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Autore: Nicola Rabbi

La danza-disabili: colori, luci, pennellate ed emozioni

La mia formazione, sia nell’ambito della danza che della psicologia, mi ha portato a cimentarmi nell’insegnamento della danza ad alcune persone disabili.
Le persone con le quali faccio questa attività hanno diversi gradi e tipi di disabilità, spesso anche abbastanza invalidanti sia sul piano fisico che mentale, che però non toglie l’entusiasmo con il quale cercano e aspettano il momento di “ballo”.
La danza è una parte fondamentale della mia vita e, per me, è paragonabile a un quadro di una corrente artistica, che si rifà a esercizi, precisione, coordinazione, linee, espressività e determinazione a pretendere il massimo.
Con i disabili di questo gruppo il lavoro che si fa è paragonabile a una corrente artistica che parte dagli stessi materiali, ma punta a un quadro il cui effetto è dato da accostamenti differenti, pur utilizzando gli stessi elementi di base.
Non si può dire che una corrente sia meglio dell’altra. Linee, colori, luci, ombre, pennellate… Elementi essenziali che si realizzano tramite tecniche diverse, che però riassumono l’espressione dell’artista e ne trasmettono in un modo o nell’altro quello che ha dentro.
Ciò che si ottiene in entrambi i casi lascia un’emozione, permette di cogliere qualcosa che, talvolta può essere riconducibile a un soggetto-oggetto ben definito e, altre volte invece a un’impressione più astratta, meno definita, che richiede che entrino in gioco modalità di mettersi in contatto con la tela e con l’espressività dell’artista partendo da un qualcosa di percettivamente istintivo.
Nell’attività con i ragazzi mi sento di partire da due estremi: da un lato i colori, quando sono ancora sulla tavolozza, e dall’altro l’effetto finale del quadro, quando guardandolo, a volte senza un motivo per così dire “conscio”, ci si emoziona. Ecco da cosa parto: colori primari ed emozioni.
In termini “danzerecci”: movimenti semplici e divertimento.
La mia lezione si svolge così: innanzitutto un saluto caloroso a tutti, uno ad uno, modulando lo scambio sulla base di chi ho davanti. Una delle cose più belle è il ri-trovarsi, così come il ripetere in modo quasi rituale battute o gesti di complicità e di affetto.
Dopodichè tutti in cerchio e via con la musica! (bella alta, deve dare energia!). Si parte a riscaldare tutto il corpo, cercando il più possibile l’isolazione delle singole parti, in modo tale da iniziare a sentirsi, percepirsi, ri-conoscersi. Ciò su cui premo durante il riscaldamento è che tutti provino a fare i passi. Mi avvicino a ciascuno di loro per aiutare ed eventualmente modulare insieme il movimento, chiedendo prima e poi cercando, con delicatezza non intrusiva, di guidare il loro corpo. Che soddisfazione quando, dopo qualche volta, riescono da soli!
Una cosa a cui tengo, forse con un’ottica più psicologica e psico-educativa, è solidificare la loro consapevolezza della parte destra e sinistra del corpo che, oltre a essere propedeutica alla creazione stessa dei movimenti, può permette loro di raggiungere una maggiore autonomia nella quotidianità. Successivamente decido gli esercizi e le coreografie da fare, in genere richiamando i passi fatti durante la lezione e lasciandomi guidare dal clima, dall’umore del gruppo e dal numero di persone presenti. Ai ragazzi in carrozzina riservo movimenti mirati a esercitare maggiormente resistenza, forza e allungamento, ovviamente calibrati sulla base delle loro capacità.
Quando poi arriva il momento del ballo libero, è un vero scatenarsi! Tutti in cerchio a incitare chi  (uno dopo l’altro) diventa il protagonista. Io porto in centro e ballo con ciascuno di loro, ma qui sono loro che possono avere l’inventiva e l’iniziativa! Io li seguo e accetto a specchio le loro evoluzioni, alcune volte guidandoli a variare eventuali schemi ripetitivi, altre stimolandoli a sperimentarsi  incentivati non solo da me, ma da un contesto meno richiestivo e più spensierato.
Alla fine c’è il momento del “respiro” dove ci rilassiamo respirando con calma, con l’obiettivo di riportare a livelli adeguati anche l’eventuale sovra-eccitazione data dal movimento, seguendo una musica pacata e proponendo movimenti più lenti e distensivi (ma non meno difficili da seguire!).
Ciò che trovo impegnativo nella mia esperienza è motivare i ragazzi al movimento: a un movimento consapevole (che lo rende già di per sé più preciso) e di continuare a esercitarlo anche mentre mi soffermo su ognuno di loro per aiutare nell’esecuzione.
Essenziale è dare punti di riferimento, metafore e rinforzare ogni piccolo risultato. Non solo per raggiungere la precisione del movimento, ma anche per arrivare a capire qual è l’obiettivo ideale, averlo in testa, oltre che davanti agli occhi. Senza dimenticare di cercare di divertire e divertirsi, di ironizzare e di creare un gruppo affiatato e collaborante.
Anche chi magari tende più di altri a “perdersi” e si isola un po’ in movimenti ripetitivi e poco finalizzati (come dondolamenti delle braccia o del bacino), risulta un ottimo spunto per la lezione, perché mi permette di richiamare esattamente quei movimenti e renderli adeguati e finalizzati. Riferendoli anche in modo scherzoso direttamente al diretto interessato (“e adesso il movimento preferito di…”), si riesce ad agganciare la loro attenzione e di conseguenza la loro partecipazione e “presenza” all’interno del gruppo.
Pur traendo molta energia e soddisfazione da quest’ora di ballo, non è facile seguire tutti, non è facile catturare e mantenere l’attenzione, la motivazione all’impegno e alla concentrazione, non è facile trovare passi fattibili e modellabili su tutti. Un elemento importantissimo per la riuscita di tutto ciò è la compresenza alla lezione di operatori-educatori che affiancano i ragazzi e aiutano a svolgere al meglio l’attività, spalleggiandomi nell’affrontare le difficoltà sia di attenzione che di movimento e mantenendo sempre alto il morale del gruppo.
Ed è così che si arriva a un quadro di movimenti, colori e luci che lascia, in chi osserva, un sorriso, una bella sensazione. Data forse da quel braccio che doveva essere teso ma non lo è? Data da qualche “inghippo” di gambe in più? Può darsi, ma rimane il fatto che risuona di entusiasmo e gioia, ed è piacevole lasciarsi risuonare ed emozionare da tutto ciò.

Il Teatro Oltre il Silenzio: le avventure di un Pinocchio accessibile

Si può raccontare a teatro una favola accessibile a tutti i bambini, anche a quelli con problemi sensoriali? L’Associazione romana Li.Fra, nata nel 2009 dall’incontro tra diverse personalità appartenenti al mondo dello spettacolo e del sociale, ha risposto a questa domanda dando il via al progetto “Teatro Oltre il Silenzio”, che, in collaborazione con l’Associazione di Viterbo CulturAbile Onlus, ha utilizzato le tecniche di LIS (Lingua Italiana dei Segni), Respeaking (sottotitolazione in tempo reale), Audiocommento e Sovratitolazione, per portare a teatro la storia di Pinocchio. Le avventure del piccolo burattino di fronte a un pubblico integrato di bambini normodotati, non udenti e non vendenti.
Una ricerca inclusiva sperimentale, in Italia unica nel suo genere, su cui abbiamo intervistato Lisa Girelli, presidente di Li.Fra e Saveria Arma, presidente di CulturAbile.

Come ha preso avvio il percorso di Teatro Oltre il Silenzio?
LISA GIRELLI: L’origine di Teatro Oltre il Silenzio è stata quasi casuale perché nata da un’informale chiacchierata con un amico, Marco, anche lui teatrante e divenuto sordo a causa di un  incidente, durante la quale si lamentava con me del fatto di non poter più accedere, con la stessa frequenza e qualità, alla maggior parte dei prodotti culturali in circolazione nel nostro paese, sia che si trattasse di film o di spettatoli teatrali. Io e gli altri attori che ora fanno parte di Teatro Oltre il Silenzio eravamo già una compagnia con un proprio circuito e così a Marco è sembrato subito naturale lanciarci una sfida, quella cioè di provare a rendere i nostri spettacoli accessibili a tutti, con una particolare attenzione alle persone affette da sordità e cecità. Da lì è iniziata anche la sfida di Li.Fra e la collaborazione con strutture sanitarie, associazioni di volontariato e enti pubblici che ci ha permesso di sperimentare e produrre una serie di spettacoli inizialmente rivolti ad adulti normoudenti e non udenti, capaci di affrontare diversi generi e tematiche, dalla commedia brillante Il paradiso può attendere (2009) all’impegnativo e drammatico From Medea (2010).

Pinocchio. Le avventure del piccolo burattino è invece il primo spettacolo che Teatro Oltre il Silenzio rivolge ai bambini. Si tratta di una scelta legata alla vostra ricerca attoriale o, anche in questo caso, il seguito di un incontro?
LISA GIRELLI: Direi che si è trattata più che altro di una scelta naturale. Il gruppo lavorava già da tempo nell’ambito del Teatro Ragazzi e a contatto diretto con i bambini nei laboratori scolastici, così abbiamo semplicemente pensato di riadattare all’occasione un testo esistente a cui già ci stavamo a lungo dedicando.
In questo caso però, a differenza dei nostri primi spettacoli come From Medea, in cui l’integrazione tra la parte recitativa e tecnica era più essenziale, qui, grazie all’aiuto di CulturAbile abbiamo inserito e sperimentato l’uso di nuove tecniche e nuovi linguaggi, dalle tecniche di LIS (Lingua Italiana dei Segni) e Respeaking (sottotitolazione in tempo reale) a quelle di Audiocommento e Sovratitolazione, con l’aggiunta di fumetti e immagini, che ci hanno permesso di rendere accessibile lo spettacolo contemporaneamente a un pubblico di bambini non udenti e non vedenti.
L’obiettivo, per nulla facile, era quello di inglobare tutti questi linguaggi come un corpo unico nello spettacolo.

Una prova decisamente impegnativa, anche perché il teatro è già per sua natura l’arte accessibile per eccellenza, basti pensare al suo rapporto costitutivo con la comunicazione preverbale… Come sventare, in quest’ottica, il rischio della sovrabbondanza dei linguaggi in uno spettacolo come Pinocchio?
LISA GIRELLI: Questa è stata esattamente l’impasse in cui, inevitabilmente, i tecnici e gli interpreti di CulturAbile e gli attori di Li.Fra si sono maggiormente scontrati e su cui abbiamo cercato di trovare una mediazione condivisa, a rispetto della totale comprensione del pubblico da un lato e della qualità artistica dall’altro, che è fatta non solo di tecnica ma anche di evocazione e di poesia.
La vera forza di questo progetto è stata iniziare avendo tutte le carte in mano.
Tutti sapevamo che il teatro è già di per sé accessibile, che le sue componenti interne devono scontrarsi, che è dall’attrito che nascono le scintille e che solo alla fine si va a limare. Non bisognava, quindi, creare un di più. Ci sono voluti nove mesi di studio e ricerca, in cui ci siamo incontrati con chi la disabilità la vive di persona e con diverse associazioni, in particolare con CulturAbile, dove abbiamo conosciuto persone creative e aperte. Tutti hanno sposato completamente la natura del progetto, la necessità di non invadere il campo dell’altro e all’occorrenza di compensarlo. Dove per esempio la nostra voce non poteva bastare a dipingere l’opera per i bambini non vedenti sono state inserite delle cuffie, che davano loro la possibilità di ascoltare un commento narrativo e più descrittivo capace di orientarli al meglio nella fiaba e, allo stesso modo, dove non arrivava il sovratitolo per i bambini non udenti arrivava l’elasticità del corpo dell’attore.

Cecità e sordità presentano problematiche differenti come avete fatto dal punto di vista teatrale a lavorare su entrambe?
SAVERIA ARMA: Abbiamo lavorato insieme su due fronti, quello della sovratitolazione e dell’audiodescrizione in modo non tradizionale.
Di solito queste tecniche forniscono un’informazione asettica ed esente da commenti e giudizi mentre noi, all’opposto, abbiamo cercato di audiocommentare non in un’ottica soggettiva ma narrativa, cercando cioè un equilibrio tra descrizione e narrazione. Si tratta di un metodo che unisce la tecnica di Respeaking (sottotitolazione in tempo reale) a quella dell’audiocommento e della sovratitolazione tradizionali. In Italia è un metodo ancora poco conosciuto mentre molto diffuso negli USA. Per quanto riguarda i bambini ciechi pur avendoli dotati delle comuni cuffie, abbiamo introdotto un altro personaggio, un vecchio nonno che fa da voce narrante. In questo modo l’aspetto descrittivo così come quello evocativo è stato affidato agli attori che hanno lavorato sul copione e sulla descrizione delle battute. Il grillo parlante, invece, è un personaggio che con il suo corpo parla e al contempo descrive utilizzando parte degli strumenti della LIS (Lingua Italiana dei Segni). In questo modo non si isola il bambino cieco e al contempo si dà un valore aggiunto a chi ci vede, agendo come un vero e proprio strumento di integrazione per i bambini disabili e normodotati.
Il lavoro sulla sovratitolazione è stato più semplice, anche se ha dovuto tenere conto di vari aspetti come per esempio il ritmo, dovendo adattarsi al tempo di lettura dei bambini che è sempre diverso da quello degli adulti. Inoltre a ogni personaggio è stato assegnato un colore che ne ricalca la personalità e intorno a lui disegna un’atmosfera, una tecnica diffusa per i non udenti già utilizzata da Li.Fra in From Medea.
I fumetti cui accennava Lisa, oltre che cartelli e insegne, fanno parte del tentativo di arricchire il sovratitolo creandovi intorno un contesto fantasioso, che così si trasforma in un elemento scenico oltre che di scrittura.
Oltre al grillo poi, anche gli altri attori accompagnano la loro recitazione con linguaggio dei segni, anche se non è il linguaggio dei segni vero e proprio. La LIS, infatti, lo dice il nome, non è un linguaggio ma una lingua dove non si parla di “gesto” ma di “parola-concetto”.
Quello utilizzato in Pinocchio è piuttosto un “linguaggio segnato” dove il mimico non corrisponde direttamente alla parola. Inizialmente per gli attori è stato molto complesso interagirvi perché sono passati da un condizionamento espressivo forte dato che, per vocazione, la Lingua dei Segni è molto teatrale.

Quali sono state le reazioni dei bambini disabili e quali quelle dei normodotati?
LISA GIRELLI: Un po’ di paura c’è sempre, sia per chi aveva bisogno di strumenti accessibili che per chi non ne aveva bisogno. Superata la prima parte i normodotati non si accorgevano più di nulla e si sono abbandonati completamente allo spettacolo. Per arrivare poi a rompere appieno le barriere, facciamo in modo di essere molto presenti in platea, i bambini sono seduti per terra e noi siamo lì, che passiamo in mezzo a loro e li stimoliamo anche dal punto di vista tattile con diverse sorprese…
Ricordo poi un episodio. Durante una replica a Seregno (MI), un bambino sordocieco nel momento in cui è entrata in scena la Fata Turchina si è alzato e ha cominciato a girare lentamente su se stesso come in una danza sognante. Questo è accaduto perché i bambini sordociechi percepiscono subito i cambi di atmosfera e ci restituiscono immediatamente la loro percezione.

SAVERIA ARMA: Per quanto riguarda lo spettatore udente, da parte dei bambini scaturisce subito una grande curiosità mista a un desiderio di emulazione con una partecipazione emotiva molto ampia.
Più che i bambini tuttavia il problema sono gli adulti che restano ambivalenti o prevale un senso di fastidio o una grande apertura nei confronti di una nuova possibilità espressiva.
Il processo di integrazione non si è ancora concluso, così come alcune questione tecniche, come capire dove il sovratitolo può essere il corrispondente del segno o ometterlo…
La sfida è oggi quella di portare parallelamente avanti questo tipo di lavoro, da testare di volta in volta su pubblici sempre diversi.

LISA GIRELLI: Il vero lavoro comincia adesso!

Per informazioni:
Lisa Girelli
Associazione culturale Li.Fra
Via Ostiense 71/A
00154 Roma
Tel./fax: 06/99.70.57.56
lisagirelli@yahoo.it
www.lifraweb.com

Saveria Arma
CulturAbile Onlus
Via dei Maratoneti snc
01028 Orte (VT)
info@culturabile.it
culturabile@gmail.com
www.culturabile.it 

Disabile? Che scandalo!

Ancora una volta lo spunto di riflessione mi viene suggerito da un fatto di cronaca. “Non vorrei mai che mio figlio vedesse bambini handicappati, potrebbe rimanere traumatizzato”, questo avrebbe detto una mamma, giornalista, ad alcuni colleghi, parlando del figlio che frequenta l’asilo nido. Sì, l’asilo nido: nell’età, dunque, in cui si è vere e proprie “spugne”, che raccolgono tutte le informazioni e gli stimoli nuovi che provengono dal mondo circostante. Quella dovrebbe essere l’età migliore per imparare la convivenza col “diverso”, per farlo divenire “normale”. Nel modo più naturale che esiste, ovvero nel processo di apprendimento del mondo circostante di un bambino piccolo. Io stesso vedo come i figli dei miei amici, in mia presenza, si divertano in modo del tutto spontaneo ad arrampicarsi sulla mia carrozzina, sulle ruote, non mostrando il minimo stupore o imbarazzo per la mia “trasparente diversità”, anzi, comportandosi con una tale spontaneità che conferma le teorie rousseauiane del “buon fanciullo”. Questi bambini percepiscono la diversità come una semplice caratteristica, senza darne un giudizio di valore. Solo col tempo, la vita in una società che ne condiziona il giudizio li porta a formulare categorie differenti, che li conducono a una classificazione più superficiale di categorie diverse di individui. Non credo che, in questo caso, si tratti della volontà di una madre di risparmiare traumi al figlio. Sono paure profonde, dovute, come lo sono molte paure immotivate, all’ignoranza. Questa mamma tenta di esorcizzare qualcosa che teme, probabilmente perché non lo conosce. Ritengo che si possa definire una forma di vergogna alla Sartre. In una società che ci impone il falso mito della perfezione, estetica e non solo, l’uomo non si scontra più solo con la propria coscienza, ma con una forma di coscienza collettiva. È il confronto con uno stereotipo artificiale che ci causa timore, senso di inadeguatezza, paura per tutto ciò che si discosta dal canone socialmente riconosciuto. La vergogna di sé e del prossimo può essere costruttiva se giustificata da un comportamento che si scontra con la nostra coscienza, che è quella che governa il nostro agire retto. Certamente, per non farci fuorviare, la coscienza deve essere correttamente istruita, altrimenti diviene un metro di giudizio dell’azione completamente falsato. Ma se la coscienza è retta, essa giudica per il meglio. Quando, invece, la nostra coscienza incontra il giudizio altrui, se è debole e poco allenata al giudizio proprio, si fa fuorviare da una serie di timori. Come dice Sartre, l’Altro irrompe con forza offuscando l’orizzonte libero dell’Io, della coscienza riflessiva. “Con l’apparizione di altri, sono posto in condizione di portare un giudizio su me stesso come su un oggetto, perché come oggetto mi manifesto ad altri”. La vergogna per Sartre è dunque riconoscimento: “Io riconosco di essere come altri mi vede”. Guardando con gli occhi di un bambino, invece, capiremmo davvero come la diversità non sia percepita come un limite dall’uomo, per sua natura. La diversità è quanto di più innato possa esserci: se pensiamo alla natura, vediamo come la biodiversità sia stato l’elemento che ha garantito cibo ed energia in tante zone della Terra, permettendo di salvaguardare specie vegetali e animali che, altrimenti, l’appiattimento genetico avrebbe reso deboli e portato all’estinzione. Anche il linguaggio che, pian piano, i bambini apprendono, favorisce il definirsi del concetto di diversità. Infatti, un linguaggio diverso è espressione anche di una diversa visione della vita. Nella Bibbia, per dire che Adamo riceve da Dio il dominio sulle altre creature terrestri, si legge: “Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Genesi 2:20-21). Anche nell’antica Grecia il nome aveva un significato particolare. Nominare le cose significava dare ordine al mondo, conoscere le cose, classificare i concetti. Le divinità si potevano invocare solo se se ne conosceva il vero nome. Nell’Antico Testamento Dio non è nominabile, proprio perché non è conoscibile, l’uomo non può “farlo suo”. Gesù cambia il nome di Simone in Pietro, quando questi diviene suo Apostolo. Ancora oggi, anche in alcune zone d’Italia, si usa chiamare le persone con un nome che non è lo stesso di quello registrato all’anagrafe, per “ingannare” gli spiriti malvagi, invidiosi della felicità umana. Dunque, quando un bambino impara il nome che viene comunemente dato alla disabilità, allora ne percepisce l’esistenza. Finché non gli si impone un nome per definire la diversità, anche se percepita, il fanciullo non la considera comunque come qualcosa di anomalo. Anche perché, nei termini generici di “disabilità” e di “handicap” c’è un mondo intero di diversità. Raramente una disabilità viene chiamata col suo nome, proprio perché, appunto, non la si conosce. Si generalizza, segno di grande superficialità nell’approccio. Ogni persona è diversa, ma lo è anche ogni disabile: nessuno ha le stesse caratteristiche di un altro, sia esso “normodotato” o affetto da handicap. Dunque, che radici ha lo “scandalo” visto da questa mamma? Skàndalon significa ostacolo, inciampo. Per questa mamma l’handicap del compagno di asilo del figlio costituiva evidentemente un ostacolo morale. Nell’antica Roma, la pietra dello scandalo si trovava di fronte alla porta maggiore del Campidoglio. Dovevano sedercisi sopra coloro che avevano contratto dei debiti e non erano in grado di onorarli, dunque dovevano cedere tutti i loro beni ai creditori. Fatta questa pubblica ammenda, la colpa era ritenuta estinta e dal quel momento i creditori non potevano più rivalersi su di loro. Fu Giulio Cesare, si dice, a introdurre questo tipo di pena per sostituire una delle Leggi delle XII tavole che autorizzava i creditori a uccidere o ridurre in schiavitù il debitore. La carrozzina è come la pietra dello scandalo: l’handicap, in tutta la sua trasparenza, denuncia senza falsità e omissioni una condizione, una debolezza umana. Le persone “normali” hanno limiti talvolta ben più gravi, ma quasi sempre meno evidenti. Non siedono sulla pietra dello scandalo, dunque i loro limiti passano inosservati. Ma non per questo essi sono sanati: se non hanno nome, significa che non sono noti, non che non esistono. Dunque sarebbe opportuno che, fin da piccoli, i bambini si rendessero conto che ciò che più si teme è ciò che non si conosce, non ciò che è sotto gli occhi di tutti: chi non si nasconde ha in sé tutta la forza della schiettezza, dunque non può fare paura. I genitori che tentano di nascondere tutto ciò ai figli, questi sì, fanno paura.

Keith Haring (non) ha il senso del limite

“Il mio disinteresse verso i prodotti finiti e  le ‘affermazioni definitive’ illustra quest’idea”.
(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 39)

Il perimetro
“Sto sperimentando fisicamente il perimetro di un certo spazio. Dopo che ho segnato un certo spazio e creato un bordo, o dei confini, sono fisicamente consapevole dei miei limiti. Ho creato i miei confini e il mio spazio. Poi inizio a lavorare da una certa area e ci costruisco sopra finché ho riempito o preso in considerazione tutto lo spazio precedentemente delineato”.
(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 37)

Niente, come il concetto di limite, può descrivere meglio l’arte di Keith Haring.
Limite come spazio circoscritto, come contenitore, come opportunità.
A partire dalle esperienze artistiche che vedono Haring riempire di disegni le metropolitane newyorchesi.
“Non ricordo come ho iniziato a fare disegni nella metropolitana. Ricordo quando ho iniziato, ma non il perché. Ricordo solo un pannello perfettamente vuoto che sembrava il posto ideale per realizzare un disegno così ho comprato un gessetto e mi sono messo a disegnare”.
(Christina Clausen, L’universo di Keith Haring, documentario, Italia, Francia 2007)

Quasi come se l’atto fosse più importante del contenuto, un’energia incontenibile lo spingeva a riempire quegli spazi vuoti con segni semplici ma che catturavano l’attenzione dei passanti.
Nel pubblico e nella verifica immediata del valore del suo lavoro si trova una delle motivazioni che lo muovono a continuare nonostante il rischio di venire arrestato o multato.
Le persone che incontrava per strada o in metropolitana, in fondo, difficilmente entravano in un museo, in questo modo Haring riusciva a portare il museo da loro, allargando il limite della fruizione artistica.
Alle persone che gli chiedevano perché lo facesse rispondeva che non era per soldi bensì perché tutti potessero goderne.
Quel disegno, in fondo, riempiva un vuoto, fisico e culturale.

Il rapporto con il pubblico rimase sempre l’orizzonte della sua arte.
“Definire la mia arte equivale a distruggerne lo scopo. L’unica definizione legittima è la ‘definizione individuale’, l’interpretazione individuale, un’unica risposta personale che può solo essere considerata in quanto opinione. Nessuno sa qual è il significato definitivo della mia arte perché non c’è”.
(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 36)

Le opere di Haring si possono coniugare solo alla prima persona singolare.
Parlano un linguaggio universale, comprensibile a tutti però in modo assolutamente personale, soprattutto perché, come dice lui, la sua arte non ha significato se non quello che ognuno di noi gli attribuisce.
Attraverso le sensazioni provate, l’identificazione o il rifiuto dei modelli proposti e per ciò che producono negli spettatori che le guardano.

“I miei dipinti, di per sé, non sono importanti come l’interazione tra le persone che li vedono e le idee che portano con sé quando non sono più in presenza del mio lavoro – i pensieri e le emozioni che ho provocato in loro come risultato del loro contatto coi miei pensieri ed emozioni visti attraverso la realtà fisica di immagini/oggetti”.
(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 39)

Rischiando a modo suo
L’evoluzione artistica di Keith Haring è descritta, involontariamente, nei diari nei quali raccoglie pensieri e riflessioni. È tra quelle parole che l’ho incontrato e conosciuto, che ho cominciato ad amare il suo modo di essere artista, i suoi dubbi e le sue affermazioni, è lì che ho seguito, con interesse da esploratore, il tema del limite come filo conduttore della sua vita.
Prova ne è anche ciò che scrive nel 1977 e che apre la collezione dei suoi diari.
Dopo aver scorrazzato in autostop per tutta l’America, torna a Pittsburgh e si iscrive all’università per poi, poco dopo, trasferirsi a New York.
Scrive, il 29 aprile 1977:
“Questo è un momento triste… è triste perché sono di nuovo confuso, o forse dovrei dire ‘ancora’? Non so quello che voglio né come ottenerlo. Mi comporto come se sapessi quello che voglio e sembra che mi stia muovendo rapidamente in direzione della meta, ma quando arrivo al punto non so neppure cosa sia. Credo che dipenda dalla paura. Ho paura di sbagliare. E credo di aver paura di sbagliare perché mi confronto continuamente con gli altri, con le altre esperienze, con altre idee. Invece dovrei guardare a tutte queste cose in prospettiva, senza far paragoni. Continuo a mettere la mia vita a confronto con un’idea o un modello di vita completamente diverso. Invece dovrei fare affidamento alla mia vita soltanto, perché ogni esistenza ha aspetti positivi e negativi. Ognuna è autonoma, l’unico merito di chi si è guadagnato la mia ammirazione o ha suscitato in me il desiderio di imitarlo è stato quello di avere corso un rischio, rischiando a modo suo. È cresciuto attraverso diverse situazioni e ha toccato picchi di felicità e infelicità. Se cerco continuamente di modellare la mia vita su quello di qualcun altro, finisco per sprecarla riproducendo le cose per puro e vacuo spirito di accettazione. Ma se vivo la vita a modo mio e faccio in modo che gli altri [artisti] mi influenzino solo come riferimenti esterni o come punti di partenza, posso costruire una consapevolezza ancora maggiore invece di restarmene qui inattivo”.
(K. Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. 3)

Il rischio, come limite da affrontare, sul quale correre per superarlo e dimostrare la propria unicità, facendosi influenzare senza copiare. Le forti amicizie che Haring ha instaurato con Andy Warhol, Basquiat e molti altri artisti della scena underground newyorchese, pittori o graffitari, musicisti o breaker, insomma chiunque potesse fornirgli uno stimolo creativo sono il segno di una continua ricerca di relazione e difesa dell’autonomia, di dipendenza ma anche di un forte bisogno di libertà. Sensazioni contradittorie dell’uomo Haring, che rappresentano la colonna vertebrale, l’ossatura sulla quale si costruisce l’Haring artista.

Lo “Sperma demonio”

L’AIDS colpì anche lui.
Negli anni ’80 tutti avevano a che fare con la “malattia del sesso”, direttamente o indirettamente.
Keith Haring era figlio legittimo di quegli anni e non si era mai risparmiato, tantomeno nel rapporto con le droghe e una certa libertà sessuale.
Finì per avere un confronto diretto con il vero limite che ognuno di noi deve affrontare, la morte.
Fin dalla nascita tutti noi sappiamo che prima o poi moriremo, però è come se ne diventassimo realmente consapevoli solo nel momento in cui leggiamo la data di scadenza.
È per questo che gli ultimi lavori dell’artista si pongono l’obiettivo di informare rispetto al tema della malattia. Terrore, paura, rischio, “non può più esistere il sesso anonimo” dice.
Sintesi di una vita, questo periodo esplicita la caratteristica che più mi affascina di Haring, la sua generosità, il suo essere tutto, per tutti. Generoso nel regalare disegni, nel donare il suo tempo, nel pensare all’altro, pubblico o individuo. Generoso nel non chiudersi nel suo limite ma nel renderlo sempre più ampio e accogliente.

“Dopo averci scioccato per salvarci, Haring combatte la depressione con un lavoro forte e commovente… sfida il terrore. Ci mostra che la continuità va cercata nello spirito della sua arte e non nel suo corpo destinato a morire”.
(Keith Haring, Diari, Milano, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 2010, p. XXV)

Generoso anche nei doni che ci fa.
Non lui al centro bensì la sua arte, le sue opere, le sue idee, le sue intuizioni.
E un pensiero lungo e largo, che parte da ieri e arriva a domani, che si occupa dell’altro e che rende eterna, illimitata, la sua vita.

“Giunto a questo punto, c’è qualcosa che avresti voluto fare e non hai fatto?
Sì: dei disegni sulla sabbia. Disegni nel deserto. Disegni come quelli nelle Ande. Li saprei fare bene. E un parco per bambini… Ho dato vita a una fondazione che avrà abbastanza denaro per costruirlo. È un dono che voglio fare a tutti i bambini di New York”.
(Keith Haring, L’ultima intervista, Milano, Abscondita, 2010, p. 84)

Un conto è amare un artista e scrivere di lui.
Un altro è scrivere di lui e, per questo innamorartene.

L’arte tra difficoltà e capacità di espressione

La Fondazione Carlo Molo Onlus nasce a Torino, come associazione di ricerca (Ce.R.Ne.), nel 1993. La Fondazione opera nell’ambito territoriale della Regione Piemonte e si propone esclusivamente finalità di solidarietà sociale nell’ambito di attività sociali e sociosanitarie e in quello della ricerca scientifica, con specifico riferimento alla psicologia, alla psicosomatica, alla sessuologia e al disagio mentale. Le aree tematiche di intervento riguardano l’Afasia, la Sessuologia e le Neuroscienze.
L’afasia è un’alterazione del linguaggio dovuta a lesioni alle aree del cervello deputate alla sua elaborazione. Le alterazioni possono riguardare vari aspetti del linguaggio: comprensione, produzione, ripetizione, strutturazione. Tra le cause più frequenti dell’insorgere dell’Afasia vi sono ictus, ischemia transitoria, emorragia celebrale, processi espansivi (tumori), processi degenerativi (atrofie celebrali). La disabilità che ne consegue intacca la sfera sociale e relazionale ponendo, molto spesso, l’afasico in una situazione di disagio, depressione e isolamento. Le attività della Fondazione Carlo Molo relative alle patologie afasiche vengono svolte in due diversi Centri, il Laboratorio Sperimentale Afasia e il C.I.R.P. (Centro Intervento e Ricerca in Psicologia).
Ma, ed è quello che qui più ci interessa, accanto alle attività terapeutiche strettamente rivolte alla riabilitazione, la Fondazione propone attività culturali e laboratoriali rivolte ai pazienti afasici (in collaborazione con le istituzioni cittadine, e il cui scopo è di creare stimoli creativi alla partecipazione e al reinserimento sociale) e promuove iniziative e spettacoli di informazione, comunicazione e sensibilizzazione pubblica.
L’esito tangibile, visibile di questo approccio e queste pratiche trasversali sono, attualmente, quattro dvd con caratteristiche molto diverse tra loro, anche perché la forma d’arte utilizzata per produrre il materiale oggetto dei film stessi varia di volta in volta. O, spesso, convive con altre: ad esempio, La Manomissione delle parole prevede un mix di reading, musica e fotografia, Conversazioni unisce parole, musica, letteratura e immagini, Con l’arte si può si basa sull’intreccio tra creazione figurativa e parole.
Passiamo in rassegna i quattro lavori, ricordando che sono tutti presenti e consultabili nella sezione di audiovisivi del Centro Documentazione Handicap di Bologna.

Con l’arte si può. Storie di persone afasiche raccontate dalla Lanterna Magica è il risultato di un laboratorio svolto nel 2010 con un gruppo di pazienti afasici della Fondazione in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Il laboratorio artistico, sviluppato attorno ai due temi del “viaggio” come metafora esistenziale e della “narrazione”, ovvero dell’intento di narrare l’evoluzione della propria storia precedente e successiva al trauma sofferto, era finalizzato alla creazione di disegni che sono stati poi raccolti e raccontati attraverso uno spettacolo di Lanterna Magica. I pazienti hanno ripercorso attraverso le immagini realizzate il trauma vissuto e la coscienza della malattia. Lo spettacolo di Lanterna Magica organizzato presso la multisala del Museo del Cinema, ha dato vita alle loro storie attraverso i disegni e ha trasmesso il loro messaggio di speranza. Un laboratorio, quindi, con un duplice obiettivo: da un lato, quello terapeutico-riabilitativo, dall’altro quello della creazione di materiale che potesse essere divulgato, presentato a un pubblico esterno, finalità cui il modello, lo strumento della Lanterna Magica si presta molto bene, riprendendo una delle funzioni per cui venne storicamente utilizzata sin dai tempi della sua invenzione.

La manomissione delle parole, dall’omonimo libro di Gianrico Carofiglio (Milano, Rizzoli, 2010), prende spunto da questa riflessione dell’autore e dalla sua affinità, intrinseca per quanto involontaria, con l’esperienza delle persone afasiche: “Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle”. Nella realtà, appunto, questo è il processo attraverso il quale passano le persone afasiche per recuperare la capacità di comunicare. Lo spettacolo, seguendo la trama del libro e attraverso la lettura di testi di Carofiglio e di altri autori, tra i quali Brecht e Gramsci, analizza alcune parole chiave del nostro vivere democratico: vergogna, onore e dignità, democrazia, giustizia, ribellione, bellezza, scelta.

Conversazioni è un viaggio nel mondo dell’afasia, nato dalla volontà di raccontare l’esperienza della perdita del linguaggio e del ritrovamento di una comunicazione altra, fatta di affetti, di scoperte, di legami ritrovati, nel momento buio della malattia. Racconti tratti dalla vita reale prendono corpo in scena nel gioco di due attori e un musicista, attraverso vari linguaggi espressivi di cui le parole non sono che una parte. Lo spettacolo, molto piacevole e profondo al tempo stesso, nasce anche dalle suggestioni maturate nel contatto diretto con i pazienti del laboratorio teatrale attivo presso il C.I.R.P. di Torino, nell’ambito dei progetti della Fondazione. A queste storie di vita si uniscono pagine di romanzo e altri testi della letteratura. Qui il teatro è inteso come luogo ideale per dare voce alle parole perdute, per ri-provare a comunicare, per ri-creare lo scambio relazionale alla base di ogni comunità sociale, per prendere coscienza del disagio di alcuni.

Come Con l’arte si può, anche Basilicò nasce dalla collaborazione tra i Servizi Educativi del Museo Nazionale del Cinema e la Fondazione Carlo Molo. Il cortometraggio è il risultato del laboratorio audiovisivo “narrAzioni teatrali”, che ha coinvolto sette pazienti afasici, nel periodo da gennaio a giugno 2011, in tutte le fasi del processo di creazione e produzione, dal soggetto alle riprese e si presenta come un omaggio contemporaneo al cinema muto, sonorizzato con musiche e rumori. L’ictus è un colpo d’arresto che impone di fermarsi, di rallentare il ritmo. Dopo, la vita cambia, diventa più riflessiva più lenta. Superato il trauma continuano a rimanere le cose veramente importanti e forse, in un mondo in cui è difficile usare le parole, si trovano altri modi efficaci per comunicare. In questa nuova ottica una pianta di basilico può essere metafora della vita, della cura e dell’affetto necessari per superare la malattia. Da afasici può capitare di sbagliarsi con le parole e basilico può diventare basilicò…
A legare queste quattro produzioni e a determinarne le ragioni d’interesse, oltre alla qualità delle singole realizzazioni, è dunque l’utilizzo dell’espressione per eccellenza, quella artistica, per raccontare la difficoltà di espressione e per offrire alle persone afasiche uno strumento privilegiato per riappropriarsi della propria capacità di espressione (e, di qui, della propria identità). 

Con l’arte si può. Storie di persone afasiche raccontate dalla Lanterna Magica (2010)
Durata: 18’ + contenuti extra
Regia: Riccardo Polignieri
Disegni: Milvana Corli, Giuliana Data, Antonio Pugliese, Angelo Suma

La manomissione delle parole (2011)
Durata: 43’ + contenuti extra
Testi di: Gianrico Carofiglio e altri autori
Ideazione scenica: Daniela Trunfio, Ezio Sega

Conversazioni. Azione teatrale per due attori e un musicista (2011)
Durata: 52’
Ideazione: Teatro Popolare Europeo in collaborazione con Master in teatro Sociale e di Comunità dell’Università di Torino
Uno spettacolo di: Lorena La Rocca, Alberto Pagliarino e Esther Ruggiero
Musiche originali: Davide Sgorlon
Supervisione artistica: Alessandra Rossi Ghiglione
In scena: Alberto Pagliarino, Esther Ruggiero, Davide Sgorlon

Basilicò (2011)
Durata: 5’
Regia: Roberta Zendrin
Sceneggiatura: Laboratorio Narrazioni Teatrali

Per saperne di più:

www.fondazionecarlomolo.it
www.isabile.it (portale con servizi e informazioni realizzati con la modalità della comunicazione semplificata che permette l’accesso alle persone afasiche, le quali possono trovare anche programmi radio e video di intrattenimento adattati alla loro condizione. Realizzato sempre dalla Fondazione Carlo Molo)
www.museocinema.it 

Direttiva europea, accessibilità “americana”: la Freedom Guide dell’EDF e l’abbattimento delle barriere, in senso esteso

Lo scorso 29 febbraio, l’European Disability Forum (EDF), organismo di rappresentanza delle associazioni di persone con disabilità a livello europeo, ha presentato a Bruxelles la propria Freedom Guide, esito e tassello essenziale della campagna in corso “Freedom of Movement” a favore di una legislazione vincolante per l’abbattimento delle barriere incontrate dalle persone con disabilità. La campagna, avviata nel 2011, si collega strettamente all’applicazione della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, che la UE ha ratificato (insieme a diversi Stati membri) il 23 dicembre 2010, e si propone di giungere all’adozione di una Direttiva europea unica sull’accessibilità, di una Carta Europea per la Mobilità e di un rapporto sulla libertà di movimento che il movimento della disabilità dovrebbe elaborare annualmente.
Lo spirito della Freedom Guide è riassunto nella prefazione del Presidente EDF Yannis Vardakastanis: la libertà di movimento tra gli Stati è da decenni “uno dei pilastri della costruzione europea”, ma “80 milioni di cittadini europei – le persone con disabilità – non possono ancora godere appieno di queste libertà a causa di una serie di barriere. Questo non solo ostacola il progresso verso le pari opportunità per tali persone e per le loro famiglie, ma è anche un’opportunità di mercato perduta”. La guida, scaricabile insieme a diversi altri materiali della campagna nella sezione dedicata del sito www.edf-feph.org, riflette due aspetti caratterizzanti dell’approccio adottato dall’EDF: una concezione estesa di accessibilità, che include il superamento di barriere immateriali (ad esempio quelle che impediscono a un cittadino con disabilità che si sposta in un altro Stato UE di fruire di forme di assistenza comparabili) tanto quanto di quelle fisiche, e il coinvolgimento a tale scopo di soggetti differenti, dalle istituzioni pubbliche agli operatori di mercato e alla società civile. Nel testo della guida, le segnalazioni “dal basso” di buone o (più spesso) cattive pratiche nei diversi Paesi europei si alternano a proposte tecniche e politiche per l’abbattimento delle barriere in vari campi, dagli oggetti di uso comune ai trasporti pubblici e alle tecnologie informatiche.
Per approfondire il significato della campagna, e i suoi effetti sul percorso verso una Direttiva UE sull’accessibilità che si riveli pervasiva ed efficace, abbiamo intervistato Giampiero Griffo, membro del Board dell’EDF in rappresentanza del Forum italiano sulla disabilità. 

Da quale esigenza è nata e come si è svolta la campagna sulla libertà di movimento che ha condotto alla Freedom Guide?
La strategia della Commissione Europea sulla disabilità identifica 8 punti prioritari su cui lavorare, cui corrisponde una serie di iniziative, e tra questi 8 punti ci sono le “accessibilità” in senso lato. La Commissione lavora da anni per garantire l’accessibilità in alcuni servizi di mercato, come trasporti, siti web e beni elettronici, e negli appalti pubblici, e nel 2012 l’impegno è per una Direttiva o comunque un provvedimento legislativo sull’accessibilità.
L’anno scorso l’EDF ha valutato di sostenere questa opportunità con una campagna europea di sensibilizzazione, perché non è detto che la Direttiva risponda ai nostri desideri; abbiamo cominciato promuovendo un’iniziativa per conseguire una Carta Europea Unificata per la Mobilità, un provvedimento che garantirebbe l’unificazione dei servizi utili alla mobilità transfrontaliera dei cittadini europei con disabilità (riduzioni sui treni, servizi di accoglienza…), come il contrassegno unificato – che l’Italia non ha ancora messo in atto – garantisce la libertà di parcheggiare in tutti gli Stati dell’UE. Dal momento però che su questo tema ci è sembrato che l’iniziativa della UE fosse troppo debole, abbiamo deciso di fare una campagna sul tema dell’accessibilità in senso lato, e nello stesso tempo di lavorare per una Direttiva che sia la più onnicomprensiva possibile, nel rispetto delle competenze della Commissione Europea, per dare realmente un cambiamento di condizione agli 80 milioni di persone con disabilità in Europa.

Nella Freedom Guide si pone l’accessibilità come una questione di “libertà”, prima di o insieme a una di “diritti”. Quale significato ha questo cambio di prospettiva?
Qui tocchiamo un punto caldo, sviluppato negli anni dall’EDF: i cittadini europei con disabilità non hanno uno dei diritti fondamentali previsti dai Trattati, quello di muoversi sui territori della UE. Nei 27 Paesi membri, oltre ai problemi di accessibilità fisica, c’è un problema legato alla diversità dei servizi di welfare tra Stato e Stato; perciò, mentre ai lavoratori sono garantiti tutti i movimenti possibili all’interno dell’Unione, per le persone con disabilità le barriere e le discriminazioni sono tante. Il vulnus di non essere cittadini europei a pieno titolo rafforza le nostre richieste, che non sono di attenzione da parte di una minoranza, ma di cittadinanza piena al pari degli altri.
Da quando la Commissione Europea ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, la connessione al tema dei diritti umani è divenuta ancora più forte. La libertà di movimento corrisponde all’art. 20 della Convenzione, la libertà e l’indipendenza all’art. 19, l’art. 9 parla di accessibilità in senso lato, come l’art. 3 nei principi di base della Convenzione. È evidente che l’insieme di queste componenti, in gran parte di competenza della Commissione Europea per quel che riguarda il mercato, è per noi fondamentale. Con la ratifica la Convenzione è diventata legge europea, e deve essere applicata.

La Freedom Guide raccoglie contributi e opinioni da diversi soggetti, non solo dal mondo della disabilità e del sociale ma anche da quello del mercato e delle istituzioni. Perché per voi è stato importante “allargare il campo”?
Fino a prima della Convenzione ONU, il problema era fare riconoscere i diritti, e l’EDF lottava per questo riconoscimento; oggi che la Convenzione è stata ratificata da 111 Paesi, di cui 20 membri della UE e 31 in Europa, i diritti non vanno più rivendicati, ma vanno applicati, e questa applicazione la dobbiamo sviluppare non solo con le istituzioni, ma anche con la società civile e le associazioni, che devono essere sensibilizzate per costruire percorsi di inclusione. Ancora oggi le persone con disabilità non sono considerate parte della società, ma una specie di appendice, e in Italia come in altri Paesi i fondi del welfare sono i primi a essere tagliati, così che i diritti non sono tutelati e anzi li si riduce. Questo percorso richiede quindi alleanze, e questa è la scelta che emerge anche nella modalità di costruzione nella guida – favorire la percezione che il problema non è settoriale, ma si allarga a competenze di vario tipo in diverse aree della società.
Il tema della disabilità ormai ha superato la logica della “nicchia”: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato che 1 miliardo di persone, il 15% dei 7 miliardi di abitanti della Terra, ha oggi una disabilità, ma se andiamo a leggere la condizione di tutto il genere umano nell’arco di una vita, tutti vivono condizioni di disabilità. L’accessibilità è quindi un tema strategico, e se non lo si affronta si rischia che l’intera società continuerà a incontrare barriere nell’arco della propria vita.

La non-accessibilità spesso nella Freedom Guide viene descritta come una “opportunità di mercato perduta”; ci possono però essere casi in cui il costo aggiuntivo necessario per un prodotto o un servizio accessibile supera le opportunità di mercato che esso apre.
Abbiamo discusso su questo tema, e la nostra proposta all’Unione Europea è costruire un modello di tutela simile all’American Disability Act, che ha introdotto il principio di non discriminazione all’interno delle aziende, nell’offerta dei prodotti. Prendiamo l’esempio delle tastiere per computer, che sul mercato hanno un certo costo ma, quando richiedono una personalizzazione per una particolare esigenza, possono avere un costo anche 10 volte superiore: ebbene, negli USA non è possibile che la tastiera personalizzata costi più di quella ordinaria, e i costi aggiuntivi vengono “spalmati” su tutte le tastiere, garantendo, con pochi centesimi di dollaro in più per tutti, che l’utente che va a comprare la tastiera personalizzata abbia lo stesso trattamento rispetto agli altri. È una procedura che vogliamo introdurre, visto che la competenza sulla discriminazione è tutta dell’Unione Europea, e siccome stiamo lavorando ai vari livelli di una Direttiva che nella logica UE è prevalentemente legata ai beni e servizi offerti nel mercato, questo è un classico esempio di come la discriminazione sul campo dei costi possa essere evitata con uno strumento di tutela. Esistono già, del resto, esperienze di questo tipo: ad esempio, i servizi di accoglienza e accompagnamento negli aeroporti vengono finanziati dalle tasse aeroportuali, che tutti pagano per coprire i servizi dedicati ai viaggiatori con disabilità o mobilità ridotta, senza che questi abbiano costi aggiuntivi. Sarebbe ingiusto e paradossale che oltre a incontrare ostacoli e barriere creati dalla società dovessimo accollarci anche i costi della loro rimozione.

Oltre a questa, quali altri buone prassi può trarre l’Unione Europea dall’esperienza degli Stati Uniti?
Con la legge antidiscriminatoria, in America, nel giro di 15 anni quasi il 100% dei servizi di trasporto è diventato accessibile, e la sua forte tutela (con previsione di risarcimenti elevati) nei servizi di ristorazione e alberghieri è stata sicuramente significativa per sensibilizzare chi opera in quei settori.
È evidente che questo approccio non riesce a coprire tutto, e il meccanismo di tutela previsto nella Convenzione è necessariamente individuale e dipende dalla volontà della persona, ma già in Italia, in questi ultimi anni, abbiamo potuto verificare che la conoscenza appropriata della situazione delle persone con disabilità in termini di rispetto dei loro diritti umani, da parte di avvocati e giudici, dà risultati significativi nelle sentenze recenti. A livello europeo questo è un po’ più complicato, perché bisogna prima passare per una sentenza in giudicato dello Stato membro per poter accedere alla Corte di Giustizia di Strasburgo, ma il principio è che oggettivamente, con questa impostazione, la violazione dei diritti umani è facilmente certificabile. Violazione dei diritti umani significa “trattamento differente senza giustificazione”, e oggi tecnologie, soluzioni e pratiche consentono di trovare la risposta a problemi di accessibilità, quindi non metterle in campo significa violare i diritti umani.

Qual è lo “stato dell’arte” nel percorso verso la Direttiva UE sull’accessibilità?
A fine febbraio si è chiusa la consultazione pubblica che la Commissione Europea ha promosso per raccogliere suggerimenti e proposte da singoli cittadini, associazioni della società civile e istituzioni. Agli inizi di marzo un Board dell’EDF ha discusso i punti essenziali che secondo noi dovrebbero essere contenuti nella Direttiva, e nello stesso tempo l’EDF ha presentato un proprio commento a un testo in circolazione, ma non ancora ufficiale, per mettere in campo una serie di elementi per arricchire e allargare il campo della tutela.
Nel campo della tutela dei consumatori all’interno del mercato, gli spazi ci sono; la possibilità di intervento con una regolamentazione standard che possa essere accettata da tutti i Paesi membri è più complicata, perché le legislazioni nazionali sono diverse e in alcuni Paesi sono addirittura assenti, e quindi l’armonizzazione dei meccanismi non sembra così facile. Allo stato attuale di prima bozza, comunque, la Direttiva introdurrebbe elementi di tutela molto interessanti, che prima non c’erano, e nello stesso tempo promuoverebbe una sensibilizzazione maggiore in chi deve applicare le norme – non solo le istituzioni, ma tutti gli attori del mercato.

Sullo stesso binario

Nonostante abbia più di vent’anni, il Progetto Calamaio rimane un luogo che suscita domande e riflessioni interessanti.
Forse perché si pone l’obiettivo, ideale ma anche molto concreto, di essere uno spazio culturale dove l’integrazione si fa. Nel quale si affrontano le difficoltà e i limiti di una realtà inclusiva dove, davvero, ognuno, con ruoli diversi, ha le stesse opportunità degli altri. Non solo da un punto di vista assistenziale o per quanto riguarda l’accessibilità degli spazi, soprattutto per ciò che riguarda la costruzione di relazioni alla pari, nelle quali il pensiero di tutti sia valorizzato e la diversità diventi il punto di vista da cui guardare la realtà.
Uno dei cardini del Progetto Calamaio è l’aver costruito un gruppo nel quale si è tutti sullo stesso piano, con ruoli diversi ma senza gerarchie.
“Siamo colleghi” è una delle espressioni che gli educatori e gli animatori usano maggiormente quando raccontano di cosa si occupa il Progetto.
Ma essere colleghi cosa significa?
È davvero possibile instaurare una relazione lavorativa nella quale ci si senta davvero alla pari? Corresponsabili allo stesso modo delle idee e dei progetti per realizzarle?
Sentiamo cosa ne pensano due veterane del gruppo.

“Cosa vuol dire per me essere sullo stesso piano?
Ragionare allo stesso modo, secondo certi criteri, mettere in comune questi criteri, andare molto d’accordo, pensare, agire, reagire, per il bene del gruppo, avere le stesse opinioni, su alcuni argomenti, avere lo stesso stile di lavoro! Condividere gli stessi contenuti, avere due modi di pensare che viaggiano sullo stesso binario, usare lo stesso metro, utilizzare la stessa misura, capirsi al volo. Andare sugli stessi discorsi, essere sulla stessa lunghezza d’onda, avere lo stesso linguaggio, intuire il discorso ancora prima che l’altro finisca la parola, la frase, usare le stesse parole, viaggiare all’unisono. Ognuno in modo personale.
Ancora, essere colleghi vuol dire avere obiettivi comuni e condividerli, avere contenuti comuni, la diversità. Avere opinioni diverse ma simili! Agire insieme, reagire in modo congruo, comportarci e agire in base ai contenuti che affrontiamo e proponiamo!
Per me essere colleghi significa poter proporre argomenti di discussione che vengano valorizzati, facendo domande per il bene del gruppo, rifletterci sopra e farlo crescere”. Stefania B.

“Quando si è in un gruppo numeroso come il nostro, io penso che sia inevitabile avere dei conflitti. Il nostro gruppo continua ad aumentare sempre di più e questo significa avere da parte mia un maggior impegno nell’accettare nuove persone, sia animatori disabili che tirocinanti vari.
Siamo tutti una grande risorsa ma ciò comporta comunque la nascita di problemi organizzativi.
La vita lavorativa sarebbe in ogni modo una grande noia se non ci fossero conflitti, questi rappresentano una grande crescita per noi stessi, anche se, ovviamente, devono essere limitati.
So che per tutti noi non è facile fare relazione. Se ci sono conflitti, penso anche che sia importante capirne i motivi e cercare di risolverli”. Stefania M.

Dalle riflessioni delle due animatrici, possiamo estrapolare tre concetti che ci permettono di fare sintesi rispetto al tema dell’essere colleghi.

Avere due modi di pensare che viaggiano sullo stesso binario
Nel nostro modo di interpretare la relazione tra colleghi è importante permettere a ognuno, secondo le proprie abilità e i propri tempi, di partecipare in modo specifico al lavoro. Per fare ciò è altresì importante definire un binario comune sul quale viaggiare, altrimenti il rischio che si corre è quello di sprecare le energie dietro obiettivi e progetti diversi e, quindi, disperdere anche la diversità che, da ricchezza, si trasforma in ostacolo. L’immagine dei due modi di pensare che viaggiano sullo stesso binario, descrive perfettamente l’idea di inclusione che vive il gruppo Calamaio.

Persone diverse, con differenti abilità e modi di ragionare, che però viaggiano, non solo metaforicamente, verso un medesimo obiettivo, su un percorso comune che si costruisce con il contributo di tutti.

Comportarci e agire in base ai contenuti che affrontiamo e proponiamo
Una delle cose a cui teniamo di più, come gruppo, è la coerenza. Ciò che raccontiamo negli incontri di animazione o formazione, deve essere ciò che viviamo quotidianamente. Come persone singole e come gruppo di lavoro. Non negare le difficoltà bensì offrire un’esperienza che sia di stimolo perché altri possano costruire il loro percorso di integrazione. In questo, l’essere colleghi vissuto della quotidianità del gruppo di lavoro, diventa uno dei principali strumenti di lavoro e autovalutazione, uno dei principali contenuti perché vita vissuta.

I conflitti rappresentano una grande crescita per noi stessi.
Questo articolo è frutto di un percorso di autoformazione, che stiamo svolgendo come gruppo dopo un contrasto nato tra due colleghi, un educatore e un animatore con disabilità.
Apparentemente banale, il contrasto è diventato l’occasione per affrontare, nuovamente, soprattutto con gli animatori con disabilità più giovani, l’argomento e, come dice Stefania B., trasformarlo in un’occasione di crescita.
Perché, diciamocelo, non è per nulla scontato.
Un ragazzo con disabilità che esce dal mondo della scuola ed entra nel mondo dell’adultità (lavoro, centri diurni, comunità…) difficilmente si pensa alla pari o riesce a immaginarsi come collega. Per tanti motivi comprensibilissimi.
L’esperienza del Progetto Calamaio rimane unica anche per la capacità che ha nel valorizzare il ruolo di tutti, indipendentemente dalle abilità o dalle disabilità.
Ovviamente, ci vuole tempo, pazienza e un grande coraggio, sia per chi è formato come educatore sia per le persone con disabilità.
Gli educatori devono scendere un gradino e le persone con disabilità salirne uno, per incontrarsi a metà strada, in quel luogo particolare dove i diritti e i doveri, come le responsabilità e le possibilità, sono uguali per tutti.

Lettere al direttore

Gentile Claudio,
ricevere attenzione da lei è motivo di grande gioia. Da anni seguo quello che dice e scrive. Rischio una gaffe se attribuisco a lei la definizione di normodotati gravi? Non ho tempo adesso di verificare nella mia biblioteca ed è forte l’urgenza di scriverle…
Per la grande stima che nutro nei suoi confronti, per quello che le sue parole rappresentano per me e per tutte le persone che vivono l’esperienza della disabilità…
Con il disagio che si prova di fronte ai maestri, mi permetto di chiarire un punto sul quale lei stesso si è soffermato, invitandola a leggere fino all’ultima riga il brano “Farti fuori”. Il senso delle mie parole non è quello superficialmente ripreso da alcuni titoli di giornale. Non può sfuggirle che il senso di quel brano – e direi di tutto il libro – è ben diverso.
Non le chiedo di pensare, come io invece ritengo, che si tratti di un libro che parla d’amore. Però mi lasci dire, nel rispetto pieno delle sue convinzioni, che anche io, ogni giorno, sono contento che Moreno sia ancora vivo.
Le rinnovo la mia stima e ancora la ringrazio per le parole che ha voluto dedicarmi.
Un saluto cordiale.
Massimiliano Verga

Caro Massimiliano,
le sue parole mi hanno riempito di gioia e fra l’altro ieri era il mio compleanno.
La sua lettera non è arrivata a caso, la mia memoria è andata subito al rapporto che ho avuto con mio padre che mi ha lasciato quando avevo 15 anni. È stato un rapporto fondamentale nella mia vita. Era padre, fratello, amico: grazie a lui la mia fiducia è aumentata in misura enorme. Per questo oggi sento di poter affrontare a testa alta le sfide anche con i normodotati gravi!
Lei non si è sbagliato, quella definizione l’ho inventata io.
Sfogliando il suo libro Zigulì (Milano, Mondadori, 2012) ci si rende subito conto di quanto il suo sguardo nei confronti di Moreno sia volutamente crudo e spietato, come lei stesso ha dichiarato nelle varie presentazioni.
Le difficoltà che si incontrano in questi contesti familiari diventano nella sua riflessione dolorosamente evidenti e prive di ipocrisia.
Un altro particolare molto evidente è la maniera in cui scrive grazie a cui si intuisce che sono parole scritte di getto, con il cuore in mano, fondamentali in un’esperienza autobiografica.
Grazie, un abbraccio a Moreno e buona vita.

Carissimo Claudio,
ho letto la raccolta delle Lettere imprudenti sulla diversità. Conversazioni con i lettori del Messaggero di Sant’Antonio (Torino, Effatà Editrice, 2009) e sono rimasto stupito da… l’averci messo relativamente poco tempo! Come sai, uno dei più grandi handicap di cui soffro e contro cui combatto si chiama “agenda”: quella cosa che cerco quotidianamente di dilatare nel tentativo – ahimè, spesso vano – di farci entrare tutte le cose che mi piacciono e vorrei fare, e soprattutto gli amici. Ho buoni motivi per ritenere che il tempo sia la realtà più “elastica” che c’è, ma di un’elasticità ingovernabile; ti illude che si possa misurare suddividendolo in intervalli regolari, ma è sempre lui che domina la situazione, allungandosi e accorciandosi in disaccordo con le tue esigenze. E anche per scriverti questa lettera ho dovuto ritagliarmi del tempo a notte fonda: quasi l’unico tempo che riesco a prendere veramente per me.
Quella sera in cui mi hai regalato il libro ho capito che ti facesse piacere un mio riscontro, che naturalmente tenevo molto a farti sapere, e così eccomi qua.
Se ricordo giusto anche quella sera si parlava di agende e impegni (oltre che dell’esaudimento di una certa preghiera di Lollo, ma questa è un’altra cosa), e di come avrebbe potuto essere comodo possedere il dono della bilocazione, a condizione però di non farlo sapere a nessuno e utilizzarlo per stare in vacanza mandando a lavorare il proprio alter ego. Tu dicevi appunto di scrivere sul Messaggero anche per poterti ingraziare sant’Antonio – noto esperto sull’argomento – e farti spiegare come funziona il fenomeno miracoloso. Leggendo il libro ho proprio avuto l’impressione che quel dono tu l’abbia ricevuto davvero: una multilocazione che ti ha permesso di raggiungere molti e soprattutto di parlare la lingua di tutti: apparente paradosso per uno che… non parla.
E saltellando da un pensiero all’altro riflettevo sulla parola, e ho focalizzato che doveva essere proprio questo il motivo per cui Dio ha creato “dicendo”, e non “facendo” come noi avremmo intuitivamente preferito. Probabilmente per la stessa ragione Isaia profeta canta che “come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi risalgono senza aver infallibilmente fecondato la terra, altrettanto la Parola di Dio non ritorna a Lui senza prima aver prodotto l’effetto voluto”; e direi che è sempre per lo stesso motivo che Dio, fra le infinite cose che è e possiede, fa incarnare proprio il suo Verbo nell’umanità di Gesù Cristo.
A immagine e somiglianza del Verbo di Dio, anche la parola umana ha un grande potere, e se non può creare dal nulla, ha comunque un ruolo di collaborazione per perseguire l’ottenimento della salvezza. Ed è un ottimo strumento per diffondere la propria presenza e il proprio pensiero: quasi una bilocazione!
Aiutandomi con l’immagine evangelica per spiegare quello che voglio dire: alla luce di quanto fanno intendere le lettere dei tuoi lettori, con i tuoi articoli hai compiuto la stessa opera di quei quattro amici che hanno calato davanti a Gesù l’uomo paralizzato; e questa volta è notevole il fatto che sia proprio chi è paralizzato nel corpo a condurre i cuori di fronte a Gesù. Ma la parola (e credo soprattutto la Parola) ha operato il prodigio.
Il titolo del libro mi faceva ingenuamente pensare che le “lettere imprudenti” fossero i tuoi articoli (forse per via del tuo cognome), ma ho presto scoperto che i tuoi lettori/scrittori dimostrano di essere perfino più “imprudenti” di te, con lettere incisive e coinvolgenti. Vi si leggono amori e passioni, desiderio di verità, poesia e coraggio, e altro ancora: la Vita, insomma.
Ed emerge come quello scrivere sia espressione e occasione di libertà interiore; e anche qui mi sono chiesto se non sia che noi usiamo ancora la parola “penna” per indicare lo strumento per scrivere, proprio perché di penne sono composte le ali, e così in qualche modo vogliamo esprimere che lo scrivere ci libera e ci fa volare in alto.
Decisamente la “H” non è muta.
Non lo era mai stata, ma ci vogliono sempre i pionieri per svelare ciò che è così ovvio da sfuggire alla comprensione dei più.
Ti abbraccio.
A presto, tuo don Simone

Carissimo don Simone,
le tue parole sono state balsamo per me, grazie davvero.
Madre Teresa di Calcutta diceva: “Sono una matita nelle mani di Dio”. Una matita, un oggetto semplice, bello, delicato ma in grado di disegnare un mondo migliore. Io posso dire di essere una tavoletta trasparente nelle mani di Dio, certamente non in grado di disegnare questo mondo ma con la possibilità di raccontarlo e di narrarne le sue storie.
Davvero mi ha fatto un piacere immenso ricevere la tua lettera, ho apprezzato che hai centrato in pieno il mio obiettivo e questo mi ha fatto capire quanto a volte sia ancora bello e vario il nostro universo.
Ho letto diverse volte la tua lettera, sono parole che mi fanno sentire bene.
Meno male che ci siamo intrecciati in questo cammino che è la vita… un percorso che a volte ci fa sudare per la fatica ma spesso ci fa gioire e a cui, come direbbe un “filosofo” moderno della provincia di Modena, bisogna trovare un senso. Magari anche se un senso non ce l’ha.
Ti auguro una buona Resurrezione,
un abbraccio.

10. Più di zero. Una conclusione

Le esperienze e le elaborazioni descritte sin qui confermano un elemento proposto già in premessa: la lentezza e la gradualità con cui il welfare state è in grado di modificarsi per fare fronte a mutate condizioni economiche e nuovi bisogni sociali. E ciò, secondo Castles, è una ragione essenziale del prolungarsi dello “stato di maturità” del welfare occidentale: “L’implicazione dell’analisi della ‘corsa al ribasso’ è che le nazioni possano rapidamente adattare i propri livelli di spesa sociale in direzione discendente, ma l’immaginario prevalente della letteratura sul cambiamento politico è di una traiettoria di riforma delle politiche sociali fortemente modellata da un’inerzia e un’irreversibilità derivanti da una logica di ‘guadagni crescenti’ e di sviluppo istituzionale ‘dipendente dal percorso’. Nella bella similitudine di Karl Hinrichs, i sistemi di sicurezza sociale sono come ‘elefanti in marcia’. Quando sono giovani, possono precipitarsi in avanti; ma quando sono maturi, in genere si muovono in avanti piuttosto lentamente. A prescindere dall’età, farli girare all’indietro richiede molta energia e non meno potere persuasivo” (The Future of the Welfare State. Crisis Myths and Crisis Realities, Oxford University Press, 2004, p. 22). Pierson rileva che “La prima e principale protezione per i programmi sociali deriva dalle caratteristiche generalmente conservatrici delle istituzioni politiche democratiche. Il welfare state oggi rappresenta lo status quo, con tutti i vantaggi politici che questo status conferisce. Le non-decisioni in genere favoriscono il welfare state. […] Una seconda e cruciale fonte della forza politica del welfare state viene dagli alti costi elettorali generalmente associati con le iniziative di riduzione di spesa […] I beneficiari dei sussidi sociali sono relativamente concentrati e sono in genere ben organizzati. È anche più probabile che puniscano i politici per i tagli di quanto i contribuenti li possano premiare per costi più bassi” (“The New Politics of the Welfare State”, in World Politics, n. 48-2/1996, p. 174).
A quali condizioni può allora “girarsi l’elefante”, ovvero che cosa può attivare il cambiamento radicale richiesto per la riduzione delle politiche sociali? La risposta arriva sempre da Pierson, seppure con alcuni distinguo: “momenti di crisi finanziaria possono aprire opportunità per la riforma. I sostenitori della riduzione della spesa cercheranno di sfruttare tali momenti per presentare le riforme come uno sforzo per salvare il welfare state piuttosto che distruggerlo. Inquadrare la questione in questa maniera può consentire ai governi di evitare il biasimo diffuso per i tagli ai programmi” (ibidem, p. 177). E anche secondo Castles “la globalizzazione, o la crescita economica declinante, o qualunque causa attualmente ipotizzata di crisi fornisce una cappa di legittimità a coloro che cercano di avanzare piani per tagliare tasse e spese. Una volta che hanno convinto i decisori politici che ‘non ci sono alternative’ e che lo Stato non ha la capacità di resistere alle forze economiche schierate contro di esso, hanno vinto metà della battaglia” (The Future of the Welfare State cit., p. 45-46). Difficile non collegare queste previsioni, formulate in tempi non sospetti, all’attuale scenario di austerità dovuto alla crisi dei debiti sovrani, di fronte a cui “non ci possiamo più permettere” le forme di protezione sociale garantite fino a ieri, e dunque se ne impone lo smantellamento o almeno la drastica riduzione. Chi si opponesse a tali politiche di disimpegno si troverebbe del resto a sfidare il “giudizio dei mercati”, entità che Manuel Castells ha pertanto buon gioco a definire “un potere supremo e misterioso che dev’essere placato con dei sacrifici umani: i tagli alla spesa sociale colpiscono la sanità, l’istruzione e le pensioni. In altre parole, la vita” (“La Spagna vende la democrazia al mercato”, in Internazionale, n. 915/2011).
Se, come in diversi sostengono, l’attuale situazione dell’Europa riecheggia quella del secondo dopoguerra, può essere utile rifarsi al cinema neorealista, probabilmente la migliore rappresentazione delle oscurità di quell’epoca, e in particolare a Germania anno zero di Roberto Rossellini. In una Berlino ancora in macerie, il dodicenne Edmund avvelena il padre invalido, giudicandolo un “peso” per la sua famiglia, che vive di espedienti, e per la società. La scelta deriva dall’influsso esercitato su Edmund dalle teorie di ispirazione nazista del suo vecchio professore, che poi rifuggirà con orrore le conseguenze pratiche delle proprie parole, contribuendo a indurre Edmund al suicidio. Quel che si dimentica spesso del film è che anche i coinquilini forzati della famiglia di Edmund ritengono che il padre, costretto a letto dalla malattia, conduca un’esistenza inutile e dannosa, sulla base di una ragion pratica (una bocca in più da sfamare e le medicine da procurarsi, in una situazione economica più che precaria) e non politica. A condurre di fatto verso la soppressione del padre di Edmund è quindi tanto il darwinismo sociale del professore quanto il calcolo economico razionale che il padrone di casa sintetizza in questo lamento: “cinque famiglie devono soffrire per colpa di un vecchio inutile”. Eppure, al conseguimento di una soluzione “raziocinante” con l’eliminazione fisica del peso del padre (contemporaneo a un altro gesto di razionale superamento della paura, la consegna del fratello di Edmund alle autorità occupanti che gli vale il diritto alla tessera di razionamento) non corrisponderà il benessere della famiglia, bensì la sua distruzione, con il suicidio di Edmund.
La durissima lezione dell’umanesimo di Rossellini è che il trionfo del calcolo economico ai danni dell’impulso morale conduce a un esito di morte. Lo “zero” dell’equilibrio economico ottimale e della “legge di mercato” corrisponde a un equilibrio sociale sub-ottimale e distruttivo, in cui per qualcuno non rimane più posto nel mondo. Al contrario, un sistema sociale rispettoso della dignità di tutti richiede di imporre alla logica dell’ottimizzazione economica un “plus assiologico” che ne sposti il punto di equilibrio, un granello di sabbia che, nell’inceppare i meccanismi di mercato votati all’efficienza a ogni costo, impedirà alle persone meno produttive di rimanere schiacciate dai loro ingranaggi (osservazione che si può estendere dal complesso del corpo sociale alle sue componenti, come i contesti aziendali, improntati alla ricerca del massimo rendimento con il minimo mezzo). Per molti versi, non si tratta certo di un’intuizione innovativa: è da essa che, sin da Bismarck, deriva il meccanismo del prelievo fiscale e contributivo e la destinazione delle risorse da esso generate alla protezione sociale. Tuttavia, solo l’incorporazione vincolante di questo “plus” nelle singole poste di spesa sociale può consentire di superare l’impostazione per cui possono sussistere solo i servizi “che ci si può permettere” e la necessità di scegliere tra lo smantellamento dei servizi e la loro fornitura a condizioni sempre peggiori (ciò che ha generato in questi anni un “sottoproletariato del lavoro sociale”). E al contempo, a livello macroeconomico, appare in questa luce tutt’altro che “aurea” la regola del pareggio strutturale di bilancio che la UE prescrive alle carte fondamentali dei suoi Paesi membri, giacché essa presuppone che i tessuti sociali lacerati dalla carenza di intervento durante la recessione possano essere riportati all’integrità precedente non appena la crescita garantirà di nuovo risorse adeguate – come un mandriano che lasciasse morire di fame il suo bestiame nel periodo di carestia, e pretendesse di rianimarne i cadaveri ricoprendoli di biada al ritorno dell’abbondanza.
A meno di inattesi rivolgimenti politici, la prospettiva per i bilanci pubblici dei prossimi anni in Europa resta comunque quella dell’austerità. Anche in questo difficile quadro, non bisogna disperare sulla conservazione di servizi sociali universali e di qualità, ad esempio attraverso una riallocazione delle risorse a favore del livello operativo e di quello di ricerca e documentazione sulla base di una riduzione di costi e complessità amministrative (le quali rischiano seriamente di rimanere l’unica voce di spesa anche quando nulla resterà da gestire), nonché privilegiando i servizi di continuità e di prossimità rispetto a quelli inseriti in un apparato di progettazione a volte orientato più a specchiarsi in se stesso che a generare attività sostenibili sul medio-lungo periodo. Appare inoltre positiva la preferenza dei sostenitori dell’investimento sociale per i servizi rispetto alle erogazioni economiche, specie se con un’ottica che dall’ambito ristretto dell’assistenza sappia estendersi verso il ripensamento dell’intera società: come rileva Martha Nussbaum, “non ha importanza quanto denaro destiniamo a una persona in sedia a rotelle, poiché essa continuerà a non avere accesso in maniera adeguata allo spazio pubblico finché esso non sarà riprogettato. […] La domanda rilevante che ci si deve porre non è quanto denaro abbiano gli individui con menomazioni, ma cosa siano realmente in grado di fare e di essere; quindi, una volta accertato questo, bisognerà chiedersi quali siano gli ostacoli da superare, affinché essi possano esercitare le loro abilità fino al livello di soglia appropriato” (Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 185).
Questo sforzo di riorganizzazione sarà però inutile se il paradigma delle “risorse decrescenti” per la spesa sociale rimarrà un dato acquisito, e non diverrà un presupposto da mettere in discussione – e in questo l’approccio dell’investimento sociale è solo parte della soluzione, in quanto un suo ancoramento rigido all’obiettivo dell’ottimizzazione economica (seppure ricollocato in una prospettiva di medio-lungo periodo), pur dotato di buon appeal politico-elettorale in un clima segnato dai dogmi neoliberisti, finirebbe per marginalizzare proprio i bisogni più gravi, la risposta ai quali richiede quel “costo in più” di umanità incompatibile con la razionalizzazione totale.
In altre congiunture storiche si è giustificata la spesa pubblica in deficit asserendo che il riequilibrio economico avrebbe prodotto un “disavanzo occulto” consistente nella mancata risposta alla domanda sociale della collettività. L’attuale “messa in sicurezza dei conti pubblici” su base strettamente matematica rischia allora di aprire voragini nella struttura sociale. Ecco perché nei prossimi anni, in assenza di una correzione che inglobi nei bilanci il costo della dignità sociale, potremmo trovarci come Edmund a vagare tra le macerie del sistema di protezione sociale del passato, con più di un senso di colpa da espiare.

9. Cento fiori sotto una nuova regia pubblica

Laura Pennacchi, economista, è stata eletta alla Camera dei Deputati dal 1994 al 2006 e Sottosegretario al Tesoro nel primo Governo Prodi (1996-1999). Tra i suoi saggi, Lo stato sociale del futuro. Pensioni, equità, cittadinanza (Roma, Donzelli, 1997), La moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista (Roma, Donzelli, 2008), Pubblico, privato, comune (a cura di, Roma, Ediesse, 2010).

Il welfare come lo conosciamo, specie in Europa, è davvero in crisi, o si tratta di una percezione culturale promossa per farlo apparire economicamente insostenibile e smantellarlo?
La crisi del welfare non è per niente un dato di fatto. Se si guarda alla sostanza della realtà, si vede che tutto lo straparlare di crisi del welfare non è assolutamente avvalorato dai dati. Se esaminiamo un lungo ciclo storico, dagli anni ’70 ad oggi, si vede che il welfare, che era cresciuto esponenzialmente nei decenni della cosiddetta “età dell’oro” quando il compromesso keynesiano aveva funzionato egregiamente, ha avuto in seguito tassi di crescita molto inferiori per le proprie voci, fino a una stabilizzazione della spesa rispetto al PIL. In realtà, quindi, quello di cui dobbiamo parlare non è una crisi del welfare ma una sua maturazione, e siamo di fronte a uno stato di maturità.
Il welfare – sto parlando soprattutto del sistema europeo – è cresciuto fortemente negli anni in cui bisognava dare un servizio sanitario universale e un sistema previdenziale esteso a tutti (in Italia anche ai lavoratori autonomi, che ad esempio in Germania non sono invece nel sistema previdenziale pubblico). Quei tassi di crescita si giustificavano allora perché servizi universali venivano garantiti a tutta la popolazione. In seguito, c’è stata una stabilizzazione sostanziale, una “manutenzione” del sistema, e quindi il welfare, raggiunto uno stato di maturità, non è per niente di fronte agli andamenti esplosivi a cui si allude quando se ne cita la crisi. E ciò è tanto più straordinario in quanto l’invecchiamento della popolazione, che porta maggiore spesa sanitaria, previdenziale e sociale in generale, è stato fortissimo già negli anni ’60-’70, quando il modello sociale europeo ha fatto fronte a un raddoppio della percentuale di ultra65enni sulla popolazione totale. Questo dimostra l’efficacia del welfare nel fronteggiare fenomeni che oggi si ripropongono con tassi incisivi e che ci riguarderanno anche nei prossimi anni, e la sua capacità di rispondere a bisogni emergenti.

Il welfare europeo della “età dell’oro” si finanziava però con tassi di crescita economica molto più alti di quelli attuali, raggiunti invece oggi dalle economie emergenti di Asia, Brasile e Russia. Il “modello sociale europeo” è in grado di reggere a questa pressione competitiva, e anzi di costituire appunto un modello per economie che crescono in modo tumultuoso ma non sempre socialmente ordinato?
Il fatto che il welfare sia in stato di maturità significa appunto che esso si è adeguato a tassi di crescita inferiori rispetto a quelli degli anni ’60-’70. Non solo: i decenni che hanno seguito la fine della “età dell’oro” hanno visto una grande apertura dei mercati internazionali, una globalizzazione che ha creato una condizione di maggiore sviluppo per i Paesi più arretrati ma numerosi problemi in quelli occidentali, e questi problemi sono stati affrontati proprio grazie all’esistenza del Welfare State – che ad esempio, con gli ammortizzatori sociali e la regolazione del mercato del lavoro, ha consentito uno spostamento ordinato di forza lavoro da settori in crisi (anche) per il trasferimento della produzione nei Paesi in via di sviluppo a settori con maggiori tassi di crescita e tecnologicamente avanzati.
Questo adattamento è quindi sicuramente possibile, e il “modello sociale europeo” non solo può essere un modello per i Paesi in via di sviluppo, ma lo deve essere. Teniamo presente che quando è esplosa la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-2008, si è manifestata una superiorità assoluta del modello sociale europeo rispetto ad altri sistemi come quello anglosassone. L’Argentina aveva già conosciuto una crisi drammatica e un default nel 2001; per fare fronte ai problemi della nuova crisi finanziaria (poi estesasi all’economia reale), che ha rimesso in discussione tutto il risparmio affidato ai mercati finanziari e soggetti privati, compreso quello previdenziale, nei primi mesi del 2009 ha dovuto nazionalizzare i 10 fondi pensione privati con cui aveva privatizzato la Social Security pubblica nel 1994. Se non avesse fatto questa nazionalizzazione, tornando quindi a un sistema previdenziale di tipo europeo, non avrebbe avuto le risorse per pagare nemmeno le pensioni in essere.

In che modo è possibile razionalizzare e adeguare alle esigenze individuali il sistema di welfare italiano, senza con questo creare un sistema di mercato in cui la scelta tra le diverse prestazioni spetti alle famiglie e il ruolo del pubblico si ritragga a quello di mero regolatore?
Io giudico assolutamente sbagliato che per i beni sociali fondamentali il ruolo del pubblico debba ritrarsi e affidare la loro protezione al mercato. Tutta la dottrina economica, anche quella neoclassica e quella che si ispira all’economia del benessere (con grandi Premi Nobel solo parzialmente eterodossi, come Arrow o Stiglitz), dimostra che nei beni sociali fondamentali c’è una superiorità dell’offerta pubblica di servizi e di prestazioni. Questo vale per la previdenza, per cui la previdenza privata (ho fatto l’esempio dell’Argentina) non è assolutamente in grado di fornire la tutela offerta dai sistemi a ripartizione di tipo pubblico; questo vale per la sanità, tanto è vero che Obama ha condotto una battaglia campale, nel primo anno del suo mandato, per dotare il popolo americano di un sistema sanitario di tipo universalistico e fondato sulla garanzia del pubblico – mentre con il sistema privato esistente la spesa sanitaria negli USA è il 14% del PIL, quando nei Paesi europei come l’Italia è intorno al 6-7%. I sistemi sanitari pubblici sono quindi non solo in grado di fornire servizi universalistici, e dunque maggiore equità, ma sono anche più efficienti, perché sprecano molte meno risorse.
Su previdenza, sanità, istruzione c’è un’assoluta priorità dell’offerta pubblica di prestazioni e di servizi. Poi ovviamente, ad esempio nella previdenza, si può pensare a un ruolo del privato, che deve essere però soltanto integrativo. Secondo gli insegnamenti della storia, e anche della teoria, ruoli sostitutivi sono estremamente dannosi e pericolosi. Bisogna pensare a un ruolo integrativo del privato, per esempio alla previdenza complementare e ai fondi pensione, e anche in sanità per alcune prestazioni non fondamentali, ma non per quelle ospedaliere di base: guai a pensare a una privatizzazione degli ospedali di base, come purtroppo sta pensando di fare Cameron, capo del governo conservatore inglese.
E poi ci sono dei campi nei quali i privati, penso soprattutto al privato sociale, possono avere un grande ruolo, ma sono campi per l’offerta di beni di tipo diverso, come l’assistenza agli anziani o le residenze sanitarie assistite. Ad esempio, il supporto alla non autosufficienza, per cui il Governo Prodi aveva istituito un fondo che poi Tremonti ha completamente definanziato, si può sviluppare con una forma di partnership tra pubblico e privato: si può pensare a una contribuzione assicurativa obbligatoria, sul modello già seguito dalla Germania, che serva a fare emergere il lavoro nero e sommerso, con prestazioni fornite da operatori di mercato, individualmente o in forma associata. Gli operatori di mercato, e soprattutto del privato sociale, possono dare moltissimi contributi anche in altri campi, più legati però all’organizzazione del tempo libero o all’assistenza all’infanzia – ad esempio, gli asili nido devono essere assolutamente sviluppati nel nostro Paese, e possono esserci forme di partnership pubblico/privato.

Settori del welfare come i servizi alla prima infanzia, in cui più forte può essere (e più discusso è oggi) il ruolo dell’impresa sociale, non fanno quindi parte dei “beni sociali fondamentali”? E come deve essere impostato in questi ambiti il rapporto tra soggetti privati e attore pubblico?
Anche questi sono beni sociali fondamentali, ma potremmo definirli “non primari”, mentre potremmo definire – riprendendo l’espressione di John Rawls, il grande filosofo della teoria della giustizia – “beni sociali primari” la sanità, la previdenza e l’istruzione, che sono anche quelli sanciti nella nostra Costituzione come diritti universali, rispetto a cui gli altri servizi sono di second’ordine, ma non di minore importanza. In questo ambito, il ruolo dell’operatore pubblico rimane importantissimo, e guai a identificare, nel parlare di società civile e di privato sociale, un percorso che deresponsabilizzi l’operatore pubblico dalle sue funzioni, come spesso avviene sia a livello nazionale che a livello decentrato. Quando per esempio non si sa risolvere un problema, si inventa un voucher per deresponsabilizzarsi dalla gestione della soluzione di quel problema, lo si monetizza e ci se ne lava le mani.
Io penso che non si debba fare così, e mi risulta che gli operatori del Terzo Settore e la società civile siano i primi a volere un operatore pubblico che non si deresponsabilizza, perché per potere operare hanno bisogno di un quadro forte, un’architettura istituzionale definita dall’operatore pubblico. Questa definizione deve avvenire in compartecipazione e in concertazione – non può essere un assetto che l’operatore pubblico pensa e immagina nella sua testa, come Minerva nella testa di Giove –, e ci si deve arrivare associando una pluralità di soggetti, ma con una regia, una promozione e una spinta che non possono non essere dell’operatore pubblico.

E dove il pubblico, magari per storia e tradizione, ha un ruolo di gestione diretta che ora fa più fatica a mantenere e non riesce ad ampliare? È plausibile che uno stesso servizio sia gestito a volte da un operatore pubblico, a volte da un operatore privato nell’interesse pubblico (ma con condizioni di lavoro diverse, come nel caso dei servizi alla prima infanzia)? O forse, nell’ambito dei beni non primari benché fondamentali, l’operatore pubblico dovrebbe dismettere il ruolo di gestore diretto e fare solo da regolatore?
No, io non penso che il pubblico debba dismettere il ruolo di gestore diretto in modo incondizionato e apodittico; ci vogliono molta sapienza, adattamento e flessibilità rispetto alle diverse situazioni. Per me è fondamentale che rimanga il ruolo di regia pubblica, che in molti casi può voler anche dire gestione diretta. Non bisogna avere un’avversione per la gestione pubblica diretta, e pensare che la gestione del privato significhi automaticamente meno sprechi e più efficienza, perché questo non è mai vero: non lo è nemmeno nella sfera della produzione, figuriamoci in quella della protezione sociale. Tuttavia, bisogna articolare a seconda delle diverse situazioni – far fiorire cento fiori, non impedire la fioritura, che è un ruolo dell’operatore pubblico favorire.

Come si concilia una nozione come quella di “merito”, che spesso si ritiene debba assumere un maggiore rilievo nel sistema socio-economico del nostro Paese, con la copertura del welfare per le situazioni di debolezza?
Le due nozioni si possono e si devono conciliare, adottando uno schema di teoria della giustizia molto profondo, e mi rifaccio ancora una volta a John Rawls, il più grande filosofo politico del Novecento. Rawls considera il “merito” una nozione da maneggiare con estrema cura, perché può portare su false piste se pensiamo che la giustizia si basa soltanto sul riconoscimento del merito, quando per esempio le persone non hanno alcun merito dall’essere nati fortunati, in una famiglia ricca e agiata che gli può consentire di tutto.
Con una teoria della giustizia comprensiva come quella di Rawls, quindi, bisogna quindi pensare ai beni fondamentali; e bisogna arricchire tale teoria, che pensa alla fornitura di beni fondamentali primari soprattutto in termini di reddito, con la teoria di Sen, che pensa all’offerta di capacità come il poter essere, fare, lavorare, essere informati, comunicare, essere in relazione con gli altri, persino giocare. Queste sono le capacità di cui parla Sen, ed esse vanno fornite a tutti i cittadini sulla base del rispetto della loro dignità di esseri umani e persone. Teniamo conto che la nostra Carta fondamentale costituzionalizza la nozione di persona, una scelta molto rilevante per le implicazioni che se ne possono trarre per una teoria della giustizia.
Forniti i beni sociali fondamentali, il merito è molto importante nell’accesso a determinate posizioni. Se vogliamo che le persone diventino anche avvocati, professori, medici, è molto importante che il merito sia rispettato nell’accesso alle rispettive professioni. Il merito, quindi, non può valere quando si discute della produzione e della distribuzione di beni sociali fondamentali; deve valere quando si discute dell’accesso a determinati ruoli sociali, ma non può valere, ancora, come unico criterio quando si discute dei guadagni addizionali una volta che l’accesso a tali ruoli si sia verificato. Per esempio, il fatto che un manager debba avere una retribuzione 400 volte superiore alla retribuzione di un lavoratore medio o mediano non può essere giustificato in base a nessun tipo di merito. In questo ambito devono quindi tornare criteri egualitari, anche se non di tipo estremistico, e il paradigma dell’uguaglianza deve essere quello fondamentale.

Le sfide (e le minacce) al welfare futuro, come nel caso della “lettera della BCE” del 5 agosto scorso, vengono spesso da organismi sovranazionali in cui c’è una carenza di rappresentanza politica dei cittadini. Come può la popolazione fare sentire la propria voce rispetto a tali organismi?
Eleggendo parlamenti e governi che non siano di centro-destra. La nuova governance economica europea definita il 24-25 marzo 2011 è nefasta, perché sollecita politiche di austerità secondo l’ortodossia monetarista e neoliberista, che hanno effetti estremamente restrittivi e recessivi, per cui stiamo tutti entrando in un double-dip, una seconda recessione gravissima dopo quella che abbiamo avuto nel 2009. Queste politiche non sono quindi nemmeno in grado di assicurare davvero l’equilibrio di finanza pubblica, che pure ci vuole, perché con la recessione provocheranno un avvitamento, e non una soluzione, dei problemi del debito e del deficit.
Dall’altro lato, le politiche neoliberiste sono nefaste perché adesso vorrebbero punire gli Stati, che nel 2008-09 hanno salvato il mondo dalla catastrofe del sistema finanziario internazionale trasformando immensi debiti privati in debiti pubblici, costringendoli a politiche di tagli selvaggi, che vanno a gravare in primo luogo sulla spesa sociale. Questo è assolutamente intollerabile, e bisogna chiedere una modifica della governance economica definita con il Consiglio Europeo di marzo, che porta il segno della Germania di destra della Merkel. La lettera della BCE non va sopravvalutata e va contestualizzata: in fin dei conti, è una lettera inviata a un governo di centro-destra che aveva inventato e praticato la finanza creativa.
I cittadini hanno la possibilità di eleggere parlamenti e governi che modifichino queste strutture, e ripongano su basi più solide, eque ed efficaci il rapporto tra crescita economica e sviluppo del welfare – che non deve crescere più ai tassi vertiginosi degli anni ’60 e ’70, ma non deve nemmeno essere tagliato e devastato. Le risorse si possono trovare pensando soprattutto al possibile sviluppo del welfare legato alle nuove attività, al tempo libero, alla riqualificazione delle città, persino alla green economy, e scommettendo sulla sinergia positiva tra sviluppo economico e sviluppo sociale.

Per salvare il welfare occorre ripensare allora tutto il sistema economico in cui viviamo? Ed esistono nel panorama attuale forze politiche in grado di intraprendere questo compito?Penso che ci sia una grande battaglia, anche di tipo culturale, da compiere. È una battaglia affascinante, che richiede un’elaborazione culturale molto forte, per fare i conti con il passato e guardare al futuro. Del resto, con la crisi economica globale è deflagrato un intero modello di sviluppo: quello del consumismo sfrenato, della trasformazione di ogni cosa in merce, dell’indebitamento selvaggio, dell’iperfetazione della finanza. Tutto questo è ormai drammaticamente in crisi, ma sarà difficile imporre un nuovo modello di sviluppo. Occorre un grande lavoro di rielaborazione, un new economic thinking, come dicono i democratici americani, Stiglitz, Soros e persino una testata liberale come l’Economist.
Robert Reich ha proposto di recente di ridare vita ad alcune agenzie che erano state fondate durante il New Deal. Bisogna pensare nei termini di una nuova grande transizione, come l’aveva descritta Polanyi negli anni tra le due guerre, riferirsi a questo tipo di analisi e riflessione e portarla avanti. È molto difficile, ma è anche estremamente affascinante, battersi per questa sfida; e se la sinistra e il centro-sinistra non si caratterizzano su questo, su che cosa mai si potranno caratterizzare?

8. Un patto sociale per salvare l’Europa

Anton Hemerijck è vicerettore della Facoltà di Scienze Sociali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, e tra il 2011 e il 2009 ha diretto il Consiglio Scientifico olandese per la Politica di Governo (WRR). È uno dei più importanti studiosi di politica sociale comparata, e sostenitore della prospettiva dell’investimento sociale. Tra le sue pubblicazioni, Why We Need a New Welfare State con Gosta Esping-Andersen, Duncan Gallie e John Myles (Oxford University Press, 2002); il suo nuovo libro Changing Welfare States sarà pubblicato nel 2012.

Come definirebbe oggi l’approccio dell’investimento sociale? E in particolare, dopo la crisi economica iniziata nel 2007, quali differenze sottolineerebbe con la sua formulazione originaria negli anni ‘90, quando questa prospettiva fu elaborata in stretta connessione con la prospettiva politica della Terza Via, illustrata da Anthony Giddens e “portata al potere” da Bill Clinton e Tony Blair?
L’investimento sociale suggerisce di guardare alla politica sociale come a un “fattore produttivo”. Mentre la dottrina neoliberista esigeva uno scambio tra efficienza ed equità, il paradigma dell’investimento sociale vede l’efficienza economica andare mano nella mano con la giustizia. Ci sono molti aspetti della politica sociale che consentono alle persone di tornare nel mercato del lavoro con migliori abilità, aiutano a crescere bambini sani e ben addestrati, rendono le famiglie capaci di riconciliare lavoro e vita familiare, servono a ritardare il pensionamento attraverso l’invecchiamento attivo, e così via.
Ci sono sempre state differenze importanti con la Terza Via. Anzitutto, i pensatori della Terza Via come Tony Giddens credevano che con uno spostamento da politiche di welfare passive ad attive avremmo creato un trampolino per tutti. Nel mio lavoro con Esping-Andersen e altri (Why we Need a New Welfare State, 2002) abbiamo sostenuto che una protezione passiva di reddito (minimo) – una rete di sicurezza dal tessuto stretto – restasse necessaria. Abbiamo optato per una combinazione di brevi ma alti sussidi di disoccupazione accoppiati con politiche attive del mercato del lavoro. È molto importante guardare alle “strutture sottili” dei mix della politica pubblica di “buone prassi” che promuovono un’occupazione più alta e una produttività migliorata per la competizione ottimale del settore privato.
In secondo luogo, Giddens non era affatto interessato alla redistribuzione. Penso che la crisi abbia mostrato che gli attuali livelli di disuguaglianza di reddito sono altamente improduttivi. Le innovazioni finanziarie sono state in primo luogo dedicate a nuovi modi per generare guadagni speculativi. C’è anche da fare una discussione sul fatto che gli attuali livelli di disuguaglianza abbiano depresso la domanda globale relativa e la crescita.

È possibile, e come, riportare questa prospettiva all’attenzione pubblica in un contesto politico occidentale completamente differente, e dopo il sostanziale fallimento dell’Agenda di Lisbona, il suo programma più ambizioso?
Questo è certamente un problema serio. Se però andiamo indietro alla recessione dei tardi anni ’70 e primi anni ’80, anche allora il panorama politico era altamente volatile. Praticamente ogni governo al potere nel 1979 non era più in carica nel 1982. Lo stesso sta avvenendo oggi. La mia aspettativa è che ci sarà di nuovo uno spostamento verso il centro-sinistra nel giro di un paio d’anni. La questione è se allora la sinistra salterà fuori con risposte sostenibili. La strategia di Lisbona è stata un fallimento, ma non in termini di occupazione. Lo spostamento nella definizione del problema dal “combattere la disoccupazione” (attraverso l’uscita precoce) all’incrementare l’occupazione ha avuto in realtà grande successo, più che negli USA.
Il problema di Lisbona era che le idee di investimento sociale sono rimaste completamente divorziate dal pensiero mainstream del mercato unico e dell’Unione Monetaria Europea, e dalle questioni della diseguaglianza crescente. Ora noi osserviamo “ex negativo” la prova a favore dell’investimento sociale. Grecia e Italia dall’ingresso nell’Unione Monetaria Europea hanno ottenuto bassi tassi di interesse, e di conseguenza hanno smesso di modernizzare i loro sistemi di welfare. Il risultato è stato una perdita di competitività e una grave divergenza negli attuali conti. Al contempo, i Paesi scandinavi dell’investimento sociale diventavano più produttivi, Grecia e Italia lo diventavano meno. Si vede da qui il bisogno di riequilibrare la politica economica (di breve termine) e l’investimento sociale a lungo termine, specie nelle politiche mediterranee.

I sostenitori dell’investimento sociale spesso evidenziano la distanza del proprio modello da quello tradizionale di welfare “redistributivo”. Come si concilia questo con la significativa crescita della disuguaglianza che le società occidentali hanno vissuto negli ultimi 2/3 decenni?
La questione è se più alti livelli di disuguaglianza siano il (sotto)prodotto di una politica di investimento sociale. Io credo di no. È vero che il centro di offerta dell’investimento sociale è maggiore occupazione, maggiore produttività e alta fertilità. Ma il diavolo è nei dettagli. In Svezia molte madri lavoratrici fanno uso di servizi di cura per i bambini che, in termini di redistribuzione, sono piuttosto progressivi. In Belgio la cura per i bambini è utilizzata solo dalle classi medie, il che suggerisce che l’investimento sociale sia regressivo. Il problema è che le madri hanno maggiori difficoltà a entrare nel mercato del lavoro in Belgio che non in Svezia: niente a che fare con i servizi di cura per i bambini di per sé, quanto con le rigidità del mercato del lavoro.
La disuguaglianza crescente, inoltre, ha molto a che fare con l’omogamia. Le persone altamente qualificate si accoppiano a partner altamente qualificati. Altamente problematica è la polarizzazione tra famiglie lavoratrici ricche e povere. Ecco perché è così importante rendere il welfare state in grado di fornire competenze, specialmente nella parte bassa della scala di stratificazione. Il welfare passivo da solo rinforza soltanto le disuguaglianze esistenti. È indispensabile attuare l’investimento sociale abbinato a una protezione (che renda attivi) di reddito minimo. Bassi livelli di produttività significano meno gruppi benestanti e diminuzione dell’introito fiscale. Inoltre, la fornitura da parte del mercato di servizi familiari e educazione è cronicamente insufficiente, a detrimento delle famiglie povere.

Lei afferma: “Massimizzare l’occupazione è la chiave per assicurarsi welfare states efficaci, sostenibili ed equi” (A. Hemerijck, “The political economy of social investment”, in pubblicazione). Che cosa resta per le persone che non saranno presumibilmente redditizie nei termini di qualunque investimento sulla loro occupabilità, come persone con gravi disabilità, o la quota crescente di anziani che le aziende cercano di espellere dal mercato del lavoro a causa della loro produttività declinante, e che hanno di fronte un periodo di necessità di cure più lungo che in passato?
Centrale per la nozione di investimento sociale è che la sostenibilità economica del welfare state, inclusa la cura per chi è davvero vulnerabile, dipende dal numero e la produttività e perfino la fertilità dei futuri contribuenti. Più alta è l’occupazione, più persone pagano le tasse e più c’è un fondo per la solidarietà con le persone con gravi disabilità. Un vero problema c’è con il mercato del lavoro per i più anziani: di solito sono ben pagati, ma se si diventa disoccupati dopo i 55 anni, c’è scarsa probabilità di tornare nel mercato del lavoro. Penso che il mercato del lavoro per i lavoratori più anziani avrà bisogno di essere riformato. La buona notizia è che i cinquantenni di oggi sono molto meglio formati di quelli di 10 anni fa. Con l’invecchiamento ci saranno scarsità nel mercato del lavoro. C’è un certo bisogno di “retrocessione”, ma davvero le competenze e l’invecchiamento attivo sono le risposte. È anche vero che sebbene si viva più a lungo, le malattie croniche cominciano prima. Questo implica che anche nella cura della salute abbiamo bisogno di diventare più orientati all’investimento sociale.

In una visione di welfare come “fattore produttivo”, come evitare il rischio di ridurre la complessità delle persone (e degli interventi sociali necessari per il loro benessere) alla loro dimensione produttiva – il che finirebbe per confermare la “egemonia del mercato” promossa dal neoliberismo?
L’obiettivo normativo al cuore del paradigma dell’investimento sociale è l’impegno a che i cittadini abbiano “vite rigogliose” (Sen), il che segnala uno spostamento dalla libertà dal bisogno alla libertà di agire. Per questo hanno bisogno di “capacità”, alcune delle quali devono essere fornite attraverso l’intermediazione pubblica. Normativamente, credo nel massimizzare le opportunità di vita dei cittadini. Come tattica politica, sostengo che l’investimento sociale è un ottimo paretiano. Se i politici di destra vogliono la crescita, dovrebbero volgersi all’investimento sociale, perché ha un curriculum migliore del neoliberismo ortodosso. Se sostengono una maggiore disuguaglianza alle spese dei poveri, non stanno scommettendo sulla crescita ma sugli interessi acquisiti e i privilegi dei loro elettori. La giustizia redistributiva da sola nel clima attuale non è abbastanza come biglietto per la vittoria elettorale. L’investimento sociale dovrebbe fare appello a un popolo più ampio, perché innalza il potenziale di crescita dell’economia mentre continua a sostenere le capacità dei poveri, ma anche delle famiglie a doppio reddito della classe media, molto meglio delle scariche alternative neoliberiste.

Il giudizio sulla validità di un investimento sociale, se dobbiamo mantenere un paragone con il significato economico del termine, è apparentemente neutrale e matematico. Quale spazio rimane quindi per la politica sociale come questione di scelta tra differenti priorità?
L’investimento sociale è un’alternativa politica reale, specialmente perché molte persone non sanno (o non vogliono) vedere i suoi più ampi benefici economici, sociali e politici! Ma il test di Litmus, senza dubbio, di qualunque welfare state sostenibile oggi sta nella sua abilità di mantenere alti livelli di occupazione, perché questo serve a ridurre la pressione finanziaria sul governo, dovuta, in particolare, a strutture della famiglia e del mercato del lavoro più instabili, e così mitigare i (nuovi) rischi sociali di individui e famiglie. Il ruolo dello Stato nel fornire sussidi sociali sarà circoscritto dalla dura conseguenza fiscale della nuova recessione. D’altro canto, le politiche pubbliche rimangono molto importanti per consentire agli individui di aumentare il proprio capitale umano, trovare occupazione di qualità, ed equilibrare le loro responsabilità lavorative con l’allevamento dei figli e più in generale la cura informale. Ecco perché è così importante tenere in equilibrio giudiziosamente il consolidamento fiscale a breve termine con l’investimento sociale a lungo termine.

Lo stato attuale della crisi economica, specialmente in Europa, prefigura una lunga stagione di tagli alla spesa pubblica. Come possono i bilanci del welfare sociale resistere a questo ridimensionamento, e anzi essere il volano economico per un nuovo periodo di investimenti sociali?
Nel mio articolo di politica con Frank Vandenbroucke, The EU Need a Social Investment Pact, sollevo il bisogno di riconciliare il consolidamento fiscale a breve termine con l’investimento sociale a lungo termine. L’austerità aggraverà e prolungherà soltanto l’attuale recessione e, ancor peggio, distruggerà il potenziale produttivo a lungo termine dell’investimento sociale. Pertanto, per ragioni economiche, sociali e politiche, l’Europa ha bisogno di un “patto di investimento sociale”, ancorato a una politica di bilancio pro-crescita e alla regolazione finanziaria.
In un continente che invecchia, è in definitiva la qualità del capitale umano che importa di più per la sopravvivenza del welfare state. È importante in maniera cruciale non gettare il bambino con l’acqua sporca. Ristabilire la competitività attraverso salari in caduta e licenziamenti di massa è una scelta controproducente, nel senso che servirebbe soltanto ad aumentare il fardello del debito, con conseguenze disastrose in termini di mobilitazione politica xenofoba. Per prevenire questo scenario traumatico, l’eurozona dovrà offrire un qualche finanziamento per l’investimento sociale. In altri termini, la regolazione verso l’investimento sociale richiede tempo: riforme dei mercati del lavoro e delle pensioni e investimenti in nuove attività e capacità istituzionali rilevanti devono avvenire insieme. Per Spagna, Italia e Portogallo questo è cruciale – la Grecia è una storia totalmente diversa. Entro l’attuale camicia di forza del recente patto di austerità fiscale, sembra esservi poco spazio per un tale patto di investimento sociale, con un contraccambio equilibrato tra investimento sociale a lungo termine e consolidamento fiscale a breve termine. Il suo carattere intergovernativo lo rende istituzionalmente debole. Sugli eurobond condizionati a investimenti sociali è stato posto il veto, e il fondo di salvataggio è stato a malapena espanso per essere all’altezza dell’imperativo di salvare l’eurozona. Questo finirà tragicamente per prolungare la crisi europea.
Molto probabilmente la recessione in arrivo sarà profonda. Possiamo solo sperare che questo inneschi un momento profondo di apprendimento politico. Se, indovina un po’, appare esserci una correzione politica verso il centro-sinistra (che è assai più positivo sugli eurobond), un patto europeo di investimento sociale può essere lanciato, benché con eccessivo ritardo. La diagnosi intrinseca sbagliata della crisi è che sia una crisi dello Stato e di promiscuità fiscale. Questo è stato vero solo per la Grecia, non per Spagna e Irlanda. È politicamente molto difficile cambiare la concezione neoliberista degli “Stati falliti” verso una comprensione dello Stato come un fornitore importante di servizi sociali pro-mercato e di regolazione finanziaria elementare.
Il periodo dopo la crisi metterà a durissima prova il welfare state, ma questo potrebbe anche generare conseguenze positive. Le persone si rendono conto una volta di più di quanto siano importanti le istituzioni pubbliche per la sicurezza sociale. Inoltre, condizioni economiche disastrose non renderanno opportuno per i politici abbandonare facilmente gli impegni sul welfare. In questo senso, la recessione europea in arrivo potrebbe rinforzare, spero, piuttosto che minarlo, il presagio dell’investimento sociale nel periodo dopo la crisi finanziaria globale.

7. L’investimento sociale


Una delle obiezioni più sovente opposte alle proposte di tagli al welfare è che la spesa sociale non è “improduttiva”, come spesso gli economisti neoliberisti hanno affermato, bensì un “investimento” nella capacità produttiva del futuro, per la quale sono imprescindibili qualità del capitale umano e coesione sociale. Questa argomentazione, a volte utilizzata come semplice “tattica dialettica”, è la base di un’articolata e consolidata elaborazione teorica sul futuro del welfare, l’approccio dell’“investimento sociale” – che prospetta però una rete di protezione sociale piuttosto differente da quella costruita sinora da molte società occidentali.
Di “investimento sociale” – o anche, in una prima fase, di “sviluppo sociale” in senso welfaristico – si comincia a discutere negli anni ’90 del XX secolo, con l’intento fondamentale di riconciliare gli obiettivi di protezione sociale e sviluppo economico, che il pensiero neoliberista vede invece in un rapporto di trade-off (perseguire l’uno impone di rinunciare all’altro). Come sottolinea James Midgley nel 1999, “i critici del welfare sociale sostengono che le risorse trasferite dall’economia produttiva alle spese sociali improduttive sono nemiche della prosperità economica. Essi asseriscono che tagli sostanziali nelle spese sociali sono necessari se bisogna sostenere la crescita economica” (“Growth, Redistribution, and Welfare: Toward Social Investment”, in Social Service Review, n. 73-1/1999, p. 3-4). L’approccio dell’investimento sociale, al contrario, propugna l’esistenza di una correlazione positiva tra spesa sociale e sviluppo economico: “la caratteristica più distintiva dello sviluppo sociale è il suo tentativo di collegare gli sforzi per lo sviluppo sociale ed economico. Lo sviluppo sociale cerca esplicitamente di integrare processi sociali ed economici, vedendo entrambi gli elementi come sfaccettature integrali di un processo dinamico di sviluppo” (J. Midgley, Social Development. The Developmental Perspective in Social Welfare, London, Sage, 1995, p. 23).
I sistemi di protezione sociale esistenti devono però essere ripensati alla luce di una prospettiva di “investimento”, rendendo centrale la produttività economica della spesa sociale, e superando dunque il welfare beveridgiano per massimizzare, in un contesto molto più mobile che in passato, la partecipazione al mercato del lavoro e la formazione del capitale umano e sociale. Come riassumono Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, “l’attenzione è su politiche pubbliche che ‘preparino’ individui, famiglie e società ad adattarsi a varie trasformazioni […] piuttosto che semplicemente generare risposte mirate a ‘riparare’ qualunque danno causato da fallimenti del mercato, sventura sociale, scarsa salute o inadeguatezza delle politiche prevalenti” (“The EU Needs a Social Investment Pact”, OSE Paper Series, Opinion paper No. 5, maggio 2011, p. 5). La traduzione pratica di questi indirizzi, in estrema sintesi, rende imperativo lavorare più a lungo e vincolare i sussidi di disoccupazione a una efficiente riqualificazione professionale; i risparmi nella spesa pensionistica e sociale che ne conseguono andranno destinati soprattutto ai servizi all’infanzia, in modo da promuovere la conciliazione tra vita e lavoro delle famiglie e favorire l’occupazione delle donne, e alla formazione, tanto scolastica quanto continua. Si avrà così domani una base produttiva più ampia (per la crescita demografica così agevolata) e più efficiente (per le competenze migliori e continuamente aggiornate garantite dal sistema formativo), che garantirà la sostenibilità del sistema di welfare stesso nel tempo. Nella medesima prospettiva si colloca la promozione, rivolta in particolare ai Paesi in via di sviluppo ma applicabile anche alle economie avanzate, di un risparmio privato che possa generare investimenti locali e della nascita di microimprese capaci di affrancare dalla dipendenza le popolazioni più povere. Tutte queste opzioni presuppongono che il sistema di welfare privilegi l’erogazione di servizi (e la loro continua evoluzione) alla mera erogazione di risorse: un richiamo al modello di spesa sociale dei Paesi scandinavi, che quasi sempre i sostenitori dell’investimento sociale prendono a esempio della compatibilità tra alta protezione sociale e alta competitività economica.
A proposito di persone con gravi disabilità, Martha Nussbaum asserisce che “se anche concedessimo al sostenitore della causa della disabilità che i lavoratori con menomazioni al di fuori del ‘normale’ possano essere altamente produttivi, è improbabile che qualcuno possa dimostrare che, in generale, la loro produttività economica riesca a compensare i costi di una loro piena inclusione” (Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 137). Cosa succede a queste e alle altre persone l’investimento sociale sulle quali si mostra, già in partenza, non abbastanza redditizio? Lo stato sociale tradizionale risponde(va) alle loro esigenze soprattutto tramite la redistribuzione economica alimentata dalla fiscalità: e proprio su questo tema pare emergere una divergenza tra i sostenitori dell’investimento sociale, che vede da un lato una scuola angloamericana più legata alla “Terza Via”, proposta da Anthony Giddens e adottata da Bill Clinton e Tony Blair, e dall’altro una corrente ispirata alla nozione di “modello sociale europeo”. La prima concezione si definisce in contrapposizione più netta al welfare passivo e redistributivo: secondo Midgley, “lo sviluppo sociale cerca specificamente […] di formulare una concezione della politica sociale come produttivista e orientata all’investimento, piuttosto che redistributiva e orientata al consumo” (“Growth, Redistribution, and Welfare” cit., p. 8). La persona non produttiva diventa un caso residuale, quando anzi è davvero tale: “sebbene [i sostenitori dell’investimento sociale] riconoscano che alcuni clienti del welfare sociale non saranno mai economicamente attivi, essi credono che molti di coloro che sono attualmente dipendenti dai sussidi sociali possano essere portati nell’economia produttiva attraverso interventi appropriati” (ibidem, p. 8). Nel pensiero “europeo” il welfare passivo, e dunque la redistribuzione, rimane invece una componente essenziale delle nuove politiche: secondo Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, “l’investimento sociale non è un sostituto per la protezione sociale. Un’adeguata protezione di reddito minimo è una precondizione critica per un’efficace strategia di investimento sociale. In altri termini, ‘protezione sociale’ e ‘promozione sociale’ dovrebbero essere intese come gli indispensabili pilastri gemelli complementari del nuovo edificio del welfare di investimento sociale” (“The EU Needs a Social Investment Pact” cit., p. 6-7).
La distinzione fra queste due concezioni aiuta anche, sebbene solo in parte, a chiarire come l’approccio dell’investimento sociale sia “passato” nelle politiche sociali degli ultimi due decenni. La “Terza Via” abbracciata negli anni ’90 dalle politiche statunitensi e britanniche sembra frutto di un compromesso più profondo con le idee neoliberiste, mentre nelle politiche dell’Unione Europea la prospettiva dell’investimento sociale è stata adottata nel 2000, con la strategia di Lisbona, come obiettivo di lungo termine cui le scelte nazionali in materia di politiche sociali hanno aderito solo in parte, lasciando in vita ampie sezioni di welfare passivo o del tutto assistenziale e non producendo una rilevante convergenza tra i tre modelli “classici” di protezione sociale scandinavo, continentale e mediterraneo. Diventa perciò difficile capire in quale misura gli attuali assetti della spesa sociale nei diversi Paesi occidentali siano frutto dell’adesione all’approccio dell’investimento sociale, e quanto risentano ancora del “minimalismo” neoliberista – il quale, come dimostrano l’orientamento delle recenti revisioni e la nozione stessa di “Patto di Stabilità e Crescita” UE, è tutt’altro che un residuo del passato.
Reinquadrare come investimento a lungo termine la spesa sociale presuppone dunque una sua consistente ridefinizione (un aspetto da non dimenticare quando si usa questo argomento per difenderla dai tagli), e al contempo tale ridefinizione non è esente da contraddizioni e possibili obiezioni. È sulle più rilevanti tra esse che cerca di concentrarsi l’intervista che segue.

6. L’Italia dei tagli vista da Napoli

Riccardo Iacona è autore e conduttore di Presadiretta, programma di inchiesta giornalistica di Rai 3 che dal 2009 ha più volte puntato i riflettori sulle difficoltà della popolazione di fronte alla disoccupazione, alla precarietà del lavoro, ai tagli del bilancio pubblico e alla riduzione dei servizi sociali.

Nella puntata “Arrangiatevi” di Presadiretta (20 febbraio 2011) avete trattato diversi casi di servizi sociali a rischio a causa dei tagli. Da quello che avete percepito, è probabile che questi tagli, e i prossimi che si annunciano, producano sommovimenti sociali, o anche vere e proprie rivolte come in Grecia, o alla fine le persone finiranno appunto per “arrangiarsi”?
Come dimostrano ormai tanti studi statistici sulla perdita di reddito delle famiglie, si stanno riducendo le risorse grazie alle quali noi ci siamo sempre arrangiati per rispondere a questa crisi, stringendo i consumi da una parte e mettendo le mani su risparmi e pensioni dei familiari dall’altra.
I tagli al welfare sono particolarmente odiosi perché colpiscono una fascia che è già debole e fuori dal circuito produttivo. Io non a caso ho fatto il pezzo a Napoli, forse la più grande città d’Italia che abbia centinaia di migliaia di persone che possiamo chiamare “il popolo”: persone che hanno pochissime risorse per vivere, non hanno un lavoro vero ma lavorano solo a nero – e stiamo parlando appunto di problemi che coinvolgono pezzi interi di una città, e che richiederebbero una bonifica. A me non preoccupa tanto la protesta, perché stiamo parlando di una povertà endemica, quanto il fatto che queste persone non entrano nel circolo produttivo e non possono contribuire alla crescita del Paese. Se c’è il 30% di abbandono scolastico, abbiamo un sacco di ragazzi che non hanno gli strumenti per capire quello che gli succede attorno. Quando tu tagli il welfare, tagli quelle cooperative che invece accoglievano questi ragazzi difficili e gli facevano prendere almeno la licenza media.
Io sono quindi preoccupato che i tagli al welfare siano un altro pezzo dell’arretramento economico del Paese, e che ci riducano la possibilità di vincere la crisi e uscirne a testa alta, con un Paese diverso.

Rispetto a un contesto così difficile, il welfare può certo alleviare determinate situazioni, ma l’esclusione dal circuito produttivo non è più legata alla mancanza di investimenti, e alla criminalità organizzata che li ostacola?
A maggior ragione, la risposta dello Stato dovrebbe essere più forte. Proprio sui temi sociali ed economici del lavoro, c’è ormai una letteratura molto interessante – un professore di nome Isaia Sales ha scritto dei libri bellissimi, in cui dimostra concretamente come alla chiusura delle fabbriche avanzava la camorra. Lì, la questione vera è il lavoro, e nel lavoro c’è tutto: il welfare, la formazione, la creazione di investimenti.
Ma se tu rispondi solo militarmente, non fai altro che riprodurre l’ambiente in degrado, anzi ottieni l’opposto: i quartieri si polverizzano, diventano un tutt’uno con la minoranza di violenti che li comanda, e oltre al confino sociale si aggiunge il confino di polizia. Noi abbiamo già un problema enorme come le carceri sovraffollate; se pensiamo di risolvere i problemi della società senza curare e senza medicare, ma solo reprimendo, non otterremo mai un risultato degno di questo nome, e soprattutto non terremo la porta socchiusa verso il futuro.

Come giornalisti, nel raccontare la riduzione del welfare, un fenomeno con cause complesse ed effetti di difficile visibilità, quali difficoltà avete incontrato?
Diciamo pure nessuna. Noi siamo abituati a raccontare la realtà, la realtà si offre, le persone che incontriamo sanno raccontarsi, c’è un Paese intero che si vuole raccontare. Il problema è che sono pochi i mezzi della televisione generalista che si esercitano in questa attività. Abbiamo assistito a un arretramento da parte della RAI sul racconto libero della realtà e sull’autonomia editoriale, tutti passaggi che ben conoscete. Ma non c’è nessuna difficoltà ad andare sul territorio: basta andarci.

5. Perché decentrare (sul serio) il welfare

Emanuele Ranci Ortigosa, è presidente e direttore scientifico dell’IRS – Istituto per la Ricerca Sociale e direttore della rivista Prospettive Sociali e Sanitarie. Ha coordinato il gruppo di lavoro che ha prodotto il documento “Disegnamo il welfare di domani”, presentato nell’omonimo convegno a Milano il 29 settembre 2011 e pubblicato nel n. 20-22/2011 di Prospettive Sociali e Sanitarie.

Come hanno resistito, a vostro avviso, i servizi sociali ai tagli di questi anni? E perché proprio ora il sistema di welfare va cambiato per essere salvato?
Prima sono intervenuti i tagli sui fondi sociali a livello nazionale costituiti con l’ultimo Governo Prodi, e poi quelli al finanziamento di Regioni ed enti locali. Gli effetti sui servizi si hanno sempre a scoppio ritardato perché i Comuni riescono spesso ad ammortizzarli il primo anno, ma non il secondo. Il problema si è quindi presentato con maggiore consistenza tra la fine del 2011 e il 2012. Sentendo gli amministratori locali o le cooperative che lavorano con gli enti locali, si scopre che i servizi sociali in senso stretto e quelli analoghi sono già stati via via ridotti.
Perché si rende necessario porre oggi il problema? Perché a questi tagli si aggiunge una minaccia particolare con la delega al Governo per la riforma del fisco e dell’assistenza, che prevede nei prossimi anni tagli massicci e crescenti su queste voci di spesa. Non c’è solo in ballo la revisione della fiscalità, ma vengono messe in gioco direttamente le risorse assistenziali, con alcuni richiami specifici come quello all’indennità di accompagnamento, dando un po’ per scontato che essa venga data indebitamente a beneficiari che non hanno i requisiti, e non contando che l’espansione di questo strumento è una questione epidemiologica: negli anni futuri avremo sempre più anziani e non autosufficienti, una crescita rispetto a cui le assegnazioni indebite sono abbastanza marginali.
Questo disegno di legge, con clausole di salvaguardia per cui i risparmi devono essere comunque effettuati anche tagliando le esenzioni fiscali, è quindi molto pericoloso, tanto che anche un ente non particolarmente sensibile agli aspetti sociali come la Corte dei Conti giudica impensabile sottrarre risorse così massicce, decine di miliardi, all’assistenza: sarebbe veramente una macelleria sociale assolutamente inaccettabile. Ma più in generale, nel momento in cui si restringono le risorse disponibili, in una fase di crisi sociale ed economica che accentua al contrario i bisogni della popolazione, bisogna necessariamente riprendere in mano la situazione per fare in modo che le risorse che si riescono a salvare diano il massimo di benefici possibili.

Questa proposta si espone però alla critica di conservare una spesa improduttiva, e del resto voi stessi definite l’attuale sistema di welfare italiano “assistenzialistico”. Perché questo giudizio? E come è possibile una riforma nei tempi richiesti dalla compatibilità economica del bilancio pubblico?
Con un gruppo di economisti che si sono occupati di problematiche sociali e di esperti dell’IRS, sin dal marzo 2011 ci siamo messi a riflettere proprio su questo problema; l’esito è il documento presentato a settembre, in un convegno che ha avuto come interlocutori istituzionali il Sindaco di Milano Pisapia, il Presidente della Conferenza delle Regioni Errani e il portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore Olivero. Alla base di questa riflessione c’è un farsi carico dei vincoli economico-finanziari generali, e quindi abbiamo voluto circoscrivere il campo sociale, in base a una classificazione non giuridica ma funzionale, alle risorse finanziate su base fiscale (e non contributiva o assicurativa) per i bisogni sociali della popolazione.
La massa di risorse così definita ammonta a circa 62 miliardi, quasi 4 punti del PIL. Con queste risorse oggi disponibili, e che bisogna difendere da ulteriori incursioni predatorie, è possibile fronteggiare in modo più adeguato i bisogni presenti nella popolazione, e accentuati oggi dalla crisi sociale ed economica? Abbiamo provato a valutare alternative possibili, perché anche i confronti a carattere europeo ci dicono che il nostro sistema non è efficace. Per esempio, il nostro intervento pubblico concorre ad abbattere la povertà in misura molto minore di quanto riescano a fare le politiche di altri Paesi, non solo perché spende un po’ meno, ma soprattutto perché spende male.
Un primo elemento di criticità è che le provvidenze oggi attivate non sono appropriate al bisogno. Gli interventi standardizzati accumulatisi nei decenni passati, tutti essenzialmente di erogazione monetaria gestiti centralmente secondo una “riduzione amministrativa dei bisogni”, ossia in modo da rispondere alle esigenze dell’amministrazione e non delle persone, assorbono il 90% dei 62 miliardi citati, ma sono erogati in modo inappropriato e senza controllare se effettivamente abbiano concorso o meno a risolvere il bisogno. Se vogliamo rispondere a bisogni più variegati e complessi che in passato, occorre analizzare ogni singolo bisogno dell’individuo o della famiglia e progettare una risposta appropriata, che può essere solo monetaria, o un mix di integrazioni monetarie del reddito e di servizi, o anche composta solo di servizi. E tutto ciò senza porre i portatori del bisogno nell’atteggiamento passivo di chi va a richiedere una beneficenza – ecco l’assistenzialismo -, ma negoziando con loro sia l’analisi sia le soluzioni: tutte le politiche europee del resto parlano continuamente di attivazione dei beneficiari. Per questo occorre però che le risorse non siano gestite al centro, bensì sul territorio, sia per sviluppare una rete adeguata di servizi, sia per offrire risposte efficaci. Una prima scelta fondamentale è quindi il decentramento. 

In questa direzione, il percorso verso il federalismo fiscale ha finora aperto prospettive sufficienti?
Il federalismo fiscale sul piano dell’assistenza è stato una presa in giro colossale, perché ha ragionato sui soldi che erano già delle Regioni e dei Comuni (8-8,5 miliardi), ma non sull’insieme: si sono fatte solo chiacchiere. Occorre invece decentrare davvero a Regioni e Comuni, assicurandosi però che chi recepisce le risorse abbia un sistema di competenze e professionalità adeguato a gestirle. Per questo, avendo in Italia Comuni molto frammentati, bisogna che essi si associno per riuscire a gestire a una scala efficiente e professionalmente qualificata bisogni e risposte.
Una volta attuato il decentramento, le risorse bastano? Probabilmente occorrono due ulteriori passi. Uno è l’introduzione di un criterio di “universalismo selettivo”: se le risorse per fronteggiare i bisogni sono poche (e non possiamo aspettarci di averne di più), occorre non certo negare le risposte, che devono essere universalistiche, ma chiedere di compartecipare al costo a chi ha una situazione reddituale privilegiata. Sulle misure di contrasto alla povertà tale soluzione è ovvia: occorre unificare le attuali disperse misure e assumere un unico criterio di selezione dei beneficiari e di integrazione del loro reddito. Assai più delicato e problematico è applicare la selettività sul reddito a interventi universalistici a bisogni come quelli posti dalla non autosufficienza. A rigore in merito lo Stato dovrebbe sostenere gratuitamente tutti, con interventi adeguati, ma con risorse insufficienti e senza possibilità di alimentarle, occorre allora combinare l’universalismo del diritto con l’equità. Se diamo a tutti, gratuitamente rischiamo di non dare a livello e in modo adeguato, o di tagliare fuori alcuni. Allora è credo preferibile dare a tutti in modo adeguato, ma chiedendo a chi gode di una situazione economica privilegiata di mettersi una mano sulla coscienza e concorrere parzialmente alla copertura dei costi (come avviene già per tanti servizi, per esempio per gli asili nido).
In secondo luogo, occorre cautelarsi che nel trasferimento non vengano sottratte ulteriori risorse. Bisogna quindi che contestualmente all’operazione, e non dopo, siano stabiliti i Livelli Essenziali di Assistenza, declinati sia come diritti esigibili per le persone portatrici di bisogni, sia come standard di servizio, sorretti da risorse adeguate per le istituzioni che li devono garantire.

Di Livelli Essenziali di Assistenza si parla da anni, ma essi non sono mai stati definiti. Il decentramento e la maggiore rilevanza di servizi non monetari, legati al tessuto locale e non a un sussidio uguale per tutti, non potrebbero finire per istituzionalizzare diritti sociali differenziati tra le diverse aree del Paese?
Questo rischio esiste, ma il divario è purtroppo già un dato di fatto. Il centralismo attuale della spesa assistenziale ha assicurato una certa eguaglianza nelle erogazioni monetarie, ma non ha assicurato in alcun modo la crescita e il riequilibrio nella rete dei servizi sociali e sanitari: sappiamo tutti che tra la Calabria e la Lombardia c’è un’enorme differenza nelle tutele. È alla rete dei servizi che dobbiamo invece dare crescente importanza, per il suo significato più egualitario e la maggior certezza di efficacia. Per fare un esempio: non sappiamo minimamente, non avendo alcun elemento di verifica, se l’indennità di accompagnamento viene spesa per migliorare la qualità della vita della persona non autosufficiente, oppure in altro modo da una famiglia che la trascura. Quando invece diamo un servizio, sappiamo che esso è dato per quella persona e per quel problema specifico. O ancora, sappiamo da studi che gli effetti egualitari e di superamento di diseguaglianze e discriminazioni sociali dati ad esempio dalla frequenza dell’asilo nido e della scuola materna non possono essere sostituiti dando semplicemente soldi corrispondenti alle famiglie.
È quindi di grande importanza affrontare il forte divario delle reti dei servizi presenti nelle diverse aree del paese: divario accentuato non solo dalla diversa azione del settore pubblico, ma anche dal fatto che purtroppo, nel mondo e anche in Italia, la rete dell’associazionismo e della cooperazione è più forte nelle aree più ricche e socialmente sviluppate, e meno presente proprio dove da essa si richiederebbe un grande apporto. Si genera quindi una difficoltà complessiva di certe società, la cui crescita su varie dimensioni è più lenta. A questo problema ci sono sempre due reazioni: la prima è dire che tali società non sono in grado di autogestirsi e vanno governate dal centro, ma nella storia d’Italia le politiche centralistiche non hanno mai ottenuto grandi risultati; oppure si può provare a dar fiducia e responsabilizzare queste aree e le loro istituzioni offrendo ulteriori stimoli e opportunità, con adeguate verifiche.
Questo processo non può però esporre a rischio chi, essendo portatore di diritti, oggi riceve un’indennità e potrebbe temere domani di non riceverla più. Bisogna quindi che il passaggio sia graduale, e magari a velocità diverse: passare cioè bisogni e risorse a Regioni ed enti locali solo quando essi hanno uno standard di servizi capace di risposte appropriate. Si avrebbe così un percorso più lento nel tempo, ma con lo stesso obiettivo finale, per le aree del Paese che hanno più difficoltà, da accompagnare con investimenti di ordine straordinario previsti dall’articolo 119 della Costituzione. È cruciale a tal fine definire livelli veramente essenziali, adeguati a una società del nostro livello di sviluppo; se non siamo in grado di garantirli del tutto oggi, partiamo da livelli più circoscritti, ma diamoci delle tappe verso quelli che rimangono i livelli essenziali. Non, quindi, “riduciamo i livelli alle risorse attuali”, ma definiamo livelli già validi e diamoci l’obiettivo politico di raggiungerli.

La devoluzione a gestioni associate sovracomunali, da voi proposta, non prefigura un’organizzazione tecnocratica, in cui i Comuni come rappresentanze elettive avrebbero un minor potere di scelta tra i vari bisogni?
Anche questo è un rischio effettivo, e occorre avere grande attenzione al Comune come realtà con cui la popolazione ha un rapporto diretto, ma ciò dipende anche dalla qualità della classe dirigente locale. Nell’esempio della sanità, l’ultima riforma Bindi di fine anni ’90 prevedeva un ruolo significativo dei Comuni, a livello sia di Aziende Sanitarie Locali che di Distretti. In realtà questo ruolo, a volte già ridimensionato dalle legislazioni regionali, è stato in gran parte svuotato dal fatto che i Sindaci hanno ritenuto a quel punto che la sanità non fosse più affare loro, scaricandone la corresponsabilità anche nei grandi Comuni, dove pure era possibile negoziare apertamente con le ASL.
Gli amministratori locali, eletti direttamente dalla popolazione e soggetti alla sua pressione, possono invece avere un ruolo importante sui problemi socio-assistenziali anche se gestiti a livello intercomunale. Certo, se il Sindaco delega un assessore e se ne disinteressa completamente, il rischio tecnocratico c’è. Nel convegno non abbiamo interloquito con gli assessori, ma con il Sindaco di Milano e il Presidente della Conferenza delle Regioni, perché la tematica sociale non può più essere un tema residuale o molto settoriale delle amministrazioni locali. Occorre poi combinare questo impegno da parte degli amministratori con una dimensione organizzativa e un insieme di competenze e risorse tecnico-professionali che in un Comune di medio-piccole dimensioni non possono esserci. 

Un passaggio del documento auspica un “welfare di iniziativa e non di attesa”, capace di “rifiutare [i bisogni] pressanti solo sul piano della voice”, della sollecitazione sulla politica. A quali situazioni esistenti si fa riferimento? E come gestire l’impatto di una qualunque riforma, in presenza di un’ampia gamma di “diritti acquisiti”?
Un paio di anni fa ho scritto un editoriale per Prospettive Sociali e Sanitarie intitolato “I poveri, chi li rappresenta?”. Le situazioni di maggior povertà e marginalità sociale sono anche quelle che non riescono in nessun modo a organizzarsi, e di cui quindi difficilmente qualcuno si fa carico. Sul terreno della previdenza, ad esempio, l’utenza è molto più organizzata e rappresentata, in particolare dai sindacati, mentre i poveri o gli homeless rimangono senza una voce. Il richiamo non era tanto per puntare un dito accusatorio verso qualcuno, ma per segnalare aree di grave fragilità sociale prive di rappresentanza, i cui bisogni un approccio di equità e solidarietà deve assumere nelle sue prospettive.
Quanto ai diritti acquisiti, occorre avere molta attenzione a non mettere in crisi situazioni individuali e familiari, il cui magro bilancio potrebbe andare all’aria se le erogazioni esistenti venissero meno. Credo però che né giuridicamente, né politicamente, bisogna considerare intangibili i diritti esistenti. Per toccare un tema scottante, non credo che l’indennità di accompagnamento attuale debba necessariamente essere mantenuta in questa forma in futuro; può esserci una revisione, come accenniamo nel documento, articolando il contributo secondo la gravità del fabbisogno assistenziale e considerando anche che famiglie particolarmente abbienti (e non parlo di situazioni “medie”) possano concorrere alla parziale copertura del costo dei servizi.
Se cristallizziamo le misure attuali, la riforma dell’assistenza in Italia non si farà mai, e si manterranno situazioni di inefficacia e iniquità. Prendiamo le erogazioni monetarie finalizzate specificamente alla integrazione dei redditi (pensioni sociali, integrazioni al minimo, “social card”): se le cristallizziamo, non potremo mai avere una misura di contrasto alla povertà di carattere universalistico come hanno praticamente tutti gli altri Paesi europei, la cui politica contro la povertà è di conseguenza più efficace della nostra. Le misure italiane di integrazione al reddito hanno criteri di valutazione della situazione del beneficiario totalmente diversi l’una dall’altra, e in buona parte esse, finanziate dalla fiscalità generale, vanno anche a fasce di popolazione nel decile delle famiglie più ricche, offrendo una integrazione marginale rispetto al tenore di vita di tali famiglie, che risulterebbe invece cruciale se beneficiasse famiglie povere che oggi non hanno nessuna copertura.

Il vostro documento si concentra principalmente su servizi a erogazione stabile e individuale. Una parte crescente delle risorse di spesa sociale, però, si concentra su progetti, ed esistono politiche, come l’accessibilità degli spazi urbani, non strettamente sociali ma dall’evidente ricaduta su questo ambito. Come si integrano questi due aspetti nel sistema di welfare che proponete?
È un tema importante e delicato, anche perché tocca molti finanziamenti europei e privati. La politica dei progetti ha un significato in termini di sperimentazione e innovazione, per cogliere nuovi bisogni o dare risposte innovative a bisogni tradizionali; se però non c’è la possibilità di consolidare le sperimentazioni valide, finita la triennalità si rimane con idee e proposte di miglioramento che non si diffondono nel sistema territoriale. Credo quindi che, pur dando la dovuta importanza al suo ruolo di fermento, a volte ci sia un eccesso di attenzione sulla progettualità, mentre dobbiamo sopratutto assicurare una crescita sul territorio del sistema dei servizi. Noi abbiamo trattato in particolare di interventi su povertà, non autosufficienza, sostegno alla famiglia, ma tutto ciò implica un sistema integrato, forte e perdurante di servizi territoriali. Non si tratta di spezzettare la realtà settorializzandola fortemente, perché sono cruciali anche politiche fuori dal terreno assistenziale, come quelle urbanistiche, dei trasporti, scolastiche, del lavoro. Nel nostro documento non abbiamo richiamato ripetutamente ma non trattato approfonditamente le azioni di prevenzione e socializzazione, perché ci premeva far vedere come su alcuni bisogni fondamentali le politiche possono essere riqualificate decentrandole sul territorio, purché entro un sistema con una proiezione sia nella prevenzione che nell’assistenza e nella cura. Bisogna tornare alla 328 e non dimenticarsela, ed è grave che il decreto di delega non la nomini, se non nella relazione di accompagnamento per dire che verrà abolita – una scelta che sarebbe delittuosa.

4. Un sistema mutualistico per affrontare l’età anziana

Fabrizio Montanari è direttore di Coopselios e del Consorzio di cooperative sociali Quarantacinque e Consigliere di Amministrazione della Fondazione Easycare, recentemente costituita a Reggio Emilia per proporre modelli innovativi di servizi socio-sanitari per la non autosufficienza.

Da quali idee e da quali istanze è nata l’idea della Fondazione Easycare?
Da un’analisi della popolazione anziana nel lungo periodo è emerso che il fenomeno dell’invecchiamento interessa principalmente i paesi industrializzati, e che non rappresenta una tipologia omogenea poiché un anziano attivo e autosufficiente ha necessità diverse da quelle di un anziano fragile ovvero dipendente dall’assistenza e dall’aiuto altrui. I dati evidenziano un significativo aumento della domanda di sostegno, assistenza e cura e l’esigenza di una profonda revisione nell’approccio stesso al sistema assistenziale in atto.

Quale tipo di attività ha svolto sin qui la Fondazione, e quale riscontro ha avuto nel tessuto sociale e istituzionale locale?
Fino ad oggi la Fondazione ha cercato di strutturare la propria compagine sociale per renderla forte e competitiva in diversi ambiti di attività, ma pur sempre restando in ambito mutualistico e di offerta di servizi alla persona. In particolare, la Fondazione eroga, tramite un Consorzio di Cooperative Sociali e i propri soci, i servizi offerti da Prontoserenità, un modello che fornisce diversi pacchetti di servizi, modulari e flessibili in base alle esigenze individuali, ciascuno corrispondente a diverse tipologie organizzate di prestazioni integrate.

Come descrivereste l’innovazione proposta dall’approccio della Fondazione all’assistenza ad anziani e soggetti deboli, rispetto alle attuali prassi e ad altri progetti in corso in altre aree d’Italia?
Il progetto Prontoserenità è innovativo perché si propone come social advisor per la promozione e il coordinamento di network solidali, con l’obiettivo di offrire risposte coerenti sia sotto l’aspetto economico che della tipologia del servizio richiesta, in risposta alle famiglie ma anche agli enti locali, in continua relazione all’evolvere degli operatori e dei servizi reperibili sul mercato. L’elemento fondamentale è rappresentato dalla diffusione di soluzioni e di una cultura di prevenzione e di mutuo-aiuto, che tende a evitare ogni forma di istituzionalizzazione precoce.

L’attività della Fondazione si rivolge in primo luogo agli utenti, ma anche agli enti locali. In che modo si integrano, nella vostra visione, gli apporti economici dei due tipi di soggetti all’assistenza?
La famiglia accede ai servizi attraverso il Comune che accredita il progetto Prontoserenità sul suo territorio. Prontoserenità prevede l’erogazione di diversi pacchetti di servizi, ciascuno corrispondente a diverse tipologie combinate di prestazioni. A ogni combinazione di servizi corrisponde un profilo diversificato dei bisogni socio-assistenziali. L’accesso a questi servizi è regolato dall’iscrizione al servizio dell’utente, a seguito della quale viene rilasciata una card nominativa con scadenza annuale; il costo della card varia in base alla tipologia di servizi che l’utente richiede. La famiglia può richiedere la card direttamente presso gli sportelli territoriali o tramite numero verde oppure dal sito internet. Una volta iscritto l’utente potrà usufruire dei servizi di base, tra cui i servizi di mutualità integrativa.

Quali soluzioni può apportare la vostra proposta a fronte delle prospettive di tagli nelle risorse pubbliche all’assistenza (non compensate da un aumento dei redditi disponibili dell’utenza reale e potenziale) combinate a un’incidenza crescente della popolazione in età anziana, e quindi del rischio di non autosufficienza?
La famiglia accede ai servizi attraverso casse autonome convenzionate di assistenza integrativa. La mutua, attraverso meccanismi di partecipazione propri, consente alla persona di svolgere un ruolo attivo nella tutela della propria salute.

Come vi proponete di conciliare la personalizzazione dei servizi offerti con la necessità di ricondurli a standard di processo e di prodotto uniformi per garantire equità nei diritti degli utenti?
Attraverso l’erogazione di pacchetti personalizzati in base all’esigenza del bisogno espresso dalla persona, che integrano servizi differenziati – dall’assistenza domiciliare al telesoccorso, dalla domotica all’assistenza personale familiare.

Ritenete che le vostre proposte siano esportabili in altri contesti locali che attualmente hanno un livello di servizi inferiore a quello emiliano, e possano contribuire a costruire una migliore rete di assistenza?
Sì, poiché il progetto è strutturato in modo da potersi adattare alla realtà in cui opera, cercando interlocutori interni ed esterni per una erogazione del servizio efficace ed efficiente. Il progetto si sta infatti sviluppando in diverse città del Centro-Nord, come Milano, Parma, Torino, Pistoia, Piacenza e Venezia.