario porre un ascensore dentro il quadri-porticomonumentale, ma poiché l’Archiginnasio ha un altro ingresso in Via Foscherari,qui potrebbe essere installato un ascensore che condurrebbe in pratica dietro lasala di consultazione della biblioteca". Un modo per rendere accessibilialle persone disabili la quantità di informazioni contenute nelle bibliotechesarebbe quello di rendere operativo un sistema bibliotecario fra tutte questestrutture.
Ci spieghiamo meglio: per sistema bibliotecario la Legge Regionale 27.12.1983n° 42 (Norme in materia di biblioteche e archivi storici di Enti Locali o diinteresse locale – per ora ancora largamente disattesa) intende un collegamentoattraverso una rete di terminali collocati nelle diverse biblioteche, ad un elaboratore centrale checontenga basi di dati bibliografici comuni alle diverse biblioteche del sistema:insomma una sorta di catalogo unico computerizzato fra diverse biblioteche. Inquesto modo una biblioteca senza barriere potrebbe collegarsi con l’elaboratorecentrale e fruire delle informazioni contenute in esso. Questo sarebbe un primopasso per limitare i tempi della ricerca dei testi o dei documenti, sapendo conprecisione dove andarli a cercare. Il sistema non evita però il fatto didoversi recare in una biblioteca che può presentare barriere architettonicheper prendere direttamente il volume richiesto.
Negli ultimi anni tuttavia, ma con costi ancora proibitivi sia per il produttoreche per l’utilizzatore di questo genere di archivi, alcune iniziative sono stateprese in due direzioni e precisamente: la disponibilità di avere attraverso ilterminale il riassunto dell’opera desiderata e la possibilità di ordinaredirettamente dal terminale i documenti desiderati. È auspicabile che anche inItalia si arrivi a questo livello di automazione bibliotecaria, anche se per ilmomento questi possono sembrare discorsi quasi fantascientifici. Una soluzioneal problema delle barriere architettoniche che probabilmente risulta piùpraticabile e sicuramente meno lontana nel tempo di quella prospettata poc’anziè rappresentata dalle possibilità di intervento su quelle che sono le "situazioni inmovimento" a livello di biblioteche bolognesi. Come ci è stato detto daldott. Pisauri "nella stessa Bologna dovrebbe partire un grande progetto disistemazione a biblioteca della ex Sala Borsa dove verrebbe trasferita labiblioteca di Palazzo Montanari. È in questi casi che è più facileintervenire, laddove si progettino modifiche ai contenitori, che non a freddoottenere un intervento ad hoc su un monumento come l’Archiginnasio". Undiscorso analogo interesserà anche Palazzo Poggi (dove è sistemata labiblioteca nazionale universitaria) dove alcune sale saranno ceduteall’Università dal Ministero dei Beni Culturali, mentre altre sale resterannoadibite a biblioteca. È su questi lavori di ristrutturazione che è possibileprogettare anche una eventuale eliminazione delle barriere architettoniche. Edè a tal proposito che cercheremo di sensibilizzare a questa esigenza laSoprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici e le autorità competentiallo svolgimento di questi lavori di ristrutturazione. In questo articoloabbiamo preso in considerazione l’Università nel suo complesso e cercato didescrivere quali sono le reazioni che provoca l’iscrizione di uno studentehandicappato fisico, ma l’Università è uno dei luoghi dove si produce cultura.Il passo successivo del nostro lavoro sarà proprio quello di vedere qualeimmagine dell’handicap offre la cultura universitaria.

Doctor H: un’altra esperienza

MI CHIAMO ANTONELLA  ED ANCH’IO, COME HA FATTO STEFANO TOSCHI NELLO SCORSO
NUMERO DI ACCAPARLANTE, PORTO COME ESEMPIO QUELLA CHE È STATA LA MIA
ESPERIENZA UNIVERSITARIA; MOLTO MENO POSITIVA DELLA SUA (NON SI È INFATTI
CONCLUSA CON UNA "LAUREA IN…") MA, FORSE PROPRIO PER QUESTO,
ALTRETTANTO VALIDA E SIGNIFICATIVA DI COME POSSA ANCHE ESSERE IL VISSUTO DI UNO
STUDENTE ALL’INTERNO DELL’UNIVERSITÀ. UNO STUDENTE "PARTICOLARE"
COME VEDREMO CHE NON È NATO "DISABILE" MA LO È DIVENTATO STRADA
FACENDO IN ETÀ ADULTA, CON TUTTI PROBLEMI CHE QUESTO COMPORTA SIA DI TIPO
FUNZIONALE E PSICOLOGICO CHE SOCIALE. IN PARTICOLARE AVENDO, COME HO IO, UNA MALATTIA CRONICA O PROGRESSIVAMENTE
INVALIDANTE, QUALE È LA SCLEROSI MULTIPLA.

Ritengo che l’Università riservi poche attenzioni, forse fin poco rispetto, peri propri studenti come dimostrano le difficoltà cui gli iscritti, soprattutto ifuori sede, vanno incontro ancora oggi nonostante tutti gli sforzi, i"buoni propositi" dell’Azienda Comunale per il diritto allo studiouniversitario (come attesta l’intervista di A. Canevaro ad A. Genovese apparsasempre sull’ultimo numero di Accaparlante). Così iscriversi all’Universitàancora oggi non vuole dire solo frequentare le lezioni e dare esami, comepotrebbe sembrare dall’esterno, ma vuole dire anche e soprattutto fileinterminabili in segreteria, file alla mensa, difficoltà a reperire unposto-letto ecc.; in poche parole inconrare tutti quei disservizi di cui una Istituzione (Università) è dotata. In mezzo a tutto questo bisognapoi il più delle volte anche "lavoricchiare" per potersi mantenereagli studi e gravare meno sulla famiglia. Questa è più o meno la situazioneche normalmente uno studente trova all’Università: un ragazzo o una ragazzacome tanti, con due braccia, due gambe, che cammina, salta, corre, sale escende scale, passa da un istituto all’altro in quel famoso "quarto d’oraaccademico". Una continua sfida giornaliera ad impiegare sempre meno tempo,ad escogitare e trovare vie più brevi, nella famosa "caccia ai posti inprima fila" – così il docente ti vede alle lezioni; insomma per intendercilo studente "normodotato". lo al primo anno di Università, facoltàdi Medicina e Chirurgia, ho avuto questo stesso tipo di esperienza e, strano adirsi e a credersi, mi piaceva e affascinava moltissimo questo aspetto delvivere da universitaria; certo potevo permettermelo! Il mio motto è semprestato, e purtroppo vorrebbe esserlo ancora, quel "meglio un giorno da leoni che…".
Ma ad un certo punto ti accorgi che qualcosa sta cambiando e vivi quel momento,nel mio caso non traumatico ma graduale, inesorabile e crudele, in cui avvienequel famoso "salto di qualità" della tua vita: giorno dopo giorno,anno dopo anno, ti accorgi di ritardare sempre più il "quarto d’ora"perché dopo pochi passi senti di doverti fermare, le tue gambe sono sempre piùrigide, pesanti, dolenti, malsicure. Ma l’aspetto era ed è ancora buono…
Questo, per intenderci, è lo studente "particolare" a cui facevoriferimento prima e, nel mio caso, ma cl Narrow][COLOR=blue]6. ???? ??? ?????? ??????? ???? –[COLOR=black]???????? ?? ?????[/COLOR]–.[/COLOR][/FONT][/SIZE][/B]

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82.194.51.232 82.194.62.22?;?Proprio per costruirmi questo "progetto di vita… fino ai massimi livellipossibili" penso oggi di poter tornare all’Università. Primo perchéritengo di avere ancora qualcosa da dire, di avere ancora delle possibilità perriuscire (cosa che non ho avuto a suo tempo) e secondo perché penso così dipotere sfuggire (con una qualifica migliore, con una laurea) alle liste dicollocamento cosiddette "protette"; questo per quanto concerne uneventuale lavoro che oggi "così come sono" non riesco a trovare (maquesto è un’altro angoscioso problema!). Mi chiedo però se l’Università possarealmente essere vista come una "opportunità di inserimento eintegrazione" per uno studente handicappato. Cosa fa l’Università adesempio, nei confronti dell’handicap? Cosa oltre a quello che viene riportatonel Bando di concorso per "interventi a favore di studenti portatori di handicap al fine di favorire(non sarebbe meglio dire "assicurare", come da Sentenza 3 Giugno ’87?)l’accesso all’istruzione universitaria? In tal senso esiste carenza soprattuttodi informazioni e se questo è un problema per tutti lo è ancor di più per undisabile. Le notizie che si riescono ad avere sono sempre frammentarie il che mifa pensare che un discorso di questo tipo non sia stato ancora affrontato o, perlo meno, non in modo corretto e confacente alle esigenze dei disabili. Adesempio mi chiedo come posso recarmi, oggi, a pagare le tasse, come posso andareda un’istituto all’altro per seguire le lezioni, frequentare le esercitazioni, ilaboratori, le cliniche o altro dal momento che la mia facoltà, come moltealtre, è per persone prive di handicap (o nomodo-tati se vi pare)?
Perché certe facoltà (Magistero, Scienze Politiche, Lettere… e poi?) sonopiù favorevoli ad avere fra i loro iscritti studenti handicappati? Accoglienzao tolleranza? Questo di fatto non realizza forse una ghettizzazione e unamancata (o meglio ridotta) socializzazione-integrazione?
Concludo ribadendo il concetto che tutto si può superare o sopportare o viveremeglio, persino malattie come la mia, e si riesce anche a convivere con essa e asorridere perché: "… un sorriso da riposo nella stanchezza,
rinnova il coraggio, illumina le ore buie…"
Mi disturbano sì le cosiddette "barriere architettoniche" (queste avolte a fatica, bene o male, riesco sempre a superarle) ma le "barriereculturali" mi disturbano ancora di più e per riuscire a superare anchequeste mi occorre molto più tempo e fatica.

Più diversi degli altri: parlano gli studenti

Per inquadrare nel modo più esauriente possibile le problematiche che derivano
dall’iscrizione di uno studente handicappato all’università abbiamo voluto
sentire anche i pareri di alcuni organismi studenteschi presenti all’università:
la lega degli studenti universitari, i cattolici popolari e un rappresentante
del collettivo studentesco di fisica.
Abbiamo interpellato soltanto un rappresentante di un collettivo pur sapendo che
in diverse facoltà sono presenti questi organismi: la scelta è stata
condizionata da esigenze di tempo e di spazio ed anche dal fatto che la persona intervistata non era del tutto estranea alla tematica in questione.
Un’ultima notazione metodologica: a tutte e tre le persone intervistate sono
state rivolte le stesse domande.


Cosa ne pensano gli organismi studenteschi dell’iscrizione di uno studentehandicappato? È una parentesi inutile dato che poi gli sbocchi professionalisono molto limitati, è un gesto di rivalsa di persone "sfortunate"nei confronti di chi è geloso della propria normalità, è dettato dalle stessemotivazioni degli altri 65.000 studenti iscritti all’Ateneo più antico delmondo e che ora mostra qualche ruga per i suoi 900 anni?
Per la Lega degli studenti universitari, ideologicamente legata alla F.G.C.I., ci ha risposto Vincenzo Codispoti, studente calabrese, con una forma didisabilità che però non gli preclude l’autonoma deambulazione e non siripercuote sulle sue capacità fonetiche. La Lega degli studenti universitaripensa che "il diritto allo studio universitario sia un sacrosanto diritto acui tutti i cittadini devono accedere, quindi anche i portatori di handicapdevono potervi accedere per una forma di realizzazione di sé stessi. Unostudente handicappato ha qualche cosa da dare come qualsiasi altro ed è quindigiusto che non venga frustrato nelle sue intenzioni. Le motivazioni per cui siiscrive non devono essere vincolanti: se per desiderio di rivalsa o per altroquesto dipende dalla scelta operata dallo studente handicappato. Su questonessuno può discutere. L’importante è che si assicurino gli strumentiaffinchè lo studente handicappato possa giungere al termine dei propri studiuniversitari".
Questo concetto è stato ribadito anche da Fabrizio Nerozzi del collettivo diFisica: "l’iscrizione di uno studente handicappato all’Università non sipuò considerare una rivalsa e neanche una cosa inutile. Questa può avere lestesse motivazioni di un qualsiasi altro studente. È un patrimonio culturale inquanto anche la persona handicappata è un componente della società. (…) Lasocietà deve occuparsi anche delle categorie cosiddette marginali perchéesponenti di un patrimonio culturale".
Per i Cattolici Popolari siamo andati ad intervistare Davide Rondoni,responsabile del settore università. Il suo parere riguardo alle motivazioniche spingono uno studente handicappato ad iscriversi all’Università nondifferisce di molto da quanto detto dagli altri interlocutori: "II primoerrore potrebbe essere nel cominciare a considerare la differenza dal punto divista intellettuale. Per cui tagliando cappati a livello di collettivi. Come componente del collettivo di Fisico possodire di no. Al momento ci occupiamo maggiormente del dibattito che ruota attornoalla scienza: la Scienza e il Disarmo, la non neutralità della scienza,ecc…".
Come sappiamo il peso politico dei Cattolici Popolari all’internodell’Università è molto rilevante e quindi era particolarmente interessantesapere se nei loro programmi avevano mai inserito la tematica handicap."Nei nostri programmi l’attenzione verso il disabile è incentrata piùverso l’Azienda per il diritto allo studio che non nei confrontidell’Università perché oggi il discorso sui disabili riguarda unicamentel’Azienda, all’Università lo studente disabile non è preso in conside-
razione. Noi abbiamo chiesto che i contributi in denaro erogati dall’Aziendavenissero aumentati e soprattutto diversificati per le varie forme di handicap.
Abbiamo chiesto che il 30% dei 70 miliardi destinati ai lavori edilizi perl’Università (adeguamento alle norme antincendio e antinfortunistiche n.d.r.)siano destinati ad opere per gli studenti, intendendo con questo sial’abbattimento delle barriere architettoniche, sia soprattutto la costruzione dinuove aule."
Sia i C.P. che la Lega degli studenti universitari quindi fanno dei richiami neiloro programmi alle difficoltà degli studenti disabili, anche se poi non cisembra che ciò abbia influito
sulle decisioni prese dall’Università o dall’Azienda per il diritto allostudio. Si è limitata ad erogare delle somme di denaro ritenendo così di averegià risolto i problemi. Forse i 2,5 miliardi di residui attivi nel bilanciodell’Azienda hanno appesantito e offuscato le idee al consiglio diamministrazione dell’Azienda stessa.
Questi che abbiamo raccolto sono pareri di alcune organizzazioni studentescheche operano all’interno dell’Università.
Ma a livello di organi decisionali il peso delle proposte studentesche è moltolimitato, forse anche a causa della scarsa partecipazione degli studenti allavita politica all’interno dell’Università.

Quale università per gli handicappati

Oggi è il direi tore del dipartimento di scienze dell’educazione dell’università
di Bologna ma per molti è rimasto ancora l’amico a cui chiedere un consiglio, a
cui chiedere quell’informazione che l’assistente sociale non è riuscita a
recuperare. Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale – una delle tre
cattedre esistenti in Italia, e sono poche ci ha detto – ha risposto volentieri
alla nostra richiesta di intervista per la rubrica: 900 anni di
emarginazione?

Tantissime pubblicazioni sull’handicap alle spalle, un manuale per i suoi studenti, ma soprattutto una lunghissima esperienza di lavoro con gli studenti,al fianco delle persone handicappate e delle loro famiglie. Con le associazionicome l’Aias e l’Anffas, con gli Enti Locali e in giro un po’ dappertutto. ;
Probabilmente è stato un attacco un po’ troppo formale. Con Andrea, in fondo,ci si conosce già da un po’ anche se il tempo per fare due chiacchiere non èmai troppo. Terminato l’anno accademico 87/88 ci serviva però un interventosignificativo che soprattutto fosse in grado di dare delle indicazioni chiareper il futuro, che facesse opinione anche nel mondo universitario. Il"referente per l’handicap" dell’ateneo bolognese – ma attenzione allaghettizzazione!, ha continuato Canevaro – ci è sembrata la persona più adattaad assolvere questo compito.
D.: Partiamo con un esempio. All’estero come si sta? 
R.: Non mi sembra che dalpunto di vista dell’integrazione delle persone handicappate nel mondouniversitario ci siano delle situazioni particolarmente brillanti altrove…Certo ci sono paesi che hanno più ordine, per cui la stessa immagine dell’Università in un campus, con i viali, i prati, lebiblioteche… è diversa.
Noi abbiamo delle Università diverse, mescolate alle città, disordinate, ma èsedimentazione storica. Certe Università molto recenti hanno i bagni miglioridi quelle più vecchie, sono costruite tenendo presente i problemidell’accessibilità, e questo soprattutto nei paesi dove le tecnologie sono piùavanti. La questione delle barriere architettoniche però è utile ma non èspecifica dell’Università, la didattica invece se non la facciamo noi non la fanessuno.
D.: Quindi metteresti la didattica al primo posto al fine di una realeintegrazione nell’Università?
 R.: Si riflette troppo poco sulle questioni cheriguardano la didattica. Gatullo dice spesso: se noi dovessimo indicare ad uncollega straniero tre pubblicazioni di rispetto, di un certo calibro, sulladidattica universitaria in Italia, faremmo fatica a trovarle. Manca unariflessione di metodologia che vada al di là di una didattica molto ora-listica,la lezione, mentre il laboratorio è riservato ad alcune situazioni tecniche. Siconsidera che le materie uma-nistiche non debbano avere laboratori e questopenalizza soprattutto chi è handicappato. Questi studenti avrebbero bisogno diuna "articolazione della didattica", invece si riporta nellasituazione universitaria la condizione per cui l’integrazione, quando c’èstata, si è realizzata nella scuola di base, con la possibilità di utilizzareuna serie di strumenti di mediazione, con una didattica multimedia. La stessacosa vale per le ricerche, per quelle "partecipate" dove glihandicappati non sono oggetto di ricerca ma sono dei collaboratori. Sarebberomolto importanti per affrontare ad esempio le questioni lavorative, sociali,famigliari, sessuali… Varrebbe la pena pensare che una fetta di queste debbano farsi doverosamente, per una convinzionescientifica ed etica, con un modello di ricerca partecipata, favorendo laricerca-azione.
D.: E i finanziamenti? Il nuovo corso dell’Università prevede uno strettorapporto di collaborazione con il mondo dell’industria. Chi sarebbe disposto afinanziare ricerche sull’handicap? 
R.: L’handicap non deve essere visto allastregua di una industria! È la novità di questi anni pensare che l’Universitàpossa essere gestita come un’impresa che abbia rapporti con altre impreseoffrendo dei servizi, tra cui ia ricerca. Non è tanto possibile individuarel’industria disposta a finanziare ricerche in questo settore, potrebbero esserele Ferrovie dello Stato per i trasporti, ma ci potrebbero essere anche moltealtre cose… Bisogna allora pensare che la ricerca sull’handicap è un settoreal quale devono essere date delle garanzie istituzionali anche dall’internostesso dell’Università, e anche per quanto riguarda l’erogazione di fondi.
D.: Torniamo alle barriere architettoniche. Entro l’anno partiranno i lavori perla loro eliminazione, a quali problemi si andrà incontro? 
R.: Ci sarannosicuramente delle questioni da raccordare, problemi con la Sovrintendenza aimonumenti; bisognerà continuare a fare lezione anche in quelle aule dove saranno in corso ilavori. Ma l’importante è che nella commissione che presiederà ai lavori cisia la presenza di persone handicappate; per non commettere degli errori.
D.: Ci sono differenze tra le diverse facoltà? Disponibilità? Tolleranza?Qual’è la situazione del punto di vista dei docenti?
R.: Credo che ci sia una parte di noi docenti – che però non vorreicolpevolizzare – che adotta un certo pietismo. Sempre meglio che essere spieiatima… è sbagliato considerare la persona che ha delle difficoltà dicomunicazione come una persona che farà un esame un pò tirato via. Qualcunonon darà il voto massimo ma c’è comunque una certa disponibilità. Poi ci sonole facoltà che ti fanno subito capire che quello non è il tuo posto, che devidimissionare dalle aspirazioni che avevi, si dividono in fondo in due categorie:quelle dove c’è tolleranza, disponibilità ma talvolta non proprio fino infondo; e quelle dove invece non ci si iscrive neanche, oppure si rimedia nonfacendosi più vedere. D.: Hai in mente un esempio di uno studente condifficoltà che abbia superato con successo il suo rapporto con l’Università? Econ quali costi?
R.: Maurizio Cocchi (oggi presidente della Spep coop di Bologna, ndr) ha avutosicuramente il vantaggio, e lo dico paradossalmente, di essere presenteall’Università in una stagione di grandi assemblee, di grande movimento, e diavere un carattere che voleva imporsi. La miscela di questi due elementi gli hafatto fare un esercizio di "logoterapia" che forse non aveva mai fattoin vita sua. L’assemblea doveva rispettare i tempi di Maurizio che sono andatipoi accelerandosi, ha migliorato la sua organizzazione non solo di oratore maanche l’articolazione, il non-incepparsi… ha imposto uno stile. Le difficoltàche ha avuto le ha vissute come tutti gli altri che hanno delle difficoltà. Nonha richiamato su di sé un’attenzione da "poverino!", erano lenecessità anche degli altri: di avere degli esami in calendario piùaccettabili, degli accessi migliori, le aule, gli spazi…
Sta arrivando gente. Devono parlare con Canevaro di un corso di formazione sullasessualità per una USI di Ravenna e sono costretto ad interromperel’intervista. Riesco però ad avere un’ultima informazione: Canevaro èfiducioso che possa andare a statuto una nuova disciplina per l’Università,"handicap e nuove tecnologie".

Per altri 900 di integrazione

Al termine della nostra ricerca sull’handicap e l’università vorremmo
sottolineare e riproporre quelli che secondo noi sono i temi emersi dal nostro
lavoro.

Uno degli elementi che ci sembra doveroso evidenziare e come siano ancora moltoforti le barriere culturali nei confronti dello studente disabile all’internodel mondo accademico anche se vengono nascoste da un moralismo che punta moltosul dover essere e che quindi impedisce di vedere la realtà così com’è.Questo significa che si cerca di eliminare i limiti culturali quasiesclusivamente attraverso i gesti di buona volontà dei singoli e non condecisioni organiche prese dai consigli di facoltà o dagli organismi preposti algoverno dell’Università nelle sue varie componenti, tra le quali nondimentichiamolo, il personale non docente riveste un ruolo importante soprattutto nei confronti degli studenti a mobilità ridotta. Per evitareparte dei problemi che si verificano al momento della presenza a lezione dellostudente disabile ci sembra importante un collegamento più stretto fra lascuola media superiore e l’Università. Tale collegamento esiste in modoparziale come ci ha detto il prof. Tolmino Guerzoni presidente dell’I.R.R.S.A.E.(Istituto Regionale di Ricerca e Aggiornamento Educativi per l’Emilia-Romagna):"Già facciamo adesso incontri di docenti universitari con la classe dovec’è lo studente portatore di handicap affinchè questi possa avere maggiorielementi di valutazione e di riflessione su quello che sarà l’impegno chedovrà poi affrontare". Tali incontri ci sembrano utili non solo per lostudente handicappato, che ha modo di conoscere assieme agli altri studentiqualche elemento del mondo universitario, ma soprattutto per i docenti, che siaper esperienza personale mia (Stefano Toschi), sia da quanto è emerso dallenostre interviste, ci sono sembrati un po’ impreparati oltre che ad avererapporti con studenti disabili, anche a capire le motivazioni per cui questi hanno intrapreso gli studi universitari. Inoltre questa iniziativa dovrebbe esseremaggiormente pubblicizzata dato che anche chi scrive, benché fosse direttamenteinteressato, ne era perfettamente all’oscuro.
Abbiamo già preso in considerazione il discorso edilizio anche per quantoriguarda l’Azienda Comunale per il Diritto allo Studio; l’intervento si limitaquasi esclusivamente ad una erogazione in denaro dato che le strutture degliimmobili gestiti dall’Azienda (ad esclusione della mensa A.CO.SER) sono tali danon poter essere utilizzati da persone disabili. È molto più facile fare unpo’ di beneficenza che intervenire in modo organico sulle strutture. Ad ognimodo riteniamo che lo scambio di informazioni fra scuola media superiore euniversità sia di grande importanza affinchè l’Università sia più pronta adaccogliere le istanze che accompagnano l’iscrizione di uno studente handicappatofisico. Un altro limite culturale che è presente nella mentalità universitariacomune è quello di ritenere che le persone handicappate possano iscriversi soloa facoltà umanisti-che. Questo, pur essendo un dato di fatto che è emersoanche dalle nostre statistiche, non deve essere ritenuto una necessitàinevitabile. Infatti abbiamo ricavato dai nostri interlocutori delle facoltà ocorsi di laurea scientifici una certa disponibilità a superare quelledifficoltà che possono presentarsi con l’iscrizione di uno studentehandicappato.
Diciamo disponibilità perché le facoltà non hanno ancora preso posizioniprecise per tutto ciò che può riguardare l’iter universitario di uno studentedisabile: presenza di una persona estranea agli esami per firmare il libretto esoprattutto eventualmente per amplificare la voce del candidato o per scrivere negli esami che prevedono una prova scritta. Questo probabilmenteperché fino ad oggi gli studenti disabili che si sono iscritti a facoltà ocorsi di laurea scientifici sono stati pochissimi. Ciò dimostra che manca unpiano organico valido per tutte le facoltà per cui solo in quelle dove lapresenza di studenti disabili è più costante nel tempo sono stati sviluppaticerti strumenti e anche una certa mentalità, mentre nelle facoltà in cuiquesta presenza è scarsa o nulla non ci si è ancora posti il problema. Questonon riguarda soltanto il campo specifico degli studenti handicappati: lamentalità di porre degli argini quando il problema è tale da non poter essereescluso ulteriormente è tipico del nostro ateneo anche per quelle questioni cheriguardano una fascia d’utenza ben più vasta di quella rappresentata daglistudenti handicappati.
Un altro aspetto che a nostro avviso dovrebbe essere approfondito è quellodello scambio di esperienze fra docenti che abbiano avuto studenti disabili frai loro uditori e docenti che non hanno ancora avuto rapporti con questapopolazione
studentesca un pò insolita. Tale scambio aiuterebbe sicuramente i docenti asuperare le difficoltà di approccio con lo studente disabile che nella quasitotalità dei casi si sono presentate. Questo sicuramente sarebbe un validoausilio per i professori, forse di più che non i discorsi socio psicologici chegeneralmente si fanno attorno alle persone handicappate. Il nostro lavoro ha loscopo di favorire l’iscrizione e l’inserimento degli studenti handicappatifisici all’Università perché siano convinti che sia un diritto di ogni personail poter proseguire gli studi. Siamo a conoscenza del fatto che sono poche lepersone disabili che proseguono gli studi oltre la scuola dell’obbligo e quindiun numero ancora minore potrebbe iscriversi all’Università. Questo dato devefar riflettere perché se da una parte è giusto che uno studente non si sentaobbligato a proseguire gli studi, d’altra parte ci sembra che la sceltadell’interruzione degli studi o il rivolgersi quasi esclusivamente allaformazione professionale limiti le potenzialità di un individuo e frustri lasua volontà di apprendere.
Un’ultima cosa su cui vorremmo fare qualche considerazione è come l’Universitàpossa essere paragonata ad un’isola più o meno felice a cui uno studenteapproda per un periodo che va dai 4 ai 7 anni e durante i quali riceve deglistimoli ed acquisisce elementi per quella che vorrebbe fosse la sua professionefutura. Ed è proprio qui che rileviamo la nota dolente. Soprattutto per lefacoltà umanistiche, gli elementi che si acquisiscono all’Università, nonforniscono agganci col mondo del lavoro; così lo studente corre il rischio diavere studiato per diversi anni materie interessanti e stimolanti senza poipoter realmente sfruttare questo bagaglio di conoscenze. Se ciò vale per unostudente "normale" possiamo immaginare quanto questo discorso siaindicato per uno studente disabile, verso il quale il mondo del lavoro frapponeun numero ancora maggiore di barriere.
In questo senso il meccanismo è difettoso e qui devono essere rivolte maggioriattenzioni perché l’Università non sia un’isola nell’oceano della società edel mondo del lavoro.

Vocazione alla castita? Chi l’ha detto

Il tema della sessualità nel mondo dell’handicap ha conosciuto negli anni
ottanta una fioritura di articoli e convegni che hanno proposto come chiave di
lettura unica questo pensiero: la sessualità per l’handicappato è un diritto.
Nel mondo cattolico questa riflessione si è sviluppata nella seguente frase:
l’handicap ha la vocazione alla castità. Per me non è così. perché la
vocazione è una chiamata, e ad una chiamata bisogna dare una risposta. io non
ho scelto di essere handicappato, e dunque l’handicap non può scegliere.

Semmai la vocazione è accettare l’handicap. La libertà di questa sceltaconsiste nella decisione di diventare soggetto a pieno titolo oppure rimanereancora oggetto. E da questo dipende anche la possibilità di concepire in modonuovo il tema handicap e sessualità. Perché il problema è la sessualità enon la sessualità dell’handicap. Troppo dì frequente si propone qualeassolutizzante immagine della sessualità il rapporto fisico, ma questosignificherebbe porre un limite. Un solo criterio interpretativo, lo vorreiproporre una visione diversa, a partire da una variazione sull’interpretazionedel rapporto sessuale. Poniamo di avere una torta alla panna e di rivolgeretutta la nostra attenzione alla cilie-gina, solo perché si presenta bene. Inquesto siamo aiutati in vari modi dalle influenze sociali e dei media, che contribuiscono in vari modi a farne un mito.Il mito della ciliegina. Ma se qualcuno volesse proporre di considerare tutta latorta?
Stando al mito, l’handicap non può avvicinarsi alla torta. Se modifichiamo itermini però potremmo chiederci se l’handicap non rientra nei paradigmi o se sono i criteri di giudizio che vanno modificati. La miaproposta investe proprio tali criteri. E mi spingo a dire che l’handicap ha unposto di rilievo in questa tematica, perché fa riflettere sulla sessualità esu un possibile nuovo modo di interpretarla.
Riprendiamo il tema dellavocazione. Definire l’handicap una chiamata alla castità significa relegare ilproblema in una zona franca, dove non disturba e dove non è disturbato. Lasanità vive il suo rapporto con la sessualità, confina in un limbo tral’eroico e il disgraziato l’handicap, e non se ne parli più. Che questa possaessere una risposta della società è anche concepibile. Rientra in una normaleeconomia di pensiero. Ma che l’handicap non faccia niente per smuoverla èpreoccupante. Queste note vorrebbero essere un tentativo di farlo. 
L’handicapdeve trasformare sé stesso da oggetto d’amore a soggetto d’amore. Osserviamouna fenomenologia usuale del rapporto dell’handicappato con il suo corpo.L’handynon cura il proprio aspetto, non si preoccupa dei vestiti che indossa, non usaprofumi o simili. Perché dovrebbe abbellire il proprio corpo? Se un ‘normale’si atteggia a bullo, è un bullo; se lo fa l’handicappato è solo un poveroscemo. Tutto questo dovrebbe cambiare a livello di immaginario collettivo. Bastacredere alle potenzialità offerte dall’handicap. Si dice che I’-handy non puòcamminare, e quindi è impotente; non può parlare, e quindi è impotente; nonpuò decidere, e quindi è impotente. Mi permetto di dire che la mia esperienzaconferma il contrario.
L’handicap è invece una potenzialità che bisognerebbe utilizzare per l’uomo,lo sono diventato soggetto d’amore, ho messo in atto quella potenza che c’è inognuno di noi, handicap o no. E questo ha fatto sì che la gente attorno a me cambiasse e mi offrisse le sue potenzialità.È un fatto normale per tutti, io non amavo la mia situazione e il mio corpo. Michiedevo perché dovessi essere così, senza ‘colpa’ da parte mia. Poi ho presofiducia, considerando questa condizione come una delle tante, necessitante solodi essere messa a frutto. Ora non mi vergogno di essere cosi come sono, perché mi sono accettato. Questo è avvenuto nel miocaso quando mi sono sentito non solo accettato, ma, più ancora, amato, da Dio edagli uomini. Perché quando uno si sente amato che può a sua volta amare lapropria condizione fattuale. Si instaura un fenomeno inarrestabile, come una catena lungo la quale l’amore che si riceve siritrasmette e permette che anche gli altri possano amare. Amare la miacondizione. E così se prima la gente veniva da me per dare qualcosa, ma ilmovimento era univoco, ora è uno scambio reciproco. Questa è la cultura chedeve stare attorno e insieme all’handicap.

Disinformati…soprattutto DISINFORMATI… SOPRATTUTTO

Dopo le difficoltà, le conquiste e l’abbandono in cui si trovano ad operare gli insegnanti, vediamo ora quali sono invece le aspettative … dall’altra parte del banco. è la mamma di chiara a parlare, una bambina handicappata di 7 anni che nel prossimo anno frequenterà la prima classe alla scuola elementare “fiorini”; di bologna. quali sono le speranze, i timori, le esperienze passate ed il livello di conoscenza su quanto effettivamente si fa o si potrebbe fare per questo delicato primo approccio con il mondo della scuola?

D) La sua bambina, l’anno prossimo, andrà alla scuola elementare. Quali sono lesue aspettative?
R) Non mi aspetto tanto di più di ciò che si aspetta un qualsiasi genitore.Prima di tutto spero in un buon inserimento; che Chiara possa trovarsi bene, a suo agio. Penso, infatti, che questasia la cosa fondamentale per iniziare un impegno così importante per tutti ibambini e ancora di più per mia figlia. Spero nell’insegnante, ma soprattuttonell’insegnante di sostegno: spero di trovare lo stesso interesse e la stessapassione ad aiutare Chiara che ho trovato alla scuola dell’infanzia; senzacrearle delle difficoltà e delle differenze nei confronti degli altri bambini.Penso che se un buon numero dei compagni attuali di Chiara, potrà essere conlei anche alla scuola elementare, ciò faciliterà il suo inserimento.
La cosa che più ha aiutato sia me che Chiara in questi anni, penso sia stato il"modo in cui è sempre stata coinvolta in tutte le attività, in tutti igiochi insieme agli altri bambini, pur avendo nei suoi confronti una attenzioneparticolare, un aiuto più diretto.
Vorrei sapere prima quale sarà il programma e il metodo che verrà applicatoper insegnare a Chiara. Non posso immaginare, per come stanno le cose adesso,che possa seguire un programma normale. Non so come la scuola penserà diinsegnare a leggere e scrivere alla mia bambina e non so dove Chiara potràarrivare.
D) Quali sono, al contrario, le sue preoccupazioni, i suoi timori riguardo all’inserimento nella scuola elementare?
R) Ho soprattutto molta confusione dovuta forse al fatto di non conoscere ilprogramma e il metodo. Sono preoccupata non tanto per l’immediato quanto per glianni a venire e mi chiedo: riuscirà Chiara a superare il primo anno di scuola,il secondo, ecc.? Quali saranno le sue reazioni nei confronti del "sofare", "non so fare", "non riesco a fare quello che fannogli altri bambini"?
La paura non è tanto dell’imparare a leggere e scrivere poiché se non imparioggi impari domani o il prossimo anno. Infatti ho visto che fino ad ora è statocosì: magari imparava l’anno dopo, però ci riusciva. Il problema è comeChiara, crescendo, reagirà a questo. Riuscirà a capire che lei è differente,diversa e ciò influirà psicologicamente su di lei? Mi chiedo anche se Chiarariuscirà a stare seduta per quattro ore e fare quello che le dicono; lei èabbastanza ribelle ed inoltre se vede che non riesce a fare qualcosa le viene larabbia.
D) Ecco l’importanza di un colloquio individuale che non esclude, come ripeto, ilmomento assieme agli altri. Come mamma di una bambina con problemi, penso diaver superato molto bene questi anni anche grazie al fatto di stare sempre ecomunque insieme a tutti.
D) Quali contatti ha avuto con la scuola elementare?
R) lo non sono stata chiamata dalla scuola elementare.
Quando sono andata ad iscrivere Chiara, la direttrice non c’era, quindi non hoavuto modo di parlare con lei. In seguito è stata convocata una riunione pertutti i genitori dei bambini che l’anno prossimo frequenteranno la primaelementare, lo ho partecipato e poiché la direttrice ci ha informati che ilnumero dei bambini iscritti al tempo pieno era troppo elevato e, al contrario,gli iscritti al tempo normale troppo pochi per formare una classe, ho dato lamia disponibilità a spostare mia figlia purché il tipo di scuola che sisceglie, sia ciò che va bene per lei. In quella sede, poi, la direttrice mi hachiesto di parlarmi individualmente per assicurarmi che Chiara avràl’insegnante di appoggio.

 

Donne forti e donne e basta DONNE FORTI, DONNE E BASTA

Aida è una donna sulla sessantina, con i capelli bianchi e un fisico
vigoroso e asciutto. vive in una casa modestissima, che da su una strada molto
trafficata: il suo desiderio sarebbe di avere davanti casa un piccolo passo
carraio per potere portare fuori la figlia con la sua poltrona a rotelle.
Angela è una ragazza-bambina di ventiquattro anni; non si muove, non parla,
emette un mugolio continuo che risuona nel registratore come costante motivo di
fondo della nostra intervista. la madre, che è sola, in quanto ha avuto questa
figlia da un uomo che non si è fatto più vedere, la solleva dal divano letto,
la cambia, la imbocca, le prepara tutti i pasti tritati, altrimenti lei si soffoca.

È soltanto una delle otto "voci" che Giuliana Ronzio e Paola Galli,hanno raccolto nel libro "Madre e Handicap" pubblicato da Feltrinellilo scorso anno. Otto testimonianze drammatiche, intense, falsate talvolta dallapresenza di un marito "che parlava per", dall’avere un microfono cheregistrava implacabile le storie quotidiane di queste famiglie. Un anno dopoPaola Galli torna da Ai-da. Stessa casa, stessa strada molto trafficata. Erarimasta d’accordo che sarebbe tornata a trovarla, era uno dei casi che l’avevamaggiormente colpita. "Angela è morta, lasciatemi in pace… non vogliopiù sapere niente!". Una storia tragica, una donna sola, una figliagravemente handicappata,… un rapporto simbiotico con la figlia. Paolo eGiuliana non sono riuscite durante l’intervista ad isolare all’interno del filonarrativo la vita di Aida da quella di Angela "come se questa donna dallapersonalità così spiccata, dal senso di autonomia dall’uomo ben preciso, nonriuscisse proprio a esistere senza que-
sta presenza fissa della figliola". Giusep-pina, losca, Eleonora, Paola,raccontano altre storie. Alcune più serene, altre soltanto diverse. Un mondo di"mamme" protagoniste e possessive, di donne forti. Ma soprattutto didonne… e basta!, non troppo dissimili dalle altre.
Giuliana Ponzio e Paola Galli sono amiche da tempo. Si sono conosciute a scuola,all’Istituto Tecnico Einstein di Firenze, dove entrambe insegnano storia eletteratura. Giuliana, divorziata, ha una figlia, Alessandra, di 28 anni. Haaiutato la madre nella stesura di questo libro anche se in famiglia avevanoreagito un po’ male a questa collaborazione, temendo che il trovarsi a confrontocon tante "storie tristi" avrebbe influito negativamente su di lei,sul suo handicap. Alessandra, infatti, è stata colpita da una tetraparesispastica e questo le comporta una certa difficoltà nello spostarsiautonomamente, nel prendere i mezzi pubblici,…
Tutte barriere che comunque è riuscita a superare, comprese quelle culturali.Alessandra è iscritta alla facoltà di Psicologia ed è in attesa di un figlio.Per Giuliana la presenza dell’handicap in una famiglia deve essere visto insenso emancipante. "Bisogna cercare di vedere l’handicap con degli occhipositivi e per fare questo non può’ essere sufficiente il buon senso, il sensocomune. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente e di ragionare concriteri diversi. Molte madri poi si nascondono dietro al fatto di avere figlihandicappati per cercare di evitare qualsiasi sforzo per loro stesse. Potrebbeessere utile al contrario utilizzare anche strade "più maschili"rivolte a combattere un certo eroismo che ancora arde in molte di queste madri.Non bisogna avere paura di farsi aiutare!
In "Madre e handicap" non si parla di servizi, di struttureassistenziali, non era questo l’obiettivo delle autrici. Il taglio èsoprattutto psicologico, sono numerose le citazioni di Freud nella prima partedel libro ed anche i capitoli che introducono le interviste alle madri sonostate costruiti in base a questi criteri. Quello su "Il rapporto con l’uomo"è stato curato da Paola Galli. 52 anni, Paola abita in un quartiere popolaredi Firenze dove ha sede la comunità di base de L’Isolotto, una delle tantecomunità sparse per l’Italia che si riconoscono nell’area della sinistracattolica. L’intervista a Patrizia è indicativa sul dato comune che le autricihanno riscontrato nel rapporto madre/marito: "Questo rapporto cheattraverso le parole di entrambi, si rivela davanti a noi sereno e affettuoso, eche quindi risulta un elemento rassicurante per lei, nasconde però al suointerno il pericolo di sempre, quello cioè di porre la donna in una posizionedecisamente subalterna. Come non interpretare così le frasi e l’atteggiamentodi Patrizia, che tendono sempre a ribadire quello che Carlo dice? La figuramaschile appare ancora una volta come il canale attraverso il quale vienevissuto il rapporto con l’esterno: la gente, le istituzioni, ecc. ma anchel’elemento determinante del modo come è stato impostato il rapporto tra igenitori e il figlio (sereno e tendente a sdrammatizzare). La fiducia e lostimolo a vivere l’esperienza dell’handicap in modo meno ansioso per la presenzadel marito – sembrano essere pagati da Patrizia con questo ruolo di"spalla", che smorza i suoi gesti e lascia a volte in sospeso, comesfocate, le sue parole ("Lui con questo suo modo… non c’è gusto; ineffetti si parla dei problemi; ma in quanto arrivare a litigare…"); gestie parole che lasciano presupporre una vivacità interiore, una voglia di esserese stessa che abbiamo visto soltanto affacciarsi timidamente qua e là".
Giuliana Ponzio e Paola Galli erano partite dal presupposto che l’handicapcostituisse una formidabile presa di coscienza per uno stravolgimento dei valoritradizionali più triti e conservatori. Non è stato così. Nella maggioranzadei casi l’handicap era solo l’aggravante, la disgrazia imprevedibile, la croce.Ma per Paola Galli non ci si deve arrendere davanti al discorso trainante legatoalla "diversità" dell’essere donna. "Il problema dell’handicapè in parte riconducibile al movimentofemminista. Oggi per le donne le cose sono molto cambiate, e la stradina. Non è lo stesso perl’handicap, ed anche il movimento delle donne deve avere un ruolo in questosenso e non può pensare di arrestarsi proprio ora".
La storia di Paola (non l’autrice del libro) è avvincente e positiva. Ha trefigli di cui una, Claudia, è mongoloide. "Vivo in un mondo dove le personeche frequento non vivono la diversità come un problema…; quando capisci cheun albero può essere dritto o storto, ma è sempre un albero…A quel punto lìè la società inadempientem non siamo noi, io e Claudia".
Ma tu veramente no ti sei sentia mai sola in questa storia?
"Una volta che avevo accettato la bambina e avevo detto che era mia, nonvolevo nessun aiuto. Mio marito era in casa, le voleva bene, ma dai dottori l’hoportata sempre io e forse non perchè lui non lo volesse fare, ma ero io che nonglielo permettevo. Io credo che bisogna avere degli interessi oltre ai figli; ioora ho cominciato a muovermi. A volte ci si fa prendere della pigrizia, dallastanchezza…"
Dai ricatti sentimentali…
"Si, è vero, a volte bastano due giorni; fa bene a loro e fa bene a noi.Quando mi sono assentata per due giorni la scorsa primavera, loro, mio marito edue figlie, sono sopravvissuti".

Tanta fatica per un amore “normale”

Qualche mese fa, sul giornale dell’ aias, ho letto una lettera che mi
ha fatto riflettere: era la richiesta di aiuto di un ragazzo che voleva fare
l’amore.
Esausto ed estenuato dai continui rifiuti di avere, da parte di una donna,
qualcosa di più di una semplice amicizia, era ricorso all’amore a pagamento, e
la sua disperazione era data dal fatto che, dato l’aumentare dei costi, ormai
non poteva permettersi più neppure quello. Le sue parole erano nude e crude e
non lasciavano certo spazio alla fantasia sull’impellenza dei suoi bisogni.

Qualcuno, forse, è rimasto urtato dalla sua franchezza, io, al contrario, hoprofondamente ammirato il coraggio e la forza di una persona che riesce a superare il pudore e la vergogna di parlare dei propri problemi sessuali e dichiedere aiuto quando ne ha bisogno. Mi sentivo impotente e frustrata per nonpoter aiutare questa persona a risolvere un problema comune a molti di noi, eparlando di lui a Lilli, a poco a poco ci siamo accorte che, sia pur in manieragrottesca, il nostro amico era una persona fortunata. A lui, infatti, lasocietà aveva concesso ciò che non concede ad una donna: l’amore mercenario.

DESIDERIO D’AMORE E DIRITTO ALLA SESSUALITÀ

Con questo mi guardo bene dall’auspicare il ricorso alla prostituzione comesoluzione di un problema tanto delicato, ma mi sono chiesta:"in realtàquante donne portatrici di handicap hanno desiderato almeno una volta nella lorovita un uomo da marciapiede, per sentire sulla propria pelle quello che nessunamico può comunicare?" E mi veniva in mente una frase che avevo sentito damia nonna qualche anno dopo la morte del nonno: "Com’è doloroso non averepiù nessuno che ti abbraccia". Parole di cui ho capito il significatoprofondo solo dopo parecchi anni. In un tipo di società come la nostra, cheprivilegia la comunicazione verbale rispetto a quella corporea, e che cidisabitua sempre di più all’uso del nostro corpo, i rapporti sessuali sembrano essere diventati l’unica oasi per chi cercadi andare oltre le parole. E mi sembra che proprio questo sia il punto: l’uomoche scriveva, secondo me, si nascondeva dietro un falso problema. Non era unrapporto sessuale che cercava, ma carezze, tenerezza, affetto.
Da questo punto di vista, noi donne siamo più oneste, perché in genere,abbiamo sempre dichiarato apertamente la nostra ricerca di amore prima ancorache di sesso e che il sesso senza amore difficilmente ci interessa. Ma trovarel’amore, per una donna handicappata è una cosa molto ardua e spesso puòesserci sembrata addirittura impossibile. In un mondo dove le donne fanno agara con gli uomini e sono superefficienti sia sul lavoro che in casa, èdifficile non cedere alla depressione di un confronto, e buttare la spugna. Eforse è ancora più difficile arrampicarsi per uscire da quelle voragini dimiele in cui possono trasformarsi, senza volerlo, le famiglie. Fin troppo spessosono stati denunciati i danni che genitori iperprotettivi hanno provocato afigli handicappati nei riguardi di un problema delicato come il sesso, nel vanotentativo di mettere a tacere degli stimoli e dei bisogni difficili daespletare. E la cosa si fa più pesante quando si tratta di figlie femmine,perché un condizionamento atavico ci ha insegnato che i bisogni sessuali delmaschio sono sani e ne confermano la salute, mentre quelli della femmina sonopassivi e per questo trascurabili. Così la storia ci insegna che i bisognisessuali di una donna non vengono neanche presi in considerazione se non quandoimposti dalla diretta interessata. Ma l’emarginazione della donna continua alivello sociale, infischiandosene dei più elementari diritti di uguaglianza. Ècorsa voce, e come tale la riferisco, data la mancanza di tempo che mi havietato di verificarne l’esattezza, che in uno o più istituti che ospitanoportatori e portatrici di handicap, ai primi vengono pagate le attenzioni di ungruppo di prostitute, mentre dei bisogni sessuali delle seconde non se ne parlaneppure.
E anche quando, facendo forza su se stessa, una donna handicappata rivendica ilsuo desiderio di amore e il suo diritto alla sessualità, si trova davanti unoschieramento di facce stupite che, nel migliore dei casi, consigliano lamasturbazione con la faccia tosta di chi non è minimamente sfiorato dalproblema. Molti uomini possono diventare sensibili amici di una donnahandicappata, ma quanti di questi sono in realtà disponibili, anche solomentalmente, ad andare al di là, e ad entrare nel vissuto fisico di una donnache non risponde ai canoni sbandierati dalla società? Com’è più facilerifuggire da un confronto e relegare una donna "scomoda" nel ruolo disorella e amica!
Ho detto donne, non portatrici di handicap, perché questa è una storia che ciaccomuna ad amiche cosiddette "più fortunate di noi". Qualunque donnache non fa mistero dei suoi desideri e che trasgredisce il suo ruolo di dolceancella, mette in crisi un uomo, e se poi questa donna è anche handicappata,spesso il povero maschio abbandona il campo a gambe levate senza neanche direbuonasera.Ma non cadiamo negli errori di emarginazione che abbiamo condannatofin’adesso, non bolliamo le donne solo come spose e madri, chi ha stabilito chegli handicappati devono essere solo eterosessuali e mirare alla famiglia? Se cidedichiamo a un problema, cerchiamo di vederlo sotto tutte le angolature.
Ricette per un problema così specificatamente personale, non credo ce ne siano.E penso che ognuno debba risolverselo da sé, ma ritengo che il primo passo peraffrontare nel modo giusto un problema, sia quello di capirlo e di chiarirlo ase stessi, e questo si può fare parlandone con chiunque sia disponibile acapire e ad aiutarci, perché è di aiuto che abbiamo bisogno, e non dobbiamovergognarci di chiederlo. Perché attraverso lo scambio di esperienze si possonoapprofondire e superare le proprie paure.

LA MIA È UNA STORIA ANOMALA 

Per una serie di motivi che è inutile analizzare in questa sede, sono sempre vissuta in mezzo a persone cosiddette"normali", ho frequentato "normali" scuole pubbliche, non hoavuto amici con problemi simili ai miei. Non ho preso in mano in prima personail mio handicap, altro che alla verde età di trent’anni. Sono sempre stataabituata, inutile discutere se a torto o a ragione, a sentirmi e ad essereconsiderata una persona normale. E come tale, ho trovato giusto usufruire ditutto quello di cui usufruivano i miei amici: gite, cinema, viaggi, patente adiciotto anni. Non è stata una cosa semplice, ma ci sono riuscita. Ero cosìsicura di me stessa e dei miei limiti, che l’idea che qualcuno potessepreoccuparsi perché guidavo da sola su un’autostrada, non mi ha mai sfiorato lamente.
Quando andavo alle feste dei miei compagni di scuola e mi rovesciavo qualcosaaddosso, mi sentivo mortificata da morire, ma nello stesso tempo non la trovavouna cosa disonorevole, abituata com’ero, a vivere in una famiglia di gente chesi impataccava regolarmente a prescindere dall’handicap o dalla normalità.Facevo tappezzeria e soffrivo da impazzire perché desideravo ballare con questoo quel compagno e non ritenevo giustificata l’esclusione che subivo perché misentivo più carina e intelligente della metà delle altre ragazze. La miaadolescenza è stata un periodo buio e pieno di dolore per il vuoto affettivoche non riuscivo a colmare. È una storia fin troppo comune: se da un lato tuttal’esuberanza della mia crescita come donna, mi portava a desiderare leattenzioni dell’altro sesso, dall’altro mi arrivavano solo fraterne risposte distima. Distrutta da questo stato di cose, sono passata al contrattacco,manifestando in modo chiaro i miei desideri. Le reazioni dei malcapitati inquestione sono state ovviamente di panico, ma anche in quei frangenti, non homai dato più importanza del dovuto, o comunque scaricato la colpa, al miohandicap: avevo preso una buca e stavo malissimo, ma accanto a me la metà delle mie normalissime amiche, spasimava peruominiche non le degnavano di uno sguardo Mi sentivo rifiutata per il mio carattere ocomunque mi era stata preferita un’altra donna, ma mai, neppure per un momento, ho pensato che potesse essere un rifiuto legato esclusivamenteall’handicap. Ognuno ha i suoi mezzi personali per difendersi dal dolore, e questoprobabilmente era il mio. E almeno per me ha funzionato. Ho cominciato a farmi unpo’ di sana autocritica e a cercare di capire cos’era in me che allontanava lepersone: l’aggressività, la durezza, la cultura o chissa cosa, o forse stavoaddirittura bluffando con me stessa e frequentavo uomini che, se da un lato miattiravano, dall’altro non mi interessavano affatto. Insomma, sono cresciutaanch’io come donna, e anche se con molta fatica, ho imparato a capire come girail mondo e qual sono le cose vere che lo fanno muovere, e inevitabilmente hotrovato un mie spazio e il mio personale modo di muovermi all’interno di esso.Ho continuato a prendere buche, ma ho anche imparato a darne. La mia vitaaffettiva e sessuale non è certo stata delle più facili, ho dovuto lottarecontro il perbenismo, e peggio ancora, contro il paternalismo della maggiorparte della gente, che mi ha sempre riversato addosso, senza nessuna richiesta,il pietismo di chi non vuole conflitti con la propria coscienza. Sono crollatatante volte sotto le coltellate psicologiche di chi ha bisogno di deridere ipiù deboli per avere l’illusione di essere più forte, ma non sono morta.L’orrenda realtà di queste persone continua a farmi male e a farmi paura, macostoro vanno per una strada e io per la mia. Sono sempre una donna scomoda eaggressiva, ma ho saputo imporre il rispetto di me come donna, come amante ecome handicappata.

Handicappati all’università: parlano le facoltà

L’ Università dovrebbe essere il luogo in cui vengono elaborati concetti che
diventano patrimonio comune prima degli studenti e in un secondo momento
dell’intera società. Per intenderci lo studente che frequenti le lezioni all’Università
non dovrebbe apprendere soltanto delle nozioni ma usufruire di quelli che sono i
risultati del lavoro di ricerca dei docenti nell’ambito delle loro materie o
anche dei risultati della ricerca fatta al di fuori dell’università.

Questo che dovrebbe essere il compito dell’Università, cioè fornire allo stesso tempo conoscenze e metodi di ricerca, in qualche caso viene disatteso.Succede, per esempio nelle facoltà umanistiche, che qualche docente ripeta nelcorso degli anni praticamente sempre i medesimi argomenti, senza ampliareulteriormente le proprie ricerche; oppure che tratti argomenti tropposettoriali, con la conseguenza di non far giungere i risultati dei propri lavoriad un pubblico sufficientemente vasto, trascurando inoltre altri aspetti chepure sono essenziali nell’ambito della propria materia. Comunque al termine delsuo curriculum di studi lo studente oltre a possedere delle conoscenze relativealle materie trattate ha ricevuto una formazione culturale che travalica il suocampo specifico e che lo accompagnerà anche nelle sue scelte di vita al difuori dell’esperienza universitaria. Quindi l’Università è il luogo dovevengono prodotti e lanciati dei messaggi culturali di vario genere tra i qualidovrebbe essere compreso anche quello riguardante l’handicap e la diversità.Abbiamo detto dovrebbe essere perché anche le facoltà che nel loro ambito distudio dovrebbero inserire un discorso sull’handicap non sempre lo fanno in modo esauriente come dimostrano lerisposte avute dai nostri interlocutori.
A questo proposito vogliamo ricordare le difficoltà che abbiamo incontrato pertrovare dei docenti che ci esponessero la loro opinione sull’idea chedell’handicap e della diversità esce dall’Università. Alcuni dei docentiinterpellati hanno manifestato il loro imbarazzo ad affrontare il tema propostoe altri pur dichiarandosi disponibili a un colloquio non hanno fornito rispostesufficientemente calzanti sull’argomento.
Abbiamo identificato tre facoltà che direttamente o indirettamente affrontano o trattatano del tema dell’handicap! o della diversità. Sono la facoltà di]Medicina e Chirurgia, quella di Magistero col corso di laurea in Pedagogia eScienze Politiche col Dipartimento di Sociologia. Inoltre abbiamo interpellatoalcuni studenti o laureati delle facoltà di Medicina e del corso di laurea inPedagogia che hanno scelto come ambito professionale il lavoro con personehandicappate oppure come specializzazione post laurea in Medicina branche comela neuropsichiatria o la puericultura che con ‘o handicap sicuramente dovrannoconfrontarsi. Inoltre questi studenti o laureati intervistati non hanno solo unaconoscenza teorica di tutto ciò che è l’handicap ma hanno anche rapporti consoggetti handicappati al di fuori dell’ambito lavorativo.

MEDICINA: L’HANDICAP COME PATOLOGIA

Incominciamo dalla facoltà che più ha a che fare con l’handicap, ossiaMedicina. Abbiamo interpellato il preside dì questa facoltà, prof. Salvioli,che, essendo anche il direttore dell’istituto di Neonatologia e Pediatriapreventiva, ci sembrava una delle persone più indicate per rispondere alle nostre domande sull’handicap. Come vive la tematicadell’handicap un esperto studioso di Pediatria? "Noi, assieme agliostetrici, cu-riamd e ci interessiamo della prevenzione o di una diagnosiprecoce dell’handicap e quindi di una precoce riabilitazione. Agli studenti siillustrano e si insegnano queste situazioni ed inoltre abbiamo un rapporto conle associazioni laiche di categoria, come le famiglie dei bambini con sindrome diDown, l’A.I.A.S.,l’A.N.F.F.A.S.,conle quali cerchiamo di affinare maggiormentela prevenzione". Quindi l’handicap è soprattutto oggetto di ricercascientifica e di prevenzione. Noi non auspichiamo certamente una società dipersone handicappate però temiamo che col termine prevenzione (si previenesempre qualcosa di negativo) si dia un’immagine sostanzialmente negativaall’handicap e che si veda l’handicap solo dal punto di vista scientifico e nonanche dal punto di vista umano. L’immagine dell’handicap che possiamo coglierefra la gente è quella di una persona "ammalata", in cui la patologiadel "male" occupa tutta la persona. L’handicap non è un male o unavergogna, ma non per questo riteniamo che il lavoro di ricerca sulle cause deivari handicap sia inutile, anzi pensiamo che sia opportuno e indispensabile eche se è possibile migliorare le condizioni di vita di ogni uomo si deve faredi tutto perché ciò avvenga. A tale proposito ci è sembrato utile sentire ilparere dei laureati o laureandi in Medicina. Concordiamo con quanto ha dettoBruno: "Con prevenire si intende evitare che si verifichi un eventomettendo in atto tutte le misure possibili ed efficaci, perché si consideral’evento come sfavorevole. In questo senso credo non ci sia nulla di negativo, anzi. Negativo è semmai giudicare le persone handicappate riferendosiad un concetto di normalità, una disabitudine a vedere il positivo". Lamancanza di un approccio umano e psicologico all’handicap ci è stato confermatoanche da Alberto: "Non credo sinceramente di poter dire di aver ricevuto unmessaggio sull’handicap: al massimo se ne parla velatamente (sempre comequalcosa di negativo) da un punto di vista puramente scientifico(descrizione-prevenzione)". Carlo ribadisce che "sull’handicappatocome entità, cioè di una persona con un danno che gli impedirà di svolgerequalche attività, la facoltà di Medicina non si esprime". Queste risposteconfermano ciò che abbiamo già detto, cioè che nel curriculum di studi di unmedico manca un messaggio specifico sulla problematica dell’handicap che vienevisto solo come una delle tante patologie da cui l’uomo è affetto. Carlorispondendo ad un’altra domanda ha delineato bene questo concetto: "Per lafacoltà di Medicina il soggetto handicappato è un malato da riabilitare. L’handicap è l’esito di una qualche patologia e i medicitendono a dimenticare gli esiti. Per esempio nel caso di paralisi cerebraleinfantile la persona handicappata è considerata soltanto finché il danno è inevoluzione, ma quando questo ha prodotto le sue conseguenze e la situazione siè stabilizzata essa non rientra più nell’ambito tipico di intervento dellaMedicina". Quest’ultima risposta evidenzia una mentalità pragmatica percui si parla di handicap fino a quando si può fare qualcosa in sensoriabilitativo o preventivo ma non se ne parla più quando l’handicap diventa unasituazione di tutti i giorni. Questo ci sembra il limite del messaggio che lafacoltà di Medicina offre attualmente dell’handicap (quello che si riferisce alvissuto quotidiano del soggetto handicappato) oltre al fatto che questaimpreparazione si riperquote anche sul delicato momento della comunicazione allefamiglie della nascita o della probabile na-
scita di un figlio handicappato. Questa come ci ha detto il prof. Salvioli"è difficoltà di sempre per tutte le attività del medico, una correttacomunicazione con i parenti. Il problema è di far capire con parole semplicicosa succede. Non sempre il medico ha questa facilità di esposizione, nonsempre c’è da parte della famiglia la capacità di comprendere le cose".Questa difficoltà di espressione rischia di portare il medico a semplificarefino a banalizzare le : conseguenze della patologia che ha j scatenato ladisabilità, e da qui anzi- 1 che dire che un ragazzo avrà delle difficoltà motorie o di apprendimento farcapire che non camminerà o non capirà mai nulla il passo è breve. 

L’HANDICAP E PEDAGOGIA: UN TEMA PER SPECIALISTI

II secondo interlocutore della nostra ri- o cerca è rappresentato dal corso di1 laurea in Pedagogia della facoltà di ‘ Magistero. Ci siamo rivolti al prof.A. Palmonari (docente di Psicologia sociale) per conoscere in quale modo
questo corso di laurea affronti il discorso sull’handicap. Come per la facoltàdi Medicina abbiamo integrato le risposte del prof. Palmonari con quelle dialcune pedagogiste da noi interpellate.
Vogliamo ricordare che all’interno del corso di laurea in Pedagogia esiste ilcorso di Pedagogia speciale tenuto dal prof. A. Canevaro e dai suoicollaboratori. Questo fatto provoca delle conseguenze: infatti il prof.Palmonari ha "l’impressione che la presenza del prof. Canevaro con i suoicorsi così dettagliati sull’handicap faccia si che gli altri docenti diPedagogia o che insegnano nel corso di laurea in Pedagogia, non si soffermino ungran che a parlare delle problematiche concernenti gli handicappati. Questaopinione ci è stata confermata anche da tutte le pedagogiste interpellate:secondo Daniela "Non si può pensare che un esame, dato che attualmentesolo il corso del prof. Canevaro riguarda specificatamente l’handicap, riesca adare quella professionalità che poi nel campo del lavoro è richiesta".Elisa ribadisce il fatto che "l’approccio all’handicap all’interno delcorso di laurea in Pedagogia rischia di essere ghettizzato essendo appannaggiodell’insegnamento di Pedagogia speciale e non comparendo poi di fattonell’orizzonte di analisi di altri insegnamenti". Questa forma di delegadel discorso handicap al prof. Canevaro, ci sembra un modo per far si chel’handicap diventi un discorso specialistico che riguarda soltanto un gruppo dilavoro che da anni produce cultura in questo settore. Tale approccioall’handicap secondo noi è piuttosto limitante, anche perché uno degli sbocchioccupazionali di un laureato in Pedagogia è rappresentato proprio dal lavorocon bambini o ragazzi handicappati.
Questa nostra convinzione ci è stata confermata dalle pedagogiste interniate eche da anni lavorano o han-10 a che fare con persone handicap-Date sia fisicheche mentali. Daniela ritiene che "un solo esame lon riesca a dare quellaprofessiona-ità che poi nel campo del lavoro è richiesta ed inoltre troppospesso si ricevono elementi lontani dalla realtà e ci si ritrova intellettualidisoccupati senza una chiara identità professiona-e. Daniela ed Elisa sonod’accordo lei ritenere che "una preparazione su Dase puramente teorica nonè mai in nessun caso sufficiente per la pratica avorativa, e tanto più questoavviene avorando con bambini handicappati". ‘Nella formazione deglieducatori che Dperano nel settore dell’handicap è mportante l’unione tra leconoscenze :eoriche e le abilità pratiche. Nella migliore delle ipotesi lostudente che 9sce dall’Università può sapere tutto dell’osservazione, ma nonsa osservare perché non lo ha mai fatto, e questo vale anche per laprogrammazione, le attività, la comunicazione non verbale". Noiconcordiamo con le indicazioni offerteci dalle due pedagogiste e riteniamo chequesta indicazione concreta parta da chi sperimenta sul campo le teorie studiateall’Università possa essere proposta anche a livello operativo, in quanto"come futuri educatori si è chiamati ad abbandonare quell’atteggiamento didelega che troppo spesso ci accompagna quando si parla dei problemi deglihandicappati".
SOCIOLOGIA: UN’OCCASIONE MANCATA PER L’HANDICAP
Un terzo interlocutore è stato il dipartimento di Sociologia nelle persone deldott. S. Porcu (ricercatore di So-
ciologia sanitaria) e del prof. Sellasi (Sociologia),
Una prima cosa che è emersa dall’incontro con il dott. Porcu è stata una sortadi autocritica per lo scarso interesse che la Sociologia sanitaria ha finorarivolto all’handicap: "Qui in dipartimento sono alcuni anni che cioccupiamo di sociologia sanitaria e abbiamo individuato alcuni campi di ricerca:gli anziani, la famiglia e altri temi, ma è difficile dire perché proprioquesti temi siano stati gli unici ad imporsi.
Una delle ragioni di questo disinteresse è dovuta al fatto che molte ricercheeffettuate dal dipartimento di Sociologia vengono effettuate su richiesta dialcuni committenti, come ad esempio gli enti pubblici. Ciò a nostro avviso èpiuttosto deludente perché la ricerca universitaria non dovrebbe seguiresoltanto le indicazioni di "mercato" anche se deve essere semprecollegata ai problemi reali. Siamo sen-z’altro d’accordo che al continuo aumentodella fascia d’età anziana debba conseguire un approfondimento degli studisull’impatto che questo fenomeno provoca nella società, però in questo modo sicorre il rischio di analizzare soltanto quei fenomeni che sono caratterizzatidai grandi numeri (anziani, tossicodipendenti, ragazzi a rischio, ecc.)tralasciando altre categorie ugualmente deprivilegiate, con meno appartenenti,ma non per questo con meno impatto sull’immaginario collettivo.
A questo proposito il prof. Sellasi che collabora ad una ricerca (che si svolgein Canton Ticino) riguardante proprio l’immagine che dell’handicap si forma lacollettività, ci ha detto: "Sono state fatte ricerche per esempio sullebarriere architettoniche, però non sono state fatte ricerche sugli ostacolipsicologici. Qui diventa molto più problematico conoscere ciò che realmentepensa la gente, la quale alle nostre domande risponde dicendo quello che sidovrebbe fare e non ciò che realmente pensa dell’handicap. (…) Noi siamoinvece convinti che di fronte all’handicap ci siano proprio delle barrierepsicologiche e culturali molto più grandi e che permangono molto più a lungodi quanto non permangono le barriere architettoniche".
Questo discorso è in sintonia con ciò che abbiamo sempre sostenuto riguardo ailimiti culturali che l’Università dimostra di avere nei confronti deglistudenti handicappati che vi si iscrivono.
Ma veniamo alla domanda fatta al dott. Porcu: il dipartimento di Sociologia hamai cercato di costruire e di proporre un messaggio sull’handicap? "Noncredo che questo messaggio sia mai stato lanciato in modo organico sia a livellodi ricerca che di scuola culturale, fatte salve iniziative, esperienze di gruppoo individuali che ci possono essere. Sicuramente l’handicap è uno degli aspettiche più sono stati oggetto di rimozione anche nelle scienze sociali".
La rimozione di cui ha parlato il dott. Porcu provoca inevitabilmente ilpregiudizio così come è anche vero il contrario: che i pregiudizio provoca ocausa la rimozione. Così dicendo siamo tornati al tema delle barriere culturalidi cui sicuramente il pregiudizio è una delle principali cause. Tale opinioneè risultata anche dal colloquio con il prof. Ricci Bitti (direttore delDipartimento di Psicologia) il quale ritiene che "i limiti culturali sonomolto evidenti. È sulla base di una sostanziale ignoranza che nasce, cresce esi nutre il pregiudizio, che è quello che spesso fa associare la disabilitàfisica con il ritardo mentale: c’è un danno motorio o sensoriale e quindi ètutto danneggiato". Esistono o possono crearsi dei rimedi ad una situazionedi questo genere? "Questo tema – sostiene il prof. Ricci Bitti – puòessere affrontato e uno dei modi migliori per farlo è sempre quellodell’informazione, anche se non è sufficiente: l’informazione agisce sullivello dell’atteggiamento, del pregiudizio, ma questi hanno anche altrilivelli, che sono emotivi, comportamentali, su cui l’informazione pura esemplice non ottiene grandi effetti. Effetti su questi livelli si ottengono conle esperienze concrete".
A proposito di esperienze concrete il doti. Porcu ci ha confermato che la
presenza di uno studente handicappato in un suo seminario è stata "unbagno dì realtà". "La presenza di un handicappato durante unseminario sulle politiche sociali fu l’irruzione dei problemi reali dentro ilseminano e quindi ci costrinse proprio ad una concretezza molto maggiore diquella che probabilmente ci sarebbe stata senza la sua presenza. Ciò dimostraancora una volta che ogni studente handicappato o non handicappato ha in sé unpatrimonio culturale. Tale patrimonio culturale, secondo il dott. Porcu puòessere recepito e sfruttato dall’Università in quanto "nell’ambitouniversitario le barriere culturali sono abbastanza aggredibili. (…) Per altriambiti, diciamo di vita quotidiana, sono portato ad essere molto meno ottimistaperché mi sembra che proprio il mutamento culturale di questi ultimi anni vadain dirczione del tutto opposta rispetto a quella che può consentirel’integrazione del portatore di handicap. La stessa espio-
sione della cultura del corpo degli ultimi 10 anni, l’individualismo spinto, ilnarcisismo dilagante sicuramente non sono compatibili con una socializzazione,una integrazione del portatore di handicap".
Noi concordiamo pienamente con questa analisi che riguarda l’ambito della vitaquotidiana, ma ci chiediamo se questa cultura non ha influenzato in qualche modoanche la stessa Università che invece secondo il dott. Porcu ne sarebbe rimastaindenne. Il discorso che le barriere culturali dovrebbero essere più fragili inambito universitario vale soprattutto per quelle facoltà in cui la presenza distudenti handicappati è stata maggiore e forse non a caso sono quelle diLettere e Scienze Politiche, mentre non ci sentiamo di estendere questaconsiderazione anche ad altre facoltà che finora o non hanno mai sperimentatola presenza di studenti handicappati oppure hanno avuto presenze moltosporadi-che. Proprio le facoltà in cui esiste l’immagine dello studente un po’più
"scalcagnato" sono quelle in cui anche gli studenti handicappati hannotrovato più possibilità di integrazione mentre laddove esistono modelli distudente "perfetto" non c’è neanche questa disponibilità alla loroaccoglienza. E ALLORA?
A quali considerazioni finali possiamo giungere dopo questa ampia analisi dellevarie situazioni nelle diverse facoltà? La facoltà di Medicina non parla dihandicap se non dal punto di vista patologico; il corso di laurea in Pedagogiadelega ad un unico docente quasi tutto il lavoro sull’handicap; il Dipartimentodi Sociologia non si occu-
pa del discorso handicap nemmeno con la Sociologia sanitaria; il Dipartimento diPsicologia non collabora con le facoltà universitarie relativamente ai problemiche l’iscrizione di uno studente handicappato provoca all’interno di unafacoltà. Quindi la nostra domanda "qual’è l’immagine che l’Universitàoffre dell’handicap" è rimasta senza risposta. L’Università nel suoinsieme escludendo la felicissima isola rappresentata dal dipartimento diScienze dell’educazione non produce, nemmeno nelle facoltà che possono essereinteressate a questo discorso, una cul-
tura dell’handicap. Resta un discorso per pochi specialisti e attuato in terminipuramente scientifici. Quello che invece vorremmo diventasse un dato acquisitoè che l’handicap non riguarda solo gli addetti al settore o chi lo vivepersonalmente, ma la persona handicappata è portavoce di un patrimonioculturale che non deve essere perso perché interessa ogni uomo. Ma è proprio aquesto punto che i limiti culturali evidenziati dal nostro lavoro emergono piùrilevanti: alla persona handicappata, come agli altri esponenti delle categoriedeprivilegiate, vengono assicurati i mezzi per esprimere il proprio patrimonioculturale?